Friday 20 april 2012 5 20 /04 /Apr /2012 07:00

 

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Introduzione

[a "Scritti politici" di Rosa Luxemburg]


La raccolta completa delle sue opere offrirà un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti in tutto il mondo.

Lenin


Il motivo che mi ha spinto a presentare al pubblico italiano questa antologia dei principali scritti politici di Rosa Luxemburg non è stato quello di fornire un contributo per la conoscenza storica del movimento operaio internazionale, in seno al quale Rosa Luxemburg occupò per un ventennio un posto preminente, bensì quello di offrire uno strumento attuale, perfettamente valido ancor oggi, per l’elaborazione e l’approfondimento di una strategia di lotta del movimento operaio. Perfettamente attuale ancor oggi, anzi sempre più attuale a misura che i militanti più seri e più impegnati, spezzate le catene del dogmatismo e abbandonate le illusioni perennemente risorgenti dell’opportunismo, riprendono contatto con la sorgente viva del pensiero marxista riscoprendone l’inesauribile ricchezza.

Di quel pensiero marxista che, secondo la nota definizione engelsiana, non e un dogma ma una guida per l’azione, Rosa Luxemburg e stata certamente fra i continuatori più efficaci e più creativi e nulla può apparire più naturale quindi che il suo nome sia stato quasi dimenticato durante i lunghi anni in cui l’opportunismo da un lato e il dogmatismo dall’altro fecero strazio del marxismo. Non e perciò forse superfluo ricordare ai lettori italiani alcuni fra i principali giudizi che uomini eminenti del movimento operaio ebbero già a pronunciare sul suo conto. Di questi giudizi il più noto e quello di Lenin che nel 1922 scriveva: "Nonostante questi errori, essa era ed e rimasta un’aquila, e non soltanto la sua memoria sarà sempre cara ai comunisti di tutto il mondo, ma anche la sua biografia e la raccolta completa delle sue opere (nella pubblicazione delle quali i comunisti tedeschi ritardano incredibilmente, del che essi sono soltanto in parte scusabili per gli immensi sacrifici che devono sopportare nella loro dura lotta) offriranno un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti di tutto il mondo" [1]; in ciò riecheggiando il giudizio che Karl Radek, allora leader bolscevico di primo piano, aveva espresso nella commemorazione di Rosa: "Ciò che Rosa Luxemburg fu ed è per il proletariato tedesco ed internazionale, non appartiene al passato, ma si farà valere soltanto nell’avvenire, quando larghi strati di comunisti studieranno profondamente la raccolta delle sue opere e faranno proprio lo spirito che emana da esse. Con ciò non è detto che noi dobbiamo condividere ogni sua opinione. Antonio Pannekoek criticò il suo libro sull’accumulazione del capitale, chi scrive queste righe prese atteggiamento critico di fronte alla parte positiva della Juniusbroschùre; ma nessuno che voglia parlare in nome del comunismo, che pensi da comunista, deporrà questi scritti senza aver acquistato la convinzione che con Rosa Luxemburg morì il più profondo spirito teorico del marxismo, che essa è la nostra guida, dalla quale gli operai comunisti avranno ancora da imparare per decenni" [2].

Non stupisca questa affermazione che la Luxemburg fosse "il più profondo spirito teorico del comunismo" fatta, vivo Lenin, da un militante del suo stesso partito; già una quindicina di anni prima Franz Mehring, lo studioso e biografo di Marx, aveva potuto scrivere nella rivista diretta da Kautsky, che pure era quasi unanimemente considerato come l’interprete più autorevole del marxismo, che Rosa Luxemburg era "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels" [3] e un giudizio analogo troviamo nella prefazione che Lukács scrisse nel 1922 per la raccolta di saggi pubblicata sotto il titolo Geschichte und Klassenbewusstsein nella quale definisce Rosa Luxemburg "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l’opera della sua vita sia sul piano dei fatti economici che sul piano del metodo economico e che, da questo punto di vista, si ricolleghi concretamente al livello presente dell’evoluzione sociale" [4].

Ma, nonostante che i più illustri esponenti del pensiero marxista ne avessero messo in luce l’importanza, l’opera teorica di Rosa Luxemburg, disseminata in numerosi pamphlets e dispersa in centinaia di articoli e discorsi, doveva essere già pochi anni dopo la sua morte avvolta in una rigida cortina di silenzio che solo pochi studiosi osarono infrangere. Da un lato la destra socialdemocratica, che poche settimane dopo la sua ascesa al potere in Germania aveva compiacentemente favorito l’assassinio della Luxemburg per sbarazzarsi dell’avversario più pericoloso, non aveva certo interesse a ripubblicare i suoi scritti che sarebbero suonati come altrettanti capi d’accusa contro la politica socialdemocratica; dall’altro il rigido dogmatismo staliniano non poteva riconoscere diritto di circolazione a un pensiero non solo così vivo e così ricco come quello della Luxemburg ma che era, si può dire, tutto uno squillo di battaglia contro ogni tentativo di irrigidire il marxismo in schemi senz’anima. Era appena trascorso un anno dalla morte di Lenin che già l’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista condannava alcune dottrine della Luxemburg e al principio degli anni ‘30 ogni ristampa di suoi scritti da parte comunista era diventata impossibile e il suo nome non poteva essere pronunciato se non accompagnato dalle più dure condanne: si arrivò a parlare di “lue luxemburghiana”. [5]. Sicché l’edizione delle opere complete che Lenin aveva auspicato e che era stata allora iniziata, attende ancora, ad oltre quarant’anni dalla morte, la sua realizzazione: è comunque certamente un fatto positivo che si sia ricominciato da parte comunista a ristamparne gli scritti e che recentemente sia stata pubblicata in Polonia una bibliografia completa dei suoi scritti che costituisce una guida preziosa per ogni studioso e per un auspicato editore e che noi riproduciamo in questo volume.

Il problema centrale di Rosa Luxemburg, il problema attorno a cui ruota tutta la sua opera teorica e anche tutta la sua azione pratica, è il problema della rivoluzione socialista: "Perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi?" [6]. Fu questo del resto anche il problema centrale di Marx [7] come dev’esserlo per ogni socialista per cui il socialismo non sia soltanto un facile soggetto da esercitazioni domenicali nei pubblici comizi ma sia una scelta fondamentale, morale e politica, che dev’essere tradotta in realtà. All’impostazione corretta e alla soluzione del problema Marx aveva apportato un contributo decisivo, ma i suoi epigoni o non l’avevano compreso o ne avevano nella pratica tradito lo spirito, e a ritrovare questo spirito, sia sul piano del metodo sia sul piano dell'analisi come su quello della azione, fu volta tutta l’opera di Rosa Luxemburg.

La tradizione rivoluzionaria che aveva dominato fino a Marx era naturalmente la tradizione della grande rivoluzione francese, e lo stesso Marx e Engels ne furono largamente impregnati. Ma la rivoluzione francese fu un momento storico così ricco, così potentemente creativo, che ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, gli storici non hanno finito di sviscerarne gli aspetti essenziali e di intenderne tutta la possente dinamica interna. Non è pertanto da meravigliare se gli immediati successori ne cogliessero e ne isolassero alcuni aspetti giungendo a conclusioni unilaterali e false, tanto più che in seno alla rivoluzione stessa avevano agito forze contraddittorie che non potevano non suscitare forti cariche emotive di segno opposto. E così come, da un lato, i conservatori tendevano a fare il processo alla rivoluzione, e agli ideali che essa aveva espresso, in nome dei diritti e della continuità della storia, dall’altro lato le forze di sinistra tendevano a fare il processo ai risultati storici della rivoluzione in nome degli ideali incompiuti che la rivoluzione stessa aveva proclamato. Ma vi era poi profonda disparità, in seno alla stessa sinistra, sul modo di attuare questi ideali incompiuti, cioè di riprendere il corso del processo rivoluzionario. A seconda precisamente che si mettesse l’accento su uno o l’altro degli aspetti della rivoluzione, c’erano da un lato i facitori di sistemi e dall’altro i facitori di rivoluzioni.

Facitori di sistemi erano gli utopisti che costruivano piani di future società presunte perfette, ma non riuscivano a individuare nel processo storico un meccanismo capace di realizzare i loro ideali. Facitori di rivoluzioni erano i socialisti del tipo blanquista, che erano socialisti in quanto credevano alla vittoria del proletariato e individuavano come vero nemico non più la vecchia aristocrazia ma la nuova classe borghese, ma quanto a metodo rivoluzionario si richiamavano alla tradizione Babeuf-Buonarroti: isolavano cioè il problema della conquista del potere, attraverso una congiura di iniziati, che avrebbe dovuto istituire una dittatura per rifare dalle fondamenta l’ordine sociale, dal processo storico che fa maturare dall’interno della società sia le condizioni oggettive della rivoluzione che la volontà e la partecipazione di larghe masse. Tendevano, cioè, i blanquisti a porre l’accento esclusivamente sul momento politico della conquista del potere in contrasto con i proudhoniani che isolavano invece il momento economico; tendevano i blanquisti a vedere la rivoluzione come risultato di un mero intervento soggettivo nel processo storico, quasi come il risultato di una contrapposizione globale esterna alla società esistente, e di fronte ad essi stavano invece i molti "riformatori" che vedevano il socialismo nascere dall’interno della società attraverso una serie di correzioni o eliminazioni dei suoi "lati cattivi" per portarla ad un alto grado di perfezione, e ancora una volta gli uni e gli altri coglievano solo un aspetto della realtà perché il socialismo è contrapposizione globale e non semplice correzione, ma è contrapposizione che nasce dall’interno del processo storico, che è immanente alle contraddizioni della società capitalistica. Storicismo e utopismo, momento politico e momento economico, contrapposizione globale e trasformazione interna, tutti momenti unilaterali, isolati, manchevoli o falsi di una realtà complessa che Marx esprimerà in una sintesi felice.

Fin dal Manifesto egli indicò in modo chiaro che il processo della rivoluzione socialista si muove in virtù di un meccanismo che è interno ed intrinseco alla società capitalistica: è il frutto delle sue contraddizioni, e in particolare della contraddizione fondamentale fra le forze produttive, il cui carattere sociale tende sempre più ad accentuarsi, e l’ordinamento dei rapporti di produzione che è viceversa dominato dal principio privatistico del profitto. Due anni dopo, nel 1850, egli aggiunse un nuovo elemento importante alla sua dottrina della rivoluzione, e cioè che il contrasto fra forze produttive e rapporti di produzione può assumere la forma violenta di una rottura rivoluzionaria solo in concomitanza con un inasprimento del contrasto stesso dovuto ad un accentuarsi degli squilibri interni della società capitalistica, cioè in pratica ad una crisi economica, lasciando un po’ in ombra l’idea, che pure gli era presente, di una crisi politica nascente da una guerra.

Il grande merito storico di Marx è quindi di avere collocato il processo rivoluzionario all’interno della società capitalistica, come un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, inscindibile da esso e perciò ineliminabile. Essendo un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, frutto delle contraddizioni permanenti del sistema, il processo rivoluzionario non rappresenta un momento isolato, un’esplosione improvvisa: se esso assume forme più radicali e definitive in momenti di particolare tensione dei rapporti sociali, di particolari crisi o squilibri, quelle forme radicali, quelle rotture e lacerazioni della compagine sociale rappresentano il momento terminale di un lungo processo che si è svolto in continuità, pur fra alti e bassi, a cui ha partecipato. Pertanto non un pugno di cospiratori o un’avanguardia illuminata, ma il grosso dell’esercito proletario che costituisce la classe lavoratrice impegnata nella lotta in forme più o meno coscienti. Contraddizioni capitalistiche, lotte di classi che ne risultano, trasformazione conseguente delle strutture sociali, coscienza di questo processo storico e dei suoi scopi ultimi, esasperazione finale della lotta e crollo della società capitalistica: queste sono le grandi linee del processo rivoluzionario descritto da Marx, processo che si svolge sotto i nostri occhi si può dire ogni giorno, che ha momenti di sosta apparente e fasi particolarmente acute, e in cui s’intrecciano la lotta quotidiana dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’aspirazione rivoluzionaria ad un nuovo ordinamento sociale. Il collegamento fra la lotta quotidiana e lo scopo finale, fra il momento oggettivo delle contraddizioni sociali e il momento soggettivo della volontà rivoluzionaria è un collegamento dialettico, non meccanico, ed è su questo scoglio, sulla difficoltà di afferrare la dialetticità di questo nesso che hanno fatto quasi sempre naufragio le teorie socialiste degli epigoni e si è rivelata l’incapacità di dare una direzione marxista, cioè seriamente e coscientemente rivoluzionaria, al movimento operaio.

In un primo periodo l’influenza marxista si fece sentire nel movimento operaio almeno in tre direzioni fondamentali: nell’affermazione della necessaria autonomia politica del movimento operaio e quindi nella netta distinzione del partito socialista dai partiti democratici borghesi; nella esigenza che il movimento operaio autonomo non si isolasse in attesa di una crisi rivoluzionaria ma al contrario preparasse l’esito vittorioso della crisi finale attraverso la partecipazione alla lotta quotidiana per l’estensione della democrazia e per la soddisfazione delle proprie rivendicazioni di classe; nella convinzione che la crisi rivoluzionaria era una necessità storica connessa allo sviluppo stesso della società capitalistica. La prima di queste posizioni significava una chiara delimitazione di confini, e quindi una lotta, sulla destra del movimento operaio, nei confronti delle correnti democratico-borghesi, ed era favorita dall’istinto di classe delle masse operaie; la seconda invece implicava una rottura netta sia con il vecchio blanquismo che con il bakuninismo anarchico, nemico della partecipazione alla lotta politica quotidiana e preso ancora dal sogno della grande liquidazione finale della società borghese, che sarebbe intervenuta senza mediazioni all’ora X in virtù di uno scontro campale e definitivo fra le classi contrapposte. I primi congressi della Seconda Internazionale furono dominati da questi dibattiti: anzi, quasi a simbolo delle rotture che dovevano accompagnare la nascita dei partiti socialisti, la Seconda Internazionale nasceva a Parigi nel 1889 - a somiglianza di quanto doveva accadere tre anni dopo a Genova per il Partito socialista italiano - dal contrasto di due congressi contemporanei di cui solo quello di prevalente ispirazione marxista doveva trovare continuità organizzativa. Quanto ai confini da tracciarsi a destra, essi apparvero fin dal primo momento netti sul terreno organizzativo, cioè sulla necessità di creare un partito autonomo del proletariato, terreno sul quale erano già in Germania i lassalliani, ma assai più incerti si manifestarono sul valore dell’autonomia ideologica e politica di cui quella organizzativa doveva essere strumento: in altre parole, quali avrebbero dovuto essere i fini politici e quale l’azione politica che i partiti socialisti avrebbero dovuto perseguire? Si votavano, è vero, senza troppe difficoltà mozioni che condannavano l’alleanza e la collaborazione politica con partiti borghesi, ma si faticava a trovare dei criteri di differenziazione nelle prospettive, salva naturalmente la prospettiva ultima del socialismo.

E qui allora nasceva il problema centrale, essenziale in ogni, movimento socialista che voglia essere veramente tale: in che modo quella prospettiva ultima reagisce sull’azione quotidiana e ne determina l’orientamento? La risposta è facile, almeno a parole, per chi non crede al valore della partecipazione alla vita degli istituti della società borghese e pensa alla lotta di classe nella forma di due eserciti accampati l’uno contro l’altro che attendono il momento e studiano i piani della battaglia decisiva: in questo caso la risposta è il rifiuto del lavoro quotidiano all’interno della società borghese, una risposta che non solo è fuori del marxismo ma è fuori della realtà. Ma per chi crede all’utilità, anzi alla necessità di quella partecipazione, il problema è più complesso e si può risolvere solo nel senso dialettico di Marx: ove manchi questa capacità dialettica, e, soprattutto, quando sotto lo stimolo di una congiuntura favorevole si facciano forti le pressioni per l’azione immediata sia sul piano economico che su quello politico, è forte il rischio che si provochi una frattura fra questa azione e la prospettiva del socialismo, fra il presente cioè e il futuro. E per questa via vengono a cadere di fatto le linee di frontiera che il movimento operaio ha tracciato sulla sua destra: l’autonomia organizzativa rimane e rimangono i confini organizzativi con le altre formazioni politiche borghesi, ma gli scopi, i metodi, la mentalità, l’ideologia di queste formazioni politiche diventano patrimonio dello stesso partito operaio, al cui interno quindi rinascono quei motivi che esso aveva preteso di chiudere al di fuori. Rotta l’unità dialettica marxista, e isolati di nuovo i due momenti della lotta quotidiana e dello scopo finale, la divisione si riprodurrà di continuo in seno al movimento operaio fra un’ala possibilista, opportunista, riformista o come altrimenti si voglia chiamarla, e un’ala estremista, massimalista, intransigente: due facce della stessa incomprensione della dialetticità del reale, due tendenze politiche che rimangono al di qua della coscienza di classe vera e propria, al di qua della sintesi marxista, al di qua dell’azione rivoluzionaria in senso proprio.

E d’altra parte era inevitabile che il movimento pratico agisse sotto la spinta di stimoli immediati e non potesse giungere di colpo a quella visione totale del processo storico che costituiva il grande apporto teorico del marxismo. Da quando, con lo sviluppo dell’industria capitalistica, il movimento operaio aveva cominciato ad assumere proporzioni di massa, prima in Inghilterra e poi a poco a poco nei paesi dell’Europa occidentale, questi stimoli immediati e questi motivi pratici si erano fatti sentire sempre più fortemente, non tuttavia in un’unica direzione perché in realtà i partiti socialisti erano nati dall’incontro di diverse correnti sociali, ciascuna delle quali vi portava le proprie esigenze e le proprie rivendicazioni. Grosso modo si possono riconoscere nella storia dei partiti socialisti diversi filoni che hanno una propria continuità storica di origine premarxistica e a cui solo la sintesi marxista avrebbe potuto dare una reale unità. C’è naturalmente, innanzitutto, .una corrente operaia che tuttavia si esprime in posizioni diverse: quella della rivolta radicale della miseria contro tutto l’ordine sociale esistente e quella, imbevuta di motivi più economici o addirittura corporativi che politici, che si limita alla lotta sindacale rivendicativa e non disdegna un’alleanza con il potere politico per ottenerne vantaggi corporativi. E accanto a questi filoni operai ci sono anche i filoni di derivazione democratica e di ispirazione prevalentemente piccolo-borghese, anch’essi molteplici: vi sono democratici che conservano in una certa misura le tradizioni quarantottesche della democrazia rivoluzionaria e mal si adattano alla prassi della lotta quotidiana, e ve ne sono altri invece, assai più possibilisti, che vengono al movimento operaio perché vi vedono la base di massa, e quindi lo strumento, per realizzare in ultima analisi il compromesso liberal-democratico con la classe dominante e, per tal via, assicurare la promozione politica degli strati inferiori della società nell’ambito dell’ordinamento esistente. Ora, a seconda dei bisogni e delle aspirazioni che ognuno di questi vari filoni esprime, esso va cercando nella ricca e complessa dottrina marxista quel singolo aspetto o momento che più gli conviene: gli uni l’autonomia della classe operaia, gli altri la partecipazione alle lotte quotidiane sindacali o politiche, gli altri ancora la volontà della rivoluzione finale.

Solo uno sforzo di direzione cosciente, solo un’assidua opera chiarificatrice che sapesse trarre i necessari ammaestramenti dall’esperienza quotidiana, avrebbe potuto realizzare sul terreno dell’azione pratica di lotta quella sintesi dialettica che Marx aveva raggiunto nell’elaborazione teorica ma che non aveva mai avuto modo di sperimentare come leader di partito. Purtroppo invece quello che mancò ai dirigenti della socialdemocrazia tedesca, come degli altri partiti che pur si professavano marxisti, fu proprio questa capacità di sintesi dialettica. Certo, a parole, questi dirigenti ripetevano che la lotta quotidiana non era che un momento preparatore della crisi rivoluzionaria che sarebbe nata dallo stesso processo di sviluppo capitalistico, ma quella crisi era vista come un fatto meccanico, indipendente dall’azione delle masse, come una necessità naturale piuttosto che come una necessità storica in senso marxista. Ma se era un fatto meccanico, una necessità naturale, non dipendente dall’azione quotidiana delle masse, quest’ultima finiva con il muoversi per proprio conto, senza riferimento alcuno alla rivoluzione futura su cui non poteva influire, e rimaneva perciò fine a se stessa, chiusa nell’ambito della società capitalistica. Tributato un omaggio formale alla rivoluzione “futura”, i possibilisti e gli opportunisti potevano tranquillamente limitare il loro orizzonte agli scopi immediati. E d’altra parte, neppure i rivoluzionari, gli “intransigenti”, non riuscivano a vedere questo collegamento: per essi la rivoluzione era la catastrofe fatale legata a una crisi economica che sarebbe inesorabilmente venuta e che bisognava saper attendere senza sporcarsi intanto le mani con le piccole rivendicazioni di ogni giorno, ed era legata ai vecchi schemi quarantotteschi delle barricate e dell’insurrezione, della conquista istantanea del potere attraverso l’occupazione fisica delle sue sedi legali. Della rivoluzione come processo continuo, come estensione continua del potere e come mutamento progressivo dei rapporti di forza, a cui Marx ed Engels avevano pensato soprattutto negli ultimi decenni della loro attività, anche nella forma di un passaggio pacifico [8],quasi nessuna traccia si trovava nelle posizioni cosiddette radicali o rivoluzionarie che formavano l’ala sinistra dei partiti socialisti.

Neppure colui che era universalmente considerato come l’erede teorico e l’interprete ufficiale del pensiero marxista, Karl Kautsky, direttore dell’organo teorico della socialdemocrazia tedesca Die Neue Zeit, era in realtà un marxista: il suo marxismo infatti era fortemente imbevuto del positivismo evoluzionistico del suo tempo che non aveva mancato di contagiare lo stesso Engels dell’ultimo periodo. La successiva evoluzione politica di Kautsky doveva del resto pienamente confermare che quella che per Marx era una sintesi dialettica fra lotta quotidiana e azione rivoluzionaria, era invece per Kautsky una giustapposizione meccanica; che la lotta sui due fronti, contro l’opportunismo e l’estremismo, che in Marx derivava da una visione originale ed autonoma del processo rivoluzionario (e più tardi in Lenin soprattutto da un formidabile senso della concretezza) si traduceva invece per Kautsky in un centrismo senz’anima, più sforzo di conciliazione eclettica che volontà di chiarificazione. Il programma di Erfurt della socialdemocrazia tedesca (1891), opera prevalente di Kautsky, è lo specchio di questa mentalità, anche se a tutta prima poté apparire fedele allo spirito marxista e ottenere in larga misura l’approvazione dello stesso Engels: solo l’esperienza pratica doveva infatti mettere a poco a poco in rilievo come in realtà non vi fosse legame fra il “programma minimo” e lo scopo finale e come di conseguenza l’eclettismo kautskiano fosse una contraffazione della dialettica marxista [9].

Nella pratica infatti il partito socialdemocratico in Germania, come del resto altrove, s’impegnò sempre più nella lotta per gli obiettivi immediati tanto più facilmente quanto più lo sviluppo del capitalismo, e il suo interno dinamismo offrivano prospettive nuove al miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e riassorbivano progressivamente le cause del malcontento più grave, facendo nascere l’illusione di un continuo e sicuro progresso economico e democratico. La soddisfazione per i successi conseguiti sul terreno pratico quotidiano, e la speranza di successi maggiori, faceva passare in seconda linea l’allontanarsi della prospettiva socialista, che diventava sempre più qualche cosa di mitico e avulso dalla realtà della lotta quotidiana: la sintesi dialettica che Marx aveva operato fra i due termini, facendo nascere la rivoluzione socialista dallo sviluppo capitalistico, sembrava definitivamente perduta. Conseguenza di questa. situazione, in cui come si è detto confluivano le spinte della realtà obiettiva e le insufficienze e incertezze dei dirigenti, fu che la socialdemocrazia diventava ogni giorno più un partito semplicemente democratico-borghese, che, avendo perso di vista, o non avendo addirittura afferrato, il legame permanente fra lotta democratica e lotta socialista, si orientava verso una separazione meccanica della duplice lotta in fasi temporali nettamente distinte. Si distingueva dagli altri partiti borghesi per la sua composizione sociale prevalentemente operaia e per l’attenzione minuta che dedicava ai problemi operai, ma chiudeva sempre più i suoi orizzonti e le sue prospettive nell’ambito della società capitalistica e quindi nell’ambito delle soluzioni compatibili con l’ordinamento capitalistico, rinunciando ad ogni volontà di emancipazione integrale del proletariato dallo sfruttamento capitalistico. In un certo senso era proprio il suo carattere operaistico e l’attenzione minuta ai problemi operai che aiutava a tener lontani i militanti dai grandi problemi politici e dalle soluzioni di fondo. Ma poiché non si arrivava ad abbandonare la dottrina ufficiale marxista, ne derivava un divorzio fra teoria e pratica, fra i principi proclamati e l’azione svolta, che favoriva il graduale prevalere delle concezioni revisionistiche cui bisognava perlomeno riconoscere il merito di offrire una teorizzazione che significava, sì, una rottura con il socialismo, ma una conciliazione con la prassi e l’esperienza di ogni giorno e di ciascuno.

 

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE
 

 

 

 

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