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30 aprile 2014 3 30 /04 /aprile /2014 05:00

La lotta contro il fascismo comincia con la lotta contro il bolscevismo

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Otto Rühle

 

I

 

Dobbiamo porre la Russia al primo rango tra gli Stati totalitari. E' stata la prima ad adottare il nuovo principio di Stato. E' essa ad aver spinto più a fondo la sua applicazione. E' stata la prima a stabilire una dittatura costituzionale, con il sistema del terrore politico ed amministrativo che l'accompagna. Adottando tutti le caratteristiche dello Stato totalitario, diventò per ciò stesso il modello per tutti i paesi costretti a rinunciare al sistema democratico per volgersi verso la dittatura. La Russia è servita da esempio per il fascismo.

Non si tratta affatto di un incidente, né di un brutto scherzo della storia. La similitudine dei sistemi lungi dall'essere apparente, è reale. Ogni cosa dimostra che abbiamo a che fare con delle espressioni e delle conseguenze di identici principi applicati a differenti livelli di sviluppo storico e politico. Che ciò piaccia o meno ai partiti "comunisti", rimane il fatto che lo Stato così come il modo di governare in Russia non differiscono in nulla da quelli dell'Italia e della Germania.

Essi sono essenzialmente simili. Si può parlare di uno "Stato sovietico" rosso, nero o bruno, così come di un fascismo rosso, nero o bruno. Anche se esistono tra questi paesi, alcune differenze ideologiche, l'ideologia non svolge mai un ruolo determinante. Per di più le ideologie sono mutevoli e questi cambiamenti non rivestono forzatamente il carattere e le funzioni dell'apparato di Stato. Inoltre, la conservazione della proprietà privata in Germania e in Italia non è che una modificazione secondaria. L'abolizione della proprietà privata soltanto non garantisce il socialismo. La proprietà privata può essere abolita anche nel quadro del capitalismo. Ciò che nei fatti determina una società socialista è, oltre all'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, la gestione da parte dei lavoratori dei prodotti del loro lavoro e la fine del sistema salariale.

Sia in Russia, quanto in Italia o in Germania, queste due condizioni non sono esistenti. Benché, secondo alcuni, la Russia sia più vicina al socialismo degli altri paesi, non ne consegue che il suo "stato sovietico" abbia aiutato il proletariato internazionale ad avvicinarsi ai suoi obiettivi di classe. Al contrario, poiché la Russia si fa chiamare uno stato socialista, inganna i lavoratori del mondo intero.

Il lavoratore cosciente sa cos'è il fascismo, e lo combatte; ma per quel che riguarda la Russia, è troppo spesso incline ad accettare il mito della sua natura socialistica. Questa illusione ritarda la rottura completa e definitiva, perché ostacola la lotta principale contro le cause, le condizioni e le circostanze che - in Russia, così come in Germania ed Italia, hanno portato allo stesso sistema di Stato e di governo. Così il mito russo si trasforma in arma ideologica della controrivoluzione.

Nessuno può servire due padroni. Uno Stato totalitario nemmeno. Se il fascismo serve gli interessi del capitalismo e dell'imperialismo, non può soddisfare i bisogni dei lavoratori. Se, malgrado ciò, due classi apparentemente opposte sostengono lo stesso sistema statale, è evidente che qualcosa non va e che una delle due si sbaglia. Nessuno può pretendere, riducendo il problema a una semplice questione di forma, che esso non sia di nessuna importanza e che, benché le forme politiche siano identiche, i loro contenuti possano variare considerevolmente.

Tutto ciò equivarrebbe ad una auto-mistificazione. Per un marxista, le cose non sono così, la forma e il contenuto sono indissociabili. Dunque, se lo Stato sovietico serve da modello al fascismo, deve avere con esso delle caratteristiche strutturali e funzionali comuni. Per determinare quali esse siano dobbiamo tornare all'analisi del "sistema sovietico", così come fu instaurato dal leninismo, che è l'applicazione dei principi bolscevichi alle condizioni russe.

E se si può stabilire un'identità tra il bolscevismo e il fascismo, allora il proletariato non può al contempo combattere il fascismo e sostenere "sistema sovietico" russo. Al contrario, la lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo.

 

II

 

Sin dall'inizio Lenin concepì il bolscevismo come un fenomeno puramente Russo. Nel corso dei suoi numerosi anni di attività politica, non tentò mai di erigere il sistema bolscevico al livello delle forme di lotta utilizzati negli altri paesi. Era un socialdemocratico, secondo cui Bebel e Kautsky restavano i leader geniali della classe lavoratrice, ed ignorava l'ala sinistra del movimento socialista tedesco che si opponeva proprio ai suoi eroi e contro tutti gli opportunisti. Ignorando questa sinistra, rimase dunque isolato, circondato da un piccolo gruppo di emigrati russi, e rimarrà sotto l'influenza di kautsky, persino quando la "sinistra" tedesca, diretta da Rosa Luxemburg, era già impegnata apertamente nella lotta contro il kautskysmo.

La Russia era la sola preoccupazione di Lenin. Il suo obiettivo era di porre fine al sistema feudale zarista e di conquistare il massimo di influenza politica per il suo partito socialdemocratico nel quadro della società borghese. Tuttavia, la forza della Rivoluzione del 1917 condusse Lenin ben oltre i suoi presunti obiettivi e il partito bolscevico assunse il potere su tutta la Russia. Tuttavia, questo partito sapeva che non poteva rimanere al potere e far progredire il processo di socializzazione se non alla condizione di poter scatenare la rivoluzione proletaria mondiale. Ma la sua attività in questo campo ebbe dei risultati piuttosto infelici. Contribuendo a far tornare i lavoratori tedeschi nei partiti, nei sindacati, nel parlamento, e a distruggere il movimento dei consigli tedesco, i bolscevichi diedero man forte allo schiacciamento della nascente rivoluzione europea.

Il partito bolscevico, formato da rivoluzionari professionisti e da ampie masse arretrate, rimase isolato. Non poteva sviluppare un vero sistema sovietico durante gli anni della guerra civile, degli interventi stranieri, di declino economico, di sconfitta nei tentativi di socializzazione, e di creazione di un'armata rossa improvvisata.

Benché i soviet, sviluppati dai menscevichi, siano estranei allo schema bolscevico, è tuttavia grazie ad essi che i bolscevichi giunsero al potere. Una volta assicurata la stabilità del potere e avviato il processo di ricostruzione economica, il partito bolscevico non sapeva più come coordinare il sistema dei soviet, che non era roba sua, con le sue attività e decisioni. Tuttavia, realizzare il socialismo era anche il desiderio dei bolscevichi, e per la realizzazione di questo obiettivo era necessario l'intervento del proletariato mondiale.

Per Lenin, era essenziale guadagnare i proletari del mondo ai metodi bolscevichi. Era dunque molto fastidioso costatare che gli operai degli altri paesi, malgrado il grande trionfo ottenuto dal bolscevismo, mostrassero poca inclinazione per la sua teoria e pratica bolscevica, ma erano piuttosto attratti dal movimento dei consigli, che apparvero allora in molti paesi, e soprattutto in Germania.

Questo movimento dei consigli non poteva più essere di alcuna utilità a Lenin in Russia. Negli altri paesi europei, esso mostrava una tendenza accentuata ad opporsi ai sollevamenti di tipo bolscevico. Malgrado l'enorme propaganda intrapresa da Mosca in tutti i paesi, l'agitazione condotta da quel che è stata chiamata "ultrasinistra", per una rivoluzione fondata sul movimento dei consigli svegliò, così come lo stesso Lenin ha evidenziato, un'eco ben più ampia di quanto non facessero tutti i propagandisti inviati dal partito bolscevico. Il partito comunista tedesco, seguendo l'esempio del bolscevismo, rimaneva un piccolo gruppo isterico e chiasso, formato soprattutto da elementi proletarizzati della borghesia, mentre il movimento dei consigli attirava a sé gli elementi più determinati della classe operaia. Per far fronte a questa situazione, si doveva rafforzare la propaganda bolscevica, si doveva attaccare l'"ultrasinistra" e rovesciare la sua influenza a favore del bolscevismo.

Poiché il sistema dei soviet aveva fallito in Russia, come poteva sperare la "concorrenza" radicale di provare al mondo che là dove il bolscevismo stesso aveva fallito in Russia, si poteva farcela altrove facendo facendo a meno di esso? Per difendersi, Lenin scrisse il suo libello "L' Estremismo, Malattia Infantile del Comunismo", dettato dalla paura di perdere il potere e dall'indignazione di fronte al successo degli eretici.

Il libello apparve dapprima con il sottotitolo "Saggio di esposizione popolare della strategia e della tattica marxiste", ma successivamente questa frase ambiziosa e stupida fu soppressa. Era davvero troppo. 

Questa bolla papale aggressiva, rozza e odiosa era un vero colpo di fortuna  per ogni controrivoluzionario. Di tutte le dichiarazioni programmatiche del bolscevismo,era quella che meglio rivelava il suo reale carattere. Era il bolscevismo messo a nudo. Quando nel 1935 Hitler in Germania soppresse tutta la letteratura socialista e comunista, la pubblicazione e la diffusione del libello di Lenin rimasero autorizzate.

Per quanto concerne il contenuto del libello, non ci occupiamo di ciò che esso sostiene in relazione alla Rivoluzione russa, alla storia del bolscevismo, alla polemica tra il bolscevismo e le altre correnti del movimento operaio, o alle circostanze che hanno permesso la vittoria bolscevica. Il nostro unico scopo sarà di analizzare i principali argomenti che, all'epoca della controversia tra Lenin e l' "ultrasinistra" illustravano le differenze decisive tra i due avversari.

 

III

 

Il partito bolscevico, originariamente sezione socialdemocratica russa della II Internazionale, non si costituì in Russia, ma nell'emigrazione. Dopo la scissione di Londra nel 1903, l'ala bolscevica della socialdemocrazia russa si ridusse ad una piccola setta personale. Le "masse" che lo appoggiavano non esistevano che nel cervello dei suo capi. Tuttavia, questa piccola avanguardia era un'organizzazione strettamente disciplinata, sempre pronta per le lotte militanti e sottoposta continuamente a delle purghe per mantenere la sua integrità. Il partito era considerato come l'accademia militare dei rivoluzionari professionisti.

I suoi principi pedagogici salienti erano l'autorità indiscutibile del capo, un rigido centralismo, una disciplina di ferro, il conformismo, il militarismo e il sacrificio della personalità agli interessi del partito. Ciò che Lenin sviluppò in realtà, era un'élite di intellettuali, un nucleo che, gettato nella rivoluzione, si impadronisse della direzione e si impadronisse del potere. E' inutile tentare di determinare logicamente e astrattamente se una tale preparazione alla rivoluzione sia giusta o sbagliata. Il problema deve risolversi dialetticamente. Si devono innanzitutto sollevare altre domande: quale genere di rivoluzione era in gestazione? Quale ne era lo scopo?

Il partito di Lenin lavorava, nel quadro della tardiva rivoluzione borghese in Russia, al rovesciamento del regime feudale zarista. In questo genere di rivoluzione, più la volontà del partito dirigente è centralizzata e orientata verso uno solo scopo, più il processo di formazione dello stato borghese a delle possibilità di successo, più la posizione del proletariato nel quadro del nuovo Stato sarà promettente. Tuttavia, ciò che possiamo considerare come una felice soluzione dei problemi rivoluzionari in una rivoluzione borghese, non può passare al contempo per la soluzione dei problemi della rivoluzione proletaria. La differenza strutturale fondamentale tra la società borghese e la nuova società socialista esclude una tale ambivalenza.

Secondo il metodo rivoluzionario di Lenin, i capi sono il cervello delle masse. Possedendo l'educazione rivoluzionaria appropriata, essi sono in grado di valutare le situazioni e dirigere le forze combattenti. Sono dei rivoluzionari professionisti, i generali del grande esercito civile. Questa distinzione tra il cervello e il corpo, gli intellettuali e le masse, gli ufficiali e i soldati semplici corrisponde alla dualità della società di classe, all'ordine sociale borghese. Una classe è educata a comandare; l'altra a ubbidire. E' da questa vecchia formula di classe che sorse la concezione leninista del partito. La sua organizzazione non è che una semplice replica della realtà borghese. La sua rivoluzione è oggettivamente determinata dalle stesse forze che creano l'ordine sociale borghese, fatta astrazione dagli scopi soggettivi che accompagnano questo processo.

Chiunque cerchi di fondare un regime borghese, troverà nel principio della separazione tra il capo e le masse, tra l'avanguardia e la classe lavoratrice, la preparazione strategica a una tale rivoluzione. Più la direzione è intelligente, istruita, e superiore, più le masse sono disciplinate e obbedienti, più una tale rivoluzione ha delle opportunità di riuscire. Cercando di portare a termine la rivoluzione borghese in Russia, il partito di Lenin era dunque il più adatto al suo obiettivo.

Quando, tuttavia, la rivoluzione russa cambiò di natura, quando le sue caratteristiche proletarie divennero evidenti, i metodi tattici e strategici di Lenin persero il loro valore. Se egli vinse in fin dei conti, non fu per via della sua avanguardia, ma per via del movimento dei soviet, che egli non aveva affatto incluso nei suoi piani rivoluzionari. E quando Lenin, una volta che la rivoluzione fu assicurata dai soviet, decise di farne a meno ancora una volta, con essi ogni carattere proletario scomparve dalla rivoluzione russa. Il carattere borghese della rivoluzione occupò di nuovo la scena, trovando il suo esito naturale nello stalinismo.

Malgrado la sua preoccupazione per la dialettica marxista, Lenin era incapace di concepire dialetticamente l'evoluzione storica dei processi sociali. Il suo pensiero rimaneva meccanicistico, seguendo degli schemi rigidi. Per lui, non esisteva che un solo partito rivoluzionario - il suo; una sola rivoluzione - quella russa; un solo metodo - il bolscevismo. E ciò che era riuscito in Russia doveva riuscire anche in Germania, Francia, America, Cina e Australia. 

Ciò che era giusto per la rivoluzione borghese russa, lo era anche per la rivoluzione proletaria mondiale. L'applicazione monotona di una formula scoperta una volta per tutte che si evolve in un circolo egocentrico in cui non vengono prese in considerazione né l'epoca né le circostanze, né i livelli di sviluppo, né le realtà culturali, né le idee né gli uomini. Con Lenin, si aveva l'avvento del macchinismo in politica: egli era il "tecnico", l'"inventore" della rivoluzione, il rappresentante dell'onnipotente volontà del capo.

Tutte le caratteristiche fondamentali del fascismo esistevano nella sua dottrina, nella sua strategia, nella sua "pianificazione sociale" e nella sua arte di manipolare gli uomini. Non poteva afferrare il profondo significato rivoluzionario del rifiuto da parte della sinistra della tradizionale politica del partito. Non poteva comprendere la vera importanza del movimento dei soviet per l'orientamento socialista della società.

Ignorava le condizioni richieste per la liberazione dei lavoratori. Autorità, direzione, forza esercitate da una parte, organizzazione, inquadramento, subordinazione dall'altra, - questo era il suo modo di ragionare. Disciplina e dittatura sono le parole che ricorrono più frequentemente nei suoi scritti. Si capisce dunque facilmente perché non poteva né accettare né apprezzare le idee e le azioni dell'"ultrasinistra", che rifiutava la sua strategia e richiedeva ciò che, in tutta evidenza, era indispensabile alla lotta rivoluzionaria per il socialismo,  cioè che i lavoratori prendessero una volta per tutte il loro destino nelle proprie mani.

 

IV

 

Il prendere nelle proprie mani da parte dei lavoratori della loro liberazione - problema centrale del socialismo - questo era l'oggetto fondamentale di tutte le polemiche tra l'ultrasinistra e i bolscevichi. Il disaccordo sulla questione del partito trovava il suo parallelo nel disaccordo sui sindacati. l'ultrasinistra riteneva che non vi era più posto per i rivoluzionari all'interno dei sindacati; che era al contrario necessario per essi costruire i propri quadri organizzativi all'interno delle fabbriche, dei luoghi di lavoro comuni. Tuttavia, grazie alla loro autorità usurpata, i bolscevichi erano riusciti sin dalle prime settimane della rivoluzione tedesca a convincere i lavoratori a ritornare nei sindacati capitalisti reazionari. Per combattere le ultrasinistre, per denunciarle come controrivoluzionarie, Lenin utilizzò ancora una volta nel suo libello le sue formule meccanicistiche.

La sua argomentazione contro la posizione della sinistra non si riferisce ai sindacati tedeschi, ma alle esperienze sindacali dei bolscevichi in Russia. E' generalmente ammesso che ai loro inizi i sindacati svolsero un ruolo importante nella lotta di classe proletaria. I sindacati in Russia erano recentissimi ed essi giustificavano l'entusiasmo di Lenin. Tuttavia, la situazione era differente negli altri paesi. Da utili e Utili e progressisti che essi erano ai loro inizi, i sindacati si erano trasformati nei vecchi paesi capitalistici in ostacoli per la liberazione dei lavoratori. Essi erano diventati degli strumenti della controrivoluzione, e la sinistra tedesca aveva tratto le conclusioni di questa evoluzione.

Lenin stesso si vide obbligato di constatare che con il tempo si era costituito uno strato di "aristocrazia operaia esclusivamente corporativa, arrogante, sostegno dell'imperialismo, piccolo borghese, corrotta e degenerata". E' questa gilda di corruzione, questa direzione di criminali che è oggi alla testa del movimento sindacale nel mondo e vive sulle spalle dei lavoratori. Era a questo movimento sindacale che si riferiva l'ultrasinistra quando essa chiedeva ai lavoratori di abbandonarlo.

Lenin, tuttavia, avanzava demagogicamente l'esempio del giovane movimento sindacale russo che, non aveva condivideva le caratteristiche dei vecchi sindacati degli altri paesi. A partire da un'esperienza specifica, corrispondente a un dato periodo e a delle particolari circostanza, stimava possibile trarre delle conclusioni applicabili su scala mondiale. Secondo la sua argomentazione, il rivoluzionario, deve sempre essere là dove si trovano le masse. Ma dove sono esse realmente? Negli uffici del sindacato? Alle riunioni degli aderenti? Agli incontri segreti tra dirigenti sindacali e rappresentanti del Capitale?

No, le masse sono nelle fabbriche, nei loro posti di lavoro; ed è là che è necessario rendere efficace la loro cooperazione e rafforzare la loro solidarietà. L'organizzazione di fabbrica, il sistema consiliare, è l'organizzazione autentica della rivoluzione, che deve sostituire tutti i partiti e tutti sindacati.

Nelle organizzazioni di fabbrica non c'è posto per i professionisti della direzione, non vi è nemmeno separazione tra capi e subordinati, di distinzione tra intellettuali e semplici militanti. E' un quadro che scoraggia le manifestazioni di egoismo, lo spirito di rivalità, e il filisteismo. Qui i lavoratori devono prendere nelle proprie mani il loro destino.

Ma per Lenin le cose stavano diversamente. Voleva preservare i sindacati; trasformarli dall'interno; sostituire i membri permanenti socialdemocratici con dei membri permanenti bolscevichi; sostituire una burocrazia buona a una cattiva. Quella cattiva si manifesta nella socialdemocrazia, quella buona nel bolscevismo.

Nel frattempo vent'anni di esperienza hanno dimostrato l'inanità di una tale concezione. Seguendo i consigli di Lenin, i comunisti hanno tentato in tutti i modi possibili di riformare i sindacati. Il risultato è stato nullo. Nulla anche il loro tentativo di costituire propri sindacati. La concorrenza sindacale tra socialdemocratici e bolscevichi era una concorrenza nella corruzione. In questo stesso processo, le energie rivoluzionarie dei lavoratori si sono esaurite. Invece di concentrare le loro forze per lottare contro il fascismo, i lavoratori hanno pagato le spese di un'esperienza assurda e inutile a vantaggio delle diverse burocrazie.

Le masse hanno perso fiducia in se stesse e nelle "loro" organizzazioni. Si sono sentite ingannate. I metodi propri del fascismo: dettare ogni passo ai lavoratori, impedire il risveglio dell'iniziativa, sabotare ogni embrione di coscienza di classe, demoralizzare le masse con delle sconfitte ripetute, e renderle impotenti, tutti questi metodi erano stati già provati nel corso di vent'anni di lavoro svolti nei sindacati secondo i principi bolscevichi. La vittoria del fascismo fu tanto più facile in quanto i dirigenti operai nei sindacati e nei partiti avevano già modellato per esso il materiale umano adatto ad essere fuso nello stampo.

 

V

 

Anche sulla questione del parlamentarismo, Lenin appariva come il difensore di un'illusione politica superata, diventata un ostacolo per all'evoluzione politica e un pericolo per l'emancipazione proletaria. Le ultrasinistre combattevano il parlamentarismo in tutte le sue forme. Rifiutavano di partecipare alle elezioni e non rispettavano le decisioni parlamentari. Lenin, tuttavia, dedicava molte energie alle attività parlamentari e vi accordava una grande importanza. L'ultrasinistra dichiarava il parlamentarismo storicamente superato, anche come semplice tribuna d'agitazione, e non ci vedeva che una perpetua fonte di corruzione sia per i parlamentari sia per i lavoratori.

Il parlamentarismo addormentava la coscienza rivoluzionaria e la determinazione delle masse, mantenendo l'illusione di riforme legali. Nei momenti critici, il parlamento si trasformava in arma della controrivoluzione. Si doveva combattere la tradizione parlamentare, nella misura in cui essa svolgeva ancora un ruolo nella presa di coscienza proletaria.

Per provare il contrario, Lenin operò un'astuta distinzione tra istituzioni storicamente superate e istituzioni politicamente superate. Certamente, egli argomentava, il parlamentarismo è storicamente superato, ma non lo era politicamente, ed era un fatto con il quale si doveva fare i conti. Si doveva partecipare al parlamento perché svolgeva ancora un ruolo politico.

Che argomento! Il capitalismo stesso non è storicamente superato. Secondo la logica di Lenin, non è dunque possibile combatterlo in modo rivoluzionario. Converrebbe piuttosto trovare un compromesso. L'opportunismo, il mercanteggiamento, l'intrigo politico, questi sarebbero le conseguenze della tattica di Lenin.

La monarchia stessa svolge anch'essa un ruolo politico. Secondo Lenin, i lavoratori non avrebbero il diritto di sopprimerla ma dovrebbero elaborare a una soluzione di compromesso.

La stessa cosa varrebbe per la Chiesa, alla quale per di più appartengono ampi strati del popolo. Un rivoluzionario, insisteva Lenin, deve essere là dove sono le masse. La coerenza lo obbligava dunque a dire: "Entrate nella Chiesa, è il vostro dovere rivoluzionario!". E infine, c'è il fascismo. Giorno verrà, in cui il fascismo stesso, sarà un anacronismo storico ma non politico. Cosa fare allora? Accettare l'evidenza e realizzare un compromesso con  il fascismo. 

Seguendo il ragionamento di Lenin, un patto tra Stalin ed Hitler, proverrebbe soltanto che Stalin è in realtà il miglior discepolo di Lenin. E non sarebbe affatto sorprendente che in un futuro prossimo, gli agenti bolscevichi glorifichino il patto tra Mosca e Berlino come la sola vera tattica rivoluzionaria. La posizione di Lenin sulla questione del parlamentarismo non è che un'ulteriore prova della sua incapacità di comprendere le necessità e le caratteristiche fondamentali della rivoluzione proletaria.

La sua rivoluzione è interamente borghese; è una lotta per conquistare la maggioranza, per assicurarsi le posizioni governative e mettere le mani sull'apparato legislativo. Egli riteneva realmente importante guadagnare quanti più voti possibili durante le campagne elettorali, avere una potente frazione bolscevica nei parlamenti, contribuire a determinare la forma e il contenuto della legislazione, di partecipare alla direzione politica. Non si accorgeva affatto che il parlamentarismo dei nostri giorni non è che un semplice inganno, un illusione, e che il reale potere della società borghese si trova in sfere del tutto diverse; che, malgrado tutte le sconfitte parlamentari possibili, la borghesia deterrebbe ancora dei mezzi sufficienti per imporre la sua volontà e i suoi interessi nei settori non parlamentari.

Lenin non vedeva gli effetti demoralizzanti del parlamentarismo sulle masse, non notava l'effetto debilitante della corruzione parlamentare sulla morale pubblica. I politici parlamentari corrotti temevano per i loro redditi. Vi fu un periodo nella Germania prefascista, in cui i reazionari potevano far passare al parlamento non importa quale legge minacciando semplicemente di provocare la sua dissoluzione.

Cosa poteva esservi di più terribile per i parlamentari di tale minaccia che implicava la fine delle loro facili entrate.! Per evitare una tale eventualità essi erano pronti a tutto. E le cose vanno diversamente oggi in Germania, in Russia, in Italia? I burattini parlamentari non hanno alcuna opinione, nessuna volontà, non sono altro che i servi dei loro padroni fascisti.

Non vi è alcun dubbio che il parlamentarismo è del tutto degenerato e corrotto. Ma perché il proletariato non ha posto termine al deterioramento di uno strumento politico che aveva un tempo utilizzato ai suoi scopi. Sopprimere il parlamentarismo attraverso un atto di eroismo rivoluzionario sarebbe stato molto più utile e istruttivo per la presa di coscienza proletaria di quanto non sia la miserabile commedia alla quale è approdato il parlamentarismo nella società fascista.

Ma un tale atteggiamento era del tutto estraneo a Lenin, come lo è oggi a Stalin. Lenin non era interessato a liberare i lavoratori dalla loro schiavitù mentale e fisica; non era preoccupato dalla falsa coscienza delle né dalla loro auto-alienazione in quanto esseri umani. Il problema, per lui, si riconduceva a un problema di potere. Come un borghese, ragionava in termini di guadagni e perdite, del più e del meno, di credito e di debito; e tutte le sue valutazioni di uomo d'affari non riguardavano che dei fenomeni esterni, numeri di membri, numero di voti, seggi in parlamento, posti di direzione.

Il suo materialismo è un materialismo borghese, che ragiona di dei meccanismi, e non su esseri umani. Lenin non è capace di pensare realmente in termini socio-storici. Per lui il parlamento è il parlamento; un concetto astratto nel vuoto che riveste lo stesso significato in tutti i paesi, in tutte le epoche.

Certo, riconosce che il parlamentarismo attraversa diverse fasi evolutive, e lo segnale nella sua argomentazione, ma non applica questa constatazione né nella sua teoria né nella sua pratica. Nelle sue polemiche a favore del parlamento, brandisce l'esempio dei primi parlamenti del periodo ascendente del capitalismo, per non restare a corto di argomenti. E se attacca i parlamenti degenerati, è dal punto di vista dei parlamenti di recente creazione, tuttavia superati da lungo tempo. In breve, decide che la politica è l'arte del possibile, quando per i lavoratori la politica è l'arte della rivoluzione.

 

VI

 

Rimane da analizzare la posizione di Lenin sulla questione dei compromessi. Durante la guerra mondiale la socialdemocrazia tedesca si vendette alla borghesia. Tuttavia, malgrado essa, ereditò dalla rivoluzione tedesca. Ciò fu possibile in ampia misura grazie alla Russia, che ebbe la sua parte di responsabilità nell'eliminazione del movimento tedesco dei consigli. Il potere che era caduto nelle mani della socialdemocrazia fu del tutto sprecato in pura perdita.

La socialdemocrazia si accontentò di riallacciarsi alla sua vecchia politica di collaborazione di classe, soddisfatta di condividere il potere con la borghesia spalle sulle dei lavoratori durante il periodo di ricostruzione del capitalismo. I lavoratori radicali tedeschi opposero a questo tradimento lo slogan: "Nessun compromesso con la controrivoluzione".

Si trattava di un caso concreto, di una situazione specifica, che richiedeva una decisione netta. Lenin, incapace di riconoscere la vera posta in gioco, fece di questa questione concreta un problema astratto. Con l'atteggiamento di un generale e l'infallibilità di un cardinale, tentò di convincere le ultrasinistre che i compromessi con gli avversari politici sono, in ogni circostanza, un dovere rivoluzionario. Leggendo oggi i passaggi sul libello di Lenin che trattano dei compromessi, non ci si può impedire di avvicinare le osservazioni fatte da Lenin nel 1920 e l'attuale politica di compromessi condotta da Stalin. Non vi è uno solo dei difetto mortali della teoria bolscevica che non sia diventato una sotto Stalin.

Secondo Lenin, le ultrasinistre avrebbero dovuto essere pronte a firmare il Trattato di Versailles. Tuttavia, il partito comunista, sempre in accordo con Lenin, conclude un compromesso con gli hitleriani e protestò contro questo stesso trattato. Il "nazionalbolscevismo" propugnato in Germania nel 1919 dall'oppositore di sinistra Lauffenberg, fu criticato da Lenin come "un'assurdità manifesta". Ma Radek ed il partito comunista - seguendo sempre i principi di Lenin - conclusero un compromesso con il nazionalismo tedesco, protestarono contro l'occupazione del bacino della Rühr e celebrarono l'eroe nazionale Schlageter.

La Società delle Nazioni era, per riprendere i termini di Lenin, "una banda di ladri e banditi capitalisti", che i lavoratori dovevano combattere fino allo stremo delle forzeEppure, Stalin, seguendo la tattica di Lenin, elaborò un compromesso con questi stessi banditi e l' U.R.S.S. entrò nel 1934 nella Lega delle Nazioni. Il concetto di "popoli" è per Lenin una concessione criminale fatta all'ideologia contro-rivoluzionaria della piccola borghesia.

Questo non impedì ai leninisti Stalin e Dimitrov di realizzare di realizzare un compromesso con la piccola borghesia per l'assurdo movimento dei "Fronti popolari". Agli occhi di Lenin, l'imperialismo era il più grande nemico del proletariato mondiale, e contro di esso si dovevano mobilitare tutte le forze. Ma Stalin, da perfetto leninista, ancora una volta, è molto occupato a raffazzonare un'alleanza con l'imperialismo hitleriano.

È necessario offrire altri esempi? L'esperienza storica ci insegna che tutti i compromessi conclusi tra la rivoluzione e la controrivoluzione non possono favorire servire che quest'ultima. Ogni politica di compromesso è una politica di bancarotta per il movimento rivoluzionario. Ciò che era iniziato come un semplice compromesso con la socialdemocrazia tedesca, è approdato a Hitler. Ciò che Lenin giustificava come un compromesso necessario è approdato a Stalin. Diagnosticando come "malattia infantile del comunismo", il rifiuto rivoluzionario del compromesso Lenin soffriva endo della malattia senile dell'opportunismo, di pseudocomunismo.

 

VII

 

Analizzata dal punto di vista, la descrizione del bolscevismo delineata nel libello di Lenin, presente le seguenti principali caratteristiche:

 1. Il bolscevismo è una dottrina nazionalista. Concepita in origine essenzialmente per risolvere un problema nazionale, si vide elevata al rango di una teoria e di una pratica di portata, internazionale, e di una dottrina generale. Il suo carattere nazionalista è messo in evidenza anche dal suo sostegno alle lotte per l'indipendenza nazionale condotte dai popoli oppressi.

 2. Il bolscevismo è un sistema autoritario. Il vertice della piramide sociale è il centro di decisione determinante. L'autorità è incarnata nella persona onnipotente. Nel mito del leader, l'ideale borghese della personalità trova la sua più perfetta espressione.

3. Organizzativamente, il bolscevismo è altamente centralizzato. Il comitato centrale detiene la responsabilità di ogni iniziativa, istruzione o ordine. I dirigenti dell'organizzazione svolgono il ruolo della borghesia; l'unico ruolo dei lavoratori è di obbedire agli ordini.

4. Il bolscevismo è una concezione attivistica del potere militante. Interessato esclusivamente dalla conquista del potere politico, esso non si differenzia dalle forme di dominio borghese tradizionale. All'interno stesso dell'organizzazione, i membri non usufruiscono dell'autodeterminazione. L'esercito serve al Partito come modello organizzativo.

5. Il bolscevismo è una dittatura. Utilizzando la forza bruta e metodi terroristici, orienta tutte le sue funzioni verso l'eliminazione delle istituzioni e delle correnti non bolsceviche. La sua "dittatura del proletariato" è la dittatura di una burocrazia o di una sola persona.

6. Il bolscevismo è un metodo meccanicistico. l'ordine sociale che sostiene è fondato sulla coordinazione automatica, la conformità ottenuta attraverso la tecnica e il totalitarismo più efficiente. L'economia "pianificata" centralmente riduce scientemente le questioni socio-economiche a problemi tecnico-organizzativi.

7. La struttura sociale del bolscevismo è di natura borghese. Non abolisce affatto il sistema salariale e rifiuta l'appropriazione da parte del proletariato del prodotto del suo lavoro. Così facendo, esso resta fondamentalmente nel quadro delle relazioni di classe borghese, e perpetua il capitalismo.

8. Il bolscevismo non è un elemento rivoluzionario che nel quadro della rivoluzione borghese. Incapace di realizzare il sistema dei soviet, è per ciò stesso incapace di trasformare radicalmente la struttura della società borghese e della sua economia. Non instaura il socialismo, ma il capitalismo di stato.

9. Il bolscevismo non è una tappa di transizione che approderebbe alla società socialista. Nel sistema dei soviet, senza la rivoluzione totale e radicale degli uomini e delle cose, non può esaudire l'esigenza socialista primordiale, che è di porre fine all'alienazione umana generata dal capitalismo. Rappresenta l'ultima tappa della società borghese, e non il primo passo verso una nuova società. 

 

Questi nove punti fondano una irriiconciliabile tra il bolscevismo e il socialismo. Illustrano con tutta la chiarezza necessaria il carattere borghese del movimento bolscevico e la sua stretta relazione al fascismo.

 

Nazionalismo, autoritarismo, centralismo, dittatura del leader, politiche di potere, regno del terrore, dinamiche meccanicistiche, incapacità a socializzare - tutte questi tratti fondamentali del fascismo esistevano ed esistono nel bolscevismo. Il fascismo non è che una semplice copia del bolscevismo. Per questa ragione, la lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo.

 

Otto Rühle

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK ad una grande opera in italiano di Otto Ruhle:

Il coraggio dell'utopia (1935) 

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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