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6 giugno 2010 7 06 /06 /giugno /2010 19:28

Un argomento piuttosto raro nella rete, quello della storia dell'anarchismo in un paese così peculiare com'è appunto il Giappone. Una storia simile a quella dell'Occidente nei suoi tratti generali ma che non manca di caratteristiche che sono unicamente sue, come l'autore di questo lungo saggio, Philippe Pelletier, ha saputo mirabilmente evidenziare e narrare esemplarmente. Ne presentiamo qui la prima di due parti, sperando che il materiale iconografico, di non facile reperibilità, sia abbastanza consono allo spirito dell'ottimo lavoro.

[A. L.]

 

 

Hokusai.jpgNel 1920, un degno professore dell'Università di Tôkyô, di nome Morito, fu incarcerato per un anno ed interdetto a vita all'insegnamento per aver pubblicato uno studio su... Kropotkin [A]. Il giappone dell'era Taishô, imperialmente democratico, sapeva come regolare i conti con coloro che, senza essere anarchici, manifestavano semplicemente, come il professor Morito, della curiosità intellettuale per le loro idee. In quanto agli anarchici stessi, essi rischiavano addirittura la propria pelle, come Ôsugi Sakae e Itô Noe, la sua compagna, assassinati il 23 settembre 1923. 

Hokusai-fuji.pngAl di là della sua vita avventurosa e della sua tragica fine, Ôsugi Sakae è una figura fondamentale dell'anarchismo giapponese sconosciuto alle nostre latitudini. È per questo che ci è sembrato opportuno pubblicare questo studio che Jacques Pelletier gli dedica e di cui una prima versione, più breve, è apparsa nel numero 28 della rivista Ebisu-Etudes japonaises (primavera-estate 2002, con il titolo Ôsugi Sakae, una quintessenza dell'anarchismo in Giappone [B].

hokusai1.jpgLa versione lunga e riveduta, che qui offriamo, seguita da una preziosa bibliografia su Ôsugi Sakae, il socialismo e l'anarchismo giapponese prima del 1945, meritava di essere accolta. Essa conferma, ad ogni modo, la considerazione in cui teniamo, in generale, i lavori di Philippe Pelletier su un argomento che è probabilmente, come lo prova il testo presente, uno dei rari a padroneggiare.

Attraverso alcune recenti pubblicazioni apparse in Giappone, la figura di Ôsugi Sakae sembra essere oggetto di una riscoperta. Vi si potrà vedere, a scelta, sia una manifestazione strettamente nipponica di questa curiosa passione postmoderna e mondializzata per il revival light sia, come suggerisce arditamente Philippe Pelletier, un segno che questa parola libertaria di rottura sarebbe oramai "intelligibile" in un Giappone in cui comincerebbero ad allentarsi i legami di servitù con un sistema "in via di affondamento".

Sia quel che sia, non resta non di meno il fatto che il percorso molto singolare di Ôsugi Sakae- dall'individualismo all'anarco-sindacalismo- meriti di essere conosciuto. Che Philippe Pelletier sia dunque ringraziato e che i lettori si preparino per questo viaggio di lunga durata verso questa Terra Incognita dell'anarchismo giapponese. C'è da scommettere che, come noi, essi avranno molto da apprendere.

[A] L’aneddoto è riportato da Victor García in Museihushugi. Breve storia del movimento anarchico giapponese, Firenze, 1976.

[B] Studio pubblicato nel quadro di un ricco dossier tematico Anarchisme et mouvements libertaires au début du XXe siècle, [Anarchismo e movimenti libertari all'inizio del XX secolo], a cui collaborano anche Komatsu Ryûgi, Christine Lévy, Gilles Bieux e Jean-Jacques Tschudin.

 

  A contretemps.  

  

  Ôsugi Sakae (1885-1923). Un anarchico giapponese

 

Osugi-Sakae-e-sua-moglie-Hori-Yasuko.jpg

 
di Philippe Pelletier
  
  "Vi sono piante che inarridscono non appena fioriscono. Devono comunque fiorire per ampliare la loro vita".

Lettera inviata da Ôsugi Sakae a Ishikawa Sanshirô, Zenshû, vol. 14.

 

Associare l’anarchismo ed il Giappone costituisce a priori un doppio paradosso. Da una parte, l'anarchismo è probabilmente il più disprezzato, il più sconosciuto se non il più calunniato dei movimenti politici sia nella sua filosofia sia nella sua azione pratica. Qualche formula scioccante ed alcuni episodi scandalistici non sono in genere ricordati che a prezzo dell'oblio delle sue realizzazioni più positive, come la creazione delle Borse del lavoro in Francia, le conquiste dell'anarco-sindacalismo, le scuole libere di Francisco Ferrer o di Sébastien Faure, l'epopea della Makhnovishina (1917-1921) o l'insurrezione di Kronstadt (1921) nella Russia rivoluzionaria, le esperienze autogestionarie della Spagna del 1936.

Supporre, d'altra parte, che questo movimento articolato su un'esigenza esacerbata di libertà individuale possa svilupparsi in un paese come il Giappone, reputato per essere socio-culturalmente lontano dall'individualismo, sembra irrealistico.

Per superare questo paradosso apparente, sembra allo stesso tempo pratico e pertinente collegarsi al percorso di un anarchico giapponese abbastanza emblematico e rappresentativo, che permetta, innanzitutto, di affrontare la complessità di questa problematica. Il personaggio che si impone è Ôsugi Sakae (1885-1923). Ma perché lui e non un altro?

 

BUONE E CATTIVE RAGIONI DI UN ESEMPIO

 

Kôtoku ShûsuiCon Kôtoku Shûsui (1871-1911), uno degli eminenti fondatori del socialismo giapponese evolutosi dalla socialdemocrazia all'anarchismo, Ôsugi Sakae è probabilmente il più conosciuto degli anarchici giapponesi stessi e questo per due motivi [1].

Ito NoeIl primo riguarda la sua relazione amorosa concomitante con tre donne per un breve periodo della sua vita (1916), episodio che si concluse con un dramma spettacolare e diventato famoso, una delle sue amanti tentò di pugnalarlo [2]. Il secondo è legato alla sua tragica morte. Il 15 settembre 1923, la Kempeitai,la gendarmeria, lo assassina, insieme alla sua compagna Itô Noe (1895-1923), scrittrice e militante anarchica ed il loro nipote di sette anni, Tachibana Munekazu. I tre furono strangolati dopo essere stati severamente battuti. Per riprendere l'affermazione del saggista Komatsu Ryûji, che deplora che l'anarchismo giapponese sia soprattutto conosciuto per i suoi "affari" o i suoi "incidenti" (jiken), ciò non equivale a evidenziare ancora se non gli aspetti cupi dell'epopea anarchica [3]?

È vero che questi "affari" furono numerosi:

"Affare delle bandiere rosse" (akahata jiken, 1908);

Kanno-Sugako--1881-1911-.jpg"Affare di alto tradimento" (taigyaku jiken, 1911)- che vide l'esecuzione di Kôtoku Shûsui, di Kanno Sugako (1881-1911) e di dieci altri militanti anarchici o socialisti-;

"Affare Pak Yôl-Kaneko Fumiko » (Boku Retsu-Kaneko Fumiko jiken, 1923-1926);

"Affare della Società della ghigliottina" (Girochin-sha jiken, 1924-1926, dal nome di questo gruppo di militanti desiderosi di vendicare la morte dei loro amici Ôsugi Sakae e Itô Noe) [4];

"Affare del Partito anarco-comunista" (Musei-fukyôsantô jiken, proibizione e repressione di questo partito nel 1934-35, in parallelo con un regolamento di conti interno e mortale);

o ancora "Affare delle Gioventù rurali" (Nôsonseinen-sha jiken, repressione di un'insurrezione anarco-rurale nelle montagne di Chikuma nel 1935)...

La-Matsushima--1895.jpgMa Komatsu precisa che questa successione di avvenimenti drammatici permette soprattutto di capire il contesto storico, difficile, nel quale evolveva l'anarchismo prima del 1945. Perché quest'ultimo è caratterizzato da incessanti provocazioni poliziesche inquadrate da due leggi successive: la "legge di polizia sulla sicurezza pubblica" (Chian keisatsu hô) del 1900 e la "legge sul mantenimento dell'ordine" (Chian iji hô) del 1925. Questa seconda legge, che inasprì la prima, non è che il bastone unito alla carota tesa lo stesso anno, e cioè una legge elettorale che accorda il diritto di voto a tutti gli uomini di più di venticinque anni.

Amakasu-Masahiko--1923.jpgLa repressione è particolarmente feroce per le tendenze comuniste ed anarchiche. Tutti i nuovi partiti troppo radicali sono presto vietati, i giornali regolarmente censurati, sospesi o condannati, le riunioni pubbliche o i congressi quasi sistematicamente interrotti dalla polizia. Tra il 1925 ed il 1945, più di 75.000 persone sono arrestate e processate per infrazione alla legge sul mantenimento dell'ordine, I militanti sono imprigionati, spesso torturati, maltrattati in prigione in cui a volte muoiono. Le forze poliziesche beneficiano di un clima favorevole che le spingono a trascendere il quadro legale della loro missione. Così, per giustificare il suo crimine, Amakasu Masahiko, il capitano che comandò la spedizione punitiva contro la famiglia Ôsugi e che strangolò Sakae con le sue mani, dichiarò di aver agito "al servizio del suo paese" (kokka ni kôken suru) [5]. Senso di totale impunità, dunque, confermata da questa affermazione di un tenente dell'esercito: "Fui sorpreso nel vedere che Amakasu comparisse davanti la corte militare [per il suo crimine]. A quest'epoca, avevamo tutti l'impressione che potevamo ricevere una promozione se avessimo ucciso qualche socialista..." [6].

Esecuzione-12-anarchici--24-gennaio-1911.jpgIl percorso politico e personale di Ôsugi riassume l'evoluzione che conosce il Giappone alla fine del Meiji. Il paese passa, in mezzo secolo, da una società rurale, quasi feudale, spesso arcaica, ad una società sempre più industrializzata, cittadina, moderna. L'episodio della democrazia Taishô- che lo storico Andrew Gordon preferisce qualificare come "democrazia imperiale"- sembra apportare una boccata di ossigeno socio-politico. Ma gli succede ben presto  un tennô-militarismo fascistizzante, con la sua coorte di intellettuali stipendiati, degli "andiamo alla guerra", di bestie gallonate e le sue squadre di militari esaltati, di mafiosi, crapule fasciste come Kodama Yos-hio (1911-1984) o Sasakawa Ryô’ichi (1899-1995). Periodo plumbeo, sanguinario, bombardato e finalmente atomizzato dalla Guerra dei quindici anni (Jûgonen-sensô).

Esisterebbe un'altra ragione- indiretta quest'ultima- attestante la dimensione maggiore di Ôsugi Sakae nell'anarchismo giapponese: la sua sparizione avrebbe in qualche modo annunciato il declino del movimento al quale dedicò un'attività militante straripante. Contrassegnata dalla sua collaborazione a molte riviste, l'esuberanza di energia teorica e pratica che egli incarnò contribuì certamente ad un allargamento della rete degli individui che si impegnarono  nel movimento. Ôsugi, ad esempio, svolse un ruolo determinante nella creazione di un'organizzazione unica raggruppante tutte le tendenze socialiste, la Lega socialista del Giappone (Nihonshakaishugi dômei), fondata il 10 dicembre 1920, qui contò un migliaio di aderenti e fu dissolta il 28 maggio 1921. Contribuì alla radicalizzazione del sindacalismo operaio nato con la Società fraterna (Yûaikai), fondata nel 1912, e che, nel 1918, si trasformò nella Federazione del lavoro del Giappone (Nihon rôdô sôdômei, abbreviata in Sôdômei), raggruppante allora 30.000 membri.

Ishikawa SanshiroNegli anni che seguirono la morte di Ôsugi, l'anarchismo, compreso quello nella sua versione più specificamente anarco-sindacalista, progredì ancora. Riscaldato dall'ondata di repressione che accompagnò i tentativi di vendetta dell'assassinio di Ôsugi-Noe, e tirando il bilancio dello stallo politico dove si trovavano confinati, gli anarchici affinarono la loro strategia. Esclusi, nel 1922, dalla Sôdômei attraverso l'alleanza (provvisoria) dei socialdemocratici e del bolscevichi, essi fondarono, nel 1926, un sindacato di ispirazione libertaria- l'Unione generale libera dei sindacati operai (Zenkoku rôdô kumiai jiyû rengôkai, abreviato in Zenjiren o anche in Jiren) - che radunò, durante il suo congresso fondatore, 400 delegati e 25 sindacati totalizzando 8400 membri, numero che progredì sino a raggiungere i 15.000 membri nel 1927 [7]. Senza essere, propriamente parlando, un'organizzazione di massa, l'Unione generale libera dei sindacati operai superava lo stretto quadro di un semplice gruppuscolo. Sosteneva, in ogni caso, il confronto con i 12.500 aderenti del Consiglio dei sindacati operai del Giappone (Nihon rôdô kumiai hyôgikai), l'organizzazione sindacale creata e controllata dai bolscevichi, che nel frattempo si erano fatti escludere dalla Sôdômei, nel 1925 [8].

Kotoku-Denjiro.jpgSe, anche dopo l'assassinio, nel 1923, di Ôsugi Sakae et d’Itô Noe, una presenza anarco-sindacalista ed anarchica si afferma all'interno del movimento operaio, non di meno Ôsugi rappresenta una figura, un personaggio dell'anarchismo. Parafrasando il titolo di un celebre libro, Quintessenza del socialismo (Shakaishugi shinzui, 1903) del suo introduttore all'anarchismo, Kôtoku Shûsui, allora in una fase, marxisteggiante, si può dire che Ôsugi riassume, in effetti, in sé una quintessenza dell'anarchismo in Giappone. Una tra le altre nel mondo, arricchendo la diversità e la molteplicità degli approcci libertari. È probabile anche, se si deve credere al rialzo della sua popolarità nell'attuale Giappone, che Ôsugi sia in grado di interessare molti giapponesi d'oggi. Ne sono testimoni, ad esempio, la pubblicazione di molte opere recenti su Ôsugi come l'appassionato interesse che gli dedica un giornalista ricercatore, Kamata Satoshi, che gli ha dedicato un libro. È probabilmente perché è moderno che Ôsugi attira. In un contesto di soffocante globalizzazione mercantile e di indifferenza dei punti di riferimento ideologici, le sue opzioni politiche- critica del capitalismo liberale, ma anche critica del totalitarismo comunista-bolscevico- suonano giusto. oltre a questa dimensione, non c'è dubbio, tuttavia, che la traiettoria personale di Ôsugi, fatta d'impegno e di vitalità, affascina, così come la sua fine drammatica, quella morte che chiuse un percorso ricco, tumultuoso e difficile ma vivo riflesso di un secolo che congiunse progresso e barbarie [9].

 

IMPORTAZIONE O SPONTANEITÀ DELL’ANARCHISMO IN GIAPPONE? 

 

Osugi--A-photograph-of-the-Heimin-sha--Commoners--Society-.jpgPer la sua aspirazione alla libertà ed all'emancipazione individuale e collettiva, l'anarchismo si rivolge agli "amanti appassionati della cultura di se stessi" (Fernand Pelloutier) e riposa su un principio universalista ed una finalità universale [10]: il suo progetto societario è valevole in ogni tempo ed in ogni luogo. Detto ciò, spazi e storie non sono omogenei. Di fatto, la formulazione teorica e pratica dell'anarchismo sorge in un contesto ben particolare che caratterizza innanzitutto i paesi industrializzati dell'Europa occidentale: il sorgere del capitalismo industriale e la creazione del proletariato (nel senso ampio del termine, cioè i lavoratori manuali o intellettuali che non dispongono dei mezzi di produzione, di scambio o di riproduzione). Se aggiungo un altro aspetto: un processo già ben avanzato di laicizzazione e di secolarizzazione  della società, condizione quasi prerequisito per ogni espansione del "né Dio, né padrone" anarchico [10].

Osugi--Common_Peoples_Newspaper.jpgDetto altrimenti, se esiste in ogni società antiche premesse teoriche dell'anarchismo (Spartaco, La Boétie, forse Spinoza per quel che riguarda l'Europa), bisogna aspettare il XIX secolo per assitere alla sua elaborazione, la sua affermazione teorica e pratica (Godwin, Proudhon, Bakunin, la Prima Internazionale...). Da questo punto di vista, l'anarchismo si pone bene nel quadro generale del socialismo. Non è un caso se le sue formulazione più spinte ad un momento ed in un luogo dato corrispondono alla situazione storico-geografica particolare, esacerbata, di un paese particolare: l'Inghilterra industriale e liberale per Godwin, la Francia post rivoluzionaria e giacobina per Proudhon, il Biennio rosso e gli inizi del fascismo per gli anarchici italiani come Errico Malatesta, Luigi Fabbri o Camillo Berneri.

Il Giappone della prima metà del XX secolo si ritrova in questa configurazione? Si può ampiamente rispondere in modo affermativo. Ôsugi ha, da poco ad ogni modo, una sintesi originale in un momento in cui la società giapponese esce dal fermento dell'era Meiji prima di cadere sotto il giogo tennô-militarista. Tutte le tendenze socialiste giapponesi hanno cercato di dare un senso appropriato al loro ideale e di non essere in bilico con la loro epoca. Non hanno mancato di apportare la loro riflessione sull'evoluzione storica del Giappone e sulle possibilità di instaurazione del socialismo in questo paese [11].

Kotoku_shusui.jpgSu quest'ultimo punto, le analisi marxiste ed anarchiche divergono fondamentalmente, ricordiamolo. La prima si iscrive in uno schema storico meccanicistico, quasi determinista, non lasciando che molto poco posto alla libertà; è consegnata alle sue proprie contraddizioni generali perché sono dei paesi ancora molto rurali e molto feudali, come la Russia del 1917 o la Cina del 1949, che sono stati acquisiti al comunismo statale e non i paesi industrializzati al movimento socialista potente come la Germania o la Francia. La seconda non crede ad un movimento prestabilito della storia e non è, malgrado quanto lasciamo percepire alcuni prismi rousseauiani erronei, né ottimista né pessimista; valuta che l'umanità è capace di progresso così come di regresso, così come l'ha formulato il geografo anarchico Elisée Reclus (1830-1905) sulla scia del filosofo Giambattista Vico.

Questa concezione anarchica dà priorità all'azione diretta e volontaria, il che non implica che essa sia irragionevole, come l'hanno considerata i suoi avversari politici all'interno del movimento socialista. In Giappone, ad esempio, Sakai Toshihiko (1871-1933), Arahata Kanson (1887-1981) o Tazoe Tetsuji (1875-1908) hanno opposto alla pretesa impazienza anarchica l'efficacia, incarnata, secondo essi, dal parlamentarismo. Questa strategia gradualista e ragionevole" non ha tuttavia impedito ad un numero significativo dei suoi sostenitori di rinunciare puramente e semplicemente al socialismo, una volta aspirati dalla spirale politica [12]. Su questo punto, Ôsugi Sakae si è mostrato profetico, per lo meno lucido, quando rivolgeva queste parole molto dure agli intellettuali erettisi in avanguardia (Akamatsu, Abe, Suzuki, Kagawa...): "Quanti ne rimarranno ad essere degni di fiducia? (...). Tra questi esperti in erbe, rimangono ancora oggi dei socialisti, anche molti. Ma quando il temporale scoppierà ed il fulmine cadrà, questi uccelli non fuggiranno su di un albero o sotto un tetto, e quanti saranno? Nemmeno uno. Si potrebbe evidentemente utilizzarne qualcuno sino a quel momento. Ma questa gente, che ha una decente preveggenza, utilizzeranno gli operai piuttosto che essere essi stessi utilizzato. Mica matti!" [13].

Il movimento anarchico non fu esso stesso al riparo da certe derive, essenzialmente terroristiche. Spesso ispirate al nichilismo russo- la cui vicinanza psicologica e socio-politica è tanto più evidente che, come quest'ultimo, esse si sono verificate in una società rurale in via di modernizzazione in cui il tennô è assimilabile allo zar,- queste derive terroristiche sono state denunciate al suo interno. Una trentina d'anni dopo l'esperienza francese, che aveva visto gli anarchici impegnarsi nel movimento sindacale dopo il breve periodo degli attentati (1892-1894), il movimento giapponese conobbe una strada simile. Dopo l'"affare dell'alto tradimento" (1910-1911) e "dell'era d'inverno" (fuyu no jidai, 1910-1914), i suoi passi lo condussero da un populismo più o meno nichilistico all'anarco-sindacalismo. Questa svolta deve molto a Ôsugi Sakae, anche se le circostanze della sua morte rilanciarono, per un certo periodo, le idee di vendetta sociale.

 

VITALISMO E MONADOLOGIA IN ÔSUGI

Oishi-Seinosuke.jpgAl di là delle tappe del suo sviluppo industriale e della sua modernizzazione, il Giappone poneva all'anarchismo delle questioni specifiche in quanto all'evoluzione del sistema dei valori e all'adeguamento dei suoi principi ad una società malgrado tutto originale in rapporto alla culla europea dell'anarchismo. Ôsawa Masamichi, uno degli esegeti giapponesi di Ôsugi Sakae, evoca a questo proposito il dibattito che, nel 1907- anno che vide in Giappone la scissione tra la tendenza "parlamentarista" e quella che spingeva all'"azione diretta" (chokusetsu kôdô), - oppose due personaggi importanti: Tazoe Tetsuji, sostenitore della prima, e Ôishi Seinosuke [14], sostenitore della seconda [15].

kropotkin grTazoe insisteva sulla necessità di "creare un movimento spontaneo della nazione giapponese", relativamente indipendente dai grandi principi tracciati in Europa. Per lui, questa "spontaneità" giapponese doveva adottare il gradualismo parlamentare, il quale diventava teoricamente giustificato e praticamente indispensabile. Al contrario, Ôishi ricordava che i dirigenti giapponesi seguivano il modello dei loro omologhi occidentali (Bismarck, Rockfeller), e che il Giappone era ormai integrato nella corsa del mondo, il che induceva che il socialismo giapponese non doveva singolarizzarsi, ma applicare i principi enunciati da Bakunin e Kropotkin.

Per Ôsawa Masamichi, è Ôsugi che ha meglio ripreso questa problematica, approfondendola. Egli sottolinea a questo proposito il riorientamento che conobbe il pensiero di Ôsugi  durante la sua seconda prigionia a Chiba, per due anni, dal 1908 al 1910, per via della sua implicazione nell'"affare delle bandiere rosse" (17 maggio 1908). Come segnalerà egli stesso in seguito, Ôsugi si è allora messo a riflettere su se stesso e sul suo impegno. A ventitré anni, Ôsugi è ancora giovane, ma ha già vissuto molto. Sballottato dai frequenti spostamenti della sua famiglia, conobbe un'adolescenza ed una giovinezza turbolenti. Suo padre, militare e simpatizzante della Kokuryûkai, era un personaggio molto autoritario e un po' limitato, ma piuttosto insignificante e senza un grande ruolo nell'ambiente familiare. Nel 1902, quando Ôsugi ha circa diciotto anni, la morte precoce della madre temuta ed adorata lo colpì molto [17].

Molto presto, il giovane è attratto dalla compagnia femminile e dalle risse. È, infatti, un sentimentale che attribuisce molta importanza all'amore ed all'amicizia, tratto di carattere che non si smentirà e che gli varrà, come attesta la sua autobiografia, numerosi conoscenze e raramente anodine.

Bakunin.gifDestinato ad una carriera militare, che egli interruppe non senza coraggio, Ôsugi si trasferì a Tokyo, dove intraprese gli studi superiori. Scoprì il cristianesimo (1902), poi l'abbandonò rapidamente per interessarsi all'anarchismo (1903), grazie a Heimin-sha ed a Kôtoku. Nel settembre del 1906, sposò Hori Yasuko. Nella prigione di Chiba, Ôsugi soffre la fama ed il freddo, ma dispone di libri, ed è ciò l'essenziale. Passando lunghe ore a studiare, decide allora di andare oltre un assorbimento un po' rapido delle sue prime letture anarchiche- Kropotkin soprattutto che aveva cominciato a leggere durante la sua prima prigionia, a Sugamo, nel 1907. Si propone di approfondire le sue acquisizioni, tentando di ripensare ciò che deve esserlo. Per lui, la base indispensabile di ogni conoscenza poggia sulle scienze naturali, l'antropologia, poi la storia, discipline che impegnate a studiare la concatenazione logica tra i fatti. Egli scrive: "Più leggo e più penso, credo che la natura è qualche parte logica e la logica è completamente inscritta nella natura. Devo ammirare la natura poiché questa logica deve essere in modo simile inscritta nella società umana, che è stata sviluppata attraverso la natura" [18].

Secondo, Daniel Colson, l'idea di "natura" copre, nella filosofia anarchica, una "nozione tradizionale e corrente (...) designante la totalità di ciò che è" [19]. Non si tratta dunque della materia inerte, della semplice fisica o anche dell'ambiente, ma della "vita" nel senso di "movimento". È la stessa cosa per Bakunin: "[...] Poiché mi vedo costretto ad impiegare spesso la parola Natura, credo dover dire qui ciò che intendo con questa parola. Potrei dire che la Natura, è la somma di tutte le cose realmente esistenti. Ma ciò mi darebbe un'idea completamente morta di questa Natura, che si presenta a noi al contrario come movimento e vita [...], la combinazione universale, naturale, necessaria e reale, ma affatto predeterminata, né preconcetta, né prevista, di questa infinità di azioni e di reazioni particolari che tutte le cose realmente esistenti esercitano incessantemente le une sulla altre" [20].

Osugi--01.jpgDopo la sua prigionia a Chiba, Ôsugi Sakae redigerà diversi testi su questo tema della "vita" (sei), inseparabile, secondo lui, dall'io, dalla libertà e dall'azione. All'inizio c'è l'azione"  (Hajime ni koî ga ari), scriverà anche un po' più tardi citando la frase che Romain Rolland riprende dal Faust [21]. Esporrà l'essenziale delle sue concezioni in L'espansione della vita (Sei no kakujû), del luglio 1913. Vi si legge: "La vita può essere capita in un senso ampio ed in un senso stretto. Io, la prendo nel suo senso più stretto, come il principio della vita dell'individuo. L'essenza di questa vita non è altra cosa che l'io. E finalmente, l'io è un tipo di energia (chikara no isshu) che obbedisce alle regole dell'energia nella dinamica dell'energia. L'energia deve apparire non appena c'è movimento, azione (dôsa), perché esistenza di energia e movimento sono sinonimi: Di conseguenza, l'attività dell'energia (chikara no katsudô) è una cosa che non si può evitare. L'azione stessa è interamente nell'energia. L'azione è l'aspetto unico dell'energia. La logica necessaria della nostra vita ci ordina dunque di agire. E di svilupparci. Ciò non significa nient'altro che l'estensione nello spazio di ciò che esiste. Ma lo sviluppo della vita deve apportare anche la pienezza della vita. La pienezza giunge inoltre inevitabilmente con lo sviluppo. Di conseguenza, pienezza e sviluppo devono essere una sola e stessa cosa.  L'espansione della vita diventa dunque il dovere della nostra unica vita. Colui che soddisfa gli implacabili bisogni della sua vita è quello che agisce effettivamente di più. La logica necessaria della vita ci ordina di scartare, di distruggere tutte le cose che ostacolano l'estensione della vita. E quando giriamo la schiena a quest'ordine, la nostra vita, il nostro io, stagna si corrompe, si distrugge" [22].

Le difficoltà sopraggiungono negli urti reciproci delle vite di ognuno. Si produce allora, secondo Ôsugi, una polarizzazione della società tra oppressori ed oppressi, tra padroni e schiavi. L'umanità sembra rassegnarsi, accontentandosi di cambiare padroni. Ma la rivolta contro questo stato di cose- che, in definitiva, ostacola l'estensione di ogni vita- è portata da una minoranza. I soprassalti della storia non devono più condurre a cambiare padroni, ma all'emancipazione di tutti e di ognuno.

Coeurderoy--disegno-di-Albin.jpgÈ in questo senso che Ôsugi afferma: "Ora che la realtà del dominio ha raggiunto il suo punto più alto, l'armonia non è la bellezza. La bellezza è nel caos. L'armonia è una menzogna. Il vero è nel caos. Non possiamo ora raggiungere l'espansione della vita che attraverso la rivolta. Non è che attraverso la rivolta che possiamo creare una nuova vita, una nuova società" (Zenshû, II, p. 34). Spesso citata a proposito di Ôsugi, questa frase- "La bellezza è nel caos"- non deve essere mal interpretata. Perché, come dice Daniel Colson, "nell'utilizzazione moderna e libertaria della parola, il caos cessa di rinviare ad un'origine temporale, superata da un avvenire lineare ed orientato dal tempo. Costituisce al contario il sostrato sempre presente di tutti i possibili di cui il reale è portatore [...]. Come molti testi libertari permettono di mostrare, da Cœurderoy a Bakunin, passando per Proudhon, l'anarchia o il caos a cui si richiama l'anarchismo non è affatto sinonimo di arbitrario, quell'arbitrario che serve da fondamento illusorio a tutte le utopia, ma al contrario di necessità, una necessità sola fondatrice della libertà anarchica nella misura stessa in cui essa esprime tutta la potenza di ciò che è" [23]. Ciò che, così come lo segnala ancora Daniel Colson, ricorda un Nietzsche che spiega come il "carattere dell'insieme del mondo è da tutta l'eternità quello del caos, in ragione non dell'assenza di necessità, ma dell'assenza d'ordine" [24].

Proudhon--di-Courbet--1853.jpgAltrimenti detto, Ôsugi attinge nel negativo dell'attuale umanità ciò che può essere il positivo della società. Società ed umanità sono vita, movimento, "dinamica" (dinamikku), per prendere un termine che sarà utilizzato da Ishikawa Sanshirô (1876-1956), uno degli anarchici giapponesi che proseguira la riflessione filosofica là dove l'aveva lasciata Ôsugi Sakae. Questa dialettica di non-risoluzione delle antinomie attraverso la sintesi si oppone risolutamente alla dialettica hegeliano-marxista in tre tempi. Ricorda quella di Proudhon- che Ôsugi non ha tuttavia letto, almeno quando  ha redatto L'Espansione della vita.

Tsuji-Jun--Traduzione-di-L-unico-di-Max-Stirner.jpgIn Il Sistema delle contraddizioni economiche del 1846, quest'opera tanto criticata da Marx, Proudhon scrive anche che "l'uomo è lavoratore, cioè creatore e poeta", poiché "produce dal suo profondo, vive della sua sostanza". Durante lo stesso passaggio, Proudhon suggerisce di tornare alla monadologia di Leibniz, a condizione che quest'ultima sia liberata dall'ipoteca divina. Quest'approccio, ripreso da Gabriel Tarde alla fine del XIX secolo, poi da Gilles Deleuze o Gilbert Simondon alla fine del XX secolo, pone in primo piano l'esistenza degli esseri individuali singolari, irriducibili ad ogni determinazione esterna: le monadi, capaci di aprirsi le une alle altre, dall'interno, di compenetrarsi reciprocamente e di selezionare, tra l'infinità dei mondi possibili, quello che conviene alla loro piena realizzazione.

La monadologia non ha nulla a vedere con la giustificazione dell'individualismo contemporaneo, che non è in realtà che un egoismo assoluto. Ôsugi Sakae strizza l'occhio a Max Stirner, figura dell'individualismo anarchico ed autore di L'Unico e la sua proprietà (1844), riprendendo il suo termine Unico (yu’itsu), ma se ne differenzia nella sua implicazione socialista. Egli fonda la sua procedura sull'individuo, in sinergia con "l'aria dei tempi" in Giappone che vede per esempio l'esordio del watakushi-shôsetsu* in letteratura, ma in una prospettiva sociale e collettiva, ciò che egli chiama "l'individualismo moderno" (kindai kojinshugi). Da qui la sua critica agli stirneriani giapponesi come Tsuji Jun (1884-1944) [25].

 

 [Traduzione di Ario Libert]  

 

Note

[1] Su Kôtoku Shûsui, vedere la bibliografia in lingua occidentale [Notehelfer (1971), Crump (1983) et Pelletier (1985)].

[2] Si tratta di Kamichika Ichiko (1888-1981), figlia di un medico erborista. Scrittrice e giornalista, raggiunge il movimento femminista Seitôsha nel 1912 ed aderisce al socialismo. Imprigionata per due anni in seguito a questo fallito tentativo di assassinio- che la storia ricorda con il nome di "affare di Hayama" o "della casa del tè di Hikage"-, Kamichika Ichiko esercitò la funzione di deputato socialista dal 1953 al 1969 e prenderà parte attiva alla legge contro la prostituzione del 1954. Sposa legittima di Ôsugi dal 1906, Hori Yasuko divorzia da quest'ultimo poco dopo il dramma. Itô Noe diventa allora la terza compagna di Ôsugi. Gli darà cinque figli (quattro femmine ed un maschio- Mako, Sachiko, Ema, Ruizu, Nesutoru - di cui due morti a tenera età). Kamichika Ichiko, che, benché poco prolissa sul soggetto nelle sue memorie del 1972, si mostra molto amareggiata di fronte a Ôsugi, non assité alla cerimonia funebre che riunì tutti gli intimi di Ôsugi alla fine del 1923. In compenso, Hori Yasuko, la sua prima moglie, vi pronunciò l'elogio di suo marito, effettuando al contempo una messa a punto della loro relazione.

[3] Komatsu Ryûji (1997).

[4] La rabbia degli anarchici sarà aggravata dal fatto che il capitano di gendarmeria responsabile dell'unità che commise l'assassinio, Amakasu Masahiko (1891-1945), non scontò che tre dei dieci anni di prigione ai quali fu condannato per il suo crimine. Liberato, si farà "onore" sul fronte della Manciuria, soprattutto durante l'Incidente della Manciuria del 1931, che iniziò la Guerra dei quindici anni.

[5] Kamata Satoshi (1997), p. 459.

[6] Testimonianza di Matsushita Yoshio, tenente dell'esercito attratto dal socialismo e che darà le dimissioni dalla sua funzione, ricordato da Yamakawa Kikue (1890-1980) nelle sue memorie (1956, p. 171).

[7] John Crump (1993), p. 78, sa Komatsu Ryûji (1972), p. 84.

[8] George Beckmann e Ôkubo Genji (1969); Stephen Large (1981).

[9] Una fine che lo stesso Ôsugi preconizzò. Dopo il colpo di pugnale di Kamichika Ichiko, ricordava spesso che era già stato seriamente ferito durante una rissa tra studenti durante la sua frequenza in una scuola di cadetti, e prediceva anche che giorno sarebbe venuto, in cui sarebbe stato ucciso da un poliziotto o un gendarme. Cfr. Thomas Stanley (1982), p. 107.

[10] "Proscritto dal Partito, perché non meno rivoluzionari di Vaillant o Guesde, anche risoluto sostenitore della soppressione della proprietà individuale, siamo inoltre ciò che essi non sono, dei rivoltosi da sempre, degli uomini senza dio, senza padroni e senza patria, i nemici irreducibili di ogni dispotismo morale o materiale, individuale o collettivo, cioè delle leggi e delle dittature- compresa quella del proletariato- e gli amanti appassionati della cutura di se stessi", Fernand Pelloutier, Lettre aux anarchistes, (dicembre 1899); cfr. Jacques Julliard, Fernand Pelloutier et les origines du syndicalisme d’action directe, Paris, Seuil, Points Histoire, 1985, 300 pp.

[11] Secolarizzazione che non fu che embrionale nei paesi islamici, il che spiega ampiamente il ritardo che vi prese l'anarchismo, ad eccezione parziale dell'Iran, del Libano e della Turchia.

[12] Per una presentazione in lingua occidentale dei dibattiti che agitarono i marxisti, possiamo rapportarci a Germaine Hoston, Marxism and the crisis of development in Prewar Japan, Princeton University Press, 1986, 406 pp.; The State, identity and the national question in China and Japan, Princeton University Press, 1994, 630 pp.; Le marxisme au Japon, Actuel Marx, 2, 1987, 218 pp.

[13] Se si mettono da parte i tenkô comunisti della metà degli anni trenta, alcuni di questi militanti sono passati anche dal socialismo al tennô-militarismo ed al nazional-socialismo.

[14] Iwayuru hyôronka ni taisuru bokura no waza. Hyôron no hyôron, [Il nostro atteggiamento di fronte a queste pretese critiche. Critica delle critiche[, Zenshû, VI, pp. 36-42, apparso in Rôdô undô, 1-3, gennaio 1920.

[15] Ôishi Seinosuke (1867-1911) è nato a Shingû (Wakayama-ken) da una famiglia di ricercatori. Medico, viaggiò molto (Oregon, Singapore, Bombay) e si interressò al socialismo a partire dal 1901. Frequentò la Heimin-sha, dove incontrò Kôtoku Shûsui. Scrisse numerosi articoli. Incriminato nell'"affare dell'alto tradimento" a seguito di false accuse, fu giustiziato.

 [16] Ôsawa Masamichi: Ôsugi Sakae et les problèmes posés par l’importation de l’anarchisme, [Ôsugi Sakae ed i problemi posti dall'importazione dell'anarchismo, presto verrà edito in Itinéraire].

[17] La morte di sua madre costituisce senz'altro uno dei passaggi salienti dell'autobiografia di Ôsugi, cfr. Byron K. Marshall, 1992.

[18] Ôsugi Sakae shokan-shû, Ôsugi Sakae kenkyû-kai, éd. Tôkyô, Kaien shobô, 1974, pp. 38-39.

[19] Alla voce Natura in Daniel Colson, Petit lexique philosophique de l’anarchisme de Proudhon à Deleuze, Le Livre de poche, Paris, 2001, 386 pp.

[20] Considérations philosophiques sur le fantôme divin, le monde réel et sur l’homme [Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e sull'uomo, [1870].

 [21] Rôdô undô to rôdô bungaku, []Movimento operaio e letteratura operaia], Shinchô, 10, 1921, Zenshû, V, pp. 59-77.

[22] Zenshû, II, pp. 30-34. Ôsugi utilizza qui il termine  katsudô che significa "attività". In giapponese, "militante" si traduce con katsudôka, oppure con "attivista". Si noterà la differenza con la semantica francese.

[23] Daniel Colson, op. cit, voce Caos.

[24] Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1881-87), § 109.

[25] Soprattutto in Kindai kojinshugi no shosô [Diversi aspetti dell'individualismo moderno], Zenshû, III, o in Yu’itsu-sha [Gli Egoisti], Zenshû III, articoli apparsi in Kindai Shisô en 1912.

* watakushi-shôsetsu, o shishōsetsu, è uno stile letterario giapponese in cui i romanzi sono narrati in prima persona ed incorporano elementi autobiografici, legato al filone letterario del naturalismo e sorto durante l'era Taishō (1912-1926), (N. d. T.). 

 

LINK al post originale:

Ôsugi Sakae (1885-1923)

 

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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31 maggio 2010 1 31 /05 /maggio /2010 22:08

Per prima cosa, tengo a scusarmi con i miei pochi lettori per la brutalità delle immagini scelte per illustrare questo post, ma ritengo sia bene ricordare come gli stalinisti di ogni risma sino a poco tempo fa (e persino i nostalgici di oggi), illustravano ideologicamente il paese di Bengodi da essi edificato a prezzo di carneficine inimmaginabili e carcerazione sociale a vita nel loro cosiddetto paradiso socialista.

Detto ciò, non è senza orgoglio che presento un altro scritto inedito di quella mente fervida e ipercritica che fu Maximilien Rubel, datato 1946, (un vero pezzo da archeologia intellettuale) e quindi addirittura precedente l'inizio della grande stagione di Socialisme ou Barbarie, (su cui avremo modo di tornare prestissimo), con traduzioni di scritti da quella stessa rivista e saggi storico critici che illustrino quell'importante serbatoio di critica ed analisi storico-sociologica ed elaborazione ideologica, nonché la figura ed i contributi teorici di Rubel stesso.

 

 


 

 

 

Sul regime e contro la difesa dell’U.R.S.S.



di Cornelius Castoriadis



La politica rivoluzionaria che, un tempo, consisteva essenzialmente nella lotta contro gli strumenti diretti del dominio borghese (Stato e partiti borghesi), si è da molto tempo complicata con l'apparizione di un nuovo compito non meno fondamentale: la lotta contro i propri partiti che la classe operaia si era creati per la sua liberazione e che, in un modo o nell'altro, lo avevano tradito.
 
Questo processo di putrefazione permanente dei vertici ha assunto una tale importanza che è impossibile elaborare oggi una politica rivoluzionaria coerente ed efficace senza possedere una concezione netta della sua natura e della sua dinamica. L'esperienza fondamentale su questo punto si formula così: la socialdemocrazia, creata in un periodo in cui il proletariato e la borghesia erano le sole forze di polarizzazione, le sole fonti di potenza autonome sulla scena politica, non poteva tradire il primo per passare nel campo dell'altra, che seguendo una politica sempre più apertamente borghese.
 
Lo stalinismo per contro, per quanto abbia mostruosamente tradito la rivoluzione proletaria, non seguì non di meno una linea politica indipendente ed una strategia autonoma ed opposta a quella della borghesia, non meno che a quella del proletariato. Dove si trova la causa di questo fenomeno e come potremmo venire a capo degli ostacoli che crea alla rivoluzione? Dalla giusta soluzione di questo problema dipende tutto nel momento attuale. Ma questa soluzione è possibile solo se si parte dall'analisi realista e priva di ogni pregiudizio dottrinario della società in cui lo stalinismo si è pienamente realizzato e da cui trae la maggior parte della sua virulenza politica- della società sovietica.
 
 
 
I. La società sovietica

 

a: L'economia 

urss-20-218-.jpgSe è incontestabile che non si può comprendere la società sovietica se non analizzandone le basi economiche, non è meno vero che per lo studio delle sue basi è indispensabile sbarazzarsi di ogni formalismo giuridico. Sino ad oggi, infatti, si credeva aver detto l'essenziale su questa economia quando si menzionavano la nazionalizzazione e la pianificazione che ne costituiscono i tratti dominanti; poi, senza chiedersi quale significato reale hanno acquisito questi tratti nell'insieme dialettico della via sociale sovietica, si indicavano le parti corrispondenti al programma socialista e si gridava trionfalmente: per lo meno, le basi socialiste sussistono nell'economia sovietica.

urss.jpgUn abbozzo di ragionamento simile, che dimentica che le realtà sociali ed economiche si trovano molto spesso al di là della formula giuridica che le copre, avrebbe portato a riconoscere la realizzazione perfetta dell'eguaglianza civica nella democrazia borghese, la cui impostura è stata molte volte denunciata da Lenin; avrebbe portato ad ignorare anche lo sfruttamento che ha luogo nella società capitalista, poiché il diritto borghese ignora a parole il capitale, il plusvalore, ecc; ci avrebbe condotto dall'analisi economica materialista di Marx al giuridicismo dei classici e del XVIII secolo.  

urss-20-205-.jpgSi tratta dunque, nello studio dell'economia sovietica, come in quella di ogni altra economia, di sapere come si effettuano, attraverso ed al di là del camuffamento giuridico, la produzione e la distribuzione, altrimenti detto: chi dirige la produzione e, di conseguenza, chi possiede l'apparato della produzione e, chi ne trae vantaggio?

Le categorie sociali fondamentali tra le quali si svolgono i processi economici sono:

 -il proletariato, formato dall'insieme dei lavoratori che sono incaricati di un semplice lavoro di esecuzione;

  -l'aristocrazia operaia, che comprende l'insieme dei lavoratori qualificati;

 -la burocrazia, che raggruppa le persone che non partecipano al lavoro di esecuzione ed assumono la direzione del lavoro degli altri.

 

urss-20-219-.jpgEvidentemente, come sempre, i limiti tra queste tre categorie non sono rigide. Questa distinzione è essenzialmente basata su un criterio tecnico; ma questa base tecnica è necessariamente legata a delle conseguenze economiche, sociali e politiche. Perché su questa distinzione è fondata in URSS la soluzione dei due problemi capitali di ogni organizzazione economica: il problema della direzione della produzione e quello della sua ripartizione. 

urss-20-222-.jpgLa direzione della produzione è unicamente affidata alla burocrazia. Né l'aristocrazia operaia né il proletariato prendono alcuna parte a questa direzione. Questa direzione avviene, anche all'interno della burocrazia, in maniera dittatoriale, che non concede al burocrate medio che dei margini di iniziativa estremamente limitati in quanto alla concretizzazione della parte del piano che riguarda il suo settore. Questo in quanto alla forma. In quanto all'essenza, e cioè in quanto a sapere quali sono le direzioni che imprime il vertice burocratico al processo economico e quali sono le considerazioni coscienti, inconsce o imposte dalle cose che dettano, lo esamineremo dopo. 

urss-20-449-.jpgLe condizioni di validità della legge del valore (principalmente: proprietà ed appropriazione privata, contabilità separata di ogni impresa, libertà del mercato, ecc.) difettano nell'economia sovietica. D'altra parte, la pianificazione, combinata dalla statizzazione ed abbracciante l'insieme dell'economia, fa sì che l'automatismo economico è sostituito, all'interno di certi quadri molto generali, dalla direzione umana cosciente dell'economia. È per questo che possiamo dire che, nell'economia sovietica, della legge del valore non resta che questa formula molto generale, che il valore dell'insieme dei prodotti è eguale alla somma del lavoro astratto socialmente necessario alla loro produzione.

urss-20-691-.jpgA parte ciò, è l'arbitrio burocratico che regola la distribuzione, cioè che determina i salari; quest'arbitrio non conosce che due limiti economici obiettivi: per quel che riguarda il lavoro semplice, il salario non può essere inferiore al minimo vitale (limite inoltre estremamente elastico, come l'esperienza dei due primi piani quinquennali hanno dimostrato);- per quel che riguarda il lavoro qualificato, il salario si determina secondo la rarità relativa di questa specie di lavoro, tenendo conto dei bisogni del consumo o di quelli considerati come tali dal piano. A parte ciò, l'arbitrio burocratico regola tutto, legato evidentemente dalle leggi psicologiche di godimento ottimale da considerazioni di politica generale. All'interno della burocrazia, la distribuzione si fa seguendo i rapporti di forza, similmente al modo in cui si effettua la distribuzione del plusvalore totale tra i gruppi ed i trust imperialisti.

urss-20-414-.jpgLa dinamica di questa economia è caratterizzata dall'assenza di crisi organiche, effetto della pianificazione quasi completa. Il suo equilibrio, di conseguenza, non può essere messo in causa che dall'effetto dei fattori esterni, il che sembra dovere, se un giorno essa dovesse giungere a dominare il pianeta, conferirle una stabilità interna mai prima conosciuta nella storia.

Quando vogliamo definire questa forma economica diventa evidente che essa non presenta nessuna analogia con l'economia capitalista, perché, malgrado la persistenza dello sfruttamento e la monopolizzazione della direzione della produzione da parte di uno strato sociale, le leggi economiche vi sono forzatamente differenti; d'altra parte, dei quattro elementi fondamentali ed indivisibili dell'economia socialista e cioè:

 abolizione della proprietà privata;

 pianificazione;

 Abolizione dello sfruttamento;

direzione della produzione da parte dei produttori;

essa non presenta (e sotto forti riserve) che i primi due, i meno importanti; invece di avvicinarsi sempre più alla realizzazione di questi scopi fondamentali, l'economia sovietica li ha completamente abbandonati- senza avvicinarsi per ciò al modo di produzione capitalista. Né capitalista né socialista e nemmeno in marcia verso una di queste due forme, l'economia sovietica presenta un nuovo tipo storico, il cui nome poco importa in realtà quando se ne conosce la sostanza.

 

b: La politica

urss-20-477-.jpgIn quanto al regime politico, il suo carattere totalitario è stato molte volte descritto che è superfluo insistervi sopra. Bisogna semplicemente menzionare che questo regime, accanto alla dittatura poliziesca, comporta un'ascendente ideologico sulle masse, una "statizzazione delle idee", tale che essa autorizza a parlare di "alterazione della coscienza delle masse" nella società sovietica nel momento attuale.

 

c: "Stato operaio degenerato"

È chiaro che la denominazione di uno Stato di fatto è una semplice convenzione e che tutti i termini sono validi, a condizione che ci si intenda sul loro contenuto e che essi non comportino dei pericolosi malintesi attraverso i loro effetti politici. È da questo punto di vista che deve essere affrontato e condannato il termine "Stato operaio degenerato" impiegato a proposito dell'URSS. La struttura di quest'espressione implica che il fatto fondamentale dell'attuale realtà sovietica si trovi nel suo carattere di Stato operaio e che, per spiegare alcune sfumatura, si debba ricorrere alla nozione di degenerazione. Ora, non c'è nulla del genere. La degenerazione è da molto tempo superata poiché è giunta alla maturità completa; l'evoluzione è giunta a tal punto che, attraverso la creazione di nuove forme con dei nuovi contenuti, permette di afferrare il fenomeno nel suo attuale funzionamento per così dire "indipendentemente" dalla sua provenienza.

 

urss-20-279-.jpgLa statizzazione e la pianificazione svolgono oggi un ruolo fondamentale nell'economia sovietica; ma dire che, nel loro attuale contenuto, esse bastano a dare un carattere anche un po' "operaio" allo Stato sovietico; vuol dire attribuire un significato al diritto indipendentemente dal reale processo economico, è sostituire l'analisi economica marxista ad un giuridicismo astratto; è ancora separare l'economico dal politico in un modo schematico ed inaccettabile per lo studio dell'epoca attuale. Se la statizzazione in URSS basta per conferire a questo Stato il nome (preso con un significato attivo) di "Stato operaio in degenerazione", perché le statizzazioni di un paese borghese non basterebbero a conferirgli il nome di Stato operaio in gestazione?

 

urss_staline.jpgLa questione non è di sapere se ci sia statizzazione, ma per chi ed a profitto di chi è instaurata o mantenuta questa statizzazione. Se nella società capitalista classica la potenza economica rimane distinta dal potere politico e se lo appropria in quanto oggetto esterno ad essa, il processo storico ha rovesciato poco a poco questo schema: già durante l'epoca imperialista la distinzione, tanto reale quanto personale, del potere politico e del potere economico, appariva come caduco; nella società sovietica è impossibile persino concepirla. Una situazione tecnica ed economica determina una struttura politica, che, da questo momento, regge l'economia, mentre l'importanza dell'automatismo delle leggi economiche diminuisce sempre più. È per questo che il solo criterio permettente di dare una definizione sociologica dell'URSS è il seguente: chi detiene il potere politico ed a profitto di chi lo esercita? La risposta a questa domanda non può essere che la seguente: il potere politico (e di conseguenza, anche la potenza economica) è detenuta da uno strato sociale i cui interessi sono assolutamente contraddittori nella sostanza con quelli del proletariato sovietico e che esercita questo potere per i suoi propri interessi contro-rivoluzionari. Questo strato non ha nulla in comune con la classe operaia, né con la classe capitalista. Essa costituisce, così come lo Stato che essa dirige e che essa esprime, una nuova formazione storica.

 

 II : La politica rivoluzionaria in U.R.S.S.

 

a: Rivoluzione politica o rivoluzione sociale 

urss-20-478-.jpgLa strategia e la tattica della IV Internazionale e della sua sezione russa verso questo stato di cose deve essere nettamente ed interamente rivoluzionaria. La questione di sapere se possiamo definire in modo scolastico la rivoluzione da compiere in URSS come una rivoluzione politica o sociale presenta poco interesse, se ci rendiamo conto dei compiti da realizzare. Bisogna per di più comprendere che il fondo pratico di questa distinzione non si trova nella necessità di effettuare oppure non una trasformazione dei rapporti di proprietà, ma in questo: possiamo conservare l'apparato statale con dei semplici cambiamenti nel personale dirigente ed i posti di responsabilità (rivoluzione politica) oppure quest'apparato dev'essere spezzato e ricostruito di nuovo in forme nuove (rivoluzione sociale)? Ora, è evidente che è questo secondo caso che si presenterà in URSS quando la classe operaia rovescerà Stalin.

urss-3.jpgPoiché la struttura reale dello Stato sovietico non conserva essenzialmente nulla che possa differenziarlo in generale da non importa quale altro apparato storico di dominio da una classe sull'altra. Quando la rivoluzione sarà compiuta in URSS, bisognerà non soltanto sostituire il partito al potere con il nostro, non soltanto far rivivere o piuttosto rinascere gli strumenti del potere operaio, i soviet (perché i soviet di oggi non ne hanno che il nome), ma bisognerà creare anche dei nuovi strumenti di controllo, perché uno dei fattori favorevoli allo sviluppo della burocrazia consiste nel fatto che durante il periodo 1917-1923 la direzione bolscevica non ha potuto esprimere praticamente tutta la diffidenza che doveva ispirargli questa burocrazia. Quel che Trotsky chiama il secondo aspetto della rivoluzione permanente e che concerne la rivoluzione socialista stessa, il cambiamento continuo di pelle, deve trovare la sua applicazione anche nella regolamentazione dei rapporti politici e statali dopo la vittoria della rivoluzione.

b: Difesa dell'URSS e rivoluzione

urss-mascherine.jpgI grandi punti della strategia e della tattica rivoluzionarie rimangono dunque validi anche per la rivoluzione anti-burocratica, con riserva di adattamento adeguato. È quel che detta oggi imperiosamente l'abbandono della parola d'ordine della "difesa dell'URSS". Anche per coloro che ammettono l'esistenza di basi socialiste nell'economia sovietica, è chiaro che la salvezza finale di queste vestigia dipende dalla vittoria della rivoluzione su scala mondiale e che l'ostacolo n° 1 per questa vittoria si trova nella burocrazia staliniana. La lotta contro questa burocrazia costituisce dunque il compito fondamentale per il proletariato sovietico. Questa lotta in tempo di guerra è compatibile con la "difesa dell'URSS"? Evidentemente no. Sviluppare questa lotta significa ad esempio gli scioperi, le manifestazioni, minare l'apparato di repressione e inceppare il funzionamento in generale dell'apparato statale, provocare l'insurrezione nell'esercito, ritirare i reggimenti in rivolta dal fronte e farli marciare sulla capitale, ecc. La guerra, come la rivoluzione, è un blocco. Non si può condurre l'una che abbandonando l'altra. La "lotta sui due fronti" rileva della strategia da cattedra e non è mai esistita in pratica, perché inevitabilmente arriva il momento in cui l'una delle due lotte dovrà prevalere sull'altra.

urss-20-300-.jpgCi si chiede molto spesso: possiamo augurare la vittoria di un imperialismo sullo stalinismo, si può rimanere indifferenti al risultato della lotta che avrebbe come conseguenza di abolire le "basi socialiste" dell'economia sovietica? Si può rispondere molto facilmente domandando in cosa l'esistenza di queste basi costituisce oggi un fattore favorevole per lo sviluppo della rivoluzione mondiale. Si potrebbe anche evidenziare che queste obiezioni dimostrano una mentalità arretrata, che crede all'importanza distaccata di vittorie o di non-sconfitte locali ed isolate per venti o trenta anni, indipendentemente dal processo internazionale.

Ma il fatto essenziale si trova altrove. Si trova nell'ignoranza completa dell'ABC del marxismo di cui danno prova le persone  che credono che all'epoca attuale una rivoluzione in tempo di guerra sia possibile all'interno di un paese senza che ciò implichi un'alta temperatura rivoluzionaria mondiale e senza che la vittoria di questa rivoluzione trascini anche per gli altri paesi una crisi capace per lo meno di legare le mani ad un intervento contro-rivoluzionario. È nei fatti questa considerazione che ha dettato o che doveva dettare la nostra politica disfattista all'interno dei paesi in guerra contro l'Asse. È anche questa fiducia nelle nostre idee e nella solidarietà internazionale del proletariato che deve guidare la nostra politica in URSS.

Beninteso, non si tratta di sostituire ora e su scala internazionale la propaganda difensista con la propaganda disfattista. La parola d'ordine della "rivoluzione indipendentemente da ogni rischio di sconfitta" è una parola d'ordine che ha un significato principalmente per la sezione russa. Per l'Internazionale in generale sarebbe inopportuno e pericoloso sottolineare in un modo speciale e di farne un punto centrale di propaganda. Senza mai perdere di vista la solidarietà internazionale del movimento, il proletariato di ogni paese deve lottare contro i suoi propri carnefici. Quel che importa oggi per L'Internazionale, è di avere una concezione chiara della natura dello stalinismo e di sbarazzarsi della deprecabile confusione creata dalla coesistenza mostruosa delle parole d'ordine "rivoluzione contro la burocrazia" e "difesa dell'URSS".

 

Nota sulla tesi Lucien, Guérin, Darbout

 

urss-20-731-.jpgQuesta tesi, con delle conclusioni pratiche con le quali siamo d'accordo (abbandono del "difensismo", disfattismo rivoluzionario in URSS), presenta accanto a delle lacune (mancanza di giustificazione del disfattismo, mancanza di un saggio di legame organico tra il fenomeno  della degenerazione russa e la società capitalista), alcuni errori a nostro avviso molto essenziali perché se ne dicano poche parole.

Dopo aver, a giusto titolo, criticato il giuridicismo dovuto alla formula delle leggi invece di osservare la realtà economica, e dopo aver detto in sostanza che la collettivizzazione dell'economia sovietica non significa nulla a causa dell'espropriazione politica del proletariato, i compagni L., G., e D. scrivono a proposito delle nazionalizzazioni in Europa orientale "che esse non differiscono assolutamente da quelle che possiamo vedere in Europa occidentale". Ora, precisamente in questo caso è l'espropriazione politica della borghesia che rende queste nazionalizzazioni significative: la monopolizzazione, effettuata o in corso, del potere politico da parte dei partiti comunisti in questi paesi, rende la burocrazia staliniana padrona dei mezzi di produzione nazionalizzati, allo stesso modo, in generale, come lo è la burocrazia russa, benché in modalità diverse. Il che mostra ancora una volta che lo stalinismo persegue in questi paesi, sotto una prospettiva di breve i medio periodo, la politica che conduce su scala mondiale con una prospettiva di lungo termine, e cioè, una politica di assimilazione.

urss-20-211-.jpgIl che ci porta ad un altro errore fondamentale dei compagni L., G., e D., consistente nell'identificare l'antitesi stalinismo-imperialismo con non importa quale antitesi imperialista; il che implica un'indifferenza in quanto al regime interno dei paesi occupati dall'Armata rossa e alle differenze fondamentali, della proposizione  propria dei compagni, che presenta con quella dei paesi occupati dall'imperialismo; il che ci lascia completamente al buio quando si tratta di sapere perché lo stalinismo si appoggia, nella sua lotta contro gli imperialisti, sul movimento operaio degli altri paesi. I compagni comprendono perfettamente che il regime sovietico non è socialista e che non è obbligato per questo ad essere capitalista; perché non possono comprendere che la sua politica estera, per non essere rivoluzionaria, può ben essere non capitalista, e cioè anticapitalista? È per questo il termine "espansionismo burocratico" è di molto preferibile a quello di "imperialismo", sfumato in non importa quale modo.

 

Maximilien Rubel

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

  

LINK al post originale:
Sur le régime et contre la défense del l'U.R.S.S.

 

LINK interni:

Maximilien Rubel, Karl Marx e il socialismo populista russo, (1947)

 

 

LINK al progetto di scannerizzazione totale della rivista Socialisme ou Barbarie:

Socialisme ou Barbarie

    

 

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23 maggio 2010 7 23 /05 /maggio /2010 19:32

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Karl Marx e il socialismo populista russo

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Maximilien Rubel

  

I. Storia di una dimenticanza storica

 

Plekhanov.jpg
All'inizio degli anni 80 del XIX secolo, la colonia dei rivoluzionari russi rifugiata a Ginevra accolse nei suoi ranghi molte nuove reclute che avevano svolta la loro militanza iniziale nel primo movimento socialista  che conobbe la Russia degli zar: il populismo (narodnicestvo) [1]. (Quattro di questi nuovi arrivati saranno, alcuni anni più tardi, i pionieri della socialdemocrazia russa di orientamento marxista: Georgij Valentinovič Plechanov, Pavel Axelrod, L. Deutsch e Vera Zasulich [2].
 
Axelrod.gifPrima della loro conversione al Marxismo, essi erano appartenuti ad una delle organizzazioni illegali del movimento populista che, nel 1879, dopo il mancato attentato dell'istitutore A. Soloviev contro Alessandro II, si era scisso in due frazioni: il gruppo detto Frazione Nera (Tchnorny Perediel) e quello di Volontà del popolo (Narodnaia Volia). Unanimi sullo scopo da raggiungere- il loro programma era insomma la realizzazione del socialismo agrario sognato da tutti gli ideologi populisti, da Herzen a Cernyševkij ed a Lavrov - essi erano in disaccordo sui metodi di lotta da impiegarsi nella prospettiva di rovesciare il regime zarista.

Lev-Grigoriyevich-Deich--alias--Leo-Deutsch.gifMentre il primo gruppo voleva rimanere fedele alle tradizioni populiste intensificando la propaganda nei villaggi e rifiutando di dare alla loro andata verso il popolo un significato politico, il secondo proclamava la necessità di entrare nella lotta diretta sistematicamente condotta  contro l'autorità, per accelerarne l'affondamento e raggiungere così un obiettivo politico importante: la convocazione di un'assemblea costituente.

Vera-Zasulich.jpgI quattro emigrati si erano uniti alla frazione dello Tchony Perediel. Espatriando, non pensavano di mettersi al riparo delle persecuzioni poliziesche e rinunciare alla lotta rivoluzionaria e non era un caso se essi avevano scelto la città di Ginevra come luogo di incontro. Tranne Pavel Axelrod, nessuno di essi aveva ancora raggiunto la trentina. Essi provavano il bisogno di istruirsi e di conoscere il movimento socialista occidentale il cui teorico di genio aveva acquisito nei mezzi universitari russi una reputazione prodigiosa. È a Ginevra che si era formata la sezione russa dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, sezione che, sin dal 1870, aveva incaricato Karl Marx di rappresentarla in seno al Consiglio generale di Londra. Certo, l'Internazionale aveva allora cessato di esistere, ma era noto che Marx continuava a intrattenere con gli ambienti rivoluzionari russi di Ginevra dei rapporti stretti e ad intervenire nelle polemiche tra i discepoli del defunto Bakunin ed i "marxisti".

Chernychevsky.jpgI giovani narodniki parteciparono attivamente alle discussioni tra i diversi gruppi in un'atmosfera di libertà che essi non avevano conosciuto prima di aver abbandonato la loro patria. Un solo problema turbava i loro spiriti nutriti delle idee e dell'idealismo di Chernychevski (il cui messaggio era loro giunto dalle più remote profondità della Siberia), di Lavrov, di Mikailovski e di Tkatchev: i destini della Russia. La lettura del Capitale-tradotto in russo sin dal 1872- la censura zarista avendone autorizzata la pubblicazione, "benché l'autore fosse un socialista convinto, il rigore scientifico dell'opera lo rende difficilmente accessibile al lettore comune"- doveva far vacillare le nazioni dell'Occidente sulla via verso il socialismo. Non era logico che essi attribuissero a se stessi questa frase della prefazione del Capitale destinata al lettore tedesco, scettico in quanto allla sorte riservata al suo paese dall'"ineluttabile necessità" dello sviluppo capitalista, frase che terminava con l'adagio latino: De te fabula narratur, è la tua storia che racconto? E, qualche riga oltre, Marx non intendeva la Russia quando affermava che "il paese più sviluppato industrialmente non fa che mostrare al paese meno sviluppato l'immagine dell'avvenire che lo aspettava?".  E più in là ancora, non è della Russia che si parlava quando, tra l'altro, si leggeva: "Ogni nazione può e deve andare alla scuola dagli altri. Anche quando una società ha scoperto la legge naturale, che presiede al suo movimento... non può  né superare con un salto né abolire con dei decreti le fasi del suo sviluppo; ma può abbreviare e alleviare le doglie del proprio parto"?
 
Lavrov.jpgI populisti si sentivano schiacciati sotto il peso del pesante apparato di ragionamenti scientifici con il quale Marx esponeva la legge bronzea dell'evoluzione sociale. Eppure,- la traduzione russa del Capitale non aveva come autori due narodniki di chiara fama, Nikolai-on, (pseudonimo di Nikolai Danielson); e Lopatin, noti per la loro incrollabile fede nel genio eccezionale del contadino russo? Non era noto, inoltre, che Piotr Lavrov, militante intrepido nel corso degli anni 1860-70 dell'organizzazione populista rivoluzionaria Zemlia i Volia (Terra e Libertà), autore anonimo delle Lettres historiques écrites en Sibérie, la cui influenza era stata profonda sull'intellighentia, viveva,  dopo aver preso la strada dell'esilio e collaborato ai progetti dell'insegnamento popolare elaborarti dalla Comune del 1871, in intimità di Marx e  di Engels, a Londra, dove dirigeva la rivista socialista Vperiod! (Avanti!) nel migliore spirito del narodnitchestvo [3]? E nella postfazione della seconda edizione del Capitale, così opprimente per ogni populista bruciante dal desiderio di vedere trionfare la sua causa, Marx non parlava di N. Chernychevski, apostolo e martire del populismo, come del "grande erudito e critico russo"?

Nikolai-Konstantinovich-Mikhailovsky.jpgNon è affatto improbabile che i nostri quattro narodniki siano espatriati con il solo pensiero di trovare, a Ginevra, una risposta definitiva a tutti questi interrogativi sconcertanti e che, una volta in questa città, essi abbiano preferito sollecitare Marx, per ricevere la soluzione del problema che era la loro ragione di vivere e di lottare: la Russia può seguire la propria via rivoluzionaria  differente da quella del mondo occidentale e del suo mostruoso sistema economico?

Marx.jpgIl 16 febbraio 1881, Vera Zasulic inoltrò, a nome del suo gruppo, una lettera a Karl Marx in cui ricordò, innanzitutto, la grande popolarità  di cui godeva il suo Capitale in Russia, i cui rari esemplari sfuggiti al sequestro erano "letti e riletti dalla maggior parte delle persone più o meno istruite [4]" di questo paese. "Ma, scriveva, quel che ignorate probabilmente è il ruolo che il vostro Capitale svolge nelle nostre discussioni sulla questione agraria in Russia e sulla nostra comune rurale". Le idee di Chernychevski, lungi dall'essere state dimenticate dopo la sua partenza per l'esilio, conobbero al contrario un successo crescente. In quanto al problema della comune rurale: la vita e la morte del "partito socialista" russo dipende dalla soluzione che gli si dà. Da questo modo di vedere o da un altro [5], su questa questione dipende anche il destino personale dei nostri socialisti rivoluzionari". È vera Zasulic a porre l'alternativa seguente in cui enuncia con una perfetta chiarezza e con il massimo di coincisione le prospettive teoriche dello sviluppo economico e sociale della Russia: "Delle due una: o questa comune rurale, affrancata dalle esigenze smisurate del fisco, dai pagamenti ai signori e dall'amministrazione arbitraria, è capace di svilupparsi sulla strada socialista, cioè ad organizzare a poco a poco la sua produzione e la sua distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche. In questo caso il socialista rivoluzionario deve sacrificare tutte le sue forze all'affrancamento della comune ed al suo sviluppo.

Danielson.jpg"Se al contrario la comune è destinata a perire, non resta al socialista, in quanto tale, che dedicarsi ai calcoli più o meno malfondati per scoprire in quante decine d'anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia, in quante centinaia di anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell'Europa Occidentale. Dovranno allora fare la loro propaganda unicamente tra i lavoratori delle città che saranno continuamente diluiti nella massa dei contadini, la quale a seguito della dissoluzione della comune, sarà gettata sul lastrico delle grandi città alla ricerca del salario".

Das-Kapital.jpgLa lettera mette in seguito in gioco i Marxisti (sic!) che basando le proprie affermazioni sull'autorità del loro maestro, dichiarano che "la comune rurale è una forma arcaica che la storia, il socialismo scientifico, in una parola tutto quanto c'è di più indiscutibile, condannano a perire". Quando si obietta a questi sedicenti discepoli di Marx che quest'ultimo, in Il Capitale (tomo I), non tratta della questione agraria e non parla della Russia e che, di conseguenza, la condanna della comune contadina non potrebbe essere dedotta dalle teorie marxiane, la replica è la seguente: Marx l'avrebbe detto, se parlava del nostro paese. Terminando, Vera Zasulich chiede a Marx, con manifesta insistenza, di esporre, magari se non in modo dettagliato, almeno sotto  forma di lettera - che verrebbe pubblicata in Russia - le sue idee sul "possibile destino" della comune rurale e sulla "teoria della necessità storica per tutti i paesi del mondo di passare attraverso tutte le fasi della produzione capitalista".

Marx, ha risposto a questa lettera?

Marx-e-Lopatin.jpgTrenta anni trascorsero prima che questa domanda fosse posta per la prima volta: nel 1911, David Riazanov, ordinando le carte di Marx conservate da Paul Lafargue, scoprì diversi fogli in-ottavo pieni di una scrittura minuta, familiare al ricercatore sperimentato. Vi erano numerose cancellature, numerosi passaggi intercalati ed aggiunti, poi di nuovo cancellati. Riazanov comprese presto che si trattava di diverse brutte copie di una risposta scritta da marx alla lettera di Vera Zasulic del 16 febbraio 1881. Una di queste brutte copie reca la data 8 marzo 1881 e sembrava essere la risposta definitiva di Marx.

Spinto da una legittima curiosità, Riazanov scrisse innanzitutto a Plechanov per chiedergli se avesse conoscenza di una risposta di Marx alla lettera di Vera Zasulich. Plechanov gli rispose di non saperne nulla. Il risultato fu identico, quando Riazanov pose la stessa domanda a Vera Zasulich e, probabilmente anche a Pavel Axelrod. Nessuno degli antichi membri del Tchony Perediel si ricordava più se Marx aveva risposto alla loro domanda che, come diceva Vera Zasulic nella lettera che aveva indirizzato in nome dei suoi amici, era per essi "una questione di vita o di morte".

Ora, non è che dodici anni più tardi che l'enigma fu risolto, la lettera di Marx essendo stata ritrovata negli archivi di Pavel Axelrod, a Berlino [6].


Engels.jpgChe gli antichi narodniki e tra di essi la destinataria della lettera di Marx abbiano dimenticato in modo così definitivo il fatto che l'autore di Il Capitale aveva preso posizione nei confronti del narodnicestvo non può mancare di meravigliare. Così Riazanov si vede obbligato a riconoscere "che questa dimenticanza, proprio a causa del particolare interesse che una simile lettera doveva suscitare, possiede uno strano carattere ed offre probabilmente allo psicologo specialista uno degli esempi più notevoli dell'insufficienza straordinaria del meccanismo della nostra memoria [7].
 
Senza invadere il campo dello psicologo professionista, possiamo tuttavia formulare alcune ipotesi suscettibili di darci la chiave di un oblio che saremmo tentati di assimilare ad una cospirazione del silenzio.
  
Tkacev.jpgMa prima  di azzardare una di queste ipotesi, potremmo, in tutta logica, supporre che la risposta che Marx aveva inviato alla sua interrogatrice non aveva fatto che confermare le argomentazioni per mezzo delle quali i "marxisti" russi di Ginevra, forti dell'autorità del loro maestro, avevano demolito le tesi o piuttosto le illusioni dei populisti. Questi ultimi non avrebbero, di conseguenza, appreso nulla di nuovo nella lettera di Marx che, diamo alla nostra supposizione il massimo di verosimiglianza- si sarebbero attenuti alle teorie scientifiche generali sviluppate nella sua opera principale. Questa supposizione sembra tanto più legittima in quanto sapiamo che, due anni appena dopo l'invio della Lettera di Vera Zasulich, quest'ultima ed i suoi amici del Tchorny Perediel erano diventati marxisti.
 
Così, nella prefazione che egli scrisse per la traduzione russa di Socialismo utopistico e Socialismo scientificodi Frederich Engels (Ginevra, 1884), Vera Zasulich segnala, con un tono di assoluta convinzione, l'irresistibile processo di disgregazione della comune rurale russa la cui autonomia ancestrale era visibilmente in fase di sbriciolarsi a profitto del contadino ricco, il kulak, facendo apparire la tendenza crescente verso un'accumulazione capitalista dovuta all'estensione della grande industria. Il destino della Russia essendo indissolubilmente legato a quello dello sviluppo dell'Europa occidentale, nulla poteva più arrestare questa decomposizione del mir [8], a meno che una rivoluzione socialista in Occidente, ponendo anche termine al capitalismo in Oriente, trovi ancora alcuni residui dell'antica proprietà comunale e li salvino dalla sparizione totale. Quest'ultima restrizione era, sotto la penna di Vera Zasulich, come unica concessione che era disposta a fare al populismo che aveva da poco abbandonato.  

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Da parte sua, Plechanov, nel suo libro Le nostre differenze del 1883, polemizando con il populista Tkacev, ruppe deliberatamente con il suo passato di Narodniki: era diventato, con Vera Zasulich e Pavel Axelrod, il fondatore della prima organizzazione marxista russa, il gruppo detto dell'Emancipazione del Lavoro da cui nascerà più tardi il partito socialdemocratico russo. Oramai, non è più il contadino che sarà considerato come il motore umano della futura rivoluzione russa, ma l'operaio delle città.
 

II. Abbozzo di una teoria dello sviluppo storico della Russia

Volgiamo ora la nostra attenzione verso le copie di prova della lettera-risposta di Karl Marx così come esse furono rese pubbliche nel 1925, ed esaminiamo se queste note contengono gli elementi di una teoria sullo sviluppo economico e sociale della Russia, e se questi elementi erano di natura a fornire una giustificazione teorica al rigetto delle concezioni populiste così come fu fatto dagli ex-narodniki, diventati marxisti.  

Su quattro, tre sono molto più lunghe della lettera definitiva stessa, una, quella che reca la stessa data della lettera, è più corta di quest'ultima. Sulle tre copie di prova di grandi dimensioni, una è circa undici volte più lunga, e le due altre sono circa cinque volte più lunghe della lettera propriamente detta, contando le numerose ripetizioni [9]. 

Cerchiamo di evidenziare dall'insieme di questi abbozzi di una teoria sociologica dello sviluppo della Russia le principali tesi esposte da Marx in risposta alle domande formulate nella lettera di Vera Zasulich:

  

1. - La genesi del capitalismo ed il problema dello sviluppo economico della Russia.

  

Alexander_Herzen_by_Vallotton.jpgAlla base della genesi del modo di produzione capitalista, c'è, ricorda Marx citando il Capitale, "la separazione del produttore dai mezzi di produzione" e, più particolarmente, "l'espropriazione dei coltivatori". Questo processo si è compiuto sino ad ora, nel modo più radicale in Inghilterra, ma "tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale percorreranno lo stesso movimento".

Marx sottolinea con particolare insistenza il fatto di aver "espressamente" ristretto la "fatalità storica" di questo movimento ai paesi dell'Europa occidentale [10].  

Già nella sua replica a Nikolai Michajovskij, che egli redasse in francese nel 1877, e che si astenne a rendere pubblica - essa fu scoperta dopo la sua morte e pubblicata nel 1884- Marx si era opposto contro il tentativo dei suoi interpreti di presentare il suo abbozzo sulla genesi del capitalismo nell'Europa occidentale come una "teoria storico-filosofica del cammino generale, fatalmente imposto a tutti i popoli, qualunque siano le circostanze storiche in cui essi si trovino posti". Per confondere questi esegeti troppo zelanti, Marx aveva richiamato alcuni passaggi del Capitale che trattavano le sorti dei plebei dell'antica Roma. "Erano originariamente dei contadini liberi, che coltivavano, ognuno per proprio conto, le loro piccole particelle. Nel corso della storia romana, essi furono espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai loro mezzi di produzione e di sussistenza implicò non soltanto la formazione di grandi proprietà fondiarie, ma anche quella di grandi capitali monetari. Così un bel mattino c'erano da una parte, degli uomini liberi denudati di tutto tranne che della loro forza lavoro, e dall'altra, per sfruttare questo lavoro, i detentori di tutte le riccezze acquisite. Cosa accadde? I proletari romani divennero, non dei lavoratori salariati, ma un mob fannullone più abietto degli odierni poor white dei paesi meridionali degli Stati Uniti; ed accando ad essi si dispiegò un modo di produzione non capitalista, ma schiavistico. Dunque, degli avvenimenti di un'analogia notevole, ma che avvengono in ambienti storici differenti, portarono a dei risultati del tutto disparati. Studiando ognuna di queste evoluzioni a parte, e comparandole in seguito, troveremo facilmente la chiave di questi fenomeni, ma non vi riusciremmo mai con il passe-partout di una teoria storico-filosofica la cui suprema virtù consiste nell'essere sovrastorica" [11].

È dunque nei paesi industrializzati, ed in nessuna altra parte, che la trasformazione dei mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione "socialmente concentrati" e la sostituzione della proprietà privata capitalista alla proprietà privata fondata sul lavoro personale assumendo l'aspetto di un'implacabile legge storica.

In quanto alla Russia, non si pone la questione di una simile sostituzione, per la semplice ragione che l aterra posseduta dai contadini russi "non è e non è mai stata la proprietà privata del coltivatore" [12]. Di conseguenza, se esiste una necessità storica della dissoluzione del Mir, essa è indipende dalle leggi dello sviluppo economico in Europa occidentale. Affinché il capitalismo divenga anche il destino della Russia, bisognerà che la proprietà comune si trasformi in proprietà privata.

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2. - I tipi arcaici della proprietà comune.

  

In quasi tutte le copie di prova, Marx fa allusione ai diversi tipi arcaici della comune rurale ai quali aveva sempre dedicato una particolare attenzione, le sue vedite a questo proposito evolvevano a mano a mano che studiava le opere degli specialisti in questa materia, come Haxthausen, Maurer, Henry Maine, Morgan, ecc. E così, egli ancor prima di aver letto questi autori, parla con poca simpatia del sistema di villaggio dell'India, vedendovi il fondamento del dispotismo orientale [13], mentre, in seguito, rimase ammirato davanti alla tenace vitalità di queste comunità di villaggio che offrivano, al contrario del caos della divisione sociale del lavoro ed al dispotismo della divisione manifatturiera del lavoro sotto il regime capitalita, "l'immagine di un'organizzazione del lavoro sociale conformemente ad un paino e ad un'autorità" [14].  

È soprattutto dopo aver letto l'opera di Georg Ludwig von Maurer sulla comune tedesca che Marx concepì l'idea estremamente favorevole di questa istituzione arcaica, giungengo a vedervi la prefigurazione della futura forma dell'organizzazione economica e sociale. Questa svolta del suo pensiero si verifica nella sua corrispondenza con Engels, che egli mette a corrente sull'impressione lasciatagli dalla lettura di Maurer. Marx vi trovava una conferma delle sue proprie tesi, soprattutto che la proprietà privata è posteriore al comunismo primitivo; le forme di proprietà asiatiche ed indiane sono le prime in Europa. "In quanto ai Russi, l'ultima traccia di una pretesa of originality sparisce egualmente, anche in this line. Ciò che resta loro, è di conservare ancor oggi delle forme che i loro vicini hanno da lungo abbandonato" [15] (14 marzo 1868).  

Poi, sempre a proposito dell'opera di Maurer: "Avviene per la storia umana quanto accade per la paleontologia. A causa di un certo judicial blindness, le migliori teste non si accorgono, per principio, delle cose che si trovano davanti al loro naso. Più tardi, giunto il momento, ci si accorge che i fatti non percepiti rivelano ovunque ancora le loro tracce. La prima reazione contro la rivoluzione francese ed i lumi che essa apportava fu naturalmente di giudicare tutto da un punto di vista medievale, romantico... La seconda reazione - quella che corrisponde all'orientamente socialista, benché i suoi rappresentanti eruditi non ne abbiano affatto coscienza- consiste nel guardare, oltre il medioevo, verso i tempi primitivi di ogni popolo. Questi ricercatori sono allora sorpresi di scoprire nei fenomeni più antichi i fatti più nuovi..." (25 marzo 1868).  

Morgan.jpgNegli abbozzi delle sue lettere a Vera Zasulich, Marx insiste sulle idee di Maurer, e cita Lewis Henry Morgan in appoggio della tesi secondo la quale la comune russa sia fattibile. Infatti, una delle circostanze favorevoli alla sua conversione è, secondo Marx, che il sistema capitalista occidentale- a cui essa ha avuto la fortuna di sopravvivere, quando era intatto- si trova- si trova oramai in stato di crisi permanente, crisi che non potrà finire che con la sparizione del sistema capitalista e con un ritorno delle società moderne al tipo "arcaico" della proprietà comune, forma in cui- come dice un autore americano [16], tutt'altro che sospetto in quanto a tendenze rivoluzionarie... - "il nuovo sistema" a cui la società moderna tende "sarà una rinascita (a revival) in una forma superiore (in a superior form), di un tipo sociale arcaico". E Marx aggiunge: "Dunque, non bisogna lasciarsi troppo spaventare dalla parola arcaico".

Così la posizione teorica di Marx nei confronti delle forme primitive del comunismo agrario, contrassegnata innanzitutto dall'apprezzamento negativo della loro importanza e delle loro virtualità, è evoluto, grazie ad una migliore conoscenza della letteratura concernente specialmente questa materia, verso una concezione nettamente positiva del loro ruolo nello sviluppo storico delle società umane. Questa evoluzione del pensiero di Marx si esprime chiaramente in una frase di uno dei suoi abbozzi in cui egli sostiene che "i popoli presso i quali (la produzione capitalista) ha avuto il suo maggiore esordio in Europa e negli Stati Uniti d'America non aspirano che a spezzare le loro catene sostituendo la produzione capitalista con la produzione cooperativa e la proprietà capitalista con una forma superiore di tipo arcaico della proprietà, e cioè la proprietà comunista" [17].

 
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3. - Le prospettive della comune rurale russa.

  

Mentre si apprestava a rispondere a Vera Zasulich, Marx possedeva delle conoscenze estese sulla situazione economica e sociale della Russia. N. F. Danielson, uno dei principali teorici populisti- pubblicava i suoi articoli ed opere con lo pseudonimo di Nicoali-in- Traduttore di Il Capitale, era in Russia, il suo corrispondente più fedele e gli inviava regolarmente dei documenti- articoli di stampa, materiali, statistiche, opere, ecc. - che Marx aveva intenzione di utilizzare ampiamente per lo studio che pensava di dedicare alla teoria della rendita fondiaria, nei successivi volumi del suo Il Capitale [18] Tutti questi materiali erano in russo, e Marx si era messo a studiare questa lingua sin dal 1869, con un accanimento molto pregiudizievole per la sua salute, già molto compromessa [19]. A partire dal 1873, seguì attentamente le discussioni tra liberali e narodniki a proposito dell'obscina e, a proposito di una polemica che aveva portato allo scontro, nel 1856, il filosofo liberale Georgij Vasil'jevič Čičerin ed il giurista slavofilo Bielïayev, Marx scrisse a Danielson: "Il modo in cui questa forma di proprietà si è creata (storicamente) in Russia è, naturalmente, una questione di second'ordine e non inficia in nulla l'importanza di questa istituzione... Inoltre, ogni analogia parla contro Čičerin. Come è possibile che in Russia quest'istituzione sia stata introdotta come una misura puramente fiscale, come un fenomeno accessorio della servitù, mentre ovunque è nata naturalmente ed ha formato una fase necessaria dello sviluppo dei popoli liberi?" [20].

Preparando la sua risposta ai rivoluzionari russi rifugiati a Ginevra, Marx notava con una singolare applicazione tutti gli argomenti favorevoli alle speranze ed attese dei narodniki, non senza segnalare i pericoli che minacciavano la sopravvivenza della comune contadina russa. Quest'ultima, grazie ad un concorso unico di circostanze, è stabilita su scala nazionale e potrebbe svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva nazionale, mettendo a profitto le conquiste economiche, tecniche e sociali dell'Europa ocidentale. "Essa si trova così posta in un ambiente storico in cui la contemporaneità della produzione capitalista le presta tutte le condizioni del lavoro collettivo. È in grado anche di incorporare le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalista senza passare attraverso le sue forche caudine", e ciò tanto più facilmente in quanto in quanto possiede l'esperienza secolare del contratto dell'artel [21] suscettibile di affrettare la transizione dal lavoro parcellare al lavoro cooperativo. Molti caratteri specifici distinguono inoltre la comune russa dai tipi di comunità anteriori: non poggia come quest'ultime, sulla parentela naturale dei suoi membri; è dunque più capace di adattarsi e di estendersi al contatto con degli estranei. Poi, ogni coltivatore possiede la sua casa ed il suo cortile individuali. Infine, la terra arabile, pur restando proprietà comunale, si divide periodicamente tra i membri della comune contadina. Questi ultimi "ammettono uno sviluppo dell'individualità, incompatibile con le condizioni delle comunità più primitive".  

Tuttavia, questo dualismo inerente alla natura della comune contadina russa - da una parte: la proprietà comune del suolo, dall'altra: la proprietà (casa e cortile) esclusivo della famiglia individuale e l'appropriazione dei frutti - racchiude dei germi della sua decomposizione. Infatti, l'accumulazione progressiva della ricchezza mobiliare dovuta al lavoro parcellare "introduce degli elementi eterogenei provocanti all'interno della comune dei conflitti di interesse e delle passioni adatte innanzitutto a erodere la proprietà comune delle terre arabili, in seguito quella delle foreste, dei pascoli, terre merginali, ecc., le quali, una volta convertite in annessioni della proprietà privata, alla lunga le soccomberanno".

A tutto ciò viene ad aggiungersi l'influenza nefasta di un ambiente storico sempre più ostile allo sviluppo spontaneo della comune rurale, influenza in grado di poter precipitare la disgregazione di questa istituzione plurisecolare. Lo Stato russo opprime, dopo la cosidetta emancipazione dei servi, questa comune da ogni specie di esazioni, cercando di acclimatare in Russia "come in una serra" le forme più sviluppate del sistema capitalista, a spese dei contadini.

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4. - Un'alternativa fatale

 

Abbiamo visto che, nella sua replica a Mikhailovsky, rimasta inedita mentre era vivo, Marx si era opposto ad un'interpretazione abusiva della sua analisi del capitalismo occidentale e contro la tendenza a trasformare le sue teorie in una dottrina storico-filosofica universalmente valida. Da allora, aveva riassunto il risultato delle sue ricerche effettuate "durante molti anni" nella seguente formula lapidaria: "Se la Russia continua a proseguire lungo il sentiero seguito dal 1861, essa perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerto ad un popolo, per subire tutte le peripezie del regime capitalista". E poco dopo, aveva espresso questo ragionamento ipotetico nei seguenti termini: "Se la Russia tende a diventare una nazione capitalista sul modello delle nazioni dell'Europa occidentale- e durante gli ultimi anni si è data da fare molto in questo senso- non riuscirà senza aver preventivamente trasformato una buona parte dei suoi contadini in proletari; e dopo di ciò, condotta nel girone del regime capitalista, ne subirà le spietate leggi come altre nazioni profane" [22].

Nei suoi appunti per la risposta ai narodniki, Marx presenta questa ipotesi sotto forma di un'alternativa, derivante dal carattere dal carattere dualistico "innato" della comune rurale: o "il suo elemento di proprietà prevarrà sul suo elemento collettivo, o questo si impone su quello. Tutto "dipende dall'ambiente storico nel quale essa si trova". Esiste dunque non una "fatalità storica" né in un senso né in quello opposto: né la dissoluzione della comune rurale né la sua sopravvivenza sono fatali, considerate isolatamente. Soltanto quest'alternativa lo è.

Ora, per decidere del probabile futuro della comune, Marx, fedele ai principi etici così come li aveva enunciati nelle sue Tesi su Feuerbach, sposta il problema dal campo della teoria in quello della pratica,- della pratica rivoluzionaria: "Qui non si tratta più, egli sottolinea, di un problema da risolvere; si tratta del tutto semplicemente di un nemico da battere. Non è più dunque un problema teorico... Per salvare la comune russa, occorre una Rivoluzione russa... Se la rivoluzione si fa al momento opportuno, se essa concentra tutte le sue forze, per assicurare il libero sviluppo della comune rurale, quest'ultima si svilupperà presto come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista". Una volta assicurate le sue nuove assise, la comune rurale russa "può diventare il punto di partenza diretto del sistema economico al quale tende la società moderna e cambiare pelle senza cominciare dal suo suicidio".

  

III. Una lettera senza conseguenze storiche

  

Ecco ora il testo definitivo della risposta che Marx diede a Vera Zasilich [23]:  

 

8 Marzo 1881.

41, Maitland Park Road, London N.W.

 

Cara Cittadina,

Una malattia di nervi che mi aggredisce periodicamente negli ultimi dieci anni, mi ha impedito di rispondere prima alla vostra lettera de 16 febbraio. Mi dispiace di non potervi dare un esposto succinto e destinato alla pubblicità della questione che mi avete fatto l'onore di propormi. Da mesi ho promesso un lavoro sullo stesso tema al Comitato di San Pietroburgo. Tuttavia spero che alcune righe basteranno nel non lasciarvi alcun dubbio sul malinteso nei confronti della mia sedicente teoria.

Analizzando la genesi della produzione capitalista, sostengo: "In fondo al sistema capitalista c'è dunque la separazione radicale del produttore dai mezzi di produzione... la base di tutta questa evoluzione è l'espropriazione dei coltivatori. Non si è compiuta in modo radicale che in Inghilterra... Ma tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale percorrono lo stesso movimento (Il Capitale, ed. francese, p. 315).

La "fatalità storica" di questo movimento è dunque espressamente ristretta ai paesi dell'Europa occidentale. Il perché di questa restrizione è indicato in questo passaggio del cap. XXXII: "La proprietà privata, fondata sul lavoro personale... sta per essere soppiantata dalla proprietà privata capitalista, fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul salariato" (op. cit., p. 340).

In questo movimento occidentale si tratta dunque della trasformazione da una forma di proprietà in un'altra forma di proprietà privata. Presso i contadini russi si dovrebbe al contrario trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata. L'analisi fornita in Il Capitale non offre dunque ragioni né a favore né contro la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d'appoggio della rigenerazione sociale in Russia; ma affinché essa possa funzionare in quanto tale, bisognerebbe innanzitutto eliminare le deleterie influenze che l'assalgono da ogni parte ed in seguito assicurarle le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo.

Ho l'onore, cara Cittadina di essere vostro devoto.

 

Karl MARX

  

 

Possiamo facilmente constatare che, nella redazione definitiva della sua lettera, Marx si limita a rispondere una domanda precisa, in modo non meno preciso.

La comune rurale russa è fattibile? Questo era il problema sollevato da Vera Zasulich in nome del suo gruppo. Marx rispose affermativamente, conferendo alla soluzione da egli data al problema un carattere condizionale, non teoretico. Non approvava dunque i "marxisti" russi ai quali la sua interrogatrice faceva allusione [24]. Al contrario, la sua risposta non sembra mirare che a stimolare l'energia rivoluzionaria dei narodniki di cui ammirava il coraggio e l'abnegazione [25].

Ma se la soluzione proposta da Marx non aveva alcun carattere dogmatico e somigliava piuttosto ad un giudizio implicante un postulato etico- la soluzione essendo la rivoluzione- le supposizioni erano sostenute grazie allo studio delle "fonti originali" più importanti dell'epoca [26].

Nel gennaio 1882, dunque ad un anno appena dopo aver comunicato la sua risposta al gruppo dello Tchorny Pérédiel, redigendo con Engels la prefazione della seconda edizione russa di Il Manifesto del partito comunista, nella traduzione di Vera Zasulich [27], Marx condensò, in una ventina di righe, le sue opinioni sulla comune rurale russa e le sue prospettive nel senso definito anteriormente da lui come da Engels (nella sua replica a Tkacev): "il compito di Il Manifesto, era di proclamare la sparizione inevitabile ed imminente dell'attuale proprietà borghese. Ora, in Russia accanto ad un ordine capitalista che si sviluppa con una velocità febbrile accanto alla proprietà fondiaria borghese allo stato di formazione, constatiamo che più della metà del suolo forma la proprietà comune dei contadini. Una domanda si pone dunque: La comune contadine russa- forma, è vero, molto disaggregata già di proprietà comune primitiva del suolo- può trasformarsi direttamente in una forma comunista superiore della proprietà fondiaria? Oppure dovrà subire preventivamente lo stesso processo di dissoluzione che si manifesta nell'evoluzione storica dell'Occidente?- La sola risposta che si possa attualmente dare a questa domanda è la seguente: Se la rivoluzione russa diventa il segnale di una rivoluzione operaia in Occidente di modo che le due si completano, l'attuale proprietà comune russa può diventare il punto di partenza di un'evoluzione comunista".

Posti di fronte all'alternativa di Marx, i populisti emigrati a Ginevra ne scelsero non il primo termine, il quale riposa su una valutazione ottimista della "opportunità storica" offerta alla Russia di passare, con il concorso delle conquiste tecniche e sociali della rivoluzione occidentale, da uno stadio inferiore del comunismo agrario ad una forma superiore della proprietà sociale. Optando per il secondo termine di quest'alternativa, il quale implica una visione fondamentalmente pessimistica dei destini di una Russia pronta a passare sotto le "forche caudine" del capitalismo, gli ex narodniki erano decisi di non dare alcun peso alla risposta incoraggiante che aveva loro fornito Marx.

È precisamente quest'atteggiamento nuovo, segnato dalla svolta totale delle opinioni di Vera Zasilich e dei suoi amici, che ci dà la chiave del problema psicologico sollevato, come abbiamo visto all'inizio del presente saggio, da David Riazanov. Quest'ultimo fu colpito da un'assenza di memoria così flagrante presso coloro che avevano sollecitato i lumi di Marx su una questione da cui dipendeva, per impiegare l'espressione del loro porta-parola, "il destino personale dei socialisti rivoluzionari" della Russia. Ecco l'ipotesi che si potrebbe allora formulare attorno a questo oblio: quest'ultimo era, presso gli interroganti russi di Marx, una conseguenza psicologicamente necessaria della loro adesione al "marxismo", detto altrimenti: a quella teoria storico-filosofica-passe-partout che  Mikhailovski aveva creduto poter dedurre dall'opera marxiana e di cui Marx stesso diceva che gli faceva "allo stesso tempo troppo onore e troppo vergogna",

Che diventando marxisti, si dimentichino i postulati essenziali del messaggio marxiano, non può che sembrare paradossale, se si considera che la storia, abbonda di esempi in cui l'apparizione di una personalità e di un pensiero di grande levatura fa nascere questo fenomeno così potentemente denunciato e così impietosamente sezionato da Sören Kierkegaard: l'ammirazione, atteggiamento di comodo il cui antipodo è l'imitazione, esigenza etica. Quando a sua volta Kierkegaard, così come il suo contemporaneo Marx- che egli ignorava, cercando, nel timore e nel tremore, ad essere il "contemporaneo" del Cristo- sia caduto vittima del complotto del tumulto dopo esserlo stato del silenzio, è del tutto proprio di un'umanità che, a forza di ricercare le soluzioni facili, ha perso persino il senso del problematico [28].

 

 

Maximilien Rubel  

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

  

 

NOTE

 

[1] Nel 1888, in un articolo intitolato Quale eredità rinneghiamo? Lenin definiva la teoria populista con le tre caratteristiche seguenti: 1° valutazione del capitalismo in Russia come un fenomeno di decadenza, di regressione...; 2° proclamazione dell'originalità del regime economico della Russia in generale e del contadino con la sua comune, il suo artel, in particolare..., 3° incomprensione del legame degli intellettuali e delle istituzioni giuridiche e politiche con gli interessi materiali di certe classi sociali (cfr. V. I. Lenine, Pages Choisies, a cura di P. Pascal, Parigi, 1926, t.1, p. 18)

[2] Vera Zasulic, avendo sparato, nel 1878, al prefetto di pietroburgo, che aveva fatto frustare uno studente, fu assolta da una giuria impressionata dall'opinione pubblica favorevole all'accusata.

[3] Su P. lavorov, vedere Rappaport, La Philosophie de l'Histoire [La filosofia della storia], Parigi, M. Rivière. Vedere anche K. Marx, Lettres à Lavrov[Lettere a Lavrov], in "La Revue Marxiste", maggio 1929.

[4] La lettera di Vera Zasulic a Marx, le quattro bozze della risposta fatta da Marx, allo stesso modo di questa stessa risposta- lettera, bozze e risposta essendo state scritte in francese- sono state pubblicate, vedremo in quali circostanze, da David Riazanov nella rivista dell'Istituto Marx-Engels di Mosca Marx-Engels Archiv, t. I, p. 309-342, edite nel 1925 a Francoforte sul Meno- Rieditate Karl Marx, Œuvres II, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Parigi, 1968, p. 1556-1573.

[5] Nel testo riprodotto da David Riazanov si può leggere, a questo punto, la parola "voi".

[6] Essa fu edita, nel 1924, nel suo testo ed in facsimile, in "Materiali per la storia del movimento rivoluzionario", t. II, Tratto dagli archivi di Piotr Axelrod.

[7] Cfr. David Riazanov, Véra Zassoulitch et Karl Marx, in: Marx-Engels—Archiv, I, p. 310.

[8] Mir ou obchtchina: termini russi designanti la comune rurale ancestrale.

[9] Contre Boris Nicolaievski che vede la spiegazione della brevità della risposta di Marx nel fatto che quest'ultimo non aveva alcuna simpatia per il gruppo della Frazione Nera, preferendo ad essi i narodniki (sostenitori della frazione raggruppata intorno all'organo Narodnaja Volja), David Riazanov è del parere (e non possiamo che approvarlo) che soltanto la capacità lavorativa fortemente ridotta di Karl Marx- ne constatiamo le tracce negli abbozzi delle lettere- l'ha impedito di rispondere completamente del tutto come egli avrebbe desiderato. Non è meno vero che Marx era in rapporto con i narodniki Morozov e Hartmann a cui, sin dal gennaio 1881, promise di redigere uno studio sulla comune contadine, su richiesta del comitato esecutivo della Narodnaja Volja. Sulla Frazione Nera, Marx si è espresso nella sua lettera a Sorge (5/11/1880) nei seguenti termini sprezzanti: "...i russi anarchici... che pubblicano a Ginevra Frazione Nera... formano il cosiddetto partito della propaganda in opposizione con i terroristi che rischiano le loro teste (per fare della propaganda in Russia - si recano a Ginevra! quale qui pro quo!). Questi signori sono opposti ad ogni azione politico rivoluzionaria. La Russia deve, con un salto, giungere al millennio anarco-comunista e ateo! In attesa, essi preparano questo salto con un dottrinarismo noioso di cui i sedicenti principi corrono per la strada dal fu Bakunin".

[10] Marx cita dall'edizione francese di Il Capitale. Ora, è interessante constatare che questa idea restrittiva non compare nell'edizione tedesca!

[11] Per il testo integrale della replica di Marx a Mikhailovski, vedere: Nicolai-on, Histoire du Développement économique de la Russie, Paris, 1902, p. 507-509. - Publicato anche dopo in Karl Marx, Œuvres II, op. cit., p. 1552-1555.

[12] Marx ha certamente presente la riforma agraria del 1861 "che legalizzavano le relazioni territoriali dell'obschina che esistevano in Russia da secoli in virtù del diritto consuetudinario" (Cfr. Nicolas-on, Histoire du Développement économique de la Russie, Paris, 1902, p. 1).

[13] Article nel New-York Times du 25/6/1853.

[14] Cfr. Il Capitale, Ip. 376 dell'edizione tedesca.

[15] Nel suo Contributo ad unacritica, del 1859, Marx aveva già cancellato il pregiudizio frequente presso gli slavofili, ed eretto in credo messianico da Herzen, "che la forma primitiva della proprietà comune è una forma specificamente slava, anzi esclusivamente russa". Ne segnala allora l'esistenza presso i Romani, i Germani, i Celti e, soprattutto, in India.

[16] Lewis Morgan, Ancient Society, 1877.

[17] "Un uomo non può ridiventare un bambino senza ritornare all'infanzia. Ma non si rallegra dell'ingenuità del bambino, e non deve egli stesso aspirare a riprodurre, ad un livello più elevato, la sincerità del bambino? Perché l'infanzia sociale dell'umanità, sul più bello della sua dissoluzione, non eserciterebbe, come una fase mai scomparsa, un'eterna attrazione? (Karl Marx, Introduzione alla critica dell'economia politica, 1857. Questo testo importante- le frasi precedenti si riferiscono all'arte greca- fu pubblicata, a titolo postumo da Karl Kautsky nel 1903.

[18] Alcuni mesi dopo la morte di Marx, Engels scoprì nella stanza da lavoro del suo amico, due tonnellate di materiali statistici russi. Ne espresse la sua amarezza in una lettera a Sorge, persuaso che questa massa di documenti aveva impedito Marx di terminare il tomo II di Il Capitale.

[19] Vedere la lettera di Jenny Marx a Frederich Engels, gennaio 1870.

[20] Marx a Danielson, il 22/3/1873- Passaggio tradotto dalla traduzione tedesca- la maggior parte delle lettere sono scritte in inglese- da Kurt Mandelbaum, Die Briefe von Karl Marx und F. Engels an Danielson, Leipzig, 1929. Vedere anche Marx-Engels, Correspondance - t. 12, tradotto per la cura di Gilbert Badia e Jean Mortier, Editions Sociales, Paris, 1989, p. 266-267.

[21] Artel, specie di associazione cooperativistica fondata sul consenso formale o tacito di artigiani eguali. Questa istituzione specificamente russa risale da un'antichità remota.

[22] In un articolo scritto su richiesta di Marx, Friedrich Engels, rispondendo alla Lettera apertache gli aveva spedito il narodniki Tkacev nelle colonne Volksstaat(Zurigo, 1874), aveva già formulato la tesi condizionale sul futuro del socialismo in Russia, così come Marx l'espose in risposta a Mikhailovski et à Vera Zasulich. Pur ammettendo che l'esistenza del mir e dell'artel testimoniano la potente volontà di associazione del popolo russo, Engels si rifiuta di credere che questa sola volontà possa bastare per far passare la Russia, con un salto, e senza conoscere la tappa borghese, nell'ordine socialista. I contadini russi potrebbero evitare questa fase intermedia, e la comune rurale russa potrebbe elevarsi ad una forma sociale superiore, "se nell'Europa occidentale, prima della decomposizione totale della proprietà comunale, una rivoluzione proletaria trionfasse, fornendo al contadino russo le condizioni di questa transizione... Se la comune russa può ancora essere salvata e se un'occasione può essergli fornita nel trasformarsi in una forma nuova, realmente fattibile, è unicamente grazie ad una rivoluzione proletaria in Europa occidentale". Circa 20 anni dopo, Engels, nelle sue lettere a Danielson sarà molto più scettico rispetto a questa prospettiva, perché, precisamente, "l'Occidente non si era mossa" (Lettera del 17 ottobre 1893).

[23] Il testo ed il facsimile dell'originale sono stati pubblicati in Francia, nel 1931, nel n°2 di "La Critique Sociale", (M. Rivière, édit.).

[24]  In una delle copie di prova della sua risposta, Marx annotò a questo proposito: "I Marxisti russi di cui mi parlate mi sono del tutto sconosciuti. I Russi con i quali ho dei rapporti personali hanno, per quanto ne so, delle vedute del tutto opposte".   

[25] Dopo l'assassinio di Alessandro II, Marx in una lettera a sua figlia Jenny Longuet, parla degli autori dell'attentato in questi termini: "Sono degli individui fondamentalmente abili, senza pose melodrammatiche, semplici, positivi, eroici... Essi si sforzano di mostrare all'Europa che il loro modo di agire è specificatamente russo, storicamente inevitabile, una forma di terremoto di Chio". In occasione di un meeting slavo per la celabrazione dell'anniversario della Comune, Marx e Engels salutarono l'attentato contro Alessandro II come un "avvenimento che, dopo lotte lunghe e violente, condurrà finalemnte alla creazione di una comune russa".

[26] Maxime Kovalevski, autore di una monumentale Storia dello sviluppo economico dell'Europa sino agli inizi del capitalismo, è uno dei migliori storici della comune rurale, ne fu il difensore alla Duma contro la riforma agraria di Stolipin - fu un discepolo diretto di Marx che lo incoraggio a dedicarsi alle ricerche nel campo della storia economica. Marx  conosceva la sua opera sulla proprietà comunale rurale e ne fece degli estratti. Alcuni mesi prima della morte, Marx leggeva anche: V. Vorontsov, Le sort du capitalisme en Russie [Il destino del capitalismo in Russia].

[27] La prima traduzione russa del Manifesto era stata fatta da Bakunin, nel 1860.

[28] Sarebbe interessante esaminare alla luce delle presenti considerazioni la posizione teorica di Lenin all'interno della socialdemocrazia russa nei confronti del problema contadino. Se Lenin pretendeva, contro i narodniki (e contro Marx!) che la comune rurale russa non era un fenomeno naturale e spontaneo, ma una creazione del medioevo (vedere il suo articolo del 1897: Per caratterizzare il romanticismo economico) e che si doveva applicare alla "Santa Russia l'analisi del capitalismo e delle sue manifestazioni date dal pensiero europeo di avanguardia" (Quale eredità rinneghiamo?) - Lenin aveva proceduto in una simile analisi nella sua opera Sullo Sviluppo del capitalismo in Russia, sin dal 1899 -, egli si opponeva, all'interno del partito, alla sottovalutazione del ruolo rivoluzionario della classe contadina russa. Tuttavia, l'esame e la discussione di questo problema esce dal quadro che ci siamo posti nel presente saggio.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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11 maggio 2010 2 11 /05 /maggio /2010 12:05

La colonna Durruti

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 omaggio di Carl Einstein

 

 

Einstein, 04
 
L'elogio postumo di Durruti che segue, è dovuto alla penna di Carl Einstein, uno scrittore tedesco che combatté nella Colonna Durruti nel 1936. Questo testo era stato redatto per la radio della CNT/FAI, Radio Barcellona, e pubblicato nel Deutscher Informatlonsdienst der CNT-FAI, Barcellona, 1936, da H. Rudiger, un anarchico tedesco incaricato dell'informazione, Hans Magnus Enzersberger che cita questo opuscolo nella bibliografia del suo libro Der kurze Sommer der Anarchie,  [Tr. it.: La breve estate dell'anarchia, Feltrinelli, Milano, 1973] non riporta però questo testo dello scrittore tedesco. Carl Einstein, nato a Neuwied in Germania, nel 1885, morto in Francia nel 1940, era scrittore e storico dell'arte. È uno dei rappresentanti più importanti del movimento espressionista tedesco. Ha fatto conoscere l'arte africana in Germania (Negerplastik, 1915 e Afrikanische Plastik, 1921), il cubismo e la pittura di Picasso. Ha scritto un'opera rivoluzionaria per la comprensione delle arti plastiche e della pittura: L'An du siècle (1926). Nel 1928, si è stabilito in Francia, precedendo l'ondata di migrazione tedesca del 1933. Ha fondato con Georges Bataille e Michel Leiris la rivista Documents che apparve nel 1929 e nel 1930.

 

Durruti-poster.jpgLa nostra colonna apprese della morte di Durruti nella notte. Si parlò poco. Sacrificare la propria vita va da sé per i compagni di Durruti. Qualcuno dice a voce bassa Era il migliore di tutti. Altri gridarono nella notte Lo vendicheremo. La consegna del giorno seguente fu Venganza (vendetta).

 Durruti, quest'uomo straordinariamente obiettivo e preciso, non parlava mai di se stesso, della sua persona. Aveva bandito dalla grammatica la parola "io", questo termine preistorico.

Nella colonna Durruti, non si conosce che la sintassi collettiva. I compagni insegneranno agli scrittori a cambiare la grammatica per renderla collettiva. Durruti aveva avuto l'intuizione profonda della forza anonima del lavoro. Anonimato e comunismo non fanno che una sola cosa.

Il compagno Durruti viveva ad anni luce da tutta questa vanità da protagonisti di sinistra. Viveva con i compagni, lottava come compagno. La sua radiosità era il modello che ci animava. Non avevamo generali; ma la passione della lotta, la profonda umiltà di fronte alla Causa, la Rivoluzione, passavano dai suoi occhi benevolenti sino ai nostri cuori che non facevano che una sola con il suo, il quale continua a battere per noi sulle montagne.

Udremo per sempre la sua voce: Adelante, adelante!

Durruti non era un generale, era il nostro compagno. Ciò non era decorativo, ma in questa colonna proletaria, non si sfrutta la Rivoluzione, non si fa pubblicità. Non si pensa che ad una cosa: la vittoria e la Rivoluzione.

 

losamigosdedurruti.jpg

 
 

Durruti a Bujaraloz prima della partenza per il fronte di M

Questa colonna anarco-sindacalista è nata in seno alla Rivoluzione. È essa sua madre. Guerra e Rivoluzione  non sono che una cosa sola per noi. Altri avranno la facoltà di parlarne con termini scelti o discuterne in astratto. La Colonna Durruti non conosce che l'azione, enoi siamo i suoi allievi. Siamo semplicemente concreti e crediamo che l'azione produce delle idee più chiare di un programma progressivo che evapora nella violenza del fare.

 La Colonna Durruti si compone di lavoratori, dei proletari venuti dalle fabbriche e dai villaggi. Gli operai di fabbrica catalani sono partiti in guerra con Durruti, i compagni della provincia li hanno raggiunti. Gli agricoltori ed i piccoli contadini hanno abbandonato i loro villaggi, torturati ed umiliati dai fascisti, hanno attraversato l'Ebro di notte.

La Colonna Durruti è cresciuta nel paese che ha conquistato e liberato. È nata nei quartieri operai di Barcellona, oggi comprende tutti gli strati rivoluzionari della Catalogna e dell'Aragona, delle città e delle campagne. I compagni della Colonna Durruti sono dei militanti della CNT-FAI.

DurrutiMolti di loro hanno pagato con pene detentive le loro convinzioni. I giovani si sono conosciuti alle Juventudes Libertarias. Gli operai agricoli ed i piccoli contadini che ci hanno raggiunti sono le madri ed i figli di coloro che sono ancora perseguitati laggiù. Essi guardano verso i loro villaggi. Molti dei loro parenti, padri e madri, fratelli e sorelle sono state assassinati dai fascisti.I contadini guardano verso la pianura, nei loro villaggi, con speranza e collera. Ma non lottano per il loro borgo né per i loro beni, essi si battono per la libertà di tutti.

Degli adolescenti, quasi dei bambini, sono fuggiti per venire da noi, degli orfani i cui genitori erano stati assassinati. Questi bambini si battono al nostro fianco. Parlano poco, ma hanno capito presto molte cose. La sera al bivacco, ascoltano i più anziani. Alcuni non sanno né leggere né scrivere. Sono i compagni che insegnano loro. La Colonna Durruti ritornerà dal campo di battaglia senza analfabeti.

È una scuola.

La Colonna non è organizzata né militarmente né in modo burocratico. È emersa in modo organico dal movimento sindacalista. È un'associazione social-rivoluzionaria, non è una truppa. Formiamo un'associazione di proletari asserviti e che si batte per la libertà di tutti. La Colonna è l'opera del compagni Durruti, che ha determinato il loro spirito ed incorraggiato la loro libertà di essere sino all'ultimo battito del cuore. I fondamenti della Colonna sono il cameratismo e l'autodisciplina. Lo scopo della loro azione è il comunismo, nient'altro.

Tutti, odiamo la guerra, ma tutti noi la consideriamo come un mezzo rivoluzionario. Non siamo dei pacifisti e ci battiamo con passione. La guerra- questa idiozia completamente superata- non si giustifica che attraverso la Rivoluzione sociale. Non lottiamo in quanto soldati, ma in quanto liberatori.

Einstein--cartcoldur_Jpino.jpgAvanziamo e prendiamo d'assalto, non per conquistare della proprietà ma per liberare tutti coloro che sono oppressi dai capitalisti e dai fascisti. La Colonna è un'associazione di idealisti che hanno una coscienza di classe. Sino al presente, vittorie e sconfitte servivano al capitale che mantenevano degli eserciti e degli ufficiali per assicurare ed ingrandire il suo profitto e la sua rendita. La Colonna Durruti serve il proletariato. Ogni successo della Colonna Durruti comporta la liberazione dei lavoratori, qualunque sia il luogo in cui la Colonna ha vinto. Siamo dei comunisti sindacalisti, ma conosciamo l'importanza dell'individuo; ciò significa: ogni compagno possiede gli stessi diritti e compie gli stessi compiti. Non c'è nessuno sopra gli altri, ognuno deve sviluppare ed obbedire al massimo la sua persona.

I tecnici militari consigliano, ma non comandano. Non siamo forse degli strateghi, ma certamente dei combattenti proletari. La Colonna è forte, è un fattore importante del fronte, perché è costituita da uomini che non perseguono che un sol scopo da molto tempo, il comunismo, perché si compone di compagni organizzati sindacalmente da molto tempo e che lavorano in modo rivoluzionario.

Einstein--durrut.jpgLa colonna è una comunità sindacalista in lotta.

I compagni sanno che essi lottano questa volta per la classe lavoratrice, non soltanto per una minoranza capitalista, l'avversario. Questa convinzione impone a tutti una autodisciplina severa.

Il miliziano non obbedisce, persegue insieme a tutti i suoi compagni la realizzazione del suo ideale, di una necessità sociale. La grandezza di Durruti però è dovuta giustamente al fatto che egli commandava raramente ma educava di continuo. I compagni venivano a trovarlo sotto la tenda quando rientrava dal fronte. Spiegava loro il senso delle misure che prendeva e discuteva con essi. Durruti non comandava, convinceva.

Funerali-di-Durruti.jpgSoltanto la convinzione garantiva un'azione chiara e risoluta. Da noi, ognuno conosce il motivo della sua azione e non fa che una sola cosa con essa. Ognuno si sforzerà dunque ad ogni costo di assicurare il successo alla sua azione. Il compagno Durruti ci ha dato l'esempio.

Il soldato obbedisce perché ha paura e si sente inferiore socialmente. Combatte per frustrazione. È per questo che i soldati difendono sempre gli interessi dei loro avversari sociali, i capitalisti. Questi poveri diavoli della parte fascista ce ne danno il pietoso esempio. Il miliziano si batte innanzitutto per il proletariato, vuole la vittoria della classe operaia. I soldati fascisti si battono per una minoranza in via di sparizione, il loro avversario, il miliziano per il futuro della sua classe. Il miliziano è dunque più intelligente del soldato. È un ideale e non la parata al passo d'oca che regola la disciplina della Colonna Durruti.

Funerali-di-Durruti2.jpgDove arriva la Colonna, si collettivizza. La terra è data alla comunità, i proletari agricoli, da schiavi dei cacicchi che erano, si trasformano in uomini liberi. Si passa dal feudalesimo al libero comunismo.

La popolazione è curata, nutrita e vestita dalla Colonna. Quando la Colonna sosta in un villaggio, essa forma una comunità con la popolazione. Un tempo ciò si chiamava Esercito e Popolo o più esattamente l'esercito contro il popolo. Oggi, che si chiama proletariato al lavoro ed in lotta, entrambi formano un'unità inseparabile.

La milizia è un fattore proletario, il suo essere, la sua organizzazione sono proletari e devono restarlo. Le milizie sono le rapp resentanti della lotta di classe.

Durruti--funerali--22-novembre-1936.jpgLa Rivoluzione impone alla Colonna una disciplina più severa di quanto non potrebbe farlo qualunque militarizzazione. Ognuno si sente responsabile del successo della Rivoluzione sociale. Quest'ultima forma il contenuto della nostra lotta che resterà determinata dalla componente sociale. Non credo che dei generali o un saluto militare possano insegnarci un atteggiamento più funzionale. Sono sicuro di parlare nel senso di Durruti e dei compagni.

Non neghiamo il nostro vecchio antimilitarismo, la nostra sana diffidenza contro lo schematismo militare che non ha apportato sinora che dei vantaggi ai capitalisti. È giustamente per mezzo di questo schematismo militare che si è impedito al proletario di formarsi in quanto soggetto e che lo si è mantenuto nell'inferiorità sociale. Lo schematismo militare aveva come scopo di spezzare la volontà e l'intelligenza del proletario. Finalmente, ed in ultimo luogo, lottiamo contro i generali ribelli.

La ribellione militare prova il dubbio valore della disciplina militare. Non obbediamo ai generali, perseguiamo la realizzazione di un ideale sociale che attribuisce una parte alla massima formazione dell'individualità proletaria. La militarizzazione, per contro, era un mezzo sino ad allora popolare per sminuire la personalità del proletario.

Compiremo tutto e con tutte le nostre forze le leggi della Rivoluzione.

La base della nostra Colonna, è la nostra reciproca fiducia e la nostra collaborazione volontaria. Il feticismo del comando, la fabbricazione di celebrità, lasciamole ai fascisti. Restiamo dei proletari in armi, che si sottomettono volontariamente ad una disciplina funzionale. Si capisce la Colonna Durrutise si è afferrato che essa resterà sempre la figlia e la protezione della Rivoluzione proletaria. La Colonna incarna lo spirito di Durruti e quello della CNT-FAI.

Durruti continua a vivere nella nostra Colonna.

Essa garantisce la sua eredità nella fedeltà. La Colonna lotta con tutti i proletari per la vittoria della Rivoluzione.

Onore al nostro compagno caduto nel combattimento.

Onore a Durruti.

 

 Carl Einstein 

 

 [Traduzione di Ario Libert]

 

Einstein--Durrut_homag.jpg

Esposizione in omaggio a Durruti. 26a Divisione. La 26a Divisione è il nome assunto dalla Colonna Durruti dopo la militarizzazione delle milizie.

 

LINK ad un video You Tube relativo ai funerali di Durruti:

L'ultimo saluto a Buenaventura Durruti

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Published by Ario Libert - in Memoria libertaria
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4 maggio 2010 2 04 /05 /maggio /2010 17:38

Gli autori dei manifesti 

 

Copertina-libro.jpg

della Rivoluzione spagnola 1936-1939

 

 

 

Qui in alto copertina del libro da cui sono state tratte le informazioni per il presente post, inedito ancora in Italia.

 

di Wally Rosell

 

Chi sono gli uomini e le donne che hanno dato colore alla rivoluzione "Rossa & Nera" spagnola?

  

I manifesti della Spagna antifascista, non sono l'espressione di artisti isolati o di una generazione spontanea. Infatti, sin dagli anni venti del XIX secolo, Helios Gomes, Manuel Monléon, i fratelli Ballaster, Josep Renau (per li comunisti) si organizzano nei loro sindacati (UGT et CNT), essi creano l'unione degli scrittori e degli artisti proletari (Valenza) o il gruppo el Nis (Barcellona). Teorizzano come Ramon Acin, essi organizzano delle esposizioni sull'arte rivoluzionaria (Madrid 1933). Nel 1936, in Spagna, concepire un manifesto è tanto un atto militante quanto un atteggiamento artistico. Il passaggio della "commessa" si fa generalmente direttamente attraverso un sindacato di base, una corporazione, un'organizzazione, un gruppo libertario...

Più di sessanta artisti identificati- che hanno lavorato per i libertari: Arturo e Vicente Ballester; Manuel Monléon; Miralles Sanz; Ricards Obiols; Eleuterio Bauset; Jose Iturzaeta; Badia Vilato; Sim (Rey Villà); Carreno; Jose-Maria Gallo; Carles Fontserè; Rovira; Allaber; Gumsay; Castilla; Helios Gomez; Jacint Bofarull; Muro; Antonio Garcia Lamolla; Edouardo Vicente; Gimenez; Toni Vidal; Augusto, Camps...

Essi non hanno la notorietà di Miro o di Picasso, eppure certi loro manifesti hanno fatto il giro del mondo. Si sono formati per la maggior parte alle scuole di belle arti di Barcellona, Bilbao, Madrid e Valenza. Non sono tutti anarchici, ma sono aderenti ad un sindacato di Barcellona (SPD-UGT); di Madrid (Bellas-Artes -UGT); di Valence (UGT o CNT). Hanno tutti concepito e realizzato dei manifesti per le organizzazioni  libertarie. Di alcuni, non conosciamo che il loro nome, di altri abbiamo la fortuna di poter racimolare alcune informazioni.

Wally Rosell

 

Arturo et Vicente Ballester  

 

 

Ballester, 01

 

  
Ballester--02.jpg

 

Arturo nasce nel 1892. È nel laboratorio di suo zio che si inizia alle arti grafiche, Si iscrive ai corsi serali delle Belle arti di Valenza. Sin dal 1913, partecipa a dei concorsi per manifesti, è premiato diverse volte a Valenza e a Madrid. Si impadronisce delle tecniche della litografia e si interessa a tutte le scuole grafiche ed artistiche.

Partecipa al sindacato della CNT di Valenza. Sviluppa uno stile molto riconoscibile tratto dal dadaismo al costruttivismo. Produce molto per il comitato nazionale di propaganda della CNT ed anche per il PSOE.

Dopo la sconfitta, Arturo Ballester riprende la sua attività di grafico. Firma due manifesti del cinema nel 1941, poi nel 1954.

Meno conosciuto di suo fratello, Vicente (1887-1980), conosce le stesse iniziazioni alla grafica: il laboratorio dello zio e le Belle arti di Valenza con una forte influenza liberty e post cubista, i suoi manifesti hanno uno stile più unificato. Partecipa ai concorsi, alle biennali di Barcellona e Valenza (1936). Nel luglio del 1936, diventato disegnatore pubblicitario, aderisce al sindacato delle professioni liberali della CNT. Firmerà tutti i suoi manifesti con il "marchio": Affichiste de la CNT-AIT [Autore della CNT-FAI].

Loro sorella, Manuela Ballester, è ancora meno conosciuta. Dirige la rivista Passonaria (vicina al PCE). Illustratrice, collabora alla rivista libertaria Estudios. È moglie di Josep Renau autore di manifesti di fama e comunista.

 

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Eleuterio Bauset Ribes

 

Ha studiato alla Scuola di Belle arti di Valenza dove incontra Josep Renau. Sin dal 1936, realizza tutti i manifesti conosciuti della Colonna di Ferro (originaria della regione) che ha integrato una commissione Arti grafiche al suo interno.

  

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È il solo disegnatore ad utilizzare una "bandiera nera" come elemento centrale. Tradizionalmente il movimento anarchico spagnolo utilizza delle bandiere "Rosse & Nere". 

Firma i suoi manifesti: Bauset -AIDC. Questa sigla designa l'Associazione Intellettuale per la Difesa della Cultura, una delle numerose organizzazioni antifasciste creata in gennaio nel 1936 a Barcellona.  

 

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Nel 1939, è imprigionato (con avec M. Monleon?), poi si reca in esilio nell'America del Sud prima di tornare nel 1973.  

 

 

Jacint Bofarull

 

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Catalano, nasce nel 1903. Compie gli studi alle Belle arti, poi entra nella vita attiva come grafico pubblicitario. È l'autore di una serie di manifesti per le sigarette Dunhill e dei magazzini di articoli sportivi di Barcellona. Vicino ai comunisti, aderisce molto presto al sindacato dei disegnatori  professionali (SDP-UGT). Nel febbraio del 1939, fugge dal franchismo e passa in Francia dove lavora per il quotidiano di Perpignan l'Indépédant sino al 1950. Parte per il Venzuela e l'Argentina prima di tornare definitivamente in Spagna.  

 

Carles Fontseré

 

 

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Nato a Barcellona nel 1916. Ha vent'anni nel luglio 1936 e malgrado la sua giovane età, propone dei manifesti alle organizzazioni antifasciste di una rara forza (CNT; UGT; Generalitat della Catalogna).

IL suo manifesto più famoso è quello del grido del contadino che alza in alto la sua falce; Libertà! Su una bandiera rossa e nera con la sigla FAI. È attivo in seno all'interno dei sindacati  dei disegnatori professionisti di Barcellona (SDP-UGT). Disegna molti manifesti, ma anche, propone altre animazioni grafiche: è Carles Fontsere che propone a Ricardo Sanz (della CNT) di decorare i treni che percorrino la rete controllata dagli antifascisti. Nel 1937, si arruola nelle Brigade internazionali sul fronte di Madrid.

 

 

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La maggior parte dei suoi manifesti sono redatti in catalano. Nel 1939, conosce i campi di concentramento del sud della Francia. Alla fine degli anni 40, andrà a lavorare in Messico, poi a New York. Incontra il poeta Raphaël Alberti con il quale lavora a Roma.

Dopo la morte di Franco, Carles Fontseré ritorna a Barcellona, rilascia numerose interviste, partecipa alle esposizioni di manifesti della guerra civile e scrive un libro: Mémoires d'un affichiste catalan [Memorie di un autore di manifesti catalano]. In occasione di un'esposizione sull'anarchismo catalano e la guerra civile, realizzerà un ultimo manifesto per i libertari nel 1986. Il mio stile è stato soprattutto influenzato da Helios Gomez. Avendo più anni di noi, ha potuto viaggiare, in Germania, riportarci delle forme nuove come il cubismo, il realismo, ho cercato di imitarlo.

 

José Maria Gallo

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Come molti altri, prima del 19 luglio, guadagnava la sua vita realizzando delle insegne o dei disegni pubblicitari ed in parallelo, disegna per la stampa anarchica (Mujeres Libres , Tierra y Libertad, CNT). Queste caricature sono molto apprezzate, gli offrono una notorietà importante in ogni ambiente. Ha realizzato dei manifesti per la La Fragua Social (quotidiano della CNT di Valenza), il comitato nazionale di propaganda e per la federazione dei gruppi Mujerès Libres (Donne Libere). In Francia, durante la guerra, partecipa alla rete di evasione Ponzan Vidal. Alla liberazione, collabora come disegnatore a Paris Presse e Jour de France.

  

Helios Gomez

 

 

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Gitano nato a Siviglia nel 1905. Inizia come decoratoredi ceramica, i suoi primi disegni sono pubblicati nel giornale anarchico Páginas Libres o illustrano dei libri andalusi. Frequenta gli ambienti anarchici e decide di parlare, scrivere e dipingere rimanendo coerente con la sua scelta politica. A Parigi, espone in diverse gallerie e collabora alle riviste: Tiempos Nuevos , Rebelión e Vendredi . È arrestato ed espulso per la sua partecipazione alle manifestazioni contro l'esecuzione di Sacco e Vanzetti. Si trasferisce allora a Bruxelles, poi ad Amsterdam, Berlino, Vienna, Leningrado. Nel 1930, l'Associazione Internazionale dei Lvoratori (AIT) pubblica a Berlino il suo primo albo Días de ira.

Di ritorno a Barcellona, Hélios Gomez collabora a numerosi giornali e riviste di sinistra: L´Opinió, La Rambla, La Batalla, L'Hora, Bolívar e Nueva España. Nel 1931, aderisce al PCE. Arrestato nel 1932, è di nuovo espulso. Si reca in URSS da cui fa ritorno nel 1935. Sin dal 1936, a Barcellona crea il gruppo Els Nis, poi diventa presidente del comitato rivoluzionario del Sindacato dei Disegnatori Professionisti (SDP-UGT).

Si arruola sul fronte di Aragona, come miliziano in una sezione incaricata della propaganda, raggiunge inseguito il Fronte di Madrid dove uccide un capitano. Poco dopo, trova rifugio all'interno dell'Ex colonna Durruti, ne diventa il commissario allal propaganda. Idea l'intestazione del giornale della colonna El Frente ed il manifesto dell'esposizione dedicata a Buenaventura Durruti (novembre 1938). Nel 1939, sarà internato successivamente in diversi campi di concentramento del Roussillon, poi in Algeria. Ritorna a Barcellona sin dal 1942 dove riprende il suo mestiere di grafico ed è di nuovo incarcerato nella prigione "modelo", dove dipinge la sua ultima opera. Muore nel 1956.

 

 

Gumsay

 

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 Lavorò soprattutto per le Gioventù Libertarie (Esfuerzo, Ruta). Realizza anche dei fotomontaggi per Estudios, Tiempos Nuevos.

 Gumsay, il pittore dei vizi umani. Per meglio conoscerlo riportiamo uno stralcio di una sua intervista pubblicata nel 1938 per l'Espagne Antifasciste.

Q: Ogni opera letteraria ed includo la tua pittura in quanto tale, realizza bene anche senza proporselo, una funzione critica ed in un certo senso, morale?

Gumsay: Voglio che i miei quadri siano utili, politicamente, cioè rivoluzionariamente. Più ancora se essi esercitano questa funzione morale concreta che si assegna alla Letteratura, che sia senza rendersene conto, per una strada diversa: quella dell'emozione plastica.

Q: Gli artisti di oggi, sono il 15 marzo 1938 all'altezza delle circostanze spagnole?
Gumsay: NO!
Q: Perché?
Gumsay: Il presente spagnolo è bruciante e oppresso di emozione e di dolore. Il popolo non sogna con le opere degli artisti. In Spagna, il popolo si gioca tutto, tutti i giorni. E gli artisti, tranne onorevoli eccezioni, rischiano poco, se rischiano qualcosa, nella loro opera. Triste...!

 

 Manuel Monleon Burgos

 

 

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Nato a Valenza nel 1904 da povera famiglia. Dopo la scuola primaria, entra nel laboratorio di Mariano Perez come apprendista, per dipingere delle miniature e dei ventagli. Molto presto, si interessa all'anarchismo, al nudismo (molti uomini e donne nudi nelle sue composizioni) ed aderisce al gruppo esperantista di Valenza. Propone le sue illustrazioni per delle riviste libertarie: Estudios (rivista di sociologia della FAI ), Cuadernos de cultura, Nueva Cultura, ecc.

  

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A Valenza, incontra Josep Renau che fu uno dei primi autori di manifesti politici (dopo John Heartfield) ad impiegare il fotomontaggio nei suoi progetti ben prima del 1936 (sarà commissario alla propaganda presso un ministro PCE). Nel 1933, con Josep Renau, milita all'unione degli scrittori ed artisti proletari.

 

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Nel momento più acuto della lotta contro il fascismo, Monleon afferma il suo stile, utilizza molto le disgonali e l'aerografo: manisfesti, copertine di riviste e libri. Il nudo è uno dei suoi temi favoriti, molte delle copertine delle riviste libertarie sono illustrate su questo tema. Realizza dei fotomontaggi per dei quotidiani a Valenza (Umbral).

Partecipa al Laboratorio delle arti plastiche dell'Alleanza degli intellettuali ed alla prima esposizione dell'arte rivoluzionaria (1932), è presente al padiglione spagnolo dell'esposizione universale di Parigi del 1937. Realizza dei manifesti per la CNT-FAI (il manifesto della Colonna Iberia) ed il Partito sindacalista (di Angel Pestana).

Nell'aprile del 1939, sarà incarcerato, per tre anni- in diverse luoghi di detenzione politici gestiti da militari italiani, farà anche dei soggiorni in prigione (Alicante, Madrid, Valenza). Realizza dei disegni sull'universo carcerario franchista o realizza dei calendari per i suoi compagni di cellula o la sua famiglia.

  

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Quando ne esce, per far vivere la sua famiglia, crea una piccola agenzia di pubblicità a Valenza, realizza di nuovo dei manifesti... per il cinema. Parallelamente, crea una rivista dedicata alle arti grafiche. Negli anni 50, parte per la Colombia, ricrea un'agenzia di pubblicità: logo, manifesti per il cinema, packaging. Espone una parte delle sue opere a Bogotá (Colombia), poi a Caracas (Venezuela). Ritorna a Valenza nel 1962 e muore nel 1976.

Nel 2004, un documentario di 50 minuti gli rende omaggio: Manuel Monleon Burgos, un grito pegado en la pared.

"L'arte per l'arte sarà per i giorni felici". M. Monleon 1937

   

Ricard Obiols (1894 – 1967)

 

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Sin dai primi due decenni del secolo, frequenta gli ambienti catalani per i quali realizza molti manifesti. Avrebbe partecipato all'esposizione internazionale di Barcellona nel 1929 con altri grafici e pittori. Nel 1936, ha 42 anni a lavora per l'UGT e la CNT di Madrid e Barcellona. Aderisce al sindacato professionisti delle Belle arti di Madrid. Muore nel 1967 a Barcellona.

Suo fratello Vicente è, anch'egli, grafico.

   

Sim, pseudonimo di: Rey Vila.

 

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Nel 1939, Sim prende la strada dell'esilio per Parigi. Elegge il suo studio vicino a Buttes-Chaumont dove continua a disegnare firmando con il suo vero nome Rey Vila.

I suoi temi preferiti sono i Tori e Don Chisciotte. Inoltre, contribuisce- un po'- alla lotta artistica antifranchista.

   

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Studia il disegno alla scuola delle Belle arti di Barcellona. Ritorna da suo servizio militare- nell'Africa del Nord- nel 1921 con un albo da disegni giudicato come antimilitarista ed un giudizio molto duro sugli uomini politici: La sconfitta nel Marocco? Una conseguenza del disprezzo (verso il popolo) di questi mercenari dello Stato. Da quel momento prende contatto con il sindacato dei disegnatori professionisti (SDP-UGT) e sostiene le lotte sociali. Sin ndal 19 luglio, mette il suo "disegno" al servizio della rivoluzione sociale.

Realizza un albo di acquarelli, Stampe della rivoluzione spagnola- 19 luglio 1936, destinato alla propaganda internazionale: un disegno e tre commenti (spagnolo, inglese, francese). Rey Vila lo propone alla UGT che rifiuta di pubblicarlo, perché? Troppo favorevole all'azione degli anarchici. Quest'albo (edito dalla CNT) sarà- prima di Guernica di Picasso- l'"opera" più conosciuta sulla rivoluzione spagnola. L'UGT gli chiederà alcuni mesi dopo un albo di disegni dello stesso genere sulla vita al fronte.

Un disegno spigoloso rafforzato da un tratto nero spesso e da colori vivi sfumati: più vicino alla caricatura che all'acquarello. Il suo approccio pittorico si rapporta male alle tecniche e allo stile degli altri autori di manifesti. Ne realizzerà pochi (per conto dellal CNT, dell'UGT e per la Generalitat della Catalunya), disegnerà molto per dei calendari, cartoline postali, ecc.

 

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Gallur Manuel

 

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Nato a Valenza nel 1905. Entra alla Scuola delle Belle Arti nel 1930. Gallur lavora come disegnatore pubblicista e parrallelamenmte partecipa a diverse esposizioni d'avanguardia. Incontra le idee libertarie ed aderisce al sindacato delle professioni liberali della CNT.

Firma i suoi manifesti con la sigla "autore di manifesti della CNT-FAI".

Parteciperà all'esposizione universale del 1937 a Parigi con un manifesto: Il popolo sarà libero!

Dopo la sconfitta, lavora di nuovo come pubblicista ed anche come dissegnatore di mobili (a Saragozza).

Muore a Marsiglia nel 1995.

  

Badia Vilato

 

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Sappiamo poche cose su questo compagno. Come molti altri, passa attraversò la Scuola delle Belle Arti di Barcellona e lavora per la CNT-FAI. Durante la guerra, realizza uno straordinario manifesto antimilitarista nel 1937: "Ambizione, Militarismo, Guerra, questo è il fascismo". Questo manifesto sarà ripreso con lo stesso testo tradotto in inglese, dai movimenti anti-guerra negli Stati Uniti, nel 2004.

Graficamente, è molto influenzato dai surrealisti francesi. Nel 1939, prende la strada dell'esilio in Francia, dove continuerà il suo lavoro di Grafico professionista per Air France (1951), Maurice Chevalier, il Teatro dell'Odéon, Il salone dell'auto e contro l arepressione franchista.

 

 

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Collabora molto regolarmente a SIA (Solidarietà Internazionale Antifascista) per cui propone dei disegni per i calendari, cartoline postali e manifesti. Nel 1947, edita un albo di disegni accompagnati da testi (inglese, francese, spagnolo), Spagna eterna, Edition Espagne Libre. 

Alla fine degli anni 50, parte per l'America del Sud: la Bolivia, il Brasile dove si perdono le sue tracce.

 

 

Manuel Camps Vicens

 

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Nato a Gerona nel 1906, si iscrive alla scuola delle Belle Arti di questa città. A partire dagli anni venti acquisisce una certa fama esponendo a Barcellona, Madrid, ecc. Integra il Grouppo Arte Libera (grup art lliure) che raggruppa gli autori di manifesti, illustratori, pittori della CNT della Catalogna.

Combatte sul fronte dell'Ebro. Dopo la sconfitta, è arrestato ed inviato in un camkpo di concentramento dalla Gestapo. Alla liberazione, si istalla a Tolosa e riprende le sue attività di pittore. Espone soprattutto nel Sud Ovest. Come molti altri artisti, Manuel Camps Vicens partecipa anche ad un'attività pittorica militante (all'interno alla CNT) contro il Franchismo (esposizioni del 1947, 1952, 1956) e per l'Occitania. Muore nel 1986.

 

 

Baltasar Lobo

 

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Nato nel 1910, non lontano da Zamora, a 12 anni lavora riproducendo delle immagini religiose a Valladolid. La sua prima esposizione nel 1928 gli apre le porte delle Belle Arti di Madrid. Dopo tre mesi di corsi, se va sbattendo la porta non sopportando l'insegnamento "ufficiale", preferisce studiare le sculture arcaiche del museo archeologico.

Nel 1936, Baltasar Lobo è membro del comitato peninsulare delle FIJL. Collabora molto regolarmente- attraverso disegni, cartoline postali e manifesti- a Tierra Y Libertad, Frente Libertario. La sua compagna Mercedes Comaposada Guillen è una militante attiva delle Mujeres Libres, Baltasar Lobo realizza molte copertine per le riviste, disegni, manifesti e cartoline postali per quest'organizzazione anarco-femminista.

 

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Nel 1939, giunge a Parigi con una raccomandazione per "Picasso" (la sua compagna diventerà per un periodo sua segretaria). Incontra così Miro e diventa amico dello scultore Henri Laurens che l'aiuta a regolarizzare la sua situazione  e gli trova un laboratorio per lavorare. Alla liberazione, molto rapidamente la sua reputazione internazionale di scultore supera i circoli militanti. Espone, si lega con Kandinsky, Dubuffet, insegna e realizza delle committenze (soprattutto delle sculture) per i comuni della periferia parigina. Dopo al morte di Franco, realizza una scultura a Barcellona.

Vivrà a Parigi sino alla sua morte nel 1993.

 

 

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Helios Gomez

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27 aprile 2010 2 27 /04 /aprile /2010 09:17

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 Francisco Ferrer y Guardia

di  Hem Day

(Discorso pronunciato all'università di Bruxelles)

   

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Francisco Ferrer credeva che nessuno fosse malvagio volontariamente e che tutto il male presente nel mondo provenisse dall'ignoranza. È per questo che gli ignoranti l'hanno assassinato e l'ignoranza criminale si perpetua ancora oggi attraverso nuove ed inclassificabili inquisizioni. Di fronte ad esse tuttavia, alcune vittime, tra cui Ferrer, saranno vive per sempre.

 Albert Camus 

 

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Il pensiero e l'opera di Francisco Ferrer si presentano sotto molteplici aspetti, tutti generosi per la loro nobile ambizione e la loro strana risonanza. Gli oratori che sino ad ora mi hanno preceduto su questa tribuna come tutti coloro che mi succederanno, vi hanno detto o vi diranno con quale fervore, stimavano l'uomo, il pensatore, il razionalista, l'educatore, il massone, il radicale di cui celebriamo il centenario della nascita (1859) ed il cinquantenario dell'assassinio (1909).

Queste date ricordano a tutti coloro il cui ricordo di Francisco Ferrer rimane ancora vivo, due anniversari che si stagliano negli annali del libero pensiero. Non è dunque per noi un buon pretesto in vista di celebrare la memoria di un uomo così grande?

Francisco Ferrer stesso ce lo illustra prima di morire quando desidera che i suoi amici parlino poco di lui, allo scopo di non creare idoli, perché considera quest'ultimi come "un grande male per l'avvenire umano". Che mi sia concesso in questo giorno memorabile di lodare questa modestia, allo scopo di ridire di fronte al mondo libero, l'odioso assassinio di cui fu vittima questo precursore.


 

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 Quest'insegnamento, lo voleva là, in un paese in cui l'educazione rudimentale anche, si urtava contro ogni possibilità del progresso ed allo sviluppo naturale dell'individuo. Che mi sia in più possibile in nome del libero esame, esaltare l'ideale di Francisco Ferrer e di magnificare allo stesso tempo il pensiero di colui che la Chiesa cattolica romana, associata allo Stato, non esitò ad imolare indegnamente.

Che non ci si indegni, in realtà nulla è cambiato ai nostri giorni, il pensiero è sempre perseguitato, la censura usa sempre le sue prerogative in nome di una morale falsificata o sorpassata e se non fosse il timore delle rivolte spontanee, molti individui, clan o partiti non esiterebbero a ricorrere ad autentiche procedure inquisitoriali per tentare di impedire la llibera espressione del pensiero.

Nel Frattempo, un po' ovunque, si assassina sempre, si condanna a pene infamanti, si imprigiona arbitrariamente, si martirizzano coloro che vogliono enunciare liberamente il proprio ideale. Bisogna dunque restare vigile e denunciare senza tregua né riposo i crimini che sono in perpetua gestazione all'ombra degli Stati e delle cattedrali.

Escuela_Moderna.jpgSappiamo dunque, scoprire gli scopi del suo ideale che ai nostri tempi è ancora lontano, molto lontano dall'essere realizzato, perché incompreso. Ferrer mi ha spesso ripetuto, diceva il suo amico Alfred Naquet durante una conferenza che aveva dato il 3 settembre 1909 che "il tempo non rispetta le opere all'edificazione delle quali non ha contribuito. Fondando delle scuole, credeva lavorare più utilmente alla trasformazione della società che erigendo delle barricate e senza ripudiare gli eroi che si fanno uccidere su di esse, preferiva perché la riteneva più feconda, l'opera che consiste nel fare degli uomini da preparare la rivoluzione nei cervelli". Egli mirava, aggiungeva Alfred Naquet, "più in alto di un semplice cambiamento politico".

Tutto ciò concorre ad affermare che il pensiero intimo che animava l'ideale di Francisco Ferrer per l'elaborazione della sua opera non può, sotto vani pretesti, essere ignorato o passato in silenzio. Mi piacerebbe dunque ricordarvi, l'uomo che fu quest'idealista che ne esprimeva ancora l'essenziale, poco tempo prima di essere fucilato. "Precisamente, la demenza di coloro che non comprendono l'anarchia, proviene dall'impotenza in cui essi versano nel concepire una società ragionevole". 

 

 Che ci si ricordi delle critiche fatte dall'uditore generale relative alla Scuola Moderna. Che ci si ricordi in quali termini tentava- lo stolto- di accusare Ferrer di dedicare tutte le sue energie e le attività della sua vita al trionfo della rivoluzione. "Questo propagandista anarchico non sognava infantilmente che alla rivoluzione sociale" aggiunse. Supera questa volta la finzione, l'accusava di essere il vero capo degli anarchici, nichilisti e libertari spagnoli.

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Queste accuse per certi aspetti, hanno un fondamento, erano formulate tuttavia con delle riserve mentali e unite con tanti pregiudizi, che è indispensabile di precisarne il carattere e con ciò cogliere, qua e là, alcuni scritti dove si afferma con una volontà l'ideale che non cessava di valorizzare. Anselmo Lorenzo, che ha conosciuto molto bene Ferrer e con cui ha collaborato al gruppo "la Huelga general" ha dimostrato in uno studio che ha dedicato al suo grande amico e collaboratore come Francisco Ferrer contribuì al movimento delle rivendicazioni operaie creando con lui e qualcun altro quel giornale periodico. 

 

Ferrer--1990--Barcellona--monumento-commemorativo.jpgNella società borghese in cui viviamo, che limita ogni nobile aspirazione, che supera ogni sentimento generoso e che si sviluppa in mezzo ad un antagonismo dissolvente di interessi, pretendente di giustificarsi attraverso la formula di coloritura scientifica: la lotta per l'esistenza, Ferrer fu un uomo veramente eccezionale. 

In Ferrer il pensiero e la parola, gli atti della sua vita e l'azione per le sue idee formavano un tutto indissolubile. Chi poteva rannuvolarsi per questa franchezza, chi poteva indignarsi? Coloro che erano incapaci di apprezzare la generosità che animava quest'essere profondamente anarchico, coloro che restavano incapaci di afferrare la grandezza dell'altruismo, che straripava da questo essere, pronto ad ogni sacrificio per realizzare i suoi sogni ideali che portava in sé.

Ferrer--The-New-York-Times--1909.jpgC'è una frase che mi piace molto citare: "Dio o lo Stato NO, lo sciopero generale Sì!" Ferrer esponeva in modo molto logico tutto il valore, tutta la forza creatrice o distruttrice dello sciopero generale in opposizione alle lotte elettorali e concludeva con un'apologia dell'azione diretta cosciente invitando gli anarchici a far comprendere queste verità a tutti coloro "che credevano alla panacea del voto come se fosse l'ostia che deve portarli al paradiso". Francisco Ferrer affermava anche che "l'emancipazione completa dei lavoratori non proverrà né dalla Chiesa né dallo Stato, ma dallo sciopero generale che distruggerà li distruggerà entrambi" (1901). 

È tornato molte volte alla carica e più particolarmente in un altro studio "L'eredità sociale" in cui ha ritratto il corteo infinito dei privilegi esclusivi per denunciare l'egoismo delle classi predatrici. Di questa spoliazione favorita da una abominevole serie di cedimenti Ferrer ci dice ciò che pensa e ne conclude: "Cosa aspettiamo dunque per farla finita con questa confusione sociale e mettere in pratica l'anarchia, l'unico e vero ordine sociale suscettibile di appianare tutte le difficoltà e di produrre l'armonia universale per l'accordo manuale" (Dicembre 1901).

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Ferrer fu dunque incontestabilmente anarchico nell'accezione più ampia e più alta ed è perché fu sovversivo che si attirò l'odio di tutti coloro che sfruttavano la credulità e l'ignoranza dei popoli. È qui che si precisa  per noi tutti, liberi pensatori, i veri motivi del suo assassinio che non è soltanto un crimine clericale, ma anche e soprattutto un crimine sociale. 

 L'ideale di Ferrer, non potete più ignorarlo, si è precisato a voi tutti, quest o ideale dovete ricordarvelo che è stato quello degli scrittori e pensatori come Proudhon, Godwin, Bakunin, Reclus, Kropotkin, Malatesta, Lorenzo, Rocker e tanti altri. 

 Egli fu anarchico come fu libero pensatore, massone, pedagogo, razionalista.

 

 

Hem Day

  

 

[Traduzione di Ario Libert]

  

 

 

  Francisco Ferrer e la Scuola moderna

  

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 Non è nostro compito sviluppare ora la vita di Ferrer, la sua vita e la sua opera racchiudono nelle sue pagine una documentazione di alto valore con prove irrefutabili sulle accuse per le quali fu condannato e fucilato.

È dunque soltanto la sua opera La Scuola Moderna (i suoi principi, i suoi ingranaggi) troppo poco conosciuta e sconosciuta che preferiamo delineare e far conoscere affermando che Ferrer fu il vero realizzatore di un'istruzione  e di un'educazione della gioventù che rispondendo a tutti i suoi bisogni non poteva e non può ancora permettere ai suoi detrattori: i "mercanti di misteri" di negare l'alto valore dell'idea e della concezione della sua opera. Istruire divertendosi. Quanti bambini, obbligati a recarsi a scuola, non vedono in quest'obbligo che un lavoro obbligatorio (corvée), una servitù, una vera punizione!

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Eppure, tutta questa gioventù che si desta, che cerca di sbocciare, non potrebbe trovare nella scuola la gioia ed il piacere in un'istruzione corrispondente a questa breve insegna: "Istruirsi divertendosi!".

Rendendo l'istruzione attraente, non ci sarebbe affatto bisogno di mobilitare le autorità per dare la caccia a coloro che preferiscono evitarla piuttosto che la detenzione.

La cosa è fattibile: Ferrer l'ha creata!

Il suo metodo era semplice, ma meditato: circondandosi di istruttori che non erano professori ma uomini che capivano l'infanzia, furono per questi bambini degli amici, dei consiglieri, dei compagni. Questa libertà ben studiata non poteva che attrarre il bambino verso il suo istruttore, senza lasciare per questo posto ad un "lassismo triviale o irrispettoso". Canti e giochi sono sinonimi di gioia e salute ed hanno un grande posto in un metodo in cui il movimento è ben accetto e la parola un bisogno normale.

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Cosa importa ad un ragazzo da 8 a 10 anni sapere che Pipino il breve visse dal 714 al 768 o che Nelson vinse a Trafalgar nel 1805! Che Luigi XV, pedofilo, amasse le minorenni ed Enrico II avesse dei cortigiani raffinati (mignons). Ma per contro, parlando di Gutenberg e della stampa, l'attrazione del nuovo, dello sconosciuto, condurranno il bambino senza difficoltà e senza fatica a desiderare da sé di conoscere il seguito e attraverso l'immagine, con l'aiuto del cinema), le visite e le spiegazioni necessarie fornite rimarranno impresse per sempre nella mente vergine, l'opera immensa della stampa da Gutenberg sino ai nostri giorni, dai caratteri in legno alle linotipie attuali, delle stampatrici di un tempo alle rotative di oggi.

  

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Hem Day

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Francisco Ferrer Y Guardia

 

LINK ad un dossier su Ferrer:
DOSSIER Ferrer, da A Rivista Anarchica

 

LINK da Internet Archive su materiale contemporaneo agli eventi narrati:


Francisco Ferrer; A Tragedy in 5 acts, 1912, Julius Tittze

 

 

The Life, Trial, and Death of Francisco Ferrer, 1911, di William Archer

  

Fransisḳo Ferrer un di fraye ertsyhung fun der yugend, 1910, di Rudolf Rocker (in Yiddish)

 

The martyrdom of Ferrer: being a true account of his life and work, 1909, di Joseph McCabe

 

The origin and ideals of the Modern school, 1913, di Francisco Ferrer (traduzione di Joseph McCabe)

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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16 aprile 2010 5 16 /04 /aprile /2010 06:17

"El quico" Sabate e los "Bandoleros"  

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La guerriglia urbana libertaria in Spagna, 1945-1963  

di Daniel Pinós

 

Questa guerra europea che iniziò in Spagna non potrà terminare senza la Spagna

Albert Camus, 1944

  

45_maquis.jpgLa guerra civile spagnola non terminò il 1° aprile 1939. Vincitori e vinti erano almeno d'accordo su questo. Soltanto una propaganda ideologica intensa che si appoggiava su tutti i mezzi di comunicazione, cercando di mascherare la realtà, poteva imporre come un'evidenza una pace sociale che non esisteva affatto. Quando il regime franchista tappezzava le strade di manifesti proclamanti "25 anni di pace", non erano in realtà passati che pochi mesi dalla caduta  degli ultimi  gueriglieri che avevano iniziato la lotta contro il franchismo nel 1936.

Quico SabatéPartendo da qui, è possibile dire che la guerriglia, rurale o urbana, dal 1939, non ha mai smesso di esistere in Spagna. Ricordiamo a proposito le lotte dei gruppi armati della Confederazione nazionale e le azioni del "Grupo Primero de Mayo" negli anni sessanta. Così come le lotte del MIL e del GARI negli anni settanta.

La guerriglia non venne mai menzionata dai media dell'epoca.

Gli uomini che l'animavano erano definiti bandoleros", assassini, rapinatori e ben altri epiteti mascheranti la realtà delle loro azioni. Epiteti inventati  dai giornalisti che facevano parte dell'ingranaggio franchista. L'unica informazione diffusa allora era quella della cattura o della morte di un guerrigliero, spesso in circostanze misteriose (tentativo di evasione, resistenza, suicidio durante il suo arresto...). La storia della guerilla è difficile da ricostruire. La maggioranza dei suoi protagonisti sono morti. La maggior parte degli uomini che parteciparono alla lotta armata libertaria furono eliminati fisicamente, durante gli scontri con la polizia o furono giustiziati. Coloro che sopravvisssero sfuggono ancora alla curiosita degli storici. I due libri di Antonio Tellez dedicati alla guerilla urbana, a Sabaté e Facerias, i personaggi più importanti di questa storia, sono le sole storie orali su quest'epoca. Questi libri sono la testimonianza di un uomo che ha condiviso la vita dei guerriglieri e che fu loro amico. Da segnalare anche  una nuova biografia di Pilar Eyre, che ha il grande merito di aver raccolto narrazioni di prima mano, degli amici, dei sopravvissuti, dei membri della famiglia di Sabaté, ma anche dei suoi nemici.

CNT_UGT_1945-2.jpgBandoleros, maquis, resistenza, guerilleros, questi termini si confondono, sono rappresentativi di una parte della storia delle lotte radicali contro il potere franchista. Cronologicamente, bisogna distinguere diversi periodi: 

1939-1944

 Piccoli gruppi armati, isolati all'interno della penisola, nelle "sierras" (in Aragona, in Andalusia, in Catalogna e in Galizia soprattutto) continuano la lotta contro i fascisti.

 Settembre 1944

Alla fine della seconda guerra mondiale, un'invasione massiccia di guerilleros ha luogo nelle valli spagnole di Aran e di Roncal. Molti di loro hanno fatto parte della resistenza in Francia. L'operazione si risolve con una sconfitta, i sopravvissuti sono obbligati a fuggire attraverso la Spagna o rientrano in Francia, tra di loro vi sono numerosi feriti. Molti guerilleros furono catturati.

Primavera 1945

Sviluppo della resistenza interna segnalata in diverse province.

 1945-1946

 gardes-civils-ducret.jpgLa prima  informazione relativa a un'azione propriamente anarchica data al 6 agosto 1945. Quel giorno, sei individui armati attaccano una succursale del "Banco de Vizcaya" a Barcellona. È la prima di una serie di azioni attribuite agli anarchici. È durante questo periodo che molti militanti libertari furono arrestati. Jaime Parés, detto "Abisino" morì a quest'epoca, il corpo crivellato dalle pallottole della polizia. Fu uno dei primi compagni di Sabaté.

Nel 1946, quando la fine del fascismo e del nazismo in Europa permetteva di credere alla fine del suo alleato il franchismo, i gruppi anarchici riapparvero. Le loro azioni avevano una finalità chiaramente propagandistica, il loro obiettivo era di riorganizzare la CNT dall'interno, fornirle dei mezzi finanziari. Durante questo periodo, molti comitati nazionali o regionali della CNT si ricostituirono per essere dissolti nel giro di qualche mese. Molti membri di questi comitati furono imprigionati ed eliminati. Il gruppo capeggiato da Marcelino Massana conta al suo interno i fratelli Francisco detto "el Quico" e José Sabaté Facerias detto "Face" e Ramon Vila detto "Caraquemada". Questi gruppi agiscono sotto la sigla MLE e sporadicamente vengono diffusi dei volantini firmati FIJL.

1947-1952

CNTUGT_MLE1945.jpgDeclino della resistenza dovuto all'intensa repressione e all'abbandono della lotta armata da parte di importanti settori dell'opposizione spagnola, del PCE soprattutto.

1947-1950

È a partire dal maggio del 1947, che i gruppi anarchici sviluppano la loro attività più grande. Essi controllano le strade a breve distanza da Barcellona. Nel 1948, il gruppo di Faceria porta a termine due rapine e si impadronisce di alcune migliaia di pesetas in una fabbrica a Barcellona.

Durante questo periodo, Ramon Villa "Caraquemada" interviene nei dintorni di Barcellona, gli si attribuiscono in questo periodo un attacco a mano armata e il collocamento di esplosivi in una fabbrica di carburi e contro l'impianto ad alta tensione di Figols-Vic.

Nel 1949, riapparivano i gruppi di azione rurale, uno di essi è diretto da Massana. Si attribuiscono loro molti attacchi a mano armata. A Barcellona, i gruppi sono raggruppati in seno al MLR. In febbraio, luglio e ottobre, diverse azioni sono condotte da costoro contro le ferrovie catalane, contro fabbriche, trasportatori di valuta e gioiellerie.

Nel 1949, "el Quico" Sabaté agisce a Barcellona. In marzo, con suo fratello José e l'aragonese Wenceslao Gîmenez Orive, decidono l'eliminazione del sinistro commissario Eduardo Quintela, specializzato nella repressione degli anarchici, nemico mortale di Sabaté. L'azione ha luogo il 2 marzo, per un imprevisto, il colpo fallisce. Manuel Pinol e José Tella, delegati agli sport del "Fronte della gioventù", due noti fascisti vengono uccisi al posto del commissario.

Il 3 giugno del 1949, Francisco Denis "Català" moriva per aver assunto una capsula di cianuro, era stato arrestato a Gironela. La maggior parte dei gruppi erano ricorsi a lui per valicare i Pirenei, "Català" era il passatore dei delegati della CNT in esilio. Questo periodo costò al movimento libertario la sparizione di 29 dei suoi membri, 11 feriti e 57 arresti.

1950-1952

badiaVilato_Estudio.jpgDurante questo periodo, la guerriglia non conobbe che sconfitte. Essi successero agli scacchi conosciuti alla fine del 1949. Carlos Cuevas e Cecilio Galdos del comitato nazionale della FAI, morirono in scontri armati. Manuel Sabaté, il più giovane dei fratelli Sabaté venne fucilato nel campo della Bota.


1952-1955

Delle basi della resistenza armata, soprattuttto localizzate in Catalogna ed in Aragona si sviluppano, esse sono composte da anarchici che fecero parte inizialmente della CNT. In un primo tempo la guerriglia presentava un carattere unitario, ciò non impedì agli anarchici dal parteciparvi. Il secondo periodo è nettamente libertario, esso comincia quando la lotta armata è abbandonata dalla maggior parte delle organizzazioni politiche. In Catalogna, gli elementi più attivi di questi gruppi erano: Marcelino Massana, José Luis Facerias, José, Manuel e Francisco Sabaté, Ramon Vila. Qualche anno prima, in Aragona, gli animatori della guerriglia avevano per nome: Rufino Carrasco e "El Tuerto de Fuencarral". La maggior parte di questi uomini avevano combattuto durante la rivoluzione spagnola nelle milizie della CNT-FAI. 

Nel marzo del 1956, Sabaté stabilisce dei contatti con Facerias, essi formano un nuovo gruppo. Si attribuisce loro l'attacco del "Banco central" e la morte di un ispettore. Il 22 dicembre di quell'anno, il gruppo si impadronisce di molte migliaia di pesetas dagli uffici dell'impresa "Cubiertas y tejados". Dopo quest'azione, Sabaté ritorna in Francia dove resterà sino al 1959.

 

1955-1960

È durante la primavera del 1955 che Francisco Sabaté si decise ad agire di nuovo. Dopo un contatto con la CNT di Tolosa, fu escluso definitivamente dall'organizzazione confederale. La CNT era contro l'idea di creare dei gruppi armati sul territorio spagnolo. Davanti a questo rifiuto, "el Quico" fondò con qualche compagno i "Grupos anarco-sindicalitas" il cui organo era "El Combate".

Il 29 aprile, Sabaté è a Barcellona, entra in relazione con qualche compagno e semina nella città migliaia di esemplari di "El Combate" in occasione del 1° maggio.

Il 28 settembre, approfittando del soggiorno di Franco a Barcellona, Sabaté è nella città, affitta un vecchio taxi a tetto aperto e spiega all'autista che va a distribuire della propaganda favorevole al regime. Il volantino redatto in catalano e in castigliano contiene il seguente testo: Popolo antifascista. Sono già molti anni che sopporti Franco e i suoi sicari. Non basta criticare questo regime corrotto, di miserie e di terrore. Le parole sono parole. È necessaria l'azione. Abbasso la tirannia! Viva l'unione del popolo spagnolo! Movimento libertario di Spagna!

1953_BadiaVilato_SIA.jpg

È durante questo periodo che sarà ucciso José Luis Facerias, vittima di un'imboscata tesa dalla polizia nel quartiere barcellonese di Verdún, il 30 agosto 1957. L'annuncio della sua morte, nei giornali spagnoli comporta alcune curiosità: José Luis Facerias godeva di una molto triste fama, essa fu il frutto dei suoi numerosi crimini. Univa allo stesso tempo una straordinaria abilità e una mancanza assoluta di scrupoli che lo spingevano a degli estremi di una ferocia inimmaginabile che egli pretendeva di giustificare per la sua condizione di difensore di una causa politica di cui era il perfetto rappresentante.

Facerias morì all'età di 37 anni.


La fine di quest'epoca avrà luogo il 5 gennaio 1960 con l'ultima avventura del Quico. Sabaté riuscì a costituire un nuovo gruppo. Era formato da 
Antonio Miracle Guittard, 29 anni, Rogelio Madrigal Torres, 27 anni e Martin Ruiz Montoya, 20 anni. Senza alcun sostegno, essi adottano il nome di MURLE. L'ultimo a unirsi al gruppo sarà Francisco Conesa Alcaraz, 38 anni. I cinque decidono di recarsi in Spagna ad organizzare un nucleo di carattere politico-militare che deve diventare l'embrione di future unità armate.

Essi attraversano la frontiera il 30 dicembre. Quello stesso giorno, la guardia civile è allertata e si concentra nella zona di passaggio. Il 3 gennaio, il gruppo è localizzato in una fattoria nel sud di Girona. Accerchiati dalla guardia civile, il gruppo non ha che una scelta: lo scontro. Conesa è ucciso, Sabaté ferito a una gamba. Nel momento in cui tentano di fuggire grazie all'oscurità, Miracle, Madrigal e Martin sono uccisi. Sabaté, dopo aver ucciso il tenente della guardia civile, si dirige verso la triplice cerchia di guardie che circondano la fattoria, ventre a terra sussurra: Non sparate, sono il tenente e così riesce a dileguarsi nella notte.

60pris_franquist.jpgSabaté riesce a giungere sino alla ferrovia, vicino a Fornells. Sale sulla locomotiva di un treno e minaccia il macchimista e il meccanico con la sua arma e ordina loro di dirigersi verso Barcellona senza fermarsi a nessuna stazione. Arrivati a Empalme, Sabaté si impadronisce di una locomotiva elettrica, sempre in compagnia del macchinista e del meccanico. Nel frattempo la sua ferita si aggrava. Prima di arrivare a Sant Celoni, salta dal treno e raggiunge una fattoria vicina. È lì che sarà individuato dalla guardia civile. Una guardia municipale messa al corrente della cosa dalle guardie civili si trova sul luogo dello scontro. È questo ufficiale che ucciderà Sabaté con il concorso di un sergente della guardia civile. Sabaté era ferito al piede e alla coscia. Il giorno dopo, la stampa spagnola scriveva: Fine di un bandolero. Erano le otto e ventisei minuti. All'incrocio delle strade Mator e San Tecla a Sant Celoni, stringendo la sua mitraglietta Thompson, giaceva morto il tristemente celebre Francisco Sabaté Llopart.

 Senza saperlo, l'informatore ufficiale rese a Quico un ultimo omaggio trattandolo come un "bandolero". Il che vuol dire in Spagna "bandito di strada", ma anche in un senso più ampio: il campione degli oppressi.

Sabaté aveva 45 anni. "Caraquemada" restava il solo sopravissuto di questa generazione di guerriglieri. È nella sua terra di Berguedà che egli condusse la maggior parte delle sue azioni. Fu nel 1963, a quasi trent'anni, a Castellnou de Bages che egli trovò la morte in una pattuglia della guardia civile, Tentò in quel momento di porre un esplosivo contro un'installazione elettrica. 

La gueriglia urbana ed i suoi obiettivi

lager-franchista-per-prigionieri-politici.jpgLe azioni condotte dai gruppi armati erano di una temerarietà senza limiti. I gruppi sapevano che per il fatto che tutte le organizzazioni ufficiali avevano abbandonato la strategia armata rendeva più difficile il loro radicamento nel popolo, ma speravano di poter dimostrare a queste organizzazioni i loro errori. La loro attività di diffusione di testi anarco-sindacalisti rimase limitata alla Catalogna. La principale difficoltà per i gruppi d'azione fu la relazione precaria stabilita con i gruppi dell'interno della penisola.

I gruppi d'azione continuavano la guerra civile, per essi non era mai cessata. La maggioranza degli oppositori dell'interno, a partire dal 1953, considerava che la lotta contro il franchismo doveva svilupparsi con i mezzi di una partecipazione la più ampia possibile della popolazione. È da notare che fu a partire del momento in cui gli Stati Uniti stabilirono delle relazioni diplomatiche con la Spagna che queste posizioni si manifestarono nell'opposizione anti-franchista.  

sia_prison-call.jpg68marseil_DegfrancSal.jpgIl principale nemico della lotta armata fu quindi la guardia civile. Il numero di guardie utilizzate per farla finita con i guerriglieri fu impressionante. Infiltrandosi negli ambienti dell'esilio, le guardie potevano informare sulla partenza dei gruppi verso la Spagna. La collaborazione della polizia francese fu egualmente molto importante. Se inizialmente, il governo francese lasciò i gruppi di guerriglieri organizzarsi sul territorio francese, indubbiamente per via della loro partecipazione attiva alla resistenza contro il nazismo, l'inizio della guerra fredda trasformò le relazioni diplomatiche tra la Francia e la Spagna. La collaborazione tra la polizia francese e spagnola si sviluppò, l'informazione riguardante il passaggio dei gruppi d'azione attraverso i Pirenei era trasmessa dalla polizia francese ai loro omologhi spagnoli.

La guardia civile, per lottare più efficacemente contro i guerriglieri, creò dei corpi anti-guerriglia. I corpi della guardia civica realizzarono diverse azioni che screditarono la guerriglia, ciò creò nella popolazione un clima di insicurezza che provocò l'isolamento dei guerriglieri anarchici. Le zone di passaggio, le uscite da Barcellona furono sempre più sorvegliate, delle pattuglie formate da numerosi uomini armati formarono intorno a Barcellona un cerchio di repressione che non permetteva più ai guerriglieri di raggiungere le loro basi, lo spostamento di materiale e ricevere rinforzi in uomini. I guerriglieri ebbero anche dei nemici importanti nella persona dei volontari, della polizia nazionale, delle guardie municipali, dei falangisti e delle loro organizzazioni.

Eppure la guerriglia tenne in scacco per moltissimo tempo le forze governative. La precarietà dei loro mezzi che li obbligava a praticare delle espropriazioni, il fatto di non poter contare sulla loro organizzazione, la CNT dell'esilio per la quale essi lottarono da ben prima del 1936, li resero vulnerabili.

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Numerose azioni condotte dai gruppi d'azione rimarranno probabilmente sconosciute per sempre, ma ciò che è certo è che il regime di terrore imposto da Franco aveva un nemico opposto direttamente ad esso.

Quando la notizia della morte del "Quico" Sabaté giunse a Barcellona, le persone si rifiutarono di ammettere la realtà di questa scomparsa. "El Quico tornerà presto a smentire questi bugiardi" commentavano i lavoratori catalani pensando a una montatura della polizia. È certo che quando Sabaté e Facerias entrarono nel mito popolare ciò provò che in un certo modo essi erano rappresentativi dell'opposizione per un gran numero di Spagnoli a un potere che voleva sottomettere l'insieme del popolo spagnolo.

Il bandolero è sempre stato mistificato in Spagna, perché incarna la lotta del debole e dell'oppresso contro il potere stabilito. È definito dall'immaginazione popolare come il ladro dei ricchi ed il difensore dei poveri. Fu il caso di Sabaté, quello di Facerias e dei loro compagni. Essi furono la personificazione del bandolero nobile che lotta sino alla morte per la libertà e contro coloro che si oppongono ad essa.

60-visitEspagn.jpgProseguiamo e proseguiremo la nostra lotta in rapporto alla Spagna, in Spagna, consideriamo che l'inerzia sia la morte dello spirito rivoluzionario. Faremo sì che la voce dell'anarchismo si faccia sentire in tutti gli angoli della Spagna così come la solidarietà con i nostri fratelli detenuti.

Questo testo datato 8 dicembre 1957, fa parte di una lettera indirizzata dai "Grupos anarco-sindicalistas" alla CNT e alla FAI in esilio, per protestare contro l'inazione di quelle organizzazioni per salvare gli anarchici imprigionati in Spagna e per denunciare la loro assenza sul terreno delle lotte nella penisola.

 

Daniel Pinós

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

QuicoSabate.jpgTomba di "El Quico".

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Murales accanto alla tomba di "El Quico".



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André Breton difende dei compagni condannati a morte da Franco.

 

 

LINK al post originale:

"El Quico" Sabaté et los "Bandoleros". La guérille urbaine libertaire en Espagne, 1945-1963

 

Link ad alcuni documentari concernenti "el Quico"  e la resistenza armata al franchismo:

Quico Sabate - Anarquista

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8 aprile 2010 4 08 /04 /aprile /2010 10:17

 Jules-Félix Grandjouan

 

Grandjouan--1--maggio.jpg

 

 di OLT

 

In poco più di dieci anni di esistenza, una rivista segnò il giornalismo ed il disegno a stampa. Oggi L'Assiette au Beurre (1901-1912) resta il riferimento in materia della stampa satirica. Il concetto era semplice: ogni numero era dedicato ad un tema che, molto spesso, un solo disegnatore realizzava.
 
Tra i numerosi collaboratori di questa rivista, il più virulento fu sicuramente Jules-Félix Grandjouan. Prolisso, realizzò da solo quasi un decimo della produzione totale di L'Assiette au Beurre. Basta scorrere la lista delle tematiche che trattò per convincersi della sua combattività:  I crimini dello zarismo, Colonizziamo, L'algeria agli Algerini (nel 1902), 1° Maggio, Courrières, I vostri documenti, Gli spretati, Il Sabotaggio, La CGT, Gli oppressi oppressori, Grandezza e decadenza del partito radicale, Lo sciopero, Abbasso i monopoli, Quando le donne voteranno, ecc.

Jules-Félix Grandjouan nasce il 22 novembre 1875 a Nantes. Città a cui resterà profondamente legato, la sua prima raccolta litografica, Nantes la Grise [Nantes la Grigia], è pubblicata nel 1899. Abbandona- probabilmente senza rimpianto- la sua carriera di notaio per dedicarsi al disegno nel 1900. Sposato con Bettina Simon (istitutrice e militante vicina agli ambienti operai), i loro figli frequentano delle scuole "diverse" come "La Ruche" di Sébastien Faure (seminarista diventato anarchico):

 Sin dal 1901, Grandjouan, che ha già collaborato a delle riviste (Le Petit Phare, Le Réveil Social, Le Rire, L’Ouest Républicain, Le Clou et La Vie Illustrée), raggiunge il gruppo di L'Assiette au Beurre. Partecipa anche alle pubblicazioni più radicali e più impegnate politicamente del momento:  La Guerre Sociale, Le Conscrit, La Voix du Peuple, La Vie Ouvrière, Le Libertaire, Les Temps Nouveaux, ecc. Libertario e sindacalista rivoluzionario, amico di Émile Pouget, disegna nel 1908 un manifesto sul dramma di Villeneuve-Saint-Georges [1] che alcuni considerano come il primo manifesto politico illustrato. Il suo stato di spirito è riassunto dal sua quadro intitolato Vergogna a colui che non si rivolta contro l'ingiustizia sociale!

  Si reca molte volte in aiuto dei compagni imprigionati per delitti di opinioni. L'Assiette au Beurre ha il troste privilegio di contare sino a 13 dei suoi collaboratori in carcere. Le caricature di Grandjouan contro Clémenceau si fanno di una rara violenza...

  Giudicato in tribunale nel 1909 per i suoi disegni, l'arrabbiato è assolto. Rigiudicato nel 1911, è condannato a 18 mesi di prigione. Lo stesso anno il suo amico, il talentuoso disegnatore Aristide-Grégoire Delannoy, sfinito per le sue lunhhe detenzioni in prigione, muore all'età di 37 anni. Grandjouan si autoesilia in Germania, alla scuola di danza di Isadora Duncan sua amante. Insieme, viaggiano in Egitto ed a Venezia.

Di ritorno in Francia nel 1912, sarà graziato nel 1913 all'arrivo al potere di Poincaré. Deluso dal silenzio dell'insieme della stampa durante i suoi guai giudiziari, si dedica al lavoro artistico. Espone i suoi disegni di viaggio, edita l'album di pastelli di Isadora Duncan.

 Riformato a causa della sua miopia, Grandjouan aspetta il siluramento della nave passeggeri civile britannica "Lusitania" da parte di un sommergibile tedesco per disegnare "anti-boche" [anti-crucco]. La sua partecipazione alla stampa, molto patriottica durante la Prima Guerra mondiale, rimarrà debole.

 Grandjouan--Assiette--1903.gifLa Rivoluzione d'Ottobre gli ridà speranza, come per altri militanti operai, si mette al servizio del Partito comunista. Operando per un riavvicinamento della Francia con la "patria del socialismo", l'artista ritorna in Russia nel 1926 (nel 1904 aveva fatto un'inchiesta sui pogroms). Ne riporta un servizio con delle immagini. Nel 1924, si presenta alle legislative contro Aristide Briand a Nantes, elezione che egli perde per 2832 voti contro 32.551. Jules-Félix non sa essere servile, eletto nel novembre del 1930 rappresentante in Francia del Bureau International dei pittori rivoluzionari, è escluso alcuni mesi dopo per aver firmato con Panaït Istrati [2] una dichiarazione non conforme alla linea del partito.

Grandjouan si ritira dalla vita politica dopo un tentativo infruttuoso alle elezioni legislative a Nantes, partecipa alla vita locale dedicandosi anche alla sua arte. Muore nel 1968. Un'esposizione "Grandjouan, Creatore del manifesto politico illustrato in Francia, 1900-1930, fu inagurata nel giugno del 2002 al Musée du Château des Ducs de Bretagne a Nantes. Esporre i disegni di Jules-Félix Grandjouan a due passi dal Musée de l’Armée [Museo dell'Esercito], l'antimilitarista nantese avrebbe probabilmente gustato l'ironia della cosa...

  

    

 

 NOTE

  

 

 [1] Luglio  1908, l'esercito spara sugli scioperanti: quattro morti, centinaia di feriti.

[2] Panaït Istrati (1884-1935), questo militante rivoluzionario rumeno di esprtessione francese scrive nel 1929, dopo un viaggio in URSS, un libro, Verso l'altra fiamma, molto critico ce militant révolutionnaire roumain d’expression française écrivit en 1929, après un voyage en URSS, un livre (Vers l’autre flamme) très critique envers le régime soviétique.

[3] Un catalogo è stato realizzato per l'evento: Grandjouan, Créateur de l’affiche politique illustrée en France, Somogy 2001, 30 €, 288 pagine.

   
OLT

 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 LINK al post originale:

La Bouche de Fer, Jules-Félix Grandjouan

 

LINK ad un sito francofono in cui sono presenti più di 50 numeri di L'Assiette au Beurre:

L'Assiette au beurre: revue illustrée, satirique et libertaire de 1900

  

LINK interno ad un'opera illustrata da Grandjouan:

 Bernard Naudin e Félix Grandjouan, Lo Sciopero

 

LINK interni al blog ai post della categoria "satira libertaria":

Satira libertaria

    

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3 aprile 2010 6 03 /04 /aprile /2010 15:34

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Dopo molto tempo, presentiamo oggi la traduzione di un altro numero della grande rivista di satira L'Assiette au Beurre, dominata a lungo da artisti e scrittori anarchici o libertari. Il presente numero è a quattro mani essendo stato creato da Bernard Naudin, autore di cui abbiamo già presentato la traduzione di una sua opera disegnata anch'essa proprio per L'Assiette au Beurre, e da Félix Grandjuan, una grande colonna della rivista avendo da solo illustrato almeno 40 numeri.

 Il titolo Grève, e cioè "Sciopero" descrive, basandosi su eventi accaduti proprio nella cosiddetta Francia della Belle Epoque, della brutalità della repressione degli schiavi salariati quando questi alzano la testa e rivendicano nient'altro che condizioni di vita più dignitose. Insomma niente di nuovo. Molto attuale.


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[Traduzione di Ario Libert]

  

LINK al post originale:

La Grève

 

LINK alla categoria "Satira Libertaria" da cui poter visionare decine di numeri tradotti della rivista L'Assiette au Beurre:

Satira Libertaria
 

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29 marzo 2010 1 29 /03 /marzo /2010 15:41



Un commosso ritratto di Camus in quanto autore autore teatrale in occasione della sua tragica morte da parte di un amico ed estimatore. L'articolo apparve in una rivista libertaria famosa in Francia e testimonia di una certa consonanza del pensiero del grande poligrafo d'oltralpe con i principi libertari. Avremo modo prossimamente di testimoniarlo in modo ancora più approfondito attraverso saggi sull'autore di L'uomo in rivolta e articoli scritti dal medesimo per la stessa rivista che ospitò la presente rivista.

Albert Camus ed il teatro


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di Morvan Lebesque

Il teatro è un'illusione, cioè il contrario di una menzogna.

Camus aveva istintivamente capito ciò ed è per questo che la sua opera doveva parzialmente esprimersi sulla scena. Forse aveva quel "gusto di prova" che hanno le parole quando non si accontentano di collocarsi sulla carta, ma passano in bocca all'uomo, all'attore, di colui che è sul palcoscenico e si rivolge alla folla. La carta, come il letto, porta tutto.

Il linguaggio parlato si affronta, esso con delle esigenze.

Un'immagine all'inizio, un'immagine alla fine.

La prima è una fotografia resa pubblica: rappresenta Albert Camus mentre recita la parte di Olivier le Daim, in Gringoire di Théodore de Banville, con la truppa di Radio-Algeri, nel 1935. Gringoir è un classico del teatro amatoriale: poco autori, pochi commedianti che non l'abbiano frequentato a ventidue anni. La seconda immagine non è, ahimè! che la mia memoria. Nel settembre del 1959, Camus effettuava la tournée a Suresnes. Avevo dei motivi per andarlo a vedere per chiedergli dei suoi progetti. Quale teatro gli avrebbe offerto Malraux? Mi rispose che non ne sapeva nulla, ma che ad ogni modo, poiché ora era animatore e regista, avrebbe scelto il "grande spazio". Lo spazio, il pubblico più vasto e la più grande portata drammatica. Non sono degli autori in camera, sono degli Shakespeare che ci occorrono. Così era l'uomo: vedere in grande e conoscere bene il proprio mestiere.

Non credo che egli abbia mai affrontato alcun compito senza misurarlo in sé dalla A alla Z. Il letterato che lancia unn messaggio al mondo ignora attraverso quali umili mani questo messaggio deve innanzitutto passare. Camus conosceva quelle mani: il proto, il linotipista, il correttore erano suoi amici. In teatro, prima di scrivere una riga, aveva imparato a dirigere un gruppo, a spiegare il senso delle repliche agli attori, a regolare dei movimenti e delle illuminazioni. Nel 1952, quando chiesi ad un giovane attore, Jean Négroni, quali erano i due registi che egli stimava come i migliori, egli mi rispose senza esitare: Vilar e Camus. Quest'ultimo nome mi meravigliò: non conoscevo allora che lo scrittore. Ma l'anno successivo, al Festival di Angers, vidi il regista di spettacoli e compresi che Négroni aveva ragione.

Il teatro "scritto" di Camus è un fedele riflesso della sua opera. Le sue due prime opere teatrali Caligola e Il Malinteso ci apparivano come delle illustrazioni viventi di Lo Straniero e di Il mito di Sisifo. L'assurdo, desus ex machina infernale, organizza l'assassinio di Jan per mano della sorella Martha sotto lo sguardo indifferente di un destino silenzioso. L'assurdo ("Gli uomijni muoiono e non sono felici") conduce logicamente Caligola a volere la lina, cioè ad accordarsi il potere di fare tutto, a varcare in qualche modo il muro del suono dell'impossibile. Universale è la derisione: e quindi, l'uomo in tutto ciò, conserva la sua possibilità. Quale possibilità di essere uomo, sino (ed a causa) la finitezza, la contingenza, la disperazione. Allora sorgono dei veri eroi: Diego, il rivoltoso di Stato d'assedio, i Giusti Kaliayer e Dora. In essi, possiamo riconoscerci. In essi, possiamo accettare la sconfitta, il malinteso, la morte. Non fossero vissuti che un istante, quest'istante, di fronte ad un'insondabile auterità, testimonia della necessità dell'Uomo. Nati e morti dai casi, non siamo tuttavia dei casi.

No: non era un "caso", quello che l'assurdo aspettava  all'angolo di un platano sulla strada di Sens. E la prova: la sua morte ci ha mutilato.Da quasi due mesi, mi sveglio quasi ogni mattino dicendomi che non è vero: la mia memoria si accanisce a censurare quell'istante. Ma è vero, Camus è morto. E non è un lutto quello che porto, è la perdita di un braccio o di un occhio che ho subito. Camus, come per migliaia di altre persone, mi era indispensabile. Ora, lo conoscevo poco piuttosto che molto. Non ho di lui che alcune lettere ed una foto che ci ritrae entrambi. È dunque perfettamenteesatto che l'uomo può essere necessario poiché Camus ci era necessario. Che possa mancare al mondo poiché gli manca?

Mi si scuserà di non scrivere ora, sul suo teatro, una "dissertazione": le poche righe che gli ho dedicato sopra mi sembrano per ora sufficienti. Più tardi, più tardi, renderemo a quest'opera un omaggio più completo e più degno- anche se imperfetto, credo [1]. Il teatro scritto di Camus appartiene a tutta questa generazione ed alle generazioni future.

Oggi, non voglio evocare che un ultimo ricordo: tre anni fa, Camus adottò per il Festival di Angers una commedia drammatica di Lope de Vega Il Cavaliere di Olmedo. La rappresentazione, ammirevolmente gestita da lui, si svolse davanti alle mura del castello in una dolce notte d'estate. Tra gli attori la signora Sylvie, la signorina Dominique Blanchar, i signori Joris, Woringer, Herbanet, ma non Camus che tuttavia fu un attore ammirevole. Cos'è Il Cavaliere di Olmedo?

È una storia semplice, quella di un giovane molto bello, molto nobile, molto puro, che una sera va ad assistere, in una città della Spagna, ad una festa. Compare, e ciò basta: la più bella ragazza del paese si innamora di lui. È la felicità: non una di quelle mediocri "felicità" che ingannato l'impazienza dell'umanità, ma l'istante di bellezza cara a Keats, che è una gioia per sempre. Ahimè! gli spasimanti della giovane non possono sopportare quest'idillio. Approfittando della notte, aspettano alla svolta della strada il cavaliere che ritorna a casa e lo assassinano. Non vi saranno nozze e mai più feste ad Oviedo. Tutto qui. Un uomo è giunto, troppo bello, troppo nobile: ha fatto un giro in città e lo hanno ucciso.

Non doveva essere l'ultimo spettacolo di Camus. L'inverno seguente, il manifesto dei Mathrins portava anche il suo nome, unito a quello di Faulkner, altro Premio Nobel, e nel 1959, metteva in scena I Demoni al Théatres Antoine. Ma quando penso a lui, sono le immagini notturne del Cavliere di Olmedo che mi perseguitano. Camus è venuto, Camus passato tra noi e ce lo hanno ucciso.

L'assurdo è come i non amati di Lope de Vega: non ntollera un re tra gli uomini.


Morvan Lebesque

Le Monde Libertaire 1960


[Traduzione di Ario Libert]



[NOTE]

Tre anni dopo l'autore del presente articolo avrebbe dato alle stampe  un libro sul grande scrittore e filosofo francese: Camus par lui-même, Seuil, coll. Écrivains de toujours, 1963, N. d. T.).




LINK al post originale:
Albert Camus et le théatre

 

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