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30 settembre 2013 1 30 /09 /settembre /2013 05:00

Gerrard Winstanley

e i Veri Livellatori (Diggers)

Winstanley Portrait

Henry Noel Brailford

 

[Illustrazioni di Clifford Harper]

 

La domenica 1° aprile 1649, una dozzina di contadini senza terra si accamparono con le loro famiglie sulla collina di St. George, nel Surrey, e procedettero con le loro famiglie a zappare e concimare i terreni comuni. Li guidava William Everard, che aveva prestato servizio militare nel Nuovo Modello finché non ne era stato espulso a causa del suo radicalismo; ma per lui quell’atto voleva essere pacifico. Persa anche l’ultima fiducia sia nei possidenti imperanti alla camera dei Comuni, sia nei Grandi che comandavano l’esercito, i True Levellers (Veri livellatori) o Diggers (zappatori), come essi si chiamavano, erano decisi ad aprire una nuova campagna a favore della libertà, con le loro rudi zappe. Avrebbero rivendicato attraverso l’azione il diritto naturale dell’uomo di servirsi della terra e di goderne i frutti e lanciato una sfida al servile istituto della proprietà privata, che da secoli opprimeva gli inglesi.

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Mentre zappavano e coltivavano a squadre, essi intonavano un loro inno scagliandosi contro l’aristocrazia, contro la gentry, contro gli avvocati, contro il clero, ma i Diggers sono decisi a “vincerli con l’amore” perché la libertà non è mai stata conquistata con la spada. Con una fede che nessuna delusione o sconfitta poteva uccidere, gli Zappatori avrebbero tentato una nuova via per instaurare la “comunità dei possessi”. Il loro movimento era insieme il punto di arrivo della lunga guerra contro le enclosures e della quale i Veri Livellatori combatterono l’ultima battaglia incruenta perché essi erano ispirati da una semplice e chiara fede comunista e avevano ideato una tattica che avrebbe per sempre messo fine alle usurpazioni dei proprietari invadenti e instaurata una società senza classi.

Gli Zappatori, prima a St. George’s Hill, poi – quando ne furono cacciati - a Cobham, non esitarono a violare gli storici diritti dei signori di maniero, accampandosi sui terreni comuni per coltivarli, e facendovi legna. Allarmato da un rapporto del 16 aprile, il Consiglio di Stato prima convocò i leader del gruppetto, poi mandò dei reparti di cavalleria a disperderli. Cortese come sempre, Fairfax li ascoltò mentre gli spiegavano come, scacciato l’oppressore re Carlo, “la terra debba tornare nelle mani unite degli uomini comuni”, ma i signori di maniero non furono altrettanto larghi di idee e, con turbe di mercenari spalleggiati dalla cavalleria regolare, prima li scacciarono da St. George’s Hill, poi distrussero le baracche ch’essi avevano costruito a Cobham e mandarono il bestiame a pascolare nei campi che i Diggers avevano piantati a cereali; ma intanto la colonia era cresciuta a cinquanta persone, per un anno aveva tenuto testa ai signori, all’esercito e alla legge, e i loro emissari battevano le strade d’Inghilterra predicando il nuovo Vangelo di eguaglianza.

Il loro esempio fu seguito a Cox Hull nel Kent e a Wellingborough nel Northamponshire. In questa località, una sola parrocchia contava 1169 persone che vivevano di elemosina e da tempo chiedevano invano ai giudici di pace d’essere “messi al lavoro”, ma nulla era stato fatto per aiutarle. Gli Zappatori itineranti le organizzarono, e il fatto nuovo e interessante è che godevano di large simpatie in città, perché vi furono proprietari disposti a cedere pezzi di terreno e fittavoli pronti a fornire sementi; ma anche questa colonia venne infine dispersa.

V’era tra i Diggers un uomo eccezionale per originalità e per ingegno, Gerrad Winstanley, che lasciò in una lunga serie di scritti una vivida testimonianza della fede e delle idee che illuminavano questo movimento. Infatti, è probabile che sia stato Winstanley, fin dall’inizio, ad ispirare Everard. In quell’anno scrisse e pubblicò numerosi pamphlet indirizzandosi di volta in volta all’esercito, alla City of London, e al parlamento, e, nel linguaggio insieme della Bibbia e della vita quotidiana, diede una franca immagine di ciò che i Diggers avevano fatto e sofferto, ed espose i principi in base ai quali agivano.

Winstanley era nato nel 1609 a Wigan. Trasferitosi a Londra, si era dedicato al commercio dei panni e delle tellerie e, rovinato come tanti altri dalla guerra civile, si era ritirato in campagna nell’alta valle del Tamigi, dove certi conoscenti gli avevano fornito l’alloggio in cambio del governo del bestiame, e così gli avevano permesso di riflettere e meditare. Nel 1648, Winstanley pubblicò quattro pamphlet, dove, erano esposte ardite concezioni teologiche. Passando attraverso un misticismo panteistico, esse maturarono rapidamente in una visione che, in termini moderni, si potrebbe definire agnostica e secolare.

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In quello stesso anno, Winstanley cominciò a interessarsi di questioni politiche e scrisse il suo libro forse più indicativo The New Law of Righteousness [La nuova legge dell’equità], che è un Manifesto dei Comunisti nel linguaggio dell’epoca. Per tutto il biennio 1649-50 egli fu la mente e la penna del moto degli Zappatori, e al suo tramonto, dopo aver difeso le proprie idee in Fire in the Bush [Fuoco nel roveto], nel 1652 diede alle stampe la sua opera più matura, The Law of Freedom in a Platform [Il piano della legge della libertà]. Dedicata a Cromwell in una lettera semplice ed eloquente, essa lo invitava a gettare le basi di una repubblicacomunista. Il quadro di una società nuova e senza classi, esposto nei sei capitoli successivi, è un’interessante miscela della democrazia radicale professata dai livellatori, del comunismo predicato dalla Utopia di Thomas More, e del secolarismo proprio di Winstanley. Come Thomas More, egli propugnava un’economia non monetaria e non mercantile, organizzata intorno a magazzini pubblici ai quali ciascuno consegnerà i prodotti del suo lavoro e dai quali ciascuno attingerà il necessario per soddisfare i suoi bisogni.

Gerrard Winstanley Writing

Il libro, pur non avendo la grazia letteraria e la brillante immaginazione dell'Utopia, occupa un posto tanto più significativo nella storia del pensiero socialista in quanto nacque da un moto autenticamente proletario come programma strategico in vista dell’instaurazione pratica del comunismo. Fu questa l’ultima parola di Gerrard Winstanley: del resto della sua vita sappiamo unicamente che nel 1660 abitava a Cobham e che dopo aver raggiunto una certa floridezza, se poté intentare una causa a un mercante al tribunale della Cancelleria.

Come Winstanley giunse alle sue teorie? Nulla giustifica l’ipotesi che egli possedesse una cultura accademica e libresca: egli non cita nessuna opera che non sia la Bibbia, e neppure accenna all’Utopia, sebbene è chiaro che deve averla studiata. Narra di aver ascoltato da giovane molti sermoni, e di essere stato “immerso” come battista, ed è qui, a parer nostro, un primo e notevole punto di appoggio, perché il pensiero comunista già nel secolo XVI emanava da un doppio filone: la perseguitata ala sinistra dell’hussitismo boemo, e il movimento anabattista le cui dottrine erano predicate clandestinamente in Inghilterra dalla non meno perseguitata Famiglia d’Amore. Questa tradizione a sfondo pacifista filtrò in quasi tutte le sette radicali del periodo repubblicano, e vi fu mantenuta viva dalla parola orale: non a caso un brano caratteristico di Winstanley riecheggia quasi alla lettera uno dei sermoni rivoluzionari di Münzer, l’apostolo dei contadini tedeschi.

Diggers in a Hostelry

Decisiva su di lui fu pure l’influenza della letteratura polemica livellatrice. È probabile che Winstanley sia stato in contatto coi livellatori dei Chilterns e della valle del Tamigi, autori dei due pamphlet Light Shining in Buckinghamshire e New Light Shining in Buckinghamshire, il cui stile non permette di attribuirli a lui, ma dei quali egli può aver contribuito a comporre la trama.

Winstanley non fu, dunque, un pensatore solitario; ma se potessimo chiedregli dove attinse il suo comunismo, egli non citerebbe come fonti né la tradizione anabattista, né il movimento livellatore. Esso gli era venuto per diretta rivelazione di Dio. Tre volte, sia in stato di trance che a mente lucida, egli aveva udito una voce comandargli: “Lavorate insieme; mangiate il pane insieme; proclamate tutto questo nel mondo. Israele non deve né prendere né dare in affitto. Chiunque lavori la terra per una o più persone sollevate a dominare sul prossimo, e che non si considerino eguali agli altri nella creazione, su questo lavoratore la mano del Signore si poserà; io, il Signore, l’ho detto e io lo farò”.

Ubbidendo a questa Voce, egli andò a lavorare coi primi pionieri sulla collina di St. George. I suoi argomenti erano essenzialmente etici: per lui come per tutti gli uomini dai primordi del culto degli antenati, l’umanità è naturalmente, fu in origine, o divenne per ordine e promessa di Dio, una famiglia di uguali.

Tutti i movimenti contadini, dai tempi di John Ball, hanno condiviso questa fede. Winstanley seppe analizzare la società contemporanea con una lucidità di cui i mistici di rado danno prova. Egli non possiede termini tecnici. Più chiaramente che tutti i comunisti istintivi di epoche precedenti, egli riconobbe la fonte di ogni sfruttamento e della maggior parte delle miserie che lo circondavano nell’appropriazione privata dei mezzi di vita e di lavoro e cioè la terra. Egli non cessa di ripetere che il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, e chi è ricco lo è divenuto solo appropriandosi i frutti del lavoro altrui.

Winstanley capì che l’istituzione della “proprietà particolare” è la fonte inevitabile di tutte le oppressioni e di tutte le guerre. Solo la spada, o la legge che in origine sanzionò le pretese feudali dei guerrieri al seguito “del Bastardo normanno”, possono conservare e proteggere la proprietà.

Winstanley comprese altresì, e disse chiaramente, che l’ineguaglianza economica degrada coloro che devono soggiacervi, perché ispira loro una morbosa coscienza di inferiorità congenita.

Quanto alla strategia rivoluzionaria, essa era prescritta a Winstanley dall’interiore “voce dello spirito” forse mentre rimuginava le confuse discussioni avute coi livellatori nella regione dei Chilterns. In un brano, egli scrive come Rousseau che nessuno dovrebbe tenere per sé un’estensione di terra superiore a quella che può coltivare con le proprie mani: ma il suo ideale non è la proprietà contadina, bensì la “comunità”. Il modo di realizzarla è duplice: uomini privi di terra si uniranno per zappare insieme i terreni incolti; ma soprattutto si metterà fine a ogni forma di lavoro salariato. In altri termini, egli invitava i lavoratori  agricoli a rifiutare la propria forza-lavoro all’impiego remunerato sulla terra, [essi] troveranno occupazione permanente nel coltivare per sé i campi d’uso collettivo. Winstanley non dimenticava certo che il Consiglio di Stato aveva alle spalle Fairfax coi suoi dragoni; ma credeva, e aveva ragione di credere, che una rivoluzione fosse in moto, e sapeva che molti di quegli stessi dragoni eraqno alla vigilia di ribellarsi.

Tuttavia, per capire il senso del suo comunismo, dobbiamo cercar di abbracciare l’insieme delal sua visione del mondo e della società umana. La difficoltà risiede nel fatto che il suo pensiero era in rapido e continuo moto. Le sue opere furono scritte, perlopiù in vertiginoso tumulto, nel giro di appena quattro anni. La sua intelligenza è più intuitiva che logica e organizzata.

Nei primi pamphlet di contenuto religioso, egli non aveva ancora raggiunto la posizione che poi lo distinse. Nel primo, egli si dichiara a favore dell’”universalismo”, l’eresia era allora pericolosissima secondo la quale nessuna anima può essere eternamente dannata, e grazie alla misericordia divina anche il malvagio sarà infine redento dall’inferno (al quale, più tardi, Winstanley cesserà di credere). Ma il pamphlet in cui sono esposte le linee più generali della sua concezione teologica è l’audace Truth Lifting Up its Head Above Scandals [La verità che leva la testa al disopra degli scandali], del 1648, scritto in difesa di Everard arrestato per sacrilegio. Qui abbandona l’idea di un Dio perdonale, riduce al minimo il significato del Cristo storico, e ci offre in cambio la concezione panteistica di un universo ordinato.

Egli comincia con l’avvertirci che nei suoi scritti intende usare “la parola Ragione invece della parola Dio”. In altri termini egli non riesce a distinguere Dio dall’universo. Per lui, la Ragione è “il vivente potere della luce, che è in tutte le cose”.

In lampi d’illuminazione egli aveva afferrato, prima che Newton scrivesse i suoi Principia, l’idea dell’ordine e dell’unità dell’universo. Per lui, Dio era appunto quest’ordine; era “l’incomprensibile spirito Ragione”.

E altrove egli parla della “legge della natura (o Dio)”, come poi Spinoza scriverà: “Deus sive natura”, mentre altri brani equivalgono alla negazione di un Dio personale.

Ciò non gli impedisce di usare spesso la parola Dio, e anche più di frequente usa il nome di Cristo come del “vero e autentico Livellatore”, e applica questo nome, fuori da ogni riferimento storico, allo spirito dell’amore, dell’ordine e della ragione nel cuore di tutti gli uomini – anzi, perfino degli animali.

L’agnosticismo sulla vita futura è ancor più esplicito nell’ultima opera di Winstanley, Il Piano della Legge della Libertà: la sopravvivenzas personale nell’al di là non è affatto sicura giacché “sapere quel che [Dio] farà dell’uomo dopo la morte oltre che scomporlo nelle essenze del fuoco, dell’acqua, della terra e dell’aria è un’impresa superiore alle possibilità e capacità dell’uomo, fintanto che egli vive nel corpo”. Altrove, l’intera mitologia ebraica e cristiana è liquidata come “inganno della fantasia e della saggezza e conoscenza carnale; essa insegna a basarsi sulla storia di cose avvenute senza di noi 6.000 e 1649 anni fa”.

Questo lato negativo del pensiero di Winstaley rappresenta un caso unico nell’Inghilterra puritana. Nel suo modo affatto personale, Gerrard era un’anima profondamente religiosa, che con tutta la sinistra puritana aveva in comune e professò con intensa convinzione la fede nel secondo avvento del Cristo, ma trasfigurò questo mito fino a renderlo quasi irriconoscibile.nella sua versione, Cristo invaderà le menti in un processo pacifico e indurrà gli uomini a cessar di concupire e di opprimere, e a realizzare in terra senza ricorrere alla spada la comunità dei possessi. Allora il governo come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi cesserà di esistere: nelle parole di Marx, lo Stato “deperirà”.

Nella sua vigile coscienza di classe, Winstanley preferisce i brani della Bibbia che annunciano il trionfo dei “disprezzati della terra” e “il pianto e le grida” dei ricchi.

È legge della natura umana che, prima di rischiare il tutto per il tutto, ogni rivoluzione raggiunga questa certezza della propria necessità e imminenza: gli uomini dei Seicento la derivavano dal libro della Rivelazione come quelli d’oggi la derivano dall’interpretazione marxista della storia. Ma, Gerrard Winstanley la attingeva dall’osservazione empirica non meno che dalla profezia. Egli aveva visto i potenti cadere dai loro troni: prima ch’egli lanciasse la sua sfida alla proprietà privata, una testa di re era rotolata davanti a Whitehall. La rivoluzione ch’egli sognava sarebbe stata il frutto di una metamorfosi operata dallo “Spirito Ragione” nel cuore degli uomini; ma ciò non gli impediva di studiare la tattica più intelligente per affrettare il processo della loro conversione.

Come i primi quaccheri, egli credeva che lo spirito della ragione e dell’amore si sarebbe rivelato all’anima che attende in silenzio. L’autodisciplina che prescriveva all’uomo era fatta “di azioni giuste e di paziente silenzio”; l’anima doveva cessare di concentrarsi sugli oggetti esterni, spogliarsi di quella cupidigia e smania di possedere, che è madre di tutte le oppressioni, praticare la regola aurea verso i propri simili come verso tutte le creature, e tendere a quell’amore universale che è il fondamento della “comunità” (o, in linguaggio moderno, del comunismo).

La dottrina della “luce interna” è spesso interpretata come l’espressione esterna dell’individualismo protestante. Per Winstanley, è invece un corollario del panteismo mistico: l’insieme ordinato dell’universo raggiunge la coscienza di sé e la sua espressione articolata nell’anima che vive secondo Ragione.

Le Scritture possono servire; ma la luce interna è un’autorità superiore, l’unica che possa interpretarle. Audacemente, egli elimina ogni forma di religione organizzata, le chiese, le “riunioni di preghiera” e, i sacramenti – inclusi il matrimonio, il battesimo, i riti funebri. Copre di sarcasmo sia le università, che pretendono “di possedere in proprio gli scritti degli Apostolo, sia il clero stipendiato che “vende parole per denaro, onde accecare il popolo ingannato”. Una forte coscienza di classe vibra in tutto ciò che Winstanley dice delle università e del clero: “Un contadino che non sia mai stato educato nelle loro scuole” può conoscere meglio la verità: i primi profeti e apostoli erano umili pastori e pescatori.

Il disprezzo del clero stipendiato era un atteggiamento comune ai livellatori e ad uomini, come Milton, estranei alla loro cerchia. L’anticlericalismo di Winstanley paragona alla stregoneria l’“immaginaria scienza” dei teologi, e allarga la polemica anticlericale in un’offensiva contro ogni religione soprannaturale. Soprattutto capisce che la religione organizzata è divenuta l’arma delle classi possidenti. Come si legge in un brano della Law of Freedom: “E invero l’astuto clero sa che, se riesce, grazie a questa dottrina teologica, a incantare il popolo facendogli aspettar ricchezze, paradiso e gloria dopo morto, allora sarà esso a ereditare facilmente la terra, e avrà al proprio servizio il popolo ingannato.

In quest’ultimo libro del 1652, pur disegnando la mappa di una comunità ideale, Winstanley tiene ben saldi i piedi  sulla terra. Lo stato d’animo di esaltazione è svanito, e il lungo conflitto interno fra la tradizione e il razionalismo si conclude nel trionfo di una nuova, moderna visione del mondo. Ma da Thomas More egli può aver tratto quell’entusiasmo per le scienze sperimentali, che brilla in tante pagine di Law of Freedom. Insofferente delle accademie che si occupano soltanto di parole e tradizioni, Winstanley propone di organizzare bensì lo studio dei segreti della natura ma di volgerlo soprattutto a scopi pratici.

Noi inglesi siamo davvero un popolo immemore ed ingrato. Pur contando allora una popolazione inferiore ai cinque milioni, l'Inghilterra non ha mai prodotto nel pensiero e nell'azione tanti e così arditi pionieri come nei giorni lontani del Commonwealtth, quando si rischiava tutto per un'idea e si viveva con un'intensità che i posteri non hanno mai più conosciuta. Fra questi pionieri, sebbene dimenticato, gerrard Winstanley brilla di luce propria - la luce di un raro coraggio, e di una chiara visione del mondo e della vita.

 

Originariamente apparso su: “The Plain View”, luglio 1945.

Ora come capitolo XXXIV di "I livellatori e la rivoluzione inglese", di H. Noel Brailsford, vol. II, Il Saggiatore, Milano, 1962.

 

[A cura di Ario Libert]

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