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19 marzo 2012 1 19 /03 /marzo /2012 06:00
elezioni SPD 2L'abolizione della società capitalista e dei suoi rapporti sociali feticistici non potrà mai essere conseguenza di un provvedimento dello Stato o di una politica pubblica, essa non sarà che una lotta di scontro extra-parlamentare che si appropria delle risorse e dei mezzi di produzione allo scopo non di costituire un nuovo modo di produzione (un'altra economia, ad esempio sotto la forma dell'autogestione), ma di abolire l'economia come rapporto sociale, e questo per mezzo della costituzione di una nuova forma di sintesi sociale, una nuova forma di vita collettiva, e cioè di coesione sociale. E questo movimento, è la socializzazione dei rapporti sociali che non saranno più dei rapporti sociali economici. La politica moderna, come forma dell'agire collettivo non naturale e transtorico ma storicamente specifico alla società capitalista perché mediata dalle forme sociali capitaliste, non è per nulla come lo si crede troppo spesso, una leva ontologica extra-capitalista sulla quale potremmo appoggiarci, ma una dimensione immanente alla forma della società presente.

elezioni, nazismoNella prospettiva marxiana, la lotta per l'emancipazione umana è allora una lotta estra-parlamentare: una lotta antipolitica contro la sfera di regolazione immanente all'agira collettivo costituito nella gabbia di ferro delle forme sociali capitaliste, e cioè contro la politica e la sua forma materiale visibile, lo Stato. La "lotta" che rimane radicata nella politica non può essere che la lotta del radicalismo estremista piccolo-borghese che si aggancia, costi quel che costi, a ciò che può essere salvato della civiltà capitalista globale in corso di auto-affondamento ricercandole delle "soluzioni", e che come sempre, vuole al contempo il burro e i soldi per il burro, e cioè vuole conservare l'ontologia sociale capitalista e i suoi sacrosanti piccoli impieghi senza i suoi effetti "negativi" (la cattiva distribuzione del plusvalore ad esempio o il fatto che i suoi bisogni non sono che i semplici supporti indifferenti al movimento tautologico e auto-referenziale del valore che si valorizza), vuole una vita sempre strutturata attraverso il lavoro, il valore e il denaro, ma senza le loro contraddizioni, in breve vuole il capitalismo dal volto umano, il capitalismo regolamentato, il capitalismo senza la cattiva finanza, il capitalismo di Stato, il ritorno allo Stato-Provvidenza e alla "economia reale".

elezioni, stalinInversamente, la critica dell'economia politica, essa, è al contempo critica dell'economia in quanto tale, così come è critica della politica e basta. Essa non può lasciarsi ingannare sul carattere storicamente specifico di ciò che si presenta in noi in superficie, come essendo il politico o il giuridico (vedere su quest'ultimo punto le riflessioni di Evgueni Pasukanis). Nel testo che segue Gérard Briche presenta brevemente due facce del soggetto moderno che emerge nella società capitalista alla fine del XVIII secolo in quanto soggetto economico e soggetto politico-per-il-voto, e ci invita a rompere infine con la nostra visione tradizionale di ciò che è la politica per produrre degli scarti con le forme sociali capitaliste. Perché per quelli e quelle che pensano veramente all'emancipazione dell'insieme dei feticismi sociali che ci murano nel loro realismo austero, e non soltanto rasandosi le gambe o la barba tutti i giorni davanti allo specchio, la politica sarà sempre un'illusione. Il livello del grande calcio da dare al formicaio, il lavoro di scalzamento rivoluzionario dei rapporti sociali esistenti, sarà sempre di colpire il cuore della sintesi sociale presente. E questo livello non è qualcosa che è oggi determinato politicamente, in modo autodeterminato ed auto-cosciente (compresi da una determinazione diretta della classe borghese), e che si potrebbe trasformare con una semplice azione politica, ma che al contrario genera e ingabbia al contempo il sottosistema del politico che gli è immanente.

 

Dell'uomo considerato come un essere-per-il-voto.

Dialettica dell'emancipazione democratica.


Norman-Rockwell_Election-Day.JPGNorman Rockwell, Il giorno delle elezioni, 1946.

 

di Gérard Brich

 

elezioni"Votare è un diritto; è anche un dovere civico": per fortuna questa formula non è sostenuta da disposizioni giudiziarie (il rifiuto di votare non è un reato). Ma è uno degli argomenti ingannevoli utilizzati per giustificare la partecipazione alle elezioni, e cioè per presentarla come un obbligo civile. Certo, il suffragio universale, nelle sue modalità attuali, non è stato ottenuto che al termine di un processo conflittuale di molte decine di anni. Ma considerarlo come una "conquista democratica", che sarebbe un insulto per coloro che si sono battuti per esso il non esercitarlo, rileva, per lo meno, una visione un po' miope della Rivoluzione francese e delle sue conseguenze.

elezioni, voting...La Rivoluzione francese, e il momento emblematico che costituisce la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789, ha realizzato l'emancipazione democratica. Gli uomini che, fino allora, erano i sudditi di un monarca, sono diventati dei cittadini. La soppressione dei privilegi, l'abolizione degli ordini (o stati), l'instaurazione dell'eguaglianza di tutti, hanno costituito un balzo in avanti nella storia: il 1792 è stato "l'Anno I di una repubblica francese democratica", e tutti i progressismi ne hanno rivendicato l'eredità.

elezioni, piege a conTuttavia, degli autori come Theodor Adorno e Max Horkheimer [1] hanno sottolineato che questa rivoluzione, per quanto fosse progressista per alcuni aspetti, non per questo non aveva la sua parte maledetta, il suo lato oscuro.

Infatti, la soppressione dei privilegi ha avuto come conseguenza di abolire ciò che era una "sottrazione agli obblighi" di una parte della società. Così l'obbligo di lavorare non si applicava ai nobili ai quali ciò era proibito, sotto pena di perdere la loro qualità e di "cadere tra i popolani [roture]", (il che del resto scandalizzava una parte dei filosofi dell'età dei Lumi). La libertà di tutti di poter lavorare, così come l'eguaglianza di tutti di fronte alla necessità di lavorare, aveva legittimamente la forma di una misura democratica. Ognuno era oramai libero di utilizzare quanto aveva a disposizione per aumentare la ricchezza sociale. È vero che per coloro che possedevano dei mezzi di produzione, questa "necessità di lavorare" assumeva la forma di una "necessità di far lavorare" coloro che non avevano in compenso che la loro forza lavoro. Il progresso democratico costituiti dalla libertà e dall'eguaglianza di tutti fu così lo scatenamento delle forze produttive sociali, illustrato dalla rapida crescita della ricchezza durante il XIX secolo.

servo-e-padroneLa costituzione degli uomini in soggetti liberi, proclamata dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo (1789), fu dunque anche (fu innanzitutto?) la loro costituzione in soggetti liberi di disporre delle loro risorse produttive, e dunque, nel caso di coloro che non possedevano che forza lavoro, liberi di venderla. Il lavoratore era, di fronte al mercato, un individuo astratto da tutte le sue qualità particolari (sesso, età, origine, ricchezza...), un'astrazione reale la cui sola realtà era di aver qualcosa da vendere (o da acquistare), in breve; un soggetto economico [2].

uomo ricarica a molleNello stesso movimento, il cittadino era, di fronte alle decisioni politiche, astratto da tutte le sue qualità particolari. L'eguaglianza democratica non ne tiene in conto, e non considera il cittadino che come il soggetto di una volontà politica astratta, ritenuta libera, e che deve esprimersi attraverso il voto (un uomo, un voto). Così, il principio democratico raddoppia l'invenzione del soggetto economico con l'invenzione del soggetto politico; l'essere-per-il-lavoro è raddoppiato da un essere-per-il-voto.

L'emergenza del soggetto politico non è che l'altra faccia della costituzione del soggetto economico, e manifesta il "rimodellaggio" moderno degli individui. Questo "rimodellaggio" è effettuato sotto il dominio di un principio diventato, dopo la Rivoluzione, principio sociale: il principio borghese del mercato, dove si incontrano, in un modo ritenuto libero, degli individui ridotti a delle astrazioni. Degli individui che, in campo economico, si presentano sotto forma di merci, e che, in campo politico, si presentano sotto forma di una scheda elettorale. Nel primo come nel secondo caso, non vi è che manifestazione del feticismo di una società dominata dalle astrazioni di uno spettacolo onnipresente.

Lungi dall'essere delle leve per l'emancipazione umana, lungi anche dall'essere dei mezzi di espressione per coloro che si riducono ad essere dei cittadini, le "farse elettorali" (come diceva Marx) non sono altro che una caratteristica derisoria delle società spettacolari.

 

Gérard Brich

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Lignes_37_fevrier-2012.gif[Testo apparso sulla rivista francese Lignes, n° 37, febbraio 2012, pp. 23-25].

 

 

NOTE


 

[1] Th. Adorno e M. Horkheimer: Dialektik der Aufklärung [1947]; tr. it. Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino.


[2] A questo proposito, Serge Latouche ha ragione di definire la società moderna come la società che ha "inventato l'economia"; L’invention de l’économie, Paris, Albin Michel, 2005; L'invenzione dell'economia, Boringhieri, Torino, 2010.

 

LINK al post originale:

De l’homme considéré comme un être-pour-le-vote

 

LINK ad altri contributi della Wertkritik:
John Holloway, La Grecia ci mostra come protestare contro un sistema fallimentare

Robert Kurz, Eutanasia economica

Sesso, capitalismo e critica del valore. Pulsioni, dominazioni, sadismo sociale

Cos'è la wertkritik?

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15 marzo 2012 4 15 /03 /marzo /2012 06:00

Il programma e i regolamenti dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista.

(con le annotazioni di Karl Marx)*

 

(1868)


 

[Le annotazioni di Marx sono riportate in parentesi quadrate].


La minoranza socialista della Lega della pace e della libertà, separatasi  dalla lega madre in seguito al voto della maggioranza a Berna, che si è formalmente pronunciata contro il principio fondamentale di tutte le associazioni operaie, dell'eguaglianza economica e sociale delle classi e degli individui [l'eguaglianza delle classi! (1)], ha per questa ragione aderito ai principi proclamati dai congressi operai tenutisi a Ginevra, a Losanna e a Bruxelles. Numerosi membri di detta minoranza, appartenenti a diverse nazioni, ci hanno proposto di organizzare una nuova Alleanza internazionale della democrazia socialista, completamente fusa nella grande Associazione internazionale degli operai [fusa nella, e fondata contro!]; ma con la missione speciale di studiare le questioni politiche e filosofiche sulla base stessa di questo grande principio dell'eguaglainza universale e reale di tutti gli esseri umani della terra. 

Convinti, per parte nostra, dell'utilità di una siffatta impresa, che ai democratici socialisti sinceri dell'Europa e dell'America fornirà i mezzi  per comprendersi  e per affermare le loro idee [Così, i democratici socialisti non si intendono attraversio il mezzo dell'Internazionale], al di fuori di qualsivoglia pressione da parte di quel falso socialismo che la democrazia borghese ritiene utile propagandare oggi, noi, congiuntamente con questi amici, abbiamo ritenuto di dover prendere l'iniziativa di questa NUOVA organizzazione. 

Di conseguenza, ci SIAMO COSTITUITI IN SEZIONE CENTRALE dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista, e ne pubblichiamo oggi il Programma e il Regolamento [Quale modestia! Si sono costituiti quali autorità centrale, questi valorosi!].


 

Programma dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista
 

1. L'Alleanza si dichiara atea; vuole l'abolizione dei culti, la sostituzione della scienza alla fede e della giustizia umana alla giustizia divina [Quasi si potesse dichiarare  per decreto l'abolizione della fede!].

2. Vuole in primo luogo l'eguaglianza politica, economica e sociale degli individui DEI DUE SESSI [L'uomo ermafrodita! È come LA COMUNE RUSSA!], cominciando con l'ABOLIZIONE DEL DIRITTO D'EREDITÀ, affinché in avvenire il godimento sia eguale alla produzione di ciascuno, e, in conformità con le decisioni assunte dall'ultimo congresso degli operai a Bruxelles, la terra, gli strumenti di lavoro, al pari di ogni altro capitale, diventando proprietà collettiva della società intera, non possano venir utilizzati che dai lavoratori, cioè dalle associazioni agricole e industriali [vecchia panacea sansimoniana!].

3. Essa vuole per tutti i bambini dei due sessi, dalla nascita alla vita, l'eguaglianza dei mezzi di sviluppo, vale a dire di mantenimento, di educazione e d'istruzione a tutti i livelli della scienza, dell'industria e delle arti [Frase!], convinta che questa eguaglianza, all'inizio puramente economica e sociale, otterrà il risultato di creare vieppiù una grande eguaglianza naturale degli individui, facendo scomparire tutte le diseguaglianze fittizie, prodotto storico di un'organizzazione sociale falsa e iniqua.

4. Nemica di ogni dispotismo, non riconoscendo altra forma politica che quella repubblicana e respingendo assolutamente ogni alleanza reazionaria, rifiuta anche qualsivoglia azione politica, che non abbia come fine IMMEDIATO E DIRETTO il trionfo della causa dei lavoratori contro il capitale [!].

5. Riconosce che tutti gli Stati politici e autoritari attualmente esistenti, riducendosi sempre più alle semplici funzioni amministrative dei servizi pubblici nei loro paesi rispettivi, dovranno scomparire nell'unione universale dellel libere associazioni, tanto agricole che industriali [Se questi si RIDUCONO da se stessi, non DOVRANNO scomparire, ma spariranno spontaneamente].

6. La questione sociale non può trovare la una soluzione definitiva che sulla base della solidarietà internazionale o universale dei lavoratori di tutti i paesi: L'Alleanza respinge ogni politica fondata sul cosiddetto patriottismo e sulla rivalità delle nazioni [Ci sono rivalità e rivalità, mio caro russo!].

7. L'Alleanza vuole l'associazione universale di tutte le associazioni locali, realizzata attraverso la Libertà.

 

Regolamento

 

1. L'Alleanza internazionale della democrazia socialista si costituisce in una sezione dell'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEGLI OPERAI, di cui accetta tutti gli statuti generali [L'Associazione internazionale non ammette "sezioni INTERNAZIONALI"].

2. I membri fondatori dell'Alleanza organizzano in via provvisoria un Ufficio centrale a Ginevra [Nuovo Consiglio centrale!].

3. I membri fondatori appartenenti a un medesimo paese costituiscono l'ufficio nazionale di detto paese.

4. Gli uffici nazionali hanno per missione di dar vita, in ogni località, a GRUPPI LOCALI dell'ALLEANZA DELLA DEMOCRAZIA SOCIALISTA, CHE TRAMITE LA MEDIAZIONE DEI LORO RISPETTIVI UFFICI NAZIONALI, RICHIEDERANNO ALL'UFFICIO CENTRALE DELL'ALLEANZA LA LORO AMMISSIONE all'Associazione internazionale degli operai [Gli statuti dell'Internazionale non roconoscono questo "potere di mediazione"].

5. Tutti i gruppi locali costituiranno i loro uffici seguendo il sistema adottato dalle sezioni locali dell'Associazione internazionale degli operai.

6. Tutti i membri dell'Alleanza s'impegnano a pagare un contributo mensile di 10 centesimi, una metà della quale sarà trattenuto da ciascun gruppo nazionale per i suoi propri bisogni, e l'altra metà verrà versata nella cassa dell'Ufficio centrale, per i suoi bisogni generali [Nuove tasse, che ci sottraggono i nostri contributi!].

7. Al congresso annuale degli operai, la delegazione dell'Alleanza della democrazia socialista, come ramo dell'Associazione internazionale degli operai, terrà le sue sedute pubbliche in un locale separato [2] [Vogliono comprometterci, e sotto il nostro patrocinio!].

 

I membri del gruppo iniziatore di Ginevra

 

J. Philippe Becker - M. Bakunin [...] [3]. [Asinus Asinorum! e la signora Bakunin!].


[Jules Johannard, Eugène Dupont (4)].

 

I membri fondatori dell'Alleanza internazionale della democrazia socialista, hanno deliberato di fondare un giornale dal titolo La Révolution [5] [e costoro hanno avuto l'impudenza di annunciare in Svizzera che io contribuirei con articoli alla Révolution, senza avermi avvertito!], quale organo della nuova associazione: l'Ufficio centrale provvisorio comincerà a pubblicare detto giornale non appena saranno state sottoscritte 300 azioni da 10 franchi ciascuna, pagabili per quarti, ogni trimestre, a partire dal 1° gennaio 1869. l'Ufficio centrale provvisorio si appella quindi a tutti gli uffici nazionali dell'Alleanza, invitandoli ad aprire le sottoscrizioni nei rispettivi paesi. Poiché tali azioni sottoscritte vengono considerate doni volontari, che non danno diritto all'abbonamento, gli  uffici nazionali sono in pari tempo pregati di compilare liste di abbonamento.

Il giornale sarà settimanale.


Prezzo dell'abbonamento:


un anno               6 fr.

sei mesi               3,50 fr.


 

In nome dell'Ufficio centrale provvisorio


                        il segretario

                       Jean Zagorski

                    (rue Montbrillant, 8)


 

N. B. Gli Uffici nazionali sono sollecitati a far pervenire all'Ufficio centrale le somme delle sottoscrizioni e degli abbonamenti raccolti, prima del 1° gennaio.

 

 

NOTE

 

* L'Alleanza internazionale della democrazia socialista fu fondata da Bakunin a Ginevra nell'ottobre 1868, e del primo Ufficio centrale fecero parte, fra gli altri, Crosset, Perron, Zagorsky e lo stesso Becker, il quale, il 29 novembre 1868, ne inviò il programma e i regolamenti al Consiglio generale dell'AIO a Londra, che ne discusse nella riunione del 15 dicembre: a questa data sembrano quindi dover essere assegnate le osservazioni private di Marx al testo di ispirazione bakuniniana, poi ripresi in termini politici (e non più personalistici) nella lettera circolare dello stesso Consiglio generale e datata 22 dicembre 1868. Il testo bakuniniano venne pubblicato a stampa a Ginevra nello stesso ottobre 1868, con titolo L'Alliance internationale de la démocratie socialiste, e fu in gran parte raccolto (ad esclusione delle annotazioni finali) da Marx, Engels, Lafargue, nel 1873 nel loro rapporto conclusivo sulla stessa alleanza.

 [1] Le parole in maiuscoletto qui e nelle pagine che seguono, risultano sottolineate dallo stesso Marx sull'originale.

[2] Termina a questo punto la parte del documento ripubblicata nell'appendice a L'Alleanza della democrazia socialista e l'Associazione internazionale degli operai.

[3] Segue l'elenco di 82 nominativi (il primo nome, di Becker, risulta sottolineato da Marx): Fra essi sono quelli di "Mme" Bakunin e di numerose altre donne.

[4] I due nomi sono inseriti, fra le osservazioni di Marx, scritti di propria mano da Jung, al termine dell'elenco.

[5] Il giornale apparve in effetti a Ginevra, ma con il titolo L'Égalité, dal 1868 al 1872, e fu diretto dapprima dallo stesso Bakunin, e poi dal suo oppositore Utin.

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

LINK pertinenti:
Daniel Guerin, La condanna del "comunismo" autoritario da parte di Michail Bakunin, 1983

Pier Carlo Masini, Il conflitto fra Marx e Bakunin in un'opera di Franz Mehring 1945

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8 marzo 2012 4 08 /03 /marzo /2012 10:32

 

Rosa Luxemburg

    rosa_luxemburg.jpg

Una vita per il socialismo

 

Lelio Basso

 

luxemburg_Feltrinelli_1973.jpgNon so se accadrà a qualche distratto osservatore di porsi la domanda per quale ragione la Fondazione Lelio e Lisli Basso - Issoco (Istituto per lo studio della società contemporanea), desiderando iniziare una serie, che si augura lunga, di Settimane internazionali di studi marxisti, abbia scelto come tema di questa prima settimana "il contributo di Rosa Luxemburg allo sviluppo del pensiero marxista." È proprio così attuale e così importante questo contributo da meritare un così largo convegno internazionale di studiosi marxisti? Non vi erano forse temi di più stringente attualità?

Dissertation_Rosa_Luxemburg_1899.jpgForse la miglior risposta consisterebbe nel rovesciare la domanda e porsi il quesito come mai soltanto ora, a oltre cent'anni dalla sua nascita, a oltre cinquanta dalla sua morte, si cominci ad affrontare seriamente lo studio del pensiero della Luxemburg, la cui importanza non era certo sfuggita ai contemporanei, se lo storico Franz Mehring la definì - vivente Kautsky che era da tutti considerato come il "papa" del marxismo - "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels," se un bolscevico militante come Radek la definì, vivente Lenin, "il più profondo cervello teorico del comunismo," se un altro comunista, il filosofo Lukàcs, nello stesso periodo, la qualificò come "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l'opera della sua vita," se lo stesso Lenin infine, che pure su parecchi problemi aveva avuto occasione di polemizzare con lei, auspicò subito dopo la sua morte che i comunisti tedeschi ne raccogliessero e pubblicassero le opere complete.

Lenin KarpovLe lotte interne del Partito comunista tedesco prima e poi le vicende della Terza Internazionale, con il trionfo del dogmatismo staliniano, non soltanto resero impossibile l'adempimento dell'auspicio di Lenin, ma fecero si che dopo il 1930 non solo gli scritti ma il nome stesso della Luxemburg fossero banditi dal novero delle pubblicazioni "ortodosse." Se questa sorte doveva essere riservata da parte dei comunisti a Rosa Luxemburg, che del Partito comunista tedesco era stata fondatrice e che tante battaglie aveva combattuto a fianco di Lenin, figuriamoci quale doveva essere l'atteggiamento dei socialdemocratici, che essa aveva aspramente combattuto e pubblicamente denunciato, e che erano stati, se non proprio i mandanti materiali (questo rimarrà forse per sempre un segreto della storia, anche se io propendo per l'affermativa), certo i responsabili morali del suo assassinio. Solo due suoi scritti i socialdemocratici trassero dall'oblio, i due in cui aveva polemizzato con Lenin, falsandone così anche dopo la morte l'immagine che avevano sempre travisato in vita.
 
Marx.jpgCi son voluti tutti questi decenni perché il clima cambiasse e i suoi scritti tornassero a poco a poco ad essere letti e studiati, non più soltanto, come forse era accaduto nel corso della sua vita ai suoi stessi seguaci, come scritti di polemica contingente, ma come contributi importanti a un'interpretazione viva ed attuale del pensiero di Marx, che va largamente incontro a certe esigenze manifestatesi nelle giovani generazioni. Oggi finalmente è in corso a Berlino Est, a cura dell'Istituto marxismo-leninismo presso il Comitato Centrale della SED (Partito socialista unificato della Repubblica democratica tedesca), un'edizione in sei volumi dei suoi scritti, che se non è ancora l'edizione completa, raccoglie certamente assai più di metà dei suoi scritti e discorsi. E traduzioni in più volumi delle sue principali opere si sono avute in parecchie lingue. Si deve tuttavia ancor oggi deplorare che molte sue lettere rimangono inedite, anche se questi ultimi anni hanno visto la pubblicazione di parecchi carteggi, fra cui principalissimo quello in tre volumi con Leo Jogiches, compagno per molti anni della sua vita (di cui una traduzione antologica italiana sta uscendo in questi stessi giorni), e quello con la sua segretaria Mathilde Jacob, che la Fondazione Hoover dell'Università di Stanford (California) ha tenuto per anni ermeticamente sotto chiave e che ha visto la luce solo grazie alle fortunate ricerche di uno studioso giapponese.
 
Nettl_Rosa_Luxemburg.jpgSolo ora quindi diventano accessibili agli studiosi dei vari paesi scritti che prima erano sparsi in giornali e riviste reperibili soltanto presso pochissime biblioteche specializzate, o pubblicati in una lingua, come quella polacca, scarsamente conosciuta fuori di Polonia, o infine gelosamente custoditi in archivi di molto difficile accesso. E questo spiega come gli studi sull'opera, ma soprattutto sul pensiero di Rosa Luxemburg, siano tuttora scarsi: se una bibliografia quasi completa è stata pubblicata in Polonia (e ripubblicata, con correzioni ed aggiunte, in Italia), se la biografia del Nettl, in due volumi, può essere considerata, allo stato, soddisfacente (anche se certamente ulteriori ricerche e ulteriori pubblicazioni consentiranno di meglio acclarare e approfondire certi aspetti significativi), non si può dire che esista ancora uno studio completo, anche se certamente non definitivo, sul pensiero luxemburghiano. Siamo tuttavia in un momento fecondo, in cui studiosi di vari paesi s'interessano sempre maggiormente alla rivoluzionaria polacca, per cui è parso importante cercare di riunire i principali di essi a confronto per cominciare a fare un primo bilancio delle ricerche e degli studi compiuti sin qui, in modo da stimolarne e affrettarne l'ulteriore sviluppo e cercare di riguadagnare, almeno in parte, i decenni che sono andati perduti. La situazione attuale del movimento operaio internazionale non è poi così brillante da permettersi di lasciar disperdere un patrimonio cosi ricco di intelligenza quale è quello costituito dal retaggio di Rosa Luxemburg.

luxemburg_scrivania.jpgTanto più importante e necessario è sembrato questo bilancio del suo lavoro intellettuale, in quanto la straordinaria ricchezza della sua umanità e il fascino della sua personalità, che hanno già attratto insigni uomini di teatro, potrebbero, sia pure involontariamente, contribuire a darcene un'immagine distorta, come di un personaggio romanticamente rivoluzionario, così romantico da far getto quasi volontario della vita pur di non incorrere nel rimprovero di pavidità.

rosa_bambina.jpgNon abbiamo certo la pretesa neppure lontana di dare in queste poche pagine una sintesi del suo pensiero e neppure un'esposizione sommaria del suo lavoro teorico: chi voglia conoscere questi aspetti dovrà necessariamente consultare i lavori già esistenti e, soprattutto, gli atti di questo convegno, i quali anch'essi, del resto, costituiranno più un punto di partenza che di arrivo nel lungo lavoro necessario per dare a Rosa Luxemburg il posto che veramente le spetta nella storia del pensiero marxista. Qui vogliamo dare soltanto i momenti essenziali di una biografia, ricca di eventi pur nel corso piuttosto breve degli anni (meno di cinquanta), e indicare i principali temi con cui si è confrontata. 

kasprzak_marcin.jpgNacque il 5 marzo del 1870 o 1871 (il suo più recente biografo, Nettl, ha sostenuto quest'ultima data contro l'opinione comunemente affermata in precedenza) a Zamosc, nella Polonia russa, ma già nel 1873 la famiglia si era trasferita nella capitale della Polonia russa, Varsavia. Il padre era un commerciante ebreo, benestante, che aveva fatto i suoi studi in Germania e anche la madre aveva una buona formazione culturale. Rosa frequentò a Varsavia le scuole elementari e secondarie e ne uscì con un'ottima votazione nel 1887. Poco si conosce della sua attività di quegli anni; si sa che essa si orientò verso le correnti rivoluzionarie di sinistra, pare sotto la diretta influenza del leader Marcin Kasprzak, che doveva poi morire impiccato nel corso della prima rivoluzione russa. Non si sa esattamente per quali motivi, dovette espatriare clandestinamente dalla Polonia, probabilmente verso la fine del 1888, e nel semestre invernale 1890-91 si iscrisse alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Zurigo, per poi passare alla Facoltà giuridica e dedicarsi a studi, oltre che di diritto pubblico, princi­palmente di economia. Prese il suo dottorato nel 1897, "magna cum laude," con una tesi su Lo sviluppo industriale della Polonia, che l'anno dopo fu pubblicata da un editore tedesco: il suo maestro, il professor Julius Wolf, ne parla nelle sue memorie come "della più dotata fra i miei allievi di Zurigo".

Rosa_Luxemburg_02.jpegMa gli anni universitari erano stati anche anni d'intensa attività politica. Nel 1892 veniva fondato il Partito socialista polacco, ma un gruppo di giovani emigrati polacchi, considerando che questo partito poneva eccessivamente l'accento sulla priorità dell'indipendenza nazionale polacca, e con ciò allontanava gli operai polacchi da quelli russi anziché cercare di affratellarli nella comune lotta di classe contro il capitalismo russo-polacco, davano vita nel 1893 ad una nuova formazione socialista, che s'intitolava "Socialdemocrazia del regno di Polonia" (SDKP). Mentre il Par­tito socialista si rivolgeva ai polacchi che vivevano tanto sotto il dominio russo quanto sotto quello tedesco ed austriaco, la SDKP si rivolgeva soltanto ai polacchi del Regno di Polonia (cioè della zona sotto dominio russo), considerando più importante unire il proletariato che viveva nell'impero zarista, a qualunque nazionalità appartenesse, che non impegnarne le forze in una lotta per l'indipendenza che lo avrebbe posto in una posizione subalterna rispetto ai ceti borghesi o addirittura, in Polonia, aristocratici. Lungo tutto il corso della sua vita, o almeno fino alla guerra mondiale (che visse quasi interamente in carcere), Rosa Luxemburg continuò a far parte del gruppo dirigente di questo partito e a sostenere aspre polemiche con quelli che essa chiamava i "socialpatrioti." Ciò fece nascere polemiche anche con Lenin, che viceversa sosteneva le aspirazioni nazionali di tutti i popoli viventi sotto il dominio zarista, perché in queste aspirazioni nazionali vedeva delle forze che avrebbero potuto combattere, sia pure da un punto di vista diverso, lo zarismo. Ma che la posizione della Luxemburg non fosse campata in aria, lo si poté constatare dopo la fine della prima guerra mondiale, quando nella Polonia ridivenuta indipendente, fu proprio il leader dell'ala destra del Partito socialista, tenace assertore dell'indipendenza polacca, il maresciallo Pilsudski, che instaurò in Polonia la dittatura fascista.

Leo_Jogiches_1910.jpgIl gruppo che aveva dato vita al nuovo partito era formato principalmente da giovani emigrati polacchi e Rosa Luxemburg, poco più che ventenne, ne era già il principale cervello, mentre il talento organizzativo era un giovane ebreo lituano, Leo Jogiches, condiscepolo di Rosa all'Università di Zurigo, che divenne tosto il compagno della sua vita. Il partito aveva fondato nel 1893 a Parigi un suo organo di stampa, "La causa operaia," e Rosa dovette in quegli anni trascorrere molti mesi a Parigi per occuparsi del periodico di cui era la principale redattrice. Nel 1893 tentò di ottenere dal Congresso socialista internazionale di Zurigo il riconoscimento della legittimità della nuova formazione a rappresentare gruppi di lavoratori polacchi organizzati, ma l'aperta ostilità dei leader socialisti polacchi e la tradizionale inclinazione del movimento operaio in favore dell'indipendenza polacca, le chiusero la strada. Tre anni dopo, al congresso di Londra, ebbe invece partita vinta contro le stesse opposizioni, e da allora partecipò sempre attivamente e intensamente alla vita dell'Internazionale, sia in rappresentanza del suo partito polacco, sia in rappresentanza del partito tedesco in cui andò poco dopo a militare, sia infine in rappresentanza del partito russo, di cui la SDKP costituiva una componente autonoma. La vittoria ottenuta a Londra era stata però preceduta dalla pubblicazione di alcuni articoli della Luxemburg sulla massima rivista teorica marxista, "Die Neue Zeit" diretta da Kautsky, che avevano avuta larga eco e le valsero di essere internazionalmente conosciuta. Anche la "Critica sociale" di Turati pubblicò un suo articolo sul problema nazionale polacco, ma Antonio Labriola prese posizione contro di lei. 

rosa-luxemburg.jpegTerminati i suoi studi a Zurigo come Doctor juris publici et rerum cameralium, si rifiutò di continuare a vivere nella piccola cerchia degli emigrati per occuparsi soltanto di cose polacche e decise di scegliere per la sua attività militante la Germania, che in quel momento era all'avanguardia del movimento operaio, sia sul piano pratico della forza organizzata sia per la vivacità delle discussioni teoriche. Per assicurarsi contro i pericoli d'espulsione acquistò la cittadinanza germanica mediante un matrimonio "bianco" celebrato con Gustav Liibeck nell'aprile 1898. Meno di un mese dopo era a Berlino, dove iniziava subito un lavoro di partito con tanto impegno e con tanto successo che alla fine di settembre era già nominata direttrice del quotidiano socialista di Dresda, Sächsische Arbeiter-Zeitung, incarico che tuttavia abbandonò quasi subito.

bernstein_eduard.jpgSi era allora in Germania in pieno dibattito fra "ortodossi" e "revisionisti," a seguito della pubblicazione di una serie di articoli del revisionista Bernstein, che aveva attaccato i principi fondamentali del marxismo. Alla polemica partecipavano contro Bernstein i più grossi calibri del marxismo ortodosso, come Kautsky e Plechanov, e tuttavia gli articoli della Luxemburg, poi raccolti in opuscolo nel 1899 ( 
Riforma sociale o rivoluzione? ) furono pressoché unanimemente giudicati la miglior risposta a Bernstein e costituiscono tuttora un modello di metodo dialettico. Il merito principale di questo scritto della Luxemburg è di aver posto l'accento sul principale aspetto della dialettica marxiana: la società vista come totalità concreta, come insieme di relazioni organicamente collegate e non come nude serie di fatti, come disiecta membra che possono essere separatamente analizzati. Alla società capitalistica concepita come totalità si contrappone il movimento operaio anch'esso concepito come totalità, per cui le singole azioni, le lotte quotidiane, gli obiettivi parziali, le riforme sociali hanno un senso solo se entrano in un contesto generale che li collega, come momenti di un processo unitario, allo scopo finale della rivoluzione socialista. Lukács riconoscerà vent'anni dopo, in questo saggio polemico della Luxemburg, un contributo fondamentale allo sviluppo del pensiero marxista.
Kautsky.jpgIn questa visione generale rientra anche un problema particolare che sarà grande merito della Luxemburg di aver portato in primo piano nelle discussioni del movimento operaio: il problema del militarismo e dell'imperialismo. Riconobbe infatti la Luxemburg che nel sistema capitalistico, visto come totalità, il militarismo e l'imperialismo erano momenti necessari e insopprimibili come risposta del capitalismo alle proprie contraddizioni. Del militarismo indicò, prima fra i marxisti, accanto alla funzione di politica internazionale (politica di potenza) e di politica interna (repressione) anche la funzione di politica economica, quella cioè di creare a carico dello Stato, e quindi a spese della collettività, un mercato sussidiario solvibile per assorbire la produzione capitalistica e assicurare il meccanismo del profitto (funzione che è stata messa in particolare evidenza dall'economia postbellica degli Stati Uniti); dell'imperialismo vide chiaramente l'analoga funzione di creare continuamente nuovi mercati esterni, un tema a cui dedicò, poco prima della prima guerra mondiale, una delle sue opere fondamentali: l'Accumulazione del capitale. 
 
luxemburg_sozialreform_oder_revolution.jpegMa sempre nel quadro del principio di totalità, da lei ristabilito come principio fondamentale del marxismo, essa legò immediatamente le lotte operaie a questi fenomeni capitalistici: si batté cioè perché la lotta contro il militarismo e l'imperialismo diventasse un aspetto fondamentale della lotta socialista, per impedire la guerra se fosse stato possibile o per preparare il proletariato ad affrontarla da una posizione di lotta se la guerra fosse egualmente scoppiata. È noto che Marx aveva affermato fin dal 1850 che una rivoluzione non sarebbe scoppiata senza una crisi, senza cioè un grave turbamento dell'equilibrio sociale provocato dalle contraddizioni capitalistiche, tale da paralizzare, almeno fino a un certo punto, le forze spontanee di riequilibramento che sono insite nel sistema. Marx vedeva questa crisi normalmente come una grande crisi economica, ma le speranze di veder nascere la rivoluzione socialista da una crisi economica erano andate spegnendosi verso la fine del secolo e spetta a Rosa Luxemburg il merito di aver sostenuto che una guerra, cioè una crisi politica, avrebbe potuto anch'essa rappresentare un tale turbamento dell'equilibrio da render possibile una rivoluzione. Le due rivoluzioni russe, del 1905 e del 1917, la rivoluzione jugoslava, quella vietnamita e quella cinese, dovevano poi confermare questa sua intuizione.
 
August BebelRosa Luxemburg ebbe due volte occasione di trattare questi temi in congressi internazionali: la prima volta nel 1900 al congresso dell'Internazionale a Parigi, dove fu appunto relatrice sul tema della guerra, e la seconda volta al congresso dell'Internazionale a Stoccarda del 1907, dove in un dibattito di enorme importanza, cui parteciparono i leader dei principali partiti, da Bebel a Jaurès, essa riuscì a far approvare un suo emendamento (che recava, dopo la sua, le firme di Lenin e di Martov), che praticamente gettava le basi di quella che sarà poi la strategia leninista, quella cioè di trasformare la guerra imperialista in rivoluzione sociale. Cinque anni dopo, l'ultimo congresso prebellico dell'Internazionale, quello di Basilea, confermava la risoluzione Luxemburg.
 
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Rosa-Luxemburg.jpgUn'altra battaglia importante della sua vita, all'interno del movimento operaio, fu quella combattuta contro le tendenze opportunistiche palesi o mascherate. Opportunista palese era il Bernstein, che aveva tentato di dare all'opportunismo una base teorica, e la Luxemburg lo aveva smascherato mostrando che la posizione di Bernstein non era, come sosteneva Kautsky, la posizione sbagliata di un socialista, ma la posizione giusta di un piccolo-borghese infiltratosi nel movimento operaio. Opportunisti mascherati erano invece i dirigenti della socialdemocrazia tedesca che, pur polemizzando con Bernstein e difendendo a parole il marxismo, praticavano nei fatti una politica opportunista, una politica che favoriva la graduale e quasi insensibile integrazione del movimento operaio nella società borghese: così insensibile che quando si rivelerà al chiaro giorno, con l'adesione della socialdemocrazia tedesca alla guerra imperialistica del 1914, nemmeno Lenin riuscirà a credere ai suoi occhi. La Luxemburg fu la prima a denunciare questo opportunismo "strisciante," mascherato di propositi rivoluzionari: attaccò vivacemente i sindacalisti e la loro politica; attaccò la nascente burocrazia di partito che a poco a poco si sostituiva all'iniziativa e allo spirito di lotta delle masse per non compromettere l'"organizzazione," e con ciò soffocava e mortificava lo spirito di lotta preparando le capitolazioni successive; attaccò i gruppi parlamentari che per preoccupazioni elettoralistiche si orientavano sempre più verso l'appoggio ai governi locali e al governo imperiale, abbandonavano la tradizionale politica di opposizione al riarmo, vendevano per un piatto di lenticchie la primogenitura classista del proletariato tedesco. Ma a cominciare dal 1910 attaccò apertamente anche Kautsky, da tutti ancora riconosciuto come l'interprete ufficiale del marxismo rivoluzionario, che Lenin considerava ancora un maestro, mentre la Luxemburg dimostrava che le formule kautskiane, che facevano della rivoluzione il risultato fatale di un processo oggettivo, anziché il frutto di una tensione e di una lotta di intensità crescente della classe operaia, erano semplicemente la copertura di una politica del giorno per giorno, erano l'espressione di un attendismo che, staccando la rivoluzione dalla lotta quotidiana e rimandandola all'infinito favoriva praticamente l'opportunismo quotidiano, che rimaneva l'unico scopo dell'attività del partito. Solo dopo lo scoppio della guerra, Lenin riconoscerà in una lettera che Rosa Luxemburg aveva ragione nelle sue denunce contro Kautsky.

Steinlen, colonialismo Africa
L'attendismo di Kautsky, che a partire dal 1910 fu teorizzato come "strategia del logoramento" dell'avversario (praticamente una guerra di trincea, secondo l'espressione gramsciana), non era altro che la giustificazione teorica della politica ufficiale del partito che, sotto l'accorta guida di Bebel, mirava da un lato a mantenere l'unità del movimento, dando in pasto allo spirito rivoluzionario ancora presente nelle masse la certezza della rivoluzione futura, ma dall'altro a svolgere una politica di riformismo quotidiano e di consolidamento elettorale, che, nelle speranze socialdemocratiche, avrebbe dovuto sboccare a breve scadenza in una maggioranza parlamentare che avrebbe fatto del partito socialdemocratico l'arbitro della vita politica. A questa strategia opportunistica, che doveva di fatto realizzare, come abbiamo detto, la silenziosa integrazione della classe operaia nel sistema, Rosa Luxemburg reagì sempre con grande vivacità polemica e con un severo rigore dialettico. Essa mise in evidenza che la passività della classe operaia, ridotta soltanto alla lotta sindacale per il salario e alle competizioni elettorali, lasciava libero gioco alle forze avversarie in un momento in cui il capitalismo lungi dall'evolvere verso i placidi tramonti, marciava a grandi passi verso la catastrofe della guerra mondiale che avrebbe trovato il proletariato impreparato nell'ora del più grave pericolo. Perciò fu ardente sostenitrice di una strategia offensiva che cogliesse tutte le contraddizioni del capitalismo e ne facesse motivo di grosse battaglie, non però isolate come battaglie autonome, sindacali o politiche, ma unificandole in un comune sforzo teso sempre verso la meta finale. 
 

1905_Assiette_Zar_rosso.jpgLo scoppio della rivoluzione russa nel 1905 (che confermava previsioni che essa aveva già fatto sull'incandescente situazione russa e sul progressivo maturare di un'ondata rivoluzionaria) la indusse a ritornare nella sua patria, appunto la Polonia russa, per partecipare di persona alla lotta rivoluzionaria. Scoperta dalla polizia zarista e arrestata, poi messa in libertà provvisoria a causa delle sue condizioni di salute, poté tornare in Germania, dove si pose di nuovo alla testa dell'opposizione di sinistra alla linea ufficiale. L'esperienza della rivoluzione russa aveva mostrato quale ruolo importante avesse svolto, durante tutto il corso del 1905, l'arma dello sciopero di massa ed essa si fece aperta sostenitrice di questo mezzo di lotta anche nei paesi occidentali. Da tempo si discuteva nel movimento operaio internazionale sullo sciopero generale, ma sia i fautori di esso (soprattutto gli antimilitaristi che pensavano ad uno sciopero generale da proclamarsi in caso di guerra per paralizzare l'azione dei governi belligeranti) quanto i suoi oppositori (soprattutto i dirigenti sindacali, che erano per principio contrari a qualunque sciopero politico in quanto la direzione di essi sarebbe passata ai leader politici, e più ancora allo sciopero generale che rischiava di mettere in pericolo ed esporre a rappresaglie dell'autorità la solidità dell'organizzazione sindacale) avevano sempre pensato allo sciopero generale come a un movimento che dovesse essere scatenato a comando, su ordine del partito o del sindacato, quando i dirigenti avessero ritenuto giunto il momento opportuno. I dirigenti socialdemocratici tedeschi, per es., avevano nel 1905 accettato l'eventualità dello sciopero generale, ma nel caso che fosse messo in pericolo il suffragio universale o che fossero attaccate le libertà fondamentali; dal canto loro i sindacalisti sostenevano che uno sciopero generale non sarebbe stato possibile fino a che tutti i lavoratori non fossero stati iscritti al sindacato, perché i sindacati non avevano autorità sulle masse non organizzate. 

 
corazzata_1905.jpgContro questa concezione meccanica, Rosa Luxemburg sostenne l'importanza del momento della spontaneità nell'azione delle masse: senza negare i compiti fondamentali del partito, essa mostrò che è una mera illusione quella di pensare che basti premere un bottone alla direzione del partito o del sindacato perché le masse si mettano in movimento, se non sussistono per questo le condizioni obiettive e se queste condizioni obiettive non hanno creato nelle masse una spontanea disposizione al combattimento. Questo era stato appunto l'insegnamento della rivoluzione russa del 1905, che nessun partito aveva ordinato, ma che era scoppiata perché le masse, nella loro vita e nella loro sensibilità quotidiana, avevano avvertito prima dei partiti, irretiti nelle loro formule, la necessità e l'urgenza di reagire alla situazione che la guerra russo-giapponese, le peggiorate condizioni di vita e la politica repressiva dello zarismo avevano creato. Perciò la tesi che essa svolse fu non che si dovesse proclamare a freddo uno sciopero di massa, e neppure che si dovesse passivamente attendere che la spontaneità delle masse si manifestasse attraverso uno sciopero di massa, ma che il partito dovesse cercare di sollecitare sempre l'iniziativa offensiva e lo sviluppo di coscienza delle masse, facendo leva su tutti i conflitti che lo sviluppo capitalistico, e soprattutto la fase imperialistica, portavano inevitabilmente con sé.
 
luxemburg_comizio.jpgQuesta sua battaglia coraggiosa, che registrò qualche successo (come la già ricordata approvazione della sua risoluzione al congresso dell'Internazionale del 1907) ma che risultò in ultima analisi sconfitta all'interno della socialdemocrazia tedesca e del movimento operaio occidentale, non le impedì di portare avanti un serio studio teorico, di cui furono occasione soprattutto i suoi corsi alla scuola di partito di Berlino, dove fu, per unanime giudizio, la miglior insegnante. Fu da quelle lezioni infatti che scaturì, oltre all'incompiuta Introduzione all'economia politica pubblicata postuma, la fondamentale Accumulazione del capitale, da cui possiamo ricavare ancor oggi preziosi insegnamenti per lo studio dell'imperialismo contemporaneo.
 
l-accumulazione-_del_capitale.jpgConnessa a questi studi teorici sull'imperialismo, la guerra e il modo di combatterli, e pure connessa alla lotta sulla strategia generale del movimento di cui abbiamo parlato, fu la sua costante e ferma battaglia per la democrazia di partito e contro il burocratismo. Questa sua battaglia la portò nel 1904 anche ad uno scontro con Lenin, che aveva viceversa teorizzato il burocratismo come forma organizzativa specifica del movimento operaio, e poco dopo ad una polemica contro la crescente burocratizzazione della socialdemocrazia tedesca, dove l'introduzione dei funzionari stipendiati mirava a spegnere progressivamente qualsiasi capacità autonoma della base per concentrare tutta l'iniziativa politica nelle mani dell'apparato, diretto dai vertici del partito. Sia nella polemica con Lenin nel 1904, sia nel primo grido d'allarme lanciato in Germania nel 1906, essa pronunciò parole purtroppo profetiche sui pericoli che il burocratismo racchiudeva e sugli sviluppi che avrebbe potuto avere, parole profetiche che sono state poi confermate dalla sclerosi della socialdemocrazia e dalle degenerazioni dello stalinismo in Unione Sovietica. 
 
sauvons.jpg
D'altra parte, per chi credeva come Marx che l'arma principale della rivoluzione fosse lo sviluppo della coscienza di classe, e quindi la maturazione e la capacità politica delle masse (ricordiamo l'insegnamento marxiano che l'emancipazione della classe operaia sarà l'opera della classe operaia stessa), per chi credeva che le azioni rivoluzionarie non avrebbero mai potuto realizzarsi a comando e non sarebbero state possibili senza un'attiva e spontanea partecipazione delle masse, il problema di una vita democratica del partito era un problema di fondo, che, nella sua visione della totalità del processo rivoluzionario, si fondeva appunto con l'analisi scientifica dello sviluppo della società capitalistica e con la strategia di lotta del movimento operaio.

 soldati-in-trincea.jpgNegli anni che precedettero la guerra essa intensificò la sua battaglia su quest'insieme di obiettivi, s'impegnò a fondo nella lotta contro il militarismo e contro la guerra imminente e al tempo stesso nella lotta per la conquista del suffragio eguale in Prussia e si sforzò di unificare queste lotte con le lotte contro il rincaro crescente della vita, per sollevare una generale mobilitazione popolare che culminasse appunto in scioperi di massa, arrivando persino a lanciare, fra lo scandalo del partito, la parola d'ordine della repubblica. Il partito dal canto suo si sforzò in ogni modo di isolarla, di ridurla all'impotenza, mentre le autorità iniziarono contro di lei una serie di processi. Uno si concluse a Francoforte, nel 1914, prima dello scoppio della guerra, con la condanna ad un anno di carcere per incitamento dei soldati alla disubbidienza; un secondo avrebbe dovuto iniziarsi in luglio per avere la Luxemburg denunciato pubblicamente i maltrattamenti che i soldati subivano da parte dei superiori. Ma la presentazione in massa di ex soldati che si offrivano come testimoni a difesa (la Zetkin parla addirittura di trentamila offerte di testimonianza) indusse l'autorità a militare sospendere definitivamente il processo.
 
zetkin luxemburg1910 Pochi giorni dopo scoppiava la prima guerra mondiale e la socialdemocrazia, giungendo al naturale sbocco del corso politico che aveva seguito negli anni precedenti, votava in favore dei crediti di guerra. Il dominio dell'apparato sul partito, da un lato, e l'atmosfera di acceso sciovinismo che la stampa aveva mirato a creare nel paese, dall'altro, resero difficile qualunque tentativo di ribellione. I deputati che nella riunione del gruppo parlamentare si erano pronunciati contro il voto favorevole ai crediti di guerra, fra cui uno dei due presidenti del partito, Hugo Haase, e lo stesso Karl Liebknecht, si piegarono alla disciplina del partito, non solo perché era un principio che la sinistra aveva sempre difeso contro l'indisciplina della destra, ma per non correre il rischio di esser di colpo tagliati fuori da ogni contatto con le masse. Rosa Luxemburg, che negli ultimi tempi aveva cercato di raccogliere organizzativamente le file della sinistra attorno a un'agenzia di stampa appositamente creata, lanciò un invito ai compagni della sinistra per un'azione comune contro la guerra. Ma la sinistra si era improvvisamente dileguata e solo tre o quattro persone risposero all'appello. La dichiarazione di dissociazione dalla politica del partito che fu fatta pubblicare sulla stampa socialista all'estero raccolse solo, oltre la sua firma, quelle di Liebknecht, Mehring e Clara Zetkin. Una rivista, fondata per combattere la politica del partito in nome dell'internazionalismo proletario, "Die Internationale," sotto la direzione della Luxemburg e di Mehring, fu proibita dall'autorità fin dal primo numero e contro i suoi direttori fu iniziato un nuovo processo. Ma nel frattempo Rosa Luxemburg era stata già incarcerata in esecuzione della condanna dell'anno precedente, e durante i 12 mesi di prigione trascorsi a Berlino, scrisse un acuto e vivace pamphlet contro la guerra e contro la politica socialdemocratica, La crisi della socialdemocrazia, che pubblicò sotto lo pseudonimo di Junius e fece stampare in Svizzera appena uscì dal carcere dopo avere scontato la pena. Pochi mesi dopo veniva di nuovo arrestata per misura di sicurezza e fu trattenuta in carcere fino alla fine della guerra.
  
 Liebknecht_Karl_.jpgNei pochi mesi di libertà fra la prima e la seconda carcerazione, nel corso del 1916, preparò la piattaforma politica dell'organizzazione di sinistra che stava nascendo, sotto la sua guida e sotto l'impulso del suo attivismo, e della brillante azione di polemica condotta in parlamento da Karl Liebknecht (che nel frattempo aveva rotto la disciplina di voto e si era trascinato dietro altri deputati), e infine grazie alle straordinarie capacità di organizzatore clandestino di Leo Jogiches, che, come abbiamo detto, era stato il compagno della sua vita fino al 1906, ma con cui aveva successivamente rotto i rapporti personali mantenendo però tutti i necessari contatti politici nella direzione del partito polacco, diventato ora Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania (SDKPIL). L'antico binomio Luxemburg-Jogiches, divenuto ora un trinomio con l'aggiunta di Liebknecht, fu al centro di tutta l'azione condotta contro la guerra, nonostante che anche Liebknecht fosse incarcerato nel maggio 1916.Franz Mehring
Fu dalla prigione che Rosa scrisse gli articoli che venivano pubblicati nei fogli stampati clandestinamente e noti con il nome di Lettere di Spartaco (Spartacusbriefe), che erano l'organo del gruppo denominato appunto "Gruppo Spartaco." Il piccolo gruppo iniziale venne a poco a poco, a misura che la guerra proseguiva e i sacrifici aumentavano, crescendo di numero, e soprattutto organizzandosi, e anche se rimase sempre un gruppo numericamente assai limitato, fu tuttavia alla radice dell'agitazione contro la guerra che andò via via sviluppandosi. D'altra parte una vasta scissione verificatasi nel 1917 nella socialdemocrazia portò alla fondazione di un secondo partito socialista, il Partito socialdemocratico indipendente di Germania (USPD), cui facevano capo forti nuclei di operai rivoluzionari e, fra gli altri, la maggioranza degli operai berlinesi.  
rosa_luxemburg_03.jpgCerto, se la Germania fosse stata vittoriosa, questi fermenti rivoluzionari non avrebbero probabilmente avuto uno sbocco, ma con il delinearsi della sconfitta essi esplosero prima di tutto nella marina militare ancorata nel porto di Kiel, e si estesero rapidamente a varie città tedesche, obbligando l'imperatore ad abdicare e a cercare rifugio in Olanda. Il 9 novembre la sollevazione si manifestò anche a Berlino, e, nonostante le preoccupazioni legalitarie dei dirigenti socialdemocratici che non volevano proclamare neppure la repubblica senza aver prima convocato una regolare assemblea costituente, fu proprio il segretario della socialdemocrazia, Scheidemann, che, per non essere superato dagli avvenimenti, proclamò la repubblica dal balcone del parlamento. Pochi minuti dopo Karl Liebknecht, che era stato liberato qualche giorno prima dal carcere ed era stato accolto a Berlino come un trionfatore, proclamava dal balcone del palazzo imperiale la repubblica socialista. 
luxemburg.Die.Rote.Fahne.jpg
Fu attorno a questo dilemma (repubblica borghese o repubblica socialista, mantenimento della vecchia struttura sociale e semplice cambiamento di governo o presa del potere da parte dei consigli degli operai e soldati che si erano improvvisati un po' dovunque) che si svolse nei mesi successivi la più accesa lotta politica. Rosa Luxemburg liberata dal carcere il 9 novembre, rientrò a Berlino e pochi giorni dopo assunse la direzione del giornale "Die rote Fahne" (La bandiera rossa), organo del gruppo spartachista, non ancora organizzato in partito autonomo. Per due mesi condusse dalle colonne del giornale la più vivace e accesa battaglia contro il nuovo governo dominato dai socialdemocratici Ebert e Scheidemann, e del quale in dicembre entrò a far parte anche Noske. Costoro, in stretta alleanza con l'alto comando dell'ex esercito imperiale rimasto intatto nelle mani di Hindenburg e Groener (una linea telefonica segreta fu anzi istituita fra Ebert e Groener), e con la grande industria tedesca, si sforzarono di spegnere ogni tentativo di eversione sociale.

die_Internationale_1915.jpgDa un lato fu fatto ogni sforzo per indurre operai e soldati a tornarsene tranquilli alle proprie case e al lavoro pacifico e si ottenne anche che gli ufficiali imperiali facessero eleggere nei consigli dei soldati uomini ligi alla socialdemocrazia ebertiana, dall'altro si fecero grandi promesse per l'avvenire annunciando anche misure di socializzazione che furono intanto affidate allo studio di una commissione e che, naturalmente, non arrivarono mai in porto, e si pose con insistenza l'accento sul fatto che ormai la Germania aveva un governo "socialista": tutto ciò ebbe una notevole influenza sul piano psicologico. Ma contemporaneamente governo e alto comando, non fidandosi dell'orientamento dei soldati sotto le armi, si diedero ad organizzare corpi di volontari preparati per la guerra civile, onde schiacciare il movimento operaio. Già nel dicembre, in due diverse occasioni, il governo usò la forza militare contro gli operai berlinesi e contro una divisione di marinai che aveva partecipato alla rivoluzione e si era poi accampata a Berlino; dispersa questa forza, il governo cercò la provocazione aperta, destituendo il capo della polizia che era stato nominato nei giorni della rivoluzione ed era un socialista indipendente, legato alle masse operaie berlinesi.

 

Liebknecht-Raeterepublik-BerlinerSchloss-9November1918.jpgLiebknecht, parla alla folla a Berlino, 9 novembre 1919.

 

L'indignazione e la protesta delle masse operaie fornirono occasione alle prime manifestazioni di piazza il 6 gennaio 1919, ma purtroppo mancava una salda direzione politica. Il gruppo Spartaco aveva tenuto il suo primo congresso a fine anno e aveva deciso di costituirsi in partito con il nome di Partito comunista di Germania (Lega Spartaco), ma il congresso costitutivo era formato da pochi elementi eterogenei, fra cui parecchi giovani, che in quel momento di acuta tensione sociale e soprattutto politica, erano facile preda di parole d'ordine estremistiche. Così era accaduto che lo stesso congresso che aveva approvato all'unanimità, e fra applausi scroscianti, il programma predisposto da Rosa Luxemburg e da lei illustrato al congresso, aveva però nello stesso tempo votato a maggioranza, e contro il parere della Luxemburg stessa, di Liebknecht e di Jogiches, di non partecipare alle elezioni per l'assemblea costituente che dovevano tenersi poche settimane dopo. Come aveva giustamente rilevato la Luxemburg, quella decisione era pericolosa: significava non solo rinunciare a utilizzare la campagna elettorale come un momento importante per la propaganda e l'organizzazione del neonato partito, ma significava altresì, insieme con il rifiuto di un terreno di lotta, la possibilità di cadere nella provocazione che certamente il governo avrebbe tentato per uno scontro aperto. Fu appunto quello che accadde in quella tragica prima quindicina di gennaio. Le masse operaie berlinesi (che, tra l'altro, erano solo in piccola minoranza spartachiste, mentre in maggioranza appartenevano all'USPD e ubbidivano alle parole d'ordine dei delegati rivoluzionari di fabbrica, appartenenti all'ala sinistra del partito) caddero nella trappola che il governo aveva teso: dalle manifestazioni si arrivò ben presto ai conflitti, la sede del comando di polizia e il giornale socialdemocratico di Berlino, il "Vorwärts" (che era sempre stato proprietà delle organizzazioni operaie berlinesi e di cui la direzione del partito si era illegalmente impadronita con il favore dello stato di guerra), furono teatri di scontri armati, le vie di Berlino videro sorgere barricate e scorrere il sangue. La stampa borghese e lo stesso "Vorwärts" lanciarono sempre più violenti incitamenti non solo alla repressione ma all'assassinio di Liebknecht e della Luxemburg, e corpi franchi di volontari furono fatti affluire a Berlino agli ordini del socialdemocratico di destra Noske, che aveva anche contro la Luxemburg vecchi conti di partito da regolare.Luxemburg_freikorps-hulsen-noske.jpgIl ministro della difesa, il socialdemocratico Noske, visita i reparti della Freikorp Hulsen, gennaio 1919.

 

Fu mosso rimprovero alla Luxemburg di essere rimasta a Berlino, anche dopo la sconfitta della sommossa, anziché mettersi in salvo in qualche luogo lontano in attesa che la tempesta si calmasse, come aveva fatto Lenin dopo i moti del luglio 1917 a Pietrogrado. Ma la differenza di atteggiamento può essere spiegata: Lenin aveva dietro di sé un partito sufficientemente organizzato, con dei luogotenenti all'altezza della situazione, mentre la Luxemburg non aveva che un partito appena nato, la cui compattezza ideologica si era mostrata inesistente al congresso e anche dopo. Lo stesso Liebknecht, nelle giornate cruciali di gennaio, si era lasciato trascinare a sottoscrivere parole d'ordine avventate, che la Luxemburg aveva vivacemente deplorato; i delegati operai rivoluzionari, dopo aver lanciato le masse nella tragica avventura, erano praticamente scomparsi. Ora la Luxemburg aveva sempre sostenuto che il motore principale del processo rivoluzionario è la coscienza delle masse, e che il compito dei dirigenti è appunto quello di essere sempre accanto e in mezzo alle masse, per aiutarle a capire anche i propri errori in modo da giungere ad una vera maturità rivoluzionaria. Sarebbe stato rinnegare tutto il proprio insegnamento, l'abbandonare a se stesse, nel momento più difficile, delle masse che si erano gettate con tanto disperato, e sia pure imprevidente, coraggio in una lotta e che avevano visto dileguarsi una leadership inetta.

 

Kollwitz_1919_Memorial-for-Liebknecht.jpg  Käthe Kollwitz In Memory of Karl Liebknecht, 1919-20.

 

Il destino tragico di Rosa fu che essa dovesse, per coerenza al proprio insegnamento e all'unità di teoria e pratica che aveva sempre ispirato la sua azione, rimanere fino alla fine in mezzo ai pericoli di una rivoluzione che non solo non aveva voluto ma di cui aveva tempestivamente denunciato i pericoli. Ma il suo dovere era di spiegare fino all'ultimo alle masse, partecipando a riunioni e pubblicando ogni giorno il giornale, gli errori commessi, perché, essa aveva scritto fin dal 1904, gli errori del movimento operaio "sono incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell'infallibilità del miglior 'comitato centrale'," e perché, aveva ripetuto durante la guerra, il proletariato ha davanti a sé nel cammino verso la rivoluzione "giganteschi compiti e giganteschi errori," ma il socialismo sarebbe perduto solo se il proletariato non imparasse dai propri errori. Fu per aiutarlo ad imparare che essa espose coscientemente la propria vita alla vendetta dei socialdemocratici e della soldatesca prezzolata.
 
luxemburg_freikorps_tank_1919.jpgFreikorps con un carroarmato, Berlino, 1919.
 
Arrestata il 15 gennaio 1919 insieme con Liebknecht, nella casa dove si erano nascosti con falsi documenti, venne prima tradotta alla sede del comando della divisione di cavalleria all’Hotel Eden, e poi assassinata a freddo mentre ufficialmente veniva accompagnata in carcere. Il suo corpo fu gettato in un canale dove fu ritrovato solo alla fine del maggio successivo. I giornali annunciarono l'indomani che era stata linciata dalla folla infuriata e che Liebknecht, lui pure assassinato, era stato ucciso in un tentativo di fuga. I colpevoli, ancorché individuati, non furono mai puniti: ancora recentemente le autorità della repubblica federale di Bonn hanno ritenuto "legale" quell'assassinio. Poche settimane dopo Leo Jogiches subiva la stessa sorte.
 
Rosa-Luxemburgs-funeral.jpg Funerali di Rosa Luxemburg, giugno 1919.
 
La vita fisica di una gloriosa generazione di militanti rivoluzionari era finita. Si tratta ora di non lasciar andare perduta anche la loro eredità spirituale.
 
rosa-luxemburg-grav_.jpgTomba di Rosa Luxemburg a Berlino.

 

 

LELIO BASSO

 

 

[A cura di Ario Libert]

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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 06:00

LE CONFESSIONI DI UN RIVOLUZIONARIO

Courbet-ritratto-diProudhon

PER SERVIRE ALLA STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO


 

Levabo ad cœlum manum meam, et dicam:

Vivo ego in æternum.


Solleverò la mia mano al cielo, e dirò:

La Mia Idea è immortale. 


Deuteronomio, XXXII, 40.

 


 

I.

 

CONFITEOR.

 

Che i re si coalizzino da un capo all'altro d'Europa contro le nazioni;

Che il vicario di Gesù Cristo lanci l'anatema alla libertà;

Che i repubblicani cadano schiacciati sotto le mura delle loro città:

La Repubblica resta l'ideale delle società, e la libertà oltraggiata riappare presto, come il sole dopo l'eclisse.

Sì, siamo vinti e umiliati; sì, grazie alla nostra indisciplina, alla nostra incapacità rivoluzionaria, eccoci tutti dispersi, imprigionati, disarmati, muti. La sorte della democrazia europea è caduta dalle nostre mani civiche a quelle dei pretoriani.

Ma la guerra di Roma è più giusta e più costituzionale?

Ma l'Italia, l'Ungheria, la Polonia, perché protestano in silenzio, sono cancellate dall'elenco delle nazioni?

Ma, democratici-socialisti, abbiamo smesso di essere il partito dell'avvenire, partito che conta oggi la metà della Francia?

Ma voi, borghesi afflitti, che non si cessa di incitare contro di noi, e di cui il nostro disastro consuma la rovina, siete più dinastici, più gesuiti, più cosacchi?...

Da quattro mesi, li guardo nel loro trionfo, questi ciarlatani della famiglia e della proprietà; li seguo a vista nei vacillamenti della loro ebbrezza; e, ad ogni gesto, ad ogni parola che sfugge loro, mi dico: sono perduti!

Non dubitatene, amici: se la Rivoluzione è stata dopo febbraio aggiornata incessantemente, è perché l'educazione della nostra giovane democrazia lo esigeva. Non eravamo maturi per la libertà; la cercavamo là dove essa non è, dove non può mai trovarsi. Sappiamo comprenderla ora, e, attraverso la nostra intellezione, essa esisterà.

Repubblicani, volete abbreviare la vostra prova, riconquistare il timone, ridiventare presto gli arbitri del mondo? Vi chiedo come sforzo di non occuparvi più, sino a nuovo ordine, della Rivoluzione. Non la conoscete affatto: studiatela. Lasciate fare soltanto alla Provvidenza: mai, attraverso il consiglio dei mortali, essa non fu sulla strada migliore. Rimanete immobili, qualsiasi cosa accada; concentratevi nella vostra fede, e guardate, con il sorriso del soldato sicuro della vittoria, i vostri superbi trionfatori.

Sciocchi! Piangono quanto hanno fatto per trent'anni per la libertà! Chiedono perdono a Dio ed agli uomini per aver combattuto diciotto anni la corruzione! Abbiamo visto il capo di Stato, esclamare, colpendosi il petto: Peccavi! Che abdichi dunque, se ha tanto rimorso per i cinque milioni e mezzo di voti che gli ha valso la Repubblica!... Non sa che la soddisfazione, così come la ferma risoluzione, è parte essenziale della PENITENZA?

Poiché tutti si confessano, e che distruggendo le nostre stampe non si è messo il sigillo sulle nostre scrivanie, voglio, anch'io, parlare ai miei concittadini con l'amarezza della mia anima. Ascoltate la rivelazione di un uomo che sbagliò a volte, ma che fu sempre fedele. Che la mia voce si elevi sino a voi, come la confessione del condannato, come la coscienza dalla prigione.

La Francia è stata data da esempio alle nazioni. Nella sua umiliazione come nelle sue glorie, essa è sempre la regina del mondo. Se si solleva, i popoli si sollevano con essa; se si abbassa, essi crollano. Nessuna libertà può essere conquistata senza essa; nessuna congiura del dispotismo prevarrà contro di lei. Studiamo dunque le cause della nostra grandezza e della nostra decadenza, affinché siamo fermi, in avvenire, nelle nostre risoluzioni, e che i popoli, sicuri del nostro appoggio, formino con noi, senza timore, la santa alleanza della Libertà e dell'Eguaglianza.

Ricercherò le cause che hanno portato tra noi le sventure della democrazia, e che ci impediscono di realizzare le promesse che abbiamo fatto per essa. E, poiché il cittadino è sempre l'espressione più o meno completa del pensiero dei partiti, poiché le circostanze hanno fatto di me, debole e sconosciuto, uno degli originali della Rivoluzione democratica e sociale, dirò, senza nulla dissimulare, quali idee hanno diretto la mia condotta, quali speranze hanno sostenuto il mio coraggio. Effettuando la mia confessione, farò quella di tutta la democrazia. Degli intriganti, nemici di ogni società che non paga i loro vizi, di ogni morale che condanna il loro libertinaggio, ci hanno accusato di anarchia e di ateismo; altri, le mani piene di rapine, hanno detto che predichiamo il furto. Metterei la nostra fede, la fede democratica e sociale, a confronto con quella di questi uomini di Dio; e si vedrà da quale parte è il vero spirito dell'ordine e della religione, da quale prate l'ipocrisia e la rivolta. Ricorderò ciò che abbiamo tentato di fare per l'emancipazione dei lavoratori; e si vedrà da quale parte sono i parassiti e i saccheggiatori. Dirò, per quel che mi riguarda, le ragioni della politica che avrei preferito, se mi fosse stato dato di farne prevalere una; esporrò i motivi di tutti i miei atti, confesserò i miei errori; e se qualche viva parola, se qualche pensiero ardito mi sfugge dalla penna infuocata, perdonatemela, Oh fratelli miei, come a un peccatore umiliato. Qui, non esorto né consiglio, compio di fronte a voi il mio esame di coscienza. Possa esso darvi, come a me stesso, il segreto delle vostre miserie e la speranza di un migliore avvenire!


 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK alla Prefazione della presente opera di Proudhon:

Pierre-Joseph Proudhon, Le confessioni di un rivoluzionario per servire alla storia della Rivoluzione di febbraio

 

 

LINK all'opera in Wikisource:

Les Confessions d'un révolutionnaire

 

LINK all'opera originale:

Les Confessions d'un révolutionnaire

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3 marzo 2012 6 03 /03 /marzo /2012 06:00

La Grecia ci mostra come protestare

grecia01.jpgcontro un sistema fallimentare

 

di John Holloway

 

A marzo 2012, comparirà la traduzione dell'opera "Crack Capitalism" (tradotto come "Brèche dans le capital" [Incrinatura nel capitale], di John Holloway, un auteur confuso sulla comprensione della natura del "lavoro astratto" (cfr. Postone) ma non per questo non interessante. L'ultimo numero della rivista "Variations", comprendeva anche il testo La rage contre le règne de l'argent [La rabbia contro il regno del denaro].

Qui sotto un suo recente testo concernente la Grecia.

 

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Non amo la violenza. Non penso che si guadagni di più a bruciare delle banche e frantumare delle vetrine. Eppure, provo un piacere crescente quando vedo, ad Atene e in altre città greche, le reazioni alla ratificazione da parte del Parlamento greco di misure imposte dall'Unione europea. Dirò di più: se non vi fosse stata esplosione di collera, mi sarei sentito perso alla deriva in un oceano di depressione.

 

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Questa gioia è quella di vedere il verme, molto spesso calpestato, rivoltarsi e ruggire. La gioia di vedere quelli e quelle le cui guance sono state colpite mille volte, restituire lo schiaffo. Come si può chiedere a delle persone di accettare docilmente i tagli drastici, che le misure di austerità implicano, nei loro livelli di vita? Dobbiamo augurarci che si accetti semplicemente che l'enorme potenziale creativo di tanti giovani sia soffocato, i loro talenti intrappolati in una vita di disoccupazione di massa e di lunga durata? Tutto questo affinché le banche siano rimborsate, e che i ricchi possano arricchirsi? Tutto ciò, soltanto per mantenere in vita un sistema capitalista che ha da tanto tempo superato la sua data di scadenza, e che non offre oggi al mondo nient'altro che la distruzione? Che i Greci accettino queste misure non sarebbe che l'aumento esponenziale della depressione, quella del fallimento di un sistema aggravato dalla depressione della dignità perduta.


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La violenza delle reazioni in Grecia è un grido che attraversa il pianeta. Quanto tempo ancora resteremo seduti, a guardare il mondo essere smembrato da questi barbari, i ricchi, le banche? Quanto tempo ancora sopporteremo di vedere le ingiustizie aumentare, i servizi della sanità smantellati, l'educazione ridotta al non senso acritico, le risorse idriche essere privatizzate, le solidarietà annientate, e la terra sventrata per il solo profitto delle industrie minerarie?

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Questa offensiva, che è così manifesta in Grecia, ha luogo ovunque sulla Terra. Dappertutto, il denaro sottomette le vite umane e non umane alla sua logica, quella del profitto. Non è una novità, è l'ampiezza e l'intensità di quest'offensiva che lo è. Ciò che è anche nuovo, è la coscienza generale che questa dinamica è una dinamica di morte, che andiamo dritti verso l'annichilimento della vita umana sulla Terra. Quando i commentatori avvertiti riferiscono degli ultimi negoziati tra i governi sul futuro della zona-Euro, essi dimenticano di menzionare che ciò che vi si negozia allegramente è il futuro dell'umanità.

 

 
Ulteriore vergognoso comportamento dello stalinista partito comunista greco KKE e del suo fedele servo braccio destro sindacale PAME in occasione dello sciopero nazionale del 20 ottobre 2011 contro l'approvazione da parte del Parlamento greco di un nuovo pacchetto di misure di austerità. I servizi d'ordine di questi due cani da guardia del capitalismo greco hanno svolto funzione supplettiva di polizia impedendo l'occupazione da parte di manifestanti e lavoratori di piazza Syntagma.

 

 

In compenso in fatto di demagogia populistica gli infami fascisti rossi del KKE non sono secondi nemmeno ai fascisti neri. Nel video un rappresentante della Golden Dawn, gruppo fascista appoggiato dalla polizia e dall'esercito e che in passato ha anche compiuto attentati dinamitardi, parla in una fabbrica ai lavoratori di un'acciaieria durante uno sciopero. "Siamo tutti Greci", è il profondo commento dei capi sindacali...

 

 

Siamo tutti Greci. Siamo tutti degli attori la cui soggettività è completamente schiacciata dal rullo compressore di una storia scritta dai mercati finanziari. È in ogni caso a questo che somiglia, e ciò che i mercati dovrebbero raccogliere. Milioni di Italiani hanno protestato e manifestato, ancora e ancora, contro Silvio Berlusconi; ma sono i mercati finanziari che l'hanno destituito. La stessa cosa accade in Grecia: manifestazioni su manifestazioni contro George Papandreou, sono allo stesso modo i mercati finanziari che l'hanno congedato. In entrambi i casi, dei servitori riconosciuti e ben noti del denaro hanno preso il posto di questi politici decaduti, senza nemmeno la scusa di una consultazione popolare. Non è nemmeno la storia scritta dai ricchi e dai potenti, benché alcuni tra di loro ne traggano profitto: è la storia determinata da una dinamica che nessuno controlla, una dinamica che distrugge questo mondo... se la lasciamo fare.

 

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Le fiamme di Atene sono delle fiamme di rabbia, e noi vi riscaldiamo la nostra gioia. Eppure la rabbia è pericolosa. Se è personificata o si rivolge contro dei gruppi in particolare- in questo caso, contro i Tedeschi- può molto facilmente diventare puramente distruttrice a sua volta. Non è un caso se il primo membro del governo Greco ad essere stato dimissionato in segno di protesta contro le misure di austerità è il leader di un partito di estrema destra, Laos. La rabbia può così facilmente diventare una rabbia nazionalista, o anche fascista; una rabbia che in nessun caso può rendere questo mondo migliore. È allora essenziale essere chiari: la nostra rabbia non è una rabbia contro i Tedeschi, e nemmeno una rabbia contro Angela Merkel, David Cameron o Nicolas Sarkozy. Questi politici non sono che i pietosi ed arroganti simboli dell'oggetto reale della nostra rabbia- la legge del denaro, la sottomissione di ogni forma di vita alla logica del profitto.


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L’amore e la rabbia, la rabbia e l’amore. L’amore è una tematica importante nelle lotte che hanno ridefinito il senso della politica questi ultimi anni, una tematica onnipresente nei movimenti "Occupy", un sentimento profondo presente anche negli scontri violenti ai quattro angoli del globo. L'amore cammina mano nella mano con la rabbia, la rabbia del "come osano separarci dalle nostre proprie vite, come osano trattarci come oggetti?". La rabbia di un altro mondo che si scava un cammino attraverso l'oscenità del mondo che ci circonda. Forse.


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Questa irruzione di un mondo diverso non è una questione di rabbia, benché la rabbia ne faccia parte. Essa implica necessariamente la costruzione paziente di altri modi di agire, la creazione di differenti forme di coesione sociale e di mutui sostegni. Dietro lo spettacolo delle banche greche a fuoco poggia un profondo processo, il movimento silenzioso di quelli e quelle che rifiutano di pagare i trasporti comunali, le bollette della luce, i pedaggi, i crediti... un movimento emergente dalla necessità e dalla convinzione, fatto di persone che organizzano la loro vita differentemente, creando solidarietà e reti di alimentazione, occupando delle terre e degli edifici vuoti, coltivando dei giardini in comune, ritornando alla campagna, volgendo la schiena ai politici- che hanno oramai paura di mostrarsi in pubblico- e inaugurando direttamente delle forme di discussione e di assunzione delle decisioni sociali. Questo è forse ancora insufficiente, ancora sperimentale, ma è cruciale. Dietro le fiamme spettacolari, si svolgono la ricerca e la creazione di un modo di vita diverso che determinerà il futuro della Grecia, e del mondo.

Il movimento sociale greco richiede il sostegno dell'intera Terra. Siamo tutti Greci.


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John Holloway


John Holloway è l'autore di Changer le monde sans prendre le pouvoir [Cambiare il mondo senza prendere il potere], (Lux/Syllepse) et de Crack Capitalism [Crack capitalismo]. Collabora regolarmente alla rivista internazionale di teoria critica Variations.  


Tradotto dall'inglese da Julien Bordier

[Traduzione dal francese di Ario Libert]


LINK al post originale:

La Grèce nous montre comment protester contre un système en échec

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 06:00

Eutanasia economica


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di Robert Kurz

 

fantozzi_pensione.jpgSecondo l'ideologia dei manuali di economia il denaro è un mezzo sofisticato destinato a fornire alla società, in modo ottimale, beni materiali e servizi sociali. È per questo che, nel senso economico propriamente detto, sarebbe insignificante e non fornirebbe che un semplice "velo" sopra la produzione e la distribuzione reali. Marx, in compenso, ha dimostrato che il denaro, in quanto medium della valorizzazione del capitale, è un fine in sé feticistico che ha asservito la soddisfazione dei bisogni materiali. Dei beni reali non sono prodotti che quando essi servono quel fine in sé che è l'aumento del denaro, in caso contrario la loro produzione è abbandonata, anche se essa è tecnicamente possibile e che essi rispondono ad una domanda sociale. Ciò è particolarmente evidente in campi come la pensione per la vecchiaia e la sanità pubblica. Quest'ultimi non sostengono la valorizzazione del capitale, ma devono essere finanziati dai salari e i benefici che ne derivano. Da un punto di vista puramente materiale vi sarebbero abbastanza risorse per assicurare viveri e cure mediche a tutta la popolazione, anche un numero crescente di persone non-attive. Ora, sotto il diktat del feticcio-denaro questa possibilità materiale diventa "infinanziabile".

uomo_compresse.jpgLa pensione per la vecchiaia e la sanità pubblica sono indirettamente sottomesse al diktat astratto della valorizzazione. Con l'aggravante delle condizioni di finanziamento, esse si vedono "economizzate". Ciò significa che, per poter approfittare dei flussi monetari, esse devono agire secondo i criteri dell'economia di impresa. Così, anche la diagnostica medica si trasforma in merce sottoposta alla pressione concorrenziale. L'obiettivo non è più, allora, la salute e il benessere di tutti, ma da una parte il "doping" alla prestazione e, dall'altra, la gestione delle malattie. L'Uomo ideale, nel senso delle istituzioni dominanti, sarebbe dunque l'individuo che, al suo posto di lavoro, si comporterebbe come uno sportivo di alto livello (per aumentare il PIL); quello che potremmo definire allo stesso tempo come cronicamente malato (per poter riempire le casse del sistema sanitario); e che, al momento stesso in cui va in pensione, crepa di buon grado (per non essere un fardello per il capitalismo).

uomo ricarica a molleQuesto grazioso calcolo, è la medicina stessa ad averlo sconfitto. I suoi successi materiali sono stati tali che sempre più essere umani vivono ben oltre la loro vita attiva. È questa una prova particolarmente eloquente che lo sviluppo delle forze produttive imposte dalla concorrenza è diventato incompatibile con la llogica capitalista. La "costrizione muta dei rapporti economici" (Marx) genera dunque una tendenza a ridurre al nulla, in un modo o nell'altro, le acquisizioni materiali della medicina. In quanto alla produzione di una povertà artificiale, essa ha degli effetti preventivi. Così, in Germania, la speranza di vita delle persone a basso reddito è passata, dal 2001, da 77,5 a 75,5 anni. Chi, malgrado un tempo indeterminato con pressione al rendimento, non guadagna nemmeno abbastanza per il minimo vitale, è talmente danneggiato, una volta raggiunta la vecchiaia, che non può nemmeno approfittare delle possibilità offerte dalla medicina. E anche le cure sanitarie sono sempre più riviste verso il basso, in funzione della solvibilità. Così gli ospedali greci, di fatto in fallimento, sono posti di fronte al rifiuto dei grandi gruppi farmaceutici di fornir loro i medicinali contro il cancro, l'AIDS e l'epatite. Il rifornimento in insulina è stato anch'esso bloccato. Non si tratta qui di un caso particolare, ma della visione del futuro. Almeno per i malati poveri e "superflui", inutilizzabili per il capitalismo, si farà capire con tutta la competenza richiesta, ciò che un tempo, il re di Prussia, Federico II gridò ai suoi soldati che fuggivano il campo di battaglia: "Cani, speravate dunque di vivere per sempre?".

 

 

Robert Kurz

 

Articolo uscito in: Neues Deutschland, 9 gennaio 2012.

 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

Euthanasie économique


LINK all'articolo di presentazione della Wertkritik:

Cos'è la wertkritik? da: "Critique de la valeur"

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26 febbraio 2012 7 26 /02 /febbraio /2012 06:00

Dopo il superbo e terribile racconto centrato sugli avvenimenti del maggio 68 parigino di Thierry Jonquet, I ragazzi del 16..., proponiamo un racconto improntato ad un fine umorismo linguistico quasi intraducibile ma che non per questo non merita di esserlo.

 

 

Omaggio allo sbirro ignoto

 

di Maj Käffer

 

Sin dalla seconda manganellata, si era messo a parlare, parlare, parlare. Non c'era modo di fermarlo. È indubbiamente per questo che ho continuato a colpire. Non avevo davanti a me uno di quegli arrabbiati, uno di quegli sporchi studenti pieni di soldi, ma un povero tipo come me che si guadagnava il pane sgobbando.

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Riuscì lo stesso a dirmi come era giunto a schiaffare delle iscrizioni sui muri. Era stupido da far piangere. Lavorava in una piccola tipografia e il 25 aprile aveva annaffiato la sua prima paga con degli amici. Troppo annaffiato senz'altro, perché si era risvegliato il giorno dopo sotto un portico in un quartiere sconosiuto. Aveva alzato gli occhi sulla lastra del nome della via, fissata relativamente bassa, frugando nel contempo lle sue tasche alla ricerca di una sigaretta. Lesse con sorpresa: RUE DIEU [1] e la sua mano si chiuse, non su delle cicche, ma su un pennarello. Macchinalmente, estrasse il coso dalla sua tasca e, a grandi lettere, scrisse sotto la lastra È MORTO.

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Alcuni giorni dopo, nel quartiere latino, aveva visto le numerose affissioni sui muri, le pensiline e i basamenti delle statue. Provò anche lui il bisogno di lasciare dei messaggi all'intera città. Lavorava coscienziosamente durante la giornata, ma giunta la sera, partiva per il quartiere Latino dove dava libero sfogo alla sua mania. Mi confessò di non aver mai lanciato sanpietrini e nemmeno di aver avuto voglia di farlo.

Eravamo al 13 di maggio del 1968, era quasi mezzanotte e lo avevo colpito davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, era ricaduto e il suo slogan, incompiuto, aveva assunto un senso ironico: NI DIEU , NI MAI... [2].

ni-dieu-ni-maitre.jpg

Furioso davanti a questo pietoso, quest'altro me stesso, per poco non lo uccidevo. Mi ero fermato in tempo vedendo brillare un lampo di odio nel suo sguardo. La sua bocca insanguinata mormorò: "Ci rivedremo da qui a vent'anni e...". Perse conoscenza e fuggii gettando via il manganello.

Siamo al 13 maggio del 1988, è quasi mezzanotte e sto per colpirlo davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, ricade e il suo slogan rimane incompiuto...

Ma gira su se stesso. Riconosco il suo volto e il suo sguardo carico di odio. Di già, la sua mano, armata di un solido coltello, mi lacera le budella. La mia vista si annebbia; ho appena il tempo di leggere il suo graffito: CE N'EST QU'UN DEBUT; CON... [3].

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[Traduzione di Ario Libert]

 

Titolo originale: "Hommage au flic inconnu".

 

NOTE

[1] La strada ha ricevuto nel 1867 al tempo della sua creazione il nome del generale Dieu (Dio), morto per le conseguenze delle sue ferite ricevute alla battaglia di Solferino del 1859. "Dio è morto", famoso aforisma contenuto nella celebre opera di Nietzsche La gaia scienza e che si ritrova anche in Così parlò Zarathustra.

[2] Ni dieu ni maître, il celebre slogan anarchico né Dio né padroni. Nel racconto il suo troncamento suona come: né Dio né maggio (mai).

[3] Forse il più celebre slogan del maggio parigino: Ce n'est qu'un début, continuons le combat [Non è che un inizio, continuiamo la lotta]. Nel racconto il troncamento di questo slogan dà come significato: Non è che un inizio, coglione...

 

Nota autobiografica dell'autore tratta dal libro:


Questo giovane (molto giovane) autore è nato il 13 maggio 19.. durante uno spostamento forzato dei suoi genitori. Atavismo obbliga, lo si vedrà in molti paesi intorno al mondo dove eserciterà alcuni mestieri, tra i quali venditore di cassette pornografiche, animatore radio, critica di film, guida turistica... I suoi studi sono caotici. Ma la scrittura lo afferra da sempre (si dice che ha saputo scivere prima di saper leggere...) e ha accumulato un numero impressionante di manoscritti tra cui un notevole Whittington, Discepolo di Stirner, ahimè sparito durante un ciclone e un eccellente Cheney, Il Puritano nero, ahimè distrutto in un incendio. Lo si sospettò un tempo di essere lo scrittore fantasma di Rika Zaraï, il che è naturalmente falso.

Il 13 maggio 1958, alzò le spalle.

Il 13 maggio 1968, era molto occupato a scrivere... sui muri.

Il 13 maggio 1988: dov'è? In capanna o ricercato dalla polizia?

 

LINK a un racconto del genere:

Thierry Jonquet, I ragazzi del 16...

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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 11:05

Bombe Nazionali

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PERLA DELLE ANTILLE


 

Uno scritto notevole di Zo d'Axa che analizza in modo ironicamente spregiudicato la guerra ispano-americana del 1898 intercorsa tra Spagna e Stati Uniti e che presenta delle inquietanti analogie con eventi a noi vicini, soprattutto l'autoattentato statunitense alle torri gemelle nel 2001 che hanno permesso a questo Stato gangsteristico, con la scusa di un complotto terroristico internazionale, di muovere guerra a molti stati mediorientali e asiatici, tutelando così i suoi interessi geopolitici nonché commerciali e finanziari.


 

 

La bomba lanciata, durante le persecuzioni indimenticabili, in Barcellona in stato di assedio, quando passava, trionfante, il maresciallo-garrotatore Campos [1], non è certamente comparabile al congegno patriottico e nazionale piazzato, in tempo di pace, secondo i consigli del generale Weyler [2], sotto la chiglia di una nave americana [3].

La piccola marmitta del generale compì meraviglie.

Nelle acque di Cuba, il Maine saltò in mille pezzi. 250 marinai bruciati, fatti a pezzi, annegati... Del fuoco, del ferro, il lenzuolo delle onde. Un avvertimento della Spagna:

Qui vi sono delle trappole per lupi di mare.

 

Poiché una nazione avvertita ne vale due, non bisogna meravigliarsi della pronta risposta americana. Messaggio del presidente, voto delle camere, ultimatum...

Gli obici sono in batteria.

E gli obici pioveranno sui porti soleggiati. Americani e Spagnoli tenteranno di avvicinarsi alle coste dove si stagliano le case bianche, dove fioriscono delle popolazioni. Le bombe cadranno a casosulle città e sulle case, nei sobborghi in cui i bambini giocano per le strade sugli ospedali in cui i malati saranno, con un sol colpo, guariti...

Sono le bombe civilizzate.

 

Un anno fa, di questi tempi, la Spagna, la Cattolica, bruciava un po' ovunque. A Barcellona, non era ancora il rogo; ma i colpi di fucile crepitavano.

Il consiglio di guerra, in seduta permanente, compiva esecuzioni sommariamente nei fossati di Montjuich. Si torturavano i prigionieri colpevoli di un opinione. Gli stivaletti dell'Inquisizione calzavano i piedi di nuovi martiri.

Si strappavano delle unghie. Si bruciavano carni al fuoco.

Dei monaci incappucciati circolavano con dei gendarmi, degli ufficiali e dei giudici, andavano di cella in cella a interrogare come si interrogava ai tempi rimpianti della Questione.

Nelle colonie, laggiù, nelle Filippine, A Cuba, la madre-patria covava i suoi piccoli.

Li covava a fuoco lento.

Si bruciavano vivi gli irregolari caduti nelle mani degli Spagnoli, dei regolari, dei secolari. Si reprimevano le sollevazioni degli indigeni spremuti sino in fondo,carichi d'imposte, morenti di fame, facendoli morire più velocemente con la spada e il bastone. Nei villaggi in cui, musica in testa, penetrava l'Esercito della Regina, giacevano, dopo il suo passaggio, cadaveri di donne violentate...

 

Contro i suoi figli ribelli, i suoi creoli, i suoi schiavi, i suoi negri, la Spagna cavalleresca sviluppava allegramente le sue qualità medievali

Cosa importavano le leggi di guerra? Questo codice della macelleria puerile e onesta.

 

Non vi è diritto di belligeranza per chi si rivolta nel proprio paese. Non più che per i liberi-pensatori, i repubblicani e altri anarchici della Metropoli, la Spagna tradizionale e papalina non si sentiva a disagio con i Cubani.

Quando non li si arrostiva, si fucilavano i prigionieri.

Non è così che si deve rispondere alla guerra dei partigiani?

 

Guerrilleros e flibustieri, i franchi tiratori dell'indipendnza erano buona carne da supplizio. I Cubani lo sanno così bne che quelli tra di loro caduti, vivi, in un'imboscata, cercavano un rifugio nel suicidio.

Uccidi! Viva la Spagna! Uccidi! para la Madona… Uccidi senza parole. Nessuna tregua per i partigiani- partigiani della Libertà.

L'America si commosse.

Si ignora come si commuovono gli Yankee. Perché se lal Spagna è cavalleresca, gli Americani sono filantropi. Brava gente! Soffrivano di vedere la desolazione diffusa in un paese vicino, su un ricco territorio così vicino, sulla perla di tutte le Antille.

E poi avevano forse da far dimenticare, con un intervento generoso, qualche errore del tempo passato? Pensavano senza dubbio al modo piuttosto radicale di cui un tempo braccavano il Pellirossa nelle praterie del Farwest. Quanti crimini odiosi da riscattare...

L'Americano è filantropo!

Non lo si dirà mai troppo invano: filantropo e metodista.

Una condotta esemplare, ora, una lezione di umanità cancellerebbe il tenace ricordo di questi massacri metodici di Pawnie, di  Apache, di Sioux, razze estinte, annientate sotto il fucile degli anglosassoni. Si placherebbe, nella piroga, sui grandi laghi, l'ombra dell'ultimo dei Mohicani [4].

L'America fece dunque alla Spagna ciò che in stile diplomatico si chiamano delle rappresentazioni.

In stile volgare si scriverebbe: l'America recitò la commedia.

 

Accadde l'incidente del Maine che diede la scintilla alle polveri.

Cuba non è nient'altro nella mischia che una preda che due popoli si contendono.

Gli Stati Uniti avevano un mezzo molto semplice di dimostrare, sin dall'inizio, la purezza delle loro intenzioni:

 

Spontaneamente, riconoscere Cuba libre [5].

Ci hanno pensato un po' tardi. Il Senato dice: sì. La Camera vacilla. Il Congresso cerca una formula. I giornali aggiungono che d'altronde si tratta, prima di ogni altra cosa, di pacificare vigorosamente.

Parlano della necessità di un governo stabile che assicurerebbe il "traffico"... Si sente l'asprezza della parola: dogane, dazi e royalty.

I filantropi sottintendono che, -essi soltanto- in fin dei conti, saranno capaci di far fruttare, nell'Isola, questo governo ideale.

La prova si farà a colpi di cannone.

Cuba, liberata dalla Spagna, sarà vassalla degli Stati Uniti.

 

In quanto alla regina reggente, al suo brillante seguito di cortigiani e di ministri, essi non ignorano affatto che la Spagna corre verso una formidabile sconfitta.

La loro cavalleria che fiuta le idee sovversive, la loro tracotanza poco maestosa lascerebbe, a questi hidalgo, una certa prudenza, se non sanno per certo che ogni occasione sarà buona alle parti dell'opposizione per buttare giù la loro regalità.

Una ritirata alle Antille, è, a Madrid, la rivoluzione.

Attraverso la forza oscura delle cose, i pseudo-padroni della Spagna sono travolti malgrado loro. Si ostineranno nel far valere i diritti illusori che essi possiedono sull'isola lontana che li maledisce.

Non eviteranno la batosta.

Eviteranno la Rivolta?

 

Correntemente la rivoluzione salutò il ritorno dei generali che lasciarono la loro ferramenta in mano al nemico vincitore.

L'eventualità è temibile a questo punto tanto che i tre re e gli imperatori, macellai dilettanti di popoli, non osano più lanciare i loro battaglioni.

Non si fidano del loro bestiame.

La guerra trascina e scatena. Si è annusato odore di sangue. Ci si è fatti sconfiggere per la principessa.

Il fucile serve per la Comune.

 

Che la guerra scoppi subito, si prolunghi o meno, o sia rinviata, la questione cubana è di quelle che una volta poste non si elude più.

Degli uomini vogliono liberarsi.

Gli insorti cubani sono lungi dall'avere l'ingenuità dei Cretesi dell'anno scorso. Quei sempliciotti non tentavano di scuotere il giogo del Sultano se non per diventare i sudditi del buon principe Giorgio di Grecia.

I Cretesi chiedono un re. I Cubani non chiedono nulla se non vivere liberi sotto il sole.

Hanno imparato a disprezzare le vane parole della vecchi Europa. Hanno la robusta energia di una Volontà che va per la sua strada.

Delle nazioni dette civilizzate possono ricorrere alla dinamite per contendersi questa preda di lusso. Gli obici, le mitragliatrici, possono tuonare oltre i mari. Le bombe sacre della patria possono uccidere delle donne e dei bambini...

La Spagna può accigliarsi, gli Stati Uniti possono sorridere, la bella perla delle Antille è perla che non si infilerà.

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

NOTE

 

[1] Il generale Martinez Campos represse nella sua lunga carriera di reazionario militare anche le sollevazioni a Cuba nel 1895 in qualità di Governatore di Cuba, gli scarsi risultati conseguiti però, portarono alla sua destituzione con il generale Valeriano Weyler.

[2] Il generale Valeriano Weyler che subentrò al generale Campos, fec deportare almeno 400 mila cubani inclusi donne, vecchi e bambini in campi di concentramento, provocando migliaia di decessi.

[3] Zo d'Axa si riferisce al celebre caso della corazzata USS Maine che gli Stati Uniti avevano inviato a L'Avana nel gennaio del 1898 con il motivo di proteggere gli interessi dei cittadini statunitensi che vi risiedevano. L'affondamento della nave da guerra nel febbraio del 1898, che provocò centinaia di vittime e su cui ancora oggi vi sono controversie riguardo alle cause, provocarono un'ondata guerrafondaia nell'opinione pubblica statunitense sostenuta dalla grande stampa conservatrice e filoimperialista, e infine l'intervento armato degli USA. Le ostilità che si protrassero dal mese di aprile sino agli inizi dell'agosto 1898 portarono ad una rapida e schiacciante vittoria degli Stati Uniti che si impadronirono oltre che di Cuba anche delle Filippine, Porto Rico e dell'isola di Guam.
[4] Alle atrocità commesse dagli Spagnoli sia in patria sia nelle colonie americane, che aiutarono il partito belligerante statunitense nella loro propaganda a muovere guerra alla Spagna, Zo d'Axa ricorda quelle commesse dalla popolazione di lingua inglese prima e dopo l'Indipendenza. Cita ironicamente allo scopo il titolo del famoso romanzo di James Fenimore Cooper L'ultimo dei Mohicani edito nel 1826.

[5] Cuba Libre. Zo d'Axa ironizza, come è tipico nel suo stile e temperamento, abusando dei doppi sensi, in questo caso legando il nome della dichiarazione d'intenti statunitense di voler rendere indipendente Cuba con quello di un drink che da allora sarebbe diventato famoso, il Cuba libre appunto. La leggenda vorrebbe che un barman cubano avesse mescolato la Coca Cola statunitense al rum, prodotto tipicamente cubano, unione simbolica delle due nazioni unite in guerra contro la Spagna. In origine il Cuba Libre era un cocktail a base di rum bianco, succo di lime, sciroppo di zucchero allungato con la cola.

 


 

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Les Feuilles

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12 febbraio 2012 7 12 /02 /febbraio /2012 06:00

Le Confessioni di un rivoluzionario

Courbet-ritratto-diProudhon

per servire alla storia della Rivoluzione di Febbraio

 

 

di Pierre-Joseph Proudhon

 

 

PREFAZIONE DELLA TERZA EDIZIONE

 

Cos'è il governo? Cos'è Dio? 
(Tratto da La Voix du Peuple, 5 novembre 1849.)

 

Cos'è il governo? Qual è il suo principio, il suo oggetto, il suo diritto? Questa è incontestabilmente la prima domanda che si pone l'uomo politico.

Ora, a questa domanda apparentemente così semplice, e di cui la soluzione sembra così facile, accade che soltanto la fede possa rispondere. La filosofia è altrettanto incapace di dimostrare il Governo quanto provare Dio. L'Autorità, come la divinità, non è affatto materia di sapere; è, lo ripeto, materia di fede.

Quest'esame conciso, così paradossale al primo sguardo, eppure così vero, merita alcuni sviluppi. Cercheremo, senz'alcun apparato scientifico, di farlo capire.

Il principale attributo, il tratto segnaletico della nostra specie, dopo il PENSIERO, è la credenza, e, prima di ogni cosa, la credenza in Dio. Tra i filosofi, gli uni vedono in questa fede in un Essere superiore una prerogativa dell'umanità, altri vi scoprono una debolezza. Qualunque sia il merito o il demerito della credenza nell'idea di Dio, è certo che l'inizio di ogni speculazione metafisica è un atto di adorazione del Creatore: è quanto la storia dello spirito umano, presso tutti i Popoli, constata in modo invariabile.

Ma cos'è Dio? Ecco cosa richiede subito, e con un movimento irresistibile, il credente ed il filosofo. E, come corollario di questo primo interrogativo, si pongono immediatamente quest'ultimo: Qual è, tra tutte le religioni, la migliore? Infatti, se esiste un Essere superiore all'Umanità, deve esistere anche un sistema di rapporti tra quest'Essere e l'Umanità: qual è dunque questo sistema? La ricerca della migliore religione è il secondo passo che fa lo spirito umano nella Ragione e nella Fede.

A questa doppia domanda, nessuna risposta possibile. La definizione della Divinità sfugge all'intelligenza. L'Umanità è stata di volta in volta feticista, idolatra, cristiana e buddista, ebraica e maomettana, deista e panteista: ha adorato di volta in volta le piante, gli animali, gli astri, il cielo, l'anima del mondo, ed infine, se stessa: ha errato di superstizione in superstizione, senza poter afferrare l'oggetto della sua credenza, senza giungere a determinare il suo Dio. Il problema dell'essenza e degli attributi di Dio e del culto che gli conviene, come una trappola tesa alla sua ignoranza, tormenta l'Umanità sin dalla sua origine. I Popoli si sono scannati per i loro idoli, la società si è esaurita nell'elaborazione delle sue credenze, senza che la soluzione sia progredita di un sol passo.

Il deista, il panteista, così come il cristiano e l'idolatra, è ridotto alla pura fede. Si direbbe anche, ed è il solo progresso che abbiamo fatto in questo studio, che ripugni alla ragione conoscere e sapere Dio: non ci è dato che di credervi. Ed è per questo che in ogni epoca, e sotto tutte le religioni, si sono incontrati un piccolo numero di uomini, più arditi degli altri, che, non comprendendo Dio, hanno assunto al parte di negarlo: si è dato loro  il nome di spiriti forti o di atei.

Ma è evidente che l'ateismo è ancora meno logico della fede. Il fatto primitivo, inconfutabile, della credenza spontanea nell'Essere supremo sussiste sempre, ed il problema che questo fatto implica ponendosi inevitabilmente, l'ateismo non poteva essere accettato come soluzione. Lungi che testimoniasse della forza dello spirito, non provava che la sua disperazione. Così ne è dell'ateismo come del suicidio: non è stato abbracciato che da una minoranza. Il Popolo l'ha sempre avuto in orrore.

Le cose erano così. l'Umanità sembrava posta eternamente tra una questione insolubile ed una negazione impossibile, quando, sulla fine dell'ultimo secolo, un filosofo, Kant, tanto notevole per la sua profonda pietà, quanto per l'imcomparabile potenza della sua riflessione, intraprese ad affrontare il problema teologico in modo del tutto nuovo.

Non si chiese più, come tutti avevano fatto prima di lui: Cos'è Dio? e qual è la vera religione? Di una questione di fatto egli fece una questione di forma, e si disse: Da dove giunge il fatto che io credo in Dio? Come, in virtù di cosa si produce nel mio spirito quest'idea? Qual è il punto di partenza e lo sviluppo? Quali sono le sue trasformazioni, e, all'occorrenza, la sua decrescita? Come, infine, è, nell'anima religiosa, le cose, le idee, si producono?

Questo fu il piano di studi che egli si propose, su Dio e la Religione, il filosofo di Kœnigsberg. Rinunciando ad inseguire ulteriormente il contenuto, o la realtà dell'idea di Dio, si mise a fare, se così posso dire, la biografia di quest'idea. Invece di prendere, come un anacoreta, come oggetto delle sue meditazioni, l'essere di Dio, egli analizzò la fede in Dio, così come gliela offriva un periodo religioso di seimila anni. In una parola, egli considerò nella religione, non più una rivelazione esterna e sovranaturale dell'Essere infinito, ma un fenomeno della nostra comprensione.

Da quel momento l'incanto fu spezzato: il mistero della religione fu rivelato alla filosofia. Ciò che cerchiamo e che VEDIAMO in Dio, come diceva Malebranche, non è affatto quell'essere, o per meglio dire, quell'entità chimerica, che la nostra immaginazione ingrandisce incessantemente, e che, per ciò stesso deve essere tutto secondo la nozione che se ne fa il nostro spirito, non può nella realtà essere nulla: è il nostro proprio ideale, l'essenza pura dell'Umanità.

Ciò che il teologo persegue, a sua insaputa, nel dogma che egli insegna, non sono i misteri dell'infinito: sono le leggi della nostra spontaneità collettiva ed individuale. L'anima umana non si percepisce affatto dapprima attraverso la contemplazione riflessa del suo io, così come l'intendono gli psicologi; si percepisce fuori da sé, come se essa fosse un essere diverso posto di fronte a sé: è questa immagine rovesciata che essa chiama Dio.

Così, la morale, la giustizia, l'ordine, le leggi, non sono più cose rivelate dall'alto, imposte al nostro libero arbitrio da un cosiddetto creatore, sconosciuto, inintelligibile; sono cose che ci sono peculiari ed essenziali come le nostre facoltà ed i nostri organi, come la nostra carne ed il nostro sangue. In breve: Religione e Società sono termini sinonimici; l'Uomo è sacro per se stesso come se fosse Dio. Il Cattolicesimo ed il Socialismo, identici in fondo, non differiscono che per la forma: così si spiegano al contempo, ed il fatto primitivo della credenza in Dio, e l'innegabile progresso delle religioni.

Ora, ciò che Kant ha fatto quasi sessanta anni fa per la Religione: ciò che aveva fatto in precedenza per la Certezza; ciò che altri prima di lui avevano tentato per la Felicità o il Bene Supremo, la Voix du Peuple [1] si propone di intraprendere per il Governo.

Dopo la credenza in Dio, quella che occupa il maggior spazio nel pensiero generale, è la credenza nell'Autorità. Ovunque esistano degli uomini raggruppati in società, troviamo un rudimento di religione, un rudimento di potere, l'embrione di un governo. Questo fatto è così primitivo, così universale, così irrecusabile quanto quello delle religioni.

Ma cos'è il Potere, e qual è la miglior forma di Governo? Perché è chiaro che se noi riuscissimo a conoscere l'essenza e gli attributi del potere, sapremmo allo stesso tempo quale è la miglior forma da dargli, qual è, tra tutte le costituzioni, quella perfetta. Avremmo in tal modo risolto uno dei due grandi problemi posti dalla Rivoluzione di Febbraio: avremmo risolto il problema politico, principio, mezzo o scopo, - non pregiudichiamo niente, - della riforma economica.

Ebbene! Sul Governo così come sulla Religione, la controversia dura dall'origine delle società, e con così poco successo. Tanti governi quante sono le religioni, tante teorie politiche quanti sono i sistemi di filosofia: e cioè, nessuna soluzione. Più di duemila anni prima di Montesquieu e Machiavellli, Aristotele, raccogliendo le diverse definizioni di governo, le distingueva secondo le sue forme: patriarchie, democrazie, oligarchie, aristocrazie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, teocrazie, repubbliche federative, ecc. Dichiarava, in una parola, il problema insolubile. Aristotele, in materia di governo, così come in materia di religione, era scettico. Non aveva fede né in Dio né nello Stato.

E noi che, in sessanta anni, abbiamo utilizzato sette o otto specie di governi; che, appena entrati in Repubblica, siamo già stanchi della nostra Costituizione; noi, per cui l'esercizio del potere non è stato, dalla conquista dei Galli da parte di Giulio Cesare sino al ministro dei fratelli Barrot, che la pratica dell'oppressione e dell'arbitrio; noi infine che assistiamo in questo momento ai saturnali dei governi dell'Europa, abbiamo dunque più fede di Aristotele? Non è tempo che usciamo da questa infelice carreggiata, e che invece di esaurirci ulteriormente alla ricerca del miglior governo, della migliore organizzazione da dare all'idea politica, poniamo la domanda, non più sulla realtà, ma sulla legittimità di questa idea?

Perché crediamo al Governo? Da dove viene, nella società umana, quest'idea di Autorità, di Potere; questa finzione di una Persona superiore, chiamata lo Stato?

Come si produce questa finzione? Come si sviluppa? Qual è la sua legge evolutiva, la sua economia?

Non accade per il Governo la stessa cosa come per Dio e l'Assoluto, che hanno così a lungo e così infruttuosamente occupato i filosofi? Non sarebbe anche una delle concezioni primigenie della nostra comprensione, alle quali diamo a torto il nome di idee, e che, senza realtà, senza realizzazione possibile, non esprimono che un indefinito, non hanno in quanto essenza che l'arbitrio?

E poiché, relativamente a Dio e alla Religione, si è già trovato, attraverso l'analisi filosofica, che sotto l'allegoria dei suoi miti religiosi, l'Umanità non persegue altro che il suo proprio ideale, non potremmo cercare anche ciò che essa vuole sotto l'allegoria dei suoi miti politici? Perché infine, le istituzioni politiche, così differenti, così contraddittorie, non esistono né in se stesse né per se stesse; così come i culti, esse non sono affatto essenziali alla società, sono delle formule o combinazioni ipotetiche, per mezzo delle quali la civiltà si mantiene in un'apparenza d'ordine, o per meglio dire, cerca l'ordine. Qual è dunque, ancora una volta, il senso nascosto di queste istituzioni, lo scopo reale dove va a svanire il concetto politico, la nozione di governo?

In poche parole, invece di vedere nel governo, con gli assolutisti, l'organo e l'espressione della società; con i dottrinari, uno strumento d'ordine, o piuttosto di polizia; con i radicali, un mezzo di Rivoluzione: cerchiamo di vedervi semplicemente un fenomeno della vita collettiva, la rappresentazione esterna del nostro diritto, l'educazione di alcune delle nostre facoltà. Chissà che non scopriamo allora che tutte queste formule governative, per le quali i popoli e i cittadini si scannano tra di loro da sessanta secoli, non siano che una fantasmagoria del nostro spirito, che il primo dovere di una ragione libera è di rinviarle ai musei e alle biblioteche?

Questa è la domanda posta e risolta in Confessioni di un Rivoluzionario, e di cui la Voix du Peuple si propone, con l'aiuto dei fatti che gli forniscono e il potere e i partiti che se lo contendono, di dare giorno per giorno il commento.

Allo stesso modo della Religione, il Governo è una manifestazione della spontaneità sociale, una preparazione dell'Umanità a uno stato superiore.

Ciò che l'Umanità cerca nella Religione e che chiama Dio, è se stessa.

Ciò che il cittadino cerca nel Governo e chiama Re, Imperatore o Presidente, è ancora se stesso, è la LibertÀ. 

Fuori dall'Umanità, nessun Dio; il concetto teologico non ha senso: -Fuori dalla libertà, nessun governo; il concetto politico è senza valore.

La miglior forma di Governo, come la più perfetta delle religioni, presa in senso letterale, è un'idea contraddittoria. Il problema non è di sapere come potremmo essere meglio governati, ma come potremmo essere più liberi. La libertà adeguata  identica all'ordine, ecco tutto ciò che contiene di reale il potere e la politica. Come si costituisce questa libertà assoluta, sinonimo d'ordine? Ecco cosa ci insegnerà l'analisi delel diverse formule dell'autorità. Per tutto il resto, non ammettiamo meno il governo dell'uomo per l'uomo, quanto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo...

Così, il percorso che ci proponiamo di seguire, trattando la questione politica e preparando i materiali di una revisione costituzionale, sarà la stessa che abbiamo seguito sino ad oggi trattando la questione sociale. La Voix du Peuple, completando l'opera dei due giornali suoi predecessori, sarà fedele ai loro errori.

Cosa dicevamo, in questi due fogli, caduti uno dopo l'altro sotto i colpi della reazione e dello stato d'assedio?

Non chiediamo affatto, come lo avevano fatto sino ad allora i nostri predecessori e nostri confratelli: Qual è il miglior sistema di comunità? La migliore organizzazione della proprietà? o ancora: qual è la cosa migliore la proprietà o la comunità? La teoria di Saint-Simon o quella di Fourier? Il sistema di Louis Blanc o quello di Cabet?

Sull'esempio di Kant, poniamo così la domanda: Perché l'uomo possiede? Come si acquista la proprietà? Come si perde? Qual è la legge della sua evoluzione e della sua trasformazione? Dove va? Cosa vuole? Cosa infine rappresenta? Perché appare a sufficienza, per l'intreccio indissolubile di beni e di mali che l'accompagnano, per l'arbitrio che costituisce la sua essenza (jus utendi et abutendi) e che è la condizione sine qua non della sua integralità, che essa non è ancora, così come la Religione e il Governo, che un'ipotesi, o meglio, un'ipotiposi della Società, e cioè una rappresentazione allegorica di una concezione della nostra intelligenza.

Com'è, che in seguito, l'uomo lavora? Come si stabilisce la comparazione dei prodotti? Come si avviene la circolazione nella società? A quali condizioni? Secondo quali leggi?

E la conclusione di tutta questa monografia della proprietà è stata la seguente: La proprietà indica funzione o attribuzione; la comunità, reciprocità d'azione: l'usura, sempre decrescente, identità del lavoro e del capitale.

Per operare la liberazione e la realizzazione di tutti questi termini, sino ad ora avvolti sotto i vecchi simboli proprietari, cosa occorre? Che i lavoratori si garantiscano gli uni agli altri il lavoro e gli sbocchi; a questo scopo, che essi accettino, come moneta, le loro reciproche obbligazioni.

Ebbene! Noi diciamo oggi: La libertà politica risulterà per noi, come la libertà industriale, dalla nostra mutua garanzia. È garantendo gli uni agli altri la libertà, che faremo a meno di questo governo, la cui destinazione è di simboleggiare il motto repubblicano: Libertà, Eguaglianza, Fraternità, lasciando alla nostra intelligenza la cura di trovarne la realizzazione. Ora, qual è la formula di questa garanzia politica e liberale? Attualmente, il suffragio universale; più tardi, il libero contratto...

Riforma economica e sociale, attraverso la garanzia reciproca del credito;

Riforma politica, attraverso la transazione delle libertà individuali:

Questo è il programma della Voix du peuple.

La Rivoluzione avanza, gridava ieri, a proposito del messaggio di Luigi Bonaparte, un foglio assolutista. Questa gente non vede la Rivoluzione che nelle catastrofi e i colpi di Stato. Diciamo a nostra volta: Sì, la rivoluzione avanza, perché ha trovato degli interpreti. Le nostre forze possono fallire nel compito: la nostra devozione, mai!

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

 

[1] La Voix du Peuple essendo stata soppressa, dopo alcuni mesi di esistenza, dall'autorità di polizia e forza di baionette, gli studi che questo giornale aveva promesso ai suoi lettori sono stati necessariamente aggiornati. Una prima pubblicazione è apparsa da poco con questo titolo: Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo. Un volume in-18°, inglese, Parigi, luglio 1851, Fratelli Garnier.

 

 

LINK all'opera da Wikisource:
Les Confessions d'un révolutionnaire

 

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Les Confessions d'un révolutionnaire

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6 febbraio 2012 1 06 /02 /febbraio /2012 06:00

PROUDHONIANA

 

 

 

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di CHAM

 

 

ALBO DEDICATO AI PROPRIETARI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Poiché accetto la metà della vostra fortuna, è giusto che prendiate la metà della mia... Possiedo otto figli, ecco quattro per voi...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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-Ho incontrato un amico a cui il sarto rifiutava di far credito, ho dovuto dividere con lui...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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-Sotto il comunismo non vi saranno più domestici.

-E i padroni?...

-Diamine! I padroni diventeranno tutti domestici...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA VENDETTA DEL CITTADINO CABET.

 

-Poiché non volete il comunismo, mi ritiro in Icaria dove vi proibisco di mettere piede... Toh!...

 

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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Proudhoniana

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  • : La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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