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10 luglio 2017 1 10 /07 /luglio /2017 05:00

Da Marx al bolscevismo: Partiti e consigli

II.

Un erede deciso

Sul terreno della teoria "marxista", possiamo trovare che Lenin ha qualcosa di religioso. Dobbiamo riconoscere, a suo vantaggio, che a partire dal 1902 circa, egli si preoccupò molto poco di citare i padri fondatori. Due o tre testi e alcune lettere di Marx gli bastano e avanzano, quando si tratta di giustificare la sua idea di partito proletario nella rivoluzione borghese. Il suo principale riferimento è l'Indirizzo di marzo 1850, considerato (a torto, crediamo) come lo scritto più blanquista di Marx e Engels. Il settembre del 1917 e i Soviet gli faranno tornare in mente  l'Indirizzo sulla Comune. Scriverà Stato e Rivoluzione, in cui copia i comunisti dei consigli, per poi ingiuriarli successivamente in Estremismo, malattia infantile del Comunismo.

Non fa mai allusione al testamento politico di Marx e Engels sul futuro sociale della Russia; né alle loro relazioni con i populisti e i primi marxisti russi.

Era tutto questo pensare e agire, come voleva Engels, domandandosi cosa avrebbe fatto Marx nella stessa situazione storica e sociale? Lenin ne è stato forse convinto. Eppure, se si mette da parte la sua opera Lo sviluppo del capitalismo in Russia (scritto in prigione e in esilio nel 1896-1897, dunque prima del suo ingresso nella vita politica), Lenin non ha mai tentato di analizzare seriamente la struttura economica e sociale del paese. Un nuovo esame del problema non era più necessario per lui, essendo data la linea politica da seguire. Aprite uno qualunque dei suoi scritti politici o "filosofici", vi troverete una sola e unica ossessione: costruire una macchina per l'insurrezione e la presa del potere; con questo obiettivo: "la rivoluzione democratica". Di nuove analisi, nulla.

Sino al 1900, era contento di provare, e con quale accanimento! che la Russia era sulla strada del capitalismo. Le sue esposizioni, i suoi elogi, hanno come un'intonazione di gelosia nei confronti della borghesia russa. Si preoccupa molto poco dei punti di vista di Marx e di Engels sul futuro del capitale in Russia, sulle sue opportunità della comune contadina, sulle prospettive della rivoluzione. Dieci anni dopo la morte di Engels, è del tutto dimenticato l'avvertimento così spesso lanciato ai "discepoli" russi che la rivoluzione non è un regalo offerto al popolo da parte di un gruppo di tecnici della rivoluzione. Non del tutto dimenticato tuttavia, perché Lenin si è contraddetto a proposito della presa di coscienza rivoluzionaria. Così, dirà a proposito del 1905: "La pratica, come sempre [sottolineato da noi] ha preceduto la teoria". E nel 1906: "Il marxismo si rimette alla scuola della pratica delle masse".

Si riconosce del resto la sua vera e più costante opinione: "Senza teoria rivoluzionaria, niente movimento rivoluzionario". Per Marx, al contrario, la teoria rivoluzionaria non faceva altro che formulare ed evidenziare  nell'astrazione il movimento autonomo del proletariato.

Più ancora: il proletariato non può, ritiene Lenin, penetrare il segreto della sua miseria; non può dargli un senso "storico"; non può, da sé, pensare il socialismo. La sua analisi separa la coscienza "trade-unionista" e la coscienza "socialista": abbiamo visto che per Marx quest'ultima emanava dalla classe operaia; per Lenin, essa proviene dall'intellettualità (borghesia), la sola capace di capire la situazione. Ecco un'idea (è quella di Kautsky, citato nel Che fare?) che, unita alla concezione leniniana di una rivoluzione borghese realizzata dalla dittatura del proletariato e dai contadini poveri, conferisce a questo pensiero, e all'azione politica che essa richiede, un carattere "borghese", come lo ha dimostrato benissimo Pannekoek [4].

Vogliamo ora un esempio del suo modo, quando si tratta di ammantarsi dell'autorità dei grandi teorici socialisti? Dalla prefazione di Engels a La Guerra civile in Francia, scritta nel 1891, egli cita in Stato e rivoluzione - in cui è più vicino al comunismo dei consigli - tutto, tranne i passi che, attraverso i blanquisti, esprimono la condanna del bolscevismo:

"Educati alla scuola della cospirazione, tenuti uniti dalla rigida disciplina loro corrispondente, essi partivano dal principio che un numero relativamente piccolo di uomini risoluti e bene organizzati fosse in condizione, in un dato momento favorevole, non solo di impadronirsi del potere, ma anche di mantenerlo, spiegando una grande energia scevra d’ogni riguardo; fino al punto in cui sarebbe loro riuscito di lanciare la massa del popolo nella rivoluzione e di raggrupparla intorno a una piccola schiera che li guidasse. Per questo occorreva soprattutto l'accentramento più energico, addirittura dittatoriale di ogni potere nelle mani del nuova governo rivoluzionario. E che fece la Comune, la quale per la grande maggioranza era composta di questi blanquisti? In tutti i suoi proclami ai francesi della provincia, li spinse ad una federazione libera di tutti i comuni francesi di Parigi; ad una organizzazione nazionale, la quale doveva avverarsi per la prima volta per mezzo della nazione stessa. Appunto questo potere repressore del governo fino allora centralizzato, esercito, polizia, politica, burocrazia, che Napoleone aveva prodotto nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come fatto compiuto e sfruttato contro i suoi avversari, appunto questo potere doveva venir meno dappertutto, come già era avvenuto meno a Parigi".

Lenin riconosce che le masse russe sono più avanzate dei partiti nella via del radicalismo politico, egli accorda tuttavia più importanza al ruolo dei leader, guide dell'azione di classe. La sua concezione del partito è un intreccio di idee socialdemocratiche tedesche (Kautsky) e di idee cospirative specificatamente russe (Bakunin) e blanquiste (Tkatchev); carattere dominante. l'opportunismo. Per certi aspetti, è in giacobinismo fratello di Lassalle, molto più che di Marx. Questa comparazione si trova ad esempio in Martov, che denuncia "la dittatura occulta dei teorici", e che rimprovera a Lenin il suo "formalismo burocratico", il suo assolutismo e il suo giacobinismo [5].

Mella pratica, così come nella teoria, lo si è visto prendere delle posizioni differenti. Nel 1917, quando rientra in Russia, sembra porsi a scuola (i soviet). Poi, quando, durante gli avvenimenti di giugno-luglio, i bolscevichi sono braccati dal governo senza che i soviet intervengano, Lenin cambia opinione e rivendica per la sua fazione la leadership esclusiva. E' finalmente la posizione iniziale di Lenin che prevale definitivamente - la posizione di un cesarismo illuminato dal... marxismo [6]. Lenin ha accettato il rimprovero fattogli da Rosa Luxemburg e Trotsky (nel 1903-1906) di essere un giacobino.

Rosa ha posto il dito sulla piaga scrivendo che Lenin si situava all'esterno del proletariato e della sua organizzazione, che è "il movimento stesso della classe operaia". E trotsky ha previsto l'esito, compresa la sua caduta, quando predice che "i metodi leninisti conducono a una situazione in cui l'organizzazione del proletariato  si sostituisce al proletariato, il Comitato centrale si sostituisce all'organizzazione e infine il dittatore si sostituisce al Comitato centrale. Lenin e i bolscevichi si rappresentano una dittatura sul proletariato". E Plechanov: "E' di questa pasta che sono fatti i Robespierre" (1903).

(Queste considerazioni, per quanto profetiche siano, non poggiavano su un esame della concezione fondamentale di Lenin, quella di una "rivoluzione democratica" nella quale il proletariato russo, aiutato dai contadini poveri,  avrebbero assunto la direzione politica. Ciò che i Martinov, Plechanov, Martov, rimproveravano a Lenin, fu piuttosto la sua concezione dell'organizzazione del partito; e non vi è questione nelle loro controversie del ruolo del capitalismo e della borghesia in Russia).

L'inesistenza di una via parlamentare risparmia ai leader marxisti alcune controversie, ma... l'accordo è conseguito su un punto capitale: caduta dello zarismo e instaurazione di un regime di democrazia parlamentare di stile occidentale. Soltanto i social-rivoluzionari conservano nel loro programma - meglio aderente alla teoria sociale di Marx - delle rivendicazioni conformi alle peculiarità sociali della Russia. Allo stesso modo dei populisti, di cui sono i continuatori, sono più vicini alla vita delle masse, mentre le frazioni nemiche del partito marxista litigano su questioni di organizzazione buro-tecnocratiche.

Nulla mostra meglio la giustezza delle aspettative di Marx della lotta delle masse russe contro lo sfruttamento e l'oppressione. Il partito marxista non è quasi presente: di tutte le tendenze, il marxismo politico è quello che ha meno dato al movimento dei soviet del 1905. Non darà di più ancora nel 1917 - al contrario: il dinamismo spontaneo dei soviet si spezzerà contro l'autorità dittatoriale del partito bolscevico, che si farà strumento del capitale di Stato e della sua buro-tecnocrazia.

Marx era profeta, quando formulava per Mikliailovski l'alternativa ditata sopra. Nessun genio, e Marx meno di chiunque altro, poteva allora predire che la trasformazione della Russia in "nazione capitalista" sarebbe avvenuta quarant'anni dopo in nome del marxismo e del socialismo. E tuttavia, equivoco o impostura, i padroni marxisti della Russia hanno avuto meno difficoltà ad imparare nell'opera di Marx i metodi del capitale, le "leggi immanenti" del plusvalore, che il modo di edificare il socialismo. Invece di "ricette per l'osteria del futuro", che Marx aveva rifiutato di offrire alla posterità, essi hanno imparato che "il capitale viene al mondo sudando sangue e fango da tutti i pori" [7].

Lenin ha fermamente pensato che nell'aprile del 1918 la rivoluzione era terminata; e che la rivoluzione socialista cominciata il 7 novembre 1917 era all'ordine del giorno come compito dei leader politici, membri del P. C. (b) e di tutti i rappresentanti coscienti delle masse operaie. In compenso, il compito del proletariato, e della sua protetta la classe dei contadini poveri, è di socializzare la produzione, e cioè  creare degli organismi pianificatori della produzione e della distribuzione dei prodotti. Il partito deve innanzitutto affrontare il compito di organizzare l'amministrazione del paese, di questa nuova Russia conquistata per i poveri, i lavoratori; deve - per la prima volta nella storia, è il compito di un partito socialista - rendersi degno di realizzare la trasformazione socialista. E questo malgrado la resistenza della borghesia, dei menscevichi e dei socialrivoluzionari di destra.

E a Lenin di ricordare le regole della buona contabilità e del risparmio, della buona disciplina che un tempo i "proletari rivoluzionari" hanno disprezzato. Realizzare questi metodi di gestione, è "necessario e sufficiente per il trionfo del socialismo", Soprattutto niente anarchismo "elementare"! Bisogna essere fieri di aver raggiunto il livello occidentale del 1793 e del 1871, e di aver anche superato questo livello, poiché "abbiamo decretato e introdotto in Russia il miglior tipo di Stato, il potere dei soviet. Ciò di cui ora abbiamo bisogno, sono degli specialisti della scienza e della tecnica, dei dirigenti". Il socialismo deve sviluppare a modo suo la base del capitalismo, accettare i servizi ben pagati degli specialisti borghesi, il che è un compromesso necessario, una deviazione dai principi della Comune parigina, un passo indietro del potere politico, una "ritirata strategica".

Ecco ciò che Lenin chiama "una trasformazione socialista": la nazionalizzazione delle banche, il monopolio del commercio estero, il controllo pubblico della circolazione monetaria, la creazione di una imposta sulla ricchezza e il reddito, il servizio obbligatorio del lavoro; non trascurare la repressione e la condanna a morte degli elementi corrotti; per ogni borghese il proprio libretto di lavoro e di consumo; si tratta di "accerchiare" il nemico; di combattere l'anarchismo e l'anarco-sindacalismo che sono dei fatti borghesi; di sviluppare il controllo operaio, le cooperative di produzione e di consumo sapendo economizzare, calcolare e aumentare la produttività del lavoro...

Insomma, tutte le virtù del sistema capitalista sono sono proposte come modello ai costruttori del socialismo. Poiché "il russo è un cattivo lavoratore", in confronto ai lavoratori  delle "nazioni avanzate", si deve insegnargli il taylorismo che ha le sue virtù nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (i suoi vizi barbari sono quelli dello sfruttamento borghese).

La dittatura, "è una parola grossa", e non si deve pronunciarla alla leggera. Dei poteri dittatoriali sono stati attribuiti a dei direttori, e nessuno hanno visto in ciò una violazione della democrazia e di altri principi del potere sovietico. Ma cosa ci insegna la storia dei movimenti rivoluzionari? "L'esperienza irrefutabile della storia prova che... la dittatura delle classi rivoluzionarie fu molto spesso espressa, assunta ed eseguita dalla dittatura di persone individuali...". 

 

 

« L’expé­rience irréfutable de l’histoire prouve que… la dictature des classes révolution­naires fut très souvent exprimée, portée et exécutée par la dictature de personnes individuelles… » Comme dans la démo­cratie bourgeoise. La grande industrie réclame la « subordination de milliers de personnes à la volonté d’un seul indi­vidu ». Il n’y a pas de « bond » du capitalisme au socialisme — les bonds sont longs, il y a des chaînons qu’il faut savoir saisir… La bureaucratie menace ; il faut savoir louvoyer… Les ergoteurs qui voient dans tout cela un abandon des principes d’Octobre oublient que la Russie est un pays arriéré où la révo­lution socialiste a commencé beaucoup plus tôt que dans les pays avancés.

Lénine ne pouvait pas mieux dire : « Il nous faut le pas mesuré des batail­lons de fer du prolétariat » (8).

*

Isaac Deutscher parle d’or, selon qui les marxistes russes ont eu raison contre Marx et Engels, ces derniers ayant fait preuve, dans leurs discussions avec leurs disciples russes, d’« inconsis­tance intellectuelle » (9). Mais sans y prendre garde, et d’un trait de plume, cet auteur supprime allègrement toute la théorie sociale de Marx.

Bien entendu, tout cela n’est vrai qu’à une condition : il faut que l’IT.R.S.S. soit un pays socialiste (et M. Deutscher le pense). Si on la tient, au contraire pour un état capitaliste d’un type nou­veau (et c’est ce que nous pensons), on peut admirer Marx et Engels : il est frappant de voir à ce point vérifiés leurs pronostics sur l’avenir capitaliste de la Russie.

Leur indigence mentale, M. Deutscher n’en parle pas sans avoir ses motifs. On peut penser qu’il lui oppose l’aberrante « théorie » soutenue par Trotski dans son Histoire, de la Révolution russe (Rieder, 1933) : « Le privilège d’une situation historiquement arriérée… autorise un peu­ple…, le force à s’assimiler du tout fait avant les délais fixés, en sautant une sé­rie d’étapes intermédiaires» (I, p. 19). De ce privilège, de ce saut, de cette assimila­tion, Trotski aura pu contempler les bienfaits avant de disparaître. « La Rus­sie a accompli si tard sa révolution bourgeoise qu’elle s’est trouvé forcée de la transformer en révolution proléta­rienne, etc. Cela semble absurde. Cepen­dant, l’histoire est pleine de ces para­doxes. » (III, p. 7.) « L’histoire, comme toujours, a suivi la ligne de moindre résistance. L’époque révolutionnaire fait irruption par la porte qui avait été le moins soigneusement barricadée. » (Dé­fense du terrorisme, 1920, éd. 1938, p. 111.) Oui, cela pouvait sembler absur­de à un « marxiste », à un tenant du « socialisme scientifique », doctrine qui pose pourtant en principe que plus -une nation est arriérée et paysanne, moins elle est appelée à accomplir une révolu­tion prolétarienne. Il est plus simple et correct de parler pour ces pays de révo­lution capitaliste. La loi du « développe­ment combiné des pays arriérés » ? Elle peut être juste, * à condition de savoir de quoi on parle : il est certain que Sta­line a « combiné », sous la couleur pro­létarienne, les institutions et méthodes du capitalisme le plus avancé, avec un style de gouvernement que même le tsa­risme n’avait pas encore pratiqué (avoue Khrouchtchev). Certes, Trotski n’avait pas confondu la révolution prolétarienne ou la dictature du prolétariat avec le socialisme ; il s’en gardait, s’appuyant sur Marx. Mais il faut bien constater qu’il confondit le parti bolchevik et la classe des travailleurs (« la dictature des Soviets n’est possible que grâce à la dictature du parti. » Défense, du terro­risme, 1920, p. 121.) ; qu’on en parle à tous les « militarisés du travail », qui suèrent sang et boue.

Car enfin parlons histoire, comme Marx (et non Histoire, comme Trotski, qui nous la baille parfois). Il nous appa­raît aujourd’hui que la fonction de Lé­nine et de son parti fut de remplacer la bourgeoisie russe ; laquelle, comme toute bourgeoisie, avait pour tâche de créer les présupposés matériels du socialisme futur, à savoir : une économie capita­liste. Les bolcheviks avaient un moyen à leur disposition : présenter cette con­ception bourgeoise et jacobine sous un déguisement « marxiste » en appelant l’autocratie du parti bolchevik « dicta­ture du prolétariat ». Tant il est vrai que le Capital a besoin de moyens d’op­pression idéologique tout autant que de moyens d’oppression économique.

En un sens, Lénine fut le « marxiste » parfait : il a joué son rôle historique conformément à la « loi du mouvement économique de la société bourgeoise. », que Marx disait avoir dévoilée. Le rôle dévolu partout ailleurs à la classe bour­geoise, Lénine et son parti l’ont joué en

Russie ,et très bien joué. Lénine était donc marxiste commç nous sommes new- tonistes, nous tous qui nous mouvons et chutons en gravitant (10).

Loin de nous l’idée de mettre en cause la théorie de Marx, qui voit le capita­lisme engendrer la société sans classes et sans Etat, par son propre mouvement : la négation de la négation. Si cette théo­rie est juste, nous ne le saurons que par les actions de l’avenir ; l’histoire des lut­tes prolétariennes nous le donne déjà à , penser. Mais disons les choses comme elles sont dans le présent : le capital est le capital, même si la plus-value extor­quée aux producteurs est par baptême une plus-value « socialiste » ; l’Etat est l’Etat, l’armée est l’armée, même si la police et la méga-bombe sont « commu­nistes ».

*

Conclusion.

1914-1918 semble marquer le commen­cement du déclin de l’Occident et l’entrée en scène d’un césarisme oriental, au sens de la prophétie pseudo-scientifique de Spengler. Si la remarque est vraie, c’est un démenti infligé au Manifeste commu­niste, d’après lequel la bourgeoisie occi­dentale (européenne) avait pour vocation de créer le monde à son image.

Ce renversement apparent des perspec­tives historiques de 1848 est dû au mar­xisme bolchevik, plus exactement au léninisme-stalinisme. Lorsque Marx dé­nonçait dans le tsarisme une aspiration à la domination mondiale, il ne se dou­tait guère que la même ambition pût être celle d’un régime russe inspiré par son enseignement.

Initialement, Lénine attendait le salut russe d’une révolution prolétarienne en Europe occidentale. Par salut russe, il entendait le maintien au pouvoir d’Etat du parti bolchevik, incarnation de la dictature du prolétariat russe. L’Ouest ne bougeait pas ; et en Russie, une nou­velle classe dominante et exploiteuse pre­nait la place de l’ancienne. L’appareil politique créé par Lénine et ses fidèles n’avait dès lors plus de raison d’être en tant qu’institution d’attente. Il fallait se transformer en organe d’un pouvoir sta­bilisé, capable de durer et d’assurer coûte que coûte les fondations matérielles du nouveau pouvoir, de la nouvelle élite.

Cette installation se fit sous le signe du massacre des insurgés de Cronstadt, et de la N.E.P. : autrement dit, sous le signe du passé. Héritier de l’appareil, un Sta­line n’avait que faire de demi-mesures et de demi-méthodes. Sous sa poigne, les ouvriers et les paysans ont bâti tant bien que mal le « socialisme en un seul pays», c’est-à-dire un type très accusé de capi­talisme d’État. À défaut d’une bourgeoi­sie capitaliste au sens classique du terme, il existe en U.R.S.S. une élite dominante, identifiée au Parti, qui dé­tient en sa propriété, baptisée « propriété sociale », et le pouvoir économique, et le pouvoir d’État.

C’est là ce que Marx et Engels pré­voyaient lorsqu’ils imaginaient l’étape suprême du développement capitaliste.

*

Une chose est claire, lorsqu’on oublie le côté scholastique des conflits de partis et de fractions avant et après octobre 1917 : les masses russes n’en ont guère été touchées. 1905 ne fut l’œuvre d’au­cune fraction social-démocrate, d’aucun parti. Les masses y ont fait leur expé­rience. sans souci de théorie, d’histoire, ou de modèle social élaboré. En 1905 comme en 1917, les partis n’ont influencé les masses que dans la mesure où leurs délégués ou membres, participant à des mouvements de masses, renonçaient à toute théorie et à tout programme poli­tique. Même en 1917, les Bolcheviks n’ont pu agir sur les soviets qu’en se faisant les instruments de leur volonté. Pareille marche des hommes et des choses per­mettait un espoir : que le soviet prît la place de la commune, en laquelle Marx avait vu la source d’une régénération sociale de la Russie. Lénine eut le génie de saisir l’originalité de la situation, la portée de la promesse soviétique. Ce ne fut qu’un moment, et le choix se porta sur le pouvoir. Il faut dire que la défaite des soviets eût été difficilement évitable» vu leur dispersion et leur inexpérience. Et les chefs bolcheviks avaient tout pour s’attirer les sympathies des masses, com­parés aux hommes du gouvernement en place.

Portés au pouvoir par les soviets, deve­nus un corps d’élite politique, les bolcheviks ont peu à peu usurpé les pouvoirs de leurs mandants, selon cette « loi de l’oligarchie » que Robert Michels a for­mulée (11). Ils s’y étaient préparés de longue date, et Trotski, naïveté ou cynis­me, l’a mainte fois reconnu, avant et après 1917. Faisant le bilan, en 1910, après la réconciliation des fractions menchéviks et bolcheviks, du mouvement ré­volutionnaire russe, il montre avec une lucidité déconcertante que l’intelligentsia marxiste n’a pas eu la moindre prise sur les organisations ouvrières et paysannes constituées spontanément dans et par la lutte. En occupant les postes de direc­tion de la social-démocratie, les intellec­tuels russes y introduisirent leur « esprit sectaire », leur « individualisme d’intel­lectuels », leur « fétichisme idéologique». Cependant les masses ouvrières purent trouver dans les deux fractions de quoi fortifier leur lutte de classe, donnant ainsi « l’illusion que les deux courants avaient de profondes racines dans le pro­létariat ». Trotski voit apparaître, vers 1908, un « nouveau type de parti » dans les rangs mêmes des ouvriers avancés groupés dans une variété d’associations autonomes hors-parti, et qui consti­tuaient d’eux-mêmes des soviets de délé­gués. Bien entendu, pour Trotski, l’éloge n’a de sens que parce que « les ouvriers avaient conscience d’être des social-démocrates, ils avaient l’instinct du parti dans les os(souligné par nous). Ils étaient des sociaux-démocrates sans so­cial-démocratie ». Tout cela le conduit à la conclusion que désormais. « aucune fraction ne pourra plus, contre la volonté de la couche consciente des ouvriers, traîner les masses à sa remorque » (12).

En devenant à son tour chef bolche­vik, Trotski se découvrira un talent extraordinaire pour contraindre les ou­vriers à la remorque du parti.

Pour conclure, nous pourrions formu­ler une hypothèse de travail : la « con­quête du pouvoir politique » est leurre, c’est le piège absolu ; c’est le suicide du mouvement ouvrier. Pour ambigu qu’ait été l’héritage de Marx, il en reste pour­tant un acquis : l’auto-émancipation ou­vrière ne peut être que sociale, et le moyen n’en est pas la conquête de l’État, mais sa destruction, et la destruction de tout pouvoir politique. Seule la conquête du pouvoir social, tel que l’enseigne le socialisme des conseils, peut redonner un sens et une âme au mouvement ouvrier.

Maximilien RUBEL

[Traduzione di Ario Libert]

Note
(1) Voir mes
Remarques sur le concept de parti prolétarien chez Marx, « Rev. fr. de Sociologie », 1961, II, 3.
(2) Le témoignage le plus véhément de cette phobie est sans doute récrit de Marx intitulé :
Révélations sur l’histoire diplomatique… Cette œuvre n’a été accueillie ni dans dans la première ni dans la seconde édition russe des œuvres de Marx-Engels.
(3) Le projet du programme d’Erfurt (1891) de la social-démocratie allemande contenait un alinéa qu’Engels avait revu et approuvé, mais qui disparut dans le texte définitif (sans doute pour éviter de froisser les lassaliens): « Le parti social-démocrate n’a rien de commun avec le socialisme d’État qui est un système d’étatisation à des fins fiscales, et qui met l’État à la place de l’entrepreneur privé, réunissant ainsi en une seule main le pouvoir de l’exploitation économique et de l’oppression politique de l’ouvrier ».
(4) Harper (Anton Pannekoek) ,
Lenin als Philosoph, Ams­terdam, 1938.
(5) Axelrod observe chez lui le centralisme autocratique, une volonté d’étouffer par système toute initiative des individus. On connait la réponse de Lénine dans
Un pas en avant, deux pas en arrière.
(6) Bonne description chez M. Collinet,
Le Bolchevisme, 1957, 77 s.
(7)
Le Capital, Livre I., chap. 24, § 6.
(8) Toutes ces citations proviennent des « Tâches immédiates du pouvoir soviétique« , paru dans
Ivestiia, 28 avril 1918.
(9) I. DEUTSCHER, Russia in Transition, New York, 1960, p. 184.
(10) Cf. M. RUBEL,
La croissance du capitalisme en U.R.S.S., « Economie appliquée », septembre 1957.
(11) Max Weber a vu la révolution de février 1917 sous un éclairage qui mérite réflexion. Voir l’excellente étude de Richard Pipes : Max Weber et la Russie, dans « Le Contrat Social », mars et mai 1960.
(12) Trotski, « Die Entwicklungstenden­zen der russischen Sozialdemokratie », in
Die Neue Zeit, 50, 1910, XXVIII/2.

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