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30 settembre 2015 3 30 /09 /settembre /2015 05:00

Il fascismo tedesco all’attacco

Helmut Wagner

I

La creazione della “Grande Germania” costituisce il punto decisivo del programma del fascismo tedesco e l’obbiettivo che esso persegue con più tenace fanatismo. Il graduale logoramento del Trattato di Versailles, la surrettizia “coordinazione” di Danzica, la conquista delle regioni tedesche dei Sudeti attraverso il partito di Henlei in Cecoslovacchia, e la lenta penetrazione nell’Austria, parallela al riarmo interno della Germania stessa, sono altrettante tappe della preparazione tedesca alla prima azione aperta. L’Anschluss con l’Austria fu programmato proprio in questo modo, anche se il momento dell’intervento decisivo fu determinato dagli eventi stessi: da un lato, la necessità di Hitler di contrapporre un decisivo successo esterno alla sconfitta interna subita in occasione del processo di Niemohller e alla parziale ribellione dei generali; e dall’altro la vittoria della politica esterna di Chamberlain in Inghilterra e la crisi governativa in Francia. Hitler riuscì a conseguire questo successo senza correre rischi di sorta; il che dimostra una volta di più la superiorità dell’aggressiva politica estera fascista - per la quale la preparazione bellica diventa il principale strumento di diplomazia imperialistica - nei confronti del tradizionale giuoco politico portato avanti dalle potenze aderenti alla Società delle Nazioni.

Hitler ha abbandonato da tempo il tentativo di realizzare le sue vaghe idee socialiste, ma sarebbe del tutto inadeguato caratterizzarlo come mero “strumento” del grande capitale tedesco. Il fascismo tedesco va visto come un processo economico e politico che crea condizioni di esistenza qualitativamente nuove per il capitalismo monopolistico, il quale, dopo aver sfiorato il crollo nella crisi del 1929-1933, ha infine ceduto gran parte delle sue funzioni sociali e politiche all’apparato statale fascista, affidandogli il compito di abbattere quelle barriere della proprietà privata divenute ormai un ostacolo al suo ulteriore sviluppo. Questa trasformazione dell’ordine sociale in Germania dimostra ancora una volta che non esiste una situazione dalla quale il capitalismo non possa trovare una via d’uscita, e che il sistema capitalistico non “crollerà” automaticamente se gli operai, come accadde in Germania dal 1918, mancano di riconoscere la loro decisiva funzione sociale. L’imperialismo non è “la fase suprema” del capitalismo: questo è, invece, sempre in grado di imporre la sua persistenza con forme sempre più efficaci e violente. La teoria secondo la quale il socialismo è un risultato emanato dal processo di concentrazione capitalistico viene spesso fraintesa in senso meccanicistico, ma in realtà essa significa, dal punto di vista economico, che il capitale monopolistico richiede ad un certo punto del suo sviluppo l’abolizione delle barriere fra i gruppi monopolistici privati in concorrenza fra di loro e la creazione di una forma meno ristretta di organizzazione e di controllo. Con ciò non viene detto niente circa i contenuti sociali del progresso organizzativo richiesto dal capitale monopolistico. Se gli operai non completano questo processo in senso socialista, esso verrà completato dai fascisti in senso capitalista con l’aiuto dell’apparato statale totalitario che, lentamente e contraddittoriamente, si trasforma da capitalista complessivo meramente “ideale” in un capitalista complessivo in carne ed ossa, quale Marx, ai tempi della democrazia liberale, non poteva neanche sognare.

In questo senso il capitalismo di stato dell’Unione sovietica costituisce il principale modello economico ed “ideale” del fascismo tedesco. Una delle principali debolezze dell’opposizione antifascista tedesca ed internazionale è proprio la sua mancanza di una adeguata concezione di questo processo sociale di transizione. Pure, lo studio attento di questo evento e la conoscenza della concreta struttura del fascismo è mille volte più importante del moralistico “smascheramento” dei suoi oltraggi. Agli inizi del 1933, la classe dirigente tedesca, ormai sull’orlo della bancarotta economica e sociale, consegnò il potere statale al Partito nazionalsocialista; ma né il partito di Hitler né la borghesia tedesca erano allora coscienti delle conseguenze che un passo del genere avrebbe avuto. Hitler non poteva mantenersi al potere se non abolendo gradualmente gli ostacoli politici che, da un lato, bloccavano la sua politica di creare lavoro a spese del reddito medio e, dall’altro, frenavano il suo programma di riarmo forzato a spese dei vari interessi capitalistici privati. Egli perseguì, quindi, la classica politica di “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”, liberando da una parte gli industriali tedeschi dalla pressione delle lotte operaie per sottometterli però, dall’altra, alla sua politica statale e militare. Un gruppo capitalistico dopo l’altro perdette così il potere di disposizione sul suo capitale e sui suoi prodotti, nel quadro del programma hitleriano di militarizzazione dell’industria tedesca che, nonostante le resistenze e le lacune ancora persistenti, sta per essere gradualmente portato a termine.

In questo nuovo assetto socio-economico la massimizzazione dei profitti costituisce ancora la base del sistema, ma gli imprenditori hanno perduto il potere di comando che il profitto aveva loro fin ad ora assicurato. Le funzioni classiche del capitale sono ora sotto il controllo dello stato, che ha asservito le forze produttive alla sua politica di preparazione nazionale totalitaria alla guerra. Questo processo è ben lontano dall’essere concluso o scevro di contraddizioni; il solo fatto che lo sviluppo continui a procedere sulla base del mantenimento, anche se in forme diverse, dell’appropriazione privata del profitto, dà origine a momenti di pericolosa tensione. Se, nonostante tutto, esso va avanti, ciò è dovuto, oltre che alla forza dell’apparato statale, soprattutto al fatto che la politica economica del governo favorisce direttamente e in maniera decisiva le grandi imprese edili e i tre grandi gruppi industriali: industria estrattiva, industria pesante ed industria chimica. La politica hitleriana del riarmo va anche incontro agli interessi immediati dei grandi monopoli che, già burocratizzati e spersonalizzati, non hanno da opporre grandi resistenze alla sostituzione dell’iniziativa privata con quella pubblica. Per queste industrie sono infatti assai più redditizie ordinazioni statali a lunga scadenza anche con un ristretto margine di profitto, che non guadagni più alti ma irregolari costantemente esposti alla minaccia di crisi capaci di mettere in pericolo i loro programmi di continuo ampliamento e rinnovamento degli impianti.

 

Così la politica economica fascista non è “agli ordini” del capitale monopolistico, nonostante quest’ultimo ne costituisca, in ultima istanza, l’asse portante. La posizione tenuta dallo stato fascista tedesco in relazione alla sua economia ne rafforza incommensurabilmente l’azione rispetto, ad esempio, alle possibilità che Roosevelt ha a disposizione, in quanto la centralizzazione di tutte le funzioni politiche nelle mani dell’apparato statale permette a quest’ultimo di sfruttare al massimo grado i mezzi e le riserve del paese. (Ciò spiega perché le catastrofi pronosticate da tanti osservatori che analizzano l’economia tedesca sulla base di parametri liberali non si siano verificate). Si può quindi a buon diritto affermare che il capitalismo di stato fascista è riuscito, almeno per il momento, ad allontanare considerevolmente il pericolo del crollo economico. Certo, l’economia totalitaria tedesca non si trova affatto in una posizione ideale. Che la produzione di surrogati non possa neanche lontanamente rimediare alla mancanza di certe materie prime indispensabili dal punto di vista bellico, e che sotto la cappa di piombo della dittatura siano ancora intatti spaventosi antagonismi tra le diverse forze sociali e gli stessi gruppi capitalistici, ben lontani dall’essere uniti, tutto ciò non è altro che l'altra faccia del processo più sopra descritto; e saranno probabilmente queste contraddizioni a fornire gli stimoli che porteranno infine, in una situazione di particolare tensione, all’esplosione del sistema nazionalsocialista. Ma attualmente il fascismo tedesco ha posto sotto controllo questi nodi conflittuali a tal punto da poter sfruttare, proprio come fa il sistema economico sovietico, soltanto i lati positivi della concentrazione economica e sociale. Il Putsch in Austria è stata una mossa importante non solo ai fini della stabilizzazione interna del sistema nazional-socialista, ma anche nel quadro della lotta dell’industria tedesca per la conquista dell’autonomia nel campo delle materie prime (viveri, legname, minerali estrattivi). È vero che non è stata chiesta l’approvazione della borghesia tedesca prima di compiere questo passo; ma la “Grande Germania”, preparata accuratamente sia dal punto di vista economico che politico ed oggi realizzata, spiana la strada all’espansione imperialistica del capitale tedesco verso il sud-est dell’Europa, e serve quindi a puntino gli interessi proprio della classe borghese. Se Hitler non si spinge troppo oltre come ha fatto Mussolini in Abissinia, se, cioè, valuta appena correttamente la situazione politica estera, in modo particolare la politica estera britannica, il “colpo” austriaco non spezzerà, bensì rafforzerà la catena dei suoi successi.

 

 

II

 

Il fascismo tedesco non fu creato nel 1933; le sue radici affondano nel fallimento della “rivoluzione” tedesca del 1918-1919. Gli operai capirono troppo tardi, e solo a livello di avanguardia, che il loro compito storico era di dare inizio ad un processo di socializzazione per distruggere le basi economiche della reazione industriale ed agraria. La codardia e l’ignoranza delle forze socialdemocratiche allora al potere impedirono l’adozione di quelle misure che avrebbero almeno permesso l’instaurazione di una vera democrazia parlamentare in Germania. (L’annientamento dei latifondi feudali avrebbe distrutto una delle colonne portanti del fascismo; l’abolizione degli Sande, accompagnata da una radicale riforma amministrativa avrebbe segnato la condanna a morte del particolarismo reazionario e del sabotaggio degli alti ufficiali; la creazione di una milizia popolare avrebbe sconfitto la reazione dei “corpi volontari” che, dopo aver combattuto come interventisti contro la Russia, continuarono a mettere le loro forze a disposizione di tutte le iniziative di repressione anti-operaia a livello nazionale). Hitler rafforzò notevolmente la sua posizione in Germania proprio emanando una serie di provvedimenti che sarebbe stato compito della repubblica approvare. Con l’Anschluss austriaco egli ha, ad esempio, realizzato l’idea della “Grande Germania” cara non solo ai democratici, ma anche ai socialisti tedeschi sin da prima della rivoluzione del 1848. Mentre Marx ed Engels, Bebel e Lassalle ponevano questa realizzazione fra i compiti della futura rivoluzione tedesca, Bismarck vi aveva rinunciato, accondiscendendo alla “Piccola Germania”, corrispondente agli interessi del re di Prussia. Sulla linea di Bismarck si posero anche i dirigenti della giovane repubblica tedesca, oltre che per indecisione ed ignoranza, anche per il fatto che per loro il problema piroritario era la sconfitta dell’offensiva operaia nell’interesse della borghesia tedesca e della reazione feudale. Ma un campo in cui la socialdemocrazia tedesca, che, nei primi mesi, aveva in mano i destini della repubblica tedesca, dimostrò in modo particolare la sua assenza di programma fu proprio quello della politica estera. Pure l’Anschluss, ratificato dall’85% della popolazione della smembrata Austria sotto la guida più radicale_ dei socialisti austriaci, sarebbe stato possibile anche senza il ricorso a mezzi rivoluzionari, con un minimo di coraggio democratico, attraverso un appello basato sull’“auto-determinazione dei popoli” tratto dai programmi di guerra e di pace dell’Intesa, e ciò molto prima che venissero imposti a Germania ed Austria i trattati di Versailles e di St. Germain. Di più, un governo tedesco forte di un risoluto programma interno e dell’appoggio di larghe masse chiamate a partecipare direttamente alla sua attuazione avrebbe sicuramente avuto molte più probabilità di sconfiggere la reazione dei generali francesi ebbri di vittoria, così come i freddi calcoli ed intrighi della diplomazia britannica. Un tale atteggiamento avrebbe consentito persino di respingere l’invasione che - quando furono occupati il Reno e la Ruhr - i tedeschi dovettero subire senza poter opporre resistenza e a tutto vantaggio della reazione. La storia delle rivoluzioni europee dal 1789 fino al 1917-1919 e, in negativo, l’attuale Guerra civile spagnola dimostrano che una politica interna nettamente rivoluzionaria è l’unica base sulla quale possa essere portata avanti una politica estera nettamente rivoluzionaria. Ci permettiamo qui di ricordare ai nostri lettori che non furono John L. Garvin e Lord Lothian i primi a chiedere una “Mitteleuropa tedesca” (“Observer”, 3/14, 5/16, 1937), bensì i memorandum_ dello stato maggiore inglese sulle condizioni di pace nel 1916, e in modo particolare quello di Sir William Robertson, in data 31 agosto, nel quale egli lodava il memorandum di Lloyd George degno, secondo la sua opinione, dell’intuizione “di un grande statista”, nella misura in cui riconosceva la necessità di conservare una forte Germania nell’Europa centrale, auspicando nel quadro della politica dell’“equilibrio del potere” l’Anschluss di Austria e Germania. Ciò egli affermava, non avrebbe “in alcun modo costituito uno svantaggio” per l’Inghilterra. Così Hitler deve il suo massimo trionfo in politica estera - l’Anschluss - così come la sua vittoria interna, alla debolezza e alla codardia dei padri della repubblica tedesca. E probabilmente è qui che va ricercata la ragione del rinnovato consenso da lui riscosso con questa mossa, dopo anni di malumore e di insoddisfazione fra tutti gli strati della popolazione, presso larghe masse del popolo tedesco.

 

 

III

L’Austria post-bellica era, come la Saar nel 1935, matura per l’Anschluss. Dopo la disintegrazione dell’Impero alla fine della Grande guerra, da questo grande corpo smembrato - originariamente composto da sette nazioni, con una popolazione di 56 milioni di anime - erano sorti, sulla base del principio alleato della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, tanti staterelli nazionali, uno dei quali - una piccola regione montagnosa attorno a Vienna - venne ora chiamato Austria. Vienna, l’antica capitale di vasti domini, un tempo anello di congiunzione dei traffici tra l’Europa occidentale e quella sud-orientale, ed anche di per sé un importante centro industriale, perdette da un giorno all’altro le sue basi politiche ed economiche. Caduta la domanda del famoso legno austriaco, anche tutta la grande regione indu striale a sud di Vienna, un tempo fiorente per l’industria di estrazione del ferro, divenne un’area depressa. L’Austria, il prodotto più infelice degli artefici della pace di Versailles, divenne così, a partire del 1919, una nazione condannata all’eterna miseria, tenuta artificiosamente in vita dalla reciproca pressione delle grandi potenze. Incapace di avere un’esistenza economica e politica autonoma, essa fu posta agli inizi sotto la “protezione” francese, ma quando la Francia, tributaria degli interessi inglesi, cominciò a perdere la sua influenza sulla Piccola Intesa e sulla zona danubiana, l’Austria tedesca divenne praticamente un protettorato dell’Italia che cercava di controbilanciare l’aggressiva avanzata tedesca, finché non fu escogitata la politica dell’Asse. Il prezzo che la reazione clericale austriaca dovette pagare per questa “protezione” fu l’abolizione della democrazia parlamentare, la violenta repressione del movimento operaio e la formazione di un cosiddetto “stato corporativo” sorretto esclusivamente dal clero cattolico, lo stato maggiore della Heimwehr (vassallo dell’Italia) e la borghesia ebraica. Il regime di Dollfuss-Schuschnigg, incapace sia di schiacciare completamente il movimento operaio illegale sia di fermare l’impetuosa avanzata del nazionalsocialismo, era stretto nella morsa di Germania ed Italia ed era destinato a crollare non appena si fosse allentata la pressione di una delle due parti. L’alleanza dell’Asse segnò il destino di Schuschnigg, con l’abbandono da parte dell’Italia di qualsiasi ambizione nei confronti dell’Austria. Col paese economicamente stremato dall’avventura abissina e dall’intervento in Spagna, Mussolini era costretto a venire a patti con l’Inghilterra; e solo l’alleanza col fascismo tedesco, pagata con l’abbandono dell’Austria, poteva ancora assicurargli la possibilità di trattare da una posizione di forza con la diplomazia inglese, che sarebbe ora diventata la principale beneficiaria della guerra spagnola del “duce” italiano. Ma anche così Mussolini fu indubbiamente colto di sorpresa dall’occupazione militare dell’Austria da parte della Germania, e adesso saprà come interpretare l’indirizzo di ringraziamento fattogli pervenire da Hitler nei termini seguenti: “Mussolini, non ti dimenticherò mai per questo”, né dimenticherà più; probabilmente, la dimostrazione di fiducia datagli da Hitler con l’invio di un forte distaccamento di truppe tedesche sul Brennero. Né potrà fare a meno di udire i portavoce ufficiali del partito nazionalsocialista nelle province alpine dichiarare apertamente e liberamente che l’Italia non “sarà in grado di rifiutare la restituzione alla Germania del Sud Tirolo quando si troverà ad aver di nuovo bisogno dell’aiuto tedesco per la sua politica estera. Esiste così nell’Asse una seria incrinatura, anche se è improbabile che si arrivi ad una rottura finché l’Italia non si riavrà, con l’aiuto inglese, dal suo attuale stato di debolezza. Ma nel frattempo la Germania potrà continuare, ancora per un certo numero di anni, a perseguire indisturbata i suoi obbiettivi di politica estera. La decisione della questione austriaca fu un affare esclusivamente italo-tedesco. Dietro pressione inglese, la Francia rinunciò alla risoluta difesa dei suoi interessi economico-imperialistici nella regione danubiana; e così, quando Schuschnigg chiese, di fronte alle minacce di Berchtesgaden, di tornare a Parigi, ottenne la platonica assicurazione che la lotta per l’indipendenza del suo paese godeva della “simpatia” incondizionata della Francia. I francesi temono il conflitto armato con la Germania fascista e credono di poter ottenere l’appoggio inglese solo allineandosi con la politica dell’Inghilterra, decisa a lasciare campo libero all’espansione tedesca verso il sud-est, come dimostra l’atteggiamento inglese nei confronti dei Sudeti, direttamente consegnati nelle mani di Hitler. I diplomatici francesi non sembrano capire neppure il semplice fatto che il Reno è la reale frontiera dell’Inghilterra, la quale, non potendo assolutamente tollerare un’avanzata tedesca verso il Mare del Nord, sarebbe in ogni caso costretta ad aiutare militarmente la Francia se gli eserciti tedeschi marciassero verso occidente. La Francia paga con pesanti sacrifici in politica estera ciò che potrebbe ottenere gratis dall’Inghilterra, come faceva giustamente notare alcune settimane orsono Robert Dell. In questo modo, l’imperialismo inglese si copre le spalle in Europa e può dedicare i suoi sforzi maggiori allo scacchiere politico per esso più importante, l’Estremo Oriente, dove l’invasione giapponese della Cina minaccia direttamente l’Impero. Mentre guadagna tempo per il programma di riarmo interno, l’Inghilterra contribuisce a creare nella Grande Germania un contrappeso decisivo nei confronti della Russia - la sua seconda grande rivale in Asia - e una minaccia per l’Italia e la Francia che costringe questi due paesi ad accettare i dettati inglesi, e tiene contemporaneamente lontana dalle proprie sfere di influenza, almeno per il momento, l’avanzata tedesca. Quanto tempo possa reggere questa complessa costruzione della politica di equilibrio di potere, può dirlo solo il futuro. In ogni caso, i metodi della politica estera nazista hanno dimostrato di possedere un insospettato potere “dinamico”, in quanto espressione della necessità di espansione di un capitalismo altamente organizzato sotto la direzione centralizzata di un potente stato militare per il quale l’avanzata imperialistica costituisce un’immediata necessità economica e sociale.

Il destino dell’Austria fu deciso da costellazioni di politica estera sulle quali essa non aveva alcuna influenza. Pure, l’Austria era matura per l’Anschluss non soltanto perché era stata abbandonata dalle grandi potenze, bensì anche in virtù del suo sviluppo politico interno. In questo stato, ormai incapace di esistere economicamente, crisi e pauperizzazione divennero un fenomeno talmente permanente che, come in Germania nell’inverno 1932-1933, quasi il 50% della popolazione aveva cominciato anche prima dell’Anschluss a guardare al nazionalsocialismo come all’unica via di salvezza: l’abolizione della disoccupazione ad opera della corsa agli armamenti, i salari ed il tenore di vita relativamente più elevati della Germania fascista facevano apparire altamente desiderabili le condizioni sociali del Terzo Reich agli occhi degli austriaci, proprio come accadeva anche ai tedeschi dei Sudeti. I piccoli contadini delle zone alpine, privati dei mezzi di sussistenza, divennero la base di massa interna del nazionalsocialismo che, grazie anche alla debolezza della dittatura clericalfascista, penetrò gradualmente all’interno dello Heimwehr, il corpo amministrativo, assicurandosi il controllo dell’esercito e della polizia.

L’Austria fu conquistata dall’interno non meno che dall’esterno. Al momento della caduta, Schuschnigg riconobbe che l’unica forza capace di evitare la sconfitta interna era il movimento operaio, e fece perciò un ultimo sforzo disperato, cercando di annullare il febbraio 1934 e di richiamare in vita i sindacati e la socialdemocrazia, affinché gettassero gli operai viennesi contro l’assalto fascista. Ma Hitler pose bruscamente fine a questo tentativo, e perfino gli ufficiali dell’esercito austriaco si rifiutarono di eseguire gli ordini del governo fallimentare di Schuschnigg. Ben più drammatica della dissoluzione del clerical-fascismo è, però, l’accettazione da parte dei sindacati, che conducevano le loro riformistiche battaglie in condizioni di semi-illegalità, e particolarmente da parte dei comunisti del Fronte popolare appoggiati dagli operai arretrati delle province e, benché in misura minore per la diversità della tradizione, da parte dei socialdemocratici, dell’appello di Schuschnigg alla lotta per “l’indipendenza dell’Austria” e le sue vaghe promesse di un futuro ripristino della democrazia nel paese. E, fatto ancora più grave, tutte queste forze erano pronte a farlo non mediante una propria azione autonoma, bensì all’interno del Fronte patriottico, a fianco della polizia e dell’esercito. La mancanza di scrupoli e di intelligenza politica illustrata dall’adesione a questo tipo di politica è un esempio significativo della estrema debolezza del movimento operaio europeo che, giunto ormai alla fine della sua parabola, è tuttora incapace di tirare le ultime conseguenze dai grandi trionfi del fascismo e dal crollo dei partiti e dei sindacati mitteleuropei, e tenta ora di salvarsi dietro le bandiere del nazionalismo. L’illegale movimento operaio austriaco era pronto a salvare il derical-fascismo dal fascismo tedesco. I comunisti ed i socialdemocratici italiani hanno lanciato un appello nel quale accusavano Mussolini di essere pronto a consegnare il suolo italiano a Hitler. I comunisti ed i socialdemocratici francesi chiedevano, e l’hanno adesso ottenuta, una unione nazionale coi gruppi più reazionari del capitale finanziario, i quali però, da parte loro, non avevano alcuna fretta di accettare questa “comunità del popolo”. I socialisti inglesi già pensano di appoggiare un governo diretto da quello stesso Eden che ha promosso la conquista dell’Abissinia, la sconfitta del Fronte popolare spagnolo, il riarmo del fascismo tedesco e la liquidazione della politica della “sicurezza collettiva”. I partiti operai dei piccoli paesi - di fronte a questi esempi e di fronte alla scomparsa degli ultimi bolscevichi russi noti a livello internazionale - non sanno far altro che assoggettarsi di buon grado alla politica della “unità nazionale”, della “pace sociale” e della “difesa della patria”. Il fatto che nell’attuale caos imperialistico europeo i piccoli stati vengano “traditi” dalle grandi potenze, che l’estinzione dello spirito rivoluzionario delle masse operaie e contadine spagnole richiesta dalla Russia non abbia portato nessun appoggio al governo del Fronte popolare da parte dei paesi imperialistici “democratici”, che non ci sia in Europa nessun’altra politica estera vincente se non quella fascista: tutto ciò non ha suscitato quasi nessuna reazione nella classe operaia; l’ha anzi spinta a stringersi ancor di più attorno alle bandiere delle varie borghesie nazionali e ad abbandonare perfino l’apparenza di autonomia che fino ad ora aveva conservato. Il movimento operaio europeo non ha ancora capito che solo una vera e militante Internazionale dei lavoratori può opporsi alle vittorie internazionali del fascismo e dei suoi sostenitori democratici. Per questo il fascismo determinerà, forse ancora per molti anni, il duro destino dell’Europa.

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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