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8 febbraio 2011 2 08 /02 /febbraio /2011 07:00

Bakunin, lo Stato e la Chiesa

Bakunin_Nadar.jpg

di  René Berthier

 

La genesi dello Stato

 

marx karl, LevineL'approccio alla genesi dello Stato presso Bakunin differisce da quello di Marx, senza che si possa dire che vi si opponga. Bakunin suggerisce che lo Stato è il risultato dell'appropriazione del potere da parte di un gruppo già costituito ed organizzato. È che il potere è la condizione dell'esistenza di una società di sfruttamento. L'atto originale della formazione dello Stato è la violenza. I primi Stati storici sono stati costituiti dalla conquista di popolazioni agricole da parte di popolazioni nomadi: "I conquistatori sono stati in ogni tempo i fondatori degli Stati, ed anche i fondatori delle Chiese". Lo Stato è "l'organizzazione giuridica temporale di tutti i fatti e di tutti i rapporti sociali che derivano naturalmente da questo fatto primitivo ed iniquo, le conquiste" che hanno sempre "come scopo principale lo sfruttamento organizzato del lavoro collettivo delle masse asservite a profitto delle minoranze conquistatrici". La violenza è dunque l'atto costitutivo del dominio di classe, lo sfruttamento il movente [1].

bakunin.pngSe, in Marx, si giunge allo Stato attraverso la comparsa delle classi sociali e lo sviluppo del loro antagonismo, per Bakunin, le classi non possono costituirsi in origine altrimenti che attraverso un atto di violenza o di conquista che coincide con la formazione dello Stato: "Le classi non sono possibili che nello Stato".

Considerando i due punti di vista con un minimo di prospettiva si constata: -che Marx afferma la preminenza delle determinazioni economiche pur riconoscendo l'importanza del politico (la violenza) ed attribuendogli il carattere di fatto economico. Così nel Capitale, analizzando i diversi metodi di accumulazione primitiva, Marx constata che "alcuni di questi metodi poggiano sull'impiego della forza brutale, ma tutte senza eccezioni sfruttano il potere dello Stato, la forza organizzata e concentrata della società". E per non sembrare di voler abbandonare il principio del primato del fatto economico, egli aggiunge: "La forza è la levatrice di ogni vecchia società al lavoro. La forza è un agente economico" [Il Capitale, sezione VIII]. Mentre bakunin, al contrario, afferma il primato del politico attribuendogli dei motivi economici: lo sfruttamento del lavoro delle masse. "Cos'è la riccezza ed il potere se non due aspetti inseparabili dello sfruttamento del lavoro del popolo e della sua forza organizzata?", dice ancora Bakunin.

Si potrebbe pensare che la problematica si riduce a quella della bottiglia metà piena o metà vuota.

Marx ammette che per rendere intelligibile un fenomeno complesso, il metodo migliore non è necessariamente analizzare la genesi di questo fenomeno -il metodo storico: "Il metodo di sollevarsi dall'astratto al concreto non è per il pensiero che il modo di appropriarsi del concreto, di riprodurlo in quanto concreto pensato. Ma non è qui il processo della genesi del concreto stesso" [Introduzione  a Per la critica dell'economia politica].

systmedescontr01prou_0007.jpgGià, sin dal 1846, Proudhon affermava in Le Système des contradiction économiques [Il Sistema delle contraddizioni economiche] che la società esiste per via dei suoi materiali come realtà concreta e attraverso le sue leggi come processo intelleggibile.

La preoccupazione di Marx, in Il Capitale non è di effettuare la genesi del capitalismo ma di considerare come "un insieme concreto, vivente, già dato", e di svelarne le leggi: "Sarebbe falso ed inopportuno presentare la successione delle categorie economiche nell'ordine della loro azione storica. Il loro ordine di successione è, al contrario, determinato dalla sua relazione che esse hanno tra di loro nella società borghese moderna e che è precisamente all'inverso del loro ordine apparentemente naturale o della loro evoluzione storica". [Introduzione a Per la critica dell'economia politica].

marx--il-Capitale.pngNel modello presentato da Marx, la formazione dello Stato appare come il risultato di un processo interno dello sviluppo delle contraddizioni sociali, idea che Bakunin non rigetta d'altronde del tutto. La procedura di Marx non si situa da un punto di vista storico, ma logico. In Il Capitale Marx pone un modello teorico del sistema capitalista, effettua in qualche modo una simulazione, cosa di cui pochi autori si sono accorti (e che Proudhon aveva fatto quindici prima in Il Sistema delle contraddizioni economiche, attirandosi i fulmini di Marx).

Ponendo il problema dell'atto fondativo dello Stato, Bakunin non si preoccupa nemmeno di situare l'evento nel tempo e nello spazio così come Rousseau non credeva che il contratto sociale sia stato un contratto reale, letteralmente parlando [2]: ciò che interessa Bakunin, è il processo. Vi sono infatti due registri a partire dai quali la questione dello Stato è affrontata: il registro storico, che fa dello Stato la risultante di un atto di violenza iniziale; il registro logico che ne fa la risultante dell'evoluzione delle contraddizioni di classe.

Bisogna capire la posta di queste divergenze: Bakunin combatteva la tesi determinista, identificata all'epoca con il marxismo, secondo la quale la rivoluzione sarebbe risultata dal solo sviluppo delle contraddizioni della società capitalista. Si capisce sin dall'inizio che insiste sulle determinazioni politiche della formazione dello Stato, benché, è bene ripeterlo, non ha mai contestato l'approccio "economista" di Marx, a condizione di ammettere che i fenomeni ideologici, giuridici, possano diventare, una volte posti, delle "cause produttrici di effetti".

Il rifiuto del determinismo storico non implica evidentemente che la rivoluzione sia possibile in qualunque momento, da un atto volontarista; è l'affermazione che la coscienza e la volontà svolgono un ruolo determinante: se la classe operaia non è sostenuta dalla coscienza del suo diritto e se, correlativamente, la classe dominante non è minata dalla cattiva coscienza del suo diritto, il progetto rivoluzionario non ha nessuna possibilità di realizzarsi.

Ecco in succinto come Bakunin concepisce il processo di formazione dello Stato.

Dei gruppi organizzati si combattono per prendere il potere finché uno di essi, meglio organizzato, si erige a padrone e forma uno "Stato regolare". La vittoria di questo gruppo attira dalla parte del vincitore una parte del gruppo vinto. Se il partito vincitore si mostra intelligente, accorda dei vantaggi agli uomini più influenti del gruppo vinto: "Così si formano le classi statali da cui lo Stato esce compiutamente". "Una religione o un'altra spiegherà in seguito, cioè divinizzerà, l'atto di violenza e in questo modo porrà il fondamento del diritto detto dello Stato". [La Scienza e la questione vitale della rivoluzione, VI].

 

La chiesa-stato

 

Finis_gloriae_mundi_from_Juan_Valdez_Leal.jpg

 

Bakunin non si limita a definire lo Stato come un semplice strumento di potere al servizio di una classe dominante, nel quadro di un rapporto bipolare borghesia-proletariato, o borghesia-aristocrazia. Egli sottolinea costantemente ciò che il potere politico conserva di religioso. La Chiesa, egli dice, è la sorella maggiore dello Stato, nel senso che le prime forme di potere apparse nella storia hanno rivestito un carattere sacerdotale. Nella sua critica a Mazzini, Bakunin evoca la nozione di chiesa-stato (Pierre Legendre parla di "Stato pontificio"). La funzione-potere si presenta così sotto due aspetti, teologico e politico. La critica della religione resta un aspetto, non subordinato ma integrante, della critica del potere, nella misura in cui il potere riveste, anche sotto orpelli laici, un aspetto religioso: l'ideologia è una forza materiale. La critica della religione non è dunque mai compiuta.


hitler.jpg

Di fatto, la Chiesa è stata, dice Bakunin, una classe dominante durante la prima metà del Medioevo, costituita dalla "classe dei sacerdoti, non ereditari questa volta, ma reclutantesi indifferentemente in tutte le classi sociali della società". "La Chiesa ed i sacerdoti, il papa in testa, erano i veri signori della terra", egli dice inoltre [VIII].


urss staline
federico-II.jpgTutta la prima metà del Medioevo è dominata dalla lotta dei monarchi contro la supremazia papale. La dottrina dominante voleva che i re ricevessero il loro potere da Di, attraverso la mediazione del papa. Le autorità politiche degli Stati sono dunque interamente subordinate alla Chiesa. Il clero, dice Bakunin, aveva attraverso lui la forza degli eserciti, la potenza economica ed un'organizzazione gerarchica efficace.

gregorio-VII.jpgNon è che dopo una lunga lotta che i re finirono progressivamente con il detenere la loro carica direttamente da Dio, liberandosi così di un ingombrante intermediario. Di fatto, è, in Francia, Filippo il Bello che, appoggiandosi sui suoi giuristi, emancipa il potere dall'influenza del clero. Quando il diritto sovrano fu riconosciuto come procedente immediatamente da Dio, il potere fu proclamato assoluto. Lo Stato e la Chiesa sono due poli inseparabili benché sempre opposti", due istituzioni che si sostengono l'un l'altra ma che, come accade sempre quando due centri di autorità coesistono, non possono sussitere che in situazione di conflitto e con la sottomissione dell'uno all'altro.

mercante-medioevo.jpgSecondo Bakunin, la storia europea è caratterizzata da un gioco di alleanze di due forze contro una terza: questo schema ternario si distingue dunque molto sensibilmente da quello di Marx, che esso non contraddice ma completa. In Inghilterra, dice Bakunin, si è potuto osservare in effetti l'alleanza della borghesia con l'aristocrazia terriera contro la monarchia. Il dramma della Germania è che delle condizioni storiche particolari, legate alla vicinanza del mondo slavo aperto alla conquista, hanno reso impossibile  sia l'alleanza della borghesia e dell'aristocrazia, sprovviste entrambe di senso politico, sia l'alleanza della borghesia e del potere imperiale, costantemente occupato in Italia. In Francia, la borghesia e la monarchia si sarebbero alleate contro la nobiltà feudale; in Italia, la borghesia avrebbe dovuto la sua autonomia ed il suo sviluppo alla lotta tra il potere religioso (la Chiesa) ed il potere politico (l'imperatore), ecc.

nobilta.jpgIl declino del potere della Chiesa ha le stesse cause di quelle che hanno provocato il declino dell'aristocrazia feudale: lo sviluppo degli scambi, della circolazione monetaria, l'apparizione del capitale mercantile, lo sviluppo delle città che indebolirono gli strati i cui redditi erano basati sulla rendita fondiaria. Così, come durante il passaggio dalla società monarchica alla società borghese, la classe che perde la sua posizione egemonica non scompare, essa sussite subordinandosi al nuovo potere.

"È così che sulle rovine del dispotismo della chiesa fu elevato l'edificio del dispotismo monarchici. La Chiesa, dopo essere stata la padrona, divenne la serva dello Stato, uno strumento di governo tra le mani del monarca".

La lotta tra la Chiesa e lo Stato era storicamente necessaria, dice Bakunin. Per il suo carattere universale, la Chiesa aveva un'ampiezza troppo grande per poter assorbire gli Stati nazionali in uno "Stato universale". La Riforma, in particolare in Germania, è interpretata da Bakunin come una reazione contro la Chiesa che sfoscia nella disorganizzazione di un'istituzione dominante, ma anche nella sottomissione accresciuta delle popolazioni al potere dei principi, che approfittano dell'atomizzazione dell'istituzione religiosa per diventare dei capi spirituali subordinando la religione agli interessi dello Stato.

Altrove, la Chiesa cattolica indebolita è assorbita dallo Stato: così nasce il dispotismo moderno, dice Bakunin. Ai due periodi-chiave della storia della società monarchica, quando i monarchi si affrancano della tutela papale per le loro investiture, e durante la Riforma, l'indebolimento dell'istituzione religiosa si accompagna con un trasferimento accresciuto di potere allo Stato e da una subordinazione, o in ogni caso da una dipendenza accresciuta della Chiesa verso lo Stato.

Ma qualunque sia la sua forma o il suo carattere particolare, il potere ha bisogno di autogiustificazione. In se stesso, il potere, per riprendere i termini di Pierre Legendre, è "un fatto selvaggio, qualcosa come un fatto bruto, ed il suo discorso si rivolge a dei bruti". [da: Jouir du pouvoir [Godere del potere, p. 153., éd. de Minuit, Paris]. 

guerra-dei-contadini.jpg

 

René Berthier

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

[1] "Lo Stato, completamente nella sua genesi, essenzialmente e quasi completamente durante le prime tappe della sua esistenza, è un'istituzione sociale imposta da un gruppo vittorioso di uomini su un gruppo vinto, con il solo obiettivo di assicurare il dominio del gruppo vittorioso sui vinti e di garantirsi contro la rivolta dall'interno e gli attacchi dall'esterno. Teleologicamente, questo dominio non aveva altro oggetto che lo sfruttamento economico dei vinti da parte dei vincitori". Questa citazione non è di Bakunin ma di Franz Oppenheimer, un sociologo tedesco (1864-1943), tratta dalla sua opera Der Staat edita nel 1908.


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[2] "Non si devono scambiare le ricerche nelle quali ci si può inoltrare a questo soggetto per delle verità storiche, ma soltanto per dei ragionamenti ipotetici e condizionali più adatti a chiarire la natura delle cose che a mostrarne le vera origine!, [Rousseau].

 

 

LINK al post originale:

Bakounine, L'État et l'Église

 

 

LINK pertinenti alla tematica trattata:

James DeMeo, Le origini e la diffusione del patrismo in Saharasia, 01 di 02

La teoria dei Kurgan

C'era una volta l'isola di Creta

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Published by Ario Libert - in Approfondimenti
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30 gennaio 2011 7 30 /01 /gennaio /2011 12:00

Rudolf Rocker: Nazionalismo e Cultura

 
Rocker, ritratto da suo figlio Fermin

 

rocker--libro-1937-copia-1.jpgRudolf Rocker (1873-1958) fu certamente une delle figure più notevoli dell’anarchismo del xx secolo. Nato a Magonza, militò nella sinistra del Partito socialista orientandosi verso il pensiero libertario e fu, a vent'anni, costretto dalle leggi antisocialiste bismarckiane ad abbandonare la Germania. Si ritrovò rifugiato politico sin dal 1893, a Parigi poi a Londra dove, benché non ebreo, editò dal 1898 al 1914 il giornale "Arbeiter Fraint" (l’Amico dei lavoratori) ed il mensile "Germinal". Durante la prima guerra mondiale, fu internato in un campo di concentramento britannico e tornò in seguito in Germania dove militò nella FAUD, L'Unione libera dei lavoratori tedeschi, di tendenza anarcosindacalista. È all'origine della nuova AIT (Associazione internazionale dei lavoratori), che raduna sin dalla sua fondazione due milioni di aderenti dall'Europa alle Americhe.  

rockernaz.jpgPubblica numerosi articoli sulla stampa libertaria del mondo intero, in Freie Arbeiter Stimme di New York, in  Der Syndikalist e Die Internationale a Berlino. Molti dei suoi libri appaiono a Berlino: (Il fallimento del comunismo di Stato, 1921; Johan Most, la vita di un ribelle, 1924). altri sono tradotti in spagnolo o in yiddish a partire dai manoscritti (Anarchici e Ribelli, 1922; Ideologia e tattica del proletariato moderno, 1928); scrive allora la sua opera principale, Nazionalismo e Cultura, di cui l'avvento al potere di Hitler nel 1933, impedì l'edizione, e costrinse Rocker, non ammesso in Francia, a trovare rifugio negli Stati Uniti dove poi rimase. I suoi libri furono allora pubblicati a Buenos Aires, in Messico, a Londra ed in India.

Nazionalismo e Cultura apparve nel suo testo originale, con il titolo Il verdetto dell'Occidente (Die Entscheidung des Abendlandes), che nel 1949 in Germania, dove fu riedito nel 1954 a Parigi da  Solidaridad Obrera e a Madrid nel 1977; la prima edizione in inglese, nel 1937 a New York, è ripresa nel 1946 a Los Angeles e nel 1970 a Saint-Paul; l'opera è tradotta in olandese nel 1939, in svedese nel 1950 ed in italiano nel 1960; delle traduzioni in yiddish e portoghese erano già pronte nel 1946. In francese, una traduzione compiuta aspetterebbe da più di mezzo secolo di trovare un editore*. La seconda edizione americana, ripresa a Londra da Freedom Press appare con un "epilogo" redatto da Rocker nel 1946. È alle pagine di questa edizione che si riferiscono le traduzioni di citazioni qui sotto.

Bertrand Russel salutò la pubblicazione del libro in questi termini: "Nazionalismo e Cultura è un'importante contributo alla filosofia politica sia a causa della sua analisi penetrante e molto informata di numerosi autori celebri, e a causa della sua brillante critica del culto dello Stato, che è la superstizione dominante e la più nociva della nostra epoca. Spero che sarà ampiamente letto in tutti i paesi dove il pensiero disinteressato non è ancora illegale". E Albert Einstein da parte sua disse di esso: "Trovo il libro straordinariamente originale ed illuminante.  Vi sono rappresentati numerosi fatti e relazioni in modo nuovo e convincente. Non sono, naturalmente, d'accordo con il suo atteggiamento di fondo di valutazione puramente negativa dello Stato. Ciò, tuttavia, non mi impedisce di trovare il libro importante e chiaro.

 

Libro I: Genesi dell'ideologia nazionalista

 

robespierre.jpgIl primo dei due libri che compongono l'opera, a partire dalla denuncia dell'"insufficienza del materialismo economico" (cap.  1), passa innanzitutto al vaglio la lenta elaborazione storica del pensiero politico precedente all'apparizione del Nazionalismo. Attraverso la religione (cap. 2) dove prende radice l'idea del potere, che si manifesterà attraverso il cesaro-papismo di cui egli vede le risorgenze sino a Robespierre, Napoleone, Mussolini o Hitler. Ed, anche attraverso le rivalità tra papato ed Impero (cap. 3), che attraverso la creazione delle caste o classi, assisi indispensabili del potere, da Platone e soprattutto Aristotele (cap. 4), sino a Machiavelli.

calvino.jpgMa con il Rinascimento e le rivolte contadine, appaiono i primi movimenti della Riforma (cap. 6), in cui si esprimono nuove aspirazioni che contestano la Chiesa come lo Stato- le due balene stigmatizzate dall'ussita  Cheltchicky –ma anche nuovi tiranni come Calvino, "una delle personalità più terribili della storia, un Torquemada, uno zelota dal cuore arido che tentò di preparare gli uomini al regno di Dio con il cavalletto ed il supplizio della ruota". Mentre i primi Stati nazionali si associano sull'assolutismo e monopolio del commercio e dell'industria (cap. 7), alcuni filosofi- Thomas Moore, Francis Bacon, Campanella, Rabelais, La Boétie, George Buchanan e Locke- oppongono il diritto naturale al potere monarchico (cap. 8).

paine.jpgCon la rivoluzione americana trionfa il pensiero più liberale, espresso da Thomas Paine ""Più elevata è una cultura e meno c'è bisogno di un governo, perché gli uomini in questo caso devono vigilare i propri affari ed anche a quelli del governo", p. 146) o Jefferson ("Il miglior governo è quello che non governa affatto", p. 149). Pensieri anglo-sassoni che Rocker pone in parallelo (cap. 9) con quello dei grandi classici tedeschi: Lessing, Herder, Schiller, Goethe, Jean-Paul Richter, autore dell "Dichiarazione di guerra alla guerra", Hölderlin ed il geografo Humboldt, autore di "Alcune idee per un saggio per determinare i limiti dell'efficacia dello Stato", che aveva d'altronde dichiarato: "Ho tentato di combattere la sete di governare ed ho tracciato dappertutto più strettamente i limiti dell'attività dello Stato". Così che la scuola francese in cui sottolinea il posto di eminente avanguardia di Diderot, che nell'articolo "Autorità" dell'Enciclopedia scrive: "La natura non ha dato a nessun uomo il diritto di regnare su altri" e, nella poesia Gli Eleuteromani, questi versi che annunciano Maggio 1968:

 

La natura non ha fatto né servi né padroni.

Non voglio dare né ricevere leggi!

E le sue mani strapperebbero le budella del prete,

In mancanza di una corda, per impiccare i re.


Jean-Jacques Rousseau e la Rivoluzione francese all'origine del culto nazionale 

 

rousseau-contrat.jpgMa è precisamente anche in questo momento che a partire del pensiero liberale e democratico alcuni hanno potuto approdare ai peggiori errori, con in primo piano, Jean Jacques Rousseau in IL contratto sociale. Rocker è categorico: "Rousseau era allo stesso tempo l'apostolo di una nuova religione politica, le cui conseguenze ebbero tanti effetti disastrosi sulla libertà degli uomini quanto ne avevano avuto in precedenza la credenza al diritto divino dei re. Infatti, Rousseau è uno degli inventori di questa nuova idea dello Stato nato in Europa dopo che il culto feticista dello Stato che trovava la sua espressione nel monarca personale ed assoluto ebbe raggiunto la sua conclusione", ed aggiunge: "Rousseau e Hegel sono- ognuno a modo suo- i due custodi della reazione dello Stato moderno".

bonaparte.jpgLa filiazione è seguita tra i due "cittadini di Ginevra", Calvino e Rousseau, e si prolunga sino ai Giacobini ed a Bonaparte. Qualche giorno prima del colpo di Stato di Brumaio, Bonaparte avendo detto a Sieyés: "Ho creato la Grande Nazione", questo ultimo gli rispose sorridendo: "Si, perché abbiamo creato prima la Nazione". Di fatti, la sovranità del re essendo stata sostituita dalla sovranità della nazione, si era costretti a dichiarare al club dei Giacobini che: "il Francese non aveva altra divinità che la nazione, la Patria" ("Questo nuovo re dalle settecento quarantanove teste" secondo Proudhon), o meglio ancora a divinizzare la Repubblica una e indivisibile. Ed il capo giacobino Isnard poteva dichiarare: "I Francesi sono diventati il popolo eletto della terra. Facciamo in modo che il loro comportamento giustifichi il loro nuovo destino!".

saint-just.jpegPer Rocker, il processo rivoluzionario tra le mani di un Saint-Just dalla "logica fanatica" o di un Robespierre che "invece di un'anima aveva i suoi principi", non poteva portare che all'eliminazione, in nome della nazione, di ogni opposizione; a cominciare da quella degli hebertisti "perché la loro propaganda antireligiosa, che era realmente anti-chiesa, abbassava il rispetto dello Stato e minava la sua fondazione morale". Si apporda così a "Napoleone, l'erede ridanciano della Grande Rivoluzione che aveva preso ai giacobini la macchina divoratrice di uomini dello Stato centralizzato, la dottrina della volontà nazionale, uomo "cinico e senza cuore che, nella sua giovinezza, si era intossicato con il Contratto sociale" ma, più tardi, si abbandonò a dire: "Il nostro Rousseau è un pazzo che ci ha portato a questasituazione!", oppure: "L'avvenire mostrerà se non sarebbe stato meglio per la pace del mondo che né Rousseau né io fossimo mai vissuti".

hegel.jpgHegel apostolo dello Stato, "Dio sulla terra" e creatore della nazione. È questo il momento capitale della storia del pensiero politico, quello in cui il culto reale si trasmuta facilemente in culto nazionale, repubblicano o imperiale, grazie soprattutto ad una sublimazione della nozione di sovranità, trasmessa dal monarca al popolo mitizzato. Questa impostura trova la sua eco in tutta l'Europa, e nel primo capo in Germania. Rocker mostra come Kant e Fichte prendano di fattio il contropiede dal cammino effettuato dai loro grandi predecessori dell'età dei Lumi, come Herder e Lessing, per cavalcare il nazionalismo venuto dalla Francia, ma contro la Francia nelle "guerre di liberazione" che ergono l'intera Europa contro l'imperialismo napoleonico. Essi sono seguiti da Hegel che "diventa il creatore moderno di quella teoria cieca del destino di cui i sostenitori vedono in ogni avvenimento una "necessità storica" e vedono in ogni fine concepita dagli uomini una "missione storica". Che si tratti di quella di una razza, di una nazione o di una classe. Infatti, Hegel celebrava il culto dello Stato come un fine in sé, come la "realtà dell'idea morale", come "Dio sulla terra", affermando: "Perché è ora conosciuto che ciò che è dichiarato morale e vero per lo Stato è anche divino ed ordinato da Dio, che giudicato dal suo contenuto, non c'è nulla di più elevato e di più santo" oppure "È la strada di Dio con il mondo che lo Stato deve esistere. Il suo fondamento è nel potere della ragione che si manifesta come volontà. Come idea dello Stato non dobbiamo avere allo spirtio degli Stati particolari, né delle istituzioni speciali, ma piuttosto l'Idea, questo Dio reale, considerato in sé".

saint-simon.jpgE Rocker nota: "Infatti Hegel era semplicemente il filosofo di Stato del governo prussiano e non mancò mai a giustificare le sue peggiori malefatte". O anche: "Hegel era un reazionario dalla testa ai piedi". Così, quando Engels si vanta scrivendo: "Noi, socialisti tedeschi, siamo fieri di discendere, non soltanto da Saint-Simon, Fourier e Owen, ma anche da Kant, Fichte e Hegel", Rocker non può che trovare qui la spiegazione disperatamente autoritaria del marxismo. A partire da quel momento, il pensiero tedesco si intreccia con il nazionalismo. Ma Rocker gli oppone queste due affermazioni che egli sottolinea: "La nazione non è la causa, ma il risultato dello Stato. È lo Stato che crea la nazione, non la nazione, lo Stato" e "Gli Stati nazionali sono delle organizzazioni di chiese politiche; la pretesa coscienza nazionale non è innata nell'uomo ma gli è inculcata. È un concetto religioso; si è tedeschi, francesi, Italiani, esattamente come si è cattolici, protestanti o ebrei".

Riprende Thomas Paine: "Il mondo è il mio paese, tutti gli uomini sono miei fratelli!"heine.jpg

Cita Goethe e Heine denunciando le "guerre di liberazione" del 1813-15 condotte dai cosacchi. E quando il romanticismo stesso spronfonda nel nazionalismo ed i tedeschi si presentano come un "popolo originario" (urvolk), cita ancora Heine deplorando "che odiano tutto quanto è straniero; e che non desiderano più diventare dei cittadini del mondo, né degli Europei, ma soltanto tedeschi stretti".

proudhon-d.jpgQuando il socialismo vede intraprende la via autoritaria e dittatoriale, da Babeuf a Marx, opporsi a quella federalista, di Proudhon e di Bakunin, le compartimentazioni nazionali sono utilizzate da Marx nella sua lettera a Engels del 20 aprile 1870: "I francesi hanno bisogno di una doccia fredda. Se i Prussiani sono vittoriosi la centralizzazione del potere statale aiuterà la centralizzazione  della classe operaia tedesca; per di più, la preponderanza tedesca farà spostare il centro di gravità del movimento operaio dell'Europa occidentale dalla Francia alla Germania. E non dobbiamo che comparare il movimento dal 1866 ad oggi per vedere che la classe operaria tedesca è superiore in teoria ed in pratica alla francese. La sua preponderanza sulla Francia su scala mondiale significherebbe anche il predominio delle nostre teorie su quelle di Proudhon".

Marx.jpgRocker evidenza come Marx aveva ragione poiché la vittoria della Germania segnò la messa in secondo piano del socialismo libertario dell'Internazionale. Al termine di questa evoluzione, il nazionalismo è diventato una religione politica (cap. 15). E, nel 1931, a Berlino, al Congresso internazionale su Hegel, Gentile, l'ideologo del fascismo e l'avvocato dello "Stato totalitario", celebre Hegel rimpiangendo semplicemente che egli non avesse previsto che la teoria dello Stato moderno sfoci nell'istituire quest'ultimo come più alta forma dell'intelligenza, al di sopra a nche dell'arte, della religione e della filosofia. E Rockert cita naturalmente Mussolini: "Tutto per lo Stato, niente fuori dello Stato, niente contro lo Stato" come l'approdo ultimo, insieme ad Hitler del culto dello Stato e della nazione.

 

Libro secondo: critica dei fondamenti ed appannaggi della nazione

 

Dopo aver mostrato il lento processo ideologico sfociato nel culto della nazione poggiante sul rafforzamento dello Stato, Rocker si fissa dunque come obiettivo, nel suo secondo libro di esaminare tutto ciò che può essere invocato come giustificante l'esistenza del fatto nazionale, cioè l'oggetto stesso di questo culto. Sarà dunque quanto riguarda nel presentare la nazione, successivamente come comunità morale di costumi e di interessi (cap. 1), come comunità linguistica (cap. 2), e come comunità razziale (cap. 3). Non avrà nessuna difficoltà a sottolineare le contraddizioni o l'inconsistenza degli argomenti sviluppati dagli avvocati delle nazioni per cercare di dare una base scientifica all'oggetto del loro culto.

architettura-fascista.jpgIn seguito, Rocker si dedica alla dialettica tra unità politica e cultura, dapprima sulla definizione stessa della cultura (cap. 4), poi sull'esempio greco di una decentralizzazione politica generale (cap. 5), in seguito sull'esempio opposto del saggio romano di centralizzazione (cap. 6) e, infine, nel lungo processo della frammentazione europea (cap. 7). Ad ogni tappa, egli dimostra come la ricerca dell'unità politica è poco legata al progresso culturale. Egli giunge così a constatare l'illusione della cultura nazionale (cap. 8), l'inadeguatezza dello Stato-nazione a sviluppare la scienza (cap. 9), l'assenza di legami tra arte, architettura e nazionalità (cap. 10), così come, tra arte e spirito nazionale (cap. 11). E Rocker conclude con "i problemi del nostro tempo" (cap. 12), cioè, nel 1936, sulle differenti forme molto parallele del totalitarismo.

urss mascherineNell'Epilogo, del 1946, di fronte al rafforzamento del totalitarismo sovietico, fondato sul più forte imperialismo mai visto, Rocker prende fermamente posizione per una federazione europea. "Una federazione europea è la prima condizione e la sola base per una futura federazione mondiale, che non potrà mai essere raggiunta senza una unione organica dei popoli europei (...). Un'Europa federata con un'economia unificata, da cui nessun popolo fosse escluso da barriere artificiali, è dunque, dopo le esperienze amare del passato, la sola via che può condurci dalle rovinose condizioni del passato verso un avvenire più radioso. Ciò aprirà nuove vie ad un'organizzazione reale ed una rinascita dell'umanità e porrà fine a tutte le politiche di potere".

Ma questa posizione resta quella di una visione essenzialmente eurocentrica che aveva, ad esempio, impedito Rocker di evocare il movimento nazionale indiano, pioniere e modello di tutte le sollevazioni anticolonialiste; e lo aveva condotto a non citare Tagore che attraverso la sua opera Nationalism del 1917, per la sua condanna dell'idea di nazione uno dei più potenti anestetici che l'uomo abbia mai inventato", per aver "stabilito quest'inerente antagonismo tra nazione e società in queste splendide parole": "Una nazione, nel senso dell'unione politica ed economica di un popolo, è quell'aspetto che una popolazione intera assume quando essa è organizzata per uno scopo meccanico. La società in quanto tale non ha altro scopo. È un fine in sé. È l'auto-espressione spontanea dell'uomo come essere sociale. È una regolazione naturale delle relazioni umane che gli uomini possono sviluppare gli ideali di vita in cooperazione gli uni con gli altri".

Nel primo paragrafo dell'Epilogo, Rocker precisa ancora: "Una federazione dei popoli europei, o per lo meno un inizio verso questo fine, è la prima condizione per la creazione di una federazione mondiale, che garantirà ai popoli definiti coloniali gli stessi diritti per la ricerca del loro benessere. Non sarà facile soddisfare quest'ambizione, ma un inizio deve essere compiuto se non vogliamo di nuovo precipitare in un abisso".

Per proseguire con questa frase in corsivo: e l'inizio deve essere fatto dai popoli stessi.

Per fortuna, i popoli "definiti coloniali" assunserò da sé la propria causa senza troppo contare sulla solidarietà dei popoli europei. Incontriamo qui, indubbiamente, una delle debolezze della visione di Rocker, quella di non aver afferrato la fondamentale importanza dell'oppressione imperialista, sia oltremare che vicina, coinvolgente intere società e culture diverse.

 

Roland Breton

 

 

[Traduzione di Ario Libert] 


Rocker_N_C.jpg

*Il libro di Rudolf Rocker, Nationalisme et culture, è stato di recente edito dalle Éditions CNT Région parisienne /Les Éditions libertaires, 672 pages,  20 euro, per la traduzione di Jacqueline Soubrier-Dumonteil e con la prefazione di Heiner Becker

 

LINK al post originale:

Rudolf Rocker: Nationalisme et Culture

 

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Published by Ario Libert - in Opere libertarie
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26 gennaio 2011 3 26 /01 /gennaio /2011 11:45
Un superbo racconto del 1988, tratto da un'opera collettanea in occasione del ventennale del maggio '68, da cui prossimamente tradurremo anche altri racconti interessanti come questo che presentiamo. Una storia molto amara e che a distanza di altri venti anni dal fatidico evento si rivela macabramente profetico. L'autore, vincitore di numerosi premi per la sua produzione narrativa poliziesca, definita in Francia noir, un genere di derivazione dall'americana hard boiled school, che in lui, come in molti autori francesi si manifesta in genere intriso di un graffiante sarcasmo verso la realtà sociale ed istituzionale che tendono a contestare in modo  nemmeno troppo velato. Jonquet, è morto il 9 agosto 2009. Il racconto, come il lettore avrà modo di accorgersi ad un certo punto del suo dipanamento, presenta un'ambientazione geografica molto strana, anche se quella temporale non scherza affatto, anzi, è proprio da quest'ultima che scaturisce, come il lettore avrà modo di vedere, tutta la sua carica drammatica.

 

 

I ragazzi del 16...
 


A Vergeat

jonquet-cubetto.jpg
di Thierry Jonquet

47.gifEra disteso sulla schiena ed il suo respiro- rauco, incerto, così debole che si vedeva appena la nuvoletta di umidità uscire dalle sue labbra- sollevava il petto ad intervalli irregolari. A tratti, la macchina si imballava e tossiva violentemente, senza tuttavia aprire gli occhi. Le sue vecchie mani macchiate di chiazze nerastre graffiavano allora la coperta prima di ricadere, inerti, lungo il corpo.

Stava morendo. Lo aveva annunciato agli altri, la vigilia. Era uno di quei giorni di gennaio, scuro e piatto, in cui i ragazzi si sentivano di umore scontroso ed evitavano di parlare, come se il silenzio permettesse di scacciare l'arrivo della notte.

-Compagni, aveva detto, domani, vi lascio...

Lo avevano guardato, sorpresi, prima di alzare le spalle. Gianni, François, Dietrich, Jimmy, Abdel, Vladimir, Sven ed anche i due inseparabili, Farouk e Juan, nessuno tra loro aveva prestato attenzione alle sue parole. Parlava così tanto, il Vecchio.

68retour_moutons.gifIl Vecchio: tutti avevano dimenticato il suo nome. Anche lui. A volte diceva di chiamarsi Daniel a volte Henri o Alain; non aveva alcuna importanza. E questa sera era lì, allungato in mezzo a loro, in agonia.

Gianni si dava da fare in cucina. Ne uscì con una caffettiera fumante. Distribuì delle tazze, spazzò via allo scopo il disordine che ingombrata il tavolo. Juan e Faruk avevano gli occhi incollati sulla scacchiera e spostarono il gioco con mille precauzioni; un alfiere nero cadde al suolo.  Allora,
si accese una discussione animata: Juan giurava che occupava F6 prima dell'incidente, mentre Faruk affermava che era in F4... Sven li riprese indicando loro il Vecchio che giaceva sul suo letto. Sven godeva di una grande autorità. Faruk arrossì, sconcertato, un po' vergognoso, ed abbandonò la partita.

68, 13mai1968Faruk voleva molto bene al Vecchio: conosceva un sacco di cose di cui nessuno qui aveva mai sentito parlare e provava un grande piacere a raccontare quando tutti erano riuniti la sera. L'inverno, si restava in casa, ma l'estate, quando il sole tardava a scomparire sotto la linea dell'orizzonte, i tipi del 12  e del 15 venivano a volte anche quelli del 27, con i quali, tuttavia, c'erano un mucchio di problemi...

Faruk prese il suo violino e suonò una di quelle vecchie melodie zigane che il Vecchio amava tanto. Sven cantò. La sua voce gutturale sovrastava sgraziatamente la melodia nostalgica. Gli occhi chiusi, calmo, il Vecchio sorrise.

- Me ne vado, ragazzi, sussurrò.

- Dici stupidaggini! borbottò Dietrich. Ci seppellirai tutti!

68lut continu Il Vecchio sorrise e girò la testa verso Gianni.

- Canta, disse, canta, Gianni, la canzone che ti ho insegnato...

Gianni posò la sua tazza e, aggrottando la fronte, si ricordò le parole che il Vecchio canticchiava spesso. Delle parole di cui nessuno avrebbe potuto precisare il senso.

68aff presseAvanti popolo, alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa...

-Così, Gianni, balbettò il Vecchio, così, piccolo, continua!

Bandiera rossa deve trionfar
Bandiera rossa deve trionfar...*


-E tu, François, canta anche tu! chiese il Vecchio, sollevandosi. Juan piegò un cuscino e lo mise dietro le spalle del vegliardo affinché stesse più comodo.

François si raschiò la gola ed intonò La Pelle du Gros Mine Terne**, di cui non aveva mai saputo ricordare che una sola strofa. Il Vecchio gli aveva ripetuto le parole, sino a martellargli il cranio, ma tutto ciò non significava nulla: cos'era questa storia di un obeso dall'aspetto pallido? Il "Grosso" soprannominato "Aria pallida"? Cosa faceva con la sua "Pala"? François cantò.

68aff capitalA Londres, à Paris, Budapest et Berlin,
Prenez le pouvoir, bataillons ouvrier,
Prenez votre revanche, bataillons ouvrier! ***

François cantava senza convinzione. Allondrappariggibuddappestateabberlino prendettil poterebbattaglionopperai!

I ragazzi del 16 non ci capivano niente, nemmeno Vladimir, che eppure aveva molto vagabondato. Indubbiamente, si trattava di prendere qualcosa, ma cosa potevano mai significare quelle formule lambiccate,
londrappariggibuddapestateabberlino? ilpoterebbattaglionopperai?

Un linguaggio incomprensibile da donnicciola, degli abracadabra da veggente, ecco cos'erano, le canzoni del Vecchio, sosteneva Abdel, il più giovane della banda, un giovinastro che non aveva paura di niente! Abdel non voleva bene al Vecchio. Non glielo si rimproverava, era così tanto difficile.

68-intox 050-Non ci capisci niente, Eh, Abdel? sghignazzò il Vecchio.

-No, ammise Abdel e la tua magia, mi innervosisce!

-Ma non è magia, protestò il Vecchio, si cantava questo, un tempo, per le strade, tutti insieme. Londra! Parigi! Budapest! Berlino!  Ah, sarebbe lungo da spiegare...

Vi fu un momento di silenzio. Gli occhi del vecchio brillavano di una luce strana: quella stessa che tutti avevano visto quando recitava le sue storie, alla vigilia.

Vladimir aveva una tenerezza particolare per la storia di Lanarchico - era il nome dell'eroe, nessuno conosceva il suo cognome - incontrava una studentessa una sera di primavera, e malgrado una nebbia magica che faceva piangere, Lanarchico e la sua bella si amavano tra le rovine di una città immaginaria. Faruk preferiva la storia di Sonacotra, il cattivo principe che tormentava i suoi sudditi e li rinchiudeva dentro gabbie insalubri...

68 nonburaucrC'era anche la meravigliosa avventura di Ma-ô, l'uomo giallo che incendiava la pianura con una sola scintilla. E quella di Leon, cacciato dal suo regno da un orribile despota, e che conservava un cuore puro malgrado tante atrocità... Il Vecchio non si stancava mai di raccontare. Aveva tante storie nella testa...

Erano là, i ragazzi del 16, tutti intorno a colui che stava morendo.

-Sono l'ultimo, diceva spesso.

-L'ultimo di cosa? chiedevano alcuni.

-L'ultimo del mese di Maggio... rispondeva. Sono morti tutti: è passato tanto tempo! Avevo venti anni... Ne ho centododici...

68-.jpgLo ascoltavano, inteneriti, senza cercare di lacerare il mistero delle sue parole. A volte, proferiva delle massime assurde. Quando giungeva la primavera, quando, da lontano, i ciliegi si ricoprivano di rami rosa, gridava a squarciagola: Vivere senza tempi morti, godere senza impedimenti, ho-ho-ho-chi-minh, che-che-guevara, ci-erree-esse-esse-esse! Cose senza capo e coda, degli sproloqui da nonnetto!

-È stregoneria, vi dico, brontolava Abdel, il Vecchio ci attirerà delle gran rogne!

68--sii-giovane.jpgErano tutti abituati a tali eccentricità. Gli accadeva a volte di incidere con il coltello alcune delle sue formule cabalistiche su una tavola raccolta per strada. Il Vecchio sapeva scrivere... era l'unico. Sopra il suo letto troneggiava una lastra di quercia sulla quale aveva lavorato molte ore. Juan vi si avvicinava spesso e palpava il legno secco con i polpastrelli delle dita; Juan sognava di imparare a tracciare delle parole, anche lui, malgrado le spiegazioni del Vecchio, vi era mai riuscito.

-È VIETATO VIETARE, articolava a fatica il Vecchio, staccando le sillabe per meglio farsi capire. Juan guardava, attento: il tracciato del legno, delle curve, incrostato nelle nervature della lastra di quercia, congegnato secondo un principio occulto, restava indecifrabile. No, Juan non capiva...

68--ritmi-forsennati.jpgIl Vecchio rabbrividì nella sua cuccetta. Dietrich, Vladimir e Sven si avvicinarono. Il Vecchio rantolava.
-Datemelo...
Dietrich si chinò e, frugando sotto il letto, afferrò presto un pacchetto avvolto in tela incatramata. Sciolse lo spago e liberò il contenuto: un cubetto di granito grigio che il Vecchio afferrò con pugno fermo. 
-È uno di quelli veri, ragazzi! affermò con la sua voce tremante. Un cubetto di Maggio!

68--moutons.jpgTutti lo guardavano con pietà: trascinava la pietra come una reliquia da così tanto tempo. Quando la loro piccola comunità si installava in nuove aree, il Vecchio non faceva altro che cercare di nascondere il suo cubetto dagli sguardi indiscreti. Aveva spesso spiegato ai suoi compagni che si trattava di un'arma e che la sua vita, secondo lui, il Vecchio, somigliava a quella pietra: una pietra che non sarebbe mai servita a costruire un palazzo, una chiesa, una prigione... ma una pietra che si poteva lanciare contro i propri nemici!

68--la-bellezza.jpg-Como tu, piedra pequeña come tu... salmodiava il Vecchio e Juan aveva allora male alla testa. Nella sua memoria mutilata brillava un sole fatale e le parole che pronunciava il Vecchio svegliavano in lui dei sogni incerti; Juan si lasciava cullare dall'eco di una lingua dimenticata e tuttavia così vicina.
Alle due del mattino, il Vecchio si spense stringendo il cubetto di porfido sul cuore. Sven applicò uno speccio vicino alla bocca del vegliardo per verificare che non respirava più.
-Inch Allah... mormorò Abdel, senza sapere da dove proveniva questa formula.
Dietrich sollevò la coperta sul viso del morto, e tutti andarono a dormire. Era tardi.
Il giorno seguente, alle sei, le urla delle guardie risuonarono nella baracca 16. Gli stivali chiodati colpirono con gioia il culo dei ritardatari: Abdel si prese un cazzotto in un occhio ed uscì nel freddo zoppicando.

68--ingranaggi.jpgJuan, Abdel, Sven e Dietrich e gli altri - il 16 al gran completo, tranne il Vecchio! - si tenevano ora sull'attenti, sulla grande piazza dell'appello. Uno spesso manto di neve ricopriva il suolo. La giornata cominciava male: i ragazzi del 27 erano arrivati primi, per arraffare un supplemento di zuppa, come sempre...
-Non ce n'è, brontolò François, un giorno o l'altro, bisognerà spaccargli il muso per insegnar loro a vivere!
Quando l'altoparlante troneggiante sulla torretta sbraitò i suoi ordini, si incamminarono, il piccone in spalla, la maschera a gas sollevata sopra il naso.
Sven si volse e, nel grande viale del Campo, vide la squadra sanitaria sollevare il cadavere del Vecchio su una carretta trainata da due Robot-Scavatori...
jonquet-lager.jpg


Thierry Jonquet
[Traduzione di Ario Libert]


NOTA autobiografica tratta dall'antologia citata sull'autore del racconto: 

jonquet.jpgSono nato il 9 gennaio 1954 a Parigi. 1,65m, 75 kg (dunque qualcuno di troppo). Ho incontrato i trotskisti - questi spaccacapelli in quattro! - nell'autunno del 1968. Non li ho più lasciati da allora, ma diserto molto spesso le riunioni. Ho avuto un percorso professionale caotico, cioè incoerente. Oggi, sono scrittore, sceneggiatore all'occasione. Passioni? Elsa, mia figlia, Solange, sua madre.  Ed anche le acque blu dove ballano i pesci-luna. Titoli (tra i tanti): La  Bête et la  Belle; Mygalle; Du passé faissons table rase, Mémoire en cage, Comedia.

 
*In italiano nel testo.

** L'appel du Comintern, cioè l'Appello del Comintern, la grafia riportata nel racconto si tradurrebbe come: La Pala del Grosso volto pallido.

*** A Londra, a Parigi, Budapest e Berlino,/ Prendete il potere, battaglioni operai,/ Prendete la vostra rivincita, battaglioni operai!
 
LINK all'inno presente in You Tube: L'Appel du Comintern
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19 gennaio 2011 3 19 /01 /gennaio /2011 15:38

Storia del movimento anarchico in Bulgaria

 

di Dimitrov

 

balkanski01.jpg
Gueorgui Balkanski

Gueorgui Balkanski – e un collettivo – hanno edito da poco un opuscolo in bulgaro con questo titolo a Parigi nel 1980 per le edizioni "Nas Par" (La Nostra Strada), 107 pagine. Le poche informazioni pubblicate su questo tema non può che farci accogliere con piacere quest'opuscolo che deve essere edito in francese.

L'autore traccia in 9 pagine la storia del movimento, dividendola in sette periodi: "Precurori ed iniziatori; Il movimento rivoluzionario di liberazione di Macedonia; La creazione dei primi sindacati; Inizio della propaganda anarchica; Antimilitarismo guerriglia, terrorismo; Organizzazione del movimento anarchico del paese; Organizzazione anarchica sulla base di una piattaforma; periodo dopo l'instaurazione della dittatura bolscevica sino ai nostri giorni".

Vengono in seguito una serie di biografie con dei ritratti che da un punto di vista iconografico sono di una grande rarità, 47 pagine. Poi abbiamo una descrizione della stampa libertaria dal 1898 al 1980, con la riproduzione dei titoli, 23 pagine. Infine una breve evocazione delle edizioni di libri e opuscoli dal 1889 ai nostri giorni, 5 pagine. Infine, l'opera termina con 13 pagine che insistono più sul sindacalismo, il movimento di liberazione nazionale e rivoluzionario, l'azione cooperativistica, le attività culturali, pedagogiche e teatrali, il movimento non statale, la lotta contro la monarchia e la geurra, la guerriglia, e una parte intitolata: "Di fronte all'alternativa storica: il fascismo o la rivoluzione" divisi in una sezione generale poi "La lotta studentesca contro il professore Tsankov", "La rivoluzione spagnola" e "Insegnamenti per noi e gli altri". Quest'ultima parte sottolinea l'importanza dell'organizzazione del movimento anarchico ed il fatto che se la Bulgaria è il solo Paese dell'Est in cui l'anarchia non sia stato annientato, questo è dovuto agli stretti rapporti con il popolo. L'organizzazione anarchica per la rivoluzione sociale è "estranea all'individualismo e all'irresponsabilità delle persone per cui le idee sono uno sport innocente ed un oggetto di agio intellettuale e estetico o di speculazione puramente filosofica. Speriamo che queste lezioni siano rafforzate dall'esperienza!".

bulgaria-monumento-1923.jpg
Monumento sovietico dedicato agli eventi del colpo di Stato del 1923.

Quest'opuscolo è edito da membri dell'UAB che rappresenta il ramo in esilio della Federazione Anarchica Comunista della Bulgaria (FACB). Evidenziamo che come tutte le organizzazioni di esiliati, i rapporti esilio-compagni dell'interno sono molto difficili e che con il tempo dei punti di vista diversi possono formarsi su alcune questioni. Per di più in esilio anche, delle pubblicazioni diverse nascono che, pur essendo libertarie, affrontano degli aspetti distinti della propaganda: così "Nas Pat" (La Nostra Strada") si vuole più dottrinaria e "Itzok" (in bulgaro) affronta varie tematiche.

È d'altronde un peccato che un'organizzazione non dica quasi nulla sulla sua attività contro il regime marxista-leninista dal 1944, a parte l'aiuto agli internati anarchici all'inizio del regime, un congresso clandestino  nell'agosto del 1946 con 50 delegati rappresentante circa 400 gruppi. Si cercherebbe invano una visione precisa del numero di compagni di questa o quell'epoca o nei sindacati libertari o i cooperativi. Tranne il numero dei volontari in Spagna, le cifre mancano. Non possiamo che rammaricarci anche nelle biografie l'assenza di alcuni compagni come Stefan Manov, Bogdan Stefanov, Miliou Ivanov sui quali torneremo attraverso una procedura "dialettica" [2].

Nessuno è più qualificato di un marxista bulgaro per giudicare del pericolo dell'anarchismo bulgaro. Lo studio datato di Dontcho Daskalov pubblicato a scopo di propaganda antianarchica contiene tuttavia un materiale interessante. Si tratta di L’anarchisme en Bulgarie et la lutte du parti contre lui [L'anarchismo in Bulgaria e la lotta del partito contro di esso], scritto in lingua bulgara, (Sofia, Partizdat, 1973, 224 pagine, tiratura di 1.300 copie (ufficialmente, ma il libro è stato ritirato dalla vendita dopo pochi giorni) [3].

Vassil-Ikonomov.jpgIl primo capitolo riprende la posizione marxista-leninista sull'anarchismo per 69 pagine. Il secondo afrronta l'anarchismo bulgaro come una creazione degli anarchici stranieri per lottare contro la rivoluzione russa del 1917. Questa procedura è non soltanto debole storicamente ma falsa da un punto di vista marxista poiché già nel 1906 il futuro fondatore del PC bulgaro, Dimitar Blagoev si lamenta della visione proudhoniana ed utopista del fondatore spirituale dello Stato bulgaro, Khristo Botev [4]. Malgrado la debolezza storica di partenza, questo capitolo di 138 pagine dà delle informazioni interessanti: il congresso anarchico di Yambol nel marzo del 1923 radunò 104 delegati di 89 organizzazioni (attaccato dall'esercito che uccise 26 compagni); secondo la polizia verso il 1924 vi erano 848 militanti anarchici e 2500 simpatizzanti (si era in piena repressione ed attività di guerriglia).

L'autore riporta anche una citazione di Tsola Drogoytcheva, una specie di Maurice Thorez bulgaro: "Nella nostra regione, i partigiani anarchici agiscono sulla montagna di Koprivtchitsa. E la verità obbliga a riconoscere che essi agiscono con un coraggio folle, infliggendo al nemico dei colpi dolorosi, dipo i quali essi spariscono velocemente e nessuna battuta del nemico era in grado di ritrovare le loro tracce, raggiungerli e distruggerli. Le due dirigenti di questo gruppo illegale, Vassil Ikonomov e Vassil l'eroe, sono diventati quesi leggendari per la lloro intrepidezza nella lotta e per il sangue freddo di fronte alla morte".

Il secondo capitolo di 44 pagine tratta del periodo 1925-1944 ed evidenzia un rinnovamento dell'anarchismo a livello della propaganda che culmina negli anni dal 1931 al 1934 grazie ad una liberalizzazione che coinvolse l'intera sinistra, con la pubblicazione  di 60 titoli anarchici e diverse riviste. Si nota uno sviluppo dell'anarco-sindacalismo come conseguenza del rinnovamento della CNT in Spagna a partire dal 1930. Ma esistono due posizioni: una propaganda con la sinistra compresi i comunisti- atteggiamento che si manifesta già durante la guerriglia degli anni 1923-25- ed all'opposto una tendenza che esclude questo riavvicinamento. In quanto agli anarco-comunisti, essi sono criticati dai sindacalisti delle due tendenze perché troppo intellettuali.

Bisogna riferirsi all'articolo di P. Svobodin pubblicato in spagnolo durante la guerra di Spagna per avere una visione chiara [5]. Tra l'altro, Svobodin indica che durante gli anni tra il 1920 ed 1923, il settimanale  "Rabotnitcheska Missal" (Il Pensiero dei Lavoratori) aveva una tiratura di 12.000 copie e la rivista teorica mensile "Svobodno Obchtestvo" (Società Libera) aveva 4500 abbonati. Nel settembre del 1933, il 7, 8, e 9, la Federazione Anarco-Comunista Bulgara (FACB) fu creata con 5 regionali e dei raggruppamenti contadini, delle cooperative di produzione e di consumo, delle comunità libertarie, delle organizzazioni culturali... Come si può constatare, l'"intellettualismo" secondo il comunista Daskalov degli anarco-comunisti è da sfumare.

Gli anni compresi tra il 1936-1939 furono centrati sull aguerra di Spagna, motore della propaganda degli anarchici e dei comunisti, e riflette delle polemiche tra la tattica libertaria e la tattica autoritaria. Il PC bulgaro inviò, più esattamente obbligò, una parte dei suoi quadri emigrati in Francia a Partecipare alla guerra nelle Brigate Internazionali e dei "tecnici" bulgari formati da alcuni anni alla lotta armata in URSS furono inviati laggiù, come sovietici. La Spagna stava per diventare un punto scottante della lotta tra anarchici e marxisti in Bulgaria nel 1944.

Nel 1939-1940, un certo numero di compagni, tra cui alcuni ritornati dalla Spagna, proposero ad un congresso clandestino soprattutto di lanciare dei partigiani contro il governo filo nazista. Non furono seguiti [6]. E nel 1941, i comunisti presero l'iniziativa della guerriglia con la rottura del Patto Hitler-Stalin. Per Daskalov, gli anarchici furono isolati durante gli anni 1941-1944, tranne durante la partecipazione di una cinquantina di compagni (secondo i numeri di Daskalov). Non si trovano che poche cose in Balkanski su questo periodo.

Per il periodo 1944-1953, possiamo appoggiarci su Daskalov che gli dedica il suo quarto ed ultimo capitolo, 23 pagine, completate con le informazioni pubblicate in Francia dagli emigrati. In tutta semplicità il capitolo in qustione si intitola "L'opposizione anarchica dopo il 9 settembre e la sua liquidazione".

Secondo l'autore, gli anarchici, benché poco numerosi, avevano dei "gruppi molto attivi" che diffondevano propaganda libertaria, libri, volantini contro il regime, contro il terrore nella Spagna franchista, per la libertà di stamp. Essi non accettavano assolutamente lo Stato proletario. Difendevano il terzo fronte contro la borghesia ed il partito comunista. Nel febbraio del 1946, un membro del Comitato Centrale, Dimitar Ganev dichiara che bisogna limitare gli anarchici, "svelare la loro miseria ideologica... perché non vi sono teorie più rivoluzionarie del marxismo-leninismo" Nelle città enei villaggi in cui gli anarchici sono radicati, vengono organizzate delle riunioni pubbliche. Come a Dupnitsa (secondo Stanke Dimitrov) a Pavel Bania, a Sofia, a Kilifarevo "e altrove". A questo proposito, Daskalov sottolinea che a Pavel Bania l'organizzatore della riunione aveva partecipato alla guerra di Spagna e che "per replicargli gli anarchici avevano chiamato da Sofia uno dei libertari più noti, originario di questo villaggio". Possiamo aggiungere che era Ivan Ivanov Radtchev  che il marxista non era altri che un ex ufficiale sovietico e importante membro del regime Ruben Levi, che rifece la sua conferenza diverse volte e che si ritrovò con lo stesso incarico nel maggio 1937, le collettivizzazioni, ecc...

Durante i primi sei mesi del 1947, vista l'intensificazione della propaganda anarchica contro lo Stato comunista e gli appelli all'"azione diretta", il governo "prese delle misure sociali contro di essa. A sofia, Doupnitsa, Sliven, Nova Zagora ed altrove ebbero luogo arresti di anarchici". Gli anarchici liberi, lanciano gli slogan "alla lotta arditamente", "appello contro il nemico", "contro le atrocità dei padroni e dei sostenitori dello Stato sulle spalle dei lavoratori". Allora il Comitato Centarle del PC decide di liquidare l'opposizione borghese e gli anarchici "i più noti e di spedirli nei campi di rieducazione" (trudovoizpravitelni lagueri); altri emigrano. Infatti, gli anarchici ottenevano dei risultati. Alla fine del 1947 e del 1948, si ha conoscenza di due scioperi nell'industria del tabacco, a Plovdiv e a Hascovo. Nel caso dello sciopero di Plovdiv, gli anarchici non vi hanno partecipato particolarmente ma essi erano presenti. Lo sciopero fu vittorioso ed il capo della Polizia lo attribuì nel suo rapporto agli anarchici. Ad Hascovo, lo sciopero fu nettamente influenzato dagli anarchici [7].

Nel 1953, Daskalov menziona un gruppo di partigiani paracadutati dalla CIA nella regione di Pavel Bania, provincia di Kazanlak, con una radio-trasmottente che emette per alcuni mesi. Possiamo aggiungere che quest'azione consisteva a servirsi del materiale e del potenziale della CIA per la propaganda anarchica. Del resto, non appena gli americani capirono che non potevano manovrare i partigiani, non fornirono loro più nessun aiuto. Questi compagni erano tre: Bogdan Stefanov, Miliou Ivanov ed un altro fecero per sei mesi la loro azione anarchica da settembre a marzo 1954 quando un'offensiva dell'esercito li obbligò a fuggire. I primi due si sacrificarono affinché il terzo e la sua fidanzata sfuggissero all'accerchiamento, poi attarverso alcune conoscenze, essi riuscirono  a passare la frontiera, il che comportò molti arresti. Quest'attività divise l'emigrazione ma oggi essa resta ancora nella memoria come esempio di lotta armata contro il regime, per la libera organizzazione delle masse.
Nel 1956, il 5 novembre per la precisione, cioè nel momento del secondo intervento russo in Ungheria, la polizia opera degli arresti di massa, soprattutto negli ambienti anarchici, per prevenire ogni contagio [8]. Infine, nel 1962, Daskalov cita un gruppo nella provincia di Stara Zagora, formato da un anarchico liberato recentemente dalla prigione. "Egli riuscì ad influenzare 7 persone della città e 6 altri di un villaggio vicino, dei vecchi anarchici, degli oppositori, dei giovani vittime di abusi. Essi diedero un programma "di unione" che aveva come compito quello di unire "tutti gli anticomunisti" nella lotta contro lo Stato con tutti i mezzi". Il gruppo si munì di armi, fucili , pistole, bombe e ciclostili. Essi tentarono di entrare in contatto con gli anarchici di Hascovo e Velingrad" Non sappiamo sino a qual punto  questi fatti siano autentici, ma un dettaglio è sfuggito a Daskalov: la forza dell'influenza di un anarchico, anche dopo l'imprigionamento, anche solo... Siamo a conoscenza di un documento che data allo stesso anno  che mostra anche che l'influenza anarchica è sempre vivace a questa data: si tratta della scheda di polizia dell'anarchico Alexandre Metodiev Nakov. A quest'epoca si unì con alcuni anarchici della sua regione e approfitta delle sue vacanze per fare un giro in Bulgaria con il treno il che gli permette di incontrare altri anarchici: a Sandantski, a Debeletz, a Kneja, a Kolovgrad e a Varna dove incontra "tre anarchici attivi". Il suo gruppo comprendeva sette persone [9]. 

Nel 1967, la Sicurezza dello Stato scopre un gruppo cospirativo. L'anarchico Taniou Ivanov Garnev fa parte di questo gruppo ed è condannato a 15 anni di carcere [10]. Nel novembre del 1969, sette studenti sono arrestati per attività antisocialista e distribuzione di volantini. Uno di loro, Germinal Tchivikov, figlio di un militante anarchico, possedeva il libro di Gaby e Dany Cohn-Bendit "Le gauchisme, remède à la maladie sénile du communisme" [L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo]. Essi vengono condannati a pene pesanti e Christo Kolev Jordanov, un vecchio militante libertario molto noto, è in questa stessa occasione anch'egli coinvolto [11]. Nel dicembre 1974, abbiamo trasmesso l'informazione sull'arresto di numerosi anarchici, tra cui Christo Kolev Jordanov e Alexandre Metodiev Nakov già citati, a Kustendil, Pernik, Stanke Dimitrov, Sofia, Stara Zagora, Hascovo, Plovdiv, Varna e in villaggi ed il sequestro di opuscoli editi trenta e quarant'anni prima. Venticinque compagni erano stati interrogati e sei compagni furono condannati a cinque anni di deportazione sotto stretta sorveglianza. Altri furono obbligati di compilare delle dichiarazioni in cui si impegnavano a non fare propaganda anarchica [12]. 

Nel 1978, un compagno spiegava in una lettera: "dopo ogni arresto ognuno è sottoposto alle stesse domande stereotipe: "Siete anarchico? Chi sono gli anarchici della vostra città, provincia e regione in generale? Quali sono secondo voi le condizioni favorevoli allo svilupoo dell'anarchismo in Bulgaria? Cosa pensate della distensione? Quale tipo di contatto avete con gli stranieri? [13]. Nel 1979, una settimana prima di un aumento dei prezzi, una trentina di anarchici sono arrestati poi liberati dopo dieci giorni di detenzione. Il potere ha sempre paura degli anarchici, anche se ciò ci fa presumere la loro influenza presente [14].

Non è ragionevole parlare della situazione attuale ma constatiamo che il movimento anarchico bulgaro ha delle solide radici di lotta contro l'oppressione fascista e lo Stato marxista-leninista. Ed è un movimento che ha conosciuto degli episodi che meritano di essere conosciuti dai compagni degli altri paesi.

Dimitrov

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 


NOTE


[1] Vedere anche Iztok in bulgaro.

[2] Si può consultare questo libro alla Bibliothèque de Documentation Internationale Contemporaine di Nanterre.

[3] Vedere la riproduzione di un testo inedito di Christo Kakaktchiev "Dimitar Blagoev et le parti des socialistes étroits", Sofia, 1979 in bulgaro.

[4] "Timon" di Barcellona, n°5, novembre 1938.

[5] Testimonianza orale di Stefan Manov.

[6] "Il movimento libertario bulgaro" [Le mouvement libertaire bulgare] di G. Balkansli, conferenza dattilografata disponibile al CIRA di Ginevra, 1958.

[7] "Le Monde Libertaire", febbraio 1957.

[8] Bollettino della CRIFA n° 28, febbraio 1980.

[9] Volantino stampato in Francia nel 1979 in occasione di un processo di diritto comune intentatogli nel 1977.

[10] Vedere la biografia di Jordanov nell'opuscolo "La repressione in Bulgaria" [La répression en Bulgarie] di Kiril Yanatchkov.

[11] Volantino di informazione stampato in Francia su questo caso.

[12] "Industrial Defense Bulletin" del sindacato degli IWW di Toronto, 1978.

[13] Bollettino della CRIFA n° 29 Marzo-Aprile.

 

LINK al post originale:

Histoire du mouvement anarchique en Bulgarie

 

LINK ad un saggio tradotto tratto dalla rivista Itzok:

Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30, da: "Iztok" n° 1

 


LINK in lingua italiana pertinenti all'argomento:

Breve storia del movimento anarchico bulgaro

Orientamento di massa dei comunisti anarchici bulgari

Piattaforma della Federazione dei comunisti anarchici della Bulgaria

Biografia di Georgi Sheitanov

Biografia di Georgi Balkanski

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Published by Ario Libert - in Movimenti libertari
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1 gennaio 2011 6 01 /01 /gennaio /2011 07:00

Anacharsis Cloots o l’utopia folgorata

 

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di Annie Geoffroy

 

Jean-Baptiste “Anacharsis” Cloots (Clèves, 24 giugno 1755- Parigi, 24 marzo 1794) non è più un dimenticato della storia. Michèle Duval ha riunito i suoi Écrits révolutionnaires (Champs Libre, 1979): Albert Soboul ha scritto la prefazione ad una ristampa delle sue Œuvres (Kraus, 1980); Clèves gli ha dedicato un’esposizione nel 1989: Roland Mortier compie la sintesi di questa enorme documentazione, per darci una bella biografia. Si attiene soprattutto all’itinerario intellettuale di Cloots a spese del “resto” (la vita privata, il sesso, il denaro). Ma, nel quadro che egli ha scelto, Roland Mortier è esaustivo: ci dà da leggere, in tutta la sua originalità stilistica ed ideologica e situandola costantemente nell’ipertesto polemico dei tempo, un’opera considerevole: due opere prima del 1789, 8 opuscoli ed un buon centinaio di articoli e discorsi tra il 1790 ed il 1794. Per di più, egli segnala delle opere stampate non ritrovate (p. 113, 140, 213) e pone in evidenza degli anonimi (una lista cronologica ricapitolante questa profusione sarebbe stata la benvenuta!).

Cloots, figlio di un ricco nobile olandese, è nipote del canonico Cornélius de Pauw, antropologo ante litteram, autore di sei saggi nel Supplemento dell’Encyclopédie. Pensionante a Parigi, al Collège du Plessis dal 1766 al 1769, vi compie le sue prime sperienze contestatarie anticattoliche ed intreccia le sue prime relazioni: i Van den Hyver (banchiere della sua famiglia, ghigliottinato nel 1794) ed alcuni condiscepoli (Lafayette, Gorsas, Millin). Nel 1770-1773, è allievo all’Accademia militare di Berlino con una non-vocazione militare, il che non gli impedirà di entusiasmarsi per diversi generali (Lafayette, Luckner, Custine, Dumouriez) che gli sembreranno incarnare la libertà conquistatrice [156].

Dal 1773 al 1779, accumula le letture antireligiose e “capovolge” la Certitude des preuves du Christianisme [Certezza delle prove del cristianesimo], dell’abate Bergier (1768): con il suo Ali Gier-Ber, che intende difendere la Certitude des preuves du mahométisme [Certezza delle prove del maomettismo], Cloots lotta contro le religioni rivelate ed argomenta a favore del deismo. Tutta la sua vita, si riferirà a quest’opera, stampata a “Londra” (Amsterdam) nel 1780, con una disarmante vanità d’autore, vicina alla megalomania.

La sua fede deista si trasformerà in fede atea, base del suo pensiero mondialista: il mondo deve unificarsi sotto una “nuova fede”, la “religione dei diritti dell'uomo” e l'unicità del “popolo-Dio”. Questo “trasferimento dal teologico al politico non induce alla tolleranza, ma al contrario”. Le altre parti di questa temibile cattolicità sarebbero, molto logicamente, il mercato mondiale unico e la Repubblica universale.

Nel 1780, risiede a Parigi. appartenente all'alta società (Voisenon, Montesquiou-Ferensac), conduce una vita mondana assidua (salon de Fanny de Beauharnais), proseguendo la sua vita intellettuale ed erudita nel crogiolo del Museo, futuro Liceo, sin dalla sua creazione nel 1781. Polemizza sugli Ebrei con Court de Gébelin, e traccia un vasto programma di Anti Accademia per l'istituzione che vede come una repubblica animata dai cittadini del mondo. Vi incontra Gabriel Brizard, che ha lasciato il racconto di pellegrinaggio fatto nel luglio del 1783 in compagnia di Cloots. Davanti al monumento nuovissimo di Ermenonville, i due amici bruciano le pagine anti rousseauiane dell'Éssai sur la vie de Sénèque di Diderot! Ma Cloots non rimarrà rousseaulatra e darà ampio spazio al culto di Voltaire.

Dal 1784 al 1789, Cloots effettua il suo tour dell'Europa. Nel 1784, è in Inghilterra, ricevuto da Burke a cui rimprovererà, nel 1790, la sua svolta antifrancese. Nel 1786 in Vœux d'un Gallophile, espone le sue concezioni economiche e geopolitiche. Grazie all'indipendenza americana, il mondo è scampato alla “monarchia universale” dell'Inghilterra. La Francia/Gallia deve estendersi sino al Reno. Il denaro “rappresentante di tutto”, unifica il mondo, la tratta degli schiavi è un male minore: la visione del mondo clootsiano è fissata.

Nel 1787-88 è in Magna Grecia ed in Africa. Rientra in Francia nel 1789, ma cosa fa? Pubblica almeno un'opuscolo, non ritrovato. Roland Mortier sostiene che Cloots capisce “molto presto” l'interesse della stampa. Ma i giornali si moltiplicano sin dal mese di maggio del 1789, ed è in agosto che il suo amico Millin fonda la Chronique de Paris, quotidiano nel quale scrivono soprattutto Condorcet, Rabaut Saint-Étienne e Villette, e che stampa Ruault (suo amico da 10 anni). O ci sono altri articoli da ritrovare oppure l'impegno di Cloots nella rivoluzione militante non è così rapida come si dice.

Nel 1790, intraprende una carriera di pubblicista rivoluzionario, che lo condurrà, in 4 anni, alla celebrità e alla ghigliottina. Diventa molto presto membro dei Giacobini. A partire da marzo del 1790, pubblica numerosi articoli, soprattutto in Chronique. Diventa celebre rappresentando alla Costituenete, il 19 giugno 1790, una deputazione internazionale che parteciperà alla festa della Federazione. Deriso a detra, successo a sinistra. Cloots si autoproclama “ambasciartore del genere umano”. In Anarchasis à Paris, sostiene Barnave “salvatore delle nostre colonie” contro Brissot e gli “amici indiscreti dei neri”. Quando Raynal disapprova la Rivoluzione, lo denuncia violentemente e con severità. In L'Orateur du genre humain, se la prende con la politica della Prussia.

Polemizza contro il cristianesimo egualitario di Fauchet e del Circolo Sociale. Si dichiara repubblicano, ma repubblicano antifederalista. Il suo orizzonte, è l'unificazione del globo in dipartimenti, senza unità intermedie ch non possono essere che dei freni. Alla fine del 1791, è favorevole per una guerra preventiva contro le monarchie. Appoggiata sui movimenti rivoluzionari, essa finanzierà, a spese dei principi, l'estensione della Repubblica universale(titolo del suo opuscolo-manifesto del marzo 1792). In aprile, parte in guerra contro le accademie. In giugno, effettua una netta svolta sociale e fa suo il termine sans-culotte(senza mutande). La sua Petition des domestiques è una bella arringa a favore del suffragio universale. Universale machile si intende perché Cloots non tocca mai, naturalmente, il “regime domestico”.

Con 16 intellettuali stranieri (tra cui suo zio de Pauw), è naturalizzato francese il 26 agosto. In settembre, è eletto alla Convenzione. Sin da novembre denuncia i suoi antichi amici girondini in Ni Marat, ni Roland, e si attira i fulmini di Roland, Kersaint, Brissot, Guadet (che si pente di aver presentato il decreto di naturalizzazione!). Roland Mortier descrive molto bene questa esaltazione polemica, questi scontri tra simili nei quali, ahimè, “tutti sono sinceri”. Al processo di Luigi XVI, si pronuncia per l'esecuzione immediata (in attesa di quella degli altri re). Nell'aprile del 1793, espone le sue Bases constitutionnelles de la Répubblique du genre humain. L'ondata decristianizzante dell'autunno del 1793 segna il trionfo di Cloots. Il 17 novembre (ultimo discorso alla Convenzione), si rallegra dell'”esplosione filosofica” popolare e richiede una statua per Meslier, il “primo ecclesiasitico abiuratore”. Cloots presiede il club dei Giacobini dal 11 al 29 novembre, è dunque là il 21 quando Robespierre denuncia l'ateismo com aristocratico e promette delle rivelazioni su un complotto dello straniero. Il 12 dicembre, Cloots è escluso dai Giacobini. Il 26, la Convenzione decreta che “nessun individuo nato in un paese straniero non può rappresentare il popolo francese”. Arrestato il 28 dicembre 1793, Cloots è associato ala processo di Hébert e dei Cordiglieri, e ghigliottinato il 24 marzo 1794.

Per tutti i 20 capitoli che seguono, molto da presso gli archivi, questa biografia, Roland Mortier sviluppa una tesi che credo giusta: le posizioni fondamentali di Cloots: -anticlericalismo, razionalismo, cosmopolitismo- sono fissate prima del 1789, e lo iscrivono nel retto filo dei Lumi enciclopedisti. Investendo il suo temperamento di polemista nella carriera politica, Cloots ha lottato senza esitazione sui mezzi (guerra, regicidio, Terrore), al servizio delle sue idee. La sua utopia fu certamente vinta, ma non folgorata. Come la fenice, per meglio rinascere. Perché se non possiamo più credere alla merce come veicolo di felicità universale né a un mondo riquadrato a “scacchiera senza confine” dalla forza delle armi, la fede di Cloots nel genere umano, solo attore della sua storia, è sempre di attualità. Allora a quando, sulla spinta dell'esemplare lavoro di Roland Mortier, una vera edizione completa della corrispondenza e delle opere di Cloots?

 

 

Da: “Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopedie”

1997, Anno 22, Numero 1, pp. 156-158

[Segnalazione libraria di: Anacharsis ou l’Utopie foudroyée, Stock, 1995, 528 pp.]


 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Anarchasis ou l'Utopie foudroyée

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18 dicembre 2010 6 18 /12 /dicembre /2010 13:04

Dalla ponderosa tesi di laurea dell'autrice Caroline Granier, iniziamo a tradurre in ordine sparso e cioè a seconda del nostro grado di interesse e conoscenza delle tematiche trattate, il capitolo introduttivo all'argomento, e cioè il terzo capitolo della seconda parte intitolata "Una letteratura di lotta" del primo dei due volumi, intitolato "Panorama" di cui è composta l'opera globale intitolata Les écrivains anarchistes en France à la fin du dix-neuvième siècle [Gli scrittori anarchici in Francia alla fine del diciannovesimo secolo]. Con il tempo ci riproponiamo di tradurre integralmente quest'opera meritevole di esserlo per ovvi ed evidentei motivi, consapevoli come siamo che nessun editore, del notro beneamato belpaese, nel contesto attuale, si sognerebbe mai di farlo

 

 

[Capitolo III]: I romanzi degli anarchici





La forma del romanzo, ed in particolare il romanzo realista, sembra essere la forma idonea per esporre delle dottrine politiche. Pierra Masson ha dimostrato che il periodo 1871-1914 ha visto la pubblicazione di opere che tentavano di propagare delle opinioni politiche attraverso delle finzioni romanzesche, questo genere essendosi imposto"come il terreno ideale in cui esercitare un principio di autorità" [1] . Ma egli ci vede egualmente un periodo in cui si forma il romanzo a tesi, in cui lo scrittore era forse più libero che in in seguito di scegliere le sue tecniche , meno influenzato da ideologie costituiste.

Si parla anche molto, alla fine del dicianovesimo secolo, di "romanzo sociale". Inteso in senso ampio, l'espressione designa tutta la letteratura romanzesca portatrice di un avisione critica sulle relazioni sociali. In un'opera recente, Sophie Béroud e Tania Régin propongono un'altra definizione più ristretta, che ingloberebbe tutte le opere che scaturiscono da una letteratura impegnata sul versante del mondo operaio, che si siano accontentate di restituire le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, nelle sue molteplici componenti, o che abbiano assunto più apertamente una funzione di denuncia, di conoscenza e di formazione" [2].
Ecco come le due critiche presentano Le Roman Social [Il Romanzo Sociale]: "Prendendo in considerazione il sintagma 'romanzo sociale', abbiamo auspicato trattare una letteratura che non veicola l'ideologia dominante del capitalismo, ma al contrario, che giunge a stigmatizzarla quando essa espone o a fare prevalere un'altra visione del mondo" [3]. 

Queste problematiche sono molto presenti nelle riviste dell'epoca: con un po' di prospettiva, è verso il 1900 che si tenta di costituire una categoria chiamata "romanzo sociale". La Revue des deux mondes dedica un numero a "la rinascita del romanzo sociale" il 15 agosto 1904. La definizione elaborata da Poinsot e Normandy è ripresa, l'anno successivo, in un volume. I due critici osservano che il genere ha conosciuto una moda considerevole tra il 1820 e il 1900, citano Léon Blum (rispondendo ad un'inchiesta aperta da M. Montfort nella rivista Les Marges, nel luglio e ottobre del 1904) e la sua definizione del romanzo sociale come romanzo "che dipinge dei quadri sociali": "E noi aggiungeremo: il romanzo sociale è quello che, abbandonando i sentieri battuti della psicologia di una minoranza di oziosi, dirige la sua osservazione sulla maggioranza, cioè sulla folla dei lavoratori di ogni categoria (lavoratori intellettuali o manuali) e che, se studia specialmente dei tipi, considera i suoi eroi individuali nei loro rapporti con gli ambienti sociali che essi attraversano. Vedremo più avanti che questa letteratura utile reca in sé il suo valore d'arte così come ogni altra letteratura" [4].  


 Charles Brun, nel suo studio del 1910 Le Roman social en France, evidenzia che il romanzo è, con il teatro, "il genere che permette la maggior presa sul lettore" [5] . Rileva subito l'abbondanza di "romanzi a tesi" dopo gli anni dell'affare Dreyfus, che egli interpreta come il segno del carattere turbato dell'epoca. Ecco come egli definisce le caratteristiche del romanzo a tesi: "Di intenzioni tali, annunciate esplicitamente, sia nella prefazione dell'opera, sia nella prefazione dell'opera, sia con l'aiuto dei mezzi che l'ingegnosa pubblicità moderna e nostro desiderio di informazione moltiplicano ogni giorno, sia infine nel testo stesso, costituiscono quel che si potrebbe chiamare un carattere esterno del romanzo a tesi. Ve n'è un altro, altrettanto comodo da osservare: ed è o il costante intervento dell'autore, che rompe con l'intrigo per espandersi in dissertazioni (i romantici hanno abusato di questa procedura), o l'introduzione nel romanzo di un personaggio parente prossimo del "ragionatore" della commedia classica, e porta parola più o meno travestita dello scrittore" [6]. Secondo lui, la tesi, nel romanzo contemporaneo, "ha qualche cosa di più aggressivo e di più diretto" [7].

Il romanzo anarchico può essere un romanzo sociale, ma i due appellativi non si coprono. Mentre il romanzo sociale ha per eroe una collettività o almeno un personaggio rappresentativo di una collettività, i romanzi scritti dagli anarchici sono spesso dei romanzi dell'individuo, degli emarginati. Cos'hanno in comune i vari romanzi scritti dagli anarchici o militanti? Sono innanzittutto dei romanzi di denuncia, che propongono in modo più o meno esplicito una critca dell'ordine stabilito. Essi hanno un legame stretto con la loro epoca. Molti tentano di stabilire un rapporto particolare con il lettore, rapporto che non sia fondato sull'autorità. La particolarità di questi autori è che tutti accordano una grande importanza alle parole, al linguaggio, alla retorica che può così essere anche autoritaria. Così la scelta del romanzo è un modo di mettere all'opera un linguaggio che non sia autoritario, ma portatore di libertà.

Comincerei con una classifica tematica: che essi trattino dell'individuo, del paria o della collettività, numerosi romanzi pongono in scena delle lotte, delle rivolte. Mi attarderei in seguito sul genere molto apprezzato dagli anarchici del romanzo a chiave o del romanzo storico. Ma la production di questi scrittori non si colloca nel genere realitico: esistono numerose opere allegoriche o simboliche scritte dagli anarchici.

 

 

 

Disegno di Albert Lambert ritraente Mirbeau mentre legge una sua opera, 1905

 

 

 

Caroline GRANIER

[Traduzione di Ario Libert]

 


[1] Pierre MASSON, Le Disciple et l’insurgé, 1987, p. 8 [Il discepolo e l'insorto].

[2] Le Roman social…, 2002, p. 11 [Il Romanzo sociale].

[3] Ibidem.

[4] POINSOT et NORMANDY, Le Roman et la vie, 1905, p. 6 [Il Romanzo e la vita].

[5] Charles BRUN, Le Roman social en France…[1910], 1973, p. 47 [Il Romanzo sociale in Francia].

[6] Idem, p. 58.

[7] Ibidem.


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5 dicembre 2010 7 05 /12 /dicembre /2010 08:00

FRANCISCO FERRER

 

Nato ad Alella, una piccola città vicino a Barcellona, tredicesimo di quattordici figli di agricoltori cattolici e monarchici. A 14 anni è posto presso un mugnaio di Barcellona che lo influenza molto con i suoi ideali repubblicani; Francisco legge molto si interessa di politica e comincia a frequentare gli ambienti socialisti ed anarchici. Autodidatta, studia Pi i Margall e le dottrine degli internazionalisti.

 

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Proveniente dalla borghesia cattolica spagnola, Francisco Ferre diventa libero pensatore.

 

 

 

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Fonda nell'agosto del 1901 la Scuola moderna di Barcellona. Sarà assecondato dalla sua compagna Soledad de Villafranca.

 

 

 


 

 

ferrer-04.jpg Questa scuola, mista, propone una nuova pedagogia vicina alle idee libertarie e cerca di sottrarre i bambini all'influenza della Chiesa.

 

 


 

 

 

 

 

ferrer--05.jpgA causa  delle sue idee sovversive, Ferrer è più volte imprigionato.


 

 

 

 

ferrer--06.jpgIn seguito a sommosse rivoluzionarie a Barcellona è arrestato.

 

 

 

 

 

 

 

ferrer--07.jpgGiudicato da un tribunale militare, è condannato a morte, dopo una parodia di processo.


 

 

 

 

ferrer--08.jpgMalgrado le manifestazioni che affluiscono da tutto il mondo, sarà fucilato nei fossati di Mont Juich il 13 ottobre 1909. 

 

 

 

 

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La Chiesa spagnola porta una pesante responsabilità in questa esecuzione.

 

 

OLT

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Francisco Ferrer

 

Hem Day, Francisco Ferrer y Guardia, 1959

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21 novembre 2010 7 21 /11 /novembre /2010 08:34

Steinlen e Le Chambard socialiste

steinlen_CHAMBAR.jpgDisegni di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 14, 17 aprile 1894.

 

Jean-Luc Jarnier



"Steinlen Alexandre, illustratore molto parigino, nato a Losanna nel 1859" [1]. È con queste parole che inizia la notizia dedicatagli da henri Béraldi nel 1892 in Les graveurs du XIXe siècle [Gli incisori del XIX secolo] [2]. E per riprendere il titolo di un'opera di Francis Jourdain, Steinlen ha per reputazione di essere stato un grande disegnatore di stampe popolari [3].

Fu uno degli illustratori di stampa francesi più in vista alla fine del XIX secolo. Dopo aver trascorso la sua giovinezza in Svizzera, nel 1881, Steinlein risiede a Montmartre. Il caso di un incontro lo pongono in contatto con Adolphe Willette. Rapidamente, disegna per la stampa. Disegna per la rivista del Chat Noir, incontra Aristide Bruant e disegna per il Mirliton. Nel 1891, inizia, per quasi dieci anni, una collaborazione notevole con Gil Blas illustré. Firma più di 700 illustrazioni. Socialista agli inizi, Steinlen si orienta progressivamente verso gli ambienti anarchici e la sua opera artistica si iscrive, da quel momento, ulteriormente nel campo della critica sociale e della satira politica.

Steinlen collabora al Chambard socialiste (di tendenza anarco-sindacalista) sin dal primo numero uscito il 16 dicembre 1893 e consegna delle illustrazioni, delle litografie [4] sino al numero 32 [5], firmandosi Petit Pierre.

Steinlen non firmò nessuna illustrazione per il 33° numero. Smise di collaborare al Chambard nel luglio del 1894, poco prima di una retata contro gli anarchici ed altri individui giudicati sovversivi. Si recò all'estero per sei mesi (Germania e Norvegia).

Le Chambard socialiste era un settimanale di 4 pagine diretto da Alfred Géraud-Richard del formato 50x35 cm con in genere una illustrazione in prima pagina. La tiratura oscillava intorno alle 20.000 copie.

In Le Chambard socialiste, Steinlen, l'occhio incorruttibile e la matita sempre allerta, insorge contro le disuguaglianze sociali, i rapporti tra l'opulenza e l'insufficienza. Si commuove per le condizioni di vita del mondo operaio. In un disegno dagli accenti grafici molto realistici, mostra un gruppo di bambini cenciosi che si appressano attorno poche magre pietanze. Accanto ad essi, passa un cane, indifferente. Non ha freddo ed è ricoperto da un piccolo mantello. La didascalia recita: "Bella società dove i cani dei ricchi sono più felici dei bambini dei poveri".

Oltre all'ineguaglianza economica, ci sono secondo Steinlen, due giustizie: quella che schiaccia i più deboli e quella che protegge i più ricchi, cioè li conforta. Così, l'illustrazione del n° 11 è intitolata "Cento milioni!", con la didascalia: "Il Signor barone è messo in libertà, con gli onori dovuti ad un personaggio di alto furto [*]". Un furto che rinvia allo scandalo di Panama. Il barone Jacques de Reinach, persona grata, è trattato con riguardo e rimesso in libertà, affiancato da due soldati in divisa che gli rivolgono un saluto. La settimana seguente, nel n° 12, Steinlen disegna un uomo che cammina a testa bassa, l'aspetto triste tra due gendarmi sotto il titolo "Senza un soldo!". Regge un pane, quello del menù rubato che l'ha fatto arrestare. L'uomo sospira: "Ah! Se invece di un pane avessi rubato cento milioni...".

 

 
Steinlen si augura l'instaurazione di una repubblica sociale. Constata, come tanti altri che non è ancora giunta. Nella copertina del numero 28 delChambard socialiste del 23 giugno 1894, Steinlen consegna un disegno notevole eloquente intitolato "Quella che ha svoltato in peggio" con la didascalia: "Nasconditi, baldracca! ci fai vergognare!".Non possiamo che pensare a fare un accostamento con l'affermazione diÉmile Pouget, che in uno scritto intitolato "Marianna la Spregevole", inLe Père Peinard [6] del 18 settembre 1898 scriveva: "Ognuno rimuginava e sognava che se la Repubblica fosse giunta, tutto sarebbe cambiato: colpire duro l'impero e schiaffare al suo posto una società nuova con la pagnotta assicurata e la libertà in premio... È l'idea che a quei tempi , ci si faceva della Repubblica. Così, quando l'Impero crollò fu un sacro giubilo: si sarebbe vissuto infine, La Bella stava per arrivare! Col cavolo! Si è accompagnata bene, che sgualdrina! Invece della Marianna dei suoi sogni, il popolino ha visto una orribile puttana che riserva le sue carezze a tutte le carogne di alta classe".  
 
-Ah, se invece di un pane avessi rubato cento milioni...

L'illustrazione considerata mette in scena quattro personaggi di cui uno borghese panciuto reggente un bastone da passeggio con pommello. Dà il suo braccio ad una donna vestita con un lungo mantello rosso e recante un berretto frigio rosso con coccarda. Essa rappresenta Marianna o la Repubblica. Marianna è sotto gli sguardi di due operai, di cui il più attempato, può simbolicamente rappresentare suo padre. La rimprovera dicendole: "Nasconditi, baldracca! ci fai vergognare". Marianna che prova vergogna nasconde il volto sotto la sua mantellina.

steinlen_Marianne.jpg-Nascondi, schifosa! ci fai vergognare.

Il senso è esplicito: il capitale, dunque il borghese, è riuscito a sedurre, corrompere ed anche attrarre a sé i favori di Marianna o la Repubblica, figlia del popolo e del proletariato, che ha tradito. Notiamo infine che gli indumenti dei personaggi (blu e rosso) rappresentano, con l'aiuto del bianco (quello della carta presente nello spazio tra i due personaggi) la bandiera tricolore. Nell'immagine di Steinlen, il bianco [7] non ha esistenza propria; ha la parte congrua ed è ridotto ad esistere che in riferimento al blu ed al rosso.

 

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Il Signore- Eh! Eh! Si è fatta graziosa la sua cadetta: dovreste affidarcela...

-Popolo- Mai! Perché ne facciate una carogna come sua sorella!

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 4, 6 gennaio 1894.


Quest'opera che testimonia dei sentimenti di amarezza e di speranze deluse di fronte alla Repubblica è evidente e da porre in relazione con quella apparsa in Le Chambard n° 4 del 6 gennaio 1894 avente per titolo "La cadette" [La figlia minore]. Un borghese, anch'esso obeso, apostrofa un operaio minatore a torso nudo, che regge al braccio sua figlia indossante un berretto frigio ed al braccio un paniere sul quale sta scritto "Repubblica sociale". Il borghese esclama: "Eh! Si è fatta carina la vostra figlia minore, bisognerà che ce la affidiate...". L'operaio risponde: "Mai! Perché ne facciate una cagna come la sorella maggiore!".
 
Per Steinlen, la Repubblica è una bella idea i cui frutti sono stati sequestrati da una borghesia e dei politici troppo occupati a soddisfare i loro interessi personali. Tuttavia, Steinlen esprime l'idea che la speranza in questa Repubblica Sociale rimane. Queste due illustrazioni mettendo in scena Marianna rinviano ad una tipologia dei personaggi molto ampiamente usata durante il XIX secolo in disegni e caricature.
  
Il borghese, è molto spesso rappresentato obeso ed a volte leggermente curvato, indossante una tuba ed una canna con pomello. L'orologio con catenella ed il sigaro sono anche uno degli attributi della ricchezza e del potere. Tutte queste caratteristiche sono quelle dell'uomo rispettabile. Quando il borghese è accanto ad un operaio, il contrasto è accresciuto dal fatto che l'operaio è, in Steinlen, spesso a torso nudo, segno della sua vita di lavoro. C'è generalmente nell'operaio una maggiore magrezza che denota la differenza di status e di tenore di vita. È opposta l'opulenza al denudamento. Il borghese ben piantato sulle sue gambe ha una maggiore posizione nella vita.

In altri disegni di Steinlen, la verticalità impiegata per figurare il corpo per rappresentare il corpo del borghese fa contrasto con il tratto spesso più ondeggiante dell'operaio generalmente rappresentato ricurvo il che traduce la sua mancanza di sicurezza e di posizione nella vita.

steinlen_chambard--19_maggio_1894.jpg Disegno di Steinlen publicato in Le Chambard n° 23 del 19 maggio 1894.


Steinlen, come molti altri, si mette a rappresentare, a volte, i borghesi con alcuni dei tratti attribuiti ai semiti, sia il naso ricurvo, la barba nera fitta, labbra enormi. Nulla viene ad intaccare l'idea che non si tratti che di una semplice contaminazione grafica. Citeremo, tra le altre cose, un contributo per il Chambard socialiste del 19 maggio 1894 che attesta del partito preso di Steinlen. 

Questa scena di pagamento di buoni ha una forte risonanza legata all'affarismo dello scandalo di Panama. Nel caso presente, antisemitismo, si associa, con una rima povera, con anticapitalismo. Eppure, Steinlen non è da classificare tra gli antisemiti che hanno abbondato nell'odioso registro e che hanno indistintamente inglobato in un'unica carica critica tutti gli ebrei. Non troviamo, ad esempio, in Steinlen riferimenti adatti ad alimentare la costruzione del mito dell'ebreo errante, sempre avido di guadagni o ladro. Un'osservazione sull'insieme della sua opera grafica e pittorica lo attesta.

Sul modo di rappresentare Marianna, quando è criticata la Repubblica all'epoca di Steinleon, notiamo che i caricaturisti hanno spesso sviluppato un genere di rappresentazioni in cui il corpo di Marianna era eseguito con delle sgraziate deformazioni. La Repubblica, qualificata con disprezzo di "pezzente" appariva spesso come una donna forte dalle forme sfatte ed avvinazzata. Un disegno di Jean-Louis Forain apparso in le Figaro del 14 giugno 1894 rappresenta inoltre Marianna come una specie di donna forte dall'espressione triste. Passa presso un gruppo di uomini. Uno dei due esclama: "E dire che era così bella durante l'Impero!".

Nella sua opera, Steinlein non sottopone di solito Marianna a dei processi di deformazione o di regressioni morfologiche. Il modo di denunciare le derive della Repubblica rappresentando Marianna, così come ha fatto Steinlen, non era privilegio dei caricaturisti, almeno nel 1894, in un momento in cui l'antiparlamentarismo e l'antirepubblicanesimo erano esacerbati dagli scandali politico-finanziari. Regnava un clima deleterio che ha potuto spingere la mano dei disegnatori a scegliere l'irriverenza, L'esagerazione e le raffigurazioni grottesche. In fondo, attraverso le sue metafore grafiche, Steinlen propone una lettura più fine del contesto politico e sociale. Le sue caricature che si vogliono narrative possono sembrare di una più grande efficacia di quelle che non hanno fatto ricorso che a sole deformazioni morfologiche. E i suoi disegni sono tanto più d'impatto se sono associati a delle didascalie che non soffrono l'ambiguità.

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  IN TUTTA LA SUA GLORIA

Donne, Bambini, Vecchi... Nessuno gli resiste!

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 27, 16 giugno 1894


Nel Chambard, Steinlen esegue cinque disegni dedicati alla commemorazione e al ricordo degli avvenimenti della Comune di Parigi. Questi disegni formano  una serie notevole dove entra della considerazione per la lotta e l'opera degli anziani [8] e della riprovazione per i crimini attribuiti a Gaston Galliffet, lil quale è rappresentato in una posa ieratica accanto ad un mucchio di cadaveri. Il titolo e la didascalia "In tutta la sua Gloria" e "Donne, bambini, anziani... nulla gli resiste!" fanno riferimento alle esecuzioni sommarie della "settimana di sangue [9]". Da notare, l'illustrazione intitolata "18 marzo" (insurrezione che segna l'inizio della Comune di Parigi). Questo disegno mostra una folla dalle braccia vendicatrici, armata di forconi, falci, picconi da minatori, martelli con, in testa, una donna con il berretto frigio, il petto denudato.

Con Le Chambard socialiste, Steinlen introduce nella sua opera, una tematica della rivoluzione che egli svilupperà nel corso della sua vita. Steinlein attinge ad un sostrato teorico negli scritti di pensatori come: Barbès, Blanqui, Fourier, Marx. Così sulla prima pagina di Le Chambard socialiste n° 6, i nomi di questi teorici e rivoluzionari appaiono inscrittitra i raggi di un sole al tramonto. Un personaggio nasconde in parte l'astro rosseggiante. Si tratta del "pauvre Pandore" o Jean Casimir-Perier, presidente del Consiglio (e futuro presidente della Repubblica) che Steinlen ha raffigurato portante gli abiti di Pandora il gendarme [10]. E la didascalia beffarda: "Non fermerai il sole". Casimir-Perier fu diverse volte il bersaglio congiunto di Steinlen e Gérault-Richard a tal punto che quest'ultimo fu condannato ad una pena detentiva dalla corte d'assise della Senna per offese al presidente della Repubblica.
In Le Chambard socialiste, l’opera di Steinlen prende radice nel terreno contestatario alimentato dai socialisti e dagli anarchici.Sullo sfondo di rigetto della borghesia e del mondo politico percepito come globalmente corrotto,   Steinlen sviluppa un'opera operaista, in cui secondo il suo punto di vista, lo sciopero, la rivolta, infine la rivoluzione, non possono essere che la risposta all'oppressione. Stimolato dal conflitto, molto binario, di lotta di classe, egli esorta a, non far cadere la Repubblica, ma ad emmendarla per far esistere la Sociale.

 

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 OGGI

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 16, 31 marzo 1894.

 

 


Per concludere, ci accontenteremo, per illustrare la speranza di Steinlen nell'avvento di un mondo migliore, di aggiungere al testo, senza altri commenti, due disegni di copertina intitolati
"Aujourd’hui!" [Oggi!] e "Demain!" [Domani!" [Domani] [11]. Ma c'è bisogno di arrivare a dire, come Anatole France scrive nel 1903 in un catalogo d'esposizione delle opere di Steinlen che "L'arte di Steinlen non ha bisogno di commenti. Si spiega da sé e si fa sentire a tutti?".

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DOMANI
Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 17, 7 aprile 1894.

 

 

 

 

 

 

Jean-Luc Jarnier

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

NOTE

 

[1] Steinlen muore a Parigi nel 1923, all'età di 62 anni dopo aver dedicato la vita interamente all'illustrazione politico sociale.

 [2] BERARDI Henri, Les graveurs du XIXe siècle, guide de l’amateur d’estampes modernes, [Gli incisori del XIX secolo, guida dell'amante di stampe moderne], vol. XII, Paris, éditions Conquet, 1892, p. 56.

[3] JOURDAIN Francis, Un grand imagier, Alexandre Steinlen, [Un grande illustratore, Alexandre Steinlen], Paris, éditions du Cercle d’art, 1954.

[4] Furono ricavati da ogni disegno, cento prove litografiche, fuori testo, edite e vendute da Kleinmann.

[5] Steinlen firma 30 copertine sui primi 32 numeri del Chambard con due eccezioni. La prima pagina [el numero 19  è firmata  da Maximilien Luce ed il numero 20 non comprende illustrazione in copertina. Quest'ultima firmata Petit Pierre (Steinlen) occupa la doppia pagina interna per celebrare il primo maggio 1894. Dopo il numero 32, la maggior parte delle illustrazioni sono firmate da Moloch (detto Hector Colomb). Anche Edouard Couturier vi partecipa. La pubblicazione si ferma con il numero 78 del 8 giugno  1895.

[*] Naturalmente il significato corretto della didascalia è: "Il Signor barone è rimesso in libertà, con gli onori dovuti per un personaggio di alto profilo (haut vol). Si tratta però di un gioco di parole, in quanto "vol", in francese può assumere il significato di "volo", (da qui la mia traduzione di "alto profilo"), ma anche di "furto".

[6] Emile Pouget fu anarchico vicino a coloro che perpetrarono gli attentati dal 1892 al 1894.

[7] La bandiera bianca fu quella del regno di Francia, sino alla cadura di Carlo X, nel luglio 1830. Dopo questa data, fu sostituito con la bandiera tricolore.

[8] Louise Michel, in un'allegoria, è rappresentata come la grande figura della Comune (n° 24 del 26 maggio 1894 ).

[9] Dal 22 a 28 maggio 1871. Il generale Galliffet (soprannominato il fucilatore della Comune) è accusato dai suoi dettrattori di avere, tra l'altro, ordinato delle esecuzioni sommarie nelle fila dei comunardi fatti prigionieri e condotti a Versailles. 

[10] Pandore era il soprannome dato ad un gendarme in una canzone popolare di Gustave Nadaud, del 1857: "Pandore ou les  deux gendarmes" [Pandore o i due gendarmi]. Pandore era un personaggio ridicolo e intelletualmente limitato.

[11] Rispettivamente pubblicati nei numeri 16 (31 marzo 1894) e 17 (7 aprile 1894).

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14 novembre 2010 7 14 /11 /novembre /2010 08:00

 

 

  Note su un ultimo romanzo di B. Traven

 

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di Théodore Zweifel 
 
 
 


Busto-dello-scrittore-Traven--Canessi-1966.jpgQUANDO appare Aslan Norval [1], nella primavera del 1960, B. Traven non ha pubblicato romanzi da ben venti anni. Esso sarà anche l'ultimo. Il manoscritto è stato oggetto di una presentazione nei BT-Mitteilungen(notiziario edito "in Messico e Zurigo" dal gennaio 1951 all'aprile del 1960- 36 numeri- per difendere l'opera di Traven e accessoriamente rifiutare ogni relazione tra Traven e il vecchio rivoluzionario di Monaco Ret Marut). Nel n° 29 della fine di marzo del 1958, leggiamo: "B. Traven, che molti hanno già così spesso ritenuto morto, ha appena scritto, dopo una lunga pausa, un nuovo libro. Questìo romanzo si intitola Aslan Norval; l'autore si impegna a rovesciare da cima a fondo il mondo intellettuale intristito, immerso in una confusione senza via di scampo, nel quale siamo tutti irrimediabilmente confinati e che si occupa quasi esclusivamente della guerra e della sua eventualità, allo scopo di dargli una nuova direzione, più universale di quella che ci ha oggi condotto ad esserne prigionieri".

Il manoscritto viaggiò a lungo da un editore all'altro senza essere trattenuto. Da una parte, il tedesco nel quale era stato redatto passava per essere maldestro; d'altra, la diffidenza nei confronti di "nuovi libri di Traven" era diventata generale per il fatto che in questa epoca brulicavano ogni genere di impostori e di falsari e che l'editore Kiepenheuer & Witsch aveva annunciato due "nuovi libri di Traven", cosa che si rivelò essere una pura falsificazione.

Josef Wieder, che era l'agente di Traven per l'Europa dal 1939, confidò a Johannes Schönherr, vecchio lettore-correttore della Gilda del libro Gutenberg, la cura di rimettere il manoscritto di Aslan Norval in valido tedesco.

L'azione del romanzo si svolge nel 1953-54, dopo la guerra di Corea e si svolge a New York et Washington. I protagonisti sono dei Nord-Americani dell'alta società. L'intrigo politico-sociale del romanzo ruota intorno ad un fantastico progetto di canale o di ferrovia capace di accorciare il traffico marittimo tra l'Atlantico ed il Pacifico.

La-mano-di-Traven--bronzo-dello-scultore-Federico-Canessi--.jpgQuesto libro, così differente per la sua tematica, il suo soggetto e la sua qualità letteraria delle precedenti opere di Traven, sollevò alla sua apparizione dei dubbi sulla paternità del suo autore. Traven stesso, in una lettera (firmata da sua moglie Rosa Elena Luján ma scritta in tedesco), scrisse al critico svizzero Max Schmid, il 9 giugno 1961: "...Da molti anni, si accusa T. di non aver che una corda al suo violino, che suona incessantemente sino alla sazietà, e di presentare un mondo, dalle forme molto limitate, in cui non ci sarebbero da una parte che dei poveri Indiani, ridotti in schiavitù e maltrattati, e degli esploratori brutali e dei succhiasangue dell'altro. Al pari di ogni essere umano, T. ha l'innegabile diritto di andare con il suo tempo per non rimanere indietro. Lo si dovrebbe lodare di saper scrivere a proposito di altre cose che di proletari indiani che, anche qui (in Messico), cominciano a sparire, anche se il fenomeno è ben più lento che negli Stati Uniti o in Europa. T. non è né un politico né un riformatore del mondo né un propagandista né un uomo di partito. È un narratore, e - cosa che egli ha spiegato in una rivista, trent'anni fa, egli racconta in quale modo egli veda le cose, le ha viste o crede di vederle. Ha scritto con il suo nome numerose storie poliziesche o di un genere molto vicino, che non sono state pubblicate sino ad ora che in inglese e che sen'altro nessuno, conoscendo che i suoi libri, avrebbe pensato siano stati scritti da lui. Ecco che ancora una volta egli scrive un libro mettendo in scena, invece di indigeni schiavi martirizzati, una donna bella ed intelligente che cerca a modo suo di risolvere il problema più scottante dell'attualità, la bomba atomica, e subito si spande la favola che T. non potrebbe, in nessun caso, aver scritto questo libro".

La storia: la ricchissima Aslan Norval, ventiquattro anni, è la moglie del magnate dell'industria, Holved Sythers, molto più vecchio di lei. È in preda ad una "pulsione", una "voluttà di creare" che la farà "quasi esplodere": vorrebbe "creare qualcosa di veramente grande, qualcosa che si vede da lontano, qualcosa che resta" secondo i termini del romanzo. È allora che incontra più o meno per caso su quel progetto di canale che ridurrà il traffico marittimo collegando  New York a San Francisco.

Si tratta di un progetto faraonico. Fondando la società per azioni Atlantic Pacific Transit Cooperation, Aslan Norval si tramuta in un personaggio pubblico. Poiché quest'impresa era precedentemente stata considerata come sospetta, Aslan Norval riesce ad essere citata davanti al Senato di Washington. L’udienza, che dura alcuni giorni, è trasmessa alla televisione. È quanto aspettava Aslan Norval: familiarizzata con i trucchi della messa in scena per aver lavorato in pre cedenza come tecnico cinematografico, ne fa un'attrazione con l'impiego di girls, carte, schizzi tecnici e cifre e riesce a scatenare un temporale in tutto il paese.

Le preoccupazioni sociali dell'autore si fanno allora chiare: "La sete di scoprire nuove armi mille volte più devastatrici di quelle che erano già state immagazzinate in quantità incredibili era diventata una vera malattia presso gli umani. Invece di costruire nuove scuole, nuovi ospedali, alloggi a buon mercato, nuove strade ferroviarie, nuove centralo idrauliche e nuovi mezzi di irrigazione in vista  di sradicare l'amara miseria di milioni di persone nei paesi poco sviluppati, si costruiscono ogni mese due mila nuove bombe all'idrogeno...".

La popolazione si entusiasma per il progetto di Aslan e non chied che di parteciparvi: "Il popolo , stanco dell'eterna propaganda del terrore, rivolgeva infine i suoi pensieri e le sue speranze verso qualcosa di positivo, per applicare la sua enorme forza creatrice e la sua inesauribile energia a nuovi campi di azione...".

Nella seconda parte del romanzo, l'autore polemizza contro i fautori di panico tratti dall'alta finanza e contro gli intrighi dei gruppi di interesse reazionari che spingono al bellicismo, di concerto con numerosi rappresentanti del governo e della stampa, per timore che i loro affari legati agli armamenti vadano alla rovina.

Alcuni mesi dopo l'audizione ancora indecisa davanti al Senato, assistiamo negli Stati Uniti ad una recrudescenza della disoccupazione: "Il numero di disoccupati che cresce ad un andamento incredibilmente rapido creava un clima di inquietudine. Il numero di dieci milioni e mezzo di disoccupati (anche se se ne ammettevano ufficialmente meno di cinque milioni) pesava come un incubo sulla vita economica del paese, ed ogni mese ci si avvicinava sempre più velocemente verso i dodici milioni. Cosa fare per mettere un termine a questa crescita? È allora che Aslan Norval si ritrovò ancora al centro dell'interesse pubblico. Il suo progetto risolverebbe in gran parte la questione della disoccupazione per molti anni, anche nel caso in cui in cui si dovessero smobilitare centinaia di migliaia di soldati diventati inutili".

Nell'intenzione confessata dell'autore di mettere in rilievo un lav oro pacifico di edificazione si sovrappongono nel libro degli intrighi erotici che disorientarono i lettori abituali di Traven. Si tratta dell'avventura amorosa di Aslan Norval con un giovane sergente del corpo dei Marines, che lei utilizza come "cavia" per quel che lei chiama una "vivisezione"; ed il risultato è la "rivalorizzazione" della sua relazione di coppia con suo marito più anziano. Ad un editore a cui il manoscritto era stato proposto e che lo rifiutò per il motivo che "l'autore cerca di trattenere l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima riga a colpi di scene erotiche", Traven replicò: "Questo libro non è di natura erotica dalla prima all'ultima riga. È questa una sottovalutazione che mi ferisce profondamente. In verità, il libro è da un capo all'altro, dalla prima all'ultima riga, privo del minimo contenuto pornografico. Tutti i personaggi presentati sono fatti di carne e di sangue, di una sana e fresca normalità. Ed è per questa ragione e per nient'altro che essi pensano e parlano di nient'altro che di desideri e di piaceri erotici. Non è tuttavia colpa mia. Tutta la colpa è di quegli uomini e donne del mio libro che, non appena ho dato loro vita, mi sono sfuggiti, non mi hanno obbedito e, di conseguenza, fanno e dicono ciò che piace loro. Dia detto di sfuggita, tutti gli esseri umani che appaiono nei miei libri parlano senza mezzi termini e non si nascondono dietro una foglia di fico. Cosa posso farci? Sono contrario ad ogni censura. Ed è per questo che mi si potrebbe trattare da impostore se esercitassi una censura contro ciò che dicono e fanno gli uomini e le donne dei miei libri" (BT-Mitteilungen n° 33, fin mars 1959).

 ziegelbrenner1---1917.jpgA parte gli episodi erotici, ritroviamo in questo romanzo i ragionamenti che Marut enunciava già nell'articolo "Ricostruzione, no! Rifondazione!" che apriva nel 1917 il primo numero del Ziegelbrenner: "Il capitalismo sotto la sua attuale forma non può che condurre alla guerra. Le cose vanno fondamentalmente in modo diverso quando l'umanità è portata ad approfondire le sue idee, a cambiare il suo modo di pensare [...]. Ed è perché tutti gli uomini pensano denaro che il denaro ed il capitalismo costituiscono oggi il solo potere, un potere decisivo e dei più influenti [...]. Se si offrisse agli uomini una vita più motivata, più ricca, più gradevole; se il loro lavoro fosse una gioia e non il mezzo per assicurare con pena il loro cibo; se si desse agli uomini ogni possibilità di esercitare le loro piene facoltà e di utilizzare i loro talenti, invece di lasciarli inaridire, nessuna isteria guerriera avrebbe il minimo successo, in nessun paese [...]. Dopo la guerra, non si tratterrà più di ricostruire a colpo sicuro il passato; perché è precisamente il passato che ha apportat o questa indicibile sofferenza che pesa sull'umanità. Ciò che occorrerà, è una rifondazione completa, totale dei nostri pensieri e del nostro modo di pensare. La pigrizia spirituale è il male più terribile, un male ben più rave che di sbagliarsi. Un pensiero falso può essere rimesso sulla buona strada; la pigrizia spirituale è irrimediabile. Se, prima della guerra, pensavamo: "Nella vita, è il denaro  la cosa più importante!", dopo la guerra dovremo pensare: "Nella vita è il lavoro la cosa più importante!" (Der Ziegelbrenner n° 1, 1er septembre 1917). 

Sono le stesse idee che Aslan Norval precisa, ma con altri termini. "Non è a quel pezzo di carta che è un'azione che le persone comune credono così come essi credono, diciamo, al potere d'acquisto di un biglietto da diecimila dollari. Un pezzo di carta. E la maggior parte del tempo terribilmente sporco. È la fede nel valore invisibile del lavoro e della produzione che si esprime in questo pezzo di carta" (Aslan Norval). In entrambi i casi, l'autore il punto di vista di un riformatore sociale: mira a cambiare l'educazione morale dell'uomo, traendo la popolazione dal letargo in cui l'ha fatto cadere il bellicismo e la paura della guerra e guidando i suoi pensieri verso un lavoro socialmente utile e sensato.

L'amica Esperanza Lopez MateosSecondo il suo biografo Rolf Recknagel [2], è del tutto possibile che B. Traven abbia voluto, con questo rimanzo, erigere una stele a Esperanza López Mateos che fu sua collaboratrice a partire dal 1939. Era "una donna piena di energia, di una grande efficienza e di un'attività esuberante" e dopo la sua morte, nel 1951. "non sappiamo più nulla di B. Traven. Non il minimo libro di quest'autore appassionato è apparso per parlarci delle sue preoccupazioni o dei suoi progetti letterari", scriveva il quotidiano Excelsior del 5 novembre 1957. È in queste circostanze che Traven ruppe il suo lungo silenzio annunciando Aslan Norval. Infatti, Recknagel considera che vi è come una rottura nella produzione letteraria di Traven dopo il 1946 [3 quando appare, tradotto dal tedesco da Esperanza López Mateos, Una canasta de cuento mexinanos (aveva già tradotto Puente en la selva [Ponte nella giungla], edito nel 1941 in Messico). È anche durante questo stesso anno che John Huston incontra, con il progetto di girare Il tesoro della Sierra Madre, all'hotel Reforma de Mexico, il "rappresentante" di B. Traven il cui biglietto da visita è così redatto:
Hal Croves
Traduttore
Acapulco



Théodore Zweifel


[1] Presso Kurt Desch S.P.A., di Monaco.

[2]  Rolf Recknagel, B. Traven, Beiträge zur Biographie, Lipsia, Verlag Philipp, 1965.

[3] Durante gli anni 50, infatti, appaiono negli Stati Uniti diveri racconti che escono dal registro abituale delle storie che mettono in scena degli indios: tra gli altri His Wife’s Legs, nella rivista "Accused" (New York, jgiugno 1956) ; An Unexpected SolutionCeremony Slithly Delayed in The Saint, in "Detective Magazine" (New York, ottobre 1957).

 

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Notes sur un dernier roman

 

 

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28 ottobre 2010 4 28 /10 /ottobre /2010 06:00



AUTOGESTIONE E GERARCHIA

 

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Schlichter, Il potere cieco

 

 

di Cornelius Castoriadis 

 

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Creta, Le tre Dame

Viviamo in una società la cui l'organizzazione è gerarchica, si tratti di lavoro, produzione, o impresa, amministrazione, politica, o Stato oppure ancora dell'educazione e della ricerca scientifica. La gerarchia non è un'invenzione della società moderna. Le sue origini sono remote, benché non sia sempre esistita, e vi fossero delle società non gerarchiche che hanno funzionato molto bene. Ma nella società moderna il sistema gerarchico (o, il che è lo stesso, burocratico) è diventato praticamente universale. Non appena si verifica una qualunque attività collettiva, essa è organizzata sul principio gerarchico, e la gerarchia del comando e del potere coincide sempre più con la gerarchia dei salari e dei redditi. Di modo che le persone non arrivano quasi più ad immaginarsi che potrebbe essere diversamente, e che potrebbero essere esse stesse qualcosa di diversamente definito che dal loro posto nella piramide gerarchica.

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Malta, La Dea dormiente

I difensori del sistema attuale cercano di giustificarlo come il solo "logico", "razionale", "economico". Abbiamo già cercato di mostrare che questi "argomenti" non valgono nulla e non giustificano nulla, che essi sono falsi presi ognuno separatamente e contraddittori quando li si considera nel loro insieme. Avremo l'occasione di ritornare sul questo tema. Ma si presenta anche il sistema attuale come il solo possibile, lo si pretende imposto dalle necessità della moderna produzione, dalla complessità della vita sociale, la grande scala di tutte le attività, ecc. Cercheremo di mostrare che non è vero, e che l'esistenza di una gerachia è radicalmente incompatibile con l'autogestione. 

 

AUTOGESTIONE E GERARCHIA DEL COMANDO

 

Decisione collettiva e problema della rappresentazione

 


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Kupka, Resistenza o l'Idolo Nero, 1903


44.gifCosa significa, socialmente, il sistema gerarchico? Che uno strato della popolazione dirige la società e che gli altri non fanno che eseguire le sue decisioni; di modo che, questo strato, ricevendo i redditi più grandi, approfitta della produzione e del lavoro della società molto più di altri. In breve, che la società è divisa tra uno strato che dispone del potere e dei privilegi, ed il resto, che ne è privo. La gerarchizzazione -o la burocratizzazione - di tutte le attività sociali non è oggi che la forma, sempre più preponderante, della divisione della società. Come tale, è allo stesso tempo risultato e causa del conflitto che lacera la società.

 la greve 12Se le cose stanno così, diventa ridicolo domandarsi: l'autogestione, il funzionamento e l'esistenza di un sistema sociale autogestito è compatibile con il mantenimento della gerarchia? Tanto vale chiedersi se la soppressione dell'attuale sistema penitenziario attuale sia compatibile con il mantenimento delle guardie carcerarie, degli ufficiali e dei direttori carcerari, ciò che è ovvio è bene venga detto esplicitamente. Tanto più che, da millenni, si è fatto entrare negli spiriti delle persone sin dalla loro pìù tenera infanzia l'idea che è "naturale" che gli uni comandino e gli altri obbediscano, che gli uni abbiano il superfluo e gli altri appena il necessario.

Noi vogliamo una società autogestita. Cosa significa ciò? Una società che si gestisce, cioè che si dirige da se stessa. Ma ciò deve essere ancor maggiormente precisato. Una società autogestita è una società in cui tutte le decisioni sono prese dalla collettività che è, ogni volta, considerata come oggetto delle sue decisioni. Vale a dire un sistema in cui coloro che compiono un'attività decidono collettivamente ciò che devono fare e come farlo, nei soli limiti che danno loro la loro coesistenza con altre unità collettive. Così, delle decisioni che riguardano i lavoratori di un laboratorio devono essere prese dai lavoratori di quest'officina; quelle che riguardano diversi laboratori alla volta, dall'insieme dei lavoratori coinvolti o dai loro delegati eletti e revocabili; quelle che riguardano l'intera impresa, da tutto il personale dell'impresa; quelle riguardanti un quartiere, dagli abitanti del quartiere; e quelle che riguardano l'intera società, dalla totalità delle donne e degli uomini che ci vivono.

 

Ma cosa significa decidere? 

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Steinlen, Lo sbirro (La Vache)  

 

Decidere, è decidere da sé. Non è lasciare la decisione a delle "persone competenti", sottoposti ad un vago "controllo". Non è nemmeno designare le persone che andranno, loro, a decidere. Non è perché la popolazione designa, una volta dopo un certo numero di anni, coloro che faranno le leggi, che essa fa le leggi. Non è perché designa dopo un certo numero di anni, colui che deciderà della politica del paese, che essa stessa decide di questa politica. Essa non decide, essa aliena il suo potere di decisione a dei "rappresentanti" o dei delegati che, per questo stesso fatto, non sono e non possono essere i suoi rappresentanti o dei delegati, attarverso le differenti collettività, come anche l'esistenza di organi- comitati o consigli- formati da tali delegati sarà, in un certo numero di casi, indispensabile. Ma non sarà compatibile con l'autogestione soltanto se questi delegati rappresentano veramente la collettività di cui essi stessi sono emanazione, e questo implica che rimangono sottoposti al suo potere. Il che significa, a sua volta, che quest'ultima non soltanto li elegge, ma può anche revocarli ogni volta che essa lo giudica necessario.

Dunque, dire che vi è gerarchia del comando formato da "persone competenti" ed in principio inamovibili; o dire che vi sono dei rappresentanti" inamovibili per un dato periodo di tempo (e che, come l'esperienza dimostra, diventano praticamente inamovibili per sempre), è dire che non vi è autogestione, nemmeno "gestione democratica". Ciò equivale infatti a dire che la collettività è diretta da persone la cui direzione degli affari comuni è oramai diventata l'affare specializzato ed esclusivo, e che, di diritto o di fatto, sfuggono al potere della collettività.

 

Decisione collettiva, formazione ed informazione

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Gustave Doré, Il Leviatano, da La Bibbia, 1874

 

D'altra parte, decidere, è decidere per conoscenza di causa. Non è più la collettività che decide, anche se formalmente essa "vota", se qualcuno o qualcuna dispongono da soli delle conoscenze e delle informazioni pertinenti. Ma anche, che possano definire se stessi dei criteri a partire dai quali essi decidono. È per fare ciò, che essi dispongono di una formazione sempre più ampia. Ora, una gerarchia del comando implica che coloro che decidono possiedono - o piuttosto pretendono di possedere- il monopolio delle informazioni e della formazione, ed in ogni caso, che essi vi hanno un accesso privilegiato. La gerarchia è basata su questo fatto, ed essa tende costantemente a riprodurlo. Perché in un'organizzazione gerarchica, tutte le informazioni salgono dalla base al vertice e non ridiscendono più, né circolano (di fatto, esse circolano, ma controle regole dell'organizzazione gerarchica). Allo stesso modo, tutte le decisioni scendono dal vertice verso la base, che non ha che da eseguirle. Ciò equivale pressappoco a dire che vi è gerarchia del comando e dire che queste due circolazioni si fanno ognuna a senso unico: il vertice raduna ed assorbe tutte le informazioni che salgono verso esso e non ridifonde agli esecutori che lo stretto necessario all'esecuzione degli ordini che rivolge loro e che emanano soltanto da esso. In una tale situazione, è assurdo pensare che potrebbe esserci autogestione o anche "gestione democratica".

 

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Frontespizio di ll Leviatano di Hobbes, 1651. 

 

Come possiamo decidere, se non disponiamo di informazioni necessarie per decidere bene? E come possiamo impararea decidere, se si è sempre ridotti ad eseguire ciò che altri hanno deciso? Non appena una gerarchia del commando si instaura, la collettività diventa opaca per se stessa, e si verifica un enorme spreco. Diventa opaca, perché le informazioni sono trattenute al vertice. Uno spreco si verifica, perché i lavoratori non informati o mal informati non sanno ciò che dovrebbero sapere per condurre bene il loro compito, e soprattutto perché le capacità collettive di dirigersi, così come l'inventività e l'iniziativa, formalmente riservate al comando, sono ostacolate ed inibite a tutti i livelli. 


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Steinlen, da: "L'Assiette au Beurre", 1902

 

Dunque, volere l'autogestione- o anche la "gestione democratica", se la parola democrazia non è utilizzata per gli scopi semplicemente decorativi- e voler mantenere una gerarchia del comando è una contraddizione in termini. Sarebbe molto più coerente, sul piano formale, dire, come fanno i difensori del sistema attuale: la gerarchia del comando è indispensabile, dunque, non ci può essere società autogestita.

Soltanto, ciò è falso. Quando esaminiamo le funzioni della gerarchia, cioè a cosa essa serve, constatiamo che, per una gran parte, esse non hanno senso e non esistono che in funzione del sistema sociale attuale, e che le altre, quelle che conserverebbero un senso ed una utilità nel sistema sociale autogestito, potrebbero facilmente essere collettivizzate. Non possiamo discutere, nei limiti di questo testo, la questione in tutta la sua ampiezza. Tenteremo di chiarirne alcuni aspetti importanti, riferendci soprattutto all'organizzazione dell'impresa e della produzione.

   

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Steinlen, da: "L'Assiette au Beurre", 1902

 

 

Una delle funzioni più importanti della gerarchia attuale è di organizzare la costrizione. Nel lavoro, ad esempio, che si tratti di officine o di uffici, una parte essenziale dell'"attività" dell'apparato gerarchico, dei capi squadra sino alla direzione, consiste nel sorvegliare, controllare, sanzionare, imporre direttamente o indirettamente la "disciplina" e l'esecuzione conforme degli ordini ricevuti da coloro che devono eseguirli. E perché bisogna organizzare la costrizione, perché occorre che vi sia la costrizione? Perché i lavoratori non manifestano spontaneamente un entusiasmo straripante per fare quanto la direzione vuole che essi facciano. E questo perché? Perché né il loro lavoro, né il suo prodotto appartengono loro, perché si sentono alienati e sfruttati, perché non hanno deciso essi stessi ciò che devono fare e come farlo, né ciò che avverrà di quanto essi hanno fatto; in breve, perché c'è un conflitto sociale perpetuo tra coloro che lavorano e coloro che dirigono il lavoro degli altri e ne approfittano. In somma dunque: bisogna che ci sia gerarchia, per organizzare la costrizione- e bisogna che ci sia costrizione perché ci sia divisione e conflitto, cioè affinché ci sia anche la gerarchia. In genere, si presenta la gerarchia come se esistesse per regolare i conflitti, mascherando il fatto che l'esistenza della gerarchia è essa stessa fonte di un conflitto perpetuo. Perché finché vi sarà un sistema gerarchico, vi sarà, per questo fatto stesso, rinascita continua di un conflitto radicale tra uno strato dirigente e privilegiato, e le altre categorie, ridotte a dei ruoli di esecuzione.

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Fotogramma da Tempi modernidi Charlie Chaplin, 1936.

 

Si dice che se non ci fosse costrizione, non vi sarebbe nessuna disciplina, che ognuno farebbe ciò che vorrebbe e sarebbe il caos. Ma ciò non è nient'altro che un sofisma. La questione non è di sapere se occorre della disciplina, o anche a volte la costrizione, ma quale disciplina, decisa da chi, controllata da chi, sotto quali forme e per quali scopi. Più gli scopi che servono una disciplina sono estranei ai bisogni ed ai desideri di coloro che devono realizzarli, più le decisioni concernenti questi scopi e le forme della disciplina sono esteriori e più vi è bisogno di costrizione per farli rispettare. Una collettività autogestita non è una collettività senza disciplina, ma una collettività che decide essa stessa la sua disciplina e, nel caso del fallimento, delle sanzioni contro coloro che la violano deliberatamente. Per quanto riguarda in particolare il lavoro, non si può discutere seriamente la questione presentando l'impresa autogestita come rigorosamente identica all'impresa contemporanea tranne il fatto che si sarebbe tolto il guscio gerarchico.

 

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Fotogramma dal film Metropolis di Fritz Lang, 1927.

 

Nell'impresa contemporanea, si impone alle persone un lavoro che è loro estraneo e sul quale essi non hanno nulla da dire. La cosa straordinaria non è che essi vi si oppongono, ma che non vi si oppongono  affatto nella maggior parte dei casi. Non si può credere un solo istante che il loro atteggiamento nei confronti del lavoro rimarrebbe lo stesso quando la relazione al loro lavoro sarà trasformata e che essi cominceranno a diventarne i padroni. D'altra parte, anche nell'impresa contemporanea, non c'è una disciplina, ma due. Vi è la disciplina che a colpi di costrizioni e di sanzioni finanziarie o altre l'apparato gerarchico tenta costantemente di imporre. E c'è la disciplina, molto meno apparente ma non meno forte, che sorge all'interno dei gruppi di lavoratori di una squadra o di un'officina e che fa ad esempio sì che né coloro che ne fanno troppo né coloro che non fanno abbastanza siano tollerati. I gruppi umani non sono mai stati e non sono mai dei agglomerati caotici di individui mossi unicamente dall'egoismo ed in lotta gli uni contro gli altri, come vogliono farlo credere gli ideologi del capitalismo e della burocrazia che non esprimono così che la loro propria mentalità. Nei gruppi, ed in particolare coloro che sono chiamati ad un compito comune permanente sorgono sempre delle norme di comportamento ed una pressione collettiva che le fa rispettare.

  

Autogestione, competenza e decisione

 

Veniamo ora all'altra funzione essenziale della gerarchia, che appare come indipendente dalla struttura sociale contemporanea: le funzioni decisionali e direzionali. La domanda che si pone è la seguente: perché le collettività considerate non potrebbero compiere esse stesse questa funzione, dirigersi da se stesse e decidere da sé, perché occorrerebbe uno strato particolare di persone, organizzate a parte, che decidono e che dirigono? A questa domanda, i difensori dell'attuale sistema forniscono due genere di risposte: una si appoggia sull'invocazione del "sapere" e della "competenza": bisogna che coloro che sanno, o coloro che sono competenti, decidano. L'altra afferma, con parole più o meno velate, che bisogna in ogni modo che qualcuno decida, perché altrimenti sarebbe il caos, detto altrimenti perché la collettività sarebbe incapace di dirigersi da sé.

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Nessuno contesta l'importanza del sapere e della competenza, né, soprattutto che oggi un certo sapereed una certa competenza sono riservati ad una minoranza. Ma, anche in questo caso, questi fatti non sono invocati che per coprire dei sofismi. Non sono coloro che possiedono più sapere e competenza in generale che dirigono il sistema attuale. Chi dirige, sono coloro che si sono mostrati capaci di ascendere nell'apparato gerarchico o coloro che, in funzione della loro ordine familiare e sociale, sono stati sin dall'inizio posti sulla buona strada dopo aver ottenuto qualche diploma. In entrambi i casi, la "competenza" che si esige per mantenersi o arrampicarsi nell'apparato gerarchico riguarda molto più la capacità di difendersi e di vincere nella concorrenza che si sferrano gli individui, cosche e clan in seno all'apparato gerarchico-burocratico, che l'attitudine a dirigere un lavoro collettivo.

In secondo luogo, non è perché qualcuno o qualcuna possiedono un sapere o una competenza tecnica o scientifica, che il miglior modo di utilizzarli è di affidar loro la direzione di un insieme di attività. Si può essere un eccellente ingegnere nella propria specialità senza per questo  essere capaci di "dirigere" l'insieme di un dipartimento di una fabbrica. Non c'è del resto che da constatare quanto accade attualmente a questo proposito. Tecnici e specialisti sono generalmente confinati nei loro campi particolari. i "dirigenti" si circondano di alcuni consiglieri tecnici, raccolgono i loro pareri sulle decisioni da prendere (pareri che spesso divergono tra loro) ed infine "decidono". Si vede chiaramente l'assurdità dell'argomento. Se il "dirigente" decidesse in funzione del suo "sapere" e della sua "competenza", dovrebbe essere erudito e competente a proposito di tutto, sia direttamente sia per decidere quale, tra i pareri divergenti degli specialisti, sia il migliore. Ciò è evidentemente impossibile ed i dirigenti optano di fatto arbitrariamente, in funzione del loro "giudizio". Ora questo "giudizio" di uno solo non ha alcuna ragione di essere maggiormente valida del giudizio che si formerebbe in una collettività autogestita, a partire da un'esperienza reale infinitamente più ampia di quella di un solo individuo.

 

Autogestione, specializzazione e razionalità

  

Sapere e competenza sono per definizione specializzati e lo diventano sempre più ogni giorno. Uscito dal suo campo speciale, il tecnico o lo specialista non è più capace di chiunque altro di prendere una buona decisione. Anche all'interno del suo campo particolare, del resto, il suo punto di vista è fatalmente limitato. Da una parte, egli ignora gli altri campi, che sono necessariamente in interazione con il suo e tende naturalmente a trascurarli. Così, nelle imprese così come nelle attuali amministrazioni, la questione del coordinamento "orizzontale" dei servizi di direzione è un incubo perpetuo. Si è giunti, da tanto tempo , a creare degli specialisti del coordinamento per coordinare le attività degli specialisti della direzione- che si rivelano così incapaci di dirigere se stessi. Da una parte  e soprattutto, gli specialisti posti nell'apparato direttivo sono per questo motivo separati dal reale processo produttivo, da quanto accade, delle condizioni nelle quali i lavoratori devono effettuare il loro lavoro. La maggior parte del tempo, le decisioni prese dagli uffici dopo elaborarti calcoli, perfetti sulla carta, si rivelano inapplicabili così come sono, perché non hanno tenuto sufficientemente conto delle condizioni reali nelle quali avrebbero dovuto essere applicate. Ora queste condizioni reali, per definizione, soltanto la collettività dei lavoratori le conosce. Tutti sanno che questo fatto è, nelle imprese contemporanee, una fonte di conflitti perpetue e di uno spreco immenso.

 

Kafka, il Processo, fotogramma
Fotogramma da Il processo di Orson Welles tratto da Kafka

 

Per contro, sapere e competenza possono essere razionalmente utilizzate se coloro che li possiedono sono reimersi nella collettività dei produttori, se diventano una delle componenti delle decisioni che questa collettività avrà da prendere. L'autogestione esige la cooperazione tra coloro che possiedono un sapere o una competenza particolare e coloro che assumono il lavoro produttivo nel senso stretto. È totalmente incompatibile con una separazione di queste due categorie. È soltanto se una tale cooperazione si instaura che questo sapere e questa competenza potranno essere pienamente utilizzate; mentre, oggi, non sono utilizzate che per una piccola parte, poiché coloro che le possiedono sono confinati  a dei compiti limitati, strettamente circoscritti dalla divisione del lavoro all'interno dell'apparato di direzione. Soprattutto, soltanto questa cooperazione può assicurare che sapere e competenza saranno messe effettivamente al servizio della collettività e non per fini particolari.

Una tale cooperazione potrà svolgersi senza che dei conflitti sorgano tra gli "specialisti" e gli altri lavoratori? Se uno specialista afferma, a partire del suo sapere specializzato, che un certo metallo, perché possiede tali proprietà, è il più indicato per quell'utensile o quel pezzo, non si vede perché ed a partire da cosa ciò potrebbe sollevare delle obiezioni gratuite da parte degli operai. Anche in questo caso, del resto, una decisione razionale esige che gli operai non siano estranei- ad esempio, perché i proprietari del materiale scelto svolgono un ruolo durante la lavorazione dei pezzi e degli utensili. Ma le decisioni veramente importanti riguardanti la produzione comportano sempre una dimensione essenziale relativa al ruolo ed al posto degli uomini nella produzione. A proposito di ciò, non esiste- per definizione- nessun sapere e nessuna competenza che possa dominare il punto di vista di coloro che avranno da effettuare realmente il lavoro. Nessuna organizzazione di una catena di montaggio o di assemblaggio può essere né razionale né accettabile se è stata decisa senza tener conto del punto di vista di coloro che vi lavoreranno. Perché non ne tengono conto, queste decisioni sono attualmente quasi sempre traballanti, e se la produzione funziona comunque, è perché gli operai si organizzano tra di loro per farla andare, trasgredendo le regole e le istruzioni "ufficiali" sull'organizzazione del lavoro. Ma, anche le si suppongono "razionali" dal pubto di vista stretto dell'efficacia produttiva, queste decisioni sono inacettabili precisamente perché esse sono, e non possono che essere, esclusivamente basate sul principio dell'"efficacità produttiva". Ciò significa che esse tendono a subordinare integralmente i lavoratori al processo di produzione, ed a trattarli come dei pezzi del meccanismo produttivo. Ora questo non è dovuto alla cattiva direzione, alla sua stupidità e nemmeno semplicemente alla ricerca del profitto. (A riprova che l'"Organizzazione del lavoro" è rogorosamente la stessanei paesi dell'Est e nei paesi occidentali). Ciò è la conseguenza diretta ed inevitabile di un sistema in cui le decisioni sono prese da altri rispetto a coloro che le dovranno realizzare; un tale sistema non può avere un'altra "logica".

Ma una società autogestita non può seguire questa "logica". La sua logica è ben altra, è la logica della liberazione degli uomini e del loro sviluppo. La collettività dei lavoratori può ben decidere - e a nostro avviso, avrebbe ragione di farlo- che per essa, delle giornate di lavoro meno faticose, meno assurde, più libere e più felici sono infinitamente preferibili di qualche pezzo in più di cianfrusaglia. E, per tali scelte, assolutamente fondamentali, non c'è alcun criterio "scientifico" o "oggettivo" che valga: il solo criterio è il giudizio della collettività stessa su ciò che essa preferisce, a partire dalla sua esperienza, dai suoi bisogni e dai suoi desideri.

Ciò è vero su scala della società intera. Nessun criterio "scientifico" permette a chicchessia di decidere che è preferibile per la società di avere l'anno prossimo più tempo libero piuttosto che più consumi o l'inverso, una crescita più rapida o meno rapida, ecc. Colui che dice che tali criteri esistono è un ignorante o un impostore. Il solo criterio che in questi campi ha un senso, è che gli uomini e l edonne che formano la società vogliono, e ciò, soltanto essi possono deciderlo e nessuno al loro posto.

 

 

Testo scritto in collaborazione con Daniel Mothé e pubblicato in CFDT Aujourd’hui, n° 8, luglio-agosto 1974.
Ripreso in Le contenu du socialisme
, UGE 10/18, 1979.

 

LINK al post originale:
Autogestion et gérarchie
 

LINK interno ad un altro saggio di Castoriadis:

Sul regime e contro la difesa dell'URSS, 1946 

 

LINK ad un intervista a Catoriadis in 6 puntate:

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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