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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 06:00

Proudhon

proudhon colori

Anarchismo o Federalismo?

 

Pierre Ansart

 

Dagli inizi delle polemiche tra marxisti e anarchici, l'opera complessa e ponderosa di Pierre-Joseph Proudhon ha suscitato molteplici giudizi perentori e contraddittori. Soprattutto, si trovano ad essere opposte due interpretazioni globali dell'opera,- la prima privilegiante le tematiche anarchiche così come Proudhon le ha sviluppate nelle prime Dissertazioni sulla proprietà, in Les Confessions d’un révolutionnaire [Le Confessioni di un rivoluzionario], del 1849 e in Idée générale de la révolution au XIXème siècle [L'Idea generale della rivoluzione nel XIX secolo], del 1851, - l’altra privilegiante come più sintetiche e significative le opere della maturità, come l'opera del 1863, Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution [Del principio federativo e della necessità di ricostituire il partito della rivoluzione] e l’opera postuma, De la capacité politique des classes ouvrières [Della capacità politica delle classi operaie].

Queste divergenze di interpretazione condussero a delle letture molto differenziate, a delle scelte differenti delle opere ritenute come importanti o secondarie. La lettura anarchizzante pone l'accento sulle dimensioni più critiche nella linea del pensiero dell a Prima memoria sulla proprietà (1840); la seconda, che possiamo qualificare come federalista, pone l'accento sulle dimensioni che Proudhon considerava egli stesso come più costruttive che critiche. Prolungando un po' questa polarità delle interpretazioni, si sarebbe portati a proporre l'immagine di due Proudhon, o, per lo meno, l'immagine di due opere, un'opera di gioventù retta dall'ardore giovanile della rivoluzione, l'altra che si attribuirebbe alla moderazione della maturità.

Le difficoltà di una simile polarizzazione sono molto numerose perché si possa sostenerla integralmente. È difficile, se non impossibile, tracciare una linea di separazione evidente tra i testi del periodo che chiameremo anarchico e i testi che si attribuibili al periodo della maturità. Il compito è irrealizzabile per la maggior parte degli articoli destinati ai giornali, a partire dal 1847. Proudhon è allora condotto, nell'effervescenza del 1848 ad affrontare molti argomento di attualità che sfuggono a una classificazione semplificante. Sempre di più, e più gravemente, l'ipotesi dualista chiude la questione delle continuità, impone lo schema di una rottura tra i due periodi e le due teorizzazioni, quello dell'anarchismo e quello del federalismo.

Desidererei riprendere queste questioni in altri termini. Interrogarci sul dinamismo, sulle ragioni del movimento intellettuale e affettivo di Proudhon, interrogarci meno su delle formulazioni provvisorie anarchiche o federaliste, ma di più sulle esigenze, sulle aspirazioni, le intuizioni e le passioni che sostengono la creatività e le scelte di Proudhon, e non soltanto sulle idee e la loro formulazione.

 

I fondamenti dell'anarchismo proudhoniano

Dovremo innanzitutto, ricordare i principi fondamentali dell'anarchismo specificatamente proudhoniano così come essi sono esposti nei testi anteriori alla Rivoluzione del 1848, poi seguire l'evoluzione del suo pensiero negli anni 1850-1860, e, infine confrontare le posizioni di questi anni e i testi della maturità nei quali il federalismo è oggetto di una elaborazione sistematica. Al termine di questo percorso, tenteremo di rispondere alle domande iniziali: vi sono due costruzioni successive nell'opera di Proudhon e due periodi di creazione quella delle Memorie sulla Proprietà [Mémoires sur la Propriété] e quella del Principe fédératif [Principio federativo], - o -, al contrario, approfondimento progressivo di una stessa teorizzazione? A seconda della risposta a questa domanda, non si potrà evitare di dare un giudizio complessivo sulla coerenza dell'opera. Potremo anche aspettarci una comprensione più precisa dei due concetti dalle loro caoparazioni.

Benché i termini anarchia e anarchismo non siano affatto presenti nel vocabolario della Prima Memoria del 1840, non per questo non vi si ritrovano espressi gli elementi critici che costituiscono l'essenziale di questo testo, tre critiche a carattere anarchico che si trovano espresse sin dalle prime pagine. Proudhon riassume, in una formula lapidaria e semplificatrice, gli stretti legami tra queste tre critiche: "Poiché la proprietà è la principale causa del privilegio e del dispotismo, la formula del giuramento repubblicano deve essere cambiata. Invece di: Giuro odio alla monarchia, oramai il recipendario di una società segreta deve dire: Giuro odio alla proprietà" [1].

E così attraverso una denuncia virulenta della proprietà, Proudhon affronta la critica dell'economia capitalista. La proprietà è davvero, come affermano i teorici conservatori, il principio, la base della società e dunque la questione più importante del problema sociale. Questo principio è stato unanimamente sostenuto nel corso della Rivoluzione del 1789, e gli anni che l'anno seguita non hanno fatto che aggravarla con l'espansione delle attività commerciali e industriali.

Proudhon, a partire da questa evidenza, associa direttamente questo richiamo dell'economia politica alla critica sociale e ai rapporti di classe. Sin dalla Prima Memoria, stabilisce uno stretto legame tra il rapporto di sfruttamento che separa i proprietari e i non-proprietari, la borghesia e la classe dei lavoratori, gli sfruttatori e gli sfruttati. Tema che sarà ampiamente sviluppato nei testi successivi e che costituisce, possiamo dire, il secondo livello di analisi della sua concezione anarchica.

Prima di continuare, poniamo la domanda del perché di queste diatribe contro la proprietà, e contro la guerra di classe. Proudhon pone la domanda fondamentale, quella della violenza, delle guerre e delle sofferenze sociali: "Da dove viene," egli scrive in Le Confessioni di un rivoluzionario, "il fatto che la società sia divisa in frazioni nemiche, intolleranti, ostinate ognuna nel proprio errore, implacabili nelle loro vendette? Dov'è la necessità per l'andamento del mondo e i progressi della civiltà, che gli uomini si detestino e si distruggano? Quale destino, quale satana ha voluto, per l'ordine delle città e il perfezionamento  degli individui, che essi non possano pensare, agire liberamente gli uni accanto agli altri, amarsi al bisogno, e in ogni caso, lasciarsi in pace?" [2].

La risposta a questa domanda, suggerisce Proudhon, sarà data dall'analisi e la spiegazione di tutte queste violenze, economiche, sociali, politiche.

Il terzo livello di analisi, quello dello Stato, e del rigetto dei suoi poteri, troverà, nei testi degli anni 1849, Le Confessioni di un rivoluzionario, e del 1851, Idea generale della rivoluzione, degli sviluppi considerevoli, ma trovano la loro prima espressione nella Prima Memoria, che fa anche della proprietà un rapporto politico in quanto generatrice dei rapporti di potere e fonda anche, secondo l'espressione impiegata, il dispotismo.

Infine, per caratterizzare più precisamente l'anarchismo proudhoniano, converrebbe associare, a queste tre negazioni, l'insieme delle illusioni, delle affermazioni menzognere, della sacralizzazioni che accompagnano questi tre pilastri di una società alienata (dal Capitale, la divisione tra le due classi sociali, dallo Stato infine e i suoi prestigi), ma le tesi anarchiche, trovano in queste tesi iniziali, i loro argomenti essenziali. La critica dello Stato, così come essa è espressa nella Prima Memoria, annuncia la teoria del deperimento e del rifiuto dello Stato, la teoria della sparizione dello Stato nella Rivoluzione democratica e sociale. Le Confessioni di un rivoluzionario scritte in una specie di rabbia all'indomani della sconfitta di una rivoluzione sociale sperata, sviluppa queste tesi con una virulenza rinnovata: "Chi dunque oserà dire infine: Tutto per il popolo e tutto attraverso il popolo, anche il governo" [3].

Questa eliminazione dell'alienazione politica non è soltanto un desiderio conforme alle esigenze della giustizia e dell'eguaglianza, essa prolunga la divisione sociale che si approfondisce attraverso le rivoluzioni successive e che separa due sfere: quella dei poteri e dello Stato, da una parte, e, dall'altra, il mondo del lavoro, della produzione, il mondo dei lavoratori. In Le Confessioni di un rivoluzionario, Proudhon impiega la parola Costituzione per designare due realtà opposte: "Distinguo in ogni società due specie di costituzioni: una che io chiamo la costituzione SOCIALE, l'altra che è la costituzione POLITICA; la prima, intima all'umanità, liberata, necessaria, e di cui lo sviluppo consiste soprattutto a indebolire e eliminare a poco a poco la seconda, essenzialmente falsa, restrittiva e transitoria. La costituzione sociale non è altra cosa se non l'equilibrio degli interessi fondato sul libero contratti e l'organizzazione delle forze economiche che in generale sono: il Lavoro, la Divisione del lavoro, la Forza collettiva, la Concorrenza, il Commercio, la Moneta, il Credito, la Proprietà, l'Eguaglianza nelle transazioni, la Reciprocità delle garanzie, ecc. La costituzione politica ha come principio l'AUTORITÀ, le sue forme sono: la Distinzione di classe, la Separazione dei poteri, la Centralizzazione amministrativa, la Gerarchia (...). Queste due costituzioni (...) sono di natura assolutamente diversa e anche incompatibile" [4].

Si vede come l'anarchia, lottando contro l'alienazione politica, tende a liberare le forze sociali da poteri alienanti, come, anche l'anarchismo tende a spiegare gli odi e le violenze e progetta di dissolverli. La rivoluzione sociale, distruggendo l'alienazione politica avrebbe anche come effetto di eliminare gli odi legati alle ineguaglianze del potere, alle sottomissioni, alle dipendenze e alle impotenze.

Le pagine delle Confessioni dedicate soprattutto alla narrazione degli avvenimenti politici degli anni 1848-49, descrivono anche, con uno schizzo rapido, le rivoluzioni precedenti, 1789 e 1830. Ed è in un passaggio dedicato alla rivoluzione del 1789, che Proudhon introduce la parola FEDERAZIONE in un senso positivo, per evocare soprattutto la festa della Federazione del 14 luglio 1790. Alcune righe dopo, associa la parola Fraternità alla parola federazione, in questi termini: Nel 1789 "Le federazioni o fraternità si formarono spontaneamente da tutte le parti; esse provavano che la sovranità del popolo non è altra cosa che l'armonia degli interessi, risultanti da un libero contratto e che la centralizzazione dei poteri (…) è l'alienazione stessa delle libertà" [5].

Frase scritta nel 1849 e che annuncia precisamente le tesi che formeranno che formeranno la trama teorica di quelle che saranno esposte nel 1863 in Il Principio Federativo.

 

La scelta lessicale di Proudhon 

Si tratta di un momento importante e rivelatore nell'evoluzione di Proudhon verso un certo federalismo. Si produce, infatti, nel vocabolario di Proudhon e nell'uso che egli fa di questa parola, una scelta originale che richiede una spiegazione. Associare, rendere sinonimi questi due termini (federazione e fraternizzazione) annuncia una rottura con l'uso corrente. Infatti, nel linguaggio comune così come nel vocabolario giuridico, la federazione designa un tipo di regime politico, e non implica affatto un regime socio-affettivo particolare il cui modello sarebbe dato dai legami fraterni all'interno di una famiglia.

Designando la federazione come una comunità d'intenti, egli si oppone al linguaggio corrente che fa della federazione uno dei regimi politici e rifiuta la confusione tra il federativo e l'alienazione politica. Se si prende in conto il vigore della denuncia dell'oppressione politica, si misura l'importanza di questa nuova definizione dei rapporti federativi.

Per capire meglio questo cambiamento di vocabolario, è utile rievocare degli avvenimenti che si sono verificati in precedenza nella Federazione svizzera. Nel settembre del 1845, i sette cantoni cattolici della Confederazione avevano formato una lega - il Sondebund - per protestare contro una decisione del Consiglio federale. Quest'ultimo, in violazione dei diritti dei cantoni in materia religiosa, aveva deciso l'espulsione dei Gesuiti su tutto il territorio della Svizzera (si trattava, nei fatti, di un'episodio nel conflitto che opponeva allora i sostenitori della centralizzazione contro i difensori delle libertà tradizionali e federaliste).

In Francia, la maggioranza dei giornali, dei politici, e la maggior parte dei socialisti prendevano parte per i centralizzatori svizzeri e contro il Sondebund.

Ora, Proudhon; (ed è la cosa che più ci interessa in questo episodio), sin dall'inizio di questa polemica, insorge contro l'atto di forza del consiglio federale, e prende la difesa dei Gesuiti che non esita a considerare come egli stesso dice, "più progressisti dei loro avversari". Nell'agosto del 1847, scrive ad un amico svizzero: "Deploro i dissensi che minacciano incessantemente di rovinare la vostra buona e felice Svizzera. Siete oggi la nazione meglio piazzata per tentare il futuro, dare lezione ai popoli e ai governi; è scritto che vi esaurirete in una vana imitazione delle nostre utopie politiche, costituzionali e parlamentari?" [6].

Dichiarazione non resa pubblica ma senza amnbiguità, favorevole al federalismo e esplicitamente critica nei confronti dei regimi centralizzatori. Ora Proudhon non prosegue, allora, queste riflessioni e sembra, durante tutto il periodo rivoluzionario del 1848, disinteressarsene. Abbiamo così una cronologia singolare dell'uso del nome: nel 1840, in pieno periodo anarchico, la parola federazione non appariva nel suo vocabolario; è più tardi, mel corso del 1847, che egli comincia a farsene una preoccupazione e vi dedica numerose note nei cui Carnets come se proseguisse, per se stesso, la sua riflessione sull'argomento.

Ma, con la Rivoluzione del 1848, l'interesse per il federalismo scompare, se non in brevi allusioni, come abbiamo appena visto nelle Confessions. La questione del federalismo ritorna con forza dopo il 1860 quando Proudhon ha lasciato Parigi nel 1858 e si è rifugiato a Bruxelles per sfuggire alla polizia e alla sua nuova condanna a 3 anni di prigione. Tutti i biografi sono d'accordo per attribuire la ripr5esa della riflessione sul federalismo alla congiuntura politica (unificazione dell'Italia, progetti di unificazione in Germania...) ma questa congiuntura non rende conto a sufficienza del percorso del pensiero di Proudhon su questo argomento.

Come spiegare questo lungo silenzio di Proudhon che, nel 1847 prende vigorosamente parte, nella sua corrispondenza, nei suoi Carnets, per il federalismo, contro la centralizzazione politica, e che non rende pubbliche queste posizioni politiche se non 14 anni dopo, nel 1861 nel suo grosso volume La Guerre et la Paix, e più esplicitamente due anni sopo nella sua opera Du principe fédératif?

Potremmo effettuare su questo argomento due osservazioni, la prima sui significati, sugli usi pubblici della parola, negli anni successivi alla Rivoluzione del 1789 - l'altra sul senso della parola nel vocabolario di Proudhon.

Prima della Rivoluzione, il vecchio uso della parola foedua (unione, essere legati attraverso alleanza) è usato per designare l'unione che i villaggi di una valle, per esempio, o di città vicine contraggono, federandosi contro una minaccia, contro il signore locale ad esempio. Ma la parola assume dei significati nuovi in funzione delle evoluzioni politiche.

Alla vigilia della Rivoluzione, nel 1788-89, in occasione della redazione dei Cahiers de doléances [Quaderni di lamentele], si formano delle federazioni, delle città si associano, la Festa della Federazione, il 14 luglio 1790 corona questo movimento sociale che sarà magnificato da Jules Michelet. Ma durante le tensioni tra Giacobini e Girondini quest'ultimi sono accusati di simpatia per una repubblica federativa e sospettati di progetti contro rivoluionari.

L'aggettivo "federato" designa anche le guardie nazionali che si riunirono al Campo di Marte nel luglio del 1790; ma anche i corpi di volontari arruolati dall'Imperatore durante i Cento giorni. Dopo tante polemiche e confusione, le parole Federazione, Federati, Federalisti, erano diventati sospette e, per molto tempo, incomprensibili. Si può pensare che Proudhon, nel 1850-1860, non abbia desiderato di riprendere un termine così carico di contraddizioni e di violenze verbali, un termine così svalutato.

Sarà stato, ispirato, in questi cambiamenti di vocabolario, dall'antica tradizione che, dai tempi delle città greche, poteva essere fonte di riflessione sulle federazioni e le loro trasformazioni? Possiamo dubitarne: non cita mai il pensiero di Montesquieu e, se si dovesse cercare delle influenze sulla sua riflessione, si dovrebbe piuttosto riprendere la sua corrispondenza e i suoi scambi con i suoi amici, come Giuseppe Ferrari.

La mia seconda osservazione preliminare riguarda la parola "Federazione" e il significato che Proudhon privilegerà. Questo termine può designare un regime politico esistente che comporta le sue regole e le sue gerarchie, ma può porre anche l'accento sulle azioni collettive che portano all'edificazione di una federazione: sul fatto di "federarsi". Proudhon utilizza questi due significati secondo le situazioni e le congiunture ma, nella prospettiva storica e dinamica che è la sua, è proprio su questo processo di creazione che egli pone l'accento e sulla sua "spontaneità". Quando egli ricorda il movimento collettivo che portò i cittadini, nel 1788-89, a formare delle federazioni, è proprio da questo processo attivo e creativo che si tratta: i cittadini si sono allora, essi stessi, federati. In Il Principio federativo, scrive, riferendosi al futuro: "essi si federeranno...".

 

 

Quali conclusioni provvisorie?

 

Quali conclusioni (provvisorie) possiamo tratte da queste riflessioni, per quanto riguarda l'anarchismo e il federalismo?

Proudhon ha trattato tanti temi, sollevato tante questioni, che si potrebbe compilare una lista impressionante di argomenti sui quali non ha esitato a rettificare le sue opinioni.

Era spinto dalla diversità delle questioni poste dall'attualità

 

 

 

 

posées par l’actualité révolutionnaire autant que par sa propre avidité à y répondre. Son propre penchant aux formules tranchantes (La propriété, c’est le vol… Dieu, c’est le mal) incitent le lecteur à la simplification d’une pensée, en réalité, complexe et nuancée.Mais ces changements ou rectifications ne doivent pas dissimuler les continuités sélectives depuis les premières affirmations anarchistes jusqu’aux thèses fédéralistes.

La dénonciation virulente de la propriété capitaliste qui constitue le premier thème de l’anarchisme ne donne pas lieu, dans les œuvres de la maturité, à des répétitions explicites. Cette critique est tenue pour acquise et surmontée dans la réalisation de la « Fédération agricole industrielle » placée à la base de l’édifice fédéral. La révolution sociale et économique, en suscitant ses multiples associations de production, dissiperait les possibilités d’accaparements financiers propres à un régime dépassé.

Il en est de même pour le deuxième thème de l’anarchisme, celui du « vol » capitaliste et de la division en deux classes qui en est la conséquen- ce Ce ne serait qu’en cas d’échec de l’évolution vers la fédération que le retour à la division en classes rivales pourrait se renouveler.

Par contre, la généralisation du principe fédératif à la totalité du système social et politique remet en question la nature et les fonctions de l’Etat. Alors que l’Etat, dans les régimes de féodalité ou de démocratie tradition-nelle tend à se saisir de tous les pouvoirs et à constituer ou reconstituer le despotisme, l’Etat d’un régime fédéral se trouve face à tous les contre-pouvoirs d’une société de liberté. Cette question de la délimitation du rôle de l’Etat est, écrit Proudhon, « une question de vie et de mort pour la liberté collective et individuelle7 »

« Le contrat de fédération, dont l’essence est de réserver toujours plus aux citoyens qu’à l’Etat, aux autorités municipales et provinciales plus qu’à l’autorité centrale pouvait seul nous mettre sur le chemin de la vérité. Dans une société libre, le rôle de l’Etat ou Gouvernement est par excellence un rôle de législation, d’institution, de création, d’inauguration ; - c’est, le moins possible un rôle d’exécution8 ».

Proudhon poursuit en donnant l’exemple de la monnaie. Dans un univers de fédérations, il entrerait, parmi les fonctions de l’Etat, de fixer les valeurs et les divisions des monnaies :

« C’est l’Etat qui fixe les poids et mesures, qui donne le module, lavaleur et les divisions des monnaies9 »

écrit Proudhon dans le Principe fédératif. Mais le rôle de l’Etat se limiterait strictement à cette fonction d’initiation ; la fabrication des pièces ne relevant ensuite que des entreprises locales. En fait, le danger d’extension des pouvoirs, le danger d’expansion de l’emprise gouvernementale est permanent et c’est à l’esprit anarchiste d’exercer la vigilance nécessaire.

« Dans la fédération, le principe d’autorité étant subalternisé, la liberté prépondérante, l’ordre politique est une hiérarchie renversée dans laquelle la plus grande part de conseil, d’action, de richesse et de puissance reste aux mains de la multitude confédérée, sans pouvoir jamais passer à celles d’une autorité centrale10.

La notion même de gouvernement change radicalement de sens. Il ne s’agit plus d’un « pouvoir » mais, l’autorité étant « subalternisée », les fonctions autrefois dominantes cèdent place à l’ensemble des fonctions générales d’administration des échanges entre les fédérations et les confédérations.

Ainsi, ne peut-on aucunement confronter et comparer les positions et critiques à caractère anarchiste et les développements exposés dans le « Principe fédératif ». Il s’agit, dans les Mémoires sur la propriété ou dans Les Confessions d’un révolutionnaire, de recherches critiques sur les réalités économiques et politiques des temps présents. Dans le Principe fédératif, tout au contraire, et comme l’indique bien le titre de l’ouvrage, il s’agitd’une réflexion résolument théorique sur ce que serait une logique socio-politique étendue à l’ensemble d’une société, et même à l’universalité des sociétés politiques. De plus, les oppositions entre ces sociétés, réelles et imaginées, ne sont aucunement secondaires ou de détail, mais en oppositions radicales. Proudhon ne cesse de confronter les régimes par les antinomies entre les régimes centralisateurs et les régimes décentralisés, entre les systèmes de classes antagonistes et les systèmes égalitaires.

Ces deux modes de raisonnement conduisent, éventuellement, à ce qui peut apparaître comme des contradictions. On le voit bien dans les réflexions concernant l’Etat au sujet duquel Proudhon peut, dans Les Confessions d’un révolutionnaire, affirmer que l’Etat est nécessairement porté à l’extension de l’emprise, de la répression et, dans le Principe fédératif, insister, tout au contraire, sur son action positive, dans le cadre des liens d’égalité dans l’administration des rapports de confédérations pacifiques.

La contradiction n’est cependant qu’apparente. Proudhon oppose, en effet, deux approches opposées. Il veut clairement démontrer qu’un Etat unitaire et centralisé est inéluctablement porté à poursuivre son expansion et à renforcer ses oppressions et que, d’autre part, un Etat fédéral et dé- centralisé sera porté, au contraire, à multiplier ses actions dans le sens des libertés individuelles et collectives.

Par delà ces contradictions apparentes, les deux approches se confirment l’une l’autre. Elles poursuivent le même but, celui de démontrer combien la révolution démocratique et sociale répondrait aux aspirations collectives.

Comme on l’a souvent évoqué, la Commune de Paris, en 1871, n’a-t-elle pas été, par la spontanéité des fraternisations, par la recherche des liens de fédérations et de confédérations, une confirmation historique des thèses et des intuitions proudhoniennes?

NOTE

 

[1] Qu’est-ce que la propriété? Premier mémoire, Ed. Marcel Rivière, p. 286.

[2] Confessions d’un révolutionnaire, p. 69.

[3] Ibid., p. 83.

[4] Ibid., p. 217. 

[5] Ibid., p. 87- 88.

[6] Cor., t. III, p. 391.

[7] Du principe fédératif, p. 326.

[8] Ibid.

[9] Ibid. p. 327.

[10] Ibid. p. 409.

 


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Published by Ario Libert - in Approfondimenti
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