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18 dicembre 2010 6 18 /12 /dicembre /2010 13:04

Dalla ponderosa tesi di laurea dell'autrice Caroline Granier, iniziamo a tradurre in ordine sparso e cioè a seconda del nostro grado di interesse e conoscenza delle tematiche trattate, il capitolo introduttivo all'argomento, e cioè il terzo capitolo della seconda parte intitolata "Una letteratura di lotta" del primo dei due volumi, intitolato "Panorama" di cui è composta l'opera globale intitolata Les écrivains anarchistes en France à la fin du dix-neuvième siècle [Gli scrittori anarchici in Francia alla fine del diciannovesimo secolo]. Con il tempo ci riproponiamo di tradurre integralmente quest'opera meritevole di esserlo per ovvi ed evidentei motivi, consapevoli come siamo che nessun editore, del notro beneamato belpaese, nel contesto attuale, si sognerebbe mai di farlo

 

 

[Capitolo III]: I romanzi degli anarchici





La forma del romanzo, ed in particolare il romanzo realista, sembra essere la forma idonea per esporre delle dottrine politiche. Pierra Masson ha dimostrato che il periodo 1871-1914 ha visto la pubblicazione di opere che tentavano di propagare delle opinioni politiche attraverso delle finzioni romanzesche, questo genere essendosi imposto"come il terreno ideale in cui esercitare un principio di autorità" [1] . Ma egli ci vede egualmente un periodo in cui si forma il romanzo a tesi, in cui lo scrittore era forse più libero che in in seguito di scegliere le sue tecniche , meno influenzato da ideologie costituiste.

Si parla anche molto, alla fine del dicianovesimo secolo, di "romanzo sociale". Inteso in senso ampio, l'espressione designa tutta la letteratura romanzesca portatrice di un avisione critica sulle relazioni sociali. In un'opera recente, Sophie Béroud e Tania Régin propongono un'altra definizione più ristretta, che ingloberebbe tutte le opere che scaturiscono da una letteratura impegnata sul versante del mondo operaio, che si siano accontentate di restituire le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, nelle sue molteplici componenti, o che abbiano assunto più apertamente una funzione di denuncia, di conoscenza e di formazione" [2].
Ecco come le due critiche presentano Le Roman Social [Il Romanzo Sociale]: "Prendendo in considerazione il sintagma 'romanzo sociale', abbiamo auspicato trattare una letteratura che non veicola l'ideologia dominante del capitalismo, ma al contrario, che giunge a stigmatizzarla quando essa espone o a fare prevalere un'altra visione del mondo" [3]. 

Queste problematiche sono molto presenti nelle riviste dell'epoca: con un po' di prospettiva, è verso il 1900 che si tenta di costituire una categoria chiamata "romanzo sociale". La Revue des deux mondes dedica un numero a "la rinascita del romanzo sociale" il 15 agosto 1904. La definizione elaborata da Poinsot e Normandy è ripresa, l'anno successivo, in un volume. I due critici osservano che il genere ha conosciuto una moda considerevole tra il 1820 e il 1900, citano Léon Blum (rispondendo ad un'inchiesta aperta da M. Montfort nella rivista Les Marges, nel luglio e ottobre del 1904) e la sua definizione del romanzo sociale come romanzo "che dipinge dei quadri sociali": "E noi aggiungeremo: il romanzo sociale è quello che, abbandonando i sentieri battuti della psicologia di una minoranza di oziosi, dirige la sua osservazione sulla maggioranza, cioè sulla folla dei lavoratori di ogni categoria (lavoratori intellettuali o manuali) e che, se studia specialmente dei tipi, considera i suoi eroi individuali nei loro rapporti con gli ambienti sociali che essi attraversano. Vedremo più avanti che questa letteratura utile reca in sé il suo valore d'arte così come ogni altra letteratura" [4].  


 Charles Brun, nel suo studio del 1910 Le Roman social en France, evidenzia che il romanzo è, con il teatro, "il genere che permette la maggior presa sul lettore" [5] . Rileva subito l'abbondanza di "romanzi a tesi" dopo gli anni dell'affare Dreyfus, che egli interpreta come il segno del carattere turbato dell'epoca. Ecco come egli definisce le caratteristiche del romanzo a tesi: "Di intenzioni tali, annunciate esplicitamente, sia nella prefazione dell'opera, sia nella prefazione dell'opera, sia con l'aiuto dei mezzi che l'ingegnosa pubblicità moderna e nostro desiderio di informazione moltiplicano ogni giorno, sia infine nel testo stesso, costituiscono quel che si potrebbe chiamare un carattere esterno del romanzo a tesi. Ve n'è un altro, altrettanto comodo da osservare: ed è o il costante intervento dell'autore, che rompe con l'intrigo per espandersi in dissertazioni (i romantici hanno abusato di questa procedura), o l'introduzione nel romanzo di un personaggio parente prossimo del "ragionatore" della commedia classica, e porta parola più o meno travestita dello scrittore" [6]. Secondo lui, la tesi, nel romanzo contemporaneo, "ha qualche cosa di più aggressivo e di più diretto" [7].

Il romanzo anarchico può essere un romanzo sociale, ma i due appellativi non si coprono. Mentre il romanzo sociale ha per eroe una collettività o almeno un personaggio rappresentativo di una collettività, i romanzi scritti dagli anarchici sono spesso dei romanzi dell'individuo, degli emarginati. Cos'hanno in comune i vari romanzi scritti dagli anarchici o militanti? Sono innanzittutto dei romanzi di denuncia, che propongono in modo più o meno esplicito una critca dell'ordine stabilito. Essi hanno un legame stretto con la loro epoca. Molti tentano di stabilire un rapporto particolare con il lettore, rapporto che non sia fondato sull'autorità. La particolarità di questi autori è che tutti accordano una grande importanza alle parole, al linguaggio, alla retorica che può così essere anche autoritaria. Così la scelta del romanzo è un modo di mettere all'opera un linguaggio che non sia autoritario, ma portatore di libertà.

Comincerei con una classifica tematica: che essi trattino dell'individuo, del paria o della collettività, numerosi romanzi pongono in scena delle lotte, delle rivolte. Mi attarderei in seguito sul genere molto apprezzato dagli anarchici del romanzo a chiave o del romanzo storico. Ma la production di questi scrittori non si colloca nel genere realitico: esistono numerose opere allegoriche o simboliche scritte dagli anarchici.

 

 

 

Disegno di Albert Lambert ritraente Mirbeau mentre legge una sua opera, 1905

 

 

 

Caroline GRANIER

[Traduzione di Ario Libert]

 


[1] Pierre MASSON, Le Disciple et l’insurgé, 1987, p. 8 [Il discepolo e l'insorto].

[2] Le Roman social…, 2002, p. 11 [Il Romanzo sociale].

[3] Ibidem.

[4] POINSOT et NORMANDY, Le Roman et la vie, 1905, p. 6 [Il Romanzo e la vita].

[5] Charles BRUN, Le Roman social en France…[1910], 1973, p. 47 [Il Romanzo sociale in Francia].

[6] Idem, p. 58.

[7] Ibidem.


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Published by Ario Libert - in Letteratura libertaria
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