Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
8 maggio 2012 2 08 /05 /maggio /2012 05:00

MAGGIO 1937

 

Barcellona-maggio-1937.-Difesa-centrale-telefonica.jpg Barcellona maggio 1937. Barricata nel centro storico
contro l’aggressione comunista alla Centrale Telefonica.

 

Controrivoluzione stalinista a Barcellona


di René Berthier

"Gli avvenimenti di maggio 1937 a Barcellona sono esemplari per più di un motivo. Essi si riducono ad un'idea principale: come lo stalinismo ha utilizzato l'antifascismo per liquidare la rivoluzione sociale. Per realizzare questo obiettivo, era indispensabile liquidare il movimento anarco-sindacalista. Ma in quel momento, questo movimento, che aveva dato impulso ad un vasto movimento di collettivizzazioni nell'industria, nei trasporti, nell'agricoltura, era troppo potente, troppo popolare per essere attaccato frontalmente. Bisognava ricominciare ad isolarlo prendendosela con il POUM, piccolo partito marxista ma che era su posizioni rivoluzionarie, in cui si trovavano alcuni trotskisti [1].
L'occasione era troppo propizia. In Germania, Stalin aveva fatto vincere il nazismo sacrificando il partito comunista tedesco per liquidare la socialdemocrazia. Ogni movimento che si richiamava alla classe operaia non controllato da Mosca doveva essere liquidato. Stalin minacciava una campagna contro gli "hitlero-trotskisti", il POUM fu dunque nella linea di tiro dei comunisti spagnoli che esigevano in modo assoluto la sua dissoluzione.
Nin.jpg
Fecero in modo di eliminare Andrès Nin dal governo della generalità di Catalogna, il 13 dicembre 1936, se non con la complicità, per lo meno l'accordo della direzione della CNT, che non sembrò rendersi conto che ciò, aggiunto ad innumerevoli altre manovre, contribuiva ad isolare la Confederazione ogni volta un po' più ed a renderla più vulnerabile di fronte allo stalinismo. Gli stalinisti erano già riusciti ad eliminare i militanti del POUM da ogni responsabilità nell'UGT: ora quest'ultime erano, prima della sua egemonizzazione da parte degli stalinisti, un alleato naturale della CNT... a condizione che vi fossero all'interno degli elementi sufficientemente radicali per favorire questa alleanza.

UGT.jpgCosì, quando la CNT ottenne che i due partiti marxisti si ritirassero dalla generalità lasciando posto alla sola UGT, è di fatto il partito comunista che aveva di fronte ad essa. L'UGT, che i comunisti controllavano, era letteralmente diventata l'organizzazione della piccola borghesia e del padronato [2]. Gli avvenimenti di maggio 1937 sono dunque esemplari dell'incomprensione della direzione confederale ad afferrare i rapporti di forza, a capire la natura reale dello stalinismo e del suo ruolo contro-rivoluzionario, quando la massa dei lavoratori sosteneva la CNT.

 

Comunismo spagnolo? 

I comunisti spagnoli rappresentavano poca cosa prima della guerra civile e non poterono svilupparsi che attirando ad essi i contadini agiati opposti alla collettivizzazione, la piccola borghesia, molti funzionari della polizia, dei militari. La spina dorsale del movimento comunista spagnolo, sostenuto da Mosca, offriva la sua esperienza organizzativa a degli strati sociali i cui interessi coincidevano, in quel momento, con gli interessi della politica internazionale di Stalin.

Quest'ultimo non poteva accettare l'idea di una rivoluzione proletaria che si sviluppasse al di fuori del suo controllo e su basi radicalmente differenti della rivoluzione russa. Partecipando al governo e praticando l'infiltrazione delle richieste del potere, i comunisti acquisirono dunque una potenza sproporzionata rispetto alla loro base sociale. I comunisti, sostenuti dalla piccola borghesia nazionalista catalana, si esprimevano apertamente contro le collettivizzazioni il che è un paradosso strano, sapendo che in Russia essi avevano imposto la collettivizzazione forzata dell'agricoltura con la violenza più inaudita, facendo milioni di morti...

Nell'ottobre 1936, un comunista è nominato ministro all'approvvigionamento, posto in precedenza occupato da un anarchico. I comitati operai di approvvigionamento, creati dagli anarchici e che funzionavano efficacemente, sono sciolti. La distribuzione dell'alimentazione, assicurata dal sistema della vendita diretta dei prodotti organizzata dai comitati dei sindacati è restituita al commercio privato. I prezzi aumentano, provocando la penuria. Il malcontento della popolazione cresce, ma i comunisti accusano gli anarchici. Le forze della polizia- guardia civile e guardie di assalto- erano state dissolte e sostituite con delle "pattuglie di controllo". Ma la polizia sarà rapidamente ricostituita, controllata dagli stalinisti. Lo stesso processo era accaduto, il 10 ottobre 1936, con la militarizzazione delle milizie, di cui i comunisti erano ardenti sostenitori.

la-batalla-09-05-1937censure.jpgLa Battalla del 1° maggio 1937 descrive la composizione sociale ed il modo di reclutamento della polizia controllata dai comunisti: "hanno concentrato in Catalogna una parte del formidabile esercito dei carabinieri, che erano stati creati a scopi contririvoluzionari, reclutandola tra gli elementi del partito comunista sprovvisti di educazione politica, tra gli operai non appartenenti ad alcuna ideologia ed anche tra i piccolo borghesi declassati, che avevano perso ogni speranza nella possibilità di recuperare la loro posizione..."

Un'offensiva è lanciata contro la libertà di espressione.

La censura diventa sempre più importante, compresa la censura politica. Un meeting CNT-POUM è vietato il 26 febbraio 1937 a Tarragona. Il 26 marzo 1937, i libertari si oppongono ad un decreto che dissolve le pattuglie di controllo, che proibisce il porto d'armi per i civili e l'affiliazione politica o sindacale delle guardie e degli ufficiali di polizia e che dissolve i consigli di operai e soldati, il che equivale alla liquidazione del potere reale della Confederazione, elemento motore delle milizie, padrona della strada e delle fabbriche.

Di fatto, le pattuglie di controllo non restituiscono le armi, al contrario, i militanti escono in strada e disarmano le forze di polizia regolari, che resistono, vengono scambiati colpi di fuoco. La misura di soppressione delle pattuglie di controllo  era stata presa in accordo con i consiglieri anarchici della Generalità, che furono criticati dalla loro base e ritirarono il loro appoggio al decreto.

La crisi sarà risolta dalla formazione di un nuovo governo, identico al precedente.

Gli scontri armati proseguono.

 

I FATTI

Giornate-di-maggio.jpgLa provocazione del 3 maggio 1937 fu dunque lo sbocco di una lunga serie di scontri il cui obiettivo era, per gli stalinisti, la liquidazione della rivoluzione sociale, la liquidazione dei libertari come forze egemoniche nella classe operaia catalana, la restaurazione del potere della borghesia debitamente pilotata dai consiglieri tecnici del GPU [3].

Cosa accadde quel giorno? Lunedì 3 maggio 1937, la polizia comunista tenta di assumere il controllo della centrale telefonica di Barcellona che è sotto il controllo CNT-UGT, ma la cui maggioranza degli impiegati è alla CNT. I miliziani presenti prendono le loro armi e resistono violentemente, con successo. Un'ora dopo i miliziani della FAI e dei membri delle pattuglie di controllo arrivano in rinforzo.

Le fabbriche si fermano. Le armi escono dai nascondigli. Le barricate si innalzano.

L'insurrezione si estende a tutta la città.

FAI-CNT-Transporte.jpgIl governo- con i suoi rappresentanti anarchici! è di fatto assediato dalla forza popolare. Si tratta di un'autentica risposta spontanea ad una provocazione stalinista. Il comitato regionale della CNT e della FAI si accontenta di esigere la destituzione di Rodriguez Sala, Comunista, commissario dell'ordine pubblico di Barcellona. Come se Sala potesse essere qualcosa al di fuori delle forze che si trovavano dietro di lui.

Come il 19 luglio 1936 quando i fascisti hanno tentato di prendere il potere, sono, alla base, i comitati di difesa confederali CNT-FAI che organizzarono la controffensiva popolare, ma questa volta contro il parere della direzione della CNT. Il giorno successivo, martedì 4 maggio, la battaglia dura tutta la giornata. La rapidità della reazione dei miliziani della CNT-FAI e del POUM contro la polizia è stata stupefacente, tanto più che è stata terribile l'accanimento della polizia pilotata dai comunisti. Questa crisi rivela un acuto conflitto all'interno stesso del campo repubblicano.

Era in gioco la sorte della rivoluzione sociale.

Mentre i proletari si battevano nelle strade contro la reazione interna al campo repubblicano, gli stati maggiori mercanteggiavano: bisognava formare un nuovo governo. I dirigenti dell'UGT e della CNT lanciano appelli per il cessate il fuoco. I ministri anarchici del governo centrale appoggiano questa iniziativa, ma Companys, presidente della generalità, rifiuta di destituire Rodriguez Salas.

GarciaOliver.jpgGarcia Oliver, ministro anarchico del governo centrale, dirigente della CNT ma anche della FAI, fa un discorso ridicolo in nome dell'unità antifascista, chiama a deporre le armi: "tutti coloro che sono morti oggi sono miei fratelli, mi inchino davanti a loro e li abbraccio", compresi senza dubbio gli stalinisti ed i poliziotti. Oliver accredita anche l'idea che la battaglia che ha avuto luogo non era che un incidente di percorso nel campo repubblicano, mentre era un autentico combattimento di classe, il progetto dei comunisti essendo di ristabilire tutti gli attributi dell'ordine borghese: proprietà privata, potere centralizzato, polizia, gerarchia. Evita l'obiettivo di questa battaglia, che si riassumeva nell'alternativa: proseguimento della rivoluzione sociale o restaurazione dello Stato borghese.

Nella notte dal 4 al 5 maggio, i mercanteggiamenti al palazzo della generalità continuano.

 Federica MontsenyI comunisti vogliono erodere un po' più di potere ai comitati operai e devono affrontare i lavoratori in armi. Il loro obiettivo: schiacciare definitivamente la rivoluzione. È inevitabile constatare che i dirigenti anarchici sono superati dagli avvenimenti. Alla radio, si succedono tutti per chiamare i combattenti a deporre le armi: Garcia Oliver, Federica Montseny, entrambi della CNT e FAI, e gli altri. Companys esige come prerequisito ad ogni accordo che i lavoratori si ritirino dalla strada. Il giorno dopo, mercoledì 5 maggio, la battaglia è più violenta ancora della vigilia. La Gare de France, occupata dagli anarchici, è presa d'assalto dalla guardia civile; gli impiegati della centrale telefonica si arrendono alle guardie d'assalto. Il governo catalano dà le dimissioni. Le divisioni anarchiche del fronte propongono di venire a Barcellona, ma il comitato regionale della CNT comunica loro che non ce n'è bisogno. La sera, nuovi appelli chiedono agli operai di abbandonare le barricate e rientrare a casa loro. Il malcontento aumenta nelle fila della CNT-FAI.

Numerosi militanti strappano le tessere. Una parte importante delle gioventù libertarie, numerosi comitati e gruppi di base nelle imprese e nei quartieri si oppongono alla posizione conciliatrice e di corta veduta della direzione del movimento libertario catalano.

Gli "Amici di Durruti" propongono la formazione di una giunta rivoluzionaria che doveva sostituire la generalità. Il POUM doveva essere ammesso in questa giunta "perché si è posto dalla parte dei lavoratori". Essi rivendicano la socializzazione dell'economia, lo scioglimento dei partiti e del corpi armati che hanno partecipato all'aggressione, la condanna dei colpevoli. Queste posizioni sono denunciate dal comitato regionale della CNT. Il gruppo sarà più tardi escluso dalla CNT.

 losamigosdedurrutiGli "Amici di Durruti" non erano, malgrado il loro nome, dei sopravvissuti dei gruppi Los Solidarios o Nosotros di cui Durruti aveva fatto parte. Era un piccolo gruppo formato da irriducibili ostili alla militarizzazione delle milizie, alla partecipazione della CNT al governo, e diretto dai faisti Carreno; Pablo Ruiz, Eleuterio Roig e Jaime Balius. Accusato di essere al traino del POUM e di essere costituiti da anarchici bolscevizzati, questo gruppo ebbe un debole impatto e la sua esistenza fu breve, perché non si vedono più dopo l'estate del 1937.

spagna--01.jpgCiò non toglie nulla al fatto che alcune (non tutte, siamo ben lungi da ciò) delle posizioni che prese a un certo momento abbiano potuto essere degne di essere prese in considerazione. Le critiche che essi facevano all'apparato dirigente della CNT non erano infatti infondate.

Ad esempio, il Comitato nazionale della CNT, durante una conferenza dei delegati il 28 marzo 1837, chiese la sottomissione di tutti gli organi di stampa della Confederazione alle direttive del Comitato nazionale. La proposta non fu adottata che con un voto di maggioranza. La minoranza decise di non tener conto del voto. È incontestabile che si era sviluppato uno strato di dirigenti specializzati alla CNT, senza alcun controllo della base, e una gerarchizzazione autoritaria dell'organizzazione, compresa alla FAI.

La direzione del POUM in questo affare non è essa stessa esente da critica.

Andrès Nin tenta di frenare l'ardore dei militanti; uno strano appello del comitato esecutivo del POUM propone allo stesso tempo di sbarazzarsi del nemico e di iniziare una ritirata. Il 5 maggio sarebbe stato il punto culminante della battaglia. Il mattino, il governo dimissione, la sera si riforma.

Camillo_Berneri.jpgBerneri, una delle figure dell'opposizione rivoluzionaria, è assassinato dai comunisti, così come un altro militante italiano, Barbieri. La mattina del 6 maggio, si constata un certo sbandamento presso i combattenti, delusi e disorientati dall'atteggiamento della direzione regionale della CNT.

Presto le barricate abbandonate sono rioccupate. La direzione della CNT rinnova i suoi appelli alla clama. La lotta è terminata ma nessuno torna al lavoro, i combattenti restano sul posto. Nella notte dal 6 al 7 maggio, i dirigenti della CNT-FAI reiterano le loro proposte: ritiro delle barricate, liberazione dei prigionieri e degli ostaggi. Il mattino del 7, il governo accetta le proposte di cessate il fuoco.

La sconfitta del movimento insurrezionale segnerà l'inizio di un regresso terribile delle conquiste dei primi mesi della rivoluzione. L'impresa dello stalinismo, appoggiandosi sugli strati sociali più ostili alla rivoluzione in campo repubblicano, si affermerà.

Gli assassinii di militanti rivoluzionari per mano degli stalinisti raddoppiano. Sin dall'estate del 1937 le truppe del comunista Lister entreranno in Aragona per tentare di liquidare attraverso il terrore le collettività agricole libertarie e restituirle ai precedenti proprietari.

36cnt paysanL'adesione delle masse contadine alle collettivizzazioni era tale che il tentativo di Lister si conclude con una cocente sconfitta. "Né voi, né noi abbiamo lanciato le masse di Barcellona in questo movimento. È stato una risposta spontanea ad una provocazione dello stalinismo. È ora il momento decisivo per fare la rivoluzione. O ci poniamo alal testa del movimento per distruggere il nemico interno o il movimento fallisce e saremo distrutti. Dobbiamo sceghliere tra la rivoluzione o la controrivoluzione". [Alternativa proposta dal POUM, nella notte del 3 maggio, rifiutata dalla direzione della CNT, e riportata da Julian Gorkin] [4].


Se si dovesse ripresentare


collettivizzazioni, 01Sarebbe tuttavia un grave errore affrontare la questione in termini di "tradimento" della direzione della CNT in rapproto ai suoi obbiettivi. Il bilancio sereno della confederazione e delle posizioni dei suoi dirigenti durante la guerra civile resta ancora da fare pressi i libertari. Bisogna far presente che la rivoluzione spagnola non era la rivoluzione russa.

Si può considerare quest'ultima come l'ultima rivoluzione del XIX secolo in termini di mezzi tecnici posti in opera. La rivoluzione spagnola è stata la prima del XX secolo, con l'uso  dei blindati, dell'aviazione, della radio, ecc.

POUM-Socorro-Rojo.jpgÈ stata il terreno  di prova della Germania hitleriana per la seconda guerra mondiale. In Russia, lo Stato era in decadenza, tutte le forze sociali opposte alla rivoluzione erano in in stato di issoluzione. L'intera società russa era in stato di dissoluzione, dopo molti anni di una guerra terribile. È questa situazione che ha permesso a un piccolo gruppo di uomini - qualche migliaio nel 1917- di prendere il potere. L'estremo grado di organizzazione e di disciplina di questo piccolo gruppo di uomini non può da solo spiegare l'efficacia della sua azione, il che non toglie nulla al genio strategico di Lenin, ad ogni modo all'inizio. 
La società spagnola non presentava questo stato di decadenza.Le forze sociali presenti erano precisamente caratterizzate e ancorate nei loro modi di vita. La borghesia spagnola, e in particolare la borghesia catalana, era potente, influente. Delle numerose classi intermedie fungevano datampone e sposavano tantro più le idee dell aclasse dominante in quanto temevano la proletazizzazione. Una tale situazione non esisteva in Russia.

collett, 04La rivoluzione proletaria in Spagna ha dovuto far fronte a degli avversari altrimenti più temibili di quelli ai quali i rivoluzionari russi si sono scontrati, perché le potenza capitaliste occidentali, dopo la prima guerra mondiale, erano anche loro stremate dalla guerra, e i corpi di spedizione da essa inviati, erano minati dalle diserzioni.

I libertari spagnoli hanno dovuto affrontare contemporaneamente i fascisti, gli stalinisti e i repubblicani. Era molto. La rivoluzione russa ha avuto luogo in un perioodo di affondamento generale, in cui le potenze, sul piano internazionale, suscettibili di combatterla erano esse stesse esautite da quattro anni di guerra terribile.

La rivoluzione spagnola al contrario ha avuto luogo in un periodo di ascesa di forze reazionarie di una potenza mai viste - il nazismo in Germania, il fascismo mussoliniano - che hanno sostenuto senza riserva con le loro armi il fascismo spagnolo.

barricade_barcellona.jpgTra queste forze reazionarie figurava lo stalinismo, di cui i marxisti rivoluzionari che accusavano la CNT di tutti i mali sono se non direttamente, per lo meno intellettualmente responsabili. Se i libertari lo avessero voluto, essi avrebbero potuto facilmente liquidare i comunisti nel maggio 1937, e il comitato regionale, in una certa misura, aveva ragione di sostenere che non aveva bisogno di dislocare le divisioni anarchiche dal fronte [5].

barcellona_maggio1937.jpgI miliziani di Barcellona e della regione, gli operai insorti, i comitati di difesa dei sobborghi sarebbero ampiamente bastati al compito. Ma la situazione si sarebbe limitata alla Catalogna, perché a Madrid la CNT non era prevalente. La direzione della CNT non voleva rischiare di ritrovarsi sola di fronte a una coalizione fascio-stalino-repubblicana. Inoltre, ragionare su un fenomeno di trascinamento nella classe operaia spagnola, che in un grande slancio di entusiasmo, avrebbe sostenuto i libertari catalani, era un rischio che la Confederazione non ha voluto assumere.



MAGGIO_barcellona.jpg

 

La Spagna sarebbe esplosa in molti blocchi antagonisti, diventando facile preda per i franchisti. C. M. Lorenzo ha senz'altro ragione di dire che un "trionfo dell'anarchismo spagnolo che comportasse l'affondamento della legalità repubblicana avrebbe provocato di sicuro contro di esso la formazione di una coalizione internazionale comprendente l'Unione sovietica (soppressione dio ogni aiuto in armi e in munizioni), gli Stati occidentali democratici (riconoscimento immediato del governo fascista, blocco economico)". [7]. Il movimento operaio internazionale, e in particolare il movimento operaio francese ampiamente influenzato dagli stalinisti, avrebbero sostenuto una rivoluzione anarchica in Spagna che si fosse opposta con le armi ai comunisti spagnoli? Certo, i libertari si sono ad ogni modo trovati di fronte a una coalizione fascio-stalino-repubblicana...

La domanda, in queste condizioni- che è facile da porre sessanta anni dopo- è: non era forse meglio tentare il colpo?

È facile, quando si vive costantemente "in pieno delirio di identificazione con la rivoluzione russa", come dice Carlos Semprun-Maura, quando ci si trascina dietro uno schema di rivoluzione che si limita alla presa del Palazzo d'Inverno, di rimproverare ai libertari spagnoli di non averlo fatto. Possiamo, oggi, rimproverare ai libertari di aver fatto una cattiva analisi al contempo della natura dello stalinismo e di quella del repubblicanesimo borghese.

 

Siamo oggi, confusi dalla loro ingenuità [7]: sono i soli ad aver svolto onestamente il gioco dell'antifascismo. Erano i soli autentici antifascisti. Erano i soli il cui obiettivo prioritario reale era la liquidazione del fascismo in Spagna senza precondizionare uest'obiettivo al loro monopolio del potere.

In nome dell'unità antifascista, la CNT, maggioritaria in Catalogna, ha accettato in tutti gli organi decisionali una rappresentazione infinitamente minore di quella corrispondente ai suoi effettivi reali, in cambio dellam sua buona fede... I libertari hanno fatto, tragicamente e a loro spese, la prova che l'antifascimo senza la rivoluzione sociale non ha alcun senso. Essi hanno dimostrato che la liquidazione del fascismo non può essere fatta con l'alleanza con un altro fascismo - lo stalinismo-, né con la borghesia repubblicana.

È una lezione che vale ancora oggi.


 

René Berthier

 


 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

 

 Contre-révolution stalinienne a Barcelonne

 

 



NOTE


[1] Il POUM (partito operaio di unificazione marxista), fondato nel 1935, aveva tra i 3.000 e i 5.000 aderenti prima della guerra civile (1 milione per la CNT). Qualificata a torto come trotskista, compreso dai trotskisti di oggi (che l'hanno un po' recuperato, soprattutto dopo il film di Ken Loach), aveva rotto con Trotski e la IV Internazionale. L'atteggiamento della CNT in rapporto al POUM si spiega in parte perché le relazioni tra le due organizzazioni non erano mai state buone, Joaquin Maurin aveva accusato la Confederazione di tutti i mali.

[2] Vi furono anche degli scioperi che opposero degli operai della CNT e del loro padrone dell'UGT, o degli scontri armati tra contadini collettivisti della CNT e piccoli proprietari dell'UGT…

[3] L'"aiuto" sovietico, pagato ad altissimo prezzo dai repubblicani spagnoli, era condizionato alla presenzad di "consiglieri" militari sovietici che instaurarono una Ceka che provvide all'esecuzione di numerosi militanti rivoluzionari. (Citato da C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, p. 266, Le Seuil. Cfr. anche J. Gorkin, Les communistes contre la révolution espagnole, Belfond, p. 59-60).

[4] La prova a posteriori che gli anarchici avrebbero potuto senza difficoltà liquidare fisicamente i comunisti sin dal maggio 1937 si trova negli avvenimenti del marzo 1939 a Madrid, durante i quali la CNT realizzò ciò che avrebbe forse dovuto fare sin dall'inizio. Il 2 marzo Negrin esegue un vero colpo di Stato e pone i comunisti a tutti i comandi militari importanti. La CNT decise allora di regolare i suoi conti con lo stalinismo schiacciando le truppe comuniste. Dal 5 al 12 marzo 1939, il IV corpo d'armata anarchico (150.000 uomini) comandati da Cipriano Mera schiacciò i I, II e III corpo d'armata comunista (350.000 uomini). Secondo testimonianze orali, tutti gli ufficiali comunisti al di sopra del grado di sergente furono fucilati. La natura di classe del partito comunista spagnolo è ben descritta in queste affermazioni di C. M. Lorenzo: "Sembra che si produsse allora un vero affondamento del Partito comunista. L'innumerevole massa di persone che avevano aderito a questo partito per odio alla Rivoluzione, per paura, per amore dell'"ordine", per opportunismo politico, per arrivismo, non aveva alcuna vera formazione ideologica, nessuna conoscenza del marxismo. Tutte queste persone abbandonarono il Partito non appena lo videro in cattive condizioni e i comunisti si ritrovarono nello stesso stato in cui erano all'inizio della Guerra civile un pugno di quadri senza contatto reale sulla popolazione. Il Partito comunista ebbe a favore delle circostanze un gonfiamento assolutamente artificiale; fu un organismo mostruoso dai piedi d'argilla". [C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, éditions le Seuil, p. 327].

[5] C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, éditions le Seuil, p. 267.

[6] Solidaridad obrera del 21 gennaio 1937 evoca in termini lirici l'arrivo, la vigilia, della prima nave sovietica trasportante farina, zucchero e burro, qualche tempo dopo che i comunisti catalani avevano provocato la penuria e il rincaro dei prodotti alimentari liquidando i comitati operai di approvigionamento (7 gennaio), fornendo il pretesto per accusare gli anarchici di essere i responsabili della penuria: "Tutto un popolo vibrava a causa del profondo significato umano delal prima visita di un altro popolo. La sensibilità rendeva tributo alla solidarietà. Questo messaggero del proletariato russo ha apportato in Spagna alcune tonnellate di prodotti alimentari, offerta delle sue donne alle nostre, amabili carezze dei piccoli Orientali ai bambini d'Iberia...".

[7] Il quotidiano della CNT avrebbe potuto precisare che questi prodotti erano acquistati a prezzo altissimo e a prezzo d'oro dai Sovietici, così come lo saranno le armi, per la maggior parte vecchie, consegnate alla Spagna e distribuite in modo molto selettivo.




 

Condividi post
Repost0
5 maggio 2012 6 05 /05 /maggio /2012 05:00

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Il metodo dialettico


Dal punto di vista metodologico i suoi scritti rappresentano indubbiamente quanto di meglio è stato scritto in difesa del marxismo.

KARL RADEK

Quando Rosa Luxemburg nel 1898 arrivò in Germania, il dibattito sul revisionismo aperto dagli scritti di Bernstein stava divampando e la partecipazione a quel dibattito segnò l’ingresso della Luxemburg - che fin allora si era occupata prevalentemente del dibattito interno del socialismo polacco soprattutto in ordine al problema nazionale - nella cerchia non numerosa dei più apprezzati studiosi del marxismo. E veramente la sua replica a Bernstein rimane ancor oggi un modello di metodologia marxista, nettamente superiore alle critiche che allo stesso Bernstein rivolsero in quell’occasione Kautsky, Plekhanov, Mehring, ecc. [10].

Se accettiamo il pensiero espresso da Lukács che il valore principale del marxismo sia nel suo metodo dialettic o [11], pensiero che del resto collima perfettamente con quello di Rosa Luxemburg, possiamo più facilmente apprezzare l’importanza del contributo luxemburghiano alla formulazione di una moderna strategia marxista [12]. L’opera della Luxemburg consiste infatti proprio nello sforzo di calare il metodo dialettico di Marx nel vivo della lotta di classe, di farne non solo un metodo per l’interpretazione della storia e l’analisi della società presente, ma un metodo applicato altresì per fare la storia, cioè applicato all’azione di grandi masse e alla costruzione cosciente del futuro. Come pochi altri marxisti essa sentiva la realtà e la storia in modo dialettico e, come ebbe a scrivere lei stessa, concepiva la dialettica storica come la “rocca su cui poggia tutta la dottrina del socialismo marxista” [13] o anche come “il modo specifico di pensare del proletariato cosciente”, “l’arma intellettuale con la quale il proletariato, materialmente ancora soggiogato, vince la borghesia dandole la dimostrazione della sua transitorietà storica, mostrando l’inevitabilità della propria vittoria, attuando fin d’ora la rivoluzione nel regno dello spirito!” [14]. In altre parole era grazie al pensiero dialettico che la Luxemburg vedeva l’avvenire socialista già nel presente capitalistico; ciò significava cogliere gli aspetti contraddittori ma indissolubili della realtà di oggi, vedere il processo storico, che da quella contraddittorietà scaturiva e rendersi conto che la vera essenza di ogni momento appare soltanto se consideriamo quel momento inserito nella continuità della storia. Ma chi dice storia dice totalità del processo storico: così come non possono essere artificiosamente separati nel tempo i diversi momenti che si inseriscono l’uno nell’altro in una successione senza fine, allo stesso modo i diversi aspetti, le diverse facce della realtà non possono neppure essere isolate dal contesto generale di cui fanno parte e in cui reciprocamente si condizionano e si influenzano.

Il punto di vista della totalità è il punto di vista da cui si pone sempre Rosa Luxemburg nella considerazione di qualunque fenomeno e di qualunque avvenimento, precisamente quel punto di vista che Lukàcs, del resto sotto l’influenza luxemburghiana, considera l’essenziale del metodo marxista [15]. Uso naturalmente la parola totalità nel senso lukàcsiano, o, per essere più esatti, marxista e luxemburghiano, di totalità concreta, di un complesso organico di relazioni, in cui ogni cosa è riferita al tutto e il tutto predomina sulla parte, ma, naturalmente, non un tutto fisso statico immutabile, bensì un tutto che e esso stesso in trasformazione continua. Perciò ogni separazione fra politica, economia, diritto, morale, ecc. è arbitraria in quanto si tratta di facce diverse dello stesso processo unitario (facce che pertanto si possono distinguere come tali ma non separare in modo astratto), così come è arbitraria ogni separazione netta di periodi e di fasi diverse del processo storico in quanto ognuna comprende in sé la radice dei successivi sviluppi e la ragione del proprio superamento, come è arbitraria l’interpretazione a senso unico di fatti isolati, avulsi dalla totalità del reale, come se ciascun fatto, ciascuna azione, ciascun movimento, ciascun fenomeno non fosse un anello di una catena infinita di reciproche azioni e reazioni. Solo chi ha la coscienza di questa totalità può intendere i momenti distinti in cui essa si articola, vederli nelle loro mutue relazioni, nella loro intrinseca contraddittorietà, nelle loro linee di sviluppo, e solo chi non conosce arbitrarie chiusure può studiare e analizzare concretamente i fenomeni singoli.

Questa coscienza della totalità Rosa Luxemburg ebbe sempre presente nell’analisi dei fenomeni sociali e nella sua polemica con gli avversari ebbe frequente occasione di denunciare la tendenza a isolare i fenomeni, a perdere la nozione del tutto. Nella sua polemica con Bernstein, che è innanzitutto, come si è detto, una lezione di metodo, quest’accusa ritorna insistente: "Con l’abbandono del socialismo scientifico ha perso l’asse di cristallizzazione intellettuale attorno a cui raggruppare i singoli fatti nell’insieme organico della visione generale del mondo" [16] o anche: "Alla base di tutti i suddescritti particolari della teoria dell’adattamento - prescindendo dalla loro reale falsità - sta ancora un tratto caratteristico comune. Questa teoria non concepisce tutti i fenomeni della vita economica presi in considerazione come elementi organici dello sviluppo capitalistico complessivo, ma avulsi da questi rapporti, come fenomeni a se stanti, come disjecta membra di una macchina priva di vita" [17]; ma lo stesso richiamo al senso della totalità nella valutazione dei fenomeni ritorna in quasi tutte le sue polemiche, sia contro Lenin (“Ma se si considerano questi fenomeni, che sono sorti su un concreto terreno storico, avulsi dal loro contesto, per farne dei modelli astratti di un valore universale e assoluto; si commette il più grave peccato contro lo “spirito santo” del marxismo, cioè contro il suo metodo di pensiero storico-dialettico”) [18], sia contro Kautsky che, per giustificare l’atteggiamento della socialdemocrazia durante la guerra mondiale, separa arbitrariamente il tempo di guerra dal tempo di pace come se “le guerre dell’attuale periodo storico” non derivassero “dagli interessi concorrenti dei gruppi capitalistici e dal bisogno del capitale di espandersi” e come se queste cause non agissero “non soltanto quando tuonano i cannoni, ma anche in tempo di pace”, confermando l’insegnamento di Clausewitz che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” [19]; così contro tutti i socialdemocratici fautori della guerra in nome del diritto alla difesa contro il pericolo zarista (“Così lo stesso concetto di quella guerra modesta e virtuosa di difesa della patria, che aleggia oggi davanti ai nostri parlamentari e giornalisti, è una pura finzione che fa sentire vivamente la mancanza di qualsiasi concezione storica del tutto e delle sue correlazioni”) [20]. Lo stesso profondo senso internazionalistico che ebbe la Luxemburg, militante e dirigente al tempo stesso di due partiti, quello tedesco e quello polacco, e supremamente interessata, anzi partecipe di tutte le vicende del movimento operaio internazionale, rispondeva a questa esigenza: “La politica proletaria (...) deve orientarsi internazionalmente nel complesso globale della situazione politica mondiale” [21]; oppure: “Quanto più noi impariamo a conoscere gli stessi principi della socialdemocrazia in tutta la molteplicità del suo diverso ambiente sociale, tanto più prendiamo coscienza di quel che è l’elemento essenziale, fondamentale, di principio del movimento socialdemocratico, tanto più retrocede la limitatezza di orizzonte che è la conseguenza di ogni visione soltanto locale. Non per nulla nel marxismo rivoluzionario vibra così forte la nota internazionale, non per nulla il pensiero opportunistico risuona sempre in un particolarismo nazionale” [22].

Si può dire che il fondamento teorico della lunga battaglia condotta dalla Luxemburg contro il revisionismo e il riformismo sia il riferimento alla categoria della totalità, che è l’essenza appunto del marxismo rivoluzionario, mentre i revisionisti sono degli empirici volgari che isolano i singoli fatti, e non riescono a vedere la totalità del processo storico. Per un marxista afferrare la totalità del processo storico significa vederne le interne contraddizioni e la necessità del loro superamento attraverso la vittoria del socialismo; significa perciò, nella lotta pratica, non separare mai i singoli momenti e i singoli obiettivi della lotta dalla visione generale della lotta stessa, l’azione quotidiana rivendicativa e riformatrice dalla prospettiva rivoluzionaria, dallo “scopo finale”. E questa unità dello scopo finale e della azione quotidiana costituisce precisamente il cardine, il punto centrale della strategia luxemburghiana della lotta di classe. “Si può intuire tutta l’importanza della concezione luxemburghiana per quel tempo - sulla base del fatto che ancora oggi si conducono aspre battaglie in seno al movimento operaio circa l’importanza della piccola guerra quotidiana e il suo rapporto con lo scopo finale. Per gli anni ‘90 la Luxemburg diede francamente il fondamento teorico di una strategia della lotta socialista. All’occorrenza una siffatta teoria si sarebbe potuta costruire sulla base di accenni occasionali, appena notati, di Marx e di Engels, ma tutta l’attività sindacale e parlamentare della socialdemocrazia occidentale riposava sul mero empirismo, i cui pericoli dovevano apparire ben presto nel movimento riformistico. È meravigliosa quest’opera di una ventitreenne che lotta dall’esilio contro l’assolutismo, in una posizione in cui facilmente le idee romantiche sbocciano rigogliose. L’opera è frutto di studi seri delle teorie rivoluzionarie e della storia, ma in pari tempo anche la manifestazione di un istinto politico sicuro” [23].

L’accenno di Frölich ai ventitré anni di Rosa Luxemburg è in relazione alla stesura da parte sua, per conto della redazione della rivista Sprawa Robotnicza [24] di un rapporto al congresso internazionale socialista di Zurigo [25], in cui appunto si afferma l’esigenza di una strategia globale, cosciente dello scopo; con maggior chiarezza questa esigenza è riaffermata nel successivo rapporto al congresso di Londra del 1896 [26], dove è messo in risalto il carattere caotico del movimento operaio polacco degli anni precedenti (1889-1892) per la mancanza precisamente di un nesso fra le rivendicazioni da porre immediatamente e gli scopi lontani da perseguire. Ma è nella battaglia contro il revisionismo e l’opportunismo tedeschi che essa ha modo di elaborare e di chiarire la sua dottrina rivoluzionaria. Già nel primo congresso della socialdemocrazia tedesca a cui prende parte e in cui prende la parola, quello di Stoccarda del 1898, il problema del rapporto fra lotta quotidiana e scopo finale è al centro della sua argomentazione.

“I discorsi di Heine e altri hanno mostrato che nel nostro partito si è oscurato un punto estremamente importante, cioè la comprensione del rapporto fra il nostro scopo finale e la lotta quotidiana. Si dice: quello dello scopo finale è un passo attraente del programma, che certo non può essere dimenticato, ma che non ha alcun rapporto immediato con la nostra lotta pratica. Forse può esserci un certo numero di compagni che pensano: una speculazione circa lo scopo finale sarebbe una questione dottorale nel vero senso della parola. Io affermo al contrario che per noi come rivoluzionari, per noi come partito proletario non esiste nessuna questione più pratica che quella dello scopo finale. Riflettano infatti: in che cosa consiste lo specifico carattere socialista del nostro movimento? La lotta pratica vera e propria si divide in tre momenti: lotta sindacale, lotta per le riforme sociali e lotta per la democratizzazione dello Stato capitalistico. Queste tre forme della nostra lotta sono socialismo in senso proprio? Assolutamente no. (...) Che cosa fa di noi allora un partito socialista nella nostra lotta quotidiana? È solo il riferimento di queste tre forme della lotta pratica allo scopo finale. Solo lo scopo finale è quello che forma lo spirito e il contenuto della nostra lotta socialista, che ne fa una lotta di classe” [27]. E in un successivo intervento allo stesso congresso, conclude rovesciando la famosa proposizione di Bernstein secondo cui il movimento era tutto e lo scopo nulla. “All’ultimo discorso del Kaiser, - essa dice, - dev’essere data risposta. Dobbiamo dire chiaro e tondo come Catone il vecchio: “infine io penso che questo Stato dev’essere distrutto”. La conquista del potere politico rimane lo scopo finale e lo scopo finale rimane l’anima della lotta (...) Il movimento come tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come fine a se stesso è nulla per la classe operaia, lo scopo finale è tutto” [28].

I suoi due saggi contro Bernstein, di cui abbiamo già sopra parlato, sviluppano in profondità lo stesso tema: la concezione bernsteiniana è meccanica e non dialettica perché non vede la società e la storia come insieme di relazioni organicamente collegate ma come nude serie di fatti, ciò che permette di astrarre determinati rapporti causali, di separare proudhonianamente i “lati buoni” e i “lati cattivi” della società [29],  di esaminare isolatamente e di considerare come eliminabili e correggibili fenomeni che sono invece momenti essenziali del processo di sviluppo capitalistico, di degradare perciò la lotta di classe dal suo scopo politico fondamentale di lotta per il potere ad una serie di azioni staccate, volte a ottenere singoli miglioramenti che non hanno alcun rapporto con la lotta concepita nella sua totalità, cioè con lo scopo finale. E una ventina d’anni dopo, illustrando il programma spartachiano, ne mette in rilievo la opposizione al programma di Erfurt proprio perché esso lega scopo finale e rivendicazioni immediate [30].

“In questa prospettiva, - osserva Lukács - la separazione revisionistica del movimento e dello scopo finale si manifesta come una ricaduta al livello più primitivo del movimento operaio. Perché lo scopo finale non è uno stato che attende il proletariato al termine del movimento, indipendentemente da questo movimento e dal cammino che esso percorre, uno “Stato dell’avvenire” situato in qualche luogo; non è uno stato che si possa di conseguenza tranquillamente dimenticare nelle lotte quotidiane e accentuare tutt’al più nelle prediche domenicali come un momento di elevazione opposto alle preoccupazioni quotidiane. Non è un “dovere”, un’“idea” che sarebbe coordinata in funzione regolatrice al processo “reale”. Lo scopo finale è invece piuttosto quella relazione alla totalità (alla totalità della società considerata come processo), da cui soltanto ogni singolo momento della lotta trae il suo senso rivoluzionario. Una relazione che è inerente a ogni momento precisamente nella sua semplice e prosaica quotidianità, ma che non diventa reale se non nella misura in cui se ne prende coscienza e in cui si conferisce pertanto realtà al momento della lotta quotidiana rendendo palese la sua relazione alla totalità” [31]. Tuttavia, prosegue Lukács, se si volesse mantenere la purezza dello scopo finale, dell’“essenza” del proletariato, si rischierebbe di perdere il senso della concretezza del reale, di ricadere nell’estremismo, malattia infantile ma perennemente ricorrente del movimento operaio.

Quest’ultimo problema non era sfuggito alla Luxemburg che anzi aveva chiaramente individuato le cause del permanente risorgere in seno al movimento operaio dell’opportunismo e dell’estremismo nella contraddizione stessa della società capitalistica riflessa in seno al movimento operaio. “La dottrina marxista è non soltanto in grado di confutarlo teoricamente, ma è anche la sola capace di spiegare l’opportunismo come fenomeno storico nel divenire del partito. Lo sviluppo storico del proletariato sino alla sua vittoria finale non è effettivamente ‘una cosa così semplice’. Tutta l’originalità di questo movimento consiste nel fatto che per la prima volta nella storia le masse popolari devono realizzare la loro volontà da se stesse e contro tutte le classi dominanti, ma devono situare questa volontà nell’al di là rispetto alla attuale società, cioè oltre di essa. Ma questa volontà le masse non possono formarsela che nella lotta continua contro l’ordinamento esistente e solo nella cornice di esso. L’unione della grande massa popolare con uno scopo che va al di là di tutto l’attuale ordinamento, della lotta quotidiana con la grande riforma del mondo, questo è il grande problema del movimento socialdemocratico, il quale quindi deve operare procedendo per tutto il corso del suo sviluppo fra due scogli: fra l’abbandono del carattere di massa e l’abbandono dello scopo finale, fra ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese, fra anarchismo e opportunismo” [32].

Questo passo di Rosa Luxemburg è di una grande importanza non solo per capire l’essenza del suo pensiero dialettico ma anche per capire la radice delle continue e insopprimibili deviazioni che si manifestano in seno al movimento operaio verso il riformismo e verso l’estremismo, verso l’opportunismo e verso il settarismo; e dell’importanza di questa osservazione era certamente consapevole la Luxemburg. che la riprese quasi alla lettera parecchi anni dopo nella sua polemica con Lenin [33]. Il senso del passo ora citato è che, vivendo in seno a una società contraddittoria, anche l’operaio partecipa di questa natura contraddittoria ed è al tempo stesso membro della società borghese, interessato ad assicurarsi in seno ad essa le migliori condizioni di vita, e membro della classe rivoluzionaria, della classe cioè che non può emanciparsi completamente dallo sfruttamento capitalistico se non rovesciando l’ordinamento capitalistico. Ora a seconda che il singolo operaio, o frazioni più o meno larghe del movimento, tengano conto, soltanto della lotta quotidiana per i miglioramenti o soltanto dello scopo finale, essi tendono o addirittura precipitano verso l’una o l’altra delle deviazioni classiche: nel primo caso trascurano lo scopo finale, cioè la necessità che ogni passo del movimento sia tale da portare avanti la negazione della società capitalistica, e rimangono interamente entro la cornice della stessa, in ultima analisi rimangono su terreno borghese e in posizione subalterna; nel secondo caso rifiutano la lotta quotidiana pensando soltanto a preparare lo scopo finale, e in questo modo si estraniano dalla realtà, si chiudono nel dogma e nella setta, si separano dalla corrente vitale del movimento, fino a cadere nel massimalismo del “tutto o nulla”, un dilemma che in realtà ha un solo corno, quello del nulla, perché il tutto lo si può conquistare solo se lo si prepara precisamente attraverso quella lotta quotidiana che si è rifiutata.

Forse qualche lettore potrà stupire che io attribuisca tanta importanza a questa osservazione di Rosa Luxemburg, ormai tante volte ripetuta da sembrare addirittura banale, eppure chi conosce la storia del movimento operaio sa che è proprio attorno a questo problema non risolto, a questo nesso tante volte cercato e mai seriamente afferrato dai partiti operai che si sono combattute tante lotte, operate tante scissioni, che si è consumata soprattutto la degenerazione progressiva della socialdemocrazia tedesca fin alla miserabile fine del 4 agosto 1914 e, successivamente, la degenerazione di tutti i partiti socialisti occidentali. I revisionisti che vogliono appunto rivedere il marxismo, espungendone, secondo il proposito di Bernstein, il “residuo utopistico” dello scopo finale con la pretesa di ridargli in questo modo unità scientifica e di liberarlo dal dualismo fra scienza e utopia, non si avvedono che “il ‘dualismo’ di Marx non è che il dualismo dell’avvenire socialistico e del presente capitalistico, del capitale e del lavoro, della borghesia e del proletariato, è il riflesso scientifico monumentale del dualismo esistente nella società borghese, degli antagonismi borghesi di classe” [34]. E contro la prassi quotidiana che, mantenendo fede a parole allo scopo finale, tende tuttavia a separare arbitrariamente lotta politica e lotta sindacale e a riconoscerne l’indipendenza reciproca, Rosa Luxemburg ammonisce che “non vi sono due diverse lotte di classe della classe operaia, una economica ed una politica, ma vi è una sola lotta di classe, che in pari tempo è diretta a limitare lo sfruttamento capitalistico all’interno della società borghese e a sopprimere questo sfruttamento insieme con la società borghese” [35].

Ma essa non ignora che queste separazioni astratte di lotta economica e di lotta politica, di rivendicazione immediata e di prospettiva socialista, che vengono spazzate via in periodi agitati di crisi dall’intensità e dal vigore delle lotte operaie, sono destinate a rinascere di nuovo e magari a cristallizzarsi in tempi tranquilli, quando sulla capacità creativa delle masse prenda il sopravvento la routine burocratica delle organizzazioni e la prassi quotidiana degli stessi lavoratori, soprattutto di quelli che già beneficiano di una condizione di vita migliore. Perciò essa considera l’opportunismo un fenomeno insopprimibile del movimento operaio, una delle due facce contraddittorie ma coesistenti, la faccia rivolta solo verso l’oggi, la faccia che esprime il contatto immediato con la società borghese senza saperla afferrare dialetticamente. Questa spiegazione marxista dell’opportunismo dà a Rosa Luxemburg una posizione preminente nel grande dibattito bernsteiniano: non si tratta infatti di correggere semplicemente gli “errori” di Bernstein, come si sforza di fare Kautsky, ma si tratta di capire la radice di classe dell’opportunismo: vivendo all’interno della società borghese, subendo esso stesso il riflesso delle contraddizioni di questa società, il movimento operaio esprime anch’esso momenti contraddittori, e uno di essi - quello empiricamente opportunistico - significa accettazione della società borghese, accettazione della mentalità borghese, significa in altre parole la presenza del nemico di classe all’interno del movimento operaio, presenza che va recisamente combattuta ma di cui non si può ignorare la ragione ricorrente.

Ecco perché da un lato Rosa Luxemburg era la più radicale oppositrice dell’opportunismo e del revisionismo bernsteiniano che essa considerava al di fuori del socialismo, e “alle esortazioni intese a persuaderla che qui si trattava soltanto di discordie in seno al socialismo, ella rispondeva che trattavasi invece della lotta contro la borghesia, la cui influenza il revisionismo trasportava nel campo del socialismo” [36]; e dall’altro lato non indulgeva all’illusione di combattere l’opportunismo con mezzi organizzativi o disciplinari. “È un’illusione - essa scrive in polemica con Lenin - del tutto fuori della storia pensare che la tattica socialdemocratica possa essere fissata in precedenza una volta per tutte e che il movimento operaio possa essere garantito una volta per tutte contro le deviazioni opportunistiche” [37]. Il movimento operaio dev’essere considerato come un processo continuo, in cui continuamente si riproducono queste due deviazioni, l’estremismo e l’opportunismo, che nascono dall’isolamento dei due termini (scopo finale e lotta immediata) ed è combattendo contro queste due deviazioni, e in questa battaglia raggiungendo la coscienza dialettica dell’unità della sua lotta, che la socialdemocrazia riesce ad elaborare una giusta strategia. “Il movimento proletario non è diventato tutto in una volta socialdemocratico, neppure in Germania, ma lo diventa ogni giorno e anche grazie al continuo superamento delle deviazioni estreme dell’anarchismo e dell’opportunismo, entrambi soltanto momenti del movimento della socialdemocrazia, considerata come un processo” [38]. Il partito tedesco era infatti passato dalla necessità di combattere la deviazione estremista, cioè la sottovalutazione della lotta quotidiana e l’esaltazione dello scopo finale considerato a se stante, alla necessità di combattere la deviazione opportunistica, cioè la sopravvalutazione della lotta quotidiana e il pratico abbandono dello scopo finale [39].

Ma che cosa significa unità della lotta? Che cosa significa che anche nella lotta quotidiana si deve ricercare lo scopo finale, cioè la conquista del potere per la trasformazione socialista della società? Significa che il criterio che deve guidare il movimento operaio in tutta la sua azione, sia sul terreno sindacale che sul terreno politico, dev’essere sempre il criterio di un avvicinamento reale al fine, che in qualsiasi momento il movimento operaio deve aver di mira non i singoli atti, i singoli provvedimenti, le singole conquiste valutate in se stesse ma sempre in rapporto al processo storico considerato nella sua complessità, per cui un vantaggio economico, magari un aumento di salario, che sia pagato con un compromesso politico che rafforzi il potere di classe avversario o favorisca i programmi bellici dell’imperialismo, dev’essere rifiutato, mentre una sconfitta sul terreno pratico che però rafforzi la coscienza di classe può costituire un passo avanti del movimento operaio e in ultima analisi tradursi in un successo.

Se invece ci si mette sul terreno della mentalità borghese che atomizza la società, che vede le cose in luogo dei processi, che cerca di sfuggire alle contraddizioni isolando i fenomeni, se si accetta di considerare ogni cosa a se stante, avulsa dalla totalità del reale, senza vederne le incidenze sul processo storico, allora qualunque mercato diventa possibile anche per il movimento operaio, ma lo si fa a prezzo della rinuncia al carattere socialista del movimento stesso che solo si esprime in una visione d’assieme. Era questa la concezione illustrata dal deputato berlinese Heine, che andò sotto il nome di teoria della “compensazione”, in base alla quale i socialisti avrebbero dovuto negoziare il loro voto in parlamento in favore dei crediti militari contro concessioni nel campo della politica sociale, ed era la stessa concezione che induceva un altro deputato, Schippel, a farsi paladino di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali per “il maggiore sviluppo della nostra industria”: concezioni le quali mostravano precisamente di ignorare che, in cambio di qualche vantaggio immediato sul piano salariale o sociale, i socialisti non avrebbero soltanto dato un voto in parlamento ma avrebbero contribuito a rafforzare il militarismo e il protezionismo, cioè due strumenti di oppressione capitalistica e di sviluppo imperialistico, come appariva chiaro a chiunque sapesse guardare in fondo alla realtà.

Certo, “se si trascurano le contraddizioni insuperabili e si pone mente solo al fatto che proletariato e borghesia vivono sul medesimo suolo si può arrivare alla comprensione dei cosiddetti interessi nazionali per la difesa dell’industria nazionale (vedi discorsi di Schippel ad Amburgo), per la ‘difesa’ nazionale (vedi lo stesso Schippel e la sua posizione sul problema della milizia), per la Triplice Alleanza (vedi i discorsi di Vollmar a Monaco 1891), per la politica coloniale “ragionevole” (vedi Bernstein nelle sue Premesse del socialismo)” [40]. Ma “a questo modo la concezione opportunistica, che apparentemente non porta ‘nulla di nuovo’ nel partito, in realtà porta a poco a poco un totale rivolgimento in tutta la fisionomia del movimento operaio. Il programma, la tattica, l’atteggiamento verso lo Stato, verso la borghesia, verso la politica estera, verso il militarismo, tutto è capovolto, e da partito rivoluzionario e internazionalista la socialdemocrazia si trasforma in un partito nazionale-piccolo-borghese-socialriformista” [41].

Naturalmente gli opportunisti, almeno gli opportunisti dichiarati [42], rispondevano mettendo in discussione gli stessi fondamenti teorici marxisti, “giacché la nostra ‘teoria’, cioè i principi del socialismo scientifico pongono dei limiti molto fermi all’azione pratica, in rapporto tanto agli obiettivi da perseguire quanto ai mezzi di lotta da impiegare, quanto infine al modo stesso della lotta. Ne consegue pertanto presso coloro che vanno a caccia solo di successi pratici, il naturale desiderio di aver le mani libere, cioè di separare la nostra pratica dalla ‘teoria’ e di renderla indipendente da questa” [43]. E purtroppo, come notava lei stessa, ogni anno, ogni congresso crescevano i fautori del “vangelo della ‘politica pratica’” [44]. Tuttavia, essa aggiungeva, “non grazie al vangelo della cosiddetta ‘politica pratica’, ma malgrado essa, il nostro movimento è diventato grande e forte” [45].

In questo conflitto fra l’empirismo volgare e opportunistico dei dirigenti e dei quadri socialdemocratici e la visione marxista di Rosa Luxemburg, fu il primo che riuscì vincitore sul terreno dell’azione immediata ma gli avvenimenti storici hanno invece tragicamente confermato le analisi e le previsioni della Luxemburg: il lento processo di corruzione quotidiana ha portato nel giro di pochi anni la socialdemocrazia tedesca a schierarsi con l’imperialismo nella guerra del 1914 e, dopo la guerra, a spianare con il suo atteggiamento la via al nazismo. Ma quando essa moveva le sue critiche, era facile agli uomini di corta veduta rimbeccarla con l’accusa di dottrinarismo, a fronte del quale l’empirismo volgare si drappeggiava nelle vesti del “realismo” politico pratico, quel realismo da piccolo cabotaggio che Marx aveva già condannato [46] e nei cui confronti la storia ha ripetuto tante volte la condanna senza tuttavia riuscire ad estirparne mai le radici, che affondano, come Rosa Luxemburg ha dimostrato, proprio nell’humus della società borghese e sono quindi inestirpabili finché questa duri.

La lotta di classe rivoluzionaria contro l’imperialismo e contro l’opportunismo piccolo-borghese che ne deriva: questo fu dunque l’impegno fondamentale di Rosa Luxemburg nella sua opera di militante. Ma non si può condurre una lotta di classe rivoluzionaria se ogni momento e ogni aspetto della lotta non vengono ricondotti alla totalità del processo storico al lume del metodo marxista. “L’essenza del marxismo non consiste in questa o quella opinione sui problemi correnti ma solo in due fondamentali principi: l’analisi dialettico-materialistica della storia, una delle cui conclusioni cardinali è la teoria della lotta di classe, e l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica. Quest’ultima teoria (...) è essa stessa una geniale applicazione della dialettica e del materialismo storico all’epoca dell’economia borghese. L’anima di tutta la dottrina di Marx è il metodo dialettico-materialistico di esaminare i problemi della vita sociale, in base al quale non esistono i fenomeni, i principi e i dogmi costanti ed immutabili (...) e secondo cui ogni verità storica è sottoposta a costante ed implacabile critica da parte del reale sviluppo storico” [47].

Ne discende ovviamente che l’azione socialista è condizionata dalla conoscenza del processo storico, dello sviluppo sociale, in una parola dalla visione della totalità. Solo su questa base, sulla stretta unità di conoscenza e di azione, di teoria e di pratica, si possono ottenere successi, solo affermando continuamente, grazie al metodo marxista, la totalità del reale e riferendovi la valutazione dei singoli momenti, il movimento operaio può andare avanti anche nei suoi aspetti pratici quotidiani, nelle sue lotte economiche e sindacali. E dal canto suo essa cercò sempre nei suoi scritti di sviluppare il senso storico del presente, cioè la capacità di analizzare gli avvenimenti contemporanei, di individuare le forze in movimento e le loro tendenze di sviluppo, di sceverare l’essenziale dall’accessorio, di districare i grovigli più complessi, di valutare le reciproche azioni e reazioni e così di scoprire anche le leggi nascoste dello sviluppo sociale e prevedere alcune linee fondamentali del divenire storico.

L’analisi storica del presente da lei condotta si basa innanzitutto sul riconoscimento delle leggi obiettive di sviluppo che sono immanenti alla società capitalistica. Sono le leggi studiate da Marx e su cui non è il caso di ritornare in questa sede, non foss’altro per ragioni di spazio. D’altra parte Rosa Luxemburg non si è quasi mai soffermata nei suoi scritti a riprendere, ripetere o riassumere gl’insegnamenti marxisti ma si è sforzata di mostrarli in vivo nell’analisi che conduceva dei fenomeni contemporanei e nelle conseguenze che ne traeva per l’azione. Il marxismo, come essa lo intendeva, è una premessa della sua opera nella quale si cercherebbero invano le lunghe discussioni sul materialismo storico, sulla preminenza del “fattore” economico o del “fattore” politico o su altri temi analoghi allora largamente dibattuti da avversari e da fautori del marxismo. In una breve lettera a Roberto Seidl che, recensendo la sua tesi di dottorato sullo sviluppo industriale della Poloni [48], aveva tratto spunto dalla dimostrazione, offerta dalla Luxemburg stessa, che lo sviluppo industriale in Polonia era stato voluto e spinto innanzi dal governo, e ne aveva ricavato come conseguenza la preminenza del momento politico, essa osservava che anche in quel caso l’elemento decisivo erano state le circostanze economiche (in primo luogo perché erano considerazioni economiche che avevano spinto il governo a promuovere lo sviluppo industriale, e in secondo luogo perché solo lo sviluppo economico generale aveva consentito il successo di questa politica di sviluppo industriale che, tentata già qualche decennio prima, era fallita appunto a causa dell’ambiente economico feudale-naturale in cui allora viveva la Polonia), e aggiungeva a conclusione: “Se quindi vi è indubbiamente un’influenza reciproca continua del momento politico ed economico nel divenire sociale, quello economico rimane in ultima istanza l’elemento determinante e decisivo”. Tuttavia “materialisti che affermino che lo sviluppo economico se ne va fischiando come una locomotiva presuntuosa sui binari della storia, e la politica, l’ideologia ecc. le si trascinano dietro abbandonate e passive come dei morti vagoni-merci” sarebbero fuori del marxismo [49].

L’accettazione del marxismo è quindi una premessa necessaria della lotta socialista. “La maggior acquisizione della lotta di classe proletaria nel corso del suo sviluppo fu la scoperta che il punto di partenza per la realizzazione del socialismo è da ricercarsi nei rapporti economici della società capitalistica. Con ciò il socialismo che era stato vagheggiato per millenni dall’umanità come un ‘ideale’ è diventato una ‘necessità storica’” [50]. “Secondo Marx, la rivolta dei lavoratori, la loro lotta di classe - ed è in ciò la garanzia della loro forza vittoriosa - non è che il riflesso ideologico della necessità storica obiettiva del socialismo” [51].

Questa concezione fondamentalmente marxista del socialismo come necessità storica ha valso a Rosa Luxemburg l’accusa di obiettivismo, di determinismo, di fatalismo, come se essa confondesse la necessità storica con la fatalità, con un processo obiettivo indipendente dalla volontà cosciente degli uomini. Al contrario, e nonostante qualche crudezza verbale che è in parte frutto di polemica e in parte dovuto al linguaggio allora in uso nei circoli ufficiali della socialdemocrazia tedesca, la sua interpretazione dialettica della storia ha sempre escluso il gioco meccanico, il concatenarsi fatale di cause ed effetti, e non ha mai confuso le leggi sociali con le leggi fisiche i cui effetti possono essere precalcolati: in una società in cui tutto si tiene, in un processo di sviluppo in cui tutto si condiziona e reciprocamente s’influenza, e in cui la volontà degli uomini è necessaria a mettere in moto la ruota della storia, l’azione di una legge può essere annullata da un’opposta reazione, un effetto prevedibile può venir meno -per l’insorgere di circostanze nuove che producono effetti contrari. Soprattutto in una società contraddittoria come la società capitalistica ogni fenomeno si presenta con due facce, mette in moto contemporaneamente azioni e reazioni contrastanti, perché è la società stessa che spinge da un lato verso lo sviluppo dell’imperialismo e dall’altro verso lo sviluppo del movimento operaio: “La politica mondiale (cioè l’imperialismo, n.d. L.B.) e il movimento operaio (...) non sono che due diversi aspetti della fase attuale dello sviluppo capitalistico” [52].

Perciò le leggi sociali sono in realtà delle tendenze, tendenze che possono benissimo non realizzarsi compiutamente. “Qui, come dovunque nella storia, la teoria rende in pieno i suoi servizi solo se ci mostra la tendenza dello sviluppo, il punto finale logico verso il quale esso obiettivamente procede. Questo non può essere raggiunto più di quanto non abbia potuto svolgersi fino alle sue conseguenze estreme qualunque periodo precedente dell’evoluzione storica. Ed è tanto meno necessario che sia raggiunto, quanto più la coscienza sociale, incarnata questa volta dal proletariato socialista, interviene come fattore attivo nel cieco gioco delle forze. Anche in questo, la giusta interpretazione della teoria marxista offre a questa coscienza i più fecondi orientamenti e lo stimolo più poderoso” [53].

“La giusta interpretazione della teoria marxista”: ecco un richiamo che andrebbe meditato da tutti i marxisti dogmatici che interpretano in senso meccanico tutte le affermazioni di Marx. Si pensi p. es. all’interpretazione meccanica e dogmatica di certe tendenzecirca il prezzo della forza-lavoro che ha spinto una vasta ala del movimento operaio a proclamare il dogma della pauperizzazione assoluta, che non è per nulla concezione marxista. “Solo gli anarchici - rilevava ai suoi tempi Rosa Luxemburg - speculano sulla miseria crescente delle masse, perciò devono essere conseguentemente considerati i rappresentanti politici e teorici del Lumpenproletariat. La socialdemocrazia al contrario si fonda sempre sull’ascesa della classe operaia, sull’elevamento della sua condizione” [54], perché sa che l’azione sindacale e l’azione politica quotidiana sono perfettamente in grado di ottenere questo miglioramento assoluto, anche se questo miglioramento assoluto può non rappresentare un aumento, ma al contrario magari una diminuzione della quota percentuale spettante ai salariati nella ripartizione del reddito nazionale. Allo stesso modo la concezione dello Stato come Stato di classe è valida come tendenza. “È già divenuto un luogo comune che lo Stato attuale è uno Stato di classe. Ma a nostro avviso anche questo concetto, come tutto ciò che ha qualche rapporto con la società capitalistica, non dovrebbe esser preso nel suo significato rigido, assoluto, bensì nel senso fluido dell’evoluzione” [55].

In questo incrociarsi e contrastarsi di tendenze, che tutte rispondono a una logica obiettiva dello sviluppo, nulla è fatale e nulla è arbitrario. Nulla è fatale perché non esistono leggi meccaniche ma appunto solo tendenze che possono essere contrastate e perché in ultima analisi è la volontà cosciente degli uomini che fa la storia e produce quelle stesse circostanze economiche da cui poi scaturiscono le tendenze obiettive. Ma nulla è arbitrario perché la volontà cosciente degli uomini si forma nel processo storico, si forma nell’azione, nella prassi, nell’esperienza, nella lotta, cioè è essa stessa condizionata dalle circostanze obiettive in cui si muove e quindi non può prescindere dalle tendenze di sviluppo, dalla “logica del processo storico obiettivo” che “precede la logica dei suoi protagonisti” [56]. La logica del processo storico obiettivo, la logica delle cose sono espressioni che ritornano sovente nei suoi scritti a riaffermare la sua convinzione che la storia non procede ad arbitrio degli uomini ma che ha in sé delle forze, naturalmente create anch’esse dagli uomini, che tuttavia, una volta messe in cammino, spingono secondo un proprio dinamismo: “il corso della rivoluzione inglese dal suo scoppio nel 1642” procedette secondo “la logica delle cose” [57]; la rivoluzione russa stessa “si è sviluppata con la fatalità dell’interna sua logica” [58]; “la guerra, per la cui continuazione si affannano Scheidemann e gli altri, ha una sua propria logica, i cui eletti portatori sono quegli elementi agrari e capitalistici che oggi in Germania siedono in sella, e non certo le modeste figure dei parlamentari e dei giornalisti socialdemocratici, i quali si limitano a tener loro le staffe” [59]; “ama le cose hanno una loro logica anche quando gli uomini non vogliono averne” [60].

Vi è quindi una logica della storia, un processo storico oggettivo. Ma “il fatto di prendere in considerazione la tendenza del processo storico oggettivo non smussa e non paralizza l’attiva energia rivoluzionaria, anzi risveglia e tempra la volontà e l’azione, indicandoci verso quali vie sicure possiamo efficacemente spingere il corso del progresso sociale, difendendoci dallo sbattere la testa contro il muro in maniera inutile e disperata, cui segue, prima o poi, la delusione e la disperazione, evitandoci anche di considerare come azioni rivoluzionarie le tendenze, che lo sviluppo sociale già da tempo ha trasformato in reazionarie” [61]. Il rivoluzionario deve quindi conoscere le tendenze oggettive dello sviluppo storico verso il socialismo per assecondarle e spingerle innanzi, senza disperdere la propria energia in mille rivoli e magari in rivoli senza sbocchi e senza speranza, già superati dal flusso della storia; ma deve altresì conoscere le tendenze oggettive che operano in senso contrario per farvi contrasto e sbarrare il passo. Così la guerra, che pure è nella logica di sviluppo dell’imperialismo si può impedire o arrestare con un intervento cosciente del movimento operaio fedele alla sua politica di classe, alla sua politica di lotta anti-imperialistica. “Una effettiva garanzia di pace e un efficace baluardo contro la guerra non possono essere dati da pii desideri, da ricette sapientemente compilate e da richieste utopistiche, rivolte alle classi dominanti, ma esclusivamente e soltanto dall’energica volontà del proletariato di restare fedele in mezzo a tutte le tempeste dell’imperialismo alla sua politica di classe e alla sua solidarietà internazionale. Non di richieste e non di formule hanno mancato i partiti socialisti dei paesi più decisivi e in particolare il partito socialista tedesco, ma della capacità di porre dietro a queste richieste la volontà e l’azione nello spirito della lotta di classe e dell’internazionalismo” [62]: è per non aver avuto il coraggio o la volontà di un intervento cosciente contro la logica guerrafondaia dell’imperialismo che la socialdemocrazia tedesca è diventata “come un rottame senza timone in preda al vento dell’imperialismo” [63], cioè trascinata dalla logica avversaria ch’essa non ha saputo contrastare. “Posta davanti all’alternativa: pro o contro la guerra, la socialdemocrazia nel momento in cui ha abbandonato il contro, è stata costretta dalla ferrea logica della storia a gettare sulla bilancia tutto il suo peso per la guerra” [64]. Ma le sarebbe stato possibile, anzi doveroso, fare la scelta contraria appoggiandosi sulle forze obiettive che spingevano contro la guerra: questa fu la politica rivoluzionaria di Lenin in Russia.

Ma in Russia il movimento socialista aveva già dato prova di ben maggiore energia e più decisa volontà e aveva mostrato fin dove possa spingersi l’intervento cosciente degli uomini nella storia: “In Russia è toccato alla socialdemocrazia il compito di sostituire con un’intromissione cosciente un periodo del processo storico e di condurre il proletariato direttamente dall’atomizzazione politica, che costituisce il fondamento del regime assoluto, alla più alta forma di organizzazione, in quanto classe che lotta per fini coscienti” [65].

Nulla quindi di più infondato che l’accusa di determinismo o di fatalismo a una rivoluzionaria come Rosa Luxemburg che poneva così vigorosamente l’accento sul fattore soggettivo nella storia da ripetere spesso le parole faustiane “in principio era l’azione” e che, in aspra polemica con i pretesi ortodossi del marxismo i quali si diffondevano nelle analisi della situazione russa senza trarne spinte rivoluzionarie socialiste, ricordava molto giustamente che “il marxismo contiene due elementi essenziali: l’elemento dell’analisi, della critica, e l’elemento della volontà attiva della classe operaia come fattore rivoluzionario. E chi adopera soltanto l’analisi, la critica, non rappresenta il marxismo, ma una miserabile parodia di questa dottrina” [66]. Quindi non semplice analisi senza volontà di trarne le necessarie conseguenze per l’azione, ma neppure volontà rivoluzionaria che non si fondi su un’analisi della situazione, delle tendenze e delle forze oggettive in presenza: è a un determinato grado dello sviluppo, a un determinato livello delle contraddizioni che la rivoluzione diventa possibile [67].

Il nesso dialettico fra il momento oggettivo e il momento soggettivo è espresso del resto con molta chiarezza. “Gli uomini non fanno arbitrariamente la loro storia. Ma essi la fanno da sé. Il proletariato dipende nella sua azione dal grado di maturità raggiunto dallo sviluppo sociale, ma lo sviluppo sociale non può prescindere dal proletariato: esso è a un tempo la sua molla di propulsione e la sua causa, come pure il suo prodotto e la sua conseguenza. La sua azione stessa è un momento determinante della storia. E se noi non possiamo saltar sopra allo sviluppo storico, come l’uomo alla sua ombra, possiamo però affrettarlo o rallentarlo. Il socialismo è il primo movimento popolare nella storia che si ponga come scopo e sia chiamato dalla storia a portare nell’agire sociale degli uomini un senso cosciente, un pensiero pianificato e con ciò il libero volere. Perciò Federico Engels chiama la vittoria finale del proletariato socialista un salto dell’umanità dal regno animale al regno della libertà. Anche questo ‘salto’ è legato alle ferree leggi della storia, ai mille gradini di una evoluzione precedente, dolorosa e fin troppo lenta. Ma esso non può essere in alcun modo compiuto se da tutto il materiale di presupposti obiettivi accumulato dall’evoluzione non scocca la scintilla animatrice della volontà cosciente della grande massa popolare. La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato. Essa può essere conquistata soltanto con una lunga serie di poderose prove di forza tra le antiche e le nuove potenze, prove di forza nelle quali il proletariato internazionale, sotto la guida della socialdemocrazia, impara e tenta di prendere nelle proprie mani i suoi destini, di impadronirsi del timone della vita sociale, di trasformarsi da una palla da gioco senza volontà della propria storia in un reggitore della stessa, dotato di una chiara visione dei propri scopi” [68].

“La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato” non poteva dirsi in modo più esplicito che quando Rosa Luxemburg parla del socialismo come di una necessità storica non si deve intendere con questa espressione una fatalità. E d’altra parte, lo abbiamo già rilevato, proprio a cagione della contraddizione dialettica insita nella società capitalistica, vi sono oggi necessità storiche contrastanti: “La dialettica storica si compiace per l’appunto di contraddizioni e pone nel mondo per ogni necessità anche il suo contrario. Il dominio di classe borghese è senza dubbio una necessità storica, ma anche la sollevazione della classe lavoratrice contro di esso; il capitale è una necessità storica, ma anche il suo becchino, il proletariato socialista; il dominio mondiale dell’imperialismo è una necessità storica, ma anche la sua caduta per opera dell’Internazionale proletaria. Ad ogni passo s’incontrano due necessità storiche che sono in contraddizione l’una con l’altra” [69]. Quale vincerà?

Fino all’ultimo suo respiro Rosa Luxemburg ebbe fiducia nella vittoria del socialismo, ma non si stancò mai di ripetere che questa vittoria non avrebbe potuto essere un dono del destino, bensì soltanto il frutto di una lotta tenace e cosciente delle masse. Già all’inizio della sua attività pubblicistica in Germania essa aveva ammonito, contro le facili illusioni sul prossimo crollo della borghesia, che “sul ritmo temporale dello sviluppo borghese influiscono accanto a fattori economici anche fattori politici e storici in così spiccata misura da poter buttare all’aria qualunque più elaborata teoria sul termine di vita dell’ordinamento capitalistico” [70]. E vent’anni dopo, al termine della sua battaglia e della sua vita, essa è più che mai convinta che la vittoria del socialismo non è fatale, anche se essa soltanto può salvare l’umanità dalle peggiori catastrofi. Il brano citato più sopra proseguiva con queste parole: “La nostra necessità entra in gioco con pieno diritto nel momento in cui l’altra, il predominio borghese, di classe, cessa di essere portatrice del progresso storico per divenire un impedimento e un pericolo per lo sviluppo ulteriore della società. Questo appunto ha rivelato l’odierna guerra mondiale per l’ordinamento sociale capitalistico” [71]. Ma anche nei mesi che precedettero il suo assassinio, nel fuoco divampante della rivoluzione, essa non si stancava di ammonire “Le catastrofi in cui precipita la società capitalistica non danno la certezza della vittoria del socialismo. Se la classe operaia non trova la forza per la propria liberazione, l’intiera società e con essa la classe operaia può precipitare in lotte distruttrici. L’umanità è posta dinanzi all’alternativa: socialismo o tramonto nella barbarie! (...)”. Nel suo saggio sul programma di Spartaco (Rote Fahne, 14 dicembre 1918) essa scriveva: “O continuazione del capitalismo, nuove guerre e rapido passaggio al caos e all’anarchia o abolizione dello sfruttamento capitalistico” [72]. E ripeterà nell’ultimo suo discorso al congresso di fondazione del Partito comunista tedesco che “se il proletariato non adempie al suo dovere di classe e non realizza il socialismo, la rovina sovrasta su tutti noi assieme” [73].

Siamo ben lungi, come ognun vede, dalle interpretazioni scolastiche che hanno ridotto il marxismo a una ripetizione meccanica di formule e di schemi validi sotto qualunque latitudine e applicabili in qualunque tempo e in qualunque circostanza. Proprio perché nulla è fatale nella storia, perché le leggi di sviluppo sono in realtà tendenze, perché la necessità storica spinge in direzioni contrastanti, perché l’ultima parola spetta in definitiva all’intervento cosciente degli uomini che, quantunque obiettivamente condizionato, è pur sempre l’elemento decisivo, i dati della realtà sono sempre estremamente complessi, le analisi vanno costantemente rinnovate, le tendenze di sviluppo vanno di volta in volta soppesate per poter avere dinanzi agli occhi quella visione di totalità concreta che è per Rosa Luxemburg il punto di partenza da cui deve muovere il rivoluzionario per dirigere nel senso voluto il proprio intervento cosciente nel processo storico. “Non si dominano gli avvenimenti storici imponendo loro delle prescrizioni, ma rendendosi in anticipo coscienti delle loro prevedibili e calcolabili conseguenze e regolando in base ad esse il proprio modo di agire” [74].

In applicazione di questo principio vediamo Rosa Luxemburg costantemente impegnata in battaglia contro ogni interpretazione del marxismo che le sembri ripetizione meccanica di formule o di schemi, che non tenga conto della diversità delle situazioni. Così rimprovera a Lenin una “meccanica trasposizione di principi organizzativi” [75]; ai socialpatrioti polacchi che si riempiono la bocca con le vecchie frasi di Marx sull’indipendenza della Polonia ricorda che quel che conta è l’applicazione del metodo e dei fondamentali principi della dottrina marxista e non “trasformare una particolare opinione di Marx sulla politica corrente in un vero dogma, immutabile in tutti i tempi, indipendente dallo sviluppo delle condizioni storiche e non sottoposto a dubbi né a critica” [76]; agli avversari dello sciopero di massa che si richiamano a un vecchio scritto di Engels ripete che “lo stesso ordine di idee, lo stesso metodo” in situazioni mutate possono portare a conclusioni mutate [77], ai menscevichi russi che ancora dopo la rivoluzione del 1905 invocano le frasi del Manifesto di Marx per dimostrare la funzione rivoluzionaria della borghesia e la necessità di appoggiare la rivoluzione borghese, replica che “richiamarsi alla caratterizzazione del ruolo della borghesia fatto da Marx e da Engels 58 anni fa, per applicarla alla realtà attuale, costituisce un esempio crasso di pensiero metafisico, la riduzione del vivo e storico autore del Manifesto in un dogma rigido”, mentre “il pensiero dialettico, che è caratteristico del materialismo storico, esige che si considerino i fenomeni non in condizioni statiche, ma in movimento” [78]. E quanto all’apparente "onnipetenza e infallibilità teorica del marxismo ufficiale”, cioè di Kautsky e compagni, essa dirà che si trattava soltanto di “epigonismo teorico abbarbicato alle formule del maestro nell’atto stesso in cui ne rinnegava lo spirito vivente” [79].

Chi legga gli scritti di Rosa Luxemburg troverà che questi rimproveri e queste accuse contro le interpretazioni dogmatiche, meccaniche, rigide, astratte del marxismo hanno in generale riscontro nel suo sforzo di applicare il metodo marxista ad ogni nuova situazione di cogliere l’infinita ricchezza del reale pur senza perdersi nei dettagli inutili ma anzi puntando sempre all’essenza delle cose, di vedere in un quadro vivo i nessi molteplici dei fenomeni, in una parola di afferrare la realtà nel suo ritmo vivente soprattutto se si trattava del ritmo dello sviluppo capitalistico o dei crescere del movimento operaio: sotto questo aspetto l’esposizione delle vicende rivoluzionarie russe del 1905 come pure diversi passi dei suoi scritti sulla guerra o la narrazione delle conquiste coloniali fatta nell’Accumulazione riescono a dare un quadro particolarmente efficace sia dei molteplici aspetti del fenomeno sia dell’intima logica che li unisce. Lo stesso suo stile, pur attraverso certe ridondanze oggi desuete, dà sempre l’impressione del vivo, del mosso, del concreto, mille miglia lontano dalle aride descrizioni senz’anima e senza vita cui ci hanno abituato, in nome di un preteso marxismo, tanti scrittori suoi o nostri contemporanei.

Ed è grazie a questo suo metodo che essa non solo riesce a compiere delle analisi che gli avvenimenti successivi hanno poi confermato e riesce a dare giudizi pertinenti sulla situazione, ma soprattutto riesce spesso a prevedere gli sviluppi futuri della situazione; così non ebbe difficoltà a prevedere che dallo sviluppo dell’imperialismo sarebbe derivata la guerra mondiale [80] e così nel corso della prima guerra mondiale poté preannunciare quel che sarebbe poi avvenuto, cioè il trionfo del nazifascismo: “Nuovi febbrili armamenti in tutti gli Stati - naturalmente con la vinta Germania alla testa - e con ciò un’era di incontrastato dominio del militarismo e della reazione in tutta l’Europa, con una nuova guerra mondiale come scopo finale” [81].

Anche su questo punto la storia doveva darle fin troppo ragione.

In un brano che ho sopra ricordato Rosa Luxemburg osservava che l’insegnamento teorico del marxismo consisteva nell’analisi dialettico-materialistica della storia e nell’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica [82]. Come Rosa Luxemburg vedesse l’analisi dialettico-materialistica della storia ho or ora illustrato; esaminiamo rapidamente come intendesse l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica.

Il criterio dell’analisi è quello che sta a fondamento di tutta la sua concezione: è il criterio della totalità come emerge chiaramente dal suo pamphlet contro Bernstein. Quest’ultimo si era affannato a dimostrare, con gran sussidio di statistiche, che le previsioni di Marx non avevano trovato conferma nei fatti: le classi medie non erano scomparse, le crisi decennali non si ripetevano, la concentrazione capitalistica non si era verificata e via discorrendo. Alcune di queste osservazioni erano infondate e i fatti successivi le smentiranno; altre erano dovute a una radicale incomprensione del pensiero marxista. Ma quel che interessa nella polemica della Luxemburg non sono le singole contestazioni a

lcune delle quali possono anche non essere fondate, bensì la parte centrale del ragionamento. La società capitalistica, essa dice, è un complesso organico di rapporti con determinati aspetti essenziali che sono ineliminabili: fondamentale fra questi aspetti essenziali è il carattere contraddittorio di questa società, la sua incapacità a risolvere gli squilibri interni. Bernstein aveva invece cercato di ricavare dalla sua analisi la conclusione che la società capitalistica veniva gradualmente superando i propri squilibri ch’egli considerava fatti accidentali (le “perturbazioni” delle crisi, i “sussulti” della reazione, ecc.) e quindi eliminando dal suo interno quel processo di autodistruzione che avrebbe dovuto portare alla catastrofe finale: poco importa, risponde Rosa Luxemburg, che le crisi non si ripetano a intervalli fissi decennali perché la durata del ciclo è un elemento accessorio, mentre quello che è essenziale è che la società capitalistica porta inesorabilmente dentro di sé uno squilibrio fra la capacità di espansione produttiva e le possibilità di smercio dei prodotti con profitto; poco importa che la società capitalistica riesca ad evitare una crisi economica autodistruttiva, perché la natura della crisi che deve portare al crollo della società capitalistica è un elemento accessorio, mentre è essenziale che questa società, non potendo mai sanare definitivamente le proprie contraddizioni, sia potenzialmente gravida di crisi economiche e politiche, cioè guerre, che il movimento operaio può trasformare in crisi risolutive.

Poiché queste contraddizioni sono inerenti alla natura del capitalismo, il capitalismo sviluppandosi le aggraverà: accentuerà inesorabilmente la socializzazione del processo produttivo che è in radicale antitesi con l’ordinamento privatistico dei rapporti di produzione, e del pari accentuerà le tendenze antidemocratiche, e se anche determinate contraddizioni secondarie possono cambiare natura, quella che è la natura fondamentale della società capitalistica non può venir meno. Perciò la classica illusione piccolo-borghese di conservare i “lati buoni” del capitalismo e di correggere i “lati cattivi”, che si ritrova in Bernstein, è destinata ancora una volta a rivelarsi illusione perché i lati cosiddetti cattivi sono in realtà aspetti essenziali della società capitalistica. “L’idea di Fourier di trasformare col sistema dei falansteri tutta l’acqua marina della terra in limonata, era molto fantastica. Ma l’idea di Bernstein di trasformare il mare dell’amarezza capitalistica, con l’aggiunta di qualche bottiglia di limonata socialriformista in un mare di dolcezza socialista è soltanto più balorda, ma per nulla meno fantastica” [83].

Ancora una volta appare che il riformismo non è una via al socialismo, non è semplicemente un processo più lungo per raggiungere gli stessi obiettivi che il rivoluzionario vuole raggiungere attraverso la conquista del potere. In realtà il riformismo, proprio perché ha perso la visione totale della società capitalistica e ne esamina soltanto i particolari, ha perso di vista il carattere essenziale delle contraddizioni e il ruolo che esse esercitano nel complesso dei rapporti capitalistici; si limita perciò a voler correggere aspetti isolati della società allo scopo di smussare le contraddizioni più stridenti, ma con ciò si pone proprio sul terreno opposto a quello del socialismo che può nascere solo dalla accentuazione delle contraddizioni e, soprattutto, dalla presa di coscienza da parte del proletariato dell’insuperabilità delle contraddizioni stesse. Anche da questo punto di vista quindi è il mancato riferimento alla categoria della totalità concreta, cioè all’insieme dei rapporti che costituiscono la società capitalistica, che distingue nettamente i riformisti dai socialisti e li porta a logorarsi nella routine della piccola lotta quotidiana che esaurisce le energie dei lavoratori, ne addormenta lo spirito rivoluzionario e li conduce impreparati alla soglia delle grandi crisi. Se queste crisi non si trasformano in crisi rivoluzionarie, distruttive dell’ordine borghese, come non si trasformò per il proletariato tedesco la prima guerra mondiale, non è perché i marxisti abbiano torto nel vedere le contraddizioni e le crisi della società capitalistica e la loro potenziale capacità distruttiva, ma perché con l’aiuto dei riformisti si è addormentata nei tempi tranquilli la coscienza delle masse e si è creata una frattura, un iato, fra il processo obiettivo di sviluppo della società e il processo soggettivo di formazione della coscienza. Storicamente quindi i riformisti sono i migliori alleati della borghesia: come scriverà Rosa Luxemburg durante la guerra, Krupp e la socialdemocrazia tedesca sono risultati i due più forti sostegni dell’imperialismo tedesco, perché il primo ha fornito le armi materiali e la seconda l’arma spirituale dell’addormentamento e dell’inganno delle masse [84].

Tra la polemica bernsteiniana e lo scoppio della prima guerra mondiale sono passati una quindicina di anni, nel corso dei quali da un lato Rosa Luxemburg ha avuto modo di approfondire la sua analisi della società capitalistica e di mostrarne il progressivo passaggio alla fase imperialistica, l’accentuarsi gigantesco delle contraddizioni e l’avvicinarsi della crisi tragica della guerra, e dall’altro lato viceversa la socialdemocrazia ufficiale è andata sempre più precipitando nell’opportunismo, confinandosi nell’azione pratica immediata, perdendo qualsiasi legame con la visione complessiva dei rapporti sociali e quindi anche con il fine ultimo socialista, e, in ultima analisi, identificandosi sempre più in un ruolo subalterno di sostegno alla società capitalistica.

Non posso in questa sede affrontare né la teoria della crisi né l’analisi del processo di accumulazione, né in generale l’insieme delle dottrine economiche a cui la Luxemburg ha dato un notevole e sia pur discutibile contributo, perché questa è un’introduzione a una raccolta di pamphlets politici e vuole limitarsi a mettere in luce il contributo che l’autrice ha portato alla dottrina politica del socialismo. Anche da questo punto di vista tuttavia la sua analisi dello sviluppo imperialistico è di grande importanza.

“L’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico, ha dunque due lati diversi. Il primo si compie nei luoghi di produzione del plusvalore - la fabbrica, la miniera, l’azienda agricola - e sul mercato. Sotto questo aspetto, l’accumulazione è un processo puramente economico, la cui fase più importante si svolge fra capitalista e salariato, ma che in entrambe le fasi - la fabbrica e il mercato - si muove entro i limiti dello scambio di merci, dello scambio di equivalenti. Pace, proprietà e uguaglianza regnano qui come forma, e occorreva la tagliente dialettica di un’analisi scientifica per svelare come nell’accumulazione il diritto di proprietà si converta in appropriazione della proprietà altrui, lo scambio delle merci in spoliazione, l’uguaglianza in supremazia di classe.

“L’altro aspetto dell’accumulazione del capitale ha per arena la scena mondiale, per protagonisti il capitale e le forme di produzione non capitalistiche. Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra, e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico.

La teoria liberale-borghese vede solo una delle due facce: il dominio della “concorrenza pacifica”, dei miracoli tecnici, del puro scambio delle merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della “politica estera”.

In realtà la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumulazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce “sudando da tutti i pori sangue e fango”, ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo” [85].

Sono espressi sinteticamente in questo passo quasi tutti gli essenziali punti di vista luxemburghiani in tema di imperialismo. Anzitutto il criterio metodologico fondamentale e sempre presente: studiare “l’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico”, “identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico”. Queste leggi esistono e scoprirle è appunto compito e merito specifico del marxismo: “Pur nell’intrico della concorrenza, pur nell’anarchia generale, esistono evidentemente leggi invisibili ma rigorose; altrimenti la società capitalistica sarebbe da tempo in frantumi. Tutto il senso dell’economia in quanto scienza e, in particolare, lo scopo cosciente della dottrina economica marxiana, sta nella determinazione delle leggi nascoste che condizionano l’ordine e l’unità del complesso sociale per entro la confusione delle economie private” [86]. È quindi compito specifico della socialdemocrazia svolgere per la fase imperialistica questo stesso lavoro di sistemazione scientifica, di scoperta delle leggi regolatrici che Marx ha fatto per la società del suo tempo e che i marxisti debbono saper rinnovare continuamente sul terreno concreto di una realtà, come quella capitalistica, perennemente in movimento: questo lavoro teorico, affidato a un partito politico, è appunto l’altra faccia inseparabile del processo pratico rivoluzionario, come Rosa Luxemburg ha costantemente affermato [87].

Nello sforzo di afferrare le leggi ultime dell’economia dell’imperialismo, di continuare sulla base di una nuova realtà le analisi di Marx, Rosa Luxemburg è approdata alla sua teoria dell’accumulazione come “processo di ricambio organico svolgentesi fra il modo di produzione capitalistico e quelli non-capitalistici” [88], nel senso cioè che il plusvalore prodotto nella sfera capitalistica non può essere interamente utilizzato e quindi trasformarsi in nuova fonte di accumulazione e sviluppo capitalistici se non utilizzando, ma in pari tempo distruggendo come tali, formazioni non capitalistiche. L’indispensabilità di questo “processo di ricambio” derivante secondo Rosa Luxemburg dall’impossibilità di utilizzare il plusvalore all’interno della sfera capitalistica è, come è noto, il punto più contestato dell’analisi luxemburghiana dell’imperialismo; tuttavia, a prescindere da questo carattere di indispensabilità, è certo che Rosa Luxemburg ha analizzato con rara forza di penetrazione il legame inscindibile che esiste fra quella che nel brano sopra citato essa chiama “le due facce dell’accumulazione”, cioè fra il processo di sviluppo capitalistico nei paesi ad alta industrializzazione e l’aggressione ai settori non capitalistici, in modo particolare l’economia contadina e il mondo coloniale o semicoloniale.

Su questo secondo aspetto in particolare (rapporti con il mondo coloniale e semicoloniale) essa ha concentrato la sua attenzione e se ciò l’ha portata talvolta a dare una definizione restrittiva e parziale dell’imperialismo (“l’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro” [89]) è certo che il suo studio le ha permesso di penetrare a fondo come pochi altri il significato vero della politica estera mondiale dei suoi tempi, la lotta per le sfere d’influenza, per i prestiti, le costruzioni ferroviarie, ecc., di demistificare le pretese civilizzatrici dell’Europa e di cogliere, attraverso i più complicati giochi politico-diplomatico-economici, il carattere di rapina e di espropriazione dell’imperialismo anche in paesi formalmente indipendenti come la Turchia, per non parlare delle colonie vere e proprie, e di scoprire per questa via le radici della futura guerra mondiale nell’intimo dinamismo della società capitalistica dei suoi tempi.

Perché infatti, sia o non sia indispensabile, questo assalto del mondo capitalistico al mondo non-capitalistico risponde comunque a una necessità storica del capitalismo (quella necessità che, come s’è visto, è sempre “tendenza” e non “ineluttabilità”) al suo bisogno insopprimibile di espansione, accumulazione e sviluppo, per, cui è comunque esatto affermare che “la politica imperialistica non è opera di uno o di alcuni Stati, è il prodotto di un determinato grado di maturazione nell’evoluzione mondiale del capitale, un fenomeno internazionale per definizione, un tutto indivisibile che si può riconoscere in tutti i suoi vicendevoli rapporti” [90]; come è altrettanto esatto che “nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra [91], li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali” [92].

Questa spinta imperialistica non esercita però soltanto la sua influenza nel campo della politica internazionale, ma agisce anche all’interno dei paesi imperialistici di cui rafforza e potenzia alcune caratteristiche. Di uno di questi aspetti dell’imperialismo Rosa Luxemburg si è occupata in modo particolare, si può dire, durante tutta la sua vita, e cioè del militarismo. Già nel suo saggio contro Bernstein ne aveva messo in rilievo la triplice funzione nel processo di sviluppo capitalistico: mezzo di lotta per interessi “nazionali” concorrenti con interessi di gruppi appartenenti ad altri paesi, principale modo di impiegare tanto il capitale finanziario quanto quello industriale, infine strumento di dominio di classe all’interno di fronte al popolo lavoratore. Per effetto di questa triplice funzione il militarismo le appariva già allora, alla fine del secolo scorso, destinato a una rapida crescita quasi “per una forza impulsiva propria, interna, meccanica” fino all’“esplosione che sta avvicinandosi”, cioè alla paventata guerra mondiale. “Per effetto della forza propulsiva dello sviluppa capitalistico anche il militarismo è diventato una malattia capitalistica” [93].

Delle tre funzioni del militarismo sopra indicate, due erano denunciate correntemente nella pubblicistica socialdemocratica, e cioè quella di servire da strumento ad una politica estera di potenza e quella di rappresentare un baluardo della reazione e una forza di repressione contro la classe operaia. È merito di Rosa Luxemburg di avere insistito in modo particolare sull’aspetto economico, di avere mostrato cioè come le spese per gli armamenti rappresentassero anche un mercato addizionale per assicurare alla produzione capitalistica una domanda solvibile all’infuori del normale funzionamento dei consueti mercati di sbocco.

“Questo capitale costante e questo lavoro vivo possono essere impiegati per altre produzioni ammesso che si trovi nella società una nuova domanda solvibile. Questa nuova domanda è rappresentata dallo Stato con la parte del potere d’acquisto della classe operaia da esso appropriata mediante lo strumento fiscale. Ma la domanda dello Stato non si rivolge ai mezzi di consumo (...), ma ad una specifica categoria di prodotti: agli strumenti bellici del militarismo sia per terra che per mare” [94]. "Inoltre, a una grande quantità di domande di merci, modeste, frammentate e non coincidenti nel tempo, che potrebbero essere soddisfatte anche dalla produzione mercantile semplice e come tali non interesserebbero l’accumulazione del capitale, subentra la domanda dello Stato, una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza. Ma questa presuppone per essere soddisfatta un altissimo grado di sviluppo della grande industria, e perciò le condizioni più favorevoli ai fini della produzione di plusvalore e dell’accumulazione. Infine sotto forma di commesse militari dello Stato, il potere d’acquisto delle masse consumatrici, così concentrato in una grandezza poderosa, viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo costante. D’altra parte, grazie all’apparato parlamentare legislativo e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica mediante la stampa, le leve del moto ritmico e automatico della produzione bellica si trovano nelle mani dello stesso capitale. Questo campo specifico della accumulazione del capitale sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitata. Mentre ogni altro allargamento del campo di smercio e della base di operazione del capitale dipende in larga misura da fattori storici, sociali, politici esulanti dalla volontà del capitale, la produzione per il militarismo rappresenta un campo la cui regolare e impetuosa espansione sembra radicata nella stessa volontà determinante del capitalismo” [95].

Oggi questa funzione del riarmo come mezzo per fronteggiare lo squilibrio permanente fra il tasso di espansione della capacità produttiva e il tasso di espansione della domanda solvibile è diventato un luogo comune, ed è pacifico che l’economia americana ha mantenuto da un quarto di secolo il suo relativo equilibrio senza crisi pericolose proprio grazie alla politica del riarmo. Ma quando Rosa Luxemburg faceva queste analisi non si trattava di cose pacifiche, e anzi la stessa socialdemocrazia si mostrava piuttosto impermeabile a queste dimostrazioni che avrebbero messo in discussione tutta la sua vera inclinazione politica [96]. Fino a che infatti il militarismo era considerato solo come strumento di una politica internazionale di potenza, si poteva sperare nell’efficacia delle conferenze internazionali sull’arbitrato obbligatorio e delle convenzioni sul disarmo, come è possibile sperare nell’efficacia degli impiastri per curare degli ascessi su un corpo fondamentalmente sano. E naturalmente si pensava che il giorno in cui la politica internazionale avesse potuto fare a meno del militarismo, anche la politica interna sarebbe stata liberata da questa minaccia incombente e la via sarebbe stata spianata ad una piena vittoria della democrazia. Ma se invece, come Rosa Luxemburg dimostrava, il militarismo aveva anche una funzione economica essenziale, era un momento necessario nel processo di accumulazione, la speranza di frenarne la mostruosa crescita diventava utopistica, e altrettanto utopistica diventava la prospettiva di un pacifico sviluppo democratico perché il militarismo, per assolvere alla sua funzione economica, aveva bisogno di una collusione piena fra grande industria e potere politico, che di fatto si svilupperà in Germania in forme sempre più organiche sotto tutti i regimi, da quello imperiale a quello nazista fino all’attuale.

Ma se l’analisi dell’imperialismo di Rosa Luxemburg distruggeva le rosee utopie socialriformiste, essa schiudeva altri orizzonti di speranza al movimento operaio: certo non la speranza dei placidi tramonti del capitalismo, ma quella, assai più realistica, di una dura e lunga lotta con prospettive di vittoria. Risultava infatti da un lato che il militarismo, la corsa agli armamenti, le guerre coloniali, la lotta feroce fra le potenze per il dominio dei mercati costituivano un insieme necessario alla vita e alla prosperità del capitalismo nella sua fase imperialistica e che era stolto e ridicolo chiudere gli occhi di fronte a queste manifestazioni fidando semplicemente nello sviluppo della democrazia, o, peggio, mercanteggiando gli armamenti contro qualche modesta riforma sociale. Ma risultava altresì che l’imperialismo rappresentava un peso sempre più duro da sopportare sia per le masse operaie dei paesi industriali sia per i milioni e milioni di lavoratori coloniali che di continuo venivano spinti a forza nella cerchia dello sfruttamento capitalistico, e che d’altra parte l’imperialismo, provocando sempre nuove tensioni e nuovi conflitti, offriva l’occasione storica delle crisi politiche necessarie a far maturare in forza rivoluzionaria il malcontento delle masse. Quanto più infatti avanza questo processo imperialistico, “tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale” [97].

Emergono con chiarezza dall’analisi di Rosa Luxemburg le due tendenze di sviluppo inerenti a questa fase della società, le due necessità storiche contrastanti di cui abbiamo più sopra parlato: la tendenza alle guerre mondiali e alle catastrofi, la tendenza cioè allo scontro interimperialistico, e la tendenza alla rivoluzione socialista, cioè alla lotta decisiva fra forze produttive e rapporti di produzione, fra il movimento operaio guidato dal partito socialista e l’organizzazione capitalistica della società. “L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per affrettarne obiettivamente la fine” [98]. È dipende in gran parte dall’atteggiamento del movimento operaio, dalla sua capacità di intervento cosciente, imprimere alla storia l’una o l’altra direzione, far trionfare l’una o l’altra necessità storica. Era perciò naturale che Rosa Luxemburg combattesse con estremo vigore le utopie socialriformiste, l’illusione cioè di poter “correggere” i “difetti” del capitalismo, di poter “attenuare” l’imperialismo attraverso una politica di collaborazione e di scambio reciproco di concessioni fra proletariato e capitalismo, la concezione cioè che “vede nella fase dell’imperialismo non una necessità storica, non una lotta decisiva per il socialismo, ma una malvagia scoperta di un pugno di interessati. Questa concezione tende ad ammonire la borghesia che imperialismo e militarismo le sono funesti dallo stesso punto di vista dei suoi specifici interessi di classe, ad isolare il presunto gruppetto di questi interessati e a costruire un blocco del proletariato con larghi strati della classe borghese per “attenuare” l’imperialismo, per metterlo a razione mediante un “parziale disarmo”, per “togliergli il pungiglione”! Come il liberalismo nella sua fase di declino fa appello dalle monarchie male informate alle monarchie da informare meglio, così il “centro marxista” vorrebbe appellarsi dalla borghesia male educata alla borghesia da educare, dal corso catastrofico dell’imperialismo alle convenzioni internazionali di disarmo, dalla lotta fra le grandi potenze per la dittatura mondiale della spada alla pacifica federazione degli Stati nazionali democratici. La resa generale dei conti per la decisione dello storico contrasto [99] fra proletariato e capitale si trasforma nell’utopia di un compromesso storico fra proletariato e borghesia per l’“attenuazione” dei contrasti imperialistici fra Stati capitalistici” [100].

Purtroppo era proprio questa concezione, combattuta con tanta passione da Rosa Luxemburg, quella che doveva trionfare nella socialdemocrazia e guidarne gli atteggiamenti politici. “Gli epigoni che nell’ultimo decennio hanno tenuto in mano la direzione teorica del movimento operaio in Germania, hanno fatto bancarotta al primo scoppio della crisi mondiale, hanno ceduto pacificamente il timone all’imperialismo” [101]. E sarà la malinconica ma non rassegnata conclusione con cui Rosa Luxemburg chiuderà dal carcere durante la guerra la polemica con i suoi critici a proposito dell’imperialismo [102].

 

 

[A cura di Ario Libert]



NOTE



LINK al post originale:

Il metodo dialettico


LINK alla prima parte:
Introduzione a "Scritti politici di Rosa Luxemburg", 1967, 01 di 04.

 

Condividi post
Repost0
30 aprile 2012 1 30 /04 /aprile /2012 05:00
Quali sono le origini del primo maggio?

1 mai triangle
di Rosa Luxemburg

Articolo pubblicato sul giornale polacco Sprawa Robotnicza nel 1894.


La felice idea di utilizzare la celebrazione di una giornata di riposo proletaria come un mezzo per ottenere la giornata di lavoro di 8 ore [1] è nata dapprima in Australia. I lavoratori decisero nel 1856 di organizzare una giornata di arresto totale dal lavoro, con delle riunioni e degli svaghi, allo scopo di manifestare per la giornata di 8 ore. La data di questa manifestazione doveva essere il 21 aprile. All'inizio, i lavoratori australiani avevano previsto ciò unicamente per il 1856. Ma questa prima manifestazione ebbe una tale ripercussione sulle masse proletarie d'Australia, da stimolarle e portarle a nuove campagne, che fu deciso di rinnovare questa manifestazione ogni anno.
Quarto_Stato.jpg
Di fatto, cosa potrebbe dare ai lavoratori più coraggio e più fiducia nelle loro proprie forze di un blocco di massa del lavoro che essi stessi hanno deciso? Cosa potrebbe dar più coraggio agli eterni schiavi delle fabbriche e delle officine del raduno delle proprie truppe? Dunque, l'idea di una festa proletaria fu rapidamente accettata e, dall'Australia, cominciò a espandersi ad altri paesi sino a conquistare l'insieme del proletariato mondiale.
I primi a seguire l'esempio degli australiani furono gli Stati uniti, Nel 1886 essi decisero che il 1° maggio sarebbe stata una giornata universale di sospensione del lavoro. Quel giorno, 200.000 di loro abbandonarono il lavoro e rivendicarono la giornata di 8 ore. Più tardi, la polizia e le persecuzioni legali impedirono per anni ai lavoratori di rinnovare manifestazioni di questa ampiezza. Tuttavia, nel 1888 essi rinnovarono la loro decisione fissando la prossima manifestazione al 1° maggio 1890.
Nel frattempo, il movimento operaio in Europa si era rafforzato e animato. La più forte espressione di questo movimento intervenne al Congresso dell'Internazionale Operaia nel 1889 [2]. A questo Congresso, costituito da 400 delegati, fu deciso che la giornata di 8 ore doveva essere la prima rivendicazione. Al che, il delegato dei sindacati francesi, il lavoratore Lavigne [3] di Bordeaux, propose che questa rivendicazione si esprimesse in tutti i paesi con la sospensione dal lavoro universale. Il delegato dei lavoratori americani attirò l'attenzione sulla decisione dei suoi compagni di fare sciopero il 1° maggio del 1890, e il Congresso fissò per questa dta la festa proletaria universale.
In questa occasione, come trenta anni prima in Australia, i lavoratori pensavano verosimilmente a una sola manifestazione. Il Congresso decise che i lavoratori di tutti i paesi manifestassero insieme per la giornata di 8 ore il 1° maggio 1890. Nessuno parlò della ripetizione della giornata senza lavoro per gli anni successivi. Naturalmente, nessuno poteva prevedere il successo brillante che quest'idea avrebbe avuto e la velocità con la quale essa sarebbe stata adottata dalle classi lavoratrici. Tuttavia, fu sufficiente manifestare il 1° maggio una volta soltanto affinché tutti capissero che il 1° maggio doveva essere una istituzione annuale e perenne.
Il 1° maggio rivendicava l'instaurazione della giornata di 8 ore. Ma anche dopo che questo scopo fu raggiunto, il 1° maggio non fu abbandonato.
 Finché durerà la lotta dei lavoratori contro la borghesia e le classi dominanti, finché tutte le rivendicazioni non saranno soddisfatte, il 1° maggio sarà l'espressione annuale di queste rivendicazioni. E, quando sorgeranno giorni migliori, quando la classe operaia del mondo avrà conquistato la sua liberazione, allora probabilmente anche l'umanità festeggerà il 1° maggio, in onore delle lotte accanite e delle numerose sofferenze del passato. 

 


NOTE

[1] L’uso era allora una giornata di lavoro di almeno 10-12 ore al giorno.
 
[2] Si tratta del primo congresso della II Internazionale.

[3] Raymond Lavigne (1851- 1930), militante politico e sindacalista.


LINK al post originale:
 
Condividi post
Repost0
20 aprile 2012 5 20 /04 /aprile /2012 05:00

 

Luxemburg_francobollo_1974.jpg

 

Introduzione

[a "Scritti politici" di Rosa Luxemburg]


La raccolta completa delle sue opere offrirà un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti in tutto il mondo.

Lenin


Il motivo che mi ha spinto a presentare al pubblico italiano questa antologia dei principali scritti politici di Rosa Luxemburg non è stato quello di fornire un contributo per la conoscenza storica del movimento operaio internazionale, in seno al quale Rosa Luxemburg occupò per un ventennio un posto preminente, bensì quello di offrire uno strumento attuale, perfettamente valido ancor oggi, per l’elaborazione e l’approfondimento di una strategia di lotta del movimento operaio. Perfettamente attuale ancor oggi, anzi sempre più attuale a misura che i militanti più seri e più impegnati, spezzate le catene del dogmatismo e abbandonate le illusioni perennemente risorgenti dell’opportunismo, riprendono contatto con la sorgente viva del pensiero marxista riscoprendone l’inesauribile ricchezza.

Di quel pensiero marxista che, secondo la nota definizione engelsiana, non e un dogma ma una guida per l’azione, Rosa Luxemburg e stata certamente fra i continuatori più efficaci e più creativi e nulla può apparire più naturale quindi che il suo nome sia stato quasi dimenticato durante i lunghi anni in cui l’opportunismo da un lato e il dogmatismo dall’altro fecero strazio del marxismo. Non e perciò forse superfluo ricordare ai lettori italiani alcuni fra i principali giudizi che uomini eminenti del movimento operaio ebbero già a pronunciare sul suo conto. Di questi giudizi il più noto e quello di Lenin che nel 1922 scriveva: "Nonostante questi errori, essa era ed e rimasta un’aquila, e non soltanto la sua memoria sarà sempre cara ai comunisti di tutto il mondo, ma anche la sua biografia e la raccolta completa delle sue opere (nella pubblicazione delle quali i comunisti tedeschi ritardano incredibilmente, del che essi sono soltanto in parte scusabili per gli immensi sacrifici che devono sopportare nella loro dura lotta) offriranno un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti di tutto il mondo" [1]; in ciò riecheggiando il giudizio che Karl Radek, allora leader bolscevico di primo piano, aveva espresso nella commemorazione di Rosa: "Ciò che Rosa Luxemburg fu ed è per il proletariato tedesco ed internazionale, non appartiene al passato, ma si farà valere soltanto nell’avvenire, quando larghi strati di comunisti studieranno profondamente la raccolta delle sue opere e faranno proprio lo spirito che emana da esse. Con ciò non è detto che noi dobbiamo condividere ogni sua opinione. Antonio Pannekoek criticò il suo libro sull’accumulazione del capitale, chi scrive queste righe prese atteggiamento critico di fronte alla parte positiva della Juniusbroschùre; ma nessuno che voglia parlare in nome del comunismo, che pensi da comunista, deporrà questi scritti senza aver acquistato la convinzione che con Rosa Luxemburg morì il più profondo spirito teorico del marxismo, che essa è la nostra guida, dalla quale gli operai comunisti avranno ancora da imparare per decenni" [2].

Non stupisca questa affermazione che la Luxemburg fosse "il più profondo spirito teorico del comunismo" fatta, vivo Lenin, da un militante del suo stesso partito; già una quindicina di anni prima Franz Mehring, lo studioso e biografo di Marx, aveva potuto scrivere nella rivista diretta da Kautsky, che pure era quasi unanimemente considerato come l’interprete più autorevole del marxismo, che Rosa Luxemburg era "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels" [3] e un giudizio analogo troviamo nella prefazione che Lukács scrisse nel 1922 per la raccolta di saggi pubblicata sotto il titolo Geschichte und Klassenbewusstsein nella quale definisce Rosa Luxemburg "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l’opera della sua vita sia sul piano dei fatti economici che sul piano del metodo economico e che, da questo punto di vista, si ricolleghi concretamente al livello presente dell’evoluzione sociale" [4].

Ma, nonostante che i più illustri esponenti del pensiero marxista ne avessero messo in luce l’importanza, l’opera teorica di Rosa Luxemburg, disseminata in numerosi pamphlets e dispersa in centinaia di articoli e discorsi, doveva essere già pochi anni dopo la sua morte avvolta in una rigida cortina di silenzio che solo pochi studiosi osarono infrangere. Da un lato la destra socialdemocratica, che poche settimane dopo la sua ascesa al potere in Germania aveva compiacentemente favorito l’assassinio della Luxemburg per sbarazzarsi dell’avversario più pericoloso, non aveva certo interesse a ripubblicare i suoi scritti che sarebbero suonati come altrettanti capi d’accusa contro la politica socialdemocratica; dall’altro il rigido dogmatismo staliniano non poteva riconoscere diritto di circolazione a un pensiero non solo così vivo e così ricco come quello della Luxemburg ma che era, si può dire, tutto uno squillo di battaglia contro ogni tentativo di irrigidire il marxismo in schemi senz’anima. Era appena trascorso un anno dalla morte di Lenin che già l’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista condannava alcune dottrine della Luxemburg e al principio degli anni ‘30 ogni ristampa di suoi scritti da parte comunista era diventata impossibile e il suo nome non poteva essere pronunciato se non accompagnato dalle più dure condanne: si arrivò a parlare di “lue luxemburghiana”. [5]. Sicché l’edizione delle opere complete che Lenin aveva auspicato e che era stata allora iniziata, attende ancora, ad oltre quarant’anni dalla morte, la sua realizzazione: è comunque certamente un fatto positivo che si sia ricominciato da parte comunista a ristamparne gli scritti e che recentemente sia stata pubblicata in Polonia una bibliografia completa dei suoi scritti che costituisce una guida preziosa per ogni studioso e per un auspicato editore e che noi riproduciamo in questo volume.

Il problema centrale di Rosa Luxemburg, il problema attorno a cui ruota tutta la sua opera teorica e anche tutta la sua azione pratica, è il problema della rivoluzione socialista: "Perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi?" [6]. Fu questo del resto anche il problema centrale di Marx [7] come dev’esserlo per ogni socialista per cui il socialismo non sia soltanto un facile soggetto da esercitazioni domenicali nei pubblici comizi ma sia una scelta fondamentale, morale e politica, che dev’essere tradotta in realtà. All’impostazione corretta e alla soluzione del problema Marx aveva apportato un contributo decisivo, ma i suoi epigoni o non l’avevano compreso o ne avevano nella pratica tradito lo spirito, e a ritrovare questo spirito, sia sul piano del metodo sia sul piano dell'analisi come su quello della azione, fu volta tutta l’opera di Rosa Luxemburg.

La tradizione rivoluzionaria che aveva dominato fino a Marx era naturalmente la tradizione della grande rivoluzione francese, e lo stesso Marx e Engels ne furono largamente impregnati. Ma la rivoluzione francese fu un momento storico così ricco, così potentemente creativo, che ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, gli storici non hanno finito di sviscerarne gli aspetti essenziali e di intenderne tutta la possente dinamica interna. Non è pertanto da meravigliare se gli immediati successori ne cogliessero e ne isolassero alcuni aspetti giungendo a conclusioni unilaterali e false, tanto più che in seno alla rivoluzione stessa avevano agito forze contraddittorie che non potevano non suscitare forti cariche emotive di segno opposto. E così come, da un lato, i conservatori tendevano a fare il processo alla rivoluzione, e agli ideali che essa aveva espresso, in nome dei diritti e della continuità della storia, dall’altro lato le forze di sinistra tendevano a fare il processo ai risultati storici della rivoluzione in nome degli ideali incompiuti che la rivoluzione stessa aveva proclamato. Ma vi era poi profonda disparità, in seno alla stessa sinistra, sul modo di attuare questi ideali incompiuti, cioè di riprendere il corso del processo rivoluzionario. A seconda precisamente che si mettesse l’accento su uno o l’altro degli aspetti della rivoluzione, c’erano da un lato i facitori di sistemi e dall’altro i facitori di rivoluzioni.

Facitori di sistemi erano gli utopisti che costruivano piani di future società presunte perfette, ma non riuscivano a individuare nel processo storico un meccanismo capace di realizzare i loro ideali. Facitori di rivoluzioni erano i socialisti del tipo blanquista, che erano socialisti in quanto credevano alla vittoria del proletariato e individuavano come vero nemico non più la vecchia aristocrazia ma la nuova classe borghese, ma quanto a metodo rivoluzionario si richiamavano alla tradizione Babeuf-Buonarroti: isolavano cioè il problema della conquista del potere, attraverso una congiura di iniziati, che avrebbe dovuto istituire una dittatura per rifare dalle fondamenta l’ordine sociale, dal processo storico che fa maturare dall’interno della società sia le condizioni oggettive della rivoluzione che la volontà e la partecipazione di larghe masse. Tendevano, cioè, i blanquisti a porre l’accento esclusivamente sul momento politico della conquista del potere in contrasto con i proudhoniani che isolavano invece il momento economico; tendevano i blanquisti a vedere la rivoluzione come risultato di un mero intervento soggettivo nel processo storico, quasi come il risultato di una contrapposizione globale esterna alla società esistente, e di fronte ad essi stavano invece i molti "riformatori" che vedevano il socialismo nascere dall’interno della società attraverso una serie di correzioni o eliminazioni dei suoi "lati cattivi" per portarla ad un alto grado di perfezione, e ancora una volta gli uni e gli altri coglievano solo un aspetto della realtà perché il socialismo è contrapposizione globale e non semplice correzione, ma è contrapposizione che nasce dall’interno del processo storico, che è immanente alle contraddizioni della società capitalistica. Storicismo e utopismo, momento politico e momento economico, contrapposizione globale e trasformazione interna, tutti momenti unilaterali, isolati, manchevoli o falsi di una realtà complessa che Marx esprimerà in una sintesi felice.

Fin dal Manifesto egli indicò in modo chiaro che il processo della rivoluzione socialista si muove in virtù di un meccanismo che è interno ed intrinseco alla società capitalistica: è il frutto delle sue contraddizioni, e in particolare della contraddizione fondamentale fra le forze produttive, il cui carattere sociale tende sempre più ad accentuarsi, e l’ordinamento dei rapporti di produzione che è viceversa dominato dal principio privatistico del profitto. Due anni dopo, nel 1850, egli aggiunse un nuovo elemento importante alla sua dottrina della rivoluzione, e cioè che il contrasto fra forze produttive e rapporti di produzione può assumere la forma violenta di una rottura rivoluzionaria solo in concomitanza con un inasprimento del contrasto stesso dovuto ad un accentuarsi degli squilibri interni della società capitalistica, cioè in pratica ad una crisi economica, lasciando un po’ in ombra l’idea, che pure gli era presente, di una crisi politica nascente da una guerra.

Il grande merito storico di Marx è quindi di avere collocato il processo rivoluzionario all’interno della società capitalistica, come un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, inscindibile da esso e perciò ineliminabile. Essendo un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, frutto delle contraddizioni permanenti del sistema, il processo rivoluzionario non rappresenta un momento isolato, un’esplosione improvvisa: se esso assume forme più radicali e definitive in momenti di particolare tensione dei rapporti sociali, di particolari crisi o squilibri, quelle forme radicali, quelle rotture e lacerazioni della compagine sociale rappresentano il momento terminale di un lungo processo che si è svolto in continuità, pur fra alti e bassi, a cui ha partecipato. Pertanto non un pugno di cospiratori o un’avanguardia illuminata, ma il grosso dell’esercito proletario che costituisce la classe lavoratrice impegnata nella lotta in forme più o meno coscienti. Contraddizioni capitalistiche, lotte di classi che ne risultano, trasformazione conseguente delle strutture sociali, coscienza di questo processo storico e dei suoi scopi ultimi, esasperazione finale della lotta e crollo della società capitalistica: queste sono le grandi linee del processo rivoluzionario descritto da Marx, processo che si svolge sotto i nostri occhi si può dire ogni giorno, che ha momenti di sosta apparente e fasi particolarmente acute, e in cui s’intrecciano la lotta quotidiana dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’aspirazione rivoluzionaria ad un nuovo ordinamento sociale. Il collegamento fra la lotta quotidiana e lo scopo finale, fra il momento oggettivo delle contraddizioni sociali e il momento soggettivo della volontà rivoluzionaria è un collegamento dialettico, non meccanico, ed è su questo scoglio, sulla difficoltà di afferrare la dialetticità di questo nesso che hanno fatto quasi sempre naufragio le teorie socialiste degli epigoni e si è rivelata l’incapacità di dare una direzione marxista, cioè seriamente e coscientemente rivoluzionaria, al movimento operaio.

In un primo periodo l’influenza marxista si fece sentire nel movimento operaio almeno in tre direzioni fondamentali: nell’affermazione della necessaria autonomia politica del movimento operaio e quindi nella netta distinzione del partito socialista dai partiti democratici borghesi; nella esigenza che il movimento operaio autonomo non si isolasse in attesa di una crisi rivoluzionaria ma al contrario preparasse l’esito vittorioso della crisi finale attraverso la partecipazione alla lotta quotidiana per l’estensione della democrazia e per la soddisfazione delle proprie rivendicazioni di classe; nella convinzione che la crisi rivoluzionaria era una necessità storica connessa allo sviluppo stesso della società capitalistica. La prima di queste posizioni significava una chiara delimitazione di confini, e quindi una lotta, sulla destra del movimento operaio, nei confronti delle correnti democratico-borghesi, ed era favorita dall’istinto di classe delle masse operaie; la seconda invece implicava una rottura netta sia con il vecchio blanquismo che con il bakuninismo anarchico, nemico della partecipazione alla lotta politica quotidiana e preso ancora dal sogno della grande liquidazione finale della società borghese, che sarebbe intervenuta senza mediazioni all’ora X in virtù di uno scontro campale e definitivo fra le classi contrapposte. I primi congressi della Seconda Internazionale furono dominati da questi dibattiti: anzi, quasi a simbolo delle rotture che dovevano accompagnare la nascita dei partiti socialisti, la Seconda Internazionale nasceva a Parigi nel 1889 - a somiglianza di quanto doveva accadere tre anni dopo a Genova per il Partito socialista italiano - dal contrasto di due congressi contemporanei di cui solo quello di prevalente ispirazione marxista doveva trovare continuità organizzativa. Quanto ai confini da tracciarsi a destra, essi apparvero fin dal primo momento netti sul terreno organizzativo, cioè sulla necessità di creare un partito autonomo del proletariato, terreno sul quale erano già in Germania i lassalliani, ma assai più incerti si manifestarono sul valore dell’autonomia ideologica e politica di cui quella organizzativa doveva essere strumento: in altre parole, quali avrebbero dovuto essere i fini politici e quale l’azione politica che i partiti socialisti avrebbero dovuto perseguire? Si votavano, è vero, senza troppe difficoltà mozioni che condannavano l’alleanza e la collaborazione politica con partiti borghesi, ma si faticava a trovare dei criteri di differenziazione nelle prospettive, salva naturalmente la prospettiva ultima del socialismo.

E qui allora nasceva il problema centrale, essenziale in ogni, movimento socialista che voglia essere veramente tale: in che modo quella prospettiva ultima reagisce sull’azione quotidiana e ne determina l’orientamento? La risposta è facile, almeno a parole, per chi non crede al valore della partecipazione alla vita degli istituti della società borghese e pensa alla lotta di classe nella forma di due eserciti accampati l’uno contro l’altro che attendono il momento e studiano i piani della battaglia decisiva: in questo caso la risposta è il rifiuto del lavoro quotidiano all’interno della società borghese, una risposta che non solo è fuori del marxismo ma è fuori della realtà. Ma per chi crede all’utilità, anzi alla necessità di quella partecipazione, il problema è più complesso e si può risolvere solo nel senso dialettico di Marx: ove manchi questa capacità dialettica, e, soprattutto, quando sotto lo stimolo di una congiuntura favorevole si facciano forti le pressioni per l’azione immediata sia sul piano economico che su quello politico, è forte il rischio che si provochi una frattura fra questa azione e la prospettiva del socialismo, fra il presente cioè e il futuro. E per questa via vengono a cadere di fatto le linee di frontiera che il movimento operaio ha tracciato sulla sua destra: l’autonomia organizzativa rimane e rimangono i confini organizzativi con le altre formazioni politiche borghesi, ma gli scopi, i metodi, la mentalità, l’ideologia di queste formazioni politiche diventano patrimonio dello stesso partito operaio, al cui interno quindi rinascono quei motivi che esso aveva preteso di chiudere al di fuori. Rotta l’unità dialettica marxista, e isolati di nuovo i due momenti della lotta quotidiana e dello scopo finale, la divisione si riprodurrà di continuo in seno al movimento operaio fra un’ala possibilista, opportunista, riformista o come altrimenti si voglia chiamarla, e un’ala estremista, massimalista, intransigente: due facce della stessa incomprensione della dialetticità del reale, due tendenze politiche che rimangono al di qua della coscienza di classe vera e propria, al di qua della sintesi marxista, al di qua dell’azione rivoluzionaria in senso proprio.

E d’altra parte era inevitabile che il movimento pratico agisse sotto la spinta di stimoli immediati e non potesse giungere di colpo a quella visione totale del processo storico che costituiva il grande apporto teorico del marxismo. Da quando, con lo sviluppo dell’industria capitalistica, il movimento operaio aveva cominciato ad assumere proporzioni di massa, prima in Inghilterra e poi a poco a poco nei paesi dell’Europa occidentale, questi stimoli immediati e questi motivi pratici si erano fatti sentire sempre più fortemente, non tuttavia in un’unica direzione perché in realtà i partiti socialisti erano nati dall’incontro di diverse correnti sociali, ciascuna delle quali vi portava le proprie esigenze e le proprie rivendicazioni. Grosso modo si possono riconoscere nella storia dei partiti socialisti diversi filoni che hanno una propria continuità storica di origine premarxistica e a cui solo la sintesi marxista avrebbe potuto dare una reale unità. C’è naturalmente, innanzitutto, .una corrente operaia che tuttavia si esprime in posizioni diverse: quella della rivolta radicale della miseria contro tutto l’ordine sociale esistente e quella, imbevuta di motivi più economici o addirittura corporativi che politici, che si limita alla lotta sindacale rivendicativa e non disdegna un’alleanza con il potere politico per ottenerne vantaggi corporativi. E accanto a questi filoni operai ci sono anche i filoni di derivazione democratica e di ispirazione prevalentemente piccolo-borghese, anch’essi molteplici: vi sono democratici che conservano in una certa misura le tradizioni quarantottesche della democrazia rivoluzionaria e mal si adattano alla prassi della lotta quotidiana, e ve ne sono altri invece, assai più possibilisti, che vengono al movimento operaio perché vi vedono la base di massa, e quindi lo strumento, per realizzare in ultima analisi il compromesso liberal-democratico con la classe dominante e, per tal via, assicurare la promozione politica degli strati inferiori della società nell’ambito dell’ordinamento esistente. Ora, a seconda dei bisogni e delle aspirazioni che ognuno di questi vari filoni esprime, esso va cercando nella ricca e complessa dottrina marxista quel singolo aspetto o momento che più gli conviene: gli uni l’autonomia della classe operaia, gli altri la partecipazione alle lotte quotidiane sindacali o politiche, gli altri ancora la volontà della rivoluzione finale.

Solo uno sforzo di direzione cosciente, solo un’assidua opera chiarificatrice che sapesse trarre i necessari ammaestramenti dall’esperienza quotidiana, avrebbe potuto realizzare sul terreno dell’azione pratica di lotta quella sintesi dialettica che Marx aveva raggiunto nell’elaborazione teorica ma che non aveva mai avuto modo di sperimentare come leader di partito. Purtroppo invece quello che mancò ai dirigenti della socialdemocrazia tedesca, come degli altri partiti che pur si professavano marxisti, fu proprio questa capacità di sintesi dialettica. Certo, a parole, questi dirigenti ripetevano che la lotta quotidiana non era che un momento preparatore della crisi rivoluzionaria che sarebbe nata dallo stesso processo di sviluppo capitalistico, ma quella crisi era vista come un fatto meccanico, indipendente dall’azione delle masse, come una necessità naturale piuttosto che come una necessità storica in senso marxista. Ma se era un fatto meccanico, una necessità naturale, non dipendente dall’azione quotidiana delle masse, quest’ultima finiva con il muoversi per proprio conto, senza riferimento alcuno alla rivoluzione futura su cui non poteva influire, e rimaneva perciò fine a se stessa, chiusa nell’ambito della società capitalistica. Tributato un omaggio formale alla rivoluzione “futura”, i possibilisti e gli opportunisti potevano tranquillamente limitare il loro orizzonte agli scopi immediati. E d’altra parte, neppure i rivoluzionari, gli “intransigenti”, non riuscivano a vedere questo collegamento: per essi la rivoluzione era la catastrofe fatale legata a una crisi economica che sarebbe inesorabilmente venuta e che bisognava saper attendere senza sporcarsi intanto le mani con le piccole rivendicazioni di ogni giorno, ed era legata ai vecchi schemi quarantotteschi delle barricate e dell’insurrezione, della conquista istantanea del potere attraverso l’occupazione fisica delle sue sedi legali. Della rivoluzione come processo continuo, come estensione continua del potere e come mutamento progressivo dei rapporti di forza, a cui Marx ed Engels avevano pensato soprattutto negli ultimi decenni della loro attività, anche nella forma di un passaggio pacifico [8],quasi nessuna traccia si trovava nelle posizioni cosiddette radicali o rivoluzionarie che formavano l’ala sinistra dei partiti socialisti.

Neppure colui che era universalmente considerato come l’erede teorico e l’interprete ufficiale del pensiero marxista, Karl Kautsky, direttore dell’organo teorico della socialdemocrazia tedesca Die Neue Zeit, era in realtà un marxista: il suo marxismo infatti era fortemente imbevuto del positivismo evoluzionistico del suo tempo che non aveva mancato di contagiare lo stesso Engels dell’ultimo periodo. La successiva evoluzione politica di Kautsky doveva del resto pienamente confermare che quella che per Marx era una sintesi dialettica fra lotta quotidiana e azione rivoluzionaria, era invece per Kautsky una giustapposizione meccanica; che la lotta sui due fronti, contro l’opportunismo e l’estremismo, che in Marx derivava da una visione originale ed autonoma del processo rivoluzionario (e più tardi in Lenin soprattutto da un formidabile senso della concretezza) si traduceva invece per Kautsky in un centrismo senz’anima, più sforzo di conciliazione eclettica che volontà di chiarificazione. Il programma di Erfurt della socialdemocrazia tedesca (1891), opera prevalente di Kautsky, è lo specchio di questa mentalità, anche se a tutta prima poté apparire fedele allo spirito marxista e ottenere in larga misura l’approvazione dello stesso Engels: solo l’esperienza pratica doveva infatti mettere a poco a poco in rilievo come in realtà non vi fosse legame fra il “programma minimo” e lo scopo finale e come di conseguenza l’eclettismo kautskiano fosse una contraffazione della dialettica marxista [9].

Nella pratica infatti il partito socialdemocratico in Germania, come del resto altrove, s’impegnò sempre più nella lotta per gli obiettivi immediati tanto più facilmente quanto più lo sviluppo del capitalismo, e il suo interno dinamismo offrivano prospettive nuove al miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e riassorbivano progressivamente le cause del malcontento più grave, facendo nascere l’illusione di un continuo e sicuro progresso economico e democratico. La soddisfazione per i successi conseguiti sul terreno pratico quotidiano, e la speranza di successi maggiori, faceva passare in seconda linea l’allontanarsi della prospettiva socialista, che diventava sempre più qualche cosa di mitico e avulso dalla realtà della lotta quotidiana: la sintesi dialettica che Marx aveva operato fra i due termini, facendo nascere la rivoluzione socialista dallo sviluppo capitalistico, sembrava definitivamente perduta. Conseguenza di questa. situazione, in cui come si è detto confluivano le spinte della realtà obiettiva e le insufficienze e incertezze dei dirigenti, fu che la socialdemocrazia diventava ogni giorno più un partito semplicemente democratico-borghese, che, avendo perso di vista, o non avendo addirittura afferrato, il legame permanente fra lotta democratica e lotta socialista, si orientava verso una separazione meccanica della duplice lotta in fasi temporali nettamente distinte. Si distingueva dagli altri partiti borghesi per la sua composizione sociale prevalentemente operaia e per l’attenzione minuta che dedicava ai problemi operai, ma chiudeva sempre più i suoi orizzonti e le sue prospettive nell’ambito della società capitalistica e quindi nell’ambito delle soluzioni compatibili con l’ordinamento capitalistico, rinunciando ad ogni volontà di emancipazione integrale del proletariato dallo sfruttamento capitalistico. In un certo senso era proprio il suo carattere operaistico e l’attenzione minuta ai problemi operai che aiutava a tener lontani i militanti dai grandi problemi politici e dalle soluzioni di fondo. Ma poiché non si arrivava ad abbandonare la dottrina ufficiale marxista, ne derivava un divorzio fra teoria e pratica, fra i principi proclamati e l’azione svolta, che favoriva il graduale prevalere delle concezioni revisionistiche cui bisognava perlomeno riconoscere il merito di offrire una teorizzazione che significava, sì, una rottura con il socialismo, ma una conciliazione con la prassi e l’esperienza di ogni giorno e di ciascuno.

 

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE
 

 

 

 

LINK al post originale:

Introduzione a "Scritti Politici" di Rosa Luxemburg

Condividi post
Repost0
13 aprile 2012 5 13 /04 /aprile /2012 05:00

Al collegamento sottostante il lettore potrà leggere L'autodifesa che Rosa Luxemburg pronunciò nel febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. Preziosa testimonianza di quanto centrale fosse, nel pensiero e nell'azione politica autenticamente marxista e libertaria della sinistra socialdemocratica, l'antimilitarismo, così come la denuncia del colonialismo e dell'imperialismo, al contrario del puro e semplice collaborazionismo dell'apparato partitico socialdemocratico tedesco.

Qui sotto al collegamento allo scritto di Rosa Luxemburg abbiamo fatto seguire la nota introduttiva ad esso tratta dalla grande antologia dei suoi scritti, editi con il titolo di Scritti politici, nel 1967 dalla casa editrice dell'allora partito comunista italiano Editori Riuniti, e curati da Lelio Basso, il massimo conoscitore della grande studiosa e attivista politica tedesca.

 

Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l'accusa di incitamento alla diserzione

 

Luxemburg francobollo 1974


 

Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte

Nota introduttiva
di Lelio Basso

 

Abbiamo ampiamente illustrato nell’introduzione l’importanza che il militarismo assumeva nella concezione generale che Rosa Luxemburg aveva della società capitalistica e delle prospettive rivoluzionarie, e abbiamo messo in rilievo i contributi originali ch’essa apportò alle idee correnti in seno alla socialdemocrazia. Questa aveva ereditato le tradizioni democratiche che vedevano nel militarismo e negli eserciti stanziali un punto d’appoggio della reazione e vi contrapponevano l’idea della milizia popolare, così come erano ostili alla guerra in nome di un generico pacifismo; sfuggiva ad esse, e sfuggiva alla socialdemocrazia tradizionale, il preciso significato di classe del militarismo. Come abbiamo visto Rosa Luxemburg mise in rilievo, accanto alle tradizionali accuse al militarismo, bastione della reazione e fautore di guerra, la funzione economica che esso esercitava anche in tempo di pace, in quanto offriva con il riarmo uno sbocco supplementare alla produzione capitalistica e quindi un mezzo sicuro di accrescimento della domanda globale, e di incremento del profitto. In questo senso il militarismo diventava un momento necessario dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica per controbilanciare gli squilibri tradizionali del mercato, cosa come al tempo stesso diventava strumento della politica di conquista di nuovi mercati coloniali, anch’essa momento necessario dello sviluppo imperialistico. La lotta contro il militarismo e contro la guerra in preparazione era perciò per Rosa Luxemburg una precisa esigenza di classe del proletariato, tanto pili che, come si è visto, essa vedeva nella futura guerra la matrice di quella crisi politica da cui avrebbe potuto nascere la spinta rivoluzionaria e il crollo della società capitalistica. Ma poiché ogni rivoluzione esige una larga partecipazione di masse coscienti, e la coscienza si acquista solo attraverso l’esperienza e la lotta, l’impegno antimilitarista diventava un momento necessario della preparazione rivoluzionaria: senza questa preparazione, il momento della crisi sarebbe sopravvenuto egualmente ma avrebbe trovato, come trovò, il proletariato impreparato al suo compito. E ciò tanto più che, seguendo in questo Engels, essa pensava che il successo finale della rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi non tanto con una vittoria del popolo armato contro l’esercito ma con un passaggio dei soldati dalla parte del popolo, e ciò presupponeva nei soldati una coscienza e maturità politica capaci di liberarli dal sistema dell’ubbidienza cadaverica imposta loro dai regolamenti e dalla prassi militari. A questo fine era pure necessario un lungo periodo di lotte educatrici che trascinassero soprattutto la gioventù: la propaganda antimilitarista doveva quindi rompere la separazione fra esercito e popolo e porre invece le premesse di una alleanza.

Ma la socialdemocrazia tedesca, presa ormai soltanto dalle preoccupazioni dell’immediato e decisamente inserita nel sistema, non poteva affrontare una lotta a fondo di questa natura che avrebbe colpito al cuore il sistema stesso. Si continuava a votare in omaggio alla tradizione contro i bilanci militari, ma si giustificava questo voto solo richiamandosi al sistema della milizia. Si trascuravano in genere le questioni di politica internazionale o tutt’al più, se si affrontavano, si evitava di andare alla radice dei fatti limitandosi a perseguire le speranze di soluzioni pacifiche. Perciò le due risoluzioni fatte approvare da Rosa Luxemburg in sede di congressi internazionali, quella di Parigi del 1900 e quella di Stoccarda del 1907, dovevano rimanere lettera morta per la socialdemocrazia tedesca. Fu quasi soltanto Karl Liebknecht a farsi promotore di un’azione concreta e decisa contro il militarismo e di un’intensa propaganda fra la gioventù, proponendo una serie di mozioni ai congressi di Brema (1904), Iena (1905) e Mannheim (1906), che incontrarono in generale l’ostilità di Bebel nonostante che Liebknecht invocasse appunto la risoluzione luxemburghiana del congresso internazionale di Parigi, teoricamente obbligatoria anche per la socialdemocrazia tedesca. Il 12 ottobre 1907 Liebknecht fu processato e condannato a un anno e mezzo di prigione per il suo scritto Militarismo e antimilitarismo, sconfessato da Bebel in pieno Reichstag.

Del resto dopo la sconfitta elettorale del 1907, dopo le cosiddette “elezioni ottentotte”, la preoccupazione principale dei dirigenti socialdemocratici fu di liberare il partito dall’accusa di “antinazionale”, raddoppiando in zelo patriottico. Nella prima discussione del bilancio militare dopo le elezioni, si ebbe al Reichstag il primo discorso importante di Noske, il futuro “uomo forte” della repressione antioperaia del dopoguerra, il quale non esitò ad affermare che i socialisti erano interessati ad assicurare l’organizzazione militare necessaria alla difesa del paese e che essi volevano un popolo libero e culturalmente più avanzato per garantire una Germania più forte. Questo discorso fu oggetto di un acceso dibattito al congresso di Essen (1907) dove la divisione di fondo fra le due tendenze del partito apparve abbastanza chiara: chi considerava più importante la lotta contro l’imperialismo condannava Noske, chi si preoccupava di più delle elezioni e dei problemi immediati, era disposto a compromessi con l’imperialismo e accettava anche il militarismo. Il gruppo dirigente del partito era schierato su queste ultime posizioni, con la sola riserva della preoccupazione di Bebel di mantenere l’unità del partito e di non rinnegare apertamente le dottrine tradizionali: ciò fece si che di compromesso in compromesso si arrivasse, come sbocco naturale, alla capitolazione del 4 agosto 1914.Momento importante di questo cammino fu appunto il rifiuto della lotta antimilitarista, per giustificare la quale si minimizzava la aggressività dell’imperialismo; così al congresso internazionale di Stoccarda (1907), Bebel affermò che “nei circoli influenti della Germania quasi nessuno vuole la guerra” [1]; così all’epoca della seconda crisi marocchina (1911) la socialdemocrazia tedesca si oppose a qualunque azione internazionale negando che vi fosse pericolo di guerra; così si oppose, in Germania, a un’organizzazione autonoma della gioventù, voluta da Liebknecht, Zetkin, Ludwig Frank, per timore che fosse preda della propaganda antimilitarista; così infine nel 1913 il gruppo parlamentare si pronunciò con 52 voti contro 37 e 7 astenuti per il voto favorevole ad una proposta del governo che istitutiva una nuova tassa per accrescere le spese degli armamenti: come disse allora Fritz Geyer, uno dei leader del gruppo dei deputati oppositori, il governo tedesco sapeva ormai che poteva spingere la politica di riarmo grazie ai fondi che gli procuravano i voti socialdemocratici. Il vecchio slogan “a questo sistema né un uomo né un soldo” cessava di guidare la tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca, e prendeva il sopravvento l’altro che già correva dal 1907 “nell’ora del pericolo non pianteremo in asso la patria” [2].

Ma nella stessa misura in cui i progressivi cedimenti della direzione e dei parlamentari socialdemocratici incoraggiavano il governo imperiale nella sua corsa verso la guerra, facendo svanire lo spauracchio di una ferma opposizione delle masse [3], nella stessa misura s’intensificava l’agitazione antimilitarista della sinistra socialista, in particolare di Liebknecht e della Luxemburg, pienamente coscienti del pericolo imminente di guerra. Nel corso di un intenso giro di propaganda nella seconda metà del settembre 1913, Rosa Luxemburg pronunciò il giorno 26 un discorso a Bockenheim, presso Francoforte sul Meno, e successivamente a Fechenheim. Manca il resoconto stenografico del discorso, di cui fu pubblicato un breve riassunto nella Volksstimme di Francoforte [4]. La polizia non assisteva alla riunione, ma un redattore del giornale evangelico-nazionale Frankfurter Warte, tale Henrici, sulla base di suoi appunti stenografici, denunciò l’oratrice a cagione della frase: “Se si pretende da noi che leviamo l’arma omicida contro i nostri fratelli francesi e altri fratelli stranieri, noi dichiariamo: ‘no, non lo facciamo’“ [5]. La procura di Stato di Francoforte elevò l’imputazione di incitamento dei soldati alla disubbidienza e il processo fu celebrato dinanzi alla II sezione penale del tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. All’inizio del dibattimento Rosa Luxemburg, interrogata dal presidente, riconobbe di aver pronunciato le parole incriminate ma ne contestò l’interpretazione che era stata data dall’accusa. E al termine del processo, dopo che i suoi due difensori Kurt Rosenfeld e Paul Levi ebbero esaminato l’accusa sotto l’aspetto giuridico, l’imputata pronunciò la sua autodifesa politica, che fu pubblicata in extenso, insieme a un resoconto del processo, nell’opuscolo intitolato Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse - Rosa Luxemburg vor der Frankfurter Strafkammer - Ausführlicher Bericht über die Verhandlung am 20. Februar 1914 (Francoforte sul Meno). La presente traduzione è condotta su questo testo.

La sentenza fu di condanna a un anno di prigione, che Rosa Luxemburg scontò poi durante la guerra. Ma essa non era nuova a processi e a carcerazioni [6] e la condanna non smorzò il suo impegno antimilitarista: anzi l’accentuò. Due giorni dopo la condanna ebbero luogo a Francoforte e Hanau grandi manifestazioni di protesta, in cui Rosa Luxemburg pronunciò discorsi fortemente polemici. “II procuratore di Stato - essa disse - ha motivato la gravità della misura della pena dicendo che io avevo voluto colpire il nerbo vitale dello Stato odierno. (...) Vedete, il nerbo vitale dello Stato odierno non è il benessere delle masse, non l’amore della patria, non l’insieme della civiltà, no, sono le baionette. (...) Uno Stato, il cui nerbo vitale è lo strumento di morte, è maturo per essere rovesciato (...) Noi lotteremo da mattina a sera con tutte le nostre forze contro questo nerbo vitale. Avremo cura di reciderlo quanto più presto possibile” [7] Nel corso di una ulteriore grandiosa manifestazione a Friburgo in Brisgovia, la Luxemburg pronunciò un nuovo importante discorso il cui testo è conservato pressoché integrale: un accenno agli “innumerevoli drammi” che si svolgono nelle caserme tedesche fu invocato dal ministro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, per sollecitare dalla procura di Stato di Berlino una nuova incriminazione a carico di Rosa Luxemburg [8], che peraltro non giunse fino alla sentenza [9]. 

 

Lelio Basso
[A cura di Ario Libert]

NOTE

[1] Int. Soz.-Kongr., cit., p. 83.

[2] Cfr. E. SCHORSKE, op. cit., pp. 284 sgg. 

[3] La ricca documentazione e l’ampia memorialistica che oggi possediamo su quel periodo della storia tedesca hanno permesso di stabilire come la classe dirigente, nelle sue decisioni sulla pace e sulla guerra, considerasse la presenza di una classe operaia combattiva e decisa a opporsi alla guerra come un elemento importante che frenava le sue mire aggressive. Lo stesso Scheidemann nelle sue Memoiren eines Sozialdemokraten, I, Dresda, 1928, p. 235, dice che “l’immensa maggioranza del popolo era senza alcun dubbio incondizionatamente contro la guerra”. Tuttavia i dirigenti socialdemocratici preferirono non utilizzare la loro forza reale contro la guerra e mettersi d’accordo con il potere. SCHORSKE, op. cit., attribuisce questa decisione a una serie di fattori: paura dei rigori della legge (scioglimento delle organizzazioni, provvedimenti antisocialisti, ecc.), timore di una vittoria russa e timore di perdere l’appoggio delle masse, timore anche che la guerra e la rivitalizzazione del movimento russo consentissero all’interno del partito una ripresa del “gruppo di Rosa” (lettera di Ebert in Schrifte, I, Dresda, 1926, p. 309), tutti fattori che in realtà si possono esprimere nell’unico motivo del desiderio di identificarsi con la società tedesca in generale, di integrarsi nel sistema. Sempre secondo Schorske, il bisogno di sfuggire alla condizione di paria in cui erano stati tenuti dalla pressione della classe dirigente e dalla loro stessa intransigenza era entrato in conflitto decisivo con il vecchio ethos dell’opposizione perenne allo Stato borghese: il desiderio di uno status e di un riconoscimento in seno all’ordine esistente erano ormai troppo forti. Era questo del resto il punto d’approdo naturale della politica condotta nei decenni precedenti.

II 29 luglio 1914 il deputato socialdemocratico Albert Südekum, membro della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Bethmann Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Hermann Müller, Bartel e R. Fischer, assicurava che non erano programmate azioni di lotta. (La lettera è stata riprodotta, insieme con la risposta del cancelliere, da D. FRICKE e H. RADANDT, Neue Dokumente über die Rolle Albert Südekums in Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1956, n. 4, p. 757. Sulla figura di Südekum v. L. VALIANI, Il PSI nel periodo della neutralità in Annali Feltrinelli, 1962, p. 283, nota 77). Nella seduta del ministero prussiano del 30 luglio Bethmann Hollweg poté assicurare che non vi sarebbero stati scioperi né generali né parziali. (Cfr. W. BARTEL, op. cit., p. 125). Il giorno successivo il ministero della guerra comunicò al comando supremo che “secondo un’informazione sicura il partito socialdemocratico è fermamente deciso a comportarsi come si addice ad ogni tedesco in queste circostanze. Considero mio dovere far conoscere questa notizia affinché le autorità militari ne tengano conto nelle loro misure” (ibid., p. 168). I dirigenti del sindacato per parte loro si misero in contatto con il ministero degli interni ed ebbero la risposta che non sarebbero stati disturbati se non avessero disturbato, a seguito di che decisero di sospendere qualunque agitazione o sciopero già in corso e raggiunsero in questo senso un accordo con i datori di lavoro. Questa decisione non poté non avere i suoi effetti sui deputati socialdemocratici, di cui un quarto circa erano funzionari sindacali.

Si vedano anche i resoconti dei colloqui del deputato socialdemocratico Cohen con il sottosegretario Wahnschaffe in KUCZYNSKY, Der Ausbruch des ersten Weltkrieges und die deutsche Sozialdemokratie, Berlino, 1957, pp. 207 sgg.

[4] N. 277 del 27 settembre 1913. Il testo del giornale è ora riprodotto nel volume Rosa Luxemburg in Kampf gegen den deutschen Militarismus, Berlino, 1960, pp. 25-26.

[5] Nel volume citato alla nota precedente è riprodotta una comunicazione segreta del ministro prussiano degli interni al Regierungspräsident di Wiesbaden, in data 4 marzo 1914, in cui si criticano le autorità di polizia di Francoforte per non aver esercitato una diretta sorveglianza di polizia sul comizio di Rosa Luxemburg in Bockenheim. “Io sono piuttosto dell’opinione che le autorità di polizia di Francoforte abbiano sottovalutato l’effetto che la Luxemburg è solita ottenere con i suoi discorsi sui partecipanti alle riunioni. I suoi discorsi appassionati fanno di regola una forte impressione sull’uditorio, e questa circostanza, unita alla considerazione che l’oratrice è nota come rappresentante delle concezioni più radicali della socialdemocrazia” avrebbero richiesto un controllo diretto della polizia sulle espressioni dell’oratrice (op. cit., pp. 60-61).

[6] Nella biografia della Luxemburg Paul Frölich (Rosa Luxemburg - Gedanke und Tat, cit., p. 100) riferisce che essa era stata processata per un articolo in cui incitava i polacchi delle zone sotto occupazione tedesca a resistere all’opera di snazionalizzazione e germanizzazione promossa dal governo tedesco, ma aggiunge di non aver potuto trovare a quale pena fosse stata condannata. Nel luglio 1904 fu condannata a 3 mesi di carcere per offese all’imperatore, ma fu liberata per amnistia poco prima di aver terminato di scontare la pena. Dal 4 marzo al 28 luglio 1906 fu imprigionata dalle autorità zariste a Varsavia. Il 12 dicembre 1906 fu nuovamente condannata dal tribunale di Weimar a due mesi di carcere per eccitamento alla violenza per il discorso pronunciato al congresso di lena sullo sciopero di massa: scontò la pena dal 12 giugno al 12 agosto 1907. La condanna a un anno inflittale dal tribunale di Francoforte fu scontata dal 18 febbraio 1915 al 18 febbraio 1916. Un successivo processo iniziato contro di lei a Berlino non giunse a conclusione (v. nota 3). Il 10 luglio 1916 fu, nuovamente arrestata per misura di sicurezza a causa dello stato di guerra e trattenuta in carcere per tutta la durata della guerra: fu liberata dagli operai l’8 novembre 1918 alla vigilia della caduta del Kaiser.

[7] Cfr. Rosa Luxemburg im Kampf gegen den deutschen Militarismus, cit., pp. 81-84.

[8] Ibid., pp. 91-107.

[9] Del processo si tennero le prime tre udienze avanti il Tribunale di Berlino il 29 e 30 giugno e il 3 luglio: centinaia di soldati si offersero per testimoniare la verità delle accuse di maltrattamenti ai soldati mosse dalla Luxemburg contro il regime militare e il processo minacciò così di diventare un terribile atto d’accusa contro il militarismo tedesco, tanto che si preferì sospenderlo dopo la terza udienza e rinviarlo a nuovo ruolo, senza però riprenderlo in seguito. Una caricatura del Wahre Jaktob del 25 luglio 1914, alla vigilia della guerra, intitolata appunto “Il militarismo sul banco degli accusati” mostra un tribunale presieduto da Rosa Luxemburg in atto di giudicare il militarismo tedesco mentre ai due lati stanno file interminabili di soldati in vesti di testimoni: nelle prime file sono i cadaveri dei soldati uccisi dai maltrattamenti. Il resoconto del processo, quale fu dato dai giornali del tempo, si trova ora nel volume citato alle note precedenti, pp. 142-157, 162-173, 183-194.

Condividi post
Repost0
5 aprile 2012 4 05 /04 /aprile /2012 05:00

Decrescenti ancora uno sforzo...!

decrescita01.jpgPertinenza e limiti degli obiettori della crescita

 

di Anselm Jappe

 

 

decrescita02.jpgIl discorso della "decrescita" è una delle rare proposte teoriche un po' nuove apparse negli ultimi decenni. La parte del pubblico che è attualmente sensibile al discorso della "decrescita" è ancora abbastanza ristretto. Tuttavia, questa parte è incontestabilmente in aumento. Ciò traduce una presa di coscienza effettiva di fronte agli sviluppi più importanti degli ultimi decenni: soprattutto l'evidenza che lo sviluppo del capitalismo ci trascina verso una catastrofe ecologica, e che non è qualche filtro in più, o delle automobili un po' meno inquinanti, che risolveranno il problema. Si sta diffondendo una sfiducia nei confronti dell'idea stessa che una decrescita economica perpetua sia sempre desiderabile, e, allo stesso tempo, un'insoddisfazione verso le critiche del capitalismo che gli rimproverano essenzialmente la distribuzione ingiusta dei suoi frutti, o soltanto i suoi "eccessi", come le guerre e le violazioni dei "diritti umani". L'attenzione per il concetto di decrescita traduce l'impressione crescente che è tutta la direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere cattiva, almeno da alcuni decenni, e che siamo di fronte ad una "crisi di civiltà", con tutti i suoi valori, anche a livello di vita quotidiana (culto del consumo, della velocità, della tecnologia, ecc.). Siamo entrati in una crisi che è economica, ecologica e energetica allo stesso tempo, e la decrescita prende in considerazione tutti questi fattori, nella loro interrazione, invece di voler "rilanciare la crescita" con delle "tecnologie verdi", come fa una parte dell'ecologismo, o di proporre una semplice gestione differente della società industriale, come fa una parte delle critiche che si ispirano al marxismo. 

decresita03.gifLa decrescita piace anche perché propone modelli di comportamento individuali che si può cominciare a praticare qui ed ora, ma senza limitarsi a ciò, e perché riscopre delle virtù essenziali, come la convivialità, la generosità, la semplicità volontaria e il dono. Ma attira pure con il suo aspetto gentile che lascia credere che si possa operare un cambiamento radicale con un consenso generale, senza passare attraverso antagonismi e forti scontri. Si tratta di un riformismo che si vuole veramente radicale.

decrescita04.jpg

Il pensiero della decrescita ha senz'altro il merito di voler veramente rompere con il produttivismo e l'economicismo che hanno a lungo costituito il fondo comune della società borghese e della sua critica marxista. Una critica profonda del modo di vita capitalista sembra, in principio, più presente presso i decrescenti che, ad esempio, presso i sostenitori del neo-operaismo che continuano a credere che lo sviluppo delle forze produttive (soprattutto sotto la sua forma informatica) apporterà l'emancipazione sociale. I decrescenti tentano anche di scoprire degli elementi di una società migliore nella vita di oggi, spesso lasciati in eredità dalle società precapitaliste, come l'usanza del dono. Non rischiano dunque di puntare, come altri, sulla continuazione della decomposizione di tutte le forme tradizionali di vita e sulla barbarie considerate utili nel preparare una rinascita miracolosa.

decrescita05.jpegIl problema è che i teorici della decrescita restano molto nel vago per ciò che concerne le cause della corsa alla crescita. Nella sua critica dell'economia politica, Marx ha già dimostrato che la sostituzione della forza lavoro umana attraverso l'uso della tecnologia diminuisce il "valore" rappresentato in ogni merce, il che spinge il capitalismo ad aumentare permanentemente la produzione. Sono le categorie di base del capitalismo -il lavoro astratto, il valore, la merce, il denaro, che non appartengono affatto a ogni modo di produzione, ma al solo capitalismo- che generano il suo cieco dinamismo. Oltre al limite esterno, costituito dall'esaurimento delle risorse, il sistema capitalista conteneva già sin dall'inizio un limite interno: di dover ridurre -a causa della concorrenza- il lavoro vivo che costituisce allo stesso tempo la sola fonte del valore. Da alcuni decenni, questo limite sembra essere stato raggiunto, e la produzione di valore "reale" è stato ampiamente sostituito dalla sua simulazione nella sfera finanziaria. Inoltre, il limite esterno e il limite interno hanno cominciato ad apparire pubblicamente allo stesso momento: verso il 1970. L'obbligo di crescere è dunque consustanziale al capitalismo; il capitalismo non può esistere che come fuga in avanti e crescita materiale permanente per compensare la diminuzione del valore. Così, una vera "decrescita" non sarà possibile che a prezzo di una rottura totale con la produzione di merci e denaro.

decrescita06.jpegMa i "decrescenti" arretrano in generale davanti a questa conseguenza che può apparire loro troppo "utopistica". Alcuni si sono tuttavia allineati intorno allo slogan "Uscire dall'economia". Ma la maggior parte resta troppo nel quadro di una "scienza economica alternativa" e sembra credere che la tirannia della crescita non sia che una specie di malinteso che si potrebbe confutare a forza di colloqui scientifici che discutino del miglior modo di calcolare il prodotto interno lordo. Molti descrescenti cadono nella trappola della politica tradizionale, vogliono partecipare alle elezioni o far firmare dei documenti agli eletti. A volte, è anche un discorso un po' snob con cui dei ricchi borghesi placano i loro sensi di colpa recuperando ostensibilmente i leguni gettati alla fine del mercato. E se la volontà esposta di sottrarsi alla vecchia divisione "destra-sinistra" può sembrare inevitabile, bisogna comunque interrogarsi perché una certa "Nuova Destra" ha mostrato interesse per la decrescita, così come sul rischio di cadere in un'apologia acritica delle società "tradizionali" nel Sud del mondo.

decrescita07.jpgVi è dunque una certa ingenuità nel credere che la decrescita potrebbe diventare la politica ufficiale della Comissione europea o qualcosa del genere. Un "capitalismo decrescente" sarebbe una contraddizione in termini, impossibile quanto un "capitalismo ecologico". Se la decrescita non vuole ridursi ad accompagnare e giustificare l'impoverimento "crescente" della società e questo rischio è reale: una retorica della frugalità potrebbe servire ad indorare la pillola ai nuovi poveri e a trasformare ciò che è una imposizione in un'apparenza di scelta, ad esempio frugare tra i rifiuti- essa deve prepararsi a degli scontri e a degli antagonismi. Ma questi antagonismi non coincideranno più con le antiche linee di suddivisione costituite dalla "lotta di classe". Il necessario superamento del paradigma produttivista -e dei modi di vita che li accompagna- troverà delle resistenze in tutti i settori sociali. Una parte delle "lotte sociali" attuali, nel mondo intero, è essenzialmente una lotta per l'accesso alla ricchezza capitalista, senza mettere in questione il carattere di questa pretesa ricchezza. Un operaio cinese o indiano hanno delle valide ragioni per richiedere un salario migliore, ma se lo ottiene, acquisterà probabilmente un'automobile e contribuirà così alla "crescita" e alle sue conseguenze nefaste sul piano ecologico e sociale. Bisogna sperare che vi sarà un avvicinamento tra le lotte condotte per migliorare lo statuto degli sfruttati e degli oppressi e gli sforzi per superare un modello sociale basato sul consumo individuale a oltranza. Forse alcuni movimenti contadini del Sud del mondo vanno già in questa direzione, soprattutto recuperando alcuni elementi delle società tradizionali come la proprietà collettiva della terra o l'esistenza di forme di riconoscimento dell'individuo che non sono legate alla sua prestazione sul mercato.

In breve: il discorso dei decrescenti sembra più promettente di molte altre forme di critica sociale contemporanea, ma deve ancora svilupparsi e soprattutto perdere le sue illusioni sulla possibilità di semplicemente addomesticare la bestia capitalista attraverso degli atti di buona volontà.


Anselm Jappe

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK all'opera originale:

Décroissants encore un effort... ! Pertinence et limites des objecteurs de croissance

Condividi post
Repost0
1 aprile 2012 7 01 /04 /aprile /2012 05:00

I lumi dell'Aufklärung

van-gogh-notte-stellata.jpg

La simbolica della modernità e l'eliminazione della notte

 

 

di Robert Kurz


"Le classi rivoluzionarie, nel momento dell'azione, hanno coscienza di fare esplodere il continuum della storia. La Grande Rivoluzione introdusse un nuovo calendario. Il giorno che inaugura un nuovo calendario funziona come un accelleratore storico. Ed è in fondo lo stesso giorno che ritorna incessantemente sotto forma di giorni di festa, che sono dei giorni di commemorazione. I calendari non misurano dunque il tempo come fanno gli orologi. Essi sono i monumenti di una coscienza storica in cui ogni traccia sembra essere sparita in Europa da cento anni, e che traspariva ancora in un episodio  della rivoluzione di luglio. La sera del primo giorno di combattimento, si vide in alcuni luoghi di Parigi, allo stesso tempo e senza che vi fosse stata alcuna concertazione, delle persone sparare su degli orologi. Un testimone oculare, che doveva forse la sua chiaroveggenza al caso della rima, scrisse allora:


Qui le croirait ! On dit qu'irrités contre l'heure,
De nouveaus Josués au pied de chaque tour,
Tiraient sur les cadrans pour arrêter le jour*


Walter Benjamin, Il concetto di storia, in: Oeuvres, Paris, Folio, p. 440.

 

 

Più di 200 anni dopo, siamo sempre abbagliati dallo splendore dell'Aufklärung [1] borghese. La storia della modernizzazione si inebria di metafore che evocano la luce. Il grande sole della ragione è ritenuto in grado di scacciare l'oscurità della superstizione e rendere visibile il disordine del mondo per infine potere costruire la società secondo i criteri razionali.

L'oscurità non è percepita come l'altra faccia della verità, ma come l'impero del Male. Gli umanisti del Rinascimento polemizzavano con i loro avversari trattandoli come "oscurantisti". Nel 1832, Goethe, su suo letto di morte avrebbe gridato: "Più luce". Un classico deve partire in bellezza. I romantici si difendevano contro la fredda luce della ragione rivolgendosi sinteticamente verso le religioni. Di fronte alla razionalità astratta, essi esaltavano una irrazionalità non meno astratta. Piuttosto che di inebriarsi di metafore ispirate alla luce, è con l'oscurità che essi si ubriacavano, come Novalis nel suo "Inno alla notte".

s100.gif

Ma questo semplice capovolgimento della simbolica dell'Aufklärung passava accanto al problema. I romantici non hanno affatto superato un unilateralismo giudicato sospetto, hanno giusto occupato l'altro polo della modernizzazione, diventando allora veramente i zelanti "oscurantisti" di un pensiero reazionario e clericale. 

Ma la simbolica della modernizzazione può essere criticata attraverso un'altra scappatoia, denunciando l'insensatezza paradossale della ragione capitalista stessa. Perché, in effetti, le metafore moderne della luce sanno di bruciato, di misticismo. Un aldilà, fonte della luce splendente, come lo rappresenta la ragione moderna, evoca la descrizione degli empirei degli angeli, illuminati dallo splendore divino o i sistemi religiosi dell'Estremo Oriente, da cui ci proviene il concetto della "illuminazione". Anche se la luce della ragione è ritenuta essere di quaggiù, ha comunque un carattere sacralmente trascendentale. Lo splendore celeste di un Dio del tutto semplicemente impenetrabile si è secolarizzato nella banalità mostruosa del fine in sé capitalista, la cui cabala della materia è l'accumulazione insensata del valore economico. Non si tratta qui della ragione, ma di un non senso superiore; e ciò che brilla è lo splendore di un'assurdità che ferisce gli occhi.

 

Eredi dell'Aufklärung

Karl Marx, anch'egli erede dei Lumi, aveva molto bene constatato che l'attività senza tregua della produzione capitalista era "smisurata". Questa dismisura non può in principio tollerare nessun tempo oscuro. Perché il tempo oscuro è anche quello del riposo, della passività e della contemplazione. Il capitalismo esige l'estensione della sua attività sino agli ultimi limiti fisici e biologici. Per quanto riguarda il tempo, questi limiti sono determinati dalla rotazione della terra su se stessa, dunque dalle 24 ore della giornata astronomica avente una parte chiara (faccia al sole) e una parte scura (contro il sole). La tendenza del capitalismo è di estendere la parte attiva alla giornata astronomica alla sua totalità. La parte notturna disturba questa tendenza. Così produzione, circolazione e distribuzione delle merci devono funzionare 24 ore su 24, perché "time is money". Il concetto di "lavoro astratto" [2]** nella produzione moderna delle merci non include soltanto la sua estensione assoluta, ma anche la sua astrazione astronomica: un processo analogo al cambiamento delle misure dello spazio.

 

Nuove misure per lo spazio e il tempo

blake_Ecate.jpg

 

È questo tempo astratto che ha permesso di estendere la giornata del "lavoro astratto" alla notte e di erodere il tempo di riposo. Il tempo astratto poteva essere staccato dalle cose e dalle condizioni concrete. La maggior parte delle antiche misure di tempo, come le clessidre o gli orologi ad acqua, non dicevano "l'ora che era", ma erano regolate su dei processi concreti, per misurare la loro "durata". Si potrebbe paragonarli a quei piccoli gadget che suonano quando l'uovo è cotto. Qui la quantità del tempo non è astratta, ma orientata su una certa qualità. Il tempo astronomico del "lavoro astratto" è al contrario staccato da ogni totalità. La differenza diventa evidente quando, ad esempio, si legge nei documenti del Medioevo che il tempo di lavoro dei servi sui grandi possedimenti durava "dall'alba a mezzogiorno". Ciò significa che il tempo di lavoro non era soltanto più breve in assoluto, ma anche relativamente, perché esso variava secondo le stagioni ed era più breve in inverno che in estate. L'ora astronomica astratta, per contro, ha permesso di fissare l'inizio del lavoro "a sei ore", indipendentemente dalla stagione e dal ritmo biologico degli umani.


goya.jpg

Il tempo degli orologi

 

 Dormire meno?

uomo_ricarica_a_molle.jpg

Sparassero sui quadranti per fermare il giorno.

Les lumières de l'Aufklärung. La symbolique de la modernité et l'élimination de la nuit

LINK ad altri articoli e saggi inerenti il filone della Wertkritik:

Cos'è la wertkritik?

Segnalazione libraria. Sesso, capitalismo e critica del valore. Pulsioni, dominazioni, sadismo sociale

Robert Kurz, Eutanasia economica

John Holloway, La Grecia ci mostra come protestare contro un sistema fallimentare

Gérard Brich, Dell'uomo considerato come un essere-per-il-voto

Anselm Jappe, Not in my name! (a proposito della domanda "Perché votare"?

Anselm Jappe, Il denaro è diventato obsoleto?

Condividi post
Repost0
28 marzo 2012 3 28 /03 /marzo /2012 13:52

Appello degli anarchici di Odessa al mondo della criminalità di questa città

 

Ai ladri e agli scassinatori!

 

Il soviet della Federazione degli anarchici di Odessa si rivolge a voi con una richiesta e un avvertimento. Noi vi consideriamo come il prodotto delle maledette condizioni del regime di sfruttamento e di violenza, create dalla borghesia che sta per il momento unicamente con le bande pagate dagli ufficiali delle guardie bianche con le baionette straniere.

Se la borghesia soffre per la vostra attività, tanto peggio per essa. Raccoglie quanto essa stessa ha seminato, e il nostro compito non è di proteggerla.

Nella nuova società comunista, nella lotta per crearla a cui chiamiamo a partecipare il proletariato di Russia e del mondo intero, tutto sarà di tutti, non vi sarà proprietà privata, non vi saranno né ricchi né poveri, non vi sarà allora posto per i furti e gli scassi.

Nella nostra lotta contro il capitalismo e il potere, che dura da molti anni, i migliori figli, i più preziosi della nostra classe di diseredati e di sfruttati hanno posto le loro teste nei cappi dei capestri e sui ceppi, e ora nei plotoni d'esecuzione. In nome del santo compito della liberazione dei lavoratori, per il quale sono caduti e cadono i nostri compagni, per mano dei carnefici nel fiore delle loro forze e della loro salute, il soviet della Federazione degli anarchici propone che tutti cessino immediatamente i vergognosi misfatti, che hanno avuto luogo ultimamente nei vostri ranghi, che si smetta di abusare della memoria degli eroi rivoluzionari, e di chiedere denaro in nome degli anarchici.

Allo stesso tempo il soviet della Federazione degli anarchici avverte coloro tra di voi, che non hanno più nulla da rispettare, che non reagiscono più agli appelli degli operai e dei rivoluzionari; che continueranno ad effettuare delle estorsioni a nome dell'anarchismo che essi non sono per noi nient'altro che dei parassiti, dei borghesi, che non si preoccupano che di una cosa: riempirsi le tasche ancora di più. Avvertiamo costoro per l'ultuma volta che la dimostrazione dell'abuso del nostro nome significherà per essi essere fucillati sul posto da noi.

 

Federazione degli anarchici di Odessa.

 

Pubblicato in: Shtirboul, Anarkhiskoe dvijenie v period krizisa rossiskoy tsivilizisatstii (konets XIX-1 tchervert XXvv); [Il movimento anarchico nel periodo di crisi della civiltà russa (fine del XIX secolo e primo quarto del XX)], Omsk ,Università pedagogica di Stato, 1998, p. 49. 



[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

 Appel des anarchistes d’Odessa au monde de la délinquance de cette ville

Condividi post
Repost0
25 marzo 2012 7 25 /03 /marzo /2012 05:00

Il denaro è diventato obsoleto?

denaro02_van-Reymerswaele_Il-cambiavalute-e-sua-moglie.jpg

di Anselm Jappe

 

 

Qui di seguito la versione completa del testo completo del testo di Anselm Jappe apparso in "Offensive Libertaire et Sociale" (dicembre 2011).

 

money_tree.jpgI media e le istituzioni ufficiali ci stanno preparando: molto presto, si scatenerà una nuova crisi finanziaria mondiale, e sarà peggiore di quella del 2008. Si parla apertamente di "catastrofi" e di "disastri". Ma cosa succederà dopo? Come saranno le nostre vite dopo il crollo delle banche e delle finanze pubbliche su vasta scala? L'Argentina ci è già passata nel 2002. A prezzo di un impoverimento di massa, l'economia di questo paese ha potuto in seguito risalire un po' la china: ma in quel caso, non si trattava che di un solo paese. Attualmente, tutte le finanze europee e nord americane rischiano di affondare insieme, senza nessun salvatore possibile.

money-revolver.jpgIn quale momento il crac borsistico non sarà più una notizia appresa dai media, ma un avvenimento di cui ci si accorgerà uscendo in strada? Risposta: quando il denaro perderà la sua funzione consueta. Sia facendosi rara (deflazione), sia circolando in quantità enormi, ma svalorizzate (inflazione). In entrambi i casi, la circolazione delle merci e dei servizi rallenterà sino a poter fermarsi del tutto: i loro possessori non troveranno chi potrà pagarli in denaro, in denaro "valido" che permetta a loro volta di acquistare altre merci e servizi. Li conserveranno dunque per sé. Si avranno i negozi pieni, ma senza clienti, fabbriche in grado di funzionare perfettamente, ma senza nessuno che vi lavori, scuole in cui i professori non si presentano più, perché sono senza salario da mesi. Ci si renderà conto allora di una verità che è talmente evidente da non essere vista: non esiste nessuna crisi nella produzione stessa. La produttività di tutti i settori aumenta di continuo. Le superfici coltivabili della Terra potrebbero nutrire tutta la popolazione del globo, e le officine e fabbriche producono anche molto di più di quanto sia necessario, desiderabile e sostenibile. Le miserie del mondo non sono dovute, come durante il Medioevo, a delle catastrofi naturali, ma a una specie di sortilegio che separa gli uomini dai loro prodotti.

bankster01.jpgCiò che non funziona più, è l'"interfaccia" che si pone tra gli umani e ciò che essi e esse producono: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato la "mediazione universale" (Marx). La crisi ci confronta con il paradosso fondatore della società capitalista: la produzione dei beni e servizi non è uno scopo, ma soltanto un mezzo. Il solo scopo è la moltiplicazione del denaro, è di investire un euro per ricavarne due. E quando il meccanismo entra in crisi, è tutta la produzione "reale" che soffre e che può anche bloccarsi totalmente. Allora, come il Tantalo del mito greco, ci troviamo di fronte a delle ricchezze che, quando vogliamo metterci le mani, si ritirano: perché non possiamo pagarle. Questa rinuncia forzata è sempre stata la lotteria del povero. Ma ora, situazione inedita, ciò potrebbe accadere alla società intera, o quasi. L'ultima parola del mercato è allora di lasciarci morire di fame in mezzo a cibarie ammassate ovunque e che stanno marcendo, ma che nessuno deve toccare.

banksters02.jpgTuttavia, gli spregiatori del capitalismo finanziario ci assicurano che la finanza, il credito e le borse non sono che delle escrescenze su un corpo economico sano. Una volta la bolla esplosa, vi saranno delle turbolenze e dei fallimenti, ma infine non sarà che un salasso salutare e si ricomincerà con un'economia reale più solida. Davvero? Oggi, otteniamo quasi tutto contro pagamento. È il caso particolare, ma non esclusivo, per la maggior parte della popolazione che vive in città e che non potrebbe nutrirsi con la sua propria produzione, riscaldarsi con i suoi propri mezzi, illuminarsi, curarsi o spostarsi in modo autonomo. Nemmeno per tre giorni. Se il supermercato, la compagnia elettrica, la pompa di benzina e l'ospedale non accettano che del denaro "buono" (ad esempio, una moneta straniera forte, e non i biglietti stampati dalla propria banca nazionale e completamente privi di valore), e se non ve ne è molto, arriviamo velocemente alla penuria.

fame-nel-mondoSe siamo abbastanza numerosi, e pronti per la "insurrezione", possiamo anche prendere d'assalto il supermercato, o allacciarci direttamente alla rete elettrica. Ma quando il supermercato non sarà più rifornito, e la centrale elettrica si fermerà a causa della mancanza di pagamento dei suoi lavoratori e fornitori, cosa fare? Si potrebbero organizzare dei baratti, delle nuove forme di solidarietà, degli scambi diretti: sarebbe anche una buona occasione per rinnovare il "legame sociale". Ma chi può credere che vi si giungerà in poco tempo e su ampia scala, in mezzo al caos e ai saccheggi? Andremo in campagna, dicono alcuni, per appropriarci direttamente delle materie prime. Peccato che la Comunità europea abbia pagato per decenni i contadini per tagliare i loro alberi, strappare le loro vigne e abbattere il loro bestiame... Dopo il crollo dei paesi dell'Est, milioni di persone sono sopravvissute grazie a genitori che vivevano in campagna e in piccoli appezzamenti. Chi potrà dire la stessa cosa in Francia o in Germania?

lingotti oroNon è sicuro se si giungerà a questi estremi. Ma anche un crollo parziale del sistema finanziario ci porrà a confronto con le conseguenze del fatto che ci siamo consegnati, mani e piedi legati, al denaro, affidandogli il compito esclusivo di assicurare il funzionamento della società. Il denaro esiste dall'alba della storia, ci dicono: ma nelle società precapitaliste, non svolgeva che un ruolo marginale. Non è che negli ultimi decenni che siamo giunti al punto in cui quasi ogni manifestazione della vita passa attraverso il denaro e che il denaro si è infiltrato nei minimi interstizi dell'esistenza individuale e collettiva. Senza il denaro che fa circolare le cose, siamo come un corpo senza sangue.

fabbricaMa il denaro non è "reale" che quando è espressione di un lavoro veramente eseguito e del valore nel quale questo lavoro è rappresento. Il resto del denaro non è che una finzione che si basa sulla sola fiducia reciproca degli attori- una fiducia che può svanire, come lo si vede attualmente. Assistiamo a un fenomeno non previsto dalla scienza economica: non alla crisi di una moneta, e dell'economia da essa rappresentata, a vantaggio di un'altra, più forte. L'euro, il dollaro e lo yen sono tutti in crisi, e i rari paesi considerati AAA dalle agenzie di rating non potranno da soli salvare l'economia mondiale. Nessuna delle ricette economiche proposte funziona, da nessuna parte. Il libero mercato funziona poco quanto lo Stato, l'autorità poco quanto la ripresa, il keynesismo poco quanto il monetarismo. Il problema si situa ad un livello più profondo. Assistiamo a una svalorizzazione del denaro in quanto tale, alla perdita del suo ruolo, alla sua obsolescenza. Ma non attraverso una decisione cosciente di un'umanità stanca di ciò che già Sofocle chiamava "la più funesta invenzione degli uomini", ma in quanto processo non padroneggiato, caotico ed estremamente pericoloso. È come se si togliesse la sedia a rotelle a qualcuno dopo avergli tolto da tempo l'uso naturale delle sue gambe. Il denaro è il nostro feticcio: un dio che abbiamo creato noi stessi, ma dal quale crediamo dipendere e al quale siamo pronti a sacrificare tutto per placarne la collera.

alti dirigentiCosa fare? I venditori di ricette alternative non mancano: economia sociale e solidale, sistemi di scambio locale, monete franche, mutuo appoggio cittadino... Ciò potrebbe, nel migliore dei casi, funzionare in piccole nicchie, mentre intorno il resto funziona ancora. Una cosa è sicura tuttavia: non basta "indignarsi" di fronte agli "eccessi" della finanza o alla "avidità" dei banchieri. Anche se quest'ultima è molto reale, essa non è la causa, ma la conseguenza dell'esaurimento della dinamica capitalista. La sostituzione del lavoro vivo- la sola fonte del valore che, sotto forma di denaro, è l'unica finalità della produzione capitalista- con delle tecnologie- che non creano valore, ha quasi fatto inaridire la fonte della produzione del valore. Il capitalismo, sviluppando, sotto la pressione della concorrenza, le tecnologie, ha segato, alla lunga, il ramo sul quale era seduto. Questo processo, che fa parte della sua logica di base dall'inizio, ha superato una soglia critica negli ultimi decenni. La non redditività dell'impiego del capitale non ha potuto essere mascherata che con un ricorso sempre più massiccio al credito, che è un consumo anticipato di guadagni sperati in futuro. Ora, anche questo prolungamento artificiale della vita del capitale sembra aver esaurito tutte le sue risorse.

yachtSi può dunque porre la necessità- ma anche constatare la possibilità, l'opportunità, di uscire dal sistema basato sul valore e il lavoro astratto, il denaro e la merce, il capitale e il salario. Ma questo balzo nell'ignoto fa paura, anche a coloro che non si stancano mai di fustigare i crimini dei "capitalisti". Per il momento, ciò che prevale è piuttosto la caccia al cattivo speculatore.  Anche se non si può che condividere l'indignazione di fronte ai profitti delle banche, bisogna dire che essa resta molto al di qua di una critica del capitalismo in quanto sistema. Non è strano che Obama e Georges Soros dicono di capirla. La verità è molto più tragica: se le banche affondano, se esse falliscono a catena, se si fermano nel distribuire il denaro, rischiamo tutti di cadere con esse, perché da molto tempo ci hanno tolto la possibilità di vivere in altro modo se non spendendo del denaro. Sarà bene reimpararlo- ma chi sa a quale "prezzo" ciò avverrà!

Nessuno può dire onestamente di sapere come organizzare la vita di decine di milioni di persone quando il denaro avrà perduto la sua funzione. Sarebbe bene almeno ammettere il problema. Bisogna forse prepararsi al "dopo-denaro" così come al dopo petrolio.

 

Anselm Jappe

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

offensive-Libertaire-et-Sociale_32.jpgPubblicato in: Offensive Libertaire et Sociale n°32 (dicembre 2011). 

 

Condividi post
Repost0
21 marzo 2012 3 21 /03 /marzo /2012 06:00

Not in my name!

 

elezioni, piege a con

A proposito della domanda "Perché votare?".

 

di Anselm Jappe


brecht.jpgIn una delle Storie del signor Keuner di Bertolt Brecht, intitolata "Misure contro la violenza", Keuner racconta questo: "Un bel giorno, al tempo dell'illegalità, il signor Egge che aveva imparato a dire no, vide venire a casa sua un agente, che presentò un certificato creato da coloro che erano i padroni della città, e sul quale era scritto che ogni dimora nella quale egli metteva piede doveva appartenergli; allo stesso modo, ogni nutrimento che egli desiderava doveva appartenergli, ed ogni uomo che vedeva, doveva diventare suo servitore. L'Agente si sedette su una sedia, chiese da mangiare, si lavò, si mise a letto e chiese con il volto rivolto verso il muro: "Vuoi essere il mio servitore?". Il signor Egge lo coprì con una coperta, scacciò le mosche, vegliò il suo sonno, e allo stesso modo di quel giorno, gli obbedì per sette anni. Però malgrado quanto facesse per lui, vi fu una cosa che egli si guardò ben dal fare: rivolgergli la parola. Quando i sette anni furono passati, e che l'Agente divenne obeso a furia di mangiare, di dormire e di dar ordini, l'Agente morì. Allora il signor Egge lo avvolse nella coperta tutta rovinata, lo trascinò fuori dalla casa, pulì il giaciglio, passò i muri a calce, respirò profondamente e rispose: "No!".

elezioniNon ho mai votato in vita mia. Sono anche stato arrestato all'età di 17 anni per aver fatto propaganda anti-elettorale davanti ad un seggio elettorale. Non riesco a capire coloro che pretendono di essere "critici", "rivoluzionari", o "contro il sistema" e che vanno lo stesso a votare. I soli elettori che capisco, sono coloro che votano per il loro cugino o per qualcuno che procurerà loro un alloggio sociale.

È vero che, anche se si odia il denaro, non si può attualmente rinunciare al suo uso, e anche se si critica il lavoro, si è generalmente obbligati a cercarlo. Ma nessuno è obbligato a votare, né ad avere la televisione. A volte si è obbligati a tacere, ma non si è mai obbligati a dire: "Sì, padrone".

landauerSi può votare senza credervi, considerando soltanto la piccola differenza che potrebbe comunque esistere tra il candidato X e la candidata Y, tra il partito dei berretti bianchi ed il partito dei bianchi berretti? I candidati, i partiti e i programmi mi sembrano tutti uguali. Ma se le cose stanno così, mi si potrebbe obiettare, perché non partecipare alle elezioni con un programma diverso, non fosse che per attirare l'attenzione del pubblico, avere un rappresentante al consiglio comunale o al Parlamento, farsi rimborsare le spese per la propaganda? La cosa è andata male per tutti coloro che ci hanno provato, anche su scala locale. "Chi mangia dello Stato, ne crepa", diceva Gustav Landauer, che ha pagato con la vita la sua partecipazione a un tentativo di cambiare realmente le cose, invece di andare a votare. La macchina politica stritola coloro che vi partecipano. Non è una questione di carattere personale. Bakunin diceva giustamente: "Prendete il rivoluzionario più radicale e ponetelo sul trono di tutte le Russie o conferitegli un potere dittatoriale- prima di un anno, sarà diventato peggio dello zar".

elezioni, suffragettesMa esiste comunque una differenza, mi si obietterà, se non tra l'Olanda e Sarkozy, per lo meno tra Jean-Luc Mélenchon e Le Pen! Se non ci fossero che loro al secondo turno, e se tutto dipendesse dal tuo voto? Riusciresti comunque ad evitare il peggio, non foss'altro che per salvare qualche immigrato dalla deportazione! -Innanzitutto, è ridicolo evocare tali improbabilità, come lo si faceva nel 2002 per spingere il gregge verso i seggi elettorali. E il nemico, è sempre l'elettore: il problema non è Le Pen o Berlusconi, ma i milioni di Francesi o di Italiani che li amano perché li trovano simili ad essi.

elezioni, voting...E poi la domanda è malposta. Negli ultimi decenni, dei rappresentanti della sinistra, soprattutto della sinistra comunista o radicale, hanno partecipato a numerose esperienze di governo, nel mondo intero. Da nessuna parte essi hanno mostrato ripugnanza nell'applicare le politiche neo liberali, anche le più feroci; spesso sono essi che hanno preso l'iniziativa. Non conosco un solo caso di un membro della sinistra al potere che si sia dimesso dicendo che non poteva seguire una tale politica, che la sua coscienza glielo proibiva. Coloro che sono capaci di simili scrupoli non saranno nemmeno proposti alle elezioni comunali dai loro colleghi di partito.

election01Tuttavia, la corruzione esercitata dal potere, il gusto del privilegio, l'ambizione non costituiscono che il livello più superficiale della domanda. Il vero problema, è che viviamo in una società retta dal feticismo della merce, sia in "politica" sia in "economia", non esiste nessuna autonomia delle persone, nessun margine di manovra. Se esiste un'autonomia, essa esiste fuori dalla politica e dall'economia, e contro quest'ultime. Si può in una certa misura, rifiutare di partecipare al sistema, ma non si può parteciparvi sperando di migliorarlo. Le "maschere", come Marx chiamava gli attori della società capitalista, non sono gli autori dello scenario che essi sono chiamati a recitare. Essi non sono lì che per tradurre in realtà le "esigenze del mercato" e gli "imperativi tecnologici". Perché allora meravigliarsi se coloro che vogliono "giocare il gioco", una volta che arrivati a ciò che si chiama molto ingiustamente "il potere", non fanno che essere "realisti", concludono delle alleanze con i peggiori esseri spregevoli e si esaltano per ogni piccola vittoria ottenuta in cambio di dieci porcherie che hanno dovuto accettare allo stesso tempo? E vi ricordate di coloro che erano convinti che delle donne, o dei neri, o degli omosessuali dichiarati in politica  avrebbero fatto una politica "diversa"?

Vi erano effettivamente delle buone ragioni per preferire la democrazia borghese allo stalinismo o al fascismo. Ma Hitler non è stato fermato da nessun "voto utile". È certo che non è attraverso la scheda elettorale che si eviterà il peggio, al contrario. "Elezioni, trappola per coglioni" [Elections, piège à cons], si urlava per le strade nel 1968. Alle urne, era sempre il Generale a vincere.

 

Anselm Jappe

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Testo apparso sulla rivista francese Lignes, n°37, febbraio 2012, pp. 85-88.


 

"Not in my name!" (au sujet de la question "Pourquoi voter?!)

Condividi post
Repost0

Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
  • Contatti

Link