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30 agosto 2017 3 30 /08 /agosto /2017 05:00

Marx e "il marxismo"

(Rubel letto da 'Socialisme mondial', 1976)

Maximilien Rubel è quello che in Francia ha studiato Marx con la più grande pertinenza, e intendiamo dire Marx, non il marxismo, perché lo scopo del suo libro è di mostrare che il termine "marxismo" è un'ideologia la cui creazione incombe in parte su Engels e che Marx non avrebbe accettato. In un certo modo Rubel ha ragione: parlare di "marxismo" potrebbe implicare che la teoria socialista era la creazione di un solo uomo, Marx, punto di vista che è in contraddizione con la teoria enunciata dallo stesso Marx. Per Marx, la teoria socialista non è la creazione di pensatori individuali, ma è espressione teorica del movimento pratico della classe operaia, e cioè l'espressione della loro lotta contro la classe capitalista allo scopo di proteggere il loro livello di vita all'interno del capitalismo e più tardi di impadronirsi del potere politico allo scopo di abolire il capitalismo.

Contrariamente alla maggior parte di coloro che si dicono "marxisti", Rubel (che tuttavia rifiuta quest'epiteto) ha capito con chiarezza che Marx sosteneva una società mondiale nella quale sarebbe stato abolito il salariato, lo Stato e il denaro. In breve, con "socialismo" fa riferimento al concetto allo stesso concetto come noi.

Rubel fa altrove buone osservazioni; una parte del suo libro (che ne fa una collezione di articoli scritti durante  un periodo che va dal 1957 al 1973) e che reca il titolo "Il mito d'ottobre" fornisce una brillante analisi dell'origine e della natura del capitalismo di Stato della Russia. Rubel denuncia "la rivoluzione proletaria" del 1917 come un mito. A suo avviso: "1917 (...) ha inaugurato, al contrario, l'ingresso della Russia nel processo mondiale dell'accumulazione capitalista. Così il bolscevismo in quanto potere politico non ha potuto essere che lo strumento di questo processo. Per parlare una volta ancora il linguaggio di Marx: essendosi mostrata impotente a compiere la sua "funzione storica", la borghesia russa ha delegato questa "missione" al bolscevismo.

E, in armonia con le posizioni del Partito Socialista della Gran Bretagna di quel periodo: "Nel 1917 nessuna delle condizioni richieste affinché la Russia entrasse nella via del socialismo erano date: le condizioni economiche e i rapporti di classe all'interno di una società essenzialmente contadina così come l'importanza sociale e il grado di maturità del proletariato impedivano, a meno di una miracolosa metamorfosi intellettuale e morale a tutti i livelli della società russa".

Così i bolscevichi, nell'impossibilità di stabilire il socialismo, si sono visti costretti a sviluppare il capitalismo. Così la loro rivoluzione non fu una rivoluzione "proletaria", bensì una rivoluzione "borghese": "Per colui che accetta la descrizione marxista del processo di sfruttamento del lavoro da parte del capitale, Lenin, il suo partito e la burocrazia svolsero il ruolo che la borghesia russa non aveva potuto portare a termine: porre le fondamenta materiali, o detto in altro modo, capitaliste, di un socialismo futuro. Questo ruolo borghese e giacobino, i bolscevichi lo presentarono sotto una maschera socialista e battezzarono il dominio del partito "dittatura del proletariato": tanto è vero che il capitale ha bisogno di giustificazioni ideologiche per nascondere la sua oppressione economica. In Russia, Lenin, il suo partito e la burocrazia assunsero il ruolo assegnato altrove dalla borghesia e lo compirono con la più grande efficacia. E quando parliamo di rivoluzione "borghese" compiuta dai bolscevichi, intendiamo proprio che questa rivoluzione si svolgeva necessariamente nel campo chiuso del capitalismo, e non sul terreno socialista".

Rubel sottolinea anche il fatto che "Marx non escludeva un passaggio di potere con l'aiuto del suffragio universale" (p. 179). Infatti Marx ha sottolineato l'importanza della democrazia politica in quanto base sulla quale la classe operaia potrebbe sviluppare il sapere e l'esperienza necessaria per abolire il capitalismo, utilizzando precisamente le istituzioni della democrazia politica: "Costituito in classe e in partito nelle condizioni della democrazia borghese, il proletariato si libera egli stesso lottando per conquistare questa democrazia: fa del suffragio universale, ieri ancora 'strumento di inganno', un mezzo di emancipazione. Una classe che costituisce l'immensa maggioranza di una società moderna non si aliena politicamente che per trionfare della politica e non conquista il potere dello Stato che per utilizzarlo contro la minoranza precedentemente dominante".

E cioè, la classe operaia si impadronisce del potere politico non per formare un governo - e a questo proposito Rubel sottolinea che il termine "stato operaio" non è "mai stato impiegato da Marx" (p. 288) - ma soltanto in quanto arma rivoluzionaria per abolire il capitalismo.

A dir il vero, Rubel è un po' ambiguo su questo punto, poiché, altrove, egli scrive: "la conquista del potere politico, è la trappola assoluta, il suicidio del movimento operaio" (p. 213). Le nostre vedute e quelle di Rubel si biforcano nel momento in cui egli propone la formazione di "consigli operai" come alternativa alla conquista del potere politico da parte della classe operaia. Dovrebbe far riferimento per una giusta interpretazione di questo termine di Marx al passo che egli stesso ha scritto e che cita sopra. E' vero che il Bolscevismo e i suoi diversi derivati - stalinismo, trotskysmo, maoismo - hanno snaturato il senso che Marx ha dato a questo termine, preconizzando la presa del potere con la violenza da parte di un'elite di rivoluzionari professionisti. Non è questo che Marx ha voluto dire sia con "la conquista del potere politico" sia con "la dittatura del proletariato", così come l'ha mostrato Rubel stesso.

L'organizzazione operaia in consigli non fornisce veramente un'alternativa valida all'organizzazione politica, e cioè all'auto-organizzazione in un partito politico democratico di massa il cui solo fine è di impadronirsi del potere politico allo scopo di abolire il capitalismo. La classe operaia deve impadronirsi del potere governativo allo scopo di impedire che quest'ultimo si opponga all'instaurazione del socialismo. La violenza sarebbe inevitabile se tentando di stabilire un altro centro di potere basato su dei "consigli operai" si lascerebbe il primo a disposizione della classe capitalista. Il solo mezzo per stabilire il socialismo pacificamente è di convertire il suffragio universale in un "agente di emancipazione" così come lo preconizzava Marx.

Il "partito politico della classe operaia" deve essere totalmente differente dai partiti attuali, va da sé. Il suo scopo non sarà di guidare la classe operaia alla vittoria parlamentare o all'insurrezione. Dovrà essere un partito integralmente democratico, dove quelli che saranno stati scelti per compiere qualche compito a suo nome - compresi gli eletti al parlamento - saranno dei delegati sotto mandato, passibili di una revoca immediata nel caso in cui non rispondessero alle esigenze della classe operaia, che ben inteso nella sua maggioranza deve essere socialista.

Tuttavia, si può raccomandare il libro di Rubel Marx Critique du Marxisme. Vi sono dopotutto, pochi altri che sono d'accordo con noi a proposito sia della natura del socialismo in quanto società senza denaro, senza salariato sia del carattere essenzialmente capitalista della rivoluzione russa.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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