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5 maggio 2012 6 05 /05 /maggio /2012 05:00

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Il metodo dialettico


Dal punto di vista metodologico i suoi scritti rappresentano indubbiamente quanto di meglio è stato scritto in difesa del marxismo.

KARL RADEK

Quando Rosa Luxemburg nel 1898 arrivò in Germania, il dibattito sul revisionismo aperto dagli scritti di Bernstein stava divampando e la partecipazione a quel dibattito segnò l’ingresso della Luxemburg - che fin allora si era occupata prevalentemente del dibattito interno del socialismo polacco soprattutto in ordine al problema nazionale - nella cerchia non numerosa dei più apprezzati studiosi del marxismo. E veramente la sua replica a Bernstein rimane ancor oggi un modello di metodologia marxista, nettamente superiore alle critiche che allo stesso Bernstein rivolsero in quell’occasione Kautsky, Plekhanov, Mehring, ecc. [10].

Se accettiamo il pensiero espresso da Lukács che il valore principale del marxismo sia nel suo metodo dialettic o [11], pensiero che del resto collima perfettamente con quello di Rosa Luxemburg, possiamo più facilmente apprezzare l’importanza del contributo luxemburghiano alla formulazione di una moderna strategia marxista [12]. L’opera della Luxemburg consiste infatti proprio nello sforzo di calare il metodo dialettico di Marx nel vivo della lotta di classe, di farne non solo un metodo per l’interpretazione della storia e l’analisi della società presente, ma un metodo applicato altresì per fare la storia, cioè applicato all’azione di grandi masse e alla costruzione cosciente del futuro. Come pochi altri marxisti essa sentiva la realtà e la storia in modo dialettico e, come ebbe a scrivere lei stessa, concepiva la dialettica storica come la “rocca su cui poggia tutta la dottrina del socialismo marxista” [13] o anche come “il modo specifico di pensare del proletariato cosciente”, “l’arma intellettuale con la quale il proletariato, materialmente ancora soggiogato, vince la borghesia dandole la dimostrazione della sua transitorietà storica, mostrando l’inevitabilità della propria vittoria, attuando fin d’ora la rivoluzione nel regno dello spirito!” [14]. In altre parole era grazie al pensiero dialettico che la Luxemburg vedeva l’avvenire socialista già nel presente capitalistico; ciò significava cogliere gli aspetti contraddittori ma indissolubili della realtà di oggi, vedere il processo storico, che da quella contraddittorietà scaturiva e rendersi conto che la vera essenza di ogni momento appare soltanto se consideriamo quel momento inserito nella continuità della storia. Ma chi dice storia dice totalità del processo storico: così come non possono essere artificiosamente separati nel tempo i diversi momenti che si inseriscono l’uno nell’altro in una successione senza fine, allo stesso modo i diversi aspetti, le diverse facce della realtà non possono neppure essere isolate dal contesto generale di cui fanno parte e in cui reciprocamente si condizionano e si influenzano.

Il punto di vista della totalità è il punto di vista da cui si pone sempre Rosa Luxemburg nella considerazione di qualunque fenomeno e di qualunque avvenimento, precisamente quel punto di vista che Lukàcs, del resto sotto l’influenza luxemburghiana, considera l’essenziale del metodo marxista [15]. Uso naturalmente la parola totalità nel senso lukàcsiano, o, per essere più esatti, marxista e luxemburghiano, di totalità concreta, di un complesso organico di relazioni, in cui ogni cosa è riferita al tutto e il tutto predomina sulla parte, ma, naturalmente, non un tutto fisso statico immutabile, bensì un tutto che e esso stesso in trasformazione continua. Perciò ogni separazione fra politica, economia, diritto, morale, ecc. è arbitraria in quanto si tratta di facce diverse dello stesso processo unitario (facce che pertanto si possono distinguere come tali ma non separare in modo astratto), così come è arbitraria ogni separazione netta di periodi e di fasi diverse del processo storico in quanto ognuna comprende in sé la radice dei successivi sviluppi e la ragione del proprio superamento, come è arbitraria l’interpretazione a senso unico di fatti isolati, avulsi dalla totalità del reale, come se ciascun fatto, ciascuna azione, ciascun movimento, ciascun fenomeno non fosse un anello di una catena infinita di reciproche azioni e reazioni. Solo chi ha la coscienza di questa totalità può intendere i momenti distinti in cui essa si articola, vederli nelle loro mutue relazioni, nella loro intrinseca contraddittorietà, nelle loro linee di sviluppo, e solo chi non conosce arbitrarie chiusure può studiare e analizzare concretamente i fenomeni singoli.

Questa coscienza della totalità Rosa Luxemburg ebbe sempre presente nell’analisi dei fenomeni sociali e nella sua polemica con gli avversari ebbe frequente occasione di denunciare la tendenza a isolare i fenomeni, a perdere la nozione del tutto. Nella sua polemica con Bernstein, che è innanzitutto, come si è detto, una lezione di metodo, quest’accusa ritorna insistente: "Con l’abbandono del socialismo scientifico ha perso l’asse di cristallizzazione intellettuale attorno a cui raggruppare i singoli fatti nell’insieme organico della visione generale del mondo" [16] o anche: "Alla base di tutti i suddescritti particolari della teoria dell’adattamento - prescindendo dalla loro reale falsità - sta ancora un tratto caratteristico comune. Questa teoria non concepisce tutti i fenomeni della vita economica presi in considerazione come elementi organici dello sviluppo capitalistico complessivo, ma avulsi da questi rapporti, come fenomeni a se stanti, come disjecta membra di una macchina priva di vita" [17]; ma lo stesso richiamo al senso della totalità nella valutazione dei fenomeni ritorna in quasi tutte le sue polemiche, sia contro Lenin (“Ma se si considerano questi fenomeni, che sono sorti su un concreto terreno storico, avulsi dal loro contesto, per farne dei modelli astratti di un valore universale e assoluto; si commette il più grave peccato contro lo “spirito santo” del marxismo, cioè contro il suo metodo di pensiero storico-dialettico”) [18], sia contro Kautsky che, per giustificare l’atteggiamento della socialdemocrazia durante la guerra mondiale, separa arbitrariamente il tempo di guerra dal tempo di pace come se “le guerre dell’attuale periodo storico” non derivassero “dagli interessi concorrenti dei gruppi capitalistici e dal bisogno del capitale di espandersi” e come se queste cause non agissero “non soltanto quando tuonano i cannoni, ma anche in tempo di pace”, confermando l’insegnamento di Clausewitz che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” [19]; così contro tutti i socialdemocratici fautori della guerra in nome del diritto alla difesa contro il pericolo zarista (“Così lo stesso concetto di quella guerra modesta e virtuosa di difesa della patria, che aleggia oggi davanti ai nostri parlamentari e giornalisti, è una pura finzione che fa sentire vivamente la mancanza di qualsiasi concezione storica del tutto e delle sue correlazioni”) [20]. Lo stesso profondo senso internazionalistico che ebbe la Luxemburg, militante e dirigente al tempo stesso di due partiti, quello tedesco e quello polacco, e supremamente interessata, anzi partecipe di tutte le vicende del movimento operaio internazionale, rispondeva a questa esigenza: “La politica proletaria (...) deve orientarsi internazionalmente nel complesso globale della situazione politica mondiale” [21]; oppure: “Quanto più noi impariamo a conoscere gli stessi principi della socialdemocrazia in tutta la molteplicità del suo diverso ambiente sociale, tanto più prendiamo coscienza di quel che è l’elemento essenziale, fondamentale, di principio del movimento socialdemocratico, tanto più retrocede la limitatezza di orizzonte che è la conseguenza di ogni visione soltanto locale. Non per nulla nel marxismo rivoluzionario vibra così forte la nota internazionale, non per nulla il pensiero opportunistico risuona sempre in un particolarismo nazionale” [22].

Si può dire che il fondamento teorico della lunga battaglia condotta dalla Luxemburg contro il revisionismo e il riformismo sia il riferimento alla categoria della totalità, che è l’essenza appunto del marxismo rivoluzionario, mentre i revisionisti sono degli empirici volgari che isolano i singoli fatti, e non riescono a vedere la totalità del processo storico. Per un marxista afferrare la totalità del processo storico significa vederne le interne contraddizioni e la necessità del loro superamento attraverso la vittoria del socialismo; significa perciò, nella lotta pratica, non separare mai i singoli momenti e i singoli obiettivi della lotta dalla visione generale della lotta stessa, l’azione quotidiana rivendicativa e riformatrice dalla prospettiva rivoluzionaria, dallo “scopo finale”. E questa unità dello scopo finale e della azione quotidiana costituisce precisamente il cardine, il punto centrale della strategia luxemburghiana della lotta di classe. “Si può intuire tutta l’importanza della concezione luxemburghiana per quel tempo - sulla base del fatto che ancora oggi si conducono aspre battaglie in seno al movimento operaio circa l’importanza della piccola guerra quotidiana e il suo rapporto con lo scopo finale. Per gli anni ‘90 la Luxemburg diede francamente il fondamento teorico di una strategia della lotta socialista. All’occorrenza una siffatta teoria si sarebbe potuta costruire sulla base di accenni occasionali, appena notati, di Marx e di Engels, ma tutta l’attività sindacale e parlamentare della socialdemocrazia occidentale riposava sul mero empirismo, i cui pericoli dovevano apparire ben presto nel movimento riformistico. È meravigliosa quest’opera di una ventitreenne che lotta dall’esilio contro l’assolutismo, in una posizione in cui facilmente le idee romantiche sbocciano rigogliose. L’opera è frutto di studi seri delle teorie rivoluzionarie e della storia, ma in pari tempo anche la manifestazione di un istinto politico sicuro” [23].

L’accenno di Frölich ai ventitré anni di Rosa Luxemburg è in relazione alla stesura da parte sua, per conto della redazione della rivista Sprawa Robotnicza [24] di un rapporto al congresso internazionale socialista di Zurigo [25], in cui appunto si afferma l’esigenza di una strategia globale, cosciente dello scopo; con maggior chiarezza questa esigenza è riaffermata nel successivo rapporto al congresso di Londra del 1896 [26], dove è messo in risalto il carattere caotico del movimento operaio polacco degli anni precedenti (1889-1892) per la mancanza precisamente di un nesso fra le rivendicazioni da porre immediatamente e gli scopi lontani da perseguire. Ma è nella battaglia contro il revisionismo e l’opportunismo tedeschi che essa ha modo di elaborare e di chiarire la sua dottrina rivoluzionaria. Già nel primo congresso della socialdemocrazia tedesca a cui prende parte e in cui prende la parola, quello di Stoccarda del 1898, il problema del rapporto fra lotta quotidiana e scopo finale è al centro della sua argomentazione.

“I discorsi di Heine e altri hanno mostrato che nel nostro partito si è oscurato un punto estremamente importante, cioè la comprensione del rapporto fra il nostro scopo finale e la lotta quotidiana. Si dice: quello dello scopo finale è un passo attraente del programma, che certo non può essere dimenticato, ma che non ha alcun rapporto immediato con la nostra lotta pratica. Forse può esserci un certo numero di compagni che pensano: una speculazione circa lo scopo finale sarebbe una questione dottorale nel vero senso della parola. Io affermo al contrario che per noi come rivoluzionari, per noi come partito proletario non esiste nessuna questione più pratica che quella dello scopo finale. Riflettano infatti: in che cosa consiste lo specifico carattere socialista del nostro movimento? La lotta pratica vera e propria si divide in tre momenti: lotta sindacale, lotta per le riforme sociali e lotta per la democratizzazione dello Stato capitalistico. Queste tre forme della nostra lotta sono socialismo in senso proprio? Assolutamente no. (...) Che cosa fa di noi allora un partito socialista nella nostra lotta quotidiana? È solo il riferimento di queste tre forme della lotta pratica allo scopo finale. Solo lo scopo finale è quello che forma lo spirito e il contenuto della nostra lotta socialista, che ne fa una lotta di classe” [27]. E in un successivo intervento allo stesso congresso, conclude rovesciando la famosa proposizione di Bernstein secondo cui il movimento era tutto e lo scopo nulla. “All’ultimo discorso del Kaiser, - essa dice, - dev’essere data risposta. Dobbiamo dire chiaro e tondo come Catone il vecchio: “infine io penso che questo Stato dev’essere distrutto”. La conquista del potere politico rimane lo scopo finale e lo scopo finale rimane l’anima della lotta (...) Il movimento come tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come fine a se stesso è nulla per la classe operaia, lo scopo finale è tutto” [28].

I suoi due saggi contro Bernstein, di cui abbiamo già sopra parlato, sviluppano in profondità lo stesso tema: la concezione bernsteiniana è meccanica e non dialettica perché non vede la società e la storia come insieme di relazioni organicamente collegate ma come nude serie di fatti, ciò che permette di astrarre determinati rapporti causali, di separare proudhonianamente i “lati buoni” e i “lati cattivi” della società [29],  di esaminare isolatamente e di considerare come eliminabili e correggibili fenomeni che sono invece momenti essenziali del processo di sviluppo capitalistico, di degradare perciò la lotta di classe dal suo scopo politico fondamentale di lotta per il potere ad una serie di azioni staccate, volte a ottenere singoli miglioramenti che non hanno alcun rapporto con la lotta concepita nella sua totalità, cioè con lo scopo finale. E una ventina d’anni dopo, illustrando il programma spartachiano, ne mette in rilievo la opposizione al programma di Erfurt proprio perché esso lega scopo finale e rivendicazioni immediate [30].

“In questa prospettiva, - osserva Lukács - la separazione revisionistica del movimento e dello scopo finale si manifesta come una ricaduta al livello più primitivo del movimento operaio. Perché lo scopo finale non è uno stato che attende il proletariato al termine del movimento, indipendentemente da questo movimento e dal cammino che esso percorre, uno “Stato dell’avvenire” situato in qualche luogo; non è uno stato che si possa di conseguenza tranquillamente dimenticare nelle lotte quotidiane e accentuare tutt’al più nelle prediche domenicali come un momento di elevazione opposto alle preoccupazioni quotidiane. Non è un “dovere”, un’“idea” che sarebbe coordinata in funzione regolatrice al processo “reale”. Lo scopo finale è invece piuttosto quella relazione alla totalità (alla totalità della società considerata come processo), da cui soltanto ogni singolo momento della lotta trae il suo senso rivoluzionario. Una relazione che è inerente a ogni momento precisamente nella sua semplice e prosaica quotidianità, ma che non diventa reale se non nella misura in cui se ne prende coscienza e in cui si conferisce pertanto realtà al momento della lotta quotidiana rendendo palese la sua relazione alla totalità” [31]. Tuttavia, prosegue Lukács, se si volesse mantenere la purezza dello scopo finale, dell’“essenza” del proletariato, si rischierebbe di perdere il senso della concretezza del reale, di ricadere nell’estremismo, malattia infantile ma perennemente ricorrente del movimento operaio.

Quest’ultimo problema non era sfuggito alla Luxemburg che anzi aveva chiaramente individuato le cause del permanente risorgere in seno al movimento operaio dell’opportunismo e dell’estremismo nella contraddizione stessa della società capitalistica riflessa in seno al movimento operaio. “La dottrina marxista è non soltanto in grado di confutarlo teoricamente, ma è anche la sola capace di spiegare l’opportunismo come fenomeno storico nel divenire del partito. Lo sviluppo storico del proletariato sino alla sua vittoria finale non è effettivamente ‘una cosa così semplice’. Tutta l’originalità di questo movimento consiste nel fatto che per la prima volta nella storia le masse popolari devono realizzare la loro volontà da se stesse e contro tutte le classi dominanti, ma devono situare questa volontà nell’al di là rispetto alla attuale società, cioè oltre di essa. Ma questa volontà le masse non possono formarsela che nella lotta continua contro l’ordinamento esistente e solo nella cornice di esso. L’unione della grande massa popolare con uno scopo che va al di là di tutto l’attuale ordinamento, della lotta quotidiana con la grande riforma del mondo, questo è il grande problema del movimento socialdemocratico, il quale quindi deve operare procedendo per tutto il corso del suo sviluppo fra due scogli: fra l’abbandono del carattere di massa e l’abbandono dello scopo finale, fra ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese, fra anarchismo e opportunismo” [32].

Questo passo di Rosa Luxemburg è di una grande importanza non solo per capire l’essenza del suo pensiero dialettico ma anche per capire la radice delle continue e insopprimibili deviazioni che si manifestano in seno al movimento operaio verso il riformismo e verso l’estremismo, verso l’opportunismo e verso il settarismo; e dell’importanza di questa osservazione era certamente consapevole la Luxemburg. che la riprese quasi alla lettera parecchi anni dopo nella sua polemica con Lenin [33]. Il senso del passo ora citato è che, vivendo in seno a una società contraddittoria, anche l’operaio partecipa di questa natura contraddittoria ed è al tempo stesso membro della società borghese, interessato ad assicurarsi in seno ad essa le migliori condizioni di vita, e membro della classe rivoluzionaria, della classe cioè che non può emanciparsi completamente dallo sfruttamento capitalistico se non rovesciando l’ordinamento capitalistico. Ora a seconda che il singolo operaio, o frazioni più o meno larghe del movimento, tengano conto, soltanto della lotta quotidiana per i miglioramenti o soltanto dello scopo finale, essi tendono o addirittura precipitano verso l’una o l’altra delle deviazioni classiche: nel primo caso trascurano lo scopo finale, cioè la necessità che ogni passo del movimento sia tale da portare avanti la negazione della società capitalistica, e rimangono interamente entro la cornice della stessa, in ultima analisi rimangono su terreno borghese e in posizione subalterna; nel secondo caso rifiutano la lotta quotidiana pensando soltanto a preparare lo scopo finale, e in questo modo si estraniano dalla realtà, si chiudono nel dogma e nella setta, si separano dalla corrente vitale del movimento, fino a cadere nel massimalismo del “tutto o nulla”, un dilemma che in realtà ha un solo corno, quello del nulla, perché il tutto lo si può conquistare solo se lo si prepara precisamente attraverso quella lotta quotidiana che si è rifiutata.

Forse qualche lettore potrà stupire che io attribuisca tanta importanza a questa osservazione di Rosa Luxemburg, ormai tante volte ripetuta da sembrare addirittura banale, eppure chi conosce la storia del movimento operaio sa che è proprio attorno a questo problema non risolto, a questo nesso tante volte cercato e mai seriamente afferrato dai partiti operai che si sono combattute tante lotte, operate tante scissioni, che si è consumata soprattutto la degenerazione progressiva della socialdemocrazia tedesca fin alla miserabile fine del 4 agosto 1914 e, successivamente, la degenerazione di tutti i partiti socialisti occidentali. I revisionisti che vogliono appunto rivedere il marxismo, espungendone, secondo il proposito di Bernstein, il “residuo utopistico” dello scopo finale con la pretesa di ridargli in questo modo unità scientifica e di liberarlo dal dualismo fra scienza e utopia, non si avvedono che “il ‘dualismo’ di Marx non è che il dualismo dell’avvenire socialistico e del presente capitalistico, del capitale e del lavoro, della borghesia e del proletariato, è il riflesso scientifico monumentale del dualismo esistente nella società borghese, degli antagonismi borghesi di classe” [34]. E contro la prassi quotidiana che, mantenendo fede a parole allo scopo finale, tende tuttavia a separare arbitrariamente lotta politica e lotta sindacale e a riconoscerne l’indipendenza reciproca, Rosa Luxemburg ammonisce che “non vi sono due diverse lotte di classe della classe operaia, una economica ed una politica, ma vi è una sola lotta di classe, che in pari tempo è diretta a limitare lo sfruttamento capitalistico all’interno della società borghese e a sopprimere questo sfruttamento insieme con la società borghese” [35].

Ma essa non ignora che queste separazioni astratte di lotta economica e di lotta politica, di rivendicazione immediata e di prospettiva socialista, che vengono spazzate via in periodi agitati di crisi dall’intensità e dal vigore delle lotte operaie, sono destinate a rinascere di nuovo e magari a cristallizzarsi in tempi tranquilli, quando sulla capacità creativa delle masse prenda il sopravvento la routine burocratica delle organizzazioni e la prassi quotidiana degli stessi lavoratori, soprattutto di quelli che già beneficiano di una condizione di vita migliore. Perciò essa considera l’opportunismo un fenomeno insopprimibile del movimento operaio, una delle due facce contraddittorie ma coesistenti, la faccia rivolta solo verso l’oggi, la faccia che esprime il contatto immediato con la società borghese senza saperla afferrare dialetticamente. Questa spiegazione marxista dell’opportunismo dà a Rosa Luxemburg una posizione preminente nel grande dibattito bernsteiniano: non si tratta infatti di correggere semplicemente gli “errori” di Bernstein, come si sforza di fare Kautsky, ma si tratta di capire la radice di classe dell’opportunismo: vivendo all’interno della società borghese, subendo esso stesso il riflesso delle contraddizioni di questa società, il movimento operaio esprime anch’esso momenti contraddittori, e uno di essi - quello empiricamente opportunistico - significa accettazione della società borghese, accettazione della mentalità borghese, significa in altre parole la presenza del nemico di classe all’interno del movimento operaio, presenza che va recisamente combattuta ma di cui non si può ignorare la ragione ricorrente.

Ecco perché da un lato Rosa Luxemburg era la più radicale oppositrice dell’opportunismo e del revisionismo bernsteiniano che essa considerava al di fuori del socialismo, e “alle esortazioni intese a persuaderla che qui si trattava soltanto di discordie in seno al socialismo, ella rispondeva che trattavasi invece della lotta contro la borghesia, la cui influenza il revisionismo trasportava nel campo del socialismo” [36]; e dall’altro lato non indulgeva all’illusione di combattere l’opportunismo con mezzi organizzativi o disciplinari. “È un’illusione - essa scrive in polemica con Lenin - del tutto fuori della storia pensare che la tattica socialdemocratica possa essere fissata in precedenza una volta per tutte e che il movimento operaio possa essere garantito una volta per tutte contro le deviazioni opportunistiche” [37]. Il movimento operaio dev’essere considerato come un processo continuo, in cui continuamente si riproducono queste due deviazioni, l’estremismo e l’opportunismo, che nascono dall’isolamento dei due termini (scopo finale e lotta immediata) ed è combattendo contro queste due deviazioni, e in questa battaglia raggiungendo la coscienza dialettica dell’unità della sua lotta, che la socialdemocrazia riesce ad elaborare una giusta strategia. “Il movimento proletario non è diventato tutto in una volta socialdemocratico, neppure in Germania, ma lo diventa ogni giorno e anche grazie al continuo superamento delle deviazioni estreme dell’anarchismo e dell’opportunismo, entrambi soltanto momenti del movimento della socialdemocrazia, considerata come un processo” [38]. Il partito tedesco era infatti passato dalla necessità di combattere la deviazione estremista, cioè la sottovalutazione della lotta quotidiana e l’esaltazione dello scopo finale considerato a se stante, alla necessità di combattere la deviazione opportunistica, cioè la sopravvalutazione della lotta quotidiana e il pratico abbandono dello scopo finale [39].

Ma che cosa significa unità della lotta? Che cosa significa che anche nella lotta quotidiana si deve ricercare lo scopo finale, cioè la conquista del potere per la trasformazione socialista della società? Significa che il criterio che deve guidare il movimento operaio in tutta la sua azione, sia sul terreno sindacale che sul terreno politico, dev’essere sempre il criterio di un avvicinamento reale al fine, che in qualsiasi momento il movimento operaio deve aver di mira non i singoli atti, i singoli provvedimenti, le singole conquiste valutate in se stesse ma sempre in rapporto al processo storico considerato nella sua complessità, per cui un vantaggio economico, magari un aumento di salario, che sia pagato con un compromesso politico che rafforzi il potere di classe avversario o favorisca i programmi bellici dell’imperialismo, dev’essere rifiutato, mentre una sconfitta sul terreno pratico che però rafforzi la coscienza di classe può costituire un passo avanti del movimento operaio e in ultima analisi tradursi in un successo.

Se invece ci si mette sul terreno della mentalità borghese che atomizza la società, che vede le cose in luogo dei processi, che cerca di sfuggire alle contraddizioni isolando i fenomeni, se si accetta di considerare ogni cosa a se stante, avulsa dalla totalità del reale, senza vederne le incidenze sul processo storico, allora qualunque mercato diventa possibile anche per il movimento operaio, ma lo si fa a prezzo della rinuncia al carattere socialista del movimento stesso che solo si esprime in una visione d’assieme. Era questa la concezione illustrata dal deputato berlinese Heine, che andò sotto il nome di teoria della “compensazione”, in base alla quale i socialisti avrebbero dovuto negoziare il loro voto in parlamento in favore dei crediti militari contro concessioni nel campo della politica sociale, ed era la stessa concezione che induceva un altro deputato, Schippel, a farsi paladino di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali per “il maggiore sviluppo della nostra industria”: concezioni le quali mostravano precisamente di ignorare che, in cambio di qualche vantaggio immediato sul piano salariale o sociale, i socialisti non avrebbero soltanto dato un voto in parlamento ma avrebbero contribuito a rafforzare il militarismo e il protezionismo, cioè due strumenti di oppressione capitalistica e di sviluppo imperialistico, come appariva chiaro a chiunque sapesse guardare in fondo alla realtà.

Certo, “se si trascurano le contraddizioni insuperabili e si pone mente solo al fatto che proletariato e borghesia vivono sul medesimo suolo si può arrivare alla comprensione dei cosiddetti interessi nazionali per la difesa dell’industria nazionale (vedi discorsi di Schippel ad Amburgo), per la ‘difesa’ nazionale (vedi lo stesso Schippel e la sua posizione sul problema della milizia), per la Triplice Alleanza (vedi i discorsi di Vollmar a Monaco 1891), per la politica coloniale “ragionevole” (vedi Bernstein nelle sue Premesse del socialismo)” [40]. Ma “a questo modo la concezione opportunistica, che apparentemente non porta ‘nulla di nuovo’ nel partito, in realtà porta a poco a poco un totale rivolgimento in tutta la fisionomia del movimento operaio. Il programma, la tattica, l’atteggiamento verso lo Stato, verso la borghesia, verso la politica estera, verso il militarismo, tutto è capovolto, e da partito rivoluzionario e internazionalista la socialdemocrazia si trasforma in un partito nazionale-piccolo-borghese-socialriformista” [41].

Naturalmente gli opportunisti, almeno gli opportunisti dichiarati [42], rispondevano mettendo in discussione gli stessi fondamenti teorici marxisti, “giacché la nostra ‘teoria’, cioè i principi del socialismo scientifico pongono dei limiti molto fermi all’azione pratica, in rapporto tanto agli obiettivi da perseguire quanto ai mezzi di lotta da impiegare, quanto infine al modo stesso della lotta. Ne consegue pertanto presso coloro che vanno a caccia solo di successi pratici, il naturale desiderio di aver le mani libere, cioè di separare la nostra pratica dalla ‘teoria’ e di renderla indipendente da questa” [43]. E purtroppo, come notava lei stessa, ogni anno, ogni congresso crescevano i fautori del “vangelo della ‘politica pratica’” [44]. Tuttavia, essa aggiungeva, “non grazie al vangelo della cosiddetta ‘politica pratica’, ma malgrado essa, il nostro movimento è diventato grande e forte” [45].

In questo conflitto fra l’empirismo volgare e opportunistico dei dirigenti e dei quadri socialdemocratici e la visione marxista di Rosa Luxemburg, fu il primo che riuscì vincitore sul terreno dell’azione immediata ma gli avvenimenti storici hanno invece tragicamente confermato le analisi e le previsioni della Luxemburg: il lento processo di corruzione quotidiana ha portato nel giro di pochi anni la socialdemocrazia tedesca a schierarsi con l’imperialismo nella guerra del 1914 e, dopo la guerra, a spianare con il suo atteggiamento la via al nazismo. Ma quando essa moveva le sue critiche, era facile agli uomini di corta veduta rimbeccarla con l’accusa di dottrinarismo, a fronte del quale l’empirismo volgare si drappeggiava nelle vesti del “realismo” politico pratico, quel realismo da piccolo cabotaggio che Marx aveva già condannato [46] e nei cui confronti la storia ha ripetuto tante volte la condanna senza tuttavia riuscire ad estirparne mai le radici, che affondano, come Rosa Luxemburg ha dimostrato, proprio nell’humus della società borghese e sono quindi inestirpabili finché questa duri.

La lotta di classe rivoluzionaria contro l’imperialismo e contro l’opportunismo piccolo-borghese che ne deriva: questo fu dunque l’impegno fondamentale di Rosa Luxemburg nella sua opera di militante. Ma non si può condurre una lotta di classe rivoluzionaria se ogni momento e ogni aspetto della lotta non vengono ricondotti alla totalità del processo storico al lume del metodo marxista. “L’essenza del marxismo non consiste in questa o quella opinione sui problemi correnti ma solo in due fondamentali principi: l’analisi dialettico-materialistica della storia, una delle cui conclusioni cardinali è la teoria della lotta di classe, e l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica. Quest’ultima teoria (...) è essa stessa una geniale applicazione della dialettica e del materialismo storico all’epoca dell’economia borghese. L’anima di tutta la dottrina di Marx è il metodo dialettico-materialistico di esaminare i problemi della vita sociale, in base al quale non esistono i fenomeni, i principi e i dogmi costanti ed immutabili (...) e secondo cui ogni verità storica è sottoposta a costante ed implacabile critica da parte del reale sviluppo storico” [47].

Ne discende ovviamente che l’azione socialista è condizionata dalla conoscenza del processo storico, dello sviluppo sociale, in una parola dalla visione della totalità. Solo su questa base, sulla stretta unità di conoscenza e di azione, di teoria e di pratica, si possono ottenere successi, solo affermando continuamente, grazie al metodo marxista, la totalità del reale e riferendovi la valutazione dei singoli momenti, il movimento operaio può andare avanti anche nei suoi aspetti pratici quotidiani, nelle sue lotte economiche e sindacali. E dal canto suo essa cercò sempre nei suoi scritti di sviluppare il senso storico del presente, cioè la capacità di analizzare gli avvenimenti contemporanei, di individuare le forze in movimento e le loro tendenze di sviluppo, di sceverare l’essenziale dall’accessorio, di districare i grovigli più complessi, di valutare le reciproche azioni e reazioni e così di scoprire anche le leggi nascoste dello sviluppo sociale e prevedere alcune linee fondamentali del divenire storico.

L’analisi storica del presente da lei condotta si basa innanzitutto sul riconoscimento delle leggi obiettive di sviluppo che sono immanenti alla società capitalistica. Sono le leggi studiate da Marx e su cui non è il caso di ritornare in questa sede, non foss’altro per ragioni di spazio. D’altra parte Rosa Luxemburg non si è quasi mai soffermata nei suoi scritti a riprendere, ripetere o riassumere gl’insegnamenti marxisti ma si è sforzata di mostrarli in vivo nell’analisi che conduceva dei fenomeni contemporanei e nelle conseguenze che ne traeva per l’azione. Il marxismo, come essa lo intendeva, è una premessa della sua opera nella quale si cercherebbero invano le lunghe discussioni sul materialismo storico, sulla preminenza del “fattore” economico o del “fattore” politico o su altri temi analoghi allora largamente dibattuti da avversari e da fautori del marxismo. In una breve lettera a Roberto Seidl che, recensendo la sua tesi di dottorato sullo sviluppo industriale della Poloni [48], aveva tratto spunto dalla dimostrazione, offerta dalla Luxemburg stessa, che lo sviluppo industriale in Polonia era stato voluto e spinto innanzi dal governo, e ne aveva ricavato come conseguenza la preminenza del momento politico, essa osservava che anche in quel caso l’elemento decisivo erano state le circostanze economiche (in primo luogo perché erano considerazioni economiche che avevano spinto il governo a promuovere lo sviluppo industriale, e in secondo luogo perché solo lo sviluppo economico generale aveva consentito il successo di questa politica di sviluppo industriale che, tentata già qualche decennio prima, era fallita appunto a causa dell’ambiente economico feudale-naturale in cui allora viveva la Polonia), e aggiungeva a conclusione: “Se quindi vi è indubbiamente un’influenza reciproca continua del momento politico ed economico nel divenire sociale, quello economico rimane in ultima istanza l’elemento determinante e decisivo”. Tuttavia “materialisti che affermino che lo sviluppo economico se ne va fischiando come una locomotiva presuntuosa sui binari della storia, e la politica, l’ideologia ecc. le si trascinano dietro abbandonate e passive come dei morti vagoni-merci” sarebbero fuori del marxismo [49].

L’accettazione del marxismo è quindi una premessa necessaria della lotta socialista. “La maggior acquisizione della lotta di classe proletaria nel corso del suo sviluppo fu la scoperta che il punto di partenza per la realizzazione del socialismo è da ricercarsi nei rapporti economici della società capitalistica. Con ciò il socialismo che era stato vagheggiato per millenni dall’umanità come un ‘ideale’ è diventato una ‘necessità storica’” [50]. “Secondo Marx, la rivolta dei lavoratori, la loro lotta di classe - ed è in ciò la garanzia della loro forza vittoriosa - non è che il riflesso ideologico della necessità storica obiettiva del socialismo” [51].

Questa concezione fondamentalmente marxista del socialismo come necessità storica ha valso a Rosa Luxemburg l’accusa di obiettivismo, di determinismo, di fatalismo, come se essa confondesse la necessità storica con la fatalità, con un processo obiettivo indipendente dalla volontà cosciente degli uomini. Al contrario, e nonostante qualche crudezza verbale che è in parte frutto di polemica e in parte dovuto al linguaggio allora in uso nei circoli ufficiali della socialdemocrazia tedesca, la sua interpretazione dialettica della storia ha sempre escluso il gioco meccanico, il concatenarsi fatale di cause ed effetti, e non ha mai confuso le leggi sociali con le leggi fisiche i cui effetti possono essere precalcolati: in una società in cui tutto si tiene, in un processo di sviluppo in cui tutto si condiziona e reciprocamente s’influenza, e in cui la volontà degli uomini è necessaria a mettere in moto la ruota della storia, l’azione di una legge può essere annullata da un’opposta reazione, un effetto prevedibile può venir meno -per l’insorgere di circostanze nuove che producono effetti contrari. Soprattutto in una società contraddittoria come la società capitalistica ogni fenomeno si presenta con due facce, mette in moto contemporaneamente azioni e reazioni contrastanti, perché è la società stessa che spinge da un lato verso lo sviluppo dell’imperialismo e dall’altro verso lo sviluppo del movimento operaio: “La politica mondiale (cioè l’imperialismo, n.d. L.B.) e il movimento operaio (...) non sono che due diversi aspetti della fase attuale dello sviluppo capitalistico” [52].

Perciò le leggi sociali sono in realtà delle tendenze, tendenze che possono benissimo non realizzarsi compiutamente. “Qui, come dovunque nella storia, la teoria rende in pieno i suoi servizi solo se ci mostra la tendenza dello sviluppo, il punto finale logico verso il quale esso obiettivamente procede. Questo non può essere raggiunto più di quanto non abbia potuto svolgersi fino alle sue conseguenze estreme qualunque periodo precedente dell’evoluzione storica. Ed è tanto meno necessario che sia raggiunto, quanto più la coscienza sociale, incarnata questa volta dal proletariato socialista, interviene come fattore attivo nel cieco gioco delle forze. Anche in questo, la giusta interpretazione della teoria marxista offre a questa coscienza i più fecondi orientamenti e lo stimolo più poderoso” [53].

“La giusta interpretazione della teoria marxista”: ecco un richiamo che andrebbe meditato da tutti i marxisti dogmatici che interpretano in senso meccanico tutte le affermazioni di Marx. Si pensi p. es. all’interpretazione meccanica e dogmatica di certe tendenzecirca il prezzo della forza-lavoro che ha spinto una vasta ala del movimento operaio a proclamare il dogma della pauperizzazione assoluta, che non è per nulla concezione marxista. “Solo gli anarchici - rilevava ai suoi tempi Rosa Luxemburg - speculano sulla miseria crescente delle masse, perciò devono essere conseguentemente considerati i rappresentanti politici e teorici del Lumpenproletariat. La socialdemocrazia al contrario si fonda sempre sull’ascesa della classe operaia, sull’elevamento della sua condizione” [54], perché sa che l’azione sindacale e l’azione politica quotidiana sono perfettamente in grado di ottenere questo miglioramento assoluto, anche se questo miglioramento assoluto può non rappresentare un aumento, ma al contrario magari una diminuzione della quota percentuale spettante ai salariati nella ripartizione del reddito nazionale. Allo stesso modo la concezione dello Stato come Stato di classe è valida come tendenza. “È già divenuto un luogo comune che lo Stato attuale è uno Stato di classe. Ma a nostro avviso anche questo concetto, come tutto ciò che ha qualche rapporto con la società capitalistica, non dovrebbe esser preso nel suo significato rigido, assoluto, bensì nel senso fluido dell’evoluzione” [55].

In questo incrociarsi e contrastarsi di tendenze, che tutte rispondono a una logica obiettiva dello sviluppo, nulla è fatale e nulla è arbitrario. Nulla è fatale perché non esistono leggi meccaniche ma appunto solo tendenze che possono essere contrastate e perché in ultima analisi è la volontà cosciente degli uomini che fa la storia e produce quelle stesse circostanze economiche da cui poi scaturiscono le tendenze obiettive. Ma nulla è arbitrario perché la volontà cosciente degli uomini si forma nel processo storico, si forma nell’azione, nella prassi, nell’esperienza, nella lotta, cioè è essa stessa condizionata dalle circostanze obiettive in cui si muove e quindi non può prescindere dalle tendenze di sviluppo, dalla “logica del processo storico obiettivo” che “precede la logica dei suoi protagonisti” [56]. La logica del processo storico obiettivo, la logica delle cose sono espressioni che ritornano sovente nei suoi scritti a riaffermare la sua convinzione che la storia non procede ad arbitrio degli uomini ma che ha in sé delle forze, naturalmente create anch’esse dagli uomini, che tuttavia, una volta messe in cammino, spingono secondo un proprio dinamismo: “il corso della rivoluzione inglese dal suo scoppio nel 1642” procedette secondo “la logica delle cose” [57]; la rivoluzione russa stessa “si è sviluppata con la fatalità dell’interna sua logica” [58]; “la guerra, per la cui continuazione si affannano Scheidemann e gli altri, ha una sua propria logica, i cui eletti portatori sono quegli elementi agrari e capitalistici che oggi in Germania siedono in sella, e non certo le modeste figure dei parlamentari e dei giornalisti socialdemocratici, i quali si limitano a tener loro le staffe” [59]; “ama le cose hanno una loro logica anche quando gli uomini non vogliono averne” [60].

Vi è quindi una logica della storia, un processo storico oggettivo. Ma “il fatto di prendere in considerazione la tendenza del processo storico oggettivo non smussa e non paralizza l’attiva energia rivoluzionaria, anzi risveglia e tempra la volontà e l’azione, indicandoci verso quali vie sicure possiamo efficacemente spingere il corso del progresso sociale, difendendoci dallo sbattere la testa contro il muro in maniera inutile e disperata, cui segue, prima o poi, la delusione e la disperazione, evitandoci anche di considerare come azioni rivoluzionarie le tendenze, che lo sviluppo sociale già da tempo ha trasformato in reazionarie” [61]. Il rivoluzionario deve quindi conoscere le tendenze oggettive dello sviluppo storico verso il socialismo per assecondarle e spingerle innanzi, senza disperdere la propria energia in mille rivoli e magari in rivoli senza sbocchi e senza speranza, già superati dal flusso della storia; ma deve altresì conoscere le tendenze oggettive che operano in senso contrario per farvi contrasto e sbarrare il passo. Così la guerra, che pure è nella logica di sviluppo dell’imperialismo si può impedire o arrestare con un intervento cosciente del movimento operaio fedele alla sua politica di classe, alla sua politica di lotta anti-imperialistica. “Una effettiva garanzia di pace e un efficace baluardo contro la guerra non possono essere dati da pii desideri, da ricette sapientemente compilate e da richieste utopistiche, rivolte alle classi dominanti, ma esclusivamente e soltanto dall’energica volontà del proletariato di restare fedele in mezzo a tutte le tempeste dell’imperialismo alla sua politica di classe e alla sua solidarietà internazionale. Non di richieste e non di formule hanno mancato i partiti socialisti dei paesi più decisivi e in particolare il partito socialista tedesco, ma della capacità di porre dietro a queste richieste la volontà e l’azione nello spirito della lotta di classe e dell’internazionalismo” [62]: è per non aver avuto il coraggio o la volontà di un intervento cosciente contro la logica guerrafondaia dell’imperialismo che la socialdemocrazia tedesca è diventata “come un rottame senza timone in preda al vento dell’imperialismo” [63], cioè trascinata dalla logica avversaria ch’essa non ha saputo contrastare. “Posta davanti all’alternativa: pro o contro la guerra, la socialdemocrazia nel momento in cui ha abbandonato il contro, è stata costretta dalla ferrea logica della storia a gettare sulla bilancia tutto il suo peso per la guerra” [64]. Ma le sarebbe stato possibile, anzi doveroso, fare la scelta contraria appoggiandosi sulle forze obiettive che spingevano contro la guerra: questa fu la politica rivoluzionaria di Lenin in Russia.

Ma in Russia il movimento socialista aveva già dato prova di ben maggiore energia e più decisa volontà e aveva mostrato fin dove possa spingersi l’intervento cosciente degli uomini nella storia: “In Russia è toccato alla socialdemocrazia il compito di sostituire con un’intromissione cosciente un periodo del processo storico e di condurre il proletariato direttamente dall’atomizzazione politica, che costituisce il fondamento del regime assoluto, alla più alta forma di organizzazione, in quanto classe che lotta per fini coscienti” [65].

Nulla quindi di più infondato che l’accusa di determinismo o di fatalismo a una rivoluzionaria come Rosa Luxemburg che poneva così vigorosamente l’accento sul fattore soggettivo nella storia da ripetere spesso le parole faustiane “in principio era l’azione” e che, in aspra polemica con i pretesi ortodossi del marxismo i quali si diffondevano nelle analisi della situazione russa senza trarne spinte rivoluzionarie socialiste, ricordava molto giustamente che “il marxismo contiene due elementi essenziali: l’elemento dell’analisi, della critica, e l’elemento della volontà attiva della classe operaia come fattore rivoluzionario. E chi adopera soltanto l’analisi, la critica, non rappresenta il marxismo, ma una miserabile parodia di questa dottrina” [66]. Quindi non semplice analisi senza volontà di trarne le necessarie conseguenze per l’azione, ma neppure volontà rivoluzionaria che non si fondi su un’analisi della situazione, delle tendenze e delle forze oggettive in presenza: è a un determinato grado dello sviluppo, a un determinato livello delle contraddizioni che la rivoluzione diventa possibile [67].

Il nesso dialettico fra il momento oggettivo e il momento soggettivo è espresso del resto con molta chiarezza. “Gli uomini non fanno arbitrariamente la loro storia. Ma essi la fanno da sé. Il proletariato dipende nella sua azione dal grado di maturità raggiunto dallo sviluppo sociale, ma lo sviluppo sociale non può prescindere dal proletariato: esso è a un tempo la sua molla di propulsione e la sua causa, come pure il suo prodotto e la sua conseguenza. La sua azione stessa è un momento determinante della storia. E se noi non possiamo saltar sopra allo sviluppo storico, come l’uomo alla sua ombra, possiamo però affrettarlo o rallentarlo. Il socialismo è il primo movimento popolare nella storia che si ponga come scopo e sia chiamato dalla storia a portare nell’agire sociale degli uomini un senso cosciente, un pensiero pianificato e con ciò il libero volere. Perciò Federico Engels chiama la vittoria finale del proletariato socialista un salto dell’umanità dal regno animale al regno della libertà. Anche questo ‘salto’ è legato alle ferree leggi della storia, ai mille gradini di una evoluzione precedente, dolorosa e fin troppo lenta. Ma esso non può essere in alcun modo compiuto se da tutto il materiale di presupposti obiettivi accumulato dall’evoluzione non scocca la scintilla animatrice della volontà cosciente della grande massa popolare. La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato. Essa può essere conquistata soltanto con una lunga serie di poderose prove di forza tra le antiche e le nuove potenze, prove di forza nelle quali il proletariato internazionale, sotto la guida della socialdemocrazia, impara e tenta di prendere nelle proprie mani i suoi destini, di impadronirsi del timone della vita sociale, di trasformarsi da una palla da gioco senza volontà della propria storia in un reggitore della stessa, dotato di una chiara visione dei propri scopi” [68].

“La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato” non poteva dirsi in modo più esplicito che quando Rosa Luxemburg parla del socialismo come di una necessità storica non si deve intendere con questa espressione una fatalità. E d’altra parte, lo abbiamo già rilevato, proprio a cagione della contraddizione dialettica insita nella società capitalistica, vi sono oggi necessità storiche contrastanti: “La dialettica storica si compiace per l’appunto di contraddizioni e pone nel mondo per ogni necessità anche il suo contrario. Il dominio di classe borghese è senza dubbio una necessità storica, ma anche la sollevazione della classe lavoratrice contro di esso; il capitale è una necessità storica, ma anche il suo becchino, il proletariato socialista; il dominio mondiale dell’imperialismo è una necessità storica, ma anche la sua caduta per opera dell’Internazionale proletaria. Ad ogni passo s’incontrano due necessità storiche che sono in contraddizione l’una con l’altra” [69]. Quale vincerà?

Fino all’ultimo suo respiro Rosa Luxemburg ebbe fiducia nella vittoria del socialismo, ma non si stancò mai di ripetere che questa vittoria non avrebbe potuto essere un dono del destino, bensì soltanto il frutto di una lotta tenace e cosciente delle masse. Già all’inizio della sua attività pubblicistica in Germania essa aveva ammonito, contro le facili illusioni sul prossimo crollo della borghesia, che “sul ritmo temporale dello sviluppo borghese influiscono accanto a fattori economici anche fattori politici e storici in così spiccata misura da poter buttare all’aria qualunque più elaborata teoria sul termine di vita dell’ordinamento capitalistico” [70]. E vent’anni dopo, al termine della sua battaglia e della sua vita, essa è più che mai convinta che la vittoria del socialismo non è fatale, anche se essa soltanto può salvare l’umanità dalle peggiori catastrofi. Il brano citato più sopra proseguiva con queste parole: “La nostra necessità entra in gioco con pieno diritto nel momento in cui l’altra, il predominio borghese, di classe, cessa di essere portatrice del progresso storico per divenire un impedimento e un pericolo per lo sviluppo ulteriore della società. Questo appunto ha rivelato l’odierna guerra mondiale per l’ordinamento sociale capitalistico” [71]. Ma anche nei mesi che precedettero il suo assassinio, nel fuoco divampante della rivoluzione, essa non si stancava di ammonire “Le catastrofi in cui precipita la società capitalistica non danno la certezza della vittoria del socialismo. Se la classe operaia non trova la forza per la propria liberazione, l’intiera società e con essa la classe operaia può precipitare in lotte distruttrici. L’umanità è posta dinanzi all’alternativa: socialismo o tramonto nella barbarie! (...)”. Nel suo saggio sul programma di Spartaco (Rote Fahne, 14 dicembre 1918) essa scriveva: “O continuazione del capitalismo, nuove guerre e rapido passaggio al caos e all’anarchia o abolizione dello sfruttamento capitalistico” [72]. E ripeterà nell’ultimo suo discorso al congresso di fondazione del Partito comunista tedesco che “se il proletariato non adempie al suo dovere di classe e non realizza il socialismo, la rovina sovrasta su tutti noi assieme” [73].

Siamo ben lungi, come ognun vede, dalle interpretazioni scolastiche che hanno ridotto il marxismo a una ripetizione meccanica di formule e di schemi validi sotto qualunque latitudine e applicabili in qualunque tempo e in qualunque circostanza. Proprio perché nulla è fatale nella storia, perché le leggi di sviluppo sono in realtà tendenze, perché la necessità storica spinge in direzioni contrastanti, perché l’ultima parola spetta in definitiva all’intervento cosciente degli uomini che, quantunque obiettivamente condizionato, è pur sempre l’elemento decisivo, i dati della realtà sono sempre estremamente complessi, le analisi vanno costantemente rinnovate, le tendenze di sviluppo vanno di volta in volta soppesate per poter avere dinanzi agli occhi quella visione di totalità concreta che è per Rosa Luxemburg il punto di partenza da cui deve muovere il rivoluzionario per dirigere nel senso voluto il proprio intervento cosciente nel processo storico. “Non si dominano gli avvenimenti storici imponendo loro delle prescrizioni, ma rendendosi in anticipo coscienti delle loro prevedibili e calcolabili conseguenze e regolando in base ad esse il proprio modo di agire” [74].

In applicazione di questo principio vediamo Rosa Luxemburg costantemente impegnata in battaglia contro ogni interpretazione del marxismo che le sembri ripetizione meccanica di formule o di schemi, che non tenga conto della diversità delle situazioni. Così rimprovera a Lenin una “meccanica trasposizione di principi organizzativi” [75]; ai socialpatrioti polacchi che si riempiono la bocca con le vecchie frasi di Marx sull’indipendenza della Polonia ricorda che quel che conta è l’applicazione del metodo e dei fondamentali principi della dottrina marxista e non “trasformare una particolare opinione di Marx sulla politica corrente in un vero dogma, immutabile in tutti i tempi, indipendente dallo sviluppo delle condizioni storiche e non sottoposto a dubbi né a critica” [76]; agli avversari dello sciopero di massa che si richiamano a un vecchio scritto di Engels ripete che “lo stesso ordine di idee, lo stesso metodo” in situazioni mutate possono portare a conclusioni mutate [77], ai menscevichi russi che ancora dopo la rivoluzione del 1905 invocano le frasi del Manifesto di Marx per dimostrare la funzione rivoluzionaria della borghesia e la necessità di appoggiare la rivoluzione borghese, replica che “richiamarsi alla caratterizzazione del ruolo della borghesia fatto da Marx e da Engels 58 anni fa, per applicarla alla realtà attuale, costituisce un esempio crasso di pensiero metafisico, la riduzione del vivo e storico autore del Manifesto in un dogma rigido”, mentre “il pensiero dialettico, che è caratteristico del materialismo storico, esige che si considerino i fenomeni non in condizioni statiche, ma in movimento” [78]. E quanto all’apparente "onnipetenza e infallibilità teorica del marxismo ufficiale”, cioè di Kautsky e compagni, essa dirà che si trattava soltanto di “epigonismo teorico abbarbicato alle formule del maestro nell’atto stesso in cui ne rinnegava lo spirito vivente” [79].

Chi legga gli scritti di Rosa Luxemburg troverà che questi rimproveri e queste accuse contro le interpretazioni dogmatiche, meccaniche, rigide, astratte del marxismo hanno in generale riscontro nel suo sforzo di applicare il metodo marxista ad ogni nuova situazione di cogliere l’infinita ricchezza del reale pur senza perdersi nei dettagli inutili ma anzi puntando sempre all’essenza delle cose, di vedere in un quadro vivo i nessi molteplici dei fenomeni, in una parola di afferrare la realtà nel suo ritmo vivente soprattutto se si trattava del ritmo dello sviluppo capitalistico o dei crescere del movimento operaio: sotto questo aspetto l’esposizione delle vicende rivoluzionarie russe del 1905 come pure diversi passi dei suoi scritti sulla guerra o la narrazione delle conquiste coloniali fatta nell’Accumulazione riescono a dare un quadro particolarmente efficace sia dei molteplici aspetti del fenomeno sia dell’intima logica che li unisce. Lo stesso suo stile, pur attraverso certe ridondanze oggi desuete, dà sempre l’impressione del vivo, del mosso, del concreto, mille miglia lontano dalle aride descrizioni senz’anima e senza vita cui ci hanno abituato, in nome di un preteso marxismo, tanti scrittori suoi o nostri contemporanei.

Ed è grazie a questo suo metodo che essa non solo riesce a compiere delle analisi che gli avvenimenti successivi hanno poi confermato e riesce a dare giudizi pertinenti sulla situazione, ma soprattutto riesce spesso a prevedere gli sviluppi futuri della situazione; così non ebbe difficoltà a prevedere che dallo sviluppo dell’imperialismo sarebbe derivata la guerra mondiale [80] e così nel corso della prima guerra mondiale poté preannunciare quel che sarebbe poi avvenuto, cioè il trionfo del nazifascismo: “Nuovi febbrili armamenti in tutti gli Stati - naturalmente con la vinta Germania alla testa - e con ciò un’era di incontrastato dominio del militarismo e della reazione in tutta l’Europa, con una nuova guerra mondiale come scopo finale” [81].

Anche su questo punto la storia doveva darle fin troppo ragione.

In un brano che ho sopra ricordato Rosa Luxemburg osservava che l’insegnamento teorico del marxismo consisteva nell’analisi dialettico-materialistica della storia e nell’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica [82]. Come Rosa Luxemburg vedesse l’analisi dialettico-materialistica della storia ho or ora illustrato; esaminiamo rapidamente come intendesse l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica.

Il criterio dell’analisi è quello che sta a fondamento di tutta la sua concezione: è il criterio della totalità come emerge chiaramente dal suo pamphlet contro Bernstein. Quest’ultimo si era affannato a dimostrare, con gran sussidio di statistiche, che le previsioni di Marx non avevano trovato conferma nei fatti: le classi medie non erano scomparse, le crisi decennali non si ripetevano, la concentrazione capitalistica non si era verificata e via discorrendo. Alcune di queste osservazioni erano infondate e i fatti successivi le smentiranno; altre erano dovute a una radicale incomprensione del pensiero marxista. Ma quel che interessa nella polemica della Luxemburg non sono le singole contestazioni a

lcune delle quali possono anche non essere fondate, bensì la parte centrale del ragionamento. La società capitalistica, essa dice, è un complesso organico di rapporti con determinati aspetti essenziali che sono ineliminabili: fondamentale fra questi aspetti essenziali è il carattere contraddittorio di questa società, la sua incapacità a risolvere gli squilibri interni. Bernstein aveva invece cercato di ricavare dalla sua analisi la conclusione che la società capitalistica veniva gradualmente superando i propri squilibri ch’egli considerava fatti accidentali (le “perturbazioni” delle crisi, i “sussulti” della reazione, ecc.) e quindi eliminando dal suo interno quel processo di autodistruzione che avrebbe dovuto portare alla catastrofe finale: poco importa, risponde Rosa Luxemburg, che le crisi non si ripetano a intervalli fissi decennali perché la durata del ciclo è un elemento accessorio, mentre quello che è essenziale è che la società capitalistica porta inesorabilmente dentro di sé uno squilibrio fra la capacità di espansione produttiva e le possibilità di smercio dei prodotti con profitto; poco importa che la società capitalistica riesca ad evitare una crisi economica autodistruttiva, perché la natura della crisi che deve portare al crollo della società capitalistica è un elemento accessorio, mentre è essenziale che questa società, non potendo mai sanare definitivamente le proprie contraddizioni, sia potenzialmente gravida di crisi economiche e politiche, cioè guerre, che il movimento operaio può trasformare in crisi risolutive.

Poiché queste contraddizioni sono inerenti alla natura del capitalismo, il capitalismo sviluppandosi le aggraverà: accentuerà inesorabilmente la socializzazione del processo produttivo che è in radicale antitesi con l’ordinamento privatistico dei rapporti di produzione, e del pari accentuerà le tendenze antidemocratiche, e se anche determinate contraddizioni secondarie possono cambiare natura, quella che è la natura fondamentale della società capitalistica non può venir meno. Perciò la classica illusione piccolo-borghese di conservare i “lati buoni” del capitalismo e di correggere i “lati cattivi”, che si ritrova in Bernstein, è destinata ancora una volta a rivelarsi illusione perché i lati cosiddetti cattivi sono in realtà aspetti essenziali della società capitalistica. “L’idea di Fourier di trasformare col sistema dei falansteri tutta l’acqua marina della terra in limonata, era molto fantastica. Ma l’idea di Bernstein di trasformare il mare dell’amarezza capitalistica, con l’aggiunta di qualche bottiglia di limonata socialriformista in un mare di dolcezza socialista è soltanto più balorda, ma per nulla meno fantastica” [83].

Ancora una volta appare che il riformismo non è una via al socialismo, non è semplicemente un processo più lungo per raggiungere gli stessi obiettivi che il rivoluzionario vuole raggiungere attraverso la conquista del potere. In realtà il riformismo, proprio perché ha perso la visione totale della società capitalistica e ne esamina soltanto i particolari, ha perso di vista il carattere essenziale delle contraddizioni e il ruolo che esse esercitano nel complesso dei rapporti capitalistici; si limita perciò a voler correggere aspetti isolati della società allo scopo di smussare le contraddizioni più stridenti, ma con ciò si pone proprio sul terreno opposto a quello del socialismo che può nascere solo dalla accentuazione delle contraddizioni e, soprattutto, dalla presa di coscienza da parte del proletariato dell’insuperabilità delle contraddizioni stesse. Anche da questo punto di vista quindi è il mancato riferimento alla categoria della totalità concreta, cioè all’insieme dei rapporti che costituiscono la società capitalistica, che distingue nettamente i riformisti dai socialisti e li porta a logorarsi nella routine della piccola lotta quotidiana che esaurisce le energie dei lavoratori, ne addormenta lo spirito rivoluzionario e li conduce impreparati alla soglia delle grandi crisi. Se queste crisi non si trasformano in crisi rivoluzionarie, distruttive dell’ordine borghese, come non si trasformò per il proletariato tedesco la prima guerra mondiale, non è perché i marxisti abbiano torto nel vedere le contraddizioni e le crisi della società capitalistica e la loro potenziale capacità distruttiva, ma perché con l’aiuto dei riformisti si è addormentata nei tempi tranquilli la coscienza delle masse e si è creata una frattura, un iato, fra il processo obiettivo di sviluppo della società e il processo soggettivo di formazione della coscienza. Storicamente quindi i riformisti sono i migliori alleati della borghesia: come scriverà Rosa Luxemburg durante la guerra, Krupp e la socialdemocrazia tedesca sono risultati i due più forti sostegni dell’imperialismo tedesco, perché il primo ha fornito le armi materiali e la seconda l’arma spirituale dell’addormentamento e dell’inganno delle masse [84].

Tra la polemica bernsteiniana e lo scoppio della prima guerra mondiale sono passati una quindicina di anni, nel corso dei quali da un lato Rosa Luxemburg ha avuto modo di approfondire la sua analisi della società capitalistica e di mostrarne il progressivo passaggio alla fase imperialistica, l’accentuarsi gigantesco delle contraddizioni e l’avvicinarsi della crisi tragica della guerra, e dall’altro lato viceversa la socialdemocrazia ufficiale è andata sempre più precipitando nell’opportunismo, confinandosi nell’azione pratica immediata, perdendo qualsiasi legame con la visione complessiva dei rapporti sociali e quindi anche con il fine ultimo socialista, e, in ultima analisi, identificandosi sempre più in un ruolo subalterno di sostegno alla società capitalistica.

Non posso in questa sede affrontare né la teoria della crisi né l’analisi del processo di accumulazione, né in generale l’insieme delle dottrine economiche a cui la Luxemburg ha dato un notevole e sia pur discutibile contributo, perché questa è un’introduzione a una raccolta di pamphlets politici e vuole limitarsi a mettere in luce il contributo che l’autrice ha portato alla dottrina politica del socialismo. Anche da questo punto di vista tuttavia la sua analisi dello sviluppo imperialistico è di grande importanza.

“L’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico, ha dunque due lati diversi. Il primo si compie nei luoghi di produzione del plusvalore - la fabbrica, la miniera, l’azienda agricola - e sul mercato. Sotto questo aspetto, l’accumulazione è un processo puramente economico, la cui fase più importante si svolge fra capitalista e salariato, ma che in entrambe le fasi - la fabbrica e il mercato - si muove entro i limiti dello scambio di merci, dello scambio di equivalenti. Pace, proprietà e uguaglianza regnano qui come forma, e occorreva la tagliente dialettica di un’analisi scientifica per svelare come nell’accumulazione il diritto di proprietà si converta in appropriazione della proprietà altrui, lo scambio delle merci in spoliazione, l’uguaglianza in supremazia di classe.

“L’altro aspetto dell’accumulazione del capitale ha per arena la scena mondiale, per protagonisti il capitale e le forme di produzione non capitalistiche. Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra, e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico.

La teoria liberale-borghese vede solo una delle due facce: il dominio della “concorrenza pacifica”, dei miracoli tecnici, del puro scambio delle merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della “politica estera”.

In realtà la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumulazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce “sudando da tutti i pori sangue e fango”, ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo” [85].

Sono espressi sinteticamente in questo passo quasi tutti gli essenziali punti di vista luxemburghiani in tema di imperialismo. Anzitutto il criterio metodologico fondamentale e sempre presente: studiare “l’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico”, “identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico”. Queste leggi esistono e scoprirle è appunto compito e merito specifico del marxismo: “Pur nell’intrico della concorrenza, pur nell’anarchia generale, esistono evidentemente leggi invisibili ma rigorose; altrimenti la società capitalistica sarebbe da tempo in frantumi. Tutto il senso dell’economia in quanto scienza e, in particolare, lo scopo cosciente della dottrina economica marxiana, sta nella determinazione delle leggi nascoste che condizionano l’ordine e l’unità del complesso sociale per entro la confusione delle economie private” [86]. È quindi compito specifico della socialdemocrazia svolgere per la fase imperialistica questo stesso lavoro di sistemazione scientifica, di scoperta delle leggi regolatrici che Marx ha fatto per la società del suo tempo e che i marxisti debbono saper rinnovare continuamente sul terreno concreto di una realtà, come quella capitalistica, perennemente in movimento: questo lavoro teorico, affidato a un partito politico, è appunto l’altra faccia inseparabile del processo pratico rivoluzionario, come Rosa Luxemburg ha costantemente affermato [87].

Nello sforzo di afferrare le leggi ultime dell’economia dell’imperialismo, di continuare sulla base di una nuova realtà le analisi di Marx, Rosa Luxemburg è approdata alla sua teoria dell’accumulazione come “processo di ricambio organico svolgentesi fra il modo di produzione capitalistico e quelli non-capitalistici” [88], nel senso cioè che il plusvalore prodotto nella sfera capitalistica non può essere interamente utilizzato e quindi trasformarsi in nuova fonte di accumulazione e sviluppo capitalistici se non utilizzando, ma in pari tempo distruggendo come tali, formazioni non capitalistiche. L’indispensabilità di questo “processo di ricambio” derivante secondo Rosa Luxemburg dall’impossibilità di utilizzare il plusvalore all’interno della sfera capitalistica è, come è noto, il punto più contestato dell’analisi luxemburghiana dell’imperialismo; tuttavia, a prescindere da questo carattere di indispensabilità, è certo che Rosa Luxemburg ha analizzato con rara forza di penetrazione il legame inscindibile che esiste fra quella che nel brano sopra citato essa chiama “le due facce dell’accumulazione”, cioè fra il processo di sviluppo capitalistico nei paesi ad alta industrializzazione e l’aggressione ai settori non capitalistici, in modo particolare l’economia contadina e il mondo coloniale o semicoloniale.

Su questo secondo aspetto in particolare (rapporti con il mondo coloniale e semicoloniale) essa ha concentrato la sua attenzione e se ciò l’ha portata talvolta a dare una definizione restrittiva e parziale dell’imperialismo (“l’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro” [89]) è certo che il suo studio le ha permesso di penetrare a fondo come pochi altri il significato vero della politica estera mondiale dei suoi tempi, la lotta per le sfere d’influenza, per i prestiti, le costruzioni ferroviarie, ecc., di demistificare le pretese civilizzatrici dell’Europa e di cogliere, attraverso i più complicati giochi politico-diplomatico-economici, il carattere di rapina e di espropriazione dell’imperialismo anche in paesi formalmente indipendenti come la Turchia, per non parlare delle colonie vere e proprie, e di scoprire per questa via le radici della futura guerra mondiale nell’intimo dinamismo della società capitalistica dei suoi tempi.

Perché infatti, sia o non sia indispensabile, questo assalto del mondo capitalistico al mondo non-capitalistico risponde comunque a una necessità storica del capitalismo (quella necessità che, come s’è visto, è sempre “tendenza” e non “ineluttabilità”) al suo bisogno insopprimibile di espansione, accumulazione e sviluppo, per, cui è comunque esatto affermare che “la politica imperialistica non è opera di uno o di alcuni Stati, è il prodotto di un determinato grado di maturazione nell’evoluzione mondiale del capitale, un fenomeno internazionale per definizione, un tutto indivisibile che si può riconoscere in tutti i suoi vicendevoli rapporti” [90]; come è altrettanto esatto che “nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra [91], li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali” [92].

Questa spinta imperialistica non esercita però soltanto la sua influenza nel campo della politica internazionale, ma agisce anche all’interno dei paesi imperialistici di cui rafforza e potenzia alcune caratteristiche. Di uno di questi aspetti dell’imperialismo Rosa Luxemburg si è occupata in modo particolare, si può dire, durante tutta la sua vita, e cioè del militarismo. Già nel suo saggio contro Bernstein ne aveva messo in rilievo la triplice funzione nel processo di sviluppo capitalistico: mezzo di lotta per interessi “nazionali” concorrenti con interessi di gruppi appartenenti ad altri paesi, principale modo di impiegare tanto il capitale finanziario quanto quello industriale, infine strumento di dominio di classe all’interno di fronte al popolo lavoratore. Per effetto di questa triplice funzione il militarismo le appariva già allora, alla fine del secolo scorso, destinato a una rapida crescita quasi “per una forza impulsiva propria, interna, meccanica” fino all’“esplosione che sta avvicinandosi”, cioè alla paventata guerra mondiale. “Per effetto della forza propulsiva dello sviluppa capitalistico anche il militarismo è diventato una malattia capitalistica” [93].

Delle tre funzioni del militarismo sopra indicate, due erano denunciate correntemente nella pubblicistica socialdemocratica, e cioè quella di servire da strumento ad una politica estera di potenza e quella di rappresentare un baluardo della reazione e una forza di repressione contro la classe operaia. È merito di Rosa Luxemburg di avere insistito in modo particolare sull’aspetto economico, di avere mostrato cioè come le spese per gli armamenti rappresentassero anche un mercato addizionale per assicurare alla produzione capitalistica una domanda solvibile all’infuori del normale funzionamento dei consueti mercati di sbocco.

“Questo capitale costante e questo lavoro vivo possono essere impiegati per altre produzioni ammesso che si trovi nella società una nuova domanda solvibile. Questa nuova domanda è rappresentata dallo Stato con la parte del potere d’acquisto della classe operaia da esso appropriata mediante lo strumento fiscale. Ma la domanda dello Stato non si rivolge ai mezzi di consumo (...), ma ad una specifica categoria di prodotti: agli strumenti bellici del militarismo sia per terra che per mare” [94]. "Inoltre, a una grande quantità di domande di merci, modeste, frammentate e non coincidenti nel tempo, che potrebbero essere soddisfatte anche dalla produzione mercantile semplice e come tali non interesserebbero l’accumulazione del capitale, subentra la domanda dello Stato, una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza. Ma questa presuppone per essere soddisfatta un altissimo grado di sviluppo della grande industria, e perciò le condizioni più favorevoli ai fini della produzione di plusvalore e dell’accumulazione. Infine sotto forma di commesse militari dello Stato, il potere d’acquisto delle masse consumatrici, così concentrato in una grandezza poderosa, viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo costante. D’altra parte, grazie all’apparato parlamentare legislativo e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica mediante la stampa, le leve del moto ritmico e automatico della produzione bellica si trovano nelle mani dello stesso capitale. Questo campo specifico della accumulazione del capitale sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitata. Mentre ogni altro allargamento del campo di smercio e della base di operazione del capitale dipende in larga misura da fattori storici, sociali, politici esulanti dalla volontà del capitale, la produzione per il militarismo rappresenta un campo la cui regolare e impetuosa espansione sembra radicata nella stessa volontà determinante del capitalismo” [95].

Oggi questa funzione del riarmo come mezzo per fronteggiare lo squilibrio permanente fra il tasso di espansione della capacità produttiva e il tasso di espansione della domanda solvibile è diventato un luogo comune, ed è pacifico che l’economia americana ha mantenuto da un quarto di secolo il suo relativo equilibrio senza crisi pericolose proprio grazie alla politica del riarmo. Ma quando Rosa Luxemburg faceva queste analisi non si trattava di cose pacifiche, e anzi la stessa socialdemocrazia si mostrava piuttosto impermeabile a queste dimostrazioni che avrebbero messo in discussione tutta la sua vera inclinazione politica [96]. Fino a che infatti il militarismo era considerato solo come strumento di una politica internazionale di potenza, si poteva sperare nell’efficacia delle conferenze internazionali sull’arbitrato obbligatorio e delle convenzioni sul disarmo, come è possibile sperare nell’efficacia degli impiastri per curare degli ascessi su un corpo fondamentalmente sano. E naturalmente si pensava che il giorno in cui la politica internazionale avesse potuto fare a meno del militarismo, anche la politica interna sarebbe stata liberata da questa minaccia incombente e la via sarebbe stata spianata ad una piena vittoria della democrazia. Ma se invece, come Rosa Luxemburg dimostrava, il militarismo aveva anche una funzione economica essenziale, era un momento necessario nel processo di accumulazione, la speranza di frenarne la mostruosa crescita diventava utopistica, e altrettanto utopistica diventava la prospettiva di un pacifico sviluppo democratico perché il militarismo, per assolvere alla sua funzione economica, aveva bisogno di una collusione piena fra grande industria e potere politico, che di fatto si svilupperà in Germania in forme sempre più organiche sotto tutti i regimi, da quello imperiale a quello nazista fino all’attuale.

Ma se l’analisi dell’imperialismo di Rosa Luxemburg distruggeva le rosee utopie socialriformiste, essa schiudeva altri orizzonti di speranza al movimento operaio: certo non la speranza dei placidi tramonti del capitalismo, ma quella, assai più realistica, di una dura e lunga lotta con prospettive di vittoria. Risultava infatti da un lato che il militarismo, la corsa agli armamenti, le guerre coloniali, la lotta feroce fra le potenze per il dominio dei mercati costituivano un insieme necessario alla vita e alla prosperità del capitalismo nella sua fase imperialistica e che era stolto e ridicolo chiudere gli occhi di fronte a queste manifestazioni fidando semplicemente nello sviluppo della democrazia, o, peggio, mercanteggiando gli armamenti contro qualche modesta riforma sociale. Ma risultava altresì che l’imperialismo rappresentava un peso sempre più duro da sopportare sia per le masse operaie dei paesi industriali sia per i milioni e milioni di lavoratori coloniali che di continuo venivano spinti a forza nella cerchia dello sfruttamento capitalistico, e che d’altra parte l’imperialismo, provocando sempre nuove tensioni e nuovi conflitti, offriva l’occasione storica delle crisi politiche necessarie a far maturare in forza rivoluzionaria il malcontento delle masse. Quanto più infatti avanza questo processo imperialistico, “tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale” [97].

Emergono con chiarezza dall’analisi di Rosa Luxemburg le due tendenze di sviluppo inerenti a questa fase della società, le due necessità storiche contrastanti di cui abbiamo più sopra parlato: la tendenza alle guerre mondiali e alle catastrofi, la tendenza cioè allo scontro interimperialistico, e la tendenza alla rivoluzione socialista, cioè alla lotta decisiva fra forze produttive e rapporti di produzione, fra il movimento operaio guidato dal partito socialista e l’organizzazione capitalistica della società. “L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per affrettarne obiettivamente la fine” [98]. È dipende in gran parte dall’atteggiamento del movimento operaio, dalla sua capacità di intervento cosciente, imprimere alla storia l’una o l’altra direzione, far trionfare l’una o l’altra necessità storica. Era perciò naturale che Rosa Luxemburg combattesse con estremo vigore le utopie socialriformiste, l’illusione cioè di poter “correggere” i “difetti” del capitalismo, di poter “attenuare” l’imperialismo attraverso una politica di collaborazione e di scambio reciproco di concessioni fra proletariato e capitalismo, la concezione cioè che “vede nella fase dell’imperialismo non una necessità storica, non una lotta decisiva per il socialismo, ma una malvagia scoperta di un pugno di interessati. Questa concezione tende ad ammonire la borghesia che imperialismo e militarismo le sono funesti dallo stesso punto di vista dei suoi specifici interessi di classe, ad isolare il presunto gruppetto di questi interessati e a costruire un blocco del proletariato con larghi strati della classe borghese per “attenuare” l’imperialismo, per metterlo a razione mediante un “parziale disarmo”, per “togliergli il pungiglione”! Come il liberalismo nella sua fase di declino fa appello dalle monarchie male informate alle monarchie da informare meglio, così il “centro marxista” vorrebbe appellarsi dalla borghesia male educata alla borghesia da educare, dal corso catastrofico dell’imperialismo alle convenzioni internazionali di disarmo, dalla lotta fra le grandi potenze per la dittatura mondiale della spada alla pacifica federazione degli Stati nazionali democratici. La resa generale dei conti per la decisione dello storico contrasto [99] fra proletariato e capitale si trasforma nell’utopia di un compromesso storico fra proletariato e borghesia per l’“attenuazione” dei contrasti imperialistici fra Stati capitalistici” [100].

Purtroppo era proprio questa concezione, combattuta con tanta passione da Rosa Luxemburg, quella che doveva trionfare nella socialdemocrazia e guidarne gli atteggiamenti politici. “Gli epigoni che nell’ultimo decennio hanno tenuto in mano la direzione teorica del movimento operaio in Germania, hanno fatto bancarotta al primo scoppio della crisi mondiale, hanno ceduto pacificamente il timone all’imperialismo” [101]. E sarà la malinconica ma non rassegnata conclusione con cui Rosa Luxemburg chiuderà dal carcere durante la guerra la polemica con i suoi critici a proposito dell’imperialismo [102].

 

 

[A cura di Ario Libert]



NOTE



LINK al post originale:

Il metodo dialettico


LINK alla prima parte:
Introduzione a "Scritti politici di Rosa Luxemburg", 1967, 01 di 04.

 

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