Riforma
sociale o rivoluzione?
di Rosa Luxemburg
Nota introduttiva di Lelio
Basso a:
Riforma sociale o rivoluzione?
Lo scritto che segue di Rosa Luxemburg è il primo
contributo teorico da lei dato come militante della socialdemocrazia tedesca dopo la sua venuta in Germania. Prima di allora aveva lavorato come socialista polacca e le sue collaborazioni a
riviste e giornali tedeschi erano dedicate principalmente a problemi polacchi o, comunque, a problemi di politica estera, e anche la sua attività pratica, dopo il suo arrivo in Germania, era
stata dalla socialdemocrazia tedesca indirizzata verso il lavoro in seno alle popolazioni polacche del Reich tedesco. Ma il Bernsteindebatte, il grande dibattito
sorto in quel periodo attorno agli articoli pubblicati da Bernstein sulla Neue Zeit, doveva offrirle l’occasione di rivelare la sua preparazione teorica ma soprattutto il taglio
dialettico della sua mente e la sua formidabile tempra di polemista.
Come è noto, il Bernsteindebatte fu l’occasione che obbligò la socialdemocrazia tedesca a porsi esplicitamente - non però a
risolvere - tutta una serie di problemi che esistevano indipendentemente da Bernstein e che si possono riassumere nella frattura fra le formulazioni teoriche ufficiali della socialdemocrazia e
la sua reale attività pratica. In teoria la socialdemocrazia riconosceva il marxismo come sua dottrina ispiratrice, soprattutto per merito di Engels che da Londra seguiva attentamente il
movimento e di Kautsky che dal 1883 dirigeva la rivista Neue Zeit e attraverso di essa conduceva la battaglia per il trionfo dell’ideologia marxista: fra i capi del partito W.
Liebknecht era di formazione marxista, e A. Bebel, che ne fu il leader fino alla vigilia della prima guerra mondiale, pur essendo di formazione lassalliana, si era poi convertito al marxismo.
Tuttavia, anche per alcune deficienze proprie al vecchio Engels e soprattutto a Kautsky, il marxismo assimilato dalla socialdemocrazia tedesca aveva perso gran parte del suo mordente dialettico
e del suo vigore rivoluzionario, e a seconda delle circostanze o dei temperamenti esso veniva interpretato come messianismo rivoluzionario o come la teoria che giustificava la partecipazione
alle elezioni e al lavoro pratico quotidiano. Il programma approvato al congresso di Erfurt del 1891 aveva tentato di conciliare la duplice esigenza, ponendo una accanto all’altra una parte
teorica contenente affermazioni rivoluzionarie e una parte pratica contenente un programma minimo d’azione, ma senza riuscire a realizzare un nesso effettivo fra le due parti. Il programma
minimo non serviva affatto a preparare la crisi rivoluzionaria ma piuttosto ad attenderla, mentre la parte teorica non riusciva a definire una strategia proletaria e lasciava nel vago la
conquista del potere
Il risultato di questa
incapacità di saldare i due momenti fu che mentre il partito si dedicava sempre più intensamente all’attività pratica quotidiana, la prospettiva rivoluzionaria appariva sempre più campata per
aria e astratta dalla realtà. Ancora negli anni intorno al ‘90 questa prospettiva era sembrata ai dirigenti socialdemocratici molto vicina, addirittura calcolabile con “matematica certezza”
e Bebel diceva al congresso di Erfurt: “Io sono convinto che la realizzazione dei nostri scopi è così vicina che pochi sono in
questa sala che non vivranno quei giorni” Tuttavia, poiché nello stesso tempo la socialdemocrazia rinunciava all’insurrezione di strada, la
prospettiva rivoluzionaria rimaneva legata o a un crollo del sistema capitalistico determinato da una grave crisi economica, cioè a un meccanismo indipendente dall’azione del proletariato, o
alla conquista di una maggioranza parlamentare.
Senonché la prima di queste due alternative sembrava dileguarsi proprio in quello stesso torno di tempo: la Germania stava allora
attraversando un periodo di prosperità economica. Dal quarto posto che essa occupava fra i paesi industriali nel 1870, passava al terzo intorno al 1890 e al secondo intorno al 1900. Il volto
economico dei paese mutava rapidamente: il processo di concentrazione celebrava i suoi trionfi nell’industria del ferro, dell’acciaio e del carbone, nonché nella chimica e nell’elettrotecnica,
ponendo le basi di una politica imperialistica che doveva estrinsecarsi nel commercio estero, nelle conquiste coloniali, nella politica internazionale, nella corsa al riarmo. Contropartita di
questa espansione capitalistica erano un aumento dei salari reali, che pur rimanevano bassi ma che comunque smentivano le teorie ancora di moda della miseria crescente, e lo sviluppo delle
assicurazioni sociali, volute già prima da Bismarck, che presentavano alle masse la faccia paternalistica dello Stato. Le probabilità di una crisi economica catastrofica o
anche di una crisi tout courtapparivano sempre minori agli stessi socialisti: la teoria marxista delle crisi sembrava ricevere un duro colpo.
Agli occhi di molti una sola strada di accesso al potere si presentava come possibile: la conquista di una maggioranza parlamentare.
Ancora nel 1893 Mehring aveva protestato nella Neue Zeit contro questa utopia: “L’idea che la maggioranza di un parlamento borghese, sia pure formata da operai coscienti, possa una
volta aprire la strada alla società socialista, è come un coltello a cui manchi sia il manico che la lama. Solo quando la fede delle masse nel parlamentarismo borghese è morta del tutto, si
apre la strada verso l’avvenire”
Ma Kautsky aveva reagito e lo stesso Engels aveva molto concesso agli entusiasmi parlamentaristici. L’esperienza doveva invece confermare il nocciolo di verità che era nella posizione
di Mehring quando non la si intenda come rifiuto della lotta parlamentare ma come rifiuto di riconoscere in essa la via al socialismo. La parlamentarizzazione dei partiti socialisti ha
indubbiamente contribuito in modo notevole al trionfo dell’opportunismo: per conquistare seggi parlamentari occorre infatti estendere l’influenza del partito a strati più vasti di popolazione e
ciò avviene troppo spesso non conquistando la coscienza di questi strati al socialismo ma adattando il socialismo alla mentalità e ai bisogni pratici di questi strati. Ma se la
parlamentarizzazione del partito allontanava, anziché avvicinare, la prospettiva socialista, essa permetteva tuttavia di conseguire, attraverso l’accresciuta influenza del partito, scopi più
vicini.
Appaiono casi evidenti in questo periodo le due componenti fondamentali del revisionismo: da un lato la
possibilità di sfruttare la congiuntura economica per conquistare miglioramenti del tenore di vita, e quindi un accresciuto interesse per gli scopi pratici immediati, per la lotta quotidiana;
dall’altro la speranza di utilizzare le istituzioni rappresentative per accrescere l’influenza del partito sul potere politico. A misura che questi due tipi di azione sembrano incidere sempre
più efficacemente nella realtà immediata e creano condizioni di vita sempre più tollerabili a larghi strati delle masse, la prospettiva rivoluzionaria viene perdendo di interesse e il movimento
operaio orienta sempre più i suoi sforzi verso gli scopi immediati, all’interno cioè della società capitalistica: la subordinazione della socialdemocrazia al capitalismo, nonostante le
professioni di fede ripetute di congresso in congresso, appare già allora evidente.
Quando Bernstein incominciò a scrivere i suoi articoli, la prassi del partito era già di fatto dominata
dall’opportunismo. Di una svolta politica in senso possibilistico si era fatto portavoce il leader della socialdemocrazia bavarese, von Vollmar, fin dal 1891, con due discorsi in cui poneva
l’accento proprio sui compiti immediati: la socialdemocrazia, egli sosteneva, doveva rinunciare alle discussioni “teoriche” sul domani per
concentrare tutta la sua forza “sulle cose immediate e più urgenti”, ma in pari tempo egli pagava il prezzo di questo suo possibilismo accettando la politica estera del governo, presentando la
Triplice Alleanza come strumento di pace e lasciando intendere che in caso di guerra la socialdemocrazia avrebbe collaborato alla difesa del paese. Era già in nuce in questo discorso quella che
sarà la linea del progressivo cedimento della socialdemocrazia fino alla capitolazione del 1914. Ma quando von Vollmar fu attaccato per le tesi sostenute, egli poté rispondere non senza
fondamento che in realtà non aveva fatto altro che prospettare quella che era già la prassi del partito, giudizio che sarà confermato dalla più recente storiografia. “Il “revisionismo” è solo
un debole riflesso di questa molteplice prassi riformistica. Non gli Schippel, Bernstein, Heine, Calwer e Hildebrand, ma i Vollmar, Grillenberger, Auer, Kloss, v. Elm, Legien,
Leipart, Hué, Dr. Südekum, Ebert, Scheidemann, Keil e Löbe, non gli accademici revisionisti dei “Sozialistischen Monatshefte”, ma i segretari del lavoro e i dirigenti
sindacali, i consiglieri comunali e i deputati dei Landtag, i portatori, in ultima analisi inattaccabili perché insostituibili, del lavoro politico di ogni giorno, determinavano il
carattere del partito, che già prima del ‘900 si era mutato essenzialmente in un lavoro pratico di partito con alcune frasi rivoluzionarie non prese sul serio”
Contribuivano a questa svolta in modo particolare le regioni meridionali dove l’industria era meno sviluppata e
meno sviluppata quindi la classe operaia, e dove i voti dovevano essere pescati fra i piccoli borghesi e i contadini: per questo Vollmar, bavarese, si era fatto promotore di un programma
agrario che tenesse conto degli interessi dei grossi e medi contadini. E a misura che il partito, grazie a questa sua politica di adattamento, acquisiva maggior forza elettorale e offuscava la
sua originaria natura classista, affluivano ad esso nuovi ceti piccoloborghesi, attratti in parte dall’ambizione della carriera e del successo e in parte dalla funzione democratico-borghese che
il partite obiettivamente assolveva. E fin dal 1892, appena due anni dopo la fine della legge eccezionale, Hans Müller poteva parlare di una lotta di classe all’interno della socialdemocrazia
notando l’ingresso nel partito di elementi “senza nessun sentimento rivoluzionario e senza sensibilità proletaria, strati sociali che non solo non pensano ad eliminare radicalmente l’attuale
ordinamento economico, ma che mirano a procurarsi all’interno di esso una posizione migliore"
Sicché mentre i dirigenti del partito continuavano ad usare la terminologia tradizionale e a pagare il dovuto
tributo verbale al marxismo, il partito subiva in quegli anni una trasformazione profonda sotto la pressione soprattutto degli eletti nelle assemblee locali, dei funzionari periferici e dei
sindacalisti. E mentre al Landtag bavarese già nel 1894 il gruppo parlamentare arrivava a votare il bilancio, attirandosi il biasimo del successivo congresso nazionale del partito a
Francoforte, nel Baden la socialdemocrazia locale dava vita al più avanzato esperimento di collaborazione con partiti borghesi al governo. Nello stesso tempo i sindacati cercavano di scuotersi
di dosso la tutela ideologica e politica del partito; al congresso sindacale di Francoforte Theodor Leipart esprimeva un sentimento diffuso quando diceva: “Lasciateci tranquillamente entrare
nella società borghese a rappresentare i nostri diritti e rivendicazioni come cittadini a parità di diritto, come fanno gli altri ceti e partiti” Quanto più si abbandonava la prospettiva del socialismo proiettandola lontano nel tempo, tanto più si affermava logicamente la tendenza a migliorare le
condizioni attuali: la scissione fra l’avvenire e il presente si faceva sempre più completa E naturalmente il funzionario medio del partito non
si occupava che del presente che lo toccava da vicino
Il processo era più lento ma non meno evidente in sede di parlamento nazionale dove il partito doveva fare i
conti con le sue tradizioni, con la vigilanza dei militanti più coscienti, con le deliberazioni dei suoi congressi. Tuttavia anche in questa sede si sviluppava l’offensiva revisionistica contro
la linea ufficiale del partito e si può dire che ad ogni campagna elettorale il desiderio di estendere la propria clientela elettorale provocasse nuove brecce non solo nella dottrina ma nella
politica del partito. Cominciò Max Schippel sostenendo la necessità di votare le spese militari per non lasciare i soldati tedeschi esposti a maggiore pericolo in caso di guerra; in appoggio a
questa tesi, Heine, deputato di Berlino, enunciò la teoria della “compensazione” per cui i socialdemocratici avrebbero dovuto negoziare il loro voto contro concessioni nel campo della politica
sociale; Schippel ancora si fece sostenitore di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali. E nonostante che il partito in generale condannasse queste prese di
posizione, lo spirito revisionistico che le animava finiva con il permeare di sé tutta l’attività quotidiana del partito, creando quella scissione ufficiale fra la dottrina e la pratica che
Bernstein si propose appunto di colmare sottoponendo a revisione anche la dottrina marxista.
Ciò facendo peraltro egli provocava un conflitto aperto: se i dirigenti avevano potuto fin allora far finta di
non vedere il carattere revisionistico della prassi e mascherare sotto le frasi tradizionali la frattura fra pratica e teoria, fra lotta quotidiana e scopo finale, fra presente e avvenire, che
il programma di Erfurt non era riuscito a superare, la sortita di Bernstein sul terreno della dottrina li obbligava a prendere aperta posizione. Ciò del resto aveva visto chiaramente uno dei
vecchi dirigenti, che nella direzione del partito rappresentava nettamente la tendenza di destra, Ignazio Auer, il quale scriveva a Bernstein: “Ritieni realmente possibile che un partito, che
ha una letteratura vecchia di 50 anni, un’organizzazione vecchia di quasi 40 una tradizione ancora più vecchia, possa fare un tale mutamento in un batter d’occhio? (...) Mio caro Ede, quel che
tu chiedi, non si vota neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività - persino quella svolta sotto la legge vergognosa - è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista. Un
partito che deve fare i conti con le masse, non può essere assolutamente diverso”
Anche Rosa Luxemburg fu invasa dal sacro fuoco della polemica: “Sono pronta a
dare la metà della mia vita per questo articolo (contro Bernstein, n. d. L. B.), tanto ce l’ho con lui” scrive a Jogisches da Berlino il 2 agosto 1898 E mentre da un lato è premuta dalla fretta di scrivere perché altri non dica prima le cose che essa vuol dire (“bisogna lavorare in fretta perché tutto il
lavoro sarà inutile se qualcuno lo farà prima di noi”, dice nella stessa lettera), dall’altro lato sente che bisogna contrapporre a Bernstein non argomenti marginali, come essa rimprovera a
Plekhanov di aver fatto (“ho trascurato Bernstein, ed ecco che è già uscito Plekhanov e perciò devo ora lavorare senza fiato [...] Mi spiace soltanto che Pl. si sia limitato ai problemi che
hanno minore importanza per il partito e di cui non intendevo occuparmi. Bisogna fare in fretta questo mio articolo; fra due settimane dovrà essere pronto”, lettera del 3 agosto 1898 a
Jogisches, ibid.), ma tali da colpire al cuore il revisionismo, cioè “dimostrare positivamente che il capitalismo deve spaccarsi la testa” (lettera del 2 agosto cit.).
Tuttavia il lavoro non è facile: “diamine, è un gran lavoro, non si sa dove mordere per prima” (lettera del 4 o 5
luglio, ibid.): “la sera lavoro su Bernstein, che fulmini, che cosa difficile. Oh, mi fa male la testa!” (lettera del 10 luglio, ibid.). Ma quanto più sente le difficoltà,
tanto più sente l’importanza e l’urgenza del suo articolo che deve permetterle l’ingresso a bandiere spiegate nella socialdemocrazia tedesca e in primo luogo conquistarle un mandato al prossimo
congresso e permetterle di prendervi la parola: “se riuscirà il mio articolo su Bernstein, esso stesso sarà il mio mandato migliore e allora potrò andare tranquilla a Stoccarda” (lettera del 3
agosto, ibid.). Tuttavia alla difficoltà della materia si aggiunge anche la sempre cagionevole salute: “la penna mi cade proprio di mano; in parte è colpa della debolezza: dopo avere
scritto una cartolina così, appena respiro, e le poche forze devo risparmiarle per l’articolo su Bern”. (lettera del 12 agosto, ibid.). E ancora: “Ti scrivo a letto,
o piuttosto su un divano-letto, distesa - è già il quinto giorno che non posso alzarmi e non mangio proprio nulla. Oggi però comincio a sentirmi meglio - posso già bere il tè
con latte e spero man mano di tornare in forma. Che mi arrabbi a causa di questa pausa nel lavoro puoi indovinarlo da te” (lettera del 2 settembre in Z pola walki 1962, n. 1 [17],
pp. 145-182).
Finalmente il lavoro fu ultimato ma era troppo tardi per poter essere pubblicato nella Neue Zeit prima
del congresso. “Allora mi sono messa e in due giorni ho scritto una serie di articoli per la Leipziger Volkszeitung” (lettera 17 settembre, ibid.). La serie apparve in sette
numeri del giornale, dal 21 al 28 settembre, e fu una vera rivelazione per i marxisti tedeschi: Parvus, Schonlank, Clara Zetkin non esitarono a manifestare il loro entusiasmo. E prima ancora
che la pubblicazione fosse terminata, la commissione stampa del partito approvava all’unanimità la nomina di Rosa Luxemburg alla direzione del quotidiano
socialista di Dresda, la Sächsische Arbeiterzeitung.
Il dibattito rimbalzò dalla stampa al congresso di Stoccarda, ove Bebel, Kautsky, Schönlank, Clara Zetkin, la
Luxemburg ed altri intervennero contro le teorie bernsteiniane che furono difese da von Vollmar, Heine, Gradnauer, Auer, ecc., e la decisione fu che il
dibattito dovesse continuare sulla stampa. Fu allora che Bernstein presentò il suo punto di vista in forma organica nel suo libro Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der
Sozialdemokratie (Stoccarda, 1899), che diede il via a un secondo dibattito nel quale Kautsky intervenne con il suo libro Bernstein und das sozialdemokratische Programm (Stoccarda,
1899) e Rosa Luxemburg con una seconda serie di 5 articoli che apparvero ancora nella Leipziger Volkszeitung dal 4 all’8 aprile 1899. Anche questa
volta il successo fu notevole: gli articoli furono immediatamente riprodotti in una serie di giornali (Bergische Arbeitersstimme di Solingen, Der Weckruf di Essen,
Aachener Volksblatt di Acquisgrana); Antonio Labriola e Guglielmo Liebknecht scrissero al giornate per ricevere a casa la collezione degli articoli, e prima che la serie fosse terminata
l’editore Heinisch si offerse di pubblicarla in volume insieme alla prima serie e con l’aggiunta di una prefazione. L’autrice vi aggiunse altresì in appendice i suoi articoli sulla milizia e il
militarismo e il libro fu pronto in capo a poche settimane, con il titolo Sozialreform oder Revolution? Una seconda edizione curata dall’autrice che vi apportò alcune modifiche apparve
nel 1908 ed è su questa seconda edizione che è condotta la nostra traduzione.
Non crediamo di dover dare in questa sede un riassunto delle teorie bernsteiniane: in sostanza Bernstein partiva
da una serie di statistiche e di dati empirici per attaccare la concezione marxista: negando la concentrazione capitalistica (egli vedeva nelle società anonime un fenomeno di diffusione e
quindi di decentrazione capitalistica anziché di concentrazione), e la riduzione dei lavoratori alla condizione salariata attraverso la scomparsa delle classi medie indipendenti, egli negava i
fondamenti oggettivi della rivoluzione socialista. Esclusi questi fondamenti oggettivi, Bernstein negava qualsiasi validità alla previsione marxista: per lui, al contrario, il capitalismo aveva
trovato il modo di adattarsi alle necessità storiche, di liberarsi dalle crisi ricorrenti, e di assicurare la propria sopravvivenza eliminando a poco a poco le proprie difficoltà e i propri
lati negativi. Compito del movimento operaio doveva quindi esser quello di utilizzare tutte le possibilità che gli si offrivano di migliorare la propria condizione di vita nell’ambito della
società attuale, senza proporsi fini lontani: i sindacati, le cooperative e la democrazia parlamentare erano le armi che dovevano permettere questo graduale e sicuro, miglioramento. La tattica
più acconcia per conseguire questi risultati doveva essere quella di appoggiare l’espansione economica capitalistica: in questo senso Bernstein è favorevole anche al colonialismo Naturalmente il miglioramento delle condizioni generali di vita, lo sviluppo della democrazia, la lotta contro i lati peggiori del capitalismo non potevano
essere monopolio degli operai: non si trattava di una questione di classi ma di ideali democratici che non possono essere prerogativa di un solo ceto sociale. “Bisogna che la socialdemocrazia
abbia il coraggio di emanciparsi dalla fraseologia del passato e di voler apparire ciò che attualmente essa è in realtà: un partito di riforme democratiche e socialiste”
Come giustamente osserva Mehring, la risposta più efficace Bernstein l’ha avuta dalla storia. Accecato dalla
prosperità di quegli anni, aveva dichiarato che difficilmente vi sarebbero state ancora delle crisi economiche generali, e viceversa una nuova crisi arrivò subito agli inizi del secolo; aveva
annunciato che i sindacati avrebbero gradualmente espropriato i profitti a favore dei salari e invece si ebbe l’impetuoso sviluppo dell’accumulazione capitalistica; aveva suggerito alla
socialdemocrazia di trasformarsi in un partito democratico che stringesse alleanze con la borghesia rimasta sana per migliorare progressivamente il regime e le elezioni del 1903
gli diedero una pesante risposta Se Mehring fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto aggiungere a queste considerazioni le esperienze
successive: due guerre mondiali, la sconvolgente crisi economica del 1929 e anni successivi, infine la feroce dittatura nazista hanno fatto definitiva giustizia di tutte le illusioni e di tutti
gli ottimismi revisionistici, mostrando quanto profonde radici abbiano le contraddizioni capitalistiche, quanto instabile sia la prosperità, quanto insicura la democrazia, quanto incerto il
progresso sociale sul fondamento delle attuali strutture. In realtà le statistiche e i dati invocati da Bernstein a sostegno delle sue tesi erano talvolta insufficienti, talvolta male
interpretati dall’autore, talvolta invece validi in relazione a una conclusione specifica, ma non era questo il difetto principale del libro; come doveva rimproverargli Rosa Luxemburg il difetto principale del libro era nel metodo, nelrifiuto della dialettica ,nell’isolamento dei fatti,
nell’incapacità di riconoscere in tal modo le tendenze di fondo contraddittorie della società capitalistica, e nella contrapposizione che ne derivava fra la realtà immediata e gli sviluppi
futuri, fra la lotta quotidiana socialista e l’obiettivo rivoluzionario.
“Il compito di chiarire la relazione fra tattica riformistica e scopo rivoluzionario dei partito, - ha scritto
Schorske, - spettò a una nuova venuta alla socialdemocrazia tedesca: Rosa Luxemburg (1871-1919). Questa giovane donna straordinaria era destinata a giocare un
ruolo di primo piano nella rivitalizzazione della tradizione rivoluzionaria nella socialdemocrazia. Essa combinava una delle menti analitiche più penetranti del suo tempo con un calore
immaginativo che fanno i suoi scritti unici nella letteratura marxista”.E analogamente Frölich: “Chi conosce la letteratura
socialista di quel tempo si stupirà sempre di nuovo della chiarezza con cui l’autrice vede dinanzi ai suoi occhi lo sviluppo sociale, della sua sovrana padronanza del marxismo e
dell’originalità e pulsante vivacità con cui lo usa per i problemi attuali.
(...) Il pensiero tattico fondamentale di Rosa Luxemburg abbraccia in
poche parole l’intera arte della politica rivoluzionaria: è necessario unire organicamente la soluzione dei compiti pratici quotidiani con lo scopo finale. Cioè considerare la lotta di
classe come un compito della strategia politica. E questo era di grande importanza in un tempo in cui non si distingueva fra strategia e tattica, ma si contrapponevano gli uni
all’altra i principi e la tattica e si dichiarava di pertinenza della tattica e con ciò si giustificava qualunque opportunismo, qualunque azione che contraddicesse ai
principi”
Il valore dello scritto di Rosa Luxemburg non è quindi tanto legato alla
polemica contingente e parecchie delle sue affermazioni possono essere state- smentite dai fatti, parecchi dei suoi giudizi contraddetti dalla realtà. Il valore essenziale di questo
scritto è nel metodo, e il metodo è tuttora valido, anzi più importante oggi che la pratica dell’opportunismo, battezzato come “realismo politico” o anche “politica delle
cose”, ha devastato pressoché tutto il movimento operaio occidentale. Conseguenza logica dell’impostazione di Rosa Luxemburg era, come si vedrà, che il
revisionismo e l’opportunismo sono una manifestazione del pensiero e della politica borghesi e che, come tali, non possono avere cittadinanza in seno alla socialdemocrazia. Perciò nella prima
edizione dello scritto si chiedeva l’esclusione di Bernstein dal partito. Il congresso di Hannover del 1899, in cui il dibattito fu ripreso, votò una risoluzione proposta da Bebel che
condannava le proposizioni bernsteiniane, negava che il partito dovesse rivedere le proprie dottrine, riaffermava la fedeltà alla lotta di classe e all’obiettivo della conquista del potere, ma
in sostanza lasciava tutto come prima: il programma di Erfurt con le sue contraddizioni, la prassi riformistica nell’azione quotidiana e la presenza di Bernstein e dei revisionisti
in seno al partito. Quando uscì la seconda edizione del libro, la domanda di esclusione di Bernstein dal partito non avrebbe più potuto proporsi: il revisionismo aveva di fatto
conquistato il partito.
Lelio Basso
LINK allo scritto di Lelio Basso:
Nota introduttiva a: "Riforma sociale o rivoluzione?
LINK allo scritto della Luxemburg:
Riforma sociale o rivoluzione?
[A cura di Ario Libert]
Secondo E. Matthias (Kautsky und der Kautskynismus, cit.), la parte teorica in quanto conteneva la dimostrazione, sia pure data in termini evoluzionistici e non marxisti, del
futuro avvento del socialismo, aveva essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse e di tenerle con ciò legate al partito, che in pratica faceva solo la politica del giorno
per giorno, una specie di surrogato dei paradiso dei credenti.
Poiché alcuni giornali sono andati più in là ancora e hanno
dichiarato che il partito doveva condannare in tutte le circostanze e in principio l’acquisizione della baia (di Kiao-ciao, nd. L.B.), debbo dire che io non condivido assolutamente questo
modo di vedere (E. BERNSTEIN, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stoccarda, 1899, p. 146). “Sotto questo punto di vista la socialdemocrazia
non avrebbe assolutamente nulla da temere dalla politica coloniale della Germania. Poiché lo sviluppo delle colonie che la Germania ha conquistato (e di quelle che eventualmente dovesse
conquistare ancora si può dire la stessa cosa) prenderà talmente tanto tempo che ancora durante lunghi anni non si potrà parlare di una influenza notevole sulle condizioni sociali della
Germania, io dico che proprio per questa ragione la socialdemocrazia tedesca può guardare senza partito preso anche il problema delle colonie” (ibid., p. 149).