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13 luglio 2012 5 13 /07 /luglio /2012 07:00

Félix Damon

 

Lettera dalla Prigione modello di Barcellona

 

 

1938-prison-modelo-felixdamon.jpg

 

 

 

Lunedì, 23 aprile 1938.

 

Mio vecchio Fernand,

 

Credo che tu abbia ricevuto la mia lettera dell'altro ieri.

Circa 800 detenuti (di las 'quintas') sono partiti questa notte.

Vi erano dei "J. Ch." con dei fascisti condannati a 30 anni!... La prigione si è svuotata, ma non per molto sicuramente.

Non vi sono visite dalla rivolta dell'altro giorno e la prigione è ora sotto il controllo della "Ceca". Ma grazie al mio interessamento i pacchetti potranno entrare sin da oggi. Vi sono molti poveracci che muoiono di fame.

Non odo che a fatica i suoni della città, e questo da più di dieci mesi!

Dieci mesi!... Non conto più nemmeno i giorni uno per uno. Una vita di pazienza.

Sole radioso, fioritura sicura, primavera e libertà, quando rivedrò tutto questo? Infine non abbiamo né rimpianti né invidia.

¡Resistir hasta vencer!

 

Cornuto e contento,

 

Félix Damon

 

Carcel Modelo, Barcelona.

Enfermeria celda 14.

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8 luglio 2012 7 08 /07 /luglio /2012 05:00

1936 - 1939. Il cinema durante la rivoluzione Spagnola

cinema-Nuestro-Culpable.jpg

Né Hollywood, né Mosca!

 

La sfida era di realizzare dei lungometraggi tecnicamente comparabili agli americani e superiori per il loro contenuto ai film sovietici.

P. A. Paranagua

 

di Wally Rosell

 

Il cinema documentario e di finzione era già un'arma di propaganda ben prima del 1936, è dunque del tutto naturale che sin dal luglio 1936, le forze politiche e sindacali si sono impadronite di questo strumento.

I sindacati - soprattutto la CNT - produrranno più di 230 documentari di attualità e cortometraggi di finzione e circa 25 lungometraggi.

 

AURORA DE ESPERANZA. Film drammatico del 1937. Durata 57 minuti. Regia: Antonio Sau; Sceneggiatura: Antonio Sau; Musica: Jaime Pahissa; Interpreti: Félix de Pomés, Enriqueta Soler, Pilar Torres, Ana María Campoy. Film di ispirazione anarchica sulla disperata situazione della classe operaia e l'inizio della Rivoluzione sociale. 


Le storie di lungometraggio della guerra di Spagna non mancano né di originalità, né di qualità, eppure non sono rimaste nella storia del cinema, al contrario dei film sulla rivoluzione Russa, soprattutto quelli di Eisenstein. È vero che la maggior parte della produzione cinematografica sovietica è stata realizzata dopo il 1921, e cioè alla fine della rivoluzione Russa: La corazzata Potemkin è stata realizzata nel 1925 e Ottobre nel 1929. Per la Spagna del 1936, è l'inverso. La maggior parte della produzione data agli anni 1936-1939. È tempo di riscoprila.

 

Barrios bajos è un film drammatico del 1937, della durata di 90'. Regia di Pedro Puche e interpretato da José Álvarez, Matilde Artero, Baltasar Banquells, Esperanza Barrero, José Baviera, Rosita de Cabo, Ernesto Campoy, Modesto Cid, Federico Gandía, Eduardo Garro.

La maggior parte dei documentari sui diversi punti del "fronte", danno una parte eguale ai combattimenti e all'attività sociale e culturale delle collettivizzazione libertarie.

Alcuni lungometraggi non sono stati terminati che dopo la liberazione della Francia (tra gli altri La speranza, girato nel 1938, finito nel 1945), altri sono rimasti sepolti negli archivi franchisti per quarant'anni. 

 

Esistono alcuni film in cui finzione e documentario si intrecciano: in Castilla se liberta, un attore "professionista" recita il ruolo di Buenaventura Durruti a fianco di Cipriano Mera che interpreta se stesso come personaggio.

 

Allo stesso modo delle altre industrie, è l'insieme della filiera "cinema e teatro" che è socializzato dai sindacati CNT e UGT:

- L'apparato di produzione con la compagnia SIE-Film (Barcellona) o le società "Spartacus" e SUICEP a Madrid.

- Gli studi di Montjuich (Barcellona) sono controllati dalla CNT.

- La distribuzione con il controllo di 200 sale a Barcellona e a Madrid. 

 

 

Documentario sull'attività della Colonna Aguiluchos della FAI (Durruti) sul fronte di Aragona durante i mesi di luglio e agosto 1936.

 

A Barcellona, la commissione tecnica del sindacato (CNT - SIE film) è diretta da Miguel Espinar, (bigliettaio del cinema Ramblas) e Marcos Alcón. Stabilisce in via Caspe i suoi uffici, uno studio, tre sale di montaggio e una piccola sala di proiezione.

Il sindacato instaura l'eguaglianza sociale. 

 

 In Spagna, un ladro si fa derubare dalla sua amante che fugge con il bottino dei milioni. Il ladro si fa giudicare colpevole e imprigionare. Dietro le sbarre il ladro si fa corteggiare a voler bene perché tutti pensano che egli ha nascosto il denaro e pensa di poterglielo far confessare.

 

I guadagni settimanali sono divisi in modo egualitario (e in funzione di un coefficiente legato alle ore lavorate) tra:

- attori, tecnici, proiezionisti, musicisti, ciclisti (che trasportano le bobine di sala in sala),

- Ai militanti del sindacato partiti per i fronti;

- "uomini" e "donne".

Un'altra parte degli introiti è ridistribuita prioritariamente ai rifugiati (una clinica è controllata dal sindacato) o alla scuola primaria dei figli di salariati dello spettacolo (Grupo escolar de Espectaculos publico). I biglietti d'ingresso sono stampati con il timbro sindacale bicolore (roso e nero). Le mance, le rivendite di biglietti, gli impresari... sono vietati.

cinema-Barrios_Bajos.jpeg

 

Gli abitanti di Barcellona vanno al cinema nelle sale Mikhail Bakunin (Coliseo); Francisco Ferrer y Guardia; sulla via Durruti (vecchia Gran Via) si trova la sala Durruti, la sala Francisco Ascaso è situata in via Vergara.

A Madrid il sindacato unico, lo SUICEP [1]- è cogestito dalla CNT e dalla UGT.

Dopo maggio 1937, il sindacato di Barcellona continuerà la sua opera malgrado le direttive del comitato nazionale della CNT e la passione distruttrice del ministro comunista della Generalitat della Catalogna, Juan Comorera, che vuole imporre la produzione sovietica e sradicare un'attività di propaganda autogestionaria che gli sfuggono.

Quest'attività avrà delle ripercussioni nel mondo del cinema internazionale. Eroll Flynn (con altri: Duke Ellington, Clark Gable, Marlene Dietrich) verrà a sostenere i suoi compagni e compatrioti arruolati nelle brigate internazionali. Un gruppo di artisti antifascisti newyorchesi produrrà qualche film di propaganda:

- Tierra de Espana (Spain Earth 1937), film di ispirazione comunista, diretto dall'Olandese Joris Ivens, i commenti sono di Ernest Hemingway e con la collaborazione di Orson Welles;

- Avec la Brigade Abraham Lincoln che raggruppava una parte dei combattenti nord-americani.

 

A Los Angeles, Hollywood non potrà sbarazzarsi dei suoi buon sentimenti (lotta contro il fascismo) e delle pressioni del capitalismo, risultato: uno o due melodrammi "all'acqua di rosa".

In Messico (unico paese che si rifiutò di riconoscere il governo di Franco) alcuni documentari saranno realizzati sulla necessità di accogliere i rifugiati che arrivano con i battelli.

In Francia, nella Belle équipe viene fatta un'allusione agli avvenimenti spagnoli. I documentari,i servizi giornalistici e i lungo metraggi prodotti dalla CNT serviranno per moltissime serate di sostegno alla Spagna antifascista. Nel 1936-1937, la SIA organizza molte decine di "proiezioni private" nella periferia parigina richiamando tra le 500 alle 1000 persone ogni volta. Queste riunioni permettono di raccogliere dei fondi, ecc.

 

cinema1.jpg

Biglietto d'ingresso per il cinema Paris a Barcellona

 

Tra i registi libertari conosciamo pochi compagni, tra di essi:

Armand Guerra, il cui vero nome è José Estivalis Calvo.

Nato a Valenza, il 4 gennaio 1886. Il suo passaggio al seminario ne fa un ateo convinto. Anarchico a 20 anni, parte per la Francia e partecipa alla creazione di La Coopérative du cinéma du peuple [La Cooperativa del cinema del popolo], fondata dalla CGT francese, per la quale realizza diversi film di cui due sono stati ritrovati alla cineteca di Parigi: Le Vieux Docker e La Commune. Regista, è anche attore nei suoi film. Durante gli anni 20, lavora a Berlino, allora capitale del cinema europeo, per gli studi dell'U.F.A. a Babelsberg sino alla sua espulsione nel 1932. Di nuovo in Spagna, registra la cronaca della sua propria esperienza, i suoi articoli raccolti costituiscono un punto di vista originale sul conflitto spagnolo: À travers la mitraille [2].

 

cinema2.jpg

 

Questo libro racconta i primi mesi della guerra e della rivoluzione in Spagna. Il 18 luglio, Armand Guerra raggiunge i locali della CNT di cui è membro allo scopo di prendere i suoi ordini: deve terminare il suo film per non far diventare disoccupati i lavoratori assunti per girare il film. Non appena terminato le scene mancanti, parte con una equipe di compagni per riprendere gli inizi della guerra.

 

cinema-armand_guerra.jpg  Armand Guerra

 

Nell'estate del 1936, realizza il suo ultimo film, Carnes de fieras prima di combattere per il fronte. Il 10 marzo del 1939, spossato, muore a Parigi. Lascia sua moglie e sua figlia, sole nella capitale. La cappa di piombo delle storie ufficiali franchiste e stalinista aggira del tutto questo percorso esemplare.

 

   Carne de Fieras (Carne di belve), 1936, di Armand Guerra. Film prodotto dalla CNT.

 

Adrien Porchet, cineasta svizzero.

 

Partecipa alla realizzazione di numerosi servizi giornalistici e documentari sui combattimenti e le realizzazioni in Aragona. Alla sconfitta del campo antifascista, ritorna in Svizzera e cede una parte dei suoi archivi al quotidiano statunitense Hérald Tribune. Narra i suoi ricordi a Michel Froideveaux nel 1981: Cinéaste sur le front d'Aragon [Cineasta sul fronte d'Aragona], [3].

Per Emmanuel Larraz [4], la produzione libertaria è contrassegnata da un violento antoclericalismo, l'esaltazione della dignità operaia, la coscienza che nel 1936 si svolgeva in Spagna la sorte dell'Europa e di tanto in tanto da un senso dell'unorismo assente in altre produzioni "politiche".

Durante la dittatura, i legami tessuti durante gli anni "rossi e neri" serviranno alla resistenza interna della CNT. Le sale cinematografiche erano uno dei rari luoghi a non poter essere visitati dalla polizia franchista, esse servivano da luogo di transito e consegna di materiale di propaganda (soprattutto per i fratelli Sabate).

Dopo la sconfitta, la "guerra di Spagna" ha ispirato molti lungometraggi: l'Espoir (titolo del libro di Malraux iniziato nel 1937); Mourir à Madrid documentario stalinista realizzato da F. Rossif (1966); Pour qui sonne le Glas; Land et Freedom (Ken Loach); Libertarias (film spagnolo ispirata al movimento Mujères Libres 1996); L'Ombre Rouge di J.-L. Comolli (l'azione si svolge nel 1937 in Francia); Et vient l'heure de la vengeance che si ispira alla storia di Francisco Sabate.

 

Sul lato documentari e archivi,  Un autre Futur , film in quattro parti di Richard Prost che traccia la storia della CNT dall'inizio del XX secolo alla morte di Franco. Ortiz, un général sans dieu ni maître: una lunga intervista di uno dei membri del gruppo Nosotros (Ariel Camacho, Phil Casoar, Laurent Guyot). Infine NO Pasaran, album souvenir (Henri François Imbert) un documentario sceneggiato sulla base di una decina di cartoline postali.

 

cinema-castilla_libertaria.jpg Manifesto per un film prodotto dalla SUICEP: Castille libertaire.

 

Wally Rosell

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

NOTE

[1] SUICEP: Sindicato Único de la Industria y Espectáculos Públicos; e FRIEP: Federación Regional de la Industria Cinematográfica y los Espectáculos Públicos.

[2] Eglise-Neuve-d'Issac Fédérop, 1996; traduzione Vincente Estivalis-Ricart.

[3] Discorso raccolto da Michel Froidevaux (Edition Noir), questo testo è disponibile al Cira, al Cda e sul sito internet Increvables anarchistes.

[4] Emmanuel Larraz, Le cinéma espagnol des origines à nos jours.

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30 giugno 2012 6 30 /06 /giugno /2012 05:00

Riforma sociale o rivoluzione?

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Nota introduttiva  di Lelio Basso a:

Riforma sociale o rivoluzione?


luxemburg_sozialreform_oder_revolution.jpegLo scritto che segue di Rosa Luxemburg è il primo contributo teorico da lei dato come militante della socialdemocrazia tedesca dopo la sua venuta in Germania. Prima di allora aveva lavorato come socialista polacca e le sue collaborazioni a riviste e giornali tedeschi erano dedicate principalmente a problemi polacchi o, comunque, a problemi di politica estera, e anche la sua attività pratica, dopo il suo arrivo in Germania, era stata dalla socialdemocrazia tedesca indirizzata verso il lavoro in seno alle popolazioni polacche del Reich tedesco. Ma il Bernsteindebatte, il grande dibattito sorto in quel periodo attorno agli articoli pubblicati da Bernstein sulla Neue Zeit, doveva offrirle l’occasione di rivelare la sua preparazione teorica ma soprattutto il taglio dialettico della sua mente e la sua formidabile tempra di polemista.
  
bernstein eduardCome è noto, il Bernsteindebatte fu l’occasione che obbligò la socialdemocrazia tedesca a porsi esplicitamente - non però a risolvere - tutta una serie di problemi che esistevano indipendentemente da Bernstein e che si possono riassumere nella frattura fra le formulazioni teoriche ufficiali della socialdemocrazia e la sua reale attività pratica. In teoria la socialdemocrazia riconosceva il marxismo come sua dottrina ispiratrice, soprattutto per merito di Engels che da Londra seguiva attentamente il movimento e di Kautsky che dal 1883 dirigeva la rivista Neue Zeit e attraverso di essa conduceva la battaglia per il trionfo dell’ideologia marxista: fra i capi del partito W. Liebknecht era di formazione marxista, e A. Bebel, che ne fu il leader fino alla vigilia della prima guerra mondiale, pur essendo di formazione lassalliana, si era poi convertito al marxismo. Tuttavia, anche per alcune deficienze proprie al vecchio Engels e soprattutto a Kautsky, il marxismo assimilato dalla socialdemocrazia tedesca aveva perso gran parte del suo mordente dialettico e del suo vigore rivoluzionario, e a seconda delle circostanze o dei temperamenti esso veniva interpretato come messianismo rivoluzionario o come la teoria che giustificava la partecipazione alle elezioni e al lavoro pratico quotidiano. Il programma approvato al congresso di Erfurt del 1891 aveva tentato di conciliare la duplice esigenza, ponendo una accanto all’altra una parte teorica contenente affermazioni rivoluzionarie e una parte pratica contenente un programma minimo d’azione, ma senza riuscire a realizzare un nesso effettivo fra le due parti. Il programma minimo non serviva affatto a preparare la crisi rivoluzionaria ma piuttosto ad attenderla, mentre la parte teorica non riusciva a definire una strategia proletaria e lasciava nel vago la conquista del potere [1].

August BebelIl risultato di questa incapacità di saldare i due momenti fu che mentre il partito si dedicava sempre più intensamente all’attività pratica quotidiana, la prospettiva rivoluzionaria appariva sempre più campata per aria e astratta dalla realtà. Ancora negli anni intorno al ‘90 questa prospettiva era sembrata ai dirigenti socialdemocratici molto vicina, addirittura calcolabile con “matematica certezza” [2] e Bebel diceva al congresso di Erfurt: “Io sono convinto che la realizzazione dei nostri scopi è
così vicina che pochi sono in questa sala che non vivranno quei giorni”[3]. Tuttavia, poiché nello stesso tempo la socialdemocrazia rinunciava all’insurrezione di strada, la prospettiva rivoluzionaria rimaneva legata o a un crollo del sistema capitalistico determinato da una grave crisi economica, cioè a un meccanismo indipendente dall’azione del proletariato, o alla conquista di una maggioranza parlamentare.

bismarck.jpgSenonché la prima di queste due alternative sembrava dileguarsi proprio in quello stesso torno di tempo: la Germania stava allora attraversando un periodo di prosperità economica. Dal quarto posto che essa occupava fra i paesi industriali nel 1870, passava al terzo intorno al 1890 e al secondo intorno al 1900. Il volto economico dei paese mutava rapidamente: il processo di concentrazione celebrava i suoi trionfi nell’industria del ferro, dell’acciaio e del carbone, nonché nella chimica e nell’elettrotecnica, ponendo le basi di una politica imperialistica che doveva estrinsecarsi nel commercio estero, nelle conquiste coloniali, nella politica internazionale, nella corsa al riarmo. Contropartita di questa espansione capitalistica erano un aumento dei salari reali, che pur rimanevano bassi ma che comunque smentivano le teorie ancora di moda della miseria crescente, e lo sviluppo delle assicurazioni sociali, volute già prima da Bismarck, che presentavano alle masse la faccia paternalistica dello Stato. Le probabilità di una crisi economica catastrofica o anche di una crisi tout courtapparivano sempre minori agli stessi socialisti: la teoria marxista delle crisi sembrava ricevere un duro colpo. 

Franz MehringAgli occhi di molti una sola strada di accesso al potere si presentava come possibile: la conquista di una maggioranza parlamentare. Ancora nel 1893 Mehring aveva protestato nella Neue Zeit contro questa utopia: “L’idea che la maggioranza di un parlamento borghese, sia pure formata da operai coscienti, possa una volta aprire la strada alla società socialista, è come un coltello a cui manchi sia il manico che la lama. Solo quando la fede delle masse nel parlamentarismo borghese è morta del tutto, si apre la strada verso l’avvenire” [4].

Kautsky-copia-1Ma Kautsky aveva reagito [5] e lo stesso Engels aveva molto concesso agli entusiasmi parlamentaristici. L’esperienza doveva invece confermare il nocciolo di verità che era nella posizione di Mehring quando non la si intenda come rifiuto della lotta parlamentare ma come rifiuto di riconoscere in essa la via al socialismo. La parlamentarizzazione dei partiti socialisti ha indubbiamente contribuito in modo notevole al trionfo dell’opportunismo: per conquistare seggi parlamentari occorre infatti estendere l’influenza del partito a strati più vasti di popolazione e ciò avviene troppo spesso non conquistando la coscienza di questi strati al socialismo ma adattando il socialismo alla mentalità e ai bisogni pratici di questi strati. Ma se la parlamentarizzazione del partito allontanava, anziché avvicinare, la prospettiva socialista, essa permetteva tuttavia di conseguire, attraverso l’accresciuta influenza del partito, scopi più vicini.
Appaiono casi evidenti in questo periodo le due componenti fondamentali del revisionismo: da un lato la possibilità di sfruttare la congiuntura economica per conquistare miglioramenti del tenore di vita, e quindi un accresciuto interesse per gli scopi pratici immediati, per la lotta quotidiana; dall’altro la speranza di utilizzare le istituzioni rappresentative per accrescere l’influenza del partito sul potere politico. A misura che questi due tipi di azione sembrano incidere sempre più efficacemente nella realtà immediata e creano condizioni di vita sempre più tollerabili a larghi strati delle masse, la prospettiva rivoluzionaria viene perdendo di interesse e il movimento operaio orienta sempre più i suoi sforzi verso gli scopi immediati, all’interno cioè della società capitalistica: la subordinazione della socialdemocrazia al capitalismo, nonostante le professioni di fede ripetute di congresso in congresso, appare già allora evidente.

Quando Bernstein incominciò a scrivere i suoi articoli, la prassi del partito era già di fatto dominata dall’opportunismo. Di una svolta politica in senso possibilistico si era fatto portavoce il leader della socialdemocrazia bavarese, von Vollmar, fin dal 1891, con due discorsi in cui poneva l’accento proprio sui compiti immediati[6]: la socialdemocrazia, egli sosteneva, doveva rinunciare alle discussioni “teoriche” sul domani per concentrare tutta la sua forza “sulle cose immediate e più urgenti”, ma in pari tempo egli pagava il prezzo di questo suo possibilismo accettando la politica estera del governo, presentando la Triplice Alleanza come strumento di pace e lasciando intendere che in caso di guerra la socialdemocrazia avrebbe collaborato alla difesa del paese. Era già in nuce in questo discorso quella che sarà la linea del progressivo cedimento della socialdemocrazia fino alla capitolazione del 1914. Ma quando von Vollmar fu attaccato per le tesi sostenute, egli poté rispondere non senza fondamento che in realtà non aveva fatto altro che prospettare quella che era già la prassi del partito, giudizio che sarà confermato dalla più recente storiografia. “Il “revisionismo” è solo un debole riflesso di questa molteplice prassi riformistica. Non gli Schippel, Bernstein, Heine, Calwer e Hildebrand, ma i Vollmar, Grillenberger, Auer, Kloss, v. Elm, Legien, Leipart, Hué, Dr. Südekum, Ebert, Scheidemann, Keil e Löbe, non gli accademici revisionisti dei “Sozialistischen Monatshefte”, ma i segretari del lavoro e i dirigenti sindacali, i consiglieri comunali e i deputati dei Landtag, i portatori, in ultima analisi inattaccabili perché insostituibili, del lavoro politico di ogni giorno, determinavano il carattere del partito, che già prima del ‘900 si era mutato essenzialmente in un lavoro pratico di partito con alcune frasi rivoluzionarie non prese sul serio” [7].
Contribuivano a questa svolta in modo particolare le regioni meridionali dove l’industria era meno sviluppata e meno sviluppata quindi la classe operaia, e dove i voti dovevano essere pescati fra i piccoli borghesi e i contadini: per questo Vollmar, bavarese, si era fatto promotore di un programma agrario che tenesse conto degli interessi dei grossi e medi contadini. E a misura che il partito, grazie a questa sua politica di adattamento, acquisiva maggior forza elettorale e offuscava la sua originaria natura classista, affluivano ad esso nuovi ceti piccoloborghesi, attratti in parte dall’ambizione della carriera e del successo e in parte dalla funzione democratico-borghese che il partite obiettivamente assolveva. E fin dal 1892, appena due anni dopo la fine della legge eccezionale, Hans Müller poteva parlare di una lotta di classe all’interno della socialdemocrazia notando l’ingresso nel partito di elementi “senza nessun sentimento rivoluzionario e senza sensibilità proletaria, strati sociali che non solo non pensano ad eliminare radicalmente l’attuale ordinamento economico, ma che mirano a procurarsi all’interno di esso una posizione migliore" [8].
Sicché mentre i dirigenti del partito continuavano ad usare la terminologia tradizionale e a pagare il dovuto tributo verbale al marxismo, il partito subiva in quegli anni una trasformazione profonda sotto la pressione soprattutto degli eletti nelle assemblee locali, dei funzionari periferici e dei sindacalisti. E mentre al Landtag bavarese già nel 1894 il gruppo parlamentare arrivava a votare il bilancio, attirandosi il biasimo del successivo congresso nazionale del partito a Francoforte, nel Baden la socialdemocrazia locale dava vita al più avanzato esperimento di collaborazione con partiti borghesi al governo. Nello stesso tempo i sindacati cercavano di scuotersi di dosso la tutela ideologica e politica del partito; al congresso sindacale di Francoforte Theodor Leipart esprimeva un sentimento diffuso quando diceva: “Lasciateci tranquillamente entrare nella società borghese a rappresentare i nostri diritti e rivendicazioni come cittadini a parità di diritto, come fanno gli altri ceti e partiti” [9].Quanto più si abbandonava la prospettiva del socialismo proiettandola lontano nel tempo, tanto più si affermava logicamente la tendenza a migliorare le condizioni attuali: la scissione fra l’avvenire e il presente si faceva sempre più completa [10]. E naturalmente il funzionario medio del partito non si occupava che del presente che lo toccava da vicino [11].
Il processo era più lento ma non meno evidente in sede di parlamento nazionale dove il partito doveva fare i conti con le sue tradizioni, con la vigilanza dei militanti più coscienti, con le deliberazioni dei suoi congressi. Tuttavia anche in questa sede si sviluppava l’offensiva revisionistica contro la linea ufficiale del partito e si può dire che ad ogni campagna elettorale il desiderio di estendere la propria clientela elettorale provocasse nuove brecce non solo nella dottrina ma nella politica del partito. Cominciò Max Schippel sostenendo la necessità di votare le spese militari per non lasciare i soldati tedeschi esposti a maggiore pericolo in caso di guerra; in appoggio a questa tesi, Heine, deputato di Berlino, enunciò la teoria della “compensazione” per cui i socialdemocratici avrebbero dovuto negoziare il loro voto contro concessioni nel campo della politica sociale; Schippel ancora si fece sostenitore di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali. E nonostante che il partito in generale condannasse queste prese di posizione, lo spirito revisionistico che le animava finiva con il permeare di sé tutta l’attività quotidiana del partito, creando quella scissione ufficiale fra la dottrina e la pratica che Bernstein si propose appunto di colmare sottoponendo a revisione anche la dottrina marxista.
Ciò facendo peraltro egli provocava un conflitto aperto: se i dirigenti avevano potuto fin allora far finta di non vedere il carattere revisionistico della prassi e mascherare sotto le frasi tradizionali la frattura fra pratica e teoria, fra lotta quotidiana e scopo finale, fra presente e avvenire, che il programma di Erfurt non era riuscito a superare, la sortita di Bernstein sul terreno della dottrina li obbligava a prendere aperta posizione. Ciò del resto aveva visto chiaramente uno dei vecchi dirigenti, che nella direzione del partito rappresentava nettamente la tendenza di destra, Ignazio Auer, il quale scriveva a Bernstein: “Ritieni realmente possibile che un partito, che ha una letteratura vecchia di 50 anni, un’organizzazione vecchia di quasi 40 una tradizione ancora più vecchia, possa fare un tale mutamento in un batter d’occhio? (...) Mio caro Ede, quel che tu chiedi, non si vota neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività - persino quella svolta sotto la legge vergognosa - è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista. Un partito che deve fare i conti con le masse, non può essere assolutamente diverso” [12].
Anche Rosa Luxemburg fu invasa dal sacro fuoco della polemica: “Sono pronta a dare la metà della mia vita per questo articolo (contro Bernstein, n. d. L. B.), tanto ce l’ho con lui” scrive a Jogisches da Berlino il 2 agosto 1898 [14]. E mentre da un lato è premuta dalla fretta di scrivere perché altri non dica prima le cose che essa vuol dire (“bisogna lavorare in fretta perché tutto il lavoro sarà inutile se qualcuno lo farà prima di noi”, dice nella stessa lettera), dall’altro lato sente che bisogna contrapporre a Bernstein non argomenti marginali, come essa rimprovera a Plekhanov di aver fatto (“ho trascurato Bernstein, ed ecco che è già uscito Plekhanov e perciò devo ora lavorare senza fiato [...] Mi spiace soltanto che Pl. si sia limitato ai problemi che hanno minore importanza per il partito e di cui non intendevo occuparmi. Bisogna fare in fretta questo mio articolo; fra due settimane dovrà essere pronto”, lettera del 3 agosto 1898 a Jogisches, ibid.), ma tali da colpire al cuore il revisionismo, cioè “dimostrare positivamente che il capitalismo deve spaccarsi la testa” (lettera del 2 agosto cit.).
Tuttavia il lavoro non è facile: “diamine, è un gran lavoro, non si sa dove mordere per prima” (lettera del 4 o 5 luglio, ibid.): “la sera lavoro su Bernstein, che fulmini, che cosa difficile. Oh, mi fa male la testa!” (lettera del 10 luglio, ibid.). Ma quanto più sente le difficoltà, tanto più sente l’importanza e l’urgenza del suo articolo che deve permetterle l’ingresso a bandiere spiegate nella socialdemocrazia tedesca e in primo luogo conquistarle un mandato al prossimo congresso e permetterle di prendervi la parola: “se riuscirà il mio articolo su Bernstein, esso stesso sarà il mio mandato migliore e allora potrò andare tranquilla a Stoccarda” (lettera del 3 agosto, ibid.). Tuttavia alla difficoltà della materia si aggiunge anche la sempre cagionevole salute: “la penna mi cade proprio di mano; in parte è colpa della debolezza: dopo avere scritto una cartolina così, appena respiro, e le poche forze devo risparmiarle per l’articolo su Bern”. (lettera del 12 agosto, ibid.). E ancora: “Ti scrivo a letto, o piuttosto su un divano-letto, distesa - è già il quinto giorno che non posso alzarmi e non mangio proprio nulla. Oggi però comincio a sentirmi meglio - posso già bere il tè con latte e spero man mano di tornare in forma. Che mi arrabbi a causa di questa pausa nel lavoro puoi indovinarlo da te” (lettera del 2 settembre in Z pola walki 1962, n. 1 [17], pp. 145-182).

Finalmente il lavoro fu ultimato ma era troppo tardi per poter essere pubblicato nella Neue Zeit prima del congresso. “Allora mi sono messa e in due giorni ho scritto una serie di articoli per la Leipziger Volkszeitung” (lettera 17 settembre, ibid.). La serie apparve in sette numeri del giornale, dal 21 al 28 settembre, e fu una vera rivelazione per i marxisti tedeschi: Parvus, Schonlank, Clara Zetkin non esitarono a manifestare il loro entusiasmo. E prima ancora che la pubblicazione fosse terminata, la commissione stampa del partito approvava all’unanimità la nomina di Rosa Luxemburg alla direzione del quotidiano socialista di Dresda, la Sächsische Arbeiterzeitung.
Il dibattito rimbalzò dalla stampa al congresso di Stoccarda, ove Bebel, Kautsky, Schönlank, Clara Zetkin, la Luxemburg ed altri intervennero contro le teorie bernsteiniane che furono difese da von Vollmar, Heine, Gradnauer, Auer, ecc., e la decisione fu che il dibattito dovesse continuare sulla stampa. Fu allora che Bernstein presentò il suo punto di vista in forma organica nel suo libro Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (Stoccarda, 1899), che diede il via a un secondo dibattito nel quale Kautsky intervenne con il suo libro Bernstein und das sozialdemokratische Programm (Stoccarda, 1899) e Rosa Luxemburg con una seconda serie di 5 articoli che apparvero ancora nella Leipziger Volkszeitung dal 4 all’8 aprile 1899. Anche questa volta il successo fu notevole: gli articoli furono immediatamente riprodotti in una serie di giornali (Bergische Arbeitersstimme di Solingen, Der Weckruf di Essen, Aachener Volksblatt di Acquisgrana); Antonio Labriola e Guglielmo Liebknecht scrissero al giornate per ricevere a casa la collezione degli articoli, e prima che la serie fosse terminata l’editore Heinisch si offerse di pubblicarla in volume insieme alla prima serie e con l’aggiunta di una prefazione. L’autrice vi aggiunse altresì in appendice i suoi articoli sulla milizia e il militarismo e il libro fu pronto in capo a poche settimane, con il titolo Sozialreform oder Revolution? Una seconda edizione curata dall’autrice che vi apportò alcune modifiche apparve nel 1908 ed è su questa seconda edizione che è condotta la nostra traduzione.
Non crediamo di dover dare in questa sede un riassunto delle teorie bernsteiniane: in sostanza Bernstein partiva da una serie di statistiche e di dati empirici per attaccare la concezione marxista: negando la concentrazione capitalistica (egli vedeva nelle società anonime un fenomeno di diffusione e quindi di decentrazione capitalistica anziché di concentrazione), e la riduzione dei lavoratori alla condizione salariata attraverso la scomparsa delle classi medie indipendenti, egli negava i fondamenti oggettivi della rivoluzione socialista. Esclusi questi fondamenti oggettivi, Bernstein negava qualsiasi validità alla previsione marxista: per lui, al contrario, il capitalismo aveva trovato il modo di adattarsi alle necessità storiche, di liberarsi dalle crisi ricorrenti, e di assicurare la propria sopravvivenza eliminando a poco a poco le proprie difficoltà e i propri lati negativi. Compito del movimento operaio doveva quindi esser quello di utilizzare tutte le possibilità che gli si offrivano di migliorare la propria condizione di vita nell’ambito della società attuale, senza proporsi fini lontani: i sindacati, le cooperative e la democrazia parlamentare erano le armi che dovevano permettere questo graduale e sicuro, miglioramento. La tattica più acconcia per conseguire questi risultati doveva essere quella di appoggiare l’espansione economica capitalistica: in questo senso Bernstein è favorevole anche al colonialismo [15]. Naturalmente il miglioramento delle condizioni generali di vita, lo sviluppo della democrazia, la lotta contro i lati peggiori del capitalismo non potevano essere monopolio degli operai: non si trattava di una questione di classi ma di ideali democratici che non possono essere prerogativa di un solo ceto sociale. “Bisogna che la socialdemocrazia abbia il coraggio di emanciparsi dalla fraseologia del passato e di voler apparire ciò che attualmente essa è in realtà: un partito di riforme democratiche e socialiste” [16].
Come giustamente osserva Mehring, la risposta più efficace Bernstein l’ha avuta dalla storia. Accecato dalla prosperità di quegli anni, aveva dichiarato che difficilmente vi sarebbero state ancora delle crisi economiche generali, e viceversa una nuova crisi arrivò subito agli inizi del secolo; aveva annunciato che i sindacati avrebbero gradualmente espropriato i profitti a favore dei salari e invece si ebbe l’impetuoso sviluppo dell’accumulazione capitalistica; aveva suggerito alla socialdemocrazia di trasformarsi in un partito democratico che stringesse alleanze con la borghesia rimasta sana per migliorare progressivamente il regime e le elezioni del 1903 gli diedero una pesante risposta [17]. Se Mehring fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto aggiungere a queste considerazioni le esperienze successive: due guerre mondiali, la sconvolgente crisi economica del 1929 e anni successivi, infine la feroce dittatura nazista hanno fatto definitiva giustizia di tutte le illusioni e di tutti gli ottimismi revisionistici, mostrando quanto profonde radici abbiano le contraddizioni capitalistiche, quanto instabile sia la prosperità, quanto insicura la democrazia, quanto incerto il progresso sociale sul fondamento delle attuali strutture. In realtà le statistiche e i dati invocati da Bernstein a sostegno delle sue tesi erano talvolta insufficienti, talvolta male interpretati dall’autore, talvolta invece validi in relazione a una conclusione specifica, ma non era questo il difetto principale del libro; come doveva rimproverargli Rosa Luxemburg il difetto principale del libro era nel metodo, nelrifiuto della dialettica [18],nell’isolamento dei fatti, nell’incapacità di riconoscere in tal modo le tendenze di fondo contraddittorie della società capitalistica, e nella contrapposizione che ne derivava fra la realtà immediata e gli sviluppi futuri, fra la lotta quotidiana socialista e l’obiettivo rivoluzionario.

“Il compito di chiarire la relazione fra tattica riformistica e scopo rivoluzionario dei partito, - ha scritto Schorske, - spettò a una nuova venuta alla socialdemocrazia tedesca: Rosa Luxemburg (1871-1919). Questa giovane donna straordinaria era destinata a giocare un ruolo di primo piano nella rivitalizzazione della tradizione rivoluzionaria nella socialdemocrazia. Essa combinava una delle menti analitiche più penetranti del suo tempo con un calore immaginativo che fanno i suoi scritti unici nella letteratura marxista”.[19]E analogamente Frölich: “Chi conosce la letteratura socialista di quel tempo si stupirà sempre di nuovo della chiarezza con cui l’autrice vede dinanzi ai suoi occhi lo sviluppo sociale, della sua sovrana padronanza del marxismo e dell’originalità e pulsante vivacità con cui lo usa per i problemi attuali.
(...) Il pensiero tattico fondamentale di Rosa Luxemburg abbraccia in poche parole l’intera arte della politica rivoluzionaria: è necessario unire organicamente la soluzione dei compiti pratici quotidiani con lo scopo finale. Cioè considerare la lotta di classe come un compito della strategia politica. E questo era di grande importanza in un tempo in cui non si distingueva fra strategia e tattica, ma si contrapponevano gli uni all’altra i principi e la tattica e si dichiarava di pertinenza della tattica e con ciò si giustificava qualunque opportunismo, qualunque azione che contraddicesse ai principi” [20].
Il valore dello scritto di Rosa Luxemburg non è quindi tanto legato alla polemica contingente e parecchie delle sue affermazioni possono essere state- smentite dai fatti, parecchi dei suoi giudizi contraddetti dalla realtà. Il valore essenziale di questo scritto è nel metodo, e il metodo è tuttora valido, anzi più importante oggi che la pratica dell’opportunismo, battezzato come “realismo politico” o anche “politica delle cose”, ha devastato pressoché tutto il movimento operaio occidentale. Conseguenza logica dell’impostazione di Rosa Luxemburg era, come si vedrà, che il revisionismo e l’opportunismo sono una manifestazione del pensiero e della politica borghesi e che, come tali, non possono avere cittadinanza in seno alla socialdemocrazia. Perciò nella prima edizione dello scritto si chiedeva l’esclusione di Bernstein dal partito. Il congresso di Hannover del 1899, in cui il dibattito fu ripreso, votò una risoluzione proposta da Bebel che condannava le proposizioni bernsteiniane, negava che il partito dovesse rivedere le proprie dottrine, riaffermava la fedeltà alla lotta di classe e all’obiettivo della conquista del potere, ma in sostanza lasciava tutto come prima: il programma di Erfurt con le sue contraddizioni, la prassi riformistica nell’azione quotidiana e la presenza di Bernstein e dei revisionisti in seno al partito. Quando uscì la seconda edizione del libro, la domanda di esclusione di Bernstein dal partito non avrebbe più potuto proporsi: il revisionismo aveva di fatto conquistato il partito.

 

Lelio Basso

 

LINK allo scritto di Lelio Basso:

Nota introduttiva a: "Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

LINK allo scritto della Luxemburg:

Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

[A cura di Ario Libert]


 

NOTE

[1]
Secondo E. Matthias (Kautsky und der Kautskynismus, cit.), la parte teorica in quanto conteneva la dimostrazione, sia pure data in termini evoluzionistici e non marxisti, del futuro avvento del socialismo, aveva essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse e di tenerle con ciò legate al partito, che in pratica faceva solo la politica del giorno per giorno, una specie di surrogato dei paradiso dei credenti.

[2] F. ENGELS, Der Sozialismus in Deutschland in Die Neue Zeit, X (1891-92), 1, n. 19, pp. 580-589.

[3] Protokoll über die Verhandlungen des Parteitages der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands - Abgehalten zu Erfurt vom 14. bis 20. Oktober 1891, Berlino, 1891, p. 172. E ancora: “Noi non abbiamo da far altro che attendere il momento in cui il potere cadrà nelle nostre mani” (ibid.).

[4] Der neue Reichstag in Die Neue Zeit XI (1892-93), 2, fasc. 42.

[5] K. KAUTSKY, Der Parlamentarismus, die Volksgesetzgebung und die Sozialdemokratie, Stoccarda, 1893. 

[6] I discorsi furono pubblicati in opuscolo il cui titolo era appunto riferito ai compiti immediati: Über die nächsten Aufgaben der deutschen Sozialdemokratie. Zwei Reden gehalten am 1. Juni und 6. Juli in “Eldorado” zu München (Monaco, 1891).

[7] G. A. RITTER, op. cit., p. 187.

[8] H. MÜLLER, Der Klassenkampf in der deutschen Sozialdemokratie, Zurigo, 1892, p. 25.

[9] Protokoll des dritten Kongresses der Gewerkschaften Deutschlands. Abgehalten zu Frankfurt a.M. vom 8. bis 13. Mai 1899 (Amburgo, s.d., p. 113).

[10] G. A. RITTER, op. cit., p. 160, nota, ricorda che al congresso di Gottinga del sindacato lavoranti in legno un oratore ebbe a dire espressamente che, poiché lo Stato dell’avvenire non era da attendersi dall’oggi al domani, e noi dobbiamo metterci in grado di resistere nelle attuali condizioni”. V. anche nella lettera di Adler a Bebel dell’8 settembre 1903 in V. ADLER, Briefweehsel, cit., p. 421-22, l’accenno alla tendenza che si sviluppa nei lavoratori a “godersi tranquillamente quello che si è guadagnato, a poter vivere una buona volta come gli altri”.

[11] La socialdemocrazia ufficiale tedesca dell’anteguerra, il cui rappresentante era Augusto Bebel, univa così ad una grande attività politico-sociale un formale passivo radicalismo in tutti gli altri campi della vita pubblica. Il medio funzionario socialdemocratico non aveva nessun intrinseco rapporto con i problemi di politica estera e quelli militari, della scuola e della giustizia e nemmeno con quelli dell’economia in generale, specialmente riguardo alla questione agraria. Egli non immaginava mai che sarebbe venuto il giorno in cui lui, il socialdemocratico, avrebbe dovuto risolvere tutti questi problemi; a lui stava a cuore tutto ciò che si riferiva in senso stretto agli interessi professionali dell’operaio industriale e in ciò era abile ed attivo. Quello che, forse, subito dopo lo interessava era al più la questione del diritto elettorale” (A.ROSENBERG, Storia, cit., pp. 14-15).

[12] E. BERNSTEIN, Ignaz Auer, der Führer, Freund und Berater in Sozialistische Monatshefte, 1907, 1, p. 345.

[13] Cunow e Plekhanov nella Neue Zeit, Parvus nella Sächsische Arbeiterzeitung Mehring nella Leipziger Volkszeitung.

[14] In Z pola walki, 1961, n. 3, pp. 128-161.

[15] Poiché alcuni giornali sono andati più in là ancora e hanno dichiarato che il partito doveva condannare in tutte le circostanze e in principio l’acquisizione della baia (di Kiao-ciao, nd. L.B.), debbo dire che io non condivido assolutamente questo modo di vedere (E. BERNSTEIN, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stoccarda, 1899, p. 146). “Sotto questo punto di vista la socialdemocrazia non avrebbe assolutamente nulla da temere dalla politica coloniale della Germania. Poiché lo sviluppo delle colonie che la Germania ha conquistato (e di quelle che eventualmente dovesse conquistare ancora si può dire la stessa cosa) prenderà talmente tanto tempo che ancora durante lunghi anni non si potrà parlare di una influenza notevole sulle condizioni sociali della Germania, io dico che proprio per questa ragione la socialdemocrazia tedesca può guardare senza partito preso anche il problema delle colonie” (ibid., p. 149).

[16] Ibid., p. 165.

[17] F. MEHRING, Storia della socialdemocrazia tedesca, II, Roma, 1961, p. 762.

[18] Ciò che Marx e Engels hanno prodotto di grande, l’hanno prodotto non grazie alla dialettica hegeliana, ma malgrado essa” (Die Voraussetzungen, cit., p. 36).

[19] C. E. SCHORSKE, op. cit., p. 21.

[20] R. LUXEMBURG, GW, Bd. III: Gegen den Reformismus, eingeleitet und bearbeitet von Paul Frölich, p. 21.

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22 giugno 2012 5 22 /06 /giugno /2012 05:00

Il Buon Soldato Sc'vèik

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di Jaroslav Hašek 

 

 

Capitolo I  - Come ebbe luogo l'intervento del buon soldato Sc'vèik nella guerra mondiale 

 

 "Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando", disse la fantesca al signor Sc'vèik, che avendo lasciato da qualche anno il servizio nell'esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri pei quali compilava delle fittizie genealogie.

Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismi, e proprio in quel momento si stava frizionando  le ginocchia con l'unguendo di opodeldok.

sc-veik-frizioni-ginocchia.jpg 

"Quale Ferdinando, signora Müller" domandò Sc'vèik senza cessare di massaggiarsi le ginocchia. "Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per sbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due non sarebbe un gran male".

"Ma nossignore: l'arciduca Ferdinando, quello di Kónopište [1], così grosso e così religioso...".

"Gesummaria!" esclamò Sc'vèik. "Questa sì che è bella! E dov'è che gli è capitata questa faccenda, all'arciduca?".

sarajevo.jpg"Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n'andava in automobile con l'arciduchessa". 

"Guarda un po', in automobile, signora Müller. Un tale si permette l'automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finir così male. E come se non bastasse ciò va a capitargli a Sarajevo, che è in Bosnia, signora Müller. La colpa non può essere che dei Turchi. Noi abbiamo fatto proprio male a prender loro la Bosnia-Erzegovina. Chi la fa l'aspetti, signora Müller. Così ora il signor arciduca se la riposa nella pace di Dio. Ma ha sofferto molto?". 

sc-veik11.jpg"Il signor arciduca è morto sul colpo, signor mio. Si sa bene che una rivoltella non è un balocco. Non è mica molto che un signore su da noi al quartiere di Nusle si è messo a scherzare con una rivoltella ed ha ammazzato tutta la famiglia, più il portiere che era salito a vedere chi era che sparava al terzo piano".

sc-veik24.jpg"Ci son delle rivoltelle, signora Müller, che non vi fanno male neppure se s'impazza perché sparino. Di tali sistemi ce n'è un subisso. Ma si vede che per l'arciduca si son procurati qualcosa di meglio, e ci scommetterei, signora Müller, che l'uomo che ha fatto il colpo s'era vestito bene apposta. Si sa che sparare addosso a un arciduca è una faccenda piuttosto difficoltosa, e che si tratta di ben altra cosa di quando un bracconiere tira ad una guardia campestre. E poi ad un signore come quello non si ci può mica presentare vestiti da straccioni; bisogna portare il cilindro, altrimenti un poliziotto vi porta via".

"Pare che fossero in parecchi, signor mio".

luccheni.jpg"Questo si capisce da sé, signora Müller, disse Sc'vèik quand'ebbe finito le sue frizioni alle ginocchia. "Anche voi, se vi venisse voglia d'ammazzare un arciduca o un imperatore, la prima cosa che fareste sarebbe d'andare a chieder consiglio a qualcuno. Più sono le persone, più è il giudizio. Chi propone una cosa, chi un'altra e allora 'l'opera riesce', come dice il nostro inno nazionale. La cosa più importante è di cogliere il momento giusto, quando un simile personaggio vi passa davanti. Vi rammentate per esempio di quel signor Luccheni che trafisse la nostra defunta Elisabetta a colpi di lima? Era andato a fare una passeggiata con lei. Fidatevi della gente, signora Müller. D'allora in poi non c'è più un'imperatrice che si permetta una passeggiata. E la faccenda capiterà ancora a molte persone. Vedrete, signora Müller, che raggiungeranno anche lo zar e la zarina, e può darsi, che Dio ci salvi, anche il nostro grazioso sovrano, visto che hanno cominciato con suo zio. Il nostro vecchio sovrano ha molti nemici, molti più dello stesso Ferdinando. È quello che diceva pochi giorni or sono un signore all'osteria, che verrà un bel giorno che tutti questi imperatori capitomboleranno l'uno dietro l'altro e che non ci potrà far nulla nemmeno il procuratore generale. Poi non aveva da pagare il conto, e allora l'oste ha dovuto farlo arrestare, ma lui ha dato uno schiaffo al padrone e due all'agente. Allora l'hanno portato in gattabuia perché riacquistasse la memoria. Sicuro, signora Müller, ne succedono delle belle oggigiorno! Tutte perdite per l'Austria. Quand'ero militare, un soldato di fanteria ammazzò il capitano. Caricò il fucile e si recò in fureria. Qui gli dissero che non aveva nulla a che fare, ma lui insisté dicendo di dover parlare col capitano. Allora il capitano uscì fuori e subitogli affibbiò una consegna; lui a sua volta impugnò il fucile e lo colpì proprio al cuore. La palla uscì fuori dalla schiena del signor capitano e fece ancora dei danni in fureria: frantumò una bottiglia d'inchiostro e macchiò tutte le carte d'ufficio".

Elisabetta-d-Austria.jpg"E quel soldato come finì?" chiese dopo una pausa la signora Müller, mentra Sc'vèik si rivestiva.

"S'impiccò con le bretelle", disse Sc'vèik lustrando con forza il suo cappello duro.

"Anzi con un paio di bretelle che non erano neppure le sue. Se le fece imprestare dal secondino, con la scusa che gli cascavano i pantaloni. Avrebbe forse dovuto aver pazienza fino al plotone d'esecuzione? Si sa bene, signora Müller, che in casi come questi chiunque perderebbe la testa. Il secondino fu degradato e si buscò sei mesi di prigione, ma riuscì a cavarsela: fuggì in Svizzera, ed ora è predicatore di non so quale chiesa. Oggigiorno c'è poca gente per bene, signora Müller. Io mi figuro che anche al signor arciduca a Sarajevo è successo d'ingannarsi a proposito dell'uomno che gli ha sparato. Ha visto una persona e s'è detto: 'Costui è certo un buon uomo che vuol gridarmi evviva'. E invece quell'uomo l'ha abbattuto. Gli ha tirato un colpo solo o più d'uno?".

"I giornali dicono, signor mio, che l'arciduca è rimasto bucato come un crivello. Quel tale gli ha sparato addosso tutte le sue cartucce".

le brave soldat schweik joseph lada"Oh, son cose che si fanno alla svelta, signora Müller, terribilmente alla svelta. Io in un caso simile mi comprerei una browning. Ha l'aria d'un ballocco: eppure con quel ballocco voi potete ammazzare in un paio di minuti una ventina d'arciduchi, grassi e magri. Quantunque, sia detto fra noi, signora Müller, sia più facile cogliere un arciduca grasso che uno magro. Come se per esempio vi ricordate quando ammazzarono il loro re in Portogallo, ch'era altrettanto grosso del nostro arciduca. Ma purtroppo un re come fa ad essere magro? Beh: io me ne vo all'Osteria del Calice; e se venisse qualcuno a ritirare quel cucciolo per il quale ho già riscosso un acconto, ditegli che lo tengo nel mio canile in campagna, che gli ho tagliato le orecchie e che non è in grado di viaggiare perché non le si sono ancora guarite, e prenderebbero freddo. La chiave consegnala alla portinaia".

svejkAll'Osteria del Calice c'era un solo cliente. Era l'agente in borghese Bretschneider, che serviva nella sezione politica. L'oste Palivec lavava i bicchieri, e Bretschneider si faceva inutilmente in quattro per attaccare con lui una conversazione di qualche importanza.

svejk2Palivec era celebre per il suo turpiloquio: in ogni suo discorso una parola su due era cazzo o merda. Come se non bastasse, era un po' letterato e consigliava a tutti di leggere ciò che aveva scritto riguardo al secondo soggetto Victor Hugo citando la risposta finale fatta agli inglesi dalla vecchia guardia napoleonica nella battaglia di Waterloo.

"Che bella stagione che abbiamo" disse Bretschneider cercando di riattaccare la conversazione "di qualche importanza".

sc-veik03.jpg"Non me ne importa una merda", rispose Palivec, riordinando  i bicchieri nella credenza.

"Ce ne hanno combinato delle belle, laggiù a Sarajevo," riprese a dire con un filo di speranza Bretschneider.

"In quale 'Sarajevo'?" domandò Palivec. "In quella bottiglieria di Nusle? Là si pestano ogni giorno: si sa bene che razza di quartiere è Nusle".

"Ma io intendo parlare di Sarajevo in Bosnia, padrone! È lì che hanno ammazzato l'arciduca Ferdinando. Che ne dite?".

sc-veik14.jpg"Io non m'immischio di tali faccende e chi me ne volesse fare immischiare, venga pure a leccarmi il culo", rispose cortesemente il signor Palivec accendendo la pipa. "Oggigiorno a immischiarsi negli affari altrui si corre il rischio di rompersi il capo. Io son negoziante, e se viene qualcuno e m'ordina una birra, io sono ai suoi comandi. Ma questo o quel Sarajevo, la politica oppure il nostro defunto arciduca, son tutte cose dalle quali non può saltar fuori altro che la gattabuia".

sc-veik37.jpgBretschneider si chetò e si mise a guardare pieno di delusione nel locale completamente deserto.

"Un tempo qui c'era appeso un ritratto di Sua Maestà l'Imperatore", soggiunse dopo una pausa: "proprio lì dove ora c'è quello specchio".

"Sicuro, avete ragione," rispose il signor Palivec; "stava appeso lassù e le mosche ci cacavano sopra, sicché ho dovuto riporlo in solaio. Capite: qualcuno si sarebbe potuto permettere qualche osservazione, e m'avrebbe procurato delle seccature. Come se non ne avessi abbastanza".

sveijk, imperatore "Eh, laggiù a Sarajevo la cosa dev'essere stata brutta, che ne dite, padrone?".

A questa pericolosa domanda a bruciapelo il signor Palivec rispose con eccezionale cautela: "Di questa stagione in Bosnia-Erzegovina fa un caldo terribile. Quando io mi trovavo laggiù a fare il soldato, bisognava applicare dei pezzi di ghiaccio sulla testa del nostro colonnello".

sc-veik16.jpg"In che reggimento avete servito, padrone?".

"Chi si ricorda di queste piccolezze: io non mi sono mai occupato di simili porcherie, e non son mai stato troppo curioso", rispose il signor Palivec, e soggiunse subito dopo: "Troppa curiosità non può che nuocere".

L'agente Bretschneider si chetò definitivamente, e il suo cipiglio si rasserenò solamente all'ingresso di Sv'èik, che, appena varcata la soglia, ordinò subito una birra nera, e soggiunse:

"Oggigiorno anche a Vienna sono a lutto".

Gli occhi di Bretschneider brillarono di speranza, e proferì bruscamente:

"Al castello arciducale di Kónopište hanno issato diecsc-veik-visita-dama.jpgi bandiere nere".

"Dodici dovrebbero essere," disse Sc'vèik dopo un gran sorso di birra.

"Che intende dire con dodici?" chiese allora Bretschneider.

"Per fare cifra tonda e perché si conta meglio a dozzine. E poi tutto si compra alla dozzina," rispose Sc'vèik.

Regnò allora un profondo silenzio, che fu interrotto proprio da un sospiro di Sc'vèik.

sc-veik34.jpg"Ora che l'arciduca si trova alla presenza della giustizia divina, che il Signore gli conceda la pace eterna. Egli non è vissuto abbastanza per diventare imperatore. Quando facevo il militare, una volta un generale cadde da cavallo e crepò tranquillamente. Volevano aiutarlo a rimettersi in sella ma s'accorsero ch'era rimasto secco. E dire che avrebbe potuto far tanta carriera da diventare generalissimo. La cosa avvenne nel corso d'una rivista alle truppe. Queste riviste non portan mai nulla di buono. Anche a Sarajevo ci deve esser stato qualcosa di simile. Ora mi ricordo che a una di queste riviste mi mancava una ventina di bottoni alla divisa, e che per questa mancanza mi schiaffarono in cella per quattordici giorni, e per due giorni vi rimasi sepolto come Lazzaro, attorcigliato come una salsiccia. Ma la disciplina nell'esercito è una cosa giusta, altrimenti nessuno farebbe nulla di nulla. Il nostro tenente Makovec ci diceva sempre: "La disciplina, razza di canaglie, bisogna che ci sia, se no voi v'arrampichereste come scimmie sugli alberi, e non c'è che l'esercito che sia capace di fare degli uomini da dei mascalzoni come voi!". Non è forse vero? Immaginatevi un parco, supponiamo quello di Piazza di Re Carlo, e su ogni albero un soldato senza disciplina. È una cosa della quale ho sempre avuto una grande paura".

sc-veik27.jpg"Laggiù a Sarajevo," insinuò  Bretschneider, "sono i Serbi che hanno fatto il colpo".

"Vi sbagliate di grosso" replicò Sc'vèik, " sono stati i Turchi, per vendicarsi della Bosnia-Erzegovina".

E Sv'èik espose il suo punto di vista sulla politica estera dell'Austria-Ungheria nei balcani. Nel 1912 i Turchi avevan perduto la loro guerra con la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. Essi avrebbero voluto che l'Austria-Ungheria li aiutasse, e visto che l'Austria non ne aveva fatto nulla, avevano ammazzato Ferdinando.

"Vuoi bene ai Turchi, tu?" chiese Sc'vèik rivolgendosi all'oste Palivec, "vuoi forse bene a quei cani di pagani? No, vero?".

sc-veik31.jpg"Cliente vale cliente," disse Palivec, anche se è un Turco. Per noi commercianti la politica non esiste. Pàgati la tua birra, siediti a un tavolino e chiacchiera quanto vuoi. Questi sono i miei principi. Che il colpo al nostro Ferdinando l'abbia fatto un Serbo o un Turco, un cattolico o un mussulmano, un anarchico o un 'giovane cèco' per me fa perfettamente lo stesso".

"È giusto, padrone," osservò Bretschneider, che si sentiva rinascere la speranza di cogliere in fallo almeno uno dei due, "ma mi permettete di dire che ciò è una grande perdita per l'Austria".

sc-veik38.jpgIn luogo dell'oste rispose Sc'vèik.

"Che sia una gran perdita nessuno lo può negare. Una perdita enorme. Un Ferdinando non può esser mica sostituito da un imbecille qualsiasi. Piuttosto egli avrebbe dovuto essere ancora più grosso".

"Che intendete dire?" chiese vivamente Bretschneider.

sc-veik32.jpg"Che intendo dire?" ribatté Sc'veik con l'aria più tranquilla del mondo. Semplicemente questo: che se fosse stato più grasso, sarebbe già stato colto da un colpo a caccia di comari a Kónopište quando raccoglievano legna e funghi nella sua bandita, e non sarebbe perito d'una morte così vergognosa. Quando ci ripenso: uno zio di Sua Maestà l'Imperatore che muore ammazzato come un cane! Questo sì che è uno scandalo: i giornali non parlano d'altro. Qualche anno fa da noi a Budcjovice durante una fiera uccisero a stilettate un trafficante di bestiame, un certo Luigi Bretislav. Lui aveva un figliolo di nome Bóbuslav, e quando costui venne a vendere i suoi porci, nessuno volle far acquisti da lui, e tutti quanti dicevano: 'Costui è il figliolo di quel tale che fu pugnalato: dev'essere anche lui un bel farabutto'. Alla fine non gli rimase altro che gettarsi nella Moldava dal ponte di Krumlov, e dovettero ripescarlo, farlo rinvenire, pompargli fuori l'acqua che aveva ingoiato, finché quel bel tipo tirò l'ultimo fiato tra le braccia del medico che gli stava facendo non so quale iniezione".

sc46.jpg"Voi fate dei paragoni veramente straordinari," disse con tono significativo Bretschneider, "prima mi parlate dell'arciduca Ferdinando e poi d'un trafficante di bestiame".

sc42.jpg"Macché!" ribatté Sc'vèik a sua difesa. "Dio mi guardi dal fare confronti. Il padrone sa bene chi sono. Non è vero che io non ho mai fatto confronti tra una persona ed un'altra? Soltanto io non vorrei trovarmi nei panni della vedova dell'arciduca. Ora che farà, poverina? Ecco che i bambini son orfani, e la proprietà di K ónopište senza padrone. Maritarsi con un altro arciduca? E con chi? E poi rifarebbe con lui un altro viaggio a Sarajevo e tornerebbe vedova per la seconda volta. Qualche anno fa viveva a Zliva presso Hluboka una guardia campestre che si chiamava col buffissimo soprannome di "Barilotto". I bracconieri l'ammazzarono, e lui lasciò la vedova con due figli. Ma la donna dopo un anno si rimaritò con un'altra guardia campestre, Peppino Ševlovic di Mydlovary. E le ammazzarono anche quello. Allora si risposò per la terza volta e prese anche quella una guardia campestre, dicendo: 'Tutte le cose buone vanno a tre a tre. Se mi va male anche questa, non so proprio a che santo votarmi'. Si capisce che le ammazzarono anche quello, e le restarono così sei figlioli dai suoi guardaboschi. Allora chiese udienza nel gabinetto del principe di Hluboka per lamentarsi della sua disdetta con quei tre mariti, e quelli le raccomandarono il guardapesca Járeše degli stagni di Ražichij. Manco a dirlo, s'annegò mentre pescava, appena in tempo per lasciarle altri due figlioli. Allora si sposò con un castrino di Vodň any, che una bella notte le fracassò la testa con l'accetta e poi se n'andò a costituirsi alla polizia. E quando poi il tribunale distrettuale di Pisk lo fece impiccare, portò via il naso al sacerdote con un morso e dichiarò di non pentirsi di nulla, e disse anche qualcosa di sconveniente riguardo a Sua Maestà l'Imperatore".

sc40.jpg"E voi sapete che cosa disse?" chiese con voce speranzosa Bretschneider.

"Io non posso dirvelo perché nessuno ha mai avuto il coraggio di ripeterlo. Ma doveva esser proprio qualcosa di tremendo e di spaventevole, perché un consigliere del tribunale che s'occupò dell'affare impazzì per averlo sentito, e lo tengono ancora sotto chiave perché la cosa non venga alla luce del sole. Non si tratta soltanto d'un comune reato di lesa maestà, di quelli che scappan di bocca a uno che è ubriaco...".

sc-veik17.jpg"E quali sono questi reati di lesa maestà che scappan di bocca a uno che è ubriaco?" domandò Bretschneider.

"Fatemi il piacere, signori, cambiate registro," esclamò l'oste Palivec; "sapete bene che coteste storie mi vanno poco a genio".

"Quali sono i reati di lesa maestà che si commettono durante l'ubriachezza?" riprese Sc'vèik. "D'ogni genere. Ubriacatevi, fate sonare l'inno austriaco e v'accorgerete da voi stesso che cosa vi salterà in mente di dire. Ve ne verrà tante in testa a proposito dell'Imperatore, che basterebbe la metà fosse vera per farne uno scandalo che durasse tutta la vita. Ma il vecchio Imperatore non se lo merita davvero. State a sentire: quand'era nella sua piena forza virile, perdé precocemente il figliolo Rodolfo. La moglie Elisabetta gli fu trafitta con una lima, e poi Giovanni Orth toccò di scomparire chissà dove. Infine il fratello Massimiliano, imperatore del Messico, glielo fucilarono dietro il muro d'una fortezza. Ed ora che è vecchio, ecco che gli ammazzano anche lo zio. Pover'uomo, bisognerebbe che avesse dei nervi di ferro. E poi qualche ragazzaccio ubriaco va proprio a ricordarsi di lui per bestemmiarlo! Se oggi dovesse venir fuori qualcosa di brutto, io voglio andar volontario a farmi fare in quattro pezzi, pur di servire Sua Maestà l'Imperatore!".

sc-veik23.jpgSc'vèik bevve un bel sorso e continuò:

"Voi credete che Sua Maestà l'Imperatore lasci correre? Allora lo conoscete poco. Bisogna fare una guerra contro i Turchi. M'avete ammazzato lo zio? E io vi rendo pan per focaccia. La guerra è sicura. Sarà un gran bel vedere".

Nel suo estro profetico Sc'vèik s'abbelliva e trasfigurava. La sua faccia sempliciona sorrideva come una luna piena e s'infiammava d'entusiasmo. Tutto gli sembrava così chiaro.

sc-veik39.jpg"Può darsi," proseguì nella sua previsione dell'avvenire dell'Austria, "che in caso di guerra con la Turchia i Tedeschi ci assaltino alle spalle, perché i Turchi e i Tedeschi vanno d'accordo fra loro. Porci simili è difficile ritrovarne al mondo. Ma in compenso noi ci possiamo collegare con la Francia, che fin dal '70 ce ne deve avere del rancore per i tedeschi. E tutto andrà bene. Avremo la guerra, ve l'assicuro!".

Bretschneider s'alzo in piedi e proferì, solennemente:

"Ora avete parlato abbastanza, venite con me nel corridoio che ho qualcosa da dirvi".

sc-veik37-copia-1.jpgSc'vèik seguì l'agente nel corridioio, dove l'attendeva una piccola sorpresa: il suo compagno di tavolo gli mostrò un'aquiletta [2], dichiarandolo in arresto e annunziandogli che l'avrebbe condotto issofatto alla Questura centrale. Sc'vèik tentò di spiegargli che si sbagliava e che lui era completamente innocente, che non aveva detto una sola parola capace d'offendere chicchesia.

Bretschneider gli replicò che aveva effettivamente commesso parecchi reati, fra i quali predominava il delitto di alto tradimento.

Allora rientrarono nella sala dell'osteria e Sc'vèik disse al signor Palivec:

"Io ho in conto cinque birre e un panino con salsiccia. Dammi ancora un grappino, che me ne devo andare, perché sono arrestato".

sc-veik-ospedale.jpgBretschneider mostrò l'aquiletta anche al signor Palivec, lo guardò un istante e gli chiese:

"Siete ammogliato?".

"Sissignore".

"È in grado vostra moglie di dirigere in vece vostra l'azienda in caso di assenza?".

"Sissignore".

"Tutto è in ordine padrone," disse gaiamente Bretschneider; "fate venire qui la vostra signora, consegnatele tutto, e noi stasera torneremo per voi".

"Non te la prendere," lo consolò Sc'veik; "io vo dentro soltanto per alto tradimento".

"Ma perché proprio io?" si lamentava il signor Palivec; "e dire che son sempre stato prudente!".

"Perché avete detto che le mosche cacano sopra Sua Maestà l'Imperatore. Vedrete che sapranno ben cavarvelo di testa, Sua Maestà l'Imperatore".

sc-veik04.jpgCosì Sc'veik lasciò l'Osteria del Calice in compagnia dell'agente, e appena furono fuori, gli chiese con la sua faccia sempre irradiata da un sorriso bonaccione:

"Devo scendere dal marciapiede?".

"E perché?". 

"Credevo di non aver più il diritto, essendo in arresto, di camminare sul marciapiede".

Quando varcarono la soglia della Questura, Sc'vèik disse:

"Com'è passato alla svelta il tempo, nevvero? E dite: voi venite spesso al "calice?".

E mentre introducevano Sc'vèik nell'ufficio del funzionario di servizio, al "Calice" il signor Palivec trasmetteva le consegne del negozio alla moglie che piangeva, e la consolava a suo modo:

"Non piangere, non strillare: che vuoi che mi facciano per quello smerdato ritratto di Sua Maestà l'Imperatore?".

Fu con questo cordiale e semplice modo di fare che il buon soldato Sc'vèik intervenne nella guerra mondiale. Gli storici saranno sorpresi dalla sua precoce chiaroveggenza. Se poi la situazione si sviluppò altrimenti da ciò ch'egli aveva precisato al "Calice", dobbiamo considerare che Sc'veik non aveva mai frequentato un corso propedeutico di scienza diplomatica. 

 

 

 

NOTE

 

 

[1] Tenuta arciducale.

[2] Contrassegno degli agenti della polizia austroungarica.

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

 

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18 giugno 2012 1 18 /06 /giugno /2012 05:00
Jaroslav Hašek 

 

OLT_Hasek01.png

Jaroslav Hašek è nato nel 1883 a Praga. Figlio di un professore di matematica, abbandona il collegio sin dall'età di 15 anni. Mercante di cani per sopravvivere, poi giornalista, trova ben presto il suo ideale politico e raggiunge verso il 1906 la rivista anarchica Komuna (La Comune) del calzolaio Michael Kàcha.

 

 

 

 

 

 

OLT_Hasek02.pngNel 1911 la repressione poliziesca è tale che gli anarchici creano il Partito del progresso moderato nei limiti della legge e presentano Hašek come candidato allo scopo di far la caricatura dei veri partiti e del sistema elettorale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel 1915, è arruolato nell'esercito austriaco, ma diserta e passa con i Russi quando scoppia la Rivoluzione del 1917. Partecipa agli avvenimenti, pur criticando la nascente dittatura.

 

 

 

 

 

 

OLT Hasek04

Di ritorno a Praga nel 1920, è considerato come un traditore dai marxisti. Pur militando, si dedica all'alcol senza moderazione (il suo miscuglio preferito: rhum/birra!). Su consiglio dei suoi amici inizia la scrittura delle avventure del buon soldato Sc'vèjk. Personaggio che aveva già creato per altre storie, oggi perse.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sc'vèjk, soldato arruolato, resiste facendo l'idiota e sabota tutto per la sua falsa ingenuità. Questo gioco di massacro esilarante incontra un vivo successo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mentre redigeva il terzo volume delle avventure di Sc'vèjk, Hašek muore, nel 1923, devastato dall'alcol.

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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4 giugno 2012 1 04 /06 /giugno /2012 05:00

Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale

carl_schmitt.jpg

la posta in gioco intorno a una critica del liberalismo 
 

di Edouard Jourdain


berlino-muro.jpgIl decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, che si accompagna ad un tentativo di rinnovamento teorico per un progetto politico alternativo al capitalismo e alla democrazia liberale, costituisce un periodo in cui i pensatori di sinistra sono alla ricerca degli strumenti adeguati allo stesso tempo sia di diagnosticare il nuovo dato politico mondiale sia di pensare un socialismo che abbia tratto le dovute lezioni dal XX secolo. Mentre il decennio viene a confermare la nascita di un nuovo ordine mondiale in cui liberalismo e democrazia liberale sembrano consolidare la loro egemonia, hanno luogo gli attentati dell'11 settembre.

11settembre.jpgQuest'avvenimento ha diverse notevoli ripercussioni sulla maggior parte dei teorici critici di sinistra; innanzitutto, pone fine al mito della fine della storia, e mostra, certo per il peggio, che democrazia liberale e capitalismo non permettono la pacificazione del mondo. D'altra parte, rilancia l'interesse per il diritto, soprattutto nel suo rapporto con lo stato d'eccezione, e per le conseguenze politiche implicate dalla designazione del terrorista come nuovo nemico della democrazia. Qui si svelerebbe la vera natura della democrazia liberale nella necessità che essa avrebbe nel designare un nemico interno o esterno (è il caso della designazione degli "Stati canaglia"). La sicurezza rimarrebbe così più che mai il paradigma centrale mobilitato allo scopo di preservare un ordine nazionale e internazionale minacciato dalle sue proprie contraddizioni (le contraddizioni del capitalismo sono così estese o trasposte alla democrazia liberale). Inoltre, l'11 settembre segna ciò che si è voluto chiamare, a torto o a ragione, il "ritorno del religioso" incarnato soprattutto dai fondamentalismi monoteistici. Si tratta allora per i pensieri critici di collocarsi sul terreno di questi fondamentalismi sia per meglio combatterli, sia per meglio appropriarsi del loro potenziale rivoluzionario. Anche qui la revisione del marxismo si compie nel senso di un'attenzione del tutto particolare al fenomeno religioso: non si tratta più di considerarlo come un semplice prodotto dell'infrastruttura. La teologia è di nuovo presa sul serio, permettendo al contempo di fornire gli strumenti concettuali per una nuova interpretazione e una nuova trasformazione del mondo.

carl-schmitt1912.jpgQuesti nuovi dati politici e intellettuali sono altrettante ragioni che spiegano la riappropriazione critica da parte di alcuni teorici della "sinistra radicale" di Carl Schmitt (1888-1985), giurista sulfureo soprattutto per il suo sostegno al regime nazista. La tradizione del marxismo ortodosso aveva preso poco in considerazione la complessità del diritto, considerandolo come un semplice prodotto dei rapporti di produzione.

Dottor_Stranamore.jpgTuttavia la fine della guerra fredda e la guerra contro il terrorismo incitano i teorici politici di sinistra a preoccuparsi dei problemi di diritto internazionale e delle strutture complesse dello stato d'eccezione che viene a caratterizzare il nuovo contesto politico internazionale. D'altra parte, la democrazia diventa una nozione rivalorizzata per rilegittimare la volontà del popolo ora che il concetto di "dittatura del proletariato" è diventato desueto. Si tratta allora di opporre la democrazia, intesa come un regime in cui l'azione collettiva e la partecipazione alla cosa pubblica sono sostenute da una coesione e una solidarietà in lotte comuni. In questo senso la democrazia si oppone al liberalismo concepito come una filosofia individualista in cui la volontà del popolo è limitata dal sistema di equilibrio dei poteri (checks and balance), il parlamentarismo e la consacrazione della proprietà privata. Questa opposizione recentemente reinvestita da alcuni teorici della sinistra radicale si ispira così ai lavori di Carl Schmitt riuniti soprattutto nell'opera Parlamentarismo e democrazia.

schmitt-le-categorie.jpgRitroviamo anche in una prospettiva di revisione del marxismo una rilettura della nozione di conflitto in accordo con Carl Schmitt. Questa lettura è di due ordini: essa riguarda i conflitti interni a uno Stato o più ampiamente a una società, fosse anche mondiale, e i conflitti tra unità politiche, soprattutto le guerre. Per i primi, la teoria marxista della lotta di classe è stata riveduta basandosi su Machiavelli, con la lotta del popolo contro i "grandi", ma anche da Carl Schmitt per alcune ragioni: innanzitutto, il fallimento del regime sovietico ha posto in rilievo il fatto che l'estinzione definitiva dei conflitti è un'utopia che, posta in atto, è liberticida. Il conflitto, se non è sempre militarizzato o sostanzializzato da alcuni pensatori della sinistra radicale come è il caso in Carl Schmitt, non per questo non rimane per essi una componente fondamentale e irriducibile del politico.

MarxSia in Karl Marx sia in Carl Schmitt, ritroviamo il modello dell'ascesa agli estremi che sfocia nell'egemonia di un gruppo su un altro, ma in Carl Schmitt non può esservi vittoria definitiva: il conflitto rimane un orizzonte potenziale (lezione realista che ripresero per loro conto molti teorici della sinistra radicale). D'altra parte, la teoria del conflitto in Carl Schmitt è riscoperta nel momento in cui la revisione del marxismo suppone la presa in considerazione dei nuovi movimenti sociali e culturali che non si limitano allo schema ortodosso della lotta di classe, è il caso soprattutto della lotta delle donne, la lotta dei colonizzati, la lotta delle minoranze discriminate, ecc. È soprattutto questo potenziale di ubiquità della lotta che ne fa il suo successo presso gli autori post-marxisti che hanno tenuto conto dei lavori dei filosofi postmoderni nella scia di Foucault.

foucault.jpgLa riappropriazione critica di Carl Schmitt per quel che riguarda la teoria del conflitto è anche legata alla sua teoria della guerra che può essere letta come una critica dell'imperialismo in nome di principi umanitari e universalistici. In una problematica ampiamente posta in evidenza dall'11 settembre, si tratta di mostrare come la sovranità designa e identifica l'amico e il nemico, ciò nel contesto di una guerra civile caratterizzata dalla sospensione del diritto. Si tratta allora per il pensiero radicale di riappropriarsi di Carl Schmitt contro Carl Schmitt riprendendo il rapporto del diritto alla violenza, la categoria amico/nemico, la nozione di guerra giusta e di stato d'eccezione per meglio poter smorzare le contraddizioni e infine la strada senza uscita nella quale si trova l'ordine liberale mondiale.

nietzscheOltre a un contesto politico particolare, la riappropriazione critica di Carl Schmitt trova la sua origine in una filiazione sotterranea che risorge in occasione di una crisi globale del socialismo simile in numerosi punti a quella che ebbe luogo alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, concernente soprattutto la questione del soggetto rivoluzionario (legato in parte allo sviluppo delle nazionalità)  e la critica del razionalismo. Oggi, la messa in causa delle tesi di un Rawls o di un Habermas si realizza grazie alla considerazione di fenomeni raramente afferrate dal liberalismo nella loro dimensione politica, soprattutto la guerra o i conflitti, il religioso, ecc.

Negri.jpgÈ per mezzo di queste falle nella teoria liberale, e a volte marxista, che vanno a urtare i nuovi teorici critici mobilitando dei pensatori essi stessi influenzati da teorici della fine del XIX secolo che segnarono la prima crisi del socialismo (Nietzsche, Bergson, Sorel,…), all’occorrenza Benjamin, Foucault, Deleuze, e naturalmente Schmitt. Carl Schmitt considerava Sorel come il Machiavelli del XX secolo, ammirava Lenin, corrispondeva con Benjamin, Taubes, manteneva anche delle strette relazioni con una sinistra radicale che egli ha sempre stimato di più intellettualmente e politicamente dei moderati di destra o di sinistra. L'impatto delle teorie di Schmitt è dunque "non soltanto diretto, ma è anche 'mediato' dall'influenza che egli ha esercitato su dei pensatori che influiscono su di esse" [1]. La sua ricezione è dunque complessa, plurale, contraddittoria, e costituisce innanzitutto un confronto ineluttabile legato a delle tematiche che superano ampiamente il suo quadro di pensiero. La maggior parte degli autori che riprendono Carl Schmitt, come Agamben, Balibar, Negri, Derrida, Mouffe, sono improntati al marxismo.

tronti-la-politica-al-crepuscolo.jpgIl fatto è che le figure di Carl Schmitt e di Karl Marx, nella loro comune critica della democrazia liberale e della morale "piccolo borghese", e nel loro approccio "materialista" o "concreto" del mondo che pretende di svelare i rapporti di forza dietro il diritto, hanno più di un punto in comune per suscitare il loro incontro. È Mario Tronti [2] che ha indubbiamente espresso nel migliore dei modi questo accostamento operato dalla forza della storia: "Entrambi vedendo erigersi davanti a loro la forza inattacabile di una ragione storica nemica cercano i mezzi del conflitto con essa a questo livello. E più traggono la grandezza tragica di questo compito dall'analisi realista della situazione dell'epoca, più si sono costretti a radicalizzare gli estremi della decisione politica. Due forme di pensiero agoniste, "polemiche": non soltanto l'azione pratica, ma la ricerca teorica come guerra" [3].

Agamben.jpgNon si tratta qui di operare dei dubbi amalgama sul modo della "reductio ad hitlerum" che permetta di porre all'indice degli autori senza alcuna forma di processo. Tenteremo inoltre di spiegare in cosa Schmitt fu spinto allo scopo di revisionare il marxismo in una prospettiva che a priori può intersecare la tradizione anarchica: riscoperta del religioso e del politico che non si riducono a una superstruttura, rivalutazione della nozione di democrazia, riconcettualizzazione del conflitto la cui dimensione irriducibile, è riconociuta, ecc. Altrettanti temi sviluppati da Proudhon di cui ci chiederemo perché non sia stato mobilitato per le stesse ragioni di Schmitt. Vedremo che quest'ignoranza non è anodina e che se le teorie di Schmitt sono stimolanti su numerosi punti, compresi in una prospettiva anarchica, la valutazione critica della sua opera e degli scritti di coloro che si sono potuti qualificare (a volte abusivamente) come "schmittiani di sinistra" richiede un'attenzione maggiore.


Teologia politica e eccezione

schmitt-teologia-politica.jpg"Tutti i concetti pregnanti della teoria moderna dello Stato sono dei concetti teologici secolarizzati" [4]. Qu
esta forma lapidaria che ritroviamo nel famoso Teologia politica di Carl Schmitt, è oggetto di una riscoperta nella teoria politica, che apre allo stesso tempo a nuove riflessioni sul problema dello stato d'eccezione, poiché come afferma Scmitt, "la situazione eccezionale ha per la giurisprudenza lo stesso significato del miracolo per la teologia. È soltanto prendendo coscienza di questa posizione analoga che possiamo percepire l'evoluzione che hanno conosciuto le idee concernenti la filosofia dello Stato nel corso degli ultimi secoli" [5]. Questa tematica del teologico-politico, che fu anche sviluppata da autori come Proudhon o Bakunin (soprattutto con  il suo celebre Dio e lo Stato) è oggi riscoperta da autori "radicali" come Agamben che riprende l'ipotesi di Carl Schmitt emendandolo con il concetto di governomentalità di Foucault. Agamben svela le tracce di questa governomentalità nella teologia cristiana che consacra il principio di oikonomia [6].

benjamin levineLa modernità democratica è dunque erede di una tradizione di svelamento dello stato d'eccezione peculiare al potere e al sacro. D'altra parte, Agamben corregge la teoria dello stato d'eccezione di Carl Schmitt rileggendola in considerazione delle tesi di Walter Benjamin per meglio mettere in causa lo Stato democratico e più ampiamente il diritto che è sempre legato secondo lui al sacro. Secondo Benjamin esiste la possibilità di una violenza divina, rivoluzionaria, che può spezzare il circolo tra la violenza che fonda il diritto e la violenza che lo conserva. Si tratterebbe allora di una violenza al di fuori del diritto che consiste nel "deporlo". La differenza tra Benjamin e Schmitt riguarda il loro modo di considerare la figura del sovrano: mentre per Benjamin il sovrano barocco lascia lo stato d'eccezione al di fuori dell'ordine giuridico, di modo che la decisione verte su un indecidibile, Schmitt include lo stato d'eccezione nell'ordine giuridico, il che gli permette di fondare il suo decisionismo sulla trascendenza del sovrano. Mentre in Schmitt lo stato d'eccezione equivale al miracolo, diventa in Benjamin una catastrofe configurata da una "escatologia bianca" che spezza la "corrispondenza tra sovranità e trascendenza, tra il monarca e Dio, che definiva il teologico-politico schmittiano" [7].

agamben-stato-di-eccezione.jpgQuesta catastrofe presunta è legata al fatto, secondo Agamben, che lo stato d'eccezione è un dispositivo incaricato di articolare l'anomia e il nomos, la vita e il diritto, l'autorictas e la potestas che furono rispettivamente nella Roma repubblicana il Senato e il popolo o nell'Europa medievale il potere spirituale e il potere temporale, ora l'"antica dimora del diritto è fragile e, nella sua tensione per mantenere il suo ordine proprio, è sempre già inserita in un processo di rovina e di decomposizione" [8], perché quando i due elementi tendono a confondersi come è il caso durante il XX secolo allora il sistema giuridico-politico diventa una macchina di morte [9].

golpe-in-cile.jpgQuesta visione dello stato d'eccezione in quanto zona anomica, distaccato dall'ordine giuridico, permette a Benjamin, ripreso da Agamben, di concettualizzare allora una violenza pura distaccata da ogni fine, da ogni diritto, e con ciò distinta da ogni violenza mitico-giuridica. Mentre la violenza fondatrice e conservatrice del diritto è sempre in una relazione di mezzo in rapporto ad un fine, la violenza davanti alla quale la libertà può svanire erigendo dei limiti non arbitrari (perché naturali e indipendenti da ogni volontà umana). Ora, a questo pensiero della trascendenza radicale del liberalismo, Schmitt oppone l'immanenza radicale della democrazia: "Ogni pensiero democratico si muove necessariamente in un campo di rappresentazioni immanenti. Ogni serie fuori dall'immanenza negherebbe l'identità. Ogni forma di trascendenza introdotta nella vita politica di un popolo conduce a delle distinzioni qualitative tra alto e basso, sopra e sotto, eletti e non eletti, ecc." [10].

kapp_putsch-marzo-1920.jpgIl pensiero liberale impone dunque, secondo Schmitt, una trascendenza alla democrazia e si oppone alla nozione democratica della legge, che non è nient'altro che l'espressione della volontà del popolo. Il liberale non potrebbe concepire un diritto del popolo a decidere assolutamente ciò che vuole, senza dover tener conto di una qualche norma. La dottrina liberale non suppone dunque unicamente di limitare il potere costituito per proteggere gli individui dagli abusi del potere, erige anche degli ostacoli al potere costituente, detto anche potere sovrano, in nome del principio di legalità. "La nozione di legalità è, storicamente e per sua natura, in rapporto stretto con lo Stato legislatore parlamentare e il normativismo che gli è proprio. Essa approfitta della situazione creata sotto l'impero dei principi assoluti, in particolare della negazione del diritto d'opposizione e del diritto di obbedienza senza limiti; essa li circonda del prestigio della legalità che deve alla sua codificazione preparata anticipatamente" [11].

Anche la decisione originaria, quella che esprime la volontà di un popolo di formare un'unità politica, deve dunque essere pensata come sottoposta a delle norme giuridiche. Ora, quest'ultime non sono per natura positive: esse devono trovare la loro origine in qualcosa di sovrapositivo, la natura o Dio. Qui le critiche di un Schmitt possono collegarsi a una critica anarchica del liberalismo, ma esse lasciano immediatamente posto a una teoria della democrazia fondata sull'identità e l'omogeneità che non hanno nulla di libertario. Secondo Schmitt, una democrazia "autentica" non può fare l'economia dell'identità tra il popolo e il potere. Questa identità dovrebbe cortocircuitare gli intermediari (soprattutto il parlamento) per meglio esprimere la volontà del popolo che dà allora una legittimità assoluta alle decisioni del capo dello Stato grazie all'acclamazione e al plebiscito.

L'ambizione di Carl Schmitt qui è chiara: ciò che egli cerca innanzitutto è la possibilità di conferire un margine di manovra assoluta per il potere di modo che esso non sia ostacolato nelle sue azioni e decisioni (da qui la necessità di una legittimità assoluta che non può provenire che da un sovrano non meno assoluto che è nei tempi moderni il popolo, e di una legittimazione di mezzi d'azione e di normalizzazione che passano attraverso la facoltà di decretare lo stato d'eccezione). Alcuni filosofi di sinistra, nella prospettiva di teorizzazione di una democrazia radicale, sono portati esplicitamente a confrontarsi a queste tematiche utilizzando sempre Carl Schmitt contro Carl Schmitt secondo dei punti di vista che spesso si oppongono malgrado la loro critica comune, ma là ancora eterogenee, della democrazia liberale. È così che un Negri intende rifondare la teoria di un potere costituente capace di sovvertire l'Impero grazie alla potenza della moltitudine. Egli riprende così Spinoza, come ha potuto farlo Carl Schmitt in una prospettiva leggermente diversa, e intraprende di rintracciare la genealogia del potere costituente (che risulta dalla tradizione dei Lumi "radicale") per meglio affrontare le possibilità di un decisionismo della moltitudine.

Slavoj_Zizek.jpgZizek, in quanto a lui, si oppone alla filosofia dell'immanenza di Negri così come all'anti-istituzionalismo di un Agamben. Critico della democrazia liberale in quanto dissolvitrice dei punti di riferimento della certezza, egli intende riabilitare una trascendenza nell'immanenza che passa attraverso la ricostruzione del simbolico che trova il suo punto di ancoraggio nella figura di un capo che incarna il partito preso della rivoluzione. Contro questa riabilitazione del decisionismo, Derrida rivede le nozioni di giustizia e di giudizio sul metro di paragone dell'indecidibile. Anche qui la teoria di Derrida fa esplicitamente riferimento all'opera di Carl Schmitt, al contempo con e contro di lui come farà con la sua lettura della sua teoria dell'amico e del nemico: a seconda delle situazioni (che implicano il tener in conto l'eccezione) la transazione tra il calcolabile e l'incalcolabile implica un indecidibile che, facendo appello all'eterogeneo, permetterà la decisione. Infine, Mouffe e Laclau prospettano una democrazia che, per non dissolversi, ha bisogno di un esterno costitutivo che permette di tener insieme le logiche di differenza e di equivalenza che sono altrettanti componenti di un progetto di emancipazione che passa attraverso il riconoscimento della pluralità dei componenti della società. Si tratta allora per essi di riannodare con una teoria del populismo emendata dalla teoria dell'egemonia di Gramsci che può passare attraverso le forme parlamentari ma soprattutto attraverso il conflitto risultante dalla pluralità del corpo sociale.

 

Democrazia e liberalismo

Secondo Carl Schmitt, lo sforzo di uno Stato di diritto conseguente mira a respingere la nozione politica della legge [12] allo scopo di sostituire la sovranità realmente esisitente con una "sovranità della legge", eludendo così la questione di sapere quale volontà politica fa della norma un ordine che ha una validità positiva. Il liberalismo vuole dunque creare una grave difficoltà sulla questione della sovranità allo scopo di proteggere la libertà individuale contro una decisione che non può giudicare come arbitraria, poiché essa non è legittimabile nel quadro dell'ordine giuridico, e cioè che essa non può essere dedotta da nessuna norma esistente. In un'ottica liberale classica, la libertà individuale non può in effetti che essere garantita soltanto se esiste qualche cosa di assolutamente trascendente ad ogni volontà umana. Questo spiega perché i grandi pensatori liberali - da Locke a Tocqueville, passando per Montesquieu e Constant - facevano riferimento ad una normativa trascendente, a una legge naturale o un principio naturale di giustizia. Il liberalismo classico è anche segnato da un discorso giusnaturalistico che è esso stesso segnato da una forte dimensione religiosa (poiché emanante da una volontà "immanente" del sovrano). Le allusioni di Schmitt al diritto naturale sono abbastanza rare, ma esse non lasciano alcun dubbio sulla sua opinione nei confronti delle teorie giusnaturaliste. Nella sua Teoria della costituzione, egli constata che l'idea liberale dello Stato di diritto non era possibile finché "i pressupposti metafisici del diritto naturale erano accettati" [13].

Schmitt afferma dunque un legame tra pensiero liberale e pensiero giusnaturalista, quest'ultimo costituendo in qualche modo l'armatura metafisica della filosofia liberale, l'orizzonte normativo puro è una manifestazione, come può esserlo la collera, che taglia la relazione tra violenza e diritto. Il diritto non è più allora "praticato": con l'evento della violenza pura che coincide con il compimento messianico della legge e la società senza classe, il diritto diventa l'oggetto di uno studio o di un gioco. Così, ciò che "scava un passaggio verso la giustizia non è l'annullamento, ma la disattivazione e l'inoperosità del diritto - e cioè un altro uso di quest'ultimo" [14]. Possiamo avere un esempio di questo gioco con il diritto durante le feste anomiche come il "charivari" durante il Medioevo, in cui le gerarchie giuridiche erano rovesciate, i padroni servivano gli schavi, gli uomini e le donne invertivano i loro ruoli per meglio parodiare il nomos. Parodia che paradossalmente può verificarsi tanto arbitraria e tanto violenta come lo stato d'eccezione che Agamben intende denunciare. L'analisi dello stato d'eccezione rimane tanto fondamentale quanto complessa per comprendere la struttura dello Stato, e Schmitt ha ben mnostrarto che rimaneva presente, compreso nella sua versione liberale. Soltanto, la maggior parte degli autori che riprendono le analisi di Schmitt approdano velocemente in un antigiuridicismo per lo meno pericoloso, respingendo il diritto in quanto tale. Problema del diritto che ritroviamo nella critica del liberalismo da parte di Schmitt, che l'oppone alla democrazia. Questa dicotomia costituisce anche uno dei  leitmotiv di alcuni pensatori di sinistra che intendono rifondare una teoria della democrazia radicale.

Perché è il conflitto che costituisce senz'altro un oggetto fondamentale nella revisione del marxismo e la ripresa critica di Carl Schmitt. Nel momento in cui la lotta di classe nel senso marxista del termine è diventato desueto, si tratta infatti per i nostri autori di rifondare una teoria del conflitto che vada di pari passo con una nuova teoria della democrazia radicale. Il conflitto non è più considerato come una fase di transizione che approda a uno stato sociale armonioso, né come la risultante dell'unica lotta di classe sempre più dura da definire. Da qui la ripresa critica di Carl Schmitt che sostiene che il conflitto, e più particolarmente la discriminazione amico-nemico, costituisce il criterio del politico. Per di più, ogni campo della vita sociale (religioso, economico, ...) è potenzialmente politico non appena si giunge ad un'ascesa agli estremi che sfocia al conflitto e alla vittoria di una delle parti sull'altra, vittoria non definitiva che resta presa nell'orizzonte della possibilità della guerra. Da qui il nuovo interesse per Carl Schmitt che teorizza l'ubiquità del politico attraverso la potenzialità conflittuale che permette l'allargamento da una lettura economicistica dei conflitti a un insieme più ampio di lotte (culturali, delle minoranze,...).

Contro un tentativo di falsa pacificazione che comporta una riaccutizzazione di violenza e l'ascesa dell'estrema destra, i nostri autori intendono contrastare la depoliticizzazione liberale che si accompagna ad un indebolimento della democrazia. Il conflitto, che passa così spesso attraverso una lettura di Machiavelli, permette anche ai nostri autori di sviluppare la loro teoria di una democrazia radicale in prospettive che rimangono sempre tuttavia ampiamente eterogenee. È senz'altro Mouffe e Laclau che fanno maggiormente riferimento a Carl Schmitt nella loro ripresa della sua teoria del conflitto, e che paradossalmente si allontanano forse di più: secondo loro il conflitto è una realtà irriducibile che consiste nell'articolare le catene di equivalenza e di differenza in una prospettiva che consiste nel fondare un'egemonia che contiene un'ascesa agli estremi degenerando in guerra.

Tutta la posta in gioco è allora dio passare dall'antagonismo schmittiano all'antagonismo che suppone l'assenza di distruzione del nemico. Balibar, in quanto a lui, mobilita numerosi autori per ripensare l'antagosnismo e il conflitto: Marx, Machiavel, Clausewitz, Spinoza, Foucault, che gli permettono allo stesso tempo di revisionare la teoria dell'ascesa agli estremi che ritroviamo in Schmitt e  Marx per concepire una politica della civiltà in cui il politico costituisce innanzitutto la determinazione di una soglia oltre la quale l'umanità e la dignità non hanno più senso (il che lo porta a occuparsi da vicino della questione del male radicale). Derrida si è in quanto a lui particolarmente occupato a decostruire  la teoria schmittiana dell'amico e del nemico sia criticando la nozione di nemico concreto e la dimensione fraterna che rinvia all'amico (e dunque anche la fraternocrazia).

La guerra e la pace sono pensate nella loro differenza in Derrida in un modo che si distingue da una teoria politica schmittiana sempre intaccata da una dimensione hegeliana per via della sua teleologia: la negatività è tanto più interna in quanto è politica.Ciò non significa necessariamente che Derrida nega l'esistenza del nemico, sottolineando soprattutto il pericolo esisitente non appena il nemico non ha nome. Si tratta allora per lui di pensare una nuova politica dell'antagonismo in cui l'amico e il nemico non sono più essenzializzati né iscritti in una teleologia. Infine, Zizek è tra coloro che restano il più fedelmente all'eredità marxista e in una certa misura schmittiana nella sua difesa dell'antagonismo compreso come lotta di classe che determina in ultima istanza tutte le altre lotte. Questa difesa si inscrive in una severa critica della democrazia liberale e in un certo modo della modernità caratterizzate allo stesso tempo dall'avvento dell'ultimo uomo che ha paura dell'avvenimento e della morte, ma anche dalla depoliticizzazione che consiste nel neutralizzare ogni lotta in favore dell'emancipazione economica e sociale. 



Edouard Jourdain

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Titolo originale del saggio tratto dal semestrale Réfractions. Recherches et expressions anarchistes, non ancora on-line:

Poudhon, Carl Schmidt et la gauche radicale: enjeux autour d'une critique du libéralisme. 

 

 

NOTE

 

refract-27[1] Razmig Keucheyan, Hémisphère gauche. Une cartographie des nouvelles pensées critiques [Emisfero sinistro. Una cartografia dei nuovi pensieri critici], Parigi, Zones, 2010, p. 36.

[2] Nato nel 1931, Mario Tronti fu militante del Partito comunista italiano negli anni cinquanta ed è uno dei fondatori dell'operaismo di cui Toni Negri fu uno degli animatori.

[3] Mario Tronti, La politique au crépuscule [La politica al crepuscolo], Parigi, L’éclat, 2000, citato a partire dal testo integrale disponibile in rete. Quest'aspetto polemico ha anche una dimensione euristica sia da un punto di vista teorico sia storico nella misura in cui il fenomeno dell'ascesa agli estremi di cui è stato testimone il XX secolo conferma la possibilità della loro comprensione grazie agli scritti dei nostri due autori: "impossibile, nel ventesimo secolo, leggere politicamente Marx senza Schmitt. Ma leggere Schmitt senza Marx non è nemmeno possibile storicamente, perché, senza Marx, Schmitt non esisterebbe". È per questo che Mario Tronti può affermare che "Karl Marx e Carl Schmitt sono un'archeologia politica del moderno più di quanto non lo siano Niccolò Machiavelli e Thomas More. Questi ultimi, l'eternità moderna li ha accolti, inoffensivi, nel paradiso della cultura. I primi due, li ha precipitati, maledetti, nell'inferno della politica". Ora la politica della fine del XX secolo e dell'inizio del XXI, segnata da una grave crisi del socialismo, avrebbe confermato la revisione indispensabile del marxismo da parte di Schmitt: "Il pensiero della politica ha avuto l'opportunità di rompere gli schemi ortodossi rigidi della tradizione marxista. Era, in sostanza, l'operazione Marx-Schmitt".

[4] Carl Schmitt, Théologie politique, Gallimard, 1922, 1988, p. 46.

[5] Ibid.

[6] Ossia i dispositivi di amministrazione delle cose o degli esseri.

[7] Agamben, État d’exception [Stato di eccezione], Seuil, 2003, p. 97.

[8] Ibid., p. 144.

[9] Secondo Agamben, lo stato d'eccezione che svela il vero volto del potere nel XX secolo mostra che la posta in gioco fondamentale degli Stati consiste oramai nell'amministrare la "vita nuda" dopo aver abbandonato l'eredità aristotelica dell'opera (l'uomo che ha compiuto il suo telos). Così, "sarebbe misconoscere del tutto la natura delle grandi esperienze totalitarie del XX secolo vedere in esse la semplice continuazione degli ultimi grandi compiti degli Stati-nazione del XIX secolo: il nazionalismo e l'imperialismo. La posta in gioco è allora ben altra e più estrema, poiché si tratta di assumere come missione la stessa esistenza fattizia dei popoli - e cioè, in ultima analisi, la loro vita nuda. In questo, i totalitarismi del nostro secolo costituiscono veramente l'altra faccia dell'idea hegelo-kojèviana di una fine della storia: l'uomo ha oramai raggiunto il suo telos storico e non rimane che la spoliazione della società umana attraverso l'espansione senza condizioni del regno dell'oikonomia, o l'assunzione della vita biologica stessa come missione politica suprema. Ma quando il paradigma politico - come è vero nei due casi - diventa la casa, allora il proprio, la più intima fatticità dell'esistenza rischia di trasformarsi in uno scacco fatale" (Agamben, La puissance de la pensée [La potenza del pensiero], Rivages, 2006, p. 279).

[10] Agamben, État d’exception [Lo stato d'eccezione], op.cit., p. 109.

[11] Intendiamo con "nozione politica della legge" il fatto che per Schmitt è iul sovrano che deve decidere della legge senza nessuna costrizione normativa trascendente (anche in un senso laico e umanistico).

[12] Carl Schmitt, Théorie de la constitution [Teoria della costituzione], PUF, 1928, 1993, p. 11.

[13] Ibid., p. 237.

[14] Carl Schmitt, "Légalité et légitimité" in: Du politique, "Légalité et légitimité" et autres essais, Pardès, 1996, p. 47.

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2 giugno 2012 6 02 /06 /giugno /2012 05:00

Discorso sul programma 

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Discorso sul programma 

 

 

 

Nota introduttiva

 

di Lelio Basso


La rivolta popolare del 9 novembre e la caduta della monarchia ponevano finalmente anche in Germania in termini di attualità pratica i problemi della strategia rivoluzionaria su cui Rosa Luxemburg aveva lungamente discusso e su cui avrebbe dovuto ora sperimentare le sue qualità di dirigente politico. Uscita dal carcere, essa assunse la direzione della Rote Fahne, il quotidiano della Lega Spartaco, di cui erano apparsi fortunosamente due numeri il 9 e il 10 novembre, ma che iniziò le sue pubblicazioni regolari il 18 novembre e divenne subito, nelle mani della Luxemburg, uno strumento al tempo stesso di agitazione e di formazione di idee. Il tema di fondo della battaglia in corso era sul carattere della rivoluzione: socialista o no? Per la Luxemburg non vi era alcun dubbio [1]: la guerra mondiale era stata lo sbocco necessario della politica imperialistica e l’imperialismo era l’espressione normale del capitalismo giunto a un certo grado di sviluppo; l’alternativa perciò era fra una rivoluzione socialista o una continuazione della politica imperialistica di cui essa aveva già scritto, nella Juniusbroschüre, che avrebbe portato ad una dittatura e ad una nuova guerra mondiale.

luxemburg_Berlino_brandenburger_november_revolution.jpg

Solo una rivoluzione socialista avrebbe potuto impedire queste conseguenze, solo essa avrebbe potuto assicurare all’umanità uno sviluppo democratico e pacifico. D’altra parte era evidente che la classe operaia, pur avendo in parte sotto la guida della socialdemocrazia seguito la politica imperialistica, era la sola classe immune da responsabilità dirette e al tempo stesso quella che aveva dovuto subire le conseguenze e i sacrifici della guerra contro la quale era venuta intensificando la sua lotta: essa aveva perciò titoli a porre la sua candidatura al potere. Dietro al problema del carattere della rivoluzione appariva perciò subito il problema del potere: se la rivoluzione doveva avere natura e scopo socialisti il potere doveva passare interamente nelle mani dei lavoratori. Il 9 e il 10 novembre i comandi della macchina statale giacevano in pezzi: il kaiser aveva abdicato, il governo si era dimesso passando la direzione della cosa pubblica al capo della socialdemocrazia, l’esercito batteva in ritirata sconfitto, la grande borghesia aveva paura delle sue responsabilità e non osava alzar subito la testa. D’altra parte le masse operaie, scese in piazza e nelle strade, erano di fatto padrone in quei giorni del paese.

Sarebbe stato facile in quel momento proclamare la repubblica socialista, ciò che non avrebbe naturalmente evitato la resistenza della borghesia e la guerra civile ma avrebbe subito spinto le masse alla lotta per il consolidamento del potere. Ma i socialdemocratici, che si erano compromessi con la guerra imperialistica e che avrebbero avuto anch’essi dei conti da rendere al paese, si opposero recisamente a questi sviluppi e cercarono di sfruttare a proprio vantaggio la vittoria popolare. Il compromesso ch’essi raggiunsero il io novembre con il partito socialdemocratico indipendente [2] è in pratica la chiave dei futuri sviluppi. I socialdemocratici di destra ebbero infatti l’abilità di non negare lo scopo socialista della rivoluzione, con il che evitarono di mettersi in urto con l’aspirazione profonda delle masse e, in particolare, con il proletariato berlinese fortemente radicalizzato e diretto da socialisti indipendenti di sinistra, ma pretesero di affidarne l’attuazione ad una futura assemblea costituente, con il che guadagnavano il tempo necessario a consolidare l’alleanza con tutte le forze conservatrici e a salvare l’ordine costituito lasciando passare il momento più pericoloso della tempesta rivoluzionaria. Fu cosi che essi si opposero alla proclamazione immediata della repubblica sociale pur dichiarando che questa era il loro obiettivo di partito, e così pure si opposero a che tutto il potere fosse attribuito ai consigli degli operai e dei soldati perché ciò contraddiceva ai principi democratici.

Accettando il compromesso gli indipendenti arrestavano praticamente lo slancio rivoluzionario senza mettersi in condizione di utilizzare il tempo a proprio vantaggio. Nasceva così il 10 novembre il nuovo regime con un governo provvisorio (Rat der Volksbeauftragten) composto di tre socialdemocratici maggioritari (Ebert, Scheidemann e Landsberg) e tre indipendenti (Haase, Dittmann e Barth) di cui Ebert e Haase erano copresidenti, e con una giunta esecutiva (Vollzugsrat) nominata dall’assemblea dei rappresentanti degli operai e dei soldati, composta di sei membri per ciascuno dei due partiti, rappresentanti dei consigli operai, olre 12 rappresentanti dei soldati di Berlino, senza che fosse chiara la delimitazione delle sfere di competenza. In pratica la giunta esecutiva ebbe scarso o nessun potere effettivo e il governo rimase il solo effettivo detentore dell’autorità, ma in seno al governo si delineò la netta prevalenza dei socialdemocratici di destra, grazie ai legami ch’essi strinsero e agli appoggi che ottennero dalla burocrazia, dall’esercito e da tutte le forze conservatrici del paese. Né d’altra parte i socialisti indipendenti membri del governo opposero seria resistenza; anzi su alcuni temi di fondo, e per esempio sulla lotta contro i consigli operai, l’indipendente Barth non fu certo da meno dei maggioritari. Quella stessa diarchia di potere che due anni prima in Russia aveva portato i Soviet a rovesciare il governo provvisorio, si risolse invece rapidamente in Germania a beneficio del governo, anzi di un’ala di esso che riuscì a manovrare la situazione in modo da rimandare ogni riforma alla futura assemblea costituente e riuscì a preparare le condizioni per togliere alla stessa assemblea qualsiasi carattere di pericolosità rivoluzionaria [3].

Il problema rimase comunque aperto nelle settimane che seguirono il io novembre, e netta fu naturalmente la presa di posizione della Luxemburg in favore del potere alla classe operaia e contro l’assemblea costituente [4]. Ma, date le idee di Rosa Luxemburg sulla presa del potere e sulla dittatura del proletariato, essa non poteva immaginare la presa del potere come un semplice putsch: nella sua concezione doveva essere la maggioranza, anzi possibilmente la grande maggioranza, della classe operaia a conquistare il potere. Per cui il problema della conquista del potere da parte del proletariato s’intrecciava con l’altro della necessità di guadagnare ad una volontà rivoluzionaria la maggioranza dei lavoratori, cioè la necessità che gli spartachiani diventassero la guida effettiva del proletariato.
Ma nonostante la grande popolarità di cui godevano i leader della Lega Spartaco per il loro coraggioso atteggiamento contro la guerra, questa prospettiva era ben lungi dal realizzarsi: una leadership presso un proletariato che ha una lunga tradizione di organizzazione non si ottiene senza l’adesione di un vasto strato di quadri intermedi che sono quelli che di fatto mobilitano e guidano le masse. E i quadri intermedi erano rimasti legati all’organizzazione di partito: a Berlino in maggioranza al partito indipendente e alla sua ala sinistra rappresentata dai “revolutionäre Obleute”, nel resto della Germania, salvo qualche città, in prevalenza al vecchio partito. E così il problema della leadership da conquistare in seno alla classe operaia si trasformava nel problema della collocazione degli spartachiani: tendenza autonoma all’interno del partito indipendente, o partito separato? Rosa Luxemburg e Leo Jogisches propendevano piuttosto per la prima soluzione: Rosa diffidava dell’estremismo rivoluzionario staccato dalle masse, temeva i colpi di mano e le avventure; credeva viceversa nella capacità delle masse di educarsi attraverso la lotta e voleva poter rimanere in contatto permanente con esse durante lo sviluppo della lotta stessa [5].

 

I mesi di novembre e dicembre sono perciò caratterizzati da una complessa battaglia che si articola in questo modo: lotta per il potere ai consigli degli operai e dei soldati e contro la convocazione della costituente, lotta per dare un contenuto socialista agli obiettivi della rivoluzione e quindi contro il governo che vi si oppone, lotta per portare il partito socialista indipendente su queste posizioni, infine lotta all’interno dello stesso gruppo spartachista contro le tendenze estremistiche e contro le avventure, prima che una certa maturazione rivoluzionaria si fosse prodotta in seno alla classe lavoratrice. Purtroppo nessuno di questi obiettivi poté essere raggiunto. Il primo congresso dei Consigli degli operai e dei soldati tedeschi (Berlino, 16-21 dicembre), nel quale i socialdemocratici maggioritari ebbero la maggioranza assoluta e gli spartachiani non ebbero che una rappresentanza insignificante (288 socialdemocratici e go indipendenti di cui io spartachiani e poco più di un centinaio di altri) approvò la convocazione dei comizi elettorali per la costituente al 19 gennaio, accettando praticamente la propria autoliquidazione voluta dal governo. Naturalmente in quelle condizioni era difficile dare obiettivi socialisti alla rivoluzione se non attraverso una graduale intensificazione della battaglia e una graduale elevazione della coscienza e della maturità delle masse, ma questa battaglia trovava ostacolo in seno al partito socialista indipendente, diviso fra una corrente estremista che si appoggiava sugli operai berlinesi e una maggioranza oscillante che tendeva a mantenere l’alleanza di governo con i socialdemocratici di destra e quindi a condividerne le responsabilità controrivoluzionarie. Le quali si accrebbero notevolmente quando cominciò l’offensiva governativa contro le forze di sinistra che diede luogo a scontri violenti fra forze di governo e la divisione popolare di marina nei giorni 23 e 24 dicembre. “Poiché i leader del partito socialista indipendente rimanevano assolutamente passivi di fronte all’attacco ai marinai da parte del governo e non mostravano alcuna intenzione di ritirarsi dal governo, la Lega Spartaco fu costretta a rompere completamente con i leader del partito socialista indipendente. Tuttavia fu indirizzata una lettera al comitato centrale che criticava la politica del partito e richiedeva la convocazione di un congresso. Si domandava una risposta entro il 25 dicembre ( ...) Dato che i leader del partito socialista indipendente il 25 dicembre non avevano ancora inviato alcuna risposta, ma d’altra parte, avevano dichiarato il 24 su Freiheit [6], che, date le difficoltà di viaggio e comunicazione e la campagna elettorale, non era possibile convocare il congresso, fu deciso di riunire una conferenza nazionale della Lega Spartaco il 29 dicembre, in cui la Lega avrebbe dovuto decidere il proprio atteggiamento nei confronti della crisi del partito indipendente, del programma, dell’assemblea costituente e della conferenza internazionale socialista di Berna” [7].

La conferenza si riunì in forma privata il 29 dicembre con 83 delegati per deliberare sulla costituzione di un partito separato, che fu effettivamente decisa, dopo breve dibattito, con soli 3 voti contrari. Vi furono divergenze di opinione circa il nome: Jogisches e Luxemburg preferivano “Partito socialista operaio”, altri “Partito comunista”, in definitiva fu adottato il nome di “Partito comunista di Germania (Lega Spartaco)” [8]. Il 30 dicembre la conferenza proclamò ufficialmente la costituzione del nuovo partito e si trasformò in congresso di fondazione dello stesso. Fu nella seconda giornata del congresso, e cioè il 3I dicembre, che Rosa Luxemburg, relatrice sul programma, pronunciò il discorso che qui è tradotto dal testo pubblicato successivamente in opuscolo [9]. 
Il discorso espone con molta chiarezza il complesso delle idee che Rosa Luxemburg aveva sostenuto nel corso delle precedenti settimane: programma di realizzazione socialista secondo l’insegnamento di Marx “in cosciente opposizione” al programma di Erfurt, cioè “alla separazione delle rivendicazioni immediate cosiddette minime (...) dallo scopo finale socialista considerato come un programma massimo”, denuncia delle illusioni sul carattere e la volontà socialista dei due partiti governativi (socialdemocratico maggioritario e indipendente) e dimostrazione del loro carattere controrivoluzionario e della loro funzione di restaurazione capitalistica; necessità di passare a una seconda fase rivoluzionaria, liberata da ogni illusione miracolistica, in cui il proletariato deve mirare a rafforzare progressivamente il potere pubblico attraverso i consigli costruendone e rafforzandone l’organizzazione dal basso verso l’alto e contemporaneamente deve estendere e sviluppare le sue rivendicazioni economiche e politiche in un intreccio continuo e in una spirale ascendente che serva anche a rinsaldare la coscienza di classe e la capacità democratica dei lavoratori. Nel quadro di questo discorso s’intende meglio il significato della posizione che essa aveva assunto e difeso il giorno prima, insieme con Liebknecht, Jogisches ed altri, rimanendo però soccombente nel voto, circa la partecipazione alle elezioni della costituente. [10].
Essa era profondamente convinta, e anche questa volta gli avvenimenti le han dato tragicamente ragione, che non sussistessero le condizioni per una conquista violenta del potere in Germania dove gli spartachiani erano minoranza e dove, al di fuori di Berlino, il vecchio ordine era rimasto ancora in gran parte in piedi e le campagne non erano affatto conquistate alla rivoluzione. Perciò essa considerava che si dovesse contare su uno sviluppo ancora piuttosto lungo del processo rivoluzionario nel corso del quale la coscienza rivoluzionaria delle masse avrebbe dovuto maturare, e riteneva che la lotta elettorale per l’Assemblea costituente sarebbe stata un momento di questo processo di maturazione; rifiutarlo significava implicitamente rinunciare a una strada e propendere per l’altra, quella dell’assalto violento. Per la stessa ragione essa sarà contraria, nei giorni della rivolta in cui perderà la vita, alla parola d’ordine “via il governo Ebert-Scheidemann”, che le sembrava una parola d’ordine non suscettibile ancora di raccogliere sufficienti consensi in Germania e capace quindi di gettare il proletariato in un vicolo cieco. Purtroppo, per le strane contraddizioni dei congressi, si approvò alla unanimità il programma proposto dalla Luxemburg, ma si decise una linea politica contraria: la non partecipazione alle elezioni con lo sbocco tragico delle giornate di gennaio quando i lavoratori rivoluzionari di Berlino si lasciarono trascinare dalla provocazione governativa e furono sanguinosamente battuti. Il pericolo che Rosa Luxemburg aveva dal novembre in poi paventato e denunciato, cioè il prevalere dell’estremismo avventuristico sulla strategia rivoluzionaria, che corrispondeva al disegno degli Ebert e dei Scheidemann per frustrare la rivoluzione socialista, si verificò in pieno [11].
Lelio Basso

NOTE

[1] "L’abbattimento del dominio capitalistico, la realizzazione dell’ordine socialista: questo e nulla di meno è il tema storico della presente rivoluzione” (Der Anfang in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS Il, p. 594).
[2] Il Partito socialdemocratico indipendente di Germania (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands) era stato fondato al congresso di Gotha (5-8 aprile 1917) da parte dei socialisti dissidenti dalla politica bellicista del partito che erano stati già dagli organi direttivi dichiarati fuori del partito. La destra del nuovo partito era formata da Kautsky e Bernstein; all’estrema sinistra erano gli spartachisti che aderirono non senza esitazioni e polemiche interne ma conservarono una propria autonomia di gruppo. Al centro erano uomini come Haase e Ledebour. La linea del partito non fu rivoluzionaria ma piuttosto centrista; tuttavia le maestranze berlinesi e i loro capi, che militavano fra gli indipendenti, presero una posizione rivoluzionaria.
[3] Sul conflitto di poteri in questo periodo in Germania cfr. la  ricostruzione di H. E. FRIEDLANDER, Conflict of revolutionaryauthorithy: Provisional Government vs. Berlin Soviet, November-December 1918, in International Review of Social History, 1962, 1962, 2, pp. 163-176.
[4] Cfr. in particolare gli articoli Die Nationalversammlung e Nationalversammlung oder Räteregierung, in Rote Fahne, rispettivamente del 20 novembre e 17 dicembre 1918, ora in ARS, 11, rispettivamente pp. 603 e 640.
[5] L’opposizione della Luxemburg alla scissione è stata spesso criticata come una delle cause dell’insuccesso della rivoluzione tedesca. E certo la mancanza di un partito autonomo rivoluzionario, creato da tempo e già organizzato con i propri quadri, ha pesato negativamente sugli sviluppi della situazione. Tuttavia il problema è meno semplice di come sia comunemente presentato. Infatti nelle condizioni della socialdemocrazia tedesca, partito unico della classe operaia, una scissione era estremamente difficile da realizzare e non è detto che una scissione prematura non portasse ad un isolamento maggiore. I rivoluzionari di Brema che non aderirono al partito degli indipendenti e rimasero autonomi non riuscirono a costituire un partito e probabilmente gli spartachiani, anche se fossero rimasti fuori del partito, non avrebbero fatto più di quanto con una organizzazione autonoma entro il partito hanno potuto fare mantenendo i contatti con le masse dei socialisti indipendenti. Finché la Luxemburg ha potuto sperare che l’ondata rivoluzionaria avrebbe trascinato queste masse non ha voluto rompere con il partito, anche perché temeva il rischio delle avventure disperate. La scissione significava rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria immediata, e nel dicembre 1918 questa rinuncia non appariva ancora giustificata. Ma dal momento che si apriva un nuovo capitolo, con un partito nuovo, bisognava avere il tempo di lottare lungamente per poter acquistare maggiore influenza fra le masse di quanta il nuovo partito ne avesse alle sue origini. Donde la convinzione della Luxemburg che bisognasse partecipare alle elezioni e la sua contrarietà all’insurrezione di gennaio, ma le sue opinioni non prevalsero.
[6] Freiheit era il titolo del giornale organo dei socialisti indipendenti. 
[7] W. PIECK, The Founding of the Communist Party of Germany in International Press Correspondence, IX (1929), n. 1.
[8] Ibid. Erano presenti al congresso, oltre agli 83 delegati, 3 rappresentanti della Lega rossa dei soldati, un rappresentante della gioventù e 16 ospiti.
[9] R. LUXEMBURG, Rede zum Programm gehalten auf Gründungsparteitag der Kommunistischen Partei Deutschlands (Spartakusbund) am 29-31 Dezember 1918 zu Berlin, (Berlino, 1919).
[10] La tesi partecipazionista era la tesi del comitato centrale. “Ma le ragioni e le argomentazioni avanzate a favore della partecipazione non convinsero la maggioranza dei delegati che espressero invece la convinzione che quello non era tempo per elezioni e che la lotta contro l’Assemblea nazionale doveva esser portata avanti per mezzo di scioperi di massa e mitragliatrici; la partecipazione alle elezioni, si sosteneva, avrebbe solo confuso i lavoratori e li avrebbe distratti dalla lotta. Quando la questione fu messa ai voti, solo 15 furono in favore della partecipazione e 62 contrari. I compagni Luxemburg e Jogisches furono molto delusi di questo risultato; essi vedevano in questo atteggiamento una mancanza di comprensione per i compiti del partito e temevano che la prevalenza di questi sentimenti avrebbe portato a un pericoloso sviluppo del partito. Ma essi non permisero che questo si trasformasse in una scissione dei partecipanti alla conferenza, perché erano convinti che i membri del partito si sarebbero presto accorti dell’errore della loro decisione” (W. PIECK, art. cit.).
[11] "Essi (i Scheidemann e gli Ebert) con piena coscienza e chiarezza di propositi distorcono i nostri scopi socialisti in avventura sottoproletaria, per trarre in inganno le masse" (Das alte Spiel in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS, II, p. 599).

 

LINK allo scritto delal Luxemburg:

Discorso sul programma

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25 maggio 2012 5 25 /05 /maggio /2012 05:00

Henri Gustave Jossot (1856-1951)

 

jossot

Colloquio tra Henri Viltard e C. Arnoult [1]



jossot-01.jpgDa qualche parte sotto i tetti di Parigi, Henri Viltard mi accoglie nel suo piccolo appartamento mansardato. Abbiamo già avuto il tempo di simpatizzare davanti al piatto del giorno di uno snack, da cui il darsi del tu durante la discussione che segue, discussione gradevolmente profumata dagli effluvi di un tè speziato.

C. Arnoult: Per cominciare, puoi raccontarmi come hai iniziato ad interessarti di Jossot?

Henri Viltard: Al momento di scegliere l'argomento della mia tesi, non volevo lavorare su di un soggetto museizzato. Tradizionalmente, la storia dell'arte vi destina piuttosto alle arti nobili e sono stato attratto dall'idea di confrontare i metodi peculiari a questa disciplina con un oggetto che ancora gli sfuggiva...

C.A.: Del genere?

H.V.: Ebbene, ho dapprima pensato a studiare dei volantini illustrati. Il che mi avrebbe portato ad una riflessione sull'articolazione tra arte e politica, l'uso dell'immagine mobile, ecc.

C.A.: Ma non hai potuto farlo...

H.V.: No. I fondi d'archivio che raccolgono questo genere di supporti erano all'epoca mal identificati e questo avrebbe procurato molti problemi. E poi avevo già cominciato a leggere qualche tesi sulla storia delle riviste quando il mio futuro direttore di tesi mi ha parlato di "L'Assiette au Beurre". All'epoca, ero a Strasburgo, dove non c'erano collezioni. Ho dovuto quindi recarmi a Colmar per consultare la rivista. E là, non so se la cosa sia veramente regolare ma ho potuto prendere in prestito tre annate di "L'Assiette au Beurre", per la durata di quindici giorni, come se si fosse trattato di riviste moderne!!! Naturalmente, non appena uscito dalla biblioteca, ho voluto dare un'occhiata all'interno dei volumi. È quel che ho fatto in quella specie di chiostro che si trova tra la biblioteca e la strada. È lì che ha avuto luogo il mio primo contatto con i disegni di Jossot...

C.A.: In un chiostro? Per un caricaturista anarchico...

H.V.: … ma più o meno mistico! Sì, questo non si inventa! Dunque, apro un volume, giro le pagine rapidamente, e là, un disegno di Jossot mi colpisce nell'occhio, direttamente...

C.A.: Perché? Non capisco...

H.V.: Aspetta e vedrai.

Henri si alza, passa nella stanza accanto e torna con un'annata di "L'Assiette au Beurre". L'apre e sfoglia i numeri davanti a me. I disegni scorrono: dei colpi di matita, un po' di colore ma soprattutto per rialzare dei grigi..., e, di colpo, un tratto spesso, nero profondo, che forma degli arabeschi e che abbracciano delle grandi distese spesso rosso vivo che saltano agli occhi. È Jossot. Ora capisco!

C.A.: Non capisco molto di storia dell'arte, ma questi disegni mi fanno pensare ai grotteschi del Rinascimento...

H.V.: Sì, ma il tratto di Jossot, la sua estetica dell'arabesco, sembra anche terribilmente “moderno”! È ciò che, in seguito ho cercato di capire: com'era venuta l'idea a questo disegnatore di impiegare questo genere di tratto che si diceva “moderno”. E soprattutto perché? Qual era il legame tra il suo umorismo, il suo disegno e le sue posizioni politiche, ecc?

C.A.: Allora giustamente, parliamo delle sue posizioni politiche, o per lo meno filosofiche. Da quel che ho letto sul tuo sito, Jossot è anarchico all'inizio, poi si converte all'Islam, un po' prima dei cinquant'anni, e finisce la sua vita come ateo... Un po' versatile, il brav'uomo! Si ha un'idea delle sue motivazioni?

H.V.: Il poeta Jehan Rictus lo considerava una banderuola!... eppure, se si riflette bene, Jossot è stato molto meno banderuola del suo amico che è passato da simpatie anarchiche all'ammirazione per l'Action française.

C.A.: E Rictus non è sfortunatamente stato l'unico caso... Penso tra gli altri a Émile Janvion, Adolphe Retté, Fagus, Urbain Gothier... senza dimenticare Gustave Hervé, passato dall'antimilitarismo più virulento al bellicismo più sfrontato!

H. V.: Ed anche tra i disegnatori di "L'Assiette au Beurre", ex rivoltosi, anarchici o comunisti, si possono citare Hermann-Paul, Naudin, Grandjouan, Steinlen... che a modo loro si sono adattati alla guerra. Ad ogni modo, è qualcosa che non si può rimproverare a Jossot: è pacifista prima della guerra, e lo resta durante e dopo! Nelle sue lettere, non esita inoltre a prendersi gioco dei suoi amici, di Rictus giustamente e anche dello scultore Henri Bouchard e del pittore Jean-Julien Lemordant.

C.A.: È tutto a suo onore! E ciò lo avvicina sicuramente ad Han Ryner. Ma torniamo all'itinerario un po' tortuoso (quanto i suoi disegni!) di Jossot.

H.V.: In realtà, c'è una logica profonda nel suo percorso. Innanzitutto, Jossot non è mai stato veramente anarchico; ha molto raramente indossato quest'etichetta (le rifiutava tutte) e non si è mai posto sul terreno dell'azione. Diffidava di ogni forma di organizzazione collettiva e degli opinionisti, fossero pure anarchici.

C.A.: Diffidenza che condivideva Ryner...

7264140070_8f657b8e7f.jpgH.V.: Jossot ha inoltre scritto un romanzo Viande de Borgeois, che si beffa completamente dei compagni... Ha disegnato diverse caricature contro di loro. Una di queste oppone un "gregge" di bombaroli... alla sua propria sagoma: "Non è anarchico ed ha la sfrontatezza di credersi libertario!", dice la didascalia. Penso che ciò descriva molto bene ciò che poteva infastidire Jossot nei gruppuscoli anarchici...

C.A.: Capisco... Dunque, se ho capito bene, può essere innanzitutto concepito come un non conformista, o per utilizzare una parola più forte e dell'epoca un "al di fuori"... Ma guarda, a questo proposito, ho notato sul sito internet dedicato a L'Assiette au Beurre [2], i cinque numeri presentati in tema sul conformismo e delle convenzioni sociali, numeri di caricature naturalmente, tutti firmati da Jossot... Bene, ma allora non capisco come Jossot rifiutando tutti i conformismi (compreso quello degli anarchici) si ritrova convertito all'Islam.

H.V.: La ragione della sua conversione all'Islam è naturalmente stata una grande fonte di interrogativi nel mio lavoro. Jossot è stato ferocemente anticlericale, ma ciò non implicava che sia stato un ateo militante. Se l'è presa con il clero e le pratiche della Chiesa, non con la fede... E poi la perdita della figlia, fulminata da una meningite, lo ha duramente colpito. Ha cominciato a frequentare degli occultisti per entrare in contatto con lo spirito di sua figlia, poi si è affigliato ad una loggia della massoneria... tutte esperienze inutili, che andranno ad alimentare le sue caricature!

C.A.: Divertente (se così si può dire!), ma Ryner ha vissuto un trauma simile. Nel 1892, perde sua figlia di sette anni. Ne soffre enormemente, sino ad avere delle allucinazioni uditive... Al contrario di Jossot, ciò non ha portato Ryner (o Henri Ner, all'epoca) all'occultismo o all'esoterismo, anche se frequenterà molto più tardi, verso il 1910, L'Hexagramme, un gruppo artistico-esoterico. Per contro, ho tendenza a pensare che quest'avvenimento non rientri affatto in quel che egli stesso chiamerà la sua “conversione” all'individualismo, che interviene verso il 1895.
la doma, 012H.V.: Nel caso di Jossot, credo comunque che non si possa spiegare tutto il suo destino attraverso questo lutto. Non bisogna dimenticare che è stato formato da tutta una generazione di pittori simbolisti più o meno panteisti o spirito-mistici. Un pittore come Ivan Anguéli, vicino ad Émile Bernard, si è convertito all'Islam dal 1898. Di origine svedese, si è anche affiliato alle logge, e militato per le idee anarchiche prima di far della propaganda anticolonialista al Cairo. È anche lui che ha iniziato René Guenon al sufismo... Tutto questo per dire che le passerelle che portano dalla Bretagna detta “primitiva” alla ricerca di una tradizione esoterica orientale, non sono rare. Detto ciò, Jossot ha effettuato il suo primo viaggio in Tunisia, poco dopo il decesso di sua figlia nel 1896, a motivo di cambiamento d'aria. Se questa perdita è veramente all'origine della sua ricerca spirituale, ci si può chiedere perché attenda il 1904 per sprofondare realmente in una grave depressione. Bisogna capire che a quest'epoca la situazione dei disegnatori non è forzatamente evidente e Jossot non sopporta che gli si rifiuti dei progetti o che gliene si imponga.

C.A.: Il rifiuto di prostituirsi...

H.V.: Credo soprattutto che l'esercizio quasi esclusivo della caricatura conduce a poco a poco a una visione insopportabile dell'umanità e dell'esistenza terrena. Jossot lo dice abbastanza chiaramente nel suo romanzo: “dove fuggire” queste visioni da incubo? Come sbarazzarsi di una società così brutta? È in questo stato di spirito che egli intraprende il suo secondo viaggio in Tunisia.

C.A.: Per risiederci?

H.V.: Non subito, ma durante gli anni seguenti, egli torna regolarmente nel deserto per sfuggire all'inferno parigino e dedicarsi alla pittura. I deserti sono sempre stati dei luoghi di meditazione e di eremitaggio, altri oltre a me hanno tentato di descriverne le ragioni. Resta sempre l'idea che il fatto di convertirsi all'Islam lo attraversa alla vista degli spettacoli fiabeschi del deserto che egli contempla dal suo balcone, a Nefta, durante l'inverno 1909. Jossot prepara in seguito la sua partenza, vende i suoi beni e si installa a Tunisi nel 1911. Lo si vede curiosamente frequentare la cattedrale dove va ad ascoltare un predicatore che sapeva attirare degli intellettuali non credenti per la qualità filosofica dei suoi sermoni. Ho un po' tendenza a pensare che questo riavvicinamento con i cattolici fa parte di una strategia destinata a dare maggiormente peso simbolico e mediatico al suo colpo finale. Mostrando della buona volontà, egli svalorizza ulteriormente anche la religione dell'Occidentale. Nel contesto coloniale, è veramente tutto il suo “clan” che egli rinnega... Insomma, questa conversione può essere vista come un atto caricaturale o una caricatura in atto.

C.A.: Una specie di esibizione allo stesso tempo artistica e politica, che si ricongiunge al suo mestiere di caricaturista... un'incarnazione della sua arte in qualche modo!

H.V.: E si tratta sempre di singolarizzarsi... Come diceva egli stesso: "Intellettuale, sì! Ma è per singolarizzarmi!".

jossot-intellettuale.jpg

 

 


C.A.: Allora, si può pensare che Jossot non si è convertito che per anticolonialismo, con tutta la volontà di provocazione che si può trovare presso un caricaturista! Voglio dire che si può lo stesso seriamente dubitare della sincerità della sua fede...

H.V.: Sì, e i suoi contemporanei hanno tanto più dubitato seriamente che Jossot si è mostrato molto attaccato ai dettagli delle apparenze. Poiché era abbastanza un bel uomo aveva visibilmente piacere a pavoneggiarsi in mantellina e a sorprendere i suoi amici. Bisogna quindi relativizzare questo lato superficiale e mediatico del personaggio, perché era innanzitutto  un solitario, che frequentava un circolo di amici molto scelti ed evitando tutte le mondanità artistiche. Ho incontrato uno degli ultimi Tunisini che lo hanno conosciuto e questo vecchio signore me lo ha descritto come un uomo discreto e anche “segreto”.

Detto ciò, sapere se Jossot era sincero oppure non, non mi sembra la cosa più interessante. Dopotutto, era probabilmente il solo a saperlo, e, in fin dei  conti il solo a cui la cosa riguardava. Il fatto di usare la religione per delle finalità politiche e satiriche, o il fatto di travestirsi da musulmano, non implica necessariamente che abbia simulato la sua fede.

Si convertì – o piuttosto abiurò la sua antica fede, - perché trovava nell'Islam una religione molto semplice, senza clero, e cioè senza gerarchia, senza rappresentazione.


Raffreddati--06
jossot-la-rogna.jpgSe si osserva attentamente, la caricatura di Jossot stesso a degli interrogativi metafisici. Degli albi come Les Refroidis [I Raffreddati] o La Graine [La Rogna] sono collegati, né più né meno, alla condizione umana! Contro coloro che gli rimproverano di non essere comico, Jossot rivendicava ferocemente il diritto di essere "pensatore" o "filosofo". A forza disen manipolare nelle sue caricature dei concetti semplificati, di mobilitare dei ragionamenti binari, di ridurre la diversità, la complessità, le sfumature del mondo reale, Jossot ha alimentato il suo disgusto per le cose terrene e ha rinforzato la sua attrazione per il mondo dello spirito e delle idee. Non è un caso se egli si orienta in seguito verso il sufismo: il fakir ottiene un'illuminazione ritenuta in grado di farlo vivere in unione o in fusione con la divinità, senza intermediari...



jossot-i-Raffreddati.JPG
 

C.A.: Niente sacerdote per dirti cosa pensare o credere... Ecco cosa conviene a chi ha sempre diffidato dei pensatori professionisti...

H.V.: Sì, ma ciò non è senza contraddizione: Jossot accetta comunque di essere guidato dallo sceicco Al-Alawi... Nelle sue Memorie tuttavia, definisce stranamente il sufismo come “il libero pensiero dell'Islam”... ecco cosa riconcilia “lo schiavo del Generoso” (Abdul-'l-Karim) – il nome musulmano di Jossot) al libero-pensatore!... ma è al prezzo di una comprensione molto superficiale del sufismo!!! Infatti, Jossot assimila abusivamente questa corrente mistica dell'Islam a un panteismo, di modo che finisce con il credere a un Dio impersonale che vuole ancora chiamare”Allah”.

C.A.: Uhm! È un po' una manipolazione spirituale, tutto ciò... Ma ad ogni modo, questo dimostra che è aldilà di un atto di sola rivolta politica o, diciamo piuttosto, culturale.

H.V.: Sì, ma il suo impegno durerà poco. Verso il 1927, smette di esternare i segni nel vestirsi che egli associa all'Islam. Jossot non ha imparato l'arabo e si trova di colpo un po' ridicolo. Lo spettacolo dei Tunisini che tentano di mimare l'eleganza europea, non senza goffaggine, funziona come uno specchio...

C.A.: Fine dell'episodio musulmano, dunque E il resto della sua vita: ateo?

jossot-sentier.jpg

H.V.: Se ho parlato di ateismo a suo proposito è a causa delle ultime pagine di Goutte à goutte [Goccia dopo goccia], le sue memorie, di una dedica del suo Le Sentier d'Allah [Il sentiero di Allah] che comincia con “errare humanum est”, e della sua sepoltura non religiosa. Ma altri possono interpretarlo altrimenti... Ad ogni modo, non sono sicuro che sia veramente importante per capire il suo pensiero e la sua opera che restano definitivamente segnati dal dubbio

C.A.: Sino alle ultime righe, pungenti e magnifiche, di Goccia dopo goccia, nelle quali si interroga sulla morte...

H.V.: Sì.

C.A.: Possiamo citare ampiamente?

H.V.: Se vuoi.

C.A.: Allora ecco: "[...] sono troppo occupato per conoscere la noia; la mattina, mi alzo, mi vesto, riscaldo la mia cioccolata; la ingurgito; continuo a prepararmi, accendo la mia prima pipa; constato allora che la mia provvista di tabacco è terminata ed esco per rifornirmene. Quando rientro, sgrano i piselli che riservo per il mio pranzo. Quando li ho tutti estratti, li metto in una pentola e la ripongo ssul fornello... e ciò va avanti per il resto della giornata; trovo raramente qualche istante per meditare. Essi si presentano a volte, tuttavia, quando cerco di risolvere il Grande Problema: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?.
È una distrazione come un'altra, vale quanto le parole crociate.
All'ultima delle tre domande, sarei tentato di rispondere: "Alla fossa finale", se lo Sceicco della confraternita di Mostagamem di cui ho già parlato non mi avesse insegnato che dopo la mia morte, un debole lucore: la lucidità della mia coscienza si dirigerà verso la grande Luce del Mondo Infinito.
Sono troppo educato per permettermi di contraddirlo, benché si possa sostenere, con altrettanta plausibilità, la seguente tesi: “In fondo alla fossa finale, dormiremo profondamente, senza avere incubi e non ci risveglieremo mai".
Per parte mia, se avessi la libertà di scegliere, sarebbe quest'ultima ipotesi che avrebbe la mia preferenza: cessare di essere, non vedere più nulla, non udire più, non provare nulla! Gli uomini mi daranno infine la Pace con il Riposo Eterno per soprammercato! È la grazia che mi auguro!".

Te lo devo confessare: me lo auguro anch'io!!!

Ma aspettando, io, non ti "darò pace", perché non hai ancora parlato di ciò che ci ha portato ad incontrarci, e cioè le relazioni tra Jossot e Ryner. Lo abbiamo visto, vi sono delle convergenze innegabili nella sensibilità dei due uomini: sono entrambi degli individualisti, degli “en-dehors*”; nessuno dei due è caduto durante la guerra nella trappola della "unione sacra"; entrambi sono antidogmatici compreso in rapporto ad eventuali dogmi rivoluzionari; entrambi sono anticlericali anche se restano attratti dalla ricerca metafisica, il mistero in senso spirituale... Sono stati senz'altro colleghi di penna in certi periodici – Le Bonnet rouge, Le Journal du Peuple... Ma ciò non significa che erano stati in contatto diretto. Per quel che mi riguarda, prima di ricevere il suo messaggio che annunciava la creazione del tuo sito, ignoravo che ci fossero state delle relazioni tra di loro!

H.V.: Bene, non vi sono altre cose notevoli inoltre. Ma ho ritrovato una lettera destinata a Han Ryner così come un esemplare con dedica di Il sentiero di Allah: “A Han Ryner il cui pensiero, malgrado le apparenze, è fratello del mio”. Bisogna dire che a quest'epoca, sconfessa già il contenuto della sua opera...

C.A.: La banderuola.

H.V.:  È soprattutto che ha avuto talmente tante difficoltà a far pubblicare Il sentiero di Allah che nel tempo occorso a ciò, è già passato a un altro credo!..

C.A.: ...che sarebbe?

H.V.: Niente meno che un Vangelo dell'inazione! "Nella nostra epoca in cui non si sogna che a guadagnare del denaro esso sarà considerato come l'elucubrazione di un vecchio pazzo", vaticina nella lettera a Han Ryner, giustamente.

C.A.: Allettante. E cosa elucubra il vecchio pazzo?

H.V.: Insorge contro una civiltà più preoccupata di produrre dei beni di consumo che del suo sviluppo intellettuale e umano. Denuncia la bestialità delle convenzioni sociali, la menzogna e l'ipocrisia di coloro che fingono di non vedere che si creano dei nuovi bisogni senza procurarsene i mezzi per soddisfarli. addita con cinismo le contraddizioni di un sistema capitalista fondato sul dominio dei popoli “primitivi” e che conduce alla carneficina che è stata la Prima Guerra mondiale. Tira il bilancio ecologico della “agitazione” dei bianchi e stigmatizza i suoi effetti sul pensiero e i comportamenti. In breve, si direbbe oggi che egli preconizza la decrescenza e la meditazione... o che è completamente retrogrado come molti vecchi!!!... Da parte mia, trovo nella sua prosa un soffio di rivolta piuttosto vigoroso... e ammiro il modo in cui riattualizza una filosofia stoica multisecolare, primitiva, è vero, con un certo numero di luoghi comuni caricaturali! Ecco, non resisto al bisogno di leggerti un passaggio: "Che follia l'agitazione! Che errore considerarla come come la Panacea che guarirà il mondo! Sempre e ovunque urtiamo contro questa orribile mania; essa ci proibisce di vivere la vita naturale, il dolce stato primitivo dove non si doveva che cogliere i frutti per nutrirsi.
È vero che questo gesto costituisce uno sforzo; ma non è uno sforzo faticoso, non più che costruire una capanna per ripararsi o tessere dei tessuti per vestirsi.
Questi “lavori” se ci tieni a chiamarli così, farebbero parte integrante della nostra esistenza: sarebbero una distrazione, un riposo per lo spirito. Con gioia, con amore li compiremmo; ma lasciarci abbrutire da bisogni fastidiosi, inutili, avvilenti, malsani o pericolosi, questo è il male: dobbiamo sottrarci a ciò.
Non è facile, lo riconosco, nella graziosa civiltà in cui viviamo; ma più ci si distacca dai bisogni che essa ci ha creato, più possiamo fare a meno del denaro.
I cibi deliziosi, i vestiti all'ultima moda, le automobili confortevoli, gli appartamenti lussuosi non costituiscono una ricchezza: possedendoli resti un povero diavolo, mentre se limiti i tuoi bisogni allo stretto necessario, diventi più ricco di Creso".

C.A.: Ah, sì! Ora capisco la dedica a Ryner, e il fatto che Jossot gli parli di quest'ultimo testo. Ritroviamo in Ryner quest'elogio della frugalità, del distacco dai beni materiali, ispirato dalla saggezze antica. In Petit manuel individualiste [Manualetto individualista], Ryner scrive ad esempio: “Quando saremo capaci di disprezzare praticamente tutto ciò che non è necessario alla vita; quando sdegneremo il lusso e il confortevole; quando assaporeremo la voluttà fisica che scaturisce dai nutrimenti e dalle bevande semplici; quando il nostro corpo conoscerà bene quanto la nostra anima la bontà del pane e dell'acqua: potremo progredire ulteriormente verso la felicità”.

Il problema, è che dopo l'estratto che mi hai fornito – e non so se è un desiderio molto naturale né necessario, in senso epicureo certamente! - si ha veramente voglia di leggerne di più! Verrà riedito presto questo Vangelo dell'inazione?

jossot-foetus.jpgH.V.: Innanzitutto, il titolo non è Vangelo dell'inazione, bensì... Il Feto recalcitrante!

C.A.: Terribile!

H.V.: Sì! E rassicurati, non appena avrò la possibilità di sottrarmi al mio lavoro, lavorerò alla riedizione di questo libretto pubblicato a spese dell'autore, alla vigilai della Seconda Guerra mondiale. Inutile dire che il secondo conflitto mondiale, con il lato tecnico e sistematico delle sue carneficine, ha fortemente  segnato l'artista. Ho d'altronde pubblicato sul mio sito un articolo stupefacente, intitolato En-dehors du troupeau [Fuori dal gregge], che costituisce una specie di non ritorno rivolto all'umanità intera, nel momento della dichiarazione di questa nuova guerra.

C.A.: Ebbene Henri, aspettando di poter aggiungere alla mia biblioteca refrattaria Il Feto recalcitrante, e poiché, si è fatto tardi, ti propongo di lasciarci con quest'articolo di cui mi hai parlato, e che merita di essere letto.

 

 

 

 


NOTE

 

[1] Jossot era un caricaturista nato nel 1866 e morto nel 1951. Come leggerete, era un davvero un brav'uomo! Henri Viltard gli ha dedicato una tesi di laurea, ed anche un grazioso sito internet: Goutte à goutte. Han Ryner (1861- 1938) era uno scrittore e filosofo individualista, pacifista e libertario.

[2] http://www.assietteaubeurre.org/

* En-dehors, allusione al titolo di un celebre foglio anarchico di fine Ottocento edito per alcuni anni dal celebre anarchico individualista Zo d'Axa, e che può essere tradotto come Fuori sottintendendo con esso soprattutto l'immagine della massa amorfa e abbrutita, del branco, della mentalità comune.

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20 maggio 2012 7 20 /05 /maggio /2012 05:00

Luxemburg francobollo 1974

 

 

La rivoluzione 

Le difficoltà del compito non stanno nella forza dell’avversario, nella resistenza della società borghese. (...) La difficoltà sta nel proletariato stesso, nella sua immaturità, o piuttosto nell’immaturità dei suoi capi, dei partiti socialisti.

ROSA LUXEMBURG

 Il metodo e la strategia di Rosa Luxemburg, che abbiamo sin qui delineato, si riferiscono in generale alla lotta di classe che si combatte nel quadro della società capitalistica con lo scopo di preparare e affrettare l’urto decisivo: vediamo ora come si articolasse questa strategia nel corso della lotta rivoluzionaria vera e propria.

Abbiamo già rilevato che uno dei più importanti contributi di Rosa Luxemburg alla teoria rivoluzionaria fu il legame stabilito fra rivoluzione e guerra piuttosto che fra rivoluzione e crisi. Abbiamo pure segnalato, come un’altra importante caratteristica della posizione luxemburghiana, il suo sforzo di operare una sintesi delle esperienze russa e occidentale: se quest’ultima poteva offrire l’esempio di una classe operaia più matura, e più direttamente partecipe alla lotta politica moderna, quindi più dotata delle qualità necessarie per diventare classe dirigente, la classe operaia russa doveva invece offrire l’esempio di un maggior vigore combattivo, di un più ricco slancio rivoluzionario, soprattutto di una minore integrazione allo Stato capitalistico e quindi di una maggiore possibilità di rottura radicale con il sistema. In altre parole, pur riconoscendo alla classe operaia tedesca e al suo partito una funzione dirigente quanto a capacità politica in vista di una futura gestione del potere e quanto a metodi di lotta in una società capitalistica avanzata, Rosa Luxemburg attendeva più facilmente dalla Russia una spinta rivoluzionaria. Nelle sue tenaci polemiche con il Partito socialista polacco, che aveva nel suo programma l’obiettivo della ricostituzione dello Stato polacco, e contro i socialisti occidentali che lo sostenevano in nome dell’antica avversione al regime zarista, essa aveva sempre affermato che era ormai un errore considerare la Russia come baluardo della reazione perché, al contrario, stavano maturando in seno alle masse russe germi rivoluzionari capaci di dare frutti copiosi [165].

Date queste due premesse era quindi naturale che essa, come dirigente della socialdemocrazia polacca, lottasse contro la guerra russo-giapponese e cercasse di utilizzarla a fini rivoluzionari, così come i bolscevichi russi con i quali si operò allora un notevole ravvicinamento [166]. Nella interpretazione del significato della rivoluzione del 1905, si trovò in contrasto con tutti i pseudo-marxisti schematici che si immaginavano la storia di ciascun paese come una successione regolare delle fasi storiche che i paesi più avanzati avevano già attraversato e perciò parlavano di una rivoluzione democratico-borghese che avrebbe dovuto segnare il passaggio da un regime assolutistico-semifeudale a un regime capitalistico-parlamentare. Attenta all’analisi delle diverse situazioni e preoccupata di collocare ogni avvenimento nella totalità delle sue relazioni, la Luxemburg non poteva non avvertire il fatto che la rivoluzione si svolgeva in un paese dove c’era già una classe operaia e un partito socialista e dove d’altra parte la borghesia era relativamente debole e timida e più disposta al compromesso con il potere autocratico, il che non poteva non dare a quella rivoluzione un carattere profondamente diverso da quello delle rivoluzioni borghesi dell’occidente. Si verificava cioè in Russia un accavallamento di situazioni storiche per cui il proletariato e la socialdemocrazia diventavano protagonisti di una rivoluzione prima che la borghesia avesse compiuto il suo ciclo storico, prima ancora che essa avesse potuto insediarsi al potere [167]. Si creava così una situazione instabile: da un lato le masse, che avevano largamente partecipato alla lotta e che avevano già una propria direzione politica socialista, non potevano più accontentarsi del ruolo di truppa d’assalto per conto della borghesia, appoggiando un governo borghese come sostenevano i menscevichi e la maggior parte dei socialisti occidentali; d’altro lato il proletariato, anche se fosse giunto a impadronirsi del potere, non avrebbe potuto conservarlo sia per la sua relativa debolezza rispetto all’immensità dello Stato russo e alle difficoltà dei compiti che gli stavano innanzi [168], sia a cagione della situazione internazionale [169].

Ma, anche se sconfitto, il proletariato russo apriva un capitolo nuovo nella storia, quello delle rivoluzioni socialiste. “L’odierna rivoluzione realizza così contemporaneamente nel caso particolare dell’assolutismo russo i risultati generali dello sviluppo capitalistico internazionale e appare meno un ultimo epigono delle vecchie rivoluzioni borghesi che un precursore della nuova serie delle rivoluzioni proletarie dell’occidente. Il paese più arretrato, proprio perché è così imperdonabilmente in ritardo con la sua rivoluzione borghese, mostra così vie e metodi della futura lotta di classe al proletariato della Germania e degli altri paesi capitalistici progrediti” [170]. In sostanza Rosa Luxemburg pensava che la Russia, dopo questa scossa rivoluzionaria, non avrebbe potuto più a lungo conservare il vecchio regime superato dalla storia ma che d’altra parte la borghesia non sarebbe riuscita a consolidarsi al potere se il proletariato avesse continuato la sua rivoluzione, e in ciò gli avvenimenti del 1917 le hanno dato ragione. E al tempo stesso pensava che la rivoluzione russa avrebbe potuto sostenersi solo se anche nei paesi occidentali la rivoluzione socialista avesse potuto trionfare e ciò apriva il discorso sulla rivoluzione in Germania, cioè nel paese dove vi era il partito socialista più forte. In questa alleanza, che essa sentiva fortemente, fra proletariato russo e proletariato tedesco, il primo era certamente debitore al secondo della dottrina marxista, dell’esperienza della lotta di classe e in generale di tutto quanto era stato necessario perché un partito socialdemocratico sorgesse e si affermasse, ma a sua volta il proletariato russo poteva insegnare al proletariato occidentale “nuove vie e metodi di lotta” che avrebbero potuto alimentare il futuro sforzo rivoluzionario. Questa intima unità internazionale della lotta proletaria era al centro dei suoi sforzi di militante socialista di due partiti, uno dei quali operava entro i confini dell’impero zarista e l’altro in Germania; era, come si è detto, la sua vocazione rivoluzionaria [171].

Era naturale che i capi socialdemocratici tedeschi, così orgogliosi della forza della propria organizzazione e d’altra parte così scolasticamente attaccati all’idea di uno sviluppo capitalistico uniforme in tutti i paesi, non potessero accettare l’idea di un proletariato russo all’avanguardia della rivoluzione socialista, all’avanguardia addirittura rispetto al proletariato tedesco e alla socialdemocrazia tedesca. Ed essi dovevano sentire orrore di fronte al passo successivo dello scritto ora citato della Luxemburg: “Appare pertanto, prendendo le cose anche da questo lato, come del tutto erroneo il considerare da lontano la rivoluzione russa come un bello spettacolo, come qualche cosa di specificamente “russo” e di ammirare tutt’al più l’eroismo dei combattenti, cioè gli accessori esterni della lotta. È molto più importante che gli operai tedeschi imparino a considerare la rivoluzione russa come loro propria faccenda, non soltanto nel senso della solidarietà di classe internazionale col proletariato russo, ma innanzi tutto come un capitolo della propria storia sociale e politica. Quei dirigenti sindacali e quei parlamentari che considerano il proletariato tedesco come “troppo debole” e le condizioni tedesche come troppo immature per lotte di massa rivoluzionarie, non hanno evidentemente nessun’idea che lo strumento di misura della maturità dei rapporti di classe in Germania e della forza del proletariato non si trova nelle statistiche dei sindacati tedeschi o nelle statistiche elettorali ma negli avvenimenti della rivoluzione russa. Proprio allo stesso modo come la maturità dei contrasti di classe francesi sotto la monarchia di luglio e all’epoca della battaglia parigina del giugno si rifletteva nella rivoluzione tedesca di marzo, nel suo corso e nel suo fiasco, così oggi la maturità dei contrasti di classe tedeschi si riflette nelle forze della rivoluzione russa. E mentre i burocrati del movimento operaio tedesco vanno cercando la prova della sua forza e della sua maturità nei cassetti dei loro scrittoi, non si accorgono che quel che cercano sta proprio innanzi ai loro occhi in una grande evidenza storica, giacché, considerata storicamente, la rivoluzione russa è un riflesso della forza e della maturità del movimento operaio internazionale, quindi in prima linea di quello tedesco” [172]. Purtroppo non erano solo i burocrati che respingevano queste tesi, erano anche, in parte, i suoi amici radicali e lo stesso Kautsky, allora non ancora passato ufficialmente al centrismo: data da allora, da queste polemiche, il raffreddamento dei rapporti amichevoli, fino a quel momento così stretti, fra la Luxemburg e Kautsky, raffreddamento che diventerà lotta aperta nel 1910 [173].

Era utopistica o realistica la visione di Rosa Luxemburg? La risposta a questa domanda comporta a nostro avviso sia un esame delle condizioni politiche della Germania in quegli anni, sia un esame dei metodi di lotta che Rosa Luxemburg suggeriva, che a sua volta investe due degli aspetti più discussi del suo pensiero, quello relativo allo sciopero generale e quello relativo al rapporto fra classe e partito e alla cosiddetta teoria della “spontaneità”.

Circa la maturità delle condizioni per una rivoluzione in Germania, nulla sarebbe più fatuo che aggrapparsi ai dati della storia. Se infatti il verificarsi di un avvenimento prova che esso era storicamente possibile (e così p. es. il successo della rivoluzione bolscevica del 1917 prova che le previsioni di Rosa Luxemburg sugli sviluppi successivi al primo atto rivoluzionario del 1905 erano fondate), non si può dire con altrettanta sicurezza che il suo non verificarsi provi che esso era storicamente impossibile perché è sempre pensabile che un diverso atteggiamento dei protagonisti avrebbe potuto dare altro risultato: nel caso specifico nulla ci autorizza ad affermare che se i dirigenti della socialdemocrazia tedesca avessero fatte proprie le tesi rivoluzionarie della Luxemburg, la rivoluzione sarebbe ugualmente fallita. Fra i fattori di successo di una rivoluzione, il comportamento della direzione politica del partito rivoluzionario è indubbiamente uno dei più importanti, ma se questo stesso partito, anziché guidare la rivoluzione, fa ogni sforzo per impedirla o soffocarla al suo nascere, è difficile sperare in un successo della rivoluzione. Sarebbe quindi una tautologia arguire che i dirigenti socialdemocratici tedeschi hanno avuto ragione di respingere le prospettive politiche di Rosa Luxemburg dal fatto che il loro rifiuto ha reso impossibile a queste prospettive di verificarsi. Il discorso è quindi assai più complesso e noi ci limiteremo a dare qui soltanto alcuni elementi di giudizio.

Ora in primo luogo non va dimenticato che per Rosa Luxemburg la rivoluzione non è una resa di conti fra proletariato e capitalismo che sopraggiunga improvvisa, ma è un fatto che si colloca all’interno dello sviluppo capitalistico stesso, quando le contraddizioni e le tensioni che esso genera giungono al loro acme. È quindi attraverso un crescendo di lotte che si giunge al massimo di tensione: la conquista del potere da parte del proletariato, cioè la vittoria della rivoluzione socialista, non può essere vista come l’atto di un solo momento, come lo scontro violento definitivo, ma è il momento terminale di un processo rivoluzionario. Giustamente, essa osserva, la socialdemocrazia “ha liquidato la vecchia fede nella rivoluzione violenta come unico metodo della lotta di classe e come mezzo utilizzabile in ogni tempo per l’instaurazione dell’ordine socialista” [174]. In realtà “la presa del potere politico può essere solo il risultato di un periodo più o meno lungo della normale lotta di classe quotidiana” [175]; “questo obiettivo non può essere realizzato d’un colpo, ma anch’esso in un lungo periodo di lotte sociali gigantesche” [176]. E ancora nel fuoco della rivoluzione divampante, nei giorni che precedono la sua morte, quando ormai considera la realizzazione del socialismo come un compito attuale, essa non viene meno a questa sua concezione della presa del potere come di un processo: “La conquista del potere - dice al congresso di fondazione del partito comunista - non deve realizzarsi tutto d’un colpo ma progressivamente, incuneandosi nello Stato borghese fino ad occuparne tutte le posizioni e a difenderle con le unghie e con i denti” [177].

Quando pertanto la Luxemburg parlava, dopo il 1905, della possibilità di una rivoluzione socialista in Germania, essa non pensava in nessun caso allo scatenamento improvviso di un’ondata rivoluzionaria, ma a un crescendo di tensioni e di lotte il cui sbocco poteva essere la conquista del potere. Per queste tensioni e per queste lotte non mancavano certo allora le condizioni: oltre al militarismo e al diritto elettorale cui abbiamo già accennato, anche la situazione economica avrebbe offerto larghe possibilità. Nel saggio sullo sciopero generale compreso in questo volume, Rosa Luxemburg accenna alle condizioni economiche reali dei lavoratori tedeschi, di cui molte categorie vivevano allora in condizioni di grande sfruttamento: non sarebbe stato probabilmente difficile impegnarle in serie battaglie. Ciò del resto si verificò a due riprese in quel periodo: nel 1905 e nel 1910, la seconda volta in coincidenza con un’agitazione per il diritto elettorale in Prussia che acquistò proporzioni allarmanti per il governo, nonostante che i dirigenti del partito e dei sindacati esercitassero sempre un’azione di freno nei confronti delle masse. Anche la lotta contro il militarismo assunse aspetti di larga popolarità p. es. in occasione dell’affare di Zabern [178]. Secondo Rosenberg “la guerra sorprese la nazione tedesca in una situazione interna insostenibile e intollerabile.

Dal 1908 al 1914 l’antitesi fra l’aristocrazia dominante e le masse popolari s’era venuta inasprendo sempre di più. Avvenimenti come l’affare Daily Telegraph, le elezioni del 1912 e il contrasto Zabern, se anche non significavano ancora rivoluzione, tuttavia erano prodromi di un’epoca rivoluzionaria. Se non fosse scoppiata nel 1914 la guerra, i conflitti tra il governo imperiale e la grande maggioranza del popolo tedesco si sarebbero acutizzata sempre più, sino a sfociare in una situazione rivoluzionaria. Fu così che lo scoppio della guerra superò, ma non colmò la voragine apertasi nella politica interna” [179]. “L’imperialismo tedesco nel 1914 cercò nella guerra la soluzione dei suoi conflitti di politica interna ed estera”, osserva Bartel [180].

Quanto poi all’orientamento delle masse, non sarebbe difficile allineare documenti per provare ch’esso era molto più avanzato, in fatto di combattività rivoluzionaria, di quanto non fossero i loro dirigenti ufficiali. Riferendosi all’immediato periodo prebellico, scrive Clara Zetkin: “In realtà grandi masse proletarie bruciavano allora dal desiderio di mettersi in lotta contro il militarismo e l’imperialismo. Anche là dove la loro coscienza di classe non riconosceva ancora chiaramente il nemico mortale, lo presentiva il loro sano istinto di classe” [181]. Quando nel 1914 Rosa Luxemburg fu condannata dal Tribunale di Francoforte per eccitamento alla disubbidienza fra i militari, l’ondata di indignazione che si sollevò fra le masse fu enorme, ma ancora più grave quando fu annunciato un altro procedimento contro di lei perché aveva denunciato i maltrattamenti ai soldati: secondo il ricordo della stessa Zetkin, più di trentamila maltrattati si offersero come testimoni e l’autorità dovette rinunciare al processo [182]. Ed è significativo che persino in una riunione di partito - di un partito educato alla disciplina di ferro nei confronti dei dirigenti e che il presidente Ebert e il segretario Scheidemann governavano dittatorialmente -Rosa Luxemburg riuscisse a far approvare a grande maggioranza dall’assemblea generale dell’organizzazione berlinese una risoluzione che obbligava tutti i membri del partito a convincere i lavoratori con tutte le loro forze che solo la massima pressione della volontà popolare, che solo lo sciopero di massa poteva aprire la strada al suffragio eguale in Prussia [183]. Le dimostrazioni di massa del 28 luglio 1914 contro la minaccia di guerra furono una ulteriore conferma di questo stato d’animo a cui solo le decisioni dei dirigenti impedirono di avere uno sbocco più avanzato. E se la dittatura militare instaurata durante la guerra riuscì in gran parte a soffocare, ma non certo ad impedire interamente, ulteriori manifestazioni, ci basti ricordare a testimonianza dei sentimenti delle masse subito all’indomani della guerra - quel che scrive Kautsky, testimonio non sospetto, a proposito di Liebknecht appena liberato dal carcere in cui era stato tenuto durante la guerra. “Nessun monarca ebbe mai a Berlino un’accoglienza più entusiastica di quella che fu tributata a Liebknecht al suo arrivo alla stazione di Anhalt” [184]. È lecito perciò domandarsi che cosa sarebbe accaduto se la social-democrazia avesse seguito in pieno la strategia luxemburghiana, e cioè anziché a smussare, a soffocare, a tacere e a far tacere le masse, si fosse adoperata a porre l’accento sui contrasti e ad accrescere lo spirito di lotta. Certo ne sarebbe uscita rafforzata la coscienza di classe che, come Marx ha scritto, è sempre una coscienza antagonistica e si nutre quindi di esperienza diretta di lotta e di chiara consapevolezza della esistenza dei contrasti fondamentali. Un rafforzamento della coscienza di classe avrebbe a sua volta accresciuto il potenziale di lotta e questo a sua volta avrebbe ampliato la capacità d’attrazione della socialdemocrazia e spinto nuove masse nella battaglia per quella forza trascinatrice e per quell’esempio contagioso della lotta che Rosa Luxemburg ha messo tante volte così bene in evidenza. Certo nessuno più di Rosa Luxemburg sarebbe stato contrario a un’agitazione su larga scala condotta a freddo in base a calcoli da tavolino, nessuno più di lei sapeva che senza l’esistenza di condizioni determinate, cioè di vivaci contraddizioni sociali e tensioni psicologiche, e senza la conseguente partecipazione spontanea delle masse, ogni agitazione è destinata al fallimento. Ma quando quelle condizioni esistono e quelle tensioni sono in atto, quando le masse sentono istintivamente una spinta all’azione, può bastare poco per sollevare una tempesta. È appunto in questi casi che una battaglia politica può mettere in moto una serie di rivendicazioni economiche rimaste fin allora inavvertite da parte degli strati più negletti e meno organizzati della popolazione o da parte di forze soggette a particolare compressione (p. es. l’esercito), ed abbiamo già messo in rilievo che appunto su questi strati e su queste forze essa contava, e non solo sulle agitazioni strettamente operaie [185].

La forma specifica che essa suggerì per queste lotte fu, sull’esempio appunto della rivoluzione russa del 1905, lo sciopero di massa. A questo argomento è dedicato un intero opuscolo inserito in questa raccolta, uno degli scritti più suggestivi di Rosa Luxemburg, e a questo scritto e alla nota introduttiva rimandiamo il lettore per un più approfondito esame dell’argomento. Basti qui ricordare che lo sciopero di massa da lei sostenuto era cosa ben diversa dallo sciopero generale di ispirazione anarchica, che Marx e Engels avevano combattuto: per lei lo sciopero di massa non poteva mai essere effettuato a comando, o a data fissa, ma richiedeva soprattutto l’esistenza delle condizioni che abbiamo sopra indicato: “Se debbano realmente avvenire grandi dimostrazioni popolari ed azioni di massa, in questa o in quella forma, la decisione dipende da tutto il complesso dei fattori economici politici e psicologici, dalla tensione degli antagonismi di classe in quel momento, dal grado della chiarezza di idee, dalla maturità dello spirito combattivo delle masse, fattori imponderabili che nessun partito può provocare artificialmente. Questa è la differenza fra le grandi crisi della storia e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può fare pulitamente in tempo di pace con la bacchetta direttoriale delle “istanze” [186]. Rosa Luxemburg combatte quindi con eguale energia “coloro che vorrebbero ordinare al più presto lo sciopero generale sulla base di una decisione del comitato direttivo e a un giorno stabilito dal calendario, come anche coloro che (...) vorrebbero escludere dal mondo il problema dello sciopero di massa, vietandone la propaganda. Entrambe queste tendenze” considerano lo sciopero di massa come un mezzo tecnico, come un’arma, “una specie di coltello tascabile che si può tener chiuso e pronto in tasca ‘per ogni evenienza’ ma che si può anche decidere di aprire e di usare” [187]. La rivoluzione russa ha precisamente insegnato che lo sciopero di massa non può essere deciso arbitrariamente, “ma che esso è un fenomeno storico che in un certo momento risulta dalle condizioni sociali con la forza della necessità storica” [188].

 

Ma se è vero che lo sciopero di massa presuppone l’esistenza di condizioni oggettive e soggettive che lo rendano possibile, o addirittura necessario, è altrettanto vero, secondo la Luxemburg, che esso reagisce nel senso di creare nuove condizioni favorevoli alla lotta, forzando le situazioni, chiarificando i rapporti, mettendo a nudo la realtà sociale, suscitando nuove forze, nuove energie, nuove volontà. Esso è quindi già un momento rivoluzionario e della rivoluzione ha la ricca forza creatrice, su cui la Luxemburg contava come un potente motore e acceleratore della storia nel senso che già Marx aveva messo in chiara evidenza quando aveva parlato della rivoluzione come di una “locomotiva della storia”. “Certo tutto questo cambierà dopo la rivoluzione e il ritorno alle “condizioni normali”, - scrive dal teatro stesso della rivoluzione. - Ma questo stato di cose non passerà senza lasciar tracce. In attesa, l’opera compiuta dalla rivoluzione è enorme: l’antagonismo fra le classi approfondito, i rapporti sociali accentuati e chiarificati. E tutto ciò all’estero non lo si vede! Si crede la lotta finita perché andata verso il fondo. In pari tempo l’organizzazione progredisce instancabilmente. A dispetto dello stato d’assedio, la socialdemocrazia fonda con ardore sindacati professionali, in tutte le forme, con tessere stampate, bollini, statuti, riunioni regolari, ecc.” [189]. Indipendentemente quindi dall’esito vittorioso o no di una lotta, dagli alti e bassi del processo rivoluzionario, “quel che vi e di più prezioso perché permanente in questo flusso e riflusso dell’onda, è il suo precipitato spirituale: la crescita intellettuale e culturale fatta a balzi dal proletariato, che offre un’inviolabile garanzia del suo ulteriore irresistibile progresso nella lotta economica e politica” [190].

Data questa forza creativa della rivoluzione, non si può pretendere che essa scoppi soltanto quando tutte le condizioni di successo sono adunate e rigorosamente verificate dai “capi”, perché alcune di queste condizioni si verranno realizzando precisamente nel corso della lotta. “La concezione pedantesca che vuole fare svolgere grossi movimenti di massa secondo uno schema e una ricetta, crede di scorgere nella conquista del diritto di coalizione per i ferrovieri la premessa necessaria perché soltanto si “possa pensare” a uno sciopero di massa in Germania. Il corso reale e naturale degli avvenimenti può essere unicamente l’inverso: solo da una spontanea robusta azione di sciopero di massa può nascere effettivamente il diritto di coalizione dei ferrovieri e degli impiegati postali tedeschi. E il compito insolubile nelle presenti condizioni della Germania troverà di colpo le sue possibilità e la sua soluzione sotto l’impressione e la pressione di una azione generale politica di massa del proletariato” [191]. Questa strategia era evidentemente in totale contrasto con le posizioni attendistiche tipiche della socialdemocrazia che giustificava la sua impotenza rivoluzionaria con la mancanza delle condizioni obiettive, con la “immaturità” delle masse e della situazione. A questo attendismo Rosa Luxemburg rispondeva che la crisi rivoluzionaria può giungere a maturazione solo nel corso del processo rivoluzionario, che senza l’intervento attivo delle masse e senza la guida cosciente del partito verso lo scopo finale, verso la presa del potere non si avrà mai una maturazione obiettiva e fatale delle situazioni, e, tanto meno, delle masse stesse, che solo nel corso della lotta rivoluzionaria l’ideologia, l’organizzazione e la coscienza si trasformano e si adeguano ai compiti più avanzati che spettano al proletariato. Perciò solo rompendo il circolo vizioso della stagnazione con un’azione che nasca dalle situazioni esistenti, dai conflitti reali, ma tenda a superarli, si può realizzare il socialismo. E in questo senso si chiarisce l’affermazione, più volte da lei ripetuta in polemica appunto con gli attendisti, che la presa del potere da parte del proletariato sarà sempre immatura perché la maturazione si raggiunge nel fuoco dell’esperienza, perché è anche attraverso le sconfitte che il proletariato forgia la propria coscienza e la propria unità di classe rivoluzionaria [192], ed è anche in questo senso che si chiarisce come una rivoluzione democratica possa crescere e svilupparsi a rivoluzione socialista.

Certo, lo ripetiamo ad evitare gli equivoci in cui sono troppo spesso caduti gli interpreti e i critici di Rosa Luxemburg, questo valore creativo della rivoluzione non significa creazione ex nihilo: abbiamo già sottolineato, con le parole stesse della Luxemburg, che il processo non può iniziarsi se non ne sussistono le condizioni oggettive e soggettive. Quello contro cui essa insorge è la pretesa degli strateghi da tavolino di avere in tasca la vittoria prima di partire, di fissare a priori le tappe del processo, di delimitare con precisione l’inizio e la fine dell’azione di massa o della stessa rivoluzione. Come non si può attendere passivamente l’arrivo della situazione rivoluzionaria ma bisogna prepararla con interventi e azioni decise [193], così non si può considerare chiuso il capitolo rivoluzionario alla prima sconfitta, perché la rivoluzione stessa avrà creato nuove condizioni più favorevoli di partenza che potranno essere utilizzate in una seconda battaglia. Ma quello che è decisamente da respingere e il “codismo” - per usare l’espressione di Lenin - di chi vorrebbe scatenare l’azione solo quando tutto l’esercito proletario fosse organizzato e disciplinato come un esercito in battaglia. “A questo riguardo si presuppone tacitamente che in generale tutta la classe operaia tedesca, fino all’ultimo uomo e all’ultima donna, dovrebbe essere entrata nell’organizzazione, prima che si sia “abbastanza forti” per osare un’azione di massa, che, allora, secondo la vecchia formula, risulterebbe probabilmente “superflua”. Questa teoria è però completamente utopistica per la semplice ragione ch’essa cade in una contraddizione interna, si aggira in un circolo vizioso. Gli operai dovrebbero, prima di poter intraprendere una qualche azione diretta di lotta, essere tutti organizzati. I rapporti, le condizioni dello sviluppo capitalistico e dello Stato borghese portano però come conseguenza che nel corso “normale” delle cose, senza lotte di classe tempestose, determinati strati - e invero proprio il grosso, gli strati più importanti del proletariato, quelli che stanno più in basso, che sono oppressi in massimo grado dal capitale e dallo Stato - non possono proprio essere organizzati” [194].

Nessuno che abbia senso storico può avventurarsi sul terreno delle ipotesi: che cosa cioè sarebbe avvenuto se la socialdemocrazia tedesca avesse accettato e applicato la strategia di lotta suggerita da Rosa Luxemburg. Ma poiché siamo qui in sede teorica di analisi della dottrina luxemburghiana della rivoluzione, non abbiamo esitazione alcuna a concludere che non vi era in essa nulla di utopistico e che era probabilmente la più rispondente alle condizioni di lotta effettiva della Germania prebellica. Se tutte le possibilità di lotta che allora erano forti fossero state effettivamente utilizzate, se tutto il potenziale rivoluzionario delle masse fosse stato gettato nella battaglia e fatto convergere verso l’obiettivo di una lotta contro il potere politico, come Rosa Luxemburg suggeriva, è probabile che la Germania si sarebbe assai più difficilmente avventurata nella guerra mondiale e, comunque, che la rivoluzione sarebbe scoppiata prima del novembre 1918 e con ben altra forza di rottura. Invece tutta la forza della socialdemocrazia fu, come è noto, impiegata per frenare le agitazioni, soprattutto dopo che nel 1907 il cancelliere Bülow era riuscito a far regredire le posizioni parlamentari socialdemocratiche impostando la campagna elettorale sul nazionalismo e sul militarismo. Da allora la socialdemocrazia rinunciò ad occuparsi di politica internazionale e sullo stesso terreno delle spese militari cominciò ad assumere con Noske posizioni che rompevano con la linea tradizionale del partito espressa dal motto “a questo sistema né un uomo né un soldo”. Giocavano in questa direzione sia il timore, comune a tutti i dirigenti politici e sindacali, di compromettere l’organizzazione, sia il timore di perdere piccole posizioni di potere particolarmente in parlamento, sia soprattutto la sostanziale integrazione al sistema che era ormai un fatto compiuto. Dal congresso di Mannheim del 1906 l’alleanza della direzione del partito con i sindacalisti e con i revisionisti dominava ormai il partito e rendeva sempre più difficile la vita della minoranza di sinistra, specialmente dopo l’avvento alla segreteria del partito di Ebert che doveva qualche anno dopo salire alla presidenza, dopo la morte di Bebel. Nulla di più naturale quindi che, quando si avvicinò il momento decisivo della prima guerra mondiale, i dirigenti socialdemocratici tedeschi, pur fingendosi ancora fedeli alle parole d’ordine tradizionali fino a indire manifestazioni contro la guerra, dessero invece in segreto assicurazioni al cancelliere che la socialdemocrazia tedesca “non sarebbe venuta meno ai suoi doveri patriottici”. E il Kaiser scatenò la guerra sapendo di poter contare sull’appoggio del più forte partito del Reich. Per cui è giusto concludere a questo riguardo che se non può essere affermato con certezza che la strategia luxemburghiana sarebbe riuscita ad impedire la catastrofe bellica o comunque a darle una soluzione socialista, è certo invece che l’atteggiamento della socialdemocrazia prima del 1914 ha favorito lo scoppio della guerra mondiale, come l’atteggiamento successivo alla disfatta ha obiettivamente favorito l’avvento del nazismo.

Dobbiamo tuttavia esaminare ancora la dottrina luxemburghiana da un altro punto di vista. Se crediamo di avere, attraverso la nostra esposizione precedente, risposto all’accusa di “romanticismo rivoluzionario” che alla Luxemburg fu costantemente mossa da destra, dobbiamo ora prendere in considerazione l’altra critica, quella mossale soprattutto dai bolscevichi ma anche da altre parti, l’accusa cioè di spontaneismo, di sottovalutazione della funzione dirigente del partito, di sottovalutazione della direzione cosciente della lotta rivoluzionaria. È noto che Rosa Luxemburg ebbe molti scontri polemici con Lenin, quello sul problema nazionale, quello sull’interpretazione dell’imperialismo e sulla possibilità di guerre nazionali in periodo imperialistico, quello sulla unificazione o meno delle varie frazioni in cui era diviso il movimento socialista russo, ma il più importante di tutti è probabilmente quello relativo al problema partito-classe, e quindi al ruolo della spontaneità, tanto più che a questo problema si ricollegano poi le critiche avanzate nei confronti della sinistra socialista tedesca, e in particolare di Rosa Luxemburg, di aver trascurato l’organizzazione della frazione in tempo utile e di avere poi ritardato la scissione sia dal partito socialdemocratico, sia dal nuovo partito socialdemocratico indipendente sorto durante la guerra, presentandosi così organizzativamente impreparata ai grandi eventi postbellici. Se di qualcuna di queste polemiche ci siamo occupati nelle note introduttive ai singoli saggi, crediamo indispensabile affrontare in questa sede l’accusa di spontaneismo che è, come dicemmo, la più importante.

Ma non potremmo esaminare seriamente questo problema se non affrontandolo alle radici. È noto che il fondamento teorico della critica leninista alla spontaneità è l’affermazione contenuta in Che fare?: “Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue sole forze, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionistica, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche, che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali” [195]. Ora la teoria dell’introduzione dell’elemento cosciente dall’esterno nella lotta di classe del proletariato è in Lenin di derivazione kautskiana [196], ma è una teoria di ispirazione illuministica e non certamente marxista. Non c’è bisogno di scomodare molti testi per convincersene: basta ricordare il Manifesto [197] o la Miseria della filosofia [198]. I passi che riportiamo in nota dicono chiaramente che il proletariato si eleva da sé a classe e a partito politico, il che, per chi conosca il pensiero di Marx, significa che si eleva alla coscienza di classe: finché esso non è giunto a questa fase i teorici non sono che meri utopisti, e quando finalmente il proletariato è giunto a maturità di partito essi “devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce”. I teorici sono dunque soltanto portavoce del proletariato: ben lungi dall’apportargli dall’esterno la coscienza, sono essi che traggono le loro teorie dall’esperienza del proletariato. Che questi teorici siano poi degli intellettuali borghesi o siano invece degli operai che riflettano sulla propria esperienza è un fatto meramente accidentale e di nessuna importanza in questa sede: se anche sono di origine borghese, in quanto si fanno “portavoce” del proletariato sono integrati a questa classe. Quel che importa per Marx è che la classe operaia acquista coscienza di classe attraverso le proprie lotte e attraverso, naturalmente, la riflessione cosciente su queste lotte: basta del resto ricordare le glosse a Feuerbach, soprattutto la terza, per rendersi conto che il proletariato secondo Marx non può essere educato dall’esterno (altrimenti, chi educherà l’educatore?) perché, data l’unità inscindibile di teoria e prassi, è solo attraverso la prassi (la propria e non l’altrui), la lotta, l’azione, l’esperienza che si forma la coscienza. Certo non tutto il proletariato si eleva contemporaneamente allo stesso livello di coscienza, e la parte più avanzata, più cosciente si sforza di aiutare gli altri proletari ad elevarsi al livello medesimo ch’essa ha raggiunto: compito di questa parte più avanzata, dei militanti più coscienti, dei comunisti come diceva Marx nei suoi primi scritti o dei socialdemocratici come dicevano Lenin e la Luxemburg nei loro scritti di questo periodo, è di lottare con gli altri proletari e di aiutarli a capire perché veramente lottano, quali sono le ragioni profonde della lotta di classe e quali sono gli interessi permanenti del proletariato come classe.

È dunque perfettamente in armonia con il pensiero marxista Rosa Luxemburg quando scrive: “La lotta di classe proletaria è più antica della socialdemocrazia; prodotto elementare della società classista, essa divampa già con l’ingresso del capitalismo in Europa. Non e la socialdemocrazia che ha educato per la prima il proletariato moderno per la lotta di classe, ma è questo piuttosto che l’ha chiamata in vita per portare coscienza dello scopo e coordinazione nei diversi frammenti locali e temporali della lotta delle classi” [199]. È chiaro quali sviluppi e quali contrasti possano essere impliciti in questi differenti punti di partenza. Secondo la tesi di Kautsky e di Lenin si ha un’opposizione quasi meccanica fra spontaneità e coscienza, quest’ultima considerata elemento di origine esterna: vi è quindi in questi casi il pericolo di un distacco permanente, di una frattura fra l’elemento cosciente e la massa, che può essere una frattura fra partito e classe, o addirittura una frattura fra dirigenti e base. Che nella pratica Lenin sia sempre riuscito ad evitare questa frattura, ciò è dovuto alle sue eccezionali qualità di capo, sempre estremamente pronto a cogliere e, nella misura possibile, ad accogliere gli stati d’animo o le aspirazioni delle masse. Ma che il pericolo fosse implicito nella sua teoria, e nella mentalità che ne derivava ai dirigenti del partito è innegabile, e gli avvenimenti successivi alla sua morte l’hanno confermato nel modo più doloroso. Nel pensiero marxista invece, seguito su questo punto dalla Luxemburg, il rapporto spontaneità-coscienza non implica contrapposizione, ma passaggio dialettico: la coscienza nasce dalla spontaneità superandola in un processo di formazione ininterrotto, che evita le fratture, in modo che fra la massa e l’elemento politico attivo, fra la classe e il partito, fra la base e i dirigenti vi sia una circolazione continua non in un senso solo (trasmissione di coscienza dall’alto al basso) ma in due sensi perché la coscienza stessa nasce e si nutre dell’esperienza delle lotte spontanee.

Quando parliamo di “processo ininterrotto” di formazione della coscienza, non intendiamo tuttavia che essa debba sgorgare quasi automaticamente come un prodotto naturale, come la secrezione di una ghiandola, secondo una concezione “organica” del processo stesso. In realtà il passaggio dalla spontaneità alla coscienza implica sempre un mutamento qualitativo, un superamento dialettico, superamento dei propri errori attraverso l’autocritica, come Rosa Luxemburg sottolinea con forza, superamento del momento dell’immediatezza nel momento della riflessione. Basta ricordare l’opinione di Rosa Luxemburg circa la natura contraddittoria del movimento operaio in cui sono insieme compresenti il momento della lotta quotidiana per miglioramenti nel quadro della presente società e il momento dello scopo finale cioè dei superamento rivoluzionario della società medesima, per vedere in un certo senso la stessa interna tensione e la stessa dialettica nel rapporto spontaneità-coscienza. È ancora la medesima dialettica che si deve vedere nel rapporto classe-partito, e la Luxemburg ha certamente ragione di criticare l’infelice espressione di Lenin secondo cui “il socialdemocratico rivoluzionario” sarebbe come “il giacobino legato all’organizzazione degli operai coscienti”. “In effetti, - dice la Luxemburg - la socialdemocrazia non è legata all’organizzazione della classe operaia (questa parola indicherebbe ancora un aspetto di estraneità, n. d. L. B.), ma è il movimento specifico della classe operaia (quindi interno, nel senso che si è sopra spiegato, n. d. L. B.). Il centralismo socialdemocratico deve quindi essere di qualità essenzialmente diversa da quello blanquistico. Esso non può essere altro che il momento imperativo in cui si unifica la volontà dell’avanguardia cosciente e militante della classe operaia di fronte ai suoi singoli gruppi e individui, e questo è per così dire un “autocentralismo” dello strato dirigente del proletariato, il dominio della maggioranza all’interno della propria organizzazione di partito” [200].

Ora in Rosa Luxemburg i due momenti di questo processo dialettico, spontaneità e coscienza, masse e partito, sono sempre presenti e sono teoricamente visti nel loro giusto rapporto. “La socialdemocrazia è l’avanguardia più illuminata e più ricca di coscienza di classe del proletariato. Essa non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria”, attendere cioè che quello spontaneo movimento di popolo cada dal cielo. Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo”,è un passo che abbiamo già per altra ragione ricordato [201]. E nello stesso scritto Rosa Luxemburg annovera fra i compiti di direzione che spettano alla socialdemocrazia in periodi di lotte di massa quelli di “dare la parola d’ordine, l’indirizzo alla lotta, regolare la tattica della lotta politica in modo che in ogni fase e in ogni momento della lotta l’intera somma della forza attiva del proletariato, disponibile e già impegnata, venga realizzata e si esprima nella posizione di lotta del partito, e inoltre che la tattica della socialdemocrazia per la sua decisione e rigore non sia mai al disotto del livello del rapporto effettivo delle forze, ma piuttosto che sopravanzi questo livello, questo è il più importante compito di “direzione” nel periodo dello sciopero di massa” [202].

Esiste quindi indiscutibilmente anche per la Luxemburg un problema di direzione cosciente delle lotte, di indirizzo generale, ma poiché questa direzione non scende dal cielo, non viene dall’esterno, ma è un momento del processo unitario di lotta del proletariato, momento espresso dal partito socialdemocratico, essa è necessariamente condizionata. Condizionata in primo luogo dalla situazione storica perché un’azione rivoluzionaria socialista non può mai essere inventata di sana pianta ma può nascere solo come un momento dello sviluppo storico, un “fattore della storia” secondo l’espressione da lei usata [203], ed è solo accettando di inserirsi nelle “leggi”, cioè nelle tendenze dello sviluppo sociale che la socialdemocrazia può far trionfare le sue decisioni [204]. Condizionata inoltre dall’adesione anche delle masse non organizzate e non coscienti, che agiscono sotto la spinta spontanea degli avvenimenti: se il partito è staccato dalle masse e dà parole d’ordine che le masse non sentono, che rimangono senza eco nel cuore del popolo, l’azione è destinata al fallimento. Ma se invece il partito ha interpretato bene il corso della storia e si è collocato nella giusta direzione dello sviluppo, se esso è in contatto permanente con le larghe masse e ne asseconda e incanala il potenziale spontaneo di lotta, magari addirittura lo suscita senza mai tollerare una frattura fra sé e le masse popolari, allora davvero l’azione di massa diventa un reale movimento di popolo e la rivoluzione si apre vittoriosamente la strada.

Ma perché non si crei una frattura fra il partito e le masse, o fra i dirigenti e la base, bisogna che la direzione del partito non si limiti a lanciare parole d’ordine ma si sforzi con ogni mezzo di spiegarle, di chiarirne le ragioni e gli obiettivi, di dire alle masse la verità. La massa non può guidarsi da sé perché essa “come Thàlatta, il mare eterno, cela sempre in sé tutte le possibilità latenti: la calma di morte della bonaccia e l’infuriare della tempesta, la più abbietta viltà e il più selvaggio eroismo. La massa è sempre ciò che deve essere in forza delle circostanze, ed è sempre pronta a divenire qualche cosa di totalmente diverso da quello che pare” [205]. La massa dev’essere guidata ma guidata con la verità: su questo punto, sulla funzione rivoluzionaria della verità e sulla sua imprescindibilità nel rapporto dirigenti-masse, Rosa Luxemburg è di un intransigente rigore. “Non v’è nulla che sia altrettanto dannoso alla rivoluzione come le illusioni, non v’è nulla che le sia più utile della chiara, aperta verità” [206]. Perciò “se i più larghi strati del proletariato devono essere guadagnati in vista di un’azione politica dì massa dalla socialdemocrazia, e se reciprocamente la socialdemocrazia in un movimento di massa deve afferrare e conservare la direzione reale, diventare padrona in senso politico di tutto il movimento, allora essa deve con tutta chiarezza coerenza e decisione far conoscere al proletariato la tattica e gli scopi per il periodo delle lotte che verranno” [207]. Solo in questo modo si sviluppa veramente un processo di formazione di coscienza, si incoraggia l’iniziativa e l’autoeducazione delle masse, solo in questo modo anche gli errori diventano fecondi.

“Il proletariato moderno esce in modo ben diverso da queste prove storiche. Giganteschi come i suoi compiti sono i suoi errori. Nessuno schema prestabilito, valido una volta per tutte, nessuna guida infallibile gli mostra il sentiero che deve percorrere. L’esperienza storica e la sua sola maestra, la strada di spine della sua autoliberazione non e lastricata soltanto di infinite sofferenze, ma anche di innumerevoli errori. La meta del suo viaggio, la sua emancipazione dipende dal problema se il proletariato è in grado di apprendere dai propri errori. L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino in fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario. La capitolazione del proletariato socialista nell’attuale guerra mondiale è senza esempi nella storia, e una sventura per tutta l’umanità. Ma il socialismo sarebbe perduto soltanto se il proletariato internazionale non potesse misurare la profondità di questa caduta e non volesse apprendere qualche cosa da tutto ciò” [208]. In questo quadro appare chiaro il senso della frase famosa con cui Rosa Luxemburg chiude la sua polemica del 1904 contro il principio centralistico di Lenin: “I passi falsi che compie un reale movimento operaio rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale” [209]. In altre parole, se non v’è distacco fra dirigenti e masse, se vi è fra gli uni e gli altri il rapporto dialettico costante che abbiamo indicato, se quindi la massa agisce sotto la sua spinta spontanea ed è messa dal partito in grado di capirne la ragione e gli obiettivi, allora anche se l’azione dovesse risultare un insuccesso e un errore, e un errore fecondo. Ma se le masse sono comandate, o chiamate soltanto quando piaccia ai dirigenti, allora manca il rapporto dialettico, c’è frattura e quindi c’è ricaduta nel blanquismo [210], che si differenzia nettamente su questo punto dal marxismo nel senso che non chiama le masse ad una partecipazione costante e cosciente alla lotta politica ma le mobilita solo per assecondare le decisioni dei capi secondo i piani di una cospirazione che si è svolta all’infuori di ogni contatto e all’insaputa stessa delle masse [211]. Sappiamo che dopo l’esperienza della rivoluzione russa del 1905 la Luxemburg stessa respingeva l’accusa di blanquismo mossa dai menscevichi a Lenin, ma il dissenso che abbiamo tratteggiato rimase sostanzialmente immutato sui problemi della spontaneità, dell’organizzazione e della direzione dall’alto.

In particolare sui problemi dell’organizzazione lo scontro con Lenin doveva essere vivace e Lenin non perse mai occasione di denunciare la concezione luxemburghiana dell’organizzazione come processo. In che cosa consisteva questa concezione? Nella sua polemica del 1904 con Lenin, Rosa Luxemburg aveva scritto che la socialdemocrazia “sorge dalla lotta di classe elementare. Si muove in questa contraddizione dialettica che da un lato l’esercito proletario si recluta solo nel corso stesso della lotta e dall’altro che è ancora soltanto nella lotta che ne chiarisce a se stesso gli scopi. Organizzazione, chiarificazione e lotta non sono qui momenti divisi, meccanicamente e anche temporalmente separati, come in un movimento blanquista, ma sono soltanto facce diverse di un medesimo processo. Da un lato - a prescindere dai principi generali della lotta - non esiste bell’e pronta nessuna tattica dettagliata e fissata in anticipo. D’altro lato il corso della lotta, che crea l’organizzazione, determina una fluttuazione continua della sfera d’influenza della socialdemocrazia” [212]. Vi era certamente in questa posizione della Luxemburg il pericolo di smarrire, nel quadro di una prospettiva sostanzialmente giusta, il senso delle necessarie distinzioni. Certo nel corso della lotta, che è quanto dire nel corso del processo storico, si forma la coscienza di classe e anche le strutture organizzative si modificano, si trasformano, si adeguano alle situazioni in movimento: perciò la polemica contro l’organizzazione rigida, chiusa e statica, l’organizzazione fine a se stessa, è profondamente giusta ma non può giungere a una totale svalutazione del momento organizzativo, non può giungere alla pretesa di abbandonare di volta in volta alla spontaneità creatrice delle masse anche le forme organizzative. In questo senso ha ragione Lukács quando scrive che la Luxemburg con grande perspicacia ha scorto il limite della concezione tradizionale dell’organizzazione, falsa nella sua relazione con le masse, e che con questo essa ha fatto fare un grande passo in avanti verso una conoscenza chiara del problema dell’organizzazione strappandolo dal suo isolamento astratto e inserendolo nella totalità del processo storico, ma che per questa via essa è indubbiamente caduta nell’errore di concepire talvolta la lotta delle masse senza la mediazione del partito e dell’organizzazione, o perlomeno con una forte svalutazione di questo momento. È giusto tuttavia riconoscere che questa concezione ha permesso alla Luxemburg di intendere l’importanza che nel corso del processo rivoluzionario assumono le masse non organizzate e di vedere per prima il valore di nuove forme organizzative. A questo proposito è particolarmente significativa la testimonianza di Zinoviev: “Mi ricordo delle mie chiacchierate con Rosa Luxemburg nel 1906 a Kuokkala, nel piccolo appartamento di Lenin che viveva allora in una specie di esilio, dopo lo scacco della nostra prima rivoluzione. È Rosa Luxemburg che per prima si accinse a scrivere un riassunto teorico delle cause che avevano determinato lo scacco della rivoluzione; è lei che prima fra i militanti marxisti comprese che cosa rappresentavano già i nostri soviet nel 1905, quantunque non fossero allora che allo stato di abbozzo” [213].

In sostanza possiamo dire che se sul piano delle formulazioni teoriche non vi sono forti obiezioni di principio da muovere all’impostazione luxemburghiana, essa tuttavia era nella pratica indotta talvolta a cadere nella sopravvalutazione dell’elemento spontaneo in contrasto con Lenin, le cui formulazioni sono talora meno rigorose, ma la cui capacità di direzione pratica, anche nelle condizioni più difficili, rimane insuperata. Non tanto quindi di una vera e propria “teoria della spontaneità” è giusto parlare per la Luxemburg quanto di un’eccessiva fiducia talora dimostrata nei fatti verso l’iniziativa spontanea della massa che, come ha scritto recentemente il Flechteim, essa era portata a vedere con i colori stessi con cui Eisenstein vede la folla di Odessa nella Corazzata Potemkin [214]. Ma questo suo atteggiamento era in gran parte dovuto alla reazione contro la situazione del movimento operaio tedesco: contro “il burocratismo e una certa ristrettezza di vedute” dei funzionari sindacali, che diventano un ostacolo alla crescita del movimento [215], contro la pretesa di imporre alla massa “la virtù meramente passiva della disciplina” [216], contro il pericolo continuamente presente che i funzionari di partito si considerassero “come i titolari professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale di partito” trasformando gli iscritti in meri esecutori di direttive [217], contro “il ruolo essenzialmente conservatore della direzione socialdemocratica” [218], e in genere contro tutta la politica di freno, di spegnimento e di capitolazione dei dirigenti. Nessun dubbio che, nelle condizioni effettive della socialdemocrazia tedesca l’azione delle masse rappresentasse l’elemento di rottura delle cristallizzazioni burocratiche e conservatrici degli apparati e delle organizzazioni, e fosse la sola fonte da cui potevano scaturire nuovi metodi di lotta e più avanzati traguardi. Ma che Rosa Luxemburg sapesse comprendere il valore di una direzione rivoluzionaria lo prova il fatto che nella socialdemocrazia polacca, che aveva appunto una direzione rivoluzionaria di cui essa faceva parte, il ruolo della direzione non fu mai sottovalutato, e che quando preparò le tesi per una nuova Internazionale rivoluzionaria del dopoguerra essa pose l’accento sulla necessaria direzione centralizzata, attirandosi la critica di Liebknecht che difendeva la spontaneità delle masse proprio contro la Luxemburg [219].

Un altro aspetto dell’atteggiamento di Rosa Luxemburg che viene fatto oggetto di critica, in relazione alla sua svalutazione del momento organizzativo, e, come abbiamo già accennato, la mancata costituzione di una frazione di sinistra all’interno del partito socialdemocratico e la troppo tardiva scissione, e quindi costituzione di un partito autonomo, dopo gli eventi della guerra. Se è indiscutibile che la costituzione di una frazione o addirittura di un partito autonomo diventa una necessità per degli autentici militanti socialisti quando la politica della maggioranza che guida il partito sia una politica di capitolazione e quindi di integrazione nella società capitalistica, è tuttavia doveroso precisare che un simile atteggiamento contrastava allora con la natura della socialdemocrazia tedesca. Non ha infatti molto senso fare un paragone con Lenin, il quale militava in un partito appena sorto, i cui quadri principali vivevano in esilio e che non organizzava larghe masse. Al contrario Rosa Luxemburg era entrata nel 1898 a far parte della socialdemocrazia tedesca, un partito che aveva già 35 anni di vita e una forte organizzazione, che aveva sempre esaltato come una conquista l’unità della c

lasse operaia e che da tutti veniva appunto considerato come “il” partito della classe operaia. Qualunque tentativo di scissione sarebbe stato votato al più clamoroso insuccesso, non solo per la vischiosità generale che hanno tutte le organizzazioni operanti ma per la forza particolare della socialdemocrazia tedesca, sia sul piano organizzativo sia sul piano psicologico. E anche la costituzione di una frazione era difficile per queste stesse ragioni, ma altresì perché per molti anni all’interno della socialdemocrazia tedesca proprio la sinistra si era fatta sostenitrice ad oltranza della disciplina nei confronti della destra che violava nella pratica le decisioni dei congressi.

Ciononostante a cominciare dal 1913 un principio di organizzazione frazionistica si era avuto con la creazione di un periodico ciclostilato, la Sozialdemokratische Korrespondenz ad opera della Luxemburg, di Mehring e di Karski-Marchlewski, ma la forza coesiva del partito e il terrore degli atti di indisciplina erano tali che ancora, dopo il 4 agosto 1914, cioè dopo il clamoroso voltafaccia della direzione che aveva calpestato tutte le più solenni decisioni congressuali e tutte le più radicate tradizioni, non fu possibile a Rosa Luxemburg raccogliere per una progettata dichiarazione di protesta che altre due sole firme oltre la propria [220]. Fra queste tre persone non c’era Karl Liebknecht non certo perché egli mancasse del coraggio necessario, ma perché allora riteneva che un atto di rottura della disciplina potesse isolarlo proprio da quelle masse su cui si faceva affidamento per l’azione futura, ma per parlare alle quali era necessario presentarsi in veste di compagno di partito [221]. Se compagni anche autorevoli e seriamente impegnati respingevano per questa ragione l’idea dell’indisciplina, era logico che a maggior ragione respingessero l’idea della scissione: “Nel nostro modo di agire non pensammo neppure un istante a una scissione del partito”, ha scritto di recente un protagonista di quella vicenda [222]. È certo indubitabile che la reticenza della Luxemburg e dei suoi compagni a impegnarsi sulla strada della scissione del partito e dell’Internazionale [223], nasceva anche alla loro concezione generale politica: quanto più si ha tendenza a spostare il centro di gravità dal vertice alla base, dai capi alla classe, tanto più si sente fortemente il bisogno di unità e viceversa tanto più fortemente si sente il bisogno di omogeneità, e quindi se necessario di una scissione, quanto più il centro di gravità viene fatto risalire verso la direzione. Ragioni di principio e ragioni storiche operarono quindi congiuntamente a ritardare la scissione: tuttavia non si può dire che Rosa Luxemburg non ne vedesse a un certo momento la necessità e non indirizzasse in quella direzione i suoi sforz [224], pur avendo sempre presente la necessità di mantenere il contatto con le masse e di realizzare una scissione che comportasse la più forte lacerazione possibile anche alla base del partito. Sarebbe perciò difficile dare su questo problema un giudizio soltanto di principio: non si può parlare in astratto di frazioni o di scissione perché quando si opera nel vivo dell’azione politica troppi sono i fattori da cui dipende un giudizio sull’opportunità concreta di compiere un determinato atto e soprattutto di compierlo in un determinato momento e in un determinato modo. Per concludere su questo punto, diremo che ha ragione Lenin di negare che le masse possano spontaneamente dirigere la lotta per il socialismo, la quale presuppone un grado di coscienza altamente sviluppato, proprio soltanto del momento “direttivo”. La Luxemburg non afferma mai il contrario, e anzi riconosce l’esigenza di questa direzione, ma ne svaluta praticamente il ruolo e in ciò ha certamente torto, ma ha ragione, a nostro avviso, di ritenere che questo momento direttivo non possa rimanere momento esclusivo dei dirigenti, esterno e superiore alle masse, senza la cui partecipazione spontanea e la cui esperienza diretta non si arriva a sviluppare la coscienza di classe che e la vera forza del socialismo. Lungi dall’essere contrapposti perciò, i due momenti della direzione e della spontaneità costituiscono i termini di una sintesi nel senso che senza l’esperienza delle masse non si forma neppure la capacita dei dirigenti e che questa a sua volta e un momento necessario del successo a condizione tuttavia di integrarsi ininterrottamente nella coscienza delle masse.

Dato il carattere che abbiamo dato a questa introduzione, che non è una narrazione storica, non è questa la sede per esporre le travagliate vicende degli ultimi anni - quelli della guerra che Rosa Luxemburg trascorse in gran parte in carcere - e delle ultime settimane, quelle della rivoluzione. Sono avvenimenti largamente conosciuti e, per quanto può essere necessario all’intendimento dei testi compresi in questo volume, ne facciamo cenno nelle rispettive note introduttive. Non possiamo però concludere questa nostra trattazione senza toccare un ultimo punto che rientra nella teoria rivoluzionaria di cui ci stiamo occupando: si tratta delle critiche mosse dalla Luxemburg ai bolscevichi per la loro condotta rivoluzionaria, contenute per l’essenziale nello scritto su La rivoluzione russa che fa pure parte della presente raccolta. Di alcune critiche ci occupiamo nella nota introduttiva: in questa sede non possiamo peraltro tralasciare la critica che investe il problema della dittatura del proletariato e della democrazia nel corso della rivoluzione.

Chi legga oggi a distanza di 35 anni, naturalmente con spirito marxista, le pagine della Luxemburg sulla democrazia socialista non può non restarne affascinato. Essa è interamente d’accordo con i bolscevichi circa i compiti della rivoluzione. “I bolscevichi si sono subito proposti come scopo di questa presa del potere il programma rivoluzionario completo e più ampio possibile: non consolidamento della democrazia borghese, ma dittatura del proletariato allo scopo di realizzare il socialismo. Si sono con ciò conquistato il merito storicamente imperituro di proclamare per la prima volta quale programma immediato della politica pratica, i fini ultimi del socialismo” [225]. Ma “la dittatura del proletariato è la democrazia nel senso socialista del termine. La dittatura del proletariato (...) significa (...) l’uso di tutti i mezzi del potere politico per l’edificazione del socialismo, per l’espropriazione della classe capitalistica, conforme al sentimento e per volontà della maggioranza rivoluzionaria del proletariato, dunque nello spirito della democrazia socialista. Senza la volontà cosciente e l’azione cosciente della maggioranza del proletariato, non c’è socialismo” [226]. "È la missione storica del proletariato giunto al potere di creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non di distruggere ogni forma di democrazia (...). La democrazia socialista comincia insieme all’opera di distruzione della dominazione di classe e di costruzione del socialismo. Essa comincia nel momento in cui viene preso il potere da parte del partito socialista. Essa non è altro che la dittatura del proletariato" [227]. La dittatura del proletariato non è quindi la negazione della democrazia, come sostiene Kautsky e come da un punto di vista opposto sembrano sostenere Lenin e Trotski, ma è il principio della democrazia socialista perché e la dittatura di tutta la classe e non del solo partito.

Riappare qui il vecchio contrasto Luxemburg-Lenin e ancora una volta dobbiamo dire che l’enunciazione che Rosa Luxemburg fa dei principi della dittatura del proletariato è perfettamente corrispondente all’insegnamento marxista. Ma essi erano validi per una rivoluzione socialista nelle condizioni a cui Marx aveva sempre pensato, cioè per una rivoluzione che sopravvenisse in un paese di capitalismo molto avanzato e non in un paese arretrato come la Russia del 1917 dove mancavano assolutamente le condizioni per una simile dittatura del proletariato, che fosse il pieno dispiegarsi della democrazia socialista, “la più larga e illimitata democrazia”, la “libertà di chi pensa diversamente”.[228] Certo Rosa Luxemburg ha ragione quando sostiene che il socialismo può maturare solo grazie all’iniziativa, alla capacità creativa, alla partecipazione delle masse; che “decreti, potere dittatoriale degli ispettori delle fabbriche, pene draconiane, terrorismo, sono solo dei palliativi” e che “l’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica”, ma era questo possibile nella Russia di allora, con un proletariato in gran parte scarsamente preparato, con dei terribili problemi da risolvere, con la minaccia dell’aggressione capitalistica e con la guerra civile in atto?[229] e soprattutto nella carenza del proletariato internazionale, nell’isolamento della Russia? La Luxemburg stessa lo avverte quando scrive: “Tutto ciò che accade in Russia è spiegabile, è una catena inevitabile di cause ed effetti i cui punti di partenza e di arrivo sono la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperialismo tedesco. Sarebbe chiedere a Lenin e compagni opera sovrumana se si esigesse che in queste condizioni si creasse quasi per incanto la miglior democrazia, il modello di dittatura del proletariato ed una fiorente economia socialista”.[230] In questa frase c’è già la risposta ad alcune critiche della Luxemburg ai bolscevichi, p. es. a quella di avere sciolto l’Assemblea costituente. Non c’è dubbio che se i bolscevichi si fossero sottomessi all’Assemblea costituente, dove erano minoranza, non avrebbero fatto la rivoluzione e avrebbero restituito il potere alla borghesia e questo a nessun costo avrebbe voluto la Luxemburg. Ed è del resto probabile che su questo punto essa abbia poi modificato la sua opinione, come sostennero i suoi compagni tedeschi, perché nelle infuocate giornate del novembre e dicembre 1918 essa si pronunciò risolutamente contro la convocazione di una costituente tedesca e in favore del potere ai consigli degli operai e dei soldati.[231]

Se quindi è da ritenere che, nei termini in cui fu redatta, la critica luxemburghiana pecchi rispetto alla realtà storica del momento che esigeva un potere fortemente centralizzato, resta tuttavia che lo spirito di quella critica non solo è nella grande direttrice del marxismo, ma è lo spirito che deve comunque animare dei dirigenti rivoluzionari marxisti. Se Rosa Luxemburg si fosse trovata a fianco dei bolscevichi nella rivoluzione russa di quegli anni, o se fosse riuscita a giungere alla testa di una rivoluzione tedesca vittoriosa, il suo senso della concretezza l’avrebbe sicuramente costretta ad una serie di atti di forza, di centralizzazione del potere da lei non previsti alla vigilia. In questo senso le sue prese di posizione fra il novembre 1918 e il gennaio 1919 sono molto significative e non c’è dubbio che lottando per la vittoria o la sconfitta della rivoluzione contro un nemico insidioso e annidato in ogni angolo non avrebbe esitato di fronte a misure draconiane. Ma in nessun momento avrebbe dimenticato il carattere eccezionale di quelle misure, in nessun momento avrebbe dimenticato l’esigenza di realizzare sempre il massimo possibile di partecipazione e di democrazia, in nessun momento avrebbe trascurato il dovere di dire la verità alle masse e di render ragione degli atti compiuti dalla rivoluzione. Il regime eccezionale sarebbe stato veramente eccezionale in una linea di sviluppo che avrebbe teso a creare al più presto le condizioni di una vita democratica. Perciò la critica più profonda che essa muove ai bolscevichi è probabilmente quella conclusiva, quella di teorizzare i loro atteggiamenti contingenti, di fare dell’eccezione la regola di condotta. “Con il loro atteggiamento decisamente rivoluzionario, con la loro esemplare forza di azione e la loro incrollabile fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno veramente fatto quanto era da farsi in circostanze così diabolicamente difficili. Il pericolo comincia nel momento in cui, facendo di necessità virtù, essi fissano teoricamente in tutti i dettagli la tattica a cui sono costretti da queste fatali condizioni e vogliono raccomandarla come modello di tattica socialista, all’imitazione del proletariato internazionale. Come in tal modo si pongono da se stessi sotto una luce falsa, e pongono il loro reale incontestabile merito storico sotto il moggio di deviazioni imposte dalla necessità, così rendono un cattivo servizio al socialismo internazionale per il quale hanno lottato e sofferto, quando vogliono introdurre nel suo bagaglio come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità, storture che in fin dei conti non furono che contraccolpi della bancarotta del socialismo internazionale in questa guerra mondiale (...). Essi non devono pretendere di compiere miracoli. Perché una rivoluzione proletaria, esemplare e perfetta, in un paese isolato, spossato dalla guerra mondiale, strozzato dall’imperialismo, tradito dal proletariato internazionale, sarebbe un miracolo. Quel che importa è distinguere nella politica dei bolscevichi, l’essenziale dall’accessorio, la sostanza dall’accidente”.[232]Che questa critica colpisse nel segno, che individuasse un pericolo reale è provato a sufficienza dalla tendenza, sviluppatasi a dismisura dopo la morte di Lenin, ad elevare l’esperienza assolutamente originale della rivoluzione russa a “modello di tattica socialista” fino a fissarla in uno schema valido per tutti e addirittura in un dogma di fede. E crediamo altresì che fosse una giusta valutazione ritenere che sarebbe stato “un cattivo servizio al socialismo internazionale” fargli accettare non solo l’immenso patrimonio positivo che la rivoluzione d’ottobre aveva rappresentato, ma anche “come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità”, e siamo fermamente convinti che nello sforzo per il superamento di questi errori in cui il movimento operaio è ora impegnato il pensiero di Rosa Luxemburg possa essere di aiuto efficace.

Ed è certamente valida anche la sua spiegazione della radice di questi errori, cioè l’isolamento internazionale della rivoluzione russa. D’accordo con Marx e con Lenin, essa credeva che una rivoluzione russa avrebbe potuto portare la classe operaia al potere ma che “la rivoluzione russa per i suoi destini dipendeva completamente dagli avvenimenti internazionali”.[233]Che poi, venuta meno la rivoluzione internazionale, la Russia abbia potuto camminare da sola sulla via dei socialismo non toglie nulla alla validità del ragionamento luxemburghiano che in questo non si discosta affatto dalle posizioni di Lenin: in realtà la costruzione del socialismo nella sola Russia, che era la sola scelta rimasta ai bolscevichi, è costata infinitamente più sacrifici più sangue e più lacrime di quanto non sarebbe altrimenti accaduto, e la responsabilità non ricade solo su Stalin, ma anche e soprattutto sul movimento operaio internazionale che ha lasciato la Russia in quella situazione di isolamento. E questa è un’altra valida conclusione dello scritto di Rosa Luxemburg, sorretta in questa analisi dal suo profondo spirito internazionalista.

Forse nessuno ebbe chiara come lei la coscienza dell’internazionalità del movimento operaio e degli stretti legami che correvano fra le vicende della lotta nei diversi paesi.[234] In un periodo in cui il movimento operaio occidentale si avviava già per la strada, che poi avrebbe largamente seguito, della progressiva integrazione alla società capitalistica e quindi anche alla sua dimensione statale e nazionale, Rosa Luxemburg difese con fermezza le ragioni dell’internazionalismo, non solo per la sua duplice appartenenza al movimento polacco-russo e a quello tedesco, non solo per il legame quasi religioso, ch’essa sentiva con l’umanità tutta intera[235], ma per gli stessi suoi studi. Come la politica dell’imperialismo da lei analizzata acutamente nei suoi scritti creava una fitta rete di rapporti internazionali che finiva con l’abbracciare le classi dirigenti di tutti gli Stati così essa avvertiva che la lotta antimperialistica e anticapitalistica del proletariato non poteva svolgersi in vaso chiuso nell’ambito dei singoli Stati: a ciò la portava la sua visione del processo storico tesa ad afferrare tutti gli effetti e tutte le implicazioni di ogni singolo momento per collocarlo nel quadro della totalità nel quale soltanto può essere veramente compreso.

Ora, come abbiamo visto, essa aveva fin dalla rivoluzione del 1905 insistito sulla reciproca influenza del movimento operaio russo e tedesco e sulla necessità di collegarne gli sforzi per la riuscita della rivoluzione socialista. Essa non poteva quindi non sentire che le terribili difficoltà in cui si dibatteva la rivoluzione russa erano dovute in primo luogo alla responsabilità della socialdemocrazia tedesca che si era adoperata per anni a spegnere tutta la vitalità rivoluzionaria del proletariato tedesco e che ne utilizzava la disciplina cadaverica per trattenerlo sulla via della rivoluzione e della solidarietà attiva con la rivoluzione russa.[236] E tutti i suoi sforzi furono diretti ad accelerare la rivoluzione tedesca per por fine alla carneficina e per assicurare il trionfo del socialismo attraverso la solidarietà dei proletariati russo e tedesco. Fin dall’aprile 1917, e cioè sette mesi prima della vittoria bolscevica, essa vede nello scoppio della nuova rivoluzione russa un “messaggio di salvezza” e annuncia all’amica Marta Rosenbaum che “è la nostra propria causa che vince”, che “quel che viene dalla Russia” “s’irraggerà per tutta l’Europa” e che “ora ha inizio un’epoca nuova”.[237]E nel maggio scrive che si tratta di una “rivoluzione proletaria di portata storica mondiale, che deve ripercuotersi in tutti i paesi capitalistici e che proprio in quanto lotta socialista-proletaria per il potere così in Germania come altrove può essere propagata soltanto per via rivoluzionaria”.[238]Purtroppo, constata nel gennaio 1918, “ la rivoluzione russa, se si prescinde da qualche coraggioso sforzo del proletariato italiano, è stata piantata in asso dai proletari di tutti i paesi”.[239]E nel settembre 1918, nello stesso periodo in cui scrive il saggio pubblicato postumo sulla rivoluzione russa, essa conclude l’articolo Die russische Tragodie con queste parole: “C’è una sola soluzione alla tragedia in cui è stretta la Russia: la rivolta alle spalle dell’imperialismo tedesco, la sollevazione delle masse tedesche, come segnale per porre internazionalmente una fine rivoluzionaria al massacro dei popoli. Salvare l’onore della rivoluzione russa è in quest’ora fatale l’identica cosa che salvare l’onore del proletariato tedesco e del socialismo internazionale”.[240]

Poche settimane dopo, la rivoluzione scoppiava e la guerra aveva termine. Ma subito la socialdemocrazia tedesca con gli Ebert, i Scheidemann e i Noske si precipitava al salvataggio del regime e cominciava una lotta senza quartiere fra le forze della conservazione, strette attorno alla socialdemocrazia, e le forze della rivoluzione strette attorno alla Lega Spartaco. Per due mesi dalle colonne della Rote Fahne ch’essa dirigeva, Rosa Luxemburg lanciò le parole d’ordine della rivoluzione, che sono caratteristiche del suo modo di pensare. Da un lato non si stancava di ripetere che il tempo del socialismo era ormai maturo, che il proletariato doveva opporsi alla conservazione dell’ordine borghese attraverso l’Assemblea costituente e assumere in proprio il potere con i consigli degli operai e dei soldati per instaurare la dittatura del proletariato, ma in pari tempo avvertiva che il socialismo non può essere opera di minoranza ma può essere realizzato solo dalla “grande maggioranza dei lavoratori”, che il potere dev’essere conquistato dal basso, che “solo mercé una costante, viva, reciproca azione delle masse e dei loro organi - i consigli dei deputati degli operai e dei soldati - si può impregnare lo Stato di spirito socialista... Il trionfo della Lega Spartaco (...) si identifica con il trionfo della grande massa della classe lavoratrice socialista”.[241]

Ma essa sapeva che la lotta non era facile, che, se anche vittoriosa, sarebbe durata a lungo e avrebbe cagionato molte vittime. “La classe capitalistica imperialistica, come ultimo rampollo della classe degli sfruttatori, supera la brutalità, lo scoperto cinismo e la bassezza di tutti i suoi predecessori. Essa difenderà il suo sancta sanctorum,il suo profitto e il suo privilegio dello sfruttamento con le unghie e con i denti, con quei metodi di fredda crudeltà che ha manifestato in tutta la storia della politica coloniale e nell’ultima guerra mondiale. Essa sommuoverà cielo e inferno contro il proletariato. Mobiliterà i contadini contro le città, aizzerà gli strati arretrati dei lavoratori contro l’avanguardia socialista, provocherà stragi con gli ufficiali”.[242]E di queste stragi sentiva su di sé l’incombente minaccia; sapeva che dopo Liebknecht nessuno era più odiato di lei dalle forze della reazione e in primo luogo dai socialdemocratici al governo. Mandando il 18 novembre le condoglianze agli amici Geck che avevano perduto il figlio negli ultimi giorni di guerra, essa scrive: “Tutti noi siamo soggetti alla cieca sorte, e mi conforta soltanto il pensiero che forse anch’io presto sarò spedita nell’al di là - forse da una pallottola della controrivoluzione che da tutti i lati è in agguato.[243]Erano parole profetiche.

Dopo che a fine dicembre il congresso della Lega Spartaco, pur approvando entusiasticamente il programma preparato da Rosa Luxemburg, ebbe respinto la sua proposta di partecipazione alle elezioni dell’Assemblea costituente[244], la corrente estremista del partito aveva di fatto il sopravvento ed era facile al governo socialdemocratico provocarla fino a trascinarla all’insurrezione armata. Rosa Luxemburg fu contraria a quella insurrezione perché essa non si lasciava ingannare dalla situazione berlinese ma la considerava nel quadro dei rapporti di forza in tutta la Germania ove gli avversari avevano la prevalenza: tuttavia volle proprio la “cieca sorte” che fosse l’iniziativa delle masse a costarle la vita. Perché nonostante la sua opposizione all’insurrezione, essa non volle per nessuna ragione disertare il suo posto: i comunisti, aveva scritto Marx, stanno in mezzo alle masse e le aiutano a capire “perché veramente combattono”, e Rosa volle rimanere in mezzo alle masse anche per rafforzare il processo di maturazione[245], anche dopo che il ministro socialdemocratico Noske ebbe chiamato a Berlino truppe imperiali per organizzare la repressione, e l’incitamento all’assassinio dei capi spartachiani fu pubblicamente diffuso persino dalle colonne del Vorwärts, e addirittura affisso sui muri. Lo storico Rosenberg parla a questo proposito di un residuo di decoro piccolo-borghese nella Luxemburg[246],ma a noi sembra più valida la tesi della Zetkin e di Lukács che parla di unità teorico-pratica che fu in lei viva fino alla fine e le impedì di distaccarsi dalle masse di cui non condivideva l’operato ma di cui a maggior ragione doveva contribuire a sviluppare la coscienza.[247]

Il 15 gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht furono arrestati dagli ufficiali di cavalleria ed assassinati prima di esser condotti in prigione. Il corpo di Rosa fu gettato in un canale, dove fu ritrovato soltanto qualche mese dopo. “Carlo e Rosa hanno compiuto il loro estremo dovere rivoluzionario” scriveva Leo Jogisches a Lenin appena fu certa la notizia della morte[248]:poche settimane dopo anche Jogisches, arrestato, subiva la sorte medesima.

Non si dovrebbe concludere un’analisi del pensiero di Rosa Luxemburg senza fare un cenno anche della sua personalità, di questa eccezionale personalità di cui fu scritto che riuniva in sé “la letizia del bimbo più lieto, la tenerezza della donna più tenera, la serietà e la forza intellettiva dell’uomo più serio” [249].

a speriamo di avere altra occasione di farlo, se ci sarà dato di pubblicare i documenti che testimoniano di questa personalità così ricca, le lettere che ci sono rimaste.

Solo qualche parola vogliamo aggiungere per un giudizio conclusivo sul contributo di Rosa Luxemburg al pensiero marxista. Per troppi anni, salvo pochi casi isolati, i suoi scritti sono stati usati solo strumentalmente nelle polemiche del movimento operaio secondo due approcci caratteristici. Da parte socialdemocratica si sono utilizzati solo pochissimi scritti, generalmente due (Problemi d’organizzazione e La rivoluzione russa, inclusi in questo volume) per farla apparire come l’avversaria di Lenin e dei bolscevichi, fustigatrice della dittatura del proletariato e strenuo difensore della democrazia, naturalmente borghese. Speriamo da parte nostra di esser riusciti a render chiaro che Rosa Luxemburg fu avversaria implacabile proprio della socialdemocrazia (nel senso odierno della parola), cioè di ogni politica socialista che si integri alla democrazia e alla società borghesi e non informi ogni suo atto allo scopo preciso di rovesciare la società capitalistica e realizzare la conquista del potere da parte dei lavoratori [250].

Da parte comunista si è partiti in generale dal presupposto che Lenin non ha mai sbagliato, che ha sempre avuto ragione, che quindi Rosa Luxemburg aveva per definizione torto in ogni sua polemica con Lenin e che i suoi meriti consistono nell’essersi a poco a poco avvicinata alla verità leninista. Ora noi siamo fermamente convinti che Lenin è stato soprattutto un grandissimo, difficilmente eguagliabile, capo rivoluzionario, che ha saputo scoprire e utilizzare tutte le possibilità strategiche e tattiche per condurre il proletariato russo alla vittoria. Ma in questo è anche il suo limite teorico, perché troppo spesso egli è portato dalla necessità della polemica contingente a presentare come verità assolute, come modelli, delle scelte tattiche perfettamente valide ma storicamente molto condizionate. Perciò chi legga Lenin senza collocarlo nella realtà storica in cui operava rischia di prendere dei formidabili abbagli. Ora Lenin operava nella realtà russa del suo tempo e Rosa Luxemburg in quella tedesca e in quella polacca: parecchi dei loro contrasti derivano appunto da questa situazione. Su alcuni di essi ci siamo già pronunciati; di altri ci occupiamo nelle note introduttive ai vari lavori. Qui ci preme soltanto rilevare che anche i limiti di Rosa Luxemburg sono legati alle sue qualità positive e sono essenzialmente due. Da un lato il suo appassionato senso di umanità, il suo legame profondo con tutti gli esseri, la sua aspirazione alla bontà come la vetta più alta dello spirito, lo stesso suo odio verso la società classista, creazione della storia, le davano una carica di ottimismo e di fiducia quasi rousseauiana nella natura umana che talvolta pesava sulle sue stesse valutazioni politiche. D’altro lato l’acutezza del suo ingegno e le sue analisi fortemente penetranti, che le avevano fatto scoprire i più riposti meccanismi della società capitalistica e in particolare dell’imperialismo, per quanto mascherati sotto i più vari colori, le davano una certa tendenza - non estranea del resto allo stesso Marx - a sopravvalutare il pur effettivo operare delle leggi dello sviluppo capitalistico nel senso di affrettarne i ritmi con la propria lungimiranza e di sottovalutare quindi gli aspetti non capitalistici della società di cui essa anticipava la futura scomparsa: da ciò anche l’insufficiente attenzione data al problema dei contadini [251].

Chiudendo il suo schizzo biografico di Rosa Luxemburg, scrive Kautsky: “Rosa Luxemburg e i suoi amici avranno sempre un posto di grande rilievo nella storia del socialismo; ma di questa storia essi hanno impersonato un’epoca, che è ormai giunta alla fine” [252].

Noi siamo d’avviso perfettamente contrario, nel senso che riteniamo che solo ora, con il fallimento della socialdemocrazia e con la crisi del dogmatismo, si apra veramente il periodo storico in cui il metodo e il pensiero di Rosa Luxemburg possono e devono diventare una guida intellettuale del movimento operaio, perché oggi più che mai è necessaria la sintesi luxemburghiana di lotta quotidiana e di scopo finale, per combattere assieme l’opportunismo e il revisionismo, che han portato la maggioranza del proletariato occidentale alla totale capitolazione, e l’estremismo pseudo-marxista che ignora le necessarie mediazioni e vuole “tutta e subito” la rivoluzione totale. Insieme con Lenin, con cui ha combattuto tante battaglie, Rosa Luxemburg deve tornare ad essere conosciuta e apprezzata per quel che “è stata sempre, portavoce insuperato, maestro e dirigente indimenticabile del marxismo rivoluzionario” [253].

 

 

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Introduzione

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12 maggio 2012 6 12 /05 /maggio /2012 05:00

Luxemburg francobollo 1974

 

La strategia


Il marxismo contiene due elementi essenziali: l’elemento dell’analisi, della critica, e l’elemento della volontà attiva della classe operaia. E chi adopera soltanto l’analisi, non rappresenta il marxismo ma una miserabile parodia di questa dottrina.

ROSA LUXEMBURG


Se abbiamo tanto insistito fin qui nel mettere in rilievo l’importanza del metodo dialettico in Rosa Luxemburg e il significato del suo continuo riferimento alla totalità, è perché questa è la chiave per intendere non solo la sua costante polemica con il revisionismo ma tutta la sua strategia rivoluzionaria, fondata, come s’è visto, sul ristabilimento dell’unità dialettica fra azione quotidiana e scopo finale rivoluzionario.

Sotto questo aspetto il pensiero socialdemocratico era in piena crisi in quell’ultimo decennio dello scorso secolo che vedeva l’espandersi vittorioso del movimento pratico. Erano in crisi le vecchie tradizioni rivoluzionarie quarantottesche, vive ormai soltanto nell’alone romantico che circondava la figura di Guglielmo Liebknecht, “il soldato della rivoluzione”, e Federico Engels, alla vigilia della sua morte, aveva dato il crisma della sua autorità alla loro definitiva demolizione attraverso la prefazione alle Lotte di classe in Francia, che i dirigenti del partito erano riusciti a strappargli e che poi avevano pubblicato mutilata [103]. Ma erano in crisi anche le concezioni legate all’idea di un crollo della società capitalistica per effetto di una crisi catastrofica e come punto d’arrivo fatale della “miseria crescente”: la congiuntura economica smentiva le formulazioni troppo categoriche falsamente attribuite a Marx e sembrava addirittura smentire il fondamento stesso dell’analisi marxiana. A queste prospettive, che venivano progressivamente abbandonate, se ne sostituiva un’altra: quella dell’aumento costante dei voti socialisti e di una prossima maggioranza parlamentare che avrebbe dischiuso ai socialisti le vie del potere. Se si pensava ancora alla possibilità di un conflitto violento, era solo per l’ipotesi che la borghesia vi avesse fatto essa stessa ricorso rifiutandosi al passaggio legale e pacifico del potere. Questa sperata futura maggioranza parlamentare veniva così a rappresentare il legame fra l’azione quotidiana e lo scopo finale, un legame tuttavia che consentiva di occuparsi solo del presente perché il futuro altro non era che la somma aritmetica di tanti piccoli successi da riportarsi in ciascuno dei collegi elettorali in cui si divideva il Reich germanico.

La piatta routine che derivava da questa impostazione non poteva incontrare il favore di Rosa Luxemburg. Essa veniva da un paese a scarso sviluppo industriale come la Polonia, che era per di più parte dell’impero zarista, cioè di un impero che aveva da pochi decenni abolito la servitù della gleba e muoveva i primi passi verso l’industrializzazione essendo ancora dominato da forme politiche assolutistiche e precapitalistiche. Giovinetta aveva partecipato ai movimenti illegali nel suo paese e portava quindi con sé in occidente la carica rivoluzionaria propria dell’ambiente in cui si era formata; d’altra parte il suo cosmopolitismo ebraico, la vivacità del suo ingegno, la sua preparazione intellettuale, i suoi studi economici all’università di Zurigo e infine la sua esperienza di militante tedesca la disponevano a superare nettamente il condizionamento dell’ambiente d’origine e ad inserirsi nella realtà occidentale, pur senza perdere tuttavia il potenziale di lotta rivoluzionaria ch’essa aveva assimilato fin dalla primissima giovinezza. Avendo continuato a partecipare intensamente, e con funzioni di responsabilità, alla vita di due partiti che operavano in condizioni così diverse, quello tedesco e quello polacco, ed essendo per giunta portata dal suo profondo internazionalismo a seguire il movimento operaio di tutti i paesi, essa era nelle condizioni migliori per tentare una sintesi delle diverse esperienze, soprattutto delle due esperienze fondamentali, quella di un paese capitalistico sviluppato dove le preoccupazioni dominanti riguardavano l’azione quotidiana, nonostante tutti i discorsi rivoluzionari [104], e quella viceversa di un paese la cui situazione obiettiva, non lasciando che scarso spazio all’azione di ogni giorno, spingeva verso le rotture rivoluzionarie e verso le vecchie forme cospirative. “A cagione delle radici che aveva nel movimento russo-polacco, il radicalismo di Rosa Luxemburg aveva un carattere diverso da quello dei radicali tedeschi, con la sola eccezione di Liebknecht. Nel sentimento, volontà e pensiero di Rosa, la rivoluzione era sempre presente e prepararla era, come dice Clara Zetkin, la sua “sola ambizione”. Questa ambizione tentò di inoculare alla socialdemocrazia occidentale, soprattutto al partito tedesco. E in pari tempo essa cercò - la sua polemica contro Lenin lo dimostra - di rendere comprensibile l’essenza della democrazia al movimento russo-polacco, che era un movimento di cospiratori, e con l’essenza della democrazia essa intendeva la dignità di un uomo e la sua capacità di collaborare alla formazione del proprio destino” [105].

Questa sua tensione rivoluzionaria insieme con l’inflessibilità del suo carattere le resero particolarmente difficile l’acclimatamento nella vita della socialdemocrazia tedesca, dove certo non alitava uno spirito rivoluzionario, e resero più agevole il compito dei suoi avversari interni. “Fra i “padri del partito” della SPD, Rosa Luxemburg - col suo temperamento insolito per la concezione tedesca, con i suoi ideali non disposti a compromessi, che liberavano gli occhi dalla polvere della routine, che schiarivano e allargavano gli orizzonti - poteva suscitare un sentimento di estraneità piuttosto che di fiducia e di benevolenza. In breve però anch’essi dovettero convincersi che Rosa Luxemburg non era un meteorite dalla luce passeggera, ma un individuo sinceramente e totalmente, con tutto il suo essere e con tutta la sua coscienza, legato al movimento operaio. Ciò prevalse, anche se rimase sempre il sentimento di una certa estraneità di fronte a una militante che non concedeva mai nulla alla routine, che sempre cercava la soluzione, la via d’uscita da una data situazione. Perché fu lei per prima a rendersi conto che in seno a quel grande e forte partito, speranza allora di tutto il movimento operaio, aveva cominciato a penetrare il male, che lo rodeva già il verme dell’opportunismo, fu lei anche la prima che scosse la tranquillità dei dirigenti del partito” [106]. E in effetti fu non solo la prima a denunciare espressamente il revisionismo dichiarato dì Bernstein come una manifestazione di pensiero borghese, la presenza del nemico di classe nelle file del proletariato, ma fu anche la prima a scoprire il revisionismo e l’opportunismo latenti sotto la maschera dell’ortodossia marxista sia dei dirigenti che degli stessi radicali di pseudo-sinistra che non andavano più in là di un continuo richiamo verbale alla santità dei principi. Se ragioni tattiche la obbligavano spesso ad utilizzare nella polemica le parole stesse dei dirigenti, e quindi a far finta di tenerle per buone, le sue lettere recano chiara testimonianza del suo reale pensiero.

Fin dai suoi primi contatti con la socialdemocrazia tedesca scrive a Roberto Seidl a Zurigo denunciando il carattere “convenzionale, goffo (hölzern) e dozzinale (schablonenhaft)” degli articoli che vi si scrivono, e pochi anni dopo con lo stesso corrispondente parla senza veli del mondo ufficiale del partito che non consente neppure di scrivere la verità sui giornali socialisti [107]. L’anno appresso, in una lettera alla sua amica Roland-Holst, dà sfogo al suo animo contro l’atteggiamento politico di questo mondo ufficiale, apparentemente radicale ma sempre più dozzinale e senz’anima.

“Non sono per nulla entusiasta - essa scrive - del ruolo che il cosiddetto ‘radicalismo’ ortodosso ha giocato sin qui. Correre dietro alle singole sciocchezze opportunistiche e ripeterne la critica non è un lavoro che mi rallegri, piuttosto sono così cordialmente stufa di quest’ufficio che in questi casi preferisco di gran lunga tacere. Io ammiro anche la sicurezza con cui parecchi dei nostri amici radicali ritengono sempre necessario riportare la pecorella smarrita - il partito - nella sicura stalla nativa della “saldezza dei principi” e non sentono che in questo modo puramente negativo non fanno nessun passo avanti. E per un movimento rivoluzionario non andare avanti significa andare indietro. Il solo mezzo per combattere radicalmente l’opportunismo è proprio di andare avanti, di sviluppare la tattica, di accentuare il lato rivoluzionario del movimento. L’opportunismo è in generale una pianta palustre, che si sviluppa rapidamente e abbondantemente nell’acqua stagnante del movimento (operaio, n. d. L. B.); deperisce quando c’è una corrente robusta e gagliarda. Qui in Germania l’andare avanti è direttamente un bisogno urgente, bruciante). E questo lo sentono pochissimi. Gli uni si disperdono in piccole scaramucce con gli opportunisti, gli altri credono che la crescita automatica, meccanica, di numero (nelle elezioni e nell’organizzazione) significhi già per se stessa un andare avanti. Essi dimenticano che la quantità deve cambiarsi in qualità, che un partito di 3 milioni non può fare ancora gli stessi movimenti automatici che faceva un partito di mezzo milione. A lei non ho bisogno di dire che io non penso certo a qualche improvviso ‘scendere in strada’ o a qualche altra artificiosa avventura. Ma tutto il lavoro deve assumere un altro tono più profondo, la coscienza della propria forza deve aumentare e... ma basta perché altrimenti introduco in una lettera un articolo di fondo” [108].

Poco appresso, in occasione della rivoluzione russa e del dibattito sullo sciopero generale, comincia il suo raffreddamento con Kautsky, di cui essa vede i limiti e le contraddizioni fra le parole e gli atteggiamenti pratici; in una lettera del 1907 a Clara Zektin espone senza riserve anche il suo pensiero su Bebel, il leader incontrastato del partito, e su tutto il partito ch’egli dirige: “Io mi sento, dopo il mio ritorno dalla Russia, passabilmente sola (...) Sento la pusillanimità e la grettezza di tutto il nostro partito in un modo così aspro e doloroso come non mai per il passato. Ma non m’inquieto per queste cose come te, perché ho già capito con impressionante chiarezza che queste cose e questi uomini non si possono cambiare fino a quando la situazione non sia interamente mutata, e anche allora (...) dovremo né più né meno fare i conti con l’inevitabile resistenza di questa gente se dovremo condurre avanti le masse. La situazione è semplicemente questa: Augusto [109], e tanto più gli altri, si sono totalmente buttati via per il parlamentarismo e nel parlamentarismo. A qualunque svolta che esca dai limiti del parlamentarismo, falliscono completamente; anzi, di più, cercano di reincastrare tutto entro le sbarre parlamentaristiche, e quindi combatteranno rabbiosamente come ‘nemici del popolo’ tutti e chiunque vorrà uscirne. Sento che le masse e ancor più la grande massa dei compagni sono intimamente stufe del parlamentarismo. Esse saluterebbero con giubilo una corrente d’aria fresca nella tattica, ma le vecchie autorità pesano ancora su di loro e ancor più gli strati superiori dei giornalisti, deputati e sindacalisti opportunisti (...) Finché si trattava di difendersi contro Bernstein e C., Augusto e C. gradivano la nostra società e il nostro aiuto giacché da soli se la son fatta nei calzoni. Ma se si passa all’offensiva contro l’opportunismo, allora i vecchi stanno con Ede [110], Vollmar e David contro di noi” [111].

Questi giudizi di Rosa non hanno tanto un valore personale quanto un significato politico in quanto mettono in rilievo come, dietro le formule marxiste e le affermazioni classiste di Kautsky e di Bebel, si celasse fin da allora un’accettazione della prassi riformistica. La stessa Luxemburg, del resto, aveva riconosciuto, come vedremo, che la differenza fra una posizione rivoluzionaria e una riformistica, non stava tanto nel “che cosa”, cioè negli obiettivi di lotta quotidiana, quanto nel “come”, cioè nel collegamento di questi obiettivi allo scopo finale: se questo collegamento, pur proclamato a parole, veniva in fatto a mancare, se la prospettiva socialista non influiva sul cosiddetto “programma minimo” e questo rimaneva fine a se stesso, ecco che la linea ufficiale si confondeva nei fatti con la linea revisionistica. Di fronte ad essa la linea rivoluzionaria della Luxemburg - nonostante la leggenda diffusa ad opera dei suoi avversari di una “Rosa sanguinaria” o, “romantica della rivoluzione” (“petroliera romantica” la chiamò addirittura, con valutazione totalmente errata, Piero Gobetti) - era una linea marxista, nutrita di studi severi e di realismo politico. Nel corso della guerra mondiale, quando ormai era in piena rottura con la socialdemocrazia ufficiale e sentiva l’avvicinarsi della rivoluzione postbellica, essa esaltava ancora la nuova strategia marxista che ha messo il lavoro al posto delle barricate, ma a condizione di “indirizzare la tattica di combattimento di ogni ora versa l’immutabile meta finale [112]. E quello che essa contestava nella prassi socialdemocratica era appunto che l’azione quotidiana avesse questo indirizzo verso la meta finale.

Cerchiamo ora di vedere con chiarezza il contrasto di fondo fra le due concezioni. Gioverà innanzi tutto richiamare quanto si è già detto sulla differenza fra una visione evoluzionistica e una visione dialettica della storia. La prima, nettamente dominante nel pensiero socialdemocratico, vedeva la storia svolgersi in modo rettilineo, il socialismo dovendo succedere al capitalismo come una stazione segue un’altra lungo una linea ferroviaria. Anche per coloro che non avevano abbandonato l’ideale socialista e in buona fede credevano di lavorare per esso, tutto il lavoro consisteva nel fare di volta in volta qualche piccolo passo avanti, vuoi sul piano delle conquiste economiche vuoi su quello delle conquiste politiche, ogni passo rappresentando un sicuro avvicinamento alla meta. E la meta non era, in questa visione, concepita come un rovesciamento rivoluzionario bensì come la trasformazione graduale, progressiva, quasi insensibile, della società attuale nella società socialista. Perciò ogni sforzo doveva essere fatto per attenuare i contrasti, per smussare le punte, per trovare compromessi, per non esasperare le situazioni, per evitare le crisi acute, perché intanto la storia continua a camminare e, purché si abbia pazienza, arriverà dalla stazione capitalistica alla stazione socialista. Tutt’al più si deve cercare di impedire agli avversari che spingano indietro il corso della storia: in questo senso è giusto dire, come fa Schorske, che la tattica di Bebel era una tattica difensiva, e anche gli accenni alla violenza o allo sciopero generale che si trovano nei suoi discorsi sono collocati in una prospettiva difensiva [113].

Esattamente l’opposto era la concezione luxemburghiana. Per essa la storia non cammina in modo rettilineo ma per contrasti dialettici, attraverso la lotta di classe. Vi è una necessità storica, come s’è visto, nel senso che la storia non può essere fatta arbitrariamente, non è un negozio dove si possa comprare quello che si vuole [114], ma dove il presente condiziona sempre il futuro. Tuttavia questo presente essendo contraddittorio, la società attuale essendo lacerata da profondi contrasti di classe, vi si contengono tendenze contraddittorie: l’imperialismo e il socialismo sono entrambe tendenze obiettive dello sviluppo sociale. Perciò se si vuole che la tendenza socialista dello sviluppo storico prevalga sull’altra, bisogna combattere duramente, ad ogni passo, ma bisogna farlo in modo rigorosamente scientifico. Bisogna cioè in primo luogo individuare le tendenze obiettive dello sviluppo social [115], cogliere di esso il lato rivoluzionario [116], e spingere fortemente in questa direzione in modo da accrescere sia il contrasto con la classe dominante, che necessariamente punta sull’opposto lato dello sviluppo storico, sia, di conseguenza, la coscienza rivoluzionaria delle masse [117]. Non si tratta quindi semplicemente di pazientare ma di agire [118]. Certo anche per Rosa Luxemburg, come è ovvio, vi sono momenti di tensione più o meno acuta, vi sono gli alti e i bassi della lotta, ma non possono esservi mai soste in senso assoluto perché la situazione fornisce sempre occasioni e spunti alle agitazioni e alle battaglie. Tanto più è inammissibile volere evitare la lotta aperta nei momenti di crisi: “È una pazzesca follia immaginare che noi dobbiamo soltanto sopravvivere alla guerra, come il coniglio che aspetta sotto un cespuglio la fine del temporale per riprendere poi tutto vispo la sua corsa”, scrive contro l’attendismo di Kautsky [119]. E poiché la storia non segue un cammino rettilineo, ma contrastato, accidentato e perciò stesso diversificato, le situazioni non si ripetono identiche ed è impossibile voler applicare delle ricette o delle formule valide in ogni caso, come pretendono i burocrati dell’organizzazione e i filistei del “parlamentarismo soltanto”: la lotta dev’essere sempre una lotta concreta, fondata su un’analisi spregiudicata capace di cogliere nel vivo la realtà mutevole dei rapporti di classe e delle posizioni di forza. “La moderna classe proletaria conduce la sua lotta non secondo uno schema bell’e pronto custodito in un libro o in una teoria. La moderna lotta operaia è un pezzo di storia, un pezzo di sviluppo sociale. E in mezzo alla storia, in mezzo allo sviluppo, in mezzo alla lotta, noi impariamo come dobbiamo lottare (...) Il primo dovere dei militanti politici, come noi siamo, è di procedere con lo sviluppo dei tempi e di rendersi conto ad ogni momento dei mutamenti nel mondo moderno e dei cambiamenti della nostra strategia di battaglia” [120].

Nessuno schema quindi, nessun modello preformato, ma neppure empirismo. Al contrario. La necessaria varietà di tattiche e di strategie che è una conseguenza inevitabile della varietà delle situazioni (e il rivoluzionario che non sapesse cogliere e sfruttare la molteplicità del reale sarebbe un dogmatico e non un marxista) si applica tuttavia soltanto per quanto riguarda i “momenti interni” dello sviluppo: lo sbocco finale dev’essere sempre lo stesso e le linee essenziali della strategia sono costanti. “Naturalmente nemmeno la tattica corrente della socialdemocrazia consiste nell’attendere lo sviluppo delle contraddizioni capitalistiche fino all’acme e solo a quel punto un loro mutamento repentino. Al contrario, ci basiamo semplicemente sulla direzione ormai riconosciuta dello sviluppo ma poi nella lotta portiamo all’estremo le sue conseguenze e in ciò sta l’essenza di ogni tattica rivoluzionaria” [121]. E ancora: la socialdemocrazia “non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria” (...) Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo. Ma essa non può farlo distribuendo improvvisamente, al momento giusto o sbagliato, la “parola d’ordine” campata per aria di uno sciopero generale, ma innanzi tutto chiarendo ai più vasti strati proletari la venuta inevitabile di questo periodo rivoluzionario, i momenti sociali interni che ad esso conducono e le conseguenze politiche” [122].

È ora probabilmente chiaro il significato di quell’accenno che abbiamo fatto più sopra al “che cosa” e al “come” nella differenza fra strategia rivoluzionaria e opportunista. Infatti Rosa Luxemburg non nega la validità delle rivendicazioni che formano il cosiddetto “programma minimo” della socialdemocrazia, la validità delle riforme parziali e delle conquiste limitate, come non contesta il valore del “piccolo lavoro quotidiano”, perché anzi è proprio da questo lavoro quotidiano ch’essa vuol fare scaturire lo sbocco rivoluzionario. Ma mentre per i revisionisti e, come si è detto, anche per i centristi e i sedicenti “ortodossi”, queste conquiste parziali hanno un valore per se stesse o sono tutt’al più delle tappe lungo la strada maestra che porta al socialismo, per Rosa Luxemburg esse servono anche dialetticamente a mostrare quella che è l’essenza della società capitalistica e i limiti invalicabili che essa presenta. Perciò apparentemente tutti vogliono le stesse cose: conquiste sindacali, riforme sociali e democratizzazione delle istituzioni politiche. Ma in realtà “quando si considera la cosa più da vicino, le due concezioni sono addirittura contrapposte”, perché per la concezione rivoluzionaria tutte queste conquiste, al di là del loro valore immediato, devono servire a convincere il proletariato “dell’impossibilità di cambiare fondamentalmente la propria situazione per mezzo di questa lotta e della conseguente imprescindibile necessità di arrivare infine alla conquista del potere politico” [123].

In altre parole, le lotte e le conquiste non possono mutare la natura fondamentale dell’imperialismo e le sue insopprimibili tendenze: perciò appunto servono a metterle meglio in evidenza, accrescono con ciò la volontà di lotta e la coscienza di classe dei lavoratori, e aumentando in tal modo la tensione sociale conducono alla crisi finale. Questa crisi finale gli opportunisti l’avevano praticamente espunta dalla loro visione storica perché non vi si addiceva più: concepita la storia come una strada maestra che porta per via di evoluzione graduale a tappe sempre più avanzate, parlare di crisi finale o di catastrofe significava introdurre dall’esterno nel processo storico un elemento arbitrario, contrario alla logica del processo storico, di sapore blanquistico. E quanto ai pretesi ortodossi che si mantenevano fedeli all’idea di una crisi finale della società capitalistica, essi tuttavia non riuscivano a legarla alla lotta quotidiana, perché appunto non riuscivano a vedere il carattere dialettico di quest’ultima: per essi perciò il famoso “crollo” del capitalismo appariva piuttosto come qualche cosa di astratto, lontano, meccanico, quasi l’esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da una forza trascendente, il decreto del destino o della storia. Nella visione di Rosa Luxemburg, proprio per il significato che essa dà alla lotta quotidiana, come mezzo continuo di intervento cosciente nel processo storico per far trionfare una delle sue tendenze di sviluppo contro un’altra, la crisi rivoluzionaria non è altro che il punto terminale di questo processo di sviluppo, all’interno del quale la tensione fra i due poli opposti è andata crescendo fino a giungere al punto di rottura. “Le catastrofi, essa avverte, non sono in contrasto con lo sviluppo ma sono un momento, una fase dello sviluppo” che solo i piccolo borghesi possono concepire “come un insensibile processo di diverse fasi e gradi di sviluppo che scivolano l’uno nell’altro in modo del tutto pacifico” [124].

Nel quadro di queste linee strategiche profondamente divergenti, era naturale che la Luxemburg si scontrasse su tutti i terreni con la politica pratica condotta dal partito. Tre campi di attività aveva indicato Engels alla lotta proletaria, quello economico, quello politico e quello ideologico, ma quest’ultimo era praticamente abbandonato, almeno come campo di lotta per affermare un’autonoma posizione di classe del proletariato, ché anzi erano le ideologie borghesi che `facevano ogni giorno più breccia nel campo socialdemocratico. Restavano la lotta economica e la lotta politica, concepita la prima essenzialmente come lotta sindacale (il movimento cooperativo non aveva larghe prospettive) e la seconda come lotta parlamentare. Possono queste forme d’azione essere considerate per se stesse rivoluzionarie, capaci, come sostenevano i revisionisti, di fare sbocciare quasi silenziosamente il socialismo dalla società capitalistica, attenuandone a poco a poco le contraddizioni, mitigandone l’asprezza, introducendovi sempre nuovi elementi socialisti attraverso un processo graduale e insensibile? La Luxemburg lo contesta e mostra invece che azione sindacale e azione parlamentare, in quanto si svolgono per loro natura all’interno del sistema e quindi gli si subordinano, non possono da sole modificarne radicalmente la sostanza.

I sindacati sono lo strumento migliore per creare le condizioni più favorevoli ai lavoratori per la vendita della propria forza-lavoro sul mercato capitalistico, ma sul terreno salariale non possono andare al di là di questo obiettivo, cioè ottenere il massimo prezzo possibile consentito dalle leggi del mercato capitalistico. Bernstein assegnava ai sindacati la funzione di erodere progressivamente la quota del reddito nazionale spettante al profitto a favore della quota spettante ai salari, fino ad uccidere il profitto e quindi il capitalismo, ma Bernstein dimentica, osserva la Luxemburg, che questa lotta del salario contro il profitto non si svolge in astratto, bensì sul concreto terreno della società capitalistica e non può quindi da sola infrangerne il meccanismo fondamentale che è appunto il meccanismo del profitto. Anzi poiché il profitto tende di sua natura al massimo di espansione, è di sua natura all’attacco, la lotta sindacale finisce spesso con l’essere una lotta difensiva per mantenere la quota conquistata, per contenere la pressione dello sfruttamento capitalistico: è in ultima analisi un lavoro di Sisifo, che dev’essere proseguito instancabilmente senza che possa mai toccare, almeno con i suoi soli mezzi, il porto d’approdo, cioè l’emancipazione del lavoro.[125] I dirigenti sindacali attaccarono ferocemente la Luxemburg per questa espressione “lavoro di Sisifo” come se essa avesse tacciato di inutilità la lotta sindacale: in realtà essa intendeva semplicemente chiarire i limiti dell’azione sindacale, incapace di far superare al movimento operaio i confini della società capitalistica, ma ne esaltava viceversa il valore per i risultati che poteva conseguire nell’ambito della società stessa.[126]

Questa diversità di valutazione non aveva solo implicazioni teoriche: essa si rifletteva necessariamente anche nell’azione pratica, soprattutto sul terreno dei rapporti fra sindacato e partito. I revisionisti e gli opportunisti (e i leader sindacali erano in prima fila in questa schiera), essendo portati a dissolvere la lotta per il socialismo nella azione quotidiana, cioè nella lotta parlamentare e in quella sindacale, finivano con il concepire questi due campi di attività come due manifestazioni di egual valore ed autonome del movimento operaio: donde, in pratica, la teoria dell’autonomia e della parità di diritti fra partito e sindacati, teoria che ebbe la sanzione dei congressi e fu consacrata in un patto che impegnava la direzione del partito a consultarsi con la commissione generale sindacale prima di prendere decisioni che potessero impegnare i lavoratori in azioni ritenute di interesse sindacale. Contro questa pretesa parità di diritti la Luxemburg insorse vivacemente in nome dell’unità del movimento operaio che non può essere dicotomizzato in settori separati e indipendenti. Ancora una volta è il concetto di totalità che essa oppone agli opportunisti i quali frantumano il movimento in pezzi staccati: lo scopo finale del movimento è uno scopo politico, l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, e questo scopo può essere perseguito coscientemente solo dall’organizzazione politica del proletariato, il partito socialista, che, in quanto tale, rappresenta la totalità del movimento. La lotta sindacale è solo un momento di questa totalità e non può esser vista se non in relazione al tutto, al quale dev’essere subordinata. La parità di diritti fra sindacato e partito è quindi un assurdo sul piano teorico, anche se nella pratica della socialdemocrazia tedesca di quel tempo trovava la propria giustificazione nel fatto che il partito aveva rinunciato a porsi come espressione della volontà rivoluzionaria cosciente del proletariato, come guida dell’azione complessiva di classe e aveva ridotto la propria attività al mero parlamentarismo, cioè anche esso ad un’azione che può svolgersi solo sul terreno della presente società, con il che esso abbandonava in pratica lo scopo finale cessando pertanto di essere il momento unificatore della totalità.[127]

Naturalmente questa subordinazione del sindacato al partito in senso luxemburghiano - che comunque va inquadrata nella concreta situazione del tempo - non va confusa con la teoria del sindacato mera “cinghia di trasmissione” della volontà, o, peggio, degli ordini del partito. Rosa Luxemburg non disconosce l’autonomia dell’organizzazione sindacale nella sfera della sua propria attività; solo ritiene che quest’attività possa essere concepita soltanto come momento di una azione più vasta, politica nel senso più lato della parola, che fa capo al partito. Vista in questo quadro l’azione sindacale non si esaurisce nelle sue realizzazioni immediate, ma ha un compito formativo di coscienza che è in un certo senso il suo punto più alto. Si tratta precisamente di avviare i lavoratori a toccare con mano i limiti di classe della presente società, a vedere come un’emancipazione reale dallo sfruttamento di cui son vittime sia impossibile nell’ambito del presente ordinamento e richieda necessariamente un profondo rivolgimento sociale che porti all’instaurazione di un regime socialista: non tanto quindi per quello che ottiene - anche se è un miglioramento importante - ma soprattutto per quello che non può ottenere, il movimento sindacale contribuisce efficacemente alla lotta socialista. Questo è possibile solo se il sindacato si tiene sul terreno marxista della lotta di classe, che ha fatto la ragione della sua forza e della sua superiorità sugli altri sindacati: pretendere alla parità di diritti, pretendere conseguentemente ad una propria autonoma “teoria” sindacale significa privare il sindacato della sua forza principale che è la dottrina marxista, cioè precisamente la dottrina che dà al sindacato la coscienza della sua funzione nel movimento globale[128], e farne in definitiva un ingranaggio del meccanismo borghese.

Analoghe considerazioni si possono fare per la lotta parlamentare, considerata non come un momento dell’azione di classe, ma come la forma per eccellenza della lotta emancipatrice, secondo la teoria allora di moda che l’aumento progressivo dei voti socialisti avrebbe portato, senza bisogno d’altro, alla consacrazione “parlamentare” del socialismo. La Luxemburg, lo abbiamo visto, aborriva dagli schemi di validità universale, e perciò non escludeva la possibilità di un passaggio pacifico al socialismo ma escludeva che si potesse farne un principio generale, risultato di una scelta socialista perché la lotta di classe si svolge nelle condizioni storiche date e deve adattarsi concretamente ad esse. “Il problema: rivoluzione o passaggio puramente legale al socialismo? non è un problema della tattica socialdemocratica, ma innanzi tutto un problema dello sviluppo storico[129],ma sarebbe assurdo decidere a priori l’uso dei soli mezzi legali perché “quel che ci viene presentato come legalità borghese è nient’altro che la forza della classe dominante elevata a priori a norma obbligatoria”.[130] In questa prospettiva, che ammette la possibilità di mezzi legali e mezzi illegali di lotta, l’azione parlamentare ha pieno diritto di cittadinanza, è anzi uno strumento efficace a condizione che non se ne sopravaluti l’importanza. Nei periodi tranquilli della società borghese, “la lotta politica della socialdemocrazia sembra consumarsi nella lotta parlamentare. Ma la lotta parlamentare, l’altra faccia che fa riscontro e completa la lotta sindacale, è come questa una lotta condotta esclusivamente sul terreno dell’ordinamento sociale borghese. È, secondo la sua natura, lavoro di riforma politica, come i sindacati sono lavoro di riforma economica. Essa rappresenta lavoro politico del presente, come i sindacati rappresentano lavoro economico del presente. L’una e gli altri sono soltanto una fase, un grado di sviluppo nel complesso della lotta proletaria di classe, i cui scopi finali vanno in eguale misura al di là della lotta parlamentare e della lotta sindacale. La lotta parlamentare perciò sta alla politica socialdemocratica, anch’essa come una parte al tutto, precisamente come il lavoro sindacale” [131]. Se si pretende di elevare questa parte a tutto, come faceva allora il partito nel Baden, ci si subordina alla società borghese: generalizzando a tutta la Germania la prassi del Baden “la socialdemocrazia avrebbe semplicemente cessato di esistere” [132]. La parola d’ordine “nient’altro che parlamentarismo” è una manifestazione di “cretinismo parlamentare” secondo l’espressione di Marx [133]. Ma quando si abbia coscienza che “le mosse parlamentari e le strategie elettorali non hanno possibilità di modificare i fatti storici”[134] e che la vera forza del partito sta nella coscienza e nella compattezza delle masse (“la nostra vera vittoria e la nostra vera potenza stanno nei 4 milioni e mezzo di elettori (...) ed è soltanto la pressione di queste masse dall’esterno che conferisce importanza al nostro gruppo nel Reichstag, conti esso 20 uomini di più o di meno”) [135], il terreno parlamentare è un terreno di lotta che il partito deve utilizzare ampiamente e proficuamente.

Le cose sin qui dette potrebbero far apparire assurdo a un lettore superficiale che Rosa Luxemburg si sia poi trovata, in seno alla socialdemocrazia tedesca, alla punta della lotta per la conquista del suffragio universale in Prussia (dove vigeva ancora il suffragio delle tre classi) e in generale in tutte le battaglie per la democratizzazione delle istituzioni tedesche. Ma non vi è in verità nulla di assurdo e di strano. Anche se Rosa Luxemburg non credeva nella panacea parlamentaristica, credeva però fermamente nei valori democratici e nell’importanza che essi avevano per elevare la coscienza e la maturità delle masse lavoratrici cui spettava la responsabilità di assumere la direzione del processo storico. E d’altro canto, a differenza dei suoi compagni di partito, essa non si faceva nessuna illusione sulla democraticità della società capitalistica, sul processo naturale di sviluppo democratico che avrebbe dovuto a poco a poco consegnare il potere nelle mani dei lavoratori. Al contrario essa fu tra i primi a riconoscere che la società capitalistica, giunta in quegli anni alla fase dell’imperialismo, recava in sé i germi di distruzione della vita democratica e che pertanto era necessario dare su questo terreno una battaglia senza quartiere alle forze dell’avversario.

Individuare le tendenze storiche dello sviluppo capitalistico e contrapporgli le tendenze dello sviluppo socialista: abbiamo visto che questo era il fondamento della strategia luxemburghiana. Una volta riconosciuto che l’imperialismo, ben lungi dal favorire la vita democratica, come credevano i socialdemocratici suoi contemporanei, era invece per sua natura portato a soffocarne anche i germi, Rosa Luxemburg non poteva non vedere in ciò una delle contraddizioni fondamentali del suo tempo, dato che, contemporaneamente, l’imperialismo trascinava nuove masse nel processo produttivo e poneva quindi a queste masse il problema di una propria promozione sociale e civile, che è inseparabile da una crescita democratica. Ed ecco perché, mentre i dirigenti ultraparlamentari del partito, fedeli alla tattica della difensiva, della pazienza, dell’attesa, si preoccupavano di non inasprire le situazioni, pensando che la bufera sarebbe passata, di mostrarsi concilianti per acquistare nuovi elettori nelle file pacifiche del ceto medio, di non dare battaglia e di non correre rischi per non provocare la collera della reazione e non mettere a repentaglio la sorte delle organizzazioni politiche e sindacali [136], e mentre il “marxista” e “rivoluzionario” Kautsky inventava la nuova strategia, la strategia dell’usura (Ermattungsstrategie) [137] , cioè del non far nulla, Rosa Luxemburg si poneva alla testa dell’agitazione per il suffragio universale e, fra lo scandalo e il terrore dei suoi compagni di partito, lanciava la parola d’ordine della repubblica.

Fin dal suo pamphlet contro Bernstein del 1898, Rosa Luxemburg aveva dato questa impostazione alla lotta democratica del proletariato. “Il progresso costante della democrazia che al nostro revisionismo come pure al liberalismo borghese appare la legge fondamentale della storia umana, o almeno della storia moderna, visto più da vicino, risulta essere una chimera. (...) Se noi prescindiamo così da una legge storica generale dello sviluppo della democrazia, anche nel quadro della società moderna, e guardiamo soltanto alla fase attuale della storia borghese, vediamo anche qui, nella situazione politica, dei fattori che, anziché condurre alla realizzazione dello schema bernsteiniano, conducono piuttosto in senso contrario, all’abbandono da parte della società borghese delle precedenti conquiste.” Fra le cause che spingono in questa direzione, Rosa Luxemburg indicava allora, oltre il fatto che le istituzioni democratiche avevano esaurito in gran parte la funzione utile alla borghesia nella fase di ascesa al potere, il peso crescente dell’amministrazione e quindi della burocrazia nella vita statale, ma soprattutto lo sviluppo dell’imperialismo e del militarismo (“ma se politica mondiale e militarismo sono una tendenza in espansione nella fase attuale, la democrazia borghese deve di conseguenza muoversi lungo una linea discendente” dove “politica mondiale” è sinonimo di imperialismo), e, infine, la paura della classe dirigente davanti all’avanzata del movimento operaio. Ne consegue che “se per la borghesia la democrazia è diventata un elemento in parte superfluo, in parte di ostacolo, essa per la classe operaia, invece, è diventata necessaria e indispensabile. Necessaria prima di tutto in quanto offre le forme politiche (autogoverno, diritto elettorale) che serviranno al proletariato da appigli e punti di appoggio nella sua opera di trasformazione della società borghese. Ma anche indispensabile, perché solo in essa, nella lotta combattuta per la democrazia, nell’esercizio dei diritti democratici, il proletariato diviene cosciente dei propri interessi di classe e dei propri compiti storici. La democrazia insomma è indispensabile, non in quanto rende superflua la conquista del potere politico da parte del proletariato, ma al contrario perché fa di questa conquista una necessità e al tempo stesso l’unica possibilità[138].

E qualche anno dopo: “Se il partito socialdemocratico operaio in tutti i paesi combatte per una maggiore influenza sulla legislazione e sull’amministrazione, per il suffragio universale, per la scuola obbligatoria e gratuita, ecc., non è perché queste siano soltanto delle “belle idee” come avrebbe detto il probo signor Limanowski, e debbano necessariamente collegarsi al socialismo, che non è meno “bella idea”, ma perché tutte queste forme democratiche, necessarie al proletariato, derivano dallo sviluppo della società borghese, dallo sviluppo del capitalismo. Ciò non è cambiato dal fatto che il proletariato oggi combatta soprattutto per la democratizzazione dello Stato borghese, non insieme alla borghesia, ma contro la borghesia. Questo fatto dimostra che ad un certo grado di maturità degli antagonismi di classe, la borghesia cessa di essere la rappresentante dello sviluppo borghese, la direzione delle cui correnti progressiste si arroga il proletariato[139].

In altre parole, Rosa Luxemburg considerava che nella fase imperialistica, esaurita ormai definitivamente la funzione democratica della borghesia, era il proletariato che doveva porsi alla testa della lotta per la democrazia, non per completare la rivoluzione borghese, ma per aprire, grazie all’egemonia conseguita su questo terreno, la nuova fase della rivoluzione socialista. Dopo la rivoluzione russa del 1905 essa vedeva con sempre maggior chiarezza questa funzione storica del proletariato, e perciò respingeva la tesi menscevica secondo cui la rivoluzione socialista avrebbe dovuto attendere che la borghesia avesse prima compiuto il ciclo della rivoluzione democratica, perché questa rivoluzione democratico-borghese, nella fase dell’imperialismo, era ormai esclusa [140].

Ma dove questa strategia luxemburghiana ha avuto un’influenza notevole nello sviluppo successivo del movimento operaio è stato sul problema della guerra. Qui si può dire che sia stata Rosa Luxemburg ad introdurre un importante elemento di originalità nell’analisi dello sviluppo e nell’individuazione del tipo di catastrofe, interna allo sviluppo, a cui il capitalismo andava incontro. Sia Marx che i suoi successori avevano generalmente puntato su una crisi economica come matrice di rivoluzione ed era contro questa opinione che Bernstein aveva condotto la sua battaglia. Nel replicargli, la Luxemburg dichiarava di non considerare essenziale l’idea che una crisi economica dovesse segnare il momento dello sfacelo: “Che questo momento sia stato concepito sotto forma di una crisi economica generale e catastrofica non è accaduto naturalmente senza buone ragioni, ma nondimeno rimane per l’idea fondamentale un fatto marginale e non essenziale” [141]. Quel che era essenziale era che lo sviluppo capitalistico contenesse in sé necessariamente elementi di crisi e nella fase nuova dell’imperialismo questo elemento poteva essere la guerra [142]. Abbiamo visto come Rosa Luxemburg partisse dal concetto che l’imperialismo non è manifestazione patologica del regime capitalistico ma è il suo modo di essere nella fase che il mondo attraversa; che dietro ai sottili giochi della politica mondiale delle grandi potenze imperialistiche agiscono delle tendenze economiche che rappresentano per il capitalismo una “necessità storica”; che esso comporta necessariamente in tempo di pace il militarismo e la corsa al riarmo, e che tutto ciò sboccherà inevitabilmente in una guerra. Questo tema della guerra era per la verità tornato spesso nei congressi dell’Internazionale e gli anarchici avevano con insistenza proposto lo sciopero generale da scatenarsi in concomitanza con la dichiarazione di guerra, proposta che era stata respinta come utopistica e di impossibile attuazione. Per contro le correnti socialiste di destra, per le quali l’imperialismo era un fatto patologico che si poteva correggere, si illudevano che anche la guerra fosse evitabile con accorgimenti diplomatici o conferenze sul disarmo e non pensavano certo alla guerra come possibile sbocco rivoluzionario.

Spetta pertanto alla Luxemburg il merito di aver. portato in primo piano in seno al movimento internazionale il fattore militarismo e guerra come un potenziale fattore rivoluzionario. Avendo individuato in esso uno degli aspetti imperialistici della “necessità storica”, essa capì che solo il movimento operaio poteva contrapporgli la difesa della pace [143]: se in questo senso fosse stata condotta un’azione energica, tenace e chiarificatrice per preparare le masse ad intendere il carattere imperialistico della guerra e la natura di classe dello Stato, per abituarle a combattere il militarismo in tempo di pace e insomma per minare nella coscienza popolare l’ossequio alle autorità costituite, politiche e militari, e sostituirvi invece uno spirito di accesa combattività contro l’oppressione che ne deriva e contro il pericolo di guerra, questo stato d’animo avrebbe potuto diventare il punto di partenza di un’agitazione contro la guerra e contro le sue conseguenze, suscettibile di sboccare in una crisi rivoluzionaria nel corso o al termine della guerra stessa.

In questa prospettiva sono da collocare le sue analisi sul militarismo e l’imperialismo di cui abbiamo parlato, in questa prospettiva la sua tenace campagna antimilitaristica [144], che condusse insieme con Karl Liebknecht ma senza l’appoggio sostanziale del partito. La storia doveva darle ragione con la prima rivoluzione russa del 1905, nata nel corso della guerra russo-giapponese, e con le rivoluzioni che hanno accompagnato e seguito le due guerre mondiali. Ma la sua campagna in questo senso data dal 1900, al termine del decennio che segna, si può dire, l’avvento della fase imperialistica[145]: al congresso del partito tedesco a Magonza (settembre 1900) Rosa Luxemburg e i suoi compagni di sinistra avevano particolarmente insistito su questo punto [146]. Fu dunque a giusto titolo che al congresso internazionale di Parigi, immediatamente successivo a quello di Magonza, essa fu nominata relatrice della IV commissione (pace internazionale, militarismo, soppressione degli eserciti permanenti) e in quella sede fece valere le sue concezioni, mettendo in rilievo quello che vi era di nuovo sotto questo aspetto, cioè “che la politica del militarismo si è generalizzata e accentuata sotto la forma della politica mondiale dell’imperialismo”, che con ciò “la società borghese è entrata in una fase nuova della sua evoluzione; il mondo capitalistico prende nuovo slancio nel suo sviluppo” ma “precipita il momento fatale della sua disfatta”. “Poiché questa politica - essa aggiunse - comincia a dominare tutta la politica interna ed estera del mondo capitalistico, è necessario che nella politica socialista si organizzi la difesa. È tempo che per mezzo dei suoi rappresentanti il partito socialista prenda ufficialmente atto della politica mondiale; è questo appunto che noi abbiamo voluto mettere in rilievo con la nostra risoluzione (...). Ma non è soltanto per dare un nuovo slancio alla lotta quotidiana ma anche dal punto di vista del nostro scopo finale che un’unione più stretta dei proletari di tutti i paesi in materia politica si impone nel momento presente. Cittadini, all’inizio del movimento socialista, si supponeva generalmente che sarebbe una vasta crisi economica che segnerebbe il principio della fine, la grande débâcle capitalista. Ora quest’ipotesi ha perso molte delle sue probabilità; ma diventa sempre più probabile che sia invece una vasta crisi politica mondiale che suonerà l’ora della morte del capitalismo. Dunque, cittadini, se il Marlborough capitalista se ne va in guerra, dalla quale forse non tornerà più, se la politica mondiale genera conflitti e avvenimenti inattesi, incalcolabili, bisogna bene che noi ci prepariamo per il grande ruolo che ci toccherà assumere presto o tardi” [147].

La famosa risoluzione del congresso di Stoccarda (1907) non è che uno sviluppo di questa premessa: a Stoccarda, quando ormai anche i più ciechi dovevano prender atto che i pericoli di guerra si avvicinavano, il militarismo e i conflitti internazionali costituivano il primo e più importante comma dell’ordine del giorno. La delegazione tedesca, che dava il tono ai congressi internazionali, era formata prevalentemente da elementi di destra e Bebel aveva preparato una mozione del suo solito stile centrista in cui le parole erano scritte in generale per impedire gli atti. Di fronte ad essa stavano dinanzi al congresso altre tre risoluzioni: quella di Hervé che riprendeva l’idea dello sciopero militare e dell’insurrezione come risposta immediata ad ogni dichiarazione di guerra da qualunque parte venisse; quella di Guesde che respingeva qualunque idea di agitazione antimilitaristica in quanto il militarismo era inseparabile dal capitalismo e solo la vittoria integrale del socialismo lo avrebbe fatto sparire; infine quella di Jaurés-Vaillant che appariva la più realistica e la più seria nella definizione dei mezzi di lotta contro il militarismo. Nella sottocommissione incaricata di proporre una risoluzione al congresso, Rosa Luxemburg - che al congresso rappresentava la socialdemocrazia polacca - entrò su proposta di Lenin che all’uopo le fece attribuire un mandato del partito socialdemocratico russo. E fu in rappresentanza dei due partiti, polacco e russo, che essa presentò l’emendamento al testo di Bebel che doveva poi diventare, nel corso della prima guerra mondiale, la piattaforma di lotta di Lenin. L’emendamento si ricollega alla relazione del congresso di Parigi perché conclude con l’affermazione che dalla crisi politica ed economica provocata da una guerra i partiti socialisti devono trarre motivo per un’intensa agitazione delle masse popolari fino al rovesciamento del dominio capitalistico, il che naturalmente è possibile soltanto se prima della guerra, e soprattutto con l’intensificarsi del pericolo, è stata condotta una lotta sempre più decisa contro il militarismo e l’imperialismo, usando i mezzi più energici che la situazione consente. Nel difendere l’emendamento, che fu approvato, essa si levò contro i delegati tedeschi Bebel e Vollmar i quali avevano “dichiarato che non si sarebbe potuto fare più di quanto si era fatto fin allora. Eppure la rivoluzione russa non è soltanto sorta dalla guerra ma ha altresì servito a interrompere la guerra che altrimenti lo zarismo avrebbe certo continuato. Noi comprendiamo la dialettica storica non nel senso che dobbiamo attendere con le braccia incrociate fino a che essa ci porti i suoi frutti maturi. Io sono seguace convinta del marxismo e considero proprio perciò come un grave pericolo dare alla concezione marxistica quella forma rigida e fatalistica, che ha per sola conseguenza di provocare delle reazioni eccessive come l’herveismo” [148].

Stoccarda segnò una svolta nella lotta contro la guerra, dando con l’emendamento Luxemburg un indirizzo nuovo alle posizioni marxiste, che i successivi congressi dell’Internazionale, in particolare quello di Basilea (1912) dovevano confermare [149]. Ma Rosa Luxemburg sapeva che l’affermazione di un principio ha ben scarso valore se non si traduce in azione: non sarebbe stato possibile utilizzare la guerra come matrice di rivoluzione se non si fosse prima lungamente lottato contro la guerra. Se in ogni momento dello sviluppo storico è insita la contraddizione dialettica fra la “necessità storica” dell’imperialismo e quella del socialismo, se cioè ogni momento racchiude potenzialmente due futuri contraddittori, dipende dal “come” le forze sociali contrastanti riescono a legare ogni singolo momento alla catena dei fatti storici, la possibilità che questa abbia uno sbocco piuttosto che un altro. I socialisti che si adoperano a conciliare, ad attenuare i contrasti, a collaborare con l’avversario e a giustificarne gli atteggiamenti come “democratici” o “pacifici”, i socialisti che sperano la pace o la democrazia dalla collaborazione con le forze dell’imperialismo, sono un ostacolo obiettivo alla soluzione socialista e quindi un obiettivo aiuto all’imperialismo [150]. La socialdemocrazia “con l’approvazione dei crediti e l’accettazione della tregua civile agisce con tutti i mezzi nel senso di evitare la crisi sociale e il ridestarsi delle masse per opera della guerra”, scriverà durante la guerra stessa [151]. Ed è certamente da ascriversi in gran parte alla responsabilità della socialdemocrazia tedesca se nel corso della crisi rivoluzionaria succeduta alla guerra non solo è stata decisamente frenata ogni soluzione socialista ma conservata pressoché intatta la forza di classe del capitalismo imperialistico che doveva pochi anni dopo prendersi con Hitler la sua rivincita.

La strategia luxemburghiana era quindi in totale antitesi con la linea ufficiale del partito, soprattutto dopo il 1905. In sostanza essa aveva la certezza della prossima guerra mondiale, vedeva che quanto più l’imperialismo si avvicinava alla sua suprema prova di forza tanto più si faceva sentire la sua esigenza di soffocare anche la vita democratica, vedeva quindi avvicinarsi sui fronti principali di battaglia dei momenti di crisi acuta che avrebbero potuto fornire un’esca potente ad una soluzione rivoluzionaria. Ma una rivoluzione non esige soltanto l’esistenza di condizioni oggettive che la rendano possibile, bensì anche una partecipazione attiva e quindi una preparazione soggettiva delle masse. Come conseguire questa preparazione che avrebbe dovuto essere uno dei compiti essenziali della socialdemocrazia? Per la Luxemburg, come per Marx, la coscienza si forma nella prassi e la coscienza di classe nella lotta di classe: i volantini e i discorsi di propaganda non sarebbero per sé soli sufficienti senza la diretta esperienza delle masse. Ma l’esperienza diretta delle masse ha bisogno a sua volta di esser guidata e indirizzata dalla socialdemocrazia a cogliere nella società presente il suo essenziale carattere contraddittorio, a risalire cioè dallo stimolo occasionale, dall’obiettivo parziale, dalla lotta quotidiana alla visione totale della società, a verificare in ogni conflitto le barriere di classe che costituiscono l’ostacolo insopprimibile ad eliminare le cause profonde del conflitto stesso nel quadro della società presente [152]. In questo sta appunto il riferimento alla categoria della totalità, la visione dell’avvenire nel presente, il legame permanente della lotta quotidiana con lo scopo finale. Compito del partito è quindi non solo quello di cogliere ogni occasione di lotta, ogni possibilità di mobilitazione delle masse, ma anche quello di approfondire quanto più possibile i termini della lotta e di esasperare i contrasti perché ciò non solo sviluppa la coscienza delle masse ma avvicina e prepara la crisi rivoluzionaria, cioè trasforma in sviluppo reale quelle che sono soltanto, come s’è visto, tendenze di sviluppo immanenti alla società capitalistica, traduce in realtà storica la necessità storica della rivoluzione socialista.

Naturalmente tutto ciò non può essere provocato artificiosamente: senza una contraddizione reale, senza una tensione reale dei rapporti sociali le masse non sono spinte alla lotta e, se manchi una spinta spontanea delle masse, le parole d’ordine dei partiti non sono per sé sole sufficienti. Tuttavia le contraddizioni reali non mancano nella società capitalistica, ne sono anzi momento essenziale: la strategia e soprattutto la tattica devono saper cogliere di volta in volta i motivi più validi, scoprire le tensioni magari latenti, avvertire tutti gli squilibri, utilizzare tutti gli appigli. E devono, inoltre, tendere a unificare queste diverse spinte in un moto politico unitario che assuma chiaramente l’obiettivo più avanzato possibile in quel momento, quello che può costituire il comune punto di riferimento delle diverse lotte in corso solo in questo modo si può uscire da un quadro settoriale parziale, che in quanto tale rimane sempre interno alla società presente, e dare un indirizzo socialista alle lotte dei lavoratori. Del resto le contraddizioni della società non sono da intendersi come un dato bruto, meramente oggettivo, indipendente dalla presenza e dall’azione delle masse, perché il processo storico e sempre frutto di una interazione reciproca fra momenti oggettivi e soggettivi: in ultima analisi il grado di acutezza, e quindi di incidenza rivoluzionaria, delle contraddizioni capitalistiche è funzione del grado di coscienza e di forza combattiva dei lavoratori.

Questa esigenza era presente alla Luxemburg fin dall’inizio della sua attività e la troviamo illustrata nel primo rapporto da lei preparato sulla situazione polacca per il congresso internazionale di Zurigo [153], e da questo punto di vista è particolarmente efficace e suggestiva l’analisi della rivoluzione russa del 1905 nel suo opuscolo sullo sciopero generale. La stretta unità della lotta polit

ica ed economica - due facce della stessa lotta di classe - la forza creativa dell’azione e la possibilità di suscitare sempre nuove ondate, la rapida maturazione della coscienza nel fuoco della battaglia e la nascita di nuove forze organizzative dalle esperienze stesse della lotta: tutto ciò appare con nitida evidenza nel racconto luxemburghiano. Da esso emerge anche con chiarezza una strategia che tende a utilizzare tutte le possibilità di lotta, facendo nascere o sviluppando in ciascuna battaglia la consapevolezza di più avanzati traguardi, di più vasti obiettivi, in cui si raccolgano e si fondano tutte le spinte popolari. Ed è il valore profondo di questa esperienza, non certo la meccanica ripetizione degli atti, che essa si sforzò di far assimilare anche al proletariato occidentale.

Se essa fece in quegli anni dell’agitazione antimilitarista e dell’agitazione per il suffragio universale i due punti cardini della sua battaglia in Germania, è perché riteneva che su questi due terreni l’imperialismo fosse più minaccioso e aggressivo e che su di essi si dovesse quindi concentrare la reazione popolare. Ma non intese mai farne delle agitazioni a se stanti. In tutta la sua polemica di quegli anni due motivi risuonano costanti: la necessità di mantenere sempre il proletariato all’offensiva, di non lasciar mai cadere nel nulla l’onda che si è sollevata, di non lasciar disperdere il potenziale di lotta che si è accumulato [154], e la necessità di rompere le barriere settoriali e di sospingere la volontà di lotta dei lavoratori verso obiettivi politici comuni. Così rimprovera al partito e al suo organo ufficiale, il Vorwärts, di avere accuratamente cercato di tenere separate due grandi agitazioni contemporanee, una per il suffragio universale e una contro la disoccupazione (un bel saggio di strategia dell’usura alla Kautsky!) invece di collegare la richiesta di pane e lavoro con la richiesta del voto [155]; così nella campagna elettorale del 1911 protesta contro la direttiva del partito di limitare la campagna elettorale ai temi di politica interna, tasse e legislazione sociale. “Ma la politica finanziaria, il dominio degli Junker, la tregua nella legislazione sociale sono organicamente legate con il militarismo, con il riarmo navale, con la politica coloniale, con il regime personale e la sua politica estera. Ogni divisione artificiosa di questi campi può dare solo un’immagine lacunosa e unilaterale della nostra situazione politica. Nelle elezioni al Reichstag noi dobbiamo principalmente diffondere la luce socialista, ma questo non è possibile se noi limitiamo la nostra critica esclusivamente alla politica interna della Germania, se non descriviamo i grandi legami internazionali, l’avanzata del dominio capitalistico in tutti i continenti, l’anarchia che si manifesta dovunque e il ruolo dominante della politica coloniale e mondiale in questo processo” [156]. E ancora contro la tattica paziente e addormentante dell’“usura”: “Non usura ma lotta su tutta la linea: questo è quello che ci occorre. Non la rivincita fra un anno e mezzo alle urne, ma subito colpo su colpo” [157].

L’obiettivo unificatore di queste lotte non può essere che la lotta all’imperialismo, in cui si riassume l’essenza di tutte le contraddizioni sociali. “I problemi del militarismo e dell’imperialismo rappresentano oggi l’asse centrale della vita politica; in essi e non in un qualunque problema di responsabilità ministeriale o in altre rivendicazioni puramente parlamentari sta la chiave della situazione politica” [158]. Ma il sostegno visibile della politica imperialistica, il punto di riferimento di tutte le forze reazionarie è la monarchia: “La monarchia semifeudale con il suo regime personale forma indubbiamente da un quarto di secolo, e ogni anno sempre più la base del militarismo, la forza motrice della politica di riarmo navale, lo spirito guida dell’avventura imperialistica, come costituisce il sostegno degli Junker in Prussia e il baluardo del predominio dell’arretratezza prussiana in tutta la Germania; essa è perciò, per così dire, il nemico personale giurato della classe operaia e della socialdemocrazia. La parola d’ordine della repubblica è quindi in Germania oggi infinitamente più che l’espressione di un bel sogno del democratico ‘Stato popolare’ o di un astratto dottrinarismo politico; essa è un grido di guerra pratica contro militarismo, ‘marinismo’ [159], politica coloniale, imperialismo, dominio degli Junker, prussificazione della Germania; essa è solo una conseguenza e una sintesi drastica della nostra lotta quotidiana contro tutti questi aspetti parziali della reazione dominante” [160].

Una sintesi drastica di tutte le lotte parziali rappresentava per Rosa Luxemburg il crogiuolo che avrebbe dovuto fondere tutte le energie della classe lavoratrice e attrarre nella lotta forze che la politica ufficiale del partito e delle organizzazioni sindacali teneva lontane: in particolare le masse non organizzate, che facevano paura ai dirigenti preoccupati di assicurare in ogni caso l’ordine e la disciplina delle agitazioni [161]. E in questo crogiuolo Rosa Luxemburg sperava di saldare anche l’unità fra proletari in tenuta da lavoro e proletari in divisa militare: questi ultimi “sono soltanto una parte della popolazione lavoratrice e se questa raggiunge la necessaria coscienza che la guerra è riprovevole e dannosa al popolo, allora anche i soldati comprenderanno da soli, senza le nostre intimazioni quel che devono fare nel caso specifico” [162]. Contro “lo spirito d’avventura della soldatesca imperante”, che minaccia la pace internazionale e attenta alla sicurezza pubblica e al diritto personale con lo stato d’assedio, che mette in gioco lo stesso suffragio universale e il diritto di coalizione [163], un fronte di tutti i lavoratori diventa possibile purché non sia lo stesso partito socialdemocratico a frenarne lo slancio.

È noto che la socialdemocrazia tedesca si adoperò proprio invece a frenare lo slancio delle masse facendo apparire come fantastiche le realistiche previsioni di Rosa Luxemburg. E così aiutò obiettivamente l’imperialismo a scatenare la guerra mondiale. Il quadro della strategia luxemburghiana che abbiamo tentato di delineare non sarebbe tuttavia completo se non sottolineassimo che, nella sua concezione, questa opposizione radicale del proletariato alla società borghese in nome del socialismo doveva dare al proletariato stesso insieme con l’autonomia politica anche l’autonomia culturale. “Ben presto (...) l’azione del socialismo, per salvare la civiltà dagli artigli feudali prussiani si spiegherà con accresciuto vigore grazie proprio alla liquidazione del revisionismo. Perché la connessione intima del movimento socialista con lo slancio intellettuale si realizza non grazie ai transfughi che ci vengono dalla borghesia, ma grazie all’ascesa della massa proletaria. Questa connessione si fonda non su un’affinità qualunque del nostro movimento con la società borghese, ma sulla sua opposizione a questa società. La sua ragion d’essere e lo scopo finale del socialismo, la restituzione di tutti i valori della civiltà alla totalità del genere umano. E più il carattere proletario della socialdemocrazia si accentuerà, più vi saranno delle probabilità che la civiltà tedesca sia salvata dalla stretta dei suoi zelatori feudali e che la Germania stessa sfugga all’anchilosi di tipo cinese in cui vorrebbero mantenerla i conservatori” [164].

 

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