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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 05:00

Saint-Imier: Internazionale

instant comix dell'incontro internazionale anarchico

 

 

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di Marco Gastoni, Nicola Gobbi, Jacopo Frey

 

 

 

 

 

 

 

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L'anarchismo come movimento politico organizzato nacque negli anni in cui si costituì l’Associazione internazionale dei lavoratori (AIT).

Meglio conosciuta come (prima) internazionale socialista, che creo’ le condizioni necessarie affinché i successivi fermenti rivoluzionari come la Comune di Parigi (1871).

Alla conferenza inaugurale dell’Internazionale, che si tenne a Londra nel 1864, parteciparono dei delegati francesi, svizzeri, belgi e inglesi. I delegati francofoni, veri promotori dell’incontro, erano dei socialisti che in grande parte seguivano la posizione di Pierre Joseph Proudhon (il primo pensatore e agitatore sociale che declinò l'anarchismo come ideale politico) e forgiarono uno dei principali perni dell’internazionale: "L'emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi o non sarà".

C'era anche Karl Marx, che come lui stesso scrisse, partecipò giusto come "personaggio muto della tribuna" e alcuni dei suoi seguaci.

 

 

 

 

 

 

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A Marx fu assegnato il compito di redigere la documentazione relativa alla fondazione dell’AIT ed egli si servì di questo ruolo per cominciare a realizzare la sua politica egemonica all'interno dell'Internazionale attraverso delle interpretazioni e delle traduzioni faziose delle deliberazioni dell’assemblea.

Subito si manifestò una opposizione strategica fra i marxisti (chiamati anche socialisti autoritari) e tutti gli altri membri. Nella visione marxista, l'Internazionale avrebbe dovuto essere un partito strutturato in modo gerarchico e centralizzato diretto da Marx…


Mentre per gli altri delegati (mazziniani, libertari, anarchici, tradeunionisti inglesi) l'associazione doveva avere una struttura federalista per dare più autonomia alle sezioni locali. Non fu per caso che Marx e i suoi seguaci si diedero da fare per controllare il consiglio generale dell’AIT allo scopo di imporre la loro direzione quando gli anarchici si disinteressavano del Consiglio dedicandosi piuttosto alle attività locali.

 

 

 

 

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Alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, l'AIT si era sviluppata soprattutto in Francia con delle propagazioni in Belgio e nella Svizzera francese. I socialisti di scuola marxista erano una minoranza in tutti i paesi rappresentati nell'AIT: in Francia era maggioritaria la corrente proudhoniana, in Spagna prevalevano gli anarchici grazie alla propaganda bakuniana di Giuseppe Fanelli, in Italia le tendenze più numerose erano mazziniane e anarchiche.

In Gran Bretagna la maggioranza apparteneva al movimento delle Trade unions (Sindacati), mentre in Svizzera e in Belgio erano rappresentate tutte le tendenze ma con una più considerevole presenza di anarchici.


La drammatica fine della Comune di Parigi nel 1870, approfondì le divisioni fra marxisti e anarchici, confermando i primi nello scopo di conquistare il potere politico e i secondi nell'ineluttabile necessità di distruggere subito lo stato e qualunque forma di dittatura, anche se provvisoria.

 

 

 

 

 

 

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La conseguenza di questa divisione strategia tra socialismo libertario e socialismo marxista si formalizzo negli incontri di Londra (1871), di Sonviler (1871), L'Aia (1872) e Saint-Imier (1872). Il primo e il terzo posero le fondamenta della dottrina marxista, mentre il secondo e il quarto servirono ai libertari per definire meglio la loro strategia d'azione.

Benché i marxisti occupassero una posizione minoritaria in tutti i paesi, sin dall'inizio Marx riuscì attraverso delle manovre precise a influenzare pesantemente sugli statuti dell'AIT e a controllare il consiglio generale, sbarazzandosi di tutti gli oppositori, dai mazziniani ai mutualisti, sino ai collettivisti e agli anarchici. Durante il congresso dell'Aia del 1872, furono ufficialmente radiati dall'AIT anarchici sostenitori di Michail Aleksandrovic Bakunin (tra cui l'anarchico svizzero James Guillaume).

 

 

 


 

 

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Mentre la prima Internazionale marxista proseguiva le sue attività con successi alterni sino alla sua dissoluzione nel 1876, gli anarchici svizzeri della Federazione del Giura convocarono il 15 settembre un congresso straordinario dell'Internazionale a Saint-Imier.

Laggiù si presentarono delegati svizzeri, italiani, statunitensi, francesi, olandesi e spagnoli, mentre i delegati tedeschi, inglesi e belgi non vi parteciparono. Fu deliberato che il congresso precedente del'Aia (che aveva deciso l'espulsione degli anarchici) doveva essere disapprovato non considerandolo valido perché manipolato dai marxisti; di conseguenza i delegati ne convocarono un altro per il settembre del 1873 (chiaramente non fu riconosciuto dai marxisti). Il conflitto tra gli anarchici e i marxisti non fu più risolto ed è sempre aperto.

 

 

 

 

 

 

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Dopo 140 anni si è ancora a questo punto. Siamo tutti differenti ma siamo uniti tutti dalla stessa volontà di confrontarsi alla realizzazione dell'anarchia in modo collettivo o individuale.

Assemblee, gruppi di lavoro, dibattiti, conferenze, concerti, condivisione dei pasti contribuiscono a far scorrere un flusso di energia: un MOVIMENTO!

A Saint-Imier le infinite possibilità di relazioni individuali rappresentano un arricchimento reciproco nel modo di pensare e di porre in pratica le lotte.

 

 

 

 

 

 

 

 

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- Sono Cileno, con il mio collettivo studentesco di lotta abbiamo lottato molto in questi ultimi anni contro la politica della gestione delle università.

- Siamo un collettivo turco che lotta contro le discriminazioni razziali e dopo la manifestazione del primo maggio a Istambul, la repressione è stata molto forte.

- Sono Ticinese, e vivo in una foresta in una casa che ho costruito io stesso. Sono un artista e utilizzo dei materiali che gli altri gettano via.

- Sono berlinese e vivo in ambiente punk. Sono squatt insieme ai miei amici, ma per sfortuna dobbiamo già pensare alla prossima casa che occuperemo perché la minaccia dell'evacuazione è vicina!

 

 

 

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Ci siamo ritrovati ancora davanti alla diversità e come nei nostri quartieri, nei nostri collettivi, nelle nostre lotte, le risposte degli anarchici sono numerose e varie. Dopo 140 anni il movimento cambia pratiche di lotte innovative e capaci di interpretare le trasformazioni della società.

 

Con l'eredità della nostra storia continuiamo a gurdare verso il futuro, restando sempre capaci di aprire una nuova via. Speriamo che il futuro ci permetterà di incontrarci più regolarmente.

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

LINK al post originale:
Saint-Imier: Internazionale, instant comix dell'incontro internazionale anarchico

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25 agosto 2012 6 25 /08 /agosto /2012 05:00

Kropotkin sul mutuo appoggio

 

Paul Mattick

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Questa nuova pubblicazione dello scritto di Kropotkin sul mutuo appoggio, pubblicato la prima volta a cavallo del secolo, non solo soddisfa il bisogno per la sua utilità, ma - in qualche misura - aiuta anche a combattere l'attuale neo-malthusianesimo e i rinnovati, anche se inutili, tentativi di presentare la concorrenza capitalistica come una "legge di natura", ispirati alla convinzione di Huxley che in natura e nella società la lotta per l'esistenza sia di uno contro tutti; Kropotkin ha dimostrato che sia nel mondo animale sia nella società umana è piuttosto l’aiuto reciproco che assicura l'esistenza e fare progressi.

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Quanto sostenuto da Huxley passa sotto il nome di darwinismo sociale-. "la sopravvivenza del più adatto". Il successo nella società in questo modo deriverebbe dalla selezione naturale.

Non ci si può fare niente e non è necessaria nessuna scusa in quanto la natura è né morale né immorale ma a-morale.

Certo, si cerca di sfidare la "legge naturale" attraverso l'istituzione di un ordine sociale finalizzato a mitigare la lotta di tutti contro tutti. Eppure questo è poco plausibile per il futuro perché la popolazione tende a superare i mezzi di sussistenza, e quindi la lotta per la sopravvivenza continua a distruggere il debole.

mutualismo-gobius-gamberetto.jpgKropotkin non rispose all'argomento malthusiano di Huxley, anche se è l'unico che Huxley ha portato a sostegno delle sue opinioni. Invece Kropotkin, ha descritto le forme di mutuo appoggio osservati nel mondo animale e vari tipi di collaborazione sociale, nel corso della storia dell'uomo. Questo lo ha fatto in modo eccellente, in modo che il libro - a prescindere dalla sua finalità specifica - è un importante studio del comportamento animale e dell'evoluzione della socialità umana. Egli stesso sotto l'influsso del darwinismo, Kropotkin ha voluto correggere la sua interpretazione capitalisticamente - determinata e parziale, che ha visto solo la concorrenza come strumento della sopravvivenza trascurando il fattore molto più importante del mutuo appoggio. Non ha ripreso l'argomento malthusiano perché pensava che i "controlli naturali esistenti alla sovrappopolazione l’avessero reso irrilevante". 

mutualismo-pagliaccio-anemone.JPGQuesto gioca a favore dei "darwinisti sociali", che non fanno distinzione tra società e natura, vedono in tutte le miserie sociali manifestazione di una "legge naturale". Essi insistono sul fatto che, anche se la lotta per l'esistenza non può essere caratterizzata da l'immancabile lotta accanita per i mezzi di sussistenza, tuttavia il pauperismo e la fame, come anche la carestia e la peste, devono essere considerati come "controlli naturali a un eccesso di popolazione". Dal loro punto di vista, la riduzione della sofferenza umana, causata da qualsivoglia ragione, si contrappone ai necessari "controlli naturali" alla sovrappopolazione.

mutualismo-ippopatamo-bufaghe.jpgKropotkin non rispose all'argomento malthusiano, perché anche lui non distingue abbastanza chiaramente tra società e natura. Proprio come per i darwinisti sociali la competizione è istintiva sia per gli uomini e gli animali, così per Kropotkin il mutuo appoggio è un "istinto morale" di "origine pre-umana" e una "legge di natura." Questo non gli impedì, tuttavia, di rendere parola d'ordine, il mutuo appoggio, che ci arriva "dal bosco, dalla foresta, dal fiume, dall'oceano," nelle fondamenta delle nostre "concezioni etiche" in modo da garantire "una più alta evoluzione della nostra specie". Sembra, quindi, che le "leggi naturali" per essere veramente efficaci abbiano bisogno del supporto o del rifiuto degli uomini.

kropotkin coloriL'osservazione rivela che vi è sia la concorrenza sia il mutuo appoggio all'interno e tra le diverse specie. Mutuo appoggio che, ovviamente, è la migliore strada per la sopravvivenza per le specie, la cui sopravvivenza dipende dall'aiuto reciproco, così come la competizione. Per molto tempo, tuttavia, la sopravvivenza nel mondo animale non è dipesa dalla pratica della mutualità o della concorrenza, ma è stata determinata dalla decisione degli uomini su quali specie avrebbero dovuto vivere e prosperare e quali sarebbero dovute essere sterminate. Qualunque "legge naturale" possa esistere rispetto al mondo animale, è annullata dalle "leggi" fatte dall’uomo che forma la "natura" alle proprie esigenze o capricci. "Natura allo stato naturale" per così dire, dove "le leggi naturali" potrebbero governare ha bisogno oggi di essere preservata e protetta da leggi nazionali e internazionali. Ovunque l’uomo ha il potere, le "leggi della natura" rispetto alla vita animale cessano di esistere.

darwinSe questo è vero per il mondo animale, quanto più questo deve essere vero per l'uomo stesso. Sebbene Marx fosse un grande ammiratore di Darwin, Marx ha richiamato l'attenzione sul fatto che la "natura" viene continuamente modificata dalle attività degli uomini, e (contro il malthusianesimo in particolare) che nessuna "legge naturale" governa la crescita della popolazione. La mutevole struttura sociale, non la "legge naturale", determina se c'è "sovrappopolazione" oppure no, e se in conseguenza di questa sovrappopolazione, o indipendentemente da essa, è il mutuo appoggio o la concorrenza che caratterizza i rapporti sociali. "La sovrappopolazione" e la fame e la miseria ad essa associata, non sono prodotti della natura, ma prodotti degli uomini, o piuttosto di rapporti sociali che escludono un'organizzazione sociale della produzione e della vita in generale tale da abolire il problema della sovrappopolazione con il problema della fame.

Marx.jpgLa "sovrappopolazione" di cui parla Huxley, non è quella relativa ai mezzi di sussistenza, ma rispetto alle esigenze di accumulazione del capitale, è un prodotto del modo di produzione capitalistico e non di una "legge di natura".

A dire il vero, la "sovrappopolazione" sembra esistere in vaste aree del mondo dove le popolazioni sono sottoposte a carestie, inondazioni e a mezzi di produzione arretrati. Anche se questa condizione può non essere costruita dall'uomo, è in ogni caso mantenuta dagli uomini, in modo da garantire posizioni di privilegio all'interno di rapporti sociali esistenti, o di rapporti di forza internazionali, o di entrambi simultaneamente. La "sovrappopolazione" non è la causa ma il risultato di questi tentativi di arrestare lo sviluppo sociale, come si può vedere dal fatto che, ovunque la fame viene eliminata la popolazione tende a diminuire. Ma anche se non fosse così, esistono per un tempo molto lungo ampie opportunità per un aumento della produzione in grado di nutrire una popolazione mondiale molte volte la sua dimensione attuale.  

sardine.jpgNon è in realtà la "sovrappopolazione" che preoccupa le classi dominanti. Piuttosto è vero il contrario, come si evince dagli sforzi frenetici per aumentare la popolazione al primo segno del suo declino tendenziale, dal fatto che il controllo delle nascite è un crimine, e dal mantenimento di condizioni che favoriscono un notevole aumento del masse impoverite. Le condizioni di miseria per le masse sono un prerequisito per la ricchezza e la particolare posizione sociale delle classi dominanti.

Anche se è bene sapere che c’è almeno altrettanto mutuo appoggio che competizione nella natura e nella società, questo non è sufficiente a far cambiare le abitudini degli uomini e modificare le relazioni sociali. Per coloro che traggono profitto dalle condizioni attuali non importa se si tratta di "naturale" o "innaturale", il "migliore" o il "peggiore" metodo per la sopravvivenza della specie. L'umanità non è un loro problema. Per coloro che creano i profitti può essere bello sapere che il mutuo appoggio praticato nei loro stessi ambienti attesti i loro alti concetti etici e di comportamento naturale, ma questo non li ferma dallo sfruttare. Tutta la polemica tra Huxley e Kropotkin è in un certo senso fuori luogo - non tocca i temi rilevanti della società, vale a dire che il "mutuo appoggio" in una società umana presuppone l'abolizione dei rapporti di classe.

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23 agosto 2012 4 23 /08 /agosto /2012 05:00

L’uccisione di Sacco e Vanzetti

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Kurt Vonnegut

 

Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l’uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l’ex portiere notturno all’Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.

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Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand’ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni – pensavo – a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?

Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.

Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l’autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.

Perché?

"Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse.

Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione. 

Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.


Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l’unico che avesse famiglia. L’attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell’inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.
 

“Viva l’anarchia” disse. “Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici” disse. “Buonasera, signori” disse poi. “Addio, mamma” disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

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Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel’ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l’inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.

Ascoltate:
“Desidero dirvi,” disse, “che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente”. Faceva il pescivendolo, al momento dell’arresto.


“Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto” disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

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La loro vicenda, di nuovo:


Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall’Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L’anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.

Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno. Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell’epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.

Vanzetti dirà in seguito: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America”.

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Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.

I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l’ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l’ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L’agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.

Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c’era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scrisse Vanzetti. “Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me”. Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – andando di porta in porta.

Il tempo passava.

Sacco e Vanzetti

Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O’Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.

Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch’era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.

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Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi – pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato – che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi.

Era chiaro per loro, anche, che l’America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.

Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.

Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un’ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.

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Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo – e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione – presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.

Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti.

Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

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Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O’Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.

 Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.

Ma, ecco, d’un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.

 La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.

Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.

 Parola d’onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell’aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor’s Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).


E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.

Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l’ho dimenticato.

L’altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell’esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch'era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.

Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.

“Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont” mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.

Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull’ America. L’indignava che fossero così ingrati verso l’America, quegli immigrati italiani.

Stando a Labor’s Untold Story, Capone disse: “Il bolscevismo bussa alla nostra porta… Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall’ideologia rossa e dalle astuzie rosse”.

Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l’ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un’alta finestra.

Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: “Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!”.

Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.

“Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.


E non si laverebbero le mani.

In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato – composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento – di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.

Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l’ascoltavamo tenendoci per mano.

Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m’iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, “s’intendeva molto di elettricità, se non di altro”, era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).

Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell’esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c’erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.

Il triumvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.

Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?

Chi è l’uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.

E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.

vanzetti sacco funerali 

Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.

“La natura si mostrava partecipe” disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.

Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.

La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell’esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov’era la prigione. Fra i dimostranti c’erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.

C’erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C’erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.

Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.

Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.

vanzetti sacco maschere

Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.

Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l’appesero alla parete, sopra i catafalchi.


Su quello striscione erano dipinte le parole che l’uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l'altro giorno?


 

Fonte: Kurt Vonnegut, Un pezzo da galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini.

 

 

Kurt Vonnegut

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

LINK pertinenti all'argomento:

Ronald Creagh, Sacco e Vanzetti o le passioni militanti

Jean Pierre debourdeau, L'affare Sacco e Vanzetti

Fred Ellis, Il caso Sacco e Vanzetti (raccolta di vignette tratte da "The Daily Workers", 1927

Bartolomeo Vanzetti. Ultime parole ai giudici

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18 agosto 2012 6 18 /08 /agosto /2012 05:00

Un grande omaggio, sentito e colto, ad Anton Pannekoek (1873-1960), una delle più notevoli figure del marxismo libertario dei consigli da parte di un'altro illustre esponente dello stesso orientamento politico e culturale: Paul Mattick (1904-1981). Due dei molti, ma non per questo mai troppi, acutissimi critici di ogni ortodossia che si riteneva autenticamente marxista e democratica: sia di quella socialdemocratica della Seconda Internazionale già dai tempi antecedenti alla grande guerra, sia di quella della Terza Internazionale, che in generale i consiliaristi hanno considerato l'altra faccia di una stessa medaglia, quella dell'opportunismo e del  collaborazionismo con il capitalismo seppure in forme e modalità diverse.

 

ANTON PANNEKOEK

 

Pannekoeck

di Paul Mattick

 

Pannekoek-3.jpegIl tratto vitale di Anton Pannekoek è coinciso con quella che fu quasi l’intera storia del moderno movimento operaio; egli fece esperienza della sua crescita come un movimento di protesta sociale, della sua trasformazione in un movimento di riforma sociale e della sua eclisse come movimento di classe indipendente nel mondo contemporaneo. Ma Pannekoek fece esperienza anche delle sue potenzialità rivoluzionarie nei cambiamenti radicali spontanei che, di quando in quando, interruppero il regolare flusso dell’evoluzione sociale. Egli entrò nel movimento operaio come marxista e morì come marxista, ancora convinto che se ci sarà un futuro, sarà un futuro socialista.

pannekoek.jpgCome la maggior parte dei socialisti olandesi, Pannekoek venne dalla classe media e il suo interesse nel socialismo, come egli una volta rimarcò, fu dovuto ad una tendenza scientifica forte abbastanza da abbracciare sia la società che la natura. Per lui il Marxismo era l’estensione della scienza ai problemi sociali e l’umanizzazione della società. Il suo grande interesse nella scienza sociale fu interamente compatibile con il suo interesse nella scienza naturale; diventò non solo uno dei principali teorici del movimento operaio radicale ma anche un astronomo e matematico di fama mondiale.

pannekoek-marxismo-e-darwinismo.jpgQuesta attitudine unificante riguardante la scienza naturale e sociale e la filosofia determinò il carattere della maggior parte del lavoro di Pannekoek. Una delle sue prime pubblicazioni, "Marxismo e Darwinismo", elucida il sistema di relazioni tra le due teorie; una delle sue ultime, "Antropogenesi", tratta delle origini dell’uomo. "L’importanza scientifica del Marxismo, come del Darwinismo", egli scrisse, "consiste nel loro portare a compimento la teoria dell’evoluzione, l’una sul dominio del mondo organico, l’altra sul dominio della società".

 darwin.jpgCiò che fu così importante nel lavoro di Darwin fu il riconoscimento che "sotto certe circostanze alcuni tipi di animali si svilupperanno necessariamente in altri tipi di animali". C'era un "meccanismo", una "legge naturale" che spiegava il processo evolutivo. Che Darwin identificasse questa "legge naturale" con una lotta per l’esistenza analoga alla competizione capitalista non ebbe effetto sulla sua teoria, né la competizione capitalista divenne con ciò una "legge naturale".

Marx.jpgFu Marx che formulò la forza propellente per lo sviluppo sociale, "Il materialismo storico riferito alla società"; e sebbene il mondo consista sia nella natura che nella società -come espresse nel bisogno dell’uomo di mangiare in modo da vivere- le leggi dello sviluppo sociale non sono "leggi di natura". E naturalmente, tutte le "leggi", sia della natura che della società, non sono assolute. Ma esse sono abbastanza attendibili, come verificato dall’esperienza, da essere considerate "assolute" per i propositi della pratica umana. Ad ogni modo esse negano la pura arbitrarietà e la libera scelta e si relazionano a schemi osservati e regolarità che tengono conto delle aspettative che formano la base logica per le attività umane.

engels01.jpgCon Marx Pannekoek sostenne che "la produzione delle necessità materiali della vita che forma la struttura principale delle società e determina le relazioni politiche e le lotte sociali". E tramite la lotta di classe che decisivi cambiamenti sociali sono stati determinati e questi cambiamenti hanno portato da un meno produttivo a un più produttivo livello di produzione sociale. Il socialismo implica anche l’ulteriore sviluppo delle forze sociali di produzione che sono ora ostacolate dalle prevalenti relazioni di classe. E questo può essere fatto solo da una popolazione lavorativa capace di basare le sue aspettative sull’emergere di una società senza classi. Nella storia conosciuta, i livelli dell’esistenza umana e sociale sono riconoscibili attraverso mezzi e forme di produzione cangianti che alterano la produttività del lavoro sociale. L'origine di questo processo è persa nella preistoria, ma è ragionevole assumere che è da trovarsi nella lotta dell’uomo per l’esistenza in una collocazione naturale che lo sfavoriva e lo forzava a sviluppare una capacità per il lavoro e l'organizzazione sociale. Da quando Friedrich Engels scrisse "Il Ruolo del Lavoro nella Trasformazione dalla Scimmia all'Uomo", un'intera letteratura è stata costruita attorno alla questione degli utensili e dell'evoluzione umana.

lenine-phil-fr-jpgIn "Antropogenesi" Pannekoek ritornò ai problemi trattati nel suo precedente "Marxismo e Darwinismo". Proprio come ci sono "meccanismi", che spiegano lo sviluppo sociale e l’evoluzione naturale, così ci dev'essere un "meccanismo" che giustifichi la separazione dell’uomo nell’innalzamento dal mondo animale. La società, il soccorso mutualistico, e infine l’uso di "utensili" sono caratteristiche di altre specie prima dell’uomo; ciò che è specifico dell’uomo è il linguaggio, la ragione e la fabbricazione di utensili. E l’ultimo fattore, la fabbricazione di utensili, che in tutta probabilità giustifica il simultaneo sviluppo del linguaggio del pensiero. Poiché l’uso di utensili si interpose tra un organismo e il mondo esterno, tra stimolo ed azione, esso impose l’azione, e perciò il pensiero, a operare un giro lungo, dalle impressioni sensoriali per mezzo dell’utensile, verso l'oggetto.

lenin-filosofo-spagnolo.jpgLa parola sarebbe impossibile senza il pensiero umano. La mente umana ha la capacità per il pensiero astratto, di pensare per concetti. Mentre la vita mentale sia per l’uomo che per l’animale comincia dalle sensazioni, che si combinano in immagini, la mente umana discerne tra percezioni e azioni per mezzo del pensiero, proprio come l’utensile interviene tra l’uomo e quello che questi cerca di conseguire. L’intervallo tra percezioni e azioni, e la ritenzione delle percezioni passate tiene conto della coscienza e del pensiero, che stabilisce le interconnessioni delle percezioni e formula teorie applicabili alle azioni pratiche.

non-leninist-marxism.jpgLa scienza naturale è una prova vivente della sinergica connessione che esiste tra gli utensili e il pensiero. Giacché l’utensile è un oggetto separato e morto che può essere rimesso a posto quando danneggiato, può essere cambiato per uno migliore e differenziato in una molteplicità di forme per vari usi, esso assicurò lo straordinario e rapido sviluppo dell’uomo; il suo uso, a turno, assicurò lo sviluppo della sua mente. Il lavoro, allora, è la costituzione e l"essenza" dell'uomo, nonostante la maggior parte dei lavoratori sia disprezzata e alienata. Il lavoro e la fabbricazione di utensili elevarono l’uomo al di fuori del mondo animale verso il piano di azioni sociali atte a far fronte alle necessità della vita.

lavoro-lewis HineIl cambiamento dall’animale all’uomo deve essere stato un processo molto lungo. Ma il cambiamento dall’uomo primitivo al moderno è relativamente breve. Ciò che distingue l’uomo primitivo dal moderno non è una differente capacità notevole ma una differenza negli usi di questa capacità. Dove la produzione sociale stagna, la società stagna; dove la produttività del lavoro si sviluppa lentamente ed il cambiamento sociale è pure tardivo. Nella società moderna la produzione sociale si è sviluppata rapidamente, creando nuove relazioni di classe e distruggendone di vecchie. Non la lotta naturale per l'esistenza ma la battaglia sociale per uno o un altro concetto di organizzazione sociale ha determinato lo sviluppo sociale.

Herman GorterDalla sua reale origine, il socialismo è stato sia teoria che pratica. Così non è ristretto a coloro che sono ritenuti beneficiari della trasformazione dal capitalismo al socialismo. Essendo concernente con la società senza classi e la fine del conflitto sociale, e tramite l’attenzione di uomini intelligenti da tutti gli strati della società, il socialismo dimostra la sua possibile realizzazione in avanzata. Già da giovane studente di scienze naturali, specializzando in astronomia, Pannekoek entrò nel "Sociaal Demokratische Arbeiderspartij (S.D.A.P.)" e si trovò immediatamente nella sua ala sinistra, dalla parte di Herman Gorter ed Henriette Roland-Holst.

Henriette-Roland-Holst.jpgQuesto partito è stato preceduto dal Sociaal Demokratische Bond che sotto l’influenza di Domela Nieuwenhuis si dissociò dalla Seconda Internazionale. L’antimilitarismo fu il suo principale riferimento e Domela Nieuwenhuis propugnò l’uso dello Sciopero Generale per la prevenzione della guerra. Non potette ottenere una maggioranza per le sue proposte e scoprì, abbastanza presto, il trend verso la collaborazione di classe all’interno dell’Internazionale. Si oppose all’esclusione degli Anarchici dall'Internazionale e le sue esperienze come membro del Parlamento lo portarono a rigettare il parlamentarismo come arma di emancipazione sociale. Le tendenze "anarcosindacaliste", rappresentate da Domela Nieuwenhuis, spaccarono l’organizzazione, ed il nuovo partito socialista, più simile al "modello" socialdemocratico tedesco, venne ad esistere. Comunque, l’ideologia radicale del vecchio partito entrò nelle tradizioni del nuovo movimento socialista olandese.

nieuwenhuis.jpgIl tradizionale radicalismo trovò espressione nel nuovo mensile di partito, "De Nieuwe Tijd", particolarmente nei contributi di Gorter e Pannekoek che svelarono il crescente opportunismo dei leaders di partito. Nel 1909 il gruppo di sinistra attorno a Gorter fu espulso e consolidò una nuova organizzazione, il "Sozial-Demokratische Partei". Pannekoek nel frattempo era andato in Germania: conferenziò nelle scuole di partito del Partito Socialdemocratico Tedesco, scrisse per le sue pubblicazioni teoriche e per vari altri giornali, specialmente la Gazzetta di Brema (Bremer Bürger Zeitung). Si associò con la nuova organizzazione di Gorter che anni dopo, sotto la leadership di van Ravesteyn, Wijnkoop e Ceton sarebbe diventata il Partito Comunista di orientamento moscovita.

frohlich-Paul.jpgSebbene nella tradizione del "Socialismo Libertario" di Domela Nieuwenhuis, l’opposizione di Pannekoek al riformismo ed al "revisionismo" fu un’opposizione Marxista al "Marxismo ufficiale" sia nelle sue forme "ortodosse" sia in quelle "revisioniste". Nella sua forma "ortodossa", il marxismo servì come un'ideologia che copiava una teoria e prassi non marxiana. Ma la difesa del marxismo di Pannekoek non fu delle dottrine; più di chiunque altro egli riconobbe che il marxismo non è un dogma ma un metodo di pensiero sulle questioni sociali nell'attuale processo di trasformazione sociale. Non solo c’erano certi aspetti della teoria marxista superati dallo sviluppo stesso del marxismo, ma alcune delle sue tesi, elaborate sotto definite condizioni, avrebbero perso la loro validità quando le condizioni sarebbero cambiate.

Liebknecht KarlLa prima guerra mondiale riportò Pannekoek in Olanda. Prima della guerra, insieme a Radek, Paul Fröhlich e Johan Knief, egli era stato attivo a Brema. Il gruppo bremiano di radicali di sinistra, i Comunisti Internazionali, più tardi si fuse con lo Spartakusbund, tessendo così la fondazione del Partito Comunista di Germania. I gruppi antinterventisti in Germania trovarono i loro leaders in Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Franz Mehring; il sentimento antinterventista in Olanda ruotò attorno a Herman Gorter, Anton Pannekoek ed Henriette Roland Holst. A Zimmerwald e Kienthal questi gruppi raggiunsero Lenin ed i suoi seguaci nel condannare la guerra imperialista e sostenere azioni per la pace o la rivoluzione. La rivoluzione russa del 1917, salutata come un possibile inizio di un movimento rivoluzionario mondiale, fu supportata sia dai radicali olandesi che da quelli tedeschi a dispetto della primaria differenza di base tra loro ed i leninisti.

Rosa Luxemburg 02Ancora in prigione, Rosa Luxemburg espresse timori sulle tendenze autoritarie del bolscevismo. Ella aveva timore sulla qualità del contenuto socialista della rivoluzione russa a meno che essa non avesse trovato un apporto rettificante nella rivoluzione proletaria in occidente. La sua posizione di appoggio critico verso il regime bolscevico fu condivisa da Gorter e Pannekoek. Essi non di meno lavorarono nel nuovo Partito Comunista e verso lo stabilirsi di una nuova Internazionale. Nei loro punti di vista, comunque, questa Internazionale avrebbe dovuto essere nuova non solo nel nome, ma anche sulla prospettiva , e con riguardo sia al traguardo socialista che al modo di raggiungerlo. Il concetto socialdemocratico di socialismo è il socialismo di stato, da vincere per mezzo della procedure democratico-parlamentari. Il suffragio universale ed il tradeunionismo erano gli strumenti per compiere una transizione pacifica del capitalismo al socialismo. Lenin ed i bolscevichi non credevano in una trasformazione pacifica e sostennero il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo. Ma il loro concetto di socialismo era ancora quello della socialdemocrazia, ed i mezzi per questo scopo includevano parlamentarismo e tradeunionismo.

berckman, Assemblea degli operai nella fabbrica Putilov diComunque, lo zarismo non fu superato da processi democratici ed attività tradeunioniste. L'organizzazione della rivoluzione fu quella dei soviet spontaneamente evolventesi, dei consigli dei lavoratori e soldati, che subito diedero via, comunque alla dittatura bolscevica. Proprio come Lenin fu pronto a far uso del movimento dei soviet, così fu pronto ad utilizzare ogni altra forma di attività, includendo parlamentarismo e tradeunionismo, per raggiungere il suo finale potere dittatoriale per il suo partito camuffato come "dittatura del proletariato". Avendo raggiunto il suo risultato in Russia, provò a consolidare il suo regime con l’aiuto dei movimenti rivoluzionari in Europa occidentale e, fallendo, col provare a raggiungere sufficiente influenza nel movimento dei lavoratori occidentali per assicurarsi almeno il suo indiretto appoggio.

terza-Internazionale.jpegA causa degli immediati bisogni del regime bolscevico, così come delle idee politiche dei suoi leaders, l'Internazionale Comunista non fu l’inizio di un nuovo movimento dei lavoratori ma meramente un tentativo di accrescere il controllo del vecchio movimento e di usarlo per securitare il regime bolscevico in Russia.

Il socialpatriottismo delle organizzazioni dei lavoratori occidentali e la loro politica di collaborazione di classe durante la guerra convinsero i lavoratori rivoluzionari dell’Europa occidentale che tali organizzazioni non potevano essere usate per propositi rivoluzionari. Esse erano diventate istituzioni legate al sistema capitalista e dovevano essere distrutte insieme al capitalismo. Comunque, inevitabili e necessari per il primo sviluppo del socialismo e la lotta per i bisogni immediati, il parlamentarismo ed il tradeunionismo non furono più a lungo strumenti di classe. Quando entrarono nel conflitto sociale di base, fu dalla parte del capitale. Per Pannekoek non fu una questione di cattiva leadership, da risolversi con una migliore, ma di mutate condizioni sociali in cui il parlamentarismo ed il tradeunionismo non giocarono alla lunga un ruolo emancipatorio. La crisi capitalista sulla scia della guerra pose la questione della rivoluzione ed il vecchio movimento laburista non avrebbe potuto essere trasformato in una forza rivoluzionaria finché il socialismo non avesse avuto spazio tra le trade unions o la formale democrazia borghese.

consellcentralrepublicaconsells.jpgDovunque, durante la guerra, i lavoratori lottarono per bisogni immediati, dovettero farlo così contro i sindacati negli scioperi di massa sia in Olanda che in Germania, Austria e Scozia. Essi organizzarono le loro attività tramite commissioni interne, rappresentanti delle commissioni o consigli dei lavoratori, indipendentemente dai sindacati esistenti. In ogni reale situazione rivoluzionaria, in Russia nel 1905 ed ancora nel 1917, così come in Germania ed Austria nel 1918, i consigli dei lavoratori e dei soldati (soviet) sorsero spontaneamente e tentarono di organizzare la vita economica e politica tramite l'estensione del sistema dei consigli su scala nazionale. Il governo dei consigli dei lavoratori è la dittatura del proletariato, perché i consigli sono eletti ai posti di produzione, lasciando così non rappresentati tutti gli strati sociali non associati con la produzione, In sé ciò non può portare al socialismo, e infatti, i consigli dei lavoratori tedeschi si autosciolsero col sostenere l’Assemblea Nazionale. Ancora, l'autodeterminazione proletaria richiede un'organizzazione sociale che lasci il potere di decisione sulla produzione e distribuzione nelle mani dei lavoratori.

spartachismo, assemblea operai e soldati a Berlino, novembrIn questo movimento dei consigli, Pannekoek riconobbe gli inizi di un nuovo rivoluzionario movimento dei lavoratori che, allo stesso tempo, era l’inizio di un’organizzazione socialista della società. Questo movimento dei lavoratori poteva sorgere e mantenersi solo in opposizione con il vecchio movimento dei lavoratori. I suoi principi attrassero il settore più militante del proletariato ribelle più l’imbarazzo di Lenin, che non poteva concepire un movimento non sotto il controllo di un partito, o dello stato, che fu occupato a indebolire i soviet in Russia. Ma neanche poteva essere d’accordo per un movimento comunista internazionale sotto l’assoluto controllo del proprio partito.

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920 per mezzo dell'intrigo, poi apertamente, dopo il 1920, i bolscevichi provarono a deviare il movimento comunista dal suo corso antiparlamentare, sotto il pretesto che era necessario non perdere contatto con le masse che ancora aderivano alle vecchie organizzazioni. "L'estreminsmo, malattia infantile del comunismo" era diretto prima di tutto contro Gorter e Pannekoek, gli oratori del movimento comunista dei consigli.

AAUD-du-sollst-nicht-waehlenLa Convenzione di Heidelberg nel 1919 spaccò il Partito Comunista Tedesco in una minoranza leninista ad una maggioranza aderente ai principi di antiparlamentarsimo ed antisindacalismo sui quali il partito era stato originalmente basato. Ma c’era ora una nuova questione dividente, nominativamente quella della dittatura del partito o della classe. I comunisti non leninisti adattarono il nome Partito Comunista dei Lavoratori Tedeschi (K.A.P.D.), ed una organizzazione simile fu fondata in Olanda. I comunisti pro-partito si opposero ai comunisti dei consigli e Pannekoek si schierò con i secondi: I comunisti consiliari attesero il Secondo Congresso della Terza Internazionale nel ruolo di simpatizzanti. Le condizioni di ammissione all’Internazionale – completa subordinazione delle varie organizzazioni nazionali al volere del partito russo - scissero del tutto il nuovo movimento dei consigli dall’Internazionale Comunista.

stinnes kpd1920

lenin-l'estremismo-moscaLe attività dell’Internazionale Comunista contro l'"ultrasinistra" furono i primi interventi diretti russi nella vita delle organizzazioni comuniste in altri paesi. Il modello di controllo non è mai cambiato ed ha subordinato, eventualmente, l’intero movimento comunista mondiale agli specifici bisogni della Russia e dello stato bolscevico. Sebbene i russi avessero dominato il movimento, come Pannekoek e Gorter avevano previsto, non "catturarono" mai i sindacati occidentali, né dominarono le vecchie organizzazioni socialiste col divorziare i loro seguaci dai loro leader, [ma] distrussero l’indipendenza ed il carattere radicale del nuovo emergente comunista del lavoro. Con l'enorme prestigio di una rivoluzione politica di successo dalla loro parte, e con il fallimento della rivoluzione tedesca, non potevano fallire nel vincere una larga maggioranza nel movimento comunista ai principi del leninismo. Le idee ed il movimento del comunismo consiliare declinarono continuamente e scomparvero praticamente del tutto nel regno fascista del terrore e della seconda guerra mondiale.

mattick_antibolshevik-communism.jpgMentre la lotta di Lenin contro l'"ultrasinistra" fu la prima indicazione delle tendenze "controrivoluzionarie" del bolscevismo, la battaglia di Pannekoek e Gorter contro la corruzione leninista del nuovo movimento dei lavoratori fu l’inizio dell’antibolscevismo da un punto di vista proletario. L'"antibolscevismo" borghese è l’ideologia corrente della competizione imperialista internazionale, le cui ire e declini mutano secondo il cambiamento delle relazioni di potere nazionali. La repubblica di Weimar, per esempio, combatté il bolscevismo da una parte e dall’altra fece segreti accordi con l’Armata Rossa ed aperti accordi d’affare col bolscevismo in modo da sostenere la propria posizione politica all’interno del processo di competizione mondiale. Ci fu il patto Hitler-Stalin e l’invasione della Russia. Gli alleati occidentali di ieri sono i nemici della guerra fredda di oggi, per menzionare solo la più ovvia delle "incoerenze" che, di fatto sono le "politiche" del capitalismo, determinate come sono da nient’altro se non il profitto ed i principi di potere.

L’antibolscevismo deve presupporre l’anticapitalismo siccome il capitalismo dello stato bolscevico è meramente un tipo di capitalismo. Non era così ovvio, naturalmente, nel 1920 come lo è ora. Ciò richiede esperienza col bolscevismo russo per imparare come il socialismo non possa essere realizzato. Il trasferimento di controllo dei mezzi di produzione dai padroni privati allo stato e la determinazione centralistica ed antagonistica della produzione e della distribuzione lascia ancora intatte le relazioni capitaliste del lavoro come relazione tra sfruttatori e sfruttati, governanti e governati. Nel suo sviluppo, ciò porta semplicemente ad una moderna forma di capitalismo in cui il capitale è, direttamente e non indirettamente, come fu preventivamente, la proprietà collettiva di una classe dominante politicamente mantenuta. È verso questa direzione che tutti i sistemi capitalistici muovono, riducendo così l'"antibolscevismo" capitalista ad una mera lotta imperialista per il controllo del mondo.

In retrospettiva è facile vedere che le differenze tra Pannekoek e Lenin non poterono essere risolte per mezzo di argomentazioni. Nel 1920, comunque, era possibile sperare che la classe lavoratrice avrebbe preso un corso indipendente non verso un capitalismo modificato ma verso la sua abolizione. Rispondendo a "Il Comunismo dell’Ala Sinistra: una Malattia Infantile" di Lenin, Gorter provò ancora a convincere i bolscevichi degli "errori" delle loro soluzioni, rimarcando le differenze nelle condizioni socioeconomiche tra la Russia e l’occidente, ed il fatto che le "tattiche" che portarono il bolscevismo al potere in Russia, come possibilità, non sarebbero state applicabili ad una rivoluzione proletaria in occidente [in "Risposta a Lenin", 1920]. L’immediato sviluppo del bolscevismo rivelò che gli elementi "borghesi" nel Leninismo erano dovuti non ad una "difettosa teoria", ma avevano la loro sorgente nel carattere della rivoluzione russa stessa, che era stata concepita e portata avanti come una rivoluzione capitalista di stato sostenuta da un’ideologia pseudomarxiana.

In numerosi articoli di giornale comunisti antibolscevichi, e fino alla fine della sua vita, Pannekoek elucidò sul carattere del bolscevismo e della rivoluzione russa. Come fece nel suo primevo criticismo della socialdemocrazia così anche qui non accusò i bolscevichi di un "tradimento" dei principi della classe lavoratrice. Puntualizzò che la rivoluzione russa, sebbene fosse stata un episodio importante nello sviluppo del movimento della classe lavoratrice, aspirava solo ad un sistema di produzione che poteva essere chiamato socialismo di stato, o capitalismo di stato, che sono una cosa e la stessa. Essa non tradì il proprio obbiettivo più di quanto le trade unions "avessero tradito" il tradeunionismo. Proprio come non ci poteva essere un altro tipo di tradeunionismo che l’esistente, così non ci si poteva aspettare che il capitalismo di stato fosse qualcosa di diverso da sé stesso.

pannekoek-Lenin-als-filosoofLa rivoluzione russa, comunque, è stata combattuta sotto il vessillo del Marxismo e lo stato bolscevico è quasi generalmente considerato un regime marxista. Il Marxismo, e subito il Marxismo-leninismo-stalinismo, rimase l’ideologia del capitalismo di stato russo. Per dimostrare cosa di marxismo fosse racchiuso realmente nel leninismo, Pannekoek intraprese un esame critico delle sue basi filosofiche, pubblicato sotto il titolo "Lenin Filosofo", nel 1938.

Le idee filosofiche di Lenin apparvero nella sua opera "Materialismo ed Empiriocriticismo", in traduzione russa nel 1908 ed in traduzione inglese e tedesca nel 1927. Attorno al 1904 certi socialisti russi, Bogdanov in particolare, si erano interessati alla moderna filosofia naturale occidentale, specialmente alle idee di Ernst Mach, e provarono a combinarle col Marxismo. Esse raggiunsero una certa influenza all’interno del partito socialista russo e Lenin si dispone a distruggere tale influenza con l’attaccare la sua apparente fonte filosofica.

Sebbene non in senso filosofico, Marx aveva chiamato il suo sistema di pensiero materialismo. Si riferiva alla base materiale di tutta l’esistenza sociale e del cambiamento ed andò oltre il suo rigetto sia del materialismo filosofico di Feuerbach che dell’idealismo filosofico di Hegel. Per il materialismo borghese, la natura era obiettivamente data come realtà e l’uomo era determinato da leggi naturali. Questo confronto diretto dell’uomo individuale e la natura estranea, e l’incapacità di rendere la società ed il lavoro sociale come un aspetto indivisibile dell’interezza della realtà, distinsero il materialismo della classe media dal Materialismo Storico.

Il primevo materialismo borghese, o filosofia naturale, ha ritenuto che attraverso l’esperienza sociale e l’attività intellettuale derivata da li sarebbe possibile raggiungere l’assoluta, valida conoscenza della realtà-pensiero da concretizzare. In un tentativo di portare la rappresentazione materialistica del mondo obiettivo allo stesso processo di conoscenza, Mach ed i positivisti negarono la realtà obiettiva della materia, dacché i concetti fisici devono essere costruiti dall’esperienza sensoriale e così mantengono la loro soggettività. Ciò disturbò grandemente Lenin, perché per lui la verità era solo ciò che riflette la verità obiettiva, verità che è, riguardo alla materia. Nell’influenza di Mach nei circoli socialisti, egli vide una corruzione del materialismo. L’elemento soggettivo nella teoria della conoscenza di Mach divenne, nella mente di Lenin, un’aberrazione idealista ed un deliberato tentativo di rispolverare l’oscurantismo religioso.

Era vero, naturalmente, che il progresso critico della scienza trovò interpreti idealistici che avrebbero dato conforto ai religionisti. Alcuni marxisti cominciarono a difendere il materialismo della borghesia una volta rivoluzionaria contro il neo-idealismo e la nuova scienza come veicolare della classe stabilizzata capitalista. Per Lenin questo sembrò particolarmente importante poiché il movimento rivoluzionario russo, ancora al margine della rivoluzione borghese, conduceva la sua battaglia ideologica in gran vastità con gli argomenti scientifici e filosofici della prima borghesia occidentale.

Col confrontare l'attacco di Lenin sull'"Empiriocriticismo" col suo reale contenuto scientifico, Pannekoek non solo rivelò la prevenuta e distante esposizione distorta di Lenin delle idee di Mach ed Avenarius, ma anche la sua incapacità a criticare il loro lavoro da un punto di vista marxiano. Lenin attaccò Mach non dal punto di vista del materialismo storico, ma da quello di un precedente e scientificamente meno sviluppato materialismo borghese. In questo uso del materialismo della classe media nella difesa del "Marxismo", Pannekoek vide un'indicazione addizionale del carattere mezzo borghese e mezzo proletario del bolscevismo e della rivoluzione russa stessa. Ciò andava insieme al concetto capitalista di stato del "socialismo", con le attitudini autoritarie verso la spontaneità e l’Organizzazione, con il fuoridatato ed irrealizzabile principio dell’autodeterminazione nazionale, e con la convinzione di Lenin che solo l’intellighentzia della classe media è capace di sviluppare una coscienza rivoluzionaria ed è così destinata a guidare le masse. La combinazione del materialismo borghese e del Marxismo rivoluzionario che caratterizzava la filosofia di Lenin riapparve col bolscevismo vittorioso come la combinazione di pratica molteplicità ed ideologia socialista.

Comunque la rivoluzione russa fu un evento progressivo di enorme significato, paragonabile alla Rivoluzione Francese. Essa rivelò anche che un sistema di produzione capitalista non è ristretto alle relazioni di proprietà privata che dominano il suo periodo di laissez faire. Con la decrescente debole onda di attività rivoluzionarie nel mezzo della prima guerra mondiale, il capitalismo si ristabilizzò, nonostante le prevalenti condizioni di crisi, per mezzo dei crescenti interventi dello stato nella sua economia. Nelle nazioni capitaliste più deboli ciò prese la forma di fascismo e portò all’intensificazione delle politiche imperialiste che, infine, portarono alla seconda guerra mondiale. Perfino più che la prima, la seconda guerra mondiale mostrò chiaramente che l’esistente movimento di lavoro non era da molto tempo un movimento di classe ma parte e branca del capitalismo contemporaneo.

Nell'Olanda occupata, durante la seconda guerra mondiale, Pannekoek iniziò il suo lavoro sui Consigli Operai, che completò nel 1947. Fu una ricapitolazione del processo della sua esperienza vitale con la teoria e la pratica del movimento internazionale dei lavoratori e lo sviluppo e la trasformazione del capitalismo in vere nozioni e nella sua interezza. Questa storia del capitalismo, e della battaglia contro il capitalismo, finisce col trionfo di un ravvivato, sebbene cambiato, capitalismo dopo la seconda guerra mondiale, e col completo soggiogamento degli interessi della classe lavoratrice ai bisogni competitivi dei due sistemi capitalisti rivali preparatisi per una nuova guerra mondiale. Mentre in Occidente le organizzazioni di lavoratori ancora esistenti aspirano, al meglio, a non più che al riposizionamento del monopolio tramite il capitalismo di stato, il così chiamato movimento del mondo comunista aspira ad una rivoluzione mondiale sul modello della rivoluzione russa. In ambedue i casi, il socialismo è confuso con la proprietà pubblica dove lo stato è padrone delle produzioni ed i lavoratori sono ancora soggetti ad una classe dominante.

Il collasso del capitalismo dei vecchi tempi fu anche il collasso del vecchio movimento del lavoro. Ciò che questo movimento considerava essere socialismo risulta essere una più aspra forma di capitalismo. Ma a differenza della classe dominante, che si adatta subitaneamente alle mutate condizioni, la classe lavoratrice, nell’aderire alle tradizionali idee ed attività, si trova in una situazione depotenziata e apparentemente senza speranza. E come i cambiamenti economici cambiano le idee solo gradualmente, potrà volerci un tempo considerevole prima che un nuovo movimento dei lavoratori –adatto alle nuove condizioni- sorga. Per il compito dei lavoratori è ancora lo stesso, cioè l’abolizione del modo capitalistico di produzione e la realizzazione del socialismo. E ciò potrà essere determinato solo quando i lavoratori organizzeranno sé stessi e le società in modo da assicurare una produzione e distribuzione pianificata determinata dagli stessi produttori. Quando un siffatto movimento dei lavoratori sorgerà, esso riconoscerà le sue origini nelle idee del comunismo dei consigli ed in quelle di uno dei più coerenti proponenti. Anton Pannekoek.

 

Paul Mattick

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Anton Pannekoek

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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920.gif

Copertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione e prassi totalitaria leninista.

 

Premessa

 

Vorrei attirare la vostra attenzione, compagno Lenin, la vostra e quella del compagno lettore, sul fatto che questo opuscolo è stato scritto durante la marcia vittoriosa dei russi su Varsavia.

Vorrei anche scusarmi con voi e con il lettore per le numerose ripetizioni. Poiché la tattica dei "sinistri" è sconosciuta agli operai di quasi tutti i paesi, non ho potuto evitare le ripetizioni.

H. G.

 

I - MASSE E CAPI

 

Caro compagno Lenin,

 

ho letto il vostro opuscolo sull'estremismo nel movimento comunista. Ne ho tratto molti insegnamenti, come da tutte le vostre opere. Ve ne sono riconoscente, insieme, certamente, a molti altri compagni. Molte tracce e molti germi di questa malattia infantile che, senza dubbio, si trovavano anche in me, sono stati scacciati e certamente lo saranno ancor più nel futuro. La stessa cosa può essere affermata per quello che voi dite sulla confusione che la rivoluzione ha causato in molte teste: si tratta d'un giudizio giustissimo. Lo so: la rivoluzione è arrivata così improvvisa e così imprevista! La vostra opera sarà per me un nuovo stimolo a far dipendere sempre e innanzitutto il mio giudizio su tutte le questioni tattiche, ivi compresa quelle della rivoluzione, soltanto dalla situazione reale, dai rapporti di forza reali tra le classi, quali si manifesteranno politicamente ed economicamente.

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Un'edizione in lingua italiana dell'opera di Lenin, stampata a Mosca, Stalin vivente, nel 1950 dalle Edizioni in lingue estere di L'Estremismo, malattia infantile del comunismo.

 

Dopo avere letto il vostro opuscolo, ho pensato: tutto questo è giusto.

Ma quando, a testa riposata, mi sono domandato a lungo se ora avrei dovuto smettere di sostenere questa sinistra e di scrivere articoli per il KAPD e per il partito dell'opposizione in Inghilterra, sono stato costretto a rispondere negativamente.

Ciò sembra contraddittorio. Ma la contraddizione deriva, compagno, dal fatto che il vostro punto di partenza nell'opuscolo non è giusto. Avete torto, secondo me, per quanto riguarda il parallelismo tra la rivoluzione nell'Europa dell'ovest e la rivoluzione russa, per quanto riguarda le condizioni della rivoluzione nell'Europa dell'ovest, in altri termini per quanto riguarda il rapporto di forza tra le classi; a causa di ciò, voi non conoscete il terreno di sviluppo della sinistra, dell'opposizione. E quindi l'opuscolo appare corretto se si adotta il vostro punto di partenza; se lo si respinge (ed è quello che si deve fare), allora l'intero opuscolo è falso. Poiché tutti i giudizi che voi date, gli uni erronei, gli altri radicalmente falsi, confluiscono nella condanna del movimento di sinistra, particolarmente in Germania e in Inghilterra, e poiché io, pur senza essere d'accordo su tutti i punti con questo movimento, come sanno i suoi capi, resto pienamente deciso a difenderlo, credo di agire nel modo migliore rispondendo al vostro opuscolo con una difesa della sinistra. Ciò mi darà l'occasione non soltanto di rivelare il suo terreno di sviluppo, di provare il suo diritto all'esistenza e le sue attuali caratteristiche, qui nell'Europa dell'Ovest, nella fase attuale, ma anche - e questo è forse anche importante - di combattere le rappresentazioni capovolte che prevalgono in merito alla rivoluzione europeo-occidentale, soprattutto in Russia. L'una e l'altra cosa hanno la loro importanza; sia la tattica europeo-occidentale che quella russa dipendono dalla concezione della rivoluzione nell'Europa occidentale.

Avrei volentieri eseguito questo compito al congresso di Mosca, ma non sono stato in condizioni di parteciparvi.

In primo luogo devo rifiutare due delle vostre critiche che possono fuorviare l'opinione dei compagni e dei lettori. Voi parlate con ironia e con sarcasmo dell'inerzia ridicolmente puerile di questa lotta in Germania a proposito di "dittatura dei capi o delle masse", "del vertice o della base", ecc.

Che problemi del genere non dovrebbero esistere, siamo perfettamente d'accordo. Ma non siamo d'accordo con l'ironia. Perché, disgraziatamente, si tratta di questioni ancora aperte nell'Europa occidentale. In effetti noi abbiamo in Europa occidentale, in molti paesi ancora, dei capi uguali a quelli che c'erano nella Seconda internazionale, siamo ancora alla ricerca di veri capi che non cercano di dominare le masse e non le tradiscono; fino a quando non li avremo, vogliamo che tutto si faccia dal basso verso l'alto, e attraverso la dittatura delle masse stesse. Piuttosto che avere in montagna una guida che mi conduce nell'abisso, preferisco non averne. Quando avremo trovato i veri capi, potrà cadere questa ricerca. Perché allora massa e capo saranno tutt'uno. È questo, e nient'altro, che vogliamo dire, noi, la sinistra tedesca e quella inglese.

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Prima edizione italiana dell'opera riproposta in questo post, edita dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Savelli di Roma a cui si devono tra le prime riproposte di autori editoriali di autori o tematiche bandite dalle varie chiese leniniste italiane.

 

E la stessa cosa vale anche per la vostra seconda critica, in base alla quale il capo deve formare con la massa e la classe un tutto omogeneo. Noi siamo completamente d'accordo. C'è solo il problema di trovare e di educare capi simili, che siano veramente uniti alla massa. Trovarli ed educarli, è una cosa che le masse, i partiti politici e i sindacati potranno fare soltanto con una lotta estremamente difficile condotta anche al proprio interno. Ciò vale anche per quanto concerne la disciplina di ferro e il centralismo rafforzato. Noi vogliamo tutto questo ma soltanto dopo aver trovato i veri capi, e non prima. Su questa durissima battaglia che viene attualmente condotta, con il massimo sforzo, in Germania e in Inghilterra, la vostra ironia non può che avere un'influenza nefasta. Con questo sarcasmo voi fate il gioco degli elementi opportunisti della Terza Internazionale. Perché è proprio uno dei mezzi con i quali alcuni elementi della Lega di Spartaco e del BSP in Inghilterra, e anche dei partiti comunisti di numerosi altri paesi, riescono ad ingannare gli operai dicendo loro che tutta la questione della massa e del capo è un non-senso, "è assurda e puerile". Con questa frase della disciplina di ferro e della centralizzazione, essi schiacciano l'opposizione. Voi mascherate il lavoro degli elementi opportunisti.

Non dovete fare questo, compagno. In Europa occidentale siamo ancora nello stadio della preparazione. Si dovrebbe sostenere quelli che lottano e non quelli che comandano.

Ma questo lo dico solo en passant. Vi ritornerò sopra ancora nel corso della mia lettera. Esiste una ragione più profonda per la quale non posso essere d'accordo con il vostro opuscolo. È la seguente: quando noialtri, marxisti dell'Europa occidentale, leggiamo i vostri opuscoli, i vostri studi e i vostri libri, c'è, in mezzo all'ammirazione e al consenso per tutto quanto avete scritto, un momento in cui quasi sempre diventiamo molto prudenti nella lettura, un momento sul quale attendiamo chiarimenti più dettagliati e successivamente, non avendo trovato questi chiarimenti, non accettiamo le vostre tesi senza grosse riserve. È il punto nel quale parlate degli operai e dei contadini poveri, ne parlate molto, molto spesso. E sempre parlate di queste due categorie come di fattori rivoluzionari nel mondo intero. E mai, stando almeno a quanto io ho letto, fate emergere chiaramente e distintamente la grandissima differenza che esiste in questo campo tra la Russia da un lato (e alcuni paesi dell'Europa orientale) e, dall'altro lato, l'Europa dell'ovest (vale a dire la Germania, la Francia, l'Inghilterra, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera e i paesi scandinavi, forse anche l'Italia). E pertanto, secondo me, la base materiale delle divergenze di valutazione che vi separano da quella che viene chiamata la sinistra in Europa occidentale, per quanto concerne la tattica nelle questioni sindacale e parlamentare, sta proprio nella differenza che esiste, su tale punto, tra la Russia e l'Europa dell'ovest.

Conoscete bene, naturalmente, quanto me, questa differenza, ma non ne avete tratto le conclusioni per quanto riguarda la tattica in Europa occidentale, stando almeno a quanto ho letto dei vostri scritti. Avete trascurato di esaminare queste conclusioni e, a causa di ciò, il vostro giudizio sulla tattica in Europa occidentale è sbagliato.

Ciò è stato e resta tanto più pericoloso in quanto ovunque, in Europa occidentale, quella vostra frase è ripetuta meccanicamente in tutti i partiti comunisti, anche da parte di marxisti. Sembrerebbe addirittura, stando ai giornali, riviste e opuscoli comunisti e alle riunioni pubbliche, che, all'improvviso, è imminente in Europa occidentale una rivolta dei contadini poveri. Non si fa notare la grande differenza con la Russia. E di conseguenza il giudizio è falsato, così come è fuorviato il proletariato. Giacché voialtri in Russia avete una immensa classe di contadini poveri e avete vinto con il loro aiuto, presentate le cose come se in Europa occidentale anche noi avremo, in prospettiva, lo stesso aiuto. E giacché voialtri in Russia avete vinto con quell'aiuto, presentate le cose come se soltanto con questo aiuto si possa vincere anche qui. Con il vostro silenzio su questa questione per quel che riguarda l'applicazione di tale tattica all'Europa occidentale, voi presentate le cose come le ho ora esposte, e tutta la vostra tattica scaturisce da questa concezione.

Ma tale concezione non è veritiera. Esiste una formidabile differenza tra la Russia e l'Europa occidentale. In linea generale, l'importanza dei contadini poveri come fattore rivoluzionario, diminuisce passando dall'est all'ovest. In Asia, in Cina e in India, questa classe sarebbe assolutamente determinante se dovesse scoppiare una rivoluzione. In Russia rappresenta per la rivoluzione un fattore indispensabile ed essenziale. In Polonia e in qualche altro Stato dell'Europa meridionale e centrale, costituisce ancora un atout importante per la rivoluzione, ma poi, più si va verso l'ovest e più la si vede ergersi ostile di fronte alla rivoluzione.

La Russia aveva un proletariato industriale di sette-otto milioni di operai. Ma i contadini poveri erano circa 25 milioni (mi scuserete le eventuali inesattezze nelle cifre perché ho dovuto basarmi sulla memoria del momento che la lettera era urgente). Quando Kerenskij si rifiutò di dare la terra ai contadini poveri, voi sapevate che costoro sarebbero venuti per forza dalla vostra parte, non appena avessero preso coscienza della situazione. Questo non è e non sarà il caso dell'Europa occidentale; una situazione simile non esiste nei paesi dell'Europa occidentale che ho citato.

La situazione dei contadini poveri nell'Europa occidentale è completamente diversa da quella della Russia. Benché sia a volte terribile, non lo è da noi altrettanto che da voi. Qui i contadini poveri possiedono un pezzetto di terra come agricoltori o come proprietari. I mezzi di circolazione assai sviluppati consentono ad essi di vendere spesso qualche cosa. Nelle circostanze più difficili hanno spesso di che nutrirsi. Gli ultimi decenni hanno apportato loro qualche miglioramento. Essi ora sono in grado di esigere alti prezzi in periodi di guerra e di dopoguerra. Sono indispensabili perché i generi alimentari possono essere importati soltanto in proporzione assai ridotta. Possono perciò mantenere alti i prezzi. Sono sostenuti dal capitalismo. Il capitale li sosterrà fino all'ultimo. La situazione dei contadini poveri da voi era molto più terribile. A causa di essa, da voi, i contadini poveri avevano anche loro un programma politico rivoluzionario ed erano organizzati in un partito rivoluzionario, nel partito dei socialisti rivoluzionari. Qui non c'è neanche un caso del genere. E oltre a questo, esisteva in Russia una enorme quantità di beni che potevano essere redistribuiti, grandi proprietà fondiarie, beni della corona, terre demaniali, beni monastici. Ma che cosa i comunisti dell'Europa occidentale possono offrire ai contadini poveri per portarli alla rivoluzione, per legarseli?

C'erano in Germania (prima della guerra) quattro-cinque milioni di contadini poveri (con un massimo di due ettari di terra). Viceversa soltanto otto-nove milioni di ettari venivano sfruttati razionalmente da grandi aziende (con più di 100 ettari). Se i comunisti dividessero tutto ciò i contadini poveri continuerebbero ad essere contadini poveri, perché sette-otto milioni di operai agricoli vorrebbero avere anch'essi qualche cosa. Ma non potrebbero neanche dividerle tutte perché le conserverebbero per una coltivazione di tipo moderno (Le tesi di Mosca sulla questione agraria lo confermano).

Quindi i comunisti in Germania non hanno alcun mezzo, a parte alcuni territori relativamente piccoli, per attirare a sé i contadini poveri. Infatti le aziende medie e piccole non saranno certamente espropriate. Del tutto analoga è la situazione dei quattro-cinque milioni di contadini poveri della Francia; lo stesso vale per la Svizzera, il Belgio, l'Olanda e in due paesi scandinavi (per la Svezia e la Spagna non possiedo alcun dato statistico. Ovunque dominano le aziende piccole e medie. E anche in Italia la questione è ancora da valutare bene. Per non citare l'Inghilterra dove non ci saranno più di cento o duecentomila contadini poveri.

Le cifre dimostrano che nell'Europa occidentale esiste un numero relativamente piccolo di contadini poveri. Di conseguenza le truppe ausiliare, seppure esistessero, sarebbero di scarsissima consistenza. 

D'altra parte la promessa che, in regime comunista, i contadini non dovrebbero pagare canoni di affitto e rendite ipotecarie non può allettarli dal momento che con il comunismo essi vedono arrivare la guerra civile, la scomparsa dei mercati e la devastazione.

I contadini poveri dell'Europa occidentale, a meno che non giunga una crisi molto più terribile di quella attualmente esistente in Germania, una crisi che per il suo carattere disastroso superi tutte quelle che l'hanno preceduta, resteranno dunque con il capitalismo fino a quando quest'ultimo avrà un filo di vita.

Gli operai dell'Europa occidentale sono completamente soli. Infatti soltanto uno strato molto esiguo della piccola borghesia povera li aiuterà. E quest'ultima è economicamente insignificante. Gli operai dovranno portare da soli il peso della rivoluzione. Ecco la grande differenza con la Russia.

Forse, compagno Lenin, direte che questo era anche il caso della Russia. Anche in Russia il proletariato ha fatto da solo la rivoluzione. È soltanto dopo la rivoluzione che sono venuti i contadini poveri. Ciò è vero, ma la differenza resta formidabile.

Voi sapevate, compagno Lenin, che i contadini sarebbero sicuramente e presto venuti dalla vostra parte. Sapevate che Kerenskij non poteva né voleva dare loro la terra. Sapevate che non avrebbero sostenuto Kerenskij per molto tempo. Avevate la parola d'ordine "la terra ai contadini" con la quale potevate rapidamente trascinarli, in pochi mesi, dalla parte del proletariato. Noialtri, invece, siamo sicuri che ovunque, nei limiti del prevedibile e sul continente dell'Europa occidentale, i contadini sosterranno il capitalismo.

Voi forse direte che senza dubbio nella Germania non esiste una grande massa di contadini poveri pronta ad aiutarci, ma che migliaia di proletari attualmente ancora legati alla borghesia, verranno certamente dalla nostra parte. E che di conseguenza il posto dei contadini poveri russi, da noi sarà preso dai proletari. In tal modo giungeranno egualmente dei rinforzi.

Questa concezione è ugualmente erronea nel suo insieme. La differenza con la Russia resta enorme.

Infatti i contadini russi sono venuti dalla parte del proletariato dopo la vittoria sul capitalismo. Ma quando gli operai tedeschi, ancora influenzati dal capitalismo, verranno al comunismo, allora la lotta contro il capitalismo comincerà per davvero.

Per il fatto che c'erano contadini poveri, a causa di ciò e soltanto di ciò, i compagni russi hanno vinto. E la vittoria si è consolidata e rafforzata dal giorno in cui i contadini hanno cambiato posizione. Dal fatto che gli operai tedeschi sono collocati ancora nelle file del capitalismo, non se ne può trarre alcunché di utile per la vittoria, e quando essi passeranno a noi, allora la vera battaglia sarà solo all'inizio.

La rivoluzione russa è stata terribile per il proletariato durante i lunghi anni della sua preparazione. Precaria resta anche ora dopo la vittoria. Ma essa era facile nel momento stesso in cui aveva luogo, proprio a causa dei contadini. Da noi è tutto diverso; è proprio il contrario. Nella fase preparatoria, la rivoluzione è facile, e dopo sarà facile. Ma la rivoluzione nel suo attuarsi sarà terribile. Probabilmente più terribile di qualsiasi precedente rivoluzione giacché il capitalismo, che era debole da voi, che dominava soltanto da poco la feudalità, il medioevo e la barbarie, da noi è forte, potentemente organizzato e solidamente radicato. Quanto agli strati inferiori delle classi medie, quanto ai piccoli contadini e ai contadini poveri, questi elementi che stanno sempre dalla parte del più forte, sosterranno il capitalismo fino alla sua fine definitiva, all'eccezione di uno strato esiguo senza importanza economica.

La rivoluzione in Russia ha vinto con l'aiuto dei contadini poveri. Ciò deve essere ricordato qui, in Europa occidentale e ovunque nel mondo. Ma gli operai nell'Europa occidentale sono soli. Non si deve mai dimenticare questo in Russia.

Il proletariato in Europa occidentale è solo. Ecco la verità. E su ciò, su questa verità, deve essere basata la nostra tattica. Ogni tattica che non è basata su tale verità, è sbagliata e conduce il proletariato a gravi disfatte.

Anche la pratica dimostra la veridicità di questa affermazione. In effetti non soltanto i contadini dell'Europa occidentale non hanno programma e non rivendicano la terra, ma, ora che il comunismo si avvicina, essi non si muovono per niente.

Ma naturalmente questa affermazione non deve essere presa in senso assoluto. Esistono, come ho già detto, alcuni territori dell'Europa occidentale in cui domina la grande proprietà e in cui, di conseguenza, è possibile trovare tra i contadini degli alleati del comunismo. Esistono altri territori in cui, a causa delle circostanze locali, ecc., i contadini potranno essere conquistati. Ma questi territori sono relativamente poco numerosi.

Il senso della mia affermazione non è neanche quello per cui perfino nella fase finale della rivoluzione, quando tutto sprofonda, nessun contadino verrà dalla nostra parte. Ma noi dobbiamo determinare la nostra tattica considerando l'inizio e lo sviluppo della rivoluzione. Dunque il modo di essere e la tendenza generale delle circostanze sono, nella situazione specifica, quelle che ho detto. Ed è su di esse soltanto che si può e si deve basare una tattica [1].

Ne consegue in primo luogo - e ciò deve essere detto insistentemente e chiaramente - che nell'Europa occidentale la vera rivoluzione, vale a dire il rovesciamento del capitalismo così come la costruzione e il mantenimento stabile del comunismo è attualmente possibile soltanto nei paesi in cui il proletariato  da solo è abbastanza forte nel confronto con tutte le altre classi, e chiunque in Germania, in Inghilterra, e in Italia, giacché là è possibile l'aiuto dei contadini poveri. Con la propaganda, l'organizzazione e la lotta. La rivoluzione stessa non potrà aver luogo se non quando l'economia sarà stata talmente rovinata dalla rivoluzione negli Stati più grandi (Russia, Germania, Inghilterra) che le classi borghesi saranno sufficientemente indebolite.

Voi sicuramente mi concederete che non possiamo mettere a punto la nostra tattica basandoci su avvenimenti che forse accadranno (aiuto dell'esercito russo), insurrezione indiana, crisi terribile senza precedenti, ecc.).

Che voi non abbiate dunque visto questa verità sul ruolo dei contadini poveri, costituisce il vostro grande errore, compagno. Ed è lo stesso errore dell'esecutivo di Mosca e del congresso internazionale.

Andiamo oltre. Che cosa significa attualmente, dal punto di vista della tattica, in questo isolamento del proletariato occidentale (così differente dalla situazione del proletariato russo), il fatto che esso non può aspettarsi un aiuto da nessuna parte, da nessun'altra classe?

Ciò significa che da noi gli sforzi richiesti alle masse dalla situazione sono ancora più grandi rispetto alla Russia.

E, in secondo luogo, che l'importanza dei capi è proporzionalmente più piccola.

Si trovano davanti ad un capitalismo molto più forte di quello che hanno avuto di fronte i russi, e sono senza armi. I russi erano armati.

Infatti le masse russe, i proletari, prevedevano con sicurezza e constatavano già durante la guerra - in parte sotto i loro occhi - che i contadini si sarebbero schierati dalla loro parte. I proletari tedeschi, per non parlare che di loro, sanno di aver contro tutto il capitalismo tedesco con tutte le classi.

I proletari tedeschi, senza dubbio, erano, già prima della guerra, dai 19 ai 20 milioni su una popolazione di 70 milioni di persone. Ma essi sono soli di fronte a tutte le altre classi.

La rivoluzione esige dunque da ogni proletario tedesco, da ogni individuo, ancora più coraggio e spirito di sacrificio di quanto ne ha chiesto ai russi.

Ciò deriva dai rapporti economici, dai rapporti di classe in Germania, e non da una qualunque teoria o fantasia di rivoluzionari romantici o di intellettuali.

Nella misura in cui l'importanza della classe aumenta, si riduce in proporzione l'importanza dei capi. Ciò non vuol dire che non dobbiamo avere i migliori capi possibili: i migliori tra i migliori non sono ancora abbastanza buoni e noi li stiamo proprio cercando. Ciò significa soltanto che rispetto all'importanza delle masse, quella dei capi diminuisce.

Se, come avete fatto voi, si deve conquistare con sette o otto milioni di proletari un paese di centosessanta milioni di abitanti, allora sì che l'importanza dei capi è enorme. Infatti per vincere con così pochi uomini un numero talmente grande, occorre dare un posto preminente alla tattica. Quando, come avete fatto voi, compagni, si conquista con una truppa talmente ridotta, ma con un appoggio ausiliario, un paese tanto grande, allora, quello che conta è, innanzitutto, la tattica del capo. Quando avete iniziato la lotta, compagno Lenin, con quel piccolo esercito di proletari, è stata soprattutto la vostra tattica che, al momento propizio, ha scatenato le battaglie e conquistato i contadini poveri.

Ma in Germania? Là la tattica più intelligente, la massima chiarezza di idee, il genio stesso del capo non è l'essenziale, né il fattore principale. Là, inesorabilmente, le classi sono schierate: una ha contro tutte le altre. Là il proletariato deve decidere da solo, come classe. Con la sua potenza, con il suo numero. Ma la sua potenza, di fronte a un nemico tanto formidabile e a una superiorità di organizzazione e di armamento tanto schiacciante, è fondata soprattutto sulla sua qualità.

Voi eravate schierati davanti alle classi possidenti russe come David davanti a Golia. David era piccolo ma aveva un'arma sicuramente mortale. Il proletariato tedesco, inglese, europeo-occidentale è di fronte al capitalismo come un gigante di fronte a un gigante. Per esso tutto dipende dalla propria forza. La forza del corpo e soprattutto quella dello spirito.

Non avete osservato, compagno Lenin, che non esistono dei "grandi" capi in Germania? Si tratta sempre di uomini ordinari. Ciò dimostra già che questa rivoluzione deve essere innanzitutto opera delle masse e non dei capi.

Dal mio punto di vista, sarà qualcosa di grandioso, di più grande di qualsiasi cosa sia mai avvenuta fino ad oggi. E sarà un'indicazione di quello che sarà il comunismo.

Questo accadrà in Germania, questo accadrà anche in tutta l'Europa occidentale. Infatti ovunque il proletariato è solo.

Sarà la rivoluzione delle masse, non perché è bene o bello, o ben ideato da qualcuno, ma perché la cosa è condizionata dai rapporti economici e di classe [2].

Da questa differenza tra Russia ed Europa occidentale scaturisce quanto segue:

1) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti occidentali della Lega di Spartaco o quelli del PC d'Inghilterra che sono d'accordo con voi, dite che una lotta sulla questione capo o masse è un non-senso, non soltanto avete torto di fronte a noi che cerchiamo ancora un capo, ma avete torto perché questa questione ha, da noi, un'importanza completamente diversa rispetto a quanto possa avere da voi.

2) Quando venite a dirci: capo e massa devono formare un tutt'uno, non vi sbagliate soltanto perché noi cerchiamo proprio di arrivare a questa unità, ma anche perché questa ha da noi una importanza maggiore rispetto a quanto possa avere da voi.

3) Quando venite a dirci: deve esserci nel partito comunista una disciplina di ferro e una centralizzazione assoluta, militare, non vi sbagliate soltanto in quanto noi cerchiamo effettivamente di arrivare ad una disciplina di ferro e a una forte centralizzazione, ma in quanto questa questione ha, da noi, un significato diverso rispetto a quanto possa avere da voi.

4) Quando venite a dirci: in Russia abbiamo agito in questa o quella maniera (per esempio dopo l'offensiva di Kornilov o in occasione di un altro episodio), in questo o quel periodo noi partecipavamo al parlamento, oppure restavamo nei sindacati, dovete sapere che ciò non vuol dire assolutamente nulla e non implica per niente che tale tattica possa o debba essere applicata qui, giacché i rapporti di classe nell'Europa occidentale, nella lotta e nella rivoluzione, sono completamente diversi da quelli russi.

5) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti dell'Europa occidentale, pretendete di imporci una tattica che era perfettamente giusta in Russia - per esempio una tattica basata e calcolata coscientemente o incoscientemente sul fatto che i contadini poveri o altri strati di lavoratori si sarebbero presto schierati dalla vostra parte, sul fatto che, in altri termini, il proletariato non era solo, ebbene, questa tattica che ci prescrivete e che è anche applicata da noi, può condurre il proletariato occidentale soltanto alla sua perdita e a disfatte terribili.

6) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o gli elementi opportunisti dell'Europa occidentale, quali la centrale della Lega di Spartaco in Germania e il BSP in Inghilterra, volete imporci qui, nell'Europa occidentale, una tattica opportunista (l'opportunismo ha sempre come base degli elementi estranei pronti in qualsiasi momento ad abbandonare il proletariato), commettete uno sbaglio.

L'isolamento, la mancanza di rinforzi in prospettiva e, di conseguenza, la maggiore importanza della massa e la minore importanza relativa dei capi, ecco le basi generali sulle quali deve fondarsi la tattica nell'Europa occidentale.

Queste basi, né Radek, quando era in Germania, né l'esecutivo dell'Internazionale di Mosca, né voi stesso, se devo stare ai vostri scritti, le avete comprese.

Su queste basi (l'isolamento del proletariato e la predominanza delle masse e degli individui) riposa la tattica del KAPD, del partito comunista di Sylvia Pankhurst (almeno sino ad oggi) e della maggioranza del Bureau di Amsterdam dell'IC che è stato nominato a Mosca.

Per queste ragioni essi tentano soprattutto di elevare le masse come unità e come somma di individui, a un grado molto più alto di maturazione, di educare i proletari, uno ad uno, per farne dei lottatori rivoluzionari mostrando ad essi con chiarezza (non soltanto con la teoria, ma soprattutto con la pratica) che tutto dipende dalle proprie forze, che essi non devono attendersi nulla dall'aiuto esterno di altre classi, e poco soltanto dai loro capi.

Teoricamente, dunque, se non si tiene esageratamente conto dei pettegolezzi e delle questioni personali, dei dettagli e delle aberrazioni, come quelle di Wolfheim e di Laufenberg, che sono inevitabili all'inizio di un movimento, la concezione dei partiti e dei compagni prima indicati è del tutto giusta e la vostra offensiva è sbagliata da cima a fondo [3].

Se si va dall'est all'ovest dell'Europa, si attraversa, ad un certo punto, una frontiera economica. Questa è tracciata dal Baltico al Mediterraneo, all'incirca da Danzica a Venezia. È la linea di divisione di due mondi. Ad ovest di questa linea il capitale industriale, commerciale e bancario, unificato nel capitale finanziario sviluppato al massimo grado, domina in modo quasi assoluto. Lo stesso capitale è altamente organizzato e si concentra nei più solidi governi e Stati di tutto il mondo.

Ad est di questa linea non esiste né questo immenso sviluppo del capitale concentrato dell'industria, del commercio, dei trasporti, delle banche, né il suo dominio quasi assoluto, né, di conseguenza, lo Stato moderno solidamente edificato.

Sarebbe quindi un miracolo se la tattica del proletariato rivoluzionario all'ovest di questa frontiera fosse la stessa che all'est.

 

II - La questione sindacale

 

Dopo aver fissato queste basi teoriche generali voglio ora tentare di dimostrare anche nell'applicazione alle questioni particolari che la sinistra in Germania e in Inghilterra ha, generalmente, ragione. In particolare nelle questioni sindacale e parlamentare.

Innanzitutto vediamo la questione dei sindacati.

"Così come il parlamentarismo esprime il potere intellettuale dei capi sulle masse operaie. Il movimento sindacale incarna il loro dominio materiale. I sindacati costituiscono, in regime capitalista, le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato, e a tale titolo Marx, fin dall'inizio, ha fatto emergere la loro importanza. Nel capitalismo sviluppato e a maggior ragione nell'epoca imperialista, i sindacati sono diventati sempre di più delle associazioni gigantesche che rivelano la stessa tendenza di sviluppo mostrato in altri tempi dall'apparato statale borghese. In quest'ultimo si è formata una classe di impiegati, una burocrazia che dispone di tutti gli strumenti di governo dell'organizzazione (denaro, stampa, designazione dei sottoposti); spesso le prerogative dei funzionari si estendono ancora più oltre in modo che, da servitori della collettività, essi diventano i padroni e s'identificano con l'organizzazione. I sindacati convergono anch'essi con lo Stato e con la sua burocrazia in quanto, malgrado la democrazia che dovrebbe regnarvi, pongono i loro membri in una situazione in cui non possono far prevalere la loro volontà contro il funzionarismo; contro l'apparato abilmente allestito con regolamenti e statuti, qualsiasi ribellione si spezza prima che possa distruggere le alte sfere.

"È soltanto con una lunga perseveranza, a tutta prova, che un'organizzazione perviene qualche volta, dopo anni, a un relativo successo, dovuto generalmente a un cambiamento di persone. In questi ultimi anni, prima della guerra e dopo, si è così arrivati - in Inghilterra, in Germania, in America - a delle rivolte di militanti che fanno degli scioperi di loro propria iniziativa, contro la volontà dei capi e contro le risoluzioni dell'associazione stessa. Che una cosa del genere possa succedere del tutto naturalmente, e apparire come tale, dimostra che l'organizzazione, lungi dall'essere la collettività dei membri, si presenta come un qualcosa di completamente estraneo. Gli operai non sono sovrani nella loro associazione, ma sono da essa dominati come da una forza estranea contro cui possono ribellarsi, benché questa forza estranea sia uscita da loro stessi. Ecco un altro punto in comune con lo Stato. Poi, quando la ribellione si calma, la vecchia direzione torna in sella e sa mantenersi nonostante l'odio e l'amarezza impotente delle masse perché si appoggia sull'indifferenza e sulla mancanza di chiaroveggenza, di volontà omogenea e di perseveranza di queste masse, e perché si basa sulla necessità intrinseca di un sindacato come unico mezzo che hanno gli operai di trovare, nell'unificazione, le forze per battersi contro il capitale.

"Lottando contro il capitale, contro le tendenze del capitale assolutiste e generatrici di miseria, limitando queste tendenze e rendendo di conseguenza possibile l'esistenza della classe operaia, il movimento sindacale ha scelto di adempiere ad un compito nel capitalismo ed è diventato lui stesso, per questa via, un elemento della società capitalistica. Ma dal momento che la rivoluzione ha inizio, il proletariato in quanto da membro della società capitalistica si tramuta nel suo distruttore, cozza contro il sindacato come contro un ostacolo.

"Quello che Marx e Lenin hanno detto a proposito dello Stato: e cioè che la sua organizzazione, con tutto quel che può contenere di democrazia formale, lo rende inidoneo a servire come strumento per la rivoluzione proletaria, vale dunque anche per le organizzazioni sindacali. La loro potenza controrivoluzionaria non può essere annientata, Né attenuata con un cambiamento di persone, con la sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinistra o con rivoluzionari.

"È la stessa forma organizzativa che rende le masse pressoché impotenti e che non consente loro di fare del sindacato uno strumento obbediente alla loro volontà. La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questo organismo, vale a dire rovesciando da cima a fondo questa forma organizzativa affinché ne esca qualcosa di completamente diverso.

"Il sistema del consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale, non soltanto di formare i nuovi organi politici del proletariato contro il capitalismo, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le discussioni nel partito in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza  rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituta con un'altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto! (Anton Pannekoek).

I sindacati, per loro natura, non sono armi buone per la rivoluzione nell'Europa occidentale. Anche se non fossero diventati strumenti del capitalismo, se non fossero nelle mani dei traditori e se - nelle mani di qualunque capo si preferisca - non fossero, per loro natura, destinati a fare dei loro membri degli schiavi e degli strumenti passivi, essi, cionondimeno, sarebbero inutilizzabili.

I sindacati sono troppo deboli per la lotta, per la rivoluzione contro il capitale organizzato al livello più alto quale è quello dell'Europa occidentale, e contro il suo Stato. L'uno e l'altro sono ancora troppo potenti per i sindacati. I sindacati sono ancora in parte delle associazioni di mestiere e basterebbe questo fatto a impedire loro di fare la rivoluzione. E nella misura in cui sono associazioni di categoria, non si appoggiano direttamente sulle fabbriche, sulle officine, e ciò provoca la loro debolezza. Infine, sono più delle società di mutuo soccorso - prodotto dell'epoca piccolo-borghese - che dei raggruppamenti di lotta.

La loro organizzazione era già sufficiente per la lotta prima che la rivoluzione non fosse alle porte; per la rivoluzione nell'Europa occidentale tale organizzazione è inidonea a qualsiasi servizio. Infatti le fabbriche, gli operai delle fabbriche, non fanno la rivoluzione nelle associazioni di mestiere o di categoria, ma nelle officine. Per giunta i sindacati sono organi dal lavoro lento, estremamente complicati, buoni soltanto per i periodi di evoluzione. Ed è con questi miserabili sindacati i quali, come si è visto, devono in ogni caso essere distrutti, che si vuol fare la rivoluzione... Gli operai hanno bisogno di armi per la rivoluzione in Europa occidentale. Le sole armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale sono le organizzazioni di fabbrica. Le organizzazioni di fabbrica unite in una grande unione.

Gli operai europeo-occidentali hanno bisogno delle armi migliori. Dal momento che sono soli e perché non ricevono alcun aiuto. E per questo hanno bisogno di organizzazioni di fabbrica. In Germania e in Inghilterra, immediatamente, perché là la rivoluzione è più imminente. E anche negli altri paesi al più presto possibile, non appena potremo ottenerle.

Non vi serve a nulla dire, compagno Lenin, che in Russia avete agito in questo o quel modo. Infatti, innanzitutto non avevate in Russia organizzazioni così cattive come sono molti sindacati da noi. Voi avevate delle organizzazioni di fabbrica. In secondo luogo lo spirito degli operai era più rivoluzionario. In terzo luogo l'organizzazione dei capitalisti era debole. E così lo Stato. Infine, cosa fondamentale da cui tutto dipende, voi potevate ricevere un aiuto. Non avevate dunque bisogno delle armi migliori tra le migliori. Noi siamo soli e abbiamo perciò bisogno di tutte le armi migliori. Senza di esse non vinceremo e subiremo una disfatta dopo l'altra.

Ma ci sono altre basi, morali e materiali, che dimostrano che noi abbiamo ragione.

Immaginatevi, compagno, la situazione esistente in Germania prima della guerra e durante la guerra: i sindacati, unici e troppo deboli strumenti, sono completamente nelle mani dei capi come delle macchine inerti; e questi capi li sfruttano a vantaggio del capitalismo. Poi viene la rivoluzione. I sindacati sono utilizzati dai capi e dalla massa dei membri come un'arma contro la rivoluzione. È con il loro aiuto, con il loro appoggio, con l'azione dei loro capi e in parte anche con quella dei loro membri, che la rivoluzione è assassinata. I comunisti vedono i loro fratelli fucilati con l'aiuto dei sindacati. Gli scioperi a favore della rivoluzione sono spezzati. Credete, compagno, che sia possibile agli operai rivoluzionari di continuare a restare in organizzazioni simili? Se per giunta sono anche  degli oggetti troppo deboli per servire la rivoluzione! Mi sembra che sia psicologicamente impossibile. Che cosa avreste fatto voi come membro di un partito politico, del partito menscevico, per esempio, se questo si fosse comportato in quel modo nella rivoluzione? Sicuramente avreste fatto la scissione (se non l'avevate fatta prima)... Ma voi direte: si trattava di un partito politico, per un sindacato la cosa è diversa. Io credo che vi sbagliate. Nella rivoluzione, fino a quando dura la rivoluzione, ogni sindacato, perfino ogni gruppo operaio, gioca un ruolo da partito politico per o contro la rivoluzione.

Ma, direte ancora - e lo dite nel vostro opuscolo - che questi moti sentimentali devono essere superati a vantaggio dell'unità e della propaganda comunista. Vi dimostrerò che ciò era impossibile in Germania, durante la rivoluzione. Con esempi concreti. Infatti dobbiamo considerare la questione anche da un punto di vista concreto e unilaterale... Supponiamo che ci fossero in Germania 100.000 portuali, 100.000 metallurgici e 100.000 minatori veramente rivoluzionari. Essi vogliono scioperare, battersi, morire per la rivoluzione. Gli altri milioni, no. Che cosa devono fare i 300.000? Innanzitutto unirsi tra loro, formare una lega per la battaglia. Voi siete d'accordo su questo: gli operai non possono far nulla senza organizzazione. Ma una nuova lega in presenza delle vecchie associazioni equivale a una scissione reale se non formale. Anche nel caso in cui i sostenitori del nuovo raggruppamento dovessero restare membri delle vecchie organizzazioni. Ma ecco poi che i membri della nuova organizzazione hanno bisogno di una stampa, di riunioni, di locali, di funzionari retribuiti. Tutto ciò costa molto denaro. E gli operai tedeschi non possiedono quasi nulla. Per far vivere la nuova associazione essi sono obbligati, anche se non ne avessero voglia, ad abbandonare la vecchia. Considerando dunque le cose in modo concreto, quello che voi prescrivete, caro compagno, è impossibile.

Ma esistono altre e migliori ragioni materiali. Gli operai tedeschi che sono usciti dai sindacati, che vogliono distruggere i sindacati, che hanno creato le organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia, si sono trovati in piena rivoluzione. Bisogna lottare immediatamente. La rivoluzione  era arrivata. I sindacati non vollero lottare. A che, dunque, in un momento simile mettersi a dire: restate nei sindacati, propagandate le vostre idee, perché così diventerete sicuramente i più forti e avrete la maggioranza. Tutto ciò sarebbe molto carino se non si tenesse conto che il soffocamento delle minoranze è una regola (cosa questa che la sinistra non domanderebbe di meglio che di dimostrare se soltanto ne avesse il tempo). Ma non c'era tempo da perdere. C'era la rivoluzione, e c'è ancora.

Gli operai non possono sopportare sempre di essere fucilati dai sindacati e hanno bisogno di lottare.

A causa di ciò i sinistri hanno creato l'Unione generale operaia. E poiché ritengono che la rivoluzione in Germania non sia ancora finita e che, anzi, andrà molto più lontano, fino alla vittoria, essi tengono duro.

Compagno Lenin! Se nel movimento operaio si formano  due tendenze opposte, può esistere una scelta diversa dalla lotta? E se questi orientamenti sono molto diversi, opposti  l'uno all'altro, si può forse evitare la scissione? Conoscete forse un'altra via d'uscita? Esiste qualcosa di più contraddittorio della rivoluzione rispetto alla controrivoluzione?

Per questi motivi il KAPD e l'Unione generale operaia hanno pienamente ragione.

In ultima analisi, compagno, queste scissioni, queste chiarificazioni non sono sempre state delle buone cose per il proletariato? E non ci si accorge di ciò sempre in un secondo tempo? In questo campo io ho qualche esperienza. Quando eravamo ancora nel partito socialpatriota non avevamo alcuna influenza. Quando ne siamo stati espulsi avevamo, all'inizio, poca influenza. Ma dopo cominciammo ad avere molta influenza e poi, rapidamente, moltissima influenza. E voi, voi bolscevichi, come vi siete trovati, compagno, dopo la scissione? Molto bene mi sembra. Accadde così: prima in pochi, poi in molti. Il fatto che un gruppo, inizialmente piccolo finché si vuole, si trasformi in qualcosa di grande, dipende completamente dallo sviluppo politico ed economico. Se la rivoluzione continuerà in Germania, si può sperare che l'importanza e l'influenza dell'Unione operaia diventeranno preminenti. L'Unione operaia non deve lasciarsi intimidire dai rapporti numerici: 70.000 contro 7.000.000. Gruppi più piccoli di questo sono poi diventati i più forti. E i bolscevichi sono tra questi!

Perché le organizzazioni di fabbrica e dei luoghi di lavoro, e l'Unione operaia che si basa su questa rete organizzativa e che è formata dai suoi membri, sono certamente delle armi eccellenti, insieme ai partiti comunisti? Perché sono le sole buone armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale?

Perché in esse gli operai sono infinitamente più attivi che non nei vecchi sindacati; perché in esse gli operai hanno in mano i dirigenti e, quindi la linea politica; e perché gli operai controllano l'organizzazione di fabbrica, e, attraverso di essa, l'intera nazione.

Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce una unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell'Unione per l'intero Stato.

Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola unione operaia.

Si tratta, come si vede, di una organizzazione completamente orientata verso la rivoluzione.

Si può constatare anche che in questo caso l'operaio, ogni operaio, ha in mano un potere. Infatti egli elegge nel suo luogo di lavoro i suoi uomini di fiducia e ha, attraverso costoro, un'influenza diretta sul distretto e sull'unione su scala nazionale. C'è una centralizzazione forte ma senza eccessi. L'individuo, con la sua organizzazione diretta, l'organizzazione di fabbrica, ha una grande potenza. Egli può revocare in qualsiasi momento i suoi uomini di fiducia, sostituirli e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte. C'è individualismo ma non troppo.

Infatti le istanze centrali, i consigli regionali e il consiglio nazionale hanno una grande autorità. Individuo e direzione hanno proprio la qualità di potere che è necessario e possibile avere nell'Europa centrale, nell'attuale periodo che è quello dell'esplosione della rivoluzione.

Marx scrisse che, in regime capitalistico, il cittadino è, di fronte allo Stato, un'astrazione, una cifra. La stessa cosa può dirsi per le vecchie organizzazioni sindacali. La burocrazial'intera essenza dell'organizzazione, forma un universo superiore che sfugge all'operaio passandogli sulla testa come una nuvola nel cielo. L'operaio, di fronte ad essa, è una cifra, un'astrazione. Per essa l'operaio non è neanche l'uomo nella fabbrica; non è un essere vivente che vuole e che lotta. Sostituite, nei vecchi sindacati, una burocrazia consolidata con personale nuovo e in poco tempo vedrete anche quest'ultimo acquisire lo stesso carattere che lo innalzerà, lo allontanerà, lo distaccherà dalla massa. Novantanove su cento saranno dei tiranni schierati a fianco della borghesia. Questo scaturisce dalla natura stessa dell'organizzazione.

Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l'operaio stesso che decide della tattica e dell'orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i suoi capi non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l'officina, sono anche la sua base di organizzazione.

Egli è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, l'artefice e il padrone del suo destino, e poiché ciò vale per tutti, la massa scatena e dirige la sua lotta. Molto di più, infinitamente di più, in ogni caso, di quanto non fosse possibile nelle vecchie organizzazioni economiche sia riformiste che sindacaliste [4].

Poiché fanno degli individui e, di conseguenza, delle masse, gli agenti diretti della lotta, i suoi dirigenti e i suoi sostenitori, le nuove organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia sono veramente le armi migliori per la rivoluzione, le armi di cui abbiamo bisogno nell'Europa occidentale, per rovesciare, senza ricevere aiuti, il capitalismo più potente di tutto il mondo.

Ma, compagno, questi sono ancora dei deboli argomenti in confronto all'ultima e fondamentale questione che è legata strettamente ai principi cui ho alluso all'inizio. Questa ragione è decisiva per il KAPD e per il partito di opposizione in Inghilterra: questi partiti vogliono elevare di molto il livello di coscienza delle masse e degli individui in Germania e in Inghilterra.

Secondo loro per fare questo c'è un solo mezzo. E io vorrei chiedervi ancora una volta se voi conoscete un metodo diverso nel movimento operaio. Questo mezzo consiste nella formazione, nell'educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri.

Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell'esempio e dell'azione.

I compagni della sinistra credono possibile, con il loro piccolo gruppo in lotta contro il capitalismo e i sindacati, condurre i sindacati dalla loro parte o perlomeno, giacché la cosa non è impossibile, spostarli a poco a poco su posizioni migliori.

Una cosa del genere può essere realizzata soltanto con l'esempio. Per elevare il livello rivoluzionario degli operai tedeschi, queste nuove formazioni - le organizzazioni di fabbrica - sono dunque assolutamente indispensabili.

Come i partiti comunisti si erigono davanti ai partiti socialpatrioti, così anche la nuova formazione, l'Unione operaia, deve schierarsi di fronte al sindacato [5].

Per trasformare le masse asservite al riformismo e al socialpatriottismo, soltanto l'esempio può servire.

Mi occupo ora dell'Inghilterra, della sinistra inglese. L'Inghilterra è dopo la Germania il paese più vicino alla rivoluzione. Non perché la situazione sia là già rivoluzionaria, ma perché il proletariato inglese è particolarmente numeroso e la situazione economica del capitalismo è sviluppata al massimo livello. Là c'è bisogno soltanto di un forte impulso per far cominciare la battaglia che può concludersi soltanto con una vittoria. È questo quello che pensano, che sanno quasi istintivamente gli operai più avanzati dell'Inghilterra (così come anche noi lo sentiamo); e dal momento che avvertono tutto ciò essi hanno fondato là, come in Germania, un nuovo movimento... che si delinea e procede per tentativi, proprio come in Germania: il movimento Rank and File, delle masse autodirette, senza capi o quasi [6].

Questi movimenti assomigliano molto all'Unione operaia tedesca con le sue organizzazioni di fabbrica.

Avete notato, compagno, che questo movimento è sorto soltanto nei due paesi più avanzati? E all'interno della classe operaia stessa? E in diverse località? [7]. Ciò costituisce di per sé la prova di una spontaneità irresistibile.

In Inghilterra questo movimento, questa lotta contro i sindacati è quasi più necessaria che in Germania. Le Trade Unions inglesi non sono soltanto strumenti nelle mani dei dirigenti per sostenere il capitalismo, ma sono attrezzi ancora più inutilizzabili, ai fini rivoluzionari, dei sindacati tedeschi. La loro formazione risale ai tempi della piccola guerra, ciascuno per sé, spesso fino all'inizio del XIX secolo o anche fino al XVIII secolo. In Inghilterra non esistono forse delle industrie che comprendono  venticinque unioni sindacali, che si disputano accanitamente i loro aderenti?

Organizzazioni di questo genere bisogna evitare di combatterle, di scinderle, di annientarle? Se si è contro le unioni operaie, si deve essere anche contro gli Shop Stewards, gli Shop Committees e le Industrial Unions Se si è a favore di quest'ultimi lo si deve essere anche per le prime giacché i comunisti hanno in entrambi gli stessi scopi.

Questa nuova corrente nel movimento trade-unionistico potrà essere utile alla sinistra comunista in Inghilterra per annientare i sindacati inglesi, quali sono oggi, e per sostituirli con nuovi strumenti della lotta di classe utilizzabili nella rivoluzione. Le stesse ragioni che abbiamo portato per il movimento tedesco, sono valide anche in questo caso.

Ho letto nella lettera del Comitato esecutivo della Terza Internazionale al KAPD che l'esecutivo è a favore degli IWW d'America a condizione che questa organizzazione non sia ostile alla politica e all'adesione al partito comunista. E questi IWW non sono obbligati ad entrare nei sindacati americani! Tuttavia l'esecutivo è contro l'Unione operaia in Germania, e la vuole costringere a fondersi con i sindacati benché essa sia comunista  e collabori con il partito  politico.

E voi compagno Lenin, voi siete a favore del Rank and File Movement in Inghilterra (il quale, tuttavia, provoca già una scissione e organizza molti comunisti che vogliono la distruzione dei sindacati!), ma siete invece ostile all'Unione operaia in Germania.

Io non posso non vedere l'opportunismo nel vostro atteggiamento e in quello del Comitato Esecutivo. E quel che è peggio, un opportunismo sbagliata.

Naturalmente la sinistra comunista in Inghilterra, poiché la rivoluzione non ce l'ha ancora davanti, non può spingersi tanto lontano quanto la sinistra in Germania. Non può ancora organizzare il Rank and File Movement in tutto il paese con basi di massa e con finalità immediatamente rivoluzionarie. Ma la sinistra inglese preparare tutto questo. E non appena la rivoluzione  sarà arrivata gli operai abbandoneranno in massa le vecchie organizzazioni inidonee alla rivoluzione e affluiranno nelle organizzazioni di fabbrica e d'industria.

Essi vi affluiranno per il fatto stesso che la sinistra comunista si sviluppa innanzitutto nel movimento nella misura in cui si sforza di propagandare le idee comuniste. Sul suo esempio  molti operai si sono già innalzati a un livello superiore [8]. E questo è, come in Germania, lo scopo essenziale.

L'Unione generale operaia (AAU) e il Rank and File Movement, appoggiandosi entrambi sulle fabbriche, sui luoghi di lavoro, e soltanto su di essi, sono i precursori dei consigli operai, dei soviet. La rivoluzione nell'Europa occidentale sarà molto più difficile e per il fatto stesso che si svilupperà con lentezza, conoscerà un lunghissimo periodo di transizione in cui i sindacati saranno fuori servizio e in cui i soviet non saranno ancora pronti. Questo periodo di transizione sarà caratterizzato dalla lotta contro i sindacati attraverso la loro trasformazione e la loro sostituzione con organizzazioni migliori. Voi non avrete di che essere inquieto su questo punto: noi avremo il tempo per fare questo!

Insisto nel dire che ciò non accadrà perché noi estremisti lo vogliamo ma perché la rivoluzione esige questa nuova forma organizzativa senza la quale non può vincere.

Coraggio, dunque, Rank and File Movement in Inghilterra e Unione operaia in Germania! Voi siete i precursori dei soviet in Europa. Coraggio! Voi siete le prime organizzazioni adatte a condurre la lotta insieme ai partiti comunisti, contro il capitalismo nell'Europa occidentale, la lotta della rivoluzione!

Compagno Lenin voi volete obbligarci, volete obbligare noi dell'Europa occidentale - noi che siamo privi di alleati di fronte ad un capitalismo tuttora potente, estremamente organizzato (organizzato in tutte le branche e in tutti i sensi) e bene armato, un capitalismo che può essere battuto solo con le armi migliori - a utilizzare armi cattive. Volete imporre i miserabili sindacati proprio a noi che vogliamo organizzare la rivoluzione nelle fabbriche e sulla base delle fabbriche. La rivoluzione in Occidente non può essere organizzata che sulla base delle fabbriche e nelle fabbriche, deve per forza essere così perché è nelle fabbriche che il capitalismo è tanto organizzato in tutti i sensi, economicamente e politicamente, e perché gli operai non hanno (al di fuori del partito comunista) alcuna solida arma (i russi erano armati e avevano con loro i contadini poveri. Quello che le armi e i contadini poveri erano per i russi devono esserlo per noi, al momento attuale, la tattica e l'organizzazione). E in un momento del genere voi siete a favore dei sindacati. Mentre noi siamo obbligati, per motivi psicologici e materiali, in piena rivoluzione, a lottare contro i sindacati, voi volete impedirci di condurre tale lotta. Noi siamo costretti a lottare con la scissione e voi ci ostacolate. Noi vogliamo formare dei gruppi capaci di dare l'esempio come unico metodo per dimostrare al proletariato che cosa vogliamo, e voi ci proibite di dare l'esempio. Noi vogliamo elevare il livello del proletariato occidentale e voi, ci mettete i bastoni tra le ruote.

Non volete la scissione né altre organizzazioni, né, di conseguenza, l'elevazione a un livello superiore.

E perché?

Perché volete avere nella Terza Internazionale i grandi sindacati e i grandi partiti.

Tutto ciò ci appare opportunismo, come opportunismo della peggiore specie [9].

Vi comportate ora, nella Terza Internazionale, in modo completamente diverso da quanto facevate nel partito bolscevico. Quest'ultimo fu conservato molto "puro" e forse lo è ancora. Invece nell'Internazionale bisogna accogliere, secondo voi, in tutta fretta quelli che sono comunisti per metà, per un quarto o anche per un ottavo.

È una maledizione che pesa sul movimento operaio: non appena ha ottenuto un certo "potere" esso tende ad aumentarlo con mezzi contrari ai principi. Anche la socialdemocrazia era "pura" all'inizio in quasi tutti i paesi. La maggior parte degli attuali socialtraditori erano dei veri marxisti. Le masse furono conquistate con la propaganda marxista. Ma subito dopo aver raggiunto una certa potenza, i capi abbandonarono le masse.

Attualmente voi e la Terza Internazionale vi comportate come un tempo fece la socialdemocrazia. Naturalmente oggi la cosa non avviene più nei limiti nazionali ma su scala internazionale. La rivoluzione russa ha vinto per la "purezza", per la fermezza nei principi. Attualmente il proletariato dispone di un certo "potere". Occorrerebbe ora estendere questo potere su tutta l'Europa. Ed ecco che si abbandona la vecchia tattica!

Invece di applicare ora a tutti gli altri paesi questa tattica sperimentata, e di rafforzare così dall'interno la Terza Internazionale, si compie un voltafaccia e, alla pari della socialdemocrazia di una volta, si passa all'opportunismo. Ecco che si fa passare tutto: i sindacati, gli indipendenti, il centro francese, una porzione del Labour Party.

Per salvare le apparenze del marxismo si pongono delle condizioni da sottoscrivere! Kautsky, Hilferding, Thomas ecc. vengono messi all'indice. Ma le grandi masse, il quadro medio, sono accettati, e tutti i mezzi sono buoni per spingerli ad entrare nell'Internazionale. Per rafforzare ulteriormente il centro si escludono gli "estremisti", a meno che non vogliano passare al centro! I migliori rivoluzionari, quali il KAPD, sono così esclusi!

E una volta unita la grande massa con una linea centrista, ci si sbrana tutti insieme sotto la disciplina di ferro, sotto capi messi alla prova in un modo tanto straordinario.

Per andare dove? Nel baratro.

A che cosa servono i principi obbligatori, le brillanti tesi della Terza Internazionale se, nella pratica, si è opportunisti?

Anche la Seconda Internazionale aveva i più bei principi ma è sprofondata nella pratica.

Noi estremisti non vogliamo che questo accada. Vogliamo innanzitutto formare nell'Europa occidentale, così come fecero un tempo i bolscevichi in Russia, dei nuclei solidissimi, molto coscienti e fortissimi (anche se inizialmente molto piccoli). E quando li avremo formati, li ingrandiremo. Ma su un terreno sempre più solido, sempre più forte, sempre più "puro". Soltanto in questa maniera possiamo vincere nell'Europa occidentale. È per questo che respingiamo tutta la vostra tattica, compagno Lenin.

Voi dite, compagno, che noi membri della Commissione di Amsterdam abbiamo dimenticato o non abbiamo imparato le lezioni delle rivoluzioni precedenti. Ebbene! compagno, io mi ricordo benissimo di un fatto che ha caratterizzato le rivoluzioni del passato. È il seguente: i partiti di "estrema sinistra" vi hanno sempre giocato un ruolo eminente, di primo piano. Si ricordino la rivoluzione olandese contro la Spagna, la rivoluzione inglese, quella francese, quella della Comune e le due rivoluzioni russe.

Attualmente nello sviluppo del movimento operaio si presentano, nella fase rivoluzionaria europeo-occidentale, due correnti: quella radicale e quella opportunista. Non possono pervenire a una buona tattica, all'unità, se non con la lotta reciproca. Ma la corrente radicale è di gran lunga la migliore anche se in qualche faccenda di secondo piano si spinge troppo oltre. E voi, compagno Lenin, sostenete la corrente opportunista!

E non è tutto! L'esecutivo di Mosca, i capi russi di una rivoluzione che ha vinto con l'aiuto di un esercito di milioni di contadini poveri, vogliono imporre la loro tattica al proletariato dell'Europa occidentale che invece è solo.

E per far questo essi, così come voi, spezzano la migliore corrente dell'Europa occidentale!

Quale stupidità bestiale, e soprattutto quale dialettica! Quando la rivoluzione scoppierà nell'Occidente europeo voi vedrete che cosa ne sarà della vostra tattica onirica! Ma il proletariato ne farà allora le spese.

Voi, compagno, e l'esecutivo di Mosca, sapete che i sindacati sono delle potenze controrivoluzionarie. Ciò risulta chiaramente dalle vostre tesi. Ciononostante volete conservarli. Sapete anche che l'Unione operaia, e cioè le organizzazioni di fabbrica, il Rank and File Movement sono organizzazioni rivoluzionarie. Dite voi stesso, nelle vostre tesi, che le organizzazioni di fabbrica devono essere e sono il nostro scopo. Ciononostante volete soffocarle. Volete soffocare le organizzazioni nelle quali gli operai, ogni operaio, e di conseguenza la massa, può sviluppare forza e potenza, e volete conservare le organizzazioni in cui la massa è uno strumento passivo nelle mani dei capi. In questo modo volete prendere il controllo dei sindacati, metterli sotto il controllo della Terza Internazionale.

Perché volete questo? Perché seguite questa cattiva tattica? Perché volete avere le masse attorno a voi, quali esse siano e prima di ogni altra cosa. Perché voi ritenete che soltanto alla condizione di avere le masse sottomesse con una disciplina ferma e centralizzata (in modo comunista, semicomunista o per nulla comunista...) voi stessi, cioè i capi, arriverete alla vittoria.

In breve: perché conducete una politica da capo.

La politica da capo non è la politica che vuole capi e centralizzazione (senza dei quali non si può ottenere nulla così come  non si può ottenere nulla senza il partito), ma è la politica che riunisce le masse senza consultarle per sentire le loro convinzioni e le loro opinioni, e che pensa che i capi possono vincere soltanto se hanno le grandi masse attorno a loro.

Ma questa politica, che voi e l'esecutivo attualmente portate avanti nella questione sindacale, non avrà successo nell'Occidente europeo. Infatti il capitalismo è ancora troppo potente e il proletariato è troppo ridotto alle sue sole forze. Tale politica fallirà come quella della Seconda Internazionale.

Qui gli operai devono diventare potenti innanzitutto da soli, e solo in seguito grazie a voi capi. Qui il male, la politica da capo, deve essere distrutto alle radici.

Con la vostra tattica nella questione sindacale, voi e l'esecutivo di Mosca, avete dimostrato con successo che se non cambiate, la tattica stessa, non potrete dirigere la rivoluzione nell'Europa occidentale.

Voi dite che la sinistra quando pretende di applicare la sua tattica sa soltanto far chiacchiere. Ebbene, compagno, la sinistra ha finora avuto poche o nessuna occasione di agire in altri paesi. Ma osservate soltanto la Germania, considerate la tattica e l'attività del KAPD al momento del putsch di Kapp e di fronte alla rivoluzione recalcitrante, e sarete obbligato a ritirare le vostre parole.

 

III - Il parlamentarismo

Resta ancora da difendere la sinistra sulla questione del parlamentarismo [10]. La linea di sinistra, anche in questa questione, si basa sulle stesse considerazioni generali e teoriche prese in esame nella questione sindacale: isolamento del proletariato, enorme potenza del nemico, necessità per la massa di elevarsi all'altezza dei suoi compiti, di non fidarsi, inanzitutto, che di se stessa, ecc. Non ho bisogno di esporre un'altra volta tutte queste ragioni.

Ma ce ne sono altre ancora più importanti di quelle addotte per la questione sindacale.

Innanzitutto: gli operai, e in generale, le masse lavoratrici dell'Europa occidentale sono completamente sotto l'influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese. E questo a un livello molto più alto rispetto agli operai dell'Europa orientale. Da noi l'ideologia borghese si è impadronita dell'intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. E' all'interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi.

Il compagno Pannekoek descrive molto correttamente questa situazione nella rivista "kommunismus" di Vienna.

"L'esperienza tedesca si colloca di fronte al grande problema della rivoluzione nell'Europa occidentale. In questi paesi il modo di produzione borghese e la secolare cultura altamente sviluppata che gli è legata hanno inciso profondamente sul modo di sentire e di pensare delle masse popolari. In tal modo il loro carattere intimo e spirituale è completamente diverso da quello degli operai delle regioni orientali che non hanno mai conosciuto il dominio borghese. Ed è qui che risiede, inanzitutto, la differenza del corso rivoluzionario dell'Est, rispetto all'Ovest dell'Europa. In Inghilterra, Francia, Olanda, Scandinavia, Italia, Germania, fioriva, fin dal Medioevo, una forte borghesia sulla base d'una produzione piccolo-borghese e di capitalismo primitivo. E quando il feudalesimo fu rovesciato, si sviluppò anche nelle campagne una forte ed indipendente classe di contadini, la quale fu anche padrona della sua piccola economia. Su tale base si è sviluppata la vita spirituale borghese, in una solida cultura nazionale. Accadde così innanzitutto negli Stati marittimi come l'Inghilterra, la Francia, che marciarono alla testa dello sviluppo capitalistico. Il capitalismo, mediante l'assoggettamento dell'intera economia alla sua direzione, legando anche le fattorie più sperdute al campo dell'economia mondiale, nel corsi del XIX secolo, ha elevato il livello di questa cultura nazionale, l'ha migliorato, e con le sue armi spirituali di propaganda - la stampa, la scuola e la chiesa - ha forgiato su tale modello il cervello popolare, sia che si tratti della masse proletarizzate da esso attierate nella città sia che si tratti di quelle lanciate nelle campagne.

"Queste considerazioni sono valide non soltanto per i paesi in cui il capitalismo è nato, ma anche, benché con forme un pò diverse, per l'Australia e l'America, dove gli europei hanno fondato nuovi Stati, così come per i paesi dell'Europa centrale quali la Germania, l'Austria e l'Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico ha potuto innestarsi sulla vecchia economia arretrata e sulla cultura piccolo-borghese. Il capitalismo trovò, penetrando nei paesi dell'Europa orientale, un materiale tutto diverso e di altre tradizioni. In Russia, in Polonia, in Ungheria e nei paesi a est dell'Elba, non c'era una classe borghese abbastanza forte da dominare, per tradizione, la vita spirituale. La situazione agraria - grande proprietà fondiaria, feudalesimo patriarcale, comunismo di villaggio - dava il tono all'ideologia".

In questo brano il compagno Pannekoek, posto di fronte al problema ideologico, ha colpito il bersaglio giusto. Molto meglio di quanto noi avessimo mai fatto, egli faceva emergere sul terreno ideologico la differenza tra l'Europa orientale e quella occidentale, e ha dato, da questo punto di vista, la chiave di una tattica rivoluzionaria per l'Europa occidentale.

Se si stabilisce il legame tra tutto ciò e la causa materiale della potenza nemica, e cioè con il capitale finanziario, allora l'intera tattica diventa chiara.

Ma si può dire di più a proposito del problema ideologico. La libertà borghese, la potenza del parlamento, sono state, nell’Europa occidentale, una conquista delle generazioni precedenti, degli antenati nelle loro lotta liberatrice; conquiste utilizzate dai possidenti ma realizzate dal popolo. Il ricordo di queste lotte costituisce ancora una tradizione profondamente radicata nel sangue del popolo. Una rivoluzione, in effetti, è il ricordo più profondo di un popolo. La convinzione che l'essere rappresentati in parlamento costituisce una vittoria, è inconsciamente qualcosa come una forza immensa e tranquilla. Questo è vero in particolare nei paesi più vecchi della borghesia in cui hanno avuto luogo lotte lunghe e frequenti per la libertà; in Inghilterra, in Olanda e in Francia. E anche, ma in misura minore, in Germania, in Belgio e nei paesi scandinavi. Un abitante dei paesi dell'Est non può probabilmente immaginarsi quale forza può avere questa convinzione.

Per di più gli operai qui hanno lottato, spesso per molti anni, per il suffragio universale e lo hanno conquistato nella lotta; o direttamente o indirettamente. Questa vittoria ai suoi tempi ebbe dei risultati. Si pensa e si sente generalmente che avere dei rappresentanti nel parlamento borghese delegare ad essi i propri interessi, costituisca un progresso e una vittoria. Non bisogna sottovalutare la forza di questa ideologia.

E, infine, la classe operaia dell'Europa occidentale è caduta, con il riformismo, sotto i colpi dei parlamentari che l'hanno portata alla guerra, all'alleanza con il capitalismo. Questa influenza del riformismo è anch'essa colossale Per tutte questa cause l'operaio è diventato lo schiavo del parlamento al quale delega ogni cosa. In prima persona non agisce più [11].

Viene la rivoluzione. Ora l'operaio deve fare tutto in prima persona. Deve lottare da solo con la sua classe contro il formidabile nemico,deve condurre la lotta più terribile che si sia vista al mondo. Nessuna tattica da capi può aiutarlo. Tutte le classi formano una barriera compatta davanti a lui, e nessuna è dalla sua parte. Se invece si fa rappresentare in parlamento dai suoi capi o da altre classi, è minacciato dal grande pericolo di ricadere nella sua vecchia debolezza lasciando agire i capi, delegando tutto al parlamento, confinandosi nella finzione secondo la quale altri possono fare la rivoluzione al suo posto, perseguendo delle illusioni e restando bloccato nell'ideologia borghese.

Questo atteggiamento delle masse di fronte ai capi è anch'esso molto ben descritto dal compagno Pannekoek: "Il parlamentarismo è la forza tipica della lotta con uno strumento da capi, che fa giocare alle masse un ruolo secondario. La sua pratica consiste nel fatto che dei deputati, delle personalità particolari, conducano una lotta fondamentale. Essi devono, di conseguenza, destare nelle masse l'illusione che altri possono sostenere la lotta al loro posto. Una volta si credeva che i capi avrebbero potuto ottenere delle riforme importanti per gli operai attraverso la via parlamentare, e aveva anche corso l'illusione che i parlamentari avrebbero potuto realizzare la rivoluzione socialista con misure legislative. Oggi che il parlamentarismo ha un aspetto più modesto, si mette avanti l'argomento che i deputati possono fare una forte propaganda per il comunismo in parlamento. ma sempre l'importanza decisiva è attribuita ai capi. Naturalmente in questa situazione sono i funzionari che dirigono la politica, magari sotto la mascheratura democratica delle discussioni e risoluzioni dei congressi. La storia della socialdemocrazia è, da questo punto di vista, una lezione degli sforzi iniziali fatti affinché i membri del partito determinano da soli la linea politica. Laddove il proletariato lotta sulla via parlamentare, tutto ciò è inevitabile fino a quando le masse non avranno creato delle organizzazioni adatte ala loro azione, vale a dire laddove la rivoluzione deve ancora arrivare. Ma non appena le masse entrano in scena in prima persona, per decidere e per agire, i misfatti del parlamentarismo sovraccaricano la bilancia.

"Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone le forze. Tutto ciò che rafforza nuovamente la concezioni tradizionali è nocivo. Il lato più solido, più tenace, di questa mentalità è proprio costituito dallo stato di dipendenza nei confronti dei dirigenti ai quali gli operai delegano la soluzione di tutte le questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo inevitabilmente tende a paralizzare l'azione delle masse necessarie per la rivoluzione.

"Che si pronuncino dei bei discorsi per ridestare l'attenzione rivoluzionaria! L'attività rivoluzionaria non trae il suo alimento da frasi simili, ma soltanto dalla necessità dura e difficile e quando non c'è altra via d'uscita.

"La rivoluzione inoltre esige qualcosa di più della lotta delle masse che rovescia un sistema governativo, di una battaglia che sappiamo non poter essere artificialmente provocata ma soltanto originata dai bisogni profondi delle masse. La rivoluzione esige che il proletariato prenda nelle sue mani le grandi questioni della ricostruzione sociale, le più difficili decisioni, che il proletariato entri al completo nel movimento creativo. E ciò è impossibile, se innanzitutto l'avanguardia, poi masse sempre più larghe, non prendano le cose nelle loro mani, non si considerino responsabili, non si mettano a studiare, a fare propaganda, a lottare, a pensare, a osare ed eseguire fino in fondo. Ma tutto ciò è difficile e penso; fino a che la classe operaia è portata a credere alla possibilità di una strada più facile in cui altri agiscono al suo posto conducendo l'agitazione da una tribuna altolocata, prendendo decisioni, dando il segnale per l'azione, facendo leggi, fino ad allora essa esiterà e resterà passiva, sotto il peso della vecchia mentalità e delle vecchie debolezze".

Gli operai dell'Europa occidentale devono agire innanzitutto in prima persona e non soltanto sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico: occorre ripetere questo mille volte e, se è necessario, anche centomila, un milione di volte (e chi non ha compreso e non ha tratto questa lezione degli avvenimenti seguiti al novembre del 1918 è un cieco anche se si tratta di voi, compagno). Giacché essi sono soli e nessuna astuzia dei capi potrebbe aiutarli. E' da loro stessi che deve uscire la massima forza d'impulso. Qui, per la prima volta a un livello più elevato che non in Russia, l'emancipazione della classe operaia sarà opera degli operai stessi. E' per questo che i compagni della sinistra hanno ragione quando dicono ai compagni tedeschi: non partecipate alla elezioni, boicottate il parlamento; occorre che voi stessi facciate ogni cosa sul piano politico; voi operai non vincerete fino a che non agirete in questo modo; vincerete soltanto se agirete così per due, cinque, dieci anni e se vi sforzerete uno ad uno, gruppo a gruppo, di città in città, di provincia in provincia, e infine in tutto il paese, come partito, come unione, come consigli di fabbrica, come massa, come classe. Attraverso l'esempio e la lotta sempre rinnovata, attraverso le disfatte, succederà che la grande maggioranza di voi formerà un blocco e dopo aver frequentato questa scuola, potrebbe formare una massa grande e omogenea.

Ma i compagni, gli estremisti della KAPD avrebbero commesso un grosso sbaglio se avessero sostenuto questa linea soltanto a parole, come propaganda. In questa questione politica la lotta e l'esempio sono ancora più importanti che nella questione sindacale.

I compagni della KAPD erano nel loro pieno diritto e obbedivano ad una necessità storica quando si separarono dalla Spartakusbund, scindendosi da essa o meglio dalla sua Centrale nel momento in cui quest'ultima non voleva più tollerare quel tipo di propaganda. In effetti il proletariato tedesco e gli operai dell'Europa occidentale avevano bisogno, innanzitutto di schiavi politici, che in questo mondo di oppressi dell'Europa occidentale, sorgesse un gruppo che fosse di esempio, un gruppo di liberi lottatori, senza capi, vale a dire senza capi del vecchio tipo. Senza deputati in parlamento.

E ciò ancora una volta non perché sia bello o buono di per sé, o perché è eroico è meraviglioso, ma perché il popolo lavoratore tedesco e occidentale è solo in questa terribile lotta e non può sperare in alcun aiuto dalle altre classi o dall'intelligenza dei capi. Una sola cosa può sostenerlo: la volontà e la decisione delle masse, uomo per uomo, donna per donna, insieme.

A questa tattica fondata su ragioni così profonde, si oppone la partecipazione al parlamento che può solo nuocere a questa giusta linea; e il danno è infinitamente maggiore del piccolo vantaggio della propaganda (attraverso la tribuna parlamentare). E a causa di ciò la sinistra respinge il parlamentarismo.

Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe quindi nociva [12].

Senza dubbio un lavoro simile della sinistra durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovranno aspettare ancora per molto tempo. Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell'Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la

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6 agosto 2012 1 06 /08 /agosto /2012 05:00

DELLA CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀ


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O


PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

 

§ I. — La Religione impotente nello scoprire l'ordine.

 

 

24. La Religione è ostile alla scienza e al progresso: questa proposizione, che si potrebbe credere dettata dall'empietà e dall'odio, è quasi un articolo di fede.

Una cosa è credere, dice un teologo, un'altra giudicare ciò che merita credenza: Aliud credere, aliud judicare esse credendum. Ciò significa che il primo è dell'uomo, e il secondo di Dio o dell’autorità che egli ha divinamente designato per insegnare agli uomini. — Qual è la regola della fede? chiede un altro. È di attenersi a ciò che  è stato creduto da tutti, dappertutto e sempre: Quod ab omnibus, quod ubique, quod semper.

Ecco dunque, da una parte, la fede opposta al ragionamento; dall'altra, l'immobilità nella fede prescritta. Si era già separato lo spirituale dal temporale; non restava più che separarlo dal razionale, e fare della scienza dell'uomo, della società, di Dio stesso, una cosa di tradizione. Quando si è giunti a ciò, si deve morire: non si ha più nulla da fare al mondo e da dire agli uomini.

Ma questo non riguarda che la morale e la teodicea (e non è poca cosa, poiché la morale abbraccia l'economia politica e la famiglia, e la teodicea risulta dalle più alte conclusioni della metafisica): bisogna mostrare che l'antipatia della religione per la scienza è generale.

25. Alcuni spiriti elitari si sono immaginati ai giorni nostri che fecondando con la scienza i resti ancora palpitanti del cattolicesimo, si opererebbe una felice rivoluzione nella società, mentre allo stesso tempo si servirebbe la Religione. Ci si è potuto convincere della profonda ripugnanza di quest'ultima per il movimento e il pensiero. Dei cristiani, troppo premurosi per il riposo della loro fede, offrivano di porre al servizio della religione tutto ciò che abbiamo acquisito dalla scienza storica, economica, naturale: - e il papa ha disapprovato il signor de Lamennais, imposto il silenzio al signor Bautain; le teorie progressive e tendenziali del signor Buchez allarmano i fogli cattolici; il Signor de Genoude comincia a dispiacere per il suo monarchismo semi-democratico e la sua fede gallicana; l'abate Lacordaire, ispirato nei suoi sermoni dalle idee del secolo quanto dalla Bibbia, è sembrato pericoloso. Preti imprudenti, che vi credete saggi! Volete piacere agli uomini di religione? Non imparate nulla, non parlate, tappatevi le orecchie, bruciate tutti i vostri libri, e recitate il vostro breviario.

Questo è per l'applicazione della scienza alla teologia: quello per la scienza in sé. 

26. Nulla di nuovo sotto il sole, ripetono i predicatori dell'Ecclesiaste, come se si trattasse del fatto, e non dell'osservazione. Essi non sanno, questi declamatori, che agli occhi del fisico la natura è sempre nuova, e che, per lo storico filosofo, ogni giorno apporta delle novità. -Ho visto tutto, esclama il preteso Saggio, e ho detto: Tutto è vanità. E quando percorrete il sommario della sua scienza, vi accorgete che non ha visto nulla, tranne i suoi eunuchi e le mogli. Tuttavia non serve di più al vescovo autore delle Oraisons funèbres [Orazioni funebri] per sistemare la scienza, la sola realtà accessibile all'uomo, l'unica fonte della sua felicità, tra le cose vane e desolanti [1].

 

27. Dialogo tra un Teologo e un Ragionatore:

"Teologo: Il maestro disse.

Ragionatore: Il maestro si è sbagliato".

Commento di J.-B. Say:

"La saggezza dei secoli non è altro che l'ignoranza dei secoli".

Gli abitanti di Minorca, invece di innestare i loro alberi come lo vedevano fare dagli Inglesi, risposero che nessuno sapeva meglio di Dio come gli alberi dovessero crescere. Sotto Luigi XI, la peste e la carestia avevano svuotato la Francia, il solo rimedio che si seppe opporre a questi mali fu di ordinare delle preghiere e delle processioni. Empirismo, usanze, rispetto dell'antica fede, religione e superstizione, è sempre lo stesso fine di non ricevere opposto alla scienza, la stessa cocciutaggine. L'uomo la cui fede è invincibile somiglia all'animale posto in un ambiente deossigenato: respirando soffoca.

 

28. Ma se, secondo la definizione che ne abbiamo data, la Religione non è che la prima impressione prodotta sullo spirito dell'uomo dallo spettacolo della natura, sembra che essa non escluda necessariamente l'esame, come mai dunque accade che ovunque si sia preteso consacrare per sempre le invenzioni religiose?

A lungo è stato di moda attribuire questa congiura ai preti e ai re: niente è più ingiusto.

 

29. La Religione, tentando a modo suo di rendere ragione delle cose, esprimendosi attraverso figure e allegorie, e assecondata in ciò dalla viva immaginazione di società giovani, produsse sin dall'origine vaste epopee cosmogoniche, e tutto un mondo di fantasmi. Incapace di osservare e di definire, essa si rifugiava nel simbolismo. Ora cos'è il simbolo se non la materializzazione dell'idea? Una specie di geroglifico al posto di formule. Cosa prova se non l'impotenza di generalizzare e di astrarre, l'oppressione dello spirito attraverso il fatto della sostanza.

 

30. Non è più il vapore che produce il tuono,

è Giove in armi per spaventar la terra.

 

Ha detto il poeta della ragione. Tutti i fatti naturali, psicologici e sociali, sono stati ritagliati dalla Religione dallo stesso stampo. Così,

Gli sconvolgimenti del globo furono un diluvio inviato per lavare i crimini del genere umano.

L'origine del male,- la mela di Eva e lo scrigno di Pandora.

Lo spirito di conquista,- dei giganti nati dai rapporti tra degli angeli e delle donne.

Le rivoluzioni degli imperi, - la statua di nabucodonosor [2].

Le cause della rovina di un popolo, - il festino di Baldassar.

La legislazione, - gli oracoli del Sinai, e le riposte della ninfa Egeria.

Il pudore coniugale, - Giunone sul monte Ida, Maria vergine e madre insieme.

I tre regni della Natura, Dio in tre persone.

La diversità degli idiomi, - la torre di Babele.

La parola, - il Verbo, seconda persona della Trinità.

La riforma sociale, - l'iniziazione attraverso il bagno.

La fraternità di tutti gli uomini, l'eucaristia o manducazione di Dio.

La teoria dei delitti e delle pene, - le chiavi di san Pietro.

La sanzione delle leggi, - il Poul-Serrho, o il giudizio universale [3].

 

31. Queste furono le prime composizioni attraverso le quali lo spirito umano, saggiando le proprie forze, rispondeva alle grandi questioni di cosmogonia e di antropologia. I miracoli e teofanie erano parte essenziale di questi racconti, di cui gli attori, astrazioni personificate, rivestirono delle forme fantastiche, simili a quei mostri di cui gli artisti del medioevo caricavano le loro sculture: sfingi, draghi, leoni alati, chimere, centauri, demoni, ecc.

Ora, questa era la base, non soltanto delle credenze, ma della morale e delle leggi. Che si giudichi, sin d'allora, se queste leggende o miti erano cari ai popoli, e preziosi ai legislatori! Con quale disprezzo si dovette accogliere i primi che furono del parere di metterne in dubbio la realtà! Chi siete, uomini nuovi, si diceva loro, per sostituire i pensieri del vostro cuore alla parola di Dio, alla fede dei nostri padri? I nostri padri sono stati testimoni di questi miracoli; hanno ricevuto queste rivelazioni; e sappiamo che per Dio nulla è impossibile...

Quanto dovette fortificarsi successivamente la fede religiosa, quando si vide la filosofia stessa fallire nella soluzione dei problemi che essa accusava alla Religione di camuffare!


32. Il simbolismo, lungi dall'essere una risposta ai problemi di cui parlo, non ha fatto, per così dire, che metterli in scena. Un errore molto comune dei nostri tempi è di immaginare che questi miti nascondono una filosofia profonda e alte formule metafisiche, mentre essi attestano l'impotenza stessa del pensiero, e la nullità della scienza.

Più si scaverà lo spirito del dogma e delle tradizioni, più ci si convincerà che la Religione gira perpetuamente in un circolo di idee concrete prive di profondità e di generalità; più si vedrà, cosa singolare! che la Religione non capisce nulla dei suoi stessi misteri e delle sue cerimonie, che essa si ignora da sé così come ignora il fine dell'uomo e lo scopo della Società.

33. Qual è il senso del sacrificio? La necessità del'espiazione dopo il delitto, e l'elevazione del cuore alla vista della natura, in segno di riconoscenza e di amore. Idee sublimi, che il progresso delle scienze non fa che sviluppare sempre più. Chi crederebbe che i nostri sacerdoti siano su questo punto più progrediti dei selvaggi?

Il selvaggio distrugge il suo idolo quando non può ricavarne nulla, in Omero, gli eroi cercano di ottenere i favori degli dei con promesse solenni; nel Pentateuco, vediamo il dio degli Ebrei regolare egli stesso la sua parte di torte e di carni. Oggi la piccola messa costa 15 soldi, la grande messa 3 franchi; ovunque il sacrificio è equiparato a uno scambio, di cui il sacerdote è l'agente. Certo è lungi dal mio pensiero rimproverare ai curati le loro modiche tariffe, che essi stessi spesso disdegnano, e maledicono come una simonia: ma che il popolo giunga a pensare che Dio non vende i suoi doni, fa piovere sui fedeli e sui miscredenti, accoglie allo stesso modo nella sua misericordia le anime per cui si offrono delle messe e quelle che non ne hanno, e che davanti a lui la devozione è nulla senza le opere: allora addio alle messe salariate, addio ai profitti di fabbriche e al commercio delle sacrestie.

34. Ecco, sul sacrificio, la dottrina del più profondo degli scrittori cattolici: "La fede ci insegna che è stata necessaria, per cancellare il peccato inerente alla natura dell'uomo, una vittima Teandrica. Forse gli ideatori dei sacrifici umani avevano imparato questa verità da qualche tradizione incerta, e i riti che ci ripugnano non erano da parte loro che un tentativo per trovare questa vittima".

Quando l'uomo, dice Benjamin Constant, ha sacrificato tutto ciò che è dato offrire, piante, frutti, animali, l'uomo, il piacere, il pudore, la virtù stessa, finisce con l'immolare i suoi dei.

35. Cos'è la preghiera? una meditazione, spesso già pronta, che l'uomo rozzo, ignorante, distratto, senza idee collegate, impara a ripetere, e sulla quale la sua debole intelligenza si appoggia per elevarsi a pensieri consolanti e generosi. La preghiera, in breve, per degli spiriti poco esercitati, è un ausilio della riflessione, un inizio di filosofia. I sacerdoti ne hanno fatto una salmodia noiosa: rosario, litanie, antifone, ghirlande di Oremus e di Ave Maria, con remissione delle pene temporali e ipoteche per l'altra vita.

Ciò che la Religione racchiude di profondo e di divino, La Religione non lo sa: e perché? sempre perché essa si rinchiude nel simbolo, nel senso letterale, e non può passare dal concreto all'astratto.

36. Ho segnalato l'incuria della Religione nei confronti della scienza e la sua ignoranza di sé stessa: vediamo come essa intende la società. Prendo gli esempi presso gli Ebrei, in primo luogo, perché il sacerdozio figurava presso loro come corpo politico, e parte preponderante della nazione; e poi perché il nostro clero riconosce Aaron e i leviti come suoi predecessori.

Sennacherib, dopo una sconfitta, morì assassinato: è Jehovah che l'ha colpito.... Sempre, secondo i redattori della Bibbia, Jehovah punisce, sempre uccide. Non venne loro mai allo spirito di cercare le cause delle catastrofi di cui sono testimoni nella mancanza di unità e di centralizzazione, nell'assenza di costituzione politica e di garanzie, nelle gelosie di piccoli popoli che il loro comune interesse doveva unire: simili idee sono troppo profane per lo stile degli uomini di Dio, troppo timide per l'altezza dello loro concezioni. Ai loro occhi, il male che si verifica è necessariamente una prova che Dio è irritato: dunque, guai al vinto! Damasco cade: anatema a Damasco. Tiro è vinta: anatema a Tiro. Babilonia perisce: anatema a Babilonia. Moab è minacciata: anatema a Moab. La Samaria e Gerusalemme soccombono a loro volta; oh! il sacerdote patriota retrocederà davanti al suo argomento parricida! no, no; è Jehovah che ha ucciso il suo popolo infedele; anatema alla Samaria, a Gerusalemme; anatema!

37. Si vuole un campione dei lumi profetici sulle cause della corruzione dei costumi, i bisogni della società, e la tendenza degli spiriti? Apro Isaia: "Udite, o cieli, e ascolta, o terra, perché l'Eterno ha parlato".

Bene: cos'ha detto quest'ultimo?

"Ho allevato dei figli e li ho fatti crescere, ma essi si sono ribellati contro di me.

Il Bue conosce il suo proprietario e l'asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non ha conoscenza e il mio popolo non ha intendimento.

Guai, nazione peccatrice, popolo carico di iniquità, razza di malfattori, figli che operano perversamente...". 

Il resto è su questo tono. Meravigliatevi poi che i profeti non abbiano raccolto che sdegno; che le loro lamentazioni siano state disprezzate da tutto quanto non era devoto e si occupava poco degli interessi del culto. Crediamo di possedere i documenti più preziosi della letteratura ebraica, mentre non abbiamo altro che omelie da missionari. Le scritture pubbliche e le opere profane sono perite: i sacerdoti, per l'energia della loro funzione sopravvisuti alla rovina generale, ci hanno conservato le loro rapsodie, che dovettero nascondere nell'arca del loro dio. Quando giudichiamo le usanze e lo spirito degli Ebrei secondo la Bibbia, è come se ragionassimo della politica di Richelieu basandoci sui Sermons di Bourdaloue e il Petit Carême di Massillon.

 

38. Tuttavia, attraverso questo flusso di prosopopee e di ingiurie, si intravedono qua e là alcune verità.

 

"I tuoi governanti sono degli imbroglioni e dei ladri, che amano i regali e ricercano le caraffe di vino".

Il sacerdozio, come tutti i partiti ambiziosi, si sforza di catturare la benevolenza del popolo, attaccando i disordini e gli sprechi del governo. Il segreto è volgare, ed esige poco ingegno: ma dei principi, delle leggi, dei mezzi, dei rimedi, non chiedetene ai profeti; non conoscono altro che convertire e far penitenza.

39. Interrogate ora i loro successori: dopo tremila anni dicono le stesse cose, tremila anni non hanno loro insegnato nulla.

"Nessuna istituzione," dice de Maistre, "Può durare se essa non è fondata sulla religione". Altri hanno osservato, al contrario, che un popolo è tanto meno politico e legislatore, quanto più è religioso.

Ma cosa intende con religione? I comandamenti della Chiesa, i sette sacramenti, l'astinenza del venerdì e il riposo della domenica, con la sottomissione al principe e al clero. Ora, cosa vi è di comune tra l'organizzazione del lavoro e la comunione pasquale? tra la divisone dei poteri e il culto della Madonna? tra la libertà di stampa e la confessione auricolare? tra la scatola degli agnus e il problema della ripartizione delle ricchezze?...

"Se la scienza," aggiunge il teosofo, "non viene posta dopo la religione, saremo abbrutiti dalla scienza". Vuole dire che non avremo più religione. Ma quale pericolo vi sarebbe se i preti, invece dei sacramenti, parlassero un po' di eguaglianza; invece della remissione dei peccati, insegnassero la remissione dalle usure; invece di cantare nel latino dei vespri desueti, lavorassero a moralizzare i teatri; invece di confraternite, organizzassero delle società scientifiche e letterarie? Ignorano che più l'uomo lavora, meno penitenze gli occorrono; che più ragiona, meno ha bisogno di pregare? Che i sacerdoti ci mostrino infine, con una dimostrazione decisiva, l'efficacia delle loro pratiche: dopo diciotto secoli non è troppo presto.

40. Incapace di penetrare la ragione delle cose, la religione è più impotente anche a realizzare l'ordine nella società. L'umanità, ghermita sin dalla culla dalla religione, è cresciuta e si è sviluppata sotto le sue ali; ma il progresso della sua intelligenza, il perfezionamento dei suoi costumi e il miglioramento della sua sorte, l'uomo non lo deve affatto alla sua nutrice; in nessuna parte la religione ha parlato alla ragione.

Ovunque appare la religione, non è mai come principio organizzatore, ma come mezzo per padroneggiare le volontà. Indifferente alla forma del governo, e cioè all'ordine politico, la religione consacra ciò che il legislatore gli chiede di consacrare; maledisce ciò che gli prescrive di maledire: la ragion di Stato fa la legge, la religione sanziona questa legge, imprime il rispetto e il terrore, esige l'obbedienza.

41. In India, la religione condivide con la nobiltà e la regalità i privilegi di casta, mentre in Grecia canta la libertà e l'eguaglianza. Subalterna in Egitto ad un governo occulto che essa finge di dominare; a Roma non serve che a santificare i decreti del foro e la politica del senato: là oppressiva e misteriosa parlante un linguaggio sovrumano; qui servile, ridotta a un vuoto cerimoniale e a delle funzioni culinarie.

42. In Cina, dove lo spirito pubblico, malgrado l'isolamento della nazione, ha fatto così notevoli progressi, non si conoscono, da una remota antichità, né culto ufficiale né religione di Stato. La società susiste là, da più di 2.000 anni, inalterabile nella sua forma, senza sacerdoti, senza dogma, senza altare, senza sacrificio [4].

Tuttavia, questo sviluppo prematuro della ragione ha nuociuto al progresso dei Cinesi tanto quanto avrebbe potuto fare una religione positiva: lo spirito, troppo presto liberato dall'avvolgimento religioso, è sprofondato in una sofistica inestricabile, e, perso in un oceano di sottigliezze e di minuzie, malgrado belle scoperte, non ha mai potuto elevarsi alla vera scienza.

43. Mosè può essere considerato come l'inverso di Confucio. Invece di sottrarre completamente lo Stato all'influenza religiosa, egli fece delle sue istituzioni politiche la religione stessa. Per lui, Dio o la legge, doveva essere un tutto. Il risultato fu un'immobilità assoluta: malgrado gli elementi più ricchi e i germi più preziosi, l'idea di una rivelazione divina che blocca ogni sviluppo (chi avrebbe osato toccare l'opera di Dio?), il sistema mosaico perì a causa del movimento e della vita.

44. In quanto a Gesù, il suo ruolo di distruttore della religione non è equivoco: sgrida i devoti, sbeffeggia i sacerdoti, pretende che la religione sia fatta per l'uomo, non l'uomo per la religione, dando da intendere che, quando la religione è inutile, conviene sbarrazzarsene.

Ma quando lo si vide prescrivere di dare a Cesare quel che è di Cesare, e dichiarare che il suo regno non è di questo mondo; mantenere una vecchia formula d'iniziazione, istituire in forma di sacrificio un pasto commemorativo, parlare della sua dottrina con i termini metaforici di nutrimento e di beveraggio, opponendo così figura a figura, e parabola a parabola: invece di capire che si trattava di una riforma sociale, in opposizione a un cambiamento politico o religioso, si pensò che fosse venuto a portare un nuovo dogma, dei misteri più profondi, delle nuove cerimonie; e da moralista popolare quale egli era, se ne fece ben presto un rivelatore, un dio. Gli sforzi del Galileo per staccare la società dalle fasce della superstizione divennero i materiali di una nuova superstizione; e il più audace dei ragionatori fu trasformato in taumaturgo e in mitologo. Un simile malinteso è quasi incredibile: esso è attestato in ogni versetto del Vangelo. Non ho timore nel dirlo: è la mania religiosa che ha falsato il cristianesimo e perso il frutto di questa immensa rivoluzione. Ma il secolo non era maturo; i tempi non erano ancora giunti; lo spirito umano non poteva ancora procedere se non con l'aiuto di miti e simboli. Se, tre secoli prima, la riforma tentata da Socrate non riuscì, è perché Socrate rimase Socrate; per farsi ascoltare dagli uomini, occorreva che Gesù Cristo si facesse Dio.

 

 

 

 

NOTE


  1. [1] Nell'ultimo ritiro di un seminario di provincia, l'argomento principale degli interventi è stato il pericolo per i sacerdoti e l'inutilità della scienza. Un filosofo del paese aveva forse torto di dire loro: Non sapete nulla?
  2. [2] È dal Capitolo II di Daniele, che Bossuet ha preso il tema del Discours sur l’histoire universelle [Discorso sulla storia universale].
  3. [3] Ho detto, definendo la Scienza, che essa è l'interpretazione dei simboli religiosi. Gli esempi citati nel testo mostrano qual è il senso di questa affermazione. La scienza non nega affatto le verità sostenute dalla religione, come l'esperienza di Dio, i principi della morale, ecc.; essa respinge soltanto il modo in cui la religione ne dà conto, e i ricami che essa vi aggiunge. Così la scienza ammette che la continenza è necessaria alla pace delle famiglie, alla felicità dei matrimoni, al perfezionamento delle persone: ma essa è poco coinvolta da queste considerazioni religiose, come ad esempio, che i nostri corpi sono i tempi del Santo Spirito; che Gesù Cristo è voluto nascere da una vergine e morire vergine; che attraverso la sua verginità la madre di Dio è diventata la più perfetta delle creature; che il celibato è uno stato più santo del matrimonio; che la devozione a Maria è un eccellente mezzo per conservare la purezza, ecc. Tutta questa parte teologica è posta dalla scienza nel rango dei simboli; e, mentre il volgo non vi vede che uno strumento della religione, lo chiamo, io, esclusivamente religione. Del resto, dichiaro che non sostengo nulla in questo capitolo, che non si professi pubblicamente nell'università.
  4. [4] Gli onori alla memoria di Confucio e degli antenati, onori considerati dai Cinesi stessi come semplicemente commemorativi, non sono delle ceriomonie religiose. Ma, cosa singolare! mentre il papa considerava come religione le cerimonie cinesi, l'imperatore Kangxi avendo ordinato di informarlo sulle prediche dei missionari, il tribunale dei riti dichiarò da parte sua che la setta cristiana non era una religione!
  5. [5] Vedere Bossuet,Traité de l’usure[Trattato dell'usura]; La Luzerne, Du Prêt de commerce [Sul prestito commerciale]; Gousset, notes au Dictionnaire de Théologie de Bergier [Note al Dizionario di Teologia di Bergier], etc.
  6. [6] Vedere la conclusione del Discours de Cuvier sur les Révolutions du globe [Discorso di Cuvier sulle Rivoluzioni del globo] e le opere dei dottori Bucklaud e Wiseman.
  7. [7] Bible vengée [La Bibbia vendicata] di Duclot.
  8. [8] Mandamento dell'arcivescovo di Parigi sulle innondazioni del Rodano.

  1. [9] Ed evidenziamolo bene: questo vizio o difetto d'intelligenza che abbiamo appena segnalato nel sacerdote, non proviene dalla natura, ma dal mestiere. Dove trovare un'immaginazione più ricca, un'eloquenza più patetica, un'arte di stile più esperta, che in de Lamennais? Quale uomo sembrò mai, più di lui, destinato a rappresentare il suo secolo? Ma la religione ha per sempre compresso questa grande anima, occupandola con i suoi mostri e le sue chimere.
  2. Fu una singolare controversia, quella sollevata dade Lamennais nel suo Essai sur l’indifférence en matière de religion [Saggio sull'indifferenza in materia di religione]. Tentare di provare a Cicerone, Bruto, Scipione, Attico, Cesare, Orazio, Virgilio, Mecenate, che essi avevano torto di ridere di Plutone e delle Eumenidi, della nascita di Minerva e dell'incarnazione di Bacco; che Cerbero con la sua tripla gola poteva divorarli, e che avrebbero subito per l'eternità delle pene nel Tartaro, se essi continuavano a farsi beffe degli auguri e dei sacrifici, a trascurare le abluzioni e le santificare i giorni festivi; mentre avrebbero goduto della visione beatifica nei Campi Elisi, se si fossero mostrati umili e ferventi adoratori di Amon; che un uomo ragionevole non poteva trascurare così preziosi interessi, e che la cosa, prima di ogni altra, essere esaminata al più presto: un simile pensiero, dico, sarebbe stato il colmo del delirio, se la buona fede del sacerdote non avesse scusato lo scrittore. Quanta l'erudizione, quanta eloquenza e calore d'animo, che lusso di ragionamento, furono dispiegati in questa incredibile disputa!

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. chaleur d’âme, quel luxe de raisonnement, furent déployés dans cette inconcevable dispute ! Le sacerdoce fut ému ; les libertins tremblèrent, les littérateurs admirèrent le talent de l’orateur, et le monde rit beaucoup. Se pouvait-il, en effet, une plus étonnante alliance de la raison et de l’absurde ? Et admirez la force des mauvaises influences ! Il fallut vingt ans à ce vigoureux génie pour comprendre qu’un honnête homme pouvait très-bien ne pas aller à la messe, jamais ne faire ses pâques, violer les prescriptions de l’Église et mourir sans sacrements, dans la plus parfaite sécurité de conscience. Ceux que possède la crainte du diable sont bien possédés ! Il en a coûté de plus grands efforts à M. de Lamennais, pour quitter le catholicisme que pour composer tous ses ouvrages ; cette abjuration n’a pas fait moins d’éclat, et c’est peut-être en quoi l’illustre converti a eu tort.
     Quand ensuite M. de Lamennais, guéri de sa fièvre catholique, apostolique et théocratique, voulut travailler à la cause de la liberté, déjà il n’était plus temps : le froc du prêtre tenait à sa chair comme la chemise empoisonnée du centaure aux épaules d’Hercule. En changeant de cotte, M. de Lamennais ne changea pas de méthode ; et si quelque chose peut troubler ses dernières années, ce sera le regret d’avoir été chrétien trop longtemps.

 

  1. [10] Cette assertion n’a plus rien d’effrayant, après la distinction que nous avons faite de la loi morale et du symbole religieux : celle-là, éternelle et absolue ; celui-ci, variable, transitoire, et n’ayant pour objet que de donner momentanément à la morale une sanction et une base. Or, la science nouvelle doit suppléer partout la religion, et faire mieux que sa devancière ; à cette condition seule, les conclusions que nous allons poser sont légitimes. Ainsi, que les âmes timorées se rassurent. Eh ! qui donc aujourd’hui oserait attaquer la morale ? mais, en revanche, qui se soucie des symboles ? Les pères envoient-ils leurs enfants au catéchisme pour y apprendre à théologiser, ou bien pour y puiser des principes de probité et de politesse ? Toute la question est là.

  2. [11] Ce paragraphe n’est, du reste, que la conclusion d’un raisonnement dont on trouvera les prémisses dans le dernier ouvrage de M. Edgar Quinet, du Génie des Religions. Dans cet écrit, auquel on ne saurait reprocher qu’un trop grand luxe de style, le savant professeur, après avoir montré les religions antiques tombant les unes sur les autres, s’est arrêté tout à coup au christianisme : on comprend les motifs de cette réserve.

  3. [12] La cessation du culte suit la même marche qu’a suivie autrefois son établissement ; elle commence par les villes, centres de population et foyers de lumières, et s’étend de proche en proche dans les campagnes. On sait que le polythéisme subsista chez les paysans, ou païens, pagani, longtemps encore après la reconnaissance officielle du catholicisme dans tout l’Empire.
  4. [13] Titre d’un ouvrage de M. Jouffroy. — Dans ses œuvres posthumes, ce philosophe a confirmé, relativement à la religion, toutes les opinions qu’il avait émises dans ses précédentes publications. Il en résulte que M. Jouffroy admet comme vérités philosophiques, c’est-à-dire, démontrables, mais non comme vérités révélées ou inaccessibles à la raison, les théorèmes de métaphysique enveloppés sous les dogmes religieux, et que ces dogmes eux-mêmes, pris dans leur sens littéral, il les rejette. En d’autres termes, M. Jouffroy, séparant de la religion les vérités générales que suppose la religion, accepte les unes et nie la réalité de l’autre.

  5. [14] Les philosophes y mettent plus de façons et moins de franchise : ils croient, ou font semblant de croire que Dieu s’est révélé à Abraham, à Moïse, aux prophètes, et que la divinité était immanente en Jésus ; mais ils soutiennent en même temps que Dieu s’est révélé aussi aussi à Platon, à Bouddha, à Luther, et que tous les hommes sont pleins du Saint-Esprit. Or, si tout est miracle, incarnation et révélation dans la société, il n'y a plus ni révélation, ni incarnation, ni miracle.

  6. [15] « La religion de l’avenir sera toute scientifique, dit M. Damiron ; ce sera la découverte rationnelle de l’inconnu par le connu, de l’invisible par le visible. Elle ne se prêchera plus ; elle s’enseignera, se démontrera, au lieu de s’imposer. Ce n’est plus que de cette manière que se forment aujourd’hui, en quoi que ce soit, les idées et les croyances ; et il n’y aura pas d’exception pour les idées et les croyances religieuses. De même donc qu’au temps de la première, de la seconde et de la troisième révélation, c’eût été un contre-sens et une étrange anomalie que la théologie eût été plus philosophique que les autres sciences ; de même aujourd’hui ce serait une inconséquence et une contradiction qu’elle restât étrangère à leurs procédés et à leurs progrès. On sera donc théologien, comme on sera physicien et philosophe ; ou plutôt le théologien se formera du physicien et du philosophe… C’est alors que viendront les conclusions que la science universelle doit mettre à même de tirer relativement à l’être duquel émane toute action, toute vie, tout mouvement… ; et toute une religion sortira du sein de cette vaste philosophie. »

  7.  Ainsi, selon M. Damiron, il y aura une quatrième révélation, comme il y en a eu une première, une deuxième et une troisième: or, comme la quatrième révélation sera toute scientifique, et cependant tout humaine, tandis que les trois premières révélations n’eurent rien de scientifique, c’est-à-dire de vrai, quoique divines, il s’ensuit que la révélation de la raison est au-dessus des révélations prophétiques et miraculeuses ; qu’elle les abolit toutes, les déclarant insuffisantes et même fausses.
     De plus, comme rien ne sera cru qui ne soit démontré, il y aura une vertu théologale de moins, la foi, partant plus de religion, selon l’Apôtre. Et puisqu’à l’égard de l’avenir, le grand inconnu étant dégagé, comme dit M. Damiron, la science aura conquis la certitude, il n’y aura plus lieu de pratiquer la seconde vertu théologale, l’espérance, partant plus de religion. Et comme les rapports des hommes entre eux seront fixés par une science, la charité, aujourd’hui troisième vertu théologale, ne sera plus vertu, mais plaisir ; en sorte qu’au lieu de religion, nous aurons les joies de la fraternité, en un mot, la béatitude, objet de toute religion. Les théologiens acceptent-ils la religion de M. Damiron?

  8. [16] L’erreur capitale de la secte saint-simonienne a été, dans une nation philosophe, de vouloir tout ramener au sentiment et à la foi, et de se poser comme église et sacerdoce, tandis qu’elle devait considérer sa mission comme un professorat. Jusqu’à présent l’intelligence est née du sentiment et de la passion : désormais c’est le contraire qui aura lieu ; l’intelligence produira l’enthousiasme et la foi, la passion et le sentiment. La secte de Saint-Simon a été punie de sa méprise par l’ine

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

LINK alla parta precedenta dell'opera:
Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. Definizioni, 00 di 23

 

 

 

LINK della presente opera in Wikisource Francese:

De la Création de l'Ordre dans l'Humanité

 

LINK della presente opera nell'edizione del 1873  delle Opere Complete di Proudhon, Vol. III:

 De la Création de l’Ordre dans l’Humanité

 

 

LINK interni al presente blog di approfondimento alla figura e all'opera di Proudhon:

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 01 di 02

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 02 di 02

Fawzia Tobgui, Articolazione tra diritto e Stato nel sistema politico di Proudhon

Hervé Trinquier, Pierre-Joseph Proudhon, padre dell'anarchismo?

Édouard Jourdain, Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale, 01 di 02

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3 agosto 2012 5 03 /08 /agosto /2012 05:00

Notevole testo di critica ideologica scritto da Paul Mattick nel 1935! ed edito in "Western socialist", rivista che aveva come sottotitolo la seguente dicitura: "Giornale di Socialismo Scientifico dell'Emisfero Occidentale" [Journal of Scientific Socialism in the Western Hemisphere], stampato a Boston dal 1939 dal Workers’ Socialist Party e il Partito socialista del Canada. Il WSP assunse nel 1947 il nome di World Socialist Party per evitare la confusione con il suo quasi omonimo partito trotskysta. Paul Mattick abitava allora a Boston.

 

La leggenda di Lenin

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Paul Mattick

Più gialla e più coriacea diventa la pelle mummificata di Lenin, e più alto diventa il numero determinato statisticamente di visitatori al mausoleo di Lenin, meno la gente si preoccupa del vero Lenin e della sua significatività storica. Sempre più monumenti vengono eretti alla sua memoria, sempre più pellicole vengono fuori nelle quali lui è la figura centrale, sempre più libri scritti su di lui, e i pasticceri russi modellano dolci in forme che somigliano alla sua figura. E ancora lo sbiadirsi delle facce dei Lenin di cioccolata è associato alla poca chiarezza e all'improbabilità delle storie che vengono raccontate su di lui. Sebbene l’Istituto Lenin di Mosca potrebbe pubblicare la raccolta dei suoi lavori, questi non hanno più nessun significato in confronto alle leggende fantastiche che si sono formate attorno al suo nome. Appena la gente incominciò a preoccuparsi dei bottoni del colletto di Lenin, cessarono anche di preoccuparsi delle sue idee. Ognuno quindi si modella il proprio Lenin, e se non alla sua stessa immagine, in ogni caso secondo i propri desideri. Come la leggenda di Napoleone sta alla Francia e quella di Federico alla Germania, così la leggenda di Lenin sta alla nuova Russia.

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Come un tempo la gente si rifiutava assolutamente di credere alla morte di Napoleone, così sperò nella risurrezione di Federico, così in Russia ancora oggi ci sono contadini secondo i quali il nuovo "piccolo padre Zar" non è morto ma continua a indulgere il suo insaziabile appetito richiedendo a loro addirittura nuovi tributi. Altri accendono lumini eterni sotto la foto di Lenin: per loro egli è un santo, un redentore al quale si prega per un aiuto. Milioni di occhi fissano milioni di queste foto, e vedono in Lenin l’equivalente russo di Mosè, San Giorgio, Ulisse, Ercole, Dio o il Diavolo. Il culto di Lenin è diventato una nuova religione davanti la quale anche l’ateismo comunista felicemente si genuflette: rende la vita più facile in ogni aspetto. Lenin appare a loro come il padre dell’Unione Sovietica, l'uomo che rese possibile la vittoria della rivoluzione, il grande leader senza il quale essi stessi non esisterebbero. Ma non solo in Russia e non solo nella leggenda popolare, ma anche a una larga parte dell’intellighenzia marxista in tutto il mondo, la rivoluzione russa è diventata un evento mondiale addirittura così strettamente unito al genio di Lenin che si ha l’impressione che senza di lui la rivoluzione e quindi la storia mondiale avrebbe probabilmente potuto prendere un corso essenzialmente diverso. Una genuina e obiettiva analisi della rivoluzione russa, tuttavia, rivelerà immediatamente l’insostenibilità di tale idea.

Lenin Karpov

"L’affermazione che la storia è fatta dai grandi uomini è da un punto di vista teorico completamente infondata". Queste sono le parole con le quali Lenin stesso dà il via alla leggenda che insiste nel fare di lui l’unico responsabile del "successo" o del "crimine" della rivoluzione russa. Egli considerava la guerra mondiale determinante in rapporto alla diretta causa del suo scoppio e per il tempo del suo verificarsi. Sì; senza la guerra, dice, "la rivoluzione sarebbe stata probabilmente posticipata di decenni". L’idea che lo scoppio e il corso della rivoluzione russa dipese in grandissima misura da Lenin necessariamente implica una completa identificazione della rivoluzione con la presa del controllo del potere da parte dei bolscevichi. Trotsky ha evidenziato il fatto che l’intero credito per il successo della rivolta di Ottobre appartiene a Lenin; contro l’opposizione di tutti i suoi amici di partito, la risoluzione per l’insurrezione fu portata avanti da lui solo. Ma la presa del potere da parte dei bolscevichi non diede alla rivoluzione lo spirito di Lenin; al contrario, Lenin aveva talmente adattato se stesso alle necessità rivoluzionarie che praticamente egli eseguì completamente il compito della classe che lui apparentemente combatteva. Di sicuro spesso si afferma che con la presa del potere statale da parte dei bolscevichi la rivoluzione originariamente democratico-borghese fu senz'altro convertita in una socialista-proletaria. Ma è davvero possibile per chiunque credere seriamente che un singolo atto politico sia capace di rimpiazzare un intero sviluppo storico; che sei mesi – da febbraio a ottobre – siano sufficienti per formare i presupposti economici di una rivoluzione socialista in un paese che stava soltanto cercando di liberarsi dai suoi vincoli feudali e assolutisti, con lo scopo di dare più libero gioco alle forze del capitalismo moderno?

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Fino alla rivoluzione, e in stragrande misura anche oggi, il ruolo decisivo nello sviluppo economico e sociale della Russia fu giocato dalla questione agraria.

Su 174 milioni di abitanti prima della guerra, solo 24 milioni vivevano nelle città. Per ogni migliaia di lavoratori retribuiti, 719 erano occupati nell'agricoltura. Malgrado la loro enorme importanza economica, la maggioranza dei contadini conducevano ancora vite miserabili. La causa della loro situazione deplorabile era l’insufficienza di terra. Lo Stato, la nobiltà e i grandi proprietari terrieri assicuravano a loro stessi con brutalità asiatica un irragionevole sfruttamento della popolazione.

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Dall'abolizione della servitù della gleba (1861) la scarsità di terra per le masse contadine era stata costantemente la questione attorno alla quale tutto il resto ruotava nella politica interna russa. Formò l’oggetto principale di tutti i tentativi di riforma, che vide in questo la forza motrice dell’imminente rivoluzione, la quale dovette essere sviata. La politica finanziaria del regime zarista, con le sue nuove imposte di tassazione indiretta, peggiorarono maggiormente le condizioni dei contadini. Le spese per l’esercito, la flotta, l’apparato statale arrivarono a proporzioni gigantesche; la porzione più grande del budget statale andò a propositi improduttivi, i quali rovinarono totalmente la fondazione economica dell’agricoltura. “Terra e Libertà” era la necessaria richiesta rivoluzionaria dei contadini. Sotto questa parola d’ordine si verificarono una serie di rivolte contadine che presto, nel periodo che va dal 1902 al 1906, assunsero una portata significativa. In combinazione con i movimenti di sciopero di massa dei lavoratori che avevano luogo nello stesso periodo, esse produssero un tale violento scompiglio nel cuore dello zarismo che quel periodo potrebbe invero essere denotato come una “prova generale” per la rivoluzione del 1917. La maniera in cui lo zarismo reagì a queste ribellioni è illustrata nel modo migliore dall'espressione del vice governatore della provincia di Tambov Bogdanovich: “Pochi arrestati, i più sono stati passati per le armi”. E uno degli ufficiali che aveva preso parte alla soppressione dell’insurrezione scrisse: “Tutto attorno a noi, spargimenti di sangue; ogni cosa in fiamme; abbiamo sparato, abbattuto, pugnalato”. Fu in questo mare di sangue e fiamme che nacque la rivoluzione del 1917.

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Nonostante le sconfitte, la pressione dei contadini crebbe e fu più minacciosa. Portò alle riforme di Stolipin, che comunque, erano solo gesti vuoti, pieni di promesse che in realtà non fecero fare alla questione agraria un singolo passo avanti. Ma una volta dato il mignolo, si vorrà presto prendere l’intero braccio. L’ulteriore peggioramento della situazione dei contadini durante la guerra, la sconfitta dell’esercito zarista al fronte, le crescenti rivolte nelle città, la caotica politica zarista, nella quale ogni ragione fu gettata a mare, il dilemma generale per tutte le classi della società, portò alla rivoluzione di febbraio, che prima di tutto fece emergere la situazione violenta della questione agraria; la quale era stata una questione calda per mezzo secolo. Il suo carattere politico, tuttavia, non era stato inculcato a questa rivoluzione dal movimento contadino; questo movimento semplicemente gli diede il suo grande potere. Nel primo annuncio del Comitato Esecutivo Centrale del Consiglio (soviet) dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo la questione agraria non fu neppure menzionata. Ma i contadini presto imposero la loro presenza all'attenzione del nuovo governo.

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Stanchi di aspettare il governo per agire in merito alla questione agraria, in aprile e maggio del 1917 le masse contadine deluse incominciarono ad appropriarsi della terra da sole. I soldati al fronte, timorosi di non aver modo di prendere il loro pezzo nella nuova distribuzione, abbandonarono le trincee e si precipitarono nei loro villaggi. Portandosi le armi dietro, comunque, e così non dando altra scelta al nuovo governo di reprimerli. Tutti i suoi appelli al sentimento di nazionalità e sacralità degli interessi russi non erano di alcuna utilità contro l’urgenza delle masse di ottenere alla fine i loro bisogni economici. E questi bisogni comprendevano la pace e la terra. Fu detto a quel tempo che i contadini che venivano implorati di rimanere al fronte altrimenti i tedeschi avrebbero occupato Mosca, erano alquanto indecisi e risposero agli emissari di governo: “E cosa importa ciò a noi? Che diamine, noi veniamo dal Governatorato di Tamboff”.

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Lenin e i bolscevichi non inventarono lo slogan vincente “Terra ai contadini”; piuttosto, essi accettarono che la vera rivoluzione contadina proseguisse indipendentemente da loro. Usando a loro favore il vacillante atteggiamento del regime di Kerensky, che sperava ancora di essere in grado di accomodare la questione agraria per mezzo di una discussione pacifica, i bolscevichi vinsero il favore dei contadini e furono così in grado di scacciare il governo Kerensky e di assumere il controllo del potere. Ma questo fu possibile per loro solo come agenti del volere contadino, sanzionando la loro appropriazione della terra, e fu solo attraverso il loro supporto che i bolscevichi furono in grado di mantenersi al potere.

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Lo slogan “terra ai contadini” non ha nulla a che vedere con i principi comunisti. La frammentazione di un grande possedimento in un vasto numero di piccole imprese agricole indipendenti era una misura direttamente opposta al socialismo, e che poteva essere giustificata solo in virtù di una necessità tattica. I successivi cambiamenti nella politica contadina di Lenin e dei bolscevichi furono vani nell'apportare qualche cambiamento nelle necessarie conseguenze della sua politica opportunistica originale. Malgrado tutta la collettivizzazione, che fino ad ora è largamente limitata a lati tecnici del processo produttivo, l'agricoltura russa è ancor oggi in pratica determinata da interessi e motivi di economia privata. E questo implica l'impossibilità, anche in campo industriale, di approdare a nient'altro che ad un'economia a capitalismo di Stato. Anche se questo capitalismo di Stato punta a trasformare completamente la popolazione agricola in salariati agricoli sfruttabili, questo obiettivo non è assolutamente possibile da ottenere in vista dei nuovi scontri rivoluzionari legati a tale avventura. La presente collettivizzazione non può essere considerata il compimento del socialismo.

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Questo diventa chiaro quando si tiene in considerazione il fatto che osservatori della scena russa come Maurice Hindus ritengono possibile che "anche se i Soviet dovessero collassare, l’agricoltura russa rimarrebbe collettivista, con il controllo forse più nelle mani dei contadini che del governo". Comunque, anche se la politica agricola bolscevica dovesse portare al risultato desiderato, la situazione dei lavoratori rimarrebbe comunque inalterata. E neppure tale compimento sarebbe considerato una transizione al socialismo reale, in quanto questi elementi della popolazione ora privilegiati dal capitalismo di Stato difenderebbero i loro privilegi contro tutti i cambiamenti esattamente come i proprietari privati fecero prima al tempo della rivoluzione del 1917.

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I lavoratori delle industrie formavano ancora una piccola minoranza della popolazione, ed erano coerentemente incapaci di imprimere alla rivoluzione russa un carattere conforme ai propri bisogni. Gli elementi borghesi che similmente combattevano lo zarismo retrocedettero davanti alla natura dei loro stessi compiti. Non potevano accedere alla soluzione rivoluzionaria della questione agraria, in quanto a un’espropriazione generale della terra avrebbe fatto seguito troppo facilmente l’espropriazione dell’industria. Né i contadini né i lavoratori li seguirono, e il destino della borghesia era deciso dalla temporanea alleanza tra questi ultimi gruppi. Non fu la borghesia ma i lavoratori a portare la rivoluzione borghese alla sua conclusione; il posto del capitalismo fu preso dall’apparato statale bolscevico sotto lo slogan leninista: “se capitalismo in ogni caso, allora facciamolo”. Di sicuro i lavoratori nelle città avevano rovesciato il capitalismo, ma solo allo scopo ora di convertire l’apparato del partito bolscevico nei loro nuovi padroni. Nelle città industriali la lotta dei lavoratori continuò sotto richieste socialiste, in modo apparentemente indipendente dalla rivoluzione contadina in corso allo stesso tempo ma in un senso decisivo determinato da quest’ultima. Le richieste rivoluzionarie originali dei lavoratori erano oggettivamente impossibili da portare a compimento. Dobbiamo riconoscerlo, i lavoratori erano in grado, con l’aiuto dei contadini, di vincere il potere statale per il loro partito, ma questo nuovo Stato presto assunse una posizione direttamente opposta a quella degli interessi dei lavoratori. Un’opposizione che persino oggi ha assunto forme che effettivamente permettono di parlare di uno "zarismo rosso": soppressione degli scioperi, deportazioni, esecuzioni di massa, e quindi anche la nascita di nuove organizzazioni illegali che conducono una rivolta comunista contro il presente finto socialismo. L’attuale discorso riguardo a un’estensione della democrazia in Russia, al pensiero di introdurre una sorta di parlamentarismo, alla risoluzione dell’ultimo congresso dei soviet in merito allo smantellamento della dittatura, tutto questo è meramente una manovra tattica progettata per compensare l’ultimo atto di violenza da parte del governo contro l’opposizione. Queste promesse non sono da prendere seriamente, ma sono un risultato della pratica leninista, la quale era sempre ben calcolata per funzionare in due direzioni allo stesso tempo nell’interesse della sua stessa stabilità e sicurezza. Lo zigzagare della politica leninista deriva dalla necessità di conformarsi costantemente all’avvicendamento delle forza di classe in Russia in modo tale che il governo possa sempre rimanere padrone della situazione. E così oggi si accetta ciò che si era respinto il giorno prima, o viceversa; un non principio è stato elevato a principio, e il partito leninista si concentra solo su una cosa, cioè, l’esercizio del potere di Stato ad ogni costo.

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Qui, tuttavia, siamo interessati solo nel chiarire che la rivoluzione russa non fu dipendente da Lenin o dai bolscevichi, ma che l’elemento decisivo fu la rivolta contadina. E, su questo argomento, Zinoviev, ancora al potere a quel tempo e dalla parte di Lenin, aveva affermato durante l’undicesimo Congresso del Partito Bolscevico (marzo-aprile 1921): “Non fu l’avanguardia proletaria dalla nostra parte, ma il passaggio dalla nostra parte dell’esercito, perché noi chiedevamo la pace, che fu il fatto decisivo della nostra vittoria. L’esercito, comunque era formato da contadini. Se noi non avessimo avuto il supporto dei milioni di contadini soldati, la nostra vittoria sulla borghesia sarebbe stata fuori questione”. Il grande interesse dei contadini sulla questione della terra da un lato, e il minimo interesse da parte del governo dall’altro, permise ai bolscevichi di condurre una lotta vittoriosa per il governo.

I contadini erano abbastanza disponibili a lasciare il Cremlino ai bolscevichi, solo a patto che questi non interferissero con la loro lotta contro i grandi proprietari terrieri.

 

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Ma anche nelle città, Lenin non fu il fattore decisivo nel conflitto tra capitale e lavoro. Al contrario, egli fu impotentemente trascinato dalla scia dei lavoratori, i quali nelle loro richieste e misure effettive andarono ben oltre i bolscevichi. Non fu Lenin che condusse la rivoluzione, ma la rivoluzione condusse Lenin. Però non prima della rivolta d’Ottobre Lenin restrinse le sue originarie e risolute richieste al controllo della produzione, e desiderava fermarsi con la socializzazione delle banche e dei trasporti; senza un’abolizione generale della proprietà privata, i lavoratori non diedero attenzione ulteriore ai suoi punti di vista e esporpriarono tutte le imprese. È interessante ricordare che il primo decreto del governo bolscevico fu diretto contro le espropriazioni selvagge e non autorizzate delle fabbriche per mezzo dei consigli dei lavoratori. Ma questi consigli (soviet) erano a quel tempo più forti dell’apparato di partito e obbligarono Lenin a emanare il decreto per la nazionalizzazione di tutte le imprese industriali. Fu solo sotto la pressione esercitata dai lavoratori che i bolscevichi acconsentirono a questo cambio nei loro piani. Gradualmente, attraverso l’estensione del potere statale, l’influenza dei consigli s’indebolì, fino ad arrivare alla situazione attuale in cui i consigli non servono altro che a scopi decorativi.

 

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Durante i primi anni della rivoluzione, sino all’introduzione della Nuova Politica Economica (New Economic Policy, NEP) (1921), ci fu di sicuro qualche sperimentazione in Russia in senso comunista. Questo, però, non è da accreditare a Lenin, ma a quelle forze che lo resero un camaleonte politico che una volta assumeva un colore reazionario e un’altra un colore rivoluzionario. Inizialmente nuove rivolte contadine contro i bolscevichi portarono Lenin a una politica più radicale, un’enfasi più forte agli interessi degli operai e dei contadini poveri che si erano ritrovati a mani vuote dopo la prima distribuzione della terra. Ma poi questa politica si dimostra un fallimento, in quanto i contadini poveri, i cui interessi sono quindi privilegiati, si rifiutano di appoggiare i bolscevichi e Lenin “rivolge il suo sguardo ancora verso i contadini medi”. In tal caso Lenin non ha scrupoli nel rafforzare da capo gli elementi di capitale privato, e gli alleati di prima, che sono ora cresciuti in modo indesiderato, vengono abbattuti con i cannoni, com’è avvenuto a Kronstadt.

 

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Il potere, e niente di meno che il potere: è a questo che l’intera saggezza politica di Lenin si riduce infine. Il fatto che i modi con i quali si ottiene, i mezzi che portano al potere, determinano a loro volta la maniera in cui tale potere è applicato, era una materia che gli interessava poco. Il socialismo, per lui, era in ultima istanza semplicemente una sorta di capitalismo di Stato, seguendo il “modello del servizio postale tedesco”. E questo capitalismo di Stato colse sulla sua strada, perché in realtà non c’era null’altro da prendere.

Fu semplicemente una questione di chi sarebbe stato il beneficiario del capitalismo di Stato, e qui Lenin non diede la precedenza a nessuno. E pertanto George Bernard Shaw, tornando dalla Russia, fu alquanto corretto quando, in una lezione davanti alla Società Fabiana a Londra, affermò che “il comunismo russo non è niente più che la messa in pratica del programma fabiano che noi abbiamo predicato negli ultimi quarant’anni”.

 

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Ancora nessuno, tuttavia, ha avuto il sospetto che i fabiani costituiscano una forza rivoluzionaria mondiale. E Lenin è di sicuro prima di tutto acclamato come un rivoluzionario mondiale, nonostante il fatto che il presente governo russo con il quale il suo “patrimonio” è amministrato diffonde smentite enfatiche quando la stampa pubblica articoli di brindisi russi alla rivoluzione mondiale. La leggenda della significatività mondiale rivoluzionaria di Lenin riceve il suo nutrimento dalla sua coerente posizione internazionale durante la guerra. Fu alquanto impossibile per Lenin a quel tempo concepire che una rivoluzione russa non avrebbe avuto ulteriori ripercussioni e sarebbe stata abbandonata a se stessa. C’erano due ragioni per questo punto di vista: primo, perché tale pensiero era in contraddizione con la situazione oggettiva risultante dalla guerra mondiale; e secondo, egli sosteneva che l’attacco delle nazioni imperialiste contro i bolscevichi avrebbe rotto la schiena della rivoluzione russa se il proletariato dell’Europa occidentale non fosse venuto in suo soccorso. La chiamata di Lenin per la rivoluzione mondiale era primariamente una chiamata in supporto e per il mantenimento del potere bolscevico. La prova che non fu molto più che questo è fornita dalla sua incoerenza in questa questione: in aggiunta alle sue richieste per la rivoluzione mondiale, allo stesso tempo venne fuori con il “diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi”, per la loro liberazione nazionale. Anche questa partita doppia proviene allo stesso modo dal bisogno giacobino dei bolscevichi di mantenere il potere. Con entrambi gli slogan le forze di intervento dei paesi capitalisti negli affari russi erano indebolite, in quanto la loro attenzione veniva deviata sui loro stessi territori e colonie. Ciò permise ai bolscevichi di respirare. Al fine di renderla più lunga possibile, Lenin istituì la sua Internazionale. Essa stabilì per se stessa un doppio compito: da una parte, subordinare i lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America alla volontà di Mosca; dall’altra, rafforzare l’influenza di Mosca sui popoli dell’Asia orientale. Il lavoro sul campo internazionale era modellato sul seguito del corso della rivoluzione russa. L’obiettivo era quello di combinare gli interessi dei lavoratori e dei contadini su scala mondiale e di controllarli attraverso i bolscevichi, per mezzo dell’Internazionale Comunista.

In questo modo almeno il potere statale bolscevico in Russia riceveva supporto; e nel caso in cui la rivoluzione mondiale dovesse diffondersi veramente, il potere sul mondo sarebbe a portata di mano. Anche se il primo progetto aveva avuto successo, allo stesso tempo il secondo non era stato ultimato. La rivoluzione mondiale non fu in grado di progredire come un’imitazione allargata di quella russa, e le limitazioni nazionali della vittoria in Russia necessariamente fecero dei bolscevichi una forza controrivoluzionaria sul piano internazionale. Perciò anche la richiesta della “rivoluzione mondiale” fu convertita nella “teoria di costruire il socialismo in un solo paese”. E questa non è una perversione di una posizione leninista – come Trotsky, per esempio, asserisce oggi – ma la conseguenza diretta di una pseudo politica di rivoluzione mondiale perseguita da Lenin stesso.

Era chiaro a quel tempo, addirittura a molti bolscevichi, che la restrizione della rivoluzione alla Russia avrebbe fatto della rivoluzione russa stessa un fattore per il quale la rivoluzione mondiale sarebbe stata impedita. Così, per esempio, Eugene Varga scrisse nel suo libro Problemi economici della dittatura del proletariato, pubblicato nell’Internazionale Comunista (1921): “Esiste il pericolo che la Russia possa essere eliminata come forza motrice della rivoluzione internazionale...Ci sono comunisti in Russia che si sono stancati di aspettare la rivoluzione europea e sperano di trarre il meglio dal loro isolamento nazionale... Con una Russia che considererebbe la rivoluzione sociale degli altri paesi come una materia con la quale non avrebbe niente a che vedere, i paesi capitalisti sarebbero in ogni caso in grado di vivere pacificamente con rapporti di buon vicinato. Sono lontano dal credere che il soffocamento della rivoluzione russa sarebbe in grado di fermare il progresso della rivoluzione mondiale. Ma quel progresso sarebbe rallentato”. E con l’inasprirsi delle crisi interne in Russia intorno al quel periodo, non ci volle molto tempo prima che tutti i comunisti, incluso Varga stesso, maturassero la sensazione di cui Varga qui si lamenta. Infatti, ancora prima, addirittura nel 1920, Lenin e Trotsky si presero la briga di arginare le forze rivoluzionarie d’Europa. La pace in tutto il mondo era necessaria al fine di assicurare la costruzione del capitalismo di Stato in Russia sotto gli auspici dei bolscevichi. Era sconsigliabile avere questa pace disturbata dalla guerra o da nuove rivoluzioni, in entrambi i casi un paese come la Russia sarebbe stato tirato in ballo di sicuro. Perciò, Lenin impose, con divisioni e intrighi, un corso neoriformista al movimento dei lavoratori dell’Europa Occidentale, un corso che portò alla sua totale dissoluzione. Fu con parole argute che Trotsky, con l’approvazione di Lenin, accese la sollevazione nella Germania Centrale (1921): “Noi dobbiamo dire chiaro e tondo ai lavoratori tedeschi che consideriamo questa filosofia dell’offensiva come il più grande pericolo e nella sua applicazione pratica come il più grande crimine politico”. E in altre situazioni rivoluzionarie nel 1923, Trotsky dichiarò al corrispondente del Manchester Guardian, ancora con l’approvazione di Lenin: “Noi siamo certamente interessati alla vittoria della classe dei lavoratori, ma non è per niente nel nostro interesse che scoppi la rivoluzione in Europa, la quale è dissanguata ed esausta, e che il proletariato riceva dalle mani della borghesia nient’altro che rovine. Noi siamo interessati nel mantenimento della pace”. E dieci anni dopo, quando Hitler salì al potere, l’Internazionale Comunista non mosse un dito per prevenirlo. Trotsky non è solo in errore, ma rivela una perdita di memoria risultante senza dubbio dalla perdita della sua uniforme, quando oggi caratterizza il fallimento di Stalin nell’aiutare la Germania comunista come un tradimento dei principi del leninismo. Questo tradimento fu costantemente praticato da Lenin, e da Trotsky stesso. Ma in accordo con un detto di Trotsky, la cosa importante è certamente non cosa viene fatto, ma chi lo fa.

Stalin è, in realtà, il discepolo migliore di Lenin, per quanto riguarda il suo atteggiamento nei riguardi del fascismo tedesco. I bolscevichi non si sono neanche certamente fermati dall’entrare in alleanza con la Turchia e dal fornire supporto politico ed economico al governo di quel paese anche quando le misure più aspre erano state prese contro i comunisti – misure che frequentemente eclissarono persino le azioni di Hitler.

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In visione del fatto che l’Internazionale Comunista nella misura in cui essa stessa continua a funzionare è meramente un’agenzia del settore turistico russo, in vista del collasso in tutti i paesi dei movimenti comunisti controllati da Mosca, la leggenda di Lenin il rivoluzionario mondiale è senza dubbio talmente indebolita che si potrebbe contare sulla sua scomparsa nel futuro prossimo. E di sicuro anche oggi i ruffiani dell’Internazionale Comunista non operano più con l’idea della rivoluzione mondiale, ma parlano della “Patria dei lavoratori”, dalla quale attingono il loro entusiasmo finché non sono forzati a viverci come lavoratori. Quelli che continuano ad acclamare Lenin come il rivoluzionario mondiale par excellence in realtà si entusiasmano per nulla più che i sogni politici di potere mondiale di Lenin, sogni che scemano nel nulla alla luce del giorno.

La contraddizione esistente tra la significatività storica reale di Lenin e quella che è generalmente ascritta a lui è più grande e allo stesso tempo più inscrutabile di quella di qualsiasi altro personaggio agente nella storia moderna. Abbiamo mostrato che non può essere considerato il responsabile del successo della rivoluzione russa, e anche che la sua teoria e pratica non può, come si fa spesso, essere apprezzata come d’importanza rivoluzionaria mondiale. Né, malgrado tutte le affermazioni contrarie, Lenin può essere considerato come uno che ha esteso o integrato il Marxismo. Nel lavoro di Thomas B. Brameld intitolato “Un approccio filosofico al comunismo”, recentemente pubblicato dall’Università di Chicago, il comunismo è ancora definito come “una sintesi delle dottrine di Marx, Engels e Lenin.” Non è solo in questo libro, ma anche in generale, e in particolare nella stampa del partito comunista, che Lenin è piazzato in tale relazione con Marx ed Engels. Stalin ha denotato il leninismo come il “marxismo nel periodo dell’imperialismo”. Tale posizione, tuttavia, ricava la sua unica giustificazione da un’infondata sopravalutazione di Lenin. Lenin non ha aggiunto al marxismo un singolo elemento che può essere giudicato come nuovo e indipendente. La prospettiva filosofica di Lenin è il materialismo dialettico come sviluppato da Marx, Engels e Plekhanov. È a questo che si riferisce in connessione con tutti i problemi importanti: è il suo criterio in ogni cosa e la sua corte d’appello finale. Nel suo principale lavoro filosofico, Materialismo ed Empirocriticismo, Lenin semplicemente ripete Engels tracciando le opposizioni dei diversi punti di vista filosofici intaccando la grande contraddizione: Materialismo contro Idealismo. Mentre per la prima posizione, la Natura è primaria e la Mente secondaria; per l’altra è vero esattamente l’opposto. Questa formulazione precedentemente nota è documentata da Lenin con materiale aggiuntivo proveniente dai vari campi di conoscenza. E così non si può pensare a un arricchimento essenziale della dialettica marxiana da parte di Lenin. Nel campo della filosofia, parlare di una scuola leninista è impossibile.

Nel campo dell’economia, inoltre, tale significatività indipendente non può essere ascritta a Lenin. Gli scritti economici di Lenin sono più marxisti di quelli di ogni altro suo contemporaneo, ma sono solo brillanti applicazioni delle dottrine economiche già esistenti associate al marxismo. Lenin non ebbe assolutamente idea di essere un teorico indipendente in materia economica; per lui, Marx aveva già detto tutto di fondamentale in questo campo. Siccome, per lui, era alquanto impossibile andare oltre Marx, si occupò solamente di provare che i postulati marxisti erano in accordo con lo sviluppo effettivo. Il suo principale lavoro in economia, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, è un'eloquente testimonianza di questo punto. Lenin non volle mai essere più di un discepolo di Marx, e pertanto è solo nella leggenda che si possa parlare della teoria del “leninismo”.

Lenin voleva soprattutto essere un politico pratico. I suoi lavori teorici sono quasi solo esclusivamente di natura polemica. Combattono i nemici teorici o altri nemici del Marxismo, che Lenin identifica con i suoi sforzi politici e quelli dei bolscevichi in generale. Per il Marxismo, la pratica decide sulla verità di una teoria. Come un professionista adoperandosi nell’attualizzare le dottrine di Marx, Lenin potrebbe effettivamente aver restituito al marxismo un enorme servizio. Tuttavia, ancora in riguardo al Marxismo, ogni pratica è sociale, e può essere modificata e influenzata dagli individui solo in misura davvero limitata, mai in modo decisivo. Non c’è dubbio che l’unione della teoria e della pratica, dell’obiettivo finale e delle concrete questioni del movimento, con le quali Lenin era costantemente preso, possa essere acclamata come un grande risultato. Ma il criterio per questo raggiungimento è il successo che lo attende, e quel successo, come abbiamo già detto, fu negato a Lenin. Il suo lavoro non solo fallì nel far progredire il movimento rivoluzionario mondiale; fallì anche nel formare i presupposti per una società davvero socialista in Russia. Il successo (che ebbe effettivamente) non lo portò vicino al suo obbiettivo, ma lo spinse più lontano. 

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Le condizioni attuali in Russia e la presente situazione dei lavoratori nel mondo devono essere sufficienti per provare a ogni osservatore comunista che la presente politica “leninista” è solo l’opposto di quella espressa dalla sua fraseologia. E alla lunga tale condizione deve senza dubbio distruggere la leggenda artificialmente costruita di Lenin, in modo che la storia stessa possa mettere Lenin nel suo appropriato posto storico.

 

Paul Mattick

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

LINK al documento on line tratto dal sito consiliarista "Connessioni":

La leggenda di Lenin 

 

LINK di presentazione alla figura di Paul Mattick:

Charles Reeve, Paul Mattick

 

LINK ad una pagina multilingue dedicata agli scritti di Paul Mattick:

Paul Mattick Homepage

 

LINK a una pagina del MIA dedicata agli scritti in tedesco di Paul Mattick:

Paul Mattick

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23 luglio 2012 1 23 /07 /luglio /2012 08:35

Paul Mattick

 

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di Charles Reeve (pseudonimo di Jorge Valadas)

KAP-Plakat_-1919-.JPGPaul Mattick è nato in Germania, nel 1904, in una famiglia proletaria di tradizione socialista. Militante delle Gioventù Spartachiste sin dall'età di 14 anni, durante il periodo rivoluzionario, delegato al Consiglio operaio delle officine Siemens a Berlino, dove era apprendista. Partecipa a numerose azioni, rivolte di fabbrica, sommosse di strada, si fa arrestare e la sua vita è minacciata numerose volte. Nel 1920, lascia il partito comunista, diventato parlamentare e si unisce alle tendenze comuniste dei consigli che formano il KAPD (il Partito Comunista Operaio di Germania).

Otto RuhleAll'età di 17 anni scrive già nelle pubblicazioni giovanili comuniste e risiede a Colonia dove trova lavoro continuando anche la sua attività di agitazione all'interno delle Organizzazioni Unitarie Operaie, di cui Otto Rühle era uno dei fondatori. È in questo ambiente che fa amicizia con un nucleo di artisti radicali, i Progressisti di Colonia, duri critici di diverse trasformazioni dell'arte e della cultura detta proletaria. Come tanti altri comunisti estremisti antibolscevichi, più ancora per la sua infaticabile attività sovversiva, il suo nome si ritrovò ben presto sulle liste rosse del padronato. Ridotto alla disoccupazione, perseguitato dalla polizia e dai nazisti, emarginato dai comunisti ortodossi, cosciente del declino del movimento rivoluzionario autonomo di fronte all'alta marea e alla bolscevizzazione dei comunisti, Paul decide, nel 1926, di emigrare, insieme ad altri compagni, negli Stati Uniti.

IWWLabel.pngDopo alcuni anni di ripiegamento, che egli mette a profitto per studiare Marx, ripensare le teorie della crisi e i suoi rapporti con l'attività rivoluzionaria, Paul si stabilisce a Chicago dove lavora come attrezzista in campo metallurgico. Entra in contatto con gli IWW (Industrial Workers of the World), sindacalisti rivoluzionari attivi nel movimento dei disoccupati che si stava sviluppando allora. Partecipa attivamente a questo movimento, all'interno dei gruppi di disoccupati radicali della regione di Chicago (Workers League), i quali praticavano, contro il parere delle organizzazioni legate al P.C. USA, l'azione diretta per ottenere dei mezzi materiali di esistenza. Aderì in seguito a un piccolo partito di orientamento comunista dei consigli.
 
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È in questo ambiente che sono nate le riviste Living Marxism (1938-1941) e New Essays (1942-1943), di cui paul era il redattore. È anche durante quest'epoca che egli entra in relazione con Karl Korsch, diventato suo amico, collaboratore di queste pubblicazioni, allo stesso titolo di Pannekoek e di altri comunisti antibolscevichi europei e nord americani. Il gruppo si dedicava in particolare all'analisi delle forme della controrivoluzione capitalista e all'integrazione della classe operaia da parte dello Stato: i diversi fascismi o il New Deal americano.

korsch-karlDurante la guerra Mattick continua a lavorare come operaio metallurgico. La burocrazia sindacale, allora sotto il controllo dei comunisti americani, imponeva la pace sociale nelle fabbriche in nome della difesa della democrazia e dell'alleanza con la Russia di Stalin. Nelle riunioni sindacali, Paul attaccava regolarmente la clausola anti-sciopero ricordando che: "Ora che i padroni hanno bisogno di noi, è adesso che dobbiamo colpirli!". Molto presto dei gorilla sindacali, gli fecero capire che tali discorsi non erano molto convenienti, che dopo tutto si era a Chicago e che la sua salute si sarebbe meglio conservata se avesse evitato le riunioni sindacali...

mattick-marx-keynes.jpgAlla fine della guerra Paul andò a New York dove visse con molte difficoltà materiali. Si ritirerà in seguito in un villaggio del Vermont, dove vivrà con sua moglie e suo figlio, in quasi autosussistenza, su di un piccolo lotto di terra. Negli anni 60 risiede a Cambridge (Boston) dove lavora sua moglie Ilse e dove, oramai, si dedicherà alla scrittura. Nel 1969, pubblicherà Marx e Keynes. I Limiti dell'economia mista, una delle maggiori opere del pensiero marxista antibolscevico del dopoguerra. Mattick dimostra che, partendo da una ripetizione borghese dell'analisi critica di Marx, Keynes non ha saputo che proporre una soluzione provvisoria ai problemi economici del capitalismo moderno e che le condizioni che rendono efficaci le misure keynesiane spariranno con la loro stessa applicazione. Da qui la sua opposizione a tutte le correnti economiche borghesi e staliniste che vedono nell'intervento dello Stato un fattore di stabilizzazione e equilibrio della vita economica. In questo senso, la sua analisi dei limiti di questo intervento annunciava l'emergere della reazione borghese neoliberale e, da un altro punto di vista, incitava a un necessario ritorno alla critica dell'economia politica di Marx, sola via per capire il nuovo periodo capitalista. 

Pannekoeck.jpgAlla fine degli anni 60, sull'ondata dei movimenti studenteschi e delle lotte operaie, le idee di cui era uno dei rappresentanti trovarono un nuovo interesse tra i giovani. Paul viaggerà dappertutto in Europa e in Messico per dare delle conferenze, incontrare delle persone, scrivere sulle pubblicazioni radicali. Sino alla sua morte, il 7 febbraio 1981, difenderà l'idea che la trasformazione e l'abolizione del capitalismo non potranno essere dirette che dagli stessi interessati e che nessuno potrà compiere quest'enorme compito al loro posto. Inoltre, egli sottolineava, lo sforzo di comprensione del mondo ha senso soltanto se ha come scopo di trasformarlo.

Coloro che hanno avuto la fortuna e la felicità di conoscerlo, non dimenticheranno la forza delle sue convinzioni, il calore e la ricchezza del contatto, il suo umorismo corrosivo, la qualità umana della persona che dava vita agli ideali dell'auto-emancipazione sociale. Come gli piaceva ricordare: "Per quanto ridotte siano oggi le possibilità che si offrono ad una rivolta, non è il momento di abbassare le armi".


Charles Reeve

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Paul Mattick

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19 luglio 2012 4 19 /07 /luglio /2012 05:00
La contro-rivoluzione "comunista"
la Ceka in Spagna nel 1937  

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Sopra, un osceno manifesto di denuncia della gioventù comunista nei confronti del POUM, descritto graficamente come un rospaccio verde al servizio del nazismo. Il gigante proletario, alla cui causa i partiti comunisti di tutto il mondo si adoperano, però vigila scaraventandolo su di un muro, su cui capeggia la scritta rossa Frente Popular" facendogli sprizzare sangue a forma di svastiche rosse, l'evento provoca il tipico suono onomatopeico (poum!) dei fumetti francofoni per indicare un forte urto. Erano anche molto spiritosi gli stalinisti, mica soltanto dei luridi criminali e basta. I loro fratelli-concorrenti socialdemocratici, invece si contraddistingueranno per l'immobilismo perfetto, il rispetto della volontà degli stati "democratici" Inghilterra e Francia in testa, senza dimenticare gli Usa, [Nota del traduttore A. L.].

 

 

La Ceka, polizia politica comunista, fu istituita nel novembre del 1917 dal potere bolscevico russo allo scopo di annientare ogni rivolta contro i nuovi dittatori. Soppressa con questo nome nel 1922, continuò comunque ad esistere e fece molto parlare di sé in Spagna, durante la guerra civile, per i suoi arresti, assassinii e torture di militanti rivoluzionari. Il partito comunista spagnolo, piccola organizzazione dai magri effettivi prima del 1936, approfittò dell'aiuto militare sovietico per svilupparsi ed investire gli ingranaggi dello Stato rinascente. 

Agli ordini dell'Internazionale comunista, i suoi servitori volevano ad ogni costo evitare la rivoluzione sociale per servire gli interessi dell'URSS, desiderosa di concludere con il governo britannico un'alleanza militare. Da quel momento in poi, si trattava di "difendere la democrazia" e per questo l'eliminazione degli anarchici della C.N.T.-F.A.I e dei marxisti del P.O.U.M. era più importante della vittoria sui fascisti. Già nel marzo ed aprile del 1937, degli arresti di anarchici a Bilbao e dei tentativi di disarmare gli elementi gli elementi rivoluzionari ebbero luogo.

Tentativi che si saldarono il 27 aprile con degli scontri armati tra anarchici e comunisti in Catalogna. Ma è dopo gli avvenimenti di Barcellona (inizi maggio 1937), in cui la battaglia si scatenò tra forze popolari e guardie d'assalto governative appoggiate dai comunisti, che la repressione cekista si instaurò con la nomina di un comunista come capo della polizia di Barcellona. 

Le prime vittime saranno i membri del P.O.U.M.: Andres Nin, vecchio ministro della Giustizia nel governo catalano e segretario generale di questo movimento, accusato di essere una spia fascista, fu arrestato, trasferito a Madrid ed assassinato. Altri seguirono, anarchici o militanti dell'ala sinistra della U. G. T.; citiamo come esempio i compagni Berneri, Barbieri, Aris, Rua...  

La Spagna antifascista n° 7 del 30 novembre 1937, descriveva così la Ceka: " Quest'organizzazione poliziesca clandestina ha come scopo l'eliminazione, con tutti i mezzi, i nemici della nefasta politica moscovita; ed i suoi nemici, beninteso, non vanno cercati tra i fascisti, ma presso i rivoluzionari nemici di tutte le dittature. Ha acquisito una potenza straordinaria, tanto più che essa gode ancora oggi dell'impunità totale, soprattutto della protezione della polizia ufficiale, il cui rappresentante a Barcellona è il signor Burillo, membro del Partito, che ha avuto delle pesanti responsabilità nella caduta di Toledo. Il suo stato maggiore si trova al Consolato stesso dell'URSS sotto gli ordini del Console Antonov Ovsenko. Posto immediatamente sotto gli ordini del Console, il capo della Ceka a Barcellona è un certo Alfred Herz, aiutato da uno chiamato Hermann (e da) alcuni agenti della polizia ufficiale (... ). 

Questo servizio è certamente molto meglio organizzato della polizia del Governo. Essa possiede uno schedario completo (che potrebbe servire da modello a quello dello Stato) al quale è aggiunta una lista nera dei personaggi più pericolosi per la cattiva causa del Partito Comunista". 
Il testo che segue è composto da estratti del resoconto redatto da una missione informativa (che ebbe luogo a fine novembre 1937), diretta, tra gli altri, dal deputato scozzese Mac Govern (membro dell'Independent Labour Party, scissione di estrema sinistra del Partito Laburista Britannico).
L'integralità del resoconto è stato tradotto e pubblicato in "La Révolution prolétarienne" del 25 gennaio 1938 con il titolo "Il terrore comunista in Spagna".
Che queste poche righe possano imprimersi nelle nostre memorie e servirci per il futuro.

Gruppo Sacco-Vanzetti (Dicembre 1976).

 

 

Alla Prigione modello

 

La domenica 28 novembre, andammo alla Prigione modello di Barcellona, e presentammo le nostre autorizzazioni al direttore della prigione degli uomini. Egli fu molto cortese e ci condusse dal medico della prigione. Ci informarono che vi erano in questa prigione 1.500 detenuti, di cui 500 antifascisti, 500 fascisti e 500 delinquenti di diritto comune.

Era domenica, e l'ora delle visite, così ci trovammo in presenza di 5-600 visitatori che chiedevano di entrare allo scopo di visitare i loro amici. Come era giusto, era l'ala sinistra della prigione che era attribuita ai prigionieri di sinistra!


ceka-carcel-modelo_1936.jpgLa Prigione modello di Barcellona nel 1936


Entrammo in una grande sala attraverso un'immensa porta di ferro di 6 metri di larghezza per 3,5 metri di altezza. I prigionieri avevano saputo che stavamo venendo e ci diedero una calda accoglienza. La difficoltà riguardava chi ci avrebbe parlato per primo delle brutalità che aveva subito da parte della Ceka, prima di entrare in questa prigione.

Un prigioniero italiano ci fece una notevole descrizione delle torture che gli erano state inflitte in una cella sotterranea. Fu legato al muro, le mani sopra la testa, con due guardie ai lati, baionetta inastata, mentre un giovane ufficiale della Ceka reggeva dei fogli con la mano sinistra e con la destra un revolver puntato al petto.

L'ufficiale della Ceka lo sottopose ad un interrogatorio di terzo grado sostenendo che aveva dei falsi documenti, ingiungendolo a dire dove alcuni suoi compagni potevano essere trovati, minacciandolo di ucciderlo e di gettare il corpo in una fogna che passava nella cella. Quest'italiano fu sottoposto a questa tortura, per circa 5-6 ore, prima di essere trasferito alla Prigione modello.

ceka-carcel-modelo_interno1937.jpgL'interno della Prigione modello nel 1937 danneggiati dai bombardamenti fascisti


Challaye e io interrogammo anche un Francese, che era appartenuto in precedenza all'esercito francese, e che aveva abbandonato la sua posizione per venire in Spagna a combattere il fascismo. Era stato nominato ufficiale nell'esercito spagnolo governativo e aveva combattuto sul fronte di Madrid per più di cinque mesi. Il solo motivo per il quale si trovava nella Prigione modello, era perché aveva ammesso francamente la sua opinione sul Comintern e i metodi della Ceka. Mi diede l'impressione di un uomo splendido.

Considerava come un oltraggio orribile essere stato posto in prigione per più di 4 mesi; insisteva su di ciò: "Che mi si faccia un processo se ho commesso qualche colpa; altrimenti che mi si restituisca la libertà!". Vi era anche un buon numero di quei prigionieri che erano stati feriti durante i combattimenti contro Franco, e tuttavia li si deteneva in prigione con il pretesto che erano stati degli alleati di Franco!

La nostra delegazione fu specialmente ben accolta dai prigionieri del P.O.U.M., e trascorremmo un'ora nella cella di Gironella. Molti prigionieri erano d'altronde incarcerati in questa stessa cella. Era una vera Internazionale di prigionieri di questa prigione.

Ve ne erano della Francia, della Grecia, della Germania, d'Italia, dell'Austria, del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera e dell'America  tanti quanti della Spagna. Tutti questi prigionieri ci sollecitarono di far conoscere le brutalità della Ceka, con le sue torture, il suo terzo grado e i suoi omicidi dei militanti combattenti in Spagna.

Quando decidemmo di lasciare l'ala antifascista della prigione, vi fu un'affluenza spontanea di tutti verso la porta. I prigionieri cantarono due inni della C.N.T., poi l'Internazionale, e terminarono con degli "evviva" all'indirizzo della C.N.T., della F.A.I. e del P.O.U.M.

Il delegato dell'I.L.P. fu soprattutto oggetto di riconoscenza internazionale; infine vi furono delle grida di Abbasso la Ceca del Comintern! e nei suoi confronti violenti fischi. Era una cosa molto commovente quella dei 500 prigionieri antifascisti, la maggior parte giovani, che riempivano le gallerie, le scale e la grande sala, il pugno chiuso, gli occhi lucidi, la testa alta in un atteggiamento di sfida.

L'ultima cosa che vedemmo furono centinaia di uomini che applaudivano, dall'altra parte dell'immensa porta di ferro. Questa porta di ferro era per noi come il simbolo della Ceca del Comintern. È con metodi simili che essa intende sopprimere il movimento rivoluzionario in Spagna allo scopo di sostituire alla parola d'ordine "Potere operaio" quella di "Democrazia borghese".

L'Internazionale comunista e la sua organizzazione di assassini stanno facendo nascere contro di loro un odio formidabile. Un giorno, la tempesta scoppierà e distruggerà il loro orribile gangsterismo. Sarà un disastro per tutti coloro che vi avranno partecipato... [...]. 

 

Alla prigione segreta della Ceca


La nostra ultima visita fu per la prigione segreta della Ceca in piazza Junta: Adraine Bonanova. Eravamo stati avvisati dell'esistenza di questa prigione da diversi fidati compagni [...]. Saliti tutti i gradini che portano alla prigione, trovammo la strada sbarrata da due guardie, armati di fucili e baionetta inastata.

Presentammo la nostra autorizzazione del direttore delle prigioni e del ministro della Giustizia per visitare le prigioni e un messaggio fu inviato all'interno. Allora un ufficiale, che osservò le nostre autorizzazioni con un disprezzo evidente ci informò che non riceveva ordini dal direttore delle prigioni o dal ministro della Giustizia, perché non erano i suoi superiori.

Gli chiedemmo chi era il suo superiore, e ci diede un indirizzo, quello del quartier generale della Ceca. Il suo rifiuto di permetterci di visitare la prigione e i prigionieri era totale e definitivo [...]. Andammo dunque al quartier generale della Ceca, Puerta del Angel 24.

Entrammo in un cortile e attraverso un corridoio nella stanza interna che aveva l'aspetto di un luogo di detenzione. Notammo che c'era sul tavolo un gran numero di libri di propaganda russi e giornali comunisti, e nessun altro genere di libri o di giornali. Dopo poco, un giovane entrò, e ci chiese cosa volevamo. Non ci nascose che sapeva chi fossimo, e che la si era avvertita, dalla prigione, che stavamo per arrivare. Prese i documenti che ci autorizzavano a visitare le prigioni.

In seguito apparvero due giovani di cui né l'uno né l'altro erano spagnoli. Il nostro interprete che conosce un gran numero di lingue e di paesi fu convinto dal loro accento che uno erano Russo e l'altro tedesco.

Il Russo ci informò che non potevamo né vedere l'interno della prigione né parlare con i prigionieri. Risposi che avevamo le autorizzazioni del direttore delle prigioni e del ministro della Giustizia e chiedemmo se il nostro interlocutore era più potente del governo, aggiungendo che se ci si rifiutava l'ingresso, saremmo stati obbligati, giustamente, di trarne le debite conclusioni.

 

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Corpi di membri delle Gioventù Libertarie [Juventudes Libertarias] a Sanz (Barcellone). Assassinati dai comunisti nel maggio 1937.

 

 

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Giornale murale delle Gioventù Libertarie di Barcellona edito il 15 maggio 1937. Alcune rubriche chiedono delle spiegazioni: "Continuano ad assassinare i nostri compagni"; "Martinez scomparso"; "Miro in prigione".

 

 

John Mac Govern



[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

 La contre-révolution "communiste": la Tchéka en Espagne 1937 

 

LINK pertinenti alla tematica "Fascismo rosso":

Felix Damon, Lettera dalla Prigione modello di Barcellona, 23 aprile 1938

Cinema libertario. 1936 - 1939, Il cinema durante la rivoluzione spagnola. Né Hollywood, né Mosca!
La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La Makhnovishina
La rivoluzione spartachista

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17 luglio 2012 2 17 /07 /luglio /2012 05:00

Leo Jogiches, una lotta comune con Rosa Luxemburg

 

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Il suo assassinio il 10 marzo 1919
 

Conosciamo Liebknecht, conosciamo Rosa Luxemburg. Conosciamo meno Leo Jogiches. Desideriamo far conoscere con questo breve articolo questo militante che condivise tutte le lotte di Rosa Luxemburg e fu assassinato durante la rivoluzione spartchista.


Leo Jogiches è un nome troppo poco presente nelle nostre memorie! Eppure inseparabile da quello di Rosa Luxemburg e dunque di lotta politica del movimento operaio della fine del XIX secolo e dell'inizio del XX.
Leggere la corrispondenza di Rosa Luxemburg tra il 1893 e il 1898, è seguire innanzitutto le loro vite intrecciate. Dalla loro vita in Svizzera e in Francia sino alla partenza di Rosa Luxemburg per la Germania. È seguire con divertimento una relazione che potremmo dire alla Sartre e Beauvoir anche se questa relazione è diversa, ma è una relazione segnata dalla riflessione e l'azione politica che si svolge nel corso delle righe. È vedere Rosa Luxemburg molto giovane che segue già degli studi brillanti e prepara un dottorato che pretende di fare di Jogiches il suo alter ego in questo campo. Ed è vedere Leo Jogiches impegnarsi in una ricerca che non lo entusiasma, lui che vive piuttosto nell'organizzazione e l'azione. La qual cosa sottolineerà molto più tardi Clara Zetkin in un omaggio a lui. È soprattutto vedere sin da quest'epoca i loro scambi e la loro azione su un abase di riflessione comune, marxista.
Leo Jogiches, come Rosa Luxemburg è di quei giovani che vivono sotto il dominio russo che molto presto si sono politicizzati e impegnati. Lo vediamo seguire un percorso che sarà quello di numerosi di questi giovani siano essi Russi, Lituani o Polacchi: raggiunge un gruppo vicino alla Narodnaja Volja di ispirazione piuttosto populista prima di evolversi verso una concezione marxista.
Arrestato due volte nel 1888 e 1889, fugge verso Ginevra poi Zurigo. È anche un percorso obbligato per numerosi militanti che fuggono la prigione, il confino, l'esercito, e di cui fa parte Rosa Luxemburg. Si incontrano dunque a Zurigo a fine del 1890 o inizio 1891.
Come Rosa Luxemburg, si avvicina dapprima a Plekhanov, per infine allontanarsene e creare con lei su basi classiste il SDKPiL (Partito social-democratico del Regno di Polonia e di Lituania) in opposizione ai socialisti nazionalisti del PPS (Partito socialista polacco). Una grande parte della vita di Jogiches sarà dedicata alla lotta all'interno del movimento operaio polacco.

 

Nel 1905, partecipa alla rivoluzione russa. Arrestato, condannato a otto anni di lavori forzati, evade.

Nel 1914 sin dai primi giorni della guerra e dello stato d'assedio, Jogiches allestisce i suoi primi elementi dell'organizzazione che sarebbe divantato il gruppo Internazionale poi Spartakus.

Dopo il doppio assassinio di Liebknecht e Rosa Luxemburg, conduse clandestinamente l'inchiesta e fece in poche settimane luce sul caso, ritrovando soprattutto una fotografia degli assassini mentre stavano festeggiando. Fuprobabilmente il motivo per il quale, il giorno stesso del suo arresto il 10 marzo 1919, fu abbattuto dall'ufficiale di polizia Tamschik all'interno della prigione di Moabit, con il pretesto di un tentativo di fuga.

 

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Leo Jogiches, un combat commun avec Rosa Luxemburg. Son assassinat le 10 mars 1919

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