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27 marzo 2017 1 27 /03 /marzo /2017 05:00

"Reazionari" di ieri o di oggi

Eduardo Colombo

Di fronte a una sinistra politica rassegnata ad accettare "che il capitalismo non morirà" [1], e oggi in franca regressione ideologica, la destra detta intellettuale rialza la testa e raccoglie tutti quei cari ragazzi della borghesia a cui le luci della ribalta, la notorietà, hanno eroso gli ideali della giovinezza, schiavi come sono della loro vanità, cortigiani di tutti i poteri.

Un pensiero si impone che ha la pretese dell'evidenza: volere cambiare il mondo è, oltre che illusorio, pericoloso. Desiderare la rivoluzione, criticare la democrazia parlamentare, dire che la volontà non si delega, suscita immediatamente la risposta disincantata: state aprendo la strada ai totalitarismi. Da Rousseau al gulag c'è soltanto una via retta.

Occorre un ritorno all'ordine, restaurare l'autorità, non dispotica, naturalmente, ma l'autorità necessaria dello Stato, del padre nella famiglia, del maestro nella scuola. È quasi una mentalità più che un pensiero, una nebulosa composita che non arriva ancora ad essere una corrente organizzata, evidente, conquistatrice come aveva iniziato ad esserlo la "Nuova destra" negli anni settanta, ma un'ideologia diffusa, rampante, che si infiltra ovunque, in testi morali o politici o filosofici, nella letteratura e i giornali. È visibile anche nella divulgazione e la presentazione delle teorie scientifiche, soprattutto genetiche e comportamentiste. La diversità è proclamata e pubblicamente stimolata, nei limiti del politicamente corretto, nella diversità gerarchica dunque. Ci si può permettere un gusto per un certo dandismo, iconoclasta forse, ma a condizione di non dimenticare mai il nemico, il male: l'eguaglianza. 

In questo clima, lo scrittore "chiracchiano" Denis Tillinac riprende la pubblicazione dei Cahiers de La Table Ronde [2] e invita tutti coloro che egli vede come i superstiti della "esplosione morale di una generazione che presto, grazie al cielo, sarà ammessa a far valere i suoi diritti alla pensione", (la generazione che era stata traviata dallo spirito libertario del 68, c'è bisogno di dirlo?). "Poco importa", egli dice, "per chi votano, e a quali maestri si richiamano". Ciò che importa per lui, è che essi votino, e cioè che accettino il sistema rappresentativo, i "limiti insuperabili" della democrazia neoliberale, e che abbiano un maestro, che non facciano una critica radicale dell'autorità. Cito a caso: il dimenticabile Debray, l'ineffabile Maffesoli, il lacaniano Melman. L'articolo di quest'ultimo servirà come esempio e pretesto per denunciare l'ideologia profonda che si propaga sotto la copertura di un neoliberalismo indulgente e ora considerato come pericoloso perché lascia senza fondamento l'autorità del padre. Questa ideologia difende i valori tradizionali rappresentati dal liberalismo contro-rivoluzionario; è la critica dell'eguaglianza, chiamata attraverso la locuzione devalutativa egualitarismo [3], oggi assimilata alla confusione dei sessi, che è il loro modo di formulare gli sforzi di liberazione della donna. Così i giovani sono portati a un comportamento bisessuale dimenticando ogni dovere, "quello da compiere in base al proprio sesso essendo il primo che l'individuo aveva da compiere" [4]. È la critica della libertà, vista come la perversione di un essere senza limiti asservito "all'oggetto promettitore di soddisfazione" [5]. L'autorità crolla, e la gioventù disorientata va a cercare nella cura psicoanalitica - freudismo e lacanismo confusi in una sola entità - i suoi punti di riferimento simbolici che, soli e senza maestri [6], sono incapaci di acquisire.

Una specie di teorizzazione psicoanalitica conquistatrice, apportatrice di questa ideologia, pretende di essere capace di parlare del soggetto politico. Come il libro di Michel Schneider, intitolato Big Mother [7], esibisce senza strumenti, anche in modo caricaturale, il versante psicologizzante di questa ideologia giustificativa dell'autorità sociale, che abbiamo segnalato in Melman, ci appoggeremo sulla critica di questo libro per evidenziare lo sfondo del pensiero reazionario.

Il simbolico, il politico e l'eguaglianza

Considerazioni intempestive intorno a un libro di Michel Schneider.

Per me, lungi dal rimproverare all'eguaglianza l'indocilità che essa ispira, è ad essa soprattutto che la attribuisco. L'ammiro vedendole deporre nel fondo dello spirito e del cuore di ogni uomo questa nozione oscura e quella inclinazione istintiva dell'indipendenza politica...

Alexis de Tocqueville [8].

Burke diagnostica il male, e pronostica il peggio per la Rivoluzione francese. Ma almeno la rivoluzione esisteva. Nella nostra epoca, una vita quotidiana sbiadita ispira anche al pensiero contro-rivoluzionario la freddezza davanti al cambiamento e la paura che l'istituito stabilito, l'autorità dei nostri padri, la solidità dello Stato e l'immemorabile maestà della legge declinino o crollino. Perché questa paura? Perché il nostro caro "ordine simbolico" sta per sparire nella corruzione materna e democratica. Voler rendere eguali i sessi, modificare le regole della filiazione e della famiglia, non è che si voglia per caso rendere eguali tutti gli uomini? "Sogno sedizioso, chimera empia e sacrilega", diceva Bossuet [9]. Burke rincarava: "queste mostruose finzioni che, ispirando delle idee false e delle vane speranze a degli uomini destinati a farsi strada nell'oscurità di una vita lavorativa, non serve che ad appesantire e ad avvelenare l'ineguaglianza di fatto alla quale esse non possono porre fine - ineguaglianza che mantiene l'ordine civile..." [10].

Sembra che siamo dei soggetti, degli esseri assoggettati - sottomessi, asserviti - all'ordine simbolico ("all'ordine sociale" anche?). "In un sistema simbolico, i legami non risultano dall'azione volontaria degli individui, essi li precedono attraverso una tradizione e fanno pesare su di essi una costrizione" [11].

Uno Stato sconfitto, una funzione paterna inadempiente e "l'ordine simbolico nel quale Freud ha potuto pensare il malessere contemporaneo" sparisce. Non l'ordine simbolico in quanto tale, ma un certo ordine simbolico, riconosce Michel Schneider, che aggiunge che non è che non è contento. Egli scrive: "In quanto a me, risponderei che questo modo di simbolizzazione, se non è il solo, è il nostro, e che esso è al cuore della civiltà all'interno della quale penso e vivo". La qual cosa possiamo accostare ancora a Burke: "... abbiamo così unito nei nostri cuori, per custodirli gelosamente con tutto l'ardore delle loro reciproche affezioni e riunire, il nostro Stato, le nostre abitazioni, le nostre tombe e i nostri altari" [12].

Questo contesto ideologico che sottolineo subito per affrontare il testo di Schneider è, a mio avviso, il crogiolo nel quale sono concepite le formulazioni teoriche che le conducono a parlare di una "desimbolizzazione del soggetto politico" legato a un "declino della funzione paterna". Cominciamo dall'inizio. Cosa può significare "desimbolizzazione"? Non è, evidentemente, a livello dell'ordine simbolico in quanto sistema di senso o di significato proprio a ogni nozione di cultura differenziantesi dalla natura, che la parola "desimbolizzazione" può connotare qualcosa. La vita sociale è "un mondo di rapporti simbolici" pensava Mauss, e Lévi-Strauss concludeva che, in questo mondo relazionale del pensiero simbolico, se una sola cosa aveva senso, tutto l'universo diventava significativo [13]. Lacan riprende la nozione e la disgiunge in tre registri. Il simbolico lacaniano diventa così una costruzione teorica ben distante dalla simbolica o dal simbolismo utilizzato da Freud. Per quest'ultimo, in un'interpretazione restrittiva, il simbolo è un segno che rappresenta in modo indiretto un elemento più primitivo o semplice. Secondo Jones, "l'immagine di un serpente simbolizza soltanto il fallo oltre a essere associata all'idea astratta di sessualità" [14]. Ma anche, in un senso più ampio, il simbolismo rinvia a tutte le forme di rappresentazione indiretta come il Leone rappresenta la forza o il Padre l'autorità. A partire da questo registro, allora, il leone potrebbe essere, nella sua decadenza, privo della sua rappresentazione della forza, e il padre, come un monaco spretatosi, potrebbe essere "desimbolizzato" da ogni riferimento all'autorità, se tuttavia l'idea politica rimaneva in vigore.

Tuttavia Schneider si situa esclusivamente nel simbolico per parlare di "desimbolizzazione". Considerando che "la psicanalisi è (...) la sola teoria che possa render conto oggi del soggetto e singolarmente del soggetto politico", intende assimilare "la psicanalisi" alla dottrina lacaniana del significato, del soggetto, del fallo e della metafora paterna. Così la "desimbolizzazione" tocca la totalità dell'ordine simbolico, essa è "profonda" e "si accelera nelle rappresentazioni", infiltrando i "legami sociali, famigliari e anche sessuali", giungendo sino "alla cancellazione della funzione paterna e simbolica dello Stato" [15] (si potrebbe dire ittiofallica), desimbolizzare dovrebbe voler dire, in buona logica di logico, farla uscire.

Per accettare questo modo di vedere, si deve innanzitutto credere al significante e all'ideologia androcentrica - o fallocentrica - che sottintende la teoria del Padre simbolico. Allora si vede la teoria tramutarsi in verità religiosa: non si può non credere. Il miscredente è un insensato, nella miscredenza si generano tutti i mali. "Il padre simbolico, è il nome del padre. E' l'elemento mediatore essenziale del mondo simbolico e della sua strutturazione. (...) è propriamente parlando insensato dire che nel proprio cuore non vi è nessun Dio, semplicemente perché è privo di senso dire una cosa che è contraddittoria con l'articolazione stessa del linguaggio" [16].

A colpo sicuro, due themata arcaici organizzano ogni sistema di significazione: la differenza dei sessi e la differenza delle generazioni. Ma, nella dialettica dello scambio organizzato dall'alleanza, perché sono gli uomini che scambiano le donne e non l'inverso? La situazione iniziale di ogni scambio "include le donne nel numero degli oggetti sulle quali vertono le transazioni tra gli uomini", ci dice Lévi-Strauss. Perché? Perché "l'autorità politica, o semplicemente sociale, appartiene sempre agli uomini" [17].

Lacan riconosce che, dal punto di vista della formalizzazione, si potrebbero descrivere le cose perfettamente bene a partire da un sistema di coordinate simmetriche fondato sulle donne, ma si colloca sulla posizione di Levi-Strauss: "il potere politico è androcentrico". È un fatto, tutto qui. E se delle bizzarrie, delle eccezioni, dei paradossi compaiono nelle "leggi di scambio", essi sono dovuti "al contesto politico, cioè all'ordine del politico, e molto precisamente all'ordine del significante, in cui scettro e fallo si confondono" [18]. Per Lacan e per coloro che lo seguono, vi è dunque un postulato: l'ordine politico e l'ordine simbolico sono necessariamente patriarcali.

Antico paradigma del potere che fa derivare dalla posizione del padre nella famiglia la giustificazione dell'obbligazione politica, ma per far accettare questa tesi si deve considerare la famiglia e la posizione egemonica del padre come dati dalla natura - o da Dio -, altrimenti essa sarebbe tautologica.

Hobbes stabilisce una differenza tra i modi di accesso al potere sovrano, che nella teoria del patto sociale è un potere istituito; nel caso in cui questo patto "non esistesse" si sarebbe in presenza di un dominio per acquisizione basato su un atto di forza; quest'ultimo aspetto comprende il dominio paterno e il dominio dispotico. Sir Robert Filmer, con il suo Patriarcha insorge contro i teorici del contratto che pretendono che siano gli uomini ad aver istituito il potere politico; per lui tutti re sono padri e tutti i padri governano. L'estensione delle relazioni di comando / obbedienza attribuiti da Filmer alla totalità dell'istituzione sociale, dalla famiglia allo Stato, mostra che il nucleo dell'argomentazione poggia sulle strutture di dominio esistenti e resta un argomento d'autorità: fa "gravitare l'intera legittimità dell'ordine sociale intorno al perno costituito dalle primissime fedeltà apprese da ogni bambino" [19]. Così, dunque, gli uomini non fanno la storia, essi sono sottoposti a un ordine che li supera voluto da Dio. Sarà lo sforzo di Locke che permetterà di forgiare delle nuove idee per uscire da una dottrina che non riconosceva agli uomini la potenza [20] della loro azione politica, e cioè la capacità di costruire il mondo sociale nel quale essi vivono.

Seguendo delle vie deviate che passano per la critica nietzcheana della nozione di soggetto [21], ritorniamo oggi a quelle antiche posizioni di un soggetto asservito a un ordine che lo determina: il soggetto è costituito nei giochi del significante, è un effetto di struttura, il suo posto si situa "in un'elisione di significante" [22]. E quest'ordine è retto dalla metafora paterna, dal "Nome-del-Padre legato all'enunciazione della legge" [23]. E' allora che si può dire che nell'ordine del significante "scettro e fallo si confondono".

Ora le cose diventano gravi perché "il soggetto assoggettato al simbolico" - se si accetta questa concezione del simbolico - è sottoposto anche all'esistenza ineluttabile di un ordine sociale gerarchico, autoritario, androcentrico, in una parola: patriarcale. L'ordine simbolico ricopre la totalità dell'istituzione della società e nessuna istanza istituita dall'uomo (né l'individuo, né l'assemblea, né lo Stato) ha il diritto (o la capacità) di cambiarlo nella sua logica "fallica paterna" sotto pena di decadenza per l'agente dell'azione, condannato alla follia per delitto di lesa maestà. [Follia che può prendere delle etichette vuote di contenuto, chiamate narcisismi, stati-limiti, infantilizzazione, indifferenziazione materna e "egualitaria", quando esse sono apposte su delle forme o categorie collettive e politiche della società].

Secondo Schneider, lo Stato "paterno" è il garante delle regole dello scambio e della filiazione nella loro applicazione "normale e legittima", è "il garante ma non l'autore - il simbolico non ha autore" [24], il che completa lo spossessamento totale del soggetto  politico, dell'agente, individuale e/o collettivo, dell'azione sociale.

Ogni teoria dell'azione presuppone un agente, un soggetto (subjectum) nel quale risiedono l'atto e la potenza. E' forse asservito al Principe, ma, come soggetto collettivo nella storia, è l'inventore, il creatore, di ogni sistema simbolico. Può alienarsi alla sua creazione, ciò non impedisce che l'ha fatta può rifarla - Anche a livello individuale, il mondo cambia perché l'uno o l'altro, o insieme, i poveri attori della storia, inventano, non accettano, negano, si rivoltano, insorgono. Pretendere che il soggetto dell'azione politica è per essenza assoggettato a "un insieme esterno e coerente di significati sui quali il desiderio, la domanda e il bisogno non hanno presa" significa regredire a un tempo anteriore a Pico della Mirandola e continuare a voler fare dell'uomo una creatura di Dio-Padre.

Davanti all'enormità delle conseguenze epistemiche di tali affermazioni, Schneider sembra indietreggiare: certo le regole della filiazione e dell'alleanza sono storiche. Ma "è precisamente il loro carattere relativamente immutato attraverso i secoli, a volte i millenni, che dovrebbe ispirare il desiderio di conservare queste regole immutate". Ad ogni modo "esse s'impongono senza condizioni né restrizioni ad ognuno in quanto universali" [25].

Il programma politico che ne deriva è semplice: "La costituzione moderna (sic) dell'io si era effettuata secondo degli ideali verticali che assicuravano la coesione sociale intorno a modelli d'autorità", bisogna difenderli e rafforzare le identificazioni costruite attraverso la filiazione paterna - incarnazione della legge -, la Chiesa, l'Esercito, la Scuola (quella buona, quella che trasmette questi ideali), "folle convenzionali" che sono, sembra, delle "formalizzazioni "civilizzate" del conflitto edipico".

Avremo così uno Stato sovrano, un governo che comanda e una "democrazia" ben costruita. Tuttavia, siamo già su una penta ripida, Dio è morto, ed è possibile far vivere una democrazia senza Dio? si chiede Schneider.

"La democrazia è la forma storica della decadenza dello Stato. - La prospettiva che questa decadenza certa apre non è d'altronde ad ogni modo infelice... un'invenzione meglio appropriata ancora di quanto non lo era lo Stato trionferà sullo Stato" [26], pensava Nietzsche. Pur essendo un nemico dello Stato, lo era anche dell'eguaglianza, quest'istinto da gregge", diceva.

Eccoci davanti al grande spauracchio: l'eguaglianza. Volere livellare tutto, "flagello della società" esclamava Brissot. "Dottrina anarchica che vuole livellare talenti e ignoranza, virtù e vizi, posti, stipendi, servizi". Nel linguaggio dei nostri tempi: voler ridurre le differenze è voler instaurare l'illimitato, l'indifferenziato, l'indeterminato, l'apeiron di Anassimandro, il buco senza fondo materno e mortale. È augurare di sfuggire all'ineluttabilità della legge [27] dettato da un legislatore esterno - Dio o gli antenati - e pretendere abolire "le grandi divisioni che fondavano sino ad oggi l'ordine simbolico e l'ordine sociale" [28]. Dobbiamo capire che queste divisioni sono: la differenza dei sessi in ciò che concerne l'ordine simbolico, e per l'ordine sociale l'asimmetria tra coloro che comandano e coloro che obbediscono.

Ma l'errore di base è di credere che l'ordine simbolico fonda la differenza dei sessi, esso è costruito su di essa. Ciò che fonda è la differenza gerarchica dei sessi, la valenza differenziale (F. Héritier) tra i sessi.

L'argomento autoritario vorrebbe che l'eguaglianza uomo-donna annichilisca le differenze, rompa lo scettro che il padre regge e faccia affondare la società nella massa amorfa, composta da individui privatizzati, nulli e insignificanti. La specificità dell'uomo e della donna stabilisce una differenza generica che non riguarda le diverse capacità differenziali degli individui, tranne quando esse sono introdotte nelle forme di socializzazione tradizionali.

Diversità si oppone a uniformità e non a eguaglianza. "La politica", scrive Hannah Arendt, "tratta della comunità e della reciprocità degli esseri differenti". E gli uomini sono essenzialmente diversi nelle loro opinioni, nelle loro capacità, nei loro desideri - "L'umanità è un tutto collettivo nel quale ognuno completa tutti e ha bisogno di tutti", perché tutte le capacità differenziali sono situazionali, hic et nunc, distribuite in modo aleatorio nella popolazione, esse non possono creare un rango, un ordine, una classe, una gerarchia sociale. Uno spazio pubblico in cui gli uomini sono eguali è la condizione della libertà politica [29]. Senza l'eguaglianza, la libertà è privilegio.

Seguendo una nera profezia di Tocqueville, Schneider immagina una condizione della società - chiamata con l'ossimoro "dispotismo democratico" che si sta compiendo già, in cui "si instaura un potere immenso e tutelare che si incarica soltanto di assicurare" il godimento di una massa innumerevole di uomini simili e eguali, "e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, dettagliato, regolare, previdente e dolce. Somiglierebbe alla potenza paterna, se, come essa, avesse per obiettivo di preparare gli uomini all'Età adulta; ma non cerca, al contrario, che a fissarli irrevocabilmente nell'infanzia; [...] perché non dovrebbe toglier loro del tutto la preoccupazione di pensare e la fatica di vivere?" [30].

Come pone in evidenzia Castoriadis [31], Tocqueville descrive, prima di lasciarsi trasportare dalla sua immaginazione, una condizione della società definita con "l'eguaglianza delle condizioni" e non un regime politico, e lo fa su uno sfondo che è l'Antico Regime. Schneider descrive uno stato sociale di apatia, di abbandono delle responsabilità politiche da parte dei soggetti isolati e rinviati alla sfera privata, nei paesi ricchi, fenomeno che tutti noi constatiamo, e dispiega la sua descrizione sulla nostalgia dei valori borghesi del capitalismo industriale.

Si dovrà (cosa impossibile da fare nel quadro di quest'articolo) distinguere le tendenze di rilievo di una società - come la secolarizzazione per l'Occidente (desacralizzazione, perdita di un punto di vista esterno, garante tanto della "verità" quanto dell'organizzazione della polis) e il declino costante di un'obbedienza di tipo tradizionale - delle regressioni, oscillazioni, inversioni di superficie che ci accecano così facilmente, noi, contemporanei.

Problematico è anche il modo in cui Schneider confonde, o tratta come sinonimi, Stato, governo, regime, tre concetti ben differenti. Lo Stato della società attribuito costante alla "democrazia" è in realtà legato a un regime politico di oligarchie a partecipazione limitata, regime che può essere più o meno liberale ma in alcun caso democratico. Tranne se si pensa che un regime democratico "sia in realtà il governo dell'elite (aristokratia) con l'approvazione della folla" [32].

E per finire, che senso c'è a dire che lo Stato è "una Mamma che ci sogna?" [33]. Il potere alle donne, l'autorità alle madri. "Il dominio è cambiato di sesso, se così si può dire, sul finire del secolo" [34]. La società si femminizza e il potere politico diventa "materno" [35]. Lo Stato, tenero e dolce, "immenso e tutelare", si fa schiacciante e mortifero come una madre troppo vicina. Il Padre simbolico ha perso il suo ruolo "nell'edificazione di una legge, la filiazione e la trasmissione del simbolico", e continua - dalla belle époque che rappresentava ancora la Vienna dell'inizio XX secolo - "la sua lenta e irreversibile sparizione" [36]. Lasciando, dunque, i bambini, i cittadini, questi soggetti assoggettati - senza difesa davanti all'onnipotenza materna.

Trovo sconcertante la visione di uno Stato e di una società, la nostra, in cui "regna una dolce impresa", che fa del soggetto politico "un essere indigenza (mantenuta) contro un seno che assicura la vita". Che ognuno giudichi... Ma dal punto di vista epistemologico non si può passare così allegramente dal livello individuale al livello sociale senza una teoria intermedia o generalizzatrice che permetta di unificare il campo. La relazione dell'adulto al potere politico e alle istituzioni che lo materializzano non è la relazione del bambino con la madre. Né le modulazioni dell'attaccamento né la costruzione della relazione d'oggetto possono essere metaforizzate come forme della dipendenza, della differenziazione o del ritiro dalla sfera politica. Si dovrebbe costruire una teoria psicosociale, come quella di Kardiner, ad esempio, con l'idea di "personalità di base" e di "sistemi proiettivi", o quella di E. H. Erikson e i "prototipi d'identificazione", ecc. Il passaggio diretto dalle concettualizzazioni psicoanalitiche alla sociologia, o anche alla filosofia politica, è, generalmente, un'illusione.

Lasciamo i fantasmi di "papa-mamma" per il divano, e cerchiamo di riflettere, con le nostre conoscenze analitiche, ad una vera teoria delle relazioni di potere, e partecipiamo alla costruzione, in costante divenire, del soggetto politico.

Eduardo Colombo

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Come vuole Jacques Delors (Le Monde, 6 ottobre 2003), e come aveva affermato Michel Rocard: "Le capitalisme a gagné" (Il capitalismo ha vinto; Le Monde", 19 giugno 2003).
[2] Cahiers de la Table Ronde, Parigi, nuova serie, primavera 2004.
[3] Charles Melman, "Les jeunes chez le psychanaliste", Cahiers, p. 57.
[4] Ibid.
[5] Melman, p. 60.
[6] Melman, p. 61.
[7] Michel Schneider, Big Mother. Psychopathologie de la vie politique, Ed. Odile Jacob, Parigi, 2002.
[8] Alexis de Tocqueville, La Démocratie en Amérique, Ed. Génin, Parigi, Vol. II, P. 393.
[9] Bossuet, Oraisons funèbres, Tallandier, Parigi, 1972, p. 96.
[10] Edmund Burke (1729-1797), liberale "contro-rivoluzionario", reazionario o di destra, conosciuto a livello politico per le sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia edite nel 1790.
[11] Michel Schneider, op. cit. p. 200.
[12] Burke, op. cit.
[13] Claude Lévi-Strauss, "Introduction à l'oeuvre de Marcel Mauss", in Sociologie et anthropologie de Marcel Mauss, PUF, Parigi, 1968, p. XLVII.
[14] Ernest Jones, Théorie et pratique de la psychanalyse, Payot, Parigi, 1969. "La théorie du symbolisme", p. 116.
[15] M. Schneider, op. cit. p, 241. Così concepita, questa "desimbolizzazione" non è altra cosa che una petizione di principio, conseguenza del far dipendere la logica dall'ordine simbolico dalla "legge del padre" e di separare in tre registri distinti il significato del mondo. Se simbolizzare vuol dire introdurre qualcosa nel luogo del significante e della sua logica fallica [Jacques Lacan, La relation d'objet. Le seminaire, livre IV, Seuil, Parigi, 1994; Le significant et le Saint-Esprit, p. 51].
[16] Ibid. p. 364.
[17] Claude Lévi-Strauss, Les structures élémentaires de la parenté, Mouton, Parigi, 1967, p. 136.
[18] Jacques Lacan, op. cit., p. 191.
[19] Robert Filmer (1588-1653) Patriarcha, L'Harmattan, Parigi, 1991, e il capitolo su Filmer nel libro di John Dun, La Pensée politique de John Locke, PUF, Parigi, 1991.
[20] Ai nostri giorni abbiamo dimenticato la distinzione - aristotelica e scolastica, centrale in Spinoza e fondamentale in politica - tra potentia e potestas: la potenza come capacità ("il potere di creare"), e la potenza come dominio ("il potere di comandare"), confondendo così la capacità che può stabilire una relazione sinergica compatibile con l'eguaglianza nell'azione collettiva, e il dominio, una relazione asimmetrica tra colui o coloro che comandano e colui o coloro che obbediscono.
[21] Vedere Friederich Nietzsche, La volontà di potenza, I, Gallimard, Parigi, 1995. "Il nuovo concetto dell'individuo", p. 282 e seguenti.
[22] Jacques Lacan, Ecrits, Seuil, Parigi, 1966, p. 677.
[23] Jacques Lacan, Les formations de l'inconscient. La Séminaire, livre V, Seuil, Parigi, 1998, p. 191.
[24] M. Schneider, op. cit., p. 225.
[25] Ibid., p. 227.
[26] F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Libr. Gén. Française, Parigi, 1995, pp. 303-304.
[27] Per ricordare: nel mito freudiano del padre primordiale, sono i fratelli che hanno instaurato la legge e il padre morto è stato intronizzato come fantasma per sostenere l'obbedienza.
[28] M. Schneider, op. cit., p. 199.
[29] Vedere Eduardo Colombo, De la Polis et de l'espace social plébèien, Paris, 1990.
[30] Tocqueville, op. cit., vol. II, p. 433.
[31] C. Castoriadis, Figures du pensable, Seuil, Paris, 1999. La montée de l'insignifiance, Seuil, Paris, 1996, pp. 66-67.
[32] Platone, Menesseno, 238c7-239d2.
[33] M. Schneider, op. cit., p. 61.
[34] Ibid, p. 51.
[35] Vedere nota 16. Se le donne hanno ottenuto un certo riconoscimento, ancora molto timido, della loro capacità (potentia) nella vita sociale, esse sono lungi, e molto, dall'aver ottenuto un posto nell'istituzione politica della società. D'altronde, non vedo perché una società più egualitaria dovrebbe nominare in termini di differenziazione sessuale l'agente dell'azione politica. Cattiva ideologia che faceva dire un tempo a un psicanalista: tutto ciò che è a punta è maschile, tutto ciò che è rotondo è femminile.
[36] M. Schneider, op. cit., p. 67.

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