Sunday 20 may 2012 7 20 /05 /Mag /2012 07:00

Luxemburg francobollo 1974

 

 

La rivoluzione 

Le difficoltà del compito non stanno nella forza dell’avversario, nella resistenza della società borghese. (...) La difficoltà sta nel proletariato stesso, nella sua immaturità, o piuttosto nell’immaturità dei suoi capi, dei partiti socialisti.

ROSA LUXEMBURG

 Il metodo e la strategia di Rosa Luxemburg, che abbiamo sin qui delineato, si riferiscono in generale alla lotta di classe che si combatte nel quadro della società capitalistica con lo scopo di preparare e affrettare l’urto decisivo: vediamo ora come si articolasse questa strategia nel corso della lotta rivoluzionaria vera e propria.

Abbiamo già rilevato che uno dei più importanti contributi di Rosa Luxemburg alla teoria rivoluzionaria fu il legame stabilito fra rivoluzione e guerra piuttosto che fra rivoluzione e crisi. Abbiamo pure segnalato, come un’altra importante caratteristica della posizione luxemburghiana, il suo sforzo di operare una sintesi delle esperienze russa e occidentale: se quest’ultima poteva offrire l’esempio di una classe operaia più matura, e più direttamente partecipe alla lotta politica moderna, quindi più dotata delle qualità necessarie per diventare classe dirigente, la classe operaia russa doveva invece offrire l’esempio di un maggior vigore combattivo, di un più ricco slancio rivoluzionario, soprattutto di una minore integrazione allo Stato capitalistico e quindi di una maggiore possibilità di rottura radicale con il sistema. In altre parole, pur riconoscendo alla classe operaia tedesca e al suo partito una funzione dirigente quanto a capacità politica in vista di una futura gestione del potere e quanto a metodi di lotta in una società capitalistica avanzata, Rosa Luxemburg attendeva più facilmente dalla Russia una spinta rivoluzionaria. Nelle sue tenaci polemiche con il Partito socialista polacco, che aveva nel suo programma l’obiettivo della ricostituzione dello Stato polacco, e contro i socialisti occidentali che lo sostenevano in nome dell’antica avversione al regime zarista, essa aveva sempre affermato che era ormai un errore considerare la Russia come baluardo della reazione perché, al contrario, stavano maturando in seno alle masse russe germi rivoluzionari capaci di dare frutti copiosi [165].

Date queste due premesse era quindi naturale che essa, come dirigente della socialdemocrazia polacca, lottasse contro la guerra russo-giapponese e cercasse di utilizzarla a fini rivoluzionari, così come i bolscevichi russi con i quali si operò allora un notevole ravvicinamento [166]. Nella interpretazione del significato della rivoluzione del 1905, si trovò in contrasto con tutti i pseudo-marxisti schematici che si immaginavano la storia di ciascun paese come una successione regolare delle fasi storiche che i paesi più avanzati avevano già attraversato e perciò parlavano di una rivoluzione democratico-borghese che avrebbe dovuto segnare il passaggio da un regime assolutistico-semifeudale a un regime capitalistico-parlamentare. Attenta all’analisi delle diverse situazioni e preoccupata di collocare ogni avvenimento nella totalità delle sue relazioni, la Luxemburg non poteva non avvertire il fatto che la rivoluzione si svolgeva in un paese dove c’era già una classe operaia e un partito socialista e dove d’altra parte la borghesia era relativamente debole e timida e più disposta al compromesso con il potere autocratico, il che non poteva non dare a quella rivoluzione un carattere profondamente diverso da quello delle rivoluzioni borghesi dell’occidente. Si verificava cioè in Russia un accavallamento di situazioni storiche per cui il proletariato e la socialdemocrazia diventavano protagonisti di una rivoluzione prima che la borghesia avesse compiuto il suo ciclo storico, prima ancora che essa avesse potuto insediarsi al potere [167]. Si creava così una situazione instabile: da un lato le masse, che avevano largamente partecipato alla lotta e che avevano già una propria direzione politica socialista, non potevano più accontentarsi del ruolo di truppa d’assalto per conto della borghesia, appoggiando un governo borghese come sostenevano i menscevichi e la maggior parte dei socialisti occidentali; d’altro lato il proletariato, anche se fosse giunto a impadronirsi del potere, non avrebbe potuto conservarlo sia per la sua relativa debolezza rispetto all’immensità dello Stato russo e alle difficoltà dei compiti che gli stavano innanzi [168], sia a cagione della situazione internazionale [169].

Ma, anche se sconfitto, il proletariato russo apriva un capitolo nuovo nella storia, quello delle rivoluzioni socialiste. “L’odierna rivoluzione realizza così contemporaneamente nel caso particolare dell’assolutismo russo i risultati generali dello sviluppo capitalistico internazionale e appare meno un ultimo epigono delle vecchie rivoluzioni borghesi che un precursore della nuova serie delle rivoluzioni proletarie dell’occidente. Il paese più arretrato, proprio perché è così imperdonabilmente in ritardo con la sua rivoluzione borghese, mostra così vie e metodi della futura lotta di classe al proletariato della Germania e degli altri paesi capitalistici progrediti” [170]. In sostanza Rosa Luxemburg pensava che la Russia, dopo questa scossa rivoluzionaria, non avrebbe potuto più a lungo conservare il vecchio regime superato dalla storia ma che d’altra parte la borghesia non sarebbe riuscita a consolidarsi al potere se il proletariato avesse continuato la sua rivoluzione, e in ciò gli avvenimenti del 1917 le hanno dato ragione. E al tempo stesso pensava che la rivoluzione russa avrebbe potuto sostenersi solo se anche nei paesi occidentali la rivoluzione socialista avesse potuto trionfare e ciò apriva il discorso sulla rivoluzione in Germania, cioè nel paese dove vi era il partito socialista più forte. In questa alleanza, che essa sentiva fortemente, fra proletariato russo e proletariato tedesco, il primo era certamente debitore al secondo della dottrina marxista, dell’esperienza della lotta di classe e in generale di tutto quanto era stato necessario perché un partito socialdemocratico sorgesse e si affermasse, ma a sua volta il proletariato russo poteva insegnare al proletariato occidentale “nuove vie e metodi di lotta” che avrebbero potuto alimentare il futuro sforzo rivoluzionario. Questa intima unità internazionale della lotta proletaria era al centro dei suoi sforzi di militante socialista di due partiti, uno dei quali operava entro i confini dell’impero zarista e l’altro in Germania; era, come si è detto, la sua vocazione rivoluzionaria [171].

Era naturale che i capi socialdemocratici tedeschi, così orgogliosi della forza della propria organizzazione e d’altra parte così scolasticamente attaccati all’idea di uno sviluppo capitalistico uniforme in tutti i paesi, non potessero accettare l’idea di un proletariato russo all’avanguardia della rivoluzione socialista, all’avanguardia addirittura rispetto al proletariato tedesco e alla socialdemocrazia tedesca. Ed essi dovevano sentire orrore di fronte al passo successivo dello scritto ora citato della Luxemburg: “Appare pertanto, prendendo le cose anche da questo lato, come del tutto erroneo il considerare da lontano la rivoluzione russa come un bello spettacolo, come qualche cosa di specificamente “russo” e di ammirare tutt’al più l’eroismo dei combattenti, cioè gli accessori esterni della lotta. È molto più importante che gli operai tedeschi imparino a considerare la rivoluzione russa come loro propria faccenda, non soltanto nel senso della solidarietà di classe internazionale col proletariato russo, ma innanzi tutto come un capitolo della propria storia sociale e politica. Quei dirigenti sindacali e quei parlamentari che considerano il proletariato tedesco come “troppo debole” e le condizioni tedesche come troppo immature per lotte di massa rivoluzionarie, non hanno evidentemente nessun’idea che lo strumento di misura della maturità dei rapporti di classe in Germania e della forza del proletariato non si trova nelle statistiche dei sindacati tedeschi o nelle statistiche elettorali ma negli avvenimenti della rivoluzione russa. Proprio allo stesso modo come la maturità dei contrasti di classe francesi sotto la monarchia di luglio e all’epoca della battaglia parigina del giugno si rifletteva nella rivoluzione tedesca di marzo, nel suo corso e nel suo fiasco, così oggi la maturità dei contrasti di classe tedeschi si riflette nelle forze della rivoluzione russa. E mentre i burocrati del movimento operaio tedesco vanno cercando la prova della sua forza e della sua maturità nei cassetti dei loro scrittoi, non si accorgono che quel che cercano sta proprio innanzi ai loro occhi in una grande evidenza storica, giacché, considerata storicamente, la rivoluzione russa è un riflesso della forza e della maturità del movimento operaio internazionale, quindi in prima linea di quello tedesco” [172]. Purtroppo non erano solo i burocrati che respingevano queste tesi, erano anche, in parte, i suoi amici radicali e lo stesso Kautsky, allora non ancora passato ufficialmente al centrismo: data da allora, da queste polemiche, il raffreddamento dei rapporti amichevoli, fino a quel momento così stretti, fra la Luxemburg e Kautsky, raffreddamento che diventerà lotta aperta nel 1910 [173].

Era utopistica o realistica la visione di Rosa Luxemburg? La risposta a questa domanda comporta a nostro avviso sia un esame delle condizioni politiche della Germania in quegli anni, sia un esame dei metodi di lotta che Rosa Luxemburg suggeriva, che a sua volta investe due degli aspetti più discussi del suo pensiero, quello relativo allo sciopero generale e quello relativo al rapporto fra classe e partito e alla cosiddetta teoria della “spontaneità”.

Circa la maturità delle condizioni per una rivoluzione in Germania, nulla sarebbe più fatuo che aggrapparsi ai dati della storia. Se infatti il verificarsi di un avvenimento prova che esso era storicamente possibile (e così p. es. il successo della rivoluzione bolscevica del 1917 prova che le previsioni di Rosa Luxemburg sugli sviluppi successivi al primo atto rivoluzionario del 1905 erano fondate), non si può dire con altrettanta sicurezza che il suo non verificarsi provi che esso era storicamente impossibile perché è sempre pensabile che un diverso atteggiamento dei protagonisti avrebbe potuto dare altro risultato: nel caso specifico nulla ci autorizza ad affermare che se i dirigenti della socialdemocrazia tedesca avessero fatte proprie le tesi rivoluzionarie della Luxemburg, la rivoluzione sarebbe ugualmente fallita. Fra i fattori di successo di una rivoluzione, il comportamento della direzione politica del partito rivoluzionario è indubbiamente uno dei più importanti, ma se questo stesso partito, anziché guidare la rivoluzione, fa ogni sforzo per impedirla o soffocarla al suo nascere, è difficile sperare in un successo della rivoluzione. Sarebbe quindi una tautologia arguire che i dirigenti socialdemocratici tedeschi hanno avuto ragione di respingere le prospettive politiche di Rosa Luxemburg dal fatto che il loro rifiuto ha reso impossibile a queste prospettive di verificarsi. Il discorso è quindi assai più complesso e noi ci limiteremo a dare qui soltanto alcuni elementi di giudizio.

Ora in primo luogo non va dimenticato che per Rosa Luxemburg la rivoluzione non è una resa di conti fra proletariato e capitalismo che sopraggiunga improvvisa, ma è un fatto che si colloca all’interno dello sviluppo capitalistico stesso, quando le contraddizioni e le tensioni che esso genera giungono al loro acme. È quindi attraverso un crescendo di lotte che si giunge al massimo di tensione: la conquista del potere da parte del proletariato, cioè la vittoria della rivoluzione socialista, non può essere vista come l’atto di un solo momento, come lo scontro violento definitivo, ma è il momento terminale di un processo rivoluzionario. Giustamente, essa osserva, la socialdemocrazia “ha liquidato la vecchia fede nella rivoluzione violenta come unico metodo della lotta di classe e come mezzo utilizzabile in ogni tempo per l’instaurazione dell’ordine socialista” [174]. In realtà “la presa del potere politico può essere solo il risultato di un periodo più o meno lungo della normale lotta di classe quotidiana” [175]; “questo obiettivo non può essere realizzato d’un colpo, ma anch’esso in un lungo periodo di lotte sociali gigantesche” [176]. E ancora nel fuoco della rivoluzione divampante, nei giorni che precedono la sua morte, quando ormai considera la realizzazione del socialismo come un compito attuale, essa non viene meno a questa sua concezione della presa del potere come di un processo: “La conquista del potere - dice al congresso di fondazione del partito comunista - non deve realizzarsi tutto d’un colpo ma progressivamente, incuneandosi nello Stato borghese fino ad occuparne tutte le posizioni e a difenderle con le unghie e con i denti” [177].

Quando pertanto la Luxemburg parlava, dopo il 1905, della possibilità di una rivoluzione socialista in Germania, essa non pensava in nessun caso allo scatenamento improvviso di un’ondata rivoluzionaria, ma a un crescendo di tensioni e di lotte il cui sbocco poteva essere la conquista del potere. Per queste tensioni e per queste lotte non mancavano certo allora le condizioni: oltre al militarismo e al diritto elettorale cui abbiamo già accennato, anche la situazione economica avrebbe offerto larghe possibilità. Nel saggio sullo sciopero generale compreso in questo volume, Rosa Luxemburg accenna alle condizioni economiche reali dei lavoratori tedeschi, di cui molte categorie vivevano allora in condizioni di grande sfruttamento: non sarebbe stato probabilmente difficile impegnarle in serie battaglie. Ciò del resto si verificò a due riprese in quel periodo: nel 1905 e nel 1910, la seconda volta in coincidenza con un’agitazione per il diritto elettorale in Prussia che acquistò proporzioni allarmanti per il governo, nonostante che i dirigenti del partito e dei sindacati esercitassero sempre un’azione di freno nei confronti delle masse. Anche la lotta contro il militarismo assunse aspetti di larga popolarità p. es. in occasione dell’affare di Zabern [178]. Secondo Rosenberg “la guerra sorprese la nazione tedesca in una situazione interna insostenibile e intollerabile.

Dal 1908 al 1914 l’antitesi fra l’aristocrazia dominante e le masse popolari s’era venuta inasprendo sempre di più. Avvenimenti come l’affare Daily Telegraph, le elezioni del 1912 e il contrasto Zabern, se anche non significavano ancora rivoluzione, tuttavia erano prodromi di un’epoca rivoluzionaria. Se non fosse scoppiata nel 1914 la guerra, i conflitti tra il governo imperiale e la grande maggioranza del popolo tedesco si sarebbero acutizzata sempre più, sino a sfociare in una situazione rivoluzionaria. Fu così che lo scoppio della guerra superò, ma non colmò la voragine apertasi nella politica interna” [179]. “L’imperialismo tedesco nel 1914 cercò nella guerra la soluzione dei suoi conflitti di politica interna ed estera”, osserva Bartel [180].

Quanto poi all’orientamento delle masse, non sarebbe difficile allineare documenti per provare ch’esso era molto più avanzato, in fatto di combattività rivoluzionaria, di quanto non fossero i loro dirigenti ufficiali. Riferendosi all’immediato periodo prebellico, scrive Clara Zetkin: “In realtà grandi masse proletarie bruciavano allora dal desiderio di mettersi in lotta contro il militarismo e l’imperialismo. Anche là dove la loro coscienza di classe non riconosceva ancora chiaramente il nemico mortale, lo presentiva il loro sano istinto di classe” [181]. Quando nel 1914 Rosa Luxemburg fu condannata dal Tribunale di Francoforte per eccitamento alla disubbidienza fra i militari, l’ondata di indignazione che si sollevò fra le masse fu enorme, ma ancora più grave quando fu annunciato un altro procedimento contro di lei perché aveva denunciato i maltrattamenti ai soldati: secondo il ricordo della stessa Zetkin, più di trentamila maltrattati si offersero come testimoni e l’autorità dovette rinunciare al processo [182]. Ed è significativo che persino in una riunione di partito - di un partito educato alla disciplina di ferro nei confronti dei dirigenti e che il presidente Ebert e il segretario Scheidemann governavano dittatorialmente -Rosa Luxemburg riuscisse a far approvare a grande maggioranza dall’assemblea generale dell’organizzazione berlinese una risoluzione che obbligava tutti i membri del partito a convincere i lavoratori con tutte le loro forze che solo la massima pressione della volontà popolare, che solo lo sciopero di massa poteva aprire la strada al suffragio eguale in Prussia [183]. Le dimostrazioni di massa del 28 luglio 1914 contro la minaccia di guerra furono una ulteriore conferma di questo stato d’animo a cui solo le decisioni dei dirigenti impedirono di avere uno sbocco più avanzato. E se la dittatura militare instaurata durante la guerra riuscì in gran parte a soffocare, ma non certo ad impedire interamente, ulteriori manifestazioni, ci basti ricordare a testimonianza dei sentimenti delle masse subito all’indomani della guerra - quel che scrive Kautsky, testimonio non sospetto, a proposito di Liebknecht appena liberato dal carcere in cui era stato tenuto durante la guerra. “Nessun monarca ebbe mai a Berlino un’accoglienza più entusiastica di quella che fu tributata a Liebknecht al suo arrivo alla stazione di Anhalt” [184]. È lecito perciò domandarsi che cosa sarebbe accaduto se la social-democrazia avesse seguito in pieno la strategia luxemburghiana, e cioè anziché a smussare, a soffocare, a tacere e a far tacere le masse, si fosse adoperata a porre l’accento sui contrasti e ad accrescere lo spirito di lotta. Certo ne sarebbe uscita rafforzata la coscienza di classe che, come Marx ha scritto, è sempre una coscienza antagonistica e si nutre quindi di esperienza diretta di lotta e di chiara consapevolezza della esistenza dei contrasti fondamentali. Un rafforzamento della coscienza di classe avrebbe a sua volta accresciuto il potenziale di lotta e questo a sua volta avrebbe ampliato la capacità d’attrazione della socialdemocrazia e spinto nuove masse nella battaglia per quella forza trascinatrice e per quell’esempio contagioso della lotta che Rosa Luxemburg ha messo tante volte così bene in evidenza. Certo nessuno più di Rosa Luxemburg sarebbe stato contrario a un’agitazione su larga scala condotta a freddo in base a calcoli da tavolino, nessuno più di lei sapeva che senza l’esistenza di condizioni determinate, cioè di vivaci contraddizioni sociali e tensioni psicologiche, e senza la conseguente partecipazione spontanea delle masse, ogni agitazione è destinata al fallimento. Ma quando quelle condizioni esistono e quelle tensioni sono in atto, quando le masse sentono istintivamente una spinta all’azione, può bastare poco per sollevare una tempesta. È appunto in questi casi che una battaglia politica può mettere in moto una serie di rivendicazioni economiche rimaste fin allora inavvertite da parte degli strati più negletti e meno organizzati della popolazione o da parte di forze soggette a particolare compressione (p. es. l’esercito), ed abbiamo già messo in rilievo che appunto su questi strati e su queste forze essa contava, e non solo sulle agitazioni strettamente operaie [185].

La forma specifica che essa suggerì per queste lotte fu, sull’esempio appunto della rivoluzione russa del 1905, lo sciopero di massa. A questo argomento è dedicato un intero opuscolo inserito in questa raccolta, uno degli scritti più suggestivi di Rosa Luxemburg, e a questo scritto e alla nota introduttiva rimandiamo il lettore per un più approfondito esame dell’argomento. Basti qui ricordare che lo sciopero di massa da lei sostenuto era cosa ben diversa dallo sciopero generale di ispirazione anarchica, che Marx e Engels avevano combattuto: per lei lo sciopero di massa non poteva mai essere effettuato a comando, o a data fissa, ma richiedeva soprattutto l’esistenza delle condizioni che abbiamo sopra indicato: “Se debbano realmente avvenire grandi dimostrazioni popolari ed azioni di massa, in questa o in quella forma, la decisione dipende da tutto il complesso dei fattori economici politici e psicologici, dalla tensione degli antagonismi di classe in quel momento, dal grado della chiarezza di idee, dalla maturità dello spirito combattivo delle masse, fattori imponderabili che nessun partito può provocare artificialmente. Questa è la differenza fra le grandi crisi della storia e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può fare pulitamente in tempo di pace con la bacchetta direttoriale delle “istanze” [186]. Rosa Luxemburg combatte quindi con eguale energia “coloro che vorrebbero ordinare al più presto lo sciopero generale sulla base di una decisione del comitato direttivo e a un giorno stabilito dal calendario, come anche coloro che (...) vorrebbero escludere dal mondo il problema dello sciopero di massa, vietandone la propaganda. Entrambe queste tendenze” considerano lo sciopero di massa come un mezzo tecnico, come un’arma, “una specie di coltello tascabile che si può tener chiuso e pronto in tasca ‘per ogni evenienza’ ma che si può anche decidere di aprire e di usare” [187]. La rivoluzione russa ha precisamente insegnato che lo sciopero di massa non può essere deciso arbitrariamente, “ma che esso è un fenomeno storico che in un certo momento risulta dalle condizioni sociali con la forza della necessità storica” [188].

 

Ma se è vero che lo sciopero di massa presuppone l’esistenza di condizioni oggettive e soggettive che lo rendano possibile, o addirittura necessario, è altrettanto vero, secondo la Luxemburg, che esso reagisce nel senso di creare nuove condizioni favorevoli alla lotta, forzando le situazioni, chiarificando i rapporti, mettendo a nudo la realtà sociale, suscitando nuove forze, nuove energie, nuove volontà. Esso è quindi già un momento rivoluzionario e della rivoluzione ha la ricca forza creatrice, su cui la Luxemburg contava come un potente motore e acceleratore della storia nel senso che già Marx aveva messo in chiara evidenza quando aveva parlato della rivoluzione come di una “locomotiva della storia”. “Certo tutto questo cambierà dopo la rivoluzione e il ritorno alle “condizioni normali”, - scrive dal teatro stesso della rivoluzione. - Ma questo stato di cose non passerà senza lasciar tracce. In attesa, l’opera compiuta dalla rivoluzione è enorme: l’antagonismo fra le classi approfondito, i rapporti sociali accentuati e chiarificati. E tutto ciò all’estero non lo si vede! Si crede la lotta finita perché andata verso il fondo. In pari tempo l’organizzazione progredisce instancabilmente. A dispetto dello stato d’assedio, la socialdemocrazia fonda con ardore sindacati professionali, in tutte le forme, con tessere stampate, bollini, statuti, riunioni regolari, ecc.” [189]. Indipendentemente quindi dall’esito vittorioso o no di una lotta, dagli alti e bassi del processo rivoluzionario, “quel che vi e di più prezioso perché permanente in questo flusso e riflusso dell’onda, è il suo precipitato spirituale: la crescita intellettuale e culturale fatta a balzi dal proletariato, che offre un’inviolabile garanzia del suo ulteriore irresistibile progresso nella lotta economica e politica” [190].

Data questa forza creativa della rivoluzione, non si può pretendere che essa scoppi soltanto quando tutte le condizioni di successo sono adunate e rigorosamente verificate dai “capi”, perché alcune di queste condizioni si verranno realizzando precisamente nel corso della lotta. “La concezione pedantesca che vuole fare svolgere grossi movimenti di massa secondo uno schema e una ricetta, crede di scorgere nella conquista del diritto di coalizione per i ferrovieri la premessa necessaria perché soltanto si “possa pensare” a uno sciopero di massa in Germania. Il corso reale e naturale degli avvenimenti può essere unicamente l’inverso: solo da una spontanea robusta azione di sciopero di massa può nascere effettivamente il diritto di coalizione dei ferrovieri e degli impiegati postali tedeschi. E il compito insolubile nelle presenti condizioni della Germania troverà di colpo le sue possibilità e la sua soluzione sotto l’impressione e la pressione di una azione generale politica di massa del proletariato” [191]. Questa strategia era evidentemente in totale contrasto con le posizioni attendistiche tipiche della socialdemocrazia che giustificava la sua impotenza rivoluzionaria con la mancanza delle condizioni obiettive, con la “immaturità” delle masse e della situazione. A questo attendismo Rosa Luxemburg rispondeva che la crisi rivoluzionaria può giungere a maturazione solo nel corso del processo rivoluzionario, che senza l’intervento attivo delle masse e senza la guida cosciente del partito verso lo scopo finale, verso la presa del potere non si avrà mai una maturazione obiettiva e fatale delle situazioni, e, tanto meno, delle masse stesse, che solo nel corso della lotta rivoluzionaria l’ideologia, l’organizzazione e la coscienza si trasformano e si adeguano ai compiti più avanzati che spettano al proletariato. Perciò solo rompendo il circolo vizioso della stagnazione con un’azione che nasca dalle situazioni esistenti, dai conflitti reali, ma tenda a superarli, si può realizzare il socialismo. E in questo senso si chiarisce l’affermazione, più volte da lei ripetuta in polemica appunto con gli attendisti, che la presa del potere da parte del proletariato sarà sempre immatura perché la maturazione si raggiunge nel fuoco dell’esperienza, perché è anche attraverso le sconfitte che il proletariato forgia la propria coscienza e la propria unità di classe rivoluzionaria [192], ed è anche in questo senso che si chiarisce come una rivoluzione democratica possa crescere e svilupparsi a rivoluzione socialista.

Certo, lo ripetiamo ad evitare gli equivoci in cui sono troppo spesso caduti gli interpreti e i critici di Rosa Luxemburg, questo valore creativo della rivoluzione non significa creazione ex nihilo: abbiamo già sottolineato, con le parole stesse della Luxemburg, che il processo non può iniziarsi se non ne sussistono le condizioni oggettive e soggettive. Quello contro cui essa insorge è la pretesa degli strateghi da tavolino di avere in tasca la vittoria prima di partire, di fissare a priori le tappe del processo, di delimitare con precisione l’inizio e la fine dell’azione di massa o della stessa rivoluzione. Come non si può attendere passivamente l’arrivo della situazione rivoluzionaria ma bisogna prepararla con interventi e azioni decise [193], così non si può considerare chiuso il capitolo rivoluzionario alla prima sconfitta, perché la rivoluzione stessa avrà creato nuove condizioni più favorevoli di partenza che potranno essere utilizzate in una seconda battaglia. Ma quello che è decisamente da respingere e il “codismo” - per usare l’espressione di Lenin - di chi vorrebbe scatenare l’azione solo quando tutto l’esercito proletario fosse organizzato e disciplinato come un esercito in battaglia. “A questo riguardo si presuppone tacitamente che in generale tutta la classe operaia tedesca, fino all’ultimo uomo e all’ultima donna, dovrebbe essere entrata nell’organizzazione, prima che si sia “abbastanza forti” per osare un’azione di massa, che, allora, secondo la vecchia formula, risulterebbe probabilmente “superflua”. Questa teoria è però completamente utopistica per la semplice ragione ch’essa cade in una contraddizione interna, si aggira in un circolo vizioso. Gli operai dovrebbero, prima di poter intraprendere una qualche azione diretta di lotta, essere tutti organizzati. I rapporti, le condizioni dello sviluppo capitalistico e dello Stato borghese portano però come conseguenza che nel corso “normale” delle cose, senza lotte di classe tempestose, determinati strati - e invero proprio il grosso, gli strati più importanti del proletariato, quelli che stanno più in basso, che sono oppressi in massimo grado dal capitale e dallo Stato - non possono proprio essere organizzati” [194].

Nessuno che abbia senso storico può avventurarsi sul terreno delle ipotesi: che cosa cioè sarebbe avvenuto se la socialdemocrazia tedesca avesse accettato e applicato la strategia di lotta suggerita da Rosa Luxemburg. Ma poiché siamo qui in sede teorica di analisi della dottrina luxemburghiana della rivoluzione, non abbiamo esitazione alcuna a concludere che non vi era in essa nulla di utopistico e che era probabilmente la più rispondente alle condizioni di lotta effettiva della Germania prebellica. Se tutte le possibilità di lotta che allora erano forti fossero state effettivamente utilizzate, se tutto il potenziale rivoluzionario delle masse fosse stato gettato nella battaglia e fatto convergere verso l’obiettivo di una lotta contro il potere politico, come Rosa Luxemburg suggeriva, è probabile che la Germania si sarebbe assai più difficilmente avventurata nella guerra mondiale e, comunque, che la rivoluzione sarebbe scoppiata prima del novembre 1918 e con ben altra forza di rottura. Invece tutta la forza della socialdemocrazia fu, come è noto, impiegata per frenare le agitazioni, soprattutto dopo che nel 1907 il cancelliere Bülow era riuscito a far regredire le posizioni parlamentari socialdemocratiche impostando la campagna elettorale sul nazionalismo e sul militarismo. Da allora la socialdemocrazia rinunciò ad occuparsi di politica internazionale e sullo stesso terreno delle spese militari cominciò ad assumere con Noske posizioni che rompevano con la linea tradizionale del partito espressa dal motto “a questo sistema né un uomo né un soldo”. Giocavano in questa direzione sia il timore, comune a tutti i dirigenti politici e sindacali, di compromettere l’organizzazione, sia il timore di perdere piccole posizioni di potere particolarmente in parlamento, sia soprattutto la sostanziale integrazione al sistema che era ormai un fatto compiuto. Dal congresso di Mannheim del 1906 l’alleanza della direzione del partito con i sindacalisti e con i revisionisti dominava ormai il partito e rendeva sempre più difficile la vita della minoranza di sinistra, specialmente dopo l’avvento alla segreteria del partito di Ebert che doveva qualche anno dopo salire alla presidenza, dopo la morte di Bebel. Nulla di più naturale quindi che, quando si avvicinò il momento decisivo della prima guerra mondiale, i dirigenti socialdemocratici tedeschi, pur fingendosi ancora fedeli alle parole d’ordine tradizionali fino a indire manifestazioni contro la guerra, dessero invece in segreto assicurazioni al cancelliere che la socialdemocrazia tedesca “non sarebbe venuta meno ai suoi doveri patriottici”. E il Kaiser scatenò la guerra sapendo di poter contare sull’appoggio del più forte partito del Reich. Per cui è giusto concludere a questo riguardo che se non può essere affermato con certezza che la strategia luxemburghiana sarebbe riuscita ad impedire la catastrofe bellica o comunque a darle una soluzione socialista, è certo invece che l’atteggiamento della socialdemocrazia prima del 1914 ha favorito lo scoppio della guerra mondiale, come l’atteggiamento successivo alla disfatta ha obiettivamente favorito l’avvento del nazismo.

Dobbiamo tuttavia esaminare ancora la dottrina luxemburghiana da un altro punto di vista. Se crediamo di avere, attraverso la nostra esposizione precedente, risposto all’accusa di “romanticismo rivoluzionario” che alla Luxemburg fu costantemente mossa da destra, dobbiamo ora prendere in considerazione l’altra critica, quella mossale soprattutto dai bolscevichi ma anche da altre parti, l’accusa cioè di spontaneismo, di sottovalutazione della funzione dirigente del partito, di sottovalutazione della direzione cosciente della lotta rivoluzionaria. È noto che Rosa Luxemburg ebbe molti scontri polemici con Lenin, quello sul problema nazionale, quello sull’interpretazione dell’imperialismo e sulla possibilità di guerre nazionali in periodo imperialistico, quello sulla unificazione o meno delle varie frazioni in cui era diviso il movimento socialista russo, ma il più importante di tutti è probabilmente quello relativo al problema partito-classe, e quindi al ruolo della spontaneità, tanto più che a questo problema si ricollegano poi le critiche avanzate nei confronti della sinistra socialista tedesca, e in particolare di Rosa Luxemburg, di aver trascurato l’organizzazione della frazione in tempo utile e di avere poi ritardato la scissione sia dal partito socialdemocratico, sia dal nuovo partito socialdemocratico indipendente sorto durante la guerra, presentandosi così organizzativamente impreparata ai grandi eventi postbellici. Se di qualcuna di queste polemiche ci siamo occupati nelle note introduttive ai singoli saggi, crediamo indispensabile affrontare in questa sede l’accusa di spontaneismo che è, come dicemmo, la più importante.

Ma non potremmo esaminare seriamente questo problema se non affrontandolo alle radici. È noto che il fondamento teorico della critica leninista alla spontaneità è l’affermazione contenuta in Che fare?: “Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue sole forze, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionistica, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche, che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali” [195]. Ora la teoria dell’introduzione dell’elemento cosciente dall’esterno nella lotta di classe del proletariato è in Lenin di derivazione kautskiana [196], ma è una teoria di ispirazione illuministica e non certamente marxista. Non c’è bisogno di scomodare molti testi per convincersene: basta ricordare il Manifesto [197] o la Miseria della filosofia [198]. I passi che riportiamo in nota dicono chiaramente che il proletariato si eleva da sé a classe e a partito politico, il che, per chi conosca il pensiero di Marx, significa che si eleva alla coscienza di classe: finché esso non è giunto a questa fase i teorici non sono che meri utopisti, e quando finalmente il proletariato è giunto a maturità di partito essi “devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce”. I teorici sono dunque soltanto portavoce del proletariato: ben lungi dall’apportargli dall’esterno la coscienza, sono essi che traggono le loro teorie dall’esperienza del proletariato. Che questi teorici siano poi degli intellettuali borghesi o siano invece degli operai che riflettano sulla propria esperienza è un fatto meramente accidentale e di nessuna importanza in questa sede: se anche sono di origine borghese, in quanto si fanno “portavoce” del proletariato sono integrati a questa classe. Quel che importa per Marx è che la classe operaia acquista coscienza di classe attraverso le proprie lotte e attraverso, naturalmente, la riflessione cosciente su queste lotte: basta del resto ricordare le glosse a Feuerbach, soprattutto la terza, per rendersi conto che il proletariato secondo Marx non può essere educato dall’esterno (altrimenti, chi educherà l’educatore?) perché, data l’unità inscindibile di teoria e prassi, è solo attraverso la prassi (la propria e non l’altrui), la lotta, l’azione, l’esperienza che si forma la coscienza. Certo non tutto il proletariato si eleva contemporaneamente allo stesso livello di coscienza, e la parte più avanzata, più cosciente si sforza di aiutare gli altri proletari ad elevarsi al livello medesimo ch’essa ha raggiunto: compito di questa parte più avanzata, dei militanti più coscienti, dei comunisti come diceva Marx nei suoi primi scritti o dei socialdemocratici come dicevano Lenin e la Luxemburg nei loro scritti di questo periodo, è di lottare con gli altri proletari e di aiutarli a capire perché veramente lottano, quali sono le ragioni profonde della lotta di classe e quali sono gli interessi permanenti del proletariato come classe.

È dunque perfettamente in armonia con il pensiero marxista Rosa Luxemburg quando scrive: “La lotta di classe proletaria è più antica della socialdemocrazia; prodotto elementare della società classista, essa divampa già con l’ingresso del capitalismo in Europa. Non e la socialdemocrazia che ha educato per la prima il proletariato moderno per la lotta di classe, ma è questo piuttosto che l’ha chiamata in vita per portare coscienza dello scopo e coordinazione nei diversi frammenti locali e temporali della lotta delle classi” [199]. È chiaro quali sviluppi e quali contrasti possano essere impliciti in questi differenti punti di partenza. Secondo la tesi di Kautsky e di Lenin si ha un’opposizione quasi meccanica fra spontaneità e coscienza, quest’ultima considerata elemento di origine esterna: vi è quindi in questi casi il pericolo di un distacco permanente, di una frattura fra l’elemento cosciente e la massa, che può essere una frattura fra partito e classe, o addirittura una frattura fra dirigenti e base. Che nella pratica Lenin sia sempre riuscito ad evitare questa frattura, ciò è dovuto alle sue eccezionali qualità di capo, sempre estremamente pronto a cogliere e, nella misura possibile, ad accogliere gli stati d’animo o le aspirazioni delle masse. Ma che il pericolo fosse implicito nella sua teoria, e nella mentalità che ne derivava ai dirigenti del partito è innegabile, e gli avvenimenti successivi alla sua morte l’hanno confermato nel modo più doloroso. Nel pensiero marxista invece, seguito su questo punto dalla Luxemburg, il rapporto spontaneità-coscienza non implica contrapposizione, ma passaggio dialettico: la coscienza nasce dalla spontaneità superandola in un processo di formazione ininterrotto, che evita le fratture, in modo che fra la massa e l’elemento politico attivo, fra la classe e il partito, fra la base e i dirigenti vi sia una circolazione continua non in un senso solo (trasmissione di coscienza dall’alto al basso) ma in due sensi perché la coscienza stessa nasce e si nutre dell’esperienza delle lotte spontanee.

Quando parliamo di “processo ininterrotto” di formazione della coscienza, non intendiamo tuttavia che essa debba sgorgare quasi automaticamente come un prodotto naturale, come la secrezione di una ghiandola, secondo una concezione “organica” del processo stesso. In realtà il passaggio dalla spontaneità alla coscienza implica sempre un mutamento qualitativo, un superamento dialettico, superamento dei propri errori attraverso l’autocritica, come Rosa Luxemburg sottolinea con forza, superamento del momento dell’immediatezza nel momento della riflessione. Basta ricordare l’opinione di Rosa Luxemburg circa la natura contraddittoria del movimento operaio in cui sono insieme compresenti il momento della lotta quotidiana per miglioramenti nel quadro della presente società e il momento dello scopo finale cioè dei superamento rivoluzionario della società medesima, per vedere in un certo senso la stessa interna tensione e la stessa dialettica nel rapporto spontaneità-coscienza. È ancora la medesima dialettica che si deve vedere nel rapporto classe-partito, e la Luxemburg ha certamente ragione di criticare l’infelice espressione di Lenin secondo cui “il socialdemocratico rivoluzionario” sarebbe come “il giacobino legato all’organizzazione degli operai coscienti”. “In effetti, - dice la Luxemburg - la socialdemocrazia non è legata all’organizzazione della classe operaia (questa parola indicherebbe ancora un aspetto di estraneità, n. d. L. B.), ma è il movimento specifico della classe operaia (quindi interno, nel senso che si è sopra spiegato, n. d. L. B.). Il centralismo socialdemocratico deve quindi essere di qualità essenzialmente diversa da quello blanquistico. Esso non può essere altro che il momento imperativo in cui si unifica la volontà dell’avanguardia cosciente e militante della classe operaia di fronte ai suoi singoli gruppi e individui, e questo è per così dire un “autocentralismo” dello strato dirigente del proletariato, il dominio della maggioranza all’interno della propria organizzazione di partito” [200].

Ora in Rosa Luxemburg i due momenti di questo processo dialettico, spontaneità e coscienza, masse e partito, sono sempre presenti e sono teoricamente visti nel loro giusto rapporto. “La socialdemocrazia è l’avanguardia più illuminata e più ricca di coscienza di classe del proletariato. Essa non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria”, attendere cioè che quello spontaneo movimento di popolo cada dal cielo. Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo”,è un passo che abbiamo già per altra ragione ricordato [201]. E nello stesso scritto Rosa Luxemburg annovera fra i compiti di direzione che spettano alla socialdemocrazia in periodi di lotte di massa quelli di “dare la parola d’ordine, l’indirizzo alla lotta, regolare la tattica della lotta politica in modo che in ogni fase e in ogni momento della lotta l’intera somma della forza attiva del proletariato, disponibile e già impegnata, venga realizzata e si esprima nella posizione di lotta del partito, e inoltre che la tattica della socialdemocrazia per la sua decisione e rigore non sia mai al disotto del livello del rapporto effettivo delle forze, ma piuttosto che sopravanzi questo livello, questo è il più importante compito di “direzione” nel periodo dello sciopero di massa” [202].

Esiste quindi indiscutibilmente anche per la Luxemburg un problema di direzione cosciente delle lotte, di indirizzo generale, ma poiché questa direzione non scende dal cielo, non viene dall’esterno, ma è un momento del processo unitario di lotta del proletariato, momento espresso dal partito socialdemocratico, essa è necessariamente condizionata. Condizionata in primo luogo dalla situazione storica perché un’azione rivoluzionaria socialista non può mai essere inventata di sana pianta ma può nascere solo come un momento dello sviluppo storico, un “fattore della storia” secondo l’espressione da lei usata [203], ed è solo accettando di inserirsi nelle “leggi”, cioè nelle tendenze dello sviluppo sociale che la socialdemocrazia può far trionfare le sue decisioni [204]. Condizionata inoltre dall’adesione anche delle masse non organizzate e non coscienti, che agiscono sotto la spinta spontanea degli avvenimenti: se il partito è staccato dalle masse e dà parole d’ordine che le masse non sentono, che rimangono senza eco nel cuore del popolo, l’azione è destinata al fallimento. Ma se invece il partito ha interpretato bene il corso della storia e si è collocato nella giusta direzione dello sviluppo, se esso è in contatto permanente con le larghe masse e ne asseconda e incanala il potenziale spontaneo di lotta, magari addirittura lo suscita senza mai tollerare una frattura fra sé e le masse popolari, allora davvero l’azione di massa diventa un reale movimento di popolo e la rivoluzione si apre vittoriosamente la strada.

Ma perché non si crei una frattura fra il partito e le masse, o fra i dirigenti e la base, bisogna che la direzione del partito non si limiti a lanciare parole d’ordine ma si sforzi con ogni mezzo di spiegarle, di chiarirne le ragioni e gli obiettivi, di dire alle masse la verità. La massa non può guidarsi da sé perché essa “come Thàlatta, il mare eterno, cela sempre in sé tutte le possibilità latenti: la calma di morte della bonaccia e l’infuriare della tempesta, la più abbietta viltà e il più selvaggio eroismo. La massa è sempre ciò che deve essere in forza delle circostanze, ed è sempre pronta a divenire qualche cosa di totalmente diverso da quello che pare” [205]. La massa dev’essere guidata ma guidata con la verità: su questo punto, sulla funzione rivoluzionaria della verità e sulla sua imprescindibilità nel rapporto dirigenti-masse, Rosa Luxemburg è di un intransigente rigore. “Non v’è nulla che sia altrettanto dannoso alla rivoluzione come le illusioni, non v’è nulla che le sia più utile della chiara, aperta verità” [206]. Perciò “se i più larghi strati del proletariato devono essere guadagnati in vista di un’azione politica dì massa dalla socialdemocrazia, e se reciprocamente la socialdemocrazia in un movimento di massa deve afferrare e conservare la direzione reale, diventare padrona in senso politico di tutto il movimento, allora essa deve con tutta chiarezza coerenza e decisione far conoscere al proletariato la tattica e gli scopi per il periodo delle lotte che verranno” [207]. Solo in questo modo si sviluppa veramente un processo di formazione di coscienza, si incoraggia l’iniziativa e l’autoeducazione delle masse, solo in questo modo anche gli errori diventano fecondi.

“Il proletariato moderno esce in modo ben diverso da queste prove storiche. Giganteschi come i suoi compiti sono i suoi errori. Nessuno schema prestabilito, valido una volta per tutte, nessuna guida infallibile gli mostra il sentiero che deve percorrere. L’esperienza storica e la sua sola maestra, la strada di spine della sua autoliberazione non e lastricata soltanto di infinite sofferenze, ma anche di innumerevoli errori. La meta del suo viaggio, la sua emancipazione dipende dal problema se il proletariato è in grado di apprendere dai propri errori. L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino in fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario. La capitolazione del proletariato socialista nell’attuale guerra mondiale è senza esempi nella storia, e una sventura per tutta l’umanità. Ma il socialismo sarebbe perduto soltanto se il proletariato internazionale non potesse misurare la profondità di questa caduta e non volesse apprendere qualche cosa da tutto ciò” [208]. In questo quadro appare chiaro il senso della frase famosa con cui Rosa Luxemburg chiude la sua polemica del 1904 contro il principio centralistico di Lenin: “I passi falsi che compie un reale movimento operaio rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale” [209]. In altre parole, se non v’è distacco fra dirigenti e masse, se vi è fra gli uni e gli altri il rapporto dialettico costante che abbiamo indicato, se quindi la massa agisce sotto la sua spinta spontanea ed è messa dal partito in grado di capirne la ragione e gli obiettivi, allora anche se l’azione dovesse risultare un insuccesso e un errore, e un errore fecondo. Ma se le masse sono comandate, o chiamate soltanto quando piaccia ai dirigenti, allora manca il rapporto dialettico, c’è frattura e quindi c’è ricaduta nel blanquismo [210], che si differenzia nettamente su questo punto dal marxismo nel senso che non chiama le masse ad una partecipazione costante e cosciente alla lotta politica ma le mobilita solo per assecondare le decisioni dei capi secondo i piani di una cospirazione che si è svolta all’infuori di ogni contatto e all’insaputa stessa delle masse [211]. Sappiamo che dopo l’esperienza della rivoluzione russa del 1905 la Luxemburg stessa respingeva l’accusa di blanquismo mossa dai menscevichi a Lenin, ma il dissenso che abbiamo tratteggiato rimase sostanzialmente immutato sui problemi della spontaneità, dell’organizzazione e della direzione dall’alto.

In particolare sui problemi dell’organizzazione lo scontro con Lenin doveva essere vivace e Lenin non perse mai occasione di denunciare la concezione luxemburghiana dell’organizzazione come processo. In che cosa consisteva questa concezione? Nella sua polemica del 1904 con Lenin, Rosa Luxemburg aveva scritto che la socialdemocrazia “sorge dalla lotta di classe elementare. Si muove in questa contraddizione dialettica che da un lato l’esercito proletario si recluta solo nel corso stesso della lotta e dall’altro che è ancora soltanto nella lotta che ne chiarisce a se stesso gli scopi. Organizzazione, chiarificazione e lotta non sono qui momenti divisi, meccanicamente e anche temporalmente separati, come in un movimento blanquista, ma sono soltanto facce diverse di un medesimo processo. Da un lato - a prescindere dai principi generali della lotta - non esiste bell’e pronta nessuna tattica dettagliata e fissata in anticipo. D’altro lato il corso della lotta, che crea l’organizzazione, determina una fluttuazione continua della sfera d’influenza della socialdemocrazia” [212]. Vi era certamente in questa posizione della Luxemburg il pericolo di smarrire, nel quadro di una prospettiva sostanzialmente giusta, il senso delle necessarie distinzioni. Certo nel corso della lotta, che è quanto dire nel corso del processo storico, si forma la coscienza di classe e anche le strutture organizzative si modificano, si trasformano, si adeguano alle situazioni in movimento: perciò la polemica contro l’organizzazione rigida, chiusa e statica, l’organizzazione fine a se stessa, è profondamente giusta ma non può giungere a una totale svalutazione del momento organizzativo, non può giungere alla pretesa di abbandonare di volta in volta alla spontaneità creatrice delle masse anche le forme organizzative. In questo senso ha ragione Lukács quando scrive che la Luxemburg con grande perspicacia ha scorto il limite della concezione tradizionale dell’organizzazione, falsa nella sua relazione con le masse, e che con questo essa ha fatto fare un grande passo in avanti verso una conoscenza chiara del problema dell’organizzazione strappandolo dal suo isolamento astratto e inserendolo nella totalità del processo storico, ma che per questa via essa è indubbiamente caduta nell’errore di concepire talvolta la lotta delle masse senza la mediazione del partito e dell’organizzazione, o perlomeno con una forte svalutazione di questo momento. È giusto tuttavia riconoscere che questa concezione ha permesso alla Luxemburg di intendere l’importanza che nel corso del processo rivoluzionario assumono le masse non organizzate e di vedere per prima il valore di nuove forme organizzative. A questo proposito è particolarmente significativa la testimonianza di Zinoviev: “Mi ricordo delle mie chiacchierate con Rosa Luxemburg nel 1906 a Kuokkala, nel piccolo appartamento di Lenin che viveva allora in una specie di esilio, dopo lo scacco della nostra prima rivoluzione. È Rosa Luxemburg che per prima si accinse a scrivere un riassunto teorico delle cause che avevano determinato lo scacco della rivoluzione; è lei che prima fra i militanti marxisti comprese che cosa rappresentavano già i nostri soviet nel 1905, quantunque non fossero allora che allo stato di abbozzo” [213].

In sostanza possiamo dire che se sul piano delle formulazioni teoriche non vi sono forti obiezioni di principio da muovere all’impostazione luxemburghiana, essa tuttavia era nella pratica indotta talvolta a cadere nella sopravvalutazione dell’elemento spontaneo in contrasto con Lenin, le cui formulazioni sono talora meno rigorose, ma la cui capacità di direzione pratica, anche nelle condizioni più difficili, rimane insuperata. Non tanto quindi di una vera e propria “teoria della spontaneità” è giusto parlare per la Luxemburg quanto di un’eccessiva fiducia talora dimostrata nei fatti verso l’iniziativa spontanea della massa che, come ha scritto recentemente il Flechteim, essa era portata a vedere con i colori stessi con cui Eisenstein vede la folla di Odessa nella Corazzata Potemkin [214]. Ma questo suo atteggiamento era in gran parte dovuto alla reazione contro la situazione del movimento operaio tedesco: contro “il burocratismo e una certa ristrettezza di vedute” dei funzionari sindacali, che diventano un ostacolo alla crescita del movimento [215], contro la pretesa di imporre alla massa “la virtù meramente passiva della disciplina” [216], contro il pericolo continuamente presente che i funzionari di partito si considerassero “come i titolari professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale di partito” trasformando gli iscritti in meri esecutori di direttive [217], contro “il ruolo essenzialmente conservatore della direzione socialdemocratica” [218], e in genere contro tutta la politica di freno, di spegnimento e di capitolazione dei dirigenti. Nessun dubbio che, nelle condizioni effettive della socialdemocrazia tedesca l’azione delle masse rappresentasse l’elemento di rottura delle cristallizzazioni burocratiche e conservatrici degli apparati e delle organizzazioni, e fosse la sola fonte da cui potevano scaturire nuovi metodi di lotta e più avanzati traguardi. Ma che Rosa Luxemburg sapesse comprendere il valore di una direzione rivoluzionaria lo prova il fatto che nella socialdemocrazia polacca, che aveva appunto una direzione rivoluzionaria di cui essa faceva parte, il ruolo della direzione non fu mai sottovalutato, e che quando preparò le tesi per una nuova Internazionale rivoluzionaria del dopoguerra essa pose l’accento sulla necessaria direzione centralizzata, attirandosi la critica di Liebknecht che difendeva la spontaneità delle masse proprio contro la Luxemburg [219].

Un altro aspetto dell’atteggiamento di Rosa Luxemburg che viene fatto oggetto di critica, in relazione alla sua svalutazione del momento organizzativo, e, come abbiamo già accennato, la mancata costituzione di una frazione di sinistra all’interno del partito socialdemocratico e la troppo tardiva scissione, e quindi costituzione di un partito autonomo, dopo gli eventi della guerra. Se è indiscutibile che la costituzione di una frazione o addirittura di un partito autonomo diventa una necessità per degli autentici militanti socialisti quando la politica della maggioranza che guida il partito sia una politica di capitolazione e quindi di integrazione nella società capitalistica, è tuttavia doveroso precisare che un simile atteggiamento contrastava allora con la natura della socialdemocrazia tedesca. Non ha infatti molto senso fare un paragone con Lenin, il quale militava in un partito appena sorto, i cui quadri principali vivevano in esilio e che non organizzava larghe masse. Al contrario Rosa Luxemburg era entrata nel 1898 a far parte della socialdemocrazia tedesca, un partito che aveva già 35 anni di vita e una forte organizzazione, che aveva sempre esaltato come una conquista l’unità della classe operaia e che da tutti veniva appunto considerato come “il” partito della classe operaia. Qualunque tentativo di scissione sarebbe stato votato al più clamoroso insuccesso, non solo per la vischiosità generale che hanno tutte le organizzazioni operanti ma per la forza particolare della socialdemocrazia tedesca, sia sul piano organizzativo sia sul piano psicologico. E anche la costituzione di una frazione era difficile per queste stesse ragioni, ma altresì perché per molti anni all’interno della socialdemocrazia tedesca proprio la sinistra si era fatta sostenitrice ad oltranza della disciplina nei confronti della destra che violava nella pratica le decisioni dei congressi.

Ciononostante a cominciare dal 1913 un principio di organizzazione frazionistica si era avuto con la creazione di un periodico ciclostilato, la Sozialdemokratische Korrespondenz ad opera della Luxemburg, di Mehring e di Karski-Marchlewski, ma la forza coesiva del partito e il terrore degli atti di indisciplina erano tali che ancora, dopo il 4 agosto 1914, cioè dopo il clamoroso voltafaccia della direzione che aveva calpestato tutte le più solenni decisioni congressuali e tutte le più radicate tradizioni, non fu possibile a Rosa Luxemburg raccogliere per una progettata dichiarazione di protesta che altre due sole firme oltre la propria [220]. Fra queste tre persone non c’era Karl Liebknecht non certo perché egli mancasse del coraggio necessario, ma perché allora riteneva che un atto di rottura della disciplina potesse isolarlo proprio da quelle masse su cui si faceva affidamento per l’azione futura, ma per parlare alle quali era necessario presentarsi in veste di compagno di partito [221]. Se compagni anche autorevoli e seriamente impegnati respingevano per questa ragione l’idea dell’indisciplina, era logico che a maggior ragione respingessero l’idea della scissione: “Nel nostro modo di agire non pensammo neppure un istante a una scissione del partito”, ha scritto di recente un protagonista di quella vicenda [222]. È certo indubitabile che la reticenza della Luxemburg e dei suoi compagni a impegnarsi sulla strada della scissione del partito e dell’Internazionale [223], nasceva anche alla loro concezione generale politica: quanto più si ha tendenza a spostare il centro di gravità dal vertice alla base, dai capi alla classe, tanto più si sente fortemente il bisogno di unità e viceversa tanto più fortemente si sente il bisogno di omogeneità, e quindi se necessario di una scissione, quanto più il centro di gravità viene fatto risalire verso la direzione. Ragioni di principio e ragioni storiche operarono quindi congiuntamente a ritardare la scissione: tuttavia non si può dire che Rosa Luxemburg non ne vedesse a un certo momento la necessità e non indirizzasse in quella direzione i suoi sforz [224], pur avendo sempre presente la necessità di mantenere il contatto con le masse e di realizzare una scissione che comportasse la più forte lacerazione possibile anche alla base del partito. Sarebbe perciò difficile dare su questo problema un giudizio soltanto di principio: non si può parlare in astratto di frazioni o di scissione perché quando si opera nel vivo dell’azione politica troppi sono i fattori da cui dipende un giudizio sull’opportunità concreta di compiere un determinato atto e soprattutto di compierlo in un determinato momento e in un determinato modo. Per concludere su questo punto, diremo che ha ragione Lenin di negare che le masse possano spontaneamente dirigere la lotta per il socialismo, la quale presuppone un grado di coscienza altamente sviluppato, proprio soltanto del momento “direttivo”. La Luxemburg non afferma mai il contrario, e anzi riconosce l’esigenza di questa direzione, ma ne svaluta praticamente il ruolo e in ciò ha certamente torto, ma ha ragione, a nostro avviso, di ritenere che questo momento direttivo non possa rimanere momento esclusivo dei dirigenti, esterno e superiore alle masse, senza la cui partecipazione spontanea e la cui esperienza diretta non si arriva a sviluppare la coscienza di classe che e la vera forza del socialismo. Lungi dall’essere contrapposti perciò, i due momenti della direzione e della spontaneità costituiscono i termini di una sintesi nel senso che senza l’esperienza delle masse non si forma neppure la capacita dei dirigenti e che questa a sua volta e un momento necessario del successo a condizione tuttavia di integrarsi ininterrottamente nella coscienza delle masse.

Dato il carattere che abbiamo dato a questa introduzione, che non è una narrazione storica, non è questa la sede per esporre le travagliate vicende degli ultimi anni - quelli della guerra che Rosa Luxemburg trascorse in gran parte in carcere - e delle ultime settimane, quelle della rivoluzione. Sono avvenimenti largamente conosciuti e, per quanto può essere necessario all’intendimento dei testi compresi in questo volume, ne facciamo cenno nelle rispettive note introduttive. Non possiamo però concludere questa nostra trattazione senza toccare un ultimo punto che rientra nella teoria rivoluzionaria di cui ci stiamo occupando: si tratta delle critiche mosse dalla Luxemburg ai bolscevichi per la loro condotta rivoluzionaria, contenute per l’essenziale nello scritto su La rivoluzione russa che fa pure parte della presente raccolta. Di alcune critiche ci occupiamo nella nota introduttiva: in questa sede non possiamo peraltro tralasciare la critica che investe il problema della dittatura del proletariato e della democrazia nel corso della rivoluzione.

Chi legga oggi a distanza di 35 anni, naturalmente con spirito marxista, le pagine della Luxemburg sulla democrazia socialista non può non restarne affascinato. Essa è interamente d’accordo con i bolscevichi circa i compiti della rivoluzione. “I bolscevichi si sono subito proposti come scopo di questa presa del potere il programma rivoluzionario completo e più ampio possibile: non consolidamento della democrazia borghese, ma dittatura del proletariato allo scopo di realizzare il socialismo. Si sono con ciò conquistato il merito storicamente imperituro di proclamare per la prima volta quale programma immediato della politica pratica, i fini ultimi del socialismo” [225]. Ma “la dittatura del proletariato è la democrazia nel senso socialista del termine. La dittatura del proletariato (...) significa (...) l’uso di tutti i mezzi del potere politico per l’edificazione del socialismo, per l’espropriazione della classe capitalistica, conforme al sentimento e per volontà della maggioranza rivoluzionaria del proletariato, dunque nello spirito della democrazia socialista. Senza la volontà cosciente e l’azione cosciente della maggioranza del proletariato, non c’è socialismo” [226]. "È la missione storica del proletariato giunto al potere di creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non di distruggere ogni forma di democrazia (...). La democrazia socialista comincia insieme all’opera di distruzione della dominazione di classe e di costruzione del socialismo. Essa comincia nel momento in cui viene preso il potere da parte del partito socialista. Essa non è altro che la dittatura del proletariato" [227]. La dittatura del proletariato non è quindi la negazione della democrazia, come sostiene Kautsky e come da un punto di vista opposto sembrano sostenere Lenin e Trotski, ma è il principio della democrazia socialista perché e la dittatura di tutta la classe e non del solo partito.

Riappare qui il vecchio contrasto Luxemburg-Lenin e ancora una volta dobbiamo dire che l’enunciazione che Rosa Luxemburg fa dei principi della dittatura del proletariato è perfettamente corrispondente all’insegnamento marxista. Ma essi erano validi per una rivoluzione socialista nelle condizioni a cui Marx aveva sempre pensato, cioè per una rivoluzione che sopravvenisse in un paese di capitalismo molto avanzato e non in un paese arretrato come la Russia del 1917 dove mancavano assolutamente le condizioni per una simile dittatura del proletariato, che fosse il pieno dispiegarsi della democrazia socialista, “la più larga e illimitata democrazia”, la “libertà di chi pensa diversamente”.[228] Certo Rosa Luxemburg ha ragione quando sostiene che il socialismo può maturare solo grazie all’iniziativa, alla capacità creativa, alla partecipazione delle masse; che “decreti, potere dittatoriale degli ispettori delle fabbriche, pene draconiane, terrorismo, sono solo dei palliativi” e che “l’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica”, ma era questo possibile nella Russia di allora, con un proletariato in gran parte scarsamente preparato, con dei terribili problemi da risolvere, con la minaccia dell’aggressione capitalistica e con la guerra civile in atto?[229] e soprattutto nella carenza del proletariato internazionale, nell’isolamento della Russia? La Luxemburg stessa lo avverte quando scrive: “Tutto ciò che accade in Russia è spiegabile, è una catena inevitabile di cause ed effetti i cui punti di partenza e di arrivo sono la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperialismo tedesco. Sarebbe chiedere a Lenin e compagni opera sovrumana se si esigesse che in queste condizioni si creasse quasi per incanto la miglior democrazia, il modello di dittatura del proletariato ed una fiorente economia socialista”.[230] In questa frase c’è già la risposta ad alcune critiche della Luxemburg ai bolscevichi, p. es. a quella di avere sciolto l’Assemblea costituente. Non c’è dubbio che se i bolscevichi si fossero sottomessi all’Assemblea costituente, dove erano minoranza, non avrebbero fatto la rivoluzione e avrebbero restituito il potere alla borghesia e questo a nessun costo avrebbe voluto la Luxemburg. Ed è del resto probabile che su questo punto essa abbia poi modificato la sua opinione, come sostennero i suoi compagni tedeschi, perché nelle infuocate giornate del novembre e dicembre 1918 essa si pronunciò risolutamente contro la convocazione di una costituente tedesca e in favore del potere ai consigli degli operai e dei soldati.[231]

Se quindi è da ritenere che, nei termini in cui fu redatta, la critica luxemburghiana pecchi rispetto alla realtà storica del momento che esigeva un potere fortemente centralizzato, resta tuttavia che lo spirito di quella critica non solo è nella grande direttrice del marxismo, ma è lo spirito che deve comunque animare dei dirigenti rivoluzionari marxisti. Se Rosa Luxemburg si fosse trovata a fianco dei bolscevichi nella rivoluzione russa di quegli anni, o se fosse riuscita a giungere alla testa di una rivoluzione tedesca vittoriosa, il suo senso della concretezza l’avrebbe sicuramente costretta ad una serie di atti di forza, di centralizzazione del potere da lei non previsti alla vigilia. In questo senso le sue prese di posizione fra il novembre 1918 e il gennaio 1919 sono molto significative e non c’è dubbio che lottando per la vittoria o la sconfitta della rivoluzione contro un nemico insidioso e annidato in ogni angolo non avrebbe esitato di fronte a misure draconiane. Ma in nessun momento avrebbe dimenticato il carattere eccezionale di quelle misure, in nessun momento avrebbe dimenticato l’esigenza di realizzare sempre il massimo possibile di partecipazione e di democrazia, in nessun momento avrebbe trascurato il dovere di dire la verità alle masse e di render ragione degli atti compiuti dalla rivoluzione. Il regime eccezionale sarebbe stato veramente eccezionale in una linea di sviluppo che avrebbe teso a creare al più presto le condizioni di una vita democratica. Perciò la critica più profonda che essa muove ai bolscevichi è probabilmente quella conclusiva, quella di teorizzare i loro atteggiamenti contingenti, di fare dell’eccezione la regola di condotta. “Con il loro atteggiamento decisamente rivoluzionario, con la loro esemplare forza di azione e la loro incrollabile fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno veramente fatto quanto era da farsi in circostanze così diabolicamente difficili. Il pericolo comincia nel momento in cui, facendo di necessità virtù, essi fissano teoricamente in tutti i dettagli la tattica a cui sono costretti da queste fatali condizioni e vogliono raccomandarla come modello di tattica socialista, all’imitazione del proletariato internazionale. Come in tal modo si pongono da se stessi sotto una luce falsa, e pongono il loro reale incontestabile merito storico sotto il moggio di deviazioni imposte dalla necessità, così rendono un cattivo servizio al socialismo internazionale per il quale hanno lottato e sofferto, quando vogliono introdurre nel suo bagaglio come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità, storture che in fin dei conti non furono che contraccolpi della bancarotta del socialismo internazionale in questa guerra mondiale (...). Essi non devono pretendere di compiere miracoli. Perché una rivoluzione proletaria, esemplare e perfetta, in un paese isolato, spossato dalla guerra mondiale, strozzato dall’imperialismo, tradito dal proletariato internazionale, sarebbe un miracolo. Quel che importa è distinguere nella politica dei bolscevichi, l’essenziale dall’accessorio, la sostanza dall’accidente”.[232]Che questa critica colpisse nel segno, che individuasse un pericolo reale è provato a sufficienza dalla tendenza, sviluppatasi a dismisura dopo la morte di Lenin, ad elevare l’esperienza assolutamente originale della rivoluzione russa a “modello di tattica socialista” fino a fissarla in uno schema valido per tutti e addirittura in un dogma di fede. E crediamo altresì che fosse una giusta valutazione ritenere che sarebbe stato “un cattivo servizio al socialismo internazionale” fargli accettare non solo l’immenso patrimonio positivo che la rivoluzione d’ottobre aveva rappresentato, ma anche “come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità”, e siamo fermamente convinti che nello sforzo per il superamento di questi errori in cui il movimento operaio è ora impegnato il pensiero di Rosa Luxemburg possa essere di aiuto efficace.

Ed è certamente valida anche la sua spiegazione della radice di questi errori, cioè l’isolamento internazionale della rivoluzione russa. D’accordo con Marx e con Lenin, essa credeva che una rivoluzione russa avrebbe potuto portare la classe operaia al potere ma che “la rivoluzione russa per i suoi destini dipendeva completamente dagli avvenimenti internazionali”.[233]Che poi, venuta meno la rivoluzione internazionale, la Russia abbia potuto camminare da sola sulla via dei socialismo non toglie nulla alla validità del ragionamento luxemburghiano che in questo non si discosta affatto dalle posizioni di Lenin: in realtà la costruzione del socialismo nella sola Russia, che era la sola scelta rimasta ai bolscevichi, è costata infinitamente più sacrifici più sangue e più lacrime di quanto non sarebbe altrimenti accaduto, e la responsabilità non ricade solo su Stalin, ma anche e soprattutto sul movimento operaio internazionale che ha lasciato la Russia in quella situazione di isolamento. E questa è un’altra valida conclusione dello scritto di Rosa Luxemburg, sorretta in questa analisi dal suo profondo spirito internazionalista.

Forse nessuno ebbe chiara come lei la coscienza dell’internazionalità del movimento operaio e degli stretti legami che correvano fra le vicende della lotta nei diversi paesi.[234] In un periodo in cui il movimento operaio occidentale si avviava già per la strada, che poi avrebbe largamente seguito, della progressiva integrazione alla società capitalistica e quindi anche alla sua dimensione statale e nazionale, Rosa Luxemburg difese con fermezza le ragioni dell’internazionalismo, non solo per la sua duplice appartenenza al movimento polacco-russo e a quello tedesco, non solo per il legame quasi religioso, ch’essa sentiva con l’umanità tutta intera[235], ma per gli stessi suoi studi. Come la politica dell’imperialismo da lei analizzata acutamente nei suoi scritti creava una fitta rete di rapporti internazionali che finiva con l’abbracciare le classi dirigenti di tutti gli Stati così essa avvertiva che la lotta antimperialistica e anticapitalistica del proletariato non poteva svolgersi in vaso chiuso nell’ambito dei singoli Stati: a ciò la portava la sua visione del processo storico tesa ad afferrare tutti gli effetti e tutte le implicazioni di ogni singolo momento per collocarlo nel quadro della totalità nel quale soltanto può essere veramente compreso.

Ora, come abbiamo visto, essa aveva fin dalla rivoluzione del 1905 insistito sulla reciproca influenza del movimento operaio russo e tedesco e sulla necessità di collegarne gli sforzi per la riuscita della rivoluzione socialista. Essa non poteva quindi non sentire che le terribili difficoltà in cui si dibatteva la rivoluzione russa erano dovute in primo luogo alla responsabilità della socialdemocrazia tedesca che si era adoperata per anni a spegnere tutta la vitalità rivoluzionaria del proletariato tedesco e che ne utilizzava la disciplina cadaverica per trattenerlo sulla via della rivoluzione e della solidarietà attiva con la rivoluzione russa.[236] E tutti i suoi sforzi furono diretti ad accelerare la rivoluzione tedesca per por fine alla carneficina e per assicurare il trionfo del socialismo attraverso la solidarietà dei proletariati russo e tedesco. Fin dall’aprile 1917, e cioè sette mesi prima della vittoria bolscevica, essa vede nello scoppio della nuova rivoluzione russa un “messaggio di salvezza” e annuncia all’amica Marta Rosenbaum che “è la nostra propria causa che vince”, che “quel che viene dalla Russia” “s’irraggerà per tutta l’Europa” e che “ora ha inizio un’epoca nuova”.[237]E nel maggio scrive che si tratta di una “rivoluzione proletaria di portata storica mondiale, che deve ripercuotersi in tutti i paesi capitalistici e che proprio in quanto lotta socialista-proletaria per il potere così in Germania come altrove può essere propagata soltanto per via rivoluzionaria”.[238]Purtroppo, constata nel gennaio 1918, “ la rivoluzione russa, se si prescinde da qualche coraggioso sforzo del proletariato italiano, è stata piantata in asso dai proletari di tutti i paesi”.[239]E nel settembre 1918, nello stesso periodo in cui scrive il saggio pubblicato postumo sulla rivoluzione russa, essa conclude l’articolo Die russische Tragodie con queste parole: “C’è una sola soluzione alla tragedia in cui è stretta la Russia: la rivolta alle spalle dell’imperialismo tedesco, la sollevazione delle masse tedesche, come segnale per porre internazionalmente una fine rivoluzionaria al massacro dei popoli. Salvare l’onore della rivoluzione russa è in quest’ora fatale l’identica cosa che salvare l’onore del proletariato tedesco e del socialismo internazionale”.[240]

Poche settimane dopo, la rivoluzione scoppiava e la guerra aveva termine. Ma subito la socialdemocrazia tedesca con gli Ebert, i Scheidemann e i Noske si precipitava al salvataggio del regime e cominciava una lotta senza quartiere fra le forze della conservazione, strette attorno alla socialdemocrazia, e le forze della rivoluzione strette attorno alla Lega Spartaco. Per due mesi dalle colonne della Rote Fahne ch’essa dirigeva, Rosa Luxemburg lanciò le parole d’ordine della rivoluzione, che sono caratteristiche del suo modo di pensare. Da un lato non si stancava di ripetere che il tempo del socialismo era ormai maturo, che il proletariato doveva opporsi alla conservazione dell’ordine borghese attraverso l’Assemblea costituente e assumere in proprio il potere con i consigli degli operai e dei soldati per instaurare la dittatura del proletariato, ma in pari tempo avvertiva che il socialismo non può essere opera di minoranza ma può essere realizzato solo dalla “grande maggioranza dei lavoratori”, che il potere dev’essere conquistato dal basso, che “solo mercé una costante, viva, reciproca azione delle masse e dei loro organi - i consigli dei deputati degli operai e dei soldati - si può impregnare lo Stato di spirito socialista... Il trionfo della Lega Spartaco (...) si identifica con il trionfo della grande massa della classe lavoratrice socialista”.[241]

Ma essa sapeva che la lotta non era facile, che, se anche vittoriosa, sarebbe durata a lungo e avrebbe cagionato molte vittime. “La classe capitalistica imperialistica, come ultimo rampollo della classe degli sfruttatori, supera la brutalità, lo scoperto cinismo e la bassezza di tutti i suoi predecessori. Essa difenderà il suo sancta sanctorum,il suo profitto e il suo privilegio dello sfruttamento con le unghie e con i denti, con quei metodi di fredda crudeltà che ha manifestato in tutta la storia della politica coloniale e nell’ultima guerra mondiale. Essa sommuoverà cielo e inferno contro il proletariato. Mobiliterà i contadini contro le città, aizzerà gli strati arretrati dei lavoratori contro l’avanguardia socialista, provocherà stragi con gli ufficiali”.[242]E di queste stragi sentiva su di sé l’incombente minaccia; sapeva che dopo Liebknecht nessuno era più odiato di lei dalle forze della reazione e in primo luogo dai socialdemocratici al governo. Mandando il 18 novembre le condoglianze agli amici Geck che avevano perduto il figlio negli ultimi giorni di guerra, essa scrive: “Tutti noi siamo soggetti alla cieca sorte, e mi conforta soltanto il pensiero che forse anch’io presto sarò spedita nell’al di là - forse da una pallottola della controrivoluzione che da tutti i lati è in agguato.[243]Erano parole profetiche.

Dopo che a fine dicembre il congresso della Lega Spartaco, pur approvando entusiasticamente il programma preparato da Rosa Luxemburg, ebbe respinto la sua proposta di partecipazione alle elezioni dell’Assemblea costituente[244], la corrente estremista del partito aveva di fatto il sopravvento ed era facile al governo socialdemocratico provocarla fino a trascinarla all’insurrezione armata. Rosa Luxemburg fu contraria a quella insurrezione perché essa non si lasciava ingannare dalla situazione berlinese ma la considerava nel quadro dei rapporti di forza in tutta la Germania ove gli avversari avevano la prevalenza: tuttavia volle proprio la “cieca sorte” che fosse l’iniziativa delle masse a costarle la vita. Perché nonostante la sua opposizione all’insurrezione, essa non volle per nessuna ragione disertare il suo posto: i comunisti, aveva scritto Marx, stanno in mezzo alle masse e le aiutano a capire “perché veramente combattono”, e Rosa volle rimanere in mezzo alle masse anche per rafforzare il processo di maturazione[245], anche dopo che il ministro socialdemocratico Noske ebbe chiamato a Berlino truppe imperiali per organizzare la repressione, e l’incitamento all’assassinio dei capi spartachiani fu pubblicamente diffuso persino dalle colonne del Vorwärts, e addirittura affisso sui muri. Lo storico Rosenberg parla a questo proposito di un residuo di decoro piccolo-borghese nella Luxemburg[246],ma a noi sembra più valida la tesi della Zetkin e di Lukács che parla di unità teorico-pratica che fu in lei viva fino alla fine e le impedì di distaccarsi dalle masse di cui non condivideva l’operato ma di cui a maggior ragione doveva contribuire a sviluppare la coscienza.[247]

Il 15 gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht furono arrestati dagli ufficiali di cavalleria ed assassinati prima di esser condotti in prigione. Il corpo di Rosa fu gettato in un canale, dove fu ritrovato soltanto qualche mese dopo. “Carlo e Rosa hanno compiuto il loro estremo dovere rivoluzionario” scriveva Leo Jogisches a Lenin appena fu certa la notizia della morte[248]:poche settimane dopo anche Jogisches, arrestato, subiva la sorte medesima.

Non si dovrebbe concludere un’analisi del pensiero di Rosa Luxemburg senza fare un cenno anche della sua personalità, di questa eccezionale personalità di cui fu scritto che riuniva in sé “la letizia del bimbo più lieto, la tenerezza della donna più tenera, la serietà e la forza intellettiva dell’uomo più serio” [249].

a speriamo di avere altra occasione di farlo, se ci sarà dato di pubblicare i documenti che testimoniano di questa personalità così ricca, le lettere che ci sono rimaste.

Solo qualche parola vogliamo aggiungere per un giudizio conclusivo sul contributo di Rosa Luxemburg al pensiero marxista. Per troppi anni, salvo pochi casi isolati, i suoi scritti sono stati usati solo strumentalmente nelle polemiche del movimento operaio secondo due approcci caratteristici. Da parte socialdemocratica si sono utilizzati solo pochissimi scritti, generalmente due (Problemi d’organizzazione e La rivoluzione russa, inclusi in questo volume) per farla apparire come l’avversaria di Lenin e dei bolscevichi, fustigatrice della dittatura del proletariato e strenuo difensore della democrazia, naturalmente borghese. Speriamo da parte nostra di esser riusciti a render chiaro che Rosa Luxemburg fu avversaria implacabile proprio della socialdemocrazia (nel senso odierno della parola), cioè di ogni politica socialista che si integri alla democrazia e alla società borghesi e non informi ogni suo atto allo scopo preciso di rovesciare la società capitalistica e realizzare la conquista del potere da parte dei lavoratori [250].

Da parte comunista si è partiti in generale dal presupposto che Lenin non ha mai sbagliato, che ha sempre avuto ragione, che quindi Rosa Luxemburg aveva per definizione torto in ogni sua polemica con Lenin e che i suoi meriti consistono nell’essersi a poco a poco avvicinata alla verità leninista. Ora noi siamo fermamente convinti che Lenin è stato soprattutto un grandissimo, difficilmente eguagliabile, capo rivoluzionario, che ha saputo scoprire e utilizzare tutte le possibilità strategiche e tattiche per condurre il proletariato russo alla vittoria. Ma in questo è anche il suo limite teorico, perché troppo spesso egli è portato dalla necessità della polemica contingente a presentare come verità assolute, come modelli, delle scelte tattiche perfettamente valide ma storicamente molto condizionate. Perciò chi legga Lenin senza collocarlo nella realtà storica in cui operava rischia di prendere dei formidabili abbagli. Ora Lenin operava nella realtà russa del suo tempo e Rosa Luxemburg in quella tedesca e in quella polacca: parecchi dei loro contrasti derivano appunto da questa situazione. Su alcuni di essi ci siamo già pronunciati; di altri ci occupiamo nelle note introduttive ai vari lavori. Qui ci preme soltanto rilevare che anche i limiti di Rosa Luxemburg sono legati alle sue qualità positive e sono essenzialmente due. Da un lato il suo appassionato senso di umanità, il suo legame profondo con tutti gli esseri, la sua aspirazione alla bontà come la vetta più alta dello spirito, lo stesso suo odio verso la società classista, creazione della storia, le davano una carica di ottimismo e di fiducia quasi rousseauiana nella natura umana che talvolta pesava sulle sue stesse valutazioni politiche. D’altro lato l’acutezza del suo ingegno e le sue analisi fortemente penetranti, che le avevano fatto scoprire i più riposti meccanismi della società capitalistica e in particolare dell’imperialismo, per quanto mascherati sotto i più vari colori, le davano una certa tendenza - non estranea del resto allo stesso Marx - a sopravvalutare il pur effettivo operare delle leggi dello sviluppo capitalistico nel senso di affrettarne i ritmi con la propria lungimiranza e di sottovalutare quindi gli aspetti non capitalistici della società di cui essa anticipava la futura scomparsa: da ciò anche l’insufficiente attenzione data al problema dei contadini [251].

Chiudendo il suo schizzo biografico di Rosa Luxemburg, scrive Kautsky: “Rosa Luxemburg e i suoi amici avranno sempre un posto di grande rilievo nella storia del socialismo; ma di questa storia essi hanno impersonato un’epoca, che è ormai giunta alla fine” [252].

Noi siamo d’avviso perfettamente contrario, nel senso che riteniamo che solo ora, con il fallimento della socialdemocrazia e con la crisi del dogmatismo, si apra veramente il periodo storico in cui il metodo e il pensiero di Rosa Luxemburg possono e devono diventare una guida intellettuale del movimento operaio, perché oggi più che mai è necessaria la sintesi luxemburghiana di lotta quotidiana e di scopo finale, per combattere assieme l’opportunismo e il revisionismo, che han portato la maggioranza del proletariato occidentale alla totale capitolazione, e l’estremismo pseudo-marxista che ignora le necessarie mediazioni e vuole “tutta e subito” la rivoluzione totale. Insieme con Lenin, con cui ha combattuto tante battaglie, Rosa Luxemburg deve tornare ad essere conosciuta e apprezzata per quel che “è stata sempre, portavoce insuperato, maestro e dirigente indimenticabile del marxismo rivoluzionario” [253].

 

 

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Di Ario Libert - Pubblicato in : Approfondimenti - Community : La Tradizione Libertaria
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