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12 febbraio 2012 7 12 /02 /febbraio /2012 06:00

Le Confessioni di un rivoluzionario

Courbet-ritratto-diProudhon

per servire alla storia della Rivoluzione di Febbraio

 

 

di Pierre-Joseph Proudhon

 

 

PREFAZIONE DELLA TERZA EDIZIONE

 

Cos'è il governo? Cos'è Dio? 
(Tratto da La Voix du Peuple, 5 novembre 1849.)

 

Cos'è il governo? Qual è il suo principio, il suo oggetto, il suo diritto? Questa è incontestabilmente la prima domanda che si pone l'uomo politico.

Ora, a questa domanda apparentemente così semplice, e di cui la soluzione sembra così facile, accade che soltanto la fede possa rispondere. La filosofia è altrettanto incapace di dimostrare il Governo quanto provare Dio. L'Autorità, come la divinità, non è affatto materia di sapere; è, lo ripeto, materia di fede.

Quest'esame conciso, così paradossale al primo sguardo, eppure così vero, merita alcuni sviluppi. Cercheremo, senz'alcun apparato scientifico, di farlo capire.

Il principale attributo, il tratto segnaletico della nostra specie, dopo il PENSIERO, è la credenza, e, prima di ogni cosa, la credenza in Dio. Tra i filosofi, gli uni vedono in questa fede in un Essere superiore una prerogativa dell'umanità, altri vi scoprono una debolezza. Qualunque sia il merito o il demerito della credenza nell'idea di Dio, è certo che l'inizio di ogni speculazione metafisica è un atto di adorazione del Creatore: è quanto la storia dello spirito umano, presso tutti i Popoli, constata in modo invariabile.

Ma cos'è Dio? Ecco cosa richiede subito, e con un movimento irresistibile, il credente ed il filosofo. E, come corollario di questo primo interrogativo, si pongono immediatamente quest'ultimo: Qual è, tra tutte le religioni, la migliore? Infatti, se esiste un Essere superiore all'Umanità, deve esistere anche un sistema di rapporti tra quest'Essere e l'Umanità: qual è dunque questo sistema? La ricerca della migliore religione è il secondo passo che fa lo spirito umano nella Ragione e nella Fede.

A questa doppia domanda, nessuna risposta possibile. La definizione della Divinità sfugge all'intelligenza. L'Umanità è stata di volta in volta feticista, idolatra, cristiana e buddista, ebraica e maomettana, deista e panteista: ha adorato di volta in volta le piante, gli animali, gli astri, il cielo, l'anima del mondo, ed infine, se stessa: ha errato di superstizione in superstizione, senza poter afferrare l'oggetto della sua credenza, senza giungere a determinare il suo Dio. Il problema dell'essenza e degli attributi di Dio e del culto che gli conviene, come una trappola tesa alla sua ignoranza, tormenta l'Umanità sin dalla sua origine. I Popoli si sono scannati per i loro idoli, la società si è esaurita nell'elaborazione delle sue credenze, senza che la soluzione sia progredita di un sol passo.

Il deista, il panteista, così come il cristiano e l'idolatra, è ridotto alla pura fede. Si direbbe anche, ed è il solo progresso che abbiamo fatto in questo studio, che ripugni alla ragione conoscere e sapere Dio: non ci è dato che di credervi. Ed è per questo che in ogni epoca, e sotto tutte le religioni, si sono incontrati un piccolo numero di uomini, più arditi degli altri, che, non comprendendo Dio, hanno assunto al parte di negarlo: si è dato loro  il nome di spiriti forti o di atei.

Ma è evidente che l'ateismo è ancora meno logico della fede. Il fatto primitivo, inconfutabile, della credenza spontanea nell'Essere supremo sussiste sempre, ed il problema che questo fatto implica ponendosi inevitabilmente, l'ateismo non poteva essere accettato come soluzione. Lungi che testimoniasse della forza dello spirito, non provava che la sua disperazione. Così ne è dell'ateismo come del suicidio: non è stato abbracciato che da una minoranza. Il Popolo l'ha sempre avuto in orrore.

Le cose erano così. l'Umanità sembrava posta eternamente tra una questione insolubile ed una negazione impossibile, quando, sulla fine dell'ultimo secolo, un filosofo, Kant, tanto notevole per la sua profonda pietà, quanto per l'imcomparabile potenza della sua riflessione, intraprese ad affrontare il problema teologico in modo del tutto nuovo.

Non si chiese più, come tutti avevano fatto prima di lui: Cos'è Dio? e qual è la vera religione? Di una questione di fatto egli fece una questione di forma, e si disse: Da dove giunge il fatto che io credo in Dio? Come, in virtù di cosa si produce nel mio spirito quest'idea? Qual è il punto di partenza e lo sviluppo? Quali sono le sue trasformazioni, e, all'occorrenza, la sua decrescita? Come, infine, è, nell'anima religiosa, le cose, le idee, si producono?

Questo fu il piano di studi che egli si propose, su Dio e la Religione, il filosofo di Kœnigsberg. Rinunciando ad inseguire ulteriormente il contenuto, o la realtà dell'idea di Dio, si mise a fare, se così posso dire, la biografia di quest'idea. Invece di prendere, come un anacoreta, come oggetto delle sue meditazioni, l'essere di Dio, egli analizzò la fede in Dio, così come gliela offriva un periodo religioso di seimila anni. In una parola, egli considerò nella religione, non più una rivelazione esterna e sovranaturale dell'Essere infinito, ma un fenomeno della nostra comprensione.

Da quel momento l'incanto fu spezzato: il mistero della religione fu rivelato alla filosofia. Ciò che cerchiamo e che VEDIAMO in Dio, come diceva Malebranche, non è affatto quell'essere, o per meglio dire, quell'entità chimerica, che la nostra immaginazione ingrandisce incessantemente, e che, per ciò stesso deve essere tutto secondo la nozione che se ne fa il nostro spirito, non può nella realtà essere nulla: è il nostro proprio ideale, l'essenza pura dell'Umanità.

Ciò che il teologo persegue, a sua insaputa, nel dogma che egli insegna, non sono i misteri dell'infinito: sono le leggi della nostra spontaneità collettiva ed individuale. L'anima umana non si percepisce affatto dapprima attraverso la contemplazione riflessa del suo io, così come l'intendono gli psicologi; si percepisce fuori da sé, come se essa fosse un essere diverso posto di fronte a sé: è questa immagine rovesciata che essa chiama Dio.

Così, la morale, la giustizia, l'ordine, le leggi, non sono più cose rivelate dall'alto, imposte al nostro libero arbitrio da un cosiddetto creatore, sconosciuto, inintelligibile; sono cose che ci sono peculiari ed essenziali come le nostre facoltà ed i nostri organi, come la nostra carne ed il nostro sangue. In breve: Religione e Società sono termini sinonimici; l'Uomo è sacro per se stesso come se fosse Dio. Il Cattolicesimo ed il Socialismo, identici in fondo, non differiscono che per la forma: così si spiegano al contempo, ed il fatto primitivo della credenza in Dio, e l'innegabile progresso delle religioni.

Ora, ciò che Kant ha fatto quasi sessanta anni fa per la Religione: ciò che aveva fatto in precedenza per la Certezza; ciò che altri prima di lui avevano tentato per la Felicità o il Bene Supremo, la Voix du Peuple [1] si propone di intraprendere per il Governo.

Dopo la credenza in Dio, quella che occupa il maggior spazio nel pensiero generale, è la credenza nell'Autorità. Ovunque esistano degli uomini raggruppati in società, troviamo un rudimento di religione, un rudimento di potere, l'embrione di un governo. Questo fatto è così primitivo, così universale, così irrecusabile quanto quello delle religioni.

Ma cos'è il Potere, e qual è la miglior forma di Governo? Perché è chiaro che se noi riuscissimo a conoscere l'essenza e gli attributi del potere, sapremmo allo stesso tempo quale è la miglior forma da dargli, qual è, tra tutte le costituzioni, quella perfetta. Avremmo in tal modo risolto uno dei due grandi problemi posti dalla Rivoluzione di Febbraio: avremmo risolto il problema politico, principio, mezzo o scopo, - non pregiudichiamo niente, - della riforma economica.

Ebbene! Sul Governo così come sulla Religione, la controversia dura dall'origine delle società, e con così poco successo. Tanti governi quante sono le religioni, tante teorie politiche quanti sono i sistemi di filosofia: e cioè, nessuna soluzione. Più di duemila anni prima di Montesquieu e Machiavellli, Aristotele, raccogliendo le diverse definizioni di governo, le distingueva secondo le sue forme: patriarchie, democrazie, oligarchie, aristocrazie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, teocrazie, repubbliche federative, ecc. Dichiarava, in una parola, il problema insolubile. Aristotele, in materia di governo, così come in materia di religione, era scettico. Non aveva fede né in Dio né nello Stato.

E noi che, in sessanta anni, abbiamo utilizzato sette o otto specie di governi; che, appena entrati in Repubblica, siamo già stanchi della nostra Costituizione; noi, per cui l'esercizio del potere non è stato, dalla conquista dei Galli da parte di Giulio Cesare sino al ministro dei fratelli Barrot, che la pratica dell'oppressione e dell'arbitrio; noi infine che assistiamo in questo momento ai saturnali dei governi dell'Europa, abbiamo dunque più fede di Aristotele? Non è tempo che usciamo da questa infelice carreggiata, e che invece di esaurirci ulteriormente alla ricerca del miglior governo, della migliore organizzazione da dare all'idea politica, poniamo la domanda, non più sulla realtà, ma sulla legittimità di questa idea?

Perché crediamo al Governo? Da dove viene, nella società umana, quest'idea di Autorità, di Potere; questa finzione di una Persona superiore, chiamata lo Stato?

Come si produce questa finzione? Come si sviluppa? Qual è la sua legge evolutiva, la sua economia?

Non accade per il Governo la stessa cosa come per Dio e l'Assoluto, che hanno così a lungo e così infruttuosamente occupato i filosofi? Non sarebbe anche una delle concezioni primigenie della nostra comprensione, alle quali diamo a torto il nome di idee, e che, senza realtà, senza realizzazione possibile, non esprimono che un indefinito, non hanno in quanto essenza che l'arbitrio?

E poiché, relativamente a Dio e alla Religione, si è già trovato, attraverso l'analisi filosofica, che sotto l'allegoria dei suoi miti religiosi, l'Umanità non persegue altro che il suo proprio ideale, non potremmo cercare anche ciò che essa vuole sotto l'allegoria dei suoi miti politici? Perché infine, le istituzioni politiche, così differenti, così contraddittorie, non esistono né in se stesse né per se stesse; così come i culti, esse non sono affatto essenziali alla società, sono delle formule o combinazioni ipotetiche, per mezzo delle quali la civiltà si mantiene in un'apparenza d'ordine, o per meglio dire, cerca l'ordine. Qual è dunque, ancora una volta, il senso nascosto di queste istituzioni, lo scopo reale dove va a svanire il concetto politico, la nozione di governo?

In poche parole, invece di vedere nel governo, con gli assolutisti, l'organo e l'espressione della società; con i dottrinari, uno strumento d'ordine, o piuttosto di polizia; con i radicali, un mezzo di Rivoluzione: cerchiamo di vedervi semplicemente un fenomeno della vita collettiva, la rappresentazione esterna del nostro diritto, l'educazione di alcune delle nostre facoltà. Chissà che non scopriamo allora che tutte queste formule governative, per le quali i popoli e i cittadini si scannano tra di loro da sessanta secoli, non siano che una fantasmagoria del nostro spirito, che il primo dovere di una ragione libera è di rinviarle ai musei e alle biblioteche?

Questa è la domanda posta e risolta in Confessioni di un Rivoluzionario, e di cui la Voix du Peuple si propone, con l'aiuto dei fatti che gli forniscono e il potere e i partiti che se lo contendono, di dare giorno per giorno il commento.

Allo stesso modo della Religione, il Governo è una manifestazione della spontaneità sociale, una preparazione dell'Umanità a uno stato superiore.

Ciò che l'Umanità cerca nella Religione e che chiama Dio, è se stessa.

Ciò che il cittadino cerca nel Governo e chiama Re, Imperatore o Presidente, è ancora se stesso, è la LibertÀ. 

Fuori dall'Umanità, nessun Dio; il concetto teologico non ha senso: -Fuori dalla libertà, nessun governo; il concetto politico è senza valore.

La miglior forma di Governo, come la più perfetta delle religioni, presa in senso letterale, è un'idea contraddittoria. Il problema non è di sapere come potremmo essere meglio governati, ma come potremmo essere più liberi. La libertà adeguata  identica all'ordine, ecco tutto ciò che contiene di reale il potere e la politica. Come si costituisce questa libertà assoluta, sinonimo d'ordine? Ecco cosa ci insegnerà l'analisi delel diverse formule dell'autorità. Per tutto il resto, non ammettiamo meno il governo dell'uomo per l'uomo, quanto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo...

Così, il percorso che ci proponiamo di seguire, trattando la questione politica e preparando i materiali di una revisione costituzionale, sarà la stessa che abbiamo seguito sino ad oggi trattando la questione sociale. La Voix du Peuple, completando l'opera dei due giornali suoi predecessori, sarà fedele ai loro errori.

Cosa dicevamo, in questi due fogli, caduti uno dopo l'altro sotto i colpi della reazione e dello stato d'assedio?

Non chiediamo affatto, come lo avevano fatto sino ad allora i nostri predecessori e nostri confratelli: Qual è il miglior sistema di comunità? La migliore organizzazione della proprietà? o ancora: qual è la cosa migliore la proprietà o la comunità? La teoria di Saint-Simon o quella di Fourier? Il sistema di Louis Blanc o quello di Cabet?

Sull'esempio di Kant, poniamo così la domanda: Perché l'uomo possiede? Come si acquista la proprietà? Come si perde? Qual è la legge della sua evoluzione e della sua trasformazione? Dove va? Cosa vuole? Cosa infine rappresenta? Perché appare a sufficienza, per l'intreccio indissolubile di beni e di mali che l'accompagnano, per l'arbitrio che costituisce la sua essenza (jus utendi et abutendi) e che è la condizione sine qua non della sua integralità, che essa non è ancora, così come la Religione e il Governo, che un'ipotesi, o meglio, un'ipotiposi della Società, e cioè una rappresentazione allegorica di una concezione della nostra intelligenza.

Com'è, che in seguito, l'uomo lavora? Come si stabilisce la comparazione dei prodotti? Come si avviene la circolazione nella società? A quali condizioni? Secondo quali leggi?

E la conclusione di tutta questa monografia della proprietà è stata la seguente: La proprietà indica funzione o attribuzione; la comunità, reciprocità d'azione: l'usura, sempre decrescente, identità del lavoro e del capitale.

Per operare la liberazione e la realizzazione di tutti questi termini, sino ad ora avvolti sotto i vecchi simboli proprietari, cosa occorre? Che i lavoratori si garantiscano gli uni agli altri il lavoro e gli sbocchi; a questo scopo, che essi accettino, come moneta, le loro reciproche obbligazioni.

Ebbene! Noi diciamo oggi: La libertà politica risulterà per noi, come la libertà industriale, dalla nostra mutua garanzia. È garantendo gli uni agli altri la libertà, che faremo a meno di questo governo, la cui destinazione è di simboleggiare il motto repubblicano: Libertà, Eguaglianza, Fraternità, lasciando alla nostra intelligenza la cura di trovarne la realizzazione. Ora, qual è la formula di questa garanzia politica e liberale? Attualmente, il suffragio universale; più tardi, il libero contratto...

Riforma economica e sociale, attraverso la garanzia reciproca del credito;

Riforma politica, attraverso la transazione delle libertà individuali:

Questo è il programma della Voix du peuple.

La Rivoluzione avanza, gridava ieri, a proposito del messaggio di Luigi Bonaparte, un foglio assolutista. Questa gente non vede la Rivoluzione che nelle catastrofi e i colpi di Stato. Diciamo a nostra volta: Sì, la rivoluzione avanza, perché ha trovato degli interpreti. Le nostre forze possono fallire nel compito: la nostra devozione, mai!

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

 

[1] La Voix du Peuple essendo stata soppressa, dopo alcuni mesi di esistenza, dall'autorità di polizia e forza di baionette, gli studi che questo giornale aveva promesso ai suoi lettori sono stati necessariamente aggiornati. Una prima pubblicazione è apparsa da poco con questo titolo: Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo. Un volume in-18°, inglese, Parigi, luglio 1851, Fratelli Garnier.

 

 

LINK all'opera da Wikisource:
Les Confessions d'un révolutionnaire

 

LINK all'edizione originale dell'opera:

Les Confessions d'un révolutionnaire

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Published by Ario Libert - in Classici Libertari
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