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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 06:00

Ideologia e semantica:

 

 

CMRS 1989 3,4

il vocabolario politico degli anarchici russi

 

 

 

di Michael Confino

 

 


II


 

Vocabolari rivoluzionari: spontaneità e ortodossia

 

 

 
“Le persone sono per la maggior parte […] incapaci di pensare, non sanno far altro che imparare delle PAROLE”.

Lettera di V. I. Lenin a Ines Armand, fine dicembre del 1913, in Opere, 4a ed., Mosca, 1952, 35, p. 96 (sottolineato nel testo).

 

Dai populisti degli anni 70 del XIX secolo, sino ai gruppi e partiti politici che si formarono verso il 1900, le organizzazioni rivoluzionarie in Russia si diedero molto rapidamente, ognuna da parte loro, un vocabolario politico che fu loro peculiare. Segnalato in modo molto generale dai linguisti dei nostri giorni [8], questo fenomeno non era passato inosservato dai contemporanei. Così (per non citare che un solo esempio), ecco ciò che scrisse L. N. Tolstoj della rivoluzionaria Vera Efremova in Voskresenie (Resurrezione, 1899; Prima parte, capitolo 55): "Reč' ee byla peresypana inostrannymi slovami o propagandirovanii, o dezorganizacii, o gruppah, i sekcijah, i podsekcijah..." (Il suo linguaggio era smaltato di parole straniere- propaganda, disorganizzazione, gruppi, sezioni e sotto-sezioni...”).



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Oltre a cause di ordine generale che reggono la formazione dei gerghi sociali e politici, quello degli anarchici si elabora sotto l'effetto di due fattori principali: innanzitutto, quest'ultimi rappresentano un gruppo marginale in rapporto all'insieme della società globale in Russia [9]; in seguito, essi hanno delle idee sociali e politiche (una “ideologia”) che non soltanto sono diverse da quelle degli altri (così, essi sono i soli a voler abolire ogni forma di Stato, e non soltanto a voler sostituire un tipo di Stato con un altro), ma che- su diversi soggetti- guadagnano ad essere formulati, espressi e veicolati con delle parole distinte, uscendo dall'ordinario e soprattutto uscendo dal linguaggio ordinario ed usuale. (Evidentemente, pur derivando da un'ideologia, questo vocabolario denota anche una mentalità collettiva ed un mutamento dello spirito essenziali alla sua formazione e alla sua evoluzione, e cioè a ciò che Vladimir Maksimov ha chiamato “stihija marginal'nogo žargona” [10].


Detto in altro modo, gli anarchici provano un bisogno di “tradurre” alcuni aspetti della loro ideologia in un linguaggio (parlato e scritto) che, pur avendo la sua specificità, sia alla portata di tutti. La particolarità del loro vocabolario (del loro “dialetto sociale e politico”, se si vuole), è che non è un gergo incomprensibile per le “masse” ed i diversi ambienti sociali ai quali esso si rivolge. Le parole e le espressioni che essi inventano, adattano o prendono in prestito non sono delle parole di passo, ermetiche per orecchie estranee; non costituiscono un codice; si può capire che chi impiega questo vocabolario è un anarchico, ma si capisce anche ciò che egli dice, e ciò di cui egli parla o scrive. Non è dunque un vocabolario opaco e di conseguenza il medium non è il messaggio. Il che equivale a dire che questo vocabolario non è un gergo per iniziati, nel senso che le parole sono utilizzate per non essere comprese e perché una certa parte degli ascoltatori o degli eventuali lettori non capiscano nulla del senso di quelle stesse parole se ascoltano il loro suono o ne leggono la scrittura.

Non è nemmeno un linguaggio clandestino, la cui utilità è di non essere compresa da coloro che sono estranei al "segreto". In una parola, non è né un linguaggio criptico, né un sistema di camuffamento; il loro gergo non è una parlata come la definisce il Littré: "Linguaggio particolare dei vagabondi, dei mendicanti, dei ladri e intelligibile soltanto da loro" [11]. Non essendo una lingua per iniziati, il gergo degli anarchici e le loro invenzioni verbali sono concepiti per esprimere direttamente o indirettamente delle idee e degli atteggiamenti, l'approvazione o la disapprovazione, l'ironia o l'umorismo, ed anche per attaccare in modo intelligente il “nemico” politico preso di mira, siano essi i benestanti, il potere o i socialdemocratici.

Certo, nella misura in cui gli scritti anarchici trattano degli stessi argomenti durante un certo periodo e se la prendono spesso con gli stessi nemici, alcuni termini o espressioni ideologiche si mutano fatalmente in luoghi comuni o in stereotipi. Questo genere di termini rappresenta in qualche modo il “nucleo duro” e permanente del vocabolario anarchico, quello che si trasmette più facilmente di anno in anno (ed anche “di generazione in generazione”, per impiegare quest'altro luogo comune comodo ed ingannevole), preservando così una continuità semantica ed ideologica. Queste contiguità di questo “nucleo duro” che gravitano e assemblano le innovazioni, le costellazioni di nuove parole di cui alcuni non conosceranno che una vita effimera, mentre altri si impianteranno saldamente nel gergo anarchico, producendo i centri di nuovi campi semantici e forme di innovazioni verbali.


In materia di luoghi comuni e stereotipi, ciò che colpisce l'attenzione è soprattutto il loro numero estremamente ridotto nel vocabolario anarchico, e, parallelamente, l'audacia e l'originalità di pensiero così come il vigore di innovazione linguistica nella stampa anarchica e la corrispondenza privata dei membri del movimento. L'impressione che emerge è quella di una spontaneità certa, e anche di una sensibilità ai cambiamenti sociali, politici e culturali del loro tempo (fenomeno che Comrie e Stone hanno chiamato: "the reflection in language of extra-linguistic reality" [12]). Il linguaggio degli anarchici sembra riflettere questi cambiamenti, reagisce rapidamente (attraverso il prisma ideologico che è il loro, evidentemente). Paragonato a quello degli anarchici, il vocabolario politico dei socialdemocratici, e soprattutto il gergo dei bolscevichi, appaiono fissati e congelati sin dal 1908-1910; i luoghi comuni e gli stereotipi abbondano, una uniformità di linguaggio sembra formarsi inesorabilmente. Questo processo è dovuto a diversi fattori dei quali, in tutta probabilità, figurano due caratteristiche specifiche (e strettamente legati) dal discorso socialdemocratico e bolscevico in particolare, uno di ordine ideologico, l'altro di ordine stilistico.

La caratteristica di ordine ideologico è l'esistenza di un'ortodossia che impone l'impiego, diventato obbligatorio, di termini ben determinati per il trattamento di ogni soggetto e in ogni contesto. Così, la lotta sociale non può essere designata come se fosse, ad esempio, una lotta tra i ricchi e i poveri; essa è e non può essere che una lotta tra “la borghesia e il proletariato”, e il resto è letteratura (se non peggio). Per attenersi allo stesso esempio, il vocabolario degli anarchici è molto più ricco e più sfumato; essi menzionano all'occasione “borghesia e proletariato”, ma impiegano anche, senza inibizioni delle espressioni come: lotte tra i ricchi e i poveri, i benestanti e i miseri (imejuščie i neimejuščie o imuščie i neimuščie), gli oppressori e gli oppressi, e anche- gli affamati, gli “straccioni”, gli indigenti, i bisognosi, i miserabili (tante categorie sociali a proposito delle quali Lenin diceva risolutamente che il ruolo del partito rivoluzionario non era di occuparsi di filantropia). Gli anarchici giungeranno sino a sostenere- blasfemia e sacrilegio!- “classe dei diseredati” e “classe dei miserabili” [13], mentre ogni marxista principiante sapeva che non vi era- e non poteva esserci- che due classi: la borghesia e il proletariato (anche i contadini, per non parlare degli intellettuali, non avevano il diritto alla parola “classe” nel vocabolario marxista, tutt'al più al termine sloj o proslojka- strato).


A un certo momento dell'evoluzione del vocabolario bolscevico (che mi è difficile di determinare con precisione), l'impiego di luoghi comuni e stereotipi diventa così esteso che essi sembrano aver come scopo non di convincere ma di influenzare il lettore (o l'uditore) con il lavaggio del cervello [14]. Allo stesso modo, le frasi-slogan si fanno sempre più frequenti. Questi luoghi comuni e questo genere di frasi-slogan sembrano oramai significare delle verità “certe e ben fondate”, non a ragione del loro contenuto semantico, ma a causa del loro impiego ripetitivo. Sotto questo aspetto, alcune caratteristiche della lingua che si è chiamata “sovietica” sembrano già apparire (sotto forma embrionale) ben prima del 1917 [15].

La caratteristica di ordine stilistico che congelava il discorso socialdemocratico e vi moltiplicava i luoghi comuni e gli stereotipi, era la tendenza fondamentale (allo scopo di seguire l'ortodossia stabilita) a citare su ogni argomento e in ogni contesto le stesse analisi dei fondatori della teoria e quelle delle autorità canonizzate: Marx ed Engels innanzitutto, poi (per un periodo) Kautsky, e- sempre di più- Lenin [16]. In questo campo il contrasto tra anarchici e socialdemocratici è impressionante. Non riconoscendo né Dio ne padrone, né papa né guru teorico e ideologico, gli anarchici citano raramente Proudhon, Bakunin o Kropotkin (è d'altronde permesso confutarli su questo o quel punto pur restando sempre un valido anarchico); il loro discorso è molto più spontaneo e più diretto; libero di ogni tentativo di argomentazione appoggiandosi su questo o quel pensatore anarchico; sprovvisto di ogni necessità di giustificare un'interpretazione invocando l'opinione di autorità consacrate. Delle autorità, gli anarchici non si curano; lo “spirito di rivolta”, presso di loro, esiste anche verso il loro proprio movimento. È forse questa, d'altronde, la causa di una delle loro debolezze maggiori nelle grandi lotte politiche e sociali in Russia.

 

 

Michael Confino

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 


 

NOTE


[8] Così B. Comrie e G. Stone (The Russian Language since the revolution, Oxford, 1978) scrivono: "The use of most philosophical, political, and economic vocabulary of revolutionary movements of the nineteenh and early twentieth centuries was or interested in such movement" Essi aggiungono che molte di queste parole, che esistevano prima del 1917, "came into wide spread popular use after that year" (p. 132). Ciò che questi autori non esplicitano è che al di fuori di una parte dei prestiti stranieri (barricate, boicottaggio, frazione, alleanza, agitazione, propaganda, dimostrazione, liquidazione, risoluzione, ecc.) furono soprattutto i termini del vocabolario bolscevico che "si diffuse ampiamente dopo il 1917". Quelli degli altri movimenti politici deperirono e non lasciarono traccia.

[9] Parlando degli anarchici sarebbe più corretto dire "gruppi marginali" al plurale; questo punto sarà chiarito più avanti.

[10] V. Maksimov, " Jazyk soprotivljaetsja nasiliju" (La lingua che si oppone alla violenza), in: B. Ben-Jakov, op. cit., p. 7.

[11] Ciò non vuol dire che nella loro corrispondenza gli anarchici non impiegavano diversi procedure di crittografia per sfuggire alla perljustracija della Polizia segreta, a cominciare da espressioni a chiave (codice) sino agli inchiostri simpatici. A questo proposito un periodico anarchico di lingua francese consigliava: “Non bisogna mai scrivere, se possibile, e se è assolutamente necessario, bisogna farlo in termini tali che non siano compresi unicamente che dagli iniziati. Molti nostri amici sono stati compromessi per aver scritto troppo. Molti altri lo sono stati per aver troppo parlato”. (“Tactique révolutionnaire” [Tattica rivoluzionaria], La Liberté, 11, 19 febbraio 1887, p. 1).

[12] B. Connie e G. Stone, op. cit., p. 13.

[13] Vedere Burevestnik, 1, 20 luglio 1906, p. 4; “i diseredati e i miserabili” è resa bene in inglese con “have and have-nots”.

[14] Mi servo qui del termine “luogo comune” [cliché] nel senso proposto da Anton C. Zijderveld: “... cliché are moulds of consciousness in which the original content of meaning has lost its relevance and has been superseded by sheer functionality. Now, when words are no longer morally tied to deeds, and when deeds are consequently no longer understandable and morally accountable in terms of certain words, clichés form the ideal cast of mind and mentality: to begin with, they do not really say what they say!” (On clichés. The supersedure of meaning by function in modernity, Londra, 1979, p. 52-53).

 

[15]. In un articolo molto suggestivo, intitolato “Langue russe et langue sovietique” [Lingua russa e lingua sovietica] (Le Monde, 5 luglio 1979, p. 1), Michel Heller scrive: “La lingua sovietica comincia a formarsi sin dalla rivoluzione d'Ottobre”. Pur essendo d'accordo con l'idea generale di Heller, mi sembra che “la lingua sovietica” si elabora prima del 1917, e soprattutto con gli scritti di Lenin (come mostrano i testi stessi citati da Heller e che datano al periodo prerivoluzionario); poi, verso il 1926-1929, inizia a formarsi la “lingua staliniana” (molto ben afferrata da George Orwell), che ai nostri giorni è in decomposizione. Evidentemente, Heller ha ragione di sottolineare che la lingua sovietica (e aggiungerei, anche la lingua staliniana) esistono parallelamente alla lingua russa; è per questo che possono formarsi o disgregarsi senza che i Sovietici perdano la facoltà di comunicare tra di loro (infatti, essi acquisiscono anche la facoltà di comunicare meglio a mano a mano che esse scompaiono). Esse sono, in un certo senso, il gergo tragico, bolscevico-sovietico, le cui origini risalgono al 1900-1910. (A questo proposito, vedere F. Thorm, La langue de bois[La lingua di legno], Parigi, 1987; P. Sériot, Analyse du discours politique soviétique, Parigi, 1985). Aggiungiamo che questa terminologia sovietica e staliniana è stata inoltre propagata fuori dall'URSS (sia deliberatamente, sia inconsciamente) dallo stile indiretto liberoda numerosi autori, ricercatori e giornalisti occidentali che hanno trattato di questioni relative all'URSS, facendo credere, ad esempio, che dei termini come “costituzione”, “democrazia”, “elezioni” e di numerosi altri hanno lo stesso significato laggiù e nei regimi democratici e parlamentari. Ciò sembra un caso flagrante di contro-impiego, se non di doublethink e di newspeak di Orwell.

 

[16] Sotto questo aspetto anche l'impiego ripetitivo delle stesse citazioni ha una funzione simile a quella dei cliché. Inoltre, i bolscevichi hanno innovato anche sotto un altro aspetto, e cioè l'impiego della lingua per deformare e screditare le posizioni dei loro avversari, accusandoli di fare proprio ciò Gli anarchici accusavano di questo fatto anche i socialdemocratici e i socialrivoluzionari, e affermavano che allo scopo di nascondere il loro abbandono dell'azione rivoluzionaria, “essi effettuavano un cambiamento premeditato del contenuto dei termini e dei giri di frasi tuttavia molto ben definiti”, ecc. (vedere Listki hleb i volja, 14, 10 maggio 1907, p.8).

 

 

LINK al saggio originale:

Idéologie et sémantique: Le vocabulaire politique des anarchistes russes 

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Published by Ario Libert - in Approfondimenti
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