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31 maggio 2017 3 31 /05 /maggio /2017 05:00

Compagno Benjamin Péret

"Ossequie nazionali", "Morto per la Francia", "Partito dei Fucilati", "Martiri di Chicago": i popoli, le sette, le tribù, i partiti hanno gusto per la necrologia. Sanno trarre il massimo di profilo dal più piccolo cadavere non appena possono incollargli l'appellativo controllato "Francese", "PCF", "Veterano del 121° di linea"...

La stampa libertaria, in generale, non vi sfugge, ahimè! a questa ginnastica sentimental-politica, e il posto che dedica ai: "Possa il tuo sacrificio non esser stato vano, Albert..." e ai "Le giovani generazioni sapranno mostrarsi degne del tuo esempio, Eugène..." a detrimento degli articoli e studi di propaganda e di educazione, testimonia più dell'invecchiamento della corrente anarchica che del suo dinamismo. Tale è, per lo meno, il nostro punto di vista sulla cosa.

Tuttavia un uomo è appena morto, che noi amavamo. I nostri lettori che non lo conoscevano devono sapere di aver perso un compagno.

Benjamin Péret, poeta militante rivoluzionario, è morto all'ospedale Boucicaut, a Parigi, il 18 settembre 1959.

Naturalmente, Péret è più conosciuto come poeta surrealista che come militante rivoluzionario, ma egli fu entrambe le cose - indissolubilmente.

Quelli tra di noi che attraverso il surrealismo hanno abbandonato le rive borghesi per approdare all'Anarchia sanno chi era Péret poeta.

Il Surrealismo, scoperto da Breton, Péret e pochi altri rischiando un occhio nella breccia che la bomba Dada aveva prodotto nel muro del conformismo borghese, è apparso circa 40 anni fa.

Péret aveva allora 20 anni, 20 anni.

Dopo aver preso le distanze dal nichilismo, molto presto i surrealisti sono presenti nel movimento rivoluzionario.

"Aprite le prigioni! Licenziate l'Esercito!" dichiaravano sin dal 15 gennaio 1925 ("La Révolution Surréaliste", n° 2).

Péret è tra coloro che, volendo un'applicazione concreta delle loro posizioni politiche, entrarono nel 1927 nel Partito comunista.

E' anche, insieme a Breton, di quelli, meno numerosi, di cui l'etica rivoluzionaria non poté accomodarsi del zigzagare e compremessi del P. C.

Abbandonerà il partito, lasciandovi Eluard e Aragon che vi trassero i loro vantaggi.

Péret, parallelamente ai suoi testi poetici, firma molti proclami del gruppo surrealista:

  • Contro l'Esposizione coloniale del 1931 dopo l'arresto di un militante annamita.
  • Per la solidarietà operaia internazionale con la rivoluzione spagnola del 1931.
  • Contro la razionalizzazione del lavoro alle Officine Renault.
  • Per l'unità d'azione operaia contro il fascismo, il 6 febbraio 1934.

 

Sin dal 20 luglio 1936, Péret è tra coloro che apportano la loro adesione totale alla rivoluzione operaia spagnola, moltiplicando gli appelli alla formazione di milizie proletarie, denunciando il tradimento costituito dal non-intervento.

Infine Péret prenderà posto nella Colonna Durruti diventando un miliziano della C.N.T.-F.A.I.

Dopo la guerra, il gruppo surrealista collaborò per un certo periodo con "Le Libertaire" della Federazione Anarchica. Congiuntamente a Breton, Schuster, Valorbe, Legrand, ecc., che ci portavano dei testi poetici o di critica estetica. Péret ci consegnava uno studio La Révolution et les Syndicats [La Rivoluzione e i Sindacati], nn° 321-326 incluso, importante contributo per la comprensione dei problemi operai del dopoguerra.

Péret vi analizzava la funzione contro-rivoluzionaria dei sindacati degenerati, assorbiti dal capitalismo e opponeva loro quella, rivoluzionaria, dei consigli operai eletti sul luogo del lavoro e revocabili ad ogni istante.

Più recentemente, aveva tenuto a formularci le sue critiche sui numeri 7-8 (Il Nazionalismo), interessato com'era ad una collaborazione costruttiva tra le diverse tendenze rivoluzionarie (vedere la sua lettera apparsa con le iniziali B. P. in N. R. n° 9 pp. 89-92).

Péret si rifaceva alla tendenza marxista del comunismo dei Consigli.

Questo non può in alcun modo impedirci di consideralo come uno dei nostri (che non ci si faccia l'ingiuria di vedere in ciò un tentativo di annessione!).

Dei nostri, meno forse perché aveva combattuto sotto la bandiera nera e rossa in Spagna che perché per tutta la vita fu un militante della libertà, sapendo in ogni momento in ogni campo, riconoscerla, combattere i suoi errori, denunciarne i suoi puttanieri.

Péret era anche il tipo d'uomo di cui la rivoluzione ha più bisogno. Senza illusioni, lucido, credeva alla Vita, alla "vera vita", sfuggendo al bello fisso dei fanatici così come alla disperazione dei nichilisti. Solido.

Parlare della rivoluzione con Péret, e il vostro pessimismo o il vostro entusiasmo fondeva, trasformandosi in un lingotto di convinzione tranquilla ma intrattabile.

Se Rivoluzione e Poesia erano per lui legate indissolubilmente, è perché Benjamin Péret vedeva nella poesia "il vero soffio dell'uomo", La fonte di ogni conoscenza e la conoscenza stessa"; "La si chiama qui amore, là libertà, altrove scienza" diceva, e in effetti era grazie a questa concezione e al libero esercizio del suo spirito, che come vero poeta seppe con coerenza e senza cedimenti, darci l'immagine di un uomo in cui tutta la potenza creatrice e liberatrice è potuta manifestarsi.

In un'epoca in cui, per un po' o molto denaro, degli artisti si mettono al passo con i tempi, qualunque esso sia; in cui, per un po' di "onori", dei militanti operai si siedono al tappeto verde delle commissioni paritarie; in cui, per un posto di "permanente", dei rivoluzionari ingannano la Rivoluzione rimanendo nel Partito comunista, un ragazzo come Péret, è una boccata di aria pura.

Perché se la sua modestia, la sua povertà, la sua dignità l'hanno privato dei grandi organi di prestigio, non per questo l'opera poetica di Péret non è una delle più belle che ci siano.

E se è ancora troppo poco conosciuta, è perché la borghesia e la sua stampa lo circondarono con un muro di silenzio, sapendo che Péret non era della pasta degli Aragon e dei Dalì...

Più vicini a noi, all'interno dello stesso movimento libertario, alcune "personalità anarchiche" farebbero bene a meditare l'esempio di Péret. Lui aveva del genio, loro non hanno nemmeno del talento. Lui non coltivava l'"io" come una pianta preziosa. Lui era Operaio del Libro (eh sì!), mentre loro sono a volte dei padroncini o commercianti. Nelle assemblee di militanti operai lui ascoltava, e quando interveniva, era fraternamente, con concisione e chiarezza, come compagno... mentre i nostri piccoli "pensatori" coltivano il genere paternalista, scelgono le loro parole nel vocabolario degli impiegati di studio notarili, giocano all'"elite", si pavoneggiano...

Sì, Péret, che lezione, per questa gente! Ma più ancora quale fonte per noi dove andare a ritrovare, quando la speranza ci abbandona, con il gusto maturo della libertà, la forza di lottare per essa - sempre e ovunque.

In verità, ve lo diciamo, compagni che non ebbero la fortuna di incontrare Péret: era qualcuno l'autore di "Io non mangio di quel pane".

Mai lui lo ha toccato.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert
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