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13 aprile 2012 5 13 /04 /aprile /2012 05:00

Al collegamento sottostante il lettore potrà leggere L'autodifesa che Rosa Luxemburg pronunciò nel febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. Preziosa testimonianza di quanto centrale fosse, nel pensiero e nell'azione politica autenticamente marxista e libertaria della sinistra socialdemocratica, l'antimilitarismo, così come la denuncia del colonialismo e dell'imperialismo, al contrario del puro e semplice collaborazionismo dell'apparato partitico socialdemocratico tedesco.

Qui sotto al collegamento allo scritto di Rosa Luxemburg abbiamo fatto seguire la nota introduttiva ad esso tratta dalla grande antologia dei suoi scritti, editi con il titolo di Scritti politici, nel 1967 dalla casa editrice dell'allora partito comunista italiano Editori Riuniti, e curati da Lelio Basso, il massimo conoscitore della grande studiosa e attivista politica tedesca.

 

Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l'accusa di incitamento alla diserzione

 

Luxemburg francobollo 1974


 

Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte

Nota introduttiva

di Lelio Basso

 

Abbiamo ampiamente illustrato nell’introduzione l’importanza che il militarismo assumeva nella concezione generale che Rosa Luxemburg aveva della società capitalistica e delle prospettive rivoluzionarie, e abbiamo messo in rilievo i contributi originali ch’essa apportò alle idee correnti in seno alla socialdemocrazia. Questa aveva ereditato le tradizioni democratiche che vedevano nel militarismo e negli eserciti stanziali un punto d’appoggio della reazione e vi contrapponevano l’idea della milizia popolare, così come erano ostili alla guerra in nome di un generico pacifismo; sfuggiva ad esse, e sfuggiva alla socialdemocrazia tradizionale, il preciso significato di classe del militarismo. Come abbiamo visto Rosa Luxemburg mise in rilievo, accanto alle tradizionali accuse al militarismo, bastione della reazione e fautore di guerra, la funzione economica che esso esercitava anche in tempo di pace, in quanto offriva con il riarmo uno sbocco supplementare alla produzione capitalistica e quindi un mezzo sicuro di accrescimento della domanda globale, e di incremento del profitto. In questo senso il militarismo diventava un momento necessario dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica per controbilanciare gli squilibri tradizionali del mercato, cosa come al tempo stesso diventava strumento della politica di conquista di nuovi mercati coloniali, anch’essa momento necessario dello sviluppo imperialistico. La lotta contro il militarismo e contro la guerra in preparazione era perciò per Rosa Luxemburg una precisa esigenza di classe del proletariato, tanto pili che, come si è visto, essa vedeva nella futura guerra la matrice di quella crisi politica da cui avrebbe potuto nascere la spinta rivoluzionaria e il crollo della società capitalistica. Ma poiché ogni rivoluzione esige una larga partecipazione di masse coscienti, e la coscienza si acquista solo attraverso l’esperienza e la lotta, l’impegno antimilitarista diventava un momento necessario della preparazione rivoluzionaria: senza questa preparazione, il momento della crisi sarebbe sopravvenuto egualmente ma avrebbe trovato, come trovò, il proletariato impreparato al suo compito. E ciò tanto più che, seguendo in questo Engels, essa pensava che il successo finale della rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi non tanto con una vittoria del popolo armato contro l’esercito ma con un passaggio dei soldati dalla parte del popolo, e ciò presupponeva nei soldati una coscienza e maturità politica capaci di liberarli dal sistema dell’ubbidienza cadaverica imposta loro dai regolamenti e dalla prassi militari. A questo fine era pure necessario un lungo periodo di lotte educatrici che trascinassero soprattutto la gioventù: la propaganda antimilitarista doveva quindi rompere la separazione fra esercito e popolo e porre invece le premesse di una alleanza.

Ma la socialdemocrazia tedesca, presa ormai soltanto dalle preoccupazioni dell’immediato e decisamente inserita nel sistema, non poteva affrontare una lotta a fondo di questa natura che avrebbe colpito al cuore il sistema stesso. Si continuava a votare in omaggio alla tradizione contro i bilanci militari, ma si giustificava questo voto solo richiamandosi al sistema della milizia. Si trascuravano in genere le questioni di politica internazionale o tutt’al più, se si affrontavano, si evitava di andare alla radice dei fatti limitandosi a perseguire le speranze di soluzioni pacifiche. Perciò le due risoluzioni fatte approvare da Rosa Luxemburg in sede di congressi internazionali, quella di Parigi del 1900 e quella di Stoccarda del 1907, dovevano rimanere lettera morta per la socialdemocrazia tedesca. Fu quasi soltanto Karl Liebknecht a farsi promotore di un’azione concreta e decisa contro il militarismo e di un’intensa propaganda fra la gioventù, proponendo una serie di mozioni ai congressi di Brema (1904), Iena (1905) e Mannheim (1906), che incontrarono in generale l’ostilità di Bebel nonostante che Liebknecht invocasse appunto la risoluzione luxemburghiana del congresso internazionale di Parigi, teoricamente obbligatoria anche per la socialdemocrazia tedesca. Il 12 ottobre 1907 Liebknecht fu processato e condannato a un anno e mezzo di prigione per il suo scritto Militarismo e antimilitarismo, sconfessato da Bebel in pieno Reichstag.

Del resto dopo la sconfitta elettorale del 1907, dopo le cosiddette “elezioni ottentotte”, la preoccupazione principale dei dirigenti socialdemocratici fu di liberare il partito dall’accusa di “antinazionale”, raddoppiando in zelo patriottico. Nella prima discussione del bilancio militare dopo le elezioni, si ebbe al Reichstag il primo discorso importante di Noske, il futuro “uomo forte” della repressione antioperaia del dopoguerra, il quale non esitò ad affermare che i socialisti erano interessati ad assicurare l’organizzazione militare necessaria alla difesa del paese e che essi volevano un popolo libero e culturalmente più avanzato per garantire una Germania più forte. Questo discorso fu oggetto di un acceso dibattito al congresso di Essen (1907) dove la divisione di fondo fra le due tendenze del partito apparve abbastanza chiara: chi considerava più importante la lotta contro l’imperialismo condannava Noske, chi si preoccupava di più delle elezioni e dei problemi immediati, era disposto a compromessi con l’imperialismo e accettava anche il militarismo. Il gruppo dirigente del partito era schierato su queste ultime posizioni, con la sola riserva della preoccupazione di Bebel di mantenere l’unità del partito e di non rinnegare apertamente le dottrine tradizionali: ciò fece si che di compromesso in compromesso si arrivasse, come sbocco naturale, alla capitolazione del 4 agosto 1914.Momento importante di questo cammino fu appunto il rifiuto della lotta antimilitarista, per giustificare la quale si minimizzava la aggressività dell’imperialismo; così al congresso internazionale di Stoccarda (1907), Bebel affermò che “nei circoli influenti della Germania quasi nessuno vuole la guerra” [1]; così all’epoca della seconda crisi marocchina (1911) la socialdemocrazia tedesca si oppose a qualunque azione internazionale negando che vi fosse pericolo di guerra; così si oppose, in Germania, a un’organizzazione autonoma della gioventù, voluta da Liebknecht, Zetkin, Ludwig Frank, per timore che fosse preda della propaganda antimilitarista; così infine nel 1913 il gruppo parlamentare si pronunciò con 52 voti contro 37 e 7 astenuti per il voto favorevole ad una proposta del governo che istitutiva una nuova tassa per accrescere le spese degli armamenti: come disse allora Fritz Geyer, uno dei leader del gruppo dei deputati oppositori, il governo tedesco sapeva ormai che poteva spingere la politica di riarmo grazie ai fondi che gli procuravano i voti socialdemocratici. Il vecchio slogan “a questo sistema né un uomo né un soldo” cessava di guidare la tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca, e prendeva il sopravvento l’altro che già correva dal 1907 “nell’ora del pericolo non pianteremo in asso la patria” [2].

Ma nella stessa misura in cui i progressivi cedimenti della direzione e dei parlamentari socialdemocratici incoraggiavano il governo imperiale nella sua corsa verso la guerra, facendo svanire lo spauracchio di una ferma opposizione delle masse [3], nella stessa misura s’intensificava l’agitazione antimilitarista della sinistra socialista, in particolare di Liebknecht e della Luxemburg, pienamente coscienti del pericolo imminente di guerra. Nel corso di un intenso giro di propaganda nella seconda metà del settembre 1913, Rosa Luxemburg pronunciò il giorno 26 un discorso a Bockenheim, presso Francoforte sul Meno, e successivamente a Fechenheim. Manca il resoconto stenografico del discorso, di cui fu pubblicato un breve riassunto nella Volksstimme di Francoforte [4]. La polizia non assisteva alla riunione, ma un redattore del giornale evangelico-nazionale Frankfurter Warte, tale Henrici, sulla base di suoi appunti stenografici, denunciò l’oratrice a cagione della frase: “Se si pretende da noi che leviamo l’arma omicida contro i nostri fratelli francesi e altri fratelli stranieri, noi dichiariamo: ‘no, non lo facciamo’“ [5]. La procura di Stato di Francoforte elevò l’imputazione di incitamento dei soldati alla disubbidienza e il processo fu celebrato dinanzi alla II sezione penale del tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. All’inizio del dibattimento Rosa Luxemburg, interrogata dal presidente, riconobbe di aver pronunciato le parole incriminate ma ne contestò l’interpretazione che era stata data dall’accusa. E al termine del processo, dopo che i suoi due difensori Kurt Rosenfeld e Paul Levi ebbero esaminato l’accusa sotto l’aspetto giuridico, l’imputata pronunciò la sua autodifesa politica, che fu pubblicata in extenso, insieme a un resoconto del processo, nell’opuscolo intitolato Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse - Rosa Luxemburg vor der Frankfurter Strafkammer - Ausführlicher Bericht über die Verhandlung am 20. Februar 1914 (Francoforte sul Meno). La presente traduzione è condotta su questo testo.

La sentenza fu di condanna a un anno di prigione, che Rosa Luxemburg scontò poi durante la guerra. Ma essa non era nuova a processi e a carcerazioni [6] e la condanna non smorzò il suo impegno antimilitarista: anzi l’accentuò. Due giorni dopo la condanna ebbero luogo a Francoforte e Hanau grandi manifestazioni di protesta, in cui Rosa Luxemburg pronunciò discorsi fortemente polemici. “II procuratore di Stato - essa disse - ha motivato la gravità della misura della pena dicendo che io avevo voluto colpire il nerbo vitale dello Stato odierno. (...) Vedete, il nerbo vitale dello Stato odierno non è il benessere delle masse, non l’amore della patria, non l’insieme della civiltà, no, sono le baionette. (...) Uno Stato, il cui nerbo vitale è lo strumento di morte, è maturo per essere rovesciato (...) Noi lotteremo da mattina a sera con tutte le nostre forze contro questo nerbo vitale. Avremo cura di reciderlo quanto più presto possibile” [7] Nel corso di una ulteriore grandiosa manifestazione a Friburgo in Brisgovia, la Luxemburg pronunciò un nuovo importante discorso il cui testo è conservato pressoché integrale: un accenno agli “innumerevoli drammi” che si svolgono nelle caserme tedesche fu invocato dal ministro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, per sollecitare dalla procura di Stato di Berlino una nuova incriminazione a carico di Rosa Luxemburg [8], che peraltro non giunse fino alla sentenza [9]. 

 

Lelio Basso
[A cura di Ario Libert]

NOTE

[1] Int. Soz.-Kongr., cit., p. 83.

[2] Cfr. E. SCHORSKE, op. cit., pp. 284 sgg. 

[3] La ricca documentazione e l’ampia memorialistica che oggi possediamo su quel periodo della storia tedesca hanno permesso di stabilire come la classe dirigente, nelle sue decisioni sulla pace e sulla guerra, considerasse la presenza di una classe operaia combattiva e decisa a opporsi alla guerra come un elemento importante che frenava le sue mire aggressive. Lo stesso Scheidemann nelle sue Memoiren eines Sozialdemokraten, I, Dresda, 1928, p. 235, dice che “l’immensa maggioranza del popolo era senza alcun dubbio incondizionatamente contro la guerra”. Tuttavia i dirigenti socialdemocratici preferirono non utilizzare la loro forza reale contro la guerra e mettersi d’accordo con il potere. SCHORSKE, op. cit., attribuisce questa decisione a una serie di fattori: paura dei rigori della legge (scioglimento delle organizzazioni, provvedimenti antisocialisti, ecc.), timore di una vittoria russa e timore di perdere l’appoggio delle masse, timore anche che la guerra e la rivitalizzazione del movimento russo consentissero all’interno del partito una ripresa del “gruppo di Rosa” (lettera di Ebert in Schrifte, I, Dresda, 1926, p. 309), tutti fattori che in realtà si possono esprimere nell’unico motivo del desiderio di identificarsi con la società tedesca in generale, di integrarsi nel sistema. Sempre secondo Schorske, il bisogno di sfuggire alla condizione di paria in cui erano stati tenuti dalla pressione della classe dirigente e dalla loro stessa intransigenza era entrato in conflitto decisivo con il vecchio ethos dell’opposizione perenne allo Stato borghese: il desiderio di uno status e di un riconoscimento in seno all’ordine esistente erano ormai troppo forti. Era questo del resto il punto d’approdo naturale della politica condotta nei decenni precedenti.

II 29 luglio 1914 il deputato socialdemocratico Albert Südekum, membro della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Bethmann Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Hermann Müller, Bartel e R. Fischer, assicurava che non erano programmate azioni di lotta. (La lettera è stata riprodotta, insieme con la risposta del cancelliere, da D. FRICKE e H. RADANDT, Neue Dokumente über die Rolle Albert Südekums in Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1956, n. 4, p. 757. Sulla figura di Südekum v. L. VALIANI, Il PSI nel periodo della neutralità in Annali Feltrinelli, 1962, p. 283, nota 77). Nella seduta del ministero prussiano del 30 luglio Bethmann Hollweg poté assicurare che non vi sarebbero stati scioperi né generali né parziali. (Cfr. W. BARTEL, op. cit., p. 125). Il giorno successivo il ministero della guerra comunicò al comando supremo che “secondo un’informazione sicura il partito socialdemocratico è fermamente deciso a comportarsi come si addice ad ogni tedesco in queste circostanze. Considero mio dovere far conoscere questa notizia affinché le autorità militari ne tengano conto nelle loro misure” (ibid., p. 168). I dirigenti del sindacato per parte loro si misero in contatto con il ministero degli interni ed ebbero la risposta che non sarebbero stati disturbati se non avessero disturbato, a seguito di che decisero di sospendere qualunque agitazione o sciopero già in corso e raggiunsero in questo senso un accordo con i datori di lavoro. Questa decisione non poté non avere i suoi effetti sui deputati socialdemocratici, di cui un quarto circa erano funzionari sindacali.

Si vedano anche i resoconti dei colloqui del deputato socialdemocratico Cohen con il sottosegretario Wahnschaffe in KUCZYNSKY, Der Ausbruch des ersten Weltkrieges und die deutsche Sozialdemokratie, Berlino, 1957, pp. 207 sgg.

[4] N. 277 del 27 settembre 1913. Il testo del giornale è ora riprodotto nel volume Rosa Luxemburg in Kampf gegen den deutschen Militarismus, Berlino, 1960, pp. 25-26.

[5] Nel volume citato alla nota precedente è riprodotta una comunicazione segreta del ministro prussiano degli interni al Regierungspräsident di Wiesbaden, in data 4 marzo 1914, in cui si criticano le autorità di polizia di Francoforte per non aver esercitato una diretta sorveglianza di polizia sul comizio di Rosa Luxemburg in Bockenheim. “Io sono piuttosto dell’opinione che le autorità di polizia di Francoforte abbiano sottovalutato l’effetto che la Luxemburg è solita ottenere con i suoi discorsi sui partecipanti alle riunioni. I suoi discorsi appassionati fanno di regola una forte impressione sull’uditorio, e questa circostanza, unita alla considerazione che l’oratrice è nota come rappresentante delle concezioni più radicali della socialdemocrazia” avrebbero richiesto un controllo diretto della polizia sulle espressioni dell’oratrice (op. cit., pp. 60-61).

[6] Nella biografia della Luxemburg Paul Frölich (Rosa Luxemburg - Gedanke und Tat, cit., p. 100) riferisce che essa era stata processata per un articolo in cui incitava i polacchi delle zone sotto occupazione tedesca a resistere all’opera di snazionalizzazione e germanizzazione promossa dal governo tedesco, ma aggiunge di non aver potuto trovare a quale pena fosse stata condannata. Nel luglio 1904 fu condannata a 3 mesi di carcere per offese all’imperatore, ma fu liberata per amnistia poco prima di aver terminato di scontare la pena. Dal 4 marzo al 28 luglio 1906 fu imprigionata dalle autorità zariste a Varsavia. Il 12 dicembre 1906 fu nuovamente condannata dal tribunale di Weimar a due mesi di carcere per eccitamento alla violenza per il discorso pronunciato al congresso di lena sullo sciopero di massa: scontò la pena dal 12 giugno al 12 agosto 1907. La condanna a un anno inflittale dal tribunale di Francoforte fu scontata dal 18 febbraio 1915 al 18 febbraio 1916. Un successivo processo iniziato contro di lei a Berlino non giunse a conclusione (v. nota 3). Il 10 luglio 1916 fu, nuovamente arrestata per misura di sicurezza a causa dello stato di guerra e trattenuta in carcere per tutta la durata della guerra: fu liberata dagli operai l’8 novembre 1918 alla vigilia della caduta del Kaiser.

[7] Cfr. Rosa Luxemburg im Kampf gegen den deutschen Militarismus, cit., pp. 81-84.

[8] Ibid., pp. 91-107.

[9] Del processo si tennero le prime tre udienze avanti il Tribunale di Berlino il 29 e 30 giugno e il 3 luglio: centinaia di soldati si offersero per testimoniare la verità delle accuse di maltrattamenti ai soldati mosse dalla Luxemburg contro il regime militare e il processo minacciò così di diventare un terribile atto d’accusa contro il militarismo tedesco, tanto che si preferì sospenderlo dopo la terza udienza e rinviarlo a nuovo ruolo, senza però riprenderlo in seguito. Una caricatura del Wahre Jaktob del 25 luglio 1914, alla vigilia della guerra, intitolata appunto “Il militarismo sul banco degli accusati” mostra un tribunale presieduto da Rosa Luxemburg in atto di giudicare il militarismo tedesco mentre ai due lati stanno file interminabili di soldati in vesti di testimoni: nelle prime file sono i cadaveri dei soldati uccisi dai maltrattamenti. Il resoconto del processo, quale fu dato dai giornali del tempo, si trova ora nel volume citato alle note precedenti, pp. 142-157, 162-173, 183-194.

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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