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1 gennaio 2014 3 01 /01 /gennaio /2014 06:00

L'anarchismo in Cina dal 1949 al 1981
 

Wieberalski

Il movimento anarchico cinese apparve all'alba del XX secolo. È in origine un movimento puramente intellettuale, soprattutto influente tra gli studenti, particolarmente tra quelli all'estero. Il movimento parteciperà a tutte le scosse della tormentata storia della Cina di quest'epoca. Riesce ad impiantarsi tra gli operai, ma resterà marginale e debole perché non ha influenza tra i contadini, che formano la schiacciante maggioranza della popolazione del paese. Alla fine della seconda guerra mondiale, il movimento anarchico conta secondo sue proprie stime, circa 10.000 membri (gruppi di studenti, sindacati operai e cooperative). A quell'epoca già convive male con i comunisti: rifiuta di unirsi al Fronte Popolare formato e dominato dal PC ed i maoisti qualificano i sindacati anarchici come "nidi di serpenti". È in questa atmosfera che i comunisti prendono il potere nel 1949 [1].

cina--Chiang-Kai-shek.jpgPoco dopo la vittoria maoista, gli anarchici entreranno in clandestinità, dopo un breve periodo di corrispondenza con l'estero. Vi fu anche una resistenza anarchica a Changsha. Meltzer parla di due posizioni adottate a quest'epoca di fronte al nuovo regime dagli anarchici. Gli operai, già abituati alla clandestinità dal tempo della dittatura di Chiang-Kai-shek, possono continuare nella loro grande maggioranza la loro attività nelle fabbriche senza troppi problemi di adattamento. Gli intellettuali al contrario sono numerosi ad allinerasi. Questi anarchici "morbidi" (in opposizione agli altri qualificati come "duri") occupano dei posti nell'insegnamento dove non hanno bisogno di fare l'elogio al regime, che in quanto ad esso ha troppo bisogno di personale durante quest'epoca per non chiedere altra cosa che un allineamento di facciata. La rivoluzione culturale in compenso colpirà molto duramente questi anarchici "morbidi" [2].

cina--Pa-Kin.jpgIl più noto tra di loro è lo scrittore Pa Kin. Il suo caso può senz'altro riassumere tutto il loro dramma. Scrittore famoso sin dalla fine degli anni venti, Pa Kin è anche il più conosciuto dei militanti anarchici cinesi. Traduce Kropotkin, Bakunin, Malatesta e si occupa negli anni quaranta di una casa editrice anarchica. Nel 1949, dopo la vittoria maoista, cessa la sua attività militante e nessuno suo scritto viene pubblicato sulla stampa libertaria internazionale benché non fosse rara prima di questa data. Scrittore celebre e popolare, il regime lo adula: è eletto deputato del Sichuan al congresso nazionale dei popoli, appartiene a molte società letterarie o artistiche, va all'estero a rappresentare la Cina. Le sue opere complete vengono edite, si trae un'opera teatrale molto eseguita dal suo romanzo "Famiglia", e dei film vengono girati ripresi dai suoi romanzi "Famiglia", "Autunno", "Notti gelide" e "Riunione" [3].

Ma deve comunque pagare questi onori ufficiali e fare atto di fedeltà al regime. A partire da questo momento, se non dimostra di essere un maoista molto attivo, è il meno che si possa dire, non fa più nessun riferimento all'anarchismo. Nei suoi romanzi, ogni allusione a militanti anarchici come Emma Goldman e Bakunin sono cancellati, i loro scopi giudicati troppo pessimisti sono riscritti. Pa Kin non scrive d'altronde più nulla e le sue opere di quest'epoca sono minori. Victor Garcia parla a questo proposito di "suicidio letterario". [4].

Quando arriva la rivoluzione culturale, tutti gli intellettuali in alto loco o in vista dell'epoca sono travolti nella tormenta. Nell'agosto del 1966, è posto ai margini e trattato come eminentemente reazionario. Il 26 febbraio 1968, un articolo del quotidiano "Wen Hui Bao" di Shangai lo attacca violentemente: è denunciato come un tiranno letterario e come il più noto e vecchio anarchico cinese, è accusato di aver attaccato Stalin e l'Unione Sovietica nel 1930 e di voler colpire in tal modo il Partito Comunista cinese [5]. A Nanchino appaiono degli dazibao che lo trattano come traditore della patria. Le guardie rosse invadono la sua casa e distruggono i suoi oggetti d'arte cinese e la sua biblioteca che conteneva numerosi libri anarchici. Dal 1966 al 1970, è costretto a fare numerose autocritiche per scritto o alla televisione [6]. Il 20 giugno 1968, è accusato allo stadio popolare di Shangai come un nemico di Mao e un traditore e deve fare la sua autocritica in ginocchio, ripreso dalla televisione [7].

All'inizio della rivoluzione culturale diventa spazzino all'Associazione degli Scrittori, poi è spedito in un campo di rieducazione (scuola dei quadri del 7 maggio) nel 1970 dove coltiva dei legumi. Nel 1973 la sua situazione migliora e può fare delle traduzioni di autori russi (Turgeniev, Herzen). Alla caduta della banda dei Quattro, è riabilitato, torna in primo piano ed è di nuovo colmato di onori [8]. Ma deve di nuovo mostrare la sua sottomissione al regime: è nella linea del presidente Mao, ma è stato la vittima della banda dei quattro, questa è la versione del suo periodo di disgrazia, e il lato anarchico delle sue opere è sempre cancellato. In un articolo recente un giornalista sostiene anche la tesi che Pa Kin non era anarchico, ma democratico [9].

black-flag.jpgLa personalità di Pa Kin e il suo comportamento hanno suscitato delle reazioni contrastanti nel movimento anarchico internazionale. Si può separarle in due tendenze: la condanna e l'indulgenza. Coloro che condannano, come gli anarchici cinesi di Hong-Kong della rivista Minus, dicono che Pa Kin non è più anarchico e che si è definitivamente allineato al regime comunista come mostrano i suoi testi più recenti. Coloro che sono indulgenti pensano che non si può rimproverare nulla a Pa Kin perché bisogna capire ciò che ha subito. Essi pensano anche che il suo allineamento non sia che di facciata e che in fondo è sempre anarchico. Ritroviamo ad esempio, tra questi indulgenti, il giornale inglese Black Flag e Victor Garcia [10].

Tutto il dramma degli anarchici "morbidi" è riassunto nel destino di Pa Kin, che ne uscirà meglio degli altri perché è famoso. Quella rivolta teleguidata che è stata la rivoluzione culturale spazzerà via tutta l'élite intellettuale e con essa  numerosi altri anarchici "morbidi". Un altro caso ci è noto, quello del professor K. C. Hsiao, militante anarchico di lunga data inattivo dal 1949. A 80 anni, è obbligato a spingere delle carrette di letame come forma di rieducazione. Decide di suicidarsi, e lascia una lettera per spiegare il suo gesto. Scrive che non considera come degradante di dover trasportare letame, al contrario per disprezzare il trasportatore di letame, non c'è che da chiamarlo professore. Ritiene di aver trasportato abbastanza letame nelle classi, che la sua vita giunge al suo termine e che davanti a questa tirannia, non gli resta che il suicidio [11]. Un altro professore (a meno che non sia lo stesso?),  Pi Shiou Sho, si suicida per gli stessi motivi. Prima del 1949, aveva tradotto Élisée Reclus in cinese [12]. Secondo Meltzer, gli operai delle fabbriche intervennero in alcuni casi per difendere contro gli studenti e per aiutare materialmente degli intellettuali anarchici che a volte riuscivano a sopravvivere soltanto grazie ad essi [13].

Sugli anarchici "duri", nessuna informazione giunge in Occidente negli anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta. Per stabilire di nuovo il contatto con il movimento tradizionale, bisogna aspettare il 1965 e una lettera pubblicata in "Freedom". Essa è stata scritta da un vecchio anarchico di prima del 1949 che descrive brevemente lo stato del movimento. Distingue due gruppi: quello della "Bandiera Nera" e quello chiamato "Verso le Comuni libere". La "Bandiera Nera" è composta soprattutto da studenti. Poiché nella Cina Popolare gli studenti provengono da tutte le regioni e da tutte le classi sociali, le idee anarchiche sono anch'esse diffuse in tutto il paese, dove dei gruppi anarchici appaiono in numerose province. "Verso le Comuni libere" è un gruppo che opera all'interno dell'apparato dello Stato, soprattutto tra la Gioventù Comunista. Infatti è impossibile uscire dall'ingranaggio del partito senza diventare sospetti, e si è dunque costituita un'opposizione anarchica sotto il naso della burocrazia. È impossibile calcolare la forza effettiva di questa organizzazione. Poi questo corrispondente parla del bisogno che si fa sentire di avere una tipografia e evoca l'idea di una stamperia gestita da anarchici inglesi a Hong-Kong ma funzionante per gli anarchici della Cina Popolare. Poi parla della difficoltà di avere dei contatti con l'esterno, e cita quelli esistenti: con gli anarchici di Corea, con quelli del Giappone (raramente) ed è tutto. Questo testo firmato C. S. è stato pubblicato nel maggio del 1965 da "Freedom" ed è dunque anteriore agli sconvolgimenti della rivoluzione culturale che iniziò nel novembre di quello stesso anno [14].

Questo documento, se non sembra essere falso, è forse ampiamente esagerato. In ogni caso non è confermato che da un solo altro testo, apparentemente della stessa provenienza. È un rapporto sul movimento anarchico cinese pubblicato nel 1968 sul bollettino preparatorio al congresso anarchico internazionale di Carrara. È contemporaneo alla rivoluzione culturale. Parla della "Bandiera nera degli Anarchici", gruppo che edita dei volantini e degli opuscoli e che è composto di lavoratori e intellettuali, soprattutto medici e dal movimento "Verso le Comuni Libere" qualificato come anarco-sindacalista e che recluta tra i lavoratori del tessile. Questo movimento ha creato dei "consigli operai" contro il Partito e la polizia. Esistono altri gruppi nel paese ma non sono in relazione tra di loro perché ciò è impossibile nelle condizioni dittatoriali del regime. Infine veniamo a sapere che in molte città in cui la polizia era stata posta allo sbando dai lavoratori un settimanale , "La Bandiera Nera" era stato diffuso. Il bollettino non pubblica "per delle ragioni di sicurezza che degli estratti di questo rapporto che conteneva "altre informazioni molto importanti" [15].

Questi due testi sono autentici? Nulla permette di porre in dubbio la loro autenticità: il primo è stato scritto da un militante prima del 1949 che è andato in Inghilterra e che conosceva la redazione di "Freedom" (parla di una foto  in cui è in compagnia del gruppo "Freedom") e che è appartenuto a un gruppo di studenti anarchici che pubblicò negli anni trenta un libro, "Sommario dei principi anarchici" di Harry J. Jones, in cinese a Shanghai. Tutte queste informazioni sono tratte dalla lettera. Esse ritagliano esattamente ciò che Meltzer dice di Chen Chang, medico e anarchico cinese con il quale è in corrispondenza e che qualifica come anarchico "duro". Parla anche a suo proposito di un aneddoto (una foto pubblicata sulla stampa cinese di una manifestazione a Londra in cui si vedono diverse bandiere di anarchici dimenticate dalla censura) che si trova in questa lettera firmata C. S. (Chen Shang probabilmente) [16]. Inoltre il secondo testo ricalca molto bene il primo. Ciò che fa dubitare di questi due testi, è l'immagine che essi danno del movimento anarchico cinese: Organizzato, importante, influente, in espansione. Probabilmente sulla base di un'attività anarchica reale, c'è stata esagerazione per eccesso di ottimismo e/o per difficoltà di informarsi bene, anche sul luogo. Ad ogni modo nessuna fonte ufficiale cinese corrobora con certezza queste informazioni, e quando il regime parla di anarchici, questa parola è lungi dall'avere nella maggior parte dei casi il senso che gli diamo.

Le informazioni sul movimento anarchico tradizionale si faranno sempre più rare. Il bollettino preparatorio del congresso di Carrara annuncia la creazione di una federazione anarchica cinese in esilio con il compagno Tien Cun Jun come segretario generale di quest'organizzazione. Nella lista delle organizzazioni aderenti al congresso anarchico internazionale di Carrara del settembre 1968, troviamo il Movimento Anarchico (Cina Comunista) e la Federazione Anarchica Cinese in esilio (Hong Kong), ma nessuna delle due sarà presente [17]. Nel 1969 una lettera di Li Cheou Tao di Hong Kong informa che aveva inviato nell'estate del 1968 i bollettini preparatori del congresso e i mandati di delegati ai compagni cinesi dell'interno. Non ha ancora potuto verificare se erano loro pervenuti, e precisa che è da tanto tempo che egli non ha nessuna notizia di loro. Teme inoltre che essi siano stati vittime di un'ondata di repressione. Sono le ultime informazioni che possediamo sul movimento dell'interno [18]. Nel 1971, ci sono ancora sulle liste delle organizzazioni con l'Internazionale delle Federazioni Anarchiche, il Movimento Anarchico della Cina Comunista e il movimento Anarchico Cinese in esilio di Hong Kong, ma nei fatti gli ultimi contatti con l'esilio datano al 1969 [19]. Nel 1977, gli anarchici della rivista Minus publicata a Hong Kong scrivono che essi non devono nulla al movimento anarchico cinese tradizionale totalmente inattivo laggiù quando il loro gruppo si costituisce nel 1974, ma alle loro iniziative personali, attraverso i testi francesi e inglesi che essi hanno letto, attraverso i contatti con degli "anarchici d'oltremare" e attraverso le loro discussioni con ex guardie rosse. La rottura è fatta, almeno a Hong Kong.

Le lettere pervenute in Occidente sull'attività clandestina degli anarchici cinesi non sono state sinora confermate da nessuna fonte ufficiale, articolo di giornale, discorso, resoconto di processi facenti allusione alle due organizzazioni citate. Eppure il potere ufficiale impiega molto spesso la parola "anarchico" Ma nel politichese burocratico c'è un senso molto più ampio di quello che gli diamo, Esso ricopre semplicemente tutti gli elementi radicali che il potere disapprova e combatte, e essere radicali in rapporto a un regime così reazionario quanto il regime cinese ciò non vuol dire essere anarchico o libertario, lungi da ciò. Il termine è dunque un insulto burocratico tra gli altri e il suo impiego non ha alcun significato reale: esso può applicarsi sia a dei veri anarchici quanto a persone che hanno dei comportamenti libertari senza esserne coscienti o a persone che si oppongono semplicemente alla burocrazia, senza che si possa molto spesso distinguere con certezza davanti a quale caso ci si trova.

È con la rivoluzione culturale e le agitazioni che essa provocherà che il termine viene usato su vasta scala. Bisogna dire che questo periodo che vede numerosi burocrati spazzati via da rivolte studentesche e operaie a volte controllate, a volte incontrollate, è propizio all'apparizione di un anarchismo spontaneo. I responsabili della propaganda non si sbagliano, ed impiegheranno abbondantemente il termine. È divertente notare che la principale vittima di questa intossicazione per mezzo della propaganda sarà la stampa libertaria internazionale che alla fine degli anni sessanta prenderà come oro colato gli atti eroici degli "anarchici". Il bollettino preparatorio del congresso di Carrara ad esempio riproduce degli estratti di un articolo del Figaro, che a sua volta cita Radio-Shanghai che a sua volta riprendeva un articolo del quotidiano maoista locale "Wen Hui Bao" (come si vede, le strade dell'informazione sono molto tortuose) che dimostrano che "l'anarchia guadagna terreno a Shanghai" e che "l’anarchismo minaccia di distruggere il potere e l'autorità del Comitato Rivoluzionario di Shanghai". È ovviamente una condanna delle lotte degli operaie e degli studenti che continuano ad agitarsi e ad opporsi al nuovo potere maoista instaurato nella città da un anno. Vi erano sicuramente degli anarchici a Shanghai come si vedrà tra poco, ma erano molto meno potenti di quanto potesse lasciarlo credere il giornale. Ad ogni modo il bollettino commenta questo articolo con una sola frase: "così i nostri compagni cinesi hanno iniziato una lotta a morte contro il totalitarismo maoista" [20]. Ma questa credulità nelle affermazioni della propaganda sparisce con la rivoluzione culturale, e sin dal 1970 affermazioni di questo genere sono commentate criticamente.

Con i disordini generalizzati della rivoluzione culturale, la parola conoscerà dunque una grande popolarità e sarà molto spesso utilizzata per condannare a posteriori le esplosioni di violenza che sfuggono al potere centrale. Così nel gennaio del 1967 a Shanghai, una lotta abbastanza oscura si svolge tra i maoisti che vogliono prendere il potere ed i burocrati in carica sullo sfondo degli scioperi operai. Gli operai sono organizzati in molti gruppi di cui uno, il "Liansé" (Quarto Quartiere di collegamento), è detto "anarchico". Un giornalista francese che intervista nel 1971 un operaio di Shanghai nel gennaio 1967 (legalmente, dunque è la versione ufficiale degli avvenimenti che egli ascolta) si vede rispondere che egli appartiene all'organizzazione "Liansé" che qualifica anche come organizzazione anarchica  che rifiuta ogni autorità. Tre mesi dopo gli scioperi di gennaio essa raccoglie la maggioranza degli operai della sua fabbrica ed è abbastanza potente da impedire la sua assunzione di controllo da parte dell'esercito, che non interverrà infine che in ottobre [21].

Al termine di questa "tempesta di gennaio" secondo il termine cinese, una campagna di stampa se la prende con i disordini, una frase tra le tante del ristabilimento dell'ordine, e l'anarchismo vi ha una grande parte. Il Quotidiano del Popolo (Renmin Ribao), equivalente cinese della Pravda, dell'8 marzo 1967 denuncia in un'importante articolo la "corrente anarchica" [22]. L'editoriale di questo stesso giornale del 26 aprile si intitola "Abbasso l'anarchismo" e sostiene tra le altre cose che "l'anarchismo nasconde, dissolve gli oggetti della nostra lotta e svia il suo orientamento generale". Pubblica l'11 maggio un altro articolo intitolato "L'anarchismo è il castigo dei deviazionisti opportunisti". Gli altri giornali riprendono queste condanne amplificandole a volte. Così il "Quotidiano di Tsingtao" di questo stesso 11 maggio accusa gli anarchici di ispirarsi a Liu Shiaoqi, ex secondo di Mao e principale vittima della rivoluzione culturale, "tra cui l'individualismo degenerato che raggiunge l'anarchismo reazionario" [23]. Dopo i disordini molto violenti di Pechino nell'agosto del 1967, che culminano con l'incendio dell'ambasciata britannica, Mao li condanna mettendoli sulla lista degli "elementi malvagi" e dell'"anarchismo" [24].

All'inizio del 1968, come abbiamo visto poco sopra, il quotidiano Wen Hui Bao di Shanghai accusa anche gli anarchici di mettere in pericolo il potere ufficiale di questa città. In un articolo del 6 febbraio 1968 dello stesso giornale (forse lo stesso articolo del precedente, ripreso da Le Figaro del 7 febbraio?) intitolato De la nature réactionnaire de l’anarchisme [Della natura reazionaria dell'anarchismo], vi è una lunga condanna degli anarchici cinesi. "Essi non ascoltano alcuna consegna, non obbediscono a nessun ordine... Quando delle istruzioni provengono dal Quartiere Generale del proletariato, non li eseguono se non è di loro gradimento, se non piace loro. Essi chiamano con fierezza questo atteggiamento 'indipendenza di giudizio'. Fanno ciò che più li diverte e lavorano solo se la cosa conviene loro. Hanno anche trovato una nuova massima 'ozia senza rimorsi!'". L'autore dell'articolo cita anche uno slogan degli anarchici da loro spesso impiegato apertamente: "Abbasso lo schiavismo", e per essi la disciplina è una forma di schiavitù. La posta dei lettori dello stesso numero reca la testimonianza di una persona i cui colleghi di lavoro sono conquistati dalla "ideologia anarchica". "Essi rimproverano ai loro compagni che osservano la disciplina di avere un 'atteggiamento da schiavi'". In un giornale di Pechino Hsinhua del 25 febbraio del 1968, un certo Yen Lihsin chiama alla riscossa i grandi maestri Lenin e Mao in un articolo intitolato L'anarchismo è un cammino politico che porta alla contro-rivoluzione". Si appoggia su delle citazioni per criticare l'anarchismo piccolo borghese che rifiuta la dittatura del proletariato e che si deve dunque combattere con "odio implacabile" [25].

Questi riferimenti sono stati trovati per caso in libri che trattano della rivoluzione culturale. Essi non sono affatto esaustivi e c'è da scommettere che effettuando una ricerca sistematica tra gli articoli disponibili della stampa cinese concernente questo periodo, il raccolto sarà abbondante. E c'è da scommettere anche che questi "anarchici" insultati e combattuti non sono molto spesso che degli operai o delle guardie rosse che non sono più controllati o manipolati dalle diverse fazioni del regime. Scioperando, insorgendo, manifestando, attaccando i burocrati in carica, vecchi o nuovi, senza averne l'autorizzazione, essi pongono in questione l'autorità di ogni apparato e contrastano le sapienti manovre delle diverse fazioni che non tollerano l'azione delle "masse" come essi dicono se non teleguidate. I burocrati che trattano da anarchici i cinesi che hanno cominciato a prendere i loro affari nelle loro mani senza obbedire agli ordini dall'alto e minacciando il sistema esistente hanno la stessa reazione dei borghesi del XIX secolo che pensavano di insultare i loro operai più radicali. Ma ciò non vuol dire che questi "anarchici" facciano proprie le idee libertarie che spesso essi dovevano ignorare. La stessa sorte è stata riservata agli scioperanti polacchi del 1970, 1976 e 1980 che sono stati abbondantemente trattati come anarchici senza aver mai posto in questione lo Stato, a parole almeno.

Se non si può dunque considerare come anarchiche tutte le persone classificate come tali dal regime, perché si conterrebbero a milioni, il tono e il contenuto di alcuni articoli provano che vi erano molti operai e studenti che avevano un comportamento realmente libertario. Le lunghe diatribe contro coloro che rifiutano ogni autorità e ogni disciplina proveniente dall'alto, che non sembrano considerare il loro lavoro come una cosa sacra da compiere sono molto significative di questo punto di vista. L'articolo del "Wen Hui Bao" del 6 febbraio 1968 soprattutto lascia pensare che quest'atteggiamento era relativamente diffuso a quell'epoca a Shanghai per meritare una condanna così violenta. Anarchismo spontaneo o influenza dei militanti anarchici "duri"? È difficile rispondere alla domanda dato lo scarso numero di documenti disponibili su questo soggetto. Se le informazioni raccolte sulle organizzazioni anarchiche tradizionali sono esatte o almeno soltanto esagerate, questi articoli possono provare che effettivamente gli anarchici sono stati attivi durante la rivoluzione culturale e se essi non hanno commesso tutto ciò di cui li si accusa e con cui li si opprime, hanno ottenuto dei risultati localmente, a Shanghai ad esempio. Ma poiché i fatti narrati in questi articoli e nelle lettere giunte in Occidente non sono del tutto verificate, essi non possono confermarsi tra di loro. Tutto al più si può dire che è probabile che il movimento anarchico tradizionale era sempre attivo allora senza che si potesse misurare la sua reale influenza.

Un altro fatto può anche sostenere questa ipotesi. In un opuscolo pubblicato nel 1967 dai "ribelli rivoluzionari della sezione di filosofia e scienze sociali dell'Accademia delle Scienze di Pechino" (un'organizzazione di guardie rosse), un testo è dedicato alla condanna dell'anarchismo, a partire da parole d'ordine e rimproveri agli anarchici. Ecco i più significativi: "Noi, non riconosciamo nessuna autorità basata sulla fiducia", "Tutte le regole e tutte le costrizioni devono essere abolite", "Abbasso tutti i 'governanti', sopprimete tutto gli ostacoli", "Abbasso tutta la burocrazia, abbasso tutti i mandarini", "Negate ogni forma di potere", "Si deve realizzare l'anarchismo al più presto", "Chiunque obbedisce alle istruzioni dei dirigenti proletari ha una 'mentalità da schiavo'", "Abbasso tutti i capi", "Il mio cuore non è in pace perché la democrazia è oppressa". Essi sono in effetti chiaramente anarchici. Gli altri non citati sono vicini o più oscuri perché si rapportano a degli aspetti della situazione di allora che ci sono sconosciuti, come "Viva il sospetto verso tutto" che sembra avere a bersaglio Mao l'incriticabile. Infine alcuni slogan sono massimalisti come "Viva la parola d'ordine rivoluzionaria: ognuno a modo suo" [26]. Questi slogan sono stati trascritti con esattezza oppure deformati dai maoisti? Nulla ci permette di saperlo. In ogni caso, si può effettivamente qualificare come libertari quelli che li diffondevano, e dovevano avere un'influenza non trascurabile poiché hanno meritato quest'attacco. Ma qui ancora si pone un problema irrisolvibile, vista la mancanza di documenti: questi anarchici si ricollegano, oppure no, al movimento tradizionale? La lettera del 1965 parla del gruppo "Bandiera Nera" influente tra gli studenti, ma nulla permette di accostare i due fatti tra di loro. Ad ogni modo una cosa è certa: la rivoluzione culturale ha rivelato delle tendenze anarchiche importanti tra gli operai e gli studenti, senza che si possa conoscere la rispettiva importanza dell'apparizione spontanea e della propaganda clandestina se è esistita come si può supporlo. Il 14 ottobre 1972 il "Quotidiano del Popolo" denuncia ancora le conseguenze anarchiche della rivoluzione culturale  [27].

Dopo la rivoluzione culturale gli attacchi contro l'anarchismo e gli anarchici cessano, o per lo meno diventano molto più rari. Bisogna attendere il 1973 per ritrovarsi in presenza di un nuovo caso, molto importante, in cui interviene l'anarchismo. Nel settembre e ottobre di quell'anno dei processi hanno luogo in molte città della Cina, che pongono in causa più di 300 operai accusati di "grave vandalismo". Di fatto, si rimprovera loro di aver voluto riprendere il controllo dei loro comitati di fabbrica eleggendo liberamente i loro delegati. Questo movimento concerne soprattutto l'industria tessile. Nei processi di ottobre a Shanghai, il motivo dell'accusa è "deviazionismo anarco-sindacalista". Si legge agli operai accusati i testi marxisti-leninisti che attaccano l'anarco-sindacalismo; il Procuratore di Stato fa la lettura di Marx che denuncia Bakunin, soprattutto il passaggio in cui Marx denuncia le antinomie tra lo spirito rivoluzionario e la natura russa il che scatenò degli applausi fragorosi (i sentimenti anti-russi sono apprezzati in Cina) e la famosa "Confessione". Uno degli assistenti al processo, udendo gli attacchi contro Ba-Kou-Nin crede che è quest'ultimo ad aver tentato di impadronirsi dell'industria tessile di Shanghai e grida "La prigione è troppo poco per un tale bandito! Che lo si impicchi!". Un opuscolo su questo processo è stato anche diffuso all'estero (il suo titolo inglese è "Thus Far") ma è stato presto tolto dalla circolazione dal momento che in Occidente le condanne dell'autogestione operaia non sono comprese [28].

La pubblicità fatta intorno a questi processi mostra che essi stavano a cuore alle autorità per farne un esempio. A voler far credere che questa tendenza di volersi occupare dei loro propri affari era diffusa tra gli operai. Ad ogni modo il capo d'accusa particolare agli operai di Shanghai che facevano riferimento all'anarco-sindacalismo ha di che sorprendere. Se esso è riservato a una sola città mentre le altre ne hanno uno piuttosto banale, è perché a Shanghai i fatti hanno dovuto essere differenti. Le violente condanne di Bakunin da parte di Marx e Lenin interposte permettono di credere che un'influenza anarchica reale esistesse tra gli operai del tessile. Il rapporto giunto in Occidente nel 1968 indica che il movimento "Verso le Comuni libere" faceva proprio dei proseliti tra i lavoratori del tessile, che agiva a livello delle fabbriche e che gli anarco-sindacalisti sarebbero riusciti a creare dei consigli operai contro il partito e la polizia. Prima del 1949, Shanghai era uno dei bastioni del movimento anarchico. Anche su questo punto non vi è alcuna certezza, ma dei sospetti molto forti che dei militanti abbiano partecipato agli avvenimenti di Shanghai.

Lo spauracchio dell'anarchismo è periodicamente tirato in ballo nelle grandi campagne di propaganda. Così la rivista ufficiale diffusa all'estero "China Reconstruct" del marzo 1978 espone il caso di Fangyehlin, un operaio favorevole alla Banda dei Quattro che aveva "creato il caos, violato volontariamente la legge e l'ordine rivoluzionario, propagandato l'anarchismo e incitato le persone a combattere, a commettere dei saccheggi e a prendere tutto ciò che volevano". La storia termina bene poiché Fang, grazie all'appoggio dei suoi compagni di lavoro che lo aiutano a ravvedersi, fa la sua autocritica, "respinge l'anarchismo propagandato dalla Banda dei Quattro" e ottiene una condanna con sospensione condizionale della pena [29]. Come si può vedere, il termine è impiegato ora contro ogni verosimiglianza. Il suo carattere d'insulto si rafforza sempre più. Nel 1980 la stampa cinese effettua una campagna contro il teppismo e l'anarchia, assimilati qui come lo si fa correntemente nei paesi dell'Est [30].

 Poiché la propaganda è onnipresente in Cina, la parola è ora capita dalla maggioranza dei cinesi nel senso caricaturale in cui l'impiegavano i burocrati. Una prova flagrante di questo fatto si trova nell'impiego che fa della parola anarchico Mu Yi, un membro di "Exploration", la rivista più radicale della Primavera di Pechino. Egli risponde all'epiteto di anarchico che il potere incolla "a coloro che cercano la libertà" facendo un'analogia con il Kuomingtang che reprimeva già ogni opposizione compresa quella comunista con il pretesto di "anarchismo" (è lui a mettere le virgolette) e applicando "L'etichetta di 'anarchico' a Mao per aver posto in essere e diretto tutti questi movimenti che hanno messo in pericolo il paese (Movimento anti-destra, Grande Balzo in Avanti, Rivoluzione Culturale) così come i suoi compagnucci Lin Biao e Kang Sheng" [31]. Questi stessi redattori di "Exploration" precisano, in un testo diffuso dopo l'arresto di Wei Jingsheng, l'animatore principale di questo gruppo: "non vogliamo prendere alcun "ismo" come principio direttivo. Non ci inginocchiamo né davanti al "marxismo-leninismo-pensiero Mao Zedong" né davanti all'anarchismo" [32]. La parola anarchismo sembra sia stata profondamente sviata in Cina dalla propaganda burocratica. In ogni caso anche l'opposizione più libertaria come può esserlo "Exploration" (lo si vedrà più avanti) impiega il termine nel suo senso deformato.

 

* * * *

Dalla rivoluzione culturale, un numero abbastanza importante di testi d'opposizione sono giunti in Occidente. Questo numero è molto inferiore, ad esempio, a quello dei samizdat d'opposizione che passano quasi quotidianamente la cortina di ferro e che non hanno meno valore. Si ritrovano degli accenti libertari a volte molto pronunciati nei testi più radicali. Anche qui si ha una conferma dell'anarchismo spontaneo che impregna tutti i movimenti di opposizione cinesi da 15 anni, tuttavia con diverse gradazioni.

Verso la fine del 1967 nello Hunan, compare una nuova organizzazione di guardie rosse, sorta dalla fusione di una ventina di leghe particolarmente attive l'estate precedente. Lo "Shengwulian", abbreviazione di "Comitato d'Unione dei Rivoluzionari dello Hunan", appariva, attraverso i suoi testi che ci sono pervenuti, come la frazione della guardia rossa più estremista e più chiaroveggente in quanto alle concezioni di Mao. Il testo più violento e più pericoloso per il potere esistente è il manifesto "Dove va la Cina?".

Per lo "Shengwulian", la società cinese attuale è una società di classe, anche dopo due anni di rivoluzione culturale che avrebbe preteso di rovesciare l'antico ordine. La classe dominante è la burocrazia chiamata nuova borghesia. La sola soluzione per farla finita con questo potere marcio è la rivoluzione sociale. Il futuro potere sarà ricalcato sulla Comune di Parigi. Quest'allusione alla Comune è di Mao che l'ha lanciata come parola d'ordine all'inizio della rivoluzione culturale. Egli si ispirava sia direttamente, sia attraverso Lenin, a La guerra civile in Francia di Marx che è il suo libro più libertario. Per lo "Shengwulian", ciò significa che l'amministrazione passa tra le mani del popolo che gestisce da sé i propri affari senza dirigenti. I suoi rappresentanti sono liberamente eletti, revocabili e non hanno privilegi, come durante la Comune di Parigi.

Parlando della "tempesta di gennaio" del 1967 a Shanghai, scrive: "La società ha scoperto di colpo che senza i burocrati non soltanto essa continuava a vivere, ma che funzionava meglio, che si sviluppava più velocemente e più liberamente. Le cose non andavano come lo minacciavano i burocrati davanti agli operai prima della rivoluzione... La società si trovò in una situazione di "dittatura delle masse" analoga a quella della Comune di Parigi. La Tempesta rivoluzionaria di gennaio mostrò che la Cina si incamminava verso una società senza burocrati". Nel corso di questo mese di gennaio, il potere dei burocrati affondò sotto i colpi degli operai. "Nelle mani di chi il potere si trovò allora trasferito? Nelle mani del popolo che, animato da un entusiasmo senza limite, si era organizzato da se stesso e aveva assunto il controllo del potere politico, amministrativo, finanziario e culturale nelle municipalità, l'industria, il commercio, le comunicazioni, ecc." [33]. Se forse non è quanto accaduto realmente a Shanghai, questi passi hanno il merito di dirla lunga sulla concezione della società che volevano stabilire i membri dello "Shengwulian".

Tutto il testo è impregnato del pensiero e del linguaggio maoista. Però malgrado ciò e malgrado tutto l'apparente rispetto che tributa a Mao, lo "Shengwulian" lo critica in modo trasversale ma duramente. Di fatto riprende tutte le tesi più estremiste di Mao che quest'ultimo ha sviluppato sino a gennaio 1967, sino alla Comune di Shanghai. Dopo questa data, si allontana poco alla volta dalla sua linea estremista per sostenere il ritorno all'ordina. E il testo critica a lungo questa reazione che analizza come il ritorno al potere della classe burocratica, basandosi sui testi di Mao del 1966. Per il suo estremismo e le sue violente critiche dell'ordine stabilito, lo "Shengwulian" attirerà una violenta risposta dei burocrati che non trascureranno nulla per criticare le sue tesi: i più alti dignitari del regime come Zhou Enlai e la moglie di Mao parteciperanno attivamente alla campagna contro di esso. L'autore presunto dei testi, un liceano di Changsha di nome Yang Xiguang, è arrestato e imprigionato per molti anni. La sua personalità è poco conosciuta. Ma ecco cose ne dice in un'intervista Fang Kuo, uno dei suoi amici: "Non si può dire che Yang fosse un discepolo di Marx e di Lenin. Non si è immerso nel marxismo-leninismo. Dopo un esame dei suoi scritti, si sente che i suoi pensieri erano quelli di un anarchismo spontaneo. Non penso che capisse le condizioni reali della Comune di Parigi. Era semplicemente influenzato dallo spirito anarchico che dominava l'epoca" [34].

 

 

Nel 1974, un dazibao è affisso a Canton. Opera collettiva di tre vecchie guardie rosse unite sotto lo pseudonimo di Li Yi Zhe, fa parte della campagna anti-Lin Biao che si svolgeva all'epoca. Ma benché sia stato autorizzato ufficialmente, sarà presto ritirato e criticato per il suo estremismo. Nei fatti, sotto pretesto di criticare la cricca di Lin Biao e la politica da lui difesa, è un violento attacco della società cinese attuale e della burocrazia dominante. Anche qui, per ragioni evidenti, Mao è abbondantemente citato e adorato. Ma tutte le critiche che essi rivolgono a 

 

 

 

 

 

est copieusement cité et adoré. Mais toutes les critiques qu’ils adressent à Lin Biao s’appliquent au second degré à Mao. La critique de la classe bureaucratique est incisive. « L’essence des formes nouvelles de propriété de cette bourgeoisie n’est rien d’autre que, dans le cadre de la propriété socialiste des moyens de production, la transformation de biens publics en bien privés… Il est fréquent que certains dirigeants enflent les faveurs spéciales que le parti et le peuple leur accorde par nécessité ; ils les transforment en privilèges économiques, politiques et les étendent sans limites à leur parentèle, à leurs amis proches… De serviteurs du peuple, ils deviennent maîtres du peuple.»

 

 

Li Yi Zhe est aussi un partisan convaincu de la capacité du peuple à prendre ses affaires en mains et [pense] surtout que c’est là que réside la solution au problème de la bureaucratie : « Nos cadres ne doivent pas se prendre pour des mandarins ou des seigneurs, mais rester des serviteurs du peuple. Rien n’est plus corrupteur que le pouvoir. Il n’est pas d’occasion plus propice que la promotion d’un individu pour juger s’il œuvre pour les intérêts de la majorité ou pour ceux d’une poignée. Pour conserver l’esprit de serviteur du peuple, la vigilence personnelle est certes nécessaire, mais la surveillance révolutionnaire des masses populaires reste primordiale » [35]. Ce texte est moins dirigé contre l’État que le précédent car il est à l’origine officiel. Les trois auteurs du dazibao auront beaucoup d’ennuis et le plus radical des trois (il se réclame du marxisme révolutionnaire), Li Zhengtian, qui d’après lui a été le principal rédacteur du texte, sera jeté en prison pour plusieurs années. En 1979 peu après sa sortie, il participera activement au « Printemps de Pékin », mouvement d’opposition qui contrairement à son nom a atteint plusieurs régions de la Chine, dont Canton.

En effet fin 1978 à Pékin, puis dans toute la Chine, un vaste mouvement de contestation apparaît, profitant d’une brève période de relative tolérance de la part du pouvoir, et se développe assez rapidement avec la création de nombreuses revues. Le côté le plus spectaculaire de ce mouvement a été l’affichage libre de dazibao au « mur de la démocratie » à Pékin. Les opinions les plus diverses sont représentées dans ces revues et ces affiches : depuis le maoïsme critique jusqu’à l’antimaoïsme et l’antimarxisme les plus virulents. La revue la plus radicale est « Exploration ». Elle est fondée fin 1978 par un ouvrier électricien, Wei Jingsheng, qui sera aussi son théoricien le plus important et le plus radical. Âgé d’une trentaine d’années, ancien garde rouge et très marqué par cette expérience, il se fait connaître en affichant un dazibao qui aura un grand retentissement « La cinquième modernisation, la démocratie ». Sa thèse générale est que pour que la Chine devienne un pays moderne, il lui faut la démocratie. À partir de là il développe une analyse de la société chinoise en rejetant le marxisme et en dénonçant les méfaits sanglants de Mao et de sa pensée. Wei Jingsheng lui aussi dénonce la bureaucratie comme une classe parasite responsable de bien des malheurs du peuple chinois, et pour lui aussi la solution réside dans la prise de leurs affaires en mains par les gens eux-mêmes, directement. C’est dans ses textes que l’on trouve les accents les plus libertaires. Les extraits qui suivent sont d’ailleurs parlants. « Qu’est-ce que la démocratie ? La véritable démocratie c’est la remise de tous les pouvoirs à la collectivité des travailleurs… Qu’est-ce qu’une véritable démocratie ? C’est un système qui permet au peuple de choisir à son gré des représentants chargés d’administrer pour lui, en conformité avec ses volontés et ses intérêts. Le peuple doit en plus conserver le pouvoir de démettre et de remplacer à tout moment ces représentants pour empêcher que ceux-ci ne viennent à abuser de leurs fonctions pour se transformer en oppresseurs… Sans un tyran pour vous chevaucher l’échine, craignez-vous donc de vous envoler ? À ceux qui nourrissent ce genre d’apréhension, laissez-moi seulement dire très respectueusement ceci : nous voulons devenir maîtres de notre propre destinée… Je suis fermement convaincu de ceci : si elle est mise sous la gestion du peuple lui-même, la production ne pourra que se développer, car les producteurs produirons dans leur propre intérêt ; la vie deviendra belle et bonne car tout sera orienté vers l’amélioration des conditions d’existence des travailleurs ; la société sera plus juste car tous les droits et pouvoirs seront détenus de façon démocratique par l’ensemble des travailleurs» [36].

La société pour laquelle se bat Wei Jingsheng est tout à fait semblable à celle préconisée depuis plus d’un siècle par les anarchistes. Il y a dans son texte de fréquentes allusions aux démocraties occidentales que Wei Jingsheng prend pour modèles. Il ne faut pas croire par là qu’il ne veut qu’une simple démocratie bourgeoise : mal informé sur ce que sont réellement les démocraties de nos pays, il les croit semblables au système qu’il décrit. Wei est beaucoup plus qu’un démocrate, c’est un révolutionnaire. La classe dirigeante chinoise ne s’est pas méprise sur le danger que représentait pour elle « Exploration » et son animateur. Il est arrêté en avril 1979, et après un procès retentissant à l’automne de cette même année, il est condamné à 15 ans de prison. Son arrestation a marqué le début d’une vaste opération visant à liquider le « Printemps de Pékin ». « Exploration » a cessé de paraître depuis deux ans maintenant.

Les opposants dont nous venons de parler ont tous un point commun : ils étaient ou ils ont été gardes rouges, et cette expérience les a marqués. On peut se demander dans quelle mesure cet anarchisme spontané qui imprègne leurs textes ne vient pas thèses de Mao les plus radicales, et les plus libertaires, qui lui ont permis de soulever la jeunesse et de la lancer à l’assaut des bureaucrates qui s’opposaient à lui au début de la révolution culturelle. Ses appels à la révolte, ses discours contre la bureaucratie ont peut-être fait leur chemin dans bien des têtes, avec des résultats inattendus. Mais c’est aussi une constante dans tous les pays très autoritaires, les oppositionnels prennent souvent des attitudes très libertaires par opposition au régime qu’ils combattent.

* * * *

Ce bref panorama de l’anarchisme en Chine depuis 32 ans laisse beaucoup de questions en suspens. Le peu de documents disponibles ne permettent pas de cerner avec certitude quelle a été l’influence du mouvement traditionnel et combien de temps cette influence a survécu (avec une question annexe : est-elle encore une réalité aujourd’hui). J’ai donné mon opinion sur le sujet dans cet article, mais chacun peut s’en faire une en lisant les textes eux-mêmes, et il est fort probable qu’elles seront très diverses. Il faudrait trouver de nouveaux documents s’il en existe pour les années cinquante et le début des années soixante, bien des choses s’éclaireraient probablement. Il faudrait aussi savoir ce que cachent exactement les diverses attaques et procès contre les « anarchistes ». Mais là c’est à Pékin qu’il faut chercher la solution, et pour l’instant c’est totalement impossible. Mais les idées libertaires sont toujours vivantes en Chine, l’opposition de ces dernières années nous l’a montré. C’est d’ailleurs là que se trouve à mon sens le véritable avenir de l’anarchisme en Chine.

 

 

Wiebieralski

 

[Traduzione di Ario Libert]


NOTE

 

[1] "Origins of the Anarchist Movement in China", Albert Meltzer Cienfuegos Press Anarcist Review no4, 1978.

 [2] Meltzer, op. cit.

[3] Introduction à "Famille" de Pa Kin, éditions Flammarion 1979.

[4] "Il suicidio dell'anarchico cinese Pa Kin", Victor Garcia, Volontà de janvier 1969

[5]  Black Flag n° 19, avril 1975.

[6] Introduction à « Famille » op. cit.

[7] Black Flag n° 19, avril 1975

[8] Introduction à « Famille », op. cit et « La longue marche de Pa Kin », Agora n°3, mars 1980..

[9] « Wen-Hsueh Ping-Lun » (La Revue Littéraire) n°2, 1979, article de Li Towen, cité par la revue japonaise « Libero International, Osaka, n°5, mars 1980.

[10] Pour avoir une vue de ces deux positions, voir la revue Minus 7 de septembre-octobre 1977 qui présente deux textes récents de Pa Kin pour montrer qu’il n’est plus anarchiste, et la réponse à leur introduction dans Black Flag n°3, février 1978 qui défend Pa Kin.

[11] Meltzer, op cit.

[12] Bulletin préparatoire du congrès anarchiste de Carrare, n°8 mars 1968.

[13] Meltzer, op cit.

[14] « Lettra dalla Cina », L’Adunata dei Refrattari du 26 juin 1965, reprenant exactement, introduction à la lettre comprise, le texte paru dans Freedom du 29 mai 1965 que nous n’avons pas pu nous procurer.

[15] Bulletin préparatoire du congrès international anarchiste de Carrare, n°8, mars 1968

[16] Meltzer, op cit.

[17] Bulletin préparatoire du congrès anarchiste international de Carrare, n°10 août 1968.

[18] Bulletin préparatoire du congrès de Paris de l’Internationale des Fédérations Anarchistes (IFA), n°3 1969.

[19] Bulletin préparatoire du congrès de Paris de l’IFA n°9, 1971.

[20]  Bulletin préparatoire du congrès anarchiste international de Carrare, n°8, 1968)

[21]  Informations Rassemblées à Lyon (IRL) n°4, octobre-novembre 1974.

[22] « Les habits neufs du président Mao », Simon Leys, Bibliothèque Asiatique, Paris 1971.

[23] « « Le Parti Communiste Chinois au pouvoir », Jacques Guillermaz, Paris 1972.

[24] « Chine Rouge, Page Blanche », Pierre Illiez, Paris 1973

[25] « Pékin et la nouvelle gauche », Klaus Mehnert, Paris 1971.

[26] Menhert, op cit.

[27]  Commune Libre, revue de la CNTf, n°1, décembre 1972.

[28] Black Flag 1974 reprenant un article de l’« Anarchist Black Cross Bulletin » n°7 de janvier 1974, Chicago, intitulé « Workers on trial in China ».

[29]  Black Flag n°4 vol. 5, mai 1978.

[30]  Black Flag n°4 vol. 6, septembre 1980.

[31] « Qu’est-ce que la pensée spécifiquement chinoise, Mu Yi in « Un bol de nids d’hirondelle ne fait pas le printemps de Pékin », Bibliothèque Asiatique, Paris 1980.

[32]  Le Monde libertaire n°330novembre 1979.

[33] « Où va la Chine ? in « Révol. Cul. en Chine Pop », Bibliothèque Asiatique, Paris 1974.

[34]  Minus 7 de juin 1977.

[35] « Chinois si vous saviez… », Li Yi Zhe, Bibliothèque asiatique, Paris 1976.

[36] « La cinquième modernisation : la démocratie », Wei Jingsheng in « Un bol de nid d’hirondelle… » op cit.

 

 

 

LINK:

L'anarchisme en Chine de 1949 à 1981

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