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12 dicembre 2011 1 12 /12 /dicembre /2011 06:00

AUTOGESTIONE E GERARCHIA

 

Il-potere-cieco--Schlichter.jpg

Schlichter, Il potere cieco 


 

di Cornelius Castoriadis

 

 

Autogestione e gerarchia dei salari e dei redditi

 

Non ci sono dei criteri oggettivi che permettano di fondare una gerachia delle remunerazioni. Così come non è compatibile con una gerarchia del comando, una società autogestita non è compatibile con una gerarchia dei salari e dei redditi. Innanzitutto, la gerarchia dei salari e dei redditi corrisponde attualmente alla gerarchia del comando- totalmente, nei paesi dell'Est (ricordiamo che l'articolo fu scritto nel 1974, a meno di 20 anni dall'implosione dei sistemi del capitalismo di stato), per una buona parte, nei paesi occidentali. Dobbiamo ancora vedere come questa gerarchia è reclutata. Un figlio di un ricco sarà un uomo ricco, un figlio di un quadro ha tutte le possibilità di diventare un quadro. Così, per una gran parte, gli strati che occupano gli strati superiori della piramide gerarchica si perpetuano ereditariamente. E ciò non è un caso.

Un sistema sociale tende sempre ad autoriprodursi. Se degli strati sociali hanno dei privilegi, i loro membri faranno tutto quanto possono per averli ed i loro privilegi significano precisamente che essi possono enormemente fare a questo proposito- per trasmetterli ai loro discendenti. Nella misura in cui, in un tale sistema, questi strati hanno bisogno di "uomini nuovi"- perché gli apparati di direzione si estendono e proliferano- essi selezionano, tra i discendenti degli strati "inferiori", o più "adatti" per cooptarli in seno ad essi. In questa misura, può accadere che il "lavoro" e le "capacità" ed i "meriti" significano qui essenzialmente la capacità di adattarsi al sistema vigente e di meglio servirli. Tali capacità non hanno senso per una società autogestita e del suo punto di vista.

chirurgo.jpgCertamente, delle persone possono pensare che, anche in una società autogestita, gli individui più coraggiosi, più tenaci, più lavoratori, più "competenti", dovrebbero aver diritto ad una "ricompensa" particolare, e che quest'ultima dovrebbe essere pecuniaria. E ciò nutre l'illusione che potrebbe esserci una gerarchia dei redditi che sia giustificata.

 

ingegnere.jpgQuesta illusione non resiste all'esame. Tanto più che nel sistema attuale, non si vede su cosa si potrebbe fondare logicamente e giustificare in modo calcolabile delle differenze di remunerazione. Perché tale competenza dovrebbe valere al suo possessore quattro volte di più di reddito rispetto ad un altro, e non due o dodici? Che senso ha dire che la competenza di un buon chirurgo vale esattamente tanto- o più, o meno- di quella di un buon ingegnere? E perché non vale esattamente tanto quanto quella di un buon conduttore di treno e di un buon istruttore?

Una volta usciti da alcuni campi molto ristretti, e privati di significato generale, non ci sono criteri oggettivi per misurare e comparare tra di loro le competenze, le conoscenze ed il sapere di individui diversi. E, se è la società che sostiene le spese di acquisizione del sapere di un individuo- come avviene praticamente già ora- non si vede perché l'individuo che ha già beneficato una volta del privilegio che questa acquisizione costituisce in sé stessa, dovrebbe beneficarne una seconda volta sotto forma di un reddito superiore. La stessa cosa vale del resto per il "merito" e "l'intelligenza". Vi sono certo degli individui che nascono più dotati di altri relativamente ad alcune attività, o lo diventano. Queste differenze sono in generale ridotte, ed il loro sviluppo dipende soprattutto dall'ambiente familiare, sociale ed eduvativo. Ma in ogni caso, nella misura in cui qualcuno ha un "dono", l'esercizio di questo "dono" è in se stesso una fonte di piacere se non è ostacolato. E, per i rari individui che sono eccezionalmente dotati, quel che importa non è una "ricompensa" finanziaria, ma creare quanto essi sono irresistibilmente spinti a creare. Se Einstein fosse stato interessato dal denaro, non sarebbe diventato Einstein- ed è probabile che sarebbe stato un padrone o un finaziere molto mediocre.

sfruttatori-e-non.jpeg

Si mette a volte in risalto quest'argomento incredibile, che senza una gerarchia dei salari la società non potrebbe trovare delle persone che accettano di compiere le funzioni più "difficili"- e si presentano come tali le funzioni di quadro, di dirigente, ecc. Si conosce la frase così spesso ripetuta dai "responsabili": "se tutti guadagnano allo stesso modo, allora preferisco prendere la scopa". ma in paesi come la Svezia dove le differenze di salario sono diventati minori che in Francia, le imprese non funzionano in modo peggiore che in Francia, e non si sono visti i quadri precipitarsi sulle scope.

Ciò che sempre di più si constata nei paesi industrializzati, è piuttosto il contrario: le persone che lasciano le imprese, sono quelle che occupano gli impieghi veramente più difficili, cioè più faticosi e meno interessanti. E l'aumento dei salari del personale corrispondente non riesce a fermare l'emorragia. Per questo motivo, questi lavori sono sempre più lasciati alla manodopera immigrata. Questo fenomeno si spiega se si riconosce questa cosa evidente, che a meno di esservi costretti dalla miseria, le persone rifiutano sempre più di essere impiegati in lavori idioti. Non si è mai constatato il fenomeno inverso, e si può prevedere che continuerà ad essere così. Si giunge dunque a questa conclusione, dalla logica stessa di questo argomento, che sono i lavori più interessanti che dovrebbero essere i meno remunerati, perché, in ogni condizione, sono questi i lavori più attraenti per le persone, e cioè che la motivazione per sceglierli e compierli si trova già, per la maggioranza di essi, nella natura stessa del lavoro.

 

Autogestione, motivazione al lavoro e produzione per i bisogni

 

Ma a cosa approdano infine tutti gli argomenti miranti a giustificare la gerarchia in una società autogestita, qual è l'idea nascosta sulla quale nascosta sulla quale si fondano? È che le persone non scelgono un lavoro e non lo fanno che per guadagnare più degli altri. Ma ciò, presentato come una verità eterna concernente la natura umana, non è in realtà che la mentalità capitalista che ha penetrato più o meno la società (e che, come lo mostra la persistenza della gerarchia dei salari nei paesi dell'Est, rimane dominante anche lì). Ora questa mentalità è una delle condizioni affinché il sistema attuale esiste e si perpetua- e inversamente, non può esistere finché questo sistema continua. Le persone annettono un'importanza alle differenze di reddito, perché tali differenze esistono, e perché, nel sistema sociale attuale, sono posti come importanti.


dirigenti_misterhulahop.jpg

Se si può guadagnare un milione al mese invece di centomila franchi, e se il sistema sociale sostiene con tutti questi aspetti l'idea che chi guadagna un milione vale di più, è migliore di quello che ne guadagna centomila- allora effettivamente, molte persone (non tutti comunque, anche oggi) saranno motivati a far di tutto per guadagnare un milione invece di centomila. Ma se una tale differenza non esiste nel sistema sociale; se è considerato assurdo voler guadagnare più di quanto gli altri , di voler ad ogni costo far precedere il proprio nome con una particella, allora altri motivi, che hanno, essi, un vero valore sociale, potranno apparire o piuttosto svanire: l'interesse del lavoro stesso, il piacere di fare bene ciò che si è scelti da sé di fare bene, l'invenzione, la creatività, la stima e la riconoscenza degli altri. Inversamente, finquando la miserabile motivazione economica sarà presente, tutte quelle altre motivazioni saranno atrofizzate sin dall'infanzia degli individui. Perché un sistema gerarchico è basato sulla concorrenza degli individui, e la lotta di tutti contro tutti.


alti_dirigenti.jpg

Esso erige costantemente gli uomini gli uni contro gli altri, e li incita ad utilizzare tutti i mezzi per prevalere. Presentare la concorrenza crudele e sordida che si svolge nella gerarchia del potere, del comando, dei redditi, come una "competizione" sportiva in cui i "migliori" vincono in un gioco onesto, vuol dire prendere le persone per degli imbecilli e credere che essi non vedano come le cose si svolgano realmente in un sistema gerarchico, che si tratti della fabbrica o negli uffici, all'Università, ed anche sempre più nella ricerca scientifica da quando quest'ultima è diventata un'immensa impresa burocratica. L'esistenza della gerarchia è basata sulla lotta senza tregua di tutti contro tutti- e che esacerba questa lotta. È perché appunto la giungla diventa sempre più spietata a mano a mano che si salgono i gradini della gerarchia- e che non si incontra la cooperazione che alla base, là dove le possibilità di "promozione" sono ridotte o inesistenti. E l'introduzione artificaile di differenziazione a questo livello, attraverso la direzione delle imprese, mira precisamente a soezzare questa cooperazione. Ora, dal momento in cui vi sarebbero dei privilegi di una qualsiasi natura, ma soprattutto di natura economica, rinascerebbe immediatamente la concorrenza tra gli individui, allo stesso tempo che la tendenza ad aggrapparsi ai privilegi che si posseggono già, e, a questo scopo, a tentare anche di acquisire più potere e a sottrarlo al controllo degli altri. Sin da quel momento, non può più essere questione di autogestione.

Infine, una gerarchia dei salari e dei redditi è altrettanto incompatibile con una organizzazione razionale dell'economia di una società autogestita. Perché una tale gerarchia falsa immediatamente e pesantemente l'espressione della domanda sociale. Un'organizzazione razionale dell'economia di una società autogestita implica, infatti, per tanto tempo che gli oggetti ed i servizi prodotti dalla società hanno ancora un "prezzo" -sin quando non li si può distribuire gratuitamente- e che dunque c'è un "mercato" per i beni di consumo individuali, che la produzione è orientata secondo le indicazioni di questo mercato, e cioè finalmente attraverso la domanda solvibile dei consumatori. Perché non c'è, per cominciare, altro sistema difendibile.

alti_dirigenti2.jpg

Contrariamente ad uno slogan recente, che non si può approvare che metaforicamente, non si può dare a tutti "tutto e subito". Sarebbe d'altra parte assurdo limitare il consumo attraverso il razionamento autoritario che equivarrebbe ad una tirannia intollerabile e stupida sulle preferenze di ognuno: perché distribuire ad ognuno un disco e quattro biglietti per il cinema- senza parlare dei sordi e dei ciechi? Ma un "mercato" dei beni di consumo individuale non è veramente difendibile se non è veramente democratico- e cioè, se le schede di voto di ognuno hanno lo stesso peso. Queste schede di voto, sono i redditi di ognuno. Se questi redditi sono ineguali, questo voto è immediatamente truccato: vi sono delle persone la cui voce conta molto più di quella degli altri. Così oggi, il "voto" del ricco per una villa sulla Costa Azzurra o un aereo personale pesa molto più di uno con problemi abitativi per un alloggio decente, o di un manovale per un viaggio in treno di seconda classe. E bisogna rendersi conto che l'impatto della distribuzione ineguale dei redditi sulla struttura della produzione dei beni di consumo è immenso.


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Un esempio aritmetico, che non pretende di essere rigoroso, ma è vicino alla realtà in ordine di grandezza, permette di illustrarlo. Se si suppone che si potrebbe raggruppare l'80% della popolazione francese dai redditi più bassi intorno a una media di 20.000 per anno dopo le imposte (i redditi più bassi in Francia, che riguardano una categoria molto numerosa, gli anziani senza pensione o con una piccola pensione, sono di gran lunga inferiori ai S.M.I.C.*) e i 20% rimanenti intorno ad una media di 80.000 per anno dopo le imposte, si vede con un calcolo semplice che queste due categorie si dividono per metà il reddito disponibile per il consumo. In queste condizioni, un quinto della popolazione disporrebbe del potere di consumo degli altri quattro quinti. Ciò significa che all'incirca il 35% della produzione dei beni di consumo del paese sono esclusivamente orientati secondo la domanda del gruppo più favorito e destinati al suo soddisfacimento, dopo la soddisfazione dei bisogni "elementari" di questo stesso gruppo; o ancora, che il 30% di tutte le persone impiegate lavorano per soddisfare i "bisogni" non essenziali delle categorie più favorite (supponendo che il rapporto consumo/investimento è di 4 a 1- il che è grosso modo l'ordine di grandezza osservato nella realtà).

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Si vede dunque che l'orientamento della produzione che il "mercato" imporrebbe in queste condizioni non rifletterebbe i bisogni della società, ma un'immagine deformata, nella quale il consumo non essenziale degli strati favoriti avrebbe un peso sproporzionato. È difficile credere che, in una società autogestita, in cui questi fatti fossero noti con tutta esattezza e precisione, le persone tollererebbero una tale situazione; o che essi potrebbero, in queste condizioni, considerare la produzione come affare loro, e sentirsi considerati- senza ciò non si potrebbe nemmeno per un istante parlare di autogestione.

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La soppressione della gerarchia dei salari è dunque il solo mezzo per orientare la produzione secondo i bisogni della collettività, di eliminare la lotta di tutti contro tutti e la mentalità economica, e di permettere la partecipazione interessata, nel vero senso del termine, di tutti gli uomini e di tutte le donne alla gestione degli affari della collettività.

 

 

Cornelius Castoriadis

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

*S.M.I.C., e cioè Salaire Minimum Interprofessionel de Croissance (Salario minimo interprofessionale di crescita), era il salario minimo orario vigente in Francia e introdotto nel 1950 al di sotto del quale non poteva scendere nessun salario.

 

 

 

LINK al post originale:

Autogestion et hiérarchie

 

LINK alla prima parte di questo saggio:

Autogestione e gerarchia, 01 di 02

 

LINK ad altri scritti di Castoriadis nel presente blog:
Sul regime e contro la difesa dell'URSS

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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