Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
1 dicembre 2011 4 01 /12 /dicembre /2011 06:00

STIRNER E MARX

stirner_Felix_Vallotton_1910.jpg
 

 di Pierre Macherey

 

 

Stirner_Der_Einzige_und_sein_Eigentum_djvu.jpgUna volta riconosciuto il suo carattere impubblicabile, Marx e Engels, considerando che essi avevano, nel redigerlo, raggiunto il loro scopo principale, "regolare personalmente i conti con la loro coscienza filosofica di un tempo", si sono rassegnati ad abbandonare il manoscritto ancora incompiuto di L'Ideologia tedesca alla "critica roditrice dei topi", il che lo ha condannato a rimanere in un quasi totale oblio per quasi un secolo. Impublicabile, l'opera lo era davvero al di là di ogni possibile dubbio, e nessun editore degno di questo nome avrebbe potuto accettare di farlo apparire in quello stato, non foss'altro per la ragione dello squilibrio evidente della sua composizione.

Questo squilibrio è segnalato in particolare dalla presenza, nella parte dedicata al "Concilio di Lipsia" dell'interminabile capitolo intitolato "San Max", che, occupa, (nella traduzione italiana di Fausto Codino per gli Editori Riuniti del 1977, n.d.T.), le pagine da 97 a 444, e cioè quasi tre quarti dell'insieme dell'opera: vi è proposta, ad un grado particolarmente elevato di tensione polemica, sullo sfondo della derisione, una lettura in forma di demolizione dell'opera di Stirner  L'Unico e la sua proprietà, apparsa alla fine del 1844; quest'ultimo non ha le dimensioni raggiunte dalla sua critica che lo segue passa dopo passo, il che contrasta con la relativa brevità e concentrazione dello sviluppo dedicato a Feuerbach, sviluppo intrapreso ulteriormente, e che, è vero, non è stato completamente redatto, il che non impedisce che vi si veda emergere un certo numero di problemi cruciali concernenti la nuova concezione materialistica della storia umana, e giustifica che sia la parte del testo che ha ricevuto maggior attenzione quando è stato infine conosciuto nella sua totalità, mentre l'indigesto sviluppo dedicato a Stirner, che respinge lo sforzo di una lettura integrale, è affondato quasi del tutto nell'oblio: oblio ingiustificato inoltre, nella misura in cui questo capitolo stesso, contiene, diluito nella massa in cui bisogna avere la pazienza di andare a ricercarli, importanti sviluppi a carattere teorico che precisano le posizioni di Marx su di un certo numero di problemi cruciali di cui il suo confronto con Stirner gli ha permesso di precisare la posta.

stirner-sign.gifL'inflazione della critica di cui Stirner è oggetto costituisce l'indice di una sproporzione: questa critica presenta un carattere maniacale, ossessivo, sbalorditivo da parte di autori che pretendevano di avere i piedi ben piantati a terra e rimproveravano ai loro avversari la tendenza ad interessarsi in modo sproporzionato a delle questioni prive di contenuto nella realtà; se, come essi sostengono, non ci sono in Stirner che storie di fantasmi, il fatto che essi stessi vi si siano interessati a tal punto pone dei problemi. Da questo punto di vista, il capitolo di L'Ideologia tedesca dedicato a "san Max" costituisce un'anomalia, l'indicazione di un'enigma che non è facile risolvere, ma può però essere considerata, sul modello di un'interminabile lapsus, come rivelatrice dello stato di spirito in cui si trovavano Marx ed Engels in questa svolta della loro evoluzione intellettuale in cui una nuova via di riflessione cominciava a profilarsi ai loro occhi, senza tuttavia presentarsi sotto la forma di un orientamento del tutto dritto di cui non rimanesse che da seguire, senza deviare, il semplice tracciato: perché le cose erano in realtà molto ingarbugliate, all'incrocio di molte linee di problematizzazione il cui intreccio non poteva essere districato d'un colpo, come per un colpo di bacchetta magica. Ne è preciso testimone il fatto che dedicandosi nell'impresa, basata su una rivendicazione chiassosamente proclamata di essere lucida, di una lettura critica di  L'Unico e la sua proprietà , non per questo essi non danno l'impressione di essersi impantanati.

Stirner, a proposito del quale essi non avevano mai avuto in precedenza occasione di esprimersi, non era uno sconosciuto a Marx ed Engels, che lo avevano incontrato a Berlino alla taverna Hippel, un posto allora molto conosciuto e frequentato in cui avevano l'abitudine di ritrovarsi i membri del gruppo dei Freien, i "Liberi", associazione informale di ciò che oggi chiamiamo gli intellettuali di sinistra che, in una Prussia sottoposta ad una censura cavillosa, rivendicavano, non senza strepito, circondati da fumo di tabacco e alzando ben in alto i loro boccali di birra, ciò che poteva essere preservato della libertà dello spirito in un ambiente che non vi si prestava affatto, ed in cui le dispute intellettuali erano altrettanto più veementi in quanto si svolgevano in un circolo chiuso, tra pari, senza notevole risonanza all'esterno: un'atmosfera piuttosto artificiale e deleteria alla quale Marx ha cercato di sfuggire quando è partito per Parigi alla fine del 1843, con la convinzione di raggiungere la vera vita e di toccare terra, lungi dalle nuvole nelle quali si compiacevano i giovani filosofi tedeschi dell'epoca, invaghitisi delle nuove idee ma ai quali non veniva in mente di domandarsi a cosa si rapportavano materialmente queste idee, su quale terreno esse erano germogliate e sotto quali condizioni esse potevano svolgere effettivamente un ruolo nella trasformazione del mondo.


stirner-Liberi.JPG

La vignetta presente è del 1842 ed è una caricatura di una tipica riunione del circolo dei giovani hegeliani di Berlino che si denominava "Freien" e cioè i "Liberi". Da sinistra a destra: Arnold Ruge, Ludwig Buhl. Karl Nauwerck, Bruno Bauer, Otto Wogand, Edgar Bauer, Max Stirner, Eduard Meyen, due sconosciuti, e infine Frederich Koppen a destra al tavolo e vestito da tenente.  

Uno schizzo di una riunione dei Freien, tracciato da Engels è stato conservato, in cui, accanto alle figure rissose e gesticolanti dei due fratelli Bauer che erano il centro del gruppo, si riconosce, semi appartata, la figura piuttosto insignificante di Stirner, il cui vero nome era Johann Caspar Schmidt, nato a Bayreuth nel 1806, finito a Berlino dove, dopo avervi proseguito degli studi universitari in filologia, in teologia ed in filosofia, aveva faticato ad effettuare una carriera nell'insegnamento: aveva dovuto accontentarsi di posti di sorvegliante e di supplente, prima di diventare professore in una scuola privata di ragazze, ed occupava il suo tempo libero in lavori episodici di giornalismo.

marx-giornalista.jpgAveva, tra l'altro, dato nel 1842 alla Rheinische Zeitung, il cui capo redattore era allora Marx, un articolo su Il falso principio della nostra educazione, ben rappresentativo delle tendenze idealizzanti peculiari alle speculazioni degli hegeliani di sinistra convertiti dopo Cieskowski, su uno sfondo di coscienza del sé fichtiana, alla filosofia dell'azione, articolo in cui si poteva leggere in particolare:

  

"Se il bisogno del nostro tempo, dopo la conquista della libertà di pensiero, è di proseguire quest'ultima sino al compimento che la trasformerebbe in libertà della volontà e realizzarla come principio di una nuova epoca, allora il sapere non può più essere lo scopo ultimo dell'educazione; ma questo ruolo appartiene al volere nato dal sapere, e l'espressione vivente di ciò a cui l'educazione deve tendere si annuncia: l'uomo personale o libero".


Marx-firma.gifA condizione di conoscere la produzione teorica ulteriore di Stirner, non è impossibile fare una lettura ricorrente di queste righe, e di vedervi l'annuncio di ciò che sarà sviluppato in lungo ed in largo, sino alle sue ultime conseguenze, con una veemenza sconcertante, in L'Unico e la sua proprietà: ma, per il momento, si sarebbe dovuto disporre di facoltà eccezionali di divinazione per discernere, sullo sfondo di questa dichiarazione abbastanza banale che molti altri avrebbero potuto proferire nel contesto berlinese di quest'epoca, la prefigurazione delle tesi sorprendenti per la loro radicalità, e letteralmente esplosive, sostenute in seguito in questo libro singolare, fuori norma, a prima vista inclassificabile, incontestabilmente straordinario, che ha avuto una posterità occulta, a al quale è difficile trovare antecedenti, per quanto dia un taglio allo stesso tempo per il suo tono e per il suo contenuto, sulle produzioni degli scribacchini contemporanei, con i quali Stirner era sembrato dapprima confondersi, secondo coltello passato di colpo da meteora o stella filante, che, come in un breve momento di follia, ha lacerato il cielo delle idee stabilite e vi ha tracciato la sua traiettoria incendiaria, senza conseguenza notevole inoltre da parte dell'autore di questo colpo di testa, ricaduto in seguito, a motivo probabilmente delle malinconie della sua esistenza personale, in una relativa inerzia intellettuale, il che giustifica che egli sia generalmente considerato come l'autore di un solo libro, L'Unico che è veramente "unico", alla maniera di un apax che sembra uscito dal nulla, in un lampo di illuminazione subito tornato nella notte.

stirner_Geschichte_der_Reaction.jpgPubblicato a Lipsia alla fine del 1844, in data 1845, dall'editore Wigand, che apparteneva anch'egli al gruppo degli Freien ed era ben noto a Marx ed Engels di cui è stato anche l'editore, L'Unico e la sua proprietà [ Der Einzige und seine Eigenthum ], ha conosciuto sul momento una notevole ripercussione, favorito dall'effetto sorpresa che ne ha accompagnato l'apparizione: nessuno si era aspettato una simile esplosione da parte di un pubblicista abbastanza banale e smorto, che i suoi pari sembravano considerare come un velleitario ed un fallito, incapace di una simile esplosione. Durante il 1845, ci fu scalpore a Berlino sul libro di Stirner al quale Feuerbach, che si era vivamente sentito parte in causa per le sue pretese di rappresentare l'avanguardia filosofica del momento, si è sentito di darvi una risposta circostanziata; ed, effettuando a distanza dalla Germania la loro lettura di Stirner, Marx e Engels contribuivano a modo loro a riconoscerne l'importanza. Tuttavia, questa notorietà, presto ricaduta, non è stata che un fuoco di paglia, e non è più stato questione in seguito di Stirner, che il libro che egli ha pubblicato in seguito, nel 1852, Geschichte der Reaktion [Storia della reazione], una compilazione molto inopportuna, ha screditato e fatto cadere nell'oblio.

nietzsche.pngResta tuttavia il fatto che Nietzsche ha dovuto essere a conoscenza  delle tesi sviluppate in L'Unico e la sua proprietà, e riceverne uno stimolo, al punto da intrattenere con esse, sullo sfondo e nella forma, una relativa connivenza. Bisognerà aspettare gli ultimi anni del XIX secolo, ed il momento in cui si è sparsa un po' dappertutto in Europa la moda del nietzscheanesimo, per assistere alla rinascita di un interesse per Stirner, i cui scritti sono stati allora ripubblicati: è in questo momento che è stato presentato, in modo probabilmente abusivo, come uno dei precursori del movimento del pensiero anarchico che aveva cominciato a prendere corpo. Infine, negli anni seguenti la seconda guerra mondiale, vi si è fatto ritorno di nuovo brevemente, nel solco dell'esistenzialismo di cui Stirner poteva a rigore essere accostato. Difficilmente classificabile, Stirner è stato dunque un autore ad ecclissi, un pensatore risolutamente singolare e paradossale, conosciuto soprattutto per il titolo del suo grande libro, di cui pochi hanno cercato di penetrare il contenuto nella sua totalità ed in modo conseguente, a cui funge da ostacolo la retorica particolarmente originale che vi è all'opera, alla quale è difficile trovare degli equivalenti, il che la rende incomparabile, la telematica dell'incomparabilità essendo inoltre nel cuore della procedura di Stirner.

Il lettore che si avventura nell'esplorazione dell'insolito paesaggio offerto da L'Unico e la sua proprietà è dapprima sorpreso, colpito dallo stile molto particolare di questo libro, che è quello dell'interpellanza e dell'esclamazione. Stirner non ragione, non argomenta: prende direttamente a parte il lettore, che tutela, ingiungendolo di riprendere egli stesso coscienza di un'esperienza esistenziale primordiale, quella dell'Unico, che degli strati accumulati di pregiudizi hanno sepolto nel più profondo di lui, ma che, incancellabile, resta intimamente connessa al suo modo di vedere il mondo e di relazionarvisi, alla quale, che egli lo voglia o non, che lo riconosca o non, essa fornisce le sue reali motivazioni di base; questa procedura può far pensare a ciò che Bataille, senza d'altronde riferirsi esplicitamente a Stirner, chiama "l'esperienza interiore", che dà accesso ad un afferramento impenatrabile, ma anche indicibile, "sovranità", padronanza assoluta che rivendica l'Io unico che sa disporre in modo illimitato di se stesso e di ciò che, nel suo linguaggio, Stirner chiama le sue "proprietà".

Per restituire in tutta la sua urgenza l'appello di questa esperienza, che si impone senza possibile contestazione oltre o piuttosto al di qua di ogni sforzo di dimostrazione o di confutazione, Stirner utilizza un artificio  grafico che, senza sosta, ritorna ad ogni riga del suo libro, e gli conferisce il suo tono uguale a nessuno: scrive i pronomi personali ed i dimostrativi che vi si rapportano, Io, Tu, Te, Noi, Mio, Tuo, Nostro, ecc., con una maiuscola, in modo da far apparire ciò che essi hanno di assoluto, di irriducibile, di insuperabile, di sovrano, con cui essi sono rappresentativi di un irreprensibile potere, potenza di esistere e di agire che coniuga indissolubilmente l'essere l'avere, l'Unico, che è, e le sue proprietà, che esso ha. Dell'Unico, Stirner propone in modo incantatorio, con una forza di convinzione che nulla sembrava poter scalfire, una celebrazione che confina con il delirio: "Sono, Io, l'Unico, al quale nulla e nessuno può togliere la padronanza di Se-stesso, che dispone interamente di ciò che è Mio, che Io detengo come Mio proprio, creato dalla Mia attività e che non si rapporta che ad essa".

Il processo, per il suo carattere ripetitivo e lancinante, può sembrare faticoso, ma dà una perfetta visibilità alla svolta che Stirner imprime  alla sua procedura, e che consiste nel conficcare un chiodo, tappando infaticabilmente nello stesso punto, in modo da provocare, la fatica aiutando, una specie di sortilegio, prossimo all'estasi, e per questo impregnato di una certa dose di misticismo. Si tratta per lui, seguendo questo metodo, di ritornare e di far ritornare su qualche cosa di fondamentale, una presenza silenzionsa che, se anche non si esprime, persiste, continua ad imporsi, senza sosta. presenza di Io nell'Io, identità di Me con Me, che non manca di evocare l'Ich=Ich di Fichte, e la filosofia dell'azione che ne deriva, da cui Stirner riprende in un certo modo la tradizione, ma conferendogli un impulso originale, il che egli fa non concedendo più alcun posto a qualcosa che sarebbe dell'ordine del Non-Io o dell'altro:

"Si è sempre pensato di doverMi dare una destinazione situata fuori di Me, così che si è giunti a proporMi di rivendicare l'umano perché Io=uomo. Così è il circolo magico del cristianesimo. l'Io di Fichte è anche lo stesso essere fuori di Me, perché ognuno è Me e se soltanro questo Me ha dei diritti, allora è esso "il Me" e Io non lo sono. Tuttavia Io non sono un Me accanto ad altri Me, ma il solo Me: io sono Unico. È per questo i miei bisogni, i miei atti, in breve tutto in Me è anche Unico. È per questo i miei bisogni, i miei atti, in breve tutto in Me è anche Unico. E non è che per questo Me unico che Io mi approprio tutto, soltanto in quanto questo Me che Io ho delle attività e Mi sviluppo. Non è in quanto uomo che Io Mi sviluppo, non è tanto l'uomo che Io sviuppo in Me, ma è in quanto Me che Io sviluppo Me-stesso. Questo è il senso dell'Unico" [UP].

Non sono "un" Me sottinteso, un Me qualunque tra tutti gli altri. Non sono nemmeno "il" Me, il che sarebbe ancora un modo di spogliarlo del suo essere reale essenzializzandolo e rapportandolo ad un'esigenza di conformità. Semplicemente, Io sono Me, tutto Me, Me del tutto semplicemente: e non vi è nulla oltre questa affermazione che permette di determinarne più ampiamente il contenuto, che basta a se stesso, in relazione alla rappresentazione di un'identità pura e prima.

Questa evocazione dell'Io e della sua incommensurabile potenza imposta in modo esclamativo può apparire sommario e demagogico, dalla breve vista ad ogni modo, ed anche al limite assurdo. Bisogna tuttavia notare la sottigliezza con la quale, sfruttando gli artifici della scrittura che egli ha posto in essere, Stirner arriva a liberarsi da alcune delle contraddizioni alle quali sembrava esporlo il carattere unanimamente affermativo de suo approccio, nel quale si sarebbe in grande difficoltà nel trovare le tracce di una dialettica o di una dinamica intellettuale che faccia posto ad una negatività e a delle mediazioni. È così ad esempio che, nel passaggio della seconda parte del libro intitolata "I miei rapporti", che è il più sviluppato, egli scrive: 

"Non indietreggio davanti alla tua, davanti alla vostra proprietà, ma la considero sempre come la Mia proprietà, in cui non vi è nulla che Io debba "rispettare". Fate dunque lo stesso con ciò che Voi chiamate la mia proprietà, ed è adottando questo punto di vista che Ci intenderemo più facilmente tra noi" (von deinem und eurem Eigentum trete Ich nicht scheu zurück, sondern sehe es stets als mein Eigentum an… Tut doch desgleichen … Bei dieser Ansicht werden Wir Uns am leichtesten mit einander verständigen)”. (UP, p. 290).

È qui affrontato, in modo incidente, un problema la cui posta è in realtà capitale, e di cui le implicazioni sono pressappoco le seguenti: partendo dal postulato che non può esservi proprietà che la Mia (designata con la maiuscola), che ne è allora di quella che altri rivendicano da parte loro? Di preciso, essa non è allora che la "tua" proprietà (in minuscolo), alla quale Io (con la maiuscola) non ho alcuna valida ragione di accordare una considerazione, dunque di riconoscerla e di rispettarla: un tale atteggiamento è caratteristico del punto di vista che Stirner chiama nel suo libro "l'egoista", che non può pensare che a sé stesso, per cui nient'altro propriamente parlando esiste, perché Lui solo, e cioè in realtà Io, sempre Io, esiste, ad esclusione di ogni altro.

Ciò significa che Stirner, per il fatto che adotta senza riserva questo punto di vista dell'egoista e rifiuta ogni possibilità di distaccarsene o di rimetterlo in questione, si chiude in un atteggiamento definitivamente solipsista, che, poiché non accorda alcuna esistenza all'altro o ad altro, e non riconosce esistenza che all'Unico, nega la sua reale presenza, benché esso abbia a che fare con essa praticamente ad ogni momento, il che, ammettiamolo non sarebbe affatto ragionevole? Assolutamente. Perché sa bene, e del sapere più intimo, che Tu (con la maiuscola), quel Tu al quale egli non cessa d'altronde di chiamare nel suo libro, è là, esistente: Tu sei là come Io sono là; tu sei, Tu sei là, come Io, non nel senso della nostra partecipazione comune a un genere, che sarebbe il genere umano, ma in quanto che Tu e Io siamo degli Unici, e con ciò stesso identici nella nostra differenza, differenza concreta che non è essa stessa riducibile a un rapporto astrattamente misurabile; ed è per questo che non si deve anche dire che Noi siamo ognuno degli Io o l'Io: perché in realtà Noi siamo "Io" tanto l'uno quanto l'altro.

È per questo, che avendo proclamato altamente che non vi è proprietà che la Mia, Stirner, usando le maiuscole di cui si serve per dire Io, Me, Mio, si rivolge a questo Tu, o a questo Voi, che, nella sua irreducibile differenza, non è non di meno Me, il che significa alla lettera che è Me, dunque che è altro da Me, dicendogli: Fai la stessa cosa! E cioè, dichiara, afferma, anche Te, che non vi è proprietà se non la Tua, tutto questo scritto con delle maiuscole, il che ha come conseguenza che la mia proprietà, allora, non è più, con una maiuscola, che la "mia" proprietà, che lo riconosco pienamente, Tu non hai nessuna ragione valida di rispettare, esattamente allo stesso modo di Me (con una maiuscola) Io non ho più nessuna ragione di rispettare la "tua" con una minuscola), la tua proprietà che non può esistere per Me in quanto proprietà autentica, perché non vi è per definizione altra proprietà che la Mia, il che significa letteralmente che la "tua" proprietà (con una minuscola) è in realtà la "Mia" proprietà (con una minuscola).

Con questo gioco sulla grafia in minuscole e in maiuscole, è allo stesso tempo aperta una prospettiva su ciò che è, su ciò che non può essere il mondo dell'egoista, mondo definitivamente politeista in cui tanti dei personali e sindolari pullulano che non vi è più propriamente parlando dio, nel senso di un principio unificatore dominante: è un mondo definitivamente profano, dove non sussiste nessun posto per il sacro, e cioè, nel senso in cui Stirner interpreta il sacro, per della gerarchia, e dove, senza aver anche rivaleggiato sotto lo sguardo di un pubblico neutro, non esistono, o piuttosto non coesistono che dei punti di vista distinti, per separare sempre, tra i quali nessuna comunicazione è possibile; quest'ultimi, senza poter pretendere ad un'eguaglianza di diritto, sono identicamente dei punti di vista che si confrontano incessantemente in modo concreto, sulla base del rapporto di forze, solo in misura, in assenza di un giudice esterno, di decidere ciò che spetta a Te e ciò che spetta a Me, attraverso il gioco indeciso e precario del Mio (con una maiuscola) e di ciò che è soltanto mio (con una minuscola), un gioco che Te anche Tu non manchi di negoziare a modo Tuo (con maiuscola), a mio detrimento (con minuscola), quando Noi confrontiamo lucidamente le Nostre forze, non RimettendoCi che a Noi di farlo, con le maiuscole che servono a qualificare degli individui liberi, e cioè degli individui che hanno la forza di dire e di dirsi Io nell'assoluto, senza richiamarsi ad alcuna istanza indipendente o a un principio supremo, qualunque sia il nome che si dia ad esso, che sarebbe suscettibile di assegnare il voto determinante. C'è dunaue un rapporto da Io a Tu, e quest'ultimo non è affatto immaginario: esso si presenta come un faccia a faccia, o piuttosto un fianco a fianco che non ha nulla di amichevole o di consensuale, non suppone nessuna connivenza di principio, non poggia sul riconoscimento di un qualunque "bene comune", il che esclude che egli possa rivestire l'andamento della rinuncia o del rispetto; perché bisognerebbe essere completamente affrancato, "avere folli" scrive Stirner, e aver dimenticato ciò che ci si deve in primo luogo a se stesso, per credersi impegnati, e cioè legati, in un qualche modo nei confronti di altri: essere e riconoscersi come legati, è infatti ciò che definisce lo spirito stesso della religione, come lo indica il termine che serve a nominarla, religare.

Ne risulta che l'Unico, pur occultandosi, ovunque approdi, a un tentativo di assimilazione o di annessione, che gli toglierà la sua "proprietà", e cioè il suo rapporto esclusivo con sé, non si condanna tuttavia a restare chiuso nel suo proprio mondo, per quanto poco si elevi alla coscienza che la sola realtà è quella della lotta, all'interno di un mondo lacerato dagli interminabili conflitti del Tuo e del Mio, ai quali non si deve sperare di trovare uscita definitiva. Il che significa che, quando Stirner dichiara che "è addottando questo punto di vista Noi Ci intenderemo più facilmente tra di Noi", lo fa con una specie di ironia amara; perché sa bene che l'intesa così ottenuta non ha altro contenuto che il disaccordo, o piuttosto che la sola cosa sulla quale si possa giungere ad intendersi, e ciò il più facilmente, è sull'impossibilità di intendersi, il che supporrebbe la conciliazione dei punti di vista, o il riconoscimento che c'è tra Noi qualcosa di comune. A questo punto, non è nemmeno più il caso di parlare di opposizione, perché quest'ultima sarebbe ancora un modo di figurare un legame tra gli individui:

"L'ultima opposizione, e la più categorica, quella da individuo a individuo, va in fondo oltre ciò che si chiama "opposizione", senza tuttavia ricadere nella "unità" o la concordia. In quanto Unico, Tu non hai nulla in comune con l'Altro e, di conseguenza, nessuna separazione e nemmeno nessua ostilità. Non cerchi più ad avere ragione contro lui davanti a un terzo, e non Vi trovate insieme su nessuno terreno comune, né quello "del diritto" né nessun altro. L'opposizione sparisce nella... separazione, assoluta o l'unicità. Si potrebbe sen'altro considerarla come il nuovo elemento comune o una nuova eguaglianza, ma quest'ultima risiede precisamente qui nell'ineguaglianza, non essendo essa stessa null'altro che ineguaglianza, una eguale ineguaglianza, a dir il vero, soltanto per colui che stabilisce una "comparazione" (UP, p. 254-255).

 

Per l'Unico, il dilemma dell'eguale e dell'ineguale non che che un falso problema, che non ha senso che se ci si pone nella prospettiva dell'altro, e cioè concretamente di un terzo che giudica e che compare, il che esclude definitivamente l'affermazione dell'Unico preso nella sua radicalità.

A partire da qui, si comincia a capire perché uno dei bersagli preferiti da Stirner sia l'amore, i suoi slanci fusionali che rappresentano lo spirito religioso per eccellenza, e la filosofia belante che si pretende edificare su tale base, ciò di cui l'umanesimo feuerbachiano costituisce ai suoi occhi l'esempio per eccellenza. La sua prospettiva è definitivamente quella del separato che non è nemmeno un avversario, e che non si raccomanda di alcun diritto, perché rimette in causa il principio stesso del diritto, di ogni diritto:

 

"Che l'uomo individuale pretenda, perché l'uomo o il concetto di uomo, e cioè il suo stato d'uomo, gliene 'dia il diritto', a tanti diritti quanto vuole, e sia, ma- che M'importa, a Me, il suo diritto e le sue pretese? Se quest'ultimo non riguarda che degli uomini e non di Me, esso non ha, per Me, nessun diritto: la sua vita, ad esempio, non M'importa  che in quanto essa ha del valore per Me. Non rispetto tanto un sedicente diritto di proprietà, e cioè il suo diritto sui beni materiali, quanto il suo diritto sul 'santuario del suo essere intimo', non più del suo diritto a che i beni spirituali e le divinità, i suoi dei, rimangano intoccabili. I suoi beni, materiali e spirituali, sono Miei e Io ne dispongo come proprietario nella misura del mio potere" (UP, p. 289).


"Ne dispongo nella misura del mio potere", e cioè nella misura della mia forza alla quale si rifrisce in ultima istanzala mia volontà, come aveva già detto Callicle, il che vuol dire che, nell'affermare del tutto il carattere assoluto, non negoziabile dell'Io, la cui vocazione fondamentalmente tirannica si situa fuori da ogni diritto, Stirner riconosce lucidamente la sua natura relativa, che è dovuta, non alla sua relazione a dei valori supremi, ma all'universale relatività dei rapporti di forze. Infatti, se è Mio ciò che Io dichiaro tale perché Io lo voglio, ciò non significa che Io potrei volere oltre a ciò che Io posso, il che sarebbe ancora paradossalmente un modo di rivendicare un diritto. "Io voglio" significa "Io posso", né più né meno.

 

 

[Segue]

 

 

© Pierre Macherey

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Stirner et Marx

 

LINK pertinenti alla tematica:

Bernd Laska, Max Stirner. Ancora e sempre un dissidente

Bernd Laska, Il "Proprietario" di Max Stirner

Bernd Laska, La crisi iniziale di Nietzsche

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà

Condividi post

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo critico
scrivi un commento

commenti

Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
  • Contatti

Link