[...] Mio marito ed io siamo andati in Spagna a cercare ciò che avevamo creduto di
trovare a Berlino nell'ottobre del 1932: la volontà di lotta della classe operaia contro le forze della reazione che si stavano trasformando in fascismo [...] Eravamo scesi in piazza coi
comunisti durante quelle manifestazioni che tagliavano il
respiro alla borghesia, tanto erano folte e ordinate, gravi e minacciose come un esercito alla vigilia del combattimento. I nostri canti rivoluzionari salivano al cielo livido di quel 15
gennaio 1933 il cui freddo micidiale abbatteva vecchi, donne e figli di scioperanti, gli stessi che sfilavano in corteo con lo stomaco scavato dalla fame e le vesti consunte da lunghi anni
di miseria.
Ma in quelle cupe giornate che precedevano l'avvento di Hitler al potere, né il partito socialdemocratico, né quello comunista vollero scatenare la lotta per
afferrarlo. E le loro truppe, educate da una lunga tradizione di disciplina politica, non prendevano in considerazione la possibilità di combattere in ranghi dispersi, senza o contro i loro
capi, che avevano confuso e falsato ogni cosa. E la "notte dei lunghi coltelli" cadde sulla classe operaia più lucida, più addestrata e meglio armata alla lotta degli anni '30
[8].
Forse è una fortuna che in questo 18 luglio 1936 non ci siano in Spagna partiti politici così potenti. I comunisti sono una piccola minoranza e nelle file dei
socialisti, più consistenti, si va delineando un'ala sinistra costituita soprattutto da giovani, più combattivi dei loro padri rifornisti. La forza decisiva appartiene alla Confederazione
Nazionale del Lavoro, la potente C.N.T., i cui principi libertari sono gelosamente conservati dalla F.A.I., la Federazione Anarchica Iberica, una specie di piccola chiesa aperta solo ai
puri fra i puri, suprema istanza di santa madre anarchia, eminenza rossa e nera. I suoi diktat apolitici non impediscono tuttavia agli operai della C.N.T di contribuire in larga misura alla
vittoria del Fronte Popolare in occasione del 16 febbraio 1936 [9].
[...] "Non credi che prima sarebbe meglio passare da casa per vedere se Latorre ha trovato qualcosa? È molto probabile che i sindacati della
U.G.T. siano già armati".
No, Latorre non ha ancora trovato niente, ma ha un'idea. Perché non andiamo a vedere dai compagni del P.O.U.M.? Non ne facciamo parte, ma è l'organizzazione
che si avvicina di più al nostro piccolo gruppo di opposizione comunista.
Niente armi nelle sedi del P.O.U.M., ma molte speranze per l'indomani e forse per stasera stessa. Per terra e sulle panche della piccola sala si ammassano un
centinaio di uomini e quialche donna; alcune hanno un aspetto un po' strano. Vengo a sapere che sono ragazze di una casa chiusa lì vicino, che vengono ad arruolarsi nella milizia [...]
[10].
Aggregati a un nucleo di combattenti, riprendiamo il nostro cammino più sicuri, Delle macchine con le scritte C.N.T.-F.A.I., U.G.T., U.H.T. e con le canne dei
fucili appoggiate alle portiere, passano strombazzando [...].
Passa un Camion pieno zeppo di giovani e di ragazze tutti vestiti con la stessa tuta da lavoro: la milizia ha trovato la sua prima uniforme.
La folla applaude e canta davanti a una chiesa in fiamme [...].
20 luglio. La caserma della Montaña è caduta dopo scontri sanguinosi e ora tutti possono entrare nel grande cortile vuoto dove alcune donne si contendono le
ultime marmitte [11].
I compagni del P.O.U.M. che avevano partecipato all'assalto, erano tornati con un ben
magro bottino: dei caschi, dieci fucili, un paio di centinaia di cartucce e una mitragliatrice senza affusto [...].
21 luglio 1936. Due autocarri, tre auto da turismo, cento uomini, trenta fucili e una mitragliatrice senza affusto issata con fierezza su uno dei camion,
costituiscono la colonna motorizzata del P.O.U.M. comandata da Hyppolyte Etchebéhère, cittadino francese nato in Argentina da famiglia piccolo borghese, approdato alla lotta di classe prima
per ragioni sentimentali, per aver visto con i propri occhi la guardia mobile di Buenos Aires annegare nel sangue uno sciopero dei metallurgici nel 1919, poi, in seguito, per convinzione
profonda.
La nostra colonna si avvia alla ricerca di truppe del generale Mola, che pare stiano marciando su Madrid. Incontriamo sul cammino dei contadini che ci chiedono
di andargli a prendere della farina a un mulino nelle vicinanze. Un camion parte a cerca farina [12].
Madrid entra nella rivoluzione a passo di carica. Il denaro non ha quasi corso quando si tratta di rifornire la milizia. Le organizzazioni operaie, partiti o
sindacati, firmano dei buoni d'acquisto che noi diamo ai commercianti in cambio delle loro merci, sottolineando le trattative di un baldanzoso U.H.P. Si requisiscono le automobili, le
autorimesse, le belle case abbandonate dai ricchi in fuga o rifugiatisi nelle ambasciate. Il governo, impotente com'è a controllare il dramma che si svolge sulla scena, è scivolato dietro
le quinte.
All'alba del 22 luglio la nostra colonna, a piedi, raggiunge [13] una stazione di Madrid per unirsi a una formazione di circa quattrocento
uomini agli ordini del capitano Martínez Vicente, un ufficiale di carriera dalle provate convinzioni repubblicane [...].
Questa colonna raccoglie tutte le tendenze politiche e sindacali. L'età dei
partecipanti va dai sedici ai settant'anni. Il nostro treno ci mette delle ore a muoversi.
Il vetusto fasciame dei vagoni è sommerso dalle iscrizioni: "A morte il fascismo", "Viva il P.O.U.M.", "A Saragozza"... perché sembra che
andiamo a Saragozza a soccorrere la città prigioniera dei rivoltosi [...].
Alla fine vien dato l'ordine di montare sui vagoni e quando si sente fischiare la locomotiva si alza una selva di grida gioiose, miste a canti rivoluzionari
[14].
Approfittiamo di una lunga sosta del treno per andare a rifornirci. Con due giovani militanti del P.O.U.M., Carmen, di diciotto anni, e Emma, di appena sedici,
e un miliziano armato, facciamo il giro del villaggio e ritorniamo carichi di vettovaglie [...].
A Guadalajara ci danno ordine di scendere [...]. Guadalajara è una città triste. Le milizie della C.N.T. ci hanno preceduto e ora gli uomini col berretto nero
e rosso stanno agli angoli delle strade col fucile in mano. Sono loro che, due giorni fa, hanno preso d'assalto la caserma doi Globos [...].
I miliziani della C.N.T. hanno anche aperto le porte della [15] prigione, e, intorno alla caserma dove ci siamo appena installati, gironzolano
uomini dall'aspetto strano. Quattro o cinque hanno già chiesto di essere ammessi, nella nostra colonna, dopo una rapida discussione li accettiamo [...].
L'inattività comincia a demoralizzare i nostri miliziani, tanto più che i giornali
son pieni delle prodezze compiute dalle colonne che tengono la Sierra. Su questo grigiore, [...] cade una notizia la cui portata non sfugge ai militanti: il governo fissa la paga dei
miliziani a dieci pesetas al giorno. Questo tentativo di riprendere in mano le formazioni che fanno capo solo ai partiti e ai sindacati non seduce gli apolitici, il cui numero cresce ogni
giorno [...] [16].
Hippo diventa sempre più luminoso, sì, luminoso, come se una torcia gli bruciasse
dentro [...].
La notte, quando siamo distesi fianco a fianco sui nostri pagliericci, gli tengo la
mano sussurandogli antiche parole d'amore come una ninna nanna, finché ci addormentiamo. Spesso, senza che io gli chieda niente, mi fa la relazione delle sue giornate spossanti: è riuscito
a costituire un tribunale rivoluzionario per impedire i paseos, le esecuzioni sommarie; ne fanno parte i rappresentanti delle diverse tendenze. Vengono organizzate spedizioni per
procurarsi le armi. Sogna un'unificazione delle milizie in vista delle prossime operazioni militari. Ormai lo ascoltano, gli obbediscono, l'amano, deve poter contare sui propri uomini come
su se stesso per farne un reparto eccezionale, il meglio organizzato, il più coraggioso e, nello stesso tempo, il più disciplinato...
I nostri camion e le nostre auto da turismo ci hanno raggiunto a Guadalajara,
Stanotte partiamo per la guerra [17].
La colonna avanza a passo d'uomo, invisibile, a fari spenti, in uno strano silenzio,
Stavolta andiamo in guerra. quella vera, coi cannoni puntati e senza canzoni e grida di battaglia. Un chiarore indeciso all'orizzonte ondulato ci rivela la piazzaforte di Atienza, un borgo
medievale sparpagliato attorno al castello che si erge, altissimo, su uno sperone quasi conico. [...] La nostra artiglieria gli strappa qualche scheggia di pietra, qua e là. [...] Un aereo
si alza nel cielo seminando il panico nelle nostre file. L'operazione è terminata.
Mi sveglio a tarda notte su un letto di ospedale con accanto un'infermiera che tenta di farmi bere. Ho ricordi confusi. Pare che abbia un ascesso in gola e
quaranta di febbre. "Bisogna che mangi", dice l'infermiera, una ex suora che ha deposto l'abito per amore di un miliziano comunista.
Hippo è venuto a trovarmi. Abbiamo cambiato città e la colonna adesso è a Sigüenza. Hippo e i suoi miliziani hanno finalmente combattuto sul serio. Erano stati
incaricati di portare munizioni alla città assediata dai franchisti, ma, invece di lasciarle nel luogo stabilito e di far marcia indietro, sono entrati col camion fin dentro la città, han
preso gli assalitori di lato e han fatto più di sessanta morti, recuperando sul campo fucili e mitragliatrici. Dopo una simile impresa, il prestigio della colonna P.O.U.M. e il grande
ascendente del suo capo sono assicurati [...].
Sulla strada che va a Sigüenza, il grano si piega sotto il peso delle spighe troppo mature: il tempo della mietitura [18] è passato senza che la gente se ne accorgesse, come se il
raccolto non fosse più affar loro [...] I ricchi han lasciato i poderi e han raggiunto i villaggi oltre le nostre linee. Le donne non sono partite tutte; rimaste a badare alla casa e alle
bestie, si rintanano nelle stanze più nascoste, vestono di nero e, silenziose e cortesi, vendono volentieri pollo e prosciutto ai miliziani ricchi delle loro dieci peseta al giorno. Tanto
ricchi da disprezzare la broda che passa la caserma [...].
Buona parte delle abitazioni della città è stata evacuata. L'ordine è di
perquisirle, ma di prendere solo armi, munizioni , materassi, coperte e cibo. Il saccheggio sarà punito con la morte [...].
Dormiamo per terra, su dei materassi vicini, tenendoci a lungo la mano, ma divisi come non mai: Hippo chiuso nel suo universo di guerra, teso come un arco; io a disagio in mezzo a questo
strano mondo di combattenti, così diversi dai rivoluzionari dei miei principi, perseguitata dall'idea fissa della morte di Hippo...
"Non farti ammazzare, caro, tu sei prezioso, indispensabile, sei il più importante, il più lucido, quello che ne sa di [19] più sulla rivoluzione [...].
Mika Etchebéhère a Siguenza con miliziani del POUM
La luce senza riflessi della notte morente schizza un paesaggio di Patinir. Di lontano, dalla parte
del villaggio, si delineano masse appena un po' più scure. Da qualche tempo stiamo marciando a piedi, come tante ombre che si trascinano ai margini del quadro. Nulla turba il
silenzio. In piccoli gruppi gli uomini si disperdono fra i cespugli. Io e il medico andiamo alla ricerca di un posto adatto alle attrezzature di soccorso [...].
È arrivato il sole, e con lui i primi colpi sparsi di fucile, presto coperti da raffiche di mitraglia [...]. Il tiro si fa più nutrito da entrambe le parti, ma ancora nessun ferito. Dei
miliziani dall'espressione impaurita vengono a chiederci dell'acqua. L'atmosfera si appesantisce. La nostra artiglieria tace. Un gruppo avanza verso di noi. Il vecchio Quintino trascina il
fucile con passo greve e si strofina le guance inondate di lacrime.
"Che sventura, mio Dio, che sventura orribile, l'hanno ammazzato, hanno ammazzato il capo" [22].
"Non è vero," gridano i miliziani; "taci, è solo ferito, lo andiamo a prendere".
Quintino si rannicchia contro la mia spalla come un bambino molto vecchio , molto stanco , disarmato.
"È morto, è morto, siamo senza capo..."
Ripeto con lui, meccanicamente: "È morto, morto, morto", e dentro, nella testa, nelle viscere,
tutto di me grida: ""È morto, morto, morto; devo morire anch'io, dovrei
essere già morta, non sopravvivergli neanche un istante".
Non piango, ma tremo così forte da non riuscire ad afferrare il grosso revolver, il
suo, che qualcuno mi sta porgendo, insieme alla sua tessera di miliziano, alla penna stilografica e al tubetto di aspirina che portava addosso. L'Abissina si avvicina, col suo passo di
danza, con gli occhi asciutti come me; mi si inginocchia davanti dicendo con voce sorda: "Poveretta. Tieni, tieni questo fazzoletto bagnato del suo sangue, l'ho raccolto dalle sue labbra.
Ti giuro che non ha sofferto. È caduto come un albero abbattuto dal fulmine, sorridendo, gli occhi spalancati". [...].