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6 gennaio 2017 5 06 /01 /gennaio /2017 06:00

La corrente calda della Scuola di Francoforte

Francoforte. L'istituto di ricerca sociale

 

Lo spazio pubblico oppositivo

Il concetto che richiama la traduzione politica delle contestazioni, desideri ed esperienze devianti dei cittadini o salariati, fuori dalla rappresentazione borghese tradizionale, è lo spazio pubblico oppositivo. Più precisamente, si tratta dell'avvio di uno spazio pubblico senza esclusiva, nel senso proletario, che raccoglierebbe le esperienze vissute di tutti gli attori (donne, emigranti, giovani, dissidenti), avvio osservato durante le rivoluzioni dei consigli, nel Maggio 68 e in movimenti sociali molto più recenti. Lo spazio pubblico critica così i limiti sociali ristretti nei quali lo spazio pubblico borghese continua a dibattersi, e che si arresta alle porte delle imprese, della famiglia, dei ministeri e dei mass media.

Oskar Negt e Alexander Kluge si sono sforzati di prolungare lo slancio radicale della Teoria critica, che cerca di superare le difficoltà del marxismo dottrinario e delle sue pratiche reificate. Il cambiamento di linguaggio che essi si propongono non obbedisce a una conseguenza della moda, ma risulta da una ricostruzione completa della filosofia politica da Kant a Marx sino ad Habermas. L'idea è quella di creare coerentemente la critica del Capitale con le analisi politiche di Il diciotto Brumaio di Luigi Napoleone, la qual cosa non è scontata.

La personalità autoritaria

Dagli studi sulla personalità autoritaria presentati da Adorno nel 1951, numerose ricerche empiriche hanno dimostrato che i gruppi che abitualmente vengono identificati a sinistra sono fortemente influenzati dalle idee autoritarie, etnocentriche e nazionaliste che fanno il successo della destra neoconservatrice, in Europa come negli Stati Uniti. Tra i gruppi in questione: i dirigenti sindacali, il gruppo operaio e gli strati popolari, gli insegnanti. Fromm aveva dimostrato negli anni 20 che tra gli aderenti delle organizzazioni di massa della sinistra tedesca soltanto il 15% erano capaci di agire democraticamente e di opporsi alla tentazione dell'uomo forte. Gli "Studi sulla personalità autoritaria", condotti sotto la guida di Adorno negli anni 40-50 approfondiscono i tipi di comportamento più o meno autoritari che ritroviamo in tutti i gruppi sociali [37]. Oggi, la metà degli aderenti sindacali francesi votano Sarkozy... La risposta a questo problema non può essere trovata in una "coscientizzazione" delle masse, che veicolerebbero ancora delle visioni elitistiche o paternalistiche, ma nella scoperta pratica dell'autonomia.

Entropia – miopia

La distruzione dell'equilibrio ecologico, che alcuni mettono in conto al socialismo industriale o sovietico, sarebbe imputabile a un atteggiamento premoderno della critica sociale? La Critica della ragione, formulata da Adorno e Horkheimer, non sottolinea, sin dal 1944, il ribaltamento del dominio strumentale dell'uomo sulla natura contro l'umanità e la cultura stessa? La critica marxiana del carattere distruttivo delle forze produttive, non prefigura una messa in discussione dell'industrialismo senza limiti e della società dei consumi? È la tesi iniziale di Baudrillard, se ci si dà la pena di leggerlo [38] Le ricerche recenti di Mike Davis vanno nella stessa direzione di una tale critica emancipatrice [39].

Eppure, gli ecologisti francesi più in vista sostengono oramai la costrizione sociale, al posto della critica e dell'emancipazione, sotto la forma di una rinuncia al piacere e della frustrazione volontaria, chiamata "frugalità". In breve, si tratta di attingere l'ascesi mondana, e cioè la morale protestante, secondo Max Weber. Riferendosi al concetto biologico di entropia [40], questi buoni apostoli fanno credere che la crisi ecologica pone la legge della natura prima dell'uomo, la biologia prima della sociologia. Allorquando l'ecologia politica si è fissata come priorità l'abbandono dell'industria nucleare, al servizio della tecnologia solare, questa entropia apolitica [41] ci chiede di lasciare i nostri gabinetti ad acqua a vantaggio dei gabinetti a secco. Un simile appello per il "ritorno alla terra" [42] contiene il rifiuto di una critica sociale radicale e nasconde male i lavori storici più elaborati, sottolineando che nessuna società è mai stata distrutta a causa del solo problema ambientale [43]. Occultando la questione della redistribuzione delle ricchezze, la critica dell'azione strumentale, del mercato mondiale e dello Stato, questa ecologia delle profondità mistifica le capacità distruttive del modello capitalista. Una simile posizione non contraddice né la deep ecology dei neo-conservatori statunitensi né i discorsi di papa Benedetto al Vaticano [44]. Si tratta della "vecchia canzone delle rinunce" (Heinrich Heine).
 

Vita danneggiata - soggettività ribelle

La coscienza di rottura rinvia alla constatazione adorniana di una vita danneggiata dal mondo strumentale, al quale non possiamo sottrarci con un atto di volontà. Al contrario, la ricerca di una "buona vita" esige un lavoro concettuale e critico che permette la liberazione dalla cappa di piombo realista e conformista che l'attuale società ci impone. Si tratta di nominare le costrizioni sorde che ci riducono al silenzio e di forgiare la nostra propria immagine. La violenza non parla e la merce si fonda sulla forza delle cose. Per trasformare il mondo, si deve afferrarlo e metterlo a posto.

Questa posizione è politica, ma si erige allo stesso tempo contro la politica strumentale con la sua sequela di costrizioni burocratiche, di discorsi giustificatori e di limitazioni realiste. Si tratta di una posizione impegnata ed ironica: lo scrittore berlinese Kurt Tucholsky non è lontano, con la sua canzone "Abbracciate i fascisti, ovunque potete raggiungerli!". Alla disciplina, egli oppone la dissidenza; al canto corale dei bambini, replicava con la dissonanza, questo momento di libertà nato dalla sfasatura. La scissione tra la teoria e la pratica è una tale dissonanza. Essa è promettente, creativa e liberatrice. Apre su una dialettica arricchente, che apporta un immaginario e delle nuove possibilità all'azione, mentre permette di concettualizzare le esperienze e le questioni provocate dai movimenti di contestazione. L'affondamento dei corpi dottrinari del secolo trascorso pone fine a una situazione in cui l'esperienza si vede umiliata in nome "della causa", mentre la causa parla in politichese. Il lavoro concettuale costituisce un momento proprio dei movimenti di emancipazione, mette in guardia contro ogni pratica cieca e salva la memoria dei vinti. A loro volta, le pratiche liberatrici sono spesso troppo potenti per entrare nelle categorie di pensiero, esse non cessano di eccedere il concetto.

Machiavelli

La questione della teoria e della pratica è attuale perché le incursioni strumentali della politica nel pensiero critico non hanno mai smesso. Guardate la riforma della ricerca francese, guardate i fenomeni di censura della stampa, notate la normalizzazione burocratica che si produce regolarmente all'interno dei partiti repubblicani e leninisti. La nostra messa in questione dell'agire strumentale corrisponde alla riappropriazione di Max Weber per la Teoria critica. Secondo questa lettura, la politica strumentale non vuole risolvere che delle questioni pratiche che possono essere risolte attraverso mezzi violenti, con le armi o la costrizione di Stato. Machiavelli loda i cittadini che pongono la Patria davanti il proprio benessere, mentre Weber vede lo stesso principio all'opera nella subordinazione volontaria a dei concetti astratti e troppo patetici per essere veri, come l'avvenire del socialismo o la pace mondiale [45]. L'allineamento sulla Patria del socialismo ha fatto dei danni, l'intervento sovietico in Afghanistan non ha portato maggior felicità delle truppe occidentali. L'emancipazione deve aspettare Godot. Ammettiamo che il pacifismo radicale o l'altermondialismo praticato sfuggano a questa aporia, a questa difficoltà politica, benché gli esempi storici siano molto rari [46]. Essi trasgrediscono allora in breve la politica strumentale. Si entra così in una pratica della soggettività ribelle e dello spazio pubblico oppositivo, estremamente fragile, che non sopporta i discorsi massicci e militaristi della "strategia", della "egemonia" e della "disciplina.

Disfattismo

I marxisti tradizionali mi risponderanno che tali parole non contribuiscono in nulla nel far uscire dalla loro condizione subalterna i lavoratori, le donne precarie, le minoranze, gli immigrati clandestini, o ogni altro attore sociale. La critica radicale sarebbe del teoreticismo [47]. Questo processo dimentica il divertente postulato di Althusser, secondo il quale "qualunque operaio" sarebbe in grado di padroneggiare i concetti marxiani, ad esempio il plusvalore relativo, la caduta tendenziale e le sue tendenze contrastanti o il feticismo della merce. Basta facezie. Il problema di fondo risiede nel rifiuto  di pensare una nuova relazione, tra l'esperienza viva e il concetto critico. Poiché nessuna parte è in grado di centralizzare le molteplici resistenze e approcci, tale rifiuto si salda inevitabilmente con un frazionamento accresciuto delle opposizioni intellettuali, culturali e politiche, di fronte al potere neo-conservatore. Rifiutando di concepire una nuova forma, uno spazio pubblico oppositivo che sarebbe composto da una pluralità di desideri e approcci, i marxisti dottrinari frenano ancora la presa di parola, lasciando senza voce coloro che essi vorrebbero liberare.

Brassens

"Delle idee reclamano il famoso sacrificio / le sette di ogni stoffa ne offrono a mucchi / e la domanda si pone alle vittime novizie: Morire per delle idee è molto bello, ma per quali? / E poiché si somigliano tutte tra di loro / quando le vedono venire con le loro grandi bandiere / Il saggio, esitando, gira intorno alla tomba / Moriamo per delle idee, d'accordo, ma di morte lenta / D'accordo, ma di morte lenta".

Resistenze

La soggettività ribelle degli attori si esprime un po' ovunque, ma la coscienza di classe resta un concetto disincarnato. Non vi è soggettività pura, né di coscienza collettiva immacolata. I marxisti dottrinari cercano la coscienza di classe nelle motivazioni di questo gruppo operaio, di quel gruppo di precari, di quel gruppo di intellettuali parigini o romani, nelle indagini d'opinione o anche nei discorsi di Arlette Laguiller. Ci si imbatte ogni volta su delle ideologie operaiste ed elitiste. Si tratta di sospendere questa vana ricerca del criceto che corre all'interno della sua ruota, a vantaggio di un'analisi appropriata dei movimenti sociali e dei loro effetti politici. Donne, disoccupati, ricercatori, omosessuali, funzionari, quadri, proletari, artisti e immigrati clandestini si mobilitano di volta in volta, ma non sempre trovano un linguaggio comune. Le esperienze sono molteplici e varie, esse possono esprimersi attraverso uno spazio pubblico oppositivo che facilita la presa di parola. I sabotatori della pubblicità (casseurs de pub) resistono finché come gli intermittenti dello spettacolo, i ricercatori o gli operai del tessile. I cambiamenti di prospettiva, la variazione degli sguardi, lo scambio internazionale, interdisciplinare e cosmopolita erodono la sclerosi ideologica ambientale. Anche se la spontaneità degli attori ci aiuta un po' per superare il torpore e l'inerzia, si deve interrogare il femminismo, la psicoanalisi, la storia e le teorie critiche per capire i limiti o blocchi dei movimenti sociali, per afferrare le convergenze potenziali delle resistenze alla valorizzazione.

Il feticismo all'opera

I contrappesi all'emancipazione si chiamano merce, burocrazia, paura e stigmatizzazione. L'esperienza dei dominati, uomini e donne, che si sottomettono tanto più facilmente in quanto la strada sembra sbarrata, è immediatamente influenzata da questi fenomeni, non è mai autentica. Lenin parla del criterio dell'esperienza e della realtà oggettiva, ma non capisce che la realtà sociale è filtrata e deformata da questi dispositivi moderni. Il feticismo capitalista e tecnologico, il consumismo, gli apparati e i mass media sono ben reali. Le ragioni di rivoltarsi sono numerose. Se la vita non è una merce, la lotta non deve limitarsi a delle rivendicazioni salariali e alla proibizione della disoccupazione. Non possiamo vivere definendoci come la parte variabile del capitale, perché il capitale non dice a ognuno come esso realizza la sua propria vivacità.

Di conseguenza, la concettualizzazione delle rappresentazioni feticiste, che la corrente calda della Teoria critica propone, supera ampiamente il commento del Capitale di Marx. La merce circola ovunque, senza nulla tradire delle relazioni sociali che l'hanno generata, soprattutto la sottomissione del salariato al capitale. Le relazioni umane sono così rette da cose e scambi anonimi. Questo sviamento si fa sentire in tutti i campi delle società contemporanee, e cioè della società borghese.

Il feticismo in stato

Il principio feticista si svolge soprattutto nel rapporto dei cittadini verso lo Stato, che non vive che attraverso la delegazione politica e la formazione distinta delle sue elite. I compromessi sociali ottenuti, grazie alla contestazione e alla negazione del potere statale, appaiono presto come dei dati positivi da cui i cittadini dipendono. Nata da una Rivoluzione sociale, la Repubblica francese si afferma oggi come dispositivo di controllo securitario. Lo Stato pretende di essere l'interesse generale, mentre esso non riproduce che delle diseguaglianze strutturali di cui inventa la forma totalizzante. L'insieme degli apparati burocratici si fondano su questo tipo di processo, dalle amministrazioni ai partiti e dall'impresa all'esercito. Coma la storia del marxismo dimostra, gli apparati politici incorporano una legittimità collettiva originaria, che si reifica in seguito per affermarsi come una posizione incontestabile. I dibattiti si trasformano in arbitrio. Lo strumento politico si trasforma in finalità per sé e la burocratizzazione scivola verso l'adesione allo Stato.

Siamo tutti dei protestanti?

Nel momento in cui la Reazione invoca di nuovo il valore del lavoro, si tratta di vedere come il feticismo funziona nella morale del lavoro protestante e manageriale. Invece di aspettare la salvezza nell'altro mondo, il capitale ci incita a realizzare la nostra vocazione servendolo, in un modo molto pragmatico. Ci si pone dalla parte del "bene" quando si esterna il proprio ego attraverso il lavoro. Questa morale valorizza l'apparenza sociale, poiché i salariati, uomini e donne, devono mostrare che sono delle brave persone, attraverso il loro comportamento disciplinato e gli attributi esteriori del loro status (gli indumenti, l'automobile, la cultura consumabile). La messa in scena della prestazione, il discorso della competenza, l'innovazione operaia pagata in incentivi, le stock-options, sono dei principi protestanti all'opera. Lo attuale spirito del capitalismo non contraddice la morale protestante, ma la esacerba. Ogni volta, il regno dell'apparenza e delle cose s'impone, sostituendosi alle relazioni viventi. Anche i rapporti psichici e sessuali sono segnati dal sigillo del denaro. Il feticismo è onnipresente, esponendo gli esseri viventi a una situazione nella quale essi devono costantemente negarsi per essere riconosciuti.

Sdoppiamenti

In queste condizioni, l'esperienza dei dominati, uomini e donne, è fondamentalmente ambivalente. La conseguenza deve essere radicale: "Se la sociologia si vuole veramente critica, essa deve assolutamente prendere in carica lo sdoppiamento delle esperienze che opera delle vere scissioni negli individui e che li fa vivere contraddittoriamente. In nessun caso, essa non può accontentarsi di prenderli come delle entità piene e semplici. Deve al contrario prenderli come dei soggetti in disaccordo e in lotta con se stessi, integrati nei rapporti sociali muti attraverso le cose sociali e le astrazioni reali del capitale (soprattutto il denaro" [48].

Quando il marxismo dottrinario si è dissociato dai movimenti di emancipazione  e dalla loro esperienza vissuta, la Teoria critica ha iniziato dei rilanci, dopo la guerra, nel 68, e ancora una volta in questi ultimi anni. Non si tratta di una posizione sincretica o eucumenica, perché essa è impegnata, ma è concepita come una proposta aperta che suscita il dibattito.

Cantieri

La Teoria critica può oggi afferrare almeno quattro dimensioni della modernità capitalista.

Storicamente, essa si ricorda delle rotture e delle irruzioni barbare che riducono a nulla le teleologie portate dalla filosofia liberale e il marxismo storico. Concettualmente, afferra la rottura delle filosofie sistematiche e totalizzanti che hanno dominato il particolare, investendo la breccia aperta dal lavoro della negatività. Empiricamente, essa registra la spaccatura delle energie della mobilitazione di massa, attraverso la mediazione di partiti e di mass media, preoccupati di organizzare l'adesione alle rappresentazioni totali del potere.

Analiticamente, essa accetta le lacerazioni dell'Io e le ambivalenze soggettive degli attori, delle persone poco ordinarie.

Il rovesciamento concettuale, che passa dal marxismo dottrinario alla Teoria critica, o dalla coscienza di classe alla coscienza di rottura (de la conscience de classe à la conscience de casse), consiste nel partire esclusivamente dai desideri particolari degli attori, in lotta per la loro propria emancipazione, per quanto limitata e parziale sia. Invece di subordinare questi atti a una strategia strumentale, che essa sia di natura elettorale, statista o ideologica. La coscienza di classe, il socialismo alla francese, la sovranità nazionale, sono diventati dei corpi ideologici che schiacciano tanto la critica quanto l'esperienza. Qui, il cittadino astratto schiaccia i cittadini viventi.

Primi soccorsi

"Potei in un solo sguardo abbracciare un intero quartiere estremamente confuso, un intrico di strade che avevo evitato per molti anni, il giorno in cui un essere amato vi si trasferì. Era come se si fosse installato alla sua finestra un proiettore che ritagliava il quartiere con dei fasci luminosi" [49].

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[37] A. Neumann, "Peur, bruits et odeurs", Mouvements n° 55, La Découverte, 2008.

[38] Jean Baudrillard, La société de consommation, Gallimard, 1970, p. 72.

[39] Mike davis, Cyty of Quartz, La Découverte, 2003.

[40] Il banditore intellettuale di questa tendenza si chiama Entropia (éditions VS), dunque letteralmente "perdita di energia".

[41] Serge Latouche confessa il carattere apolitico dell'impresa: "Il movimento della decrescita non ha veramente riflettuto a un programma politico", Entropia, n° 1, VS, 2006, p. 13. La sola ambizione di questa rivista sembra la dissoluzione dei Verdi, richiesta dal suo direttore Yves Cochet, obiettivo condiviso con il partito Caccia pesca natura tradizione e con il vecchio consigliere di Jacques Chirac, Nicolas Hulot (di cui maggior parte dei redattori hanno sostenuto la candidatura alle presidenziali del 2007).

[42] Questo leitmotif ("Zurück zur Scholle"), avanzato dal versante reazionario del romanticismo tedesco, fu anche utilizzato dal movimento nazista. In ogni caso, una delle rivendicazioni di Entropia è la "Restaurazione dell'agricoltura contadina" (op. cit., p. 14), mentre J. Besset mette in guardia contro "La tentazione reazionaria", senza parare l'attacco.

[43] Diamond, Effondrement, Gallimard, Paris, 2006.

[44] Vedere il discorso ambientalista di papa Benedetto alle JMJ. Questo vecchio membro della gioventù hitleriana ha capito che l'ecologia apolitica era compatibile con il cattolicesimo tradizionale, così come il ritorno al suolo lo era con il nazismo.

[45] Max Weber, Politik als Beruf, Reclam, 1993, p. 79. J.-M. Vincent, Max Weber ou la démocratie inachevée, Le Félin, 1998.

[46] Un esempio sarebbe la manifestazione pacifista contro la guerra imperiale in Iraq, il 15 febbraio 2003.

[47] Vedere il processo che alcuni marxisti dottrinari rivolgono alle teorie critiche contemporanee; François Cusset, French Theory, La Découverte, 2005, p. 201.

[48] Jean-Marie Vincent, "Superficies de la société" in: Sciences sociales et engagement (a cura di A. Neumann, J.-M. Vincent), Syllepse, 2003, Parigi, p. 53.

[49] Walter Benjamin, Sens unique, 10/18, Parigi, 2000, p. 142.

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Published by Ario Libert - in Marxismo critico
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