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24 maggio 2010 1 24 /05 /maggio /2010 06:00

Repin.-Arresto-e-perquisizione-di-un-populista.jpg

 

Karl Marx e il socialismo populista russo

arton477.png

 

 Maximilien Rubel  

III. Una lettera senza conseguenze storiche

 

Ecco ora il testo definitivo della risposta che Marx diede a Vera Zasilich [23]:

 

8 Marzo 1881.

41, Maitland Park Road, London N.W.


 

Cara Cittadina,

Una malattia di nervi che mi aggredisce periodicamente negli ultimi dieci anni, mi ha impedito di rispondere prima alla vostra lettera de 16 febbraio. Mi dispiace di non potervi dare un esposto succinto e destinato alla pubblicità della questione che mi avete fatto l'onore di propormi. Da mesi ho promesso un lavoro sullo stesso tema al Comitato di San Pietroburgo. Tuttavia spero che alcune righe basteranno nel non lasciarvi alcun dubbio sul malinteso nei confronti della mia sedicente teoria.

Analizzando la genesi della produzione capitalista, sostengo: "In fondo al sistema capitalista c'è dunque la separazione radicale del produttore dai mezzi di produzione... la base di tutta questa evoluzione è l'espropriazione dei coltivatori. Non si è compiuta in modo radicale che in Inghilterra... Ma tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale percorrono lo stesso movimento (Il Capitale, ed. francese, p. 315).

La "fatalità storica" di questo movimento è dunque espressamente ristretta ai paesi dell'Europa occidentale. Il perché di questa restrizione è indicato in questo passaggio del cap. XXXII: "La proprietà privata, fondata sul lavoro personale... sta per essere soppiantata dalla proprietà privata capitalista, fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul salariato" (op. cit., p. 340).

In questo movimento occidentale si tratta dunque della trasformazione da una forma di proprietà in un'altra forma di proprietà privata. Presso i contadini russi si dovrebbe al contrario trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata. L'analisi fornita in Il Capitale non offre dunque ragioni né a favore né contro la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d'appoggio della rigenerazione sociale in Russia; ma affinché essa possa funzionare in quanto tale, bisognerebbe innanzitutto eliminare le deleterie influenze che l'assalgono da ogni parte ed in seguito assicurarle le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo.

Ho l'onore, cara Cittadina di essere vostro devoto.


 

Karl MARX


 

Possiamo facilmente constatare che, nella redazione definitiva della sua lettera, Marx si limita a rispondere una domanda precisa, in modo non meno preciso.

La comune rurale russa è fattibile? Questo era il problema sollevato da Vera Zasulich in nome del suo gruppo. Marx rispose affermativamente, conferendo alla soluzione da egli data al problema un carattere condizionale, non teoretico. Non approvava dunque i "marxisti" russi ai quali la sua interrogatrice faceva allusione [24]. Al contrario, la sua risposta non sembra mirare che a stimolare l'energia rivoluzionaria dei narodniki di cui ammirava il coraggio e l'abnegazione [25].

Ma se la soluzione proposta da Marx non aveva alcun carattere dogmatico e somigliava piuttosto ad un giudizio implicante un postulato etico- la soluzione essendo la rivoluzione- le supposizioni erano sostenute grazie allo studio delle "fonti originali" più importanti dell'epoca [26].

Nel gennaio 1882, dunque ad un anno appena dopo aver comunicato la sua risposta al gruppo dello Tchorny Pérédiel, redigendo con Engels la prefazione della seconda edizione russa di Il Manifesto del partito comunista, nella traduzione di Vera Zasulich [27], Marx condensò, in una ventina di righe, le sue opinioni sulla comune rurale russa e le sue prospettive nel senso definito anteriormente da lui come da Engels (nella sua replica a Tkacev): "il compito di Il Manifesto, era di proclamare la sparizione inevitabile ed imminente dell'attuale proprietà borghese. Ora, in Russia accanto ad un ordine capitalista che si sviluppa con una velocità febbrile accanto alla proprietà fondiaria borghese allo stato di formazione, constatiamo che più della metà del suolo forma la proprietà comune dei contadini. Una domanda si pone dunque: La comune contadine russa- forma, è vero, molto disaggregata già di proprietà comune primitiva del suolo- può trasformarsi direttamente in una forma comunista superiore della proprietà fondiaria? Oppure dovrà subire preventivamente lo stesso processo di dissoluzione che si manifesta nell'evoluzione storica dell'Occidente?- La sola risposta che si possa attualmente dare a questa domanda è la seguente: Se la rivoluzione russa diventa il segnale di una rivoluzione operaia in Occidente di modo che le due si completano, l'attuale proprietà comune russa può diventare il punto di partenza di un'evoluzione comunista".

Posti di fronte all'alternativa di Marx, i populisti emigrati a Ginevra ne scelsero non il primo termine, il quale riposa su una valutazione ottimista della "opportunità storica" offerta alla Russia di passare, con il concorso delle conquiste tecniche e sociali della rivoluzione occidentale, da uno stadio inferiore del comunismo agrario ad una forma superiore della proprietà sociale. Optando per il secondo termine di quest'alternativa, il quale implica una visione fondamentalmente pessimistica dei destini di una Russia pronta a passare sotto le "forche caudine" del capitalismo, gli ex narodniki erano decisi di non dare alcun peso alla risposta incoraggiante che aveva loro fornito Marx.

È precisamente quest'atteggiamento nuovo, segnato dalla svolta totale delle opinioni di Vera Zasilich e dei suoi amici, che ci dà la chiave del problema psicologico sollevato, come abbiamo visto all'inizio del presente saggio, da David Riazanov. Quest'ultimo fu colpito da un'assenza di memoria così flagrante presso coloro che avevano sollecitato i lumi di Marx su una questione da cui dipendeva, per impiegare l'espressione del loro porta-parola, "il destino personale dei socialisti rivoluzionari" della Russia. Ecco l'ipotesi che si potrebbe allora formulare attorno a questo oblio: quest'ultimo era, presso gli interroganti russi di Marx, una conseguenza psicologicamente necessaria della loro adesione al "marxismo", detto altrimenti: a quella teoria storico-filosofica-passe-partout che Mikhailovski aveva creduto poter dedurre dall'opera marxiana e di cui Marx stesso diceva che gli faceva "allo stesso tempo troppo onore e troppo vergogna",

Che diventando marxisti, si dimentichino i postulati essenziali del messaggio marxiano, non può che sembrare paradossale, se si considera che la storia, abbonda di esempi in cui l'apparizione di una personalità e di un pensiero di grande levatura fa nascere questo fenomeno così potentemente denunciato e così impietosamente sezionato da Sören Kierkegaard: l'ammirazione, atteggiamento di comodo il cui antipodo è l'imitazione, esigenza etica. Quando a sua volta Kierkegaard, così come il suo contemporaneo Marx- che egli ignorava, cercando, nel timore e nel tremore, ad essere il "contemporaneo" del Cristo- sia caduto vittima del complotto del tumulto dopo esserlo stato del silenzio, è del tutto proprio di un'umanità che, a forza di ricercare le soluzioni facili, ha perso persino il senso del problematico [28].


 

[Traduzione di Ario Libert]


 

NOTE

[1] Nel 1888, in un articolo intitolato Quale eredità rinneghiamo? Lenin definiva la teoria populista con le tre caratteristiche seguenti: 1° valutazione del capitalismo in Russia come un fenomeno di decadenza, di regressione...; 2° proclamazione dell'originalità del regime economico della Russia in generale e del contadino con la sua comune, il suo artel, in particolare..., 3° incomprensione del legame degli intellettuali e delle istituzioni giuridiche e politiche con gli interessi materiali di certe classi sociali (cfr. V. I. Lenine, Pages Choisies, a cura di P. Pascal, Parigi, 1926, t.1, p. 18)

[2] Vera Zasulic, avendo sparato, nel 1878, al prefetto di pietroburgo, che aveva fatto frustare uno studente, fu assolta da una giuria impressionata dall'opinione pubblica favorevole all'accusata.

[3] Su P. lavorov, vedere Rappaport, La Philosophie de l'Histoire [La filosofia della storia], Parigi, M. Rivière. Vedere anche K. Marx, Lettres à Lavrov[Lettere a Lavrov], in "La Revue Marxiste", maggio 1929.

[4] La lettera di Vera Zasulic a Marx, le quattro bozze della risposta fatta da Marx, allo stesso modo di questa stessa risposta- lettera, bozze e risposta essendo state scritte in francese- sono state pubblicate, vedremo in quali circostanze, da David Riazanov nella rivista dell'Istituto Marx-Engels di Mosca Marx-Engels Archiv, t. I, p. 309-342, edite nel 1925 a Francoforte sul Meno- Rieditate Karl Marx, Œuvres II, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Parigi, 1968, p. 1556-1573.

[5] Nel testo riprodotto da David Riazanov si può leggere, a questo punto, la parola "voi".

[6] Essa fu edita, nel 1924, nel suo testo ed in facsimile, in "Materiali per la storia del movimento rivoluzionario", t. II, Tratto dagli archivi di Piotr Axelrod.

[7] Cfr. David Riazanov, Véra Zassoulitch et Karl Marx, in: Marx-Engels—Archiv, I, p. 310.

[8] Mir ou obchtchina: termini russi designanti la comune rurale ancestrale.

[9] Contre Boris Nicolaievski che vede la spiegazione della brevità della risposta di Marx nel fatto che quest'ultimo non aveva alcuna simpatia per il gruppo della Frazione Nera, preferendo a essi i populisti (sostenitori della frazione raggruppata intorno all'organo Narodnaja Volja), David Riazanov è del parere (e non possiamo che approvarlo) che soltanto la capacità lavorativa fortemente ridotta di Karl Marx- ne constatiamo le tracce negli abbozzi delle lettere - l'ha impedito di rispondere completamente del tutto come egli avrebbe desiderato. Non è meno vero che Marx era in rapporto con i populisti Morozov e Hartmann a cui, sin dal gennaio 1881, promise di redigere uno studio sulla comune contadine, su richiesta del comitato esecutivo della Narodnaja Volja. Sulla Frazione Nera, Marx si è espresso nella sua lettera a Sorge (5/11/1880) nei seguenti termini sprezzanti: "...i russi anarchici... che pubblicano a Ginevra Frazione Nera... formano il cosiddetto partito della propaganda in opposizione con i terroristi che rischiano le loro teste (per fare della propaganda in Russia - si recano a Ginevra! quale qui pro quo!). Questi signori sono opposti ad ogni azione politico rivoluzionaria. La Russia deve, con un salto, giungere al millennio anarco-comunista e ateo! In attesa, essi preparano questo salto con un dottrinarismo noioso di cui i sedicenti principi corrono per la strada dal fu Bakunin".

[10] Marx cita dall'edizione francese di Il Capitale. Ora, è interessante constatare che questa idea restrittiva non compare nell'edizione tedesca!

[11] Per il testo integrale della replica di Marx a Mikhailovski, vedere: Nicolai-on, Histoire du Développement économique de la Russie, Paris, 1902, p. 507-509. - Publicato anche dopo in Karl Marx, Œuvres II, op. cit., p. 1552-1555.

[12] Marx ha certamente presente la riforma agraria del 1861 "che legalizzavano le relazioni territoriali dell'obschina che esistevano in Russia da secoli in virtù del diritto consuetudinario" (Cfr. Nicolas-on, Histoire du Développement économique de la Russie, Paris, 1902, p. 1).

[13] Article nel New-York Times du 25/6/1853.

[14] Cfr. Il Capitale, I, p. 376 dell'edizione tedesca.

[15] Nel suo Contributo ad unacritica, del 1859, Marx aveva già cancellato il pregiudizio frequente presso gli slavofili, ed eretto in credo messianico da Herzen, "che la forma primitiva della proprietà comune è una forma specificamente slava, anzi esclusivamente russa". Ne segnala allora l'esistenza presso i Romani, i Germani, i Celti e, soprattutto, in India.

[16] Lewis Morgan, Ancient Society, 1877.

[17] "Un uomo non può ridiventare un bambino senza ritornare all'infanzia. Ma non si rallegra dell'ingenuità del bambino, e non deve egli stesso aspirare a riprodurre, ad un livello più elevato, la sincerità del bambino? Perché l'infanzia sociale dell'umanità, sul più bello della sua dissoluzione, non eserciterebbe, come una fase mai scomparsa, un'eterna attrazione? (Karl Marx, Introduzione alla critica dell'economia politica, 1857. Questo testo importante - le frasi precedenti si riferiscono all'arte greca - fu pubblicata, postumo da Karl Kautsky nel 1903.

[18] Alcuni mesi dopo la morte di Marx, Engels scoprì nella stanza da lavoro del suo amico, due tonnellate di materiali statistici russi. Ne espresse la sua amarezza in una lettera a Sorge, persuaso che questa massa di documenti aveva impedito Marx di terminare il tomo II di Il Capitale.

[19] Vedere la lettera di Jenny Marx a Frederich Engels, gennaio 1870.

[20] Marx a Danielson, il 22/3/1873- Passaggio tradotto dalla traduzione tedesca- la maggior parte delle lettere sono scritte in inglese- da Kurt Mandelbaum, Die Briefe von Karl Marx und F. Engels an Danielson, Leipzig, 1929. Vedere anche Marx-Engels, Correspondance - t. 12, tradotto per la cura di Gilbert Badia e Jean Mortier, Editions Sociales, Paris, 1989, p. 266-267.

[21] Artel, specie di associazione cooperativistica fondata sul consenso formale o tacito di artigiani eguali. Questa istituzione specificamente russa risale da un'antichità remota.

[22] In un articolo scritto su richiesta di Marx, Friedrich Engels, rispondendo alla Lettera aperta che gli aveva spedito il populista Tkacev sulle colonne Volksstaat (Zurigo, 1874), aveva già formulato la tesi condizionale sul futuro del socialismo in Russia, così come Marx l'espose in risposta a Mikhailovski e a Vera Zasulich. Pur ammettendo che l'esistenza del mir e dell'artel testimoniano la potente volontà di associazione del popolo russo, Engels si rifiuta di credere che questa sola volontà possa bastare per far passare la Russia, con un salto, e senza conoscere la tappa borghese, nell'ordine socialista. I contadini russi potrebbero evitare questa fase intermedia, e la comune rurale russa potrebbe elevarsi ad una forma sociale superiore, "se nell'Europa occidentale, prima della decomposizione totale della proprietà comunale, una rivoluzione proletaria trionfasse, fornendo al contadino russo le condizioni di questa transizione... Se la comune russa può ancora essere salvata e se un'occasione può essergli fornita nel trasformarsi in una forma nuova, realmente fattibile, è unicamente grazie ad una rivoluzione proletaria in Europa occidentale". Circa 20 anni dopo, Engels, nelle sue lettere a Danielson sarà molto più scettico rispetto a questa prospettiva, perché, precisamente, "l'Occidente non si era mossa" (Lettera del 17 ottobre 1893).

[23] Il testo e il facsimile dell'originale sono stati pubblicati in Francia, nel 1931, nel n°2 di "La Critique Sociale", (M. Rivière, édit.).

[24] In una delle copie di prova della sua risposta, Marx annotò a questo proposito: "I Marxisti russi di cui mi parlate mi sono del tutto sconosciuti. I Russi con i quali ho dei rapporti personali hanno, per quanto ne so, delle vedute del tutto opposte".

[25] Dopo l'assassinio di Alessandro II, Marx in una lettera a sua figlia Jenny Longuet, parla degli autori dell'attentato in questi termini: "Sono degli individui fondamentalmente abili, senza pose melodrammatiche, semplici, positivi, eroici... Essi si sforzano di mostrare all'Europa che il loro modo di agire è specificatamente russo, storicamente inevitabile, una forma di terremoto di Chio". In occasione di un meeting slavo per la celebrazione dell'anniversario della Comune, Marx e Engels salutarono l'attentato contro Alessandro II come un "avvenimento che, dopo lotte lunghe e violente, condurrà finalmente alla creazione di una comune russa".

[26] Maxime Kovalevski, autore di una monumentale Storia dello sviluppo economico dell'Europa sino agli inizi del capitalismo, è uno dei migliori storici della comune rurale, ne fu il difensore alla Duma contro la riforma agraria di Stolipin - fu un discepolo diretto di Marx che lo incoraggio a dedicarsi alle ricerche nel campo della storia economica. Marx conosceva la sua opera sulla proprietà comunale rurale e ne fece degli estratti. Alcuni mesi prima della morte, Marx leggeva anche: V. Vorontsov, Le sort du capitalisme en Russie.

[27] La prima traduzione russa del Manifesto era stata fatta da Bakunin, nel 1860.

[28] Sarebbe interessante esaminare alla luce delle presenti considerazioni la posizione teorica di Lenin all'interno della socialdemocrazia russa nei confronti del problema contadino. Se Lenin pretendeva, contro i narodniki (e contro Marx!) che la comune rurale russa non era un fenomeno naturale e spontaneo, ma una creazione del medioevo (vedere il suo articolo del 1897: Per caratterizzare il romanticismo economico) e che si doveva applicare alla "Santa Russia l'analisi del capitalismo e delle sue manifestazioni date dal pensiero europeo di avanguardia" (Quale eredità rinneghiamo?) - Lenin aveva proceduto in una simile analisi nella sua opera Sullo Sviluppo del capitalismo in Russia, sin dal 1899 -, egli si opponeva, all'interno del partito, alla sottovalutazione del ruolo rivoluzionario della classe contadina russa. Tuttavia, l'esame e la discussione di questo problema esce dal quadro che ci siamo posti nel presente saggio.


 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert
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23 maggio 2010 7 23 /05 /maggio /2010 05:00

Repin.-Arresto-e-perquisizione-di-un-populista.jpg

 

Karl Marx e il socialismo populista russo

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 Maximilien Rubel  

I. Storia di una dimenticanza storica

Plekhanov.jpg
All'inizio degli anni 80 del XIX secolo, la colonia dei rivoluzionari russi rifugiata a Ginevra accolse nei suoi ranghi molte nuove reclute che avevano svolta la loro militanza iniziale nel primo movimento socialista  che conobbe la Russia degli zar: il populismo (narodnicestvo) [1]. (Quattro di questi nuovi arrivati saranno, alcuni anni più tardi, i pionieri della socialdemocrazia russa di orientamento marxista: Georgij Valentinovič Plechanov, Pavel Axelrod, L. Deutsch e Vera Zasulich [2].
 
Axelrod.gifPrima della loro conversione al Marxismo, essi erano appartenuti ad una delle organizzazioni illegali del movimento populista che, nel 1879, dopo il mancato attentato dell'istitutore A. Soloviev contro Alessandro II, si era scisso in due frazioni: il gruppo detto Frazione Nera (Tchnorny Perediel) e quello di Volontà del popolo (Narodnaia Volia). Unanimi sullo scopo da raggiungere- il loro programma era insomma la realizzazione del socialismo agrario sognato da tutti gli ideologi populisti, da Herzen a Cernyševkij ed a Lavrov - essi erano in disaccordo sui metodi di lotta da impiegarsi nella prospettiva di rovesciare il regime zarista.

Lev-Grigoriyevich-Deich--alias--Leo-Deutsch.gifMentre il primo gruppo voleva rimanere fedele alle tradizioni populiste intensificando la propaganda nei villaggi e rifiutando di dare alla loro andata verso il popolo un significato politico, il secondo proclamava la necessità di entrare nella lotta diretta sistematicamente condotta  contro l'autorità, per accelerarne l'affondamento e raggiungere così un obiettivo politico importante: la convocazione di un'assemblea costituente.

Vera-Zasulich.jpgI quattro emigrati si erano uniti alla frazione dello Tchony Perediel. Espatriando, non pensavano di mettersi al riparo delle persecuzioni poliziesche e rinunciare alla lotta rivoluzionaria e non era un caso se essi avevano scelto la città di Ginevra come luogo di incontro. Tranne Pavel Axelrod, nessuno di essi aveva ancora raggiunto la trentina. Essi provavano il bisogno di istruirsi e di conoscere il movimento socialista occidentale il cui teorico di genio aveva acquisito nei mezzi universitari russi una reputazione prodigiosa. È a Ginevra che si era formata la sezione russa dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, sezione che, sin dal 1870, aveva incaricato Karl Marx di rappresentarla in seno al Consiglio generale di Londra. Certo, l'Internazionale aveva allora cessato di esistere, ma era noto che Marx continuava a intrattenere con gli ambienti rivoluzionari russi di Ginevra dei rapporti stretti e ad intervenire nelle polemiche tra i discepoli del defunto Bakunin ed i "marxisti".

Chernychevsky.jpgI giovani populisti parteciparono attivamente alle discussioni tra i diversi gruppi in un'atmosfera di libertà che essi non avevano conosciuto prima di aver abbandonato la loro patria. Un solo problema turbava i loro spiriti nutriti delle idee e dell'idealismo di Chernychevski (il cui messaggio era loro giunto dalle più remote profondità della Siberia), di Lavrov, di Mikailovski e di Tkatchev: i destini della Russia. La lettura del Capitale-tradotto in russo sin dal 1872- la censura zarista avendone autorizzata la pubblicazione, "benché l'autore fosse un socialista convinto, il rigore scientifico dell'opera lo rende difficilmente accessibile al lettore comune"- doveva far vacillare le nazioni dell'Occidente sulla via verso il socialismo. Non era logico che essi attribuissero a se stessi questa frase della prefazione del Capitale destinata al lettore tedesco, scettico in quanto allla sorte riservata al suo paese dall'"ineluttabile necessità" dello sviluppo capitalista, frase che terminava con l'adagio latino: De te fabula narratur, è la tua storia che racconto? E, qualche riga oltre, Marx non intendeva la Russia quando affermava che "il paese più sviluppato industrialmente non fa che mostrare al paese meno sviluppato l'immagine dell'avvenire che lo aspettava?".  E più in là ancora, non è della Russia che si parlava quando, tra l'altro, si leggeva: "Ogni nazione può e deve andare alla scuola dagli altri. Anche quando una società ha scoperto la legge naturale, che presiede al suo movimento... non può  né superare con un salto né abolire con dei decreti le fasi del suo sviluppo; ma può abbreviare e alleviare le doglie del proprio parto"?
 
Lavrov.jpgI populisti si sentivano schiacciati sotto il peso del pesante apparato di ragionamenti scientifici con il quale Marx esponeva la legge bronzea dell'evoluzione sociale. Eppure,- la traduzione russa del Capitale non aveva come autori due populisti di chiara fama, Nikolai-on, (pseudonimo di Nikolai Danielson); e Lopatin, noti per la loro incrollabile fede nel genio eccezionale del contadino russo? Non era noto, inoltre, che Piotr Lavrov, militante intrepido nel corso degli anni 1860-70 dell'organizzazione populista rivoluzionaria Zemlia i Volia (Terra e Libertà), autore anonimo delle Lettres historiques écrites en Sibérie, la cui influenza era stata profonda sull'intellighentia, viveva,  dopo aver preso la strada dell'esilio e collaborato ai progetti dell'insegnamento popolare elaborarti dalla Comune del 1871, in intimità di Marx e  di Engels, a Londra, dove dirigeva la rivista socialista Vperiod! (Avanti!) nel migliore spirito del populismo [3]? E nella postfazione della seconda edizione del Capitale, così opprimente per ogni populista bruciante dal desiderio di vedere trionfare la sua causa, Marx non parlava di N. Chernychevski, apostolo e martire del populismo, come del "grande erudito e critico russo"?
Nikolai-Konstantinovich-Mikhailovsky.jpgNon è affatto improbabile che i nostri quattro populisti siano espatriati con il solo pensiero di trovare, a Ginevra, una risposta definitiva a tutti questi interrogativi sconcertanti e che, una volta in questa città, essi abbiano preferito sollecitare Marx, per ricevere la soluzione del problema che era la loro ragione di vivere e di lottare: la Russia può seguire la propria via rivoluzionaria  differente da quella del mondo occidentale e del suo mostruoso sistema economico?
Marx.jpgIl 16 febbraio 1881, Vera Zasulic inoltrò, a nome del suo gruppo, una lettera a Karl Marx in cui ricordò, innanzitutto, la grande popolarità  di cui godeva il suo Capitale in Russia, i cui rari esemplari sfuggiti al sequestro erano "letti e riletti dalla maggior parte delle persone più o meno istruite [4]" di questo paese. "Ma, scriveva, quel che ignorate probabilmente è il ruolo che il vostro Capitale svolge nelle nostre discussioni sulla questione agraria in Russia e sulla nostra comune rurale". Le idee di Chernychevski, lungi dall'essere state dimenticate dopo la sua partenza per l'esilio, conobbero al contrario un successo crescente. In quanto al problema della comune rurale: la vita e la morte del "partito socialista" russo dipende dalla soluzione che gli si dà. Da questo modo di vedere o da un altro [5], su questa questione dipende anche il destino personale dei nostri socialisti rivoluzionari". È vera Zasulic a porre l'alternativa seguente in cui enuncia con una perfetta chiarezza e con il massimo di concisione le prospettive teoriche dello sviluppo economico e sociale della Russia: "Delle due una: o questa comune rurale, affrancata dalle esigenze smisurate del fisco, dai pagamenti ai signori e dall'amministrazione arbitraria, è capace di svilupparsi sulla strada socialista, cioè ad organizzare a poco a poco la sua produzione e la sua distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche. In questo caso il socialista rivoluzionario deve sacrificare tutte le sue forze all'affrancamento della comune ed al suo sviluppo.
Danielson.jpg"Se al contrario la comune è destinata a perire, non resta al socialista, in quanto tale, che dedicarsi ai calcoli più o meno malfondati per scoprire in quante decine d'anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia, in quante centinaia di anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell'Europa Occidentale. Dovranno allora fare la loro propaganda unicamente tra i lavoratori delle città che saranno continuamente diluiti nella massa dei contadini, la quale a seguito della dissoluzione della comune, sarà gettata sul lastrico delle grandi città alla ricerca del salario".
Das-Kapital.jpgLa lettera mette in seguito in gioco i Marxisti (sic!) che basando le proprie affermazioni sull'autorità del loro maestro, dichiarano che "la comune rurale è una forma arcaica che la storia, il socialismo scientifico, in una parola tutto quanto c'è di più indiscutibile, condannano a perire". Quando si obietta a questi sedicenti discepoli di Marx che quest'ultimo, in Il Capitale (tomo I), non tratta della questione agraria e non parla della Russia e che, di conseguenza, la condanna della comune contadina non potrebbe essere dedotta dalle teorie marxiane, la replica è la seguente: Marx l'avrebbe detto, se parlava del nostro paese. Terminando, Vera Zasulich chiede a Marx, con manifesta insistenza, di esporre, magari se non in modo dettagliato, almeno sotto  forma di lettera - che verrebbe pubblicata in Russia - le sue idee sul "possibile destino" della comune rurale e sulla "teoria della necessità storica per tutti i paesi del mondo di passare attraverso tutte le fasi della produzione capitalista".
Marx, ha risposto a questa lettera?
Marx-e-Lopatin.jpgTrenta anni trascorsero prima che questa domanda fosse posta per la prima volta: nel 1911, David Riazanov, ordinando le carte di Marx conservate da Paul Lafargue, scoprì diversi fogli in-ottavo pieni di una scrittura minuta, familiare al ricercatore sperimentato. Vi erano numerose cancellature, numerosi passaggi intercalati ed aggiunti, poi di nuovo cancellati. Riazanov comprese presto che si trattava di diverse brutte copie di una risposta scritta da Marx alla lettera di Vera Zasulic del 16 febbraio 1881. Una di queste brutte copie reca la data 8 marzo 1881 e sembrava essere la risposta definitiva di Marx.
Spinto da una legittima curiosità, Riazanov scrisse innanzitutto a Plechanov per chiedergli se avesse conoscenza di una risposta di Marx alla lettera di Vera Zasulich. Plechanov gli rispose di non saperne nulla. Il risultato fu identico, quando Riazanov pose la stessa domanda a Vera Zasulich e, probabilmente anche a Pavel Axelrod. Nessuno degli antichi membri del Tchony Perediel si ricordava più se Marx aveva risposto alla loro domanda che, come diceva Vera Zasulic nella lettera che aveva indirizzato in nome dei suoi amici, era per essi "una questione di vita o di morte".
Ora, non è che dodici anni più tardi che l'enigma fu risolto, la lettera di Marx essendo stata ritrovata negli archivi di Pavel Axelrod, a Berlino [6].
Engels.jpgChe gli antichi populisti e tra di essi la destinataria della lettera di Marx abbiano dimenticato in modo così definitivo il fatto che l'autore di Il Capitale aveva preso posizione nei confronti del narodnicestvo non può mancare di meravigliare. Così Riazanov si vede obbligato a riconoscere "che questa dimenticanza, proprio a causa del particolare interesse che una simile lettera doveva suscitare, possiede uno strano carattere ed offre probabilmente allo psicologo specialista uno degli esempi più notevoli dell'insufficienza straordinaria del meccanismo della nostra memoria [7].
Senza invadere il campo dello psicologo professionista, possiamo tuttavia formulare alcune ipotesi suscettibili di darci la chiave di un oblio che saremmo tentati di assimilare ad una cospirazione del silenzio.  
Tkacev.jpgMa prima  di azzardare una di queste ipotesi, potremmo, in tutta logica, supporre che la risposta che Marx aveva inviato alla sua interrogatrice non aveva fatto che confermare le argomentazioni per mezzo delle quali i "marxisti" russi di Ginevra, forti dell'autorità del loro maestro, avevano demolito le tesi o piuttosto le illusioni dei populisti. Questi ultimi non avrebbero, di conseguenza, appreso nulla di nuovo nella lettera di Marx che, diamo alla nostra supposizione il massimo di verosimiglianza- si sarebbero attenuti alle teorie scientifiche generali sviluppate nella sua opera principale. Questa supposizione sembra tanto più legittima in quanto sapiamo che, due anni appena dopo l'invio della Lettera di Vera Zasulich, quest'ultima ed i suoi amici del Tchorny Perediel erano diventati marxisti.
Così, nella prefazione che egli scrisse per la traduzione russa di Socialismo utopistico e Socialismo scientificodi Frederich Engels (Ginevra, 1884), Vera Zasulich segnala, con un tono di assoluta convinzione, l'irresistibile processo di disgregazione della comune rurale russa la cui autonomia ancestrale era visibilmente in fase di sbriciolarsi a profitto del contadino ricco, il kulak, facendo apparire la tendenza crescente verso un'accumulazione capitalista dovuta all'estensione della grande industria. Il destino della Russia essendo indissolubilmente legato a quello dello sviluppo dell'Europa occidentale, nulla poteva più arrestare questa decomposizione del mir [8], a meno che una rivoluzione socialista in Occidente, ponendo anche termine al capitalismo in Oriente, trovi ancora alcuni residui dell'antica proprietà comunale e li salvino dalla sparizione totale. Quest'ultima restrizione era, sotto la penna di Vera Zasulich, come unica concessione che era disposta a fare al populismo che aveva da poco abbandonato.  

Herzen-con-Ogarev.jpg

Da parte sua, Plechanov, nel suo libro Le nostre differenze del 1883, polemizzando con il populista Tkacev, ruppe deliberatamente con il suo passato di populista: era diventato, con Vera Zasulich e Pavel Axelrod, il fondatore della prima organizzazione marxista russa, il gruppo detto dell'Emancipazione del Lavoro da cui nascerà più tardi il partito socialdemocratico russo. Oramai, non è più il contadino che sarà considerato come il motore umano della futura rivoluzione russa, ma l'operaio delle città.

II. Abbozzo di una teoria dello sviluppo storico della Russia

Volgiamo ora la nostra attenzione verso le copie di prova della lettera-risposta di Karl Marx così come esse furono rese pubbliche nel 1925, ed esaminiamo se queste note contengono gli elementi di una teoria sullo sviluppo economico e sociale della Russia, e se questi elementi erano di natura a fornire una giustificazione teorica al rigetto delle concezioni populiste così come fu fatto dagli ex-populisti, diventati marxisti.  

Su quattro, tre sono molto più lunghe della lettera definitiva stessa, una, quella che reca la stessa data della lettera, è più corta di quest'ultima. Sulle tre copie di prova di grandi dimensioni, una è circa undici volte più lunga, e le due altre sono circa cinque volte più lunghe della lettera propriamente detta, contando le numerose ripetizioni [9]. 

Cerchiamo di evidenziare dall'insieme di questi abbozzi di una teoria sociologica dello sviluppo della Russia le principali tesi esposte da Marx in risposta alle domande formulate nella lettera di Vera Zasulich.  

1.- La genesi del capitalismo ed il problema dello sviluppo economico della Russia.  

Alexander_Herzen_by_Vallotton.jpgAlla base della genesi del modo di produzione capitalista, c'è, ricorda Marx citando il Capitale, "la separazione del produttore dai mezzi di produzione" e, più particolarmente, "l'espropriazione dei coltivatori". Questo processo si è compiuto sino ad ora, nel modo più radicale in Inghilterra, ma "tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale percorreranno lo stesso movimento".

Marx sottolinea con particolare insistenza il fatto di aver "espressamente" ristretto la "fatalità storica" di questo movimento ai paesi dell'Europa occidentale [10].  

Già nella sua replica a Nikolai Michajovskij, che egli redasse in francese nel 1877, e che si astenne a rendere pubblica - essa fu scoperta dopo la sua morte e pubblicata nel 1884- Marx si era opposto contro il tentativo dei suoi interpreti di presentare il suo abbozzo sulla genesi del capitalismo nell'Europa occidentale come una "teoria storico-filosofica del cammino generale, fatalmente imposto a tutti i popoli, qualunque siano le circostanze storiche in cui essi si trovino posti". Per confondere questi esegeti troppo zelanti, Marx aveva richiamato alcuni passaggi del Capitale che trattavano le sorti dei plebei dell'antica Roma. "Erano originariamente dei contadini liberi, che coltivavano, ognuno per proprio conto, le loro piccole particelle. Nel corso della storia romana, essi furono espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai loro mezzi di produzione e di sussistenza implicò non soltanto la formazione di grandi proprietà fondiarie, ma anche quella di grandi capitali monetari. Così un bel mattino c'erano da una parte, degli uomini liberi denudati di tutto tranne che della loro forza lavoro, e dall'altra, per sfruttare questo lavoro, i detentori di tutte le riccezze acquisite. Cosa accadde? I proletari romani divennero, non dei lavoratori salariati, ma un mob fannullone più abietto degli odierni poor white dei paesi meridionali degli Stati Uniti; ed accando ad essi si dispiegò un modo di produzione non capitalista, ma schiavistico. Dunque, degli avvenimenti di un'analogia notevole, ma che avvengono in ambienti storici differenti, portarono a dei risultati del tutto disparati. Studiando ognuna di queste evoluzioni a parte, e comparandole in seguito, troveremo facilmente la chiave di questi fenomeni, ma non vi riusciremmo mai con il passe-partout di una teoria storico-filosofica la cui suprema virtù consiste nell'essere sovrastorica" [11].

È dunque nei paesi industrializzati, ed in nessuna altra parte, che la trasformazione dei mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione "socialmente concentrati" e la sostituzione della proprietà privata capitalista alla proprietà privata fondata sul lavoro personale assumendo l'aspetto di un'implacabile legge storica.

In quanto alla Russia, non si pone la questione di una simile sostituzione, per la semplice ragione che l aterra posseduta dai contadini russi "non è e non è mai stata la proprietà privata del coltivatore" [12]. Di conseguenza, se esiste una necessità storica della dissoluzione del Mir, essa è indipende dalle leggi dello sviluppo economico in Europa occidentale. Affinché il capitalismo divenga anche il destino della Russia, bisognerà che la proprietà comune si trasformi in proprietà privata.

Repin.-Studente-nichilista.jpg

2. - I tipi arcaici della proprietà comune.  

In quasi tutte le copie di prova, Marx fa allusione ai diversi tipi arcaici della comune rurale ai quali aveva sempre dedicato una particolare attenzione, le sue vedite a questo proposito evolvevano a mano a mano che studiava le opere degli specialisti in questa materia, come Haxthausen, Maurer, Henry Maine, Morgan, ecc. E così, egli ancor prima di aver letto questi autori, parla con poca simpatia del sistema di villaggio dell'India, vedendovi il fondamento del dispotismo orientale [13], mentre, in seguito, rimase ammirato davanti alla tenace vitalità di queste comunità di villaggio che offrivano, al contrario del caos della divisione sociale del lavoro ed al dispotismo della divisione manifatturiera del lavoro sotto il regime capitalita, "l'immagine di un'organizzazione del lavoro sociale conformemente ad un paino e ad un'autorità" [14].

È soprattutto dopo aver letto l'opera di Georg Ludwig von Maurer sulla comune tedesca che Marx concepì l'idea estremamente favorevole di questa istituzione arcaica, giungendo a vedervi la prefigurazione della futura forma dell'organizzazione economica e sociale. Questa svolta del suo pensiero si verifica nella sua corrispondenza con Engels, che egli mette a corrente sull'impressione lasciatagli dalla lettura di Maurer. Marx vi trovava una conferma delle sue proprie tesi, soprattutto che la proprietà privata è posteriore al comunismo primitivo; le forme di proprietà asiatiche ed indiane sono le prime in Europa. "In quanto ai Russi, l'ultima traccia di una pretesa of originality sparisce egualmente, anche in this line. Ciò che resta loro, è di conservare ancor oggi delle forme che i loro vicini hanno da lungo abbandonato" [15] (14 marzo 1868).

Poi, sempre a proposito dell'opera di Maurer: "Avviene per la storia umana quanto accade per la paleontologia. A causa di un certo judicial blindness, le migliori teste non si accorgono, per principio, delle cose che si trovano davanti al loro naso. Più tardi, giunto il momento, ci si accorge che i fatti non percepiti rivelano ovunque ancora le loro tracce. La prima reazione contro la rivoluzione francese ed i lumi che essa apportava fu naturalmente di giudicare tutto da un punto di vista medievale, romantico... La seconda reazione - quella che corrisponde all'orientamento socialista, benché i suoi rappresentanti eruditi non ne abbiano affatto coscienza- consiste nel guardare, oltre il medioevo, verso i tempi primitivi di ogni popolo. Questi ricercatori sono allora sorpresi di scoprire nei fenomeni più antichi i fatti più nuovi..." (25 marzo 1868).  

Morgan.jpgNegli abbozzi delle sue lettere a Vera Zasulich, Marx insiste sulle idee di Maurer, e cita Lewis Henry Morgan in appoggio della tesi secondo la quale la comune russa sia fattibile. Infatti, una delle circostanze favorevoli alla sua conversione è, secondo Marx, che il sistema capitalista occidentale- a cui essa ha avuto la fortuna di sopravvivere, quando era intatto- si trova- si trova oramai in stato di crisi permanente, crisi che non potrà finire che con la sparizione del sistema capitalista e con un ritorno delle società moderne al tipo "arcaico" della proprietà comune, forma in cui- come dice un autore americano [16], tutt'altro che sospetto in quanto a tendenze rivoluzionarie... - "il nuovo sistema" a cui la società moderna tende "sarà una rinascita (a revival) in una forma superiore (in a superior form), di un tipo sociale arcaico". E Marx aggiunge: "Dunque, non bisogna lasciarsi troppo spaventare dalla parola arcaico".

Così la posizione teorica di Marx nei confronti delle forme primitive del comunismo agrario, contrassegnata innanzitutto dall'apprezzamento negativo della loro importanza e delle loro virtualità, è evoluto, grazie ad una migliore conoscenza della letteratura concernente specialmente questa materia, verso una concezione nettamente positiva del loro ruolo nello sviluppo storico delle società umane. Questa evoluzione del pensiero di Marx si esprime chiaramente in una frase di uno dei suoi abbozzi in cui egli sostiene che "i popoli presso i quali (la produzione capitalista) ha avuto il suo maggiore esordio in Europa e negli Stati Uniti d'America non aspirano che a spezzare le loro catene sostituendo la produzione capitalista con la produzione cooperativa e la proprietà capitalista con una forma superiore di tipo arcaico della proprietà, e cioè la proprietà comunista" [17].

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3. - Le prospettive della comune rurale russa.

Mentre si apprestava a rispondere a Vera Zasulich, Marx possedeva delle conoscenze estese sulla situazione economica e sociale della Russia. N. F. Danielson, uno dei principali teorici populisti- pubblicava i suoi articoli ed opere con lo pseudonimo di Nicoali-in- Traduttore di Il Capitale, era in Russia, il suo corrispondente più fedele e gli inviava regolarmente dei documenti- articoli di stampa, materiali, statistiche, opere, ecc. - che Marx aveva intenzione di utilizzare ampiamente per lo studio che pensava di dedicare alla teoria della rendita fondiaria, nei successivi volumi del suo Il Capitale [18] Tutti questi materiali erano in russo, e Marx si era messo a studiare questa lingua sin dal 1869, con un accanimento molto pregiudizievole per la sua salute, già molto compromessa [19]. A partire dal 1873, seguì attentamente le discussioni tra liberali e populisti a proposito dell'obscina e, a proposito di una polemica che aveva portato allo scontro, nel 1856, il filosofo liberale Georgij Vasil'jevič Čičerin ed il giurista slavofilo Bielïayev, Marx scrisse a Danielson: "Il modo in cui questa forma di proprietà si è creata (storicamente) in Russia è, naturalmente, una questione di second'ordine e non inficia in nulla l'importanza di questa istituzione... Inoltre, ogni analogia parla contro Čičerin. Come è possibile che in Russia quest'istituzione sia stata introdotta come una misura puramente fiscale, come un fenomeno accessorio della servitù, mentre ovunque è nata naturalmente ed ha formato una fase necessaria dello sviluppo dei popoli liberi?" [20].

Preparando la sua risposta ai rivoluzionari russi rifugiati a Ginevra, Marx notava con una singolare applicazione tutti gli argomenti favorevoli alle speranze ed attese dei populisti, non senza segnalare i pericoli che minacciavano la sopravvivenza della comune contadina russa. Quest'ultima, grazie ad un concorso unico di circostanze, è stabilita su scala nazionale e potrebbe svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva nazionale, mettendo a profitto le conquiste economiche, tecniche e sociali dell'Europa occidentale. "Essa si trova così posta in un ambiente storico in cui la contemporaneità della produzione capitalista le presta tutte le condizioni del lavoro collettivo. È in grado anche di incorporare le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalista senza passare attraverso le sue forche caudine", e ciò tanto più facilmente in quanto in quanto possiede l'esperienza secolare del contratto dell'artel [21] suscettibile di affrettare la transizione dal lavoro parcellare al lavoro cooperativo. Molti caratteri specifici distinguono inoltre la comune russa dai tipi di comunità anteriori: non poggia come quest'ultime, sulla parentela naturale dei suoi membri; è dunque più capace di adattarsi e di estendersi al contatto con degli estranei. Poi, ogni coltivatore possiede la sua casa ed il suo cortile individuali. Infine, la terra arabile, pur restando proprietà comunale, si divide periodicamente tra i membri della comune contadina. Questi ultimi "ammettono uno sviluppo dell'individualità, incompatibile con le condizioni delle comunità più primitive".  

Tuttavia, questo dualismo inerente alla natura della comune contadina russa - da una parte: la proprietà comune del suolo, dall'altra: la proprietà (casa e cortile) esclusivo della famiglia individuale e l'appropriazione dei frutti - racchiude dei germi della sua decomposizione. Infatti, l'accumulazione progressiva della ricchezza mobiliare dovuta al lavoro parcellare "introduce degli elementi eterogenei provocanti all'interno della comune dei conflitti di interesse e delle passioni adatte innanzitutto a erodere la proprietà comune delle terre arabili, in seguito quella delle foreste, dei pascoli, terre marginali, ecc., le quali, una volta convertite in annessioni della proprietà privata, alla lunga le soccomberanno".

A tutto ciò viene ad aggiungersi l'influenza nefasta di un ambiente storico sempre più ostile allo sviluppo spontaneo della comune rurale, influenza in grado di poter precipitare la disgregazione di questa istituzione plurisecolare. Lo Stato russo opprime, dopo la cosiddetta emancipazione dei servi, questa comune da ogni specie di esazioni, cercando di acclimatare in Russia "come in una serra" le forme più sviluppate del sistema capitalista, a spese dei contadini.

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4. - Un'alternativa fatale

Abbiamo visto che, nella sua replica a Mikhailovsky, rimasta inedita mentre era vivo, Marx si era opposto ad un'interpretazione abusiva della sua analisi del capitalismo occidentale e contro la tendenza a trasformare le sue teorie in una dottrina storico-filosofica universalmente valida. Da allora, aveva riassunto il risultato delle sue ricerche effettuate "durante molti anni" nella seguente formula lapidaria: "Se la Russia continua a proseguire lungo il sentiero seguito dal 1861, essa perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerto ad un popolo, per subire tutte le peripezie del regime capitalista". E poco dopo, aveva espresso questo ragionamento ipotetico nei seguenti termini: "Se la Russia tende a diventare una nazione capitalista sul modello delle nazioni dell'Europa occidentale- e durante gli ultimi anni si è data da fare molto in questo senso - non riuscirà senza aver preventivamente trasformato una buona parte dei suoi contadini in proletari; e dopo di ciò, condotta nel girone del regime capitalista, ne subirà le spietate leggi come altre nazioni profane" [22].

Nei suoi appunti per la risposta ai populisti, Marx presenta questa ipotesi sotto forma di un'alternativa, derivante dal carattere dal carattere dualistico "innato" della comune rurale: o "il suo elemento di proprietà prevarrà sul suo elemento collettivo, o questo si impone su quello. Tutto "dipende dall'ambiente storico nel quale essa si trova". Esiste dunque non una "fatalità storica" né in un senso né in quello opposto: né la dissoluzione della comune rurale né la sua sopravvivenza sono fatali, considerate isolatamente. Soltanto quest'alternativa lo è.

Ora, per decidere del probabile futuro della comune, Marx, fedele ai principi etici così come li aveva enunciati nelle sue Tesi su Feuerbach, sposta il problema dal campo della teoria in quello della pratica,- della pratica rivoluzionaria: "Qui non si tratta più, egli sottolinea, di un problema da risolvere; si tratta del tutto semplicemente di un nemico da battere. Non è più dunque un problema teorico... Per salvare la comune russa, occorre una Rivoluzione russa... Se la rivoluzione si fa al momento opportuno, se essa concentra tutte le sue forze, per assicurare il libero sviluppo della comune rurale, quest'ultima si svilupperà presto come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista". Una volta assicurate le sue nuove assise, la comune rurale russa "può diventare il punto di partenza diretto del sistema economico al quale tende la società moderna e cambiare pelle senza cominciare dal suo suicidio".

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11 maggio 2010 2 11 /05 /maggio /2010 12:05

La colonna Durruti

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 omaggio di Carl Einstein

 

 

Einstein, 04
 
L'elogio postumo di Durruti che segue, è dovuto alla penna di Carl Einstein, uno scrittore tedesco che combatté nella Colonna Durruti nel 1936. Questo testo era stato redatto per la radio della CNT/FAI, Radio Barcellona, e pubblicato nel Deutscher Informatlonsdienst der CNT-FAI, Barcellona, 1936, da H. Rudiger, un anarchico tedesco incaricato dell'informazione, Hans Magnus Enzersberger che cita questo opuscolo nella bibliografia del suo libro Der kurze Sommer der Anarchie,  [Tr. it.: La breve estate dell'anarchia, Feltrinelli, Milano, 1973] non riporta però questo testo dello scrittore tedesco. Carl Einstein, nato a Neuwied in Germania, nel 1885, morto in Francia nel 1940, era scrittore e storico dell'arte. È uno dei rappresentanti più importanti del movimento espressionista tedesco. Ha fatto conoscere l'arte africana in Germania (Negerplastik, 1915 e Afrikanische Plastik, 1921), il cubismo e la pittura di Picasso. Ha scritto un'opera rivoluzionaria per la comprensione delle arti plastiche e della pittura: L'An du siècle (1926). Nel 1928, si è stabilito in Francia, precedendo l'ondata di migrazione tedesca del 1933. Ha fondato con Georges Bataille e Michel Leiris la rivista Documents che apparve nel 1929 e nel 1930.

 

Durruti-poster.jpgLa nostra colonna apprese della morte di Durruti nella notte. Si parlò poco. Sacrificare la propria vita va da sé per i compagni di Durruti. Qualcuno dice a voce bassa Era il migliore di tutti. Altri gridarono nella notte Lo vendicheremo. La consegna del giorno seguente fu Venganza (vendetta).

 Durruti, quest'uomo straordinariamente obiettivo e preciso, non parlava mai di se stesso, della sua persona. Aveva bandito dalla grammatica la parola "io", questo termine preistorico.

Nella colonna Durruti, non si conosce che la sintassi collettiva. I compagni insegneranno agli scrittori a cambiare la grammatica per renderla collettiva. Durruti aveva avuto l'intuizione profonda della forza anonima del lavoro. Anonimato e comunismo non fanno che una sola cosa.

Il compagno Durruti viveva ad anni luce da tutta questa vanità da protagonisti di sinistra. Viveva con i compagni, lottava come compagno. La sua radiosità era il modello che ci animava. Non avevamo generali; ma la passione della lotta, la profonda umiltà di fronte alla Causa, la Rivoluzione, passavano dai suoi occhi benevolenti sino ai nostri cuori che non facevano che una sola con il suo, il quale continua a battere per noi sulle montagne.

Udremo per sempre la sua voce: Adelante, adelante!

Durruti non era un generale, era il nostro compagno. Ciò non era decorativo, ma in questa colonna proletaria, non si sfrutta la Rivoluzione, non si fa pubblicità. Non si pensa che ad una cosa: la vittoria e la Rivoluzione.

 

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Durruti a Bujaraloz prima della partenza per il fronte di M

Questa colonna anarco-sindacalista è nata in seno alla Rivoluzione. È essa sua madre. Guerra e Rivoluzione  non sono che una cosa sola per noi. Altri avranno la facoltà di parlarne con termini scelti o discuterne in astratto. La Colonna Durruti non conosce che l'azione, enoi siamo i suoi allievi. Siamo semplicemente concreti e crediamo che l'azione produce delle idee più chiare di un programma progressivo che evapora nella violenza del fare.

 La Colonna Durruti si compone di lavoratori, dei proletari venuti dalle fabbriche e dai villaggi. Gli operai di fabbrica catalani sono partiti in guerra con Durruti, i compagni della provincia li hanno raggiunti. Gli agricoltori ed i piccoli contadini hanno abbandonato i loro villaggi, torturati ed umiliati dai fascisti, hanno attraversato l'Ebro di notte.

La Colonna Durruti è cresciuta nel paese che ha conquistato e liberato. È nata nei quartieri operai di Barcellona, oggi comprende tutti gli strati rivoluzionari della Catalogna e dell'Aragona, delle città e delle campagne. I compagni della Colonna Durruti sono dei militanti della CNT-FAI.

DurrutiMolti di loro hanno pagato con pene detentive le loro convinzioni. I giovani si sono conosciuti alle Juventudes Libertarias. Gli operai agricoli ed i piccoli contadini che ci hanno raggiunti sono le madri ed i figli di coloro che sono ancora perseguitati laggiù. Essi guardano verso i loro villaggi. Molti dei loro parenti, padri e madri, fratelli e sorelle sono state assassinati dai fascisti.I contadini guardano verso la pianura, nei loro villaggi, con speranza e collera. Ma non lottano per il loro borgo né per i loro beni, essi si battono per la libertà di tutti.

Degli adolescenti, quasi dei bambini, sono fuggiti per venire da noi, degli orfani i cui genitori erano stati assassinati. Questi bambini si battono al nostro fianco. Parlano poco, ma hanno capito presto molte cose. La sera al bivacco, ascoltano i più anziani. Alcuni non sanno né leggere né scrivere. Sono i compagni che insegnano loro. La Colonna Durruti ritornerà dal campo di battaglia senza analfabeti.

È una scuola.

La Colonna non è organizzata né militarmente né in modo burocratico. È emersa in modo organico dal movimento sindacalista. È un'associazione social-rivoluzionaria, non è una truppa. Formiamo un'associazione di proletari asserviti e che si batte per la libertà di tutti. La Colonna è l'opera del compagni Durruti, che ha determinato il loro spirito ed incorraggiato la loro libertà di essere sino all'ultimo battito del cuore. I fondamenti della Colonna sono il cameratismo e l'autodisciplina. Lo scopo della loro azione è il comunismo, nient'altro.

Tutti, odiamo la guerra, ma tutti noi la consideriamo come un mezzo rivoluzionario. Non siamo dei pacifisti e ci battiamo con passione. La guerra- questa idiozia completamente superata- non si giustifica che attraverso la Rivoluzione sociale. Non lottiamo in quanto soldati, ma in quanto liberatori.

Einstein--cartcoldur_Jpino.jpgAvanziamo e prendiamo d'assalto, non per conquistare della proprietà ma per liberare tutti coloro che sono oppressi dai capitalisti e dai fascisti. La Colonna è un'associazione di idealisti che hanno una coscienza di classe. Sino al presente, vittorie e sconfitte servivano al capitale che mantenevano degli eserciti e degli ufficiali per assicurare ed ingrandire il suo profitto e la sua rendita. La Colonna Durruti serve il proletariato. Ogni successo della Colonna Durruti comporta la liberazione dei lavoratori, qualunque sia il luogo in cui la Colonna ha vinto. Siamo dei comunisti sindacalisti, ma conosciamo l'importanza dell'individuo; ciò significa: ogni compagno possiede gli stessi diritti e compie gli stessi compiti. Non c'è nessuno sopra gli altri, ognuno deve sviluppare ed obbedire al massimo la sua persona.

I tecnici militari consigliano, ma non comandano. Non siamo forse degli strateghi, ma certamente dei combattenti proletari. La Colonna è forte, è un fattore importante del fronte, perché è costituita da uomini che non perseguono che un sol scopo da molto tempo, il comunismo, perché si compone di compagni organizzati sindacalmente da molto tempo e che lavorano in modo rivoluzionario.

Einstein--durrut.jpgLa colonna è una comunità sindacalista in lotta.

I compagni sanno che essi lottano questa volta per la classe lavoratrice, non soltanto per una minoranza capitalista, l'avversario. Questa convinzione impone a tutti una autodisciplina severa.

Il miliziano non obbedisce, persegue insieme a tutti i suoi compagni la realizzazione del suo ideale, di una necessità sociale. La grandezza di Durruti però è dovuta giustamente al fatto che egli commandava raramente ma educava di continuo. I compagni venivano a trovarlo sotto la tenda quando rientrava dal fronte. Spiegava loro il senso delle misure che prendeva e discuteva con essi. Durruti non comandava, convinceva.

Funerali-di-Durruti.jpgSoltanto la convinzione garantiva un'azione chiara e risoluta. Da noi, ognuno conosce il motivo della sua azione e non fa che una sola cosa con essa. Ognuno si sforzerà dunque ad ogni costo di assicurare il successo alla sua azione. Il compagno Durruti ci ha dato l'esempio.

Il soldato obbedisce perché ha paura e si sente inferiore socialmente. Combatte per frustrazione. È per questo che i soldati difendono sempre gli interessi dei loro avversari sociali, i capitalisti. Questi poveri diavoli della parte fascista ce ne danno il pietoso esempio. Il miliziano si batte innanzitutto per il proletariato, vuole la vittoria della classe operaia. I soldati fascisti si battono per una minoranza in via di sparizione, il loro avversario, il miliziano per il futuro della sua classe. Il miliziano è dunque più intelligente del soldato. È un ideale e non la parata al passo d'oca che regola la disciplina della Colonna Durruti.

Funerali-di-Durruti2.jpgDove arriva la Colonna, si collettivizza. La terra è data alla comunità, i proletari agricoli, da schiavi dei cacicchi che erano, si trasformano in uomini liberi. Si passa dal feudalesimo al libero comunismo.

La popolazione è curata, nutrita e vestita dalla Colonna. Quando la Colonna sosta in un villaggio, essa forma una comunità con la popolazione. Un tempo ciò si chiamava Esercito e Popolo o più esattamente l'esercito contro il popolo. Oggi, che si chiama proletariato al lavoro ed in lotta, entrambi formano un'unità inseparabile.

La milizia è un fattore proletario, il suo essere, la sua organizzazione sono proletari e devono restarlo. Le milizie sono le rapp resentanti della lotta di classe.

Durruti--funerali--22-novembre-1936.jpgLa Rivoluzione impone alla Colonna una disciplina più severa di quanto non potrebbe farlo qualunque militarizzazione. Ognuno si sente responsabile del successo della Rivoluzione sociale. Quest'ultima forma il contenuto della nostra lotta che resterà determinata dalla componente sociale. Non credo che dei generali o un saluto militare possano insegnarci un atteggiamento più funzionale. Sono sicuro di parlare nel senso di Durruti e dei compagni.

Non neghiamo il nostro vecchio antimilitarismo, la nostra sana diffidenza contro lo schematismo militare che non ha apportato sinora che dei vantaggi ai capitalisti. È giustamente per mezzo di questo schematismo militare che si è impedito al proletario di formarsi in quanto soggetto e che lo si è mantenuto nell'inferiorità sociale. Lo schematismo militare aveva come scopo di spezzare la volontà e l'intelligenza del proletario. Finalmente, ed in ultimo luogo, lottiamo contro i generali ribelli.

La ribellione militare prova il dubbio valore della disciplina militare. Non obbediamo ai generali, perseguiamo la realizzazione di un ideale sociale che attribuisce una parte alla massima formazione dell'individualità proletaria. La militarizzazione, per contro, era un mezzo sino ad allora popolare per sminuire la personalità del proletario.

Compiremo tutto e con tutte le nostre forze le leggi della Rivoluzione.

La base della nostra Colonna, è la nostra reciproca fiducia e la nostra collaborazione volontaria. Il feticismo del comando, la fabbricazione di celebrità, lasciamole ai fascisti. Restiamo dei proletari in armi, che si sottomettono volontariamente ad una disciplina funzionale. Si capisce la Colonna Durrutise si è afferrato che essa resterà sempre la figlia e la protezione della Rivoluzione proletaria. La Colonna incarna lo spirito di Durruti e quello della CNT-FAI.

Durruti continua a vivere nella nostra Colonna.

Essa garantisce la sua eredità nella fedeltà. La Colonna lotta con tutti i proletari per la vittoria della Rivoluzione.

Onore al nostro compagno caduto nel combattimento.

Onore a Durruti.

 

 Carl Einstein 

 

 [Traduzione di Ario Libert]

 

Einstein--Durrut_homag.jpg

Esposizione in omaggio a Durruti. 26a Divisione. La 26a Divisione è il nome assunto dalla Colonna Durruti dopo la militarizzazione delle milizie.

 

LINK ad un video You Tube relativo ai funerali di Durruti:

L'ultimo saluto a Buenaventura Durruti

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Published by Ario Libert - in Memoria libertaria
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4 maggio 2010 2 04 /05 /maggio /2010 17:38

Gli autori dei manifesti 

 

Copertina-libro.jpg

della Rivoluzione spagnola 1936-1939

 

 

 

Qui in alto copertina del libro da cui sono state tratte le informazioni per il presente post, inedito ancora in Italia.

 

di Wally Rosell

 

Chi sono gli uomini e le donne che hanno dato colore alla rivoluzione "Rossa & Nera" spagnola?

  

I manifesti della Spagna antifascista, non sono l'espressione di artisti isolati o di una generazione spontanea. Infatti, sin dagli anni venti del XIX secolo, Helios Gomes, Manuel Monléon, i fratelli Ballaster, Josep Renau (per li comunisti) si organizzano nei loro sindacati (UGT et CNT), essi creano l'unione degli scrittori e degli artisti proletari (Valenza) o il gruppo el Nis (Barcellona). Teorizzano come Ramon Acin, essi organizzano delle esposizioni sull'arte rivoluzionaria (Madrid 1933). Nel 1936, in Spagna, concepire un manifesto è tanto un atto militante quanto un atteggiamento artistico. Il passaggio della "commessa" si fa generalmente direttamente attraverso un sindacato di base, una corporazione, un'organizzazione, un gruppo libertario...

Più di sessanta artisti identificati- che hanno lavorato per i libertari: Arturo e Vicente Ballester; Manuel Monléon; Miralles Sanz; Ricards Obiols; Eleuterio Bauset; Jose Iturzaeta; Badia Vilato; Sim (Rey Villà); Carreno; Jose-Maria Gallo; Carles Fontserè; Rovira; Allaber; Gumsay; Castilla; Helios Gomez; Jacint Bofarull; Muro; Antonio Garcia Lamolla; Edouardo Vicente; Gimenez; Toni Vidal; Augusto, Camps...

Essi non hanno la notorietà di Miro o di Picasso, eppure certi loro manifesti hanno fatto il giro del mondo. Si sono formati per la maggior parte alle scuole di belle arti di Barcellona, Bilbao, Madrid e Valenza. Non sono tutti anarchici, ma sono aderenti ad un sindacato di Barcellona (SPD-UGT); di Madrid (Bellas-Artes -UGT); di Valence (UGT o CNT). Hanno tutti concepito e realizzato dei manifesti per le organizzazioni  libertarie. Di alcuni, non conosciamo che il loro nome, di altri abbiamo la fortuna di poter racimolare alcune informazioni.

Wally Rosell

 

Arturo et Vicente Ballester  

 

 

Ballester, 01

 

  
Ballester--02.jpg

 

Arturo nasce nel 1892. È nel laboratorio di suo zio che si inizia alle arti grafiche, Si iscrive ai corsi serali delle Belle arti di Valenza. Sin dal 1913, partecipa a dei concorsi per manifesti, è premiato diverse volte a Valenza e a Madrid. Si impadronisce delle tecniche della litografia e si interessa a tutte le scuole grafiche ed artistiche.

Partecipa al sindacato della CNT di Valenza. Sviluppa uno stile molto riconoscibile tratto dal dadaismo al costruttivismo. Produce molto per il comitato nazionale di propaganda della CNT ed anche per il PSOE.

Dopo la sconfitta, Arturo Ballester riprende la sua attività di grafico. Firma due manifesti del cinema nel 1941, poi nel 1954.

Meno conosciuto di suo fratello, Vicente (1887-1980), conosce le stesse iniziazioni alla grafica: il laboratorio dello zio e le Belle arti di Valenza con una forte influenza liberty e post cubista, i suoi manifesti hanno uno stile più unificato. Partecipa ai concorsi, alle biennali di Barcellona e Valenza (1936). Nel luglio del 1936, diventato disegnatore pubblicitario, aderisce al sindacato delle professioni liberali della CNT. Firmerà tutti i suoi manifesti con il "marchio": Affichiste de la CNT-AIT [Autore della CNT-FAI].

Loro sorella, Manuela Ballester, è ancora meno conosciuta. Dirige la rivista Passonaria (vicina al PCE). Illustratrice, collabora alla rivista libertaria Estudios. È moglie di Josep Renau autore di manifesti di fama e comunista.

 

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Eleuterio Bauset Ribes

 

Ha studiato alla Scuola di Belle arti di Valenza dove incontra Josep Renau. Sin dal 1936, realizza tutti i manifesti conosciuti della Colonna di Ferro (originaria della regione) che ha integrato una commissione Arti grafiche al suo interno.

  

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È il solo disegnatore ad utilizzare una "bandiera nera" come elemento centrale. Tradizionalmente il movimento anarchico spagnolo utilizza delle bandiere "Rosse & Nere". 

Firma i suoi manifesti: Bauset -AIDC. Questa sigla designa l'Associazione Intellettuale per la Difesa della Cultura, una delle numerose organizzazioni antifasciste creata in gennaio nel 1936 a Barcellona.  

 

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Nel 1939, è imprigionato (con avec M. Monleon?), poi si reca in esilio nell'America del Sud prima di tornare nel 1973.  

 

 

Jacint Bofarull

 

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Catalano, nasce nel 1903. Compie gli studi alle Belle arti, poi entra nella vita attiva come grafico pubblicitario. È l'autore di una serie di manifesti per le sigarette Dunhill e dei magazzini di articoli sportivi di Barcellona. Vicino ai comunisti, aderisce molto presto al sindacato dei disegnatori  professionali (SDP-UGT). Nel febbraio del 1939, fugge dal franchismo e passa in Francia dove lavora per il quotidiano di Perpignan l'Indépédant sino al 1950. Parte per il Venzuela e l'Argentina prima di tornare definitivamente in Spagna.  

 

Carles Fontseré

 

 

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Nato a Barcellona nel 1916. Ha vent'anni nel luglio 1936 e malgrado la sua giovane età, propone dei manifesti alle organizzazioni antifasciste di una rara forza (CNT; UGT; Generalitat della Catalogna).

IL suo manifesto più famoso è quello del grido del contadino che alza in alto la sua falce; Libertà! Su una bandiera rossa e nera con la sigla FAI. È attivo in seno all'interno dei sindacati  dei disegnatori professionisti di Barcellona (SDP-UGT). Disegna molti manifesti, ma anche, propone altre animazioni grafiche: è Carles Fontsere che propone a Ricardo Sanz (della CNT) di decorare i treni che percorrino la rete controllata dagli antifascisti. Nel 1937, si arruola nelle Brigade internazionali sul fronte di Madrid.

 

 

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La maggior parte dei suoi manifesti sono redatti in catalano. Nel 1939, conosce i campi di concentramento del sud della Francia. Alla fine degli anni 40, andrà a lavorare in Messico, poi a New York. Incontra il poeta Raphaël Alberti con il quale lavora a Roma.

Dopo la morte di Franco, Carles Fontseré ritorna a Barcellona, rilascia numerose interviste, partecipa alle esposizioni di manifesti della guerra civile e scrive un libro: Mémoires d'un affichiste catalan [Memorie di un autore di manifesti catalano]. In occasione di un'esposizione sull'anarchismo catalano e la guerra civile, realizzerà un ultimo manifesto per i libertari nel 1986. Il mio stile è stato soprattutto influenzato da Helios Gomez. Avendo più anni di noi, ha potuto viaggiare, in Germania, riportarci delle forme nuove come il cubismo, il realismo, ho cercato di imitarlo.

 

José Maria Gallo

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Come molti altri, prima del 19 luglio, guadagnava la sua vita realizzando delle insegne o dei disegni pubblicitari ed in parallelo, disegna per la stampa anarchica (Mujeres Libres , Tierra y Libertad, CNT). Queste caricature sono molto apprezzate, gli offrono una notorietà importante in ogni ambiente. Ha realizzato dei manifesti per la La Fragua Social (quotidiano della CNT di Valenza), il comitato nazionale di propaganda e per la federazione dei gruppi Mujerès Libres (Donne Libere). In Francia, durante la guerra, partecipa alla rete di evasione Ponzan Vidal. Alla liberazione, collabora come disegnatore a Paris Presse e Jour de France.

  

Helios Gomez

 

 

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Gitano nato a Siviglia nel 1905. Inizia come decoratoredi ceramica, i suoi primi disegni sono pubblicati nel giornale anarchico Páginas Libres o illustrano dei libri andalusi. Frequenta gli ambienti anarchici e decide di parlare, scrivere e dipingere rimanendo coerente con la sua scelta politica. A Parigi, espone in diverse gallerie e collabora alle riviste: Tiempos Nuevos , Rebelión e Vendredi . È arrestato ed espulso per la sua partecipazione alle manifestazioni contro l'esecuzione di Sacco e Vanzetti. Si trasferisce allora a Bruxelles, poi ad Amsterdam, Berlino, Vienna, Leningrado. Nel 1930, l'Associazione Internazionale dei Lvoratori (AIT) pubblica a Berlino il suo primo albo Días de ira.

Di ritorno a Barcellona, Hélios Gomez collabora a numerosi giornali e riviste di sinistra: L´Opinió, La Rambla, La Batalla, L'Hora, Bolívar e Nueva España. Nel 1931, aderisce al PCE. Arrestato nel 1932, è di nuovo espulso. Si reca in URSS da cui fa ritorno nel 1935. Sin dal 1936, a Barcellona crea il gruppo Els Nis, poi diventa presidente del comitato rivoluzionario del Sindacato dei Disegnatori Professionisti (SDP-UGT).

Si arruola sul fronte di Aragona, come miliziano in una sezione incaricata della propaganda, raggiunge inseguito il Fronte di Madrid dove uccide un capitano. Poco dopo, trova rifugio all'interno dell'Ex colonna Durruti, ne diventa il commissario allal propaganda. Idea l'intestazione del giornale della colonna El Frente ed il manifesto dell'esposizione dedicata a Buenaventura Durruti (novembre 1938). Nel 1939, sarà internato successivamente in diversi campi di concentramento del Roussillon, poi in Algeria. Ritorna a Barcellona sin dal 1942 dove riprende il suo mestiere di grafico ed è di nuovo incarcerato nella prigione "modelo", dove dipinge la sua ultima opera. Muore nel 1956.

 

 

Gumsay

 

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 Lavorò soprattutto per le Gioventù Libertarie (Esfuerzo, Ruta). Realizza anche dei fotomontaggi per Estudios, Tiempos Nuevos.

 Gumsay, il pittore dei vizi umani. Per meglio conoscerlo riportiamo uno stralcio di una sua intervista pubblicata nel 1938 per l'Espagne Antifasciste.

Q: Ogni opera letteraria ed includo la tua pittura in quanto tale, realizza bene anche senza proporselo, una funzione critica ed in un certo senso, morale?

Gumsay: Voglio che i miei quadri siano utili, politicamente, cioè rivoluzionariamente. Più ancora se essi esercitano questa funzione morale concreta che si assegna alla Letteratura, che sia senza rendersene conto, per una strada diversa: quella dell'emozione plastica.

Q: Gli artisti di oggi, sono il 15 marzo 1938 all'altezza delle circostanze spagnole?
Gumsay: NO!
Q: Perché?
Gumsay: Il presente spagnolo è bruciante e oppresso di emozione e di dolore. Il popolo non sogna con le opere degli artisti. In Spagna, il popolo si gioca tutto, tutti i giorni. E gli artisti, tranne onorevoli eccezioni, rischiano poco, se rischiano qualcosa, nella loro opera. Triste...!

 

 Manuel Monleon Burgos

 

 

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Nato a Valenza nel 1904 da povera famiglia. Dopo la scuola primaria, entra nel laboratorio di Mariano Perez come apprendista, per dipingere delle miniature e dei ventagli. Molto presto, si interessa all'anarchismo, al nudismo (molti uomini e donne nudi nelle sue composizioni) ed aderisce al gruppo esperantista di Valenza. Propone le sue illustrazioni per delle riviste libertarie: Estudios (rivista di sociologia della FAI ), Cuadernos de cultura, Nueva Cultura, ecc.

  

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A Valenza, incontra Josep Renau che fu uno dei primi autori di manifesti politici (dopo John Heartfield) ad impiegare il fotomontaggio nei suoi progetti ben prima del 1936 (sarà commissario alla propaganda presso un ministro PCE). Nel 1933, con Josep Renau, milita all'unione degli scrittori ed artisti proletari.

 

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Nel momento più acuto della lotta contro il fascismo, Monleon afferma il suo stile, utilizza molto le disgonali e l'aerografo: manisfesti, copertine di riviste e libri. Il nudo è uno dei suoi temi favoriti, molte delle copertine delle riviste libertarie sono illustrate su questo tema. Realizza dei fotomontaggi per dei quotidiani a Valenza (Umbral).

Partecipa al Laboratorio delle arti plastiche dell'Alleanza degli intellettuali ed alla prima esposizione dell'arte rivoluzionaria (1932), è presente al padiglione spagnolo dell'esposizione universale di Parigi del 1937. Realizza dei manifesti per la CNT-FAI (il manifesto della Colonna Iberia) ed il Partito sindacalista (di Angel Pestana).

Nell'aprile del 1939, sarà incarcerato, per tre anni- in diverse luoghi di detenzione politici gestiti da militari italiani, farà anche dei soggiorni in prigione (Alicante, Madrid, Valenza). Realizza dei disegni sull'universo carcerario franchista o realizza dei calendari per i suoi compagni di cellula o la sua famiglia.

  

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Quando ne esce, per far vivere la sua famiglia, crea una piccola agenzia di pubblicità a Valenza, realizza di nuovo dei manifesti... per il cinema. Parallelamente, crea una rivista dedicata alle arti grafiche. Negli anni 50, parte per la Colombia, ricrea un'agenzia di pubblicità: logo, manifesti per il cinema, packaging. Espone una parte delle sue opere a Bogotá (Colombia), poi a Caracas (Venezuela). Ritorna a Valenza nel 1962 e muore nel 1976.

Nel 2004, un documentario di 50 minuti gli rende omaggio: Manuel Monleon Burgos, un grito pegado en la pared.

"L'arte per l'arte sarà per i giorni felici". M. Monleon 1937

   

Ricard Obiols (1894 – 1967)

 

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Sin dai primi due decenni del secolo, frequenta gli ambienti catalani per i quali realizza molti manifesti. Avrebbe partecipato all'esposizione internazionale di Barcellona nel 1929 con altri grafici e pittori. Nel 1936, ha 42 anni a lavora per l'UGT e la CNT di Madrid e Barcellona. Aderisce al sindacato professionisti delle Belle arti di Madrid. Muore nel 1967 a Barcellona.

Suo fratello Vicente è, anch'egli, grafico.

   

Sim, pseudonimo di: Rey Vila.

 

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Nel 1939, Sim prende la strada dell'esilio per Parigi. Elegge il suo studio vicino a Buttes-Chaumont dove continua a disegnare firmando con il suo vero nome Rey Vila.

I suoi temi preferiti sono i Tori e Don Chisciotte. Inoltre, contribuisce- un po'- alla lotta artistica antifranchista.

   

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Studia il disegno alla scuola delle Belle arti di Barcellona. Ritorna da suo servizio militare- nell'Africa del Nord- nel 1921 con un albo da disegni giudicato come antimilitarista ed un giudizio molto duro sugli uomini politici: La sconfitta nel Marocco? Una conseguenza del disprezzo (verso il popolo) di questi mercenari dello Stato. Da quel momento prende contatto con il sindacato dei disegnatori professionisti (SDP-UGT) e sostiene le lotte sociali. Sin ndal 19 luglio, mette il suo "disegno" al servizio della rivoluzione sociale.

Realizza un albo di acquarelli, Stampe della rivoluzione spagnola- 19 luglio 1936, destinato alla propaganda internazionale: un disegno e tre commenti (spagnolo, inglese, francese). Rey Vila lo propone alla UGT che rifiuta di pubblicarlo, perché? Troppo favorevole all'azione degli anarchici. Quest'albo (edito dalla CNT) sarà- prima di Guernica di Picasso- l'"opera" più conosciuta sulla rivoluzione spagnola. L'UGT gli chiederà alcuni mesi dopo un albo di disegni dello stesso genere sulla vita al fronte.

Un disegno spigoloso rafforzato da un tratto nero spesso e da colori vivi sfumati: più vicino alla caricatura che all'acquarello. Il suo approccio pittorico si rapporta male alle tecniche e allo stile degli altri autori di manifesti. Ne realizzerà pochi (per conto dellal CNT, dell'UGT e per la Generalitat della Catalunya), disegnerà molto per dei calendari, cartoline postali, ecc.

 

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Gallur Manuel

 

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Nato a Valenza nel 1905. Entra alla Scuola delle Belle Arti nel 1930. Gallur lavora come disegnatore pubblicista e parrallelamenmte partecipa a diverse esposizioni d'avanguardia. Incontra le idee libertarie ed aderisce al sindacato delle professioni liberali della CNT.

Firma i suoi manifesti con la sigla "autore di manifesti della CNT-FAI".

Parteciperà all'esposizione universale del 1937 a Parigi con un manifesto: Il popolo sarà libero!

Dopo la sconfitta, lavora di nuovo come pubblicista ed anche come dissegnatore di mobili (a Saragozza).

Muore a Marsiglia nel 1995.

  

Badia Vilato

 

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Sappiamo poche cose su questo compagno. Come molti altri, passa attraversò la Scuola delle Belle Arti di Barcellona e lavora per la CNT-FAI. Durante la guerra, realizza uno straordinario manifesto antimilitarista nel 1937: "Ambizione, Militarismo, Guerra, questo è il fascismo". Questo manifesto sarà ripreso con lo stesso testo tradotto in inglese, dai movimenti anti-guerra negli Stati Uniti, nel 2004.

Graficamente, è molto influenzato dai surrealisti francesi. Nel 1939, prende la strada dell'esilio in Francia, dove continuerà il suo lavoro di Grafico professionista per Air France (1951), Maurice Chevalier, il Teatro dell'Odéon, Il salone dell'auto e contro l arepressione franchista.

 

 

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Collabora molto regolarmente a SIA (Solidarietà Internazionale Antifascista) per cui propone dei disegni per i calendari, cartoline postali e manifesti. Nel 1947, edita un albo di disegni accompagnati da testi (inglese, francese, spagnolo), Spagna eterna, Edition Espagne Libre. 

Alla fine degli anni 50, parte per l'America del Sud: la Bolivia, il Brasile dove si perdono le sue tracce.

 

 

Manuel Camps Vicens

 

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Nato a Gerona nel 1906, si iscrive alla scuola delle Belle Arti di questa città. A partire dagli anni venti acquisisce una certa fama esponendo a Barcellona, Madrid, ecc. Integra il Grouppo Arte Libera (grup art lliure) che raggruppa gli autori di manifesti, illustratori, pittori della CNT della Catalogna.

Combatte sul fronte dell'Ebro. Dopo la sconfitta, è arrestato ed inviato in un camkpo di concentramento dalla Gestapo. Alla liberazione, si istalla a Tolosa e riprende le sue attività di pittore. Espone soprattutto nel Sud Ovest. Come molti altri artisti, Manuel Camps Vicens partecipa anche ad un'attività pittorica militante (all'interno alla CNT) contro il Franchismo (esposizioni del 1947, 1952, 1956) e per l'Occitania. Muore nel 1986.

 

 

Baltasar Lobo

 

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Nato nel 1910, non lontano da Zamora, a 12 anni lavora riproducendo delle immagini religiose a Valladolid. La sua prima esposizione nel 1928 gli apre le porte delle Belle Arti di Madrid. Dopo tre mesi di corsi, se va sbattendo la porta non sopportando l'insegnamento "ufficiale", preferisce studiare le sculture arcaiche del museo archeologico.

Nel 1936, Baltasar Lobo è membro del comitato peninsulare delle FIJL. Collabora molto regolarmente- attraverso disegni, cartoline postali e manifesti- a Tierra Y Libertad, Frente Libertario. La sua compagna Mercedes Comaposada Guillen è una militante attiva delle Mujeres Libres, Baltasar Lobo realizza molte copertine per le riviste, disegni, manifesti e cartoline postali per quest'organizzazione anarco-femminista.

 

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Nel 1939, giunge a Parigi con una raccomandazione per "Picasso" (la sua compagna diventerà per un periodo sua segretaria). Incontra così Miro e diventa amico dello scultore Henri Laurens che l'aiuta a regolarizzare la sua situazione  e gli trova un laboratorio per lavorare. Alla liberazione, molto rapidamente la sua reputazione internazionale di scultore supera i circoli militanti. Espone, si lega con Kandinsky, Dubuffet, insegna e realizza delle committenze (soprattutto delle sculture) per i comuni della periferia parigina. Dopo al morte di Franco, realizza una scultura a Barcellona.

Vivrà a Parigi sino alla sua morte nel 1993.

 

 

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27 aprile 2010 2 27 /04 /aprile /2010 09:17

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 Francisco Ferrer y Guardia

di  Hem Day

(Discorso pronunciato all'università di Bruxelles)

   

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Francisco Ferrer credeva che nessuno fosse malvagio volontariamente e che tutto il male presente nel mondo provenisse dall'ignoranza. È per questo che gli ignoranti l'hanno assassinato e l'ignoranza criminale si perpetua ancora oggi attraverso nuove ed inclassificabili inquisizioni. Di fronte ad esse tuttavia, alcune vittime, tra cui Ferrer, saranno vive per sempre.

 Albert Camus 

 

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Il pensiero e l'opera di Francisco Ferrer si presentano sotto molteplici aspetti, tutti generosi per la loro nobile ambizione e la loro strana risonanza. Gli oratori che sino ad ora mi hanno preceduto su questa tribuna come tutti coloro che mi succederanno, vi hanno detto o vi diranno con quale fervore, stimavano l'uomo, il pensatore, il razionalista, l'educatore, il massone, il radicale di cui celebriamo il centenario della nascita (1859) ed il cinquantenario dell'assassinio (1909).

Queste date ricordano a tutti coloro il cui ricordo di Francisco Ferrer rimane ancora vivo, due anniversari che si stagliano negli annali del libero pensiero. Non è dunque per noi un buon pretesto in vista di celebrare la memoria di un uomo così grande?

Francisco Ferrer stesso ce lo illustra prima di morire quando desidera che i suoi amici parlino poco di lui, allo scopo di non creare idoli, perché considera quest'ultimi come "un grande male per l'avvenire umano". Che mi sia concesso in questo giorno memorabile di lodare questa modestia, allo scopo di ridire di fronte al mondo libero, l'odioso assassinio di cui fu vittima questo precursore.


 

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 Quest'insegnamento, lo voleva là, in un paese in cui l'educazione rudimentale anche, si urtava contro ogni possibilità del progresso ed allo sviluppo naturale dell'individuo. Che mi sia in più possibile in nome del libero esame, esaltare l'ideale di Francisco Ferrer e di magnificare allo stesso tempo il pensiero di colui che la Chiesa cattolica romana, associata allo Stato, non esitò ad imolare indegnamente.

Che non ci si indegni, in realtà nulla è cambiato ai nostri giorni, il pensiero è sempre perseguitato, la censura usa sempre le sue prerogative in nome di una morale falsificata o sorpassata e se non fosse il timore delle rivolte spontanee, molti individui, clan o partiti non esiterebbero a ricorrere ad autentiche procedure inquisitoriali per tentare di impedire la llibera espressione del pensiero.

Nel Frattempo, un po' ovunque, si assassina sempre, si condanna a pene infamanti, si imprigiona arbitrariamente, si martirizzano coloro che vogliono enunciare liberamente il proprio ideale. Bisogna dunque restare vigile e denunciare senza tregua né riposo i crimini che sono in perpetua gestazione all'ombra degli Stati e delle cattedrali.

Escuela_Moderna.jpgSappiamo dunque, scoprire gli scopi del suo ideale che ai nostri tempi è ancora lontano, molto lontano dall'essere realizzato, perché incompreso. Ferrer mi ha spesso ripetuto, diceva il suo amico Alfred Naquet durante una conferenza che aveva dato il 3 settembre 1909 che "il tempo non rispetta le opere all'edificazione delle quali non ha contribuito. Fondando delle scuole, credeva lavorare più utilmente alla trasformazione della società che erigendo delle barricate e senza ripudiare gli eroi che si fanno uccidere su di esse, preferiva perché la riteneva più feconda, l'opera che consiste nel fare degli uomini da preparare la rivoluzione nei cervelli". Egli mirava, aggiungeva Alfred Naquet, "più in alto di un semplice cambiamento politico".

Tutto ciò concorre ad affermare che il pensiero intimo che animava l'ideale di Francisco Ferrer per l'elaborazione della sua opera non può, sotto vani pretesti, essere ignorato o passato in silenzio. Mi piacerebbe dunque ricordarvi, l'uomo che fu quest'idealista che ne esprimeva ancora l'essenziale, poco tempo prima di essere fucilato. "Precisamente, la demenza di coloro che non comprendono l'anarchia, proviene dall'impotenza in cui essi versano nel concepire una società ragionevole". 

 

 Che ci si ricordi delle critiche fatte dall'uditore generale relative alla Scuola Moderna. Che ci si ricordi in quali termini tentava- lo stolto- di accusare Ferrer di dedicare tutte le sue energie e le attività della sua vita al trionfo della rivoluzione. "Questo propagandista anarchico non sognava infantilmente che alla rivoluzione sociale" aggiunse. Supera questa volta la finzione, l'accusava di essere il vero capo degli anarchici, nichilisti e libertari spagnoli.

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Queste accuse per certi aspetti, hanno un fondamento, erano formulate tuttavia con delle riserve mentali e unite con tanti pregiudizi, che è indispensabile di precisarne il carattere e con ciò cogliere, qua e là, alcuni scritti dove si afferma con una volontà l'ideale che non cessava di valorizzare. Anselmo Lorenzo, che ha conosciuto molto bene Ferrer e con cui ha collaborato al gruppo "la Huelga general" ha dimostrato in uno studio che ha dedicato al suo grande amico e collaboratore come Francisco Ferrer contribuì al movimento delle rivendicazioni operaie creando con lui e qualcun altro quel giornale periodico. 

 

Ferrer--1990--Barcellona--monumento-commemorativo.jpgNella società borghese in cui viviamo, che limita ogni nobile aspirazione, che supera ogni sentimento generoso e che si sviluppa in mezzo ad un antagonismo dissolvente di interessi, pretendente di giustificarsi attraverso la formula di coloritura scientifica: la lotta per l'esistenza, Ferrer fu un uomo veramente eccezionale. 

In Ferrer il pensiero e la parola, gli atti della sua vita e l'azione per le sue idee formavano un tutto indissolubile. Chi poteva rannuvolarsi per questa franchezza, chi poteva indignarsi? Coloro che erano incapaci di apprezzare la generosità che animava quest'essere profondamente anarchico, coloro che restavano incapaci di afferrare la grandezza dell'altruismo, che straripava da questo essere, pronto ad ogni sacrificio per realizzare i suoi sogni ideali che portava in sé.

Ferrer--The-New-York-Times--1909.jpgC'è una frase che mi piace molto citare: "Dio o lo Stato NO, lo sciopero generale Sì!" Ferrer esponeva in modo molto logico tutto il valore, tutta la forza creatrice o distruttrice dello sciopero generale in opposizione alle lotte elettorali e concludeva con un'apologia dell'azione diretta cosciente invitando gli anarchici a far comprendere queste verità a tutti coloro "che credevano alla panacea del voto come se fosse l'ostia che deve portarli al paradiso". Francisco Ferrer affermava anche che "l'emancipazione completa dei lavoratori non proverrà né dalla Chiesa né dallo Stato, ma dallo sciopero generale che distruggerà li distruggerà entrambi" (1901). 

È tornato molte volte alla carica e più particolarmente in un altro studio "L'eredità sociale" in cui ha ritratto il corteo infinito dei privilegi esclusivi per denunciare l'egoismo delle classi predatrici. Di questa spoliazione favorita da una abominevole serie di cedimenti Ferrer ci dice ciò che pensa e ne conclude: "Cosa aspettiamo dunque per farla finita con questa confusione sociale e mettere in pratica l'anarchia, l'unico e vero ordine sociale suscettibile di appianare tutte le difficoltà e di produrre l'armonia universale per l'accordo manuale" (Dicembre 1901).

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Ferrer fu dunque incontestabilmente anarchico nell'accezione più ampia e più alta ed è perché fu sovversivo che si attirò l'odio di tutti coloro che sfruttavano la credulità e l'ignoranza dei popoli. È qui che si precisa  per noi tutti, liberi pensatori, i veri motivi del suo assassinio che non è soltanto un crimine clericale, ma anche e soprattutto un crimine sociale. 

 L'ideale di Ferrer, non potete più ignorarlo, si è precisato a voi tutti, quest o ideale dovete ricordarvelo che è stato quello degli scrittori e pensatori come Proudhon, Godwin, Bakunin, Reclus, Kropotkin, Malatesta, Lorenzo, Rocker e tanti altri. 

 Egli fu anarchico come fu libero pensatore, massone, pedagogo, razionalista.

 

 

Hem Day

  

 

[Traduzione di Ario Libert]

  

 

 

  Francisco Ferrer e la Scuola moderna

  

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 Non è nostro compito sviluppare ora la vita di Ferrer, la sua vita e la sua opera racchiudono nelle sue pagine una documentazione di alto valore con prove irrefutabili sulle accuse per le quali fu condannato e fucilato.

È dunque soltanto la sua opera La Scuola Moderna (i suoi principi, i suoi ingranaggi) troppo poco conosciuta e sconosciuta che preferiamo delineare e far conoscere affermando che Ferrer fu il vero realizzatore di un'istruzione  e di un'educazione della gioventù che rispondendo a tutti i suoi bisogni non poteva e non può ancora permettere ai suoi detrattori: i "mercanti di misteri" di negare l'alto valore dell'idea e della concezione della sua opera. Istruire divertendosi. Quanti bambini, obbligati a recarsi a scuola, non vedono in quest'obbligo che un lavoro obbligatorio (corvée), una servitù, una vera punizione!

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Eppure, tutta questa gioventù che si desta, che cerca di sbocciare, non potrebbe trovare nella scuola la gioia ed il piacere in un'istruzione corrispondente a questa breve insegna: "Istruirsi divertendosi!".

Rendendo l'istruzione attraente, non ci sarebbe affatto bisogno di mobilitare le autorità per dare la caccia a coloro che preferiscono evitarla piuttosto che la detenzione.

La cosa è fattibile: Ferrer l'ha creata!

Il suo metodo era semplice, ma meditato: circondandosi di istruttori che non erano professori ma uomini che capivano l'infanzia, furono per questi bambini degli amici, dei consiglieri, dei compagni. Questa libertà ben studiata non poteva che attrarre il bambino verso il suo istruttore, senza lasciare per questo posto ad un "lassismo triviale o irrispettoso". Canti e giochi sono sinonimi di gioia e salute ed hanno un grande posto in un metodo in cui il movimento è ben accetto e la parola un bisogno normale.

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Cosa importa ad un ragazzo da 8 a 10 anni sapere che Pipino il breve visse dal 714 al 768 o che Nelson vinse a Trafalgar nel 1805! Che Luigi XV, pedofilo, amasse le minorenni ed Enrico II avesse dei cortigiani raffinati (mignons). Ma per contro, parlando di Gutenberg e della stampa, l'attrazione del nuovo, dello sconosciuto, condurranno il bambino senza difficoltà e senza fatica a desiderare da sé di conoscere il seguito e attraverso l'immagine, con l'aiuto del cinema), le visite e le spiegazioni necessarie fornite rimarranno impresse per sempre nella mente vergine, l'opera immensa della stampa da Gutenberg sino ai nostri giorni, dai caratteri in legno alle linotipie attuali, delle stampatrici di un tempo alle rotative di oggi.

  

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Hem Day

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Francisco Ferrer Y Guardia

 

LINK ad un dossier su Ferrer:
DOSSIER Ferrer, da A Rivista Anarchica

 

LINK da Internet Archive su materiale contemporaneo agli eventi narrati:


Francisco Ferrer; A Tragedy in 5 acts, 1912, Julius Tittze

 

 

The Life, Trial, and Death of Francisco Ferrer, 1911, di William Archer

  

Fransisḳo Ferrer un di fraye ertsyhung fun der yugend, 1910, di Rudolf Rocker (in Yiddish)

 

The martyrdom of Ferrer: being a true account of his life and work, 1909, di Joseph McCabe

 

The origin and ideals of the Modern school, 1913, di Francisco Ferrer (traduzione di Joseph McCabe)

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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16 aprile 2010 5 16 /04 /aprile /2010 06:17

"El quico" Sabate e los "Bandoleros"  

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La guerriglia urbana libertaria in Spagna, 1945-1963  

di Daniel Pinós

 

Questa guerra europea che iniziò in Spagna non potrà terminare senza la Spagna

Albert Camus, 1944

  

45_maquis.jpgLa guerra civile spagnola non terminò il 1° aprile 1939. Vincitori e vinti erano almeno d'accordo su questo. Soltanto una propaganda ideologica intensa che si appoggiava su tutti i mezzi di comunicazione, cercando di mascherare la realtà, poteva imporre come un'evidenza una pace sociale che non esisteva affatto. Quando il regime franchista tappezzava le strade di manifesti proclamanti "25 anni di pace", non erano in realtà passati che pochi mesi dalla caduta  degli ultimi  gueriglieri che avevano iniziato la lotta contro il franchismo nel 1936.

Quico SabatéPartendo da qui, è possibile dire che la guerriglia, rurale o urbana, dal 1939, non ha mai smesso di esistere in Spagna. Ricordiamo a proposito le lotte dei gruppi armati della Confederazione nazionale e le azioni del "Grupo Primero de Mayo" negli anni sessanta. Così come le lotte del MIL e del GARI negli anni settanta.

La guerriglia non venne mai menzionata dai media dell'epoca.

Gli uomini che l'animavano erano definiti bandoleros", assassini, rapinatori e ben altri epiteti mascheranti la realtà delle loro azioni. Epiteti inventati  dai giornalisti che facevano parte dell'ingranaggio franchista. L'unica informazione diffusa allora era quella della cattura o della morte di un guerrigliero, spesso in circostanze misteriose (tentativo di evasione, resistenza, suicidio durante il suo arresto...). La storia della guerilla è difficile da ricostruire. La maggioranza dei suoi protagonisti sono morti. La maggior parte degli uomini che parteciparono alla lotta armata libertaria furono eliminati fisicamente, durante gli scontri con la polizia o furono giustiziati. Coloro che sopravvisssero sfuggono ancora alla curiosita degli storici. I due libri di Antonio Tellez dedicati alla guerilla urbana, a Sabaté e Facerias, i personaggi più importanti di questa storia, sono le sole storie orali su quest'epoca. Questi libri sono la testimonianza di un uomo che ha condiviso la vita dei guerriglieri e che fu loro amico. Da segnalare anche  una nuova biografia di Pilar Eyre, che ha il grande merito di aver raccolto narrazioni di prima mano, degli amici, dei sopravvissuti, dei membri della famiglia di Sabaté, ma anche dei suoi nemici.

CNT_UGT_1945-2.jpgBandoleros, maquis, resistenza, guerilleros, questi termini si confondono, sono rappresentativi di una parte della storia delle lotte radicali contro il potere franchista. Cronologicamente, bisogna distinguere diversi periodi: 

1939-1944

 Piccoli gruppi armati, isolati all'interno della penisola, nelle "sierras" (in Aragona, in Andalusia, in Catalogna e in Galizia soprattutto) continuano la lotta contro i fascisti.

 Settembre 1944

Alla fine della seconda guerra mondiale, un'invasione massiccia di guerilleros ha luogo nelle valli spagnole di Aran e di Roncal. Molti di loro hanno fatto parte della resistenza in Francia. L'operazione si risolve con una sconfitta, i sopravvissuti sono obbligati a fuggire attraverso la Spagna o rientrano in Francia, tra di loro vi sono numerosi feriti. Molti guerilleros furono catturati.

Primavera 1945

Sviluppo della resistenza interna segnalata in diverse province.

 1945-1946

 gardes-civils-ducret.jpgLa prima  informazione relativa a un'azione propriamente anarchica data al 6 agosto 1945. Quel giorno, sei individui armati attaccano una succursale del "Banco de Vizcaya" a Barcellona. È la prima di una serie di azioni attribuite agli anarchici. È durante questo periodo che molti militanti libertari furono arrestati. Jaime Parés, detto "Abisino" morì a quest'epoca, il corpo crivellato dalle pallottole della polizia. Fu uno dei primi compagni di Sabaté.

Nel 1946, quando la fine del fascismo e del nazismo in Europa permetteva di credere alla fine del suo alleato il franchismo, i gruppi anarchici riapparvero. Le loro azioni avevano una finalità chiaramente propagandistica, il loro obiettivo era di riorganizzare la CNT dall'interno, fornirle dei mezzi finanziari. Durante questo periodo, molti comitati nazionali o regionali della CNT si ricostituirono per essere dissolti nel giro di qualche mese. Molti membri di questi comitati furono imprigionati ed eliminati. Il gruppo capeggiato da Marcelino Massana conta al suo interno i fratelli Francisco detto "el Quico" e José Sabaté Facerias detto "Face" e Ramon Vila detto "Caraquemada". Questi gruppi agiscono sotto la sigla MLE e sporadicamente vengono diffusi dei volantini firmati FIJL.

1947-1952

CNTUGT_MLE1945.jpgDeclino della resistenza dovuto all'intensa repressione e all'abbandono della lotta armata da parte di importanti settori dell'opposizione spagnola, del PCE soprattutto.

1947-1950

È a partire dal maggio del 1947, che i gruppi anarchici sviluppano la loro attività più grande. Essi controllano le strade a breve distanza da Barcellona. Nel 1948, il gruppo di Faceria porta a termine due rapine e si impadronisce di alcune migliaia di pesetas in una fabbrica a Barcellona.

Durante questo periodo, Ramon Villa "Caraquemada" interviene nei dintorni di Barcellona, gli si attribuiscono in questo periodo un attacco a mano armata e il collocamento di esplosivi in una fabbrica di carburi e contro l'impianto ad alta tensione di Figols-Vic.

Nel 1949, riapparivano i gruppi di azione rurale, uno di essi è diretto da Massana. Si attribuiscono loro molti attacchi a mano armata. A Barcellona, i gruppi sono raggruppati in seno al MLR. In febbraio, luglio e ottobre, diverse azioni sono condotte da costoro contro le ferrovie catalane, contro fabbriche, trasportatori di valuta e gioiellerie.

Nel 1949, "el Quico" Sabaté agisce a Barcellona. In marzo, con suo fratello José e l'aragonese Wenceslao Gîmenez Orive, decidono l'eliminazione del sinistro commissario Eduardo Quintela, specializzato nella repressione degli anarchici, nemico mortale di Sabaté. L'azione ha luogo il 2 marzo, per un imprevisto, il colpo fallisce. Manuel Pinol e José Tella, delegati agli sport del "Fronte della gioventù", due noti fascisti vengono uccisi al posto del commissario.

Il 3 giugno del 1949, Francisco Denis "Català" moriva per aver assunto una capsula di cianuro, era stato arrestato a Gironela. La maggior parte dei gruppi erano ricorsi a lui per valicare i Pirenei, "Català" era il passatore dei delegati della CNT in esilio. Questo periodo costò al movimento libertario la sparizione di 29 dei suoi membri, 11 feriti e 57 arresti.

1950-1952

badiaVilato_Estudio.jpgDurante questo periodo, la guerriglia non conobbe che sconfitte. Essi successero agli scacchi conosciuti alla fine del 1949. Carlos Cuevas e Cecilio Galdos del comitato nazionale della FAI, morirono in scontri armati. Manuel Sabaté, il più giovane dei fratelli Sabaté venne fucilato nel campo della Bota.


1952-1955

Delle basi della resistenza armata, soprattuttto localizzate in Catalogna ed in Aragona si sviluppano, esse sono composte da anarchici che fecero parte inizialmente della CNT. In un primo tempo la guerriglia presentava un carattere unitario, ciò non impedì agli anarchici dal parteciparvi. Il secondo periodo è nettamente libertario, esso comincia quando la lotta armata è abbandonata dalla maggior parte delle organizzazioni politiche. In Catalogna, gli elementi più attivi di questi gruppi erano: Marcelino Massana, José Luis Facerias, José, Manuel e Francisco Sabaté, Ramon Vila. Qualche anno prima, in Aragona, gli animatori della guerriglia avevano per nome: Rufino Carrasco e "El Tuerto de Fuencarral". La maggior parte di questi uomini avevano combattuto durante la rivoluzione spagnola nelle milizie della CNT-FAI. 

Nel marzo del 1956, Sabaté stabilisce dei contatti con Facerias, essi formano un nuovo gruppo. Si attribuisce loro l'attacco del "Banco central" e la morte di un ispettore. Il 22 dicembre di quell'anno, il gruppo si impadronisce di molte migliaia di pesetas dagli uffici dell'impresa "Cubiertas y tejados". Dopo quest'azione, Sabaté ritorna in Francia dove resterà sino al 1959.

 

1955-1960

È durante la primavera del 1955 che Francisco Sabaté si decise ad agire di nuovo. Dopo un contatto con la CNT di Tolosa, fu escluso definitivamente dall'organizzazione confederale. La CNT era contro l'idea di creare dei gruppi armati sul territorio spagnolo. Davanti a questo rifiuto, "el Quico" fondò con qualche compagno i "Grupos anarco-sindicalitas" il cui organo era "El Combate".

Il 29 aprile, Sabaté è a Barcellona, entra in relazione con qualche compagno e semina nella città migliaia di esemplari di "El Combate" in occasione del 1° maggio.

Il 28 settembre, approfittando del soggiorno di Franco a Barcellona, Sabaté è nella città, affitta un vecchio taxi a tetto aperto e spiega all'autista che va a distribuire della propaganda favorevole al regime. Il volantino redatto in catalano e in castigliano contiene il seguente testo: Popolo antifascista. Sono già molti anni che sopporti Franco e i suoi sicari. Non basta criticare questo regime corrotto, di miserie e di terrore. Le parole sono parole. È necessaria l'azione. Abbasso la tirannia! Viva l'unione del popolo spagnolo! Movimento libertario di Spagna!

1953_BadiaVilato_SIA.jpg

È durante questo periodo che sarà ucciso José Luis Facerias, vittima di un'imboscata tesa dalla polizia nel quartiere barcellonese di Verdún, il 30 agosto 1957. L'annuncio della sua morte, nei giornali spagnoli comporta alcune curiosità: José Luis Facerias godeva di una molto triste fama, essa fu il frutto dei suoi numerosi crimini. Univa allo stesso tempo una straordinaria abilità e una mancanza assoluta di scrupoli che lo spingevano a degli estremi di una ferocia inimmaginabile che egli pretendeva di giustificare per la sua condizione di difensore di una causa politica di cui era il perfetto rappresentante.

Facerias morì all'età di 37 anni.


La fine di quest'epoca avrà luogo il 5 gennaio 1960 con l'ultima avventura del Quico. Sabaté riuscì a costituire un nuovo gruppo. Era formato da 
Antonio Miracle Guittard, 29 anni, Rogelio Madrigal Torres, 27 anni e Martin Ruiz Montoya, 20 anni. Senza alcun sostegno, essi adottano il nome di MURLE. L'ultimo a unirsi al gruppo sarà Francisco Conesa Alcaraz, 38 anni. I cinque decidono di recarsi in Spagna ad organizzare un nucleo di carattere politico-militare che deve diventare l'embrione di future unità armate.

Essi attraversano la frontiera il 30 dicembre. Quello stesso giorno, la guardia civile è allertata e si concentra nella zona di passaggio. Il 3 gennaio, il gruppo è localizzato in una fattoria nel sud di Girona. Accerchiati dalla guardia civile, il gruppo non ha che una scelta: lo scontro. Conesa è ucciso, Sabaté ferito a una gamba. Nel momento in cui tentano di fuggire grazie all'oscurità, Miracle, Madrigal e Martin sono uccisi. Sabaté, dopo aver ucciso il tenente della guardia civile, si dirige verso la triplice cerchia di guardie che circondano la fattoria, ventre a terra sussurra: Non sparate, sono il tenente e così riesce a dileguarsi nella notte.

60pris_franquist.jpgSabaté riesce a giungere sino alla ferrovia, vicino a Fornells. Sale sulla locomotiva di un treno e minaccia il macchimista e il meccanico con la sua arma e ordina loro di dirigersi verso Barcellona senza fermarsi a nessuna stazione. Arrivati a Empalme, Sabaté si impadronisce di una locomotiva elettrica, sempre in compagnia del macchinista e del meccanico. Nel frattempo la sua ferita si aggrava. Prima di arrivare a Sant Celoni, salta dal treno e raggiunge una fattoria vicina. È lì che sarà individuato dalla guardia civile. Una guardia municipale messa al corrente della cosa dalle guardie civili si trova sul luogo dello scontro. È questo ufficiale che ucciderà Sabaté con il concorso di un sergente della guardia civile. Sabaté era ferito al piede e alla coscia. Il giorno dopo, la stampa spagnola scriveva: Fine di un bandolero. Erano le otto e ventisei minuti. All'incrocio delle strade Mator e San Tecla a Sant Celoni, stringendo la sua mitraglietta Thompson, giaceva morto il tristemente celebre Francisco Sabaté Llopart.

 Senza saperlo, l'informatore ufficiale rese a Quico un ultimo omaggio trattandolo come un "bandolero". Il che vuol dire in Spagna "bandito di strada", ma anche in un senso più ampio: il campione degli oppressi.

Sabaté aveva 45 anni. "Caraquemada" restava il solo sopravissuto di questa generazione di guerriglieri. È nella sua terra di Berguedà che egli condusse la maggior parte delle sue azioni. Fu nel 1963, a quasi trent'anni, a Castellnou de Bages che egli trovò la morte in una pattuglia della guardia civile, Tentò in quel momento di porre un esplosivo contro un'installazione elettrica. 

La gueriglia urbana ed i suoi obiettivi

lager-franchista-per-prigionieri-politici.jpgLe azioni condotte dai gruppi armati erano di una temerarietà senza limiti. I gruppi sapevano che per il fatto che tutte le organizzazioni ufficiali avevano abbandonato la strategia armata rendeva più difficile il loro radicamento nel popolo, ma speravano di poter dimostrare a queste organizzazioni i loro errori. La loro attività di diffusione di testi anarco-sindacalisti rimase limitata alla Catalogna. La principale difficoltà per i gruppi d'azione fu la relazione precaria stabilita con i gruppi dell'interno della penisola.

I gruppi d'azione continuavano la guerra civile, per essi non era mai cessata. La maggioranza degli oppositori dell'interno, a partire dal 1953, considerava che la lotta contro il franchismo doveva svilupparsi con i mezzi di una partecipazione la più ampia possibile della popolazione. È da notare che fu a partire del momento in cui gli Stati Uniti stabilirono delle relazioni diplomatiche con la Spagna che queste posizioni si manifestarono nell'opposizione anti-franchista.  

sia_prison-call.jpg68marseil_DegfrancSal.jpgIl principale nemico della lotta armata fu quindi la guardia civile. Il numero di guardie utilizzate per farla finita con i guerriglieri fu impressionante. Infiltrandosi negli ambienti dell'esilio, le guardie potevano informare sulla partenza dei gruppi verso la Spagna. La collaborazione della polizia francese fu egualmente molto importante. Se inizialmente, il governo francese lasciò i gruppi di guerriglieri organizzarsi sul territorio francese, indubbiamente per via della loro partecipazione attiva alla resistenza contro il nazismo, l'inizio della guerra fredda trasformò le relazioni diplomatiche tra la Francia e la Spagna. La collaborazione tra la polizia francese e spagnola si sviluppò, l'informazione riguardante il passaggio dei gruppi d'azione attraverso i Pirenei era trasmessa dalla polizia francese ai loro omologhi spagnoli.

La guardia civile, per lottare più efficacemente contro i guerriglieri, creò dei corpi anti-guerriglia. I corpi della guardia civica realizzarono diverse azioni che screditarono la guerriglia, ciò creò nella popolazione un clima di insicurezza che provocò l'isolamento dei guerriglieri anarchici. Le zone di passaggio, le uscite da Barcellona furono sempre più sorvegliate, delle pattuglie formate da numerosi uomini armati formarono intorno a Barcellona un cerchio di repressione che non permetteva più ai guerriglieri di raggiungere le loro basi, lo spostamento di materiale e ricevere rinforzi in uomini. I guerriglieri ebbero anche dei nemici importanti nella persona dei volontari, della polizia nazionale, delle guardie municipali, dei falangisti e delle loro organizzazioni.

Eppure la guerriglia tenne in scacco per moltissimo tempo le forze governative. La precarietà dei loro mezzi che li obbligava a praticare delle espropriazioni, il fatto di non poter contare sulla loro organizzazione, la CNT dell'esilio per la quale essi lottarono da ben prima del 1936, li resero vulnerabili.

caricat_franco1950.jpg

Numerose azioni condotte dai gruppi d'azione rimarranno probabilmente sconosciute per sempre, ma ciò che è certo è che il regime di terrore imposto da Franco aveva un nemico opposto direttamente ad esso.

Quando la notizia della morte del "Quico" Sabaté giunse a Barcellona, le persone si rifiutarono di ammettere la realtà di questa scomparsa. "El Quico tornerà presto a smentire questi bugiardi" commentavano i lavoratori catalani pensando a una montatura della polizia. È certo che quando Sabaté e Facerias entrarono nel mito popolare ciò provò che in un certo modo essi erano rappresentativi dell'opposizione per un gran numero di Spagnoli a un potere che voleva sottomettere l'insieme del popolo spagnolo.

Il bandolero è sempre stato mistificato in Spagna, perché incarna la lotta del debole e dell'oppresso contro il potere stabilito. È definito dall'immaginazione popolare come il ladro dei ricchi ed il difensore dei poveri. Fu il caso di Sabaté, quello di Facerias e dei loro compagni. Essi furono la personificazione del bandolero nobile che lotta sino alla morte per la libertà e contro coloro che si oppongono ad essa.

60-visitEspagn.jpgProseguiamo e proseguiremo la nostra lotta in rapporto alla Spagna, in Spagna, consideriamo che l'inerzia sia la morte dello spirito rivoluzionario. Faremo sì che la voce dell'anarchismo si faccia sentire in tutti gli angoli della Spagna così come la solidarietà con i nostri fratelli detenuti.

Questo testo datato 8 dicembre 1957, fa parte di una lettera indirizzata dai "Grupos anarco-sindicalistas" alla CNT e alla FAI in esilio, per protestare contro l'inazione di quelle organizzazioni per salvare gli anarchici imprigionati in Spagna e per denunciare la loro assenza sul terreno delle lotte nella penisola.

 

Daniel Pinós

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

QuicoSabate.jpgTomba di "El Quico".

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Murales accanto alla tomba di "El Quico".



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André Breton difende dei compagni condannati a morte da Franco.

 

 

LINK al post originale:

"El Quico" Sabaté et los "Bandoleros". La guérille urbaine libertaire en Espagne, 1945-1963

 

Link ad alcuni documentari concernenti "el Quico"  e la resistenza armata al franchismo:

Quico Sabate - Anarquista

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8 aprile 2010 4 08 /04 /aprile /2010 10:17

 Jules-Félix Grandjouan

 

Grandjouan--1--maggio.jpg

 

 di OLT

 

In poco più di dieci anni di esistenza, una rivista segnò il giornalismo ed il disegno a stampa. Oggi L'Assiette au Beurre (1901-1912) resta il riferimento in materia della stampa satirica. Il concetto era semplice: ogni numero era dedicato ad un tema che, molto spesso, un solo disegnatore realizzava.
 
Tra i numerosi collaboratori di questa rivista, il più virulento fu sicuramente Jules-Félix Grandjouan. Prolisso, realizzò da solo quasi un decimo della produzione totale di L'Assiette au Beurre. Basta scorrere la lista delle tematiche che trattò per convincersi della sua combattività:  I crimini dello zarismo, Colonizziamo, L'algeria agli Algerini (nel 1902), 1° Maggio, Courrières, I vostri documenti, Gli spretati, Il Sabotaggio, La CGT, Gli oppressi oppressori, Grandezza e decadenza del partito radicale, Lo sciopero, Abbasso i monopoli, Quando le donne voteranno, ecc.

Jules-Félix Grandjouan nasce il 22 novembre 1875 a Nantes. Città a cui resterà profondamente legato, la sua prima raccolta litografica, Nantes la Grise [Nantes la Grigia], è pubblicata nel 1899. Abbandona- probabilmente senza rimpianto- la sua carriera di notaio per dedicarsi al disegno nel 1900. Sposato con Bettina Simon (istitutrice e militante vicina agli ambienti operai), i loro figli frequentano delle scuole "diverse" come "La Ruche" di Sébastien Faure (seminarista diventato anarchico):

 Sin dal 1901, Grandjouan, che ha già collaborato a delle riviste (Le Petit Phare, Le Réveil Social, Le Rire, L’Ouest Républicain, Le Clou et La Vie Illustrée), raggiunge il gruppo di L'Assiette au Beurre. Partecipa anche alle pubblicazioni più radicali e più impegnate politicamente del momento:  La Guerre Sociale, Le Conscrit, La Voix du Peuple, La Vie Ouvrière, Le Libertaire, Les Temps Nouveaux, ecc. Libertario e sindacalista rivoluzionario, amico di Émile Pouget, disegna nel 1908 un manifesto sul dramma di Villeneuve-Saint-Georges [1] che alcuni considerano come il primo manifesto politico illustrato. Il suo stato di spirito è riassunto dal sua quadro intitolato Vergogna a colui che non si rivolta contro l'ingiustizia sociale!

  Si reca molte volte in aiuto dei compagni imprigionati per delitti di opinioni. L'Assiette au Beurre ha il troste privilegio di contare sino a 13 dei suoi collaboratori in carcere. Le caricature di Grandjouan contro Clémenceau si fanno di una rara violenza...

  Giudicato in tribunale nel 1909 per i suoi disegni, l'arrabbiato è assolto. Rigiudicato nel 1911, è condannato a 18 mesi di prigione. Lo stesso anno il suo amico, il talentuoso disegnatore Aristide-Grégoire Delannoy, sfinito per le sue lunhhe detenzioni in prigione, muore all'età di 37 anni. Grandjouan si autoesilia in Germania, alla scuola di danza di Isadora Duncan sua amante. Insieme, viaggiano in Egitto ed a Venezia.

Di ritorno in Francia nel 1912, sarà graziato nel 1913 all'arrivo al potere di Poincaré. Deluso dal silenzio dell'insieme della stampa durante i suoi guai giudiziari, si dedica al lavoro artistico. Espone i suoi disegni di viaggio, edita l'album di pastelli di Isadora Duncan.

 Riformato a causa della sua miopia, Grandjouan aspetta il siluramento della nave passeggeri civile britannica "Lusitania" da parte di un sommergibile tedesco per disegnare "anti-boche" [anti-crucco]. La sua partecipazione alla stampa, molto patriottica durante la Prima Guerra mondiale, rimarrà debole.

 Grandjouan--Assiette--1903.gifLa Rivoluzione d'Ottobre gli ridà speranza, come per altri militanti operai, si mette al servizio del Partito comunista. Operando per un riavvicinamento della Francia con la "patria del socialismo", l'artista ritorna in Russia nel 1926 (nel 1904 aveva fatto un'inchiesta sui pogroms). Ne riporta un servizio con delle immagini. Nel 1924, si presenta alle legislative contro Aristide Briand a Nantes, elezione che egli perde per 2832 voti contro 32.551. Jules-Félix non sa essere servile, eletto nel novembre del 1930 rappresentante in Francia del Bureau International dei pittori rivoluzionari, è escluso alcuni mesi dopo per aver firmato con Panaït Istrati [2] una dichiarazione non conforme alla linea del partito.

Grandjouan si ritira dalla vita politica dopo un tentativo infruttuoso alle elezioni legislative a Nantes, partecipa alla vita locale dedicandosi anche alla sua arte. Muore nel 1968. Un'esposizione "Grandjouan, Creatore del manifesto politico illustrato in Francia, 1900-1930, fu inagurata nel giugno del 2002 al Musée du Château des Ducs de Bretagne a Nantes. Esporre i disegni di Jules-Félix Grandjouan a due passi dal Musée de l’Armée [Museo dell'Esercito], l'antimilitarista nantese avrebbe probabilmente gustato l'ironia della cosa...

  

    

 

 NOTE

  

 

 [1] Luglio  1908, l'esercito spara sugli scioperanti: quattro morti, centinaia di feriti.

[2] Panaït Istrati (1884-1935), questo militante rivoluzionario rumeno di esprtessione francese scrive nel 1929, dopo un viaggio in URSS, un libro, Verso l'altra fiamma, molto critico ce militant révolutionnaire roumain d’expression française écrivit en 1929, après un voyage en URSS, un livre (Vers l’autre flamme) très critique envers le régime soviétique.

[3] Un catalogo è stato realizzato per l'evento: Grandjouan, Créateur de l’affiche politique illustrée en France, Somogy 2001, 30 €, 288 pagine.

   
OLT

 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 LINK al post originale:

La Bouche de Fer, Jules-Félix Grandjouan

 

LINK ad un sito francofono in cui sono presenti più di 50 numeri di L'Assiette au Beurre:

L'Assiette au beurre: revue illustrée, satirique et libertaire de 1900

  

LINK interno ad un'opera illustrata da Grandjouan:

 Bernard Naudin e Félix Grandjouan, Lo Sciopero

 

LINK interni al blog ai post della categoria "satira libertaria":

Satira libertaria

    

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3 aprile 2010 6 03 /04 /aprile /2010 15:34

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Dopo molto tempo, presentiamo oggi la traduzione di un altro numero della grande rivista di satira L'Assiette au Beurre, dominata a lungo da artisti e scrittori anarchici o libertari. Il presente numero è a quattro mani essendo stato creato da Bernard Naudin, autore di cui abbiamo già presentato la traduzione di una sua opera disegnata anch'essa proprio per L'Assiette au Beurre, e da Félix Grandjuan, una grande colonna della rivista avendo da solo illustrato almeno 40 numeri.

 Il titolo Grève, e cioè "Sciopero" descrive, basandosi su eventi accaduti proprio nella cosiddetta Francia della Belle Epoque, della brutalità della repressione degli schiavi salariati quando questi alzano la testa e rivendicano nient'altro che condizioni di vita più dignitose. Insomma niente di nuovo. Molto attuale.


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[Traduzione di Ario Libert]

  

LINK al post originale:

La Grève

 

LINK alla categoria "Satira Libertaria" da cui poter visionare decine di numeri tradotti della rivista L'Assiette au Beurre:

Satira Libertaria
 

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29 marzo 2010 1 29 /03 /marzo /2010 15:41



Un commosso ritratto di Camus in quanto autore autore teatrale in occasione della sua tragica morte da parte di un amico ed estimatore. L'articolo apparve in una rivista libertaria famosa in Francia e testimonia di una certa consonanza del pensiero del grande poligrafo d'oltralpe con i principi libertari. Avremo modo prossimamente di testimoniarlo in modo ancora più approfondito attraverso saggi sull'autore di L'uomo in rivolta e articoli scritti dal medesimo per la stessa rivista che ospitò la presente rivista.

Albert Camus ed il teatro


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di Morvan Lebesque

Il teatro è un'illusione, cioè il contrario di una menzogna.

Camus aveva istintivamente capito ciò ed è per questo che la sua opera doveva parzialmente esprimersi sulla scena. Forse aveva quel "gusto di prova" che hanno le parole quando non si accontentano di collocarsi sulla carta, ma passano in bocca all'uomo, all'attore, di colui che è sul palcoscenico e si rivolge alla folla. La carta, come il letto, porta tutto.

Il linguaggio parlato si affronta, esso con delle esigenze.

Un'immagine all'inizio, un'immagine alla fine.

La prima è una fotografia resa pubblica: rappresenta Albert Camus mentre recita la parte di Olivier le Daim, in Gringoire di Théodore de Banville, con la truppa di Radio-Algeri, nel 1935. Gringoir è un classico del teatro amatoriale: poco autori, pochi commedianti che non l'abbiano frequentato a ventidue anni. La seconda immagine non è, ahimè! che la mia memoria. Nel settembre del 1959, Camus effettuava la tournée a Suresnes. Avevo dei motivi per andarlo a vedere per chiedergli dei suoi progetti. Quale teatro gli avrebbe offerto Malraux? Mi rispose che non ne sapeva nulla, ma che ad ogni modo, poiché ora era animatore e regista, avrebbe scelto il "grande spazio". Lo spazio, il pubblico più vasto e la più grande portata drammatica. Non sono degli autori in camera, sono degli Shakespeare che ci occorrono. Così era l'uomo: vedere in grande e conoscere bene il proprio mestiere.

Non credo che egli abbia mai affrontato alcun compito senza misurarlo in sé dalla A alla Z. Il letterato che lancia unn messaggio al mondo ignora attraverso quali umili mani questo messaggio deve innanzitutto passare. Camus conosceva quelle mani: il proto, il linotipista, il correttore erano suoi amici. In teatro, prima di scrivere una riga, aveva imparato a dirigere un gruppo, a spiegare il senso delle repliche agli attori, a regolare dei movimenti e delle illuminazioni. Nel 1952, quando chiesi ad un giovane attore, Jean Négroni, quali erano i due registi che egli stimava come i migliori, egli mi rispose senza esitare: Vilar e Camus. Quest'ultimo nome mi meravigliò: non conoscevo allora che lo scrittore. Ma l'anno successivo, al Festival di Angers, vidi il regista di spettacoli e compresi che Négroni aveva ragione.

Il teatro "scritto" di Camus è un fedele riflesso della sua opera. Le sue due prime opere teatrali Caligola e Il Malinteso ci apparivano come delle illustrazioni viventi di Lo Straniero e di Il mito di Sisifo. L'assurdo, desus ex machina infernale, organizza l'assassinio di Jan per mano della sorella Martha sotto lo sguardo indifferente di un destino silenzioso. L'assurdo ("Gli uomijni muoiono e non sono felici") conduce logicamente Caligola a volere la lina, cioè ad accordarsi il potere di fare tutto, a varcare in qualche modo il muro del suono dell'impossibile. Universale è la derisione: e quindi, l'uomo in tutto ciò, conserva la sua possibilità. Quale possibilità di essere uomo, sino (ed a causa) la finitezza, la contingenza, la disperazione. Allora sorgono dei veri eroi: Diego, il rivoltoso di Stato d'assedio, i Giusti Kaliayer e Dora. In essi, possiamo riconoscerci. In essi, possiamo accettare la sconfitta, il malinteso, la morte. Non fossero vissuti che un istante, quest'istante, di fronte ad un'insondabile auterità, testimonia della necessità dell'Uomo. Nati e morti dai casi, non siamo tuttavia dei casi.

No: non era un "caso", quello che l'assurdo aspettava  all'angolo di un platano sulla strada di Sens. E la prova: la sua morte ci ha mutilato.Da quasi due mesi, mi sveglio quasi ogni mattino dicendomi che non è vero: la mia memoria si accanisce a censurare quell'istante. Ma è vero, Camus è morto. E non è un lutto quello che porto, è la perdita di un braccio o di un occhio che ho subito. Camus, come per migliaia di altre persone, mi era indispensabile. Ora, lo conoscevo poco piuttosto che molto. Non ho di lui che alcune lettere ed una foto che ci ritrae entrambi. È dunque perfettamenteesatto che l'uomo può essere necessario poiché Camus ci era necessario. Che possa mancare al mondo poiché gli manca?

Mi si scuserà di non scrivere ora, sul suo teatro, una "dissertazione": le poche righe che gli ho dedicato sopra mi sembrano per ora sufficienti. Più tardi, più tardi, renderemo a quest'opera un omaggio più completo e più degno- anche se imperfetto, credo [1]. Il teatro scritto di Camus appartiene a tutta questa generazione ed alle generazioni future.

Oggi, non voglio evocare che un ultimo ricordo: tre anni fa, Camus adottò per il Festival di Angers una commedia drammatica di Lope de Vega Il Cavaliere di Olmedo. La rappresentazione, ammirevolmente gestita da lui, si svolse davanti alle mura del castello in una dolce notte d'estate. Tra gli attori la signora Sylvie, la signorina Dominique Blanchar, i signori Joris, Woringer, Herbanet, ma non Camus che tuttavia fu un attore ammirevole. Cos'è Il Cavaliere di Olmedo?

È una storia semplice, quella di un giovane molto bello, molto nobile, molto puro, che una sera va ad assistere, in una città della Spagna, ad una festa. Compare, e ciò basta: la più bella ragazza del paese si innamora di lui. È la felicità: non una di quelle mediocri "felicità" che ingannato l'impazienza dell'umanità, ma l'istante di bellezza cara a Keats, che è una gioia per sempre. Ahimè! gli spasimanti della giovane non possono sopportare quest'idillio. Approfittando della notte, aspettano alla svolta della strada il cavaliere che ritorna a casa e lo assassinano. Non vi saranno nozze e mai più feste ad Oviedo. Tutto qui. Un uomo è giunto, troppo bello, troppo nobile: ha fatto un giro in città e lo hanno ucciso.

Non doveva essere l'ultimo spettacolo di Camus. L'inverno seguente, il manifesto dei Mathrins portava anche il suo nome, unito a quello di Faulkner, altro Premio Nobel, e nel 1959, metteva in scena I Demoni al Théatres Antoine. Ma quando penso a lui, sono le immagini notturne del Cavliere di Olmedo che mi perseguitano. Camus è venuto, Camus passato tra noi e ce lo hanno ucciso.

L'assurdo è come i non amati di Lope de Vega: non ntollera un re tra gli uomini.


Morvan Lebesque

Le Monde Libertaire 1960


[Traduzione di Ario Libert]



[NOTE]

Tre anni dopo l'autore del presente articolo avrebbe dato alle stampe  un libro sul grande scrittore e filosofo francese: Camus par lui-même, Seuil, coll. Écrivains de toujours, 1963, N. d. T.).




LINK al post originale:
Albert Camus et le théatre

 

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10 marzo 2010 3 10 /03 /marzo /2010 08:00
Gli anarchici mistici russi
anarchiste.jpgKarelin (1863-1926), Solonovitch (1887-1937) e sua moglie Agnia (1888-1937) e Vassili Nalimov

di Vladimir Bagrianski


Conoscete la storia dell'incredibile rete pacifista che osò sfidare Stalin? Le loro radici erano chiaramente libertarie. Ma a differenza degli altri  anarchici russi, essi avevano concluso  dalle loro esperienze che il fine non giustifica i mezzi, che la violenza sociale non porta a nulla e che la vera rivoluzione è interiore. Stranamente, è nell'antica tradizione cavalleresca che essi andarono ad attingere le loro più belle ispirazioni. Uno dei rari sopravvissuti della rete, il matematico Vassili Nalimov, che riuscì a sopravvivere a 18 anni di gulag (e di cui le éditions du Rocher hanno pubblicato la prima traduzione in francese), testimonia nel 1996, all'età di 86 anni (sei mesi prima della morte), in compagnia della sua sposa, il poeta Janna Dragalina.

kropotkin_gr.jpgTutti credono di conoscere, almeno vagamente, l'anarchismo russo- questi primi fanatici bombaroli, questi illuminati Dostoevskiani che sognavano di far saltare gli zar e qualche volta vi riuscirono- e si pensa a Michail Bakunin, che affrontò Marx all'interno della I Internazionale o al principe naturalista ed esploratore Pëtr Alekseevič Kropotkin. I più famosi di questi anarchici sono tradizionalmente associati ad un ateismo virulento e ad un'attività rivoluzionaria eventualmente vicina- per lo meno agli inizi- ai bolscevichi.

Lev_Tolstoi.jpgImmagini semplificatrici. In realtà, il movimento anarchico russo degli inizi del XX secolo era molto più variegato, estendendosi dalle comunità tolstoiane (neocristiane e totalmente non violente) al radicalismo ultra guerriero dei sostenitori di Makhno, passando per gli "amici della natura e del sole" che manifestavano nudi a Mosca portando su dei cartelli le parole "Abbasso la vergogna!" Certo, tutti gli uomini e tutte le donne sostenevano (teoricamente) l'idea di base dell'anarchia: l'uomo detiene, per la sua stessa natura, un'aspirazione alla libertà che nessun scopo, anche il più grande o il più seducente, potrebbe meritare che  gli si attenti. Tutti avrebbero normalmente dovuto sottoscrivere la massima del Principe Kropotkin: "La mia libertà è nella gioia e nella libertà degli altri!".

makhno_nestor.jpgSin dal 1920, lo stesso Kropotkin, terribilmente deluso dai bolscevichi, si mette a scrivere ciò che sarà la sua ultima e certamente più grande opera L'Etica (che non sarà pubblicata in Russia che nel 1991), in cui riuscì a spingere più avanti alcune idee già esposte in Il Mutuo soccorso come fattore dell'evoluzione, libro in cui egli aveva iniziato a riferirsi all'evoluzionismo darwiniano. Con sorpresa di alcuni dei suoi amici anarchici duri, L'Etica si sarebbe rivelata di ispirazione essenzialmente cristiana. Così agendo, "il principe dalla bandiera nera" non faceva che congiungersi ad una corrente molto vasta benché molto poco conosciuta: l'anarchismo mistico.

Qualcuno si domanderà forse come tali termini possano ritrovarsi congiunti.  Nei fatti, quest'anarchismo si era evoluto naturalmente, passando da un movimento puramente politico, di carattere giovanile ed aggressivo, verso un rifiuto progressivo di ogni esercizio di potere per sfociare verso un impegno sociale essenzialmente sociale etico ed anche, infine, su una via filosofica esplicitamente spirituale e mistica. Formidabile sfida al marxismo trionfante dei bolscevichi e più generalmente all'insieme del positivismo scientifico dell'epoca, ma anche all'ortodossia cristiana tradizionale. Si può legittimamente parlare della creazione, all'epoca, in Russia, di un movimento olistico (per usare un vocabolario del nostro fine secolo) baasato sull'idea che una libertà totale deve risolutamente abbracciare tutte le manifestazioni della cultura umana.

Nascita di un movimento

anarmist--Chulkov_Petrovykh_Akhmatova_Mandelstam.jpgIl primo manifesto dell'anarchismo mistico fu pubblicato in Russia nel 1906. Si trattava di un opuscolo di un certo Georges Tchulkov, egli stesso influenzato dal filosofo Vladimir Soloviov e dallo scrittore Dostoevskij. Tchulkov scriveva ad esempio: "La lotta contro il dogmatismo nella religione, nella filosofia, la morale e la politica, ecco lo slogan dell'anarchia mistica. La lotta per l'ideale anarchico non ci conduce al caos indifferente ma al mondi trasfigurato, ad una condizione: che attraverso questa lotta per tutte le liberazioni, partecipiamo all'esperienza mistica, attraverso l'arte, l'amore religioso e le musiche. Chiamo musica non soltanto l'arte che ci apre all'armonia dei suoni, ma tutte le creatività fondate sui ritmi che ci fanno scoprire il lato noumenico (spirituale) del mondo".

La pubblicazione di questo manifesto fece immediatamente scandalo nella società avanguardista russa. Tchulkov fu attaccato da ogni parte ed ebbe grandi difficoltà nel resistere alla pressione. Prima della sua morte, negli anni venti, scrisse una lettera in cui diceva  di dispiacersi per alcuni dei suoi articoli di questo manifesto , giungendo sino a rinnegare l'essenza estrema della sua mistica. Ma il movimento espresso da Tchulkov lo superava ampiamente. Colui che fece realmente entrare l'anarchia mistica nella pratica sociale e politica russa fu il professore Apollon
Andrevitch Karelin Giurista di formazione, Karelin, nato nel 1863, partecipò al movimento rivoluzionario russo quando era ancora molto giovane. Arrestato in seguito dell'assassinio dello zar Alessandro II, soggiornò alla fortezza di Pietro e Paolo di san Pietroburgo. Alla sua liberazione, fu esiliato in Siberia due volte. Dopo la rivoluzione del 1905, emigrò in Francia dove organizzò una serie di conferenze e pubblicò molti articoli. È allora che egli fu iniziato in una confraternita dei Templari da cui ricevette la missione di creare un ramo orientale (vedremo il senso di questo strano legame).

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Karelin ritornò in Russia al momento della rivoluzione di febbraio 1917 con entusiasmo. Verso la fine degli anni venti, il dilemma divenne sfortunatamente chiaro: ossia continuare a partecipare alla costruzione di una nuova società sulla base del bolscevismo, ed in questo caso una dittatura di tipo materialista era inevitabile oppure mirare prioritariamente all'allargamento della coscienza personale e lo sviluppo spirituale- in questo caso, la rottura con il nuovo regime era immediato. Praticare ed evocare l'esperienza spirituale si rivelava in effetti molto più pericoloso del previsto, i bolscevichi utilizzavano la parola "mistica" come un'ingiuria e tutta l'atmosfera intellettuale russa passava gradualmente sotto il dominio dei sociologi  razionalisti volgari.

anarmist--Nikolai-Goumilev.jpgEminenti membri dell'intellighenzia russa aperta alle idee più moderniste, gli anarchici mistici avevano tuttavia considerato la rivoluzione come un avvenimento naturale ed inevitabile, una rivolta legittima contro la violenza multisecolare che reggeva tutta la società slava. Ma valutavano che la rivoluzione non avrebbe avuto nessun senso se non avesse cambiato la natura profonda dell'uomo, il suo fondo spirituale. In un processo un po' comparabile a quella dei liberi-massoni che avevano preparato la Rivoluzione francese, benché in modo molto più romantico, questi intellettuali avevano nutrito immense speranze per lunghi decenni. Tutto crollò in pochi anni. La "dittatura del proletariato" rivelò ben presto il suo vero volto grottesco. Il movimento verso la libertà portava al caos sanguinario ben noto.
Come la maggior parte degli anarchici russi, Apollon Karelin aveva sperato che il colpo di Stato d'ottobre 1917 sarebbe stato l'inizio di una grande rivoluzione sociale. Se lo storico americano Paul Avrich ha potuto scrivere che Karelin divenne allora l'"anarchico ufficiale dei Sovietici", è perché, per qualche tempo, diresse un piccolo gruppo di "osservatori" in seno al Soviet Supremo dell'Unione Sovietica. Lo scopo di questo gruppo era l'umanizzazione del potere statale, la lotta contro la pena di morte e contro il terrore in generale. Probabilmente a causa dell'esistenza di questo gruppo, i comunisti tollerarono gli anarchici mistici un po' più a lungo di quelli politici. Tuttavia, sin dal 1920, tutte le illusioni di Karelin erano sfumate. In piena ascesa del "Terrore Rosso", quando i socialisti e gli anarchici cominciavano a riempire di nuovo le prigioni dell'impero, scrisse coraggiosamente un articolo contro la pena di morte in cui osò proclamare che la rivoluzione era stata "annientata" dai Bolscevichi e che il suo proprio umanesimo era nutrito di ideali cristiani. Per lui, si trattava di fondare sull'etica cristiana una nuova forma di organizzazione della città, di superare l'intolleranza tra religioni e di aprirsi alle scienze per dare ad ognuno la possibilità di una percezione personale del mondo.

Le nuove catacombe

Karelin diceva spesso ai suoi allievi: "In esilio, ho visto la terribile ignoranza dei popoli ed ho capito che le immense forze di tenebra che sostengono il potere si appoggiano su questa ignoranza". Con lo sviluppo vertiginoso della tecnica, il potere statale era diventato mostruoso. Lo scopo concreto dell'anarchismo mistico era chiaramente di preparare l'umano alla libertà ed alla responsabilità di una nuova cultura non statale. Per questo, Karelin pensava che la questione veramente urgente era di approfondire il cristianesimo fuori da ogni istituzione religiosa ritornando alle origini. Ed infatti, gli anarchici mistici sarebbero stati costretti a ritrovarsi nella clandestinità delle catacombe.

Il-santo-Graal.jpgDurante gli anni venti, si vedono a volte ancora in pubblico. Questi insegnanti, questi uomini di scienza, questi artisti costituivano una rete che raggiunge molte grandi città della Russia.  I loro contatti con ogni genere di movimenti culturali e spirituali non confessionali sono numerosi. Se fanno regolarmente delle conferenze, scrivono degli articoli, il loro mezzo di espressione favorito è il teatro. Scrivono e recitano dei lavori che costituiscono delle specie di Misteri medievali, adattati al mondo moderno. A partire dagli anni trenta, tutto il movimento è diventato fuorilegge, per cui i "Misteri" in questione si svolgono in totale clandestinità. Quanto sono? Non lo si saprà senz'altro mai; la paura (ahimè fondata) di essere infiltrati dagli agenti del GPU poi della NKVD, antenati del KGB, li obbliga infatti presto ad utilizzare diversi nomi per designare il loro movimento e ad imbrogliare le piste in modo tanto più indecifrabile per noi oggi, che la maggior parte dei membri attivi della rete furono eliminati fisicamente o si spensero nei campi di concentramento.

La-spada-nella-roccia.jpgCosa fanno? Le loro attività sono varie ma si nutrono tutte di questo rituale comune: il "Mistero". Puramente orale, sia per precauzione di fronte alla polizia che per tradizione didattica, l'insegnamento spirituale di questi anarchici mistici era elargito durante le riunioni che si svolgevano negli appartamenti privati e non contavano mai più di dieci persone. Questo insegnamento poggiava essenzialmente sulla narrazione di racconti e leggende.

Una certa idea della cavalleria

Hunt--La-Luce-del-Mondo.jpgKarelin stesso conosceva più di cento leggende. Dopo la sua morte, nel 1926, non si ritroverà il minimo frammento manoscritto nei suoi effetti personali. Si trattava soprattutto di non cristallizare l'insegnamento, ma di conservare gli spiriti in costante movimento creativo. "Nessuna base scritta! Il pensiero anarchico deve restare libero e non lasciarsi incatenare in nessun dogma!". Se una di queste leggende fosse caduta tra le mani di non-iniziati ciò non avrebbe rappresentato un grande "pericolo" (tranne che a titolo di prova per la polizia)- la loro comprensione sottile non era possibile che nell'atmosfera creata attraverso la meditazione... Le riunioni si svolgevano in quattro tempi:

- Gli animatori cominciavano con il raccontare un'antica leggenda generalmente tratta dalla tradizione gnostica.

- poi si teneva una riunione di meditazione- il cui protocollo, solo testo letto ai partecipanti, era distrutto immediatamente dopo la lettura.

- dopo di che, ognuno poteva declamare le proprie creazioni.

- la riunione terminava con una libera discussione.


 

Rossetti--Ecce-Ancilla-Domini.jpgL’essenziale era dato dal fatto che ognuno era totalmente libero di interpretare i testi e leggende a modo suo ed integrarli secondo la sua volontà, come altrettanti impulsi al suo sviluppo personale. I racconti erano considerati come delle metafore di nuove concezioni del mondo. Il compito creativo dell'allievo consisteva nel far emergere dall'antico testo la sua propria nuova visione, adattata alla nuova situazione- vecchio principio gnostico, che sottintende tutta la trasmissione orale nell'antico cristianesimo. Il fatto che queste visioni e queste leggende siano trasmesse oralmente comportava un dinamismo particolare. Il narratore poteva ad esempio metamorfizzare il testo intero semplicemente con la sua intonazione. L'attenzione più importante era accordata alle domande dei partecipanti.

Archer--La-morte-di-Re-Artu.jpgMolte leggende si riferivano ai tempi della cavalleria- da quella di re Artù a tutte quelle che le crociate riportarono con il loro contatto con l'esoterismo orientale. Karelin, come dicevamo poco sopra, era stato iniziato allo gnosticismo in seno ad un Ordine Templare durante il suo esilio in Francia, alcuni anni prima della Prima Guerra mondiale- in un'epoca in cui, per la prima volta, delle donne erano ammesse all'interno di questa molto antica confraternità.

Vista dalla Francia del 1996, questa alleanza tra anarchismo e tradizione templare può sembrarci strana, per non dire francamente antinomica. La nostra visione è deformata da cupe degenerazione tanto dal lato templare che di quello anarchico. I veri anarchici sono evidentemente fedeli all'ideale cavalleresco! Allo scopo di rendere un'idea del tipo d'impegno che la sua iniziazione aveva implicato in lui, ecco secondo quali criteri Karelin definiva un'autentica appartenenza alla cavalleria:


- Non accettare nessun aggiornamento né compromesso dell'etica cristiana.

- Sviluppare un'alta padronanza di sé, fisica e morale, così come una coscienza chiara della propria dignità.

- Sapere sviluppare una visione mistica del mondo, per essere coscienti della natura spirituale di ogni manifestazione della realtà.

- Attivare la propria sete profonda di ritrovare le origini dell'universo.

Due particolarità dello gnosticismo: abbraccia tutte le eredità archetipe dell'umanità senza limiti dogmatici, volendosi il sistema filosofico più libero che ci sia: è fondamentalmente non violento.

 

La forza della non-violenza

Rene-guenon--1925.jpgRené Guenon, il famoso ricercatore sufi, fi a volte chiamato "il Templare del XX secolo"- anch'egli era stato iniziato all'interno di questo ordine, di cui era un imminente rappresentante del ramo occidentale. Troviamo che l'insegnamento di Guénon giustifica in diversi luoghi l'uso della violenza. Per gli anarchici russi, ciò rendeva i suoi insegnamenti inaccettabili. I rappresentanti del ramo orientale consideravano in effetti che la lotta per la libertà dell'individuo non poteva in alcun caso giustificare la minima violenza organizzata. Studiando lo sviluppo del bolscevismo in Russia, del fascismo in Italia, del nazismo in Germania, era loro facile constatare che, ogni volta, l'asservimento più avilente era partito da una sapiente giustificazione della violenza "per il bene dell'individuo e della società". La violenza rappresentava, per gli anarchici mistici, il pericolo di tutte  le  forme del potere. Ora, nessuna rivoluzione era sfuggita alla tentazione del potere. In quanto ai Templari che accettavano la violenza, si sa che se ne trovarono persino tra i fondatori del nazismo.

anarmist--Ritratto-di--Anna-Akhmatova--di-Petrov-Vodkin--19.jpgDopo la morte di Karelin, il suo allievo  Alexi Solonovitch, matematico e filosofo, divenne uno dei principali animatori dei circoli anarchici mistici. Contrariamente al suo maestro, Solonovitch lasciò alcune tracce scritte- che il suo allievo, Vassili Nalimov, ha recentemente ritrovati negli archivi del KGB. Scorrendo dei manoscritti intitolati Il Cristo ed il cristianesimo, L'Anarchismo mistico, o ancora Un culto di due millenni dietro Mikail Bakunin, si scopre una problematica molto articolata sulla non-violenza, molto ben riassunta dalla seguente citazione: "Il principio della non-violenza è, nell'essenziale, il principio della più grande forza, perché una forza gigantesca è necessaria per agire nella non-violenza. È per questo che gli anarchici vogliono la forza ma non il potere né la violenza".

Solonovitch scriveva anche: "Bisogna saper comprendere ogni uomo mettendosi nella sua pelle. Questa comprensione è una via di co-esperienza, di gioia condivisa e di passione". O: "La libertà è la sola forma accettabile nella quale si può pensare Dio". O ancoea: "I più grandi ideali etici si sono manifestati in tre grandi religioni a carattere universale: quella del Buddha, quella di Krishna e quella del Cristo. Bisogna semplicemente ripulire queste religioni dalle interferenze e parassiti apportati dai loro fedeli, sincero o non...".

Arrestato una terza volta nel 1930, Solonovitch morì in prigione, nel 1937, in seguito ad un terribile sciopero della fame. Dopo il suo arresto, è sua moglie Agnia, matematica, che lo sostituì in seno al movimento anarchico. È lei che iniziò Vassili Nalimov- l'uomo che ci riporta questa stupefacente saga. Agnia fu arrestata a sua volta nel 1936 e fucilata un anno più tardi, in seguito ad una parodia di processo che durò, orologio alla mano, due minuti.

Nel  Vangelo apocrifo di Filippo, troviamo questa frase: "Finché la sua radice è nascosta, il male è forte". Gli anarchici mistici volevano mettere a nudo questa radice, smontando soprattutto l'inganno di una dittatura sanguinaria che si sosteneva di voler servire il bene sociale ed il mondo. La pagarono cara. Accusati di "terrorismo", otto altri dirigenti anarchici mistici furono arrestati insieme ad Agnia Solonovitch e giudicati da un'istanza militare dell'Alta Corte dell'URSS- inutile insistere sull'inezia dell'accusa. Si ignora quanti altri membri del loro circolo furono arrestati durante la stessa epoca. Si sa soltanto che un gruppo importante fu condannato al Gulag; tra di loro figurava Vassili Nalimov, che ebbe la "fortuna" di essere riabilitato dopo diciotto anni di campo di lavori forzati. Sessanta anni più tardi, è quello che cerca di passarci il testimone.

Il consegnatore di testimone Nalimov cominciò a frequentare i circoli anarchici mistici all'età di diciasette anni. Durante tutta la sua infanzia, aveva avuto sotto gli occhi un modello di anarchismo profondamente naturale: quello di suo padre, professore di antropologia all'università di Mosca. L'anarchismo di quest'ultimo si manifestava nel rispetto assoluto dell'altro, caratteristica probabilmente legata alle sue origini: era figlio di uno sciamano di un piccolo popolo del Nord della Russia, i Komi. Dopo un conflitto personale con Stalin, Vassili Nalimov padre fu arrestato, accusato di attività contro-rivoluzionarie ed assassinato nel 1939.

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Vassili Nalimov figlio non fu riabilitato lui stesso che nel 1957, dopo diciotto anni di prigionia. Per tutto questo tempo riuscì a conservare intatta la sua passione per le matematiche, ad un livello superiore in cui esse potevano trasformarsi in ricerca spirituale. Malgrado il suo isolamento, bisogna credere che il prigioniero era dotato: il suo "approccio probabilista della coscienza" integra delle forti convergenze con la teoria del caos e quella delle strutture dissipative- con l'importante differenza che si colloca sempre in una prospettiva trascendentale. Lasciamo dunque la conclusione a questo raro sopravvissuto di una delle più grandi saghe spirituali del secolo.

 "In questi tempi difficili e complessi, in cui molta gente ha l'impressione che la filosofia si è fermata, mi sforzo di creare una corrente di pensiero filosofico che potremmo chiamare 'Visione del mondo probabilisticamente orientata'. Questo tentativo è molto naturale ai nostri giorni, nella misura in cui il paradigma concettuale contemporaneo ha cominciato ad allontanarsi dal determinismo duro in direzione di una comprensione probabilistica del mondo".

 

"Un tratto particolare del mio approccio è un'aspirazione all'integralità. Cerco di fondare la mia speculazione su tutta la diversità della cultura contemporanea, senza perdere di vista le grandi culture del passato. Per questo, faccio appello: da una parte a numerosi settori della scienza (le matematiche, la fisica teorica, la linguistica, lo studio delle religioni comparate), dall'altra ai processi irrazionali profondi della nostra coscienza, di cui l'esperienza mistica, soprattutto la mia. Queste idee molto diverse si rifrattano attraverso i prima del pensiero filosofico, e questo da tempi di Platone".

"Se si può parlare di una 'idea russa' realmente originale nei tempi moderni, non è il messianismo leninista che bisogna evocare, ma l'anarchismo mistico, i cui rappresentanti furono soprattutto: Razin ed il padre Abakan, Lermontov e Tolstoi, Karelin e Solonovitch, Sakarov e Nalimov, mio padre. Penso che nessuna "riforma" possa salvare la Russia dalla crisi. Lo spirito russo ha bisogno di vivere all'aria aperta. Il comunismo distruggendo questa libertà ha distrutto l'uomo stesso. Che fare oggi? Ci piacerebbe pensare che il movimento ecumenico ci condurrà verso una religione universale che permetterebbe l'espressione di tutte le teologie personali".

"La pietra che ha fatto vacillare il cristianesimo fu la tentazione del potere, poiché due millenni sono trascorsi nella violenza nel nome del Cristo- eppure Gesù aveva rinnegato il potere. Oggi, le tecniche sono diventate tali strumenti di violenza che minacciano di distruggere l'umanità, la natura, la terra stessa. La cultura del XXI secolo non può essere che una cultura della non-violenza".

 

Da leggere:

 

Quest'articolo si ispira a molte interviste con Vassili Nalimov e la lettura di tre dei suoi libri non tradotti  dal russo: Sono un cristiano? in Revue annuelle n° 3, éd. Péligrim, 1995; Il trattato d'amore, in La Montagne sacrée n° 3 éd. Péligrim, 1995, così che di L’Anarchisme insulté [L'anarchismo insultato], di Janna Drogalina, in Le Pouvoir de l’Esprit n° 2, Moscou, 1996.

Paul Avrich, The Russian Anarchism [L'anarchismo russo], éd. Norton, New York, 1978.

Kropotkine Piotr, L’Éthique [L'Etica] (in russo), éd. Politizdat. Moscou, 1991. L’Aide réciproque comme facteur de l’évolution (in russo), [Il mutuo soccorso come fattore dell'evoluzione] Saint-Petersbourg, 1904.

Tchulkov Georg, On Mystical Anarchism (in russo), in: Russian Titles for Specialists, n° 16, Lethworth (GB), 1971.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


Link al post originale:

Les anarchistes mystiques russes

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Published by Ario Libert - in Movimenti libertari
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