Friday 22 june 2012 5 22 /06 /Giu /2012 07:00

Il Buon Soldato Sc'vèik

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di Jaroslav Hašek 

 

 

Capitolo I  - Come ebbe luogo l'intervento del buon soldato Sc'vèik nella guerra mondiale 

 

 "Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando", disse la fantesca al signor Sc'vèik, che avendo lasciato da qualche anno il servizio nell'esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri pei quali compilava delle fittizie genealogie.

Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismi, e proprio in quel momento si stava frizionando  le ginocchia con l'unguendo di opodeldok.

sc-veik-frizioni-ginocchia.jpg 

"Quale Ferdinando, signora Müller" domandò Sc'vèik senza cessare di massaggiarsi le ginocchia. "Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per sbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due non sarebbe un gran male".

"Ma nossignore: l'arciduca Ferdinando, quello di Kónopište [1], così grosso e così religioso...".

"Gesummaria!" esclamò Sc'vèik. "Questa sì che è bella! E dov'è che gli è capitata questa faccenda, all'arciduca?".

sarajevo.jpg"Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n'andava in automobile con l'arciduchessa". 

"Guarda un po', in automobile, signora Müller. Un tale si permette l'automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finir così male. E come se non bastasse ciò va a capitargli a Sarajevo, che è in Bosnia, signora Müller. La colpa non può essere che dei Turchi. Noi abbiamo fatto proprio male a prender loro la Bosnia-Erzegovina. Chi la fa l'aspetti, signora Müller. Così ora il signor arciduca se la riposa nella pace di Dio. Ma ha sofferto molto?". 

sc-veik11.jpg "Il signor arciduca è morto sul colpo, signor mio. Si sa bene che una rivoltella non è un balocco. Non è mica molto che un signore su da noi al quartiere di Nusle si è messo a scherzare con una rivoltella ed ha ammazzato tutta la famiglia, più il portiere che era salito a vedere chi era che sparava al terzo piano".

sc-veik24.jpg "Ci son delle rivoltelle, signora Müller, che non vi fanno male neppure se s'impazza perché sparino. Di tali sistemi ce n'è un subisso. Ma si vede che per l'arciduca si son procurati qualcosa di meglio, e ci scommetterei, signora Müller, che l'uomo che ha fatto il colpo s'era vestito bene apposta. Si sa che sparare addosso a un arciduca è una faccenda piuttosto difficoltosa, e che si tratta di ben altra cosa di quando un bracconiere tira ad una guardia campestre. E poi ad un signore come quello non si ci può mica presentare vestiti da straccioni; bisogna portare il cilindro, altrimenti un poliziotto vi porta via".

"Pare che fossero in parecchi, signor mio".

luccheni.jpg"Questo si capisce da sé, signora Müller, disse Sc'vèik quand'ebbe finito le sue frizioni alle ginocchia. "Anche voi, se vi venisse voglia d'ammazzare un arciduca o un imperatore, la prima cosa che fareste sarebbe d'andare a chieder consiglio a qualcuno. Più sono le persone, più è il giudizio. Chi propone una cosa, chi un'altra e allora 'l'opera riesce', come dice il nostro inno nazionale. La cosa più importante è di cogliere il momento giusto, quando un simile personaggio vi passa davanti. Vi rammentate per esempio di quel signor Luccheni che trafisse la nostra defunta Elisabetta a colpi di lima? Era andato a fare una passeggiata con lei. Fidatevi della gente, signora Müller. D'allora in poi non c'è più un'imperatrice che si permetta una passeggiata. E la faccenda capiterà ancora a molte persone. Vedrete, signora Müller, che raggiungeranno anche lo zar e la zarina, e può darsi, che Dio ci salvi, anche il nostro grazioso sovrano, visto che hanno cominciato con suo zio. Il nostro vecchio sovrano ha molti nemici, molti più dello stesso Ferdinando. È quello che diceva pochi giorni or sono un signore all'osteria, che verrà un bel giorno che tutti questi imperatori capitomboleranno l'uno dietro l'altro e che non ci potrà far nulla nemmeno il procuratore generale. Poi non aveva da pagare il conto, e allora l'oste ha dovuto farlo arrestare, ma lui ha dato uno schiaffo al padrone e due all'agente. Allora l'hanno portato in gattabuia perché riacquistasse la memoria. Sicuro, signora Müller, ne succedono delle belle oggigiorno! Tutte perdite per l'Austria. Quand'ero militare, un soldato di fanteria ammazzò il capitano. Caricò il fucile e si recò in fureria. Qui gli dissero che non aveva nulla a che fare, ma lui insisté dicendo di dover parlare col capitano. Allora il capitano uscì fuori e subitogli affibbiò una consegna; lui a sua volta impugnò il fucile e lo colpì proprio al cuore. La palla uscì fuori dalla schiena del signor capitano e fece ancora dei danni in fureria: frantumò una bottiglia d'inchiostro e macchiò tutte le carte d'ufficio".

Elisabetta-d-Austria.jpg "E quel soldato come finì?" chiese dopo una pausa la signora Müller, mentra Sc'vèik si rivestiva.

"S'impiccò con le bretelle", disse Sc'vèik lustrando con forza il suo cappello duro.

"Anzi con un paio di bretelle che non erano neppure le sue. Se le fece imprestare dal secondino, con la scusa che gli cascavano i pantaloni. Avrebbe forse dovuto aver pazienza fino al plotone d'esecuzione? Si sa bene, signora Müller, che in casi come questi chiunque perderebbe la testa. Il secondino fu degradato e si buscò sei mesi di prigione, ma riuscì a cavarsela: fuggì in Svizzera, ed ora è predicatore di non so quale chiesa. Oggigiorno c'è poca gente per bene, signora Müller. Io mi figuro che anche al signor arciduca a Sarajevo è successo d'ingannarsi a proposito dell'uomno che gli ha sparato. Ha visto una persona e s'è detto: 'Costui è certo un buon uomo che vuol gridarmi evviva'. E invece quell'uomo l'ha abbattuto. Gli ha tirato un colpo solo o più d'uno?".

"I giornali dicono, signor mio, che l'arciduca è rimasto bucato come un crivello. Quel tale gli ha sparato addosso tutte le sue cartucce".

le brave soldat schweik joseph lada "Oh, son cose che si fanno alla svelta, signora Müller, terribilmente alla svelta. Io in un caso simile mi comprerei una browning. Ha l'aria d'un ballocco: eppure con quel ballocco voi potete ammazzare in un paio di minuti una ventina d'arciduchi, grassi e magri. Quantunque, sia detto fra noi, signora Müller, sia più facile cogliere un arciduca grasso che uno magro. Come se per esempio vi ricordate quando ammazzarono il loro re in Portogallo, ch'era altrettanto grosso del nostro arciduca. Ma purtroppo un re come fa ad essere magro? Beh: io me ne vo all'Osteria del Calice; e se venisse qualcuno a ritirare quel cucciolo per il quale ho già riscosso un acconto, ditegli che lo tengo nel mio canile in campagna, che gli ho tagliato le orecchie e che non è in grado di viaggiare perché non le si sono ancora guarite, e prenderebbero freddo. La chiave consegnala alla portinaia".

svejkAll'Osteria del Calice c'era un solo cliente. Era l'agente in borghese Bretschneider, che serviva nella sezione politica. L'oste Palivec lavava i bicchieri, e Bretschneider si faceva inutilmente in quattro per attaccare con lui una conversazione di qualche importanza.

svejk2 Palivec era celebre per il suo turpiloquio: in ogni suo discorso una parola su due era cazzo o merda. Come se non bastasse, era un po' letterato e consigliava a tutti di leggere ciò che aveva scritto riguardo al secondo soggetto Victor Hugo citando la risposta finale fatta agli inglesi dalla vecchia guardia napoleonica nella battaglia di Waterloo.

"Che bella stagione che abbiamo" disse Bretschneider cercando di riattaccare la conversazione "di qualche importanza".

sc-veik03.jpg "Non me ne importa una merda", rispose Palivec, riordinando  i bicchieri nella credenza.

"Ce ne hanno combinato delle belle, laggiù a Sarajevo," riprese a dire con un filo di speranza Bretschneider.

"In quale 'Sarajevo'?" domandò Palivec. "In quella bottiglieria di Nusle? Là si pestano ogni giorno: si sa bene che razza di quartiere è Nusle".

"Ma io intendo parlare di Sarajevo in Bosnia, padrone! È lì che hanno ammazzato l'arciduca Ferdinando. Che ne dite?".

sc-veik14.jpg "Io non m'immischio di tali faccende e chi me ne volesse fare immischiare, venga pure a leccarmi il culo", rispose cortesemente il signor Palivec accendendo la pipa. "Oggigiorno a immischiarsi negli affari altrui si corre il rischio di rompersi il capo. Io son negoziante, e se viene qualcuno e m'ordina una birra, io sono ai suoi comandi. Ma questo o quel Sarajevo, la politica oppure il nostro defunto arciduca, son tutte cose dalle quali non può saltar fuori altro che la gattabuia".

sc-veik37.jpg Bretschneider si chetò e si mise a guardare pieno di delusione nel locale completamente deserto.

"Un tempo qui c'era appeso un ritratto di Sua Maestà l'Imperatore", soggiunse dopo una pausa: "proprio lì dove ora c'è quello specchio".

"Sicuro, avete ragione," rispose il signor Palivec; "stava appeso lassù e le mosche ci cacavano sopra, sicché ho dovuto riporlo in solaio. Capite: qualcuno si sarebbe potuto permettere qualche osservazione, e m'avrebbe procurato delle seccature. Come se non ne avessi abbastanza".

sveijk, imperatore "Eh, laggiù a Sarajevo la cosa dev'essere stata brutta, che ne dite, padrone?".

A questa pericolosa domanda a bruciapelo il signor Palivec rispose con eccezionale cautela: "Di questa stagione in Bosnia-Erzegovina fa un caldo terribile. Quando io mi trovavo laggiù a fare il soldato, bisognava applicare dei pezzi di ghiaccio sulla testa del nostro colonnello".

sc-veik16.jpg "In che reggimento avete servito, padrone?".

"Chi si ricorda di queste piccolezze: io non mi sono mai occupato di simili porcherie, e non son mai stato troppo curioso", rispose il signor Palivec, e soggiunse subito dopo: "Troppa curiosità non può che nuocere".

L'agente Bretschneider si chetò definitivamente, e il suo cipiglio si rasserenò solamente all'ingresso di Sv'èik, che, appena varcata la soglia, ordinò subito una birra nera, e soggiunse:

"Oggigiorno anche a Vienna sono a lutto".

Gli occhi di Bretschneider brillarono di speranza, e proferì bruscamente:

"Al castello arciducale di Kónopište hanno issato diec sc-veik-visita-dama.jpg i bandiere nere".

"Dodici dovrebbero essere," disse Sc'vèik dopo un gran sorso di birra.

"Che intende dire con dodici?" chiese allora Bretschneider.

"Per fare cifra tonda e perché si conta meglio a dozzine. E poi tutto si compra alla dozzina," rispose Sc'vèik.

Regnò allora un profondo silenzio, che fu interrotto proprio da un sospiro di Sc'vèik.

sc-veik34.jpg "Ora che l'arciduca si trova alla presenza della giustizia divina, che il Signore gli conceda la pace eterna. Egli non è vissuto abbastanza per diventare imperatore. Quando facevo il militare, una volta un generale cadde da cavallo e crepò tranquillamente. Volevano aiutarlo a rimettersi in sella ma s'accorsero ch'era rimasto secco. E dire che avrebbe potuto far tanta carriera da diventare generalissimo. La cosa avvenne nel corso d'una rivista alle truppe. Queste riviste non portan mai nulla di buono. Anche a Sarajevo ci deve esser stato qualcosa di simile. Ora mi ricordo che a una di queste riviste mi mancava una ventina di bottoni alla divisa, e che per questa mancanza mi schiaffarono in cella per quattordici giorni, e per due giorni vi rimasi sepolto come Lazzaro, attorcigliato come una salsiccia. Ma la disciplina nell'esercito è una cosa giusta, altrimenti nessuno farebbe nulla di nulla. Il nostro tenente Makovec ci diceva sempre: "La disciplina, razza di canaglie, bisogna che ci sia, se no voi v'arrampichereste come scimmie sugli alberi, e non c'è che l'esercito che sia capace di fare degli uomini da dei mascalzoni come voi!". Non è forse vero? Immaginatevi un parco, supponiamo quello di Piazza di Re Carlo, e su ogni albero un soldato senza disciplina. È una cosa della quale ho sempre avuto una grande paura".

sc-veik27.jpg "Laggiù a Sarajevo," insinuò  Bretschneider, "sono i Serbi che hanno fatto il colpo".

"Vi sbagliate di grosso" replicò Sc'vèik, " sono stati i Turchi, per vendicarsi della Bosnia-Erzegovina".

E Sv'èik espose il suo punto di vista sulla politica estera dell'Austria-Ungheria nei balcani. Nel 1912 i Turchi avevan perduto la loro guerra con la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. Essi avrebbero voluto che l'Austria-Ungheria li aiutasse, e visto che l'Austria non ne aveva fatto nulla, avevano ammazzato Ferdinando.

"Vuoi bene ai Turchi, tu?" chiese Sc'vèik rivolgendosi all'oste Palivec, "vuoi forse bene a quei cani di pagani? No, vero?".

sc-veik31.jpg "Cliente vale cliente," disse Palivec, anche se è un Turco. Per noi commercianti la politica non esiste. Pàgati la tua birra, siediti a un tavolino e chiacchiera quanto vuoi. Questi sono i miei principi. Che il colpo al nostro Ferdinando l'abbia fatto un Serbo o un Turco, un cattolico o un mussulmano, un anarchico o un 'giovane cèco' per me fa perfettamente lo stesso".

"È giusto, padrone," osservò Bretschneider, che si sentiva rinascere la speranza di cogliere in fallo almeno uno dei due, "ma mi permettete di dire che ciò è una grande perdita per l'Austria".

sc-veik38.jpgIn luogo dell'oste rispose Sc'vèik.

"Che sia una gran perdita nessuno lo può negare. Una perdita enorme. Un Ferdinando non può esser mica sostituito da un imbecille qualsiasi. Piuttosto egli avrebbe dovuto essere ancora più grosso".

"Che intendete dire?" chiese vivamente Bretschneider.

sc-veik32.jpg "Che intendo dire?" ribatté Sc'veik con l'aria più tranquilla del mondo. Semplicemente questo: che se fosse stato più grasso, sarebbe già stato colto da un colpo a caccia di comari a Kónopište quando raccoglievano legna e funghi nella sua bandita, e non sarebbe perito d'una morte così vergognosa. Quando ci ripenso: uno zio di Sua Maestà l'Imperatore che muore ammazzato come un cane! Questo sì che è uno scandalo: i giornali non parlano d'altro. Qualche anno fa da noi a Budcjovice durante una fiera uccisero a stilettate un trafficante di bestiame, un certo Luigi Bretislav. Lui aveva un figliolo di nome Bóbuslav, e quando costui venne a vendere i suoi porci, nessuno volle far acquisti da lui, e tutti quanti dicevano: 'Costui è il figliolo di quel tale che fu pugnalato: dev'essere anche lui un bel farabutto'. Alla fine non gli rimase altro che gettarsi nella Moldava dal ponte di Krumlov, e dovettero ripescarlo, farlo rinvenire, pompargli fuori l'acqua che aveva ingoiato, finché quel bel tipo tirò l'ultimo fiato tra le braccia del medico che gli stava facendo non so quale iniezione".

sc46.jpg "Voi fate dei paragoni veramente straordinari," disse con tono significativo Bretschneider, "prima mi parlate dell'arciduca Ferdinando e poi d'un trafficante di bestiame".

sc42.jpg "Macché!" ribatté Sc'vèik a sua difesa. "Dio mi guardi dal fare confronti. Il padrone sa bene chi sono. Non è vero che io non ho mai fatto confronti tra una persona ed un'altra? Soltanto io non vorrei trovarmi nei panni della vedova dell'arciduca. Ora che farà, poverina? Ecco che i bambini son orfani, e la proprietà di K ónopište senza padrone. Maritarsi con un altro arciduca? E con chi? E poi rifarebbe con lui un altro viaggio a Sarajevo e tornerebbe vedova per la seconda volta. Qualche anno fa viveva a Zliva presso Hluboka una guardia campestre che si chiamava col buffissimo soprannome di "Barilotto". I bracconieri l'ammazzarono, e lui lasciò la vedova con due figli. Ma la donna dopo un anno si rimaritò con un'altra guardia campestre, Peppino Ševlovic di Mydlovary. E le ammazzarono anche quello. Allora si risposò per la terza volta e prese anche quella una guardia campestre, dicendo: 'Tutte le cose buone vanno a tre a tre. Se mi va male anche questa, non so proprio a che santo votarmi'. Si capisce che le ammazzarono anche quello, e le restarono così sei figlioli dai suoi guardaboschi. Allora chiese udienza nel gabinetto del principe di Hluboka per lamentarsi della sua disdetta con quei tre mariti, e quelli le raccomandarono il guardapesca Járeše degli stagni di Ražichij. Manco a dirlo, s'annegò mentre pescava, appena in tempo per lasciarle altri due figlioli. Allora si sposò con un castrino di Vodň any, che una bella notte le fracassò la testa con l'accetta e poi se n'andò a costituirsi alla polizia. E quando poi il tribunale distrettuale di Pisk lo fece impiccare, portò via il naso al sacerdote con un morso e dichiarò di non pentirsi di nulla, e disse anche qualcosa di sconveniente riguardo a Sua Maestà l'Imperatore".

sc40.jpg "E voi sapete che cosa disse?" chiese con voce speranzosa Bretschneider.

"Io non posso dirvelo perché nessuno ha mai avuto il coraggio di ripeterlo. Ma doveva esser proprio qualcosa di tremendo e di spaventevole, perché un consigliere del tribunale che s'occupò dell'affare impazzì per averlo sentito, e lo tengono ancora sotto chiave perché la cosa non venga alla luce del sole. Non si tratta soltanto d'un comune reato di lesa maestà, di quelli che scappan di bocca a uno che è ubriaco...".

sc-veik17.jpg "E quali sono questi reati di lesa maestà che scappan di bocca a uno che è ubriaco?" domandò Bretschneider.

"Fatemi il piacere, signori, cambiate registro," esclamò l'oste Palivec; "sapete bene che coteste storie mi vanno poco a genio".

"Quali sono i reati di lesa maestà che si commettono durante l'ubriachezza?" riprese Sc'vèik. "D'ogni genere. Ubriacatevi, fate sonare l'inno austriaco e v'accorgerete da voi stesso che cosa vi salterà in mente di dire. Ve ne verrà tante in testa a proposito dell'Imperatore, che basterebbe la metà fosse vera per farne uno scandalo che durasse tutta la vita. Ma il vecchio Imperatore non se lo merita davvero. State a sentire: quand'era nella sua piena forza virile, perdé precocemente il figliolo Rodolfo. La moglie Elisabetta gli fu trafitta con una lima, e poi Giovanni Orth toccò di scomparire chissà dove. Infine il fratello Massimiliano, imperatore del Messico, glielo fucilarono dietro il muro d'una fortezza. Ed ora che è vecchio, ecco che gli ammazzano anche lo zio. Pover'uomo, bisognerebbe che avesse dei nervi di ferro. E poi qualche ragazzaccio ubriaco va proprio a ricordarsi di lui per bestemmiarlo! Se oggi dovesse venir fuori qualcosa di brutto, io voglio andar volontario a farmi fare in quattro pezzi, pur di servire Sua Maestà l'Imperatore!".

sc-veik23.jpg Sc'vèik bevve un bel sorso e continuò:

"Voi credete che Sua Maestà l'Imperatore lasci correre? Allora lo conoscete poco. Bisogna fare una guerra contro i Turchi. M'avete ammazzato lo zio? E io vi rendo pan per focaccia. La guerra è sicura. Sarà un gran bel vedere".

Nel suo estro profetico Sc'vèik s'abbelliva e trasfigurava. La sua faccia sempliciona sorrideva come una luna piena e s'infiammava d'entusiasmo. Tutto gli sembrava così chiaro.

sc-veik39.jpg "Può darsi," proseguì nella sua previsione dell'avvenire dell'Austria, "che in caso di guerra con la Turchia i Tedeschi ci assaltino alle spalle, perché i Turchi e i Tedeschi vanno d'accordo fra loro. Porci simili è difficile ritrovarne al mondo. Ma in compenso noi ci possiamo collegare con la Francia, che fin dal '70 ce ne deve avere del rancore per i tedeschi. E tutto andrà bene. Avremo la guerra, ve l'assicuro!".

Bretschneider s'alzo in piedi e proferì, solennemente:

"Ora avete parlato abbastanza, venite con me nel corridoio che ho qualcosa da dirvi".

sc-veik37-copia-1.jpg Sc'vèik seguì l'agente nel corridioio, dove l'attendeva una piccola sorpresa: il suo compagno di tavolo gli mostrò un'aquiletta [2], dichiarandolo in arresto e annunziandogli che l'avrebbe condotto issofatto alla Questura centrale. Sc'vèik tentò di spiegargli che si sbagliava e che lui era completamente innocente, che non aveva detto una sola parola capace d'offendere chicchesia.

Bretschneider gli replicò che aveva effettivamente commesso parecchi reati, fra i quali predominava il delitto di alto tradimento.

Allora rientrarono nella sala dell'osteria e Sc'vèik disse al signor Palivec:

"Io ho in conto cinque birre e un panino con salsiccia. Dammi ancora un grappino, che me ne devo andare, perché sono arrestato".

sc-veik-ospedale.jpgBretschneider mostrò l'aquiletta anche al signor Palivec, lo guardò un istante e gli chiese:

"Siete ammogliato?".

"Sissignore".

"È in grado vostra moglie di dirigere in vece vostra l'azienda in caso di assenza?".

"Sissignore".

"Tutto è in ordine padrone," disse gaiamente Bretschneider; "fate venire qui la vostra signora, consegnatele tutto, e noi stasera torneremo per voi".

"Non te la prendere," lo consolò Sc'veik; "io vo dentro soltanto per alto tradimento".

"Ma perché proprio io?" si lamentava il signor Palivec; "e dire che son sempre stato prudente!".

"Perché avete detto che le mosche cacano sopra Sua Maestà l'Imperatore. Vedrete che sapranno ben cavarvelo di testa, Sua Maestà l'Imperatore".

sc-veik04.jpgCosì Sc'veik lasciò l'Osteria del Calice in compagnia dell'agente, e appena furono fuori, gli chiese con la sua faccia sempre irradiata da un sorriso bonaccione:

"Devo scendere dal marciapiede?".

"E perché?". 

"Credevo di non aver più il diritto, essendo in arresto, di camminare sul marciapiede".

Quando varcarono la soglia della Questura, Sc'vèik disse:

"Com'è passato alla svelta il tempo, nevvero? E dite: voi venite spesso al "calice?".

E mentre introducevano Sc'vèik nell'ufficio del funzionario di servizio, al "Calice" il signor Palivec trasmetteva le consegne del negozio alla moglie che piangeva, e la consolava a suo modo:

"Non piangere, non strillare: che vuoi che mi facciano per quello smerdato ritratto di Sua Maestà l'Imperatore?".

Fu con questo cordiale e semplice modo di fare che il buon soldato Sc'vèik intervenne nella guerra mondiale. Gli storici saranno sorpresi dalla sua precoce chiaroveggenza. Se poi la situazione si sviluppò altrimenti da ciò ch'egli aveva precisato al "Calice", dobbiamo considerare che Sc'veik non aveva mai frequentato un corso propedeutico di scienza diplomatica. 

 

 

 

NOTE

 

 

[1] Tenuta arciducale.

[2] Contrassegno degli agenti della polizia austroungarica.

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

 

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