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18 gennaio 2013 5 18 /01 /gennaio /2013 06:00

"TERRA E LIBERTÀ" E LA RIVOLUZIONE SPAGNOLA

[1936-1937]

Terra-e-Liberta.jpgAnalisi delle possibili fonti del film

 

 



Ci sembra interessante provare ad indagare le possibili fonti di riferimento di un film capace di riflettere in modo così acuto e polemico sulla storia e dell’agire politico come Land and Freedom.

terra-e-liberta02.jpg

Partiamo innanzitutto dal titolo del film: come ricorda Claudio Venza "Tierra y Libertad" è il famoso slogan di Emiliano Zapata durante la Rivoluzione messicana del 1910-1911 ed era anche il titolo di alcune testate anarchiche, tra cui l’organo della FAI all’epoca della guerra.

tierra-libertad-zapata.jpgQuindi rappresenta bene l’aspirazione a risolvere il secolare problema della proprietà terriera, dell’emancipazione contadina e popolare, e ad affiancare questa necessità economica con la liberazione individuale e collettiva”. Va aggiunto che "Tierra y Libertad" è stato anche il nome di una milizia (anch’essa di ispirazione anarchica) attiva, fra il 1936 e il 1937, sia sul fronte di Madrid che in Catalogna.

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L'attenzione del regista inglese è posta soprattutto su quel complesso (e straordinariamente affascinante, a parere di chi scrive) fenomeno che va sotto il nome di rivoluzione spagnola, che si sviluppò dal luglio del 1936 al giugno del 1937 parallelamente alla guerra civile, che vide il proletariato spagnolo (animato soprattutto dallo spirito delle organizzazioni anarchiche, FAI e CNT, ampiamente maggioritarie, e dalla cultura social-rivoluzionaria del POUM, piccolo raggruppamento radicale e combattivo) prendere in mano il proprio destino, e che fu stroncato dalla repressione staliniana. Alla sollevazione dei militari e dei fascisti, nel luglio del 1936 era infatti corrisposta in Spagna una vastissima insurrezione operaia: i comitati rivoluzionari avevano assunto di fatto un po’ ovunque il controllo della situazione nei territori in mano alla Repubblica.

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Manifesto di Helìos Gomez

 

La prima fonte evidente, pur se non accreditata a livello ufficiale, del film è Omaggio alla Catalogna di George Orwell, reportage-saggio affascinante quanto un romanzo pubblicato dall’autore di 1984 e di La fattoria degli animali nel 1938, subito dopo la conclusione drammatica e inattesa della sua esperienza diretta nelle file dei rivoluzionari che si battevano in Spagna. A quel tempo Orwell era un militante dell’Indipendent Labour Party, organizzazione d’ispirazione socialista rivoluzionaria (né socialdemocratica né marxista-leninista) che costituiva il principale referente a livello internazionale del POUM spagnolo, e proprio nell’ambito di una formazione armata del POUM, non a caso, si era trovato a combattere.

homage-to-catalonia.jpgA questo proposito va precisato che il POUM non era affatto un "partito trotskista", come erroneamente è stato spesso (anche in occasione dell’uscita del film) classificato: era nato infatti nel 1935 dall’unificazione di due formazioni minoritarie ma molto vivaci, la  componente della Izquierda Comunista de Espana (organizzazione ufficiale trotskista) guidata da Andrés Nin in aperta polemica con Trotsky (e da questi ripetutamente attaccato) e il Bloque Obrero y Campesino di Joaquin Maurin, di ispirazione buchariniana, e quindi sia antitrotskista che antistalinista. La convergenza di analisi fra Andrés Nin e Trotsky era stata evidente solo nel periodo (1930-33) immediatamente successivo all’affermazione della seconda repubblica in Spagna, ma la rottura definitiva fra i due aveva avuto luogo con la partecipazione del POUM al Fronte Popolare per le elezioni del 16 febbraio 1936.

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Torniamo a Omaggio alla Catalogna: è l’antiretorica (la demistificazione, l’abbassamento) a  fare del libro di Orwell uno dei testi più utili e interessanti per capire la storia del ‘900 (e non solo): il reportage intellettuale di una situazione di svolta epocale. Secondo Ezio Raimondi, George Orwell, insieme a Carlo Emilio Gadda, Elias Canetti, Louis-Ferdinand Céline e Karl Kraus, si inserisce pienamente nel panorama culturale che tende ad evidenziare, nel corso del ‘900, le falsificazioni della parola e ad utilizzare le armi della satira: "Gli scrittori satirici sono sempre scomodi – nota Raimondi – e la prima operazione del potere nei loro confronti è di dire che non sono satirici, ma che sono ‘arrabbiati’ per ragioni soggettive. Non si ama ciò che denuda, ma ciò che riveste, che nasconde. (…) Per condannare la retorica bisogna conoscerla: conoscere le insidie della parola. Ma in questa traversata ci si può perdere, perché ci si trova davanti al potere della parola. (…) Anche le verità, quando sono di moda, diventano false verità, perché anziché stimolare appiattiscono, nascondono. La retorica, come sostiene Gadda, va al recupero dell’etica incerta".

Orwell--disegnato-da-Levine.jpgOmaggio alla Catalogna è anche, per l’appunto, il resoconto di un percorso etico e politico, che portò Orwell, come sottolinea Giovanni Zanmarchi "a vedere il socialismo come una realtà oggettivamente valida da un punto di vista umano e concretamente realizzabile sul piano pratico. I risvolti politici della guerra gli diedero però anche modo di comprendere come la conoscenza della realtà e il contatto con essa non siano né facili da raggiungere né tanto meno una garanzia della sua affermazione. Difendere la verità e la realtà diventa allora un dovere umano e morale, una responsabilità cui l’artista, che da esse ha tratto pienezza d'ispirazione, non può in alcun modo sottrarsi”.

Orwell-in-Spagna-con-Eileen-Blair-sul-fronte-di-Aragona.jpgOrwell in Spagna con Eileen Blair sul fronte di Aragona

 

Nel suo racconto dei fatti della rivoluzione spagnola che l’hanno visto impegnato, Orwell – come quasi sessant’anni dopo farà Ken Loach - sfrutta ogni opportunità per rendere, attraverso il punto di vista del suo protagonista-osservatore, il senso di una adesione intima, diretta, emotiva e insieme razionale agli eventi, e non concede nulla alla retorica, al dogmatismo, all’assolutismo ideologico, ma si mantiene al livello della realtà: “Non ho alcun amore particolare per il 'lavoratore' idealizzato quale si presenta alla fantasia del borghese comunista. Ma quando vedo un vero e proprio operaio, in carne ed ossa, in lotta con il suo nemico naturale, il poliziotto, allora non ho più da chiedermi da quale parte debbo schierarmi”. Orwell si sofferma soprattutto sui rapporti umani (lanciando, come fa Loach, un appello ai sentimenti quotidiani) e osserva i fatti con umorismo ed ironia, attestandosi quindi sulla linea (già praticata, fra gli altri, da Fielding e da Swift) del registro satirico, secondo le illuminanti definizioni di Frye: “L’atteggiamento del filosofo è dogmatico, mentre quello dello scrittore satirico è pragmatico: quindi la satira può spesso rappresentare il conflitto tra una scelta di tipi di comportamento tratti dall’esperienza e la sensazione che l’esperienza sia più importante di qualsiasi sistema di opinioni intorno ad essa”.

Orwell, BarcellonaBarcellona, Piazza dedicata a George Orwell
 

È l'esperienza a confermare in Orwell - come in David, protagonista del film di Ken Loach – l’ostilità nei confronti di una politica autoritaria e repressiva. Terra e libertà, infatti, come Omaggio alla Catalogna “oltre che il resoconto gaio e spensierato di una stagione estremamente felice, è anche la storia cupa e ocura di un tragico passaggio dall’innocenza all’esperienza politica”. Vistose analogie si possono riscontrare nella struttura del racconto presente nel libro di Orwell e in quella del film di Loach: il protagonista di entrambi i testi  segue gli stessi percorsi, dall’adesione immediata allo spirito della rivoluzione ai dubbi e ai ripensamenti, dalla constatazione della necessità di una lotta senza quartiere contro i soprusi e la normalizzazione fino alla fuga precipitosa e clandestina dalla Repubblica spagnola ormai in balia dei moderati e degli stalinisti ("Proprio i comunisti – scrive Orwell – impedivano la rivoluzione in Spagna; quando le forze di destra ebbero il sopravvento, i comunisti si mostrarono disposti a spingersi molto più avanti dei liberali nella persecuzione dei capi rivoluzionari").

 

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A quale esperienza politica ci si riferisca è evidente dalla lettura dei saggi storici più significativi (non solo di quelli apertamente militanti) sul periodo preso in considerazione. Facciamo riferimento innanzitutto al testo fondamentale di Gabriel Jacksoni: "I mesi di giugno e di luglio (del 1936) videro in città e nelle campagne avvenimenti autenticamente rivoluzionari (…). Durante la seconda metà del 1936 nel territorio rimasto in mano al Fronte Popolare si effettuò la più profonda rivoluzione sociale che fosse avvenuta dal secolo XV. Principali caratteristiche di essa furono la passione per l’uguaglianza e l’affermazione dell’autorità locale e collettiva (…). Tutti gli operai andavano in giro armati e, in un paese a lungo dominato da una polizia brutale, quelle armi, spesso del tutto inservibili, erano più importanti come simbolo d’emancipazione che come strumenti di guerra. Affitti e servizi pubblici erano controllati da comitati di fabbricato, che comprendevano un membro per ogni partito del Fronte Popolare, ma erano ciò nondimeno interamente dominati, nei primi giorni, dagli anarchici. Spaziose abitazioni di ricchi scappati in Francia furono trasformate in scuole, orfanotrofi, ospedali. Pablo Casals donò 10.000 pesetas per il soccorso bellico e organizzò concerti gratuiti (come aveva fatto prima della guerra) nei sobborghi industriali. Le fabbriche furono per lo più occupate dagli operai. Alcuni proprietari furono fucilati, altri fuggirono, e pochi continuarono a lavorare nelle proprie industrie requisite, con lo stipendio corrisposto ai massimi dirigenti e ingegneri. Gli operai non perdettero il loro senso pratico: tram, autobus, servizi dell’acqua e della luce funzionavano normalmente; officine e autorimesse continuavano come al solito, disponendosi alcune anche a fabbricare bombe a mano, proiettili e corazze per automobili e autocarri diretti al fronte".

36cata agriculÈ un quadro della situazione pressoché identico a quello descritto sia da Orwell, con gli strumenti del linguaggio giornalistico-letterario, che da Loach con le sue immagini. E l'attenzione non può che concentrarsi sulla Catalogna, centro nevralgico della rivoluzione: “Fin dal 18 luglio  (del 1936, data del pronunciamento militare fascista – ndr) – nota Jackson - Barcellona era sempre stata la Mecca di gruppi rivoluzionari eterodossi. Proudhoniani francesi, anarchici italiani e balcanici, intellettuali menscevichi russi, vedevano tutti nella rivoluzione catalana l’esordio di una rivoluzione 'pura', antistaliniana (…). La stampa anarchica e del POUM esaltava le collettivizzazioni, giustificando al tempo stesso gli insuccessi nella produzione con la politica di Valencia (allora capitale della Repubblica – ndr), che boicottava l’economia catalana e favoriva la borghesia”. 

Interessanti anche le osservazioni di uno studioso attento come Paul Preston: “Per la CNT, il POUM e per l’ala sinistra del PSOE la rivoluzione proletaria costituiva il requisito essenziale per sconfiggere il fascismo. Quale fosse il punto di vista rivoluzionario lo esprime bene un adagio: ‘Il popolo in armi ha vinto la rivoluzione; l’armata del popolo ha perso la guerra’ (…). Gli sviluppi rivoluzionari che la guerra ebbe nei suoi primissimi giorni costituiscono una realtà che non è possibile ignorare: essi ebbero conseguenze di enorme portata sull’atteggiamento delle masse nei confronti dello sforzo bellico repubblicano e sul contesto internazionale in cui la Repubblica era costretta a muoversi.  La Spagna non era nuova agli scontri di classe. Nelle zone conquistate dai nazionalisti i conflitti furono soffocati con draconiane misure repressive. Vennero annientate non soltanto le organizzazioni operaie con i loro militanti, ma anche i partiti repubblicani borghesi. Nella zona controllata dalla Repubblica non ci fu una soluzione altrettanto brutale dei problemi di classe (…). Ma le contraddizioni fra repubblicani (borghesi e democratici) e socialisti moderati da un lato, e gruppi proletari rivoluzionari dall’altro rimasero un problema scottante”.

36coope cataloFu proprio così che si giunse all’esasperazione del conflitto nel campo repubblicano e al soffocamento della rivoluzione spagnola operato dalle squadre alle dipendenze della polizia politica sovietica e terzinternazionalista (come evidenziato da tutti gli storici e i ricercatori che abbiamo potuto prendere in considerazione e sottolineato dal film di Ken Loach). Nota Preston: "La CNT e il POUM si erano convinti che i sacrifici richiesti dai comunisti per sostenere la Repubblica borghese non servivano a influenzare favorevolmente le potenze europee. Franco offriva al capitalismo maggiori garanzie di quante avrebbe mai potuto darne la Repubblica. Per il POUM guerra e rivoluzione erano inscindibili. I comunisti scelsero come bersaglio il POUM perché non sopportavano le sue critiche da sinistra sul loro tradimento della rivoluzione in Spagna. Il PCE cominciò a sostenere che occorreva annientare il POUM e ad accusare chiunque criticasse i processi di Mosca di essere nemico dell’URSS, una ‘spia dei fascisti’, un ‘agente dei trotskisti’ (…). Salito Negrin al potere, i comunisti ripresero il processo di centralizzazione completando la distruzione del POUM (…). Il leader del Partido Obrero, Andrés Nin, fu arrestato, torturato brutalmente e poi flagellato a morte, in uno degli episodi più atroci della guerra civile (avvenuto il 22 giugno del 1937 – ndr). I goffi tentativi della propaganda comunista di sostenere che Nin era stato prelevato da una squadra di soccorso nazista non riuscirono a nascondere la verità: Nin era stato assassinato dalla NKVD, la polizia segreta sovietica. Gli altri dirigenti del POUM furono processati alla fine del 1938. Largo Caballero e gli ex ministri anarchici del governo da lui retto erano così indignati che si recarono da Azana, accusando Negrin di tradimento e chiedendone le dimissioni. Il presidente della Repubblica ignorò le loro proteste".

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Sappiamo tutti come andò a finire: il governo di sinistra di Largo Caballero fu costretto a dimettersi, il suo posto venne preso da un esecutivo moderato e rinunciatario con a capo Juan Negrin; la guerriglia delle milizie venne soffocata; si attenuò fino a scomparire l’entusiasmo popolare a favore della Repubblica (nel gennaio del 1939 Barcellona cadde sotto il dominio dei fascisti senza neanche reagire). Come nota amaramente Dan Kurzman: “Stalin non aveva interesse ad aiutare i suoi fantocci spagnoli a riportare la vittoria militare o a conquistare il potere politico. La Spagna gli aveva fornito due opportunità altrettanto convenienti: un campo di battaglia utile a fiaccare le energie di Hitler e un mattatoio adatto alla liquidazione dei rivali di sinistra. Ora era giunto il momento di lasciar vincere Franco, la vittoria del generalissimo dovendo servire a spianare la strada al trattato fra sovietici e nazisti”.

NinUtili ci paiono anche, per la ricostruzione del periodo e della tragica deriva della rivoluzione spagnola, le memorie di Abel Paz e la ricostruzione di Hans Magnus Enzensberger. Ma soprattutto si segnalano gli scritti e i discorsi del leader del POUM Andrés Nin, come quello pronunciato a Barcellona il 6 settembre 1936: “La lotta prosegue in tutta la Spagna. Deve forse la classe operaia, armi alla mano, difendere in questo momento la Repubblica democratica? La classe operaia catalana, quella spagnola, stanno forse facendo sacrifici enormi, spargendo il proprio sangue per tornare alla Repubblica del signor Azana? (…) Il problema della Chiesa sapete già come si è risolto: non rimane una sola chiesa in tutta la Spagna; ed anche il problema dei beni della Chiesa, della potenza economica della Chiesa è stato risolto con l’esproprio puro e semplice. La questione della terra si è risolta perché i lavoratori non se ne sono stati ad aspettare la soluzione dalla legge dei contratti di coltivazione o dall’Istituto per la Riforma agraria, ma perché i contadini hanno cacciato i proprietari e si sono presi la terra. (…) Ci dicono che ora abbiamo un obiettivo immediato: la lotta sui fronti; prima bisogna vincere la guerra, poi si vedrà. Queste due cose non si possono separare, non possono scindersi. Le guerre si vincono non solo tecnicamente. Tecnicamente, per la superiorità dell’armamento e per la disciplina, i militari avrebbero dovuto vincere il 19 luglio. Perché non è stato così? Perché noi avevamo ciò che i militari non hanno: la fede e la speranza in una nuova società. (…) Se la facciamo finita con il capitalismo, se orientiamo la rivoluzione in senso socialista, allora certo creeremo, stiamo già creando in Spagna, un movimento così impetuoso, una rivoluzione così profonda che contro di essa si infrangerà ogni tentativo della canaglia monarchica, fascista e reazionaria. Perciò diciamo che ogni concessione, ogni passo indietro, rappresenta un servizio reso al nemico”.

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Il 4 marzo 1937, sul giornale del PUOM “La Batalla” Nin scrive: “Il momento è grave e decisivo. In gioco c’è il futuro del proletariato. Il POUM ha lanciato più volte il grido d’allarme. Verrà ascoltato dalle altre organizzazioni rivoluzionarie?”. Lo stesso Orwell a questo proposito osserva: “Forse lo slogan del POUM e degli anarchici: la guerra e la rivoluzione sono inseparabili, era meno campato in aria di quel che possa sembrare”.

Quelle di Nin sono le medesime posizioni espresse da Camillo Berneri, intellettuale e militante anarchico di primo piano, sequestrato a Barcellona e assassinato dalle squadre staliniane il 5 maggio 1937. In un articolo in difesa del POUM pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari” di New York il 1 maggio 1937 Berneri scrive: “Gridiamo oggi con tutta la forza dei nostri polmoni: basta! basta! Non è giusto che, per appetiti malsani, si voglia eliminare una organizzazione che ha lottato e che continua a lottare, insieme con gli altri, per il trionfo della Rivoluzione spagnola. (…) Un partito che ha avuto vari esponenti (Maurin, Etchebehere, José Oliver, Germinal Vidal, Pedro Villarosa, Louis Grossi, Louis Blanco, ecc.) caduti nella lotta e che occupa, nella proporzione tra i suoi quadri e le sue perdite, il secondo posto nella lotta contro il fascismo non può, senza che la verità sia velata e che si violi la giustizia, esser presentato come un’amalgama di vigliacchi e di ‘agenti di Franco-Hitler-Mussolini’, come continua a presentarlo la stampa del Komintern. Un partito che ha migliaia di uomini su vari fronti e che, specie in Catalogna, predomina in certe località, non è una forza trascurabile. Parlare, come fanno certi domenicani del PSUC, di sopprimere questo partito è, oltre che un delitto contro la libertà, un atto di sabotaggio contro la lotta antifascista. (…) Il 19 luglio 1936 il POUM fu a fianco della FAI e della CNT nell’eroica resistenza al putch militare-fascista ed organizzò delle colonne che si portarono su vari fronti (8.000 uomini) (…).

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Si dice, infine, che il POUM è contro il fronte popolare. In realtà quel partito è contro la tendenza che vorrebbe dissociare la guerra civile dalla rivoluzione sociale. (…) Oggi il POUM è una forza considerevole nella lotta antifascista e nella resistenza al soffocamento della rivoluzione, sì che le divergenze teoriche fra noi e lui sono ben poca cosa di fronte alle attuali e alle possibili convergenze sul terreno dell’azione. Molti motivi di critica, molte formule di agitazione del POUM aderiscono alla realtà e sono potenziatrici dello sviluppo della rivoluzione sociale spagnola”. Ken Loach in Terra e libertà sceglie consapevolmente la lettura del reale (della Storia) e la logica politica proprie della sinistra rivoluzionaria del tempo (minoritaria ovunque nel mondo tranne che nella Spagna degli anni ’30) così come della nuova sinistra nata dal ’68 e radicatasi soprattutto, sia a livello di elaborazione teorica che di attività militante, in Europa e negli USA.

terre-liberta.jpgNel film si possono riscontrare almeno cinque sottotesti: strutture narrative che, variamente intrecciate fra loro, rendono più solido e aperto il discorso dell'autore. Innanzitutto abbiamo il romanzo (cinematografico) di formazione: David, il giovane protagonista, parte da solo dalla Gran Bretagna per raggiungere una terra sconosciuta, dai tratti perfino selvaggi, di cui non sa quasi nulla, se non che il fascismo lì (come un po' ovunque nel mondo) costituisce una minaccia terribile, da contrastare direttamente. Qui troverà modo di maturare nella sua coscienza, di compiere esperienze uniche e fondanti per la vita intera. Capirà soprattutto che, per vivere bene (cioè per raggiungere la maturità, la condizione di adulti liberi), è necessario anche battersi sempre e in tutti i modi – perfino contro l’evidenza di una realtà avversa e i luoghi comuni spesso meschini della pubblica opinione – affinché prevalgano i diritti alla libertà, le ragioni degli affetti sinceri e della dignità di tutti gli esseri umani.

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Abbiamo poi il racconto sentimentale, costituito dal rapporto, articolato e complesso, fra David e Blanca, con toni prima lieti (la nascita dell’amore) e poi intensamente melodrammatici (lo scioglimento della vicenda). Quindi è presente la struttura del testo politico, didascalico (ma non retorico o manicheo) ed esemplificativo, rappresentato soprattutto nella lunga, avvincente discussione sulla collettivizzazione della terra, ripresa in piano-sequenza con mirabile lucidità dall’autore. Qui il dibattito teorico si traduce in prassi concreta (pratica dell’obiettivo, si sarebbe detto un tempo) e diventa realtà grazie all’intrecciarsi e al sovrapporsi di lingue, di esigenze, di indicazioni diverse. E qui emergono maggiormente le ragioni dell’elaborazione  che abbiamo voluto suggerire nel nostro riferirci alle fonti possibili per il film. Troviamo poi la ricontestualizzazione, data dalla cornice narrativa del film, cioè dalle sequenze ambientate nella contemporaneità e animate dalla presenza curiosa e vitale della nipote di David, che recupera la memoria e la coscienza politica del nonno perduto. Qui si esprime soprattutto il gusto pseudo-documentaristico del Loach che meglio conosciamo: una attenzione sincera e diretta alla realtà sociale e alla vita interiore dei personaggi, rese attraverso immagini scabre e sguardi intensi. Infine è presente il tema del dolore per lo scacco subito, evidenziato nella tragica sequenza del disarmo forzato della milizia del POUM: la macchina da presa di Loach qui riprende a distanza l’agitarsi forsennato dei militanti resi impotenti, rabbiosi, dall’autoritarismo ottuso di un potere che sfugge ad ogni richiamo all’umanità e alla lotta comune. I compagni di David, e Blanca fra questi, sono rappresentati come anime in pena, schiacciati dal peso di un destino inaccettabile.

Terra-e-libertà

L’amarezza per la sconfitta, la nostalgia di una stagione giovanile di lotte e speranze e il desiderio di far rivivere la memoria di quegli eventi in una nuova ondata di iniziative, densa di idee, di tensioni appassionate, di proposte, unisce noi spettatori di oggi (reduci da analoghe situazioni sviluppatesi negli anni '70 in Italia e altrove) all’esperienza degli Orwell, dei Paz, dei Nin, dei Berneri, dei tanti altri che combatterono in Spagna (come Carlo Rosselli e Buenaventura Durruti) e allo spirito di Ken Loach, che esplicita così i suoi intenti: “Noi vogliamo parlare ai nostri simili in un linguaggio chiaro e cercare con loro di prendere coscienza dei problemi del nostro tempo. Non si fa la rivoluzione con un film. Ma un film può essere una leva per sollevare l’inerzia delle cose o delle persone. Vogliamo essere utili per andare avanti: basta con i sensi di colpa degli intellettuali”.

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Ci piace chiudere con una nota dolente, ma al tempo stesso carica di aspettative (e forse perfino profetica rispetto  al rilievo che ha avuto il  film di Ken Loach), vergata da un militante anarchico cinquant’anni fa (e quarant’anni prima dell’uscita di Terra e libertà nelle sale): “Dobbiamo rallegrarci che qui e là si trovino compagni desiderosi di diffondere intensamente ciò che fu realizzato in Spagna col sorgere della rivoluzione il 19 luglio 1936”.



Pierpaolo Loffreda


 

[Ricerca iconografica a cura di Ario Libert]

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Published by Ario Libert - in Cinema libertario
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