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13 giugno 2009 6 13 /06 /giugno /2009 17:35
Presentiamo uno studio estremamente interessante quanto importante in relazione al pensiero di Max Stirner e della sua influenza sulla formazione e sviluppo teorico di una delle figure centrali della modernità filosofica, addirittura di uno dei cosiddetti "maestri del sospetto": Friedrich Nietzsche.

Autore del saggio un ricercatore innovativo e critico, Bernd A. Laska, autore del sito multilingue  "LSR Projekt", a cui volentieri rimandiamo. Con il suo scritto Bernd Laska intende riallacciarsi, per quanto riguarda i rapporti di influenza teorica delle concezioni di Stirner nei confronti di Nietzsche,  ad un filone minoritario e sommerso per non dire perseguitato con la denigrazione o più praticamente con la classica e più semplice congiura del silenzio, risalente a poco più di un secolo fa e che allora si concretizzò con esigenze di chiarificazione tra i discepoli di Nietzsche e, alcuni decenni dopo, con la comparsa di alcuni studi sulla questione finché alla fine a prevalere furono l'ideologia del culto di un grande maestro (Nietzsche) piuttosto che la verità, e cioè, che Nietzsche conobbe L'unico  di Stirner e ne fu profondamente influenzato tanto da trasfondere tematiche tipicamente stirneriane nelle sue opere. Stiamo non soltanto parlando di un plagio vero e proprio, quanto, a causa dell'atteggiamento degli epigoni nietzscheani, di un occultamento di una fondamentale fonte del pensiero di Nietzsche in grado di spiegarne anche gli aspetti originali ed insoliti pur se filtrati ovviamente dalla personalità e dalle esperienze peculiari del loro autore. Bernd Laska è anche e soprattutto attento in questo suo saggio straordinario a documentare una serie di nomi eccellenti che hanno contribuito nel corso del tempo a far persistere la presunta marginalità della riflessione stirnerina a cominciare da Marx ed Engels  (e di cui presto forniremo traduzione di un suo scritto al riguardo) e molti altri ancora nel corso del Novecento. Al di là degli argomenti esposti nel presente saggio, lo stesso dimostra inoltre oggettivamante come operino, anche transgenerazionalmente, i sacerdoti del sapere istituzionale nella ricerca della "verità" e dell'avanzamento della conoscenza, soprattutto il loro altissimo grado di oggettività e di onestà intellettuale...

La crisi iniziale di Nietzsche

Un nuovo chiarimento della questione "Nietzsche e Stirner"


Di Bernd A. Laska


Nietzsche 1864

Da giovane ho incontrato una pericolosa divinità e non vorrei raccontare a nessuno ciò che allora ho provato -- tanto di buono quanto di cattivo. Così ho imparato a tacere, come pure che bisogna imparare a parlare, per ben tacere, che un uomo che vuole tenersi nell'ombra ha bisogno di mettersi in vista, sia per gli altri, sia per se stesso e per rendere possibile agli altri di vivere con noi.

Friedrich Nietzsche 1885 [1]

 

 

1. Introduzione e visione d'insieme


La vita di Nietzsche in quanto filosofo è terminata, come la maggior parte del pubblico sa, con un crollo spettacolare a Torino, all'inizio dell'anno 1889. Questa crisi finale, attraverso cui Nietzsche si ritirerà per sempre dal mondo sul piano dello spirito, è stato oggetto di numerose analisi molto approfondite, che non hanno apportato al problema né chiarezza decisiva né una conclusione definitiva [2].Allo stesso modo, l'inizio della carriera del filosofo fu segnata da una crisi esistenziale grave, benché meno spettacolare, che egli superò, nell'ottobre del 1865, per mezzo di una auto-disciplina delle più strette e soprattutto diventando un entusiasta discepolo di Schopenhauer. Contrariamente all'ultima crisi, questa crisi iniziale non è stata affatto presa in considerazione dagli specialisti di Nietzsche stessi e per così dire mai studiata nei dettagli.

La vita e l'opera di Nietzsche sono state a dir il vero esaminate con più attenzione e una cura critica più grande di quelle di nessun altro filosofo [3]. Malgrado ciò, nelle presentazioni di questa fase decisiva nel corso della quale il giovane diventa filosofo, le sue numerose biografie hanno seguito le sue dichiarazioni in un modo del tutto sprovvisto di spirito critico [4]. In generale, la brusca conversione di Nietzsche alla filosofia schopenhaueriana, alla fine del mese di ottobre 1865, è ancora oggi messa sul conto del "caso", che ha egli stesso invocato e considerato come non richiedente una spiegazione più dettagliata. Ho non di meno fatto, esaminando a distanza più ravvicinata questa pagina restata in gran parte bianca della biografia di Nietzsche, una sorprendente scoperta: Eduard Mushacke, con il quale egli intrattenne nella prima metà del mese di ottobre 1865 dei brevi rapporti, notoriamente molto intensi ma presto interrotti, era un vecchio amico intimo di Max Stirner (1806-1856; Der Einzige und sein Eigentum, 1845 [ottobre 1844]).

Questa scoperta rende possibile uno sguardo nuovo, e questa volta critico, su questa fase dell'evoluzione intellettuale di Nietzsche. Sguardo che arresta tuttavia, in un primo tempo, qualche sedimento della storia delle idee, che ostacolano ogni esame serio dell'ipotesi secondo cui l'incontro del giovane con »L'Unico« di Stirner -- incontro che non può indubbiamente che essere postulato -- sarebbe la causa decisiva della crisi iniziale da cui scaturì il filosofo Nietzsche.

Il più notevole di questi sedimenti è, si può dire, il fatto che la questione "Nietzsche e Stirner" -- e cioè se il primo conobbe l'opera del secondo e se questi influenzò il suo pensiero -- è già stata ampiamente discussa negli anni del 1900 e infine classificata come non avente, a conti fatti, alcuna importanza; e questo, soprattutto perché Stirner stesso era considerato come un autore senza importanza nel campo della storia delle idee. Questo sedimento si è considerevolmente consolidato nel corso di un secolo alla fine del quale, allorché Nietzsche usufruisce nel mondo intero di un grande prestigio, è già tanto se si conosce ancora Stirner nella Germania stessa.

È per questa ragione che è necessario abbordare in modo retro cronologico e per così dire archeologico il tema propriamente detto, e cioè la crisi iniziale di Nietzsche. Di analizzare dunque in primo luogo le presentazioni più recenti della questione "Nietzsche e Stirner", poi -- dopo una utile e indispensabile parentesi sulla recezione clandestina di Stirner -- le discussioni che ebbero luogo negli anni 1890, per finire con l'esame della situazione del giovane Nietzsche nell'ottobre del 1865. Non tratteremo qui della questione più ampia di sapere se questa ricostruzione della crisi iniziale di Nietzsche apre una nuova prospettiva sulla sua ulteriore evoluzione e può finalmente essere presa in considerazione per chiarire le cause della sua crisi finale.

 


2. La questione "Nietzsche e Stirner" oggi.

Si tratta qui di un tema che non farà senza dubbio nei nostri giorni che provocare delle alzate di spalle. Si conosce Nietzsche, almeno crediamo di conoscerlo -- ma Max Stirner? Non lo si conosce affatto e non si ha bisogno di conoscerlo, non è che una nota a piè di pagina di Nietzsche o di Marx che, come si sa, ne fece una critica completa e radicale sin dal 1846. Quale altro senso strettamente storiografico può esserci nel sollevare di nuovo la questione, estremamente marginale e che inoltre è stata regolata da tanto tempo, di sapere se Nietzsche conoscesse o meno »L'Unico« di Stirner? Questo studio apporterà una risposta su questo punto.

Max Stirner ha sempre avuto, nel mondo della filosofia e, in modo più generale, della cultura, la peggiore delle reputazioni che si possa immaginare -- quando non è stato semplicemente "dimenticato", sino al 1890, poi nuovamente a partire dal 1910. Passò per uno spirito limitato e fu un escluso, un intoccabile, un paria dello spirito. Ciò andava da sé e non c'era nemmeno da incomodarsi nel giustificare questo giudizio. Alois Riehl, uno dei primi professori di filosofia a consacrare una monografia a Nietzsche, l'ha enunciato, incidentalmente come conveniva e senza nemmeno pronunciare il nome del riprovato: "è tradire un'ancora più grande incapacità a distinguere tra gli spiriti associare Nietzsche ed il parodista involontario di Fichte, l'autore dell'opera intitolata »L'Unico e la sua proprietà« -- ciò significa semplicemente associare degli scritti di una potenza oratoria quasi singolare, possedente la forza e la fatalità del genio, con una bizzarria letteraria" [5]. All'opposto Nietzsche ha goduto molto spesso del rispetto dei suoi stessi nemici, come autore pieno di spirito, stilista brillante e psicologo penetrante. Anche la questione "Nietzsche e Stirner", che fu naturalmente posta per delle ragioni polemiche, ebbe attorno al 1900 una certa forza esplosiva (vedere qui sotto).

 

Oggi, non si considera ovviamente più Stirner -- se lo si conosce -- come un paria, ma sopratutto come una figura marginale e senza importanza. È per questo che la maggior parte delle opere consacrate a Nietzsche non lo evocano più da tanto tempo. Raramente si trova un autore per trattare brevemente la questione "Nietzsche e Stirner", ed è per classificarla di nuovo come insignificante. Quanto a sapere se Nietzsche ha conosciuto o non »L'Unico«, la questione non svolge più alcun ruolo nell'affare. Quale che sia la risposta -- Henning Ottmann dà, dopo un breve accenno, il seguente riassunto: "L'orizzonte spirituale di Nietzsche, dall'Antichità all'epoca moderna, fu sempre delle più estese. Non ebbe affinità spirituale con la specie anarchica piccolo borghese" [6]. Rüdiger Safranski conclude anch'egli il suo capitolo su Stirner evidenziando che Nietzsche avrà provato della repulsione nei confronti del "piccolo borghese" Stirner" [7]. Una curiosa ambivalenza è tuttavia percepibile presso i due specialisti. Safranski parla del "silenzio rilevante" di Nietzsche su Stirner, Ottmann in modo infondato, di "una delle leggende più intelligenti" su Nietzsche. Né l'uno né l'altro non si preoccupano tuttavia veramente di questo tema -- cosa che è in parte comprensibile, quando si conosca la "recezione clandestina" di »L'Unico« (vedere prossimo paragrafo).

La marginalità di Stirner, solidamente stabilita da decenni, ha comportato un'atrofia delle conoscenze, già magre da sempre, sulla sua persona e le sue idee. Gli si deve, tra altre cose, le differenti etichette -- uno Stirner giovane hegeliano, o anarchico, o nichilista o solipsista -- che hanno tutte acquisito diritto di cittadinanza e sono utilizzate in modo negligente ed in ogni caso inesatto. Se ne ha un esempio, interessante nel nostro contesto, delle conseguenze di questa ignoranza di Stirner considerata come una colpa veniale, nella biografia di Nietzsche in tre volumi di Curt Paul Janz, opera che fa ancora oggi autorità, d'altronde accurata ed approfondita e che è stata revisionata su più punti durante le sue riedizioni [8]. Janz, nella mezza pagina che egli dedica alla questione "Nietzsche e Stirner" (accanto a tre pagine di documenti), ha commesso quattro errori in parte gravi. Di più: questi errori, nell'opera di riferimento più conosciuta su Nietzsche, non sono stati rilevati sinora, sia due buoni decenni -- né dagli esperti nietzschiani di grande valore che hanno aiutato Janz nel suo compito -- tra cui Karl Schlechta e Mazzino Montinari -- né tra un ampio pubblico, erudito o non. Li ritroviamo dunque ancora nell'ultima edizione, anch'essa revisionata, [9] ed è la ragione per la quale li enumeriamo qui brevemente.

1) Nelle lettere di Köselitz a Overbeck sulla questione "Nietzsche e Stirner" (III, pp. 343 e seguenti) riprodotte nel libro, si cita a più riprese un certo Markay. Si tratta senza possibilità di equivoco del biografo ed editore di Stirner, John Henry Mackay, il cui nome è familiare a tutti coloro che conoscono Stirner anche per sentito dire. Janz, che ha fatto un errore di trascrizione, non è in grado di identificare questo Markay né di conseguenza, di dare il suo nome nell'indice dei nomi.
2) Un'altra persona, che Janz non conosce in modo evidente, è Lauterbach, il cui nome appare in una lettera. Janz, non conoscendo il suo nome, lo chiama semplicemente "Herr" ("signore") nell'indice. Si tratta questa volta di Paul Lauterbach, l'editore della prima edizione "Reclam" di »L'Unico«.
3) Quando Janz tratta egli stesso rapidamente della questione "Nietzsche e Stirner" (III, pp. 212-213), parafrasa un articolo di Resa von Schirnhofer, in cui una pubblicazione concernente Stirner, apparsa nel 1894, è falsamente datata 1874. Janz non evidenzia questo errore di stampa del tutto evidente e compie a partire da questa falsa data un'ipotesi naturalmente dubbia.
4) Janz, riprendendo dallo stesso Nietzsche (e in modo molto poco critico così come tutte le altre biografie da me conosciute) l'episodio dell'interesse per la filosofia da parte del giovane -- il modo in cui questi è diventato, per così dire dall'oggi al domani, un discepolo entusiasta di Schopenhauer -- costata certo una svolta decisiva nella vita intellettuale di Nietzsche all'epoca del suo passaggio da Bonn a Lipsia, ma non prende in considerazione la causa semplice da indovinare, e cioè la frequentazione intensa, durante le due precedenti settimane, di Mushacke padre. Egli omette Eduard Mushacke che considera un personaggio secondario al punto di attribuirgli nell'indice il nome di Eberhard [10].


3. Parentesi: La recezione clandestina di Stirner

Visto il disprezzo largamente diffuso e l'ignoranza, ancora più ampiamente diffusa di Stirner, qualcuna delle dichiarazioni compiute a proposito da eminenti pensatori fanno drizzare le orecchie. Ludwig Klages, ad esempio, si è visto anch'egli obbligato, nel suo studio su Nietzsche, di "pensare a" questo autore -- benché non creda che Nietzsche l'abbia conosciuto. Riconosce che questo "dialettico decisamente diabolico procede spesso in modo più radicale, con meno deviazioni ed una più grande precisione nella vivisezione" e che "presenta molto frequentemente le sue conclusioni ultime in modo più coinciso" di Nietzsche, così che egli vede in lui il suo "opposto", un opposto "da prendere veramente sul serio". Ciò che rende l'enorme importanza di Nietzsche, perché "il giorno in cui il programma stirneriano si realizzasse non fosse che attraverso la convinzione deliberata di tutti ... sarebbe quello di ‚giudizio ultimo' dell'umanità [11]. Un pensatore di una del tutto diverso orientamento, il marxista Hans Heinz Holz, va nello stesso senso, quando mette in guardia contro "l'egoismo stirneriano che, se conoscesse una realizzazione pratica, condurebbe all'autoanientamento della razza umana". Anche il vecchio marxista Leszek Kolakowski ha, davanti »L'Unico«, questa visione apocalittica: la "distruzione dell'alienazione, che è lo scopo di Stirner, dunque il ritorno all'autenticità, non sarebbe altra cosa che la distruzione della cultura, il ritorno all'animalità ... il ritorno allo stato anteriore dell'uomo". Nietzsche stesso, prosegue Kolakowski, sembra debole e inconseguente in confronto a lui" [12]. E Roberto Calasso, vincitore nel 1989 del Premio Nietzsche, scrive da parte sua: "Come qualcuno non ha mancato di osservare, si deve supporre che Stirner sia qualcosa di cui un filosofo di rango non può occuparsi [ ... ] Stirner continua a essere espunto dalla cultura [ ... ] La presenza più intensa di Stirner si incontra così in autori che di lui tacciono o che di lui parlano in testi che non pubblicarono mai: Nietzsche e Marx." E Calasso vede anche in »L'Unico« il "barbaro artificiale", un "mostro antropologico", ecc., l'avvertimento fatidico ("Mané Thécel Pharès") della civiltà occidentale [13].

È notevole che questi autori non abbiano trovato Stirner degno di una critica argomentata e che i loro vigorosi propositi siano stati la maggior parte delle volte enunciati in luoghi piuttosto isolati e in modo accessorio o accidentale. La nostra scelta dovrebbe bastare per attestare il fenomeno di una recezione notoriamente intensiva certo, ma largamente clandestina di Stirner. Che trova la sua espressione principalmente in allusioni sussurrate, conta su una comprensione ed un accordo preliminari del lettore colto a proposito del carattere diabolico, ostile alla cultura di Stirner e della malvagità assoluta delle sue idee.

Presso alcuni autori, più prudenti e più disciplinati nei loro scritti, menzionare Stirner sembra essere un atto mancato: Edmund Husserl non lo nomina una sola volta nei suoi testi, lettere, ecc. e ciò non per aver ignorato le sue idee o averle ritenute insignificanti, ma perché -- come l'abbiamo appreso incidentalmente -- voleva proteggere i suoi allievi (e proteggere se stesso?) dalla loro "potere di seduzione" [14]. Ci volle la situazione estrema dell'imprigionamento per portare Carl Schmitt a dire qualcosa di un rapporto a Stirner che aveva dissimulato dalla sua giovinezza [15]. E se Theodor W. Adorno riconosceva tra pochi che Stirner era colui che "aveva sollevato il problema" evitò minuziosamente di spiegarsi con lui sul piano degli argomenti, cioè semplicemente di menzionarlo [16]. Le ragioni non espresse da tali partigiani -- il cui numero è difficilmente valutabile -- sono senza dubbio simili a quelle dei visionari apocalittici evocati in precedenza.

Altri autori più recenti, come per esempio Ottmann e Safranski citati in precedenza, si vogliono oggettivi e superiori. Si nota non di meno presso loro nei confronti di Stirner, un ambivalente stupore che essi si sforzano -- come lo aveva fatto in modo prototipico il giovane Marx -- di eliminare per mezzo della tesi già segnalata del "carattere piccolo-borghese".

L'antagonismo assoluto di questi pensatori di fronte a Stirner -- contrastato da sforzi più o meno abili affinché questo antagonismo non abbia a rivalorizzarlo -- non solleva alcun dubbio. Se esso si incontra più spesso presso i filosofi che presso i teologi, ha raramente condotto uno di essi ad esprimersi in modo così decisivo come il professore di filosofia di Basilea e precoce ammiratore di Nietzsche, Karl Joël, nel suo opus magnum. »L'Unico«, egli scrive, è "il libro eretico il più sfrenato che mano d'uomo abbia scritto" e Stirner ha fondato con lui una vera "religione satanica" [17]. Joël ha messo il dito sull'essenziale: "Stirner" è, per numerosi pensatori non teologi, il nome in codice di ciò che Satana è per i teologi. Cosa che spiega come mai essi non lascino che intendere genericamente o non esprimano che involontariamente i motivi del loro antagonismo assoluto; che i motivi della scelta del metodo di difesa -- il silenzio e il rifiuto della tribuna, affiancati, se ve fosse il bisogno, dallo sviluppo di una teoria del superamento adeguato presso ognuno a seconda della propria tendenza (l'esempio rivelatore essendo qui Karl Marx) -- non hanno bisogno di essere nominati cioè difesi; che nessuno, infine, chiede di conoscere questi motivi [18].

È per questo che ho esposto e descritto, nel mio libro »Ein dauerhafter Dissident« (un dissidente durevole), la storia propriamente detta dell'influenza di Stirner, sepolta sotto il cumulo della letteratura convenzionale che gli è stata consacrata, come la storia di una re(pulsione e de)cezione. Cominciando con Feuerbach, Bauer, Ruge e Marx, essa comprende una importante serie di pensatori della fine del XIX secolo e dell'inizio del XX secolo e si prolunga sino ai nostri giorni sino a Jürgen Habermas [19]. Converrà per finire di riconsiderare se Nietzsche stesso non appartiene a questa serie di nomi eminenti.


4. La questione "Nietzsche e Stirner" un tempo

La questione, una volta posta, di sapere se e come, »L'Unico« abbia influenzato Nietzsche, è stata posta per la prima volta all'inizio del 1890. Apparve allora in un contesto complesso con, da un lato, la crisi finale di Nietzsche e l'inizio, poco tempo dopo, della sua notorietà imprevista ed improvvisa e dall'altra, la prima recezione del libro di Stirner, che, dopo la breve sensazione degli anni 1845-46, ebbe quasi unicamente come scenario per almeno quattro o cinque decenni l'underground letterario. La nuova edizione, nel 1882, non incontrò nel pubblico che il silenzio. È soltanto dieci anni più tardi che un riconoscimento di Stirner divenne possibile, e per la verità soltanto come epifenomeno della popolarità di Nietzsche. Non si osava parlare apertamente di un autore così a lungo "scomparso" dopo aver scoperto nella personalità di Nietzsche colui che l'aveva "superato".

La questione del rapporto di Nietzsche con Stirner provocò ad ogni modo attenzione e suscitò, sin da quando fu posta -- come porremo in risalto tra poco in modo dettagliato -- un vivo interesse. Si posero in evidenza delle somiglianze impressionanti tra i due pensatori e si congetturò che il più recente -- Nietzsche -- doveva aver conosciuto il più anziano, anche se non lo aveva nominato. Dopo una ricerca delle tracce per la quale ci si diede molto da fare, ma i cui risultati furono molto poveri, si lasciò infine la questione nello stato iniziale, tanto più che il suo soggetto -- ricordiamoci della sentenza di Riehl riportata in precedenza -- faceva apparire ogni sforzo supplementare come superfluo. Cento anni di ricerca nietzschiana, così come le edizioni storiche e critiche delle opere stesse, della corrispondenza delle note e dei frammenti del filosofo non apportarono nessun lume sul suo rapporto con Stirner, così che lo stato attuale delle conoscenze su questa questione è pressappoco lo stesso di quello dell'anno 1910. Essa "non ha ricevuto", constata Janz, "una risposta definitiva sino ad oggi" -- cosa che non significa tuttavia che bisogni vederci un invito al proseguimento degli sforzi della ricerca nietzschiana.

Forse l'accenno proposto poco sopra dell'influenza clandestina di Stirner su eminenti pensatori, da Marx a Habermas, così come le scoperte che presenteremo tra poco in dettaglio sulla biografia del giovane Nietzsche saranno suscettibili di risvegliare un interesse da tanti tempo spento per questa questione. Ci si può in effetti aspettare che la risposta plausibile che può concernerla non debba essere concepita come un punto di dettaglio della storia della filosofia [20]. È tuttavia in quanto tale che bisogna innanzitutto considerarla e a dir il vero dopo l'inizio.


4.1 L'unico sullo sfondo

 

Curiosamente, l'apparizione del libro di Stirner coincide quasi esattamente con la data di nascita di Nietzsche, e cioè a metà ottobre del 1944. Max Stirner (il cui vero nome era Johann Caspar Schmidt, 1806-1856) viveva allora a Berlino, in cui frequentava il circolo detto dei "giovani hegeliani". I teorici di questo circolo erano due anziani professori in teologia hegeliani, che erano stati espulsi dall'Università a causa della loro critica della religione: Bruno Bauer a Berlino e Ludwig Feuerbach in Franconia. Bauer tentava di fare introdurre per la prima volta in Germania l eidee della corrente atea della filosofia francese dei Lumi. Feuerbach era anch'egli giunto, a partire da fonti tedesche, ad una posizione atea. È allora che entrò in lizza Stirner, il "barbaro artificiale" secondo Calasso, adottando un punto di vista che gli permetteva di congiungersi a questi due atei trattandoli da "anime pie". Stirner, non aveva tuttavia l'intenzione, con la sua folgorante critica delle personalità giovane hegeliane di primo piano, di nuocere al rinnovamento post hegeliano dei Lumi -- voleva, al contrario, portarlo ad una fase superiore radicalizzandolo. Gli storici successivi, non prendendo in considerazione la posizione particolare di Stirner, hanno fatto di lui semplicemente un semplice seguace del neohegelismo, di cui egli si sbarazzava d'altronde catalogandolo in blocco come un semplice "fenomeno di decomposizione" della scuola hegeliana. Cosa che, come abbiamo appena dimostrato, non regolava sicuramente il conto con "L'Unico".

La critica di Stirner fu innanzitutto uno shock per i giovani hegeliani. Attaccato, Feuerbach -- che parla in una delle sue lettere di Stirner come "lo scrittore più libero e più geniale che abbaia mai conosciuto" [21] -- prese la penna per difendersi. La replica magistrale di Stirner pose il giovane discepolo di Feuerbach, che allora era Karl Marx, in una situazione che si può a buon diritto considerare come la sua "crisi iniziale". Egli si distaccò da Feuerbach e, senza raggiungere comunque Stirner, scrisse febbrilmente un furioso "Anti-Stirner", accanendosi frase su frase, su »L'Unico«. È nel corso di questo lavoro che germogliò in lui l'idea del "materialismo storico", il quadro che egli cercherà di colmare, nel corso della sua vita, con le sue ricerche economiche. Ma, temendo senz'altro che gli potesse accadere con il suo "Anti-Stirner" la stessa cosa accaduta a Feuerbach, lasciò il suo manoscritto inedito [22].

Sin dal 1847, prima ancora dell'apparizione dei segni precorritori dei rivolgimenti del marzo 1848, la traumatica opera di Stirner era "dimenticata". Alla svolta del 1848 fece seguita un clima politico in cui la filosofia dei Lumi atea lanciata dai giovani hegeliani divenne tabù e, a maggior ragione, ovviamente, la sua radicalizzazione dovuta a Stirner. I più importanti protagonisti (Feuerbach, Bauer, Marx) non ne erano più loro stessi i rappresentanti ed essi si adattarono in un modo o nell'altro alle nuove condizioni politiche.

Stirner, caduto in una situazione di disagio materiale, morì nel 1856. Era a questa data diventato da tanto tempo una non-personalità, un intoccabile, un paria dello spirito. Sino alla fine del 1880 -- un arco di tempo che coincide pressappoco con il periodo della vita cosciente di Nietzsche --, si fece a malapena fece pubblicamente menzione di lui. In compenso, dei pensatori come Schopenhauer, Hartmann e Lange, ai quali Nietzsche ha fatto frequenti riferimenti nei suoi scritti e nelle sue lettere, ebbero dei riconoscimenti negli anni sessanta del Ottocento. È possibile che si abbia avuto conoscenza di Stirner attraverso il loro intermediario?

 

Arthur Schopenhauer (1788-1860) non ha mai fatto menzione di Stirner.

 

Eduard von Hartmann (1842-1906) non ne parla che brevemente di lui nella sua prima opera, che ebbe un successo immediato »Die Philosophie des Unbewussten«, (1869, La filosofia dell'inconscio), ma è proprio qui che che ci attende una grande sorpresa, in quanto egli dà ad intendere al lettore attento, che dopo aver condiviso il "punto di vista" di Stirner, egli lo ha superato scrivendo quel libro [23].

Friedrich Albert Lange (1828-1875) tratta di Stirner nel suo celebre »Geschichte des Materialismus«, (1866, Storia del materialismo), certo in modo coinciso ma in termini ben scelti. Dopo aver detto che il libro è "quanto conosciamo di più estremo", lo qualifica di "malfamato" e ... passa in seguito rapidamente ad affermare senza alcuna analisi che esso non ha alcun rapporto stretto con il materialismo [24].

Le menzioni di Stirner nei libri di Hartmann e di Lange sono le più importanti di questi quattro decenni di clandestinità e si ritrovano qui sopratutto per il fatto che Nietzsche ha studiato queste due opere con una cura tutta particolare. Per il resto, possiamo considerare come manifestamente valido questa constatazione di un contemporaneo sconosciuto: "Max Stirner -- quanta calunnia e quanto odio ha suscitato questo nome!... Sì, se qualcuno può lamentarsi di essere stato sepolto, non è Schopenhauer ma bensì Stirner" [25].

Il clima intellettuale cambiò lentamente agli inizi del 1880. Una nuova generazione di uomini di lettere che si dichiarava "naturalisti" o "realisti", entrò in lizza e volle ricollegarsi al radicalismo a lungo rimproverato e respinto prima della rivoluzione di marzo 1848. Le prime apparizioni di »Kritische Waffengänge«, (1882, Passaggio d'armi Critici) dei fratelli Julius e Heinrich Hart dettero il segnale, allo stesso tempo e presso lo stesso editore apparve la seconda edizione di »L'Unico«. Ma era ancora evidentemente troppo presto per questo libro "malfamato" e così a lungo tenuto sepolto: il pubblico non disse parola. I giovano ribelli letterari stessi non osarono abbordare Stirner.

Non fu introdotto nella discussione che qualche anno più tardi e, in modo significativo, dapprima come spauracchio nelle lotte di propaganda a cui si dedicavano le differenti concezioni del mondo. Friedrich Engels tentò nel 1886 di farne il "profeta" degli anarchici [26], mentre Eduard von Hartmann ne fece un po' più tardi uno strumento della sua lotta contro Nietzsche. Molti indicatori che non ingannano sul fatto che Stirner era allora generalmente discreditato, senza che vi fosse bisogno di fondare questo discredito. Engels e Hartmann erano in effetti l'uno e l'altro sicuri di colpire in modo definitivo il loro avversario facendolo passare per il discendente spirituale del paria malfamato [27].

Malgrado ciò, a partire dalla metà degli anni ottanta, Nietzsche, i cui scritti erano sino ad allora poco conosciuti al di là del suo cerchio di amicizie, conquistò un pubblico più ampio. In alcuni circoli privati di ammiratori del filosofo, »L'Unico« o più esattamente il silenzio di Nietzsche a questo proposito, dovette far necessariamente nascere una irritazione diffusa. Questa è forse all'origine della domanda di informazione, tanto prudente quanto indiscreta e dissimulata da maniere cortesi in una lunga lettera piena di altre domande, di un corrispondente viennese all'amico di Nietzsche, Franz Overbeck: Un conoscitore delle opere di Nietzsche, estraneo al nostro circolo, ha avanzato l'ipotesi che il libello L'unico e la sua proprietà di Max Stirner non sia stato privo di influenza sulle concezioni successive di Nietzsche. È forse vero?" [28].

Nietzsche stesso non si trovò manifestamente mai, durante tutto il periodo della sua vita in cui fu letterariamente produttivo e intellettualmente cosciente, nella situazione di essere confrontato con la domanda, più tardi così spesso posta, di sapere se conosceva L'Unico. E quando aveva visto la celebrità prossima ed a portata di mano, come se avesse presentito quale specie di domande si sarebbero poste all'uomo celebre che stava per diventare, si era ritirato dalla vita intellettuale all'inizio dell'anno 1889, senza aver detto una parola del suo rapporto con Stirner.

 

4.2  La scoperta di "L'Unico"

 

I giovani sostenitori di Nietzsche furono abbastanza irritati, quando Eduard von Hartmann, rompendo un silenzio precario, accusò Nietzsche di aver plagiato su un punto essenziale. La "nuova morale", tanto ammirata, di Nietzsche, scrisse in un articolo che fece molto scalpore, non apporta in fin dei conti "assolutamente nulla di nuovo, è stata presentata sin dal 1845 ... da Max Stirner ... in modo magistrale e con una nitidezza ed un franchezza che non lasciano nulla a desiderare" [29].

Il colpo di timballo di Hartmann (un avversario di Nietzsche) fu il preludio di un'ampia discussione della questione "Nietzsche e Stirner" e di quel che si è chiamato la rinascita stirneriana. Dopo quasi un mezzo secolo trascorso nell'underground letterario, »L'Unico« apparve, all'inizio del 1893, grazie agli energici sforzi di Paul Lauterbach (un ammiratore di Nietzsche, vedere sotto) nella Universal Bibliothek della Reclam, cosa che gli assicurò immediatamente un'ampia diffusione.

Le riserve mentali che ispiravano Hartmann e Lauterbach sono del tutto istruttive per la comprensione della questione "Nietzsche e Stirner", perché se entrambi si sono effettivamente impegnati nel far conoscere »L'Unico«, essi non erano in alcun modo dei sostenitori di Stirner. Non potremo tuttavia esporre qui questi motivi e queste attività che in modo sommario.

Contrariamente a Nietzsche, Hartmann conobbe negli anni tra il 1870 e il 1880, un grande successo come filosofo e come scrittore. La sua prima opera, »Die Philosophie des Unbewussten«, (La filosofia dell'inconscio) apparve nel 1869 e divenne immediatamente un best seller che doveva conoscere dodici edizioni. Tre soltanto delle 700 pagine del libro sono consacrate a Stirner, notevolmente poco se si pensa che quest'opera è in fin dei conti -- come il suo autore lo lascia intendere incidentalmente -- il risultato dei suoi tentativo per superarlo (vedere qui sotto).

La reazione di Nietzsche prova non soltanto la finezza del suo senso psicologico e la sicurezza del suo colpo d'occhio per discernere l'essenziale, ma ci informa anche molto chiaramente sul suo comportamento in un confronto con Stirner. Non gli era certamente sfuggito, allorché, nel 1874 -- il libro di Hartmann era già alla sua 5a edizione --, egli attaccò, nella seconda serie delle sue »Unzeitgemässe Betrachtungen«, (Considerazioni inattuali), il "piccolo filosofo alla moda" in una polemica di una ironia pungente. Egli si interessa precisamente al capitolo di cui fanno parte le tre pagine su Stirner. Quel che più colpisce, è che non dice una parola su quest'ultimo, ma legge, cita, polemizza e argomenta con virtuosismo intorno a lui. Hartmann, che aveva condiviso egli stesso pochi anni prima il "punto di vista" di Stirner per superarlo in seguito non senza qualche sforzo, non avrà sicuramente mancato di notarlo subito e di fiutare in Nietzsche gli stessi sforzi suoi. Questa solidarietà intima dei due uomini -- così come la mancanza di successo di Nietzsche presso il pubblico -- avranno allora trattenuto Hartmann dal rispondere a questo attacco. È soltanto quindici anni più tardi che, sentendosi minacciato per la improvvisa gloria di Nietzsche, si impadronirà dell'arma della "contro critica" [30].

Paul Lauterbach (1860-1895) è senz'altro colui che, a fianco di Hartmann e del biografo di Stirner, Mackay, ha fatto progredire maggiormente la rinascita stirneriana. Egli divenne, attraverso la mediazione del suo amico Heinrich Köselitz (che fu per molti anni, con il nome di Peter Gast, una specie di segretario di Nietzsche) uno dei primi nietzschiani entusiasti. Assicurava il suo energico impegno per assicurare una vasta diffusione a »L'Unico«, pubblicandolo nelle edizioni Reclam, come la prima tappa di una campagna strategica pianificata in favore di Nietzsche. Mentre Hartmann aveva utilizzato Stirner per screditare Nietzsche e per presentarsi egli stesso come colui che aveva superato il "pericoloso" Stirner: Lauterbach voleva presentare Nietzsche come il vero trionfatore, il "grande successore di Stirner, colui che aveva sviluppato e trasformato il suo pensiero in modo creativo". Voleva mostrare il grande pericolo intellettuale che rappresentava »L'Unico« per lui stesso, allo scopo di raccomandare Nietzsche al pubblico come colui che era capace di esorcizzare Stirner: La mia prefazione (a »L'Unico«), scriveva a Köselitz, ha per solo scopo di proteggere gli innocenti dalla sua influenza, di ingannare e di paralizzare i malevoli con l'aiuto di Nietzsche" [31].

È dunque principalmente in seguito di queste attività opposte di Hartmann e di Lauterbach che si sviluppò, in gran parte nelle riviste culturali e in articoli della stampa, una viva discussione intorno alla questione "Nietzsche e Stirner". Le comparazioni tra gli scritti dei due pensatori rilevarono spesso delle concordanze e delle somiglianze, ma spesso anche dei disaccordi gravi e inconciliabili. Più di uno fu sbalordito che non apparisse in nessuna parte in Nietzsche il nome di Stirner; altri capirono che Nietzsche non voleva compromettersi inutilmente mostrando che conosceva Stirner - non era forse, come pensavano il più come il professore di filosofia di Basilea Friedrich Heman, "un pensatore molto più fine, distinto e spirituale, dalle concezioni più vaste i cui scopi e fini ultimi si elevavano molto al di sopra dei pensieri di Stirner che non abbandonavano il limo fangoso della vita?" [32].

 

4.3  Una questione rimasta senza una risposta definitiva

Gli amici e le conoscenze più vicine di Nietzsche furono naturalmente costernati. Nessuno di loro si ricordava di averlo sentito pronunciare il nome di Stirner. Possediamo dozzine di lettere testimonianti il turbamento dei suoi amici. Certo, si capiva bene perché Nietzsche non aveva parlato pubblicamente di Stirner, ma perché -- malgrado la sua grande "espansività abituale" (Overbeck) -- non lo aveva mai nemmeno evocato anche nei circoli più intimi? Solo Ida, la moglie di Overbeck, si ricordava nel 1899 di una conversazione che lei aveva avuto con lui -- circa venti anni prima -- nel corso della quale gli sarebbe sfuggito che si sentiva una affinità di spirito con Stirner. "Una certa solennità passò sul suo viso. Poiché osservavo con attenzione i suoi tratti, li vidi modificarsi di nuovo; ebbe una specie di movimento della mano, come per scacciare qualche cosa o difendersene, e sussurrò: "Bene, ecco che ve l'ho detto, e tuttavia non ne volevo parlare: Ma dimenticatelo! Si parlerebbe di plagio -- non voi, lo so" [33].

Vi fu infine una dichiarazione di Adolf Baumgartner, il discepolo preferito di Nietzsche durante i suoi esordi a Basilea, che si era tuttavia allontanato da lui poco dopo. Diventato nel frattempo professore di storia antica in questa città, si ricordava di aver preso in prestito nel 1874 »L'Unico« alla Biblioteca dell'Università e ammetteva di averlo fatto su consiglio di Nietzsche. Questo prestito ha potuto essere verificato sull'antico registro dei prestiti della biblioteca. Baumgartner non ha detto nulla della sua lettura e delle sue eventuali conseguenze, non più dei colloqui con Nietzsche su questo propositoto, benché si sia ricordato, venticinque anni più tardi,e del libro stesso e delle parole con le quali Nietzsche glielo raccomandava: "è la cosa più notevole che abbiamo". Forse la sua enigmatica dichiarazione successiva, secondo la quale Nietzsche avrebbe "innanzitutto svoltato (in sé) la grande strada nell'altro senso" si collega a questo avvenimento [34].

Elisabeth, la sorella di Nietzsche, non si stancò in compenso di raccogliere delle "contro evidenze", cercando di ottenere da tutti gli amici e conoscenze accessibili di Nietzsche la conferma scritta che il filosofo non aveva mai parlato di Stirner in loro presenza [35]. Mazzino Montinari, al corrente grazie alla sua conoscenza precisa degli archivi di Nietzsche degli sforzi di Elisabeth, è rimasto perplesso, in seguito del suo apprezzamento convenzionale di Stirner, davanti alle sue "inspiegabili ragioni" [36]. Era del tutto lungi dal sospettare che lo zelo di Elisabeth abbia potesse essere nutrito dalla sua conoscenza segreta del ruolo di Stirner nello sviluppo del pensiero di Nietzsche. Contestò ad ogni modo con veemenza in molti articoli che Nietzsche abbia avuto una qualsiasi conoscenza di »L'Unico« e si mostrò non di meno tanto intelligente da non affrontare questo tema sin dal momento in cui l'interesse pubblico per la questione cessò.

Franz Overbeck, che è indubbiamente l'amico di Nietzsche più comprensivo, il più sicuro e il più capace di giudicare, approda dopo un esame estremamente minuzioso di tutti gli aspetti della questione alla conclusione seguente: "Che Nietzsche si sia comportato in modo strano a proposito di Stirner, è fuori dubbio. Ma se non dette su questo soggetto libero corso alla sua espansività abituale, non fu certamente per dissimulare una qualche influenza su di lui (influenza che, nel senso esatto della parola, non esiste), ma perché preferì indubbiamente, in modo generale, venire a capo da se stesso e per se stesso dell'effetto che Stirner aveva avuto su di lui. Di conseguenza, affermo che Nietzsche ha letto Stirner. Ciò può creare, per degli avversari dei suoi libri, l'accusa di plagio, che sarà l'ultimissima idea a giungere allo spirito di coloro che l'hanno personalmente conosciuto" [37].

 

5.  La crisi iniziale di Nietzsche

5.1  L'euforia berlinese

Overbeck ha dato, al contrario di Elisabeth Förster-Nietzsche, una risposta diplomatica alla questione "Nietzsche e Stirner". Egli ammette la lettura di Stirner, ma non ne trae alcuna conclusione non più che per la sua "curiosa" dissimulazione. Questa risposta fu generalmente accettata quando la controversia ebbe termine, come parola definitiva sull'affare. Non ebbe conseguenza sull'interpretazione di Nietzsche ed uscì ben presto, con la questione stessa, dal campo visivo della maggior parte dei ricercatori. Alla stregua di Overbeck, degli specialisti successivi di Nietzsche, nella misura in cui essi tornarono ancora a parlare di Stirner, essi non hanno spiegato la relazione che Nietzsche aveva con lui, ma hanno considerato di aver trattato il soggetto dopo una breve esposizione storica -- rivelando inoltre in molti punti e con un tocco finale affrettato e brusco (cfr. sopra: Stirner = piccolo borghese) un'ambivalenza che essi non riescono a respingere del tutto [38]. Anche delle considerazioni più differenziate, come ad esempio quelle di Hermann Schmitz [39] classificano il soggetto senza conseguenza. Dopo di che si passa ogni volta, ed è precisamente quanto gli autori considerarti dalla recezione clandestina di Stirner (di cui lo stesso Nietzsche?) hanno fatto, all'aspetto mostruoso, barbaro, satanico, ecc. di L'Unico senza studiare in modo approfondito né respinto con degli argomenti, ma "superato" in modo indiretto.

Ridurre un'inezia o demonizzare, discutere senza avere la minima idea o non dire nulla perché si è pieni di presentimenti -- chiunque abbia familiarità con la storia della re(pulsione e de)cezione di »L'Unico« conosce tutto ciò a sufficienza e può dunque accontentarsi della risposta astutamente raffazzonata di Overbeck. Ci vede piuttosto un incitamento a proseguire le sue ricerche sulla questione "Nietzsche e Stirner" -- senz'altro non nella via presa senza successo sino ad ora che è consistita nel seguire le numerose tracce di »L'Unico« che si possono trovare, più o meno cancellate, nell'opera di Nietzsche. Anche se era possibile dimostrare in maniera plausibile che quest'ultimo ha plagiato alcune idee di Stirner, ciò non avrebbe in sé più alcuna importanza oggi. In compenso, importanti conseguenze potrebbero apparire, se fosse possibile fondare l'ipotesi secondo la quale il confronto con Stirner avrebbe scatenato presso Nietzsche la crisi intellettuale "iniziale" che ebbe come esito la sua nascita in quanto filosofo.

 

Bisogna porre anche per cominciare le due domande collegate seguenti:
In quale momento Nietzsche ha veramente avuto conoscenza del libro di Stirner?
E quali conseguenze immediate di questo incontro possiamo ricostruire in modo dimostrabile?
Ci impegneremo ora ad esaminare queste domande lasciando da parte quella delle conseguenze successive.

Volendo giudicare dalle testimonianze di Ida Overbeck e di Adolf Baumgartner, l'incontro di Nietzsche con »L'Unico« ebbe luogo prima del 1878, probabilmente prima del 1874. Si è ipotizzato molto spesso che era stato portato a leggerlo per i passaggi citati da Hartmann (1869) o Lange (1866). Tuttavia, un esame più minuzioso dell'opera, della corrispondenza e di altri materiali biografici porta a pensare che Nietzsche ne fosse già a conoscenza a quest'epoca e che si sforzava di conservare per se stesso questa scoperta. In più, dei paralleli con la recezione di Stirner da parte di differenti pensatori, da Marx ad Habermas in cui l'incontro ebbe luogo all'inizio della carriera filosofica e si accompagnò manifestamente con una crisi, orientano lo sguardo verso il mese d'ottobre 1865. La maggior parte dei biografi constatano una grave crisi a questa data, ma omettono di studiarla nei dettagli e la descrivono senza alcun spirito critico, basandosi su di un testo autobiografico [40]. Conviene osservare da più vicino. Che Nietzsche abbia allora scoperto »L'Unico« e che questo libro abbia scatenato la crisi -- questo dubbio può restare fondato?

Converrà dunque innanzitutto porre la seguente domanda; Nietzsche avrebbe scoperto eventualmente »L'Unico« prima del mese di ottobre 1865 -- forse durante l'anno che egli passò a Bonn? Théophile Droz (1844-1897), uno dei suoi compagni di studi durante questi due semestri, si ricorda che a quest'epoca il libro "malfamato" di Stirner circolava nell'ambiente studentesco [41]. Tuttavia, un incontro di »L'Unico« a questa data non poteva che essere superficiale. Nel caso contrario in effetti, la »Leben Jesu« (Vita di Gesù) di David Friedrich Strauss, che Nietzsche lesse durante le vacanze di Pasqua del 1865, non avrebbe potuto fare su di lui la potente impressione che gli diede la forza di affrontare la sua pia famiglia, di rinunciare alla teologia, ecc. Non esiste egualmente nessun indizio che permetta di dire che Nietzsche si sia occupato di Stirner per tutto il periodo che si estende sino al mese di settembre.

È vero che il giovane Nietzsche sembra essere stato affascinato dallo spirito dell'epoca che precedette la rivoluzione di marzo 1848, essa stessa condannata e resa in seguito tabù. Si era già interessato precedentemente a Feuerbach. Nel momento di cui ci stiamo occupando, nel settembre 1865, egli deplora in una lettera al suo amico Raimund Granier la senilità e il filisteismo della sua generazione e si entusiasma per quel "tempo in cui lo spirito era così attivo" venti anni or sono, un'epoca in cui avrebbe molto preferito vivere. Durante le vacanze universitarie, prima di passare da Bonn a Lipsia, raggiunge dapprima la sua famiglia, a Naumberg, ma si ripromette molto da un soggiorno di due settimane che egli deve compiere in quella del suo amico Hermann Mushacke, a Berlino: "La mia vita attuale, gli scrisse, è una preparazione a Berlino, così come la nostra esistenza terrena alla futura esistenza celeste, per il caffè, consumo un po' di filosofia hegeliana e, se ho cattivo appetito, prendo qualche pillola straussiana" [42].

Bisognerebbe ancora spiegare perché Nietzsche compiva così febbrilmente questa visita ai genitori di Hermann. Egli è ospite della famiglia Mustacke a Berlino dal 1° al 17 ottobre 1865. Non conosciamo che in modo frammentario cosa fece e come visse. È manifestamente troppo assorbito a scrivere a casa. Non è che qualche giorno dopo la sua partenza, il 22 ottobre, che egli racconta brevemente a sua madre, alla fine di una lettera inviata da Lipsia: "Ho avuto a Berlino una vita straordinariamente piena di amicizia e di piaceri. Il vecchio Mushacke è l'uomo più amabile che abbia mai incontrato. Ci diamo del tu". E, nella sua esuberanza, egli aggiunge: "Per il mio [21°] anniversario, abbiamo brindato alla vostra salute nello champagne [sic!]".

Le due settimane passate a Berlino avrebbero trasportato Nietzsche, dopo i tenebrosi addii di Bonn, in uno stato di euforia. La causa ne è manifestamente l'incontro, atteso in una grande e gioiosa esaltazione, con il padre di Hermann, Eduard Mushacke, un veterano dell'epoca antecedente marzo 1848, "in cui lo spirito era così attivo". Non poteva scrivere a sua madre, dopo lo shock di Pasqua, cosa significava per lui questo incontro. Lo scrisse nel suo diario -- che brucerà poco dopo, affinché nulla non gli rammenti questi giorni. È per questo che non possiamo ancora oggi ricostruire questo avvenimento.

A Lipsia, è ad ogni modo sempre trasportato all'inizio, dall'euforia berlinese. Subito dopo il suo arrivo, il 19 ottobre, egli scrive una lettera a Eduard Mushacke, il suo nuovo e "molto stimato" amico, a cui gli era permesso di dare del tu e al quale avrebbe preferito dire "mio padre". Dopo un passaggio in cui gli esprime i suoi "sentimenti di cordiale riconoscenza", egli passa al tono della conversazione per finire con queste parole che, colorate ora di leggerezza e di ironia nei suoi riguardi, sono ancora contrassegnate dall'esaltazione che aveva fatto nascere in lui l'incontro con Eduard Mushacke: "Cento anni fa, lo studente W. Goethe si iscrisse all'Università. Abbiamo la modesta speranza che, quando cento anni saranno di nuovo trascorsi, ci si ricorderà ancora della nostra iscrizione". Si direbbe che Nietzsche abbia riportato da Berlino qualche ambizioso progetto, al quale E. Mushacke lo avrebbe senz'altro spinto, perché prosegue: "Non sarebbe magnifico che il tuo nome fosse così immortalato." Cosa che non era semplicemento uno scherzo ed il giovane entusiasta non pensava certo alla filologia tra le cui reti egli sarebbe andava presto a gettarsi.

 

5.2  La depressione di Lipsia.

L'effetto euforizzante delle due settimane berlinesi, la cui causa resta da scoprire, fu di breve durata. Il 20 ottobre, Nietzsche, ancora di buon umore, porta ad esecuzione un proposito che auspicava da mesi: abbandonare la Franconia, l'associazione di studenti di cui era membro. Poco dopo tuttavia, energia e entusiasmo scomparvero completamente ed egli ricadde di colpo in una profonda depressione.

Non si hanno testimonianze autentiche su questa crisi, sotto forme di lettere o di diari intimi. Non ci è pervenuto che un testo autobiografico intitolato Rückblick auf meine zwei Leipziger Jahre, 17. Oktober 1865 bis 10. August 1867 (Sguardo retrospettivo sui miei due anni a Lipsia, dal 17 ottobre 1865 al 10 agosto 1867). Nietzsche vi descrive dapprima le due settimane passate a Berlino prima del 1° ottobre, e ciò con tonalità che non corrispondono affatto a quelle delle rare testimonianze autentiche. Secondo questo testo, queste giornate sarebbero state incontestabilmente oscure. Sarebbe stato di cattivo umore al suo arrivo, e "i nostri colloqui nutrono anch'essi la nostra amarezza. Furono i sarcasmi dell'eccellente Mushacke (senior), le sue concezioni sull'amministrazione universitaria, la sua collera contro la 'Berlino ebraica', i suoi ricordi dei tempi dei Giovani hegeliani -- in breve tutto il clima pessimistico caratteristico di un uomo che ha guardato molto dietro le quinte, che apportarono nuovi alimenti al mio stato d'animo. Appresi allora a vedere nero con piacere...".

Nietzsche descrive in seguito come, alla fine del mese di ottobre 1865, egli scopra Schopenhauer e la filosofia: "Ero allora precisamente sospeso tra cielo e terra, con alcune esperienze e delusioni dolorose, solitario e senza alcun aiuto, senza principi, senza speranza e senza ricordo amabile". Ed è puramente per caso, prosegue, che si è allora imbattuto, presso un libraio di libri di occasione, sul capolavoro di Schopenhauer. Uno spirito maligno gli sussurrò che doveva acquistare il libro di questo "tenebroso genio", che gli era stato sino allora "totalmente sconosciuto". Schopenhauer lo aveva immediatamente afferrato e spinto a consegnarsi a degli esercizi pieni "di un oscuro disprezzo di sé". E a degli eccessi di "disgregazione" e di odio di se stessi: "I tormenti corporali essi stessi non mancarono. È così che mi obbligavo per quindici giorni a non andare a letto che alle due del mattino per svegliarmi alle sei esatte". Si vide in pericolo di perdere la ragione: "Una eccitazione nervosa si impadronì di me e chissà sino a qual grado di pazzia sarei giunto..." queste mortificazioni, la severa costrizione agli studi regolari e le idee di Schopenhauer lo aiutarono finalmente ad affrancarsi da questa terribile situazione. Le settimane ed i mesi seguenti lo videro "nascere alla filologia" [43]. A dir il vero, egli divenne piuttosto filologo sotto la pressione della sua abilità interiore ed i fattori esterni -- ciò che nacque allora in lui, fu un filosofo appassionato.

Come accade spesso in Nietzsche, questa narrazione è un intreccio di verità e di finzione, di sincerità e di gioco di maschere. È scritto con la sicurezza che dà il distacco, dopo una stabilizzazione personale in una cerchia di ammiratori di Schopenhauer e di amici dell'associazione dei filologi. Nietzsche non per questo non lo volle più tardi bruciare, cosa che sua sorella riuscì ad impedirgli di fare [44]. È tuttavia noto che egli consegnò alle fiamme i "diari pieni di inquietudine e di malinconia di quest'epoca" -- ottobre e novembre 1865 --, nel corso della quale egli aveva temuto di sprofondare nella follia. Avrebbe forse dato delle indicazioni su quanto teneva in silenzio nel suo rapporto ulteriore camuffandolo didietro la comunicazione apparente e l'elenco di qualche dettaglio spiacevole per la sua persona -- e cioè ciò che ha veramente scatenato questo affondamento psichico, sprofondandolo forse in uno stato molto vicino alla vera psicosi, la causa profonda della sua prima grande crisi esistenziale, che fu allo stesso tempo la crisi iniziale del filosofo Nietzsche.

Ci si può aspettare che questo chiarimento di questa crisi iniziale sia suscettibile di fare progredire una interpretazione "adeguata di Nietzsche" (Hermann Josef Schmidt) della sua opera e di fornire un orientamento nel "labirinto della sua malattia" (Pia Daniela Volz). Nessuno di coloro che conoscono nel dettaglio le reazioni -- che non abbiamo fatto altro che rievocare precedentemente -- di numerosi pensatori nei confronti di Stirner sarà né colpito né reso perplesso dal termine "demone" -- "emissario della sfera in cui Nietzsche doveva penetrare venti anni più tardi" (Curt Paul Janz), [45], alla lettura di una nota erratica di Nietzsche datante di quest'epoca: "Ciò che temo, non è lo l'esecrabile personaggio dietro la mia sedia, ma la sua voce; non le parole, ma il tono spaventosamente inarticolato ed inumano del personaggio. Sì, se soltanto parlasse come parlano tutti gli uomini!" [46].

Tutti i biografi di Nietzsche da me conosciuti non hanno in nessun caso e stranamente considerato come un problema lo stato di afflizione in cui Nietzsche si trovava allora, se mai lo hanno addirittura notato. Questa prima quindicina del mese di ottobre 1865 è rimasta una pagina bianca. Si è visto e si vede ancora nella crisi della fine del mese la ripercussione dei problemi che aveva conosciuto durante i due semestri a Bonn, della perdita della fede e della decisione che egli prese allora e che andava contro alle aspettative della sua famiglia, di non studiare assolutamente teologia. Werner Ross stesso, che guarda con occhio scettico la "formidabile drammatizzazione" che fa Nietzsche della sua esperienza di resurrezione schopenhaueriana [47], non elabora alcun dubbio e non cerca più lontano. Come i biografi di Nietzsche fanno in genere, non presta attenzione né all'etichetta "giovane hegeliano" né alla relazione con Eduard Mushacke, relazione che fu di una singolare intensità e che conobbe una fine brusca.


5.3  Eduard Mushacke?

Un esame scrupoloso e empatico del materiale biografico esistente mostra in numerosi punti che conviene cercare la causa immediata della crisi iniziale del filosofo Nietzsche nel soggiorno che egli fece a Berlino nella prima quindicina del mese di ottobre 1865 o più esattamente nel suo incontro con Eduard Mushacke. Chi era dunque questo personaggio? Eduard Mushacke è una figura a cui la ricerca nietzschiana non ha sinora prestato alcuna attenzione. Non è menzionato che eccezionalmente negli indici dei libri e riviste consacrate al filosofo. Janz lo chiamava erroneamente "Eberhard". La nuova Cronaca nietzschiana del Giubileo (853 pp., edizioni dtv, 2000) ignora anche le date della sua nascita e della sua morte e i dizionari biografici non lo menzionano. Janz, seguendo in ciò un'indicazione di Nietzsche, fa di lui un professore, cosa che è senz'altro esatta, ma non quadra del tutto con l'entusiasmo suscitato dalla sua personalità presso il giovane, che si liberava allora da tutto ciò che lo aveva legato sino ad allora.

L'ignoranza continua di Mushacke nella ricerca nietzschiana è in rapporto con l'ignoranza generale di Stirner così come l'abbiamo descritta. È occupandomi di quest'ultimo che ho trovato nella biografia che gli ha dedicato J. H. Mackay, una pista che conduce a Mushacke. Vi si tratta in effetti brevemente per due volte di un professore di scuola normale dal nome di Mussak, che, membro del "circolo intimo" dei giovani hegeliani berlinesi, era un "buon amico" di Stirner [48]. Mackay aveva questa informazione da un garante di un altro membro di questo circolo, e cioè Friedrich Engels.  Questo "Mussak" senza nome era lo stesso personaggio di Eduard Mushacke? Delle ricerche effettuate negli annuari e le liste nominative hanno permesso di concludere per cominciare che questo nome -- Mussak -- non esisteva a quest'epoca nella regione berlinese. Altre ricerche negli archivi apportarono finalmente la certezza che Engels aveva scritto il nome in modo fonetico. In fin dei conti fu possibile assicurarsi, sulla base di numerosi documenti, che l'amico di Stirner citato da Engels era proprio il professor dottor E. Mushacke (1812-1873). Risultato che doveva confermare un'altra ricerca, fatta per caso quasi simultaneamente, ma indipendentemente da me, e non avente Nietzsche per oggetto [49].

Si può dedurre egualmente senza grande fatica ciò che l'incontro con E. Mushacke

dovette significare per Nietzsche da qualche testimonianza che è giunta a noi. Nella sua lettera a Granier del mese di settembre 1865 citata in precedenza, Nietzsche, che era da poco sfuggito alla "solitudine evidente, a questa pienezza vuota, a questa senile giovinezza" dei suoi amici di studi di Bonn, si lamentava ancora in questi termini: "Gli uomini che si possono amare e stimare, più ancora gli uomini che ci capiscono, sono incredibilmente rari, ma è colpa nostra, siamo venuti al mondo venti o trenta anni troppo tardi...". Aveva gioito a lungo nell'incontrare un uomo che era stato giovane al tempo di questo "Giovane hegelismo" condannato, cioè reso tabù dal 1850 -- un tempo che egli ammirava per la "vivacità tutta particolare del suo spirito". Si era preparato a questo incontro attraverso le sue letture a Naumberg, durante le vacanze. Ed è con E. Mushacke, un veterano di quell'epoca, che fece rapidamente amicizia con questo giovane partito all'assalto del cielo e gli propose di darsi del tu, con cui trascorse in seguito due settimane.

Non è affatto pensabile che Mushacke non abbia parlato ad un Nietzsche allo stesso tempo interessato e competente del suo amico Stirner, che non abbia avuto »L'Unico« nella sua biblioteca e che Nietzsche non abbia divorato lì quest'opera. Poté leggervi, allorché vi si recava, grazie alla critica della religione di Feuerbach e di Strauss e forse anche alla critica dei Vangeli di Bauer, come, perché e in che senso questi atei siano ancora delle "persone pie". Poté leggervi che Dio era morto, di immoralismo, di nichilismo, ecc. Vide come qualcuno si era posto "al di là del Bene e del Male" e aveva "filosofato con il martello" -- tutto ciò, era, per un essere altamente sensibile come Nietzsche una sovraddosaggio intellettuale appena assimilabile. All'ebbrezza mentale che essa suscitò in lui seguì un vero affondamento, l'autoterapia, la crisi iniziale, la fuga nella filosofia di Schopenhauer da una parte e, dall'altra, nella "stupida insensibilità... dovuta al mio lavoro di boscaiolo filologo" [50]. Anche se Nietzsche non ha più parlato in seguito di questa "epoca un tempo ammirata di attività dello spirito", non ne ha non di meno realizzato il grande progetto evocato, in modo ancora euforico, nella sua lettera del 19 ottobre a E. Mushacke -- a dir il vero in modo inverso. Non ha continuato la filosofia dei Lumi atea e radicale preparata dai Giovani hegeliani ed iniziata da Stirner -- egli l'ha "superata" [51].

Dopo la sua doppia fuga, Nietzsche interruppe la relazione stabilita nell'esuberanza con E. Mushacke, in modo certo brusco ma non spettacolare. Non gli scrisse più, pregando suo figlio Hermann, nelle lettere che gli inviò occasionalmente, di salutarlo con la stessa formula di un tempo, prima della loro fraternizzazione e come se non si fossero mai conosciuti: "Porgi la mia stima ai tuoi genitori" oppure: "Salutami i tuoi cari genitori!" Non si è più recato a fargli visita, per quanto se ne sappia, durante i suoi rari viaggi successivi a Berlino. Da parte sua, il veterano Giovane hegeliano, che aveva intrapreso, dopo i suoi anni folli, la carriera nell'insegnamento di Stato, non se la sarà presa per questo con Nietzsche. E Mushacke Junior, che Nietzsche qualifica come "uomo amabile", non sembra secondo ogni evidenza nemmeno aver notato qualcosa della grande crisi che fu forse il cambiamento di strada più importante nella carriera del suo compagno di studi.

 

6.  Epilogo

La risposta apportata sotto forma concisa alla questione "Nietzsche e Stirner", che non ha sino ad oggi ricevuto risposta, si fonda sulla scoperta che Eduard Mushacke, il padre di Hermann Mushacke, compagno di studi di Nietzsche a Bonn, era un amico personale di Max Stirner, l'autore del libro "malfamato" (F. A. Lange) »Der Einzige und sein Eigentum« (»L'Unico e la sua proprietà«). Consiste nell'ipotesi facilmente concepibile secondo cui il giovane Nietzsche, che mostrava un vivo interesse per la filosofia critica della religione dell'epoca che precedente alla rivoluzione di marzo 1848 e riprovata dopo di essa, sarebbe stato confrontato durante il suo soggiorno di due settimane presso Mushacke, nell'ottobre 1865, con l'opera di Stirner. Secondo essa, inoltre, questa esperienza vissuta avrebbe sprofondato Nietzsche in una grave crisi esistenziale psicospirituale, nel corso della quale si decise la sua vocazione di filosofo. Questa ipotesi di una crisi iniziale del filosofo deve la sua plausibilità in primo luogo alle testimonianze biografiche di Nietzsche (egualmente sotto la forma "negativa" delle tracce obliterate di Stirner nelle opere di Nietzsche e nei suoi resti letterari); in secondo luogo all'analisi dello svolgimento successivo della storia delle idee (trattamento della questione "Nietzsche e Stirner", reazioni a Stirner di altri pensatori importanti).

 

Si può senz'altro prendere atto dell'identificazione di E. Mushacke come amico di Stirner come di un dettaglio secondario, qualificare tutte le conseguenze che ne sono dedotte di speculazioni e rifiutarle. Il valore euristico della mia ricostruzione, la nuova prospettiva che esso apre sull'opera di Nietzsche, sulla sua vita e eventualmente sulla sua crisi finale, non può essere riconosciuta che da coloro che avranno respinto dal loro campo visuale due ostacoli notevoli: il disprezzo convenzionale di Stirner e l'ignoranza della storia, ampiamente clandestina, della re(pulsione e de)cezione del suo L'Unico -- una storia che smentisce questo disprezzo in modo singolare [52].



NOTE

(1) Friedrich Nietzsche: Aus dem Nachlass 1884-85, Fragment Nr. 34 [232], April-Juni 1885. In ders.: Sämtliche Werke (Opere complete), KSA (Hg. Colli/Montinari), volume 11, p. 498.

(2) Citiamo, tra le opere recenti:
Pia Daniela Volz: Nietzsche im Labyrinth seiner Krankheit. Würzburg: Königshausen & Neumann 1990;
Richard Schain: The Legend of Nietzsche's Syphilis. Westport CT (USA): Greenwood Press 2001 (Contributions in Medical Studies, Number 46); Mentre Volz fa propria nel suo libro, prezioso soprattutto come compilazione di tutti i documenti importanti, l'opinione resa celebre da Möbius (1902), secondo cui il crollo di Nietzsche avrebbe avuto cause esogene (sifilide allo stadio terziario, paralisi progressiva); il neurologo e psichiatra Schain, esaminando da un punto di vista critico la letteratura esistente sul soggetto, considera, come il suo collega Louis Corman (Nietzsche, Psychologue des Profondeurs, Parigi: Presses Universitaires 1982), questa diagnosi "insostenibile" e perora a favore di cause endogene.

(3) Si è studiato e si studia ancora l'evoluzione di Nietzsche nel corso della sua infanzia e della sua adolescenza sin nei minimi dettagli. Così, negli ultimi anni, Hermann Josef Schmidt, professore di filosofia all'università di Dortmund, ha tentato in un modo del tutto particolare, in quattro volumi di 2500 (!) pagine, di scoprire il Nietzsche manifestamente ancora e sempre "nascosto" (dopo un secolo di ricerche nietzscheane): Nietzsche absconditus, oder: Spurenlesen bei Nietzsche, 4 volumi, Aschaffenburg: IBDK 1991-1994. Tuttavia, Schmidt si arresta precisamente al 1864, dunque poco prima della crisi iniziale di Nietzsche e scruta da allora, con la sua meticolosità abituale, la possibile relazione di Nietzsche con il poeta Ernst Ortlepp (Der alte Ortlepp war's wohl doch, oder: für mehr Mut, Kompetenz und Redlichkeit in der Nietzscheinterpretation, Aschaffenburg: Alibri 2001, 440 pp.). Il fatto che Schmidt limiti le sue ricerche agli anni anteriori al 1864 è tanto più notevole in quanto ho presentato, il 5 luglio 1991, agli "Erstes Dortmunder Nietzsche-Kolloquium", organizzato da lui, la mia scoperta biografica a proposito della crisi iniziale di Nietzsche dell'ottobre 1865.

(4) Friedrich Nietzsche: Rückblick auf meine zwei Leipziger Jahre (17. Oktober 1865 bis 10. August 1867). In: Ders.: Werke in drei Bänden, hg. v. Karl Schlechta, München: Hanser 1954, terzo volume, pp. 127-148.

(5) Alois Riehl: Friedrich Nietzsche -- der Künstler und der Denker. Stuttgart: Frommann 1897, p. 81.

(6) Henning Ottmann: Philosophie und Politik bei Nietzsche. Berlin: Walter de Gruyter 1982, p. 309.

(7) Rüdiger Safranski: Nietzsche. Biographie seines Denkens. München: Hanser 2000. p. 122-129. (Edizione italiana: Nietzsche. Biografia di un pensiero, Longanesi: Milano 2001). Sul motivo del capitolo consacrato a Stirner nel libro di Safranski vedere
Bernd A. Laska: Den Bann brechen! -- Max Stirner redivivus. Teil 2: Über Nietzsche und die Nietzscheforschung. In: Der Einzige. Vierteljahresschrift des Max-Stirner-Archivs Leipzig, Nr. 4 (12), 3. Novembre 2000, pp. 17-23.

(8) Curt Paul Janz: Friedrich Nietzsche. Biographie in drei Bänden, München: Carl Hanser, 1978-1979. (Edizione italiana: Vita di Nietzsche, 3 volumi, Bari: Laterza 1980-1982. 1. Il profeta della tragedia, 1844-1879; 2. Il filosofo della solitudine, 1879-1889; 3. Il genio della catastrofe, 1889-1900).

(9) Sono apparsi, già nel terzo tomo (pp. 443-446) dei "Supplementi e correzioni" ai tomi 1 e 2. Per la seconda edizione presso Hanser, vi furono altre correzioni e complementi, perché, come Janz ha scritto in un articolo apparso separatamente ed intitolato »Supplementi alla biografia di Nietzsche« (in: Nietzsche Studien, 18, 1989, pp. 426-431), il pubblico avendo mostrato un grande interesse per la sua opera, numerosi "testi provenienti da collezioni particolari ordinariamente poco accessibili o congetturali" sono stati messi a sua disposizione. Diverse edizioni dell'opera sono apparse dal 1981 ad oggi presso "dtv" e, in ultimo luogo, nel 1999 presso le edizioni "Zweitausendeins".

(10) Ritroviamo ancora questi errori nell'ultima edizione, una volta di più completata, apparsa presso "Zweitausendeins". Per quel che concerne le correzioni di questa edizione e delle precedenti, cfr. il breve resoconto di Richard F. Krummel in Germanic Notes and Reviews, 32,2 (Fall / Herbst 2001), p. 200.

(11) Ludwig Klages: Die psychologischen Errungenschaften Nietzsches. 3. Auflage 1925. Bonn: Bouvier 1958, pp. 58-61.

(12) Le due citazioni da: Bernd A. Laska: Ein dauerhafter Dissident. 150 Jahre Stirners »Einziger«. Eine kurze Wirkungsgeschichte. Nürnberg: LSR-Verlag 1996 (»Stirner-Studien«, Band 2), pp. 88 e seg.

(13) Roberto Calasso: Der Untergang von Kasch. (Prima edizione italiana: La rovina di Kasch, Milano: Adelphi 1983, pp. 329-331). Bisognerebbe ancora citare Ronald Paterson, autore della prima -- e sino ad oggi ultima -- monografia su Stirner nello spazio culturale anglosassone (1971), che approda egualmente alla conclusione seguente: "Una società, in cui l'indifferentismo egocentrico diventasse il comportamento generale, sarebbe una società ai limiti della disintegrazione". Cfr. Paterson, Ronald W. K., The Nihilistic Egoist Max Stirner, London: Oxford University Press,1971, p. 316.

(14) Husserl-Archief te Leuven (Archivio Husserl di Lovanio), Manuscript F I 28, S. 118.

(15) Cfr. Bernd A. Laska: "Katechon" und "Anarch". Die Reaktionen Carl Schmitts und Ernst Jüngers auf Max Stirner, Nürnberg: LSR-Verlag 1997 (»Stirner-Studien«, Band 3).

(16) Citato in: Hans G. Helms: Die Ideologie der anonymen Gesellschaft. Köln: Du Mont Schauberg 1966, p. 200.

(17) Karl Joël, Wandlungen der Weltanschauung. Eine Philosophiegeschichte als Geschichtsphilosophie, 2 Bände. Tübingen: J.C.B. Mohr 1928/34, S.II/636, 648f; Joël fu d'altronde coinvolto nella querela privata intorno alla questione "Nietzsche e Stirner", tra "Weimar" e "Basilea" (Elisabeth Förster-Nietzsche e Franz Overbeck) è dunque del tutto a conoscenza dei suoi retroscena.

(18) Bernd A. Laska: Den Bann brechen! -- Max Stirner redivivus. Teil 1: Über Marx und die Marxforschung. In: Der Einzige. Vierteljahresschrift des Max-Stirner-Archivs Leipzig, Nr. 3 (11), 3. August 2000, pp. 17-24; Cfr. anche Teil 2: Nietzsche und die Nietzscheforschung. In: idem, Nr. 4 (12), 3. November 2000, pp. 17-23.

(19) Sulla storia dell'influenza: Laska: Dissident, loc. cit. (n. 12); Habermas cominciò la sua carriera filosofica con una condanna furiosa -- e non meritevole di essere letta -- intitolata Absurdität der Stirner'schen Raserei, (Assurdità della follia furiosa stirneriana), Das Absolute und die Geschichte, Dissertazione (tesi), Bonn, 1954, pp. 16-34. Fece sempre in seguito, anche in lavori sui giovani hegeliani, una grande deviazione intorno a Stirner, arrivando anche a escluderlo da enumerazioni come "Feuerbach, Ruge, Marx, Bauer e Kierkegaard". (Habermas, Jürgen: Drei Perspektiven -- Linkshegelianer, Rechtshegelianer und Nietzsche. In: Der philosophische Diskurs der Moderne, Frankfurt/M: Suhrkamp, 1985, pp. 65-103. Tr.it.: Il discorso filosofico della modernita: dodici lezioni, Bari: Laterza 1987), attestando così un'intuizione, che lo faceva collocare nel quadro della recezione clandestina di Stirner.

(20) Si trova presso numerosi autori allusioni ad un'importanza potenziale di Stirner nella storia delle idee ed allo stesso tempo alla questione "Nietzsche e Stirner", spesso soltanto tra le righe. Rifiutando tuttavia di esaminare la cosa a fondo, si sono tutt'al più sino ad oggi raccolte delle diffamazioni ("mentalità piccolo-borghese"), delle condanne ("religione satanica") o ancora un mormorio chiacchierio di visioni apocalittiche (cfr. sopra), tanti atteggiamenti da cui è evidenziabile il carattere accessorio e dall'aspetto forzato.

(21) Cfr. Laska: Dissident, loc. cit. (n. 12), pp. 23 e seg.

(22) Cfr. Laska: Bann, Teil 1, loc. cit. (n. 18).

(23) Eduard von Hartmann: Philosophie des Unbewussten (Filosofia dell'inconscio), 1869, 12. Aufl. Leipzig: Alfred Kröner 1923, p. 373.

(24) Friedrich Albert Lange: Geschichte des Materialismus (Storia del materialismo), 1866. Nachdruck Frankfurt: Suhrkamp 1974 (stw, Doppelband 70), pp. 528 e seg.

(25) Robert Otto Anhuth: Das wahnsinnige Bewusstsein und die unbewusste Vorstellung. Ein Ant(h)elogikon der Hartmann'schen Philosophie. Halle: Fricke 1877, p. 52.

(26) Cfr. Laska: Dissident, loc. cit. (n. 12); Laska, Bann, Teil 1, loc. cit. (n. 18).

(27) Per alcuni, Stirner è diventato un idolo. È così che John Henry Mackay, suo futuro biografo, rapresentò in suo nome un ultra-liberalismo di provenienza nord americana battezzato "anarchismo individualista", diretto contro l'anarchismo collectivista costruito a partire da Proudhon, Bakunin e Kropotkin.

(28) Lettera di Heinrich Hengster, 24 giugno 1889, citata da Janz: Nietzsche, loc. cit., III vol., p. 336.

(29) Eduard von Hartmann: Nietzsches "neue Moral". In: Preussische Jahrbücher, 67. Jg., Heft 5, Mai 1891, pp. 501-521; Versione aumentata, con un'accusa di plagio più formale, in: Ethische Studien. Leipzig: Haacke 1898, pp. 34-69.

(30) Wolfert von Rahden: Eduard von Hartmann "und" Nietzsche. Zur Strategie der verzögerten Konterkritik Hartmanns an Nietzsche. In: Nietzsche-Studien, 13 (1984), pp. 481-502. Rahden è il solo autore, nei trenta anni di esistenza dei "Nietzsche-Studien", ad affrontare brevemente la questione "Nietzsche e Stirner" -- in una lunga nota a pie' di pagina, p. 492.

(31) Su Lauterbach cfr. Bernd A. Laska: Ein heimlicher Hit. 150 Jahre Stirners "Einziger". Eine kurze Editionsgeschichte. Nürnberg: LSR-Verlag 1994 (S. 18-28). La prefazione de Lauterbach a tutte le edizioni Reclam di »L'Unico«, dal 1893 al 1924. Apparirà senz'altro strano che sia proprio un avversario di Stirner ad essere stato la forza motrice concreta alla sua riscoperta. Tuttavia, quel che è stata chiamata la "seconda rinascita di Stirner" a partire della metà del 1960 -- dopo che Stirner era di nuovo caduto in oblio per quasi mezzo secolo -- subì la stessa oscillazione secondo lo stesso modello. Colui che vi svolge il ruolo di trionfatore sul "pericoloso" Stirner non fu questa volta Nietzsche, ma Karl Marx (vedere Laska, op. cit.).

(32) Friedrich Heman: Der Philosoph des Anarchismus und Nihilismus. In: Der Türmer, 9. Jg., Band I, Okt. 1906, S. 67-74.

(33) Franz Overbeck: Erinnerungen an Friedrich Nietzsche. In: Neue Rundschau, Feb. 1906, pp. 209-231 (227-228); citato in Carl Albrecht Bernoulli: Franz Overbeck und Friedrich Nietzsche -- eine Freundschaft. 2 volumi, Jena: Eugen Diederichs 1908, pp. I/238 e seg.

(34) Vedere Janz: Nietzsche, op. cit., p. I/646.

(35) Vedere il rapporto di Resa von Schirnhofer sur l'"interrogatorio", in Janz: Nietzsche, op. cit., p. III/212. In una lettera a Karl Joël del 12 maggio 1899, Elisabeth Förster-Nietzsche afferma di avere in suo possesso delle dichiarazioni in questo stesso senso di Rohde, Gersdorff, Seydlitz et Köselitz-Gast (Nietzsche-Archiv, Weimar).

(36) Mazzino Montinari: Friedrich Nietzsche. Eine Einführung. Berlin: Walter De Gruyter 1991, p. 135 (edizione originale italiana 1975).

(37) Citato in Bernoulli: Overbeck..., op. cit. (n. 33), p. I/136 e seg.

(38) Cfr. Ottmann: Philosophie..., op. cit., p. 309; Safranski: Nietzsche, op. cit., p. 129.

(39) Hermann Schmitz: Philosophie als Selbstdarstellung. Bonn: Bouvier 1995, pp. 83-89).

(40) Bisogna ora attirare l'attenzione su un parallelo notevole con la ricerca su Marx. Benché, nel caso di quest'ultimo e contrariamente a quello di Nietzsche, l'incontro con »L'Unico« di Stirner è attestato dalla scoperta nelle opere postume dell'enorme manoscritto intitolato San Max, i ricercatori marxiani di ogni tendenza furono portati -- tranne rare eccezioni -- a fare sparire questa circostanza dalla biografia e dalla storia dell'evoluzione teorica di Marx. Fatto a malapena credibile, ma vero. (Cfr. Laska: Bann... Teil1, loc. cit. (n. 18).

(41) Théophile Droz: La revanche de l'individu -- Frédéric Nietzsche (La rivincita dell'individuo -- Frédéric Nietzsche). In: La Semaine Littéraire (Genève), Année 1894, No. 44, 3 novembre 1894, pp. 517-520; traduzione tedesca partielle in: Zürcher Post, 7. Novembre 1900.

(42) Lettera di Friedrich Nietzsche a Hermann Mushacke du 20 septembre 1865.
Nietzsche stava leggendo il libro di Strauss »Die Halben und die Ganzen« (Le metà e gli interi), appena apparso. Quando parla di filosofia hegeliana non pensa probabilmente ai testi di Hegel o degli hegeliani ortodossi, ma dei giovani hegeliani.

(43) Friedrich Nietzsche: Werke in drei Bänden (Opere in tre volumi), Hg. Karl Schlechta. München: Hanser 1954, volume 3, pp. 133.

(44) Elisabeth Förster-Nietzsche: Der junge Nietzsche, (Il giovane Nietzsche), Leipzig: Alfred Kröner 1912, p. 171.

 (45) Janz: Nietzsche, op. cit., vol. I, pp. 265-267.

(46) Nietzsche: Werke (ed. Schlechta), op. cit., Tomo III, p. 148.

(47) Werner Ross: Der ängstliche Adler. Stuttgart: DVA 1980, p. 158.

(48) John Henry Mackay, Max Stirner. Sein Leben und sein Werk, (Max Stirner, la sua vita e la sua opera), Berlin-Charlottenburg, Selbstverlag, 1914, p. 90.

(49) Manfred Kliem: Wer war der im Engels-Brief vom 22. Oktober 1889 genannte, bisher nicht identifizierte Junghegelianer "Mussak"? In: Beiträge zur Marx-Engels-Forschung, Band 29, Berlin 1990, pp. 176-185.

(50) Lettera di Friedrich Nietzsche a Hermann Mushacke del 14 marzo 1866.

(51) Parto dall'ipotesi che Nietzsche ha nutrito per un breve arco di tempo l'idea di rianimare e di sviluppare la filosofia dei Lumi radicale di Stirner. Tuttavia, la sua opera filosofica, benché vi si possano trovare numerose tracce di questo autore, mirava a "superarlo " soffocandolo ed è così nell'ottica di questa funzione che egli la concepì molto spesso (cfr. la ricezione clandestina di Stirner evocata all'inizio). È egualmente nell'ottica di questa funzione che si può vedere un netto parallelo con l'evoluzione di Marx, cfr. Laska, Bann, Teil 1: Marx und Marxforschung; op. cit. (n. 18), Teil 2: Nietzsche un d Nietzscheforschung, op. cit. (n. 18).

(52) Troviamo dopo il 1972 »Der Einzige« di Stirner nella Universalbibliothek nelle edizioni Reclam (e dopo il 1977 L'Unique presso le edizioni L'Age d'Homme, Losanna). [Per l'Italia abbiamo una strana situazione invece, a partire dagli anni 70 abbiamo una nutrita serie di riedizioni di »L'Unico« ad opera di editori minuscoli ma anche grandi: Ennesse, Roma, 1970; Assandri, Torino, 197?; LG, Roma, 1972; Vulcano, Treviolo, 1977; Adelphi, Milano, 1979; Patron, Bologna, 1982; Anarchismo, Catania, 1987; Mursia, Milano, 1990; Demetra, Verona, 1996; N.d.T.]. Sulla ricezione vedere i tre »Stirner-Studien« (in tedesco) apparsi sino ad oggi: Laska: Hit, op. cit. (n. 31); Laska: Dissident, op. cit. (n. 12); Laska: Katechon, op. cit. (n. 15), così come i miei lavori, accessibili nel modo più semplice in: http://www.lsr-projekt.de/poly/itms.html, ma sono stati per la maggior parte stampati.

 

LINK al post originale:

 Nietzsches initiale Krise


Link interni al presente blog:

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà

Bernd Laska, Max Stirner- ancora e sempre un dissidente

Bernd Laska, Il "Proprietario" di Max Stirner

 


Titolo originale tedesco: Nietzsche initiale Krise
Apparso in tedesco in: Germanic Notes and Reviews, vol. 33, n. 2, fall/Herbst 2002, pp. 109-133

Tradotto dal tedesco in francese da Pierre Gallissaires


[Traduzione di Ario Libert]

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12 giugno 2009 5 12 /06 /giugno /2009 08:44

Max Stirner

Paul Chauvet
 
L'individuo non sopporta di non essere considerato che una frazione della società perché è più di questo: la sua unicità insorge contro questa concezione che lo sminuisce e lo svilisce.
Per il fatto che hai la forza di essere hai anche il diritto di essere.

 

L'uomo e la sua vita

stirner02.jpgMax stirner è uno degli scrittori più importanti del movimento anarchico di cui si parla molto senza averlo mai letto e spesso per giudicarlo superato; malgrado ciò rimane uno dei filosofi di base tra coloro il cui pensiero è il più ricco e alla nostra epoca egli acquisisce un'importanza profonda. Cercherò di presentarla, di analizzarne i termini del suo pensiero e di evidenziarne l'essenziale per il tempo presente.

Bisogna innanzitutto situare l'uomo. Max Stirner il cui vero nome è Johan Kaspar Schmidt, Stirner vuol dire soltanto "grande fronte, nacque nel 1806 in Germania a Bayreuth in una famiglia modesta; mediocre studente, terminerà gli studi nel 1939 a Berlino senza ottenere la totalità dei diplomi a cui ambiva. Per il momento trova lavoro come professore in un collegio per ragazza borghesi. Il giorno, questo professore insegna la filosofia alle signorine e la sera si trasforma per recarsi in un caffè, luogo di riunione della società dei "Liberi".

Stirner_Der_Einzige_und_sein_Eigentum_djvu.jpgQuesti "Liberi" sono persone strane, umanisti e rivoluzionari da sala interna delle osterie; essi reclamano la libertà per l'uomo e passano il loro tempo a discuterne cercando allo stesso tempo  di far del loro meglio per vivere liberamente. Stirner sarà tra loro più uno spettatore che un attore; fumando un grande sigaro solo lusso della sua vita misera, ascolta le discussioni dei suoi compagni. Tuttavia, non ascolta soltanto, pensa e scrive anche e nel 1843, pubblica la sua opera più importante L'Unico e la sua proprietà. È subito gloria, è letto, commentato e discusso. Di colpo, si presenta come il grande teorico della libertà senza concessione.

Vuole, da quel momento, vivere per la sua opera e sposarsi con un'adepta dei "Liberi".

Mal gliene viene, la gloria apparsa di colpo di colpo svanisce veloce e vivrà con difficoltà, divorzierà e morirà dimenticato in miseria nel 1856. Questa vita non è esaltante come quella di un Bakunin o di un Kropotkin ed è certamente questa la causa della mancanza di interesse per Stirner. Se la vita è abbastanza mediocre, le cose stanno diversamente per l'opera e soprattutto per L'Unico e la sua proprietà. Tutto il suo pensiero rivoluzionario e costruttivo di Stirner è contenuto in quest'opera.

 

L'Unico e la sua proprietà

Questo libro è formato da due parti opposte. Nella prima Stirner affronta ciò che aliena l'Uomo, lo sottomette, lo subordina. Nella seconda riprende ogni termine della prima per ricostruire in funzione della libertà più assoluta dell'individuo. Questa seconda parte è d'altronde la migliore dell'opera e prova soprattutto senza alcuna contraddizione che Stirner è un costruttore e non un Nichilista. Ma vedremo questo più da vicino studiando qualcuna di queste alienazioni e la loro riappropriazione.

Le alienazioni

Lo Stato, è una delle prime e delle più importanti alienazioni di cui tratta Stirner. Egli ci mostra che tutte le forme assunte dallo Stato sono coercitive e opprimono l'Uomo, anche, lo Stato liberale quando proclama la libertà e il bene dell'umanità. Inoltre, è soprattutto a questo Stato democratico e liberale che Stirner si riferisce. Questo Stato reclama una partecipazione dell'Uomo avente per base un buon sentimento: il civismo è l'idea che lo Stato è tutto, che è l'uomo per eccellenza e che il valore dell'individuo come uomo derivi dalla sua qualità di cittadino.

Anche se questo Stato democratico afferma di avere per solo scopo la libertà dell'uomo, limita di fatto la sua iniziativa creandogli dei doveri: "servire è essere liberi, il servitore obbedisce ed ecco l'Uomo libero! Ecco una rozza assurdità". Non bisogna farsi illusioni, l'ideale dello Stato non è la realizzazione degli individui, ma il suo livellamento in una certa mediocrità che deve accontentare il massimo numero di uomini, per questo ognuno deve fare molte concessioni alla comunità ed in definitiva, l'ideale dello Stato è... un ordine ragionevole, una condotta morale, una libertà moderata e non l'anarchia, l'assenza di leggi, l'individualismo.

Così nello Stato liberale la ragione regna e la persona soccombe. La cosa più grave non è soltanto l'asservimento contro cui è sempre possibile lottare, ammesso il fatto che l'autorità diventa, nello Stato democratico, ipocrita ed impersonale... colui che li schiaccia (le persone libere) si chiama lo Stato, la legge però mai questo o quell'altro...

L'autorità allora sono tutti e nessuno allo stesso tempo, il poliziotto, il precettore, il servizio militare obbligatorio, ecc. Stirner pone qui in evidenza ciò che proviamo oggi. Chi non ha avuto a trattare con qualche amministrazione e vessato non ha trovato di fronte che una responsabilità diffusa diluita, è sempre il capoufficio vicino che ha dato l'ordine.

Il liberalismo sociale

L'Uomo vive in società, Stirner lo constata senza difficoltà, tuttavia, ci mostrerà in cosa questa società è coercitiva anche quando essa proviene da un'essenza liberale. Innanzitutto egli mostra che gli uomini in una società liberale sono dipendenti gli uni dagli altri, giunge alla conclusione che il valore dominante di questa forma di società è il lavoro la cui ricchezza sparisce e vediamo apparire una forma di soggezione, il lavoro: Se il comunista vede in te un uomo ed un fratello, non è che per il suo modo di vedere delle domeniche... Se tu fossi uno fannullone, non riconoscerebbe in te l'Uomo, vedrebbe un uomo pigro da correggere e catechizzare per convertirlo alla credenza che il lavoro è il destino e la vocazione dell'uomo.

La società possiede tutto e gestisce il lavoro in funzione dei bisogni degli uomini; ricercare la libertà in una forma centralizzata e possessiva ci porta una nuova autorità, quella della società, gli siamo debitori di tutto, tutto va e viene da questa nuova entità: la società da cui abbiamo tutto è un nuovo padrone, un nuovo fantasma, un nuovo essere supremo che ci impone servizio e dovere. Queste due alienazioni, lo Stato liberale e la società liberale sono tanto più pesanti in quanto partono da un buon sentimento, da un sentimento umanitario e giungiamo a scoprire la peggiore delle alienazioni quella che le incorona tutte il liberalismo umanitario.

 

Il liberalismo Umanitario

L'umanesimo vuole portare l'uomo al suo grado più alto di perfezione, perché non si preoccupa che dell'uomo in generale e di quel che rappresenta e può diventare. Sparita la religione, l'umanesimo crea un nuovo dio avente come forma l'uomo perfetto. Stirner affronta questa aberrazione che è la più importante, la sottomissione dell'individuo ad un uomo ideale, in questo, tutto quel che ognuno di noi è nella sua originalità sparisce per tentare di somigliare all'immagine che ci si dà dell'uomo ideale. "Come l'umanitario non lascia più all'individuo nulla di privato o di esclusivo né pensiero privato né stupidità privata, finisce con il lasciarlo completamente nudo perché il suo odio assoluto e fanatico del privato non permette al suo sguardo alcuna tolleranza, dal momento che ogni privato è essenzialmente inumano.

L'umanesimo che subordina l'uomo ad una certa immagine ben precisa, nega così ogni originalità all'individuo, questo ci promette un universo concentrazionario del tipo di quello di 1984  di George Orwell.

Così come lo prova Stirner, l'individuo si trova maltrattato, sottoposto ad un certo numero di potenti alienazioni: lo Stato, la società, l'umanesimo, tuttavia, l'individuo, ha bisogno della società, di una organizzazione e di un ideale per vivere. Ora vedremo cosa intende proporre Stirner affinché l'individuo viva del tutto libero.

 

La riappropriazione

La mia potenza, le mie relazioni. Stirner ha dimostrato che lo Stato è sempre, qualunque forma esso assuma, costrittivo per l'individuo, ma che la vita in società resta lo stato naturale dell'uomo e che bisogna trovare un'organizzazione che lasci l'individuo libero da  ogni costrizione.

Lo scopo da raggiungere non è un altro Stato (democratico ad esempio) ma l'alleanza, l'unione d'armonia sempre instabile e mutevole di tutto quel che è a condizione di cambiare incessantemente.
 
Per conservare l'individuo libero all'interno di una organizzazione, Stirner predica un sistema di associazione degli individui che vengono e partecipano di buon grado, perché ne sentono il bisogno e lo desiderano; ma questa associazione sarà sempre rescindibile o migliorabile a volontà per ogni individuo, secondo il suo interesse, ma anche le sue capacità. L'associazione è anche il termine che permette agli individui di vivere insieme e di frequentarsi, è la forma migliore secondo Stirner.

Perché i rapporti che gli individui hanno tra di loro sono unicamente basati sull'interesse proprio di ognuno: Non c'è tra di noi che un rapporto, quello dell'utilità del profitto, dell'interesse... Se per farti sorridere, ti vengo incontro con aspetto di gioia, è perché ho interesse al tuo sorriso e che il mio viso è al servizio del mio desiderio.
La sola società umana valida è quella che lascerà l'individuo padrone di se stesso in ogni momento, in ogni circostanza, libero di agire a modo suo e sempre, secondo le sue possibilità. Avrà la scelta dei suoi atti, ne porterà le responsabilità di fronte a se stesso, che egli riesca o fallisca nella sua impresa, che si mostri incapace, è lui che ne subirà le conseguenze e lui soltanto! Tutto è ricondotto così all'individuo e per il suo godimento personale del mondo che lo circonda.

Il godimento di me stesso

È in questo capitolo che Stirner riprende l'umanesimo per sviluppare la sua idea dell'uomo e della sua libertà. Innanzitutto considera falsi gli umanisti che considerano l'uomo nel suo divenire possibile, per Stirner, l'individuo deve essere se stesso: Il vero Uomo non è nell'avvenire, non è uno scopo, un ideale verso cui si aspira, ma è qui presente, esiste realmente; che io sia felice o sofferente, bambino o vecchio, nella fede o nel dubbio, nel sommo o nella veglia, sono IO. Sono il vero Uomo.

Così ogni uomo è unico con le sue possibilità peculiari, le sue capacità personali che gli permettono di essere ciò che vuole essere. Gli Uomini sono come devono essere e come possono essere... L'Uomo non è a misura di tutto, ma io sono questa misura".

In questa ultima parte Stirner raggiunge il vertice del suo pensiero, ha liberato l'Uomo dal fango umanitario, dimeostra brillantemente l'unità della persona, il suo valore intrinseco e la sua piena realizzazione possibile in una libertà senza limite. L'opera termina con delle parola di una risonanza profonda che dobbiamo meditare: In L'Unico, il proprietario ritorna al Nulla creatore da cui è venuto.

È un appello nascosto per il lettore, non bisogna prenderlo alla lettera, ma noi stessi, considerandoci come degli Unici, riscriverlo ognuno per sé. Questo dovrà essere il nostro scopo.

 

 

Paul Chauvet - groupe libertaire Louise Michel [Gruppo libertario Louise Michel]


Alcuni aforismi da L'Unico:
 

Lo Stato non ha che un solo scopo: limitare, ingannare, sottomettere l'individuo, subordinarlo a qualcosa di generale; non può sopravvivere così a lungo in quanto l'individuo non è tutto; non è che la manifestazione evidente della limitazione di me stesso, della mia limitazione, del mio schiavismo. Mai uno Stato si propone di ottenere la libera attività dell'individuo, il suo scopo permanente, è l'attività che si collega al suo destino.

Non lasciamoci ingannare dallo Stato; sappiamo vedere in esso un fantasma, una creazione dell'io; non chiediamogli di accordarci un diritto di cui siamo i soli detentori. Non contiamo che sulla nostra potenza.

Non esigo nessun diritto, perché non sono obbligato a riconoscerne nessuno. Ciò che sono capace di conquistare, lo conquisto e ciò che non conquisto, sfugge al mio diritto, non mi vanto né mi consolo del mio diritto inalienabile.

Nell'associazione, fai valere tutta la tua potenza, le tue capacità e te stesso, nella società, per contro, sfruttano la tua forza lavoro; in quella vivi come egoista, in questa come uomo, cioè religiosamente; l'associazione esiste per te e attraverso te, la società per contro, ti reclama come suo bene ed esiste anche senza di te; in breve, la società è sacra e l'associazione il tuo bene; la società ti consuma, ma sei tu a consumare l'associazione.

Non è che a partire dal momento in cui sono cosciente di me stesso e che non Mi cerco più. che sono veramente la mia proprietà: mi possiedo, dunque, Mi consumo e Io godo Me. Al contrario, Io non posso mai godere di Me, finché penso che devo ancora trovare il mio vero Me e giungere a quel che il Cristo e non Io vive in Me, cioè un altro Io spirituale, cioè fantastico, per esempio, il vero uomo, l'essenza dell'uomo,...

Siamo entrambi, lo Stato ed Io, dei nemici.

Ogni Stato è una tirannia, che si tratti della tirannia di uno solo o di alcuni.

Non cercate nella rinuncia a voi stessi una libertà che vi priva proprio di voi ma cercatevi da voi stessi... Che ognuno di voi sia un me ognipotente.

Le sole cose che non ho il diritto di fare sono quelle che non faccio in libertà di spirito.

Hai il diritto di essere ciò che hai la forza di essere.


[Traduzione di Ario Libert]

Link:

Stirner, da: Increvables Anarchistes

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9 giugno 2009 2 09 /06 /giugno /2009 09:10

Proponiamo ora in traduzione inedita un altro numero di L'Assiette au Beurre, interamente illustrato da Jossot, un artista del tutto sconosciuto nel nostro paese e quasi del tutto persino nella sua natia Francia. Il titolo di questo numero è Passementerie, che abbiamo tradotto con decorazioni, termine che in francese indica genericamente appunto delle decorazioni di sartoria con cui si rifiniscono di solito abiti o qualunque altro oggetto per dar loro più lustro e decoro. Avremmo potuto anche tradurre il termine francese con travestimento. Si tratta quindi di un senso del termine usato in senso spregiativo con cui l'autore vuole colpire la mentalità filo sistema di differenziare, attraverso segni vistosi e del tutto esteriori e superficiali e istituzionalmente dotati di peculiari significati e sensi, gli individui gli uni dagli altri per mezzo di simbologie siano essi vestiario, medaglie, copricapi, oggetti, ecc. Niente di nuovo insomma.




DECORAZIONI













































































[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

 

 

 

 

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6 giugno 2009 6 06 /06 /giugno /2009 14:32
La rivoluzione spartachista: novembre 1918
 
spartachismo--consiglio-operai-e-soldati--dicembre-1918.jpgBerlino. Consiglio generale degli operai e dei soldati, dicembre 1918.

 

Roland Lewin

 

spartachisti--Friedrich-Ebert.jpgQuasi mezzo secolo fa, un anno dopo dopo la Rivoluzione d'ottobre, scoppiava la Rivoluzione tedesca. I comunisti russi erano fermamente persuasi che sarebbe stato il trampolino della Rivoluzione mondiale. Ora ciò non è accaduto perché il 9 novembre 1918 non ha segnato, come si credeva, l'avvento del proletariato d'oltre-Reno, ma soltanto la caduta del regime imperiale a vantaggio di un regime democratico borghese.

Questa importante sconfitta proletaria è essenzialmente dovuta alla divisione della classe operaria, ad una certa mancanza di organizzazione in seno al movimento rivoluzionario ed al tradimento della socialdemocrazia di destra sostenuta dai militari.

 

spartachisti1.jpegTruppe spartachiste

 

La rivoluzione tedesca non è stata opera di uno o più partiti. Essa è scoppiata spontaneamente, in seguito all'affondamento militare, alla disgregazione del regime imperiale e dell'esercito, all'esasperazione delle masse. È stata la logica conseguenza della prima guerra imperialista mondiale e della disfatta dell'imperialismo tedesco.

spartachismo--assemblea-operai-e-soldati-a-Berlino--novembr.jpg

Berlino. Assemblea degli operai e soldati, novembre 1918.

 

spartachisti--Philipp-Scheidemann.jpgDisordinata, senza direzione né precisi obiettivi, essa era animata ai suoi inizi da uno spirito profondamente libertario. Le rivendicazioni, allora essenzialmente sociali, ne sono una prova. Sorpresi da questo slancio popolare, i partiti di sinistra non la canalizzarono e non  seppero dargli un orientamento politico che tardivamente. I tre partiti più importanti sono: il partito socialdemocratico (riformista); alla sua sinistra, nato da una scissione, il partito socialdemocratico indipendente (rivoluzionario), all'estrema sinistra, il Smmkusbund, lega comunista non ortodossa e molto vicina al menscevismo.

spartachistiBerlino.jpg

 Barricate a Berlino

Dopo di essi vengono: gli O. R., militanti sindacalisti d'avanguardia; la sinistra radicale, il gruppo nazional-bolscevico e gli anarchici, soprattutto influenti nel sud della Germania. Il conflitto che andrà ad opporre i riformisti ai rivoluzionari e degenerare in guerra civile appare sin dal 9 novembre 1918, durante la proclamazione simultanea della Repubblica da parte delle due tendenze. Non si cristallizzerà che dopo un lungo e nefasto gioco di alleanze. Sino al 28 dicembre 1918, i maggioritari e gli indipendenti dividono insieme il potere.

spartachisti--truppe-di-operai-e-soldati-pattugliano-Monaco.jpgOperai e soldati pattugliano Berlino

spartachisti--Monaco-di-Baviera.jpg

In seguito, mentre gli spartachisti e gli indipendenti uniscono i loro sforzi per formare una opposizione efficace, i maggioritari si alleano deliberatamente con i corpi franchi reazionari, embrioni del futuro esercito professionale.

spartachisti4.jpegTrasporto di vittime o feriti

 

Il movimento rivoluzionario verrà infine vinto dalle forze armate.

Ignorata dagli storici, snaturata da alcuni pseudo-socialisti d'avanguardia (gli stessi che si ingegnano a conservare sotto silenzio l'insurrezione makhnovista), sconosciuta dal pubblico e caduta nell'obblio, la Rivoluzione tedesca non costituisce non per questo uno dei più gloriosi e tragici avvenimenti del nostro secolo.

 

Roland Lewin

 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK pertinenti alla tematica trattata:


La guerra dei socialismi

La rivoluzione di novembre

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6 giugno 2009 6 06 /06 /giugno /2009 06:00



IL CREDO


Come prima opera inedita tratta dalla grande rivista di satira politica L'Assiette au Beurre (1901-1912), di cui avremo modo di parlare più dettagliatamente in seguito,
presentiamo il numero 163 del 14 maggio 1904, intitolato Le Credo (Il Credo). L'autore  è una singolarissima figura di artista libertario individualista, Gustave Henri Jossot (1866-1951),  che in questo numero parodia il celebre Credo del Concilio di Nicea pietra miliare dottrinaria della Chiesa cattolica e mostra quali siano realmente le vere divinità del moloch capitalistico: militarismo, autoritarismo, violenza, dominio dell'uomo sull'uomo. Niente di nuovo, insomma.





 

...CREDO...





 

…ad una sola Dea Onnipotente: l’AUTORITÀ…





 



… e alla temibile FORZA, sua figlia unica, Nostro Terrore.








 

 

Credo al Santo Spirito del RISPETTO…

 

 


 


 


...alla FAMIGLIA venerata…

 

 

 

…alla PROPRIETÀ intangibile.





 














 

 


… e anche al Mistero della TRINITÀ.





 

 

-Credo alla GIUSTIZIA degli Uomini (Brrr!!!...)…







 

…al SUFFRAGIO UNIVERSALE…











 

… alla LIBERTÀ…








 

…ALL’EGUAGLIANZA…








 

… alla FRATELLANZA…









 



-CREDO a tutta la Sacra Bottega Sociale…





 

 

… e al CAPITALE Eterno. E così sia!

 

 

 





 

[Traduzione di Ario Libert]



Bibliografia:

Elisabeth & Michel Dixmier, L'Assiette au beurre: revue satirique illustrée, 1901-1912, Maspero, Parigi, 1974. (La figura di Jossot è delineata alle pagine 303-321).



LINK esterni:

Link al sito da cui è stata tratta l'opera tradotta: L'Assiette au Beurre, Revue illustrée, satirique et libertaire de 1900, qui il lettore potrà visionare in lingua originale almeno una cinquantina di numeri della rivista; a questo collegamento materiale molto interessante posto in rete dal maggior specialista vivente dell'opera di Jossot: Goutte a goutte di Henri Viltard




LINK interni:
Felip Equy. Gustave Henri Jossot, una breve ma ben strutturata presentazione di Jossot risalente al 1992.



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5 giugno 2009 5 05 /06 /giugno /2009 17:06


Gustave Henri Jossot

 

di Felip Equy

 


  
Gustave Henri Jossot è nato a Digione in una famiglia benestante. Perde sua madre quando è ancora bambino e sopporta male l'ambiente familiare. Manifesta già disprezzo verso la famiglia: "I genitori sono degli scorpioni"; a proposito della sua matrigna, scrive: "Ero tormentato dal continuo fastidio di distruggerle una sedia sulla lamiera". Il liceo e l'esercito non gli lasceranno dei ricordi indelebili. Poi, come suo padre, va a lavorae in una compagnia di assicurazioni; non per molto tempo: una prima eredità gli permetterà di dedicarsi alla pittura ed al disegno. Nel frattempo aveva sposato una sarta e aveva così rotto con il suo ambiente di origine.



I suoi primi disegni



La sua formazione di pittore è abbastanza classica, ma si orienta molto presto verso la caricatura. I suoi primi disegni sono pubblicati nel 1891 in giornali umoristici (Le Rire), letterari e artistici. Il suo stile originale verrà presto notato dai lettori ed i critici. Un tratto spesso delimita gli oggetti ed i personaggi. Quest'ultimi sono schmatizzati all'estremo, i caratteri sono esagerati. I colori, dapprima tenui, diventano più violenti: nero, bianco e rosso. Jossot non si rifà a nessuna corrente. Lui stesso si è richiamato al Medioevo romanico, è vero che certi suoi personaggi fanno pensare ai doccioni [gargouilles]. Si è detto di lui che era un precursore dell'espressionismo. Le sue didascalie sono particolarmente curate: sono corte ed incisive.

I suoi disegni più interessanti verranno pubblicati in un breve periodo (dal 1901 al 1907). In fin dei conti, ci lascia una produzione poco abbondante. Non aveva preoccupazioni finanziarie (una seconda eredità gli pervenne nel 1899) e faceva l'apologia della pigrizia, cosa che è tanto più facile quando non si ha bisogno di lavorare. Durante questo periodocollabora a dei giornali satirici (L'Assiette au Beurre, Le Diable), anticlericali (La Raison, L'Action), anarchici (Les temps nouveaux). Ritroviamo i suoi disegni egualmente in L'Antivivisection e Internacia sociarevuo (rivista in esperanto). Pubblica anche tre albi di caricature, un romanzo illustrato, alcune cartoline postali, delle litografie e dei manifesti pubblicitari.

L'Assiette au Beurre è il giornale nel quale si trova il maggior numero dei suoi disegni. Egli collabora a 35 numeri (su 600 apparsi tra il 1901 e il 1913) di cui 18 sono interamente disegnati da lui. L'Assiette au Beurre era l'equivalente di Charlie Hebdo negli anni Settanta o di
La Grosse Bertha oggi. Si trattava di un giornale anticlericale, antimilitarista, anticapitalisa, in breve antitutto ma che non aveva nulla di anarchico. Il giornale si vendeva molto bene ed i suoi proprietari ebbero l'intelligenza di lasciare gli autori liberi di esprimersi liberamente. Vi hanno collaborato scrittori come Laurent Tailhade, Octave Mirbeau o Jehan Rictus. I più grandi disegnatori del momento vi presero parte: Aristide Delannoy, Jules Grandjouan, Steinlen. Pittori allora sconosciuti vi collaborarono prima di diventare delle celebrità: Juan Gris, Van Dogen.


Un gioco al massacro


Dal 1901 al 1904, Jossot se la prende nei suoi disegni con le istituzioni. I preti, i militari, i poliziotti, i giudici, i genitori, i framassoni: tutti vengono colpiti per il loro ruolo, è un vero gioco al massacro, tutte questi burattini vengono demoliti con una grande ferocità. A partire dal 1906, se la prende con l'individuo in ciò che ha di più mediocre: il pudore, l'onore, il rispetto, l'alcolismo. Il lavoro di demolizione di Jossot è totalmente anarchico, ma lui stesso non rivendicava quest'etichetta: "Il mio ideale (sarebbe) di non averne affatto", "questa sacra questione sociale è insolubile e lo resterà finché gli uomini rimaranno bestie e malvagi, il che può durare ancora molto tempo". I disegni di Jossot ignorano le lotte operaie, alla maniera di Georges Darien o di Zo d'Axa: "Intendo vivere come un uomo libero", "il bisogno del caricaturista (consiste) nel seminare nei cervelli pensanti idee liberatrici", "il mio sogno: comprare una casa (in cui) potrei a mio comodo fare dell'arte per ammazzare il tempo o aspettando che il tempo ammazzi me". Jossot è innanzitutto un osservatore sincero che rifiuta l'arrivismo e fugge come l apeste i salotti parigini.


Jossot e l'Islam


Benché non sia del tutto caduta nell'oblio, l'opera del caricaturista Jossot (1866-1951) meriterebbe una maggiore diffusione. I suoi migliori disegni datano dell'inizio del secolo, ma i soggetti da lui trattati sono sempre di attualità ed il suo grafismo, sorprendentemente moderno all'epoca, non è ancora invecchiato.
Dopo il 1907, le attività di Jossot non hanno più grande rapporto con l'anarchia. La sua figlia unica è morta all'età di 11 anni, attraversa un periodo di depressione. Viaggia molto. Alla fine del 1911 risiede in Tunisia e non tornerà più in Francia. Stranamente, il vecchio caricaturista anticlericale, dopo una crisi mistica, si convertirà nel 1913 all'Islam. Assumerà il nome di Abdul-I-Karim Jossot. Poiché è uno dei Rari Europei a vestirsi all'orientale, crea un certo scandalo per le strade di Tunisi. Ha oramai abbandonato la caricatura, ma dipinge paesaggi, degli olii e degli acquarelli. Conserva un occhio critico: durante la Guerra 1914/18, scrive sulle riviste pacifiste Le Bonnet Rouge (Il Berretto rosso); collabora anche ai giornali tunisini in cui denuncia i crimini del colonialsimo, ma in modo molto timido. Il suo individualismo lo spinge sempre a rifiutare la lotta politica e la violenza. La sua conversione all'Islam era legata ad un rifiuto delle idee occidentali di lavoro e di progresso.Pensava di trovare una religione senza culto, dogma e clero! Si stanca molto presto della preghiera del Venerdì alla Grande Moschea e comincia ad interessarsi al sufismo, una specie di libero pensiero dell'Islam molto mal visto dai musulmani ortodossi. Constatando che i suoi sforzi per acquisire la fede erano vanio, verso il 1930 rompe con ogni forma di religione organizzata. Nel 1938, pubblica un libro Le Foetus récalcitrant dove vi espone la sua definizione del caricaturista e propone un "vangelo" della pigrizia. Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Sidi Bou Said, un villaggio di pittori vicino a Tunisi e muori dimenticato.

Se i disegni di Jossot continuano ad interessarci oggi è perché essi attaccano le istituzioni e questo sono 90 anni dopo sempre le stesse. I suoi disegni non sono datati. Non ha fatto la caricatura a personalità e uomini politici dell'epoca ma a giudici, genitori, polizia, esercito... I suoi bersagli sono sempre i nostri. Così abbiamo potuto vedere i suoi disegni in L'Enragé (L'Arrabbiato) nel 1968 poi in Le Monde Libertaire  o in Libération ed anche sulle copertine di libri dedicati alla giustizia.



FELIP EQUY


MARZO 1992


 

 


[Traduzione di Ario Libert]



Link al post originale:
Jossot



Link interni:
Gustave-Henri Jossot, Il Credo
Gustave-Henri Jossot, Decorazioni
Gustave-Henri Jossot, Panurgismo
Gustave-Henri Jossot, La Doma
 

 

Gustave-Henri Jossot, Gli Ubriaconi

 

 

Gustave-Henri Jossot, Il Rispetto 

 

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1 giugno 2009 1 01 /06 /giugno /2009 06:50

Dopo la traduzione dei tre celebri scritti che Zo d'Axa scrisse appositamente per il suo giornale La Feuille in occasione delle elezioni legislative del 1898, ci sembra doveroso riferire della sua attività giornalistica proprio in relazione a quel celebre periodico dalla vita effimera uscito per di più in un periodo storico caratterizzato in Francia da grandi passioni che agitavano l'opinione pubblica dal famigerato caso legato al nome di Dreyfus ai numerosi scandali politico-finanziari che diedero fama alla Terza Repubblica borghesissima e cleptocratica.


La Feuille (1897-1899)


Didascalia: La Feuille n° 18 del 20 ottobre 1898. Disegno di Steinlen. Un semplice foglio. Sul recto, l'immagine sobria e potente. Sul verso, su quattro colonne, il testo dell'unico redattore, Zo d'Axa. Uno stile limpido, altero e d'effetto. Un grido. Un manifesto. Una rivolta. Un destino. In pieno caso Dreyfus, uno sciopero esplode. Nessun aiuto è da aspettarsi dai ricchi. È "lo sciopero degli ebrei". L'operaio ed il soldato si ritrovano, soli, faccia a faccia.


Di  Raymond Bachollet


Quest'articolo apparso in Le collectionneur français [Il Collezionista francese], n° 158 del giugno 1979, fa parte di una serie di cronache sulla storia delle riviste satiriche francesi pubblicate tra il 1880 ed il 1914, occasionalmente sul manifesto pubblicitario del XX secolo e sui loro disegnatori.


"A leggere certi giornali in cui lavoravano i semiassoldati della polizia e della stampa, si evidenzia che i pilastri della società temono, più della violenza, la semplice esposizione dei fatti"
(Zo d'Axa).


La prospezione che vi propongo ogni mese attraverso la stampa satirica degli anni tra 1880-1914 non si attiene ad una cronologia rigorosa ma vi invita a scoprire serenamente un universo ricco e sconcertante per la sua complessità, un po' come quando si esplora soli, una città sconosciuta o come ci si avventura in una foresta fitta, i sensi tesi, tessendo poco alla volta i reperti che allontanano l'angoscia dello smarrirsi...

È un sentiero selvaggio, quasi cancellato, pieno di rovi, di sole e di frutti amari che vi propongo oggi di prendere ed alla fine del viaggio, del vicolo cieco (?), la scoperta di un uomo, di un uomo "libero e solitario", questo tipo di uomo che abita i nostri sogni, così poco la nostra realtà: Zo d'Axa, fondatore di due riviste satiriche L'En Dehors [Stare Fuori] e La Feuille [La Foglia] nel 1897. Tre nomi indissolubilmente legati.


Un fine secolo turbolento

Per capirli a fondo, è necessario richiamare rapidamente il periodo agitato di fine XIX secolo che vide innanzitutto nascere con Proudhon ed il principe russo Bakunin la dottrina anarchica espandersi successivamente sui giornali e le riviste incaricate di assicurare una più ampia diffusione alle idee rivoluzionarie, preconizzando, tra le altre cose, la soppressione della proprietà; la distruzione dello Stato e della nozione di patria, responsabili di guerre, ingiustizie e del dominio  dell'uomo sull'uomo; la sparizione dell'esercito, celebre per le sue sconfitte, le sue conquiste coloniali, i suoi consigli di guerra, i suoi penitenziari e più ancora per la sua repressione degli scioperi operai... Dopo L'Avant-garde [L'Avanguardia], Le Révolté [Il Ribelle] di Kropotkin, nel 1879, Le Droit social [Il Diritto sociale] di Jean Grave, nel 1883, apparvero, a partire dal 1886, in occasione dei movimenti sociali di Decazeville, Fourmies, Carmaux e Lavallois, nuovi giornali come il popolare Père Peinard  [Padre Peinard] di Emile Pouget e L'En Dehors [Stare fuori] di Zo d'Axa.
   
Zo-d-Axa-wallotton.jpg
Didascalia: Zo d'Axa, disegno di Félix Vallotton. Ritratto apparso in Le Rire n°33 del 22 giugno 1895. Un uomo libero, generoso, impertinente. "Bisogna vivere sin da oggi, subito ed al di fuori di ogni legge, di tutte le regole, di tutte le teorie- anche anarchiche- che vogliamo lasciarci andare sempre alle nostre pietà, alle nostre passioni, ai nostri dolori, alle nostre rabbie, ai nostri istinti, con orgoglio di essere noi stessi".


Anche se le idee diffuse non preconizzavano sistematicamente "la propaganda attracerso i fatti", cioè l'azione diretta, questo periodo tragico fu contrassegnato da tutta una serie di attentati anarchici che iniziarono a Lione nel 1882 con l'esplosione del Teatro Bellecour e terminarono praticamente nella stessa città, nel 1894 con l'assassinio del presidente della Repubblica, Sadi Carnot, colpevole agli occhi di Sante Caserio, il suo assassino, di aver rifiutato la grazia agli anarchici condannati a morte e giustiziati negli anni successivi: Ravachol, Auguste Vaillant e Emile Henry, nipote del futuro colonnello Henry dell'Affare Dreyfus. Ciclo infernale in cui si alternarono Attentati, provocazioni poliziesche, rappresaglie e repressione. I deputati, contusi dalla bomba a chiodi di Vaillant, preparata con cura, sembra, nei laboratori della prefettura di polizia, erano maturi per votare, il 24 luglio 1894, le "leggi scellerate" destinate a proteggere la società dalle minacce anarchiche [1]. È per via loro che molti gestori e redattori di giornali anarchici, come Matha, gestore di L'En Dehors e Jean Grave, direttore di La Révolte, furono imprigionati e condannati a pene a volte severe... associazione di delinquenti, si diceva.


Un vecchio cacciatore d'Africa diventato giornalista


Quella volta, Zo d'Axa non fu direttamente disturbato e per giustificati motivi! Aveva lasciato da poco Sainte-Pélagie, prigione in cui veniva di scontare 18 mesi di detenzione. Colui che voleva Stare fuori [Endehors], da "dentro" la prigione aveva messo a profitto i suoi ozi forzati per raccontare in un libro De Mazas à Jerusalem [Da Mazas a Gerusalemme], i suoi guai con la giustizia, la sua prima incarcerazione a Mazas, altra prigione parigina, qualche anno prima, le sue tribolazioni attraverso l'Europa ed il Medio Oriente, il suo arresto a Gerusalemme e la sua condanna. Ma nonsi trattava che di una nuova serie di peripazie nella vita del nostro uomo! Alphonce Gallaud, era il nome di nascita di questo celebre indisciplinato- aveva in effetti conosciuto un'adolescenza tumultuosa. Non sopportava né la sua famiglia né l'esercito grazie a cui aveva malgrado tutto sperato ingenuamente di conoscere l'avventura, aveva disertato sia l'una sia l'altra.  È durante questo primo esilio che egli aveva intrapreso i suoi esordi nel giornalsimo, in Belgio poi in Italia. Amnistiato, aveva raggiunto la Francia e fondato L'Endehors con dei collaboratori, militanti anarchici per la maggior parte, come George Darine, Octave Mirbeau, Félix Fénéon, Sébastien Faure, Emile Henry, Victor Barrucand, scrittori e poeti.
 
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Didascalia: La Feuille n° 3 del 27 novembre 1897. Disegno di Steinlen. L'accusa "Associazione di malfattori" spesso sostenuta ieri contro gli anarchici per imprigionarli, potrebbe forse essere applicata a certi dei suoi ufficiali che, protetti dalla ragion di Stato...


Nel primo numero di questa rivista, Zo d'Axa aveva definito L'En Dehors (colui che sta fuori) come colui che "nessuno arruola e che è guidato soltanto da una natura impulsiva , il passionale complesso, il fuori legge, il fuori scuola, l'isolato ricercatore dell'oltre!".

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Didascalia: La Feuille n° 4 del 17 dicembre 1897. Disegno di Steinlen. Difendere Dreyfus, certo. Ma che si fa per il "soldatino" indisciplinato Charles Hatier che, condannato a morte per aver dato uno spintone ad un superiore, attende ad Algeri il plotone di esecuzione?

Criticando violentemente le istituzioni ed i costumi, aveva proclamato, superbamente, la sua fede nella rivolta, "il suo desiderio di vita libera e girovaga, fuori dai binari della legge". Rifiutando di lasciarsi intruppare, anche sotto la bandiera dell'"ideale anarchico", non aveva esitato ad aiutare gli anarchici imprigionati e le loro famiglie. Aveva pagato caro il prezzo di questa solidarietà: prigione ed esilio. E il fuori da ogni mischia aveva fatto naufragio in mezzo a tempeste: debiti, perquisizioni, pignoramenti...


Un uomo che non urla con i lupi

1897. L'affare Dreyfus lacera il paese. Zo d'Axa non può tacere. C'è troppoda temere e troppo da sperare da una situazione politica così instabile ed esplosiva in cui si confrontano ben al di là dei fatti stessi delle forze antagoniste potenti il cui scontro violento potrebbe favorire l'avvento di una società migliore. La Feuille è lanciata in questa tormenta, "ad ogni occasione".
la-feuille02.jpg
Didascalia: La Feuille n° 6 del 21 gennaio 1898. Disegno di Steilen. Gli elettori di Meudon massacrarono l'altro giorno un vecchio cocchiere... Non appena un povero diavolo è senza difesa, vi sono dei valorosi che si si fanno avanti... I tacchi degli stivali colpiscono la testa. Tentare di strappare alla massa una delle vittime del loro linciaggio scatena delle rabbie da bestie a cui si tentasse di strappare la preda".

"Ci ritroviamo", scrive d'Axa nel primo numero, "quelli di L'En Dehors di un tempo. Ed altri arrivano audaci e nuovi. Riprendiamo la strada. Ecco La Feuille. Scriverà le sue brevi note sul verso della storia di quel tempo. Meglio di un settimanale remoto, più spontaneo di un quotidiano, con un titolo sempre nuovo, è il grido, la bozza, il manifesto".


 

Didascalia: La Feuille n° 11 del 3 maggio 1898. Disegno di Steinlen. Manifesto programma del candidato di La Feuille incollato sui muri di Parigi durante le elezioni legislative.Votate tutti per l'asino bianco Nullo. Sono la bestia che occorre alla bella democrazia".


"Ed è un'arma". La Feuille, scriverà Victor Méric [2], non era semplicemente "della carta con sopra dei caratteri neri, delle righe che si succedevano, della prosa che si svolgeva. Era una pubblicazione adatta ad incendiare le intelligenze, un petardo alla melinite adatto a far saltare le coscienze, qualcosa come un lampo improvviso nell'abisso opaco delle ignoranze, degli egoismi impauriti, delle vigliaccherie tenaci. La parola d'ordine lanciata alle ribellioni. Il gesto e il grido che tutti i seduti, tutti i ricurvi attendono per drizzarsi in piedi, più arditamente nella vita. Perciò questo "foglio" sconcertava gli spiriti. Non era affatto dreyfusarda come l'avremmo voluta... Essa si preoccupava poco dell'innocenza del capitano...".


Attacchi a tutto campo

"Se questo Signore (Dreyfus) non fu un traditore, scrive Zo d'Axa in La Feuille del 17 dicembre 1897, fu capitano". Cioè, un un ufficiale come gli altri, sciovinista, rigido, implacabile forse, inconsapevole, certo, della posta della propria causa. Certo, i militari, "questi mantenuti dalla pace, (che), nelle città di guarnigione, preparano meglio il pernod che la rivincita", il nostro libellista non li porta nel suo cuore. Sappiamo perché. Li ha conosciuti da vicino. E quando parla dei carceri militari, dei consigli di guerra che non esitano a fucilare il "soldatino" insubordinato, è alla sua esperienza che egli si richiama, esperienza d'altronde comune a molti dei suoi contemporanei, costretti allora ad un servizio militare di tre anni (Feuille 4: réhabilitation civile et exécution militaire [riabilitazione civile ed esecuzione militare]. Zo d'Axa si impegna dunque a fondo nella lotta; denuncia le macchinazioni militari, le manovre e le menzogne dello Stato maggiore (Feuille 17: En joue... faux [Mira... sbagliata]; è entusiasta di servire a questi Signori, nel suo Feuille 4, il capo d'accusa di Association de malfaiteurs [Associazione a delinquere] in nome del quale un buon numero di anarchici sono stati condannati, ma ritrae fianco a fianco l'esercito e la magistratura La Feuille 23: Saluons-les [Salutiamoli], perché la giustizia non è innocente: sempre comprensiva con i forti o i furbi Feuille 8: Mort-aux-vaches [Morte agli sbirri], è crudele con i piccoli ed anche con i bambini La Feuille 6: A propos de botte, [A proposito di stivali], insensibile e parziale con gli indifesi Feuille  22: On détrousse au coin des lois, [Si ruba negli angoletti delle leggi], inflessibile infine con coloro che hanno commesso dei reati d'opinione o si sono scontrato con i rappresentanti dell'ordine La Feuille 15: Le gendre et la veuve, [Il genero e la vedova].
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Didascalia: La Feuille n° 12 del 18 maggio 1898. Disegni di Steinlen. "Nella calda domenica di maggio in cui il popolo correva alle urne, l'asino bianco, il candidato di Nullo posto su un carro di trionfo e trainato dagli elettori, attraversò Parigi, la sua buona città". Un trionfo. Preso dalla polizia, il "candidato ufficiale" è ricevuto alla prefettura.
Si nota senza alcuna difficoltà che il polemista, benché si sia impegnato personalmente, non si lascia coinvolgere né in un campo né nell'altro: getta uno sguardo lucido, impertinente sul "grande affare" che gli serve da rivelatore e da trampolino per smontare per smontare, a partire da fatterelli di attualità, i meccanismi di una società che favoriscono i possidenti, siano essi ebrei o cristiani, e schiacciano i deboli. La grève des juifs [Lo sciopero degli ebrei], La Feuille 18, notevolmente illustrato da un artista come Steinlen, dai tratti sobri, ombrosi e potenti, permette di constatare con amarezza la mancanza di solidarietà dei ricchi ebrei in uno sciopero che rende servizio alla causa del "loro " capitano. Il soldato e lo scioperante esprimono in un faccia a faccia silenzioso ciò che li unisce e ciò che li separa, inevitabilmente.
Zo d'Axa se la prende anche con la stampa, la stampa scandalistica, quella che si arricchisce con il crimine (Feuille 2: "10 delitti per un soldo"), quella che pratica l'acchiappacitrulli, grazie al "terzetto" dell'epoca (Feuille 16: "Le dritte di La Patria")... La Patrie, il giornale di Millevoye, un antidreyfus notorio. Attacca in modo corrosivo la stampa nazionalista, militarista ed antisemita, lotta contro, con rammarico, sembra, Rochefort il ribelle, il quasi comunardo, l'esiliato di un tempo, che, nel suo Intransigeant moribondo, tradisce la causa rivoluzionariaFeuille 14: "Rochefirt è morto"). In quanto all'infame Drumont, lo assimila schiettamente per incitazione al crimine antisemita, a Vacher, uno squilibrato che trucida i pastorelli (Feuille 19: "Drumont e Vacher").
Tranquillamente, le foglie cadono... Tutti gli argomenti sono validi. Il linciaggio recente di un cocchiere lo porta a fustigare la bestialità e l aferocità della folla (FeuilleFeuille 7: "Le pecore di Boisdeffre"), il generale, capo dello stato maggiore responsabile dello scatenamento dell'Affare Dreyfus, il cui nome lo ha visibilmente ispirato [3]. "La Francia, constata Zo d'Axa con amarezza, è diventata una rana che si adesca con un paio di mutande rosse". Così, quando un gruppo di minatori di Pas-de-Calais canta la gloria dell'esercito, non può trattenere la sua collera: "Amate l'esercito, questo guardiano del vostro onore e della vostra dignità... va di lusso. Amate i fucili Lebel che sparano da soli, come a Fourmies, le baionette vicino ai pozzi in cui i vostri compagni fanno sciopero..." (Feuille 24: "L'operaio onesto").
Un altro soggetto affrontato nel primo e ultimo numero, lo preoccupa vivamente: si tratta della recente alleanza franco-russa. Questa unione "della Marsigliese e dello knut" è per lui un raggiro, di cui il popolo, un giorno farà le spese. "La penuria russa è contagiosa". Ma è certamente il suffragio universale che eccita di più l'estro del rivoluzionario, del perfetto individualista. Egli si compiace nel dimostrare in alcuni numeri (Feuilles 9, 11 e 12) che questa pratica repubblicana è un'enorme farsa. E questa farsa, in pieno periodo elettorale, egli la mette in scena. Benché sia un convinto sostenitore dell'astensione, farà campagna per "il" buon candidato. Ma questo futuro eletto non è altro che un asino bianco (come una scheda), chiamato Nul (Nullo) come un candidato, che conoscerà un vero successo il giorno dello scrutinio. Pagliacciata che terminerà alla prefettura della polizia. Con questo fatto, l'animale diverrà un "candidato ufficiale 6: "Argomenti che colpiscono"), lo spirito gregario della massa ed il suo gusto smodato per manifestazioni patriottarde!".
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Didascalia: La Feuille n° 19 del 3 novembre 1898. Disegno di Anquetin. Mostri vendicatori, nascosti nelle tenebre, all'ombra della croce, Drumond, il grande fratello predicatore dell'antisemitismo e Vacher, l'assaino mistico di giovani pastori, spiano la loro preda...
L'infanzia martire esiste. Zo d'Axa cita dei nomi e sfida i suoi dettrattori a smentire le sue affermazioni. Penetriamo con lui nell'universo allucinante delle colonie penitenziarie, queste caserme disciplinari dei bambini in cui i ragazzi sono percossi selvaggiamente, detenuti, incatenati, senza nutrimento, in celle umide in cui certi scelgono la morte (Feuille 20 e 21). Anche i suoi amici di ieri,  i retorici della Sociale, promettitori del benessere futuro, sono duramente strigliati: "È mentire promettere ancora dopo tante promesse... Ognuno la sua strada!"
Zo d'Axa ha detto tutto in questi 25 fogli. Perché riprtersi? Preferendo il silenzio, un silenzio che durerà trent'anni, ha ripreso la sua strada, solo con nel cuore"l'altera volontà di vivere".
"Al di fuori, basta osare!", questa era la sua insegna.
Un vicolo cieco? A voi la sentenza.
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Didascalia: La Feuille n° 21 del 1° dicembre 1898. Disegno di Maximilien Luce. Nelle colonie penitenziarie "con il bastone e con la fame, si fanno morire dei bambini". È il "Biribi" [Caserma punitiva del nord Africa] dei ragazzi.
Scheda tecnica di La Feuille.

Direttore-fondatore-redattore: Zo d'Axa.
Indirizzo: 25, rue de Navarin, Paris.
Editori e responsabili: in successione Pauvert, Polvliet, Fétis, Dupont, Lacour e Matteoda. Questi molteplici cambiamenti danno un'idea delle difficoltà economiche che Zo d'Axa ha dovuto incontrare per pubblicare la sua serie di Feuille.
Numeri editi: La collezione completa è costituita di 25 numeri; da La Feuille 1, datata 6 ottobre 1897 a La Feuille 25, datata 28 marzo 1899.
Periodicità: il ritmo di apparizione è irregolare, mensile o bimensile: la data di stampa è indicata, in piccoli caratteri, in basso e a destra del verso.
Costo: la rivista è venduta a 5 centesimi i tre primi numeri, 10 centesimi successivamente. L'abbonamento per 50 numeri, a 3 franchi all'inizio, passa a 6 franchi da La Feuille n° 4; poi ritorna a 3 franchi per 25 numeri.
Tiratura: sconosciuta. Si può ragionevolmente pensare che la diffusione di un giornale così "fastidioso" non abbia che potuto essere che limitata.
Vendita: Si effettua per numero, per abbonamento. Con possibilità di vendita all'ingrosso. Il numero 7 è stato distribuito in anteprima ai lettori di L'Aurore. In seguito, la collezione compèleta di 25 numeri è stata venduta con una copertina arancione in cui appare, oltre il titolo della rivista e del suo redattore, la lista dei disegnatori e l adata, Parigi 1900. Si trova spesso, unitamente a questa collezione, un manifestino che annuncia la pubblicazione di un libro di 300 pagine, edito dalla Société libre d'édition des gens de lettres, che riprende la maggior parte dei testi apparsi in La Feuille e la totalità dei suoi disegni: Les Feuilles de Zo d'Axa. Un manifesto di lancio della rivista, stampata in nero e giallo, è stato pubblicato in due formati dalla tipografia Verneau. Parigi.


CARATTERISTICHE DELLA RIVISTA.

Di grande formato (45x31,5 cm), La Feuille comporta, sul recto, un grande disegno a piena pagina; sul verso, il testo; da ogni lato, il titolo dell'articolo del giorno;
I disegni, tutti inediti, sono stampati in bianco e nero, ad eccezione dei due primi che offrono uno o due toni supplementari;
Non si trova alcuna traccia di annunci pubblicitari;
La stampa è realizzata in tipografia; il nome dell'incisore, Berrin et Cie, appare in numerose tavole. Delle tirature litografiche dei disegni di Steinlen sono state realizzate a parte;
All'eccezione di La Feuille n° 17, i disegni sono presentati nel senso dell'altezza;
La Feuille 11 e La Feuille  12, per poter essere affisse, sono state stampate su un solo lato e in un formato doppio. La Feuille 11 reca anche la consueta presentazione;


COLLABORATORI DELLA RIVISTA.

Zo d'Axa è l'unico redattore della rivista e Steinlen, il principale disegnatore: 17 numeri su 25 sono in effetti illustrati da lui. Hermann Paul fornirà tre disegni, mentre gli altri disegnatori Willette, Léandre, Couturier, Anquetin e Luce non illustreranno che un solo numero. Si noterà, cosa rara, che i disegni non sono accompagnati da nessuna didascalia. Il testo, in questa rivista, rivendica il primo posto.
La violenza trattenuta delle immagini di Steinlen, lungi dal porre in evidenza servilmente il testo, rivalizza molto bene con la foga irrispettosa di Zo d'Axa. Qualità che contribuiscono a dare a La Feuille un posto d'onore nella stampa di quest'epoca. Un posto importante sottolineato da André Salmon: "L'Assiette au Beurre, a suo parere, aperta ad ogni ispirazione sovversiva", sarebbe a suo avviso, l'erede diretta del giornale di Zo d'Axa. Giudizio a cui mi allineo.
NOTE

[1] Questa legge rafforzava l'apparato repressivo già accresciuto con la legge del 12 dicembre 1893. Il Terrore nero, di André Salmon, traccia in modo rilevante la storia del movimento anarchico francese.
[2]  Victor Méric, in Scene e cavaletti, dedica a Zo d'Axa, il primo capitolo del suo libro, Librairie Valois, Paris 1931.
(3) Charles Le Mouton de Boisdeffre.


Un antico riferimento
Gli estimatori di Zo d'Axa, di Steinlen, o di La Feuille  devono sapere che un'associazione "le Vent du Ch'min", oggi scomparsa, ha ristampato verso il 1979 nel suo formato originale, la serie completa dei 25 "feuilles", con una presentazione di Léo Champion.

Un riferimento recente
La nipote di Zo d'Axa, Béatrice Arnac, ha pubblicato Zo d’Axa, l’En Dehors, un libro di 284 pagine, illustrato con molti documenti, per le édition culturelle, Route Condé, 1612O BASSAC.

[Traduzione di Ario Libert]


Link al post originale:
La Feuille (1897-1899)

Link interni:
Zo d'Axa. Il Candidato di "La Feuille"; Agli Elettori; E' stato eletto, 1898
Breve biografia di Zo d'Axa scritto da sua nipote Béatrice Arnac d'Axa


LINK alla raccolta dei numeri di "La Feuilles" da Internet Archive:
Les Feuilles, 1900
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Published by Ario Libert - in Riviste libertarie
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25 maggio 2009 1 25 /05 /maggio /2009 05:00

L'interessante sito La Bouche de Fer, oltre ad interessanti articoli possiede anche una rilevante sezione fumettistica curata da un certo OLT, in cui sono narrate attraverso una o più tavole vicende epocali del movimento anarchico o di alcune sue figure del politiche. La prima storia che presentiamo, la più lunga della serie, riguarda Nestor Makhno e si sviluppa per 12 tavole. Sulla figura di Makhno e del suo movimento di resistenza proporremo prossimamente anche degli articoli inediti. 

MAKHNO













 













 
























 














 











 




























 

[SEGUE]



[Traduzione di Ario Libert]

Link:
La Bouche de Fer [Makhno]
  
  

LINK pertinenti:

Satira libertaria. OLT

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Published by Ario Libert - in Fumetto libertario
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24 maggio 2009 7 24 /05 /maggio /2009 08:00
Allo scopo di far conoscere Zo d'Axa, un interessante esponente della grande famiglia libertaria di orientamento anarchico, presentiamo  tre articoli tratti dal suo celebre giornale La Feuille che il giornalista, anzi polemista, francese scrisse in occasione delle elezioni legislative del 1898 in pieno caso Dreyfus.

Elevando la Provocazione ad arte, Zo d'Axa, propose attraverso il suo organo di informazione di candidare un asinello bianco degno di apparire nel consenso parlamentare come collega dei legislatori nazionali. La proposta, come si può leggere negli articoli presentati ebbe un grandisssimo successo e fu al centro di una grande agitazione che d'Axa seppe gestire magnificamente evitando incidenti, accontentandosi di dissacrare un rito  già all'epoca percepito come osceno ed esso stesso provocatorio.

L'asino fu chiamato, molto astutamente, Nul, e cioè Nullo, di modo che i suoi sostenitori invitando a votare per lui invitavano in realta ad annullare le schede, cioè invitavano all'annullo della scheda elettorale, in francese: annulle omofono di asino Nullo: âne Nul.

La campagna conobbe un successo enorme tanto da rimanere celebre a distanza di decenni. Gli opuscoli contenenti questi tre articoli di Zo d'Axa furono continuamente ristampati ed oggi sono facilmente reperibili in rete presso vari siti. Noi abbiamo attinto al materiale reso disponibile dall'Istituto Internazione di Storia Sociale di Amsterdam per i testi e per le illustrazioni dal blog Caricatures & caricature. Le note sono nostre e dovrebbero aiutare ad afferrare un po' meglio il contesto storico. I disegni sono di Léandre. Questo primo articolo  uscì sul su La Feuille in data 8 aprile 1898.

 

Il Candidato di “la feuille”

 

la-feuille--01.jpgDisegno originale di Léandre per il numero di Il candidato di La Feuille del 1898.

 


la-feuille--le-candidat.jpg Il numero di La Feuille del 1898 in cui era proposto quale candidato NUL.


ALLE URNE! 

Il periodo elettorale è aperto: corse campestri, concerti, frasi e fraseggiatori- il periodo!- periodo roboante in cui scorrono tutti i motivetti ben noti.

Le note gravi dei contrabbassi opportunisti, la voce dei pifferi socialisti, il cappello cinese dei radicali che si suona con piedi e mani, dirigono l’accattivante frastuono che fa rinnovare i mandati.

È il preludio alla grande orchestra- canto e ricatti, frottole… Si suonano il Triangolo e la Croce.

Tutte le promesse suonano in campo ed il tamburo batte per la città. La pelle d’asino antisemita riunisce i figli della patria: figli di truppa e figli da coro.

Nei collegi elettorali, carillon, conservatori, l’accordo è più sconcertante: quando Marcel Sembat dà il La, André Vervoort lancia il Do.

Benché turbati, gli elettori si apprestano a riprendere il ritornello. Sotto la bacchetta dei direttori d’orchestra tutti i votaioli si metteranno a cantare. Pazienza se non cantano bene, Candidati! Ai vostri tromboni. Popolo sovrano! Attenzione… Rinnoveremo il parlamento. Uno, due! Uno, due! Popolo! Alle urne!... Sinistra, destra! È per la Repubblica! Uno, due! Sinistra, destra! A misura…

E voi, gli astensionisti! Quelli che non marciano al passo, al dito, con gli sguardacci e con il bastone- fate attenzione! La misura non vale nulla… 


Semplici Riserve 

Avevo sempre creduto che l’astensione era il linguaggio muto che conveniva servirsi per indicare il proprio disprezzo per le leggi e i loro creatori.

Votare, mi dicevo, è rendersi complici. Ci si assume la propria parte per le decisioni prese. Le si ratifica anticipatamente. Si fa parte della banda e della truppa.

Come rifiutarsi di inchinarsi davanti alla Cosa legiferata se si accetta il principio della legge brutale del numero?

Non votando, al contrario, sembra perfettamente logico non sottomettersi mai, resistere, vivere in rivolta.

Non si è firmato il contratto.

Non votando, si resta se stessi. Si vive come un uomo che nessun Pinco Pallino deve vantarsi di rappresentare.

Si disdegna Tortallacrema.

Soltanto così si è sovrani, perché non si è cancellato il proprio diritto, perché non si è delegato nessuno. Si è padroni del proprio pensiero, coscienti di un’azione diretta.

Si possono disdegnare le chiacchiere.

Si evita l’idiozia di far affermare il parlamentarismo e di eleggere, allo stesso tempo, i membri del parlamento.

Evito di insistere. Si perde fede nel popolo stesso: gli ultimi elettori sghignazzano.

Il contadino rinuncia a implorare. L’operaio sogna ad altri mezzi…

Nulla di buono è uscito dall’Urna.

Mai, a causa della miseria, vi sono stati così tanti suicidi. Cosa si è fatto contro la disoccupazione? Cosa non si è fatto contro il pensiero? Leggi eccezionali, leggi scellerate…

Presto, più del suffragio, sarà lo schifo ad essere universale.

Considero prudente decretare presto il famoso voto obbligatorio. Senza ciò, nel ventesimo secolo, presumo che i funzionari sarebbero i soli a risultare come elettori.

Voterebbe, in ordine, lo stato maggiore.

Voterebbero anche i magistrati, gli assistenti e gli agenti di polizia.

L’Urna, da cui nulla di buono esce, diverrebbe il vaso di Pandora- il gendarme.

 

Candidature e Candidature 

Queste osservazioni correnti e qualche altra ancora erano bastate, sinora, ad allontanarmi dal piattino dell’elemosina in cui gli eletti trovano venticinque franchi. Non avevo fatto ad alcun candidato l’elemosina richiesta di una scheda elettorale.

Avevo torto.

Ecco che si parla, molto a proposito, delle candidature dette di protesta.

Non si tratta più di nominare dei politici; i filosofi entrano in lizza [1]. L’orizzonte si apre verso il pane gratuito. Si manifesta per l’amnistia. Ci si pronuncia contro gli ebrei, si plebiscita per Dreyfus.

Eccole, le idee generali!

È finito il tempo dei programmi. Millerand mostra delle piattaforme. Non è più questione di trespoli…

La verità è in marcia. Se è stanca, prima del traguardo è bene offrirle una sedia.

Sembra che si stia per eleggere un deputato; ma è l’Idea che sta per sedersi.

 

Il Dovere dei Buoni Francesi

 

Arriva un momento in cui si capisce l’opera che potrebbe compiere un parlamento veramente democratico.

Un’ora risuonante- in genere quella in cui si pone la propria candidatura- un’ora risuonante, argentina, in cui si avverte l’urgenza della politica alla camera dei deputati. Vi sono sicuramente molte cosa da fare in seno alla camera- quel seno che non si sapeva vedere.

Dall’alto della tribuna parlamentare, le parole acquisiscono in portata. Si ripercuotono sin nei più piccoli borghi del paese.

Si commentano all’estero.

Gli stranieri spiano. Non dimentichiamolo. I buoni Francesi hanno un dovere:

Eleggere un parlamento degno di essi.

 

Degli Uomini

 

Allora si agita il problema di una rappresentanza veramente nazionale. Ma quali uomini vi sono qualificati? Quali cittadini bisogna scegliere?

Cerco tra i più grandi.

Millevoye, Dérouléde esitano… E Rochefort, meno avena selvatica, si dedica alla vita di famiglia.

C’è malgrado tutto Edouard Drumond, inflessibile come ai giovani tempi; ma il Maestro ci è sottratto da dei Cabili che non votano. Cosa è rimasto a Marsiglia in cui cantavano per lui i poeti:


I tuoi discepoli formati alla scuola del Maestro,

Non ignorano la devozione;

Su di essi nessun neo potrà mai nascere:

L’hanno promesso in un giuramento.

 

Ah! Questa promessa… ah! Questi nei… Drumond è partito lo stesso verso inquietanti Casbah.

Già l’Africa acclama il Maestro di cui tutte le donne baciano la mano. Ma sarà deputato di Algeri? È in arabo che si acclama, in spagnolo, in maltese. Vi sono dei brindisi italiani. Ve ne sono altri in maccheronico. Non si sa ancora esattamente cosa pensano gli elettori.

Tuttavia si può sperare. Il tempo è bello. La fisionomia del Maestro, la sua figura caratteristica, impressiona favorevolmente gli antisemiti chiaroveggenti. Sin dal suo primo apparire si solleva un clamore: Morte agli Ebrei!...

L’eco risponde: Viva Drumond!

Non sono che rose e fiori, banchetti in onore del Maestro. I marabutti, familiarmente, lo chiamano Sidi Cuscus.

 

Il più degno

 

La conquista di alcuni feudi elettorali da questi o quei capi di partito sarebbe d’altronde insufficiente per modificare la situazione. Si sogna piuttosto una specie di boulangismo che permetterebbe alle persone oneste di manifestare nel contempo, e senza la minima ambiguità, su tutta la superficie del paese. Si vorrebbe che un grido popolare riassumesse le aspirazioni, le rabbie, o, almeno, il disprezzo di una nazione di cui ci si è troppo beffati…

È impregnato di questo pensiero che siamo andati, nel suo rifugio, a far visita ad un Maestro a cui nessuno avrebbe mai pensato, un modesto a cui nessuno negherà il suo esatto significato.

Oggi, ho l’onore di presentare questo maestro al popolo.

Lo si chiama Mastro Aliboron [2]. Tutto ciò sia preso in considerazione. L’asino per cui sollecito il suffragio dei miei concittadini è un compare dei più graditi, un asino leale e ben ferrato. Pelo curato e fine garretto, bella voce.

Un asino, vi dico- quattro zampe e due grandi orecchie. Un asino che raglia e deve pensare, vedendo brulicare i bipedi,

 

    … i giudici, gli ufficiali giudiziari,

I clericali, i procuratori, i sergenti, i cancellieri:

Parola mia, non più di noi, l’uomo non è che una bestia!

 

Un asino non troppo intelligente, un saggio che non beve che acqua e indietreggerebbe di fronte ad un calice di vino.

A parte questo, il tipo compiuto di un deputato maggioritario.

 

Votate per lui!

 

Non mi piace adulare il popolo. Ecco il candidato che si merita. A Roma, ai tempi della decadenza, la plebe acclamava un cavallo come console.

L’asinello deve trionfare nella repubblica opportunista.

Non ho parlato di boulangismo? In bene! Sì, un boulangismo, ma senza generale con il pennacchio, senza cavallo nero decorativo:


È un asino, un asino, un asino,

È un asino che ci occorre.

 

E l’asino è pronto. Sta per correre alle riunioni. Lo si vedrà per le strade di Parigi. I suoi amici spiegheranno il suo programma e gli astensionisti stessi, per una volta, andranno a votare.

È un asino bianco.

Si chiama Nullo.

Le schede bianche, le schede annullate, conteranno infine- e saranno contate…

Da subito grandi manifesti illustreranno sui muri il manifesto del candidato.

Un comitato si costituisce: degli scrittori, degli artisti, qualche oratore dei club. Preziose collaborazioni sono state acquisite. Che i Filistei diffidino: l’Asino trotta verso palazzo Borbone.

 

Votate per Lui!!

 

Un regime si sotterra con allegria.

Sarebbe ingannarsi, in parte, credere ad uno scherzo, a qualche burla di Montmartre.

Reazionari, conservatori, socialisti disingannati, tutti gli scoraggiati di questa repubblica costituiscono una maggioranza che può, sorridendo, esprimersi.

Bisogna votare per l’asino Nullo [3].

Non facciamoci illusioni: si tenterà di impedire al nostro eletto di raggiungere la scuderia del quai d’Orsay [4]. Lo si perseguiterà forse. Il deposito comunale lo aspetta sicuramente.

Ma vedremo l’autorità di cui gode di cui godrà la nuova Camera, quando, all’oratore in preda all’effetto da tribuna, qualcuno dalle gallerie griderà:

-Basta! Chiedo la parola per il vostro collega l’Asino bianco.



NOTE:

[1] In Francese la parola lice, oltre al significato di lizza può significare anche cagna da caccia, (sarà un caso?).

[2] Aliboron è il nome che la tradizione letteraria francese associa all'asino ed è stato reso celebre dalle favole di Jean de la Fontaine

[3] L'âne nul, omofoneticamente suona allo stesso modo di annulle, cioè annullamento. L'asino bianco, quindi, era un invito ad andare a votare ed annullare le schede, visto che, giustamente, come ogni persona onesta sa, dopo ogni elezione le cose rimangono tali e quali se non peggio in quanto esse mostrano la docilità del gregge elettorale a farsi prenderer in giro ed obedire compatto.

[4] Si tratta ovviamente della celebre "stalla del Parlamento" parigina.


Link al sito dell'Istituto Internazionale di Storia Sociale:
http://www.iisg.nl/collections/zodaxa/feuilles109.php

Link al sito di Le Grenier ses Insoumis contenente l'immagine utilizzata:
http://pagesperso-orange.fr/Tresors.Oublies/LaFeuille/DAxa-Candidat.htm










AGLI ELETTORI







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AGLI ELETTORI

 

ELETTORI,


presentandomi ai vostri suffragi, vi devo alcune parole. Eccole:

Di vecchia famiglia francese, oso dirlo, sono un asino di razza, un asino nel buon senso della parola- quattro zampe e pelo dappertutto.

Mi chiamo Nullo, come lo sono i miei concorrenti candidati.

Sono bianco, come lo sono molte delle schede elettorali che cu si ostinava a non contare e che, ora, torneranno a me.

La mia elezione è assicurata.

Comprenderete che parlo franco.

 

             CITTADINI,


Vi si inganna. Vi si dice che l’ultima Camera composta da imbecilli e truffatori non rappresentava la maggioranza degli elettori. È falso.

Una Camera composta da deputati babbei e da deputati truccatori rappresenta, al contrario a meraviglia, gli Elettori che siete. Non protestate: una nazione ha i delegati che si merita.

Perché li avete nominati?

Non disturbatevi tra di voi, per convenire che più cambia più è la stessa cosa, che i vostri eletti si burlano di voi e non pensano che ai loro interessi, alla vanagloria o al denaro.

Perché dovreste rieleggerli domani?

Sapete molto bene che tutto un blocco di coloro che invierete a sedere in Parlamento venderanno i loro voti contro un assegno e faranno commercio di cariche, funzioni e tabaccherie.

Ma per chi l tabaccherie, i posti, le sinecure se non per i Comitati di elettori che si pagano in tal modo?

Gli addestratori dei Comitati sono meno ingenui della truppa.

La Camera rappresenta l’insieme.

Occorrono degli stupidi e dei furbacchioni, occorre un Parlamento di imbecilli e di Robert Macaire per personificare allo stesso tempo tutti i votaioli professionisti ed i proletari depressi.

E questo, siete voi!

Vi si inganna, buoni elettori, vi si beffa, vi si adula quando vi si dice che siete belli, che siete la giustizia, il diritto, la sovranità nazionale, il popolo-re, degli uomini liberi. Si raccolgono i vostri Voti ed è tutto. Non siete che dei frutti… delle Pere.

Vi si inganna ancora. Vi si dice che la Francia è sempre la Francia. Non è vero.

La Francia perde, giorno dopo giorno, ogni significato nel mondo- ogni significato liberale. Non è più il popolo coraggioso, che corre dei rischi, seminatore di idee, distruttore del culto. È una Marianna inginocchiata di fronte al trono degli autocrati. È l’autoritarismo rinascente più ipocrita che in Germania - una tonsura sotto il berretto militare.

Vi si inganna, vi si inganna incessantemente. Vi si parla di fraternità e mai la lotta per il pane è stata più aspra e mortale.

Vi si parla di patriottismo, di patrimonio sacro- a voi che non possedete nulla.

Vi si parla di probità; e sono i pirati della stampa, dei giornalisti pronti a tutto, maestri disonesti o maestri incantatori, che cantano l’onore nazionale. I sostenitori della Repubblica, i piccolo borghesi, i signorotti sono più duri verso i pezzenti dei padroni degli antichi regimi. Viviamo sotto il controllo dei caposquadra.

Gli operai debilitati, i produttori che non consumano, si accontentano di rosicchiare pazientemente l’osso senza midollo che è stato loro gettato, l’osso del suffragio universale. Ed è per delle frottole, per delle discussioni elettorali che essi muovono ancora la mandibola- la mandibola che non sa più mordere.

Quando a volte dei figli del popolo scuotono il loro torpore, essi si trovano, come a Fourmies, di fronte al nostro vigile esercito… Ed il ragionamento dei fucili mette loro del piombo in testa.

La giustizia è eguale per tutti. Gli onorevoli pieni di mazzette di Panama viaggiano in carrozza e non conoscono il calesse. Ma le manette stringono i polsi dei vecchi operai infermi che si arrestano come vagabondi!

L’ignominia dell’ora presente è tale che nessun candidato osa difendere questa Società. I politici imborghesiti, reazionari o allineati, maschere o nasi finti repubblicani, vi gridano che votando per essi, le cose andranno meglio, andranno bene. Coloro che vi hanno già preso tutto vi chiedono ancora qualcosa:

date i vostri voti, cittadini!

Gli accattoni, i candidati, i ladruncoli, i galoppini hanno tutti un modo speciale di fare e rifare il Bene pubblico.

Ascoltate i bravi operai, i medicastri del partito: vogliono conquistare il potere… allo scopo di meglio sopprimerli.

Altri invocano la Rivoluzione, e costoro si ingannano ingannandovi. Non saranno mai degli elettori che faranno la Rivoluzione. Il suffragio universale è stato creato appositamente per impedire l’azione virile. Il buffone si diverte a votare…

E poi anche se qualche evento facesse precipitare degli uomini in strada, anche con un colpo di forza, una minoranza agirebbe, cosa aspettarsi poi e cosa sperare dalla massa che vediamo brulicare- la massa vile e senza pensiero.

Andate! Andate, gente della massa! Andate elettori! Alle urne… E non lamentatevi più. Basta. Non cercate di impietosire sul destino che vi siete costruito. Non insultate, successivamente, i Padroni che vi siete dati.

Questi padroni ve li meritate, se vi rubano. Essi valgono indubbiamente di più; valgono venticinque franchi al giorno, senza contare i piccoli profitti. E va bene così:

L’Elettore non è che un candidato fallito.

Al popolo dai calzerotti lanosi, piccoli risparmi, piccole speranza, piccoli commercianti rapaci, pesante populo addomesticato, ci vuole un Parlamento mediocre che svende e che sintetizza tutta la bassezza nazionale.

Votate elettori! Votate! Il Parlamento promana da voi. Una cosa è in quanto deve esistere, perché non può essere altrimenti. Fate la Camera a vostra immagine. Il cane ritorna sul suo vomito- voi fate ritorno sui vostri deputati…

 

             CARI ELETTORI,

 

Facciamola finita. Votate per loro. Votate per me.

Sono la Bestia che occorre alla Bella Democrazia.

Votate tutti per l’asino bianco Nullo, i cui calci sono più francesi dei ragliamenti patrio tardi.

I mattacchioni, i falsi brav’uomini, il giovane partito della vecchia guardia: Vervoort, Millvoye, Drumont, Thiébaud, fior fiore di letamaio elettorale, cresceranno meglio sotto il mio escremento.

    Votate per loro, votate per me!

                      Il Pubblico Affissatore: Zo d’Axa (3 maggio 1898).


 

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Ascoltate l’edificante storia di un grazioso asinello bianco, candidato alla Capitale. Non è un racconto di Mamma Oca né una storia di Il Giornalino. È una storia vera per i vecchi ragazzi che ancora votano:

 

Un burricco, figlio del paese di La Fontaine e di Rabelais, un asino così bianco che il Signor Vervoot ne ha mangiato ghiottamente, tramava al gioco elettorale un mandato di legislatore. Giunto il giorno delle elezioni, questo burricco, candidato-tipo, rispondente al nome chiaro di Nullo, fece una manovra dell’ultima ora.

In una calda domenica di maggio in cui il popolo correva alle urne, l’asino bianco, il candidato Nullo, aggiogato ad un carro trionfale e trainato dagli elettori, attraversò Parigi, la sua buona città.

Ritto sulle zampe, orecchie al vento, erigendosi fiero dal veicolo tappezzato dai suoi manifesti- dal veicolo a forma d’urna! La testa alta tra il bicchiere d’acqua e il campanello presidenziale, egli passò tra le indignazioni e gli applausi ed le battute…

L’Asino vide Parigi che lo guardava.

Parigi! La Parigi che vota, la calca, il popolo sovrano ogni quattro anni… Il popolo abbastanza allocco da credere che la sovranità consista nel nominare dei padroni.

Come parcheggiati davanti ai Comuni, stavano branchi di elettori, degli inebetiti, dei feticisti che reggevano la scheda elettorale con cui dicevano: abdico.

Il Signor Tal dei Tali li rappresenterà. Li rappresenterà tanto meglio in quanto non rappresenta nessuna idea. E ci riuscirà! Si faranno delle leggi, si pareggeranno dei conti. Le leggi saranno delle catene in più, i bilanci, delle nuove imposte…

Lentamente, l’Asino percorre le strade.

Al suo passaggio, i muri si ricoprono di manifesti che membri del suo comitato aveva affisso, mentre altri distribuivano i suoi proclami alla folla:

“Riflettete, cari cittadini. Sapete che i vostri eletti vi ingannano, vi hanno ingannato e vi inganneranno- e malgrado tutto andate a votare… Votate dunque per me! Eleggete l’Asino!... Non sono più bestia di voi tutti”.

Questa franchezza, un po’ brutale, non piaceva a tutti.

-Ci insultano, urlavano gli uni.

-Si ridicolizza il suffragio universale, gridavano gli altri più giustamente.

-Lurido Ebreo!

Ma delle risate echeggiavano sonore. Si acclamava il candidato. Valorosamente l’elettore si burlava e di se stesso e dei suoi eletti. I cappelli si agitavano e così i bastoni da passeggio. Delle donne gettavano dei fiori…

L’Asino passava.

Scendeva dall’alto di Montmartre recandosi verso il Quartiere Latino. Attraversò i grandi boulevards, i grandi viali alberati, il Croissant dove si cucinano, senza sale, le notizie ordinarie vendute nei giornali. Vide le Halles, i mercati coperti, dove dei morti di fame, degli uomini del Popolo-Sovrano, frugano in cumuli di rifiuti; i Quais, i lungofiume dove degli Elettori eleggono i ponti come alloggi…

Cuore e cervello!... Era Parigi. Era questa la Democrazia!

Siamo tutti fratelli, vecchi vagabondi! Compatite il borghese” Ha la gotta… ed è vostro fratello, gente senza pane, uomo senza lavoro e madre stanca che, questa sera, rientrerete a casa vostra per morire con i figli…

Siamo tutti fratelli, giovano coscritti! È fratello tuo, l’ufficiale, laggiù, bustino da donna e fronte bassa. Saluta! Attenti! La mano nella fila… Il Codice ti spia- il Codice militare. Dodici pallottole sulla pelle per un gesto. È la tariffa Repubblicana. [1]

L’Asino arrivava davanti al Senato.

Costeggiò il Palazzo da cui il veicolò uscì tra la calca; seguì esteriormente, ahimè! i giardini troppo verdi. Poi fu la volta del boulevard Saint-Michel. Alla terrazza dei caffè, dei ragazzi battevano allegramente le mani. La folla in continua crescita si contendeva i proclami. Degli studenti si aggiogavano al carro, un professore spingeva le ruote…

Verso le tre comparvero dei poliziotti.

Dalle dieci del mattino, da ogni stazione di polizia al commissariato, il telegrafo ed il telefono segnalavano lo strano passaggio dell’animale sovversivo. L’ordine di comparizione era stato emesso: Arrestate l’Asino! E, ora, gli agenti di polizia di guardia sbarravano la strada al candidato.

Vicino a piazza Saint-Michel, il fedele comitato di Nul fu intimato dalla forza armata di ricondurre il suo cliente al commissariato più vicino. Naturalmente il Comitato passò oltre- attraversò la Senna. E presto il carro sostava davanti la Palais de Justice.

Più numerosi, gli agenti circondarono l’asino bianco, impassibile. Il Candidato era arrestato alla porta di questo Palazzo di Giustizia da cui i deputati, i corrotti, tutti i grandi ladri uscivano liberi.

 

Nella marea popolare, il carro era scosso da movimenti di rollio. Gli agenti, brigadieri in testa, avevano afferrato le stanghe e si erano passati la seccatura. Il Comitato non insisteva più: si era messo a bardare gli agenti…

Così fu lasciato l’asino bianco dai suoi più accesi sostenitori. Come un volgare politico, l’animale aveva voltato gabbana. La polizia lo scortava, l’Autorità guidava il suo Cammino… sin da quell’istante. Nullo non era che un candidato ufficiale! I suoi amici non lo riconoscevano più. La porta della Prefettura apriva i suoi largi battenti- e l’asino entro come se fosse casa sua.

…Oggi se ne parliamo è per far notare al popolo, popolo di Parigi e delle Campagne, operai, contadini, borghesi, fieri Cittadini, cari Signori, è per rendere noto a tutti che l’asino bianco Nullo è stato eletto. È stato eletto a Parigi. È stato eletto in Provincia. Sommate le schede bianche e contate le schede nulle, aggiungetevi le astensioni, voti e silenzi che normalmente si riuniscono per significare o il disgusto o il disprezzo. Un po’ di statistica per piacere e constaterete facilmente che, in tutte le circoscrizioni, il signore proclamato fraudolentemente deputato non ha un quarto del suffragio. Da lì, per i bisogni della causa, questa locuzione imbecille: Maggioranza relativa- tanto varrebbe dire che, la notte fa relativamente giorno.

Così l’incoerente, il brutale Suffragio Universale che non si appoggia che sul numero- e non ha nemmeno per se stesso il numero- perirà nel ridicolo. A proposito delle elezioni di Francia, i giornali del mondo intero hanno, senza malizia, accostato i due fatti salienti della giornata:

“Sin dal mattino, verso le nove, il Signor Félix Faure andava a votare. Nel primo pomeriggio, verso le tre, l’Asino bianco era stato arrestato”.

Ho letto questa cosa in trecento giornali. L’Argus ed il Courrier de la Presse mi hanno sovraccaricato con i loro ritagli. Ce n’erano in inglese, in valacco, in spagnolo; sempre comunque capivo. –Ogni volta che leggevo Félix ero sicuro che si parlava dell’asino.




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NOTE

[1] Zo d’Axa si riferisce all’episodio di insubordinazione di cui lui stesso trattò nel n° 4 del 17 dicembre del 1897 del suo giornale La Feuille e di cui si rese protagonista il giovane soldato Charles Hatier di stanza ad Algeri condannato al plotone di esecuzione per aver dato uno spintone ad un suo superiore [N. d. T.]

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Immagine tratta dal Blog Caricatures & caricature.

 


Documentazione relativa ai tre scritti politico-satirici scritti da Zo d'Axa per le elezioni legislative del 1898.

Il primo è una nota editoriale all'edizione della raccolta di alcuni articoli di La Feuille in volume e risale al 1900. Il secondo invece è l'introduzione ad una riedizione di un gruppo anarchico chiamato Groupe Maurice-Joyeux e risale al 2003 e consisterebbe nella ristampa di un opuscolo del 1936 che oltre a raccogliere i tre articoli di Zo d'Axa scritti per le elezioni legislative del 1898, comprendevano anche uno scritto antielettoralistico del 1878, intitolato Testa di Legno e Orecchie d'asino, dotato di due splendide illustrazioni e che presto traduremo e collocheremo in rete, scritto da un gruppo anarchico di Bel-Air, nello stesso spirito che era stato quello di Zo d'Axa.

 

[1° documento]

Nota dell’Editore.- Durante il periodo elettorale il manifesto programmatico fu realmente incollato sui muri e il giorno dello scrutino il candidato satirico attraversò realmente Parigi, da Montmartre al Quartiere Latino, fendendo la folla entusiasta o scandalizzata che manifestava rumorosamente. Viale del Palazzo, l’asino fu dovutamente arrestato dalla polizia che si sentì in obbligo di trainare il suo carro per condurlo al canile e se non vi fu allora scontri tra i sostenitori dell’Asino ed i rappresentanti dell’Ordine è per via del fatto che, come raccontarono i giornali dell’epoca, grazie al direttore di La Feuille che gridò: Non insistiamo, ora è un candidato ufficiale!

[2° documento]

Introduzione dell’edizione Maurice-Joyeux del 2003, riproposizione di un opuscolo del 1936.


Qualche parola…

 

I testi che proponiamo in extenso per il lettore nelle pagine che seguono, sono state pubblicate nell’aprile del 1936 nel n° 160 di La Brochure mensuelle diretto dal nostro compagno Bidault.

Questo grande libellista, quel “rivoltoso per temperamento”, che fu Zo d’Axa, redasse i tre primi: Le candidat di la feuille, Aux Électeurs, Il est élu, in occasione delle elezioni legislative del 1898 che si svolsero in pieno caso Dreyfus e altri scandali politico-finanziari!

Li fece apparire in La Feuille- pubblicazione di cui egli assicurava la redazione e l’apparizione “ad ogni occasione”- con la collaborazione amichevole di grandi disegnatori dell’epoca: Steinlen, Luce, Anquetin, Willette, Hermann-Paul, Léandre e Couturier.

Testi, sempre di attualità, si tratta di una vigorosa denuncia della monumentale truffa costituita dal suffragio universale. Da qui la derisione e le risate in occasione di una memorabile campagna elettorale  a Parigi, orchestrata da Zo d’Axa stesso, in favore di un candidato: un asino bianco, chiamato Nullo a giusta causa!

Quest’ultimo, simbolo dell’astensione e del rifiuto della farsa elettorale, fu portato in processione su un carro di trionfo a Parigi, da Montmartre al boulevard Saint-Michel, il giorno delle elezioni in mezzo alle risate e le battute della folla! L’arrivo degli sbirri pose fine a questa manifestazione antipatriottica del miglio gusto!

In quanto al quarto testo- Testa di Legno e Orecchie d’Asino- Fu pubblicato sotto forma di un opuscolo nel 1883 dal gruppo anarchico “Le drapeau noir de Bel-Air” [La bandiera nera di Bel-Air]. Un documento dunque… di un’epoca che nessuno qualificherebbe come eroica”.

Gruppo Maurice-Joyeux





[3° documento]

Zo-d-Axa--Groupe-Maurice-Joyeux--1936.jp

Copertina di La Brochure mensuelle [L'opuscolo mensile],  n° 160, edito nell’aprile del 1936, in cui furono riproposti i tre scritti di Zo d'axa, più un altro del 1878, Testa di Legno e Orecchie d'Asino, del Gruppo anarchico di Bel-Air.



[Traduzione di Ario Libert]

Link all'articolo presente presso l'Istituto Internazionale di storia sociale di Amsterdam:
Zo d'Axa

 
Considerazioni marginali del curatore del presente blog in relazione ai tre scritti di Zo d'Axa.




aliboron-copia-1.jpg


La fotografia rappresenta Frédéric Gérard, detto père Frédé con il suo asinello Lolo e cioè in un certo senso Aliboron, cioè il nome popolare che si dà in Francia a qualsiasi asino, come noi chiamiamo un gatto qualsiasi micio. Il simpatico vecchietto era gestore del famosissimo Lapin Agile, il cabaret posto sul colle di Montmartre, cioè di uno dei tanti punti d'incontro della Bohème parigina della Belle Epoque. Insieme al suo asinello, père Frédé aveva girovagato per anni per i quartieri di Montmartre vendendo frutta e verdure di stagione. Divenne in seguito il proprietario di un altro famoso locale Bohémien Le Zut, chiuso a causa di una mega rissa che durò un'intera notte. Diventato gestore del Lapin Agile, Frédé si dedicava anche alla vendita di pesce con il suo asinello quale fonte di integrazione dei propri guadagni. Questa pittoresca figura intratteneva la clientela cantando canzoni popolari e suonando la chitarra o il violino. Si meritò soprattutto la gratitudine dei bohémien chiudendo molto spesso più di un occhio sui loro debiti accontentandosi a mo' di saldo del debito del loro canto di accompagnamento o di qualche loro poesia, disegno o quadro.

Tornando al presente post ci chiediamo: è Lolo, l'asinello bianco descritto da Zo d'Axa nel suo scritto Il candidato di La Feuille, ad essere stato trasportato a bordo di un carro trionfale dalla collina di Montmartre sino al Boulevard Saint-Michel tra l'ilarità di una grande folla obbligando la polizia ad intervenire per ristabilire "l'ordine"? Chissà? Anche se Lolo non era bianco... ma il colore gli venne probabilmente attribuito perché appunto le schede annullate, cioè l'annulle (foneticamente: L'âne nul) era di solito una scheda elettorale su cui l'elettore non aveva apposto alcun segno.

Zo d'Axa, naturalmente, come altre centinaia di artisti versanti in cattive acque ma pieni di idee innovative, era un frequentatore del locale. Uno dei tanti quindi tra gli avventori socialisti rivoluzionari, anarchici, prostitute e ladruncoli di varia taglia e foggia. Non è assolutamente da escludersi che il popolarissimo asinello Lolo a cui gli avventori non potevano che voler bene, in parte perché ne era una loro effige sotto forma animale ed in parte perché non potendo non stimare il suo generoso proprietario non potevano non volergliene anche perché  gli era d'aiuto a sbarcare il lunario.

Boronali--Coucher-de-Soleil-sur-l-Adriat



Detto ciò passiamo ora ad un altro avvenimento di cui fu protagonista sempre Aliboron, cioè Lolo, questa volta con  un vero e proprio nome d'arte di Boronali, e cioè dell'anagramma del nomignolo popolare con cui si designa l'asino in Francia da secoli.

Tramonto del sole sull'Adriatico
, è il titolo del quadro riportato qui sopra e appunto "dipinto" dall'asinello Aliboron ed esposto al Salon des Indépendants nel 1910. Altro celebre scherzo quindi di cui fu protagonista l'asinello di père Frédé, grazie allo spirito iconoclasta della bohème di Montmartre. La composizione attirò da una parte la disapprovazione di molti esaminatori ma anche l'approvazione di alcuni, fin ché lo scrittore Dorgèles non ne rivelò la vera origine e provenienza e cioè che il quadro era stato ottenuto attaccando un pennello alla coda di Lolo, alias Boronali, testimoni Warnod e Depaquit, il risultato fu appunto Coucher de soleil sur l'Adriatique. Il quadro fu infine venduto per la somma di 30 luigi e devoluta poi in beneficenza ad un orfanotrofio. Fine del nostro colto gossip.

Boronali-in-azione.jpg

Lolo in azione! Foto documento dello scherzo perpetrato dai Bohémiens di Montmartre alla critica artistica. Come si può vedere sul lato destro della foro, il tizio che dà da mangiare a Lolo è chiaramente il buon vecchio père Frédé. L'asinello è legato ad un albero, un pennello gli è stato legato  alla coda si può vedere chiaramente. Il neo artista non può che scodinzolare dalla gioia sia per l'attenzione e l'affetto tributatogli da tutta quella gente sia sopratutto per gli abbondanti bocconcini che sta ricevendo dai suoi numerosi mecenati.


 
[Note esplicative e traduzione di Ario Libert]



Link all'opera originale tratta dal sito dell'Istituto di Storia sociale di Amsterdam:
Zo d'Axa, La Feuille


Link interni:

Nota biografica su Zo d'Axa; scritta da sua nipote Béatrice Arnac d'Axa e presente sul sito dell'Istituto di Storia Sociale di Amsterdam
Saggio di Raymond Bacholet sulla rivista creata da Zo d'Axa La Feuille (1897-1899)
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Published by Ario Libert - in Satira libertaria
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23 maggio 2009 6 23 /05 /maggio /2009 09:11
Prensentiamo un nostro primo lavoro di traduzione adatto a far conoscere una figura singolare di anarchico individualista: Zo d'Axa, di cui offriremo anche traduzioni di opere giornalistiche e letterarie sue nonché di saggi sulla sua figura e  sulle riviste ed attività giornalistiche. Tutto ciò ovviamente per contribuire a renderlo un po' più noto anche nel nostro paese in cui egli è assolutamente un emerito sconosciuto.
Zo  d'Axa





Béatrice Arnac d'Axa

Zo d'Axa nato nel 1864, da una famiglia alto borghese discendente del navigatore Gallaud de la Pérousse, nipote del fornitore di latte del Principe imperiale, figlio di un alto funzionario della Ferrovia di Orléans, studente dell'École centrale des arts et manufactures, in seguito ingegnere del municipio di Parigi. Suo zio, veterinario, incaricato dell'acquisto di stalloni arabi per il re Luigi Filippo, scrisse nel 1833 una relazione pittoresca dei suoi viaggi in Africa. Sua sorella, Marie, scultrice, molto erudita, trascorrerà molti anni in Oriente ed nel Tibet Proibito dove viaggerà vestita da uomo in compagnia di uno sherpa. Pubblicherà nel 1929 una storia del buddismo, premiato dall'Académie française, che sarà un'autorità in materia.

Dopo studi mediocri al Collège Chaptal, Zo d'Axa frequenta l'accademia militare di saint-Cyr. Eccellente cavaliere e schermidore, si arruola a 18 anni, avido di cambiamenti, nei cacciatori d'Africa. Diserta presto portando con sé la moglie del capitano! Rifugiatosi a Bruxelles, si dedica al giornalismo alle "notizie del giorno", poi diventa per un po' segretario del teatro dell'Alcaza e poi dell'Eden. Rifiutando di "fare carriera" in Belgio, ma dopo avervi pubblicato un saggio poetico Au Galop (Al Galoppo), risiede a Roma, frequenta villa Medici, dove incontra dei pittori dell'epoca: Vanutelli, Montald, Biséo, ecc., per i quali poserà spesso. Diventa il cronista attratto dal giornale L'Italie, responsabile della critica d'arte. Nel 1889, l'amnistia gli permette di rientrare in Francia dopo otto anni di assenza e di viaggi costellati da molte avventure sentimentali; è un ardente!

Negli anni 90, l'anarchismo non può che svilupparsi. La povertà, la miseria sono grandi. Il popolo non è ancora anestetizzato dalle droghe, gli inquinamenti ed altre fascinazioni erotico-politico-frivole e televisive che saranno le delizie dei loro nipoti. La mano manipolatrice del potere non si è ancora abbattuta pesantemente sullo spirito umano. Le idee corrono ancora sorrette dal coraggio e dall'individualità. Zo d'Axa ne diventerà con forza uno dei suoi rappresentanti. Dà senza contare. Ci mostra l'anima del movimento. Senza essere anarchico, lo dirà egli stesso al tribunale dopo una condanna, sta semplicemente dalla parte della vittima, per l'innocente, per quello che soffre, per la giustizia, per la verità. Ultimo "moschettiere", "paladino sviato", la sua sensibilità, la perfetta padronanza della sua scrittura ci trascina, ancora oggi, a rivivere in una visione cinematografica queste pagine della nostra storia recente. Riesce a commuoverci con degli avvenimenti dimenticati...

Perquisizioni, arresti, imprigionamenti, non spezzeranno mai, al contrario, la sua energia e la sua azione. Con parole violente ma misurate, perfezionista (è capace di rifare 10 volte una frase!) in L'Endehors, il suo primo giornale, libertario e letterario, massacra letteralmente la società dall'alto in basso, senza pietà. L'En Dehors è presto perseguitato, il gestore Matha, l'autore Lecoq e d'Axa sono condannati. È la sua prima condanna. Nello stesso periodo Ravachol è arrestato. Egli lancia una sottoscrizione per i figli dei detenuti, distribuisce il denaro alle famiglie. Lo si arresta per associatore a delinquere! Il fatto di aiutare delle famiglie bisognose di persone compromesse dimostra una complicità... Imprigionato a Mazas, rifiuta di rispondere agli interrogatori o di firmare qualunque cosa. Lo si mette in isolamento. Niente visite. Niente avvocato. L'Endehors continua ad uscire. I suoi collaboratori sono suoi amici... È in una cantina vicino al boulevard Rochechouart che si è installata la redazione. C'è un organo ed a volte la compagna di Zo d'Axa, Beatrice Salvioni, viene a suonarlo.

La repressione continua. I redattori di La Révolte e di Père Peinard sono anch'essi a Mazas così come altri anarchici. In capo ad un mese, Zo d'Axa è posto in libertà provvisoria. "La nostra povera libertà, sempre provvisoria..." egli dirà. Mazas non calma nulla, la prigione è l'argomento decisivo, più virulento che mai, riprende le sue lotte. Un articolo di Jules Méry, giudicato offensivo per l'esercito, gli vale nuove persecuzioni. Esasperato, parte per Londra. Incontra Charles Malato, Matha, Louise Michel, che fu amica di suo nonno, Darien, Pouget, Malatesta, i pittori Luce, Pissaro, Whistler. Dopo alcuni mesi, parte per l'Olanda con una truppa di musicisti ambulanti. A Rotterdam, si fa reclutare su una chiatta che lo porta a Mayence attraverso il Reno. Vivra otto giorni nella Foresta Nera con dei boscaioli. Poi si reca a Milano dove capita in mezzo ad un processo contro gli anarchici. È arrestato in piena notte, alle tre. Gli si mettono le manette per condurlo a piedi al commissariato. Si rifiuta di camminare e dice ai poliziotti: "Portatemici di forza!". Zo d'Axa è espulso dall'Italia.

A Trieste, si imbarca per il Pireo con dei disertori italiani. Organizzano insieme una rivolta a bordo, "era seme di rivoltosi, ci si intendeva...", disse. Arriva in Grecia e dorme tra le rovine del Partenone. L'Oriente lo affascina. Desidera recarsi a Costantinopoli. La città lo incanta, Arrestato e poi rilasciato, abbandona Costantinopoli per Jaffa dove arriva il primo gennaio 1893. È arrestato, guardato a vista per alcune settimane. Evade durante un temporale, si rifugia al consolato del Regno Unito, per principio inviolabile, che sarà violato contro ogni regola diplomatica per riprenderlo. Incatenato è imbarcato sulla nave La Gironde" per Marsiglia. È posto ai ferri. Al suo arrivo, Zo d'Axa trascorre alcuni giorni nella prigione di Marsiglia. Trasferito a Parigi, trascorre 18 mesi a Sainte Pélagie come politico, avendo rifiutato di firmare una domande di grazia. Nel luglio del 1894 è liberato.

Pubblica De Mazas à Jérusalem (Da Mazas a Gerusalemme) che ha scritto in prigione. Successo; critiche unanimi; ci si inchina di fronte al valore e la personalità dell'opera. Jules Renard, Laurent Tailhade, Octave Mirbeau, Lucien Descaves, Georges Clémenceau, Jean de Mitty, Adolphe Retté che dice di lui "questo anarchico fuori dall'anarchia", rendono omaggio a Zo d'Axa. Indifferente agli elogi come all'infamia, i suoi collaboratori dispersi o rinnegati, ricoperto di debiti, il suo giornale muore, tace e viaggia... sino all'Affare Dreyfus. Si è a favore o contro. Quando si è coinvolto nell'affare Dreyfus, era per la giustizia, contro l'esercito, molto più che per Dreyfus stesso. Lucido, Zo d'Axa afferma: "se questo signore non fu un traditore, fu un capitano; passi..."

Il suo nuovo giornale, La Feuille, appariva "in ogni occasione". Occasioni, ve ne erano! Steinlen, Luce, Anquetin, Willette, Hermann-Paul, Léandre, Couturier lo illustrano. Vi si tratta dell'attualità del 1898 e 1899. Nessuno è risparmiato, dall'alto in basso della scala sociale. Quando si intenerisce , è per i bambini delle colonie penitenziarie. Sarà all'origine dell'abolizione dei carceri minorili. Durante le elezioni il candidato di La Feuille, un asino, portato in giro per Parigi, susciterà scandalo. Il giorno dello scrutinio, Zo d'Axa percorre la citta su di un carro trainato dall'asino bianco. Boulevard du Palais, la polizia ferma la processione che si è ingrossata di una folla numerosa e allegra. È portato alla canile municipale; chiasso; Zo d'Axa ha l'ultima parola lasciando l'asino: "La cosa non ha più importanza, ora è un candidato ufficiale!".

1900. Zo d'Axa ne ha abbastanza. Ha detto quel che aveva da dire, senza illusioni, parte di nuovo. America del Nord, del Sud, Cina, Giappone, India, Africa. refigurando il "grande reportage", invierà delle serie di articoli ad alcuni giornali in cui emergerà sempre l'assetato di giustizia. Negli Stati Uniti, andrà a visitare la vedova di Bresci che uccise il re italiano Umberto I e vivrà tra gli indiani. Ritornando, molti anni dopo, vivrà a bordo di una chiatta a seconda del caso del suo umore, dei fiumi e dei canali. Si ferma un giorno a Marsiglia e vi rimarrà sino alla sua morte volontaria e deliberata. È disincantato, ha fatto il giro del mondo, ha trovato ovunque gli uomini "cavernosamente" malvagi. Ha taciuto per 20 anni.

Molti di coloro che lo ritenevano un dilettante hanno cambiato e tradito la causa umanitaria. Lui non è cambiato e non cambierà. È refrattario a tutti i miraggi. Quello della rivoluzione sovietica "che andrà a vedere da vicino" non lo convincerà affatto. Ha creduto soltanto, un tempo, all'individuo. La sua dirittura idealista, quasi malaticcia non gli permette di integrarsi nella società così come è. Nel 1921 un errore giornalistico gli offre l'occasione di fare una messa a punto in un articolo rimasto famoso, pubblicato in Le Journal du Peuple [Il giornale del popolo]; sempre magistrale nella scrittura, aristocraticamente asociale. Perché le nostre società ed i nostri regimi sono malvagi, ci saranno sempre degli uomini molto forti, molto arditi, molto coraggiosi, molto altruisti e quasi sempre stranamente sconosciuti, per erigersi, peini di coscienza e di volontà, credendi o non credenti, per affrontare il marciume... Per amore della verità, su cui essi non gettano alcun velo quando esce dal pozzo.
 

Béatrice Arnac d'Axa


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
Nota biografica su Zo d'Axa presente sul sito dell'Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam.


LINK interni:
Tre articoli di Zo d'Axa del 1898 e tratti dal suo giornale La Feuille presenti sul sito dell'Istituto di Storia Sociale di Amsterdam.
Saggio di Raymond Bacholet concernente la rivista fondata da Zo d'Axa La Feuille (1897-1899), tratto dal sito Caricatures et caricature.
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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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