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19 gennaio 2011 3 19 /01 /gennaio /2011 15:38

Storia del movimento anarchico in Bulgaria

 

di Dimitrov

 

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Gueorgui Balkanski

Gueorgui Balkanski – e un collettivo – hanno edito da poco un opuscolo in bulgaro con questo titolo a Parigi nel 1980 per le edizioni "Nas Par" (La Nostra Strada), 107 pagine. Le poche informazioni pubblicate su questo tema non può che farci accogliere con piacere quest'opuscolo che deve essere edito in francese.

L'autore traccia in 9 pagine la storia del movimento, dividendola in sette periodi: "Precurori ed iniziatori; Il movimento rivoluzionario di liberazione di Macedonia; La creazione dei primi sindacati; Inizio della propaganda anarchica; Antimilitarismo guerriglia, terrorismo; Organizzazione del movimento anarchico del paese; Organizzazione anarchica sulla base di una piattaforma; periodo dopo l'instaurazione della dittatura bolscevica sino ai nostri giorni".

Vengono in seguito una serie di biografie con dei ritratti che da un punto di vista iconografico sono di una grande rarità, 47 pagine. Poi abbiamo una descrizione della stampa libertaria dal 1898 al 1980, con la riproduzione dei titoli, 23 pagine. Infine una breve evocazione delle edizioni di libri e opuscoli dal 1889 ai nostri giorni, 5 pagine. Infine, l'opera termina con 13 pagine che insistono più sul sindacalismo, il movimento di liberazione nazionale e rivoluzionario, l'azione cooperativistica, le attività culturali, pedagogiche e teatrali, il movimento non statale, la lotta contro la monarchia e la geurra, la guerriglia, e una parte intitolata: "Di fronte all'alternativa storica: il fascismo o la rivoluzione" divisi in una sezione generale poi "La lotta studentesca contro il professore Tsankov", "La rivoluzione spagnola" e "Insegnamenti per noi e gli altri". Quest'ultima parte sottolinea l'importanza dell'organizzazione del movimento anarchico ed il fatto che se la Bulgaria è il solo Paese dell'Est in cui l'anarchia non sia stato annientato, questo è dovuto agli stretti rapporti con il popolo. L'organizzazione anarchica per la rivoluzione sociale è "estranea all'individualismo e all'irresponsabilità delle persone per cui le idee sono uno sport innocente ed un oggetto di agio intellettuale e estetico o di speculazione puramente filosofica. Speriamo che queste lezioni siano rafforzate dall'esperienza!".

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Monumento sovietico dedicato agli eventi del colpo di Stato del 1923.

Quest'opuscolo è edito da membri dell'UAB che rappresenta il ramo in esilio della Federazione Anarchica Comunista della Bulgaria (FACB). Evidenziamo che come tutte le organizzazioni di esiliati, i rapporti esilio-compagni dell'interno sono molto difficili e che con il tempo dei punti di vista diversi possono formarsi su alcune questioni. Per di più in esilio anche, delle pubblicazioni diverse nascono che, pur essendo libertarie, affrontano degli aspetti distinti della propaganda: così "Nas Pat" (La Nostra Strada") si vuole più dottrinaria e "Itzok" (in bulgaro) affronta varie tematiche.

È d'altronde un peccato che un'organizzazione non dica quasi nulla sulla sua attività contro il regime marxista-leninista dal 1944, a parte l'aiuto agli internati anarchici all'inizio del regime, un congresso clandestino  nell'agosto del 1946 con 50 delegati rappresentante circa 400 gruppi. Si cercherebbe invano una visione precisa del numero di compagni di questa o quell'epoca o nei sindacati libertari o i cooperativi. Tranne il numero dei volontari in Spagna, le cifre mancano. Non possiamo che rammaricarci anche nelle biografie l'assenza di alcuni compagni come Stefan Manov, Bogdan Stefanov, Miliou Ivanov sui quali torneremo attraverso una procedura "dialettica" [2].

Nessuno è più qualificato di un marxista bulgaro per giudicare del pericolo dell'anarchismo bulgaro. Lo studio datato di Dontcho Daskalov pubblicato a scopo di propaganda antianarchica contiene tuttavia un materiale interessante. Si tratta di L’anarchisme en Bulgarie et la lutte du parti contre lui [L'anarchismo in Bulgaria e la lotta del partito contro di esso], scritto in lingua bulgara, (Sofia, Partizdat, 1973, 224 pagine, tiratura di 1.300 copie (ufficialmente, ma il libro è stato ritirato dalla vendita dopo pochi giorni) [3].

Vassil-Ikonomov.jpgIl primo capitolo riprende la posizione marxista-leninista sull'anarchismo per 69 pagine. Il secondo afrronta l'anarchismo bulgaro come una creazione degli anarchici stranieri per lottare contro la rivoluzione russa del 1917. Questa procedura è non soltanto debole storicamente ma falsa da un punto di vista marxista poiché già nel 1906 il futuro fondatore del PC bulgaro, Dimitar Blagoev si lamenta della visione proudhoniana ed utopista del fondatore spirituale dello Stato bulgaro, Khristo Botev [4]. Malgrado la debolezza storica di partenza, questo capitolo di 138 pagine dà delle informazioni interessanti: il congresso anarchico di Yambol nel marzo del 1923 radunò 104 delegati di 89 organizzazioni (attaccato dall'esercito che uccise 26 compagni); secondo la polizia verso il 1924 vi erano 848 militanti anarchici e 2500 simpatizzanti (si era in piena repressione ed attività di guerriglia).

L'autore riporta anche una citazione di Tsola Drogoytcheva, una specie di Maurice Thorez bulgaro: "Nella nostra regione, i partigiani anarchici agiscono sulla montagna di Koprivtchitsa. E la verità obbliga a riconoscere che essi agiscono con un coraggio folle, infliggendo al nemico dei colpi dolorosi, dipo i quali essi spariscono velocemente e nessuna battuta del nemico era in grado di ritrovare le loro tracce, raggiungerli e distruggerli. Le due dirigenti di questo gruppo illegale, Vassil Ikonomov e Vassil l'eroe, sono diventati quesi leggendari per la lloro intrepidezza nella lotta e per il sangue freddo di fronte alla morte".

Il secondo capitolo di 44 pagine tratta del periodo 1925-1944 ed evidenzia un rinnovamento dell'anarchismo a livello della propaganda che culmina negli anni dal 1931 al 1934 grazie ad una liberalizzazione che coinvolse l'intera sinistra, con la pubblicazione  di 60 titoli anarchici e diverse riviste. Si nota uno sviluppo dell'anarco-sindacalismo come conseguenza del rinnovamento della CNT in Spagna a partire dal 1930. Ma esistono due posizioni: una propaganda con la sinistra compresi i comunisti- atteggiamento che si manifesta già durante la guerriglia degli anni 1923-25- ed all'opposto una tendenza che esclude questo riavvicinamento. In quanto agli anarco-comunisti, essi sono criticati dai sindacalisti delle due tendenze perché troppo intellettuali.

Bisogna riferirsi all'articolo di P. Svobodin pubblicato in spagnolo durante la guerra di Spagna per avere una visione chiara [5]. Tra l'altro, Svobodin indica che durante gli anni tra il 1920 ed 1923, il settimanale  "Rabotnitcheska Missal" (Il Pensiero dei Lavoratori) aveva una tiratura di 12.000 copie e la rivista teorica mensile "Svobodno Obchtestvo" (Società Libera) aveva 4500 abbonati. Nel settembre del 1933, il 7, 8, e 9, la Federazione Anarco-Comunista Bulgara (FACB) fu creata con 5 regionali e dei raggruppamenti contadini, delle cooperative di produzione e di consumo, delle comunità libertarie, delle organizzazioni culturali... Come si può constatare, l'"intellettualismo" secondo il comunista Daskalov degli anarco-comunisti è da sfumare.

Gli anni compresi tra il 1936-1939 furono centrati sull aguerra di Spagna, motore della propaganda degli anarchici e dei comunisti, e riflette delle polemiche tra la tattica libertaria e la tattica autoritaria. Il PC bulgaro inviò, più esattamente obbligò, una parte dei suoi quadri emigrati in Francia a Partecipare alla guerra nelle Brigate Internazionali e dei "tecnici" bulgari formati da alcuni anni alla lotta armata in URSS furono inviati laggiù, come sovietici. La Spagna stava per diventare un punto scottante della lotta tra anarchici e marxisti in Bulgaria nel 1944.

Nel 1939-1940, un certo numero di compagni, tra cui alcuni ritornati dalla Spagna, proposero ad un congresso clandestino soprattutto di lanciare dei partigiani contro il governo filo nazista. Non furono seguiti [6]. E nel 1941, i comunisti presero l'iniziativa della guerriglia con la rottura del Patto Hitler-Stalin. Per Daskalov, gli anarchici furono isolati durante gli anni 1941-1944, tranne durante la partecipazione di una cinquantina di compagni (secondo i numeri di Daskalov). Non si trovano che poche cose in Balkanski su questo periodo.

Per il periodo 1944-1953, possiamo appoggiarci su Daskalov che gli dedica il suo quarto ed ultimo capitolo, 23 pagine, completate con le informazioni pubblicate in Francia dagli emigrati. In tutta semplicità il capitolo in qustione si intitola "L'opposizione anarchica dopo il 9 settembre e la sua liquidazione".

Secondo l'autore, gli anarchici, benché poco numerosi, avevano dei "gruppi molto attivi" che diffondevano propaganda libertaria, libri, volantini contro il regime, contro il terrore nella Spagna franchista, per la libertà di stamp. Essi non accettavano assolutamente lo Stato proletario. Difendevano il terzo fronte contro la borghesia ed il partito comunista. Nel febbraio del 1946, un membro del Comitato Centrale, Dimitar Ganev dichiara che bisogna limitare gli anarchici, "svelare la loro miseria ideologica... perché non vi sono teorie più rivoluzionarie del marxismo-leninismo" Nelle città enei villaggi in cui gli anarchici sono radicati, vengono organizzate delle riunioni pubbliche. Come a Dupnitsa (secondo Stanke Dimitrov) a Pavel Bania, a Sofia, a Kilifarevo "e altrove". A questo proposito, Daskalov sottolinea che a Pavel Bania l'organizzatore della riunione aveva partecipato alla guerra di Spagna e che "per replicargli gli anarchici avevano chiamato da Sofia uno dei libertari più noti, originario di questo villaggio". Possiamo aggiungere che era Ivan Ivanov Radtchev  che il marxista non era altri che un ex ufficiale sovietico e importante membro del regime Ruben Levi, che rifece la sua conferenza diverse volte e che si ritrovò con lo stesso incarico nel maggio 1937, le collettivizzazioni, ecc...

Durante i primi sei mesi del 1947, vista l'intensificazione della propaganda anarchica contro lo Stato comunista e gli appelli all'"azione diretta", il governo "prese delle misure sociali contro di essa. A sofia, Doupnitsa, Sliven, Nova Zagora ed altrove ebbero luogo arresti di anarchici". Gli anarchici liberi, lanciano gli slogan "alla lotta arditamente", "appello contro il nemico", "contro le atrocità dei padroni e dei sostenitori dello Stato sulle spalle dei lavoratori". Allora il Comitato Centarle del PC decide di liquidare l'opposizione borghese e gli anarchici "i più noti e di spedirli nei campi di rieducazione" (trudovoizpravitelni lagueri); altri emigrano. Infatti, gli anarchici ottenevano dei risultati. Alla fine del 1947 e del 1948, si ha conoscenza di due scioperi nell'industria del tabacco, a Plovdiv e a Hascovo. Nel caso dello sciopero di Plovdiv, gli anarchici non vi hanno partecipato particolarmente ma essi erano presenti. Lo sciopero fu vittorioso ed il capo della Polizia lo attribuì nel suo rapporto agli anarchici. Ad Hascovo, lo sciopero fu nettamente influenzato dagli anarchici [7].

Nel 1953, Daskalov menziona un gruppo di partigiani paracadutati dalla CIA nella regione di Pavel Bania, provincia di Kazanlak, con una radio-trasmottente che emette per alcuni mesi. Possiamo aggiungere che quest'azione consisteva a servirsi del materiale e del potenziale della CIA per la propaganda anarchica. Del resto, non appena gli americani capirono che non potevano manovrare i partigiani, non fornirono loro più nessun aiuto. Questi compagni erano tre: Bogdan Stefanov, Miliou Ivanov ed un altro fecero per sei mesi la loro azione anarchica da settembre a marzo 1954 quando un'offensiva dell'esercito li obbligò a fuggire. I primi due si sacrificarono affinché il terzo e la sua fidanzata sfuggissero all'accerchiamento, poi attarverso alcune conoscenze, essi riuscirono  a passare la frontiera, il che comportò molti arresti. Quest'attività divise l'emigrazione ma oggi essa resta ancora nella memoria come esempio di lotta armata contro il regime, per la libera organizzazione delle masse.
Nel 1956, il 5 novembre per la precisione, cioè nel momento del secondo intervento russo in Ungheria, la polizia opera degli arresti di massa, soprattutto negli ambienti anarchici, per prevenire ogni contagio [8]. Infine, nel 1962, Daskalov cita un gruppo nella provincia di Stara Zagora, formato da un anarchico liberato recentemente dalla prigione. "Egli riuscì ad influenzare 7 persone della città e 6 altri di un villaggio vicino, dei vecchi anarchici, degli oppositori, dei giovani vittime di abusi. Essi diedero un programma "di unione" che aveva come compito quello di unire "tutti gli anticomunisti" nella lotta contro lo Stato con tutti i mezzi". Il gruppo si munì di armi, fucili , pistole, bombe e ciclostili. Essi tentarono di entrare in contatto con gli anarchici di Hascovo e Velingrad" Non sappiamo sino a qual punto  questi fatti siano autentici, ma un dettaglio è sfuggito a Daskalov: la forza dell'influenza di un anarchico, anche dopo l'imprigionamento, anche solo... Siamo a conoscenza di un documento che data allo stesso anno  che mostra anche che l'influenza anarchica è sempre vivace a questa data: si tratta della scheda di polizia dell'anarchico Alexandre Metodiev Nakov. A quest'epoca si unì con alcuni anarchici della sua regione e approfitta delle sue vacanze per fare un giro in Bulgaria con il treno il che gli permette di incontrare altri anarchici: a Sandantski, a Debeletz, a Kneja, a Kolovgrad e a Varna dove incontra "tre anarchici attivi". Il suo gruppo comprendeva sette persone [9]. 

Nel 1967, la Sicurezza dello Stato scopre un gruppo cospirativo. L'anarchico Taniou Ivanov Garnev fa parte di questo gruppo ed è condannato a 15 anni di carcere [10]. Nel novembre del 1969, sette studenti sono arrestati per attività antisocialista e distribuzione di volantini. Uno di loro, Germinal Tchivikov, figlio di un militante anarchico, possedeva il libro di Gaby e Dany Cohn-Bendit "Le gauchisme, remède à la maladie sénile du communisme" [L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo]. Essi vengono condannati a pene pesanti e Christo Kolev Jordanov, un vecchio militante libertario molto noto, è in questa stessa occasione anch'egli coinvolto [11]. Nel dicembre 1974, abbiamo trasmesso l'informazione sull'arresto di numerosi anarchici, tra cui Christo Kolev Jordanov e Alexandre Metodiev Nakov già citati, a Kustendil, Pernik, Stanke Dimitrov, Sofia, Stara Zagora, Hascovo, Plovdiv, Varna e in villaggi ed il sequestro di opuscoli editi trenta e quarant'anni prima. Venticinque compagni erano stati interrogati e sei compagni furono condannati a cinque anni di deportazione sotto stretta sorveglianza. Altri furono obbligati di compilare delle dichiarazioni in cui si impegnavano a non fare propaganda anarchica [12]. 

Nel 1978, un compagno spiegava in una lettera: "dopo ogni arresto ognuno è sottoposto alle stesse domande stereotipe: "Siete anarchico? Chi sono gli anarchici della vostra città, provincia e regione in generale? Quali sono secondo voi le condizioni favorevoli allo svilupoo dell'anarchismo in Bulgaria? Cosa pensate della distensione? Quale tipo di contatto avete con gli stranieri? [13]. Nel 1979, una settimana prima di un aumento dei prezzi, una trentina di anarchici sono arrestati poi liberati dopo dieci giorni di detenzione. Il potere ha sempre paura degli anarchici, anche se ciò ci fa presumere la loro influenza presente [14].

Non è ragionevole parlare della situazione attuale ma constatiamo che il movimento anarchico bulgaro ha delle solide radici di lotta contro l'oppressione fascista e lo Stato marxista-leninista. Ed è un movimento che ha conosciuto degli episodi che meritano di essere conosciuti dai compagni degli altri paesi.

Dimitrov

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 


NOTE


[1] Vedere anche Iztok in bulgaro.

[2] Si può consultare questo libro alla Bibliothèque de Documentation Internationale Contemporaine di Nanterre.

[3] Vedere la riproduzione di un testo inedito di Christo Kakaktchiev "Dimitar Blagoev et le parti des socialistes étroits", Sofia, 1979 in bulgaro.

[4] "Timon" di Barcellona, n°5, novembre 1938.

[5] Testimonianza orale di Stefan Manov.

[6] "Il movimento libertario bulgaro" [Le mouvement libertaire bulgare] di G. Balkansli, conferenza dattilografata disponibile al CIRA di Ginevra, 1958.

[7] "Le Monde Libertaire", febbraio 1957.

[8] Bollettino della CRIFA n° 28, febbraio 1980.

[9] Volantino stampato in Francia nel 1979 in occasione di un processo di diritto comune intentatogli nel 1977.

[10] Vedere la biografia di Jordanov nell'opuscolo "La repressione in Bulgaria" [La répression en Bulgarie] di Kiril Yanatchkov.

[11] Volantino di informazione stampato in Francia su questo caso.

[12] "Industrial Defense Bulletin" del sindacato degli IWW di Toronto, 1978.

[13] Bollettino della CRIFA n° 29 Marzo-Aprile.

 

LINK al post originale:

Histoire du mouvement anarchique en Bulgarie

 

LINK ad un saggio tradotto tratto dalla rivista Itzok:

Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30, da: "Iztok" n° 1

 


LINK in lingua italiana pertinenti all'argomento:

Breve storia del movimento anarchico bulgaro

Orientamento di massa dei comunisti anarchici bulgari

Piattaforma della Federazione dei comunisti anarchici della Bulgaria

Biografia di Georgi Sheitanov

Biografia di Georgi Balkanski

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Published by Ario Libert - in Movimenti libertari
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1 gennaio 2011 6 01 /01 /gennaio /2011 07:00

Anacharsis Cloots o l’utopia folgorata

 

cloots--1.jpg

 

di Annie Geoffroy

 

Jean-Baptiste “Anacharsis” Cloots (Clèves, 24 giugno 1755- Parigi, 24 marzo 1794) non è più un dimenticato della storia. Michèle Duval ha riunito i suoi Écrits révolutionnaires (Champs Libre, 1979): Albert Soboul ha scritto la prefazione ad una ristampa delle sue Œuvres (Kraus, 1980); Clèves gli ha dedicato un’esposizione nel 1989: Roland Mortier compie la sintesi di questa enorme documentazione, per darci una bella biografia. Si attiene soprattutto all’itinerario intellettuale di Cloots a spese del “resto” (la vita privata, il sesso, il denaro). Ma, nel quadro che egli ha scelto, Roland Mortier è esaustivo: ci dà da leggere, in tutta la sua originalità stilistica ed ideologica e situandola costantemente nell’ipertesto polemico dei tempo, un’opera considerevole: due opere prima del 1789, 8 opuscoli ed un buon centinaio di articoli e discorsi tra il 1790 ed il 1794. Per di più, egli segnala delle opere stampate non ritrovate (p. 113, 140, 213) e pone in evidenza degli anonimi (una lista cronologica ricapitolante questa profusione sarebbe stata la benvenuta!).

Cloots, figlio di un ricco nobile olandese, è nipote del canonico Cornélius de Pauw, antropologo ante litteram, autore di sei saggi nel Supplemento dell’Encyclopédie. Pensionante a Parigi, al Collège du Plessis dal 1766 al 1769, vi compie le sue prime sperienze contestatarie anticattoliche ed intreccia le sue prime relazioni: i Van den Hyver (banchiere della sua famiglia, ghigliottinato nel 1794) ed alcuni condiscepoli (Lafayette, Gorsas, Millin). Nel 1770-1773, è allievo all’Accademia militare di Berlino con una non-vocazione militare, il che non gli impedirà di entusiasmarsi per diversi generali (Lafayette, Luckner, Custine, Dumouriez) che gli sembreranno incarnare la libertà conquistatrice [156].

Dal 1773 al 1779, accumula le letture antireligiose e “capovolge” la Certitude des preuves du Christianisme [Certezza delle prove del cristianesimo], dell’abate Bergier (1768): con il suo Ali Gier-Ber, che intende difendere la Certitude des preuves du mahométisme [Certezza delle prove del maomettismo], Cloots lotta contro le religioni rivelate ed argomenta a favore del deismo. Tutta la sua vita, si riferirà a quest’opera, stampata a “Londra” (Amsterdam) nel 1780, con una disarmante vanità d’autore, vicina alla megalomania.

La sua fede deista si trasformerà in fede atea, base del suo pensiero mondialista: il mondo deve unificarsi sotto una “nuova fede”, la “religione dei diritti dell'uomo” e l'unicità del “popolo-Dio”. Questo “trasferimento dal teologico al politico non induce alla tolleranza, ma al contrario”. Le altre parti di questa temibile cattolicità sarebbero, molto logicamente, il mercato mondiale unico e la Repubblica universale.

Nel 1780, risiede a Parigi. appartenente all'alta società (Voisenon, Montesquiou-Ferensac), conduce una vita mondana assidua (salon de Fanny de Beauharnais), proseguendo la sua vita intellettuale ed erudita nel crogiolo del Museo, futuro Liceo, sin dalla sua creazione nel 1781. Polemizza sugli Ebrei con Court de Gébelin, e traccia un vasto programma di Anti Accademia per l'istituzione che vede come una repubblica animata dai cittadini del mondo. Vi incontra Gabriel Brizard, che ha lasciato il racconto di pellegrinaggio fatto nel luglio del 1783 in compagnia di Cloots. Davanti al monumento nuovissimo di Ermenonville, i due amici bruciano le pagine anti rousseauiane dell'Éssai sur la vie de Sénèque di Diderot! Ma Cloots non rimarrà rousseaulatra e darà ampio spazio al culto di Voltaire.

Dal 1784 al 1789, Cloots effettua il suo tour dell'Europa. Nel 1784, è in Inghilterra, ricevuto da Burke a cui rimprovererà, nel 1790, la sua svolta antifrancese. Nel 1786 in Vœux d'un Gallophile, espone le sue concezioni economiche e geopolitiche. Grazie all'indipendenza americana, il mondo è scampato alla “monarchia universale” dell'Inghilterra. La Francia/Gallia deve estendersi sino al Reno. Il denaro “rappresentante di tutto”, unifica il mondo, la tratta degli schiavi è un male minore: la visione del mondo clootsiano è fissata.

Nel 1787-88 è in Magna Grecia ed in Africa. Rientra in Francia nel 1789, ma cosa fa? Pubblica almeno un'opuscolo, non ritrovato. Roland Mortier sostiene che Cloots capisce “molto presto” l'interesse della stampa. Ma i giornali si moltiplicano sin dal mese di maggio del 1789, ed è in agosto che il suo amico Millin fonda la Chronique de Paris, quotidiano nel quale scrivono soprattutto Condorcet, Rabaut Saint-Étienne e Villette, e che stampa Ruault (suo amico da 10 anni). O ci sono altri articoli da ritrovare oppure l'impegno di Cloots nella rivoluzione militante non è così rapida come si dice.

Nel 1790, intraprende una carriera di pubblicista rivoluzionario, che lo condurrà, in 4 anni, alla celebrità e alla ghigliottina. Diventa molto presto membro dei Giacobini. A partire da marzo del 1790, pubblica numerosi articoli, soprattutto in Chronique. Diventa celebre rappresentando alla Costituenete, il 19 giugno 1790, una deputazione internazionale che parteciperà alla festa della Federazione. Deriso a detra, successo a sinistra. Cloots si autoproclama “ambasciartore del genere umano”. In Anarchasis à Paris, sostiene Barnave “salvatore delle nostre colonie” contro Brissot e gli “amici indiscreti dei neri”. Quando Raynal disapprova la Rivoluzione, lo denuncia violentemente e con severità. In L'Orateur du genre humain, se la prende con la politica della Prussia.

Polemizza contro il cristianesimo egualitario di Fauchet e del Circolo Sociale. Si dichiara repubblicano, ma repubblicano antifederalista. Il suo orizzonte, è l'unificazione del globo in dipartimenti, senza unità intermedie ch non possono essere che dei freni. Alla fine del 1791, è favorevole per una guerra preventiva contro le monarchie. Appoggiata sui movimenti rivoluzionari, essa finanzierà, a spese dei principi, l'estensione della Repubblica universale(titolo del suo opuscolo-manifesto del marzo 1792). In aprile, parte in guerra contro le accademie. In giugno, effettua una netta svolta sociale e fa suo il termine sans-culotte(senza mutande). La sua Petition des domestiques è una bella arringa a favore del suffragio universale. Universale machile si intende perché Cloots non tocca mai, naturalmente, il “regime domestico”.

Con 16 intellettuali stranieri (tra cui suo zio de Pauw), è naturalizzato francese il 26 agosto. In settembre, è eletto alla Convenzione. Sin da novembre denuncia i suoi antichi amici girondini in Ni Marat, ni Roland, e si attira i fulmini di Roland, Kersaint, Brissot, Guadet (che si pente di aver presentato il decreto di naturalizzazione!). Roland Mortier descrive molto bene questa esaltazione polemica, questi scontri tra simili nei quali, ahimè, “tutti sono sinceri”. Al processo di Luigi XVI, si pronuncia per l'esecuzione immediata (in attesa di quella degli altri re). Nell'aprile del 1793, espone le sue Bases constitutionnelles de la Répubblique du genre humain. L'ondata decristianizzante dell'autunno del 1793 segna il trionfo di Cloots. Il 17 novembre (ultimo discorso alla Convenzione), si rallegra dell'”esplosione filosofica” popolare e richiede una statua per Meslier, il “primo ecclesiasitico abiuratore”. Cloots presiede il club dei Giacobini dal 11 al 29 novembre, è dunque là il 21 quando Robespierre denuncia l'ateismo com aristocratico e promette delle rivelazioni su un complotto dello straniero. Il 12 dicembre, Cloots è escluso dai Giacobini. Il 26, la Convenzione decreta che “nessun individuo nato in un paese straniero non può rappresentare il popolo francese”. Arrestato il 28 dicembre 1793, Cloots è associato ala processo di Hébert e dei Cordiglieri, e ghigliottinato il 24 marzo 1794.

Per tutti i 20 capitoli che seguono, molto da presso gli archivi, questa biografia, Roland Mortier sviluppa una tesi che credo giusta: le posizioni fondamentali di Cloots: -anticlericalismo, razionalismo, cosmopolitismo- sono fissate prima del 1789, e lo iscrivono nel retto filo dei Lumi enciclopedisti. Investendo il suo temperamento di polemista nella carriera politica, Cloots ha lottato senza esitazione sui mezzi (guerra, regicidio, Terrore), al servizio delle sue idee. La sua utopia fu certamente vinta, ma non folgorata. Come la fenice, per meglio rinascere. Perché se non possiamo più credere alla merce come veicolo di felicità universale né a un mondo riquadrato a “scacchiera senza confine” dalla forza delle armi, la fede di Cloots nel genere umano, solo attore della sua storia, è sempre di attualità. Allora a quando, sulla spinta dell'esemplare lavoro di Roland Mortier, una vera edizione completa della corrispondenza e delle opere di Cloots?

 

 

Da: “Recherches sur Diderot et sur l’Encyclopedie”

1997, Anno 22, Numero 1, pp. 156-158

[Segnalazione libraria di: Anacharsis ou l’Utopie foudroyée, Stock, 1995, 528 pp.]


 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Anarchasis ou l'Utopie foudroyée

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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18 dicembre 2010 6 18 /12 /dicembre /2010 13:04

Dalla ponderosa tesi di laurea dell'autrice Caroline Granier, iniziamo a tradurre in ordine sparso e cioè a seconda del nostro grado di interesse e conoscenza delle tematiche trattate, il capitolo introduttivo all'argomento, e cioè il terzo capitolo della seconda parte intitolata "Una letteratura di lotta" del primo dei due volumi, intitolato "Panorama" di cui è composta l'opera globale intitolata Les écrivains anarchistes en France à la fin du dix-neuvième siècle [Gli scrittori anarchici in Francia alla fine del diciannovesimo secolo]. Con il tempo ci riproponiamo di tradurre integralmente quest'opera meritevole di esserlo per ovvi ed evidentei motivi, consapevoli come siamo che nessun editore, del notro beneamato belpaese, nel contesto attuale, si sognerebbe mai di farlo

 

 

[Capitolo III]: I romanzi degli anarchici





La forma del romanzo, ed in particolare il romanzo realista, sembra essere la forma idonea per esporre delle dottrine politiche. Pierra Masson ha dimostrato che il periodo 1871-1914 ha visto la pubblicazione di opere che tentavano di propagare delle opinioni politiche attraverso delle finzioni romanzesche, questo genere essendosi imposto"come il terreno ideale in cui esercitare un principio di autorità" [1] . Ma egli ci vede egualmente un periodo in cui si forma il romanzo a tesi, in cui lo scrittore era forse più libero che in in seguito di scegliere le sue tecniche , meno influenzato da ideologie costituiste.

Si parla anche molto, alla fine del dicianovesimo secolo, di "romanzo sociale". Inteso in senso ampio, l'espressione designa tutta la letteratura romanzesca portatrice di un avisione critica sulle relazioni sociali. In un'opera recente, Sophie Béroud e Tania Régin propongono un'altra definizione più ristretta, che ingloberebbe tutte le opere che scaturiscono da una letteratura impegnata sul versante del mondo operaio, che si siano accontentate di restituire le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, nelle sue molteplici componenti, o che abbiano assunto più apertamente una funzione di denuncia, di conoscenza e di formazione" [2].
Ecco come le due critiche presentano Le Roman Social [Il Romanzo Sociale]: "Prendendo in considerazione il sintagma 'romanzo sociale', abbiamo auspicato trattare una letteratura che non veicola l'ideologia dominante del capitalismo, ma al contrario, che giunge a stigmatizzarla quando essa espone o a fare prevalere un'altra visione del mondo" [3]. 

Queste problematiche sono molto presenti nelle riviste dell'epoca: con un po' di prospettiva, è verso il 1900 che si tenta di costituire una categoria chiamata "romanzo sociale". La Revue des deux mondes dedica un numero a "la rinascita del romanzo sociale" il 15 agosto 1904. La definizione elaborata da Poinsot e Normandy è ripresa, l'anno successivo, in un volume. I due critici osservano che il genere ha conosciuto una moda considerevole tra il 1820 e il 1900, citano Léon Blum (rispondendo ad un'inchiesta aperta da M. Montfort nella rivista Les Marges, nel luglio e ottobre del 1904) e la sua definizione del romanzo sociale come romanzo "che dipinge dei quadri sociali": "E noi aggiungeremo: il romanzo sociale è quello che, abbandonando i sentieri battuti della psicologia di una minoranza di oziosi, dirige la sua osservazione sulla maggioranza, cioè sulla folla dei lavoratori di ogni categoria (lavoratori intellettuali o manuali) e che, se studia specialmente dei tipi, considera i suoi eroi individuali nei loro rapporti con gli ambienti sociali che essi attraversano. Vedremo più avanti che questa letteratura utile reca in sé il suo valore d'arte così come ogni altra letteratura" [4].  


 Charles Brun, nel suo studio del 1910 Le Roman social en France, evidenzia che il romanzo è, con il teatro, "il genere che permette la maggior presa sul lettore" [5] . Rileva subito l'abbondanza di "romanzi a tesi" dopo gli anni dell'affare Dreyfus, che egli interpreta come il segno del carattere turbato dell'epoca. Ecco come egli definisce le caratteristiche del romanzo a tesi: "Di intenzioni tali, annunciate esplicitamente, sia nella prefazione dell'opera, sia nella prefazione dell'opera, sia con l'aiuto dei mezzi che l'ingegnosa pubblicità moderna e nostro desiderio di informazione moltiplicano ogni giorno, sia infine nel testo stesso, costituiscono quel che si potrebbe chiamare un carattere esterno del romanzo a tesi. Ve n'è un altro, altrettanto comodo da osservare: ed è o il costante intervento dell'autore, che rompe con l'intrigo per espandersi in dissertazioni (i romantici hanno abusato di questa procedura), o l'introduzione nel romanzo di un personaggio parente prossimo del "ragionatore" della commedia classica, e porta parola più o meno travestita dello scrittore" [6]. Secondo lui, la tesi, nel romanzo contemporaneo, "ha qualche cosa di più aggressivo e di più diretto" [7].

Il romanzo anarchico può essere un romanzo sociale, ma i due appellativi non si coprono. Mentre il romanzo sociale ha per eroe una collettività o almeno un personaggio rappresentativo di una collettività, i romanzi scritti dagli anarchici sono spesso dei romanzi dell'individuo, degli emarginati. Cos'hanno in comune i vari romanzi scritti dagli anarchici o militanti? Sono innanzittutto dei romanzi di denuncia, che propongono in modo più o meno esplicito una critca dell'ordine stabilito. Essi hanno un legame stretto con la loro epoca. Molti tentano di stabilire un rapporto particolare con il lettore, rapporto che non sia fondato sull'autorità. La particolarità di questi autori è che tutti accordano una grande importanza alle parole, al linguaggio, alla retorica che può così essere anche autoritaria. Così la scelta del romanzo è un modo di mettere all'opera un linguaggio che non sia autoritario, ma portatore di libertà.

Comincerei con una classifica tematica: che essi trattino dell'individuo, del paria o della collettività, numerosi romanzi pongono in scena delle lotte, delle rivolte. Mi attarderei in seguito sul genere molto apprezzato dagli anarchici del romanzo a chiave o del romanzo storico. Ma la production di questi scrittori non si colloca nel genere realitico: esistono numerose opere allegoriche o simboliche scritte dagli anarchici.

 

 

 

Disegno di Albert Lambert ritraente Mirbeau mentre legge una sua opera, 1905

 

 

 

Caroline GRANIER

[Traduzione di Ario Libert]

 


[1] Pierre MASSON, Le Disciple et l’insurgé, 1987, p. 8 [Il discepolo e l'insorto].

[2] Le Roman social…, 2002, p. 11 [Il Romanzo sociale].

[3] Ibidem.

[4] POINSOT et NORMANDY, Le Roman et la vie, 1905, p. 6 [Il Romanzo e la vita].

[5] Charles BRUN, Le Roman social en France…[1910], 1973, p. 47 [Il Romanzo sociale in Francia].

[6] Idem, p. 58.

[7] Ibidem.


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5 dicembre 2010 7 05 /12 /dicembre /2010 08:00

FRANCISCO FERRER

 

Nato ad Alella, una piccola città vicino a Barcellona, tredicesimo di quattordici figli di agricoltori cattolici e monarchici. A 14 anni è posto presso un mugnaio di Barcellona che lo influenza molto con i suoi ideali repubblicani; Francisco legge molto si interessa di politica e comincia a frequentare gli ambienti socialisti ed anarchici. Autodidatta, studia Pi i Margall e le dottrine degli internazionalisti.

 

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Proveniente dalla borghesia cattolica spagnola, Francisco Ferre diventa libero pensatore.

 

 

 

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Fonda nell'agosto del 1901 la Scuola moderna di Barcellona. Sarà assecondato dalla sua compagna Soledad de Villafranca.

 

 

 


 

 

ferrer-04.jpg Questa scuola, mista, propone una nuova pedagogia vicina alle idee libertarie e cerca di sottrarre i bambini all'influenza della Chiesa.

 

 


 

 

 

 

 

ferrer--05.jpgA causa  delle sue idee sovversive, Ferrer è più volte imprigionato.


 

 

 

 

ferrer--06.jpgIn seguito a sommosse rivoluzionarie a Barcellona è arrestato.

 

 

 

 

 

 

 

ferrer--07.jpgGiudicato da un tribunale militare, è condannato a morte, dopo una parodia di processo.


 

 

 

 

ferrer--08.jpgMalgrado le manifestazioni che affluiscono da tutto il mondo, sarà fucilato nei fossati di Mont Juich il 13 ottobre 1909. 

 

 

 

 

ferrer--09.jpg 

 

La Chiesa spagnola porta una pesante responsabilità in questa esecuzione.

 

 

OLT

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Francisco Ferrer

 

Hem Day, Francisco Ferrer y Guardia, 1959

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21 novembre 2010 7 21 /11 /novembre /2010 08:34

Steinlen e Le Chambard socialiste

steinlen_CHAMBAR.jpgDisegni di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 14, 17 aprile 1894.

 

Jean-Luc Jarnier



"Steinlen Alexandre, illustratore molto parigino, nato a Losanna nel 1859" [1]. È con queste parole che inizia la notizia dedicatagli da henri Béraldi nel 1892 in Les graveurs du XIXe siècle [Gli incisori del XIX secolo] [2]. E per riprendere il titolo di un'opera di Francis Jourdain, Steinlen ha per reputazione di essere stato un grande disegnatore di stampe popolari [3].

Fu uno degli illustratori di stampa francesi più in vista alla fine del XIX secolo. Dopo aver trascorso la sua giovinezza in Svizzera, nel 1881, Steinlein risiede a Montmartre. Il caso di un incontro lo pongono in contatto con Adolphe Willette. Rapidamente, disegna per la stampa. Disegna per la rivista del Chat Noir, incontra Aristide Bruant e disegna per il Mirliton. Nel 1891, inizia, per quasi dieci anni, una collaborazione notevole con Gil Blas illustré. Firma più di 700 illustrazioni. Socialista agli inizi, Steinlen si orienta progressivamente verso gli ambienti anarchici e la sua opera artistica si iscrive, da quel momento, ulteriormente nel campo della critica sociale e della satira politica.

Steinlen collabora al Chambard socialiste (di tendenza anarco-sindacalista) sin dal primo numero uscito il 16 dicembre 1893 e consegna delle illustrazioni, delle litografie [4] sino al numero 32 [5], firmandosi Petit Pierre.

Steinlen non firmò nessuna illustrazione per il 33° numero. Smise di collaborare al Chambard nel luglio del 1894, poco prima di una retata contro gli anarchici ed altri individui giudicati sovversivi. Si recò all'estero per sei mesi (Germania e Norvegia).

Le Chambard socialiste era un settimanale di 4 pagine diretto da Alfred Géraud-Richard del formato 50x35 cm con in genere una illustrazione in prima pagina. La tiratura oscillava intorno alle 20.000 copie.

In Le Chambard socialiste, Steinlen, l'occhio incorruttibile e la matita sempre allerta, insorge contro le disuguaglianze sociali, i rapporti tra l'opulenza e l'insufficienza. Si commuove per le condizioni di vita del mondo operaio. In un disegno dagli accenti grafici molto realistici, mostra un gruppo di bambini cenciosi che si appressano attorno poche magre pietanze. Accanto ad essi, passa un cane, indifferente. Non ha freddo ed è ricoperto da un piccolo mantello. La didascalia recita: "Bella società dove i cani dei ricchi sono più felici dei bambini dei poveri".

Oltre all'ineguaglianza economica, ci sono secondo Steinlen, due giustizie: quella che schiaccia i più deboli e quella che protegge i più ricchi, cioè li conforta. Così, l'illustrazione del n° 11 è intitolata "Cento milioni!", con la didascalia: "Il Signor barone è messo in libertà, con gli onori dovuti ad un personaggio di alto furto [*]". Un furto che rinvia allo scandalo di Panama. Il barone Jacques de Reinach, persona grata, è trattato con riguardo e rimesso in libertà, affiancato da due soldati in divisa che gli rivolgono un saluto. La settimana seguente, nel n° 12, Steinlen disegna un uomo che cammina a testa bassa, l'aspetto triste tra due gendarmi sotto il titolo "Senza un soldo!". Regge un pane, quello del menù rubato che l'ha fatto arrestare. L'uomo sospira: "Ah! Se invece di un pane avessi rubato cento milioni...".

 

 
Steinlen si augura l'instaurazione di una repubblica sociale. Constata, come tanti altri che non è ancora giunta. Nella copertina del numero 28 delChambard socialiste del 23 giugno 1894, Steinlen consegna un disegno notevole eloquente intitolato "Quella che ha svoltato in peggio" con la didascalia: "Nasconditi, baldracca! ci fai vergognare!".Non possiamo che pensare a fare un accostamento con l'affermazione diÉmile Pouget, che in uno scritto intitolato "Marianna la Spregevole", inLe Père Peinard [6] del 18 settembre 1898 scriveva: "Ognuno rimuginava e sognava che se la Repubblica fosse giunta, tutto sarebbe cambiato: colpire duro l'impero e schiaffare al suo posto una società nuova con la pagnotta assicurata e la libertà in premio... È l'idea che a quei tempi , ci si faceva della Repubblica. Così, quando l'Impero crollò fu un sacro giubilo: si sarebbe vissuto infine, La Bella stava per arrivare! Col cavolo! Si è accompagnata bene, che sgualdrina! Invece della Marianna dei suoi sogni, il popolino ha visto una orribile puttana che riserva le sue carezze a tutte le carogne di alta classe".  
 
-Ah, se invece di un pane avessi rubato cento milioni...

L'illustrazione considerata mette in scena quattro personaggi di cui uno borghese panciuto reggente un bastone da passeggio con pommello. Dà il suo braccio ad una donna vestita con un lungo mantello rosso e recante un berretto frigio rosso con coccarda. Essa rappresenta Marianna o la Repubblica. Marianna è sotto gli sguardi di due operai, di cui il più attempato, può simbolicamente rappresentare suo padre. La rimprovera dicendole: "Nasconditi, baldracca! ci fai vergognare". Marianna che prova vergogna nasconde il volto sotto la sua mantellina.

steinlen_Marianne.jpg-Nascondi, schifosa! ci fai vergognare.

Il senso è esplicito: il capitale, dunque il borghese, è riuscito a sedurre, corrompere ed anche attrarre a sé i favori di Marianna o la Repubblica, figlia del popolo e del proletariato, che ha tradito. Notiamo infine che gli indumenti dei personaggi (blu e rosso) rappresentano, con l'aiuto del bianco (quello della carta presente nello spazio tra i due personaggi) la bandiera tricolore. Nell'immagine di Steinlen, il bianco [7] non ha esistenza propria; ha la parte congrua ed è ridotto ad esistere che in riferimento al blu ed al rosso.

 

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Il Signore- Eh! Eh! Si è fatta graziosa la sua cadetta: dovreste affidarcela...

-Popolo- Mai! Perché ne facciate una carogna come sua sorella!

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 4, 6 gennaio 1894.


Quest'opera che testimonia dei sentimenti di amarezza e di speranze deluse di fronte alla Repubblica è evidente e da porre in relazione con quella apparsa in Le Chambard n° 4 del 6 gennaio 1894 avente per titolo "La cadette" [La figlia minore]. Un borghese, anch'esso obeso, apostrofa un operaio minatore a torso nudo, che regge al braccio sua figlia indossante un berretto frigio ed al braccio un paniere sul quale sta scritto "Repubblica sociale". Il borghese esclama: "Eh! Si è fatta carina la vostra figlia minore, bisognerà che ce la affidiate...". L'operaio risponde: "Mai! Perché ne facciate una cagna come la sorella maggiore!".
 
Per Steinlen, la Repubblica è una bella idea i cui frutti sono stati sequestrati da una borghesia e dei politici troppo occupati a soddisfare i loro interessi personali. Tuttavia, Steinlen esprime l'idea che la speranza in questa Repubblica Sociale rimane. Queste due illustrazioni mettendo in scena Marianna rinviano ad una tipologia dei personaggi molto ampiamente usata durante il XIX secolo in disegni e caricature.
  
Il borghese, è molto spesso rappresentato obeso ed a volte leggermente curvato, indossante una tuba ed una canna con pomello. L'orologio con catenella ed il sigaro sono anche uno degli attributi della ricchezza e del potere. Tutte queste caratteristiche sono quelle dell'uomo rispettabile. Quando il borghese è accanto ad un operaio, il contrasto è accresciuto dal fatto che l'operaio è, in Steinlen, spesso a torso nudo, segno della sua vita di lavoro. C'è generalmente nell'operaio una maggiore magrezza che denota la differenza di status e di tenore di vita. È opposta l'opulenza al denudamento. Il borghese ben piantato sulle sue gambe ha una maggiore posizione nella vita.

In altri disegni di Steinlen, la verticalità impiegata per figurare il corpo per rappresentare il corpo del borghese fa contrasto con il tratto spesso più ondeggiante dell'operaio generalmente rappresentato ricurvo il che traduce la sua mancanza di sicurezza e di posizione nella vita.

steinlen_chambard--19_maggio_1894.jpg Disegno di Steinlen publicato in Le Chambard n° 23 del 19 maggio 1894.


Steinlen, come molti altri, si mette a rappresentare, a volte, i borghesi con alcuni dei tratti attribuiti ai semiti, sia il naso ricurvo, la barba nera fitta, labbra enormi. Nulla viene ad intaccare l'idea che non si tratti che di una semplice contaminazione grafica. Citeremo, tra le altre cose, un contributo per il Chambard socialiste del 19 maggio 1894 che attesta del partito preso di Steinlen. 

Questa scena di pagamento di buoni ha una forte risonanza legata all'affarismo dello scandalo di Panama. Nel caso presente, antisemitismo, si associa, con una rima povera, con anticapitalismo. Eppure, Steinlen non è da classificare tra gli antisemiti che hanno abbondato nell'odioso registro e che hanno indistintamente inglobato in un'unica carica critica tutti gli ebrei. Non troviamo, ad esempio, in Steinlen riferimenti adatti ad alimentare la costruzione del mito dell'ebreo errante, sempre avido di guadagni o ladro. Un'osservazione sull'insieme della sua opera grafica e pittorica lo attesta.

Sul modo di rappresentare Marianna, quando è criticata la Repubblica all'epoca di Steinleon, notiamo che i caricaturisti hanno spesso sviluppato un genere di rappresentazioni in cui il corpo di Marianna era eseguito con delle sgraziate deformazioni. La Repubblica, qualificata con disprezzo di "pezzente" appariva spesso come una donna forte dalle forme sfatte ed avvinazzata. Un disegno di Jean-Louis Forain apparso in le Figaro del 14 giugno 1894 rappresenta inoltre Marianna come una specie di donna forte dall'espressione triste. Passa presso un gruppo di uomini. Uno dei due esclama: "E dire che era così bella durante l'Impero!".

Nella sua opera, Steinlein non sottopone di solito Marianna a dei processi di deformazione o di regressioni morfologiche. Il modo di denunciare le derive della Repubblica rappresentando Marianna, così come ha fatto Steinlen, non era privilegio dei caricaturisti, almeno nel 1894, in un momento in cui l'antiparlamentarismo e l'antirepubblicanesimo erano esacerbati dagli scandali politico-finanziari. Regnava un clima deleterio che ha potuto spingere la mano dei disegnatori a scegliere l'irriverenza, L'esagerazione e le raffigurazioni grottesche. In fondo, attraverso le sue metafore grafiche, Steinlen propone una lettura più fine del contesto politico e sociale. Le sue caricature che si vogliono narrative possono sembrare di una più grande efficacia di quelle che non hanno fatto ricorso che a sole deformazioni morfologiche. E i suoi disegni sono tanto più d'impatto se sono associati a delle didascalie che non soffrono l'ambiguità.

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  IN TUTTA LA SUA GLORIA

Donne, Bambini, Vecchi... Nessuno gli resiste!

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 27, 16 giugno 1894


Nel Chambard, Steinlen esegue cinque disegni dedicati alla commemorazione e al ricordo degli avvenimenti della Comune di Parigi. Questi disegni formano  una serie notevole dove entra della considerazione per la lotta e l'opera degli anziani [8] e della riprovazione per i crimini attribuiti a Gaston Galliffet, lil quale è rappresentato in una posa ieratica accanto ad un mucchio di cadaveri. Il titolo e la didascalia "In tutta la sua Gloria" e "Donne, bambini, anziani... nulla gli resiste!" fanno riferimento alle esecuzioni sommarie della "settimana di sangue [9]". Da notare, l'illustrazione intitolata "18 marzo" (insurrezione che segna l'inizio della Comune di Parigi). Questo disegno mostra una folla dalle braccia vendicatrici, armata di forconi, falci, picconi da minatori, martelli con, in testa, una donna con il berretto frigio, il petto denudato.

Con Le Chambard socialiste, Steinlen introduce nella sua opera, una tematica della rivoluzione che egli svilupperà nel corso della sua vita. Steinlein attinge ad un sostrato teorico negli scritti di pensatori come: Barbès, Blanqui, Fourier, Marx. Così sulla prima pagina di Le Chambard socialiste n° 6, i nomi di questi teorici e rivoluzionari appaiono inscrittitra i raggi di un sole al tramonto. Un personaggio nasconde in parte l'astro rosseggiante. Si tratta del "pauvre Pandore" o Jean Casimir-Perier, presidente del Consiglio (e futuro presidente della Repubblica) che Steinlen ha raffigurato portante gli abiti di Pandora il gendarme [10]. E la didascalia beffarda: "Non fermerai il sole". Casimir-Perier fu diverse volte il bersaglio congiunto di Steinlen e Gérault-Richard a tal punto che quest'ultimo fu condannato ad una pena detentiva dalla corte d'assise della Senna per offese al presidente della Repubblica.
In Le Chambard socialiste, l’opera di Steinlen prende radice nel terreno contestatario alimentato dai socialisti e dagli anarchici.Sullo sfondo di rigetto della borghesia e del mondo politico percepito come globalmente corrotto,   Steinlen sviluppa un'opera operaista, in cui secondo il suo punto di vista, lo sciopero, la rivolta, infine la rivoluzione, non possono essere che la risposta all'oppressione. Stimolato dal conflitto, molto binario, di lotta di classe, egli esorta a, non far cadere la Repubblica, ma ad emmendarla per far esistere la Sociale.

 

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 OGGI

Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 16, 31 marzo 1894.

 

 


Per concludere, ci accontenteremo, per illustrare la speranza di Steinlen nell'avvento di un mondo migliore, di aggiungere al testo, senza altri commenti, due disegni di copertina intitolati
"Aujourd’hui!" [Oggi!] e "Demain!" [Domani!" [Domani] [11]. Ma c'è bisogno di arrivare a dire, come Anatole France scrive nel 1903 in un catalogo d'esposizione delle opere di Steinlen che "L'arte di Steinlen non ha bisogno di commenti. Si spiega da sé e si fa sentire a tutti?".

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DOMANI
Disegno di Steinlen, Le Chambard socialiste n° 17, 7 aprile 1894.

 

 

 

 

 

 

Jean-Luc Jarnier

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

NOTE

 

[1] Steinlen muore a Parigi nel 1923, all'età di 62 anni dopo aver dedicato la vita interamente all'illustrazione politico sociale.

 [2] BERARDI Henri, Les graveurs du XIXe siècle, guide de l’amateur d’estampes modernes, [Gli incisori del XIX secolo, guida dell'amante di stampe moderne], vol. XII, Paris, éditions Conquet, 1892, p. 56.

[3] JOURDAIN Francis, Un grand imagier, Alexandre Steinlen, [Un grande illustratore, Alexandre Steinlen], Paris, éditions du Cercle d’art, 1954.

[4] Furono ricavati da ogni disegno, cento prove litografiche, fuori testo, edite e vendute da Kleinmann.

[5] Steinlen firma 30 copertine sui primi 32 numeri del Chambard con due eccezioni. La prima pagina [el numero 19  è firmata  da Maximilien Luce ed il numero 20 non comprende illustrazione in copertina. Quest'ultima firmata Petit Pierre (Steinlen) occupa la doppia pagina interna per celebrare il primo maggio 1894. Dopo il numero 32, la maggior parte delle illustrazioni sono firmate da Moloch (detto Hector Colomb). Anche Edouard Couturier vi partecipa. La pubblicazione si ferma con il numero 78 del 8 giugno  1895.

[*] Naturalmente il significato corretto della didascalia è: "Il Signor barone è rimesso in libertà, con gli onori dovuti per un personaggio di alto profilo (haut vol). Si tratta però di un gioco di parole, in quanto "vol", in francese può assumere il significato di "volo", (da qui la mia traduzione di "alto profilo"), ma anche di "furto".

[6] Emile Pouget fu anarchico vicino a coloro che perpetrarono gli attentati dal 1892 al 1894.

[7] La bandiera bianca fu quella del regno di Francia, sino alla cadura di Carlo X, nel luglio 1830. Dopo questa data, fu sostituito con la bandiera tricolore.

[8] Louise Michel, in un'allegoria, è rappresentata come la grande figura della Comune (n° 24 del 26 maggio 1894 ).

[9] Dal 22 a 28 maggio 1871. Il generale Galliffet (soprannominato il fucilatore della Comune) è accusato dai suoi dettrattori di avere, tra l'altro, ordinato delle esecuzioni sommarie nelle fila dei comunardi fatti prigionieri e condotti a Versailles. 

[10] Pandore era il soprannome dato ad un gendarme in una canzone popolare di Gustave Nadaud, del 1857: "Pandore ou les  deux gendarmes" [Pandore o i due gendarmi]. Pandore era un personaggio ridicolo e intelletualmente limitato.

[11] Rispettivamente pubblicati nei numeri 16 (31 marzo 1894) e 17 (7 aprile 1894).

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14 novembre 2010 7 14 /11 /novembre /2010 08:00

 

 

  Note su un ultimo romanzo di B. Traven

 

Traven--01.jpg

  
di Théodore Zweifel 
 
 
 


Busto-dello-scrittore-Traven--Canessi-1966.jpgQUANDO appare Aslan Norval [1], nella primavera del 1960, B. Traven non ha pubblicato romanzi da ben venti anni. Esso sarà anche l'ultimo. Il manoscritto è stato oggetto di una presentazione nei BT-Mitteilungen(notiziario edito "in Messico e Zurigo" dal gennaio 1951 all'aprile del 1960- 36 numeri- per difendere l'opera di Traven e accessoriamente rifiutare ogni relazione tra Traven e il vecchio rivoluzionario di Monaco Ret Marut). Nel n° 29 della fine di marzo del 1958, leggiamo: "B. Traven, che molti hanno già così spesso ritenuto morto, ha appena scritto, dopo una lunga pausa, un nuovo libro. Questìo romanzo si intitola Aslan Norval; l'autore si impegna a rovesciare da cima a fondo il mondo intellettuale intristito, immerso in una confusione senza via di scampo, nel quale siamo tutti irrimediabilmente confinati e che si occupa quasi esclusivamente della guerra e della sua eventualità, allo scopo di dargli una nuova direzione, più universale di quella che ci ha oggi condotto ad esserne prigionieri".

Il manoscritto viaggiò a lungo da un editore all'altro senza essere trattenuto. Da una parte, il tedesco nel quale era stato redatto passava per essere maldestro; d'altra, la diffidenza nei confronti di "nuovi libri di Traven" era diventata generale per il fatto che in questa epoca brulicavano ogni genere di impostori e di falsari e che l'editore Kiepenheuer & Witsch aveva annunciato due "nuovi libri di Traven", cosa che si rivelò essere una pura falsificazione.

Josef Wieder, che era l'agente di Traven per l'Europa dal 1939, confidò a Johannes Schönherr, vecchio lettore-correttore della Gilda del libro Gutenberg, la cura di rimettere il manoscritto di Aslan Norval in valido tedesco.

L'azione del romanzo si svolge nel 1953-54, dopo la guerra di Corea e si svolge a New York et Washington. I protagonisti sono dei Nord-Americani dell'alta società. L'intrigo politico-sociale del romanzo ruota intorno ad un fantastico progetto di canale o di ferrovia capace di accorciare il traffico marittimo tra l'Atlantico ed il Pacifico.

La-mano-di-Traven--bronzo-dello-scultore-Federico-Canessi--.jpgQuesto libro, così differente per la sua tematica, il suo soggetto e la sua qualità letteraria delle precedenti opere di Traven, sollevò alla sua apparizione dei dubbi sulla paternità del suo autore. Traven stesso, in una lettera (firmata da sua moglie Rosa Elena Luján ma scritta in tedesco), scrisse al critico svizzero Max Schmid, il 9 giugno 1961: "...Da molti anni, si accusa T. di non aver che una corda al suo violino, che suona incessantemente sino alla sazietà, e di presentare un mondo, dalle forme molto limitate, in cui non ci sarebbero da una parte che dei poveri Indiani, ridotti in schiavitù e maltrattati, e degli esploratori brutali e dei succhiasangue dell'altro. Al pari di ogni essere umano, T. ha l'innegabile diritto di andare con il suo tempo per non rimanere indietro. Lo si dovrebbe lodare di saper scrivere a proposito di altre cose che di proletari indiani che, anche qui (in Messico), cominciano a sparire, anche se il fenomeno è ben più lento che negli Stati Uniti o in Europa. T. non è né un politico né un riformatore del mondo né un propagandista né un uomo di partito. È un narratore, e - cosa che egli ha spiegato in una rivista, trent'anni fa, egli racconta in quale modo egli veda le cose, le ha viste o crede di vederle. Ha scritto con il suo nome numerose storie poliziesche o di un genere molto vicino, che non sono state pubblicate sino ad ora che in inglese e che sen'altro nessuno, conoscendo che i suoi libri, avrebbe pensato siano stati scritti da lui. Ecco che ancora una volta egli scrive un libro mettendo in scena, invece di indigeni schiavi martirizzati, una donna bella ed intelligente che cerca a modo suo di risolvere il problema più scottante dell'attualità, la bomba atomica, e subito si spande la favola che T. non potrebbe, in nessun caso, aver scritto questo libro".

La storia: la ricchissima Aslan Norval, ventiquattro anni, è la moglie del magnate dell'industria, Holved Sythers, molto più vecchio di lei. È in preda ad una "pulsione", una "voluttà di creare" che la farà "quasi esplodere": vorrebbe "creare qualcosa di veramente grande, qualcosa che si vede da lontano, qualcosa che resta" secondo i termini del romanzo. È allora che incontra più o meno per caso su quel progetto di canale che ridurrà il traffico marittimo collegando  New York a San Francisco.

Si tratta di un progetto faraonico. Fondando la società per azioni Atlantic Pacific Transit Cooperation, Aslan Norval si tramuta in un personaggio pubblico. Poiché quest'impresa era precedentemente stata considerata come sospetta, Aslan Norval riesce ad essere citata davanti al Senato di Washington. L’udienza, che dura alcuni giorni, è trasmessa alla televisione. È quanto aspettava Aslan Norval: familiarizzata con i trucchi della messa in scena per aver lavorato in pre cedenza come tecnico cinematografico, ne fa un'attrazione con l'impiego di girls, carte, schizzi tecnici e cifre e riesce a scatenare un temporale in tutto il paese.

Le preoccupazioni sociali dell'autore si fanno allora chiare: "La sete di scoprire nuove armi mille volte più devastatrici di quelle che erano già state immagazzinate in quantità incredibili era diventata una vera malattia presso gli umani. Invece di costruire nuove scuole, nuovi ospedali, alloggi a buon mercato, nuove strade ferroviarie, nuove centralo idrauliche e nuovi mezzi di irrigazione in vista  di sradicare l'amara miseria di milioni di persone nei paesi poco sviluppati, si costruiscono ogni mese due mila nuove bombe all'idrogeno...".

La popolazione si entusiasma per il progetto di Aslan e non chied che di parteciparvi: "Il popolo , stanco dell'eterna propaganda del terrore, rivolgeva infine i suoi pensieri e le sue speranze verso qualcosa di positivo, per applicare la sua enorme forza creatrice e la sua inesauribile energia a nuovi campi di azione...".

Nella seconda parte del romanzo, l'autore polemizza contro i fautori di panico tratti dall'alta finanza e contro gli intrighi dei gruppi di interesse reazionari che spingono al bellicismo, di concerto con numerosi rappresentanti del governo e della stampa, per timore che i loro affari legati agli armamenti vadano alla rovina.

Alcuni mesi dopo l'audizione ancora indecisa davanti al Senato, assistiamo negli Stati Uniti ad una recrudescenza della disoccupazione: "Il numero di disoccupati che cresce ad un andamento incredibilmente rapido creava un clima di inquietudine. Il numero di dieci milioni e mezzo di disoccupati (anche se se ne ammettevano ufficialmente meno di cinque milioni) pesava come un incubo sulla vita economica del paese, ed ogni mese ci si avvicinava sempre più velocemente verso i dodici milioni. Cosa fare per mettere un termine a questa crescita? È allora che Aslan Norval si ritrovò ancora al centro dell'interesse pubblico. Il suo progetto risolverebbe in gran parte la questione della disoccupazione per molti anni, anche nel caso in cui in cui si dovessero smobilitare centinaia di migliaia di soldati diventati inutili".

Nell'intenzione confessata dell'autore di mettere in rilievo un lav oro pacifico di edificazione si sovrappongono nel libro degli intrighi erotici che disorientarono i lettori abituali di Traven. Si tratta dell'avventura amorosa di Aslan Norval con un giovane sergente del corpo dei Marines, che lei utilizza come "cavia" per quel che lei chiama una "vivisezione"; ed il risultato è la "rivalorizzazione" della sua relazione di coppia con suo marito più anziano. Ad un editore a cui il manoscritto era stato proposto e che lo rifiutò per il motivo che "l'autore cerca di trattenere l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima riga a colpi di scene erotiche", Traven replicò: "Questo libro non è di natura erotica dalla prima all'ultima riga. È questa una sottovalutazione che mi ferisce profondamente. In verità, il libro è da un capo all'altro, dalla prima all'ultima riga, privo del minimo contenuto pornografico. Tutti i personaggi presentati sono fatti di carne e di sangue, di una sana e fresca normalità. Ed è per questa ragione e per nient'altro che essi pensano e parlano di nient'altro che di desideri e di piaceri erotici. Non è tuttavia colpa mia. Tutta la colpa è di quegli uomini e donne del mio libro che, non appena ho dato loro vita, mi sono sfuggiti, non mi hanno obbedito e, di conseguenza, fanno e dicono ciò che piace loro. Dia detto di sfuggita, tutti gli esseri umani che appaiono nei miei libri parlano senza mezzi termini e non si nascondono dietro una foglia di fico. Cosa posso farci? Sono contrario ad ogni censura. Ed è per questo che mi si potrebbe trattare da impostore se esercitassi una censura contro ciò che dicono e fanno gli uomini e le donne dei miei libri" (BT-Mitteilungen n° 33, fin mars 1959).

 ziegelbrenner1---1917.jpgA parte gli episodi erotici, ritroviamo in questo romanzo i ragionamenti che Marut enunciava già nell'articolo "Ricostruzione, no! Rifondazione!" che apriva nel 1917 il primo numero del Ziegelbrenner: "Il capitalismo sotto la sua attuale forma non può che condurre alla guerra. Le cose vanno fondamentalmente in modo diverso quando l'umanità è portata ad approfondire le sue idee, a cambiare il suo modo di pensare [...]. Ed è perché tutti gli uomini pensano denaro che il denaro ed il capitalismo costituiscono oggi il solo potere, un potere decisivo e dei più influenti [...]. Se si offrisse agli uomini una vita più motivata, più ricca, più gradevole; se il loro lavoro fosse una gioia e non il mezzo per assicurare con pena il loro cibo; se si desse agli uomini ogni possibilità di esercitare le loro piene facoltà e di utilizzare i loro talenti, invece di lasciarli inaridire, nessuna isteria guerriera avrebbe il minimo successo, in nessun paese [...]. Dopo la guerra, non si tratterrà più di ricostruire a colpo sicuro il passato; perché è precisamente il passato che ha apportat o questa indicibile sofferenza che pesa sull'umanità. Ciò che occorrerà, è una rifondazione completa, totale dei nostri pensieri e del nostro modo di pensare. La pigrizia spirituale è il male più terribile, un male ben più rave che di sbagliarsi. Un pensiero falso può essere rimesso sulla buona strada; la pigrizia spirituale è irrimediabile. Se, prima della guerra, pensavamo: "Nella vita, è il denaro  la cosa più importante!", dopo la guerra dovremo pensare: "Nella vita è il lavoro la cosa più importante!" (Der Ziegelbrenner n° 1, 1er septembre 1917). 

Sono le stesse idee che Aslan Norval precisa, ma con altri termini. "Non è a quel pezzo di carta che è un'azione che le persone comune credono così come essi credono, diciamo, al potere d'acquisto di un biglietto da diecimila dollari. Un pezzo di carta. E la maggior parte del tempo terribilmente sporco. È la fede nel valore invisibile del lavoro e della produzione che si esprime in questo pezzo di carta" (Aslan Norval). In entrambi i casi, l'autore il punto di vista di un riformatore sociale: mira a cambiare l'educazione morale dell'uomo, traendo la popolazione dal letargo in cui l'ha fatto cadere il bellicismo e la paura della guerra e guidando i suoi pensieri verso un lavoro socialmente utile e sensato.

L'amica Esperanza Lopez MateosSecondo il suo biografo Rolf Recknagel [2], è del tutto possibile che B. Traven abbia voluto, con questo rimanzo, erigere una stele a Esperanza López Mateos che fu sua collaboratrice a partire dal 1939. Era "una donna piena di energia, di una grande efficienza e di un'attività esuberante" e dopo la sua morte, nel 1951. "non sappiamo più nulla di B. Traven. Non il minimo libro di quest'autore appassionato è apparso per parlarci delle sue preoccupazioni o dei suoi progetti letterari", scriveva il quotidiano Excelsior del 5 novembre 1957. È in queste circostanze che Traven ruppe il suo lungo silenzio annunciando Aslan Norval. Infatti, Recknagel considera che vi è come una rottura nella produzione letteraria di Traven dopo il 1946 [3 quando appare, tradotto dal tedesco da Esperanza López Mateos, Una canasta de cuento mexinanos (aveva già tradotto Puente en la selva [Ponte nella giungla], edito nel 1941 in Messico). È anche durante questo stesso anno che John Huston incontra, con il progetto di girare Il tesoro della Sierra Madre, all'hotel Reforma de Mexico, il "rappresentante" di B. Traven il cui biglietto da visita è così redatto:
Hal Croves
Traduttore
Acapulco



Théodore Zweifel


[1] Presso Kurt Desch S.P.A., di Monaco.

[2]  Rolf Recknagel, B. Traven, Beiträge zur Biographie, Lipsia, Verlag Philipp, 1965.

[3] Durante gli anni 50, infatti, appaiono negli Stati Uniti diveri racconti che escono dal registro abituale delle storie che mettono in scena degli indios: tra gli altri His Wife’s Legs, nella rivista "Accused" (New York, jgiugno 1956) ; An Unexpected SolutionCeremony Slithly Delayed in The Saint, in "Detective Magazine" (New York, ottobre 1957).

 

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Notes sur un dernier roman

 

 

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28 ottobre 2010 4 28 /10 /ottobre /2010 06:00



AUTOGESTIONE E GERARCHIA

 

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Schlichter, Il potere cieco

 

 

di Cornelius Castoriadis 

 

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Creta, Le tre Dame

Viviamo in una società la cui l'organizzazione è gerarchica, si tratti di lavoro, produzione, o impresa, amministrazione, politica, o Stato oppure ancora dell'educazione e della ricerca scientifica. La gerarchia non è un'invenzione della società moderna. Le sue origini sono remote, benché non sia sempre esistita, e vi fossero delle società non gerarchiche che hanno funzionato molto bene. Ma nella società moderna il sistema gerarchico (o, il che è lo stesso, burocratico) è diventato praticamente universale. Non appena si verifica una qualunque attività collettiva, essa è organizzata sul principio gerarchico, e la gerarchia del comando e del potere coincide sempre più con la gerarchia dei salari e dei redditi. Di modo che le persone non arrivano quasi più ad immaginarsi che potrebbe essere diversamente, e che potrebbero essere esse stesse qualcosa di diversamente definito che dal loro posto nella piramide gerarchica.

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Malta, La Dea dormiente

I difensori del sistema attuale cercano di giustificarlo come il solo "logico", "razionale", "economico". Abbiamo già cercato di mostrare che questi "argomenti" non valgono nulla e non giustificano nulla, che essi sono falsi presi ognuno separatamente e contraddittori quando li si considera nel loro insieme. Avremo l'occasione di ritornare sul questo tema. Ma si presenta anche il sistema attuale come il solo possibile, lo si pretende imposto dalle necessità della moderna produzione, dalla complessità della vita sociale, la grande scala di tutte le attività, ecc. Cercheremo di mostrare che non è vero, e che l'esistenza di una gerachia è radicalmente incompatibile con l'autogestione. 

 

AUTOGESTIONE E GERARCHIA DEL COMANDO

 

Decisione collettiva e problema della rappresentazione

 


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Kupka, Resistenza o l'Idolo Nero, 1903


44.gifCosa significa, socialmente, il sistema gerarchico? Che uno strato della popolazione dirige la società e che gli altri non fanno che eseguire le sue decisioni; di modo che, questo strato, ricevendo i redditi più grandi, approfitta della produzione e del lavoro della società molto più di altri. In breve, che la società è divisa tra uno strato che dispone del potere e dei privilegi, ed il resto, che ne è privo. La gerarchizzazione -o la burocratizzazione - di tutte le attività sociali non è oggi che la forma, sempre più preponderante, della divisione della società. Come tale, è allo stesso tempo risultato e causa del conflitto che lacera la società.

 la greve 12Se le cose stanno così, diventa ridicolo domandarsi: l'autogestione, il funzionamento e l'esistenza di un sistema sociale autogestito è compatibile con il mantenimento della gerarchia? Tanto vale chiedersi se la soppressione dell'attuale sistema penitenziario attuale sia compatibile con il mantenimento delle guardie carcerarie, degli ufficiali e dei direttori carcerari, ciò che è ovvio è bene venga detto esplicitamente. Tanto più che, da millenni, si è fatto entrare negli spiriti delle persone sin dalla loro pìù tenera infanzia l'idea che è "naturale" che gli uni comandino e gli altri obbediscano, che gli uni abbiano il superfluo e gli altri appena il necessario.

Noi vogliamo una società autogestita. Cosa significa ciò? Una società che si gestisce, cioè che si dirige da se stessa. Ma ciò deve essere ancor maggiormente precisato. Una società autogestita è una società in cui tutte le decisioni sono prese dalla collettività che è, ogni volta, considerata come oggetto delle sue decisioni. Vale a dire un sistema in cui coloro che compiono un'attività decidono collettivamente ciò che devono fare e come farlo, nei soli limiti che danno loro la loro coesistenza con altre unità collettive. Così, delle decisioni che riguardano i lavoratori di un laboratorio devono essere prese dai lavoratori di quest'officina; quelle che riguardano diversi laboratori alla volta, dall'insieme dei lavoratori coinvolti o dai loro delegati eletti e revocabili; quelle che riguardano l'intera impresa, da tutto il personale dell'impresa; quelle riguardanti un quartiere, dagli abitanti del quartiere; e quelle che riguardano l'intera società, dalla totalità delle donne e degli uomini che ci vivono.

 

Ma cosa significa decidere? 

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Steinlen, Lo sbirro (La Vache)  

 

Decidere, è decidere da sé. Non è lasciare la decisione a delle "persone competenti", sottoposti ad un vago "controllo". Non è nemmeno designare le persone che andranno, loro, a decidere. Non è perché la popolazione designa, una volta dopo un certo numero di anni, coloro che faranno le leggi, che essa fa le leggi. Non è perché designa dopo un certo numero di anni, colui che deciderà della politica del paese, che essa stessa decide di questa politica. Essa non decide, essa aliena il suo potere di decisione a dei "rappresentanti" o dei delegati che, per questo stesso fatto, non sono e non possono essere i suoi rappresentanti o dei delegati, attarverso le differenti collettività, come anche l'esistenza di organi- comitati o consigli- formati da tali delegati sarà, in un certo numero di casi, indispensabile. Ma non sarà compatibile con l'autogestione soltanto se questi delegati rappresentano veramente la collettività di cui essi stessi sono emanazione, e questo implica che rimangono sottoposti al suo potere. Il che significa, a sua volta, che quest'ultima non soltanto li elegge, ma può anche revocarli ogni volta che essa lo giudica necessario.

Dunque, dire che vi è gerarchia del comando formato da "persone competenti" ed in principio inamovibili; o dire che vi sono dei rappresentanti" inamovibili per un dato periodo di tempo (e che, come l'esperienza dimostra, diventano praticamente inamovibili per sempre), è dire che non vi è autogestione, nemmeno "gestione democratica". Ciò equivale infatti a dire che la collettività è diretta da persone la cui direzione degli affari comuni è oramai diventata l'affare specializzato ed esclusivo, e che, di diritto o di fatto, sfuggono al potere della collettività.

 

Decisione collettiva, formazione ed informazione

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Gustave Doré, Il Leviatano, da La Bibbia, 1874

 

D'altra parte, decidere, è decidere per conoscenza di causa. Non è più la collettività che decide, anche se formalmente essa "vota", se qualcuno o qualcuna dispongono da soli delle conoscenze e delle informazioni pertinenti. Ma anche, che possano definire se stessi dei criteri a partire dai quali essi decidono. È per fare ciò, che essi dispongono di una formazione sempre più ampia. Ora, una gerarchia del comando implica che coloro che decidono possiedono - o piuttosto pretendono di possedere- il monopolio delle informazioni e della formazione, ed in ogni caso, che essi vi hanno un accesso privilegiato. La gerarchia è basata su questo fatto, ed essa tende costantemente a riprodurlo. Perché in un'organizzazione gerarchica, tutte le informazioni salgono dalla base al vertice e non ridiscendono più, né circolano (di fatto, esse circolano, ma controle regole dell'organizzazione gerarchica). Allo stesso modo, tutte le decisioni scendono dal vertice verso la base, che non ha che da eseguirle. Ciò equivale pressappoco a dire che vi è gerarchia del comando e dire che queste due circolazioni si fanno ognuna a senso unico: il vertice raduna ed assorbe tutte le informazioni che salgono verso esso e non ridifonde agli esecutori che lo stretto necessario all'esecuzione degli ordini che rivolge loro e che emanano soltanto da esso. In una tale situazione, è assurdo pensare che potrebbe esserci autogestione o anche "gestione democratica".

 

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Frontespizio di ll Leviatano di Hobbes, 1651. 

 

Come possiamo decidere, se non disponiamo di informazioni necessarie per decidere bene? E come possiamo impararea decidere, se si è sempre ridotti ad eseguire ciò che altri hanno deciso? Non appena una gerarchia del commando si instaura, la collettività diventa opaca per se stessa, e si verifica un enorme spreco. Diventa opaca, perché le informazioni sono trattenute al vertice. Uno spreco si verifica, perché i lavoratori non informati o mal informati non sanno ciò che dovrebbero sapere per condurre bene il loro compito, e soprattutto perché le capacità collettive di dirigersi, così come l'inventività e l'iniziativa, formalmente riservate al comando, sono ostacolate ed inibite a tutti i livelli. 


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Steinlen, da: "L'Assiette au Beurre", 1902

 

Dunque, volere l'autogestione- o anche la "gestione democratica", se la parola democrazia non è utilizzata per gli scopi semplicemente decorativi- e voler mantenere una gerarchia del comando è una contraddizione in termini. Sarebbe molto più coerente, sul piano formale, dire, come fanno i difensori del sistema attuale: la gerarchia del comando è indispensabile, dunque, non ci può essere società autogestita.

Soltanto, ciò è falso. Quando esaminiamo le funzioni della gerarchia, cioè a cosa essa serve, constatiamo che, per una gran parte, esse non hanno senso e non esistono che in funzione del sistema sociale attuale, e che le altre, quelle che conserverebbero un senso ed una utilità nel sistema sociale autogestito, potrebbero facilmente essere collettivizzate. Non possiamo discutere, nei limiti di questo testo, la questione in tutta la sua ampiezza. Tenteremo di chiarirne alcuni aspetti importanti, riferendci soprattutto all'organizzazione dell'impresa e della produzione.

   

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Steinlen, da: "L'Assiette au Beurre", 1902

 

 

Una delle funzioni più importanti della gerarchia attuale è di organizzare la costrizione. Nel lavoro, ad esempio, che si tratti di officine o di uffici, una parte essenziale dell'"attività" dell'apparato gerarchico, dei capi squadra sino alla direzione, consiste nel sorvegliare, controllare, sanzionare, imporre direttamente o indirettamente la "disciplina" e l'esecuzione conforme degli ordini ricevuti da coloro che devono eseguirli. E perché bisogna organizzare la costrizione, perché occorre che vi sia la costrizione? Perché i lavoratori non manifestano spontaneamente un entusiasmo straripante per fare quanto la direzione vuole che essi facciano. E questo perché? Perché né il loro lavoro, né il suo prodotto appartengono loro, perché si sentono alienati e sfruttati, perché non hanno deciso essi stessi ciò che devono fare e come farlo, né ciò che avverrà di quanto essi hanno fatto; in breve, perché c'è un conflitto sociale perpetuo tra coloro che lavorano e coloro che dirigono il lavoro degli altri e ne approfittano. In somma dunque: bisogna che ci sia gerarchia, per organizzare la costrizione- e bisogna che ci sia costrizione perché ci sia divisione e conflitto, cioè affinché ci sia anche la gerarchia. In genere, si presenta la gerarchia come se esistesse per regolare i conflitti, mascherando il fatto che l'esistenza della gerarchia è essa stessa fonte di un conflitto perpetuo. Perché finché vi sarà un sistema gerarchico, vi sarà, per questo fatto stesso, rinascita continua di un conflitto radicale tra uno strato dirigente e privilegiato, e le altre categorie, ridotte a dei ruoli di esecuzione.

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Fotogramma da Tempi modernidi Charlie Chaplin, 1936.

 

Si dice che se non ci fosse costrizione, non vi sarebbe nessuna disciplina, che ognuno farebbe ciò che vorrebbe e sarebbe il caos. Ma ciò non è nient'altro che un sofisma. La questione non è di sapere se occorre della disciplina, o anche a volte la costrizione, ma quale disciplina, decisa da chi, controllata da chi, sotto quali forme e per quali scopi. Più gli scopi che servono una disciplina sono estranei ai bisogni ed ai desideri di coloro che devono realizzarli, più le decisioni concernenti questi scopi e le forme della disciplina sono esteriori e più vi è bisogno di costrizione per farli rispettare. Una collettività autogestita non è una collettività senza disciplina, ma una collettività che decide essa stessa la sua disciplina e, nel caso del fallimento, delle sanzioni contro coloro che la violano deliberatamente. Per quanto riguarda in particolare il lavoro, non si può discutere seriamente la questione presentando l'impresa autogestita come rigorosamente identica all'impresa contemporanea tranne il fatto che si sarebbe tolto il guscio gerarchico.

 

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Fotogramma dal film Metropolis di Fritz Lang, 1927.

 

Nell'impresa contemporanea, si impone alle persone un lavoro che è loro estraneo e sul quale essi non hanno nulla da dire. La cosa straordinaria non è che essi vi si oppongono, ma che non vi si oppongono  affatto nella maggior parte dei casi. Non si può credere un solo istante che il loro atteggiamento nei confronti del lavoro rimarrebbe lo stesso quando la relazione al loro lavoro sarà trasformata e che essi cominceranno a diventarne i padroni. D'altra parte, anche nell'impresa contemporanea, non c'è una disciplina, ma due. Vi è la disciplina che a colpi di costrizioni e di sanzioni finanziarie o altre l'apparato gerarchico tenta costantemente di imporre. E c'è la disciplina, molto meno apparente ma non meno forte, che sorge all'interno dei gruppi di lavoratori di una squadra o di un'officina e che fa ad esempio sì che né coloro che ne fanno troppo né coloro che non fanno abbastanza siano tollerati. I gruppi umani non sono mai stati e non sono mai dei agglomerati caotici di individui mossi unicamente dall'egoismo ed in lotta gli uni contro gli altri, come vogliono farlo credere gli ideologi del capitalismo e della burocrazia che non esprimono così che la loro propria mentalità. Nei gruppi, ed in particolare coloro che sono chiamati ad un compito comune permanente sorgono sempre delle norme di comportamento ed una pressione collettiva che le fa rispettare.

  

Autogestione, competenza e decisione

 

Veniamo ora all'altra funzione essenziale della gerarchia, che appare come indipendente dalla struttura sociale contemporanea: le funzioni decisionali e direzionali. La domanda che si pone è la seguente: perché le collettività considerate non potrebbero compiere esse stesse questa funzione, dirigersi da se stesse e decidere da sé, perché occorrerebbe uno strato particolare di persone, organizzate a parte, che decidono e che dirigono? A questa domanda, i difensori dell'attuale sistema forniscono due genere di risposte: una si appoggia sull'invocazione del "sapere" e della "competenza": bisogna che coloro che sanno, o coloro che sono competenti, decidano. L'altra afferma, con parole più o meno velate, che bisogna in ogni modo che qualcuno decida, perché altrimenti sarebbe il caos, detto altrimenti perché la collettività sarebbe incapace di dirigersi da sé.

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Nessuno contesta l'importanza del sapere e della competenza, né, soprattutto che oggi un certo sapereed una certa competenza sono riservati ad una minoranza. Ma, anche in questo caso, questi fatti non sono invocati che per coprire dei sofismi. Non sono coloro che possiedono più sapere e competenza in generale che dirigono il sistema attuale. Chi dirige, sono coloro che si sono mostrati capaci di ascendere nell'apparato gerarchico o coloro che, in funzione della loro ordine familiare e sociale, sono stati sin dall'inizio posti sulla buona strada dopo aver ottenuto qualche diploma. In entrambi i casi, la "competenza" che si esige per mantenersi o arrampicarsi nell'apparato gerarchico riguarda molto più la capacità di difendersi e di vincere nella concorrenza che si sferrano gli individui, cosche e clan in seno all'apparato gerarchico-burocratico, che l'attitudine a dirigere un lavoro collettivo.

In secondo luogo, non è perché qualcuno o qualcuna possiedono un sapere o una competenza tecnica o scientifica, che il miglior modo di utilizzarli è di affidar loro la direzione di un insieme di attività. Si può essere un eccellente ingegnere nella propria specialità senza per questo  essere capaci di "dirigere" l'insieme di un dipartimento di una fabbrica. Non c'è del resto che da constatare quanto accade attualmente a questo proposito. Tecnici e specialisti sono generalmente confinati nei loro campi particolari. i "dirigenti" si circondano di alcuni consiglieri tecnici, raccolgono i loro pareri sulle decisioni da prendere (pareri che spesso divergono tra loro) ed infine "decidono". Si vede chiaramente l'assurdità dell'argomento. Se il "dirigente" decidesse in funzione del suo "sapere" e della sua "competenza", dovrebbe essere erudito e competente a proposito di tutto, sia direttamente sia per decidere quale, tra i pareri divergenti degli specialisti, sia il migliore. Ciò è evidentemente impossibile ed i dirigenti optano di fatto arbitrariamente, in funzione del loro "giudizio". Ora questo "giudizio" di uno solo non ha alcuna ragione di essere maggiormente valida del giudizio che si formerebbe in una collettività autogestita, a partire da un'esperienza reale infinitamente più ampia di quella di un solo individuo.

 

Autogestione, specializzazione e razionalità

  

Sapere e competenza sono per definizione specializzati e lo diventano sempre più ogni giorno. Uscito dal suo campo speciale, il tecnico o lo specialista non è più capace di chiunque altro di prendere una buona decisione. Anche all'interno del suo campo particolare, del resto, il suo punto di vista è fatalmente limitato. Da una parte, egli ignora gli altri campi, che sono necessariamente in interazione con il suo e tende naturalmente a trascurarli. Così, nelle imprese così come nelle attuali amministrazioni, la questione del coordinamento "orizzontale" dei servizi di direzione è un incubo perpetuo. Si è giunti, da tanto tempo , a creare degli specialisti del coordinamento per coordinare le attività degli specialisti della direzione- che si rivelano così incapaci di dirigere se stessi. Da una parte  e soprattutto, gli specialisti posti nell'apparato direttivo sono per questo motivo separati dal reale processo produttivo, da quanto accade, delle condizioni nelle quali i lavoratori devono effettuare il loro lavoro. La maggior parte del tempo, le decisioni prese dagli uffici dopo elaborarti calcoli, perfetti sulla carta, si rivelano inapplicabili così come sono, perché non hanno tenuto sufficientemente conto delle condizioni reali nelle quali avrebbero dovuto essere applicate. Ora queste condizioni reali, per definizione, soltanto la collettività dei lavoratori le conosce. Tutti sanno che questo fatto è, nelle imprese contemporanee, una fonte di conflitti perpetue e di uno spreco immenso.

 

Kafka, il Processo, fotogramma
Fotogramma da Il processo di Orson Welles tratto da Kafka

 

Per contro, sapere e competenza possono essere razionalmente utilizzate se coloro che li possiedono sono reimersi nella collettività dei produttori, se diventano una delle componenti delle decisioni che questa collettività avrà da prendere. L'autogestione esige la cooperazione tra coloro che possiedono un sapere o una competenza particolare e coloro che assumono il lavoro produttivo nel senso stretto. È totalmente incompatibile con una separazione di queste due categorie. È soltanto se una tale cooperazione si instaura che questo sapere e questa competenza potranno essere pienamente utilizzate; mentre, oggi, non sono utilizzate che per una piccola parte, poiché coloro che le possiedono sono confinati  a dei compiti limitati, strettamente circoscritti dalla divisione del lavoro all'interno dell'apparato di direzione. Soprattutto, soltanto questa cooperazione può assicurare che sapere e competenza saranno messe effettivamente al servizio della collettività e non per fini particolari.

Una tale cooperazione potrà svolgersi senza che dei conflitti sorgano tra gli "specialisti" e gli altri lavoratori? Se uno specialista afferma, a partire del suo sapere specializzato, che un certo metallo, perché possiede tali proprietà, è il più indicato per quell'utensile o quel pezzo, non si vede perché ed a partire da cosa ciò potrebbe sollevare delle obiezioni gratuite da parte degli operai. Anche in questo caso, del resto, una decisione razionale esige che gli operai non siano estranei- ad esempio, perché i proprietari del materiale scelto svolgono un ruolo durante la lavorazione dei pezzi e degli utensili. Ma le decisioni veramente importanti riguardanti la produzione comportano sempre una dimensione essenziale relativa al ruolo ed al posto degli uomini nella produzione. A proposito di ciò, non esiste- per definizione- nessun sapere e nessuna competenza che possa dominare il punto di vista di coloro che avranno da effettuare realmente il lavoro. Nessuna organizzazione di una catena di montaggio o di assemblaggio può essere né razionale né accettabile se è stata decisa senza tener conto del punto di vista di coloro che vi lavoreranno. Perché non ne tengono conto, queste decisioni sono attualmente quasi sempre traballanti, e se la produzione funziona comunque, è perché gli operai si organizzano tra di loro per farla andare, trasgredendo le regole e le istruzioni "ufficiali" sull'organizzazione del lavoro. Ma, anche le si suppongono "razionali" dal pubto di vista stretto dell'efficacia produttiva, queste decisioni sono inacettabili precisamente perché esse sono, e non possono che essere, esclusivamente basate sul principio dell'"efficacità produttiva". Ciò significa che esse tendono a subordinare integralmente i lavoratori al processo di produzione, ed a trattarli come dei pezzi del meccanismo produttivo. Ora questo non è dovuto alla cattiva direzione, alla sua stupidità e nemmeno semplicemente alla ricerca del profitto. (A riprova che l'"Organizzazione del lavoro" è rogorosamente la stessanei paesi dell'Est e nei paesi occidentali). Ciò è la conseguenza diretta ed inevitabile di un sistema in cui le decisioni sono prese da altri rispetto a coloro che le dovranno realizzare; un tale sistema non può avere un'altra "logica".

Ma una società autogestita non può seguire questa "logica". La sua logica è ben altra, è la logica della liberazione degli uomini e del loro sviluppo. La collettività dei lavoratori può ben decidere - e a nostro avviso, avrebbe ragione di farlo- che per essa, delle giornate di lavoro meno faticose, meno assurde, più libere e più felici sono infinitamente preferibili di qualche pezzo in più di cianfrusaglia. E, per tali scelte, assolutamente fondamentali, non c'è alcun criterio "scientifico" o "oggettivo" che valga: il solo criterio è il giudizio della collettività stessa su ciò che essa preferisce, a partire dalla sua esperienza, dai suoi bisogni e dai suoi desideri.

Ciò è vero su scala della società intera. Nessun criterio "scientifico" permette a chicchessia di decidere che è preferibile per la società di avere l'anno prossimo più tempo libero piuttosto che più consumi o l'inverso, una crescita più rapida o meno rapida, ecc. Colui che dice che tali criteri esistono è un ignorante o un impostore. Il solo criterio che in questi campi ha un senso, è che gli uomini e l edonne che formano la società vogliono, e ciò, soltanto essi possono deciderlo e nessuno al loro posto.

 

 

Testo scritto in collaborazione con Daniel Mothé e pubblicato in CFDT Aujourd’hui, n° 8, luglio-agosto 1974.
Ripreso in Le contenu du socialisme
, UGE 10/18, 1979.

 

LINK al post originale:
Autogestion et gérarchie
 

LINK interno ad un altro saggio di Castoriadis:

Sul regime e contro la difesa dell'URSS, 1946 

 

LINK ad un intervista a Catoriadis in 6 puntate:

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17 ottobre 2010 7 17 /10 /ottobre /2010 14:15

  

B. Traven

 

  

  

di Martine-Lisa Rieselfeld

  

 

 

traven-copia-1La mia vita mi appartiene, soltanto i miei libri appartengono al pubblico. Ecco come si esprimeva B. Traven, l'uomo dai molteplici pseudonimi: Ret Marut, Hal Croves, Traven Torsvan, Bruno Traven, Arnold, Barker, Otto Feige, Kraus, Lainger, Wienecke, Ziegelbrenner.

Traven è nato a Chicago, Illinois, il 5 marzo 1890, da genitori svedesi. Ha trascorso la sua infanzia in Germania dove ha cominciato a scrivere dei testi anarchici con il nome di Ret Marut. Pubblica occasionalmente degli articoli nella rivista anarchico "Der Ziegelbrenner" [La Fornace] tra il 1917 ed il 1922. Ma Traven è costretto a fuggire dalla Germania sotto la minaccia di una condanna a morte lanciatagli contro dai Corpi franchi di Baviera alla fine della prima guerra mondiale, dopo la sconfitta della Repubblica dei consigli.

Scompare per un certo periodo per ricomparire in una prigione inglese (crimine sconosciuto). Avendo abbandonato Londra, un uomo che si faceva chiamare B. Traven, invia dei manoscritti all'editore tedesco Das Buchengild [La Gilda dei Libri].

Traven condivide le idee socialiste ed anarchiche. Si trova appassionatamente  dalla parte dell'uomo comune. Il capitalismo e la burocrazia rendono una vita decente impossibile. Scrive sulla giustizia sociale, la crudeltà e l'avidità in uno stile teso, pieno di sospensione. L'idea anarchica rimane nel cuore della sua opera, illustrando l'oppressione della libertà individuale dal potere schiacciante dello Stato. I suoi primi romanzi presentano dei vagabondi alla ricerca di un lavoro o che avendo trovato un'occupazione temporanea, sono colpiti dal sistema di sfruttamento su scala mondiale.

I libri di Traven sono stati tradotti in più di trenta lingue, venduti in più di 25 milioni di copie e sono presenti nel programma di lettura nelle scuole messicane.

traven deathship08Nel 1926 vine pubblicato il suo romanzo Das Totenschiff [La nave dei morti]. È un successo immediato. Albert Einstein avrebbe detto di voler portare questo libro  su un'isola deserta. Il protagonista, un marinaio americano, G. Gales, si ritrova senza documenti d'identità ad Anversa in Belgio, negli anni 20. Respinto da una frontiera all'altra, rischiando la prigione e la morte per la mancanza di questi documenti che confermino la sua esistenza, il marinaio prende coscienza di essere cancellato dalla mondo. Il personaggio di G. Gales, riappare in Der Wobbly[I raccoglitori di Cotone], del 1926, poi in Die Brücke im Dschungel [Il ponte nella giungla] del 1928, tutti di ispirazione autobiografica. Il nome dell'avventuriero americano ricorda quello di Linn A. E. Gale, l'editore del Gale’s International monthly for revolutionary communism. Quand gli IWW (Industrial Workers of the World) hanno cominciato le loro attività in Messico nel 1918, Gale divenne una delle figure di prua.brucke1929_150.jpg 

 

Treasure-Sierra-Madre.jpgPoco dopo la dittatura di Porfirio Diaz, Traven abita in una piccola casa, El Parque Cachu, non lontano da Acapulco, in Messico, dove vivrà per trentaquattro anni. Redigerà il suo secondo romanzo The Treasure of the Sierra Madre [Il tesoro della Sierra Madre] durante questi anni messicani. In Indios (1931), rappresenta la corruzione e lo sfruttamento dei poveri e mostra gli effetti di un regime di brutalità pur informando sul modo di vita degli Indios rurali in Messico. Questo libro fa parte di un ciclo di romanzi sulla Rivoluzione messicana tra 1910 e 1912. Tra il 1931 ed il 1940, Traven pubblicherà sei novelle interattive, Mahogany, conosciute come la sua "serie sulla giungla". La simpatia provata per gli Indios del Chiapas l'incoraggia ad imparare il loro dialetto maya.

Traven scrive poco dopo il 1940. Acquisisce un passaporto messicano con il nome di Traven Torsvan, nato a Chicago il 3 maggio 1890. Sposa nel 1957 la sua traduttrice Rosa Elena Lujan. Si erano incontrati nel 1930 in occasione di un concerto del violinista Jascha Heifetz. Dieci anni dopo, Rosa Elena è assunta per aiutare Traven nella traduzione in spagnolo di uno scenario adattato da uno dei suoi romanzi.

Il Tesoro della Sierra Madre sarà portato sullo schermo da John Huston nel 1948. Lo scenografo invitò molte volte lo scrittore a venire sui luoghi delle riprese, ma Traven declinò regolarmente l'invito. Un giorno, un tale chiamato Hal Croves chiese di vedere Huston, presentandosi portatore di un alettera redatta da Traven. In questa, Lo scrittore di diceva impossibilitato di spostarsi, perché malato, ma che Hal Croves sarebbe stato in grado di rispondere a tutte le domande. John Huston sospettò questo Croves essere Traven (aveva notato un leggero accento, non tedesco ma certamente europeo) e rivelerà la verà identità del suo interlocutore nel 1969, dopo la morte di Traven, quando appariranno delle fotografie del celebre anonimo.

Traven--Chersi.jpg morì il 26 marzo 1969 a Mexico City. Le sue ceneri furono trasportate nel Chiapas e disperse sopra il Rio Jataté. Durante tutta la sua vita, aveva vegliato gelosamente (quasi patologicamente) a preservare il suo anonimato. Ma chi potrebbe biasimarlo, visto le sue esperienze traumatiche vissute in Germania ed in Inghilterra?

Alla sua vedova Rosa Elena Lujan, verrà richiesto di rivelare la sua vera identità, tra i B. Traven, Ret Marut, Hal Croves, etc. Dichiarerà in un'intervista accordata il 25 giugno 1990 al New York Times: "Mi aveva autorizzato, quando fosse morto, di far sapere che era stato Ret Marut. Mai avrei dovuto parlarne prima della sua sparizione. Aveva paura di essere estradato. Allora, anch'io, ho mentito, perché volevo proteggere mio marito".

Nel suo testamento, Traven certificò che si chiamava Traven Torsvan Croves, nato a Chicago nel 1890 e naturalizzato cittadino messicano nel 1951.

So ora che la mia patria è classificata in fascicoli, l'ho vista sotto forma di funzionari abili a cancellare in me le ultime tracce di patriottismo. Dove dunque è la mia patria? La mia patria è là dove sono, dove nessuno mi disturba, dove nessuno mi chiede chi sono, da dove vengo e cosa faccio [La nave dei morti].

 

Martine-Lisa Rieselfeld

 

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B. Traven

 

 

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2 ottobre 2010 6 02 /10 /ottobre /2010 09:18

Gustav Landauer

 

landauer.jpg

 

di René Furth

 

L'idea dei consigli si è sviluppata nell'opera e l'azione di Gustav Landauer secondo una via molto particolare, a partire da un socialismo agrario e cooperativo, attraverso diversi tentativi per creare delle comunità in cui potrebbero prendere radici delle relazioni autentiche tra gli uomini. Molto ostile al marxismo meccanicistico che predomina allora in Germania, Landauer afferma che il socialismo non può essere una conseguenza ineluttabile dell'evoluzione economica. "Il socialismo non si sviluppa a partire dal capitalismo, ma contro di esso". Il capitalismo non diventa socialista, dice Landauer, utilizza dei metodi socialisti per meglio sopravvivere e prosperare.

La soluzione preconizzata, è che i socialisti si separano immediatamente dalla società capitalista per formare delle comunità cooperative e delle colonie socialiste, in cui le diverse associazioni di produzione intratterrebbero tra di loro uno scambio socialista dei prodotti. Ma, allo stesso tempo, resta convinto di una rivoluzione politica che libero effettivamente la terra e sgombri la vita sociale dalla camicia di forza statale. Se pone le sue ultime energie al servizio della Repubblica dei consigli di Baviera, è per aiutare a preservare una rivoluzione politica dandole un contenuto sociale e culturale. Ed i consigli, in questo periodo di transizione, gli appaiono come i soli agenti possibili dell'indispensabile ricostruzione.

Der_Sozialist-.pngGustav Landauer è nato il 7 aprile 1870 a Karlsruhe, da una famiglia ebraica della classe media. Nel corso dei suoi studi a Berlino (filosofia, filologia tedesca), aderisce al gruppo dei "Jungen" (i Giovani), escluso dal Partito socialdemocratico nel 1891, il gruppo crea il suo proprio settimanale, "Der Sozialist", e Landauer vi collabora dal 1891 sino al momento in cui, otto anni dopo, il giornale, "braccato a morte", deve scomparire. Allo stesso tempo, si lega con l'ambiente anarchico berlinese.

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Landauer nel 1890.

Nel 1893, landauer partecipa al Congresso socialista internazionale di Zurigo da cui saranno esclusi, insieme agli anarchici, i socialisti che non riconoscevano la necessità della "conquista del potere politico". Accusato da Babel di essere un agente provocatore, Landauer è espulso brutalmente dalla sala della riunione. Lo ritroviamo tuttavia al successivo congresso della II Internazionale che si svolge a Londra. Egli presenta un rapporto in cui critica duramente l'SPD. Gli anarchici ed i socialisti antiparlamentari sono esclusi di nuovo.

Il 1° novembre 1893, Landauer è condannato a due mesi di prigione per incitamento alla disobbedienza verso il potere dello Stato, il 22 dicembre, è gratificato con nove mesi supplementari per "eccitazione". Nuova condanna nel 1899, a sei mesi di prigione. Un primo periodo della sua vita termina così. Dopo anni di attività politica intensa che lo hanno portato a numerose agitazioni attraverso la Germania, la prigione provoca in Landauer un ripiegamento su se stesso. L'alternanza dei periodi d'azione incessante e di periodi di ripiegamento e di solitaria riflessione è inoltre una costante nella sua vita.

Sempre in prigione, egli collabora con il suo amico Fritz Mautener ad un lavoro sulla ricerca critica del linguaggio. Ne trarrà la sua prima opera teorica "Scetticismo e mistica", che apparirà nel 1903. Il suo primo romanzo è stato pubblicato nel 1893. Prepara nel contempo un'edizione in tedesco moderno degli scritti del mistico renano Mastro Eckart. Le componenti "romantiche" del pensiero di Landauer che si esprimono chiaramente in questi lavori si manteranno nel resto delle sue opere, diffidente nei confronti di ogni cultura unicamente razionale, valorizzazione dell'emotivo, percezione della vita come pluralità spontanea di forme e di manifestazioni. La rivoluzione, per Landauer, sarà sempre un emergere dello "spirito unificante" che porta la collettività alla creazione di nuove forme di vita. Durante gli avvenimenti di Monaco, sosterrà che la rivoluzione non potrà che affermarsi se non riuscendo a fornire a degli uomini poco preparati a queste circostanze eccezionali l'esperienza immediata della felicità, della gioia e della creazione.

BakuninLandauer fa inoltre sua la lunga storia delle sette mistiche ed eretiche, soprattutto là dove questo misticismo si unisce all'esigenza di una rivoluzione egualitaria. Martin Buber gli renderà familiare la mistica ebraica. Tra i socialisti tedeschi di origine ebraica, egli è il solo, con Mosè Hess, a concepirsi realmente come ebreo. Ebreo, ateo- benché difenda un misticismo ateo- Landauer considera che l'umanità avvenire farà svanire l'apporto specifico dell'ebraismo. Una volta liberato, si separa dai gruppi con i quali aveva sino ad allora agito e si sforza oramai di creare dei punti di incontro per gli isolati che hanno rotto con la società borghese senza tuttavoa riconoscersi nell'attivismo ed il settarismo dei gruppi di estrema sinistra.

Nel 1901, pubblica con Max Metlau un volume di estratti di Bakunin. "Ho amato ed ammirato Bakunin, egli scrive, sin dal primo giorno in cui l'ho incontrato, perché vi sono pochi scritti così vivi come i suoi, forse è per questo che essi sono così frammentari come la vita stessa".

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Edwig Lachmann

L'anno seguente, si reca in Inghilterra con colei che sarà la sua compagna finché vivrà, Hedwig Lachmann poeta e traduttrice. Per quasi un anno, essi risiedono nelle vicinanze di Kropotkin. Quest'ultimo eserciterà una forte influenza su Landauer, con la sua teoria del mutuo soccorso, la sua concezione molto positiva del Medioevo e la sua analisi della Rivoluzione francese. Un punto comune primordiale unisce i due uomini: la loro volontà di rafforzare incessantemente le tendenze costruttive dell'anarchismo. Di ritorno in Germania, Landauer traduce Il mutuo soccorso e Campi, fabbriche e officine.

kropotkin grNel 1905, a proposito delle concezioni di Kropotkin sull'integrazione dell'agricoltura e dell'industria, scrisse "il villaggio socialista, con i laboratori e le officine comunali, i campi, le praterie ed i giardini, voi proletari delle grandi città, abituatevi a questo pensiero strano e bizzarro al primo impatto perché è il solo inizio del vero socialismo, il solo che sia alla nostra sinistra".

Si sente molto vicino a Proudhon, "il più grande di tutti i socialisti", ma rileva che si è formato fuori dalla sua influenza diretta: "Proudhon non ha nulla a che vedere con l'origine delle mie concezioni e delle mie tendenze. L'ho conosciuto quando ero formato e mi sono evidentemente rallegrato di vedere che un altro, così diverso da me, era giunto a dei risultati così simili".

Proudhon, di Courbet, 1853
Proudhon in un dipinto di Courbet

Su richiesta del filosofo personalista Martin Buber -che continuerà dopo la morte di Landauer la pubblicazione dei suoi testi- scrive una delle sue opere più importanti, apparsa nel 1907, "La Rivoluzione".

L'ipotesi direttiva di questo libro, è che, dopo la Riforma, siamo presi in un concatenamento di rivoluzioni che non terminerà che il giorno on cui uno spirito comune riuscirà di nuovo gli uomini separati. Una nuova civiltà comincerà allora. "Un grado di alta civiltà è raggiunto là in cui molteplici formazioni sociali, esclusive ed indipendenti le une dalle altre, sono colme tutte insieme da uno spirito unitario, che non risiede in formazioni, che non sono scaturite da essa, ma che agisce in esse come una realtà autonoma ed un'evidenza". Il nostro secolo, più di nessun altro, è un tempo di transizione verso una vera civiltà. Ogni rivoluzione fa trionfare una parte dell'utopia che essa porta, ma una parte soltanto. Contro il nuovo ordine che si instaura, una nuova utopia sorge, che una nuova rivoluzione realizzerà in parte.

Ogni rivoluzione è essenzialmente negativa, spezzando le strutture oppressive, essa libera delle forze nuove. In ciò essa è creatrice. Occorre anche che le forme di nuova vita siano già in germe, pronte ad estendersi ed a proliferare. La rivoluzione  è parto più che concezione. "Le rivoluzioni politiche libereranno la terra, nel senso letterale ed in ogni altro senso; ma allo stesso tempo, la libertà trionferà solo se le istituzioni saranno state preparate, nelle quali potrà vivere la federazione delle associazioni economiche che è destinata a liberare lo spirito rimasto prigioniero dietro lo Stato".

Nel 1907, Landauer pubblica le sue Trenta tesi socialiste, che preparano la creazione dell'Alleanza socialista, e annuncia il ritorno di Landauer all'azione politica. Nel giugno del 1908, egli lancia in 10.000 volantini, i "12 articoli dell'Alleanza socialista". "Queste colonie non devono essere altro che dei modelli di giustizia e di lavoro nella gioia, non sono un mezzo per raggiungere lo scopo. Lo scopo non può essere raggiunto che quando la terra giunge nelle mani dei socialisti attraverso altri mezzi che l'acquisto". Il primo modello dell'organizzazione che esso preconizza, dice Landauer, è quello delle sezioni e dei distretti delle città francesi durante la Rivoluzione del 1789. Le strutture pluraliste della città medievale sono, incontestabilmente, un altro precedente che sottende la sua concezione dei consigli.

Dei gruppi dell'Alleanza si formano in Germania ed in Svizzera, Landauer anima quello di Berlino, Muhsam, quello di Monaco, dei progetti di costituzione di comunità si sviluppano, ma la guerra impedirà l'esperimento. Landauer circola di città in città per propagare la sua idea, e dalle sue conferenze trae un libro "Appello al socialismo" (1911). Dal 1909 al 1915, pubblica una nuova serie del "Sozialist", che affronta tutti i grandi temi politici, sociali e letterari del tempo. Allo stesso tempo, cerca di agire contro l aguerra che si prepara. Con un volantino, diffuso a 100.000 copie ("Soppressione della guerra attraverso l'autodeterminazione del popolo"), fa appello ad un congresso operaio straordinario per decidere del modo di intervento in caso di guerra. Il tentativo fallisce, ma esso lo ha condotto a precisare ancora il suo attaccamento alla "democrazia dei consigli" si ritrova isolato quando la guerra scoppia.

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Kurt Eisner

Nel 1917, abbandona Berlino per la Germania del Sud. È là che ammalato, sfinito, ancora sconvolto per la recente morte di sua moglie, lavora al suo saggio su Shakespeare quando, il 10 novembre 1918, una lettera di Kurt Eisner lo chiama a Monaco. Capisce subito ed a qual punto! Eisner, di cui ammirava l'integrità morale ed il pacifismo attivo, è prigioniero della borghesia e della socialdemocrazia che preparano il ritorno alle vecchie istituzioni parlamentari. Fa di tutto per stimolare l'iniziativa e l'organizzazione federalista dei consigli, opponendosi al "principio giacobino" che vede incarnato da Levine. Durante la breve durata della prima Repubblica dei consigli, moltiplica di riunione in riunione le proposizioni do azione costruttiva, senza che l'accordo raccolto nelle assemblee febbrili straripi sulle imprese ed i quartieri. Dopo la presa del potere da parte dei comunisti, si metterà invano a disposizione del nuovo comitato d'azione.Il 2 maggio 1919, è arrestato, colpito selvaggiamente e finito con un colpo di fucile dai Corpo franchi. Nel 1933, i nazisti dissepelliscono i suoi resti e li spediscono alla comunità ebraica di Monaco.

Alcune opere di Landauer sono state riedite in Germania, il suo Shakespeare, nel 1962; Appello al socialismo, nel 1987 e con una importante introduzione di H. J. Heyerdorn) ed una raccolta di studi più breve nel 1968. Le note che precedono possono dare una prima idea dei temi che trovando oggi un eco nettamente percepibile ad un "socialismo utopico" che chiami alla volontà di una vita piena e creativa, che dà la sua parte alla passione, alla forza vincolante del mito. È del "socialismo utopico" ancora a cui dà rilevanza un altro tema molto attuale, il progetto di una "contro-società che getti le sue basi nell'immediato attraverso delle esperienze comunitarie.

Ciò che è determinante infine nelle sue analisi critiche, e che si verifica sempre più, è che lo Stato non è soltanto una macchina politica, ma una realtà psicologica e morale: un modo di relazione tra fli uomini, caratterizzato dalla dimissione, la paura della libertà, la mancanza di fiducia in sé, e, complementariamente, dalla volontà di potenza, l'arrivismo ed il disprezzo. Da qui la formulazione essenziale del suo "socialismo utopico": lottare contro lo Stato, è innanzitutto condurre un'altra vita, costruire un'altra cultura ed inventare altre relazioni.

 

 

René Furth

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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Gustav Landauer

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30 settembre 2010 4 30 /09 /settembre /2010 07:52

Dov'è il Ziegelbrenner [1]? 

di Erich Muhsam [2] 

 

fanalLa rivista Fanal fondata da Erich Muhsam 

 

Pubblicato in Fanal nel 1927, questo testo è un appello di Erich Muhsam al suo compagno Ret Marut, alias lo scrittore Bruno Traven, allora girovago per il mondo prima di risiedere definitivamente in Messico dove avrebbe scritto i suoi romanzi e racconti che avrebbero avuto un successo in tutto il mondo. È da notare che il passato anarchico di Bruno Traven è sistematicamente occultato dagli ambienti letterari. 

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Ret Marut, alias B. Traven alias T. Torsvan alias Hal Croves.

 

Musham, Gustav Landauer
Gustav Landauer, trucidato nel 1919 da "corpi liberi"  (Freie Korps), creati e sostenuti dai socialdemocratici, per la sua partecipazione alla Rivoluzione dei consigli di Baviera.

Un lettore di Fanal sa dove si trova il Ziegelbrenner [1] Ret Marut, compagno, amico, compagno di lotta, uomo, segnalati, muoviti, dà un segno di vita; il tuo cuore non è diventato quello di un "bonzo", il tuo cervello non si è sclerotizzato, il tuo braccio non si è paralizzato, il tuo dito intorpidito. I Bavaresi non ti hanno catturato nel 1919; ti avevano già preso per il bavero quando sei riuscito a scappare per la strada. Altrimenti, ti troveresti senz'altro oggi là dove si trovano Landauer e tutti gli altri, di così vivi spiriti, là dove sarei anch'io se essi non mi avessero già catturato quattordici giorni prima e non mi avessero trascinato fuori da questo centro dove si assassina.

Ora non possono più estradarti. L'amnistia dello scorso deve esserti applicabile. Un giorno verrà in cui si stabilirà davanti alla storia la formazione e lo svolgimento della "Comune" bavarese. Quanto c'è stato sinora rilevava di un giudizio di parte e confuso, ispirato dalla stupidità e dall'odio, in modo ingiusto e farisaico. Anch'io sono troppo di parte, troppo strettamente e personalmente implicato negli avvenimenti, troppo profondamente coinvolto nelle controversie sui loro errori ed i meriti di questa Rivoluzione per sapere essere lo storico con abbastanza oggettività.

Eri il solo attivo negli avvenimenti e capace, allo stesso tempo, di vedere in prospettiva ciò che andava male, ciò che si voleva fare di buono, ciò che si faceva di giusto. La successione di Landauer, le sue lettere, i suoi discorsi, la sua azione sul fine, bisognerà sottoporle tra poco tempo alla critica pubblica. Eri al suo fianco; assecondandolo, stimolandolo quando era commissario del popolo all'Informazione ed alla Propaganda.

 

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La rivista fondata da Ret Marut Der Ziegelbrenner.

 

Abbiamo bisogno di te. Chi conosce il "forno per i mattoni"? Chi tra i lettori di Fanal, sa dove possiamo trovare, toccare Ret Marut? Che colui che può trovarlo, gli consegni questo numero di giornale. Molti chiedono sue notizia, molti lo aspettano. Lanciamo un appello.

 

Erich Muhsam

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

 

[1] Dal nome della rivista anarchica che aveva lanciato B. Traven con lo pseudonimo di Ret Marut: Der Ziegelbrenner [Il Forno per mattoni].

[2] Ricordiamo che Erich Muhsam venne impiccato dalle SA nel campo di concentramento di Orianenburg dove era stato internato dopo la presa del potere da parte dei nazisti, approfittando della confusione creata dalla purga nota come "notte dei lunghi coltelli". 

 
 
   

LINK al post originale:

Où est le Ziegelbrenner? 

 

LINK a materiale pertinente:

Marut/Traven: l’uomo ombra era uomo di luce

Il doppio destino dei Mühsam

Erich Mühsam

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