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14 giugno 2017 3 14 /06 /giugno /2017 05:00

 

 

XV

La mia piccola malata
 

Sei stata per sei anni la mia bambina. Sei stata per sei giorni la mia piccola malata.

Da dove viene dunque il fatto che rivedo più spesso la mia piccola malata pallida e che sorride nel suo letto che la mia bambina allegra, sempre di corsa, a saltare, così divertita e così divertente?

Mi volevi bene quando eri la mia bambina; ma mi sembra che mi amavi di più quando eri la mia piccola malata, quando avevi bisogno di me tutto il tempo.

E ti ho sempre amato molto, mia cara bambina; ma ti amavo ancor più quando eri la mia povera piccola malata e mi occupavo di te per tutto il tempo.

E poi, non era difficile ridere e farti divertire quando stavi bene; mentre ti devo molta riconoscenza per i tuoi pallidi sorrisi da ammalata.

O mio piccolo tesoro! Mia piccola amata fatta d'amore che, nelle tue sofferenze, aveva il coraggio di darmi la gioia del tuo sorriso.

XVI

Ricordi dolorosi
 

Perché sono così triste oggi e da dove viene il fatto che il mio spirito è ossessionato da ricordi penosi?

È tuttavia a te che penso, mia graziosa Passerottina. Ma ti vedo così pallida, così dolente! E sono vicino a te, così crudele!

Sei distesa, vibrante di dolore, nel tuo piccolo letto. E ti rifiuti di prendere le pozioni ordinate, e i chinini che dovevano sostenere la tua debolezza, e gli alimenti che devono darti la forza di combattere la malattia.

Eppure il medico ha detto: “Fategliele prendere, anche per forza”.

Ed esito a forzarti perché, di solito, sei così gentile, così obbediente, fai tutto quel che ti si dice... Se ti rivolti oggi, è perché ti fa senz'altro male, ciò che ti si chiede di fare.

E la tua povera piccola voce dolorante, velata, quasi spenta, me lo dice bene: “Papà, ho male alla gola. Se ingerisco, mi fa ancora più male. Non posso inghiottire. Papà, non forzarmi! Non fare male alla tua bambina che ami!”.

Faccio una grande fatica a non piangere. Eppure non piango. E non cedo alle tue suppliche che mi fanno venire voglia di piangere.

Il medico ha detto: “Anche con la forza!”. Non voglio disobbedirgli. Non voglio lasciarti indebolire contro il male che diventa più forte.

Ma come costringerti?

Ho messo vicino a me il grande mucchio delle tue immagini che ami tanto, che guardi così spesso, che baci, che ti divertono, alle quali sorridi. E ti dico:

- Bevi, o le butto nel fuoco.

Spero che la minaccia sarà sufficiente.

Ma no, la minaccia non basta. E ne getto una nel camino. Tu piangi vedendola bruciare. Io la vedo bruciare, ti vedo piangere, e trattengo le mie lacrime. Assumo l'aspetto cattivo:

- Bevi, o continuo!

Brucio ancora due o tre di queste povere immagini che ami. Finisci con il cedere. Bevi piangendo.

Ma, non appena hai bevuto, ecco che voliti la pozione presa per forza. E ti bacio, mia povera piccola, e ti dico che ti comprerò delle immagini, le stesse che ho bruciato, e altre ancora più belle.

E mi baci senza rancore. Mi dici:

- Perdonami, papà. Ti ho dato un dispiacere. Ma non potevo bere, non potevo!

Ah! quanto ho pianto non appena non hai potuto vedermi!

E io che ricordo così volentieri tutti i ricordi in cui ti vedo, ho sempre scacciato via questo quando riaffiorava. Oggi non ho potuto mandarlo via.. Mi ha torturato, tutto il giorno. Tutto il giorno, ho udito la tua povera voce quasi spenta che mi chiedeva grazia, ho visto i tuoi poveri occhi che piangevano, e le tue braccia così magre tendersi verso le fiamme in cui sparivano – gettate da me! - le cose che tu amavi!

Ecco perché sono così triste questa sera, mia cara passerottina. Ti ho fatto soffrire, e ti chiedo tanto, tanto, tanto perdono.


 

XVIII

Le uova di Pasqua
 

Due giorni prima di morire, avesti un capriccio di malata. Mi dicesti:

- Papà, vorrei tanto un uovo di Pasqua!

Mancavano diciasette giorni a Pasqua. Ti dissi:

- Non so se le galline ne hanno già fatte. Vedremo. E, se ve ne sono, ti porteremo il più bello.

Corremmo dal pasticcere, perché è lui che acquista, per poi rivenderle, tutte le uova di Pasqua che le galline fanno.

Non ne aveva ancora. Disse che ne avrebbe avute fra tre o quattro giorni.

E ti promisi il primo uovo di Pasqua di quest'anno. E tu fosti molto contenta.

- Sei molto gentile, papà, di darmi il primo.

*
*...*

Ma hai avuto molto fretta di andartene, mio cara passerottina. E non ho potuto darti il tuo uovo di Pasqua.

E, alcuni giorni dopo la tua partenza, ho visto la vetrina del pasticcere ancora piena di uova di Pasqua. Ve ne erano di piccoli, di grandi e di enormi. Ve ne erano di bianchi.

E non potei impedirmi di fermarmi. E guardavo tutte quelle uova di Pasqua, quelle rosse, bianche e nere, le piccole e le enormi, che avrebbero reso felice qualcuno e che nessuno di essi avrebbe fatto felice la mia povera Pietra.

E il mio sguardo andava dalle rosse alle bianche e dalle piccole alle grandi, come se dovessi sceglierne uno. E mi dicevo: “Quale le avrei preso?”.

Ma ce n'erano tante ed erano tutte belle, le nere e le rosse, le grandi e le piccole, che non seppi decidermi in fretta. Per un momento, ti vidi ancora nel tuo letto, dove non eri più. Ti vidi sorridere, mentre ti portavo il tuo uovo di Pasqua. E mi dicevo: Quale la renderebbe più felice?”.

*
*...*

Ma vidi una mamma entrare con il suo bambino dal pasticcere.

Allora mi ricordai che non avevo più una bambina.

E mi allontanai da tutte quelle inutili uova di Pasqua.


 

XVIII

La sera
 

Un po' di tempo prima della tua malattia — eri già ammalata, o il tuo povero cervello lavorava troppo? Faticavi tanto ad addormentarti.

Avevo fatto mettere il tuo lettino nella mia camera e nel tuo lettino sentivo che ti rigiravi, che ti agitavi. Ti dicevo:

- Dormi presto, mia piccola amica.

Ma tu rispondevi:

- Non posso addormentarmi, papà.

Allora ti dicevo:

- Conta senza muoverti, e ti addormenterai.

- Fino a quanto si deve contare per dormire, papà?

- Fino a mille.

E ti mettevi a contare: Uno, due, tre.

E quando arrivavi a centodieci o centoventi, quasi sempre ti fermavi.

- Papà, mi sono mossa, senza farlo apposta.

- Devi ricominciare, mia piccola amica.

E tu ricominciavi: Uno, due, tre.

E ti sentivo contare sino a duecento e poco più.

E poi non ti udivo più contare.

E sentivo che dormivi.

Allora, anch'io, senza muovermi, mi mettevo a contare, per addormentarmi, perché la mia bambina dormiva.

Ma ora, tutte le sere quando sono coricato nel mio grande letto vicino al quale non c'è più nessun lettino, ti rivedo. E non posso più addormentarmi perché ho voglia di piangere.

E non posso contare, perché contare non allontanerebbe l'idea che mi impedisce di dormire.

Soltanto, nel buio, ti vedo sempre meglio, e mi parli. E stiamo bene insieme. Ma c'è un ricordo che mi dice che, quando ti vedo, è una menzogna, che sei partita e che non tornerai più.

E poi quel sorriso sparisce. E credo che sia vero che tu sia là. Perché con il tuo pensiero dolce e triste mi sono addormentato.

E che quando dormo, come morto, vado in un grazioso paese di sogno dove i bambini morti sono ancora vivi e vanno a baciare il loro papà.

XIX

Il mattino
 

Il mattino viene a prendermi per mano per condurmi fuori dal paese di sogno in cui i bambini morti sono ancora vivi e baciamo il loro papà.

Un tempo, trovavo che fosse bello, il mattino, rientrare nel paese della luce, nel paese del movimento e della vita.

Ora, odio il mattino come un nemico. Ho paura del rientro nel paese della luce perché non ti vedrò, di rientrare nel paese del movimento perché non corri più, di rientrare nel paese della vita perché sei morta.

Quant'è più bello, il paese dei sogni in cui si entra da una porta nera, ma dove ti ritrovo.

Vai, passerottina adorata, una di queste sere mi addormenterò così bene che la mano del mattino non riuscirà a strapparmi dal mio sogno diventato reale e perché rimanga sempre con la mia bambina morta che ritroverò viva e amorevole.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert
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