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26 gennaio 2011 3 26 /01 /gennaio /2011 11:45
Un superbo racconto del 1988, tratto da un'opera collettanea in occasione del ventennale del maggio '68, da cui prossimamente tradurremo anche altri racconti interessanti come questo che presentiamo. Una storia molto amara e che a distanza di altri venti anni dal fatidico evento si rivela macabramente profetico. L'autore, vincitore di numerosi premi per la sua produzione narrativa poliziesca, definita in Francia noir, un genere di derivazione dall'americana hard boiled school, che in lui, come in molti autori francesi si manifesta in genere intriso di un graffiante sarcasmo verso la realtà sociale ed istituzionale che tendono a contestare in modo  nemmeno troppo velato. Jonquet, è morto il 9 agosto 2009. Il racconto, come il lettore avrà modo di accorgersi ad un certo punto del suo dipanamento, presenta un'ambientazione geografica molto strana, anche se quella temporale non scherza affatto, anzi, è proprio da quest'ultima che scaturisce, come il lettore avrà modo di vedere, tutta la sua carica drammatica.

 

 

I ragazzi del 16...
 


A Vergeat

jonquet-cubetto.jpg
di Thierry Jonquet

47.gifEra disteso sulla schiena ed il suo respiro- rauco, incerto, così debole che si vedeva appena la nuvoletta di umidità uscire dalle sue labbra- sollevava il petto ad intervalli irregolari. A tratti, la macchina si imballava e tossiva violentemente, senza tuttavia aprire gli occhi. Le sue vecchie mani macchiate di chiazze nerastre graffiavano allora la coperta prima di ricadere, inerti, lungo il corpo.

Stava morendo. Lo aveva annunciato agli altri, la vigilia. Era uno di quei giorni di gennaio, scuro e piatto, in cui i ragazzi si sentivano di umore scontroso ed evitavano di parlare, come se il silenzio permettesse di scacciare l'arrivo della notte.

-Compagni, aveva detto, domani, vi lascio...

Lo avevano guardato, sorpresi, prima di alzare le spalle. Gianni, François, Dietrich, Jimmy, Abdel, Vladimir, Sven ed anche i due inseparabili, Farouk e Juan, nessuno tra loro aveva prestato attenzione alle sue parole. Parlava così tanto, il Vecchio.

68retour_moutons.gifIl Vecchio: tutti avevano dimenticato il suo nome. Anche lui. A volte diceva di chiamarsi Daniel a volte Henri o Alain; non aveva alcuna importanza. E questa sera era lì, allungato in mezzo a loro, in agonia.

Gianni si dava da fare in cucina. Ne uscì con una caffettiera fumante. Distribuì delle tazze, spazzò via allo scopo il disordine che ingombrata il tavolo. Juan e Faruk avevano gli occhi incollati sulla scacchiera e spostarono il gioco con mille precauzioni; un alfiere nero cadde al suolo.  Allora,
si accese una discussione animata: Juan giurava che occupava F6 prima dell'incidente, mentre Faruk affermava che era in F4... Sven li riprese indicando loro il Vecchio che giaceva sul suo letto. Sven godeva di una grande autorità. Faruk arrossì, sconcertato, un po' vergognoso, ed abbandonò la partita.

68, 13mai1968Faruk voleva molto bene al Vecchio: conosceva un sacco di cose di cui nessuno qui aveva mai sentito parlare e provava un grande piacere a raccontare quando tutti erano riuniti la sera. L'inverno, si restava in casa, ma l'estate, quando il sole tardava a scomparire sotto la linea dell'orizzonte, i tipi del 12  e del 15 venivano a volte anche quelli del 27, con i quali, tuttavia, c'erano un mucchio di problemi...

Faruk prese il suo violino e suonò una di quelle vecchie melodie zigane che il Vecchio amava tanto. Sven cantò. La sua voce gutturale sovrastava sgraziatamente la melodia nostalgica. Gli occhi chiusi, calmo, il Vecchio sorrise.

- Me ne vado, ragazzi, sussurrò.

- Dici stupidaggini! borbottò Dietrich. Ci seppellirai tutti!

68lut continu Il Vecchio sorrise e girò la testa verso Gianni.

- Canta, disse, canta, Gianni, la canzone che ti ho insegnato...

Gianni posò la sua tazza e, aggrottando la fronte, si ricordò le parole che il Vecchio canticchiava spesso. Delle parole di cui nessuno avrebbe potuto precisare il senso.

68aff presseAvanti popolo, alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa...

-Così, Gianni, balbettò il Vecchio, così, piccolo, continua!

Bandiera rossa deve trionfar
Bandiera rossa deve trionfar...*


-E tu, François, canta anche tu! chiese il Vecchio, sollevandosi. Juan piegò un cuscino e lo mise dietro le spalle del vegliardo affinché stesse più comodo.

François si raschiò la gola ed intonò La Pelle du Gros Mine Terne**, di cui non aveva mai saputo ricordare che una sola strofa. Il Vecchio gli aveva ripetuto le parole, sino a martellargli il cranio, ma tutto ciò non significava nulla: cos'era questa storia di un obeso dall'aspetto pallido? Il "Grosso" soprannominato "Aria pallida"? Cosa faceva con la sua "Pala"? François cantò.

68aff capitalA Londres, à Paris, Budapest et Berlin,
Prenez le pouvoir, bataillons ouvrier,
Prenez votre revanche, bataillons ouvrier! ***

François cantava senza convinzione. Allondrappariggibuddappestateabberlino prendettil poterebbattaglionopperai!

I ragazzi del 16 non ci capivano niente, nemmeno Vladimir, che eppure aveva molto vagabondato. Indubbiamente, si trattava di prendere qualcosa, ma cosa potevano mai significare quelle formule lambiccate,
londrappariggibuddapestateabberlino? ilpoterebbattaglionopperai?

Un linguaggio incomprensibile da donnicciola, degli abracadabra da veggente, ecco cos'erano, le canzoni del Vecchio, sosteneva Abdel, il più giovane della banda, un giovinastro che non aveva paura di niente! Abdel non voleva bene al Vecchio. Non glielo si rimproverava, era così tanto difficile.

68-intox 050-Non ci capisci niente, Eh, Abdel? sghignazzò il Vecchio.

-No, ammise Abdel e la tua magia, mi innervosisce!

-Ma non è magia, protestò il Vecchio, si cantava questo, un tempo, per le strade, tutti insieme. Londra! Parigi! Budapest! Berlino!  Ah, sarebbe lungo da spiegare...

Vi fu un momento di silenzio. Gli occhi del vecchio brillavano di una luce strana: quella stessa che tutti avevano visto quando recitava le sue storie, alla vigilia.

Vladimir aveva una tenerezza particolare per la storia di Lanarchico - era il nome dell'eroe, nessuno conosceva il suo cognome - incontrava una studentessa una sera di primavera, e malgrado una nebbia magica che faceva piangere, Lanarchico e la sua bella si amavano tra le rovine di una città immaginaria. Faruk preferiva la storia di Sonacotra, il cattivo principe che tormentava i suoi sudditi e li rinchiudeva dentro gabbie insalubri...

68 nonburaucrC'era anche la meravigliosa avventura di Ma-ô, l'uomo giallo che incendiava la pianura con una sola scintilla. E quella di Leon, cacciato dal suo regno da un orribile despota, e che conservava un cuore puro malgrado tante atrocità... Il Vecchio non si stancava mai di raccontare. Aveva tante storie nella testa...

Erano là, i ragazzi del 16, tutti intorno a colui che stava morendo.

-Sono l'ultimo, diceva spesso.

-L'ultimo di cosa? chiedevano alcuni.

-L'ultimo del mese di Maggio... rispondeva. Sono morti tutti: è passato tanto tempo! Avevo venti anni... Ne ho centododici...

68-.jpgLo ascoltavano, inteneriti, senza cercare di lacerare il mistero delle sue parole. A volte, proferiva delle massime assurde. Quando giungeva la primavera, quando, da lontano, i ciliegi si ricoprivano di rami rosa, gridava a squarciagola: Vivere senza tempi morti, godere senza impedimenti, ho-ho-ho-chi-minh, che-che-guevara, ci-erree-esse-esse-esse! Cose senza capo e coda, degli sproloqui da nonnetto!

-È stregoneria, vi dico, brontolava Abdel, il Vecchio ci attirerà delle gran rogne!

68--sii-giovane.jpgErano tutti abituati a tali eccentricità. Gli accadeva a volte di incidere con il coltello alcune delle sue formule cabalistiche su una tavola raccolta per strada. Il Vecchio sapeva scrivere... era l'unico. Sopra il suo letto troneggiava una lastra di quercia sulla quale aveva lavorato molte ore. Juan vi si avvicinava spesso e palpava il legno secco con i polpastrelli delle dita; Juan sognava di imparare a tracciare delle parole, anche lui, malgrado le spiegazioni del Vecchio, vi era mai riuscito.

-È VIETATO VIETARE, articolava a fatica il Vecchio, staccando le sillabe per meglio farsi capire. Juan guardava, attento: il tracciato del legno, delle curve, incrostato nelle nervature della lastra di quercia, congegnato secondo un principio occulto, restava indecifrabile. No, Juan non capiva...

68--ritmi-forsennati.jpgIl Vecchio rabbrividì nella sua cuccetta. Dietrich, Vladimir e Sven si avvicinarono. Il Vecchio rantolava.
-Datemelo...
Dietrich si chinò e, frugando sotto il letto, afferrò presto un pacchetto avvolto in tela incatramata. Sciolse lo spago e liberò il contenuto: un cubetto di granito grigio che il Vecchio afferrò con pugno fermo. 
-È uno di quelli veri, ragazzi! affermò con la sua voce tremante. Un cubetto di Maggio!

68--moutons.jpgTutti lo guardavano con pietà: trascinava la pietra come una reliquia da così tanto tempo. Quando la loro piccola comunità si installava in nuove aree, il Vecchio non faceva altro che cercare di nascondere il suo cubetto dagli sguardi indiscreti. Aveva spesso spiegato ai suoi compagni che si trattava di un'arma e che la sua vita, secondo lui, il Vecchio, somigliava a quella pietra: una pietra che non sarebbe mai servita a costruire un palazzo, una chiesa, una prigione... ma una pietra che si poteva lanciare contro i propri nemici!

68--la-bellezza.jpg-Como tu, piedra pequeña come tu... salmodiava il Vecchio e Juan aveva allora male alla testa. Nella sua memoria mutilata brillava un sole fatale e le parole che pronunciava il Vecchio svegliavano in lui dei sogni incerti; Juan si lasciava cullare dall'eco di una lingua dimenticata e tuttavia così vicina.
Alle due del mattino, il Vecchio si spense stringendo il cubetto di porfido sul cuore. Sven applicò uno speccio vicino alla bocca del vegliardo per verificare che non respirava più.
-Inch Allah... mormorò Abdel, senza sapere da dove proveniva questa formula.
Dietrich sollevò la coperta sul viso del morto, e tutti andarono a dormire. Era tardi.
Il giorno seguente, alle sei, le urla delle guardie risuonarono nella baracca 16. Gli stivali chiodati colpirono con gioia il culo dei ritardatari: Abdel si prese un cazzotto in un occhio ed uscì nel freddo zoppicando.

68--ingranaggi.jpgJuan, Abdel, Sven e Dietrich e gli altri - il 16 al gran completo, tranne il Vecchio! - si tenevano ora sull'attenti, sulla grande piazza dell'appello. Uno spesso manto di neve ricopriva il suolo. La giornata cominciava male: i ragazzi del 27 erano arrivati primi, per arraffare un supplemento di zuppa, come sempre...
-Non ce n'è, brontolò François, un giorno o l'altro, bisognerà spaccargli il muso per insegnar loro a vivere!
Quando l'altoparlante troneggiante sulla torretta sbraitò i suoi ordini, si incamminarono, il piccone in spalla, la maschera a gas sollevata sopra il naso.
Sven si volse e, nel grande viale del Campo, vide la squadra sanitaria sollevare il cadavere del Vecchio su una carretta trainata da due Robot-Scavatori...
jonquet-lager.jpg


Thierry Jonquet
[Traduzione di Ario Libert]


NOTA autobiografica tratta dall'antologia citata sull'autore del racconto: 

jonquet.jpgSono nato il 9 gennaio 1954 a Parigi. 1,65m, 75 kg (dunque qualcuno di troppo). Ho incontrato i trotskisti - questi spaccacapelli in quattro! - nell'autunno del 1968. Non li ho più lasciati da allora, ma diserto molto spesso le riunioni. Ho avuto un percorso professionale caotico, cioè incoerente. Oggi, sono scrittore, sceneggiatore all'occasione. Passioni? Elsa, mia figlia, Solange, sua madre.  Ed anche le acque blu dove ballano i pesci-luna. Titoli (tra i tanti): La  Bête et la  Belle; Mygalle; Du passé faissons table rase, Mémoire en cage, Comedia.

 
*In italiano nel testo.

** L'appel du Comintern, cioè l'Appello del Comintern, la grafia riportata nel racconto si tradurrebbe come: La Pala del Grosso volto pallido.

*** A Londra, a Parigi, Budapest e Berlino,/ Prendete il potere, battaglioni operai,/ Prendete la vostra rivincita, battaglioni operai!
 
LINK all'inno presente in You Tube: L'Appel du Comintern

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Published by Ario Libert - in Antologia
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