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20 aprile 2012 5 20 /04 /aprile /2012 05:00

 

Luxemburg_francobollo_1974.jpg

 

Introduzione

[a "Scritti politici" di Rosa Luxemburg]


La raccolta completa delle sue opere offrirà un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti in tutto il mondo.

Lenin


Il motivo che mi ha spinto a presentare al pubblico italiano questa antologia dei principali scritti politici di Rosa Luxemburg non è stato quello di fornire un contributo per la conoscenza storica del movimento operaio internazionale, in seno al quale Rosa Luxemburg occupò per un ventennio un posto preminente, bensì quello di offrire uno strumento attuale, perfettamente valido ancor oggi, per l’elaborazione e l’approfondimento di una strategia di lotta del movimento operaio. Perfettamente attuale ancor oggi, anzi sempre più attuale a misura che i militanti più seri e più impegnati, spezzate le catene del dogmatismo e abbandonate le illusioni perennemente risorgenti dell’opportunismo, riprendono contatto con la sorgente viva del pensiero marxista riscoprendone l’inesauribile ricchezza.

Di quel pensiero marxista che, secondo la nota definizione engelsiana, non e un dogma ma una guida per l’azione, Rosa Luxemburg e stata certamente fra i continuatori più efficaci e più creativi e nulla può apparire più naturale quindi che il suo nome sia stato quasi dimenticato durante i lunghi anni in cui l’opportunismo da un lato e il dogmatismo dall’altro fecero strazio del marxismo. Non e perciò forse superfluo ricordare ai lettori italiani alcuni fra i principali giudizi che uomini eminenti del movimento operaio ebbero già a pronunciare sul suo conto. Di questi giudizi il più noto e quello di Lenin che nel 1922 scriveva: "Nonostante questi errori, essa era ed e rimasta un’aquila, e non soltanto la sua memoria sarà sempre cara ai comunisti di tutto il mondo, ma anche la sua biografia e la raccolta completa delle sue opere (nella pubblicazione delle quali i comunisti tedeschi ritardano incredibilmente, del che essi sono soltanto in parte scusabili per gli immensi sacrifici che devono sopportare nella loro dura lotta) offriranno un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti di tutto il mondo" [1]; in ciò riecheggiando il giudizio che Karl Radek, allora leader bolscevico di primo piano, aveva espresso nella commemorazione di Rosa: "Ciò che Rosa Luxemburg fu ed è per il proletariato tedesco ed internazionale, non appartiene al passato, ma si farà valere soltanto nell’avvenire, quando larghi strati di comunisti studieranno profondamente la raccolta delle sue opere e faranno proprio lo spirito che emana da esse. Con ciò non è detto che noi dobbiamo condividere ogni sua opinione. Antonio Pannekoek criticò il suo libro sull’accumulazione del capitale, chi scrive queste righe prese atteggiamento critico di fronte alla parte positiva della Juniusbroschùre; ma nessuno che voglia parlare in nome del comunismo, che pensi da comunista, deporrà questi scritti senza aver acquistato la convinzione che con Rosa Luxemburg morì il più profondo spirito teorico del marxismo, che essa è la nostra guida, dalla quale gli operai comunisti avranno ancora da imparare per decenni" [2].

Non stupisca questa affermazione che la Luxemburg fosse "il più profondo spirito teorico del comunismo" fatta, vivo Lenin, da un militante del suo stesso partito; già una quindicina di anni prima Franz Mehring, lo studioso e biografo di Marx, aveva potuto scrivere nella rivista diretta da Kautsky, che pure era quasi unanimemente considerato come l’interprete più autorevole del marxismo, che Rosa Luxemburg era "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels" [3] e un giudizio analogo troviamo nella prefazione che Lukács scrisse nel 1922 per la raccolta di saggi pubblicata sotto il titolo Geschichte und Klassenbewusstsein nella quale definisce Rosa Luxemburg "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l’opera della sua vita sia sul piano dei fatti economici che sul piano del metodo economico e che, da questo punto di vista, si ricolleghi concretamente al livello presente dell’evoluzione sociale" [4].

Ma, nonostante che i più illustri esponenti del pensiero marxista ne avessero messo in luce l’importanza, l’opera teorica di Rosa Luxemburg, disseminata in numerosi pamphlets e dispersa in centinaia di articoli e discorsi, doveva essere già pochi anni dopo la sua morte avvolta in una rigida cortina di silenzio che solo pochi studiosi osarono infrangere. Da un lato la destra socialdemocratica, che poche settimane dopo la sua ascesa al potere in Germania aveva compiacentemente favorito l’assassinio della Luxemburg per sbarazzarsi dell’avversario più pericoloso, non aveva certo interesse a ripubblicare i suoi scritti che sarebbero suonati come altrettanti capi d’accusa contro la politica socialdemocratica; dall’altro il rigido dogmatismo staliniano non poteva riconoscere diritto di circolazione a un pensiero non solo così vivo e così ricco come quello della Luxemburg ma che era, si può dire, tutto uno squillo di battaglia contro ogni tentativo di irrigidire il marxismo in schemi senz’anima. Era appena trascorso un anno dalla morte di Lenin che già l’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista condannava alcune dottrine della Luxemburg e al principio degli anni ‘30 ogni ristampa di suoi scritti da parte comunista era diventata impossibile e il suo nome non poteva essere pronunciato se non accompagnato dalle più dure condanne: si arrivò a parlare di “lue luxemburghiana”. [5]. Sicché l’edizione delle opere complete che Lenin aveva auspicato e che era stata allora iniziata, attende ancora, ad oltre quarant’anni dalla morte, la sua realizzazione: è comunque certamente un fatto positivo che si sia ricominciato da parte comunista a ristamparne gli scritti e che recentemente sia stata pubblicata in Polonia una bibliografia completa dei suoi scritti che costituisce una guida preziosa per ogni studioso e per un auspicato editore e che noi riproduciamo in questo volume.

Il problema centrale di Rosa Luxemburg, il problema attorno a cui ruota tutta la sua opera teorica e anche tutta la sua azione pratica, è il problema della rivoluzione socialista: "Perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi?" [6]. Fu questo del resto anche il problema centrale di Marx [7] come dev’esserlo per ogni socialista per cui il socialismo non sia soltanto un facile soggetto da esercitazioni domenicali nei pubblici comizi ma sia una scelta fondamentale, morale e politica, che dev’essere tradotta in realtà. All’impostazione corretta e alla soluzione del problema Marx aveva apportato un contributo decisivo, ma i suoi epigoni o non l’avevano compreso o ne avevano nella pratica tradito lo spirito, e a ritrovare questo spirito, sia sul piano del metodo sia sul piano dell'analisi come su quello della azione, fu volta tutta l’opera di Rosa Luxemburg.

La tradizione rivoluzionaria che aveva dominato fino a Marx era naturalmente la tradizione della grande rivoluzione francese, e lo stesso Marx e Engels ne furono largamente impregnati. Ma la rivoluzione francese fu un momento storico così ricco, così potentemente creativo, che ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, gli storici non hanno finito di sviscerarne gli aspetti essenziali e di intenderne tutta la possente dinamica interna. Non è pertanto da meravigliare se gli immediati successori ne cogliessero e ne isolassero alcuni aspetti giungendo a conclusioni unilaterali e false, tanto più che in seno alla rivoluzione stessa avevano agito forze contraddittorie che non potevano non suscitare forti cariche emotive di segno opposto. E così come, da un lato, i conservatori tendevano a fare il processo alla rivoluzione, e agli ideali che essa aveva espresso, in nome dei diritti e della continuità della storia, dall’altro lato le forze di sinistra tendevano a fare il processo ai risultati storici della rivoluzione in nome degli ideali incompiuti che la rivoluzione stessa aveva proclamato. Ma vi era poi profonda disparità, in seno alla stessa sinistra, sul modo di attuare questi ideali incompiuti, cioè di riprendere il corso del processo rivoluzionario. A seconda precisamente che si mettesse l’accento su uno o l’altro degli aspetti della rivoluzione, c’erano da un lato i facitori di sistemi e dall’altro i facitori di rivoluzioni.

Facitori di sistemi erano gli utopisti che costruivano piani di future società presunte perfette, ma non riuscivano a individuare nel processo storico un meccanismo capace di realizzare i loro ideali. Facitori di rivoluzioni erano i socialisti del tipo blanquista, che erano socialisti in quanto credevano alla vittoria del proletariato e individuavano come vero nemico non più la vecchia aristocrazia ma la nuova classe borghese, ma quanto a metodo rivoluzionario si richiamavano alla tradizione Babeuf-Buonarroti: isolavano cioè il problema della conquista del potere, attraverso una congiura di iniziati, che avrebbe dovuto istituire una dittatura per rifare dalle fondamenta l’ordine sociale, dal processo storico che fa maturare dall’interno della società sia le condizioni oggettive della rivoluzione che la volontà e la partecipazione di larghe masse. Tendevano, cioè, i blanquisti a porre l’accento esclusivamente sul momento politico della conquista del potere in contrasto con i proudhoniani che isolavano invece il momento economico; tendevano i blanquisti a vedere la rivoluzione come risultato di un mero intervento soggettivo nel processo storico, quasi come il risultato di una contrapposizione globale esterna alla società esistente, e di fronte ad essi stavano invece i molti "riformatori" che vedevano il socialismo nascere dall’interno della società attraverso una serie di correzioni o eliminazioni dei suoi "lati cattivi" per portarla ad un alto grado di perfezione, e ancora una volta gli uni e gli altri coglievano solo un aspetto della realtà perché il socialismo è contrapposizione globale e non semplice correzione, ma è contrapposizione che nasce dall’interno del processo storico, che è immanente alle contraddizioni della società capitalistica. Storicismo e utopismo, momento politico e momento economico, contrapposizione globale e trasformazione interna, tutti momenti unilaterali, isolati, manchevoli o falsi di una realtà complessa che Marx esprimerà in una sintesi felice.

Fin dal Manifesto egli indicò in modo chiaro che il processo della rivoluzione socialista si muove in virtù di un meccanismo che è interno ed intrinseco alla società capitalistica: è il frutto delle sue contraddizioni, e in particolare della contraddizione fondamentale fra le forze produttive, il cui carattere sociale tende sempre più ad accentuarsi, e l’ordinamento dei rapporti di produzione che è viceversa dominato dal principio privatistico del profitto. Due anni dopo, nel 1850, egli aggiunse un nuovo elemento importante alla sua dottrina della rivoluzione, e cioè che il contrasto fra forze produttive e rapporti di produzione può assumere la forma violenta di una rottura rivoluzionaria solo in concomitanza con un inasprimento del contrasto stesso dovuto ad un accentuarsi degli squilibri interni della società capitalistica, cioè in pratica ad una crisi economica, lasciando un po’ in ombra l’idea, che pure gli era presente, di una crisi politica nascente da una guerra.

Il grande merito storico di Marx è quindi di avere collocato il processo rivoluzionario all’interno della società capitalistica, come un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, inscindibile da esso e perciò ineliminabile. Essendo un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, frutto delle contraddizioni permanenti del sistema, il processo rivoluzionario non rappresenta un momento isolato, un’esplosione improvvisa: se esso assume forme più radicali e definitive in momenti di particolare tensione dei rapporti sociali, di particolari crisi o squilibri, quelle forme radicali, quelle rotture e lacerazioni della compagine sociale rappresentano il momento terminale di un lungo processo che si è svolto in continuità, pur fra alti e bassi, a cui ha partecipato. Pertanto non un pugno di cospiratori o un’avanguardia illuminata, ma il grosso dell’esercito proletario che costituisce la classe lavoratrice impegnata nella lotta in forme più o meno coscienti. Contraddizioni capitalistiche, lotte di classi che ne risultano, trasformazione conseguente delle strutture sociali, coscienza di questo processo storico e dei suoi scopi ultimi, esasperazione finale della lotta e crollo della società capitalistica: queste sono le grandi linee del processo rivoluzionario descritto da Marx, processo che si svolge sotto i nostri occhi si può dire ogni giorno, che ha momenti di sosta apparente e fasi particolarmente acute, e in cui s’intrecciano la lotta quotidiana dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’aspirazione rivoluzionaria ad un nuovo ordinamento sociale. Il collegamento fra la lotta quotidiana e lo scopo finale, fra il momento oggettivo delle contraddizioni sociali e il momento soggettivo della volontà rivoluzionaria è un collegamento dialettico, non meccanico, ed è su questo scoglio, sulla difficoltà di afferrare la dialetticità di questo nesso che hanno fatto quasi sempre naufragio le teorie socialiste degli epigoni e si è rivelata l’incapacità di dare una direzione marxista, cioè seriamente e coscientemente rivoluzionaria, al movimento operaio.

In un primo periodo l’influenza marxista si fece sentire nel movimento operaio almeno in tre direzioni fondamentali: nell’affermazione della necessaria autonomia politica del movimento operaio e quindi nella netta distinzione del partito socialista dai partiti democratici borghesi; nella esigenza che il movimento operaio autonomo non si isolasse in attesa di una crisi rivoluzionaria ma al contrario preparasse l’esito vittorioso della crisi finale attraverso la partecipazione alla lotta quotidiana per l’estensione della democrazia e per la soddisfazione delle proprie rivendicazioni di classe; nella convinzione che la crisi rivoluzionaria era una necessità storica connessa allo sviluppo stesso della società capitalistica. La prima di queste posizioni significava una chiara delimitazione di confini, e quindi una lotta, sulla destra del movimento operaio, nei confronti delle correnti democratico-borghesi, ed era favorita dall’istinto di classe delle masse operaie; la seconda invece implicava una rottura netta sia con il vecchio blanquismo che con il bakuninismo anarchico, nemico della partecipazione alla lotta politica quotidiana e preso ancora dal sogno della grande liquidazione finale della società borghese, che sarebbe intervenuta senza mediazioni all’ora X in virtù di uno scontro campale e definitivo fra le classi contrapposte. I primi congressi della Seconda Internazionale furono dominati da questi dibattiti: anzi, quasi a simbolo delle rotture che dovevano accompagnare la nascita dei partiti socialisti, la Seconda Internazionale nasceva a Parigi nel 1889 - a somiglianza di quanto doveva accadere tre anni dopo a Genova per il Partito socialista italiano - dal contrasto di due congressi contemporanei di cui solo quello di prevalente ispirazione marxista doveva trovare continuità organizzativa. Quanto ai confini da tracciarsi a destra, essi apparvero fin dal primo momento netti sul terreno organizzativo, cioè sulla necessità di creare un partito autonomo del proletariato, terreno sul quale erano già in Germania i lassalliani, ma assai più incerti si manifestarono sul valore dell’autonomia ideologica e politica di cui quella organizzativa doveva essere strumento: in altre parole, quali avrebbero dovuto essere i fini politici e quale l’azione politica che i partiti socialisti avrebbero dovuto perseguire? Si votavano, è vero, senza troppe difficoltà mozioni che condannavano l’alleanza e la collaborazione politica con partiti borghesi, ma si faticava a trovare dei criteri di differenziazione nelle prospettive, salva naturalmente la prospettiva ultima del socialismo.

E qui allora nasceva il problema centrale, essenziale in ogni, movimento socialista che voglia essere veramente tale: in che modo quella prospettiva ultima reagisce sull’azione quotidiana e ne determina l’orientamento? La risposta è facile, almeno a parole, per chi non crede al valore della partecipazione alla vita degli istituti della società borghese e pensa alla lotta di classe nella forma di due eserciti accampati l’uno contro l’altro che attendono il momento e studiano i piani della battaglia decisiva: in questo caso la risposta è il rifiuto del lavoro quotidiano all’interno della società borghese, una risposta che non solo è fuori del marxismo ma è fuori della realtà. Ma per chi crede all’utilità, anzi alla necessità di quella partecipazione, il problema è più complesso e si può risolvere solo nel senso dialettico di Marx: ove manchi questa capacità dialettica, e, soprattutto, quando sotto lo stimolo di una congiuntura favorevole si facciano forti le pressioni per l’azione immediata sia sul piano economico che su quello politico, è forte il rischio che si provochi una frattura fra questa azione e la prospettiva del socialismo, fra il presente cioè e il futuro. E per questa via vengono a cadere di fatto le linee di frontiera che il movimento operaio ha tracciato sulla sua destra: l’autonomia organizzativa rimane e rimangono i confini organizzativi con le altre formazioni politiche borghesi, ma gli scopi, i metodi, la mentalità, l’ideologia di queste formazioni politiche diventano patrimonio dello stesso partito operaio, al cui interno quindi rinascono quei motivi che esso aveva preteso di chiudere al di fuori. Rotta l’unità dialettica marxista, e isolati di nuovo i due momenti della lotta quotidiana e dello scopo finale, la divisione si riprodurrà di continuo in seno al movimento operaio fra un’ala possibilista, opportunista, riformista o come altrimenti si voglia chiamarla, e un’ala estremista, massimalista, intransigente: due facce della stessa incomprensione della dialetticità del reale, due tendenze politiche che rimangono al di qua della coscienza di classe vera e propria, al di qua della sintesi marxista, al di qua dell’azione rivoluzionaria in senso proprio.

E d’altra parte era inevitabile che il movimento pratico agisse sotto la spinta di stimoli immediati e non potesse giungere di colpo a quella visione totale del processo storico che costituiva il grande apporto teorico del marxismo. Da quando, con lo sviluppo dell’industria capitalistica, il movimento operaio aveva cominciato ad assumere proporzioni di massa, prima in Inghilterra e poi a poco a poco nei paesi dell’Europa occidentale, questi stimoli immediati e questi motivi pratici si erano fatti sentire sempre più fortemente, non tuttavia in un’unica direzione perché in realtà i partiti socialisti erano nati dall’incontro di diverse correnti sociali, ciascuna delle quali vi portava le proprie esigenze e le proprie rivendicazioni. Grosso modo si possono riconoscere nella storia dei partiti socialisti diversi filoni che hanno una propria continuità storica di origine premarxistica e a cui solo la sintesi marxista avrebbe potuto dare una reale unità. C’è naturalmente, innanzitutto, .una corrente operaia che tuttavia si esprime in posizioni diverse: quella della rivolta radicale della miseria contro tutto l’ordine sociale esistente e quella, imbevuta di motivi più economici o addirittura corporativi che politici, che si limita alla lotta sindacale rivendicativa e non disdegna un’alleanza con il potere politico per ottenerne vantaggi corporativi. E accanto a questi filoni operai ci sono anche i filoni di derivazione democratica e di ispirazione prevalentemente piccolo-borghese, anch’essi molteplici: vi sono democratici che conservano in una certa misura le tradizioni quarantottesche della democrazia rivoluzionaria e mal si adattano alla prassi della lotta quotidiana, e ve ne sono altri invece, assai più possibilisti, che vengono al movimento operaio perché vi vedono la base di massa, e quindi lo strumento, per realizzare in ultima analisi il compromesso liberal-democratico con la classe dominante e, per tal via, assicurare la promozione politica degli strati inferiori della società nell’ambito dell’ordinamento esistente. Ora, a seconda dei bisogni e delle aspirazioni che ognuno di questi vari filoni esprime, esso va cercando nella ricca e complessa dottrina marxista quel singolo aspetto o momento che più gli conviene: gli uni l’autonomia della classe operaia, gli altri la partecipazione alle lotte quotidiane sindacali o politiche, gli altri ancora la volontà della rivoluzione finale.

Solo uno sforzo di direzione cosciente, solo un’assidua opera chiarificatrice che sapesse trarre i necessari ammaestramenti dall’esperienza quotidiana, avrebbe potuto realizzare sul terreno dell’azione pratica di lotta quella sintesi dialettica che Marx aveva raggiunto nell’elaborazione teorica ma che non aveva mai avuto modo di sperimentare come leader di partito. Purtroppo invece quello che mancò ai dirigenti della socialdemocrazia tedesca, come degli altri partiti che pur si professavano marxisti, fu proprio questa capacità di sintesi dialettica. Certo, a parole, questi dirigenti ripetevano che la lotta quotidiana non era che un momento preparatore della crisi rivoluzionaria che sarebbe nata dallo stesso processo di sviluppo capitalistico, ma quella crisi era vista come un fatto meccanico, indipendente dall’azione delle masse, come una necessità naturale piuttosto che come una necessità storica in senso marxista. Ma se era un fatto meccanico, una necessità naturale, non dipendente dall’azione quotidiana delle masse, quest’ultima finiva con il muoversi per proprio conto, senza riferimento alcuno alla rivoluzione futura su cui non poteva influire, e rimaneva perciò fine a se stessa, chiusa nell’ambito della società capitalistica. Tributato un omaggio formale alla rivoluzione “futura”, i possibilisti e gli opportunisti potevano tranquillamente limitare il loro orizzonte agli scopi immediati. E d’altra parte, neppure i rivoluzionari, gli “intransigenti”, non riuscivano a vedere questo collegamento: per essi la rivoluzione era la catastrofe fatale legata a una crisi economica che sarebbe inesorabilmente venuta e che bisognava saper attendere senza sporcarsi intanto le mani con le piccole rivendicazioni di ogni giorno, ed era legata ai vecchi schemi quarantotteschi delle barricate e dell’insurrezione, della conquista istantanea del potere attraverso l’occupazione fisica delle sue sedi legali. Della rivoluzione come processo continuo, come estensione continua del potere e come mutamento progressivo dei rapporti di forza, a cui Marx ed Engels avevano pensato soprattutto negli ultimi decenni della loro attività, anche nella forma di un passaggio pacifico [8],quasi nessuna traccia si trovava nelle posizioni cosiddette radicali o rivoluzionarie che formavano l’ala sinistra dei partiti socialisti.

Neppure colui che era universalmente considerato come l’erede teorico e l’interprete ufficiale del pensiero marxista, Karl Kautsky, direttore dell’organo teorico della socialdemocrazia tedesca Die Neue Zeit, era in realtà un marxista: il suo marxismo infatti era fortemente imbevuto del positivismo evoluzionistico del suo tempo che non aveva mancato di contagiare lo stesso Engels dell’ultimo periodo. La successiva evoluzione politica di Kautsky doveva del resto pienamente confermare che quella che per Marx era una sintesi dialettica fra lotta quotidiana e azione rivoluzionaria, era invece per Kautsky una giustapposizione meccanica; che la lotta sui due fronti, contro l’opportunismo e l’estremismo, che in Marx derivava da una visione originale ed autonoma del processo rivoluzionario (e più tardi in Lenin soprattutto da un formidabile senso della concretezza) si traduceva invece per Kautsky in un centrismo senz’anima, più sforzo di conciliazione eclettica che volontà di chiarificazione. Il programma di Erfurt della socialdemocrazia tedesca (1891), opera prevalente di Kautsky, è lo specchio di questa mentalità, anche se a tutta prima poté apparire fedele allo spirito marxista e ottenere in larga misura l’approvazione dello stesso Engels: solo l’esperienza pratica doveva infatti mettere a poco a poco in rilievo come in realtà non vi fosse legame fra il “programma minimo” e lo scopo finale e come di conseguenza l’eclettismo kautskiano fosse una contraffazione della dialettica marxista [9].

Nella pratica infatti il partito socialdemocratico in Germania, come del resto altrove, s’impegnò sempre più nella lotta per gli obiettivi immediati tanto più facilmente quanto più lo sviluppo del capitalismo, e il suo interno dinamismo offrivano prospettive nuove al miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e riassorbivano progressivamente le cause del malcontento più grave, facendo nascere l’illusione di un continuo e sicuro progresso economico e democratico. La soddisfazione per i successi conseguiti sul terreno pratico quotidiano, e la speranza di successi maggiori, faceva passare in seconda linea l’allontanarsi della prospettiva socialista, che diventava sempre più qualche cosa di mitico e avulso dalla realtà della lotta quotidiana: la sintesi dialettica che Marx aveva operato fra i due termini, facendo nascere la rivoluzione socialista dallo sviluppo capitalistico, sembrava definitivamente perduta. Conseguenza di questa. situazione, in cui come si è detto confluivano le spinte della realtà obiettiva e le insufficienze e incertezze dei dirigenti, fu che la socialdemocrazia diventava ogni giorno più un partito semplicemente democratico-borghese, che, avendo perso di vista, o non avendo addirittura afferrato, il legame permanente fra lotta democratica e lotta socialista, si orientava verso una separazione meccanica della duplice lotta in fasi temporali nettamente distinte. Si distingueva dagli altri partiti borghesi per la sua composizione sociale prevalentemente operaia e per l’attenzione minuta che dedicava ai problemi operai, ma chiudeva sempre più i suoi orizzonti e le sue prospettive nell’ambito della società capitalistica e quindi nell’ambito delle soluzioni compatibili con l’ordinamento capitalistico, rinunciando ad ogni volontà di emancipazione integrale del proletariato dallo sfruttamento capitalistico. In un certo senso era proprio il suo carattere operaistico e l’attenzione minuta ai problemi operai che aiutava a tener lontani i militanti dai grandi problemi politici e dalle soluzioni di fondo. Ma poiché non si arrivava ad abbandonare la dottrina ufficiale marxista, ne derivava un divorzio fra teoria e pratica, fra i principi proclamati e l’azione svolta, che favoriva il graduale prevalere delle concezioni revisionistiche cui bisognava perlomeno riconoscere il merito di offrire una teorizzazione che significava, sì, una rottura con il socialismo, ma una conciliazione con la prassi e l’esperienza di ogni giorno e di ciascuno.

 

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE
 

 

 

 

LINK al post originale:

Introduzione a "Scritti Politici" di Rosa Luxemburg

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13 aprile 2012 5 13 /04 /aprile /2012 05:00

Al collegamento sottostante il lettore potrà leggere L'autodifesa che Rosa Luxemburg pronunciò nel febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. Preziosa testimonianza di quanto centrale fosse, nel pensiero e nell'azione politica autenticamente marxista e libertaria della sinistra socialdemocratica, l'antimilitarismo, così come la denuncia del colonialismo e dell'imperialismo, al contrario del puro e semplice collaborazionismo dell'apparato partitico socialdemocratico tedesco.

Qui sotto al collegamento allo scritto di Rosa Luxemburg abbiamo fatto seguire la nota introduttiva ad esso tratta dalla grande antologia dei suoi scritti, editi con il titolo di Scritti politici, nel 1967 dalla casa editrice dell'allora partito comunista italiano Editori Riuniti, e curati da Lelio Basso, il massimo conoscitore della grande studiosa e attivista politica tedesca.

 

Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l'accusa di incitamento alla diserzione

 

Luxemburg francobollo 1974


 

Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte

Nota introduttiva
di Lelio Basso

 

Abbiamo ampiamente illustrato nell’introduzione l’importanza che il militarismo assumeva nella concezione generale che Rosa Luxemburg aveva della società capitalistica e delle prospettive rivoluzionarie, e abbiamo messo in rilievo i contributi originali ch’essa apportò alle idee correnti in seno alla socialdemocrazia. Questa aveva ereditato le tradizioni democratiche che vedevano nel militarismo e negli eserciti stanziali un punto d’appoggio della reazione e vi contrapponevano l’idea della milizia popolare, così come erano ostili alla guerra in nome di un generico pacifismo; sfuggiva ad esse, e sfuggiva alla socialdemocrazia tradizionale, il preciso significato di classe del militarismo. Come abbiamo visto Rosa Luxemburg mise in rilievo, accanto alle tradizionali accuse al militarismo, bastione della reazione e fautore di guerra, la funzione economica che esso esercitava anche in tempo di pace, in quanto offriva con il riarmo uno sbocco supplementare alla produzione capitalistica e quindi un mezzo sicuro di accrescimento della domanda globale, e di incremento del profitto. In questo senso il militarismo diventava un momento necessario dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica per controbilanciare gli squilibri tradizionali del mercato, cosa come al tempo stesso diventava strumento della politica di conquista di nuovi mercati coloniali, anch’essa momento necessario dello sviluppo imperialistico. La lotta contro il militarismo e contro la guerra in preparazione era perciò per Rosa Luxemburg una precisa esigenza di classe del proletariato, tanto pili che, come si è visto, essa vedeva nella futura guerra la matrice di quella crisi politica da cui avrebbe potuto nascere la spinta rivoluzionaria e il crollo della società capitalistica. Ma poiché ogni rivoluzione esige una larga partecipazione di masse coscienti, e la coscienza si acquista solo attraverso l’esperienza e la lotta, l’impegno antimilitarista diventava un momento necessario della preparazione rivoluzionaria: senza questa preparazione, il momento della crisi sarebbe sopravvenuto egualmente ma avrebbe trovato, come trovò, il proletariato impreparato al suo compito. E ciò tanto più che, seguendo in questo Engels, essa pensava che il successo finale della rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi non tanto con una vittoria del popolo armato contro l’esercito ma con un passaggio dei soldati dalla parte del popolo, e ciò presupponeva nei soldati una coscienza e maturità politica capaci di liberarli dal sistema dell’ubbidienza cadaverica imposta loro dai regolamenti e dalla prassi militari. A questo fine era pure necessario un lungo periodo di lotte educatrici che trascinassero soprattutto la gioventù: la propaganda antimilitarista doveva quindi rompere la separazione fra esercito e popolo e porre invece le premesse di una alleanza.

Ma la socialdemocrazia tedesca, presa ormai soltanto dalle preoccupazioni dell’immediato e decisamente inserita nel sistema, non poteva affrontare una lotta a fondo di questa natura che avrebbe colpito al cuore il sistema stesso. Si continuava a votare in omaggio alla tradizione contro i bilanci militari, ma si giustificava questo voto solo richiamandosi al sistema della milizia. Si trascuravano in genere le questioni di politica internazionale o tutt’al più, se si affrontavano, si evitava di andare alla radice dei fatti limitandosi a perseguire le speranze di soluzioni pacifiche. Perciò le due risoluzioni fatte approvare da Rosa Luxemburg in sede di congressi internazionali, quella di Parigi del 1900 e quella di Stoccarda del 1907, dovevano rimanere lettera morta per la socialdemocrazia tedesca. Fu quasi soltanto Karl Liebknecht a farsi promotore di un’azione concreta e decisa contro il militarismo e di un’intensa propaganda fra la gioventù, proponendo una serie di mozioni ai congressi di Brema (1904), Iena (1905) e Mannheim (1906), che incontrarono in generale l’ostilità di Bebel nonostante che Liebknecht invocasse appunto la risoluzione luxemburghiana del congresso internazionale di Parigi, teoricamente obbligatoria anche per la socialdemocrazia tedesca. Il 12 ottobre 1907 Liebknecht fu processato e condannato a un anno e mezzo di prigione per il suo scritto Militarismo e antimilitarismo, sconfessato da Bebel in pieno Reichstag.

Del resto dopo la sconfitta elettorale del 1907, dopo le cosiddette “elezioni ottentotte”, la preoccupazione principale dei dirigenti socialdemocratici fu di liberare il partito dall’accusa di “antinazionale”, raddoppiando in zelo patriottico. Nella prima discussione del bilancio militare dopo le elezioni, si ebbe al Reichstag il primo discorso importante di Noske, il futuro “uomo forte” della repressione antioperaia del dopoguerra, il quale non esitò ad affermare che i socialisti erano interessati ad assicurare l’organizzazione militare necessaria alla difesa del paese e che essi volevano un popolo libero e culturalmente più avanzato per garantire una Germania più forte. Questo discorso fu oggetto di un acceso dibattito al congresso di Essen (1907) dove la divisione di fondo fra le due tendenze del partito apparve abbastanza chiara: chi considerava più importante la lotta contro l’imperialismo condannava Noske, chi si preoccupava di più delle elezioni e dei problemi immediati, era disposto a compromessi con l’imperialismo e accettava anche il militarismo. Il gruppo dirigente del partito era schierato su queste ultime posizioni, con la sola riserva della preoccupazione di Bebel di mantenere l’unità del partito e di non rinnegare apertamente le dottrine tradizionali: ciò fece si che di compromesso in compromesso si arrivasse, come sbocco naturale, alla capitolazione del 4 agosto 1914.Momento importante di questo cammino fu appunto il rifiuto della lotta antimilitarista, per giustificare la quale si minimizzava la aggressività dell’imperialismo; così al congresso internazionale di Stoccarda (1907), Bebel affermò che “nei circoli influenti della Germania quasi nessuno vuole la guerra” [1]; così all’epoca della seconda crisi marocchina (1911) la socialdemocrazia tedesca si oppose a qualunque azione internazionale negando che vi fosse pericolo di guerra; così si oppose, in Germania, a un’organizzazione autonoma della gioventù, voluta da Liebknecht, Zetkin, Ludwig Frank, per timore che fosse preda della propaganda antimilitarista; così infine nel 1913 il gruppo parlamentare si pronunciò con 52 voti contro 37 e 7 astenuti per il voto favorevole ad una proposta del governo che istitutiva una nuova tassa per accrescere le spese degli armamenti: come disse allora Fritz Geyer, uno dei leader del gruppo dei deputati oppositori, il governo tedesco sapeva ormai che poteva spingere la politica di riarmo grazie ai fondi che gli procuravano i voti socialdemocratici. Il vecchio slogan “a questo sistema né un uomo né un soldo” cessava di guidare la tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca, e prendeva il sopravvento l’altro che già correva dal 1907 “nell’ora del pericolo non pianteremo in asso la patria” [2].

Ma nella stessa misura in cui i progressivi cedimenti della direzione e dei parlamentari socialdemocratici incoraggiavano il governo imperiale nella sua corsa verso la guerra, facendo svanire lo spauracchio di una ferma opposizione delle masse [3], nella stessa misura s’intensificava l’agitazione antimilitarista della sinistra socialista, in particolare di Liebknecht e della Luxemburg, pienamente coscienti del pericolo imminente di guerra. Nel corso di un intenso giro di propaganda nella seconda metà del settembre 1913, Rosa Luxemburg pronunciò il giorno 26 un discorso a Bockenheim, presso Francoforte sul Meno, e successivamente a Fechenheim. Manca il resoconto stenografico del discorso, di cui fu pubblicato un breve riassunto nella Volksstimme di Francoforte [4]. La polizia non assisteva alla riunione, ma un redattore del giornale evangelico-nazionale Frankfurter Warte, tale Henrici, sulla base di suoi appunti stenografici, denunciò l’oratrice a cagione della frase: “Se si pretende da noi che leviamo l’arma omicida contro i nostri fratelli francesi e altri fratelli stranieri, noi dichiariamo: ‘no, non lo facciamo’“ [5]. La procura di Stato di Francoforte elevò l’imputazione di incitamento dei soldati alla disubbidienza e il processo fu celebrato dinanzi alla II sezione penale del tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. All’inizio del dibattimento Rosa Luxemburg, interrogata dal presidente, riconobbe di aver pronunciato le parole incriminate ma ne contestò l’interpretazione che era stata data dall’accusa. E al termine del processo, dopo che i suoi due difensori Kurt Rosenfeld e Paul Levi ebbero esaminato l’accusa sotto l’aspetto giuridico, l’imputata pronunciò la sua autodifesa politica, che fu pubblicata in extenso, insieme a un resoconto del processo, nell’opuscolo intitolato Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse - Rosa Luxemburg vor der Frankfurter Strafkammer - Ausführlicher Bericht über die Verhandlung am 20. Februar 1914 (Francoforte sul Meno). La presente traduzione è condotta su questo testo.

La sentenza fu di condanna a un anno di prigione, che Rosa Luxemburg scontò poi durante la guerra. Ma essa non era nuova a processi e a carcerazioni [6] e la condanna non smorzò il suo impegno antimilitarista: anzi l’accentuò. Due giorni dopo la condanna ebbero luogo a Francoforte e Hanau grandi manifestazioni di protesta, in cui Rosa Luxemburg pronunciò discorsi fortemente polemici. “II procuratore di Stato - essa disse - ha motivato la gravità della misura della pena dicendo che io avevo voluto colpire il nerbo vitale dello Stato odierno. (...) Vedete, il nerbo vitale dello Stato odierno non è il benessere delle masse, non l’amore della patria, non l’insieme della civiltà, no, sono le baionette. (...) Uno Stato, il cui nerbo vitale è lo strumento di morte, è maturo per essere rovesciato (...) Noi lotteremo da mattina a sera con tutte le nostre forze contro questo nerbo vitale. Avremo cura di reciderlo quanto più presto possibile” [7] Nel corso di una ulteriore grandiosa manifestazione a Friburgo in Brisgovia, la Luxemburg pronunciò un nuovo importante discorso il cui testo è conservato pressoché integrale: un accenno agli “innumerevoli drammi” che si svolgono nelle caserme tedesche fu invocato dal ministro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, per sollecitare dalla procura di Stato di Berlino una nuova incriminazione a carico di Rosa Luxemburg [8], che peraltro non giunse fino alla sentenza [9]. 

 

Lelio Basso
[A cura di Ario Libert]

NOTE

[1] Int. Soz.-Kongr., cit., p. 83.

[2] Cfr. E. SCHORSKE, op. cit., pp. 284 sgg. 

[3] La ricca documentazione e l’ampia memorialistica che oggi possediamo su quel periodo della storia tedesca hanno permesso di stabilire come la classe dirigente, nelle sue decisioni sulla pace e sulla guerra, considerasse la presenza di una classe operaia combattiva e decisa a opporsi alla guerra come un elemento importante che frenava le sue mire aggressive. Lo stesso Scheidemann nelle sue Memoiren eines Sozialdemokraten, I, Dresda, 1928, p. 235, dice che “l’immensa maggioranza del popolo era senza alcun dubbio incondizionatamente contro la guerra”. Tuttavia i dirigenti socialdemocratici preferirono non utilizzare la loro forza reale contro la guerra e mettersi d’accordo con il potere. SCHORSKE, op. cit., attribuisce questa decisione a una serie di fattori: paura dei rigori della legge (scioglimento delle organizzazioni, provvedimenti antisocialisti, ecc.), timore di una vittoria russa e timore di perdere l’appoggio delle masse, timore anche che la guerra e la rivitalizzazione del movimento russo consentissero all’interno del partito una ripresa del “gruppo di Rosa” (lettera di Ebert in Schrifte, I, Dresda, 1926, p. 309), tutti fattori che in realtà si possono esprimere nell’unico motivo del desiderio di identificarsi con la società tedesca in generale, di integrarsi nel sistema. Sempre secondo Schorske, il bisogno di sfuggire alla condizione di paria in cui erano stati tenuti dalla pressione della classe dirigente e dalla loro stessa intransigenza era entrato in conflitto decisivo con il vecchio ethos dell’opposizione perenne allo Stato borghese: il desiderio di uno status e di un riconoscimento in seno all’ordine esistente erano ormai troppo forti. Era questo del resto il punto d’approdo naturale della politica condotta nei decenni precedenti.

II 29 luglio 1914 il deputato socialdemocratico Albert Südekum, membro della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Bethmann Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Hermann Müller, Bartel e R. Fischer, assicurava che non erano programmate azioni di lotta. (La lettera è stata riprodotta, insieme con la risposta del cancelliere, da D. FRICKE e H. RADANDT, Neue Dokumente über die Rolle Albert Südekums in Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1956, n. 4, p. 757. Sulla figura di Südekum v. L. VALIANI, Il PSI nel periodo della neutralità in Annali Feltrinelli, 1962, p. 283, nota 77). Nella seduta del ministero prussiano del 30 luglio Bethmann Hollweg poté assicurare che non vi sarebbero stati scioperi né generali né parziali. (Cfr. W. BARTEL, op. cit., p. 125). Il giorno successivo il ministero della guerra comunicò al comando supremo che “secondo un’informazione sicura il partito socialdemocratico è fermamente deciso a comportarsi come si addice ad ogni tedesco in queste circostanze. Considero mio dovere far conoscere questa notizia affinché le autorità militari ne tengano conto nelle loro misure” (ibid., p. 168). I dirigenti del sindacato per parte loro si misero in contatto con il ministero degli interni ed ebbero la risposta che non sarebbero stati disturbati se non avessero disturbato, a seguito di che decisero di sospendere qualunque agitazione o sciopero già in corso e raggiunsero in questo senso un accordo con i datori di lavoro. Questa decisione non poté non avere i suoi effetti sui deputati socialdemocratici, di cui un quarto circa erano funzionari sindacali.

Si vedano anche i resoconti dei colloqui del deputato socialdemocratico Cohen con il sottosegretario Wahnschaffe in KUCZYNSKY, Der Ausbruch des ersten Weltkrieges und die deutsche Sozialdemokratie, Berlino, 1957, pp. 207 sgg.

[4] N. 277 del 27 settembre 1913. Il testo del giornale è ora riprodotto nel volume Rosa Luxemburg in Kampf gegen den deutschen Militarismus, Berlino, 1960, pp. 25-26.

[5] Nel volume citato alla nota precedente è riprodotta una comunicazione segreta del ministro prussiano degli interni al Regierungspräsident di Wiesbaden, in data 4 marzo 1914, in cui si criticano le autorità di polizia di Francoforte per non aver esercitato una diretta sorveglianza di polizia sul comizio di Rosa Luxemburg in Bockenheim. “Io sono piuttosto dell’opinione che le autorità di polizia di Francoforte abbiano sottovalutato l’effetto che la Luxemburg è solita ottenere con i suoi discorsi sui partecipanti alle riunioni. I suoi discorsi appassionati fanno di regola una forte impressione sull’uditorio, e questa circostanza, unita alla considerazione che l’oratrice è nota come rappresentante delle concezioni più radicali della socialdemocrazia” avrebbero richiesto un controllo diretto della polizia sulle espressioni dell’oratrice (op. cit., pp. 60-61).

[6] Nella biografia della Luxemburg Paul Frölich (Rosa Luxemburg - Gedanke und Tat, cit., p. 100) riferisce che essa era stata processata per un articolo in cui incitava i polacchi delle zone sotto occupazione tedesca a resistere all’opera di snazionalizzazione e germanizzazione promossa dal governo tedesco, ma aggiunge di non aver potuto trovare a quale pena fosse stata condannata. Nel luglio 1904 fu condannata a 3 mesi di carcere per offese all’imperatore, ma fu liberata per amnistia poco prima di aver terminato di scontare la pena. Dal 4 marzo al 28 luglio 1906 fu imprigionata dalle autorità zariste a Varsavia. Il 12 dicembre 1906 fu nuovamente condannata dal tribunale di Weimar a due mesi di carcere per eccitamento alla violenza per il discorso pronunciato al congresso di lena sullo sciopero di massa: scontò la pena dal 12 giugno al 12 agosto 1907. La condanna a un anno inflittale dal tribunale di Francoforte fu scontata dal 18 febbraio 1915 al 18 febbraio 1916. Un successivo processo iniziato contro di lei a Berlino non giunse a conclusione (v. nota 3). Il 10 luglio 1916 fu, nuovamente arrestata per misura di sicurezza a causa dello stato di guerra e trattenuta in carcere per tutta la durata della guerra: fu liberata dagli operai l’8 novembre 1918 alla vigilia della caduta del Kaiser.

[7] Cfr. Rosa Luxemburg im Kampf gegen den deutschen Militarismus, cit., pp. 81-84.

[8] Ibid., pp. 91-107.

[9] Del processo si tennero le prime tre udienze avanti il Tribunale di Berlino il 29 e 30 giugno e il 3 luglio: centinaia di soldati si offersero per testimoniare la verità delle accuse di maltrattamenti ai soldati mosse dalla Luxemburg contro il regime militare e il processo minacciò così di diventare un terribile atto d’accusa contro il militarismo tedesco, tanto che si preferì sospenderlo dopo la terza udienza e rinviarlo a nuovo ruolo, senza però riprenderlo in seguito. Una caricatura del Wahre Jaktob del 25 luglio 1914, alla vigilia della guerra, intitolata appunto “Il militarismo sul banco degli accusati” mostra un tribunale presieduto da Rosa Luxemburg in atto di giudicare il militarismo tedesco mentre ai due lati stanno file interminabili di soldati in vesti di testimoni: nelle prime file sono i cadaveri dei soldati uccisi dai maltrattamenti. Il resoconto del processo, quale fu dato dai giornali del tempo, si trova ora nel volume citato alle note precedenti, pp. 142-157, 162-173, 183-194.

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5 aprile 2012 4 05 /04 /aprile /2012 05:00

Decrescenti ancora uno sforzo...!

decrescita01.jpgPertinenza e limiti degli obiettori della crescita

 

di Anselm Jappe

 

 

decrescita02.jpgIl discorso della "decrescita" è una delle rare proposte teoriche un po' nuove apparse negli ultimi decenni. La parte del pubblico che è attualmente sensibile al discorso della "decrescita" è ancora abbastanza ristretto. Tuttavia, questa parte è incontestabilmente in aumento. Ciò traduce una presa di coscienza effettiva di fronte agli sviluppi più importanti degli ultimi decenni: soprattutto l'evidenza che lo sviluppo del capitalismo ci trascina verso una catastrofe ecologica, e che non è qualche filtro in più, o delle automobili un po' meno inquinanti, che risolveranno il problema. Si sta diffondendo una sfiducia nei confronti dell'idea stessa che una decrescita economica perpetua sia sempre desiderabile, e, allo stesso tempo, un'insoddisfazione verso le critiche del capitalismo che gli rimproverano essenzialmente la distribuzione ingiusta dei suoi frutti, o soltanto i suoi "eccessi", come le guerre e le violazioni dei "diritti umani". L'attenzione per il concetto di decrescita traduce l'impressione crescente che è tutta la direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere cattiva, almeno da alcuni decenni, e che siamo di fronte ad una "crisi di civiltà", con tutti i suoi valori, anche a livello di vita quotidiana (culto del consumo, della velocità, della tecnologia, ecc.). Siamo entrati in una crisi che è economica, ecologica e energetica allo stesso tempo, e la decrescita prende in considerazione tutti questi fattori, nella loro interrazione, invece di voler "rilanciare la crescita" con delle "tecnologie verdi", come fa una parte dell'ecologismo, o di proporre una semplice gestione differente della società industriale, come fa una parte delle critiche che si ispirano al marxismo. 

decresita03.gifLa decrescita piace anche perché propone modelli di comportamento individuali che si può cominciare a praticare qui ed ora, ma senza limitarsi a ciò, e perché riscopre delle virtù essenziali, come la convivialità, la generosità, la semplicità volontaria e il dono. Ma attira pure con il suo aspetto gentile che lascia credere che si possa operare un cambiamento radicale con un consenso generale, senza passare attraverso antagonismi e forti scontri. Si tratta di un riformismo che si vuole veramente radicale.

decrescita04.jpg

Il pensiero della decrescita ha senz'altro il merito di voler veramente rompere con il produttivismo e l'economicismo che hanno a lungo costituito il fondo comune della società borghese e della sua critica marxista. Una critica profonda del modo di vita capitalista sembra, in principio, più presente presso i decrescenti che, ad esempio, presso i sostenitori del neo-operaismo che continuano a credere che lo sviluppo delle forze produttive (soprattutto sotto la sua forma informatica) apporterà l'emancipazione sociale. I decrescenti tentano anche di scoprire degli elementi di una società migliore nella vita di oggi, spesso lasciati in eredità dalle società precapitaliste, come l'usanza del dono. Non rischiano dunque di puntare, come altri, sulla continuazione della decomposizione di tutte le forme tradizionali di vita e sulla barbarie considerate utili nel preparare una rinascita miracolosa.

decrescita05.jpegIl problema è che i teorici della decrescita restano molto nel vago per ciò che concerne le cause della corsa alla crescita. Nella sua critica dell'economia politica, Marx ha già dimostrato che la sostituzione della forza lavoro umana attraverso l'uso della tecnologia diminuisce il "valore" rappresentato in ogni merce, il che spinge il capitalismo ad aumentare permanentemente la produzione. Sono le categorie di base del capitalismo -il lavoro astratto, il valore, la merce, il denaro, che non appartengono affatto a ogni modo di produzione, ma al solo capitalismo- che generano il suo cieco dinamismo. Oltre al limite esterno, costituito dall'esaurimento delle risorse, il sistema capitalista conteneva già sin dall'inizio un limite interno: di dover ridurre -a causa della concorrenza- il lavoro vivo che costituisce allo stesso tempo la sola fonte del valore. Da alcuni decenni, questo limite sembra essere stato raggiunto, e la produzione di valore "reale" è stato ampiamente sostituito dalla sua simulazione nella sfera finanziaria. Inoltre, il limite esterno e il limite interno hanno cominciato ad apparire pubblicamente allo stesso momento: verso il 1970. L'obbligo di crescere è dunque consustanziale al capitalismo; il capitalismo non può esistere che come fuga in avanti e crescita materiale permanente per compensare la diminuzione del valore. Così, una vera "decrescita" non sarà possibile che a prezzo di una rottura totale con la produzione di merci e denaro.

decrescita06.jpegMa i "decrescenti" arretrano in generale davanti a questa conseguenza che può apparire loro troppo "utopistica". Alcuni si sono tuttavia allineati intorno allo slogan "Uscire dall'economia". Ma la maggior parte resta troppo nel quadro di una "scienza economica alternativa" e sembra credere che la tirannia della crescita non sia che una specie di malinteso che si potrebbe confutare a forza di colloqui scientifici che discutino del miglior modo di calcolare il prodotto interno lordo. Molti descrescenti cadono nella trappola della politica tradizionale, vogliono partecipare alle elezioni o far firmare dei documenti agli eletti. A volte, è anche un discorso un po' snob con cui dei ricchi borghesi placano i loro sensi di colpa recuperando ostensibilmente i leguni gettati alla fine del mercato. E se la volontà esposta di sottrarsi alla vecchia divisione "destra-sinistra" può sembrare inevitabile, bisogna comunque interrogarsi perché una certa "Nuova Destra" ha mostrato interesse per la decrescita, così come sul rischio di cadere in un'apologia acritica delle società "tradizionali" nel Sud del mondo.

decrescita07.jpgVi è dunque una certa ingenuità nel credere che la decrescita potrebbe diventare la politica ufficiale della Comissione europea o qualcosa del genere. Un "capitalismo decrescente" sarebbe una contraddizione in termini, impossibile quanto un "capitalismo ecologico". Se la decrescita non vuole ridursi ad accompagnare e giustificare l'impoverimento "crescente" della società e questo rischio è reale: una retorica della frugalità potrebbe servire ad indorare la pillola ai nuovi poveri e a trasformare ciò che è una imposizione in un'apparenza di scelta, ad esempio frugare tra i rifiuti- essa deve prepararsi a degli scontri e a degli antagonismi. Ma questi antagonismi non coincideranno più con le antiche linee di suddivisione costituite dalla "lotta di classe". Il necessario superamento del paradigma produttivista -e dei modi di vita che li accompagna- troverà delle resistenze in tutti i settori sociali. Una parte delle "lotte sociali" attuali, nel mondo intero, è essenzialmente una lotta per l'accesso alla ricchezza capitalista, senza mettere in questione il carattere di questa pretesa ricchezza. Un operaio cinese o indiano hanno delle valide ragioni per richiedere un salario migliore, ma se lo ottiene, acquisterà probabilmente un'automobile e contribuirà così alla "crescita" e alle sue conseguenze nefaste sul piano ecologico e sociale. Bisogna sperare che vi sarà un avvicinamento tra le lotte condotte per migliorare lo statuto degli sfruttati e degli oppressi e gli sforzi per superare un modello sociale basato sul consumo individuale a oltranza. Forse alcuni movimenti contadini del Sud del mondo vanno già in questa direzione, soprattutto recuperando alcuni elementi delle società tradizionali come la proprietà collettiva della terra o l'esistenza di forme di riconoscimento dell'individuo che non sono legate alla sua prestazione sul mercato.

In breve: il discorso dei decrescenti sembra più promettente di molte altre forme di critica sociale contemporanea, ma deve ancora svilupparsi e soprattutto perdere le sue illusioni sulla possibilità di semplicemente addomesticare la bestia capitalista attraverso degli atti di buona volontà.


Anselm Jappe

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK all'opera originale:

Décroissants encore un effort... ! Pertinence et limites des objecteurs de croissance

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1 aprile 2012 7 01 /04 /aprile /2012 05:00

I lumi dell'Aufklärung

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La simbolica della modernità e l'eliminazione della notte

 

 

di Robert Kurz


"Le classi rivoluzionarie, nel momento dell'azione, hanno coscienza di fare esplodere il continuum della storia. La Grande Rivoluzione introdusse un nuovo calendario. Il giorno che inaugura un nuovo calendario funziona come un accelleratore storico. Ed è in fondo lo stesso giorno che ritorna incessantemente sotto forma di giorni di festa, che sono dei giorni di commemorazione. I calendari non misurano dunque il tempo come fanno gli orologi. Essi sono i monumenti di una coscienza storica in cui ogni traccia sembra essere sparita in Europa da cento anni, e che traspariva ancora in un episodio  della rivoluzione di luglio. La sera del primo giorno di combattimento, si vide in alcuni luoghi di Parigi, allo stesso tempo e senza che vi fosse stata alcuna concertazione, delle persone sparare su degli orologi. Un testimone oculare, che doveva forse la sua chiaroveggenza al caso della rima, scrisse allora:


Qui le croirait ! On dit qu'irrités contre l'heure,
De nouveaus Josués au pied de chaque tour,
Tiraient sur les cadrans pour arrêter le jour*


Walter Benjamin, Il concetto di storia, in: Oeuvres, Paris, Folio, p. 440.

 

 

Più di 200 anni dopo, siamo sempre abbagliati dallo splendore dell'Aufklärung [1] borghese. La storia della modernizzazione si inebria di metafore che evocano la luce. Il grande sole della ragione è ritenuto in grado di scacciare l'oscurità della superstizione e rendere visibile il disordine del mondo per infine potere costruire la società secondo i criteri razionali.

L'oscurità non è percepita come l'altra faccia della verità, ma come l'impero del Male. Gli umanisti del Rinascimento polemizzavano con i loro avversari trattandoli come "oscurantisti". Nel 1832, Goethe, su suo letto di morte avrebbe gridato: "Più luce". Un classico deve partire in bellezza. I romantici si difendevano contro la fredda luce della ragione rivolgendosi sinteticamente verso le religioni. Di fronte alla razionalità astratta, essi esaltavano una irrazionalità non meno astratta. Piuttosto che di inebriarsi di metafore ispirate alla luce, è con l'oscurità che essi si ubriacavano, come Novalis nel suo "Inno alla notte".

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Ma questo semplice capovolgimento della simbolica dell'Aufklärung passava accanto al problema. I romantici non hanno affatto superato un unilateralismo giudicato sospetto, hanno giusto occupato l'altro polo della modernizzazione, diventando allora veramente i zelanti "oscurantisti" di un pensiero reazionario e clericale. 

Ma la simbolica della modernizzazione può essere criticata attraverso un'altra scappatoia, denunciando l'insensatezza paradossale della ragione capitalista stessa. Perché, in effetti, le metafore moderne della luce sanno di bruciato, di misticismo. Un aldilà, fonte della luce splendente, come lo rappresenta la ragione moderna, evoca la descrizione degli empirei degli angeli, illuminati dallo splendore divino o i sistemi religiosi dell'Estremo Oriente, da cui ci proviene il concetto della "illuminazione". Anche se la luce della ragione è ritenuta essere di quaggiù, ha comunque un carattere sacralmente trascendentale. Lo splendore celeste di un Dio del tutto semplicemente impenetrabile si è secolarizzato nella banalità mostruosa del fine in sé capitalista, la cui cabala della materia è l'accumulazione insensata del valore economico. Non si tratta qui della ragione, ma di un non senso superiore; e ciò che brilla è lo splendore di un'assurdità che ferisce gli occhi.

 

Eredi dell'Aufklärung

Karl Marx, anch'egli erede dei Lumi, aveva molto bene constatato che l'attività senza tregua della produzione capitalista era "smisurata". Questa dismisura non può in principio tollerare nessun tempo oscuro. Perché il tempo oscuro è anche quello del riposo, della passività e della contemplazione. Il capitalismo esige l'estensione della sua attività sino agli ultimi limiti fisici e biologici. Per quanto riguarda il tempo, questi limiti sono determinati dalla rotazione della terra su se stessa, dunque dalle 24 ore della giornata astronomica avente una parte chiara (faccia al sole) e una parte scura (contro il sole). La tendenza del capitalismo è di estendere la parte attiva alla giornata astronomica alla sua totalità. La parte notturna disturba questa tendenza. Così produzione, circolazione e distribuzione delle merci devono funzionare 24 ore su 24, perché "time is money". Il concetto di "lavoro astratto" [2]** nella produzione moderna delle merci non include soltanto la sua estensione assoluta, ma anche la sua astrazione astronomica: un processo analogo al cambiamento delle misure dello spazio.

 

Nuove misure per lo spazio e il tempo

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È questo tempo astratto che ha permesso di estendere la giornata del "lavoro astratto" alla notte e di erodere il tempo di riposo. Il tempo astratto poteva essere staccato dalle cose e dalle condizioni concrete. La maggior parte delle antiche misure di tempo, come le clessidre o gli orologi ad acqua, non dicevano "l'ora che era", ma erano regolate su dei processi concreti, per misurare la loro "durata". Si potrebbe paragonarli a quei piccoli gadget che suonano quando l'uovo è cotto. Qui la quantità del tempo non è astratta, ma orientata su una certa qualità. Il tempo astronomico del "lavoro astratto" è al contrario staccato da ogni totalità. La differenza diventa evidente quando, ad esempio, si legge nei documenti del Medioevo che il tempo di lavoro dei servi sui grandi possedimenti durava "dall'alba a mezzogiorno". Ciò significa che il tempo di lavoro non era soltanto più breve in assoluto, ma anche relativamente, perché esso variava secondo le stagioni ed era più breve in inverno che in estate. L'ora astronomica astratta, per contro, ha permesso di fissare l'inizio del lavoro "a sei ore", indipendentemente dalla stagione e dal ritmo biologico degli umani.


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Il tempo degli orologi

 

 Dormire meno?

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Sparassero sui quadranti per fermare il giorno.

Les lumières de l'Aufklärung. La symbolique de la modernité et l'élimination de la nuit

LINK ad altri articoli e saggi inerenti il filone della Wertkritik:

Cos'è la wertkritik?

Segnalazione libraria. Sesso, capitalismo e critica del valore. Pulsioni, dominazioni, sadismo sociale

Robert Kurz, Eutanasia economica

John Holloway, La Grecia ci mostra come protestare contro un sistema fallimentare

Gérard Brich, Dell'uomo considerato come un essere-per-il-voto

Anselm Jappe, Not in my name! (a proposito della domanda "Perché votare"?

Anselm Jappe, Il denaro è diventato obsoleto?

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28 marzo 2012 3 28 /03 /marzo /2012 13:52

Appello degli anarchici di Odessa al mondo della criminalità di questa città

 

Ai ladri e agli scassinatori!

 

Il soviet della Federazione degli anarchici di Odessa si rivolge a voi con una richiesta e un avvertimento. Noi vi consideriamo come il prodotto delle maledette condizioni del regime di sfruttamento e di violenza, create dalla borghesia che sta per il momento unicamente con le bande pagate dagli ufficiali delle guardie bianche con le baionette straniere.

Se la borghesia soffre per la vostra attività, tanto peggio per essa. Raccoglie quanto essa stessa ha seminato, e il nostro compito non è di proteggerla.

Nella nuova società comunista, nella lotta per crearla a cui chiamiamo a partecipare il proletariato di Russia e del mondo intero, tutto sarà di tutti, non vi sarà proprietà privata, non vi saranno né ricchi né poveri, non vi sarà allora posto per i furti e gli scassi.

Nella nostra lotta contro il capitalismo e il potere, che dura da molti anni, i migliori figli, i più preziosi della nostra classe di diseredati e di sfruttati hanno posto le loro teste nei cappi dei capestri e sui ceppi, e ora nei plotoni d'esecuzione. In nome del santo compito della liberazione dei lavoratori, per il quale sono caduti e cadono i nostri compagni, per mano dei carnefici nel fiore delle loro forze e della loro salute, il soviet della Federazione degli anarchici propone che tutti cessino immediatamente i vergognosi misfatti, che hanno avuto luogo ultimamente nei vostri ranghi, che si smetta di abusare della memoria degli eroi rivoluzionari, e di chiedere denaro in nome degli anarchici.

Allo stesso tempo il soviet della Federazione degli anarchici avverte coloro tra di voi, che non hanno più nulla da rispettare, che non reagiscono più agli appelli degli operai e dei rivoluzionari; che continueranno ad effettuare delle estorsioni a nome dell'anarchismo che essi non sono per noi nient'altro che dei parassiti, dei borghesi, che non si preoccupano che di una cosa: riempirsi le tasche ancora di più. Avvertiamo costoro per l'ultuma volta che la dimostrazione dell'abuso del nostro nome significherà per essi essere fucillati sul posto da noi.

 

Federazione degli anarchici di Odessa.

 

Pubblicato in: Shtirboul, Anarkhiskoe dvijenie v period krizisa rossiskoy tsivilizisatstii (konets XIX-1 tchervert XXvv); [Il movimento anarchico nel periodo di crisi della civiltà russa (fine del XIX secolo e primo quarto del XX)], Omsk ,Università pedagogica di Stato, 1998, p. 49. 



[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

 Appel des anarchistes d’Odessa au monde de la délinquance de cette ville

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25 marzo 2012 7 25 /03 /marzo /2012 05:00

Il denaro è diventato obsoleto?

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di Anselm Jappe

 

 

Qui di seguito la versione completa del testo completo del testo di Anselm Jappe apparso in "Offensive Libertaire et Sociale" (dicembre 2011).

 

money_tree.jpgI media e le istituzioni ufficiali ci stanno preparando: molto presto, si scatenerà una nuova crisi finanziaria mondiale, e sarà peggiore di quella del 2008. Si parla apertamente di "catastrofi" e di "disastri". Ma cosa succederà dopo? Come saranno le nostre vite dopo il crollo delle banche e delle finanze pubbliche su vasta scala? L'Argentina ci è già passata nel 2002. A prezzo di un impoverimento di massa, l'economia di questo paese ha potuto in seguito risalire un po' la china: ma in quel caso, non si trattava che di un solo paese. Attualmente, tutte le finanze europee e nord americane rischiano di affondare insieme, senza nessun salvatore possibile.

money-revolver.jpgIn quale momento il crac borsistico non sarà più una notizia appresa dai media, ma un avvenimento di cui ci si accorgerà uscendo in strada? Risposta: quando il denaro perderà la sua funzione consueta. Sia facendosi rara (deflazione), sia circolando in quantità enormi, ma svalorizzate (inflazione). In entrambi i casi, la circolazione delle merci e dei servizi rallenterà sino a poter fermarsi del tutto: i loro possessori non troveranno chi potrà pagarli in denaro, in denaro "valido" che permetta a loro volta di acquistare altre merci e servizi. Li conserveranno dunque per sé. Si avranno i negozi pieni, ma senza clienti, fabbriche in grado di funzionare perfettamente, ma senza nessuno che vi lavori, scuole in cui i professori non si presentano più, perché sono senza salario da mesi. Ci si renderà conto allora di una verità che è talmente evidente da non essere vista: non esiste nessuna crisi nella produzione stessa. La produttività di tutti i settori aumenta di continuo. Le superfici coltivabili della Terra potrebbero nutrire tutta la popolazione del globo, e le officine e fabbriche producono anche molto di più di quanto sia necessario, desiderabile e sostenibile. Le miserie del mondo non sono dovute, come durante il Medioevo, a delle catastrofi naturali, ma a una specie di sortilegio che separa gli uomini dai loro prodotti.

bankster01.jpgCiò che non funziona più, è l'"interfaccia" che si pone tra gli umani e ciò che essi e esse producono: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato la "mediazione universale" (Marx). La crisi ci confronta con il paradosso fondatore della società capitalista: la produzione dei beni e servizi non è uno scopo, ma soltanto un mezzo. Il solo scopo è la moltiplicazione del denaro, è di investire un euro per ricavarne due. E quando il meccanismo entra in crisi, è tutta la produzione "reale" che soffre e che può anche bloccarsi totalmente. Allora, come il Tantalo del mito greco, ci troviamo di fronte a delle ricchezze che, quando vogliamo metterci le mani, si ritirano: perché non possiamo pagarle. Questa rinuncia forzata è sempre stata la lotteria del povero. Ma ora, situazione inedita, ciò potrebbe accadere alla società intera, o quasi. L'ultima parola del mercato è allora di lasciarci morire di fame in mezzo a cibarie ammassate ovunque e che stanno marcendo, ma che nessuno deve toccare.

banksters02.jpgTuttavia, gli spregiatori del capitalismo finanziario ci assicurano che la finanza, il credito e le borse non sono che delle escrescenze su un corpo economico sano. Una volta la bolla esplosa, vi saranno delle turbolenze e dei fallimenti, ma infine non sarà che un salasso salutare e si ricomincerà con un'economia reale più solida. Davvero? Oggi, otteniamo quasi tutto contro pagamento. È il caso particolare, ma non esclusivo, per la maggior parte della popolazione che vive in città e che non potrebbe nutrirsi con la sua propria produzione, riscaldarsi con i suoi propri mezzi, illuminarsi, curarsi o spostarsi in modo autonomo. Nemmeno per tre giorni. Se il supermercato, la compagnia elettrica, la pompa di benzina e l'ospedale non accettano che del denaro "buono" (ad esempio, una moneta straniera forte, e non i biglietti stampati dalla propria banca nazionale e completamente privi di valore), e se non ve ne è molto, arriviamo velocemente alla penuria.

fame-nel-mondoSe siamo abbastanza numerosi, e pronti per la "insurrezione", possiamo anche prendere d'assalto il supermercato, o allacciarci direttamente alla rete elettrica. Ma quando il supermercato non sarà più rifornito, e la centrale elettrica si fermerà a causa della mancanza di pagamento dei suoi lavoratori e fornitori, cosa fare? Si potrebbero organizzare dei baratti, delle nuove forme di solidarietà, degli scambi diretti: sarebbe anche una buona occasione per rinnovare il "legame sociale". Ma chi può credere che vi si giungerà in poco tempo e su ampia scala, in mezzo al caos e ai saccheggi? Andremo in campagna, dicono alcuni, per appropriarci direttamente delle materie prime. Peccato che la Comunità europea abbia pagato per decenni i contadini per tagliare i loro alberi, strappare le loro vigne e abbattere il loro bestiame... Dopo il crollo dei paesi dell'Est, milioni di persone sono sopravvissute grazie a genitori che vivevano in campagna e in piccoli appezzamenti. Chi potrà dire la stessa cosa in Francia o in Germania?

lingotti oroNon è sicuro se si giungerà a questi estremi. Ma anche un crollo parziale del sistema finanziario ci porrà a confronto con le conseguenze del fatto che ci siamo consegnati, mani e piedi legati, al denaro, affidandogli il compito esclusivo di assicurare il funzionamento della società. Il denaro esiste dall'alba della storia, ci dicono: ma nelle società precapitaliste, non svolgeva che un ruolo marginale. Non è che negli ultimi decenni che siamo giunti al punto in cui quasi ogni manifestazione della vita passa attraverso il denaro e che il denaro si è infiltrato nei minimi interstizi dell'esistenza individuale e collettiva. Senza il denaro che fa circolare le cose, siamo come un corpo senza sangue.

fabbricaMa il denaro non è "reale" che quando è espressione di un lavoro veramente eseguito e del valore nel quale questo lavoro è rappresento. Il resto del denaro non è che una finzione che si basa sulla sola fiducia reciproca degli attori- una fiducia che può svanire, come lo si vede attualmente. Assistiamo a un fenomeno non previsto dalla scienza economica: non alla crisi di una moneta, e dell'economia da essa rappresentata, a vantaggio di un'altra, più forte. L'euro, il dollaro e lo yen sono tutti in crisi, e i rari paesi considerati AAA dalle agenzie di rating non potranno da soli salvare l'economia mondiale. Nessuna delle ricette economiche proposte funziona, da nessuna parte. Il libero mercato funziona poco quanto lo Stato, l'autorità poco quanto la ripresa, il keynesismo poco quanto il monetarismo. Il problema si situa ad un livello più profondo. Assistiamo a una svalorizzazione del denaro in quanto tale, alla perdita del suo ruolo, alla sua obsolescenza. Ma non attraverso una decisione cosciente di un'umanità stanca di ciò che già Sofocle chiamava "la più funesta invenzione degli uomini", ma in quanto processo non padroneggiato, caotico ed estremamente pericoloso. È come se si togliesse la sedia a rotelle a qualcuno dopo avergli tolto da tempo l'uso naturale delle sue gambe. Il denaro è il nostro feticcio: un dio che abbiamo creato noi stessi, ma dal quale crediamo dipendere e al quale siamo pronti a sacrificare tutto per placarne la collera.

alti dirigentiCosa fare? I venditori di ricette alternative non mancano: economia sociale e solidale, sistemi di scambio locale, monete franche, mutuo appoggio cittadino... Ciò potrebbe, nel migliore dei casi, funzionare in piccole nicchie, mentre intorno il resto funziona ancora. Una cosa è sicura tuttavia: non basta "indignarsi" di fronte agli "eccessi" della finanza o alla "avidità" dei banchieri. Anche se quest'ultima è molto reale, essa non è la causa, ma la conseguenza dell'esaurimento della dinamica capitalista. La sostituzione del lavoro vivo- la sola fonte del valore che, sotto forma di denaro, è l'unica finalità della produzione capitalista- con delle tecnologie- che non creano valore, ha quasi fatto inaridire la fonte della produzione del valore. Il capitalismo, sviluppando, sotto la pressione della concorrenza, le tecnologie, ha segato, alla lunga, il ramo sul quale era seduto. Questo processo, che fa parte della sua logica di base dall'inizio, ha superato una soglia critica negli ultimi decenni. La non redditività dell'impiego del capitale non ha potuto essere mascherata che con un ricorso sempre più massiccio al credito, che è un consumo anticipato di guadagni sperati in futuro. Ora, anche questo prolungamento artificiale della vita del capitale sembra aver esaurito tutte le sue risorse.

yachtSi può dunque porre la necessità- ma anche constatare la possibilità, l'opportunità, di uscire dal sistema basato sul valore e il lavoro astratto, il denaro e la merce, il capitale e il salario. Ma questo balzo nell'ignoto fa paura, anche a coloro che non si stancano mai di fustigare i crimini dei "capitalisti". Per il momento, ciò che prevale è piuttosto la caccia al cattivo speculatore.  Anche se non si può che condividere l'indignazione di fronte ai profitti delle banche, bisogna dire che essa resta molto al di qua di una critica del capitalismo in quanto sistema. Non è strano che Obama e Georges Soros dicono di capirla. La verità è molto più tragica: se le banche affondano, se esse falliscono a catena, se si fermano nel distribuire il denaro, rischiamo tutti di cadere con esse, perché da molto tempo ci hanno tolto la possibilità di vivere in altro modo se non spendendo del denaro. Sarà bene reimpararlo- ma chi sa a quale "prezzo" ciò avverrà!

Nessuno può dire onestamente di sapere come organizzare la vita di decine di milioni di persone quando il denaro avrà perduto la sua funzione. Sarebbe bene almeno ammettere il problema. Bisogna forse prepararsi al "dopo-denaro" così come al dopo petrolio.

 

Anselm Jappe

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

offensive-Libertaire-et-Sociale_32.jpgPubblicato in: Offensive Libertaire et Sociale n°32 (dicembre 2011). 

 

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21 marzo 2012 3 21 /03 /marzo /2012 06:00

Not in my name!

 

elezioni, piege a con

A proposito della domanda "Perché votare?".

 

di Anselm Jappe


brecht.jpgIn una delle Storie del signor Keuner di Bertolt Brecht, intitolata "Misure contro la violenza", Keuner racconta questo: "Un bel giorno, al tempo dell'illegalità, il signor Egge che aveva imparato a dire no, vide venire a casa sua un agente, che presentò un certificato creato da coloro che erano i padroni della città, e sul quale era scritto che ogni dimora nella quale egli metteva piede doveva appartenergli; allo stesso modo, ogni nutrimento che egli desiderava doveva appartenergli, ed ogni uomo che vedeva, doveva diventare suo servitore. L'Agente si sedette su una sedia, chiese da mangiare, si lavò, si mise a letto e chiese con il volto rivolto verso il muro: "Vuoi essere il mio servitore?". Il signor Egge lo coprì con una coperta, scacciò le mosche, vegliò il suo sonno, e allo stesso modo di quel giorno, gli obbedì per sette anni. Però malgrado quanto facesse per lui, vi fu una cosa che egli si guardò ben dal fare: rivolgergli la parola. Quando i sette anni furono passati, e che l'Agente divenne obeso a furia di mangiare, di dormire e di dar ordini, l'Agente morì. Allora il signor Egge lo avvolse nella coperta tutta rovinata, lo trascinò fuori dalla casa, pulì il giaciglio, passò i muri a calce, respirò profondamente e rispose: "No!".

elezioniNon ho mai votato in vita mia. Sono anche stato arrestato all'età di 17 anni per aver fatto propaganda anti-elettorale davanti ad un seggio elettorale. Non riesco a capire coloro che pretendono di essere "critici", "rivoluzionari", o "contro il sistema" e che vanno lo stesso a votare. I soli elettori che capisco, sono coloro che votano per il loro cugino o per qualcuno che procurerà loro un alloggio sociale.

È vero che, anche se si odia il denaro, non si può attualmente rinunciare al suo uso, e anche se si critica il lavoro, si è generalmente obbligati a cercarlo. Ma nessuno è obbligato a votare, né ad avere la televisione. A volte si è obbligati a tacere, ma non si è mai obbligati a dire: "Sì, padrone".

landauerSi può votare senza credervi, considerando soltanto la piccola differenza che potrebbe comunque esistere tra il candidato X e la candidata Y, tra il partito dei berretti bianchi ed il partito dei bianchi berretti? I candidati, i partiti e i programmi mi sembrano tutti uguali. Ma se le cose stanno così, mi si potrebbe obiettare, perché non partecipare alle elezioni con un programma diverso, non fosse che per attirare l'attenzione del pubblico, avere un rappresentante al consiglio comunale o al Parlamento, farsi rimborsare le spese per la propaganda? La cosa è andata male per tutti coloro che ci hanno provato, anche su scala locale. "Chi mangia dello Stato, ne crepa", diceva Gustav Landauer, che ha pagato con la vita la sua partecipazione a un tentativo di cambiare realmente le cose, invece di andare a votare. La macchina politica stritola coloro che vi partecipano. Non è una questione di carattere personale. Bakunin diceva giustamente: "Prendete il rivoluzionario più radicale e ponetelo sul trono di tutte le Russie o conferitegli un potere dittatoriale- prima di un anno, sarà diventato peggio dello zar".

elezioni, suffragettesMa esiste comunque una differenza, mi si obietterà, se non tra l'Olanda e Sarkozy, per lo meno tra Jean-Luc Mélenchon e Le Pen! Se non ci fossero che loro al secondo turno, e se tutto dipendesse dal tuo voto? Riusciresti comunque ad evitare il peggio, non foss'altro che per salvare qualche immigrato dalla deportazione! -Innanzitutto, è ridicolo evocare tali improbabilità, come lo si faceva nel 2002 per spingere il gregge verso i seggi elettorali. E il nemico, è sempre l'elettore: il problema non è Le Pen o Berlusconi, ma i milioni di Francesi o di Italiani che li amano perché li trovano simili ad essi.

elezioni, voting...E poi la domanda è malposta. Negli ultimi decenni, dei rappresentanti della sinistra, soprattutto della sinistra comunista o radicale, hanno partecipato a numerose esperienze di governo, nel mondo intero. Da nessuna parte essi hanno mostrato ripugnanza nell'applicare le politiche neo liberali, anche le più feroci; spesso sono essi che hanno preso l'iniziativa. Non conosco un solo caso di un membro della sinistra al potere che si sia dimesso dicendo che non poteva seguire una tale politica, che la sua coscienza glielo proibiva. Coloro che sono capaci di simili scrupoli non saranno nemmeno proposti alle elezioni comunali dai loro colleghi di partito.

election01Tuttavia, la corruzione esercitata dal potere, il gusto del privilegio, l'ambizione non costituiscono che il livello più superficiale della domanda. Il vero problema, è che viviamo in una società retta dal feticismo della merce, sia in "politica" sia in "economia", non esiste nessuna autonomia delle persone, nessun margine di manovra. Se esiste un'autonomia, essa esiste fuori dalla politica e dall'economia, e contro quest'ultime. Si può in una certa misura, rifiutare di partecipare al sistema, ma non si può parteciparvi sperando di migliorarlo. Le "maschere", come Marx chiamava gli attori della società capitalista, non sono gli autori dello scenario che essi sono chiamati a recitare. Essi non sono lì che per tradurre in realtà le "esigenze del mercato" e gli "imperativi tecnologici". Perché allora meravigliarsi se coloro che vogliono "giocare il gioco", una volta che arrivati a ciò che si chiama molto ingiustamente "il potere", non fanno che essere "realisti", concludono delle alleanze con i peggiori esseri spregevoli e si esaltano per ogni piccola vittoria ottenuta in cambio di dieci porcherie che hanno dovuto accettare allo stesso tempo? E vi ricordate di coloro che erano convinti che delle donne, o dei neri, o degli omosessuali dichiarati in politica  avrebbero fatto una politica "diversa"?

Vi erano effettivamente delle buone ragioni per preferire la democrazia borghese allo stalinismo o al fascismo. Ma Hitler non è stato fermato da nessun "voto utile". È certo che non è attraverso la scheda elettorale che si eviterà il peggio, al contrario. "Elezioni, trappola per coglioni" [Elections, piège à cons], si urlava per le strade nel 1968. Alle urne, era sempre il Generale a vincere.

 

Anselm Jappe

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Testo apparso sulla rivista francese Lignes, n°37, febbraio 2012, pp. 85-88.


 

"Not in my name!" (au sujet de la question "Pourquoi voter?!)

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19 marzo 2012 1 19 /03 /marzo /2012 06:00
elezioni SPD 2L'abolizione della società capitalista e dei suoi rapporti sociali feticistici non potrà mai essere conseguenza di un provvedimento dello Stato o di una politica pubblica, essa non sarà che una lotta di scontro extra-parlamentare che si appropria delle risorse e dei mezzi di produzione allo scopo non di costituire un nuovo modo di produzione (un'altra economia, ad esempio sotto la forma dell'autogestione), ma di abolire l'economia come rapporto sociale, e questo per mezzo della costituzione di una nuova forma di sintesi sociale, una nuova forma di vita collettiva, e cioè di coesione sociale. E questo movimento, è la socializzazione dei rapporti sociali che non saranno più dei rapporti sociali economici. La politica moderna, come forma dell'agire collettivo non naturale e transtorico ma storicamente specifico alla società capitalista perché mediata dalle forme sociali capitaliste, non è per nulla come lo si crede troppo spesso, una leva ontologica extra-capitalista sulla quale potremmo appoggiarci, ma una dimensione immanente alla forma della società presente.

elezioni, nazismoNella prospettiva marxiana, la lotta per l'emancipazione umana è allora una lotta estra-parlamentare: una lotta antipolitica contro la sfera di regolazione immanente all'agira collettivo costituito nella gabbia di ferro delle forme sociali capitaliste, e cioè contro la politica e la sua forma materiale visibile, lo Stato. La "lotta" che rimane radicata nella politica non può essere che la lotta del radicalismo estremista piccolo-borghese che si aggancia, costi quel che costi, a ciò che può essere salvato della civiltà capitalista globale in corso di auto-affondamento ricercandole delle "soluzioni", e che come sempre, vuole al contempo il burro e i soldi per il burro, e cioè vuole conservare l'ontologia sociale capitalista e i suoi sacrosanti piccoli impieghi senza i suoi effetti "negativi" (la cattiva distribuzione del plusvalore ad esempio o il fatto che i suoi bisogni non sono che i semplici supporti indifferenti al movimento tautologico e auto-referenziale del valore che si valorizza), vuole una vita sempre strutturata attraverso il lavoro, il valore e il denaro, ma senza le loro contraddizioni, in breve vuole il capitalismo dal volto umano, il capitalismo regolamentato, il capitalismo senza la cattiva finanza, il capitalismo di Stato, il ritorno allo Stato-Provvidenza e alla "economia reale".

elezioni, stalinInversamente, la critica dell'economia politica, essa, è al contempo critica dell'economia in quanto tale, così come è critica della politica e basta. Essa non può lasciarsi ingannare sul carattere storicamente specifico di ciò che si presenta in noi in superficie, come essendo il politico o il giuridico (vedere su quest'ultimo punto le riflessioni di Evgueni Pasukanis). Nel testo che segue Gérard Briche presenta brevemente due facce del soggetto moderno che emerge nella società capitalista alla fine del XVIII secolo in quanto soggetto economico e soggetto politico-per-il-voto, e ci invita a rompere infine con la nostra visione tradizionale di ciò che è la politica per produrre degli scarti con le forme sociali capitaliste. Perché per quelli e quelle che pensano veramente all'emancipazione dell'insieme dei feticismi sociali che ci murano nel loro realismo austero, e non soltanto rasandosi le gambe o la barba tutti i giorni davanti allo specchio, la politica sarà sempre un'illusione. Il livello del grande calcio da dare al formicaio, il lavoro di scalzamento rivoluzionario dei rapporti sociali esistenti, sarà sempre di colpire il cuore della sintesi sociale presente. E questo livello non è qualcosa che è oggi determinato politicamente, in modo autodeterminato ed auto-cosciente (compresi da una determinazione diretta della classe borghese), e che si potrebbe trasformare con una semplice azione politica, ma che al contrario genera e ingabbia al contempo il sottosistema del politico che gli è immanente.

 

Dell'uomo considerato come un essere-per-il-voto.

Dialettica dell'emancipazione democratica.


Norman-Rockwell_Election-Day.JPGNorman Rockwell, Il giorno delle elezioni, 1946.

 

di Gérard Brich

 

elezioni"Votare è un diritto; è anche un dovere civico": per fortuna questa formula non è sostenuta da disposizioni giudiziarie (il rifiuto di votare non è un reato). Ma è uno degli argomenti ingannevoli utilizzati per giustificare la partecipazione alle elezioni, e cioè per presentarla come un obbligo civile. Certo, il suffragio universale, nelle sue modalità attuali, non è stato ottenuto che al termine di un processo conflittuale di molte decine di anni. Ma considerarlo come una "conquista democratica", che sarebbe un insulto per coloro che si sono battuti per esso il non esercitarlo, rileva, per lo meno, una visione un po' miope della Rivoluzione francese e delle sue conseguenze.

elezioni, voting...La Rivoluzione francese, e il momento emblematico che costituisce la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789, ha realizzato l'emancipazione democratica. Gli uomini che, fino allora, erano i sudditi di un monarca, sono diventati dei cittadini. La soppressione dei privilegi, l'abolizione degli ordini (o stati), l'instaurazione dell'eguaglianza di tutti, hanno costituito un balzo in avanti nella storia: il 1792 è stato "l'Anno I di una repubblica francese democratica", e tutti i progressismi ne hanno rivendicato l'eredità.

elezioni, piege a conTuttavia, degli autori come Theodor Adorno e Max Horkheimer [1] hanno sottolineato che questa rivoluzione, per quanto fosse progressista per alcuni aspetti, non per questo non aveva la sua parte maledetta, il suo lato oscuro.

Infatti, la soppressione dei privilegi ha avuto come conseguenza di abolire ciò che era una "sottrazione agli obblighi" di una parte della società. Così l'obbligo di lavorare non si applicava ai nobili ai quali ciò era proibito, sotto pena di perdere la loro qualità e di "cadere tra i popolani [roture]", (il che del resto scandalizzava una parte dei filosofi dell'età dei Lumi). La libertà di tutti di poter lavorare, così come l'eguaglianza di tutti di fronte alla necessità di lavorare, aveva legittimamente la forma di una misura democratica. Ognuno era oramai libero di utilizzare quanto aveva a disposizione per aumentare la ricchezza sociale. È vero che per coloro che possedevano dei mezzi di produzione, questa "necessità di lavorare" assumeva la forma di una "necessità di far lavorare" coloro che non avevano in compenso che la loro forza lavoro. Il progresso democratico costituiti dalla libertà e dall'eguaglianza di tutti fu così lo scatenamento delle forze produttive sociali, illustrato dalla rapida crescita della ricchezza durante il XIX secolo.

servo-e-padroneLa costituzione degli uomini in soggetti liberi, proclamata dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo (1789), fu dunque anche (fu innanzitutto?) la loro costituzione in soggetti liberi di disporre delle loro risorse produttive, e dunque, nel caso di coloro che non possedevano che forza lavoro, liberi di venderla. Il lavoratore era, di fronte al mercato, un individuo astratto da tutte le sue qualità particolari (sesso, età, origine, ricchezza...), un'astrazione reale la cui sola realtà era di aver qualcosa da vendere (o da acquistare), in breve; un soggetto economico [2].

uomo ricarica a molleNello stesso movimento, il cittadino era, di fronte alle decisioni politiche, astratto da tutte le sue qualità particolari. L'eguaglianza democratica non ne tiene in conto, e non considera il cittadino che come il soggetto di una volontà politica astratta, ritenuta libera, e che deve esprimersi attraverso il voto (un uomo, un voto). Così, il principio democratico raddoppia l'invenzione del soggetto economico con l'invenzione del soggetto politico; l'essere-per-il-lavoro è raddoppiato da un essere-per-il-voto.

L'emergenza del soggetto politico non è che l'altra faccia della costituzione del soggetto economico, e manifesta il "rimodellaggio" moderno degli individui. Questo "rimodellaggio" è effettuato sotto il dominio di un principio diventato, dopo la Rivoluzione, principio sociale: il principio borghese del mercato, dove si incontrano, in un modo ritenuto libero, degli individui ridotti a delle astrazioni. Degli individui che, in campo economico, si presentano sotto forma di merci, e che, in campo politico, si presentano sotto forma di una scheda elettorale. Nel primo come nel secondo caso, non vi è che manifestazione del feticismo di una società dominata dalle astrazioni di uno spettacolo onnipresente.

Lungi dall'essere delle leve per l'emancipazione umana, lungi anche dall'essere dei mezzi di espressione per coloro che si riducono ad essere dei cittadini, le "farse elettorali" (come diceva Marx) non sono altro che una caratteristica derisoria delle società spettacolari.

 

Gérard Brich

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Lignes_37_fevrier-2012.gif[Testo apparso sulla rivista francese Lignes, n° 37, febbraio 2012, pp. 23-25].

 

 

NOTE


 

[1] Th. Adorno e M. Horkheimer: Dialektik der Aufklärung [1947]; tr. it. Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino.


[2] A questo proposito, Serge Latouche ha ragione di definire la società moderna come la società che ha "inventato l'economia"; L’invention de l’économie, Paris, Albin Michel, 2005; L'invenzione dell'economia, Boringhieri, Torino, 2010.

 

LINK al post originale:

De l’homme considéré comme un être-pour-le-vote

 

LINK ad altri contributi della Wertkritik:
John Holloway, La Grecia ci mostra come protestare contro un sistema fallimentare

Robert Kurz, Eutanasia economica

Sesso, capitalismo e critica del valore. Pulsioni, dominazioni, sadismo sociale

Cos'è la wertkritik?

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15 marzo 2012 4 15 /03 /marzo /2012 06:00

Il programma e i regolamenti dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista.

(con le annotazioni di Karl Marx)*

 

(1868)


 

[Le annotazioni di Marx sono riportate in parentesi quadrate].


La minoranza socialista della Lega della pace e della libertà, separatasi  dalla lega madre in seguito al voto della maggioranza a Berna, che si è formalmente pronunciata contro il principio fondamentale di tutte le associazioni operaie, dell'eguaglianza economica e sociale delle classi e degli individui [l'eguaglianza delle classi! (1)], ha per questa ragione aderito ai principi proclamati dai congressi operai tenutisi a Ginevra, a Losanna e a Bruxelles. Numerosi membri di detta minoranza, appartenenti a diverse nazioni, ci hanno proposto di organizzare una nuova Alleanza internazionale della democrazia socialista, completamente fusa nella grande Associazione internazionale degli operai [fusa nella, e fondata contro!]; ma con la missione speciale di studiare le questioni politiche e filosofiche sulla base stessa di questo grande principio dell'eguaglainza universale e reale di tutti gli esseri umani della terra. 

Convinti, per parte nostra, dell'utilità di una siffatta impresa, che ai democratici socialisti sinceri dell'Europa e dell'America fornirà i mezzi  per comprendersi  e per affermare le loro idee [Così, i democratici socialisti non si intendono attraversio il mezzo dell'Internazionale], al di fuori di qualsivoglia pressione da parte di quel falso socialismo che la democrazia borghese ritiene utile propagandare oggi, noi, congiuntamente con questi amici, abbiamo ritenuto di dover prendere l'iniziativa di questa NUOVA organizzazione. 

Di conseguenza, ci SIAMO COSTITUITI IN SEZIONE CENTRALE dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista, e ne pubblichiamo oggi il Programma e il Regolamento [Quale modestia! Si sono costituiti quali autorità centrale, questi valorosi!].


 

Programma dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista
 

1. L'Alleanza si dichiara atea; vuole l'abolizione dei culti, la sostituzione della scienza alla fede e della giustizia umana alla giustizia divina [Quasi si potesse dichiarare  per decreto l'abolizione della fede!].

2. Vuole in primo luogo l'eguaglianza politica, economica e sociale degli individui DEI DUE SESSI [L'uomo ermafrodita! È come LA COMUNE RUSSA!], cominciando con l'ABOLIZIONE DEL DIRITTO D'EREDITÀ, affinché in avvenire il godimento sia eguale alla produzione di ciascuno, e, in conformità con le decisioni assunte dall'ultimo congresso degli operai a Bruxelles, la terra, gli strumenti di lavoro, al pari di ogni altro capitale, diventando proprietà collettiva della società intera, non possano venir utilizzati che dai lavoratori, cioè dalle associazioni agricole e industriali [vecchia panacea sansimoniana!].

3. Essa vuole per tutti i bambini dei due sessi, dalla nascita alla vita, l'eguaglianza dei mezzi di sviluppo, vale a dire di mantenimento, di educazione e d'istruzione a tutti i livelli della scienza, dell'industria e delle arti [Frase!], convinta che questa eguaglianza, all'inizio puramente economica e sociale, otterrà il risultato di creare vieppiù una grande eguaglianza naturale degli individui, facendo scomparire tutte le diseguaglianze fittizie, prodotto storico di un'organizzazione sociale falsa e iniqua.

4. Nemica di ogni dispotismo, non riconoscendo altra forma politica che quella repubblicana e respingendo assolutamente ogni alleanza reazionaria, rifiuta anche qualsivoglia azione politica, che non abbia come fine IMMEDIATO E DIRETTO il trionfo della causa dei lavoratori contro il capitale [!].

5. Riconosce che tutti gli Stati politici e autoritari attualmente esistenti, riducendosi sempre più alle semplici funzioni amministrative dei servizi pubblici nei loro paesi rispettivi, dovranno scomparire nell'unione universale dellel libere associazioni, tanto agricole che industriali [Se questi si RIDUCONO da se stessi, non DOVRANNO scomparire, ma spariranno spontaneamente].

6. La questione sociale non può trovare la una soluzione definitiva che sulla base della solidarietà internazionale o universale dei lavoratori di tutti i paesi: L'Alleanza respinge ogni politica fondata sul cosiddetto patriottismo e sulla rivalità delle nazioni [Ci sono rivalità e rivalità, mio caro russo!].

7. L'Alleanza vuole l'associazione universale di tutte le associazioni locali, realizzata attraverso la Libertà.

 

Regolamento

 

1. L'Alleanza internazionale della democrazia socialista si costituisce in una sezione dell'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEGLI OPERAI, di cui accetta tutti gli statuti generali [L'Associazione internazionale non ammette "sezioni INTERNAZIONALI"].

2. I membri fondatori dell'Alleanza organizzano in via provvisoria un Ufficio centrale a Ginevra [Nuovo Consiglio centrale!].

3. I membri fondatori appartenenti a un medesimo paese costituiscono l'ufficio nazionale di detto paese.

4. Gli uffici nazionali hanno per missione di dar vita, in ogni località, a GRUPPI LOCALI dell'ALLEANZA DELLA DEMOCRAZIA SOCIALISTA, CHE TRAMITE LA MEDIAZIONE DEI LORO RISPETTIVI UFFICI NAZIONALI, RICHIEDERANNO ALL'UFFICIO CENTRALE DELL'ALLEANZA LA LORO AMMISSIONE all'Associazione internazionale degli operai [Gli statuti dell'Internazionale non roconoscono questo "potere di mediazione"].

5. Tutti i gruppi locali costituiranno i loro uffici seguendo il sistema adottato dalle sezioni locali dell'Associazione internazionale degli operai.

6. Tutti i membri dell'Alleanza s'impegnano a pagare un contributo mensile di 10 centesimi, una metà della quale sarà trattenuto da ciascun gruppo nazionale per i suoi propri bisogni, e l'altra metà verrà versata nella cassa dell'Ufficio centrale, per i suoi bisogni generali [Nuove tasse, che ci sottraggono i nostri contributi!].

7. Al congresso annuale degli operai, la delegazione dell'Alleanza della democrazia socialista, come ramo dell'Associazione internazionale degli operai, terrà le sue sedute pubbliche in un locale separato [2] [Vogliono comprometterci, e sotto il nostro patrocinio!].

 

I membri del gruppo iniziatore di Ginevra

 

J. Philippe Becker - M. Bakunin [...] [3]. [Asinus Asinorum! e la signora Bakunin!].


[Jules Johannard, Eugène Dupont (4)].

 

I membri fondatori dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista, hanno deliberato di fondare un giornale dal titolo La Révolution [5] [e costoro hanno avuto l'impudenza di annunciare in Svizzera che io contribuirei con articoli alla Révolution, senza avermi avvertito!], quale organo della nuova associazione: l'Ufficio centrale provvisorio comincerà a pubblicare detto giornale non appena saranno state sottoscritte 300 azioni da 10 franchi ciascuna, pagabili per quarti, ogni trimestre, a partire dal 1° gennaio 1869. l'Ufficio centrale provvisorio si appella quindi a tutti gli uffici nazionali dell'Alleanza, invitandoli ad aprire le sottoscrizioni nei rispettivi paesi. Poiché tali azioni sottoscritte vengono considerate doni volontari, che non danno diritto all'abbonamento, gli  uffici nazionali sono in pari tempo pregati di compilare liste di abbonamento.

Il giornale sarà settimanale.


Prezzo dell'abbonamento:


un anno               6 fr.

sei mesi               3,50 fr.


 

In nome dell'Ufficio centrale provvisorio


                        il segretario

                       Jean Zagorski

                    (rue Montbrillant, 8)


 

N. B. Gli Uffici nazionali sono sollecitati a far pervenire all'Ufficio centrale le somme delle sottoscrizioni e degli abbonamenti raccolti, prima del 1° gennaio.

 

 

NOTE

 

* L'Alleanza internazionale della democrazia socialista fu fondata da Bakunin a Ginevra nell'ottobre 1868, e del primo Ufficio centrale fecero parte, fra gli altri, Crosset, Perron, Zagorsky e lo stesso Becker, il quale, il 29 novembre 1868, ne inviò il programma e i regolamenti al Consiglio generale dell'AIO a Londra, che ne discusse nella riunione del 15 dicembre: a questa data sembrano quindi dover essere assegnate le osservazioni private di Marx al testo di ispirazione bakuniniana, poi ripresi in termini politici (e non più personalistici) nella lettera circolare dello stesso Consiglio generale e datata 22 dicembre 1868. Il testo bakuniniano venne pubblicato a stampa a Ginevra nello stesso ottobre 1868, con titolo L'Alliance internationale de la démocratie socialiste, e fu in gran parte raccolto (ad esclusione delle annotazioni finali) da Marx, Engels, Lafargue, nel 1873 nel loro rapporto conclusivo sulla stessa alleanza.

 [1] Le parole in maiuscoletto qui e nelle pagine che seguono, risultano sottolineate dallo stesso Marx sull'originale.

[2] Termina a questo punto la parte del documento ripubblicata nell'appendice a L'Alleanza della democrazia socialista e l'Associazione internazionale degli operai.

[3] Segue l'elenco di 82 nominativi (il primo nome, di Becker, risulta sottolineato da Marx): Fra essi sono quelli di "Mme" Bakunin e di numerose altre donne.

[4] I due nomi sono inseriti, fra le osservazioni di Marx, scritti di propria mano da Jung, al termine dell'elenco.

[5] Il giornale apparve in effetti a Ginevra, ma con il titolo L'Égalité, dal 1868 al 1872, e fu diretto dapprima dallo stesso Bakunin, e poi dal suo oppositore Utin.

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

LINK pertinenti:
Daniel Guerin, La condanna del "comunismo" autoritario da parte di Michail Bakunin, 1983

Pier Carlo Masini, Il conflitto fra Marx e Bakunin in un'opera di Franz Mehring 1945

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8 marzo 2012 4 08 /03 /marzo /2012 10:32

 

Rosa Luxemburg

    rosa_luxemburg.jpg

Una vita per il socialismo

 

Lelio Basso

 

luxemburg_Feltrinelli_1973.jpgNon so se accadrà a qualche distratto osservatore di porsi la domanda per quale ragione la Fondazione Lelio e Lisli Basso - Issoco (Istituto per lo studio della società contemporanea), desiderando iniziare una serie, che si augura lunga, di Settimane internazionali di studi marxisti, abbia scelto come tema di questa prima settimana "il contributo di Rosa Luxemburg allo sviluppo del pensiero marxista." È proprio così attuale e così importante questo contributo da meritare un così largo convegno internazionale di studiosi marxisti? Non vi erano forse temi di più stringente attualità?

Dissertation_Rosa_Luxemburg_1899.jpgForse la miglior risposta consisterebbe nel rovesciare la domanda e porsi il quesito come mai soltanto ora, a oltre cent'anni dalla sua nascita, a oltre cinquanta dalla sua morte, si cominci ad affrontare seriamente lo studio del pensiero della Luxemburg, la cui importanza non era certo sfuggita ai contemporanei, se lo storico Franz Mehring la definì - vivente Kautsky che era da tutti considerato come il "papa" del marxismo - "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels," se un bolscevico militante come Radek la definì, vivente Lenin, "il più profondo cervello teorico del comunismo," se un altro comunista, il filosofo Lukàcs, nello stesso periodo, la qualificò come "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l'opera della sua vita," se lo stesso Lenin infine, che pure su parecchi problemi aveva avuto occasione di polemizzare con lei, auspicò subito dopo la sua morte che i comunisti tedeschi ne raccogliessero e pubblicassero le opere complete.

Lenin KarpovLe lotte interne del Partito comunista tedesco prima e poi le vicende della Terza Internazionale, con il trionfo del dogmatismo staliniano, non soltanto resero impossibile l'adempimento dell'auspicio di Lenin, ma fecero si che dopo il 1930 non solo gli scritti ma il nome stesso della Luxemburg fossero banditi dal novero delle pubblicazioni "ortodosse." Se questa sorte doveva essere riservata da parte dei comunisti a Rosa Luxemburg, che del Partito comunista tedesco era stata fondatrice e che tante battaglie aveva combattuto a fianco di Lenin, figuriamoci quale doveva essere l'atteggiamento dei socialdemocratici, che essa aveva aspramente combattuto e pubblicamente denunciato, e che erano stati, se non proprio i mandanti materiali (questo rimarrà forse per sempre un segreto della storia, anche se io propendo per l'affermativa), certo i responsabili morali del suo assassinio. Solo due suoi scritti i socialdemocratici trassero dall'oblio, i due in cui aveva polemizzato con Lenin, falsandone così anche dopo la morte l'immagine che avevano sempre travisato in vita.
 
Marx.jpgCi son voluti tutti questi decenni perché il clima cambiasse e i suoi scritti tornassero a poco a poco ad essere letti e studiati, non più soltanto, come forse era accaduto nel corso della sua vita ai suoi stessi seguaci, come scritti di polemica contingente, ma come contributi importanti a un'interpretazione viva ed attuale del pensiero di Marx, che va largamente incontro a certe esigenze manifestatesi nelle giovani generazioni. Oggi finalmente è in corso a Berlino Est, a cura dell'Istituto marxismo-leninismo presso il Comitato Centrale della SED (Partito socialista unificato della Repubblica democratica tedesca), un'edizione in sei volumi dei suoi scritti, che se non è ancora l'edizione completa, raccoglie certamente assai più di metà dei suoi scritti e discorsi. E traduzioni in più volumi delle sue principali opere si sono avute in parecchie lingue. Si deve tuttavia ancor oggi deplorare che molte sue lettere rimangono inedite, anche se questi ultimi anni hanno visto la pubblicazione di parecchi carteggi, fra cui principalissimo quello in tre volumi con Leo Jogiches, compagno per molti anni della sua vita (di cui una traduzione antologica italiana sta uscendo in questi stessi giorni), e quello con la sua segretaria Mathilde Jacob, che la Fondazione Hoover dell'Università di Stanford (California) ha tenuto per anni ermeticamente sotto chiave e che ha visto la luce solo grazie alle fortunate ricerche di uno studioso giapponese.
 
Nettl_Rosa_Luxemburg.jpgSolo ora quindi diventano accessibili agli studiosi dei vari paesi scritti che prima erano sparsi in giornali e riviste reperibili soltanto presso pochissime biblioteche specializzate, o pubblicati in una lingua, come quella polacca, scarsamente conosciuta fuori di Polonia, o infine gelosamente custoditi in archivi di molto difficile accesso. E questo spiega come gli studi sull'opera, ma soprattutto sul pensiero di Rosa Luxemburg, siano tuttora scarsi: se una bibliografia quasi completa è stata pubblicata in Polonia (e ripubblicata, con correzioni ed aggiunte, in Italia), se la biografia del Nettl, in due volumi, può essere considerata, allo stato, soddisfacente (anche se certamente ulteriori ricerche e ulteriori pubblicazioni consentiranno di meglio acclarare e approfondire certi aspetti significativi), non si può dire che esista ancora uno studio completo, anche se certamente non definitivo, sul pensiero luxemburghiano. Siamo tuttavia in un momento fecondo, in cui studiosi di vari paesi s'interessano sempre maggiormente alla rivoluzionaria polacca, per cui è parso importante cercare di riunire i principali di essi a confronto per cominciare a fare un primo bilancio delle ricerche e degli studi compiuti sin qui, in modo da stimolarne e affrettarne l'ulteriore sviluppo e cercare di riguadagnare, almeno in parte, i decenni che sono andati perduti. La situazione attuale del movimento operaio internazionale non è poi così brillante da permettersi di lasciar disperdere un patrimonio cosi ricco di intelligenza quale è quello costituito dal retaggio di Rosa Luxemburg.

luxemburg_scrivania.jpgTanto più importante e necessario è sembrato questo bilancio del suo lavoro intellettuale, in quanto la straordinaria ricchezza della sua umanità e il fascino della sua personalità, che hanno già attratto insigni uomini di teatro, potrebbero, sia pure involontariamente, contribuire a darcene un'immagine distorta, come di un personaggio romanticamente rivoluzionario, così romantico da far getto quasi volontario della vita pur di non incorrere nel rimprovero di pavidità.

rosa_bambina.jpgNon abbiamo certo la pretesa neppure lontana di dare in queste poche pagine una sintesi del suo pensiero e neppure un'esposizione sommaria del suo lavoro teorico: chi voglia conoscere questi aspetti dovrà necessariamente consultare i lavori già esistenti e, soprattutto, gli atti di questo convegno, i quali anch'essi, del resto, costituiranno più un punto di partenza che di arrivo nel lungo lavoro necessario per dare a Rosa Luxemburg il posto che veramente le spetta nella storia del pensiero marxista. Qui vogliamo dare soltanto i momenti essenziali di una biografia, ricca di eventi pur nel corso piuttosto breve degli anni (meno di cinquanta), e indicare i principali temi con cui si è confrontata. 

kasprzak_marcin.jpgNacque il 5 marzo del 1870 o 1871 (il suo più recente biografo, Nettl, ha sostenuto quest'ultima data contro l'opinione comunemente affermata in precedenza) a Zamosc, nella Polonia russa, ma già nel 1873 la famiglia si era trasferita nella capitale della Polonia russa, Varsavia. Il padre era un commerciante ebreo, benestante, che aveva fatto i suoi studi in Germania e anche la madre aveva una buona formazione culturale. Rosa frequentò a Varsavia le scuole elementari e secondarie e ne uscì con un'ottima votazione nel 1887. Poco si conosce della sua attività di quegli anni; si sa che essa si orientò verso le correnti rivoluzionarie di sinistra, pare sotto la diretta influenza del leader Marcin Kasprzak, che doveva poi morire impiccato nel corso della prima rivoluzione russa. Non si sa esattamente per quali motivi, dovette espatriare clandestinamente dalla Polonia, probabilmente verso la fine del 1888, e nel semestre invernale 1890-91 si iscrisse alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Zurigo, per poi passare alla Facoltà giuridica e dedicarsi a studi, oltre che di diritto pubblico, princi­palmente di economia. Prese il suo dottorato nel 1897, "magna cum laude," con una tesi su Lo sviluppo industriale della Polonia, che l'anno dopo fu pubblicata da un editore tedesco: il suo maestro, il professor Julius Wolf, ne parla nelle sue memorie come "della più dotata fra i miei allievi di Zurigo".

Rosa_Luxemburg_02.jpegMa gli anni universitari erano stati anche anni d'intensa attività politica. Nel 1892 veniva fondato il Partito socialista polacco, ma un gruppo di giovani emigrati polacchi, considerando che questo partito poneva eccessivamente l'accento sulla priorità dell'indipendenza nazionale polacca, e con ciò allontanava gli operai polacchi da quelli russi anziché cercare di affratellarli nella comune lotta di classe contro il capitalismo russo-polacco, davano vita nel 1893 ad una nuova formazione socialista, che s'intitolava "Socialdemocrazia del regno di Polonia" (SDKP). Mentre il Par­tito socialista si rivolgeva ai polacchi che vivevano tanto sotto il dominio russo quanto sotto quello tedesco ed austriaco, la SDKP si rivolgeva soltanto ai polacchi del Regno di Polonia (cioè della zona sotto dominio russo), considerando più importante unire il proletariato che viveva nell'impero zarista, a qualunque nazionalità appartenesse, che non impegnarne le forze in una lotta per l'indipendenza che lo avrebbe posto in una posizione subalterna rispetto ai ceti borghesi o addirittura, in Polonia, aristocratici. Lungo tutto il corso della sua vita, o almeno fino alla guerra mondiale (che visse quasi interamente in carcere), Rosa Luxemburg continuò a far parte del gruppo dirigente di questo partito e a sostenere aspre polemiche con quelli che essa chiamava i "socialpatrioti." Ciò fece nascere polemiche anche con Lenin, che viceversa sosteneva le aspirazioni nazionali di tutti i popoli viventi sotto il dominio zarista, perché in queste aspirazioni nazionali vedeva delle forze che avrebbero potuto combattere, sia pure da un punto di vista diverso, lo zarismo. Ma che la posizione della Luxemburg non fosse campata in aria, lo si poté constatare dopo la fine della prima guerra mondiale, quando nella Polonia ridivenuta indipendente, fu proprio il leader dell'ala destra del Partito socialista, tenace assertore dell'indipendenza polacca, il maresciallo Pilsudski, che instaurò in Polonia la dittatura fascista.

Leo_Jogiches_1910.jpgIl gruppo che aveva dato vita al nuovo partito era formato principalmente da giovani emigrati polacchi e Rosa Luxemburg, poco più che ventenne, ne era già il principale cervello, mentre il talento organizzativo era un giovane ebreo lituano, Leo Jogiches, condiscepolo di Rosa all'Università di Zurigo, che divenne tosto il compagno della sua vita. Il partito aveva fondato nel 1893 a Parigi un suo organo di stampa, "La causa operaia," e Rosa dovette in quegli anni trascorrere molti mesi a Parigi per occuparsi del periodico di cui era la principale redattrice. Nel 1893 tentò di ottenere dal Congresso socialista internazionale di Zurigo il riconoscimento della legittimità della nuova formazione a rappresentare gruppi di lavoratori polacchi organizzati, ma l'aperta ostilità dei leader socialisti polacchi e la tradizionale inclinazione del movimento operaio in favore dell'indipendenza polacca, le chiusero la strada. Tre anni dopo, al congresso di Londra, ebbe invece partita vinta contro le stesse opposizioni, e da allora partecipò sempre attivamente e intensamente alla vita dell'Internazionale, sia in rappresentanza del suo partito polacco, sia in rappresentanza del partito tedesco in cui andò poco dopo a militare, sia infine in rappresentanza del partito russo, di cui la SDKP costituiva una componente autonoma. La vittoria ottenuta a Londra era stata però preceduta dalla pubblicazione di alcuni articoli della Luxemburg sulla massima rivista teorica marxista, "Die Neue Zeit" diretta da Kautsky, che avevano avuta larga eco e le valsero di essere internazionalmente conosciuta. Anche la "Critica sociale" di Turati pubblicò un suo articolo sul problema nazionale polacco, ma Antonio Labriola prese posizione contro di lei. 

rosa-luxemburg.jpegTerminati i suoi studi a Zurigo come Doctor juris publici et rerum cameralium, si rifiutò di continuare a vivere nella piccola cerchia degli emigrati per occuparsi soltanto di cose polacche e decise di scegliere per la sua attività militante la Germania, che in quel momento era all'avanguardia del movimento operaio, sia sul piano pratico della forza organizzata sia per la vivacità delle discussioni teoriche. Per assicurarsi contro i pericoli d'espulsione acquistò la cittadinanza germanica mediante un matrimonio "bianco" celebrato con Gustav Liibeck nell'aprile 1898. Meno di un mese dopo era a Berlino, dove iniziava subito un lavoro di partito con tanto impegno e con tanto successo che alla fine di settembre era già nominata direttrice del quotidiano socialista di Dresda, Sächsische Arbeiter-Zeitung, incarico che tuttavia abbandonò quasi subito.

bernstein_eduard.jpgSi era allora in Germania in pieno dibattito fra "ortodossi" e "revisionisti," a seguito della pubblicazione di una serie di articoli del revisionista Bernstein, che aveva attaccato i principi fondamentali del marxismo. Alla polemica partecipavano contro Bernstein i più grossi calibri del marxismo ortodosso, come Kautsky e Plechanov, e tuttavia gli articoli della Luxemburg, poi raccolti in opuscolo nel 1899 ( 
Riforma sociale o rivoluzione? ) furono pressoché unanimemente giudicati la miglior risposta a Bernstein e costituiscono tuttora un modello di metodo dialettico. Il merito principale di questo scritto della Luxemburg è di aver posto l'accento sul principale aspetto della dialettica marxiana: la società vista come totalità concreta, come insieme di relazioni organicamente collegate e non come nude serie di fatti, come disiecta membra che possono essere separatamente analizzati. Alla società capitalistica concepita come totalità si contrappone il movimento operaio anch'esso concepito come totalità, per cui le singole azioni, le lotte quotidiane, gli obiettivi parziali, le riforme sociali hanno un senso solo se entrano in un contesto generale che li collega, come momenti di un processo unitario, allo scopo finale della rivoluzione socialista. Lukács riconoscerà vent'anni dopo, in questo saggio polemico della Luxemburg, un contributo fondamentale allo sviluppo del pensiero marxista.
Kautsky.jpgIn questa visione generale rientra anche un problema particolare che sarà grande merito della Luxemburg di aver portato in primo piano nelle discussioni del movimento operaio: il problema del militarismo e dell'imperialismo. Riconobbe infatti la Luxemburg che nel sistema capitalistico, visto come totalità, il militarismo e l'imperialismo erano momenti necessari e insopprimibili come risposta del capitalismo alle proprie contraddizioni. Del militarismo indicò, prima fra i marxisti, accanto alla funzione di politica internazionale (politica di potenza) e di politica interna (repressione) anche la funzione di politica economica, quella cioè di creare a carico dello Stato, e quindi a spese della collettività, un mercato sussidiario solvibile per assorbire la produzione capitalistica e assicurare il meccanismo del profitto (funzione che è stata messa in particolare evidenza dall'economia postbellica degli Stati Uniti); dell'imperialismo vide chiaramente l'analoga funzione di creare continuamente nuovi mercati esterni, un tema a cui dedicò, poco prima della prima guerra mondiale, una delle sue opere fondamentali: l'Accumulazione del capitale. 
 
luxemburg_sozialreform_oder_revolution.jpegMa sempre nel quadro del principio di totalità, da lei ristabilito come principio fondamentale del marxismo, essa legò immediatamente le lotte operaie a questi fenomeni capitalistici: si batté cioè perché la lotta contro il militarismo e l'imperialismo diventasse un aspetto fondamentale della lotta socialista, per impedire la guerra se fosse stato possibile o per preparare il proletariato ad affrontarla da una posizione di lotta se la guerra fosse egualmente scoppiata. È noto che Marx aveva affermato fin dal 1850 che una rivoluzione non sarebbe scoppiata senza una crisi, senza cioè un grave turbamento dell'equilibrio sociale provocato dalle contraddizioni capitalistiche, tale da paralizzare, almeno fino a un certo punto, le forze spontanee di riequilibramento che sono insite nel sistema. Marx vedeva questa crisi normalmente come una grande crisi economica, ma le speranze di veder nascere la rivoluzione socialista da una crisi economica erano andate spegnendosi verso la fine del secolo e spetta a Rosa Luxemburg il merito di aver sostenuto che una guerra, cioè una crisi politica, avrebbe potuto anch'essa rappresentare un tale turbamento dell'equilibrio da render possibile una rivoluzione. Le due rivoluzioni russe, del 1905 e del 1917, la rivoluzione jugoslava, quella vietnamita e quella cinese, dovevano poi confermare questa sua intuizione.
 
August BebelRosa Luxemburg ebbe due volte occasione di trattare questi temi in congressi internazionali: la prima volta nel 1900 al congresso dell'Internazionale a Parigi, dove fu appunto relatrice sul tema della guerra, e la seconda volta al congresso dell'Internazionale a Stoccarda del 1907, dove in un dibattito di enorme importanza, cui parteciparono i leader dei principali partiti, da Bebel a Jaurès, essa riuscì a far approvare un suo emendamento (che recava, dopo la sua, le firme di Lenin e di Martov), che praticamente gettava le basi di quella che sarà poi la strategia leninista, quella cioè di trasformare la guerra imperialista in rivoluzione sociale. Cinque anni dopo, l'ultimo congresso prebellico dell'Internazionale, quello di Basilea, confermava la risoluzione Luxemburg.
 
Steinlen, colonialismo Asia
 
 
Rosa-Luxemburg.jpgUn'altra battaglia importante della sua vita, all'interno del movimento operaio, fu quella combattuta contro le tendenze opportunistiche palesi o mascherate. Opportunista palese era il Bernstein, che aveva tentato di dare all'opportunismo una base teorica, e la Luxemburg lo aveva smascherato mostrando che la posizione di Bernstein non era, come sosteneva Kautsky, la posizione sbagliata di un socialista, ma la posizione giusta di un piccolo-borghese infiltratosi nel movimento operaio. Opportunisti mascherati erano invece i dirigenti della socialdemocrazia tedesca che, pur polemizzando con Bernstein e difendendo a parole il marxismo, praticavano nei fatti una politica opportunista, una politica che favoriva la graduale e quasi insensibile integrazione del movimento operaio nella società borghese: così insensibile che quando si rivelerà al chiaro giorno, con l'adesione della socialdemocrazia tedesca alla guerra imperialistica del 1914, nemmeno Lenin riuscirà a credere ai suoi occhi. La Luxemburg fu la prima a denunciare questo opportunismo "strisciante," mascherato di propositi rivoluzionari: attaccò vivacemente i sindacalisti e la loro politica; attaccò la nascente burocrazia di partito che a poco a poco si sostituiva all'iniziativa e allo spirito di lotta delle masse per non compromettere l'"organizzazione," e con ciò soffocava e mortificava lo spirito di lotta preparando le capitolazioni successive; attaccò i gruppi parlamentari che per preoccupazioni elettoralistiche si orientavano sempre più verso l'appoggio ai governi locali e al governo imperiale, abbandonavano la tradizionale politica di opposizione al riarmo, vendevano per un piatto di lenticchie la primogenitura classista del proletariato tedesco. Ma a cominciare dal 1910 attaccò apertamente anche Kautsky, da tutti ancora riconosciuto come l'interprete ufficiale del marxismo rivoluzionario, che Lenin considerava ancora un maestro, mentre la Luxemburg dimostrava che le formule kautskiane, che facevano della rivoluzione il risultato fatale di un processo oggettivo, anziché il frutto di una tensione e di una lotta di intensità crescente della classe operaia, erano semplicemente la copertura di una politica del giorno per giorno, erano l'espressione di un attendismo che, staccando la rivoluzione dalla lotta quotidiana e rimandandola all'infinito favoriva praticamente l'opportunismo quotidiano, che rimaneva l'unico scopo dell'attività del partito. Solo dopo lo scoppio della guerra, Lenin riconoscerà in una lettera che Rosa Luxemburg aveva ragione nelle sue denunce contro Kautsky.

Steinlen, colonialismo Africa
L'attendismo di Kautsky, che a partire dal 1910 fu teorizzato come "strategia del logoramento" dell'avversario (praticamente una guerra di trincea, secondo l'espressione gramsciana), non era altro che la giustificazione teorica della politica ufficiale del partito che, sotto l'accorta guida di Bebel, mirava da un lato a mantenere l'unità del movimento, dando in pasto allo spirito rivoluzionario ancora presente nelle masse la certezza della rivoluzione futura, ma dall'altro a svolgere una politica di riformismo quotidiano e di consolidamento elettorale, che, nelle speranze socialdemocratiche, avrebbe dovuto sboccare a breve scadenza in una maggioranza parlamentare che avrebbe fatto del partito socialdemocratico l'arbitro della vita politica. A questa strategia opportunistica, che doveva di fatto realizzare, come abbiamo detto, la silenziosa integrazione della classe operaia nel sistema, Rosa Luxemburg reagì sempre con grande vivacità polemica e con un severo rigore dialettico. Essa mise in evidenza che la passività della classe operaia, ridotta soltanto alla lotta sindacale per il salario e alle competizioni elettorali, lasciava libero gioco alle forze avversarie in un momento in cui il capitalismo lungi dall'evolvere verso i placidi tramonti, marciava a grandi passi verso la catastrofe della guerra mondiale che avrebbe trovato il proletariato impreparato nell'ora del più grave pericolo. Perciò fu ardente sostenitrice di una strategia offensiva che cogliesse tutte le contraddizioni del capitalismo e ne facesse motivo di grosse battaglie, non però isolate come battaglie autonome, sindacali o politiche, ma unificandole in un comune sforzo teso sempre verso la meta finale. 
 

1905_Assiette_Zar_rosso.jpgLo scoppio della rivoluzione russa nel 1905 (che confermava previsioni che essa aveva già fatto sull'incandescente situazione russa e sul progressivo maturare di un'ondata rivoluzionaria) la indusse a ritornare nella sua patria, appunto la Polonia russa, per partecipare di persona alla lotta rivoluzionaria. Scoperta dalla polizia zarista e arrestata, poi messa in libertà provvisoria a causa delle sue condizioni di salute, poté tornare in Germania, dove si pose di nuovo alla testa dell'opposizione di sinistra alla linea ufficiale. L'esperienza della rivoluzione russa aveva mostrato quale ruolo importante avesse svolto, durante tutto il corso del 1905, l'arma dello sciopero di massa ed essa si fece aperta sostenitrice di questo mezzo di lotta anche nei paesi occidentali. Da tempo si discuteva nel movimento operaio internazionale sullo sciopero generale, ma sia i fautori di esso (soprattutto gli antimilitaristi che pensavano ad uno sciopero generale da proclamarsi in caso di guerra per paralizzare l'azione dei governi belligeranti) quanto i suoi oppositori (soprattutto i dirigenti sindacali, che erano per principio contrari a qualunque sciopero politico in quanto la direzione di essi sarebbe passata ai leader politici, e più ancora allo sciopero generale che rischiava di mettere in pericolo ed esporre a rappresaglie dell'autorità la solidità dell'organizzazione sindacale) avevano sempre pensato allo sciopero generale come a un movimento che dovesse essere scatenato a comando, su ordine del partito o del sindacato, quando i dirigenti avessero ritenuto giunto il momento opportuno. I dirigenti socialdemocratici tedeschi, per es., avevano nel 1905 accettato l'eventualità dello sciopero generale, ma nel caso che fosse messo in pericolo il suffragio universale o che fossero attaccate le libertà fondamentali; dal canto loro i sindacalisti sostenevano che uno sciopero generale non sarebbe stato possibile fino a che tutti i lavoratori non fossero stati iscritti al sindacato, perché i sindacati non avevano autorità sulle masse non organizzate. 

 
corazzata_1905.jpgContro questa concezione meccanica, Rosa Luxemburg sostenne l'importanza del momento della spontaneità nell'azione delle masse: senza negare i compiti fondamentali del partito, essa mostrò che è una mera illusione quella di pensare che basti premere un bottone alla direzione del partito o del sindacato perché le masse si mettano in movimento, se non sussistono per questo le condizioni obiettive e se queste condizioni obiettive non hanno creato nelle masse una spontanea disposizione al combattimento. Questo era stato appunto l'insegnamento della rivoluzione russa del 1905, che nessun partito aveva ordinato, ma che era scoppiata perché le masse, nella loro vita e nella loro sensibilità quotidiana, avevano avvertito prima dei partiti, irretiti nelle loro formule, la necessità e l'urgenza di reagire alla situazione che la guerra russo-giapponese, le peggiorate condizioni di vita e la politica repressiva dello zarismo avevano creato. Perciò la tesi che essa svolse fu non che si dovesse proclamare a freddo uno sciopero di massa, e neppure che si dovesse passivamente attendere che la spontaneità delle masse si manifestasse attraverso uno sciopero di massa, ma che il partito dovesse cercare di sollecitare sempre l'iniziativa offensiva e lo sviluppo di coscienza delle masse, facendo leva su tutti i conflitti che lo sviluppo capitalistico, e soprattutto la fase imperialistica, portavano inevitabilmente con sé.
 
luxemburg_comizio.jpgQuesta sua battaglia coraggiosa, che registrò qualche successo (come la già ricordata approvazione della sua risoluzione al congresso dell'Internazionale del 1907) ma che risultò in ultima analisi sconfitta all'interno della socialdemocrazia tedesca e del movimento operaio occidentale, non le impedì di portare avanti un serio studio teorico, di cui furono occasione soprattutto i suoi corsi alla scuola di partito di Berlino, dove fu, per unanime giudizio, la miglior insegnante. Fu da quelle lezioni infatti che scaturì, oltre all'incompiuta Introduzione all'economia politica pubblicata postuma, la fondamentale Accumulazione del capitale, da cui possiamo ricavare ancor oggi preziosi insegnamenti per lo studio dell'imperialismo contemporaneo.
 
l-accumulazione-_del_capitale.jpgConnessa a questi studi teorici sull'imperialismo, la guerra e il modo di combatterli, e pure connessa alla lotta sulla strategia generale del movimento di cui abbiamo parlato, fu la sua costante e ferma battaglia per la democrazia di partito e contro il burocratismo. Questa sua battaglia la portò nel 1904 anche ad uno scontro con Lenin, che aveva viceversa teorizzato il burocratismo come forma organizzativa specifica del movimento operaio, e poco dopo ad una polemica contro la crescente burocratizzazione della socialdemocrazia tedesca, dove l'introduzione dei funzionari stipendiati mirava a spegnere progressivamente qualsiasi capacità autonoma della base per concentrare tutta l'iniziativa politica nelle mani dell'apparato, diretto dai vertici del partito. Sia nella polemica con Lenin nel 1904, sia nel primo grido d'allarme lanciato in Germania nel 1906, essa pronunciò parole purtroppo profetiche sui pericoli che il burocratismo racchiudeva e sugli sviluppi che avrebbe potuto avere, parole profetiche che sono state poi confermate dalla sclerosi della socialdemocrazia e dalle degenerazioni dello stalinismo in Unione Sovietica. 
 
sauvons.jpg
D'altra parte, per chi credeva come Marx che l'arma principale della rivoluzione fosse lo sviluppo della coscienza di classe, e quindi la maturazione e la capacità politica delle masse (ricordiamo l'insegnamento marxiano che l'emancipazione della classe operaia sarà l'opera della classe operaia stessa), per chi credeva che le azioni rivoluzionarie non avrebbero mai potuto realizzarsi a comando e non sarebbero state possibili senza un'attiva e spontanea partecipazione delle masse, il problema di una vita democratica del partito era un problema di fondo, che, nella sua visione della totalità del processo rivoluzionario, si fondeva appunto con l'analisi scientifica dello sviluppo della società capitalistica e con la strategia di lotta del movimento operaio.

 soldati-in-trincea.jpgNegli anni che precedettero la guerra essa intensificò la sua battaglia su quest'insieme di obiettivi, s'impegnò a fondo nella lotta contro il militarismo e contro la guerra imminente e al tempo stesso nella lotta per la conquista del suffragio eguale in Prussia e si sforzò di unificare queste lotte con le lotte contro il rincaro crescente della vita, per sollevare una generale mobilitazione popolare che culminasse appunto in scioperi di massa, arrivando persino a lanciare, fra lo scandalo del partito, la parola d'ordine della repubblica. Il partito dal canto suo si sforzò in ogni modo di isolarla, di ridurla all'impotenza, mentre le autorità iniziarono contro di lei una serie di processi. Uno si concluse a Francoforte, nel 1914, prima dello scoppio della guerra, con la condanna ad un anno di carcere per incitamento dei soldati alla disubbidienza; un secondo avrebbe dovuto iniziarsi in luglio per avere la Luxemburg denunciato pubblicamente i maltrattamenti che i soldati subivano da parte dei superiori. Ma la presentazione in massa di ex soldati che si offrivano come testimoni a difesa (la Zetkin parla addirittura di trentamila offerte di testimonianza) indusse l'autorità a militare sospendere definitivamente il processo.
 
zetkin luxemburg1910 Pochi giorni dopo scoppiava la prima guerra mondiale e la socialdemocrazia, giungendo al naturale sbocco del corso politico che aveva seguito negli anni precedenti, votava in favore dei crediti di guerra. Il dominio dell'apparato sul partito, da un lato, e l'atmosfera di acceso sciovinismo che la stampa aveva mirato a creare nel paese, dall'altro, resero difficile qualunque tentativo di ribellione. I deputati che nella riunione del gruppo parlamentare si erano pronunciati contro il voto favorevole ai crediti di guerra, fra cui uno dei due presidenti del partito, Hugo Haase, e lo stesso Karl Liebknecht, si piegarono alla disciplina del partito, non solo perché era un principio che la sinistra aveva sempre difeso contro l'indisciplina della destra, ma per non correre il rischio di esser di colpo tagliati fuori da ogni contatto con le masse. Rosa Luxemburg, che negli ultimi tempi aveva cercato di raccogliere organizzativamente le file della sinistra attorno a un'agenzia di stampa appositamente creata, lanciò un invito ai compagni della sinistra per un'azione comune contro la guerra. Ma la sinistra si era improvvisamente dileguata e solo tre o quattro persone risposero all'appello. La dichiarazione di dissociazione dalla politica del partito che fu fatta pubblicare sulla stampa socialista all'estero raccolse solo, oltre la sua firma, quelle di Liebknecht, Mehring e Clara Zetkin. Una rivista, fondata per combattere la politica del partito in nome dell'internazionalismo proletario, "Die Internationale," sotto la direzione della Luxemburg e di Mehring, fu proibita dall'autorità fin dal primo numero e contro i suoi direttori fu iniziato un nuovo processo. Ma nel frattempo Rosa Luxemburg era stata già incarcerata in esecuzione della condanna dell'anno precedente, e durante i 12 mesi di prigione trascorsi a Berlino, scrisse un acuto e vivace pamphlet contro la guerra e contro la politica socialdemocratica, La crisi della socialdemocrazia, che pubblicò sotto lo pseudonimo di Junius e fece stampare in Svizzera appena uscì dal carcere dopo avere scontato la pena. Pochi mesi dopo veniva di nuovo arrestata per misura di sicurezza e fu trattenuta in carcere fino alla fine della guerra.
  
 Liebknecht_Karl_.jpgNei pochi mesi di libertà fra la prima e la seconda carcerazione, nel corso del 1916, preparò la piattaforma politica dell'organizzazione di sinistra che stava nascendo, sotto la sua guida e sotto l'impulso del suo attivismo, e della brillante azione di polemica condotta in parlamento da Karl Liebknecht (che nel frattempo aveva rotto la disciplina di voto e si era trascinato dietro altri deputati), e infine grazie alle straordinarie capacità di organizzatore clandestino di Leo Jogiches, che, come abbiamo detto, era stato il compagno della sua vita fino al 1906, ma con cui aveva successivamente rotto i rapporti personali mantenendo però tutti i necessari contatti politici nella direzione del partito polacco, diventato ora Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania (SDKPIL). L'antico binomio Luxemburg-Jogiches, divenuto ora un trinomio con l'aggiunta di Liebknecht, fu al centro di tutta l'azione condotta contro la guerra, nonostante che anche Liebknecht fosse incarcerato nel maggio 1916.Franz Mehring
Fu dalla prigione che Rosa scrisse gli articoli che venivano pubblicati nei fogli stampati clandestinamente e noti con il nome di Lettere di Spartaco (Spartacusbriefe), che erano l'organo del gruppo denominato appunto "Gruppo Spartaco." Il piccolo gruppo iniziale venne a poco a poco, a misura che la guerra proseguiva e i sacrifici aumentavano, crescendo di numero, e soprattutto organizzandosi, e anche se rimase sempre un gruppo numericamente assai limitato, fu tuttavia alla radice dell'agitazione contro la guerra che andò via via sviluppandosi. D'altra parte una vasta scissione verificatasi nel 1917 nella socialdemocrazia portò alla fondazione di un secondo partito socialista, il Partito socialdemocratico indipendente di Germania (USPD), cui facevano capo forti nuclei di operai rivoluzionari e, fra gli altri, la maggioranza degli operai berlinesi.  
rosa_luxemburg_03.jpgCerto, se la Germania fosse stata vittoriosa, questi fermenti rivoluzionari non avrebbero probabilmente avuto uno sbocco, ma con il delinearsi della sconfitta essi esplosero prima di tutto nella marina militare ancorata nel porto di Kiel, e si estesero rapidamente a varie città tedesche, obbligando l'imperatore ad abdicare e a cercare rifugio in Olanda. Il 9 novembre la sollevazione si manifestò anche a Berlino, e, nonostante le preoccupazioni legalitarie dei dirigenti socialdemocratici che non volevano proclamare neppure la repubblica senza aver prima convocato una regolare assemblea costituente, fu proprio il segretario della socialdemocrazia, Scheidemann, che, per non essere superato dagli avvenimenti, proclamò la repubblica dal balcone del parlamento. Pochi minuti dopo Karl Liebknecht, che era stato liberato qualche giorno prima dal carcere ed era stato accolto a Berlino come un trionfatore, proclamava dal balcone del palazzo imperiale la repubblica socialista. 
luxemburg.Die.Rote.Fahne.jpg
Fu attorno a questo dilemma (repubblica borghese o repubblica socialista, mantenimento della vecchia struttura sociale e semplice cambiamento di governo o presa del potere da parte dei consigli degli operai e soldati che si erano improvvisati un po' dovunque) che si svolse nei mesi successivi la più accesa lotta politica. Rosa Luxemburg liberata dal carcere il 9 novembre, rientrò a Berlino e pochi giorni dopo assunse la direzione del giornale "Die rote Fahne" (La bandiera rossa), organo del gruppo spartachista, non ancora organizzato in partito autonomo. Per due mesi condusse dalle colonne del giornale la più vivace e accesa battaglia contro il nuovo governo dominato dai socialdemocratici Ebert e Scheidemann, e del quale in dicembre entrò a far parte anche Noske. Costoro, in stretta alleanza con l'alto comando dell'ex esercito imperiale rimasto intatto nelle mani di Hindenburg e Groener (una linea telefonica segreta fu anzi istituita fra Ebert e Groener), e con la grande industria tedesca, si sforzarono di spegnere ogni tentativo di eversione sociale.

die_Internationale_1915.jpgDa un lato fu fatto ogni sforzo per indurre operai e soldati a tornarsene tranquilli alle proprie case e al lavoro pacifico e si ottenne anche che gli ufficiali imperiali facessero eleggere nei consigli dei soldati uomini ligi alla socialdemocrazia ebertiana, dall'altro si fecero grandi promesse per l'avvenire annunciando anche misure di socializzazione che furono intanto affidate allo studio di una commissione e che, naturalmente, non arrivarono mai in porto, e si pose con insistenza l'accento sul fatto che ormai la Germania aveva un governo "socialista": tutto ciò ebbe una notevole influenza sul piano psicologico. Ma contemporaneamente governo e alto comando, non fidandosi dell'orientamento dei soldati sotto le armi, si diedero ad organizzare corpi di volontari preparati per la guerra civile, onde schiacciare il movimento operaio. Già nel dicembre, in due diverse occasioni, il governo usò la forza militare contro gli operai berlinesi e contro una divisione di marinai che aveva partecipato alla rivoluzione e si era poi accampata a Berlino; dispersa questa forza, il governo cercò la provocazione aperta, destituendo il capo della polizia che era stato nominato nei giorni della rivoluzione ed era un socialista indipendente, legato alle masse operaie berlinesi.

 

Liebknecht-Raeterepublik-BerlinerSchloss-9November1918.jpgLiebknecht, parla alla folla a Berlino, 9 novembre 1919.

 

L'indignazione e la protesta delle masse operaie fornirono occasione alle prime manifestazioni di piazza il 6 gennaio 1919, ma purtroppo mancava una salda direzione politica. Il gruppo Spartaco aveva tenuto il suo primo congresso a fine anno e aveva deciso di costituirsi in partito con il nome di Partito comunista di Germania (Lega Spartaco), ma il congresso costitutivo era formato da pochi elementi eterogenei, fra cui parecchi giovani, che in quel momento di acuta tensione sociale e soprattutto politica, erano facile preda di parole d'ordine estremistiche. Così era accaduto che lo stesso congresso che aveva approvato all'unanimità, e fra applausi scroscianti, il programma predisposto da Rosa Luxemburg e da lei illustrato al congresso, aveva però nello stesso tempo votato a maggioranza, e contro il parere della Luxemburg stessa, di Liebknecht e di Jogiches, di non partecipare alle elezioni per l'assemblea costituente che dovevano tenersi poche settimane dopo. Come aveva giustamente rilevato la Luxemburg, quella decisione era pericolosa: significava non solo rinunciare a utilizzare la campagna elettorale come un momento importante per la propaganda e l'organizzazione del neonato partito, ma significava altresì, insieme con il rifiuto di un terreno di lotta, la possibilità di cadere nella provocazione che certamente il governo avrebbe tentato per uno scontro aperto. Fu appunto quello che accadde in quella tragica prima quindicina di gennaio. Le masse operaie berlinesi (che, tra l'altro, erano solo in piccola minoranza spartachiste, mentre in maggioranza appartenevano all'USPD e ubbidivano alle parole d'ordine dei delegati rivoluzionari di fabbrica, appartenenti all'ala sinistra del partito) caddero nella trappola che il governo aveva teso: dalle manifestazioni si arrivò ben presto ai conflitti, la sede del comando di polizia e il giornale socialdemocratico di Berlino, il "Vorwärts" (che era sempre stato proprietà delle organizzazioni operaie berlinesi e di cui la direzione del partito si era illegalmente impadronita con il favore dello stato di guerra), furono teatri di scontri armati, le vie di Berlino videro sorgere barricate e scorrere il sangue. La stampa borghese e lo stesso "Vorwärts" lanciarono sempre più violenti incitamenti non solo alla repressione ma all'assassinio di Liebknecht e della Luxemburg, e corpi franchi di volontari furono fatti affluire a Berlino agli ordini del socialdemocratico di destra Noske, che aveva anche contro la Luxemburg vecchi conti di partito da regolare.Luxemburg_freikorps-hulsen-noske.jpgIl ministro della difesa, il socialdemocratico Noske, visita i reparti della Freikorp Hulsen, gennaio 1919.

 

Fu mosso rimprovero alla Luxemburg di essere rimasta a Berlino, anche dopo la sconfitta della sommossa, anziché mettersi in salvo in qualche luogo lontano in attesa che la tempesta si calmasse, come aveva fatto Lenin dopo i moti del luglio 1917 a Pietrogrado. Ma la differenza di atteggiamento può essere spiegata: Lenin aveva dietro di sé un partito sufficientemente organizzato, con dei luogotenenti all'altezza della situazione, mentre la Luxemburg non aveva che un partito appena nato, la cui compattezza ideologica si era mostrata inesistente al congresso e anche dopo. Lo stesso Liebknecht, nelle giornate cruciali di gennaio, si era lasciato trascinare a sottoscrivere parole d'ordine avventate, che la Luxemburg aveva vivacemente deplorato; i delegati operai rivoluzionari, dopo aver lanciato le masse nella tragica avventura, erano praticamente scomparsi. Ora la Luxemburg aveva sempre sostenuto che il motore principale del processo rivoluzionario è la coscienza delle masse, e che il compito dei dirigenti è appunto quello di essere sempre accanto e in mezzo alle masse, per aiutarle a capire anche i propri errori in modo da giungere ad una vera maturità rivoluzionaria. Sarebbe stato rinnegare tutto il proprio insegnamento, l'abbandonare a se stesse, nel momento più difficile, delle masse che si erano gettate con tanto disperato, e sia pure imprevidente, coraggio in una lotta e che avevano visto dileguarsi una leadership inetta.

 

Kollwitz_1919_Memorial-for-Liebknecht.jpg  Käthe Kollwitz In Memory of Karl Liebknecht, 1919-20.

 

Il destino tragico di Rosa fu che essa dovesse, per coerenza al proprio insegnamento e all'unità di teoria e pratica che aveva sempre ispirato la sua azione, rimanere fino alla fine in mezzo ai pericoli di una rivoluzione che non solo non aveva voluto ma di cui aveva tempestivamente denunciato i pericoli. Ma il suo dovere era di spiegare fino all'ultimo alle masse, partecipando a riunioni e pubblicando ogni giorno il giornale, gli errori commessi, perché, essa aveva scritto fin dal 1904, gli errori del movimento operaio "sono incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell'infallibilità del miglior 'comitato centrale'," e perché, aveva ripetuto durante la guerra, il proletariato ha davanti a sé nel cammino verso la rivoluzione "giganteschi compiti e giganteschi errori," ma il socialismo sarebbe perduto solo se il proletariato non imparasse dai propri errori. Fu per aiutarlo ad imparare che essa espose coscientemente la propria vita alla vendetta dei socialdemocratici e della soldatesca prezzolata.
 
luxemburg_freikorps_tank_1919.jpgFreikorps con un carroarmato, Berlino, 1919.
 
Arrestata il 15 gennaio 1919 insieme con Liebknecht, nella casa dove si erano nascosti con falsi documenti, venne prima tradotta alla sede del comando della divisione di cavalleria all’Hotel Eden, e poi assassinata a freddo mentre ufficialmente veniva accompagnata in carcere. Il suo corpo fu gettato in un canale dove fu ritrovato solo alla fine del maggio successivo. I giornali annunciarono l'indomani che era stata linciata dalla folla infuriata e che Liebknecht, lui pure assassinato, era stato ucciso in un tentativo di fuga. I colpevoli, ancorché individuati, non furono mai puniti: ancora recentemente le autorità della repubblica federale di Bonn hanno ritenuto "legale" quell'assassinio. Poche settimane dopo Leo Jogiches subiva la stessa sorte.
 
Rosa-Luxemburgs-funeral.jpg Funerali di Rosa Luxemburg, giugno 1919.
 
La vita fisica di una gloriosa generazione di militanti rivoluzionari era finita. Si tratta ora di non lasciar andare perduta anche la loro eredità spirituale.
 
rosa-luxemburg-grav_.jpgTomba di Rosa Luxemburg a Berlino.

 

 

LELIO BASSO

 

 

[A cura di Ario Libert]

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