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2 agosto 2009 7 02 /08 /agosto /2009 06:40

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

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Bartolomeo Vanzetti


"Senza nome nella folla dei senza nomi", così si è descritto nella sua autobiografia di venti pagine che egli redasse nella prigione di Charlestown: Storia di una vita di proletario. Bartolomeo era nato nel 1888 in un piccolo villaggio del Piemonte: Villafalleto.
Dotato per lo studio e di una intelligenza particolarmente acuta, avrebbe potuto, secondo i suoi insegnanti diventare egli stesso un insegnante o anche un uomo di scienza. Suo padre, ritenendo che gli studi erano troppo costosi, preferì mandarlo come apprendista pasticcere piuttosto che continuare a studiare. Da un luogo all'altro, faticando di città in città, si buscò una pleurite così grave che suo padre venne a cercarlo a Torino all'inizio del 1907 per riportarlo a casa. I giorni che trascorse a casa sua, curato ammirevolmente da sua madre, sono stati, come egli scrisse più tardi, i più belli della sua vita.
Ma questa felicità fu effimera, perché sua madre colpita da cancro doveva morire dopo tre mesi di agonia. Vanzetti la curò con la stessa devozione e la stessa tenerezza che lei ebbe nel curarlo. Si imbarco a Havre per l'America dopo aver attraversato la Francia a piedi. Da New York a Plymouth, Bartolomeo ha lavorato duramente, errando di città in città, facendo tutti i mestieri in basso alla scala sociale.
Per colmare la sua mancanza di istruzione, aveva letto Darwin, Spencer, Hugo, Zola e Tolstoi ma era da tempo convinto che soltanto l'anarchia avrebbe liberato l'umanità dalle sue catene e studiava le opere di Proudhon, Kropotkin e Malatesta che gli piacevano particolarmente. Inizialmente assunto nella Compagnia delle Corde  di Plymouth come la maggior parte degli Italiani emigrati, non riprese mai il suo impiego dopo un lungo sciopero di rivendicazione salariale nel 1916.
Un amico ripartendo per l'Italia gli rivendette il suo carretto a braccio e il suo fondo di commercio per il pesce. È così che divenne molto conosciuto e amato nel quartiere. Zigomi sporgenti, baffi cadenti, l'amico dei bambini che lo chiamavano "Bart", effettuava tutti i giorni le sue consegne di pesce spingendo il suo rimorchio in quelle strade molto povere essenzialmente popolate di Italiani e Portoghesi.

 

Nicola Sacco


Era nato nel 1891, da una famiglia di ciciasette figli a Torremaggiore.

Come per Vanzetti, gli anni passati al villaggio della loro infanzia erano i più belli ed i più dolci che abbai vissuto. A quattordici anni, abbandonava la scuola per andare a lavorare nei campi. Con suo fratello Sabino, sognava di viaggiare, di partire per le Americhe. Essi partirono un giorno del 1908 e sbarcarono a Boston Est.

Nicola aveva 17 anni. Sabino non sopportò a lungo l'esilio, la vita di immigrante e meno di un anno dopo ritorno al proprio paese. Nico resistette. Imparò un mestiere e diventò specialista nella fabbricazione di calzature. Nel 1913, aderì al gruppo anarchico locale "Circolo di Studi Sociali" e partecipò all'organizzazioni di convegni, nelle città vicine, distribuì volantini ed opuscoli, aprì sottoscrizioni per gli scioperanti ed accolse Tresca e Galleani, rivoluzionari anarchici molto noti. Nel 1916 il suo gruppo organizzò un convegno a Milford allo scopo di raccogliere dei fondi per sostenere gli scioperanti di una fabbrica nel Minnesota.

La prefettura non aveva autorizzato questa manifestazione, gli oratori furono arrestati e tra di loro anche Sacco. Fu condannato ad una multa ed è questa sola pena che ha contribuito al suo arresto nel tram di Brokton una notte di maggio.


Lettera di accettazione di Bartolomeo Vanzetti all'Editore

Sacco e Vanzetti
22 luglio 1925 Prigione di Charlestown


Caro signor Dumontais,

Da ieri sera sino a questa sera, ho riletto diverse volte la vostra lettera. Mi affretto ad accettare la vostra proposta ed è con gioia che Nicola e io rispondiamo alle domande dei vostri lettori.
Ecco il nostro caso. Ci hanno giudicato colpevoli in primo grado, cominandoci la pena di morte. Se la Corte suprema rifiuta un nuovo giudizio, la sentenza verrà eseguita. La grazia, se è possibile, potrebbe esserci accordata dal governatore. Ma nel nostro caso, questa grazia commuterebbe la nostra pena in carcere a vita. Per noi, accettare questa grazia sarebbe la stessa cosa che riconoscerci colpevoli.
Come accettare il carcere a vita dopo cinque anni di lotte, dopo aver speo 300 mila dollari, fatto tre proteste mondiali, dopo che i nostri compagni hanno sacrificato per noi sangue e libertà, dopo tutto quanto è stato fatto per noi? Come accettare la prigione, poiché siamo innocenti. Abbiamo detto spesso che vogliano la morte o la libertà.
Vi prego, signor Dumontais, fate tutto quel che potete in questo senso, dite a tutti che preferiamo la morte alla prigione... Che non bisogna dire né una parola ne dare un centesimo né muovere un dito per ottenere altra cosa che non sia la morte o la libertà.
Siamo innocenti. Viva l'anarchia.

Bartolomeo Vanzetti.
 

 


LINK al post originale:
Nicola Sacco et Bartolomeo Vanzetti

 


LINK ad un importante articolo di Giuseppe Galzerano sulle mistificazioni mai cessate per infangare la memoria di Sacco e Vanzetti:

Aria fritta

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1 agosto 2009 6 01 /08 /agosto /2009 07:05

Proponiamo, grazie a internet, una breve raccolta di tavole disegnate da un certo Fred Ellis, illustratore del quotidiano "The Daily Worker" del 20 agosto 1927, meno di tre giorni prima del duplice assasimio di Sacco e Vanzetti, quindi. Il giornale era una pubblicazione newyorkese del partito comunista, com'è noto anche lo stalinismo, seppur tardivamente sfruttò ai propri fini, come, guarda caso, anche il fascismo italiano, la storia giudiziaria dei due anarchici italiani. Il titolo della raccolta è "The Case of Sacco and Vanzetti", e suo scopo, fu quello di esercitare un'ulteriore pressione sulle autorità politiche e istituzionali ma anche verso l'opinione pubblica, anche se per quest'ultima si può sostenere che non ve ne fosse alcun bisogno data la documentatissima mobilitazione su scala mondiale a favore delle due vittime italoamericane.

Copertina della raccolta di immagini riguardanti Sacco e Vanzetti


 

 

Questa è libertà? - 20 luglio 1927
 


















Il verdetto - 10 agosto 1927









Braccio della morte - 11 luglio 1927








"Signori del comitato, questa è la prova schiacciante".
2 agosto 1927













Il libro del Massachusetts: "Teoria e pratica di torture raffinate".
12 agosto 1927









L'affare del giorno










Primo comandamento: "Non ti opporrai ai tuoi padroni.
 19 agosto 1927






Sempre più vicino... sempre più vicino...
17 agosto 1927











Apritelo! (Archivi del dipartimento di Giustizia)
18 agosto 1927











22 agosto 1927









Ecco la votra sedia! - 22 luglio 1927
(Streghe, Salem 1692; lavoratori Boston 1927)












La legge contro i lavoratori stranieri - 20 agosto 1927










Questo è il suo emblema - 11 agosto 1927

 










AVANTI!
20 agosto 1927


[A cura di Ario Libert]


LINK:
The Case of Sacco and Vanzetti
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28 luglio 2009 2 28 /07 /luglio /2009 16:13

Il Rispetto


Continuiamo l'approfondimento di uno dei più singolari collaboratori di L'Assiette au Beurre, la grande rivista settimanale di satira di orientamento libertario d'inizio secolo XX, di Jossot, dal tratto nitido e caricaturale molto fumettistico ma non per questo meno graficamente feroce dei suoi colleghi che usavano un tratto più realistico spesso impreziosito da un allegorismo potente.
 

 















 







































































 

 

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[Traduzione di Ario Libert]

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26 luglio 2009 7 26 /07 /luglio /2009 15:52

CRA 

Approfondiamo con questo post la conoscenza di un grande autore di satira politica libertario.
Con questo laconico titolo: Cra, che rimanda come è ben evidente al verso dei corvi (o se lo si preferisce delle cornacchie), Jossot dedicava le sue salaci bordate, poco più di un secolo fa, ad un importante pilastro dell'ordine costituito: la Chiesa cattolica. Un pilastro che in quel momento storico, molti filoni ideologici e politici di orientamento liberaldemocratico , socialista e non ultima anche la massoneria, stavano colpendo duramente in un ulteriore approfondimento dei rapporti tra Stato e Chiesa.
Non è certo questa la prima occasione in cui Jossot colpisce la Chiesa come istituzione e i suoi militanti e seguaci dall'alto al basso della piramide sociale. La differenza sta ora nel suo trattare questo soggetto in modo "monografico" rispetto agli altri numeri di
L'Assiette au Beurre da lui illustrati.
In generale non sono soltanto gli aspetti oscurantistici di questa potentissima istituzione a muovere i suoi strali quanto piuttosto il suo essere un bastione di stabilità dell'ordine costituito, quasi una prima linea della logica del sistema classista che riesce subdolamente persino a penetrare nelle case di indifesi cittadini che comunque sia ieri come oggi si consegnano ai cra-cra quasi con gioia.
Anche gli aspetti meramente crassi dell'esistenza individuale dei soldati di Dio e quelli squisitamente materiali, soprattutto pecuniari sono ben evidenziati dal misantropo caricaturista di cui possiamo vedere una rara autorappresentazione, non certo la prima né l'ultima, nella quarta tavola. Soprattutto, ben azzeccate quanto micidiali, sono le citazioni dal Nuovo Testamento in alcune didascalie che trovano una sorprendente corrispondenza e verifica nella vita quotidiana del clero. Cosa si vuole di più?




 

Portrait d'un pretre.







 




 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 




 

 

 

 

 






 



 

 

 

 




 


 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 





 

 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 







 

 

 


 




 

 

 




 

 

 



 








[Traduzione di Ario Libert]

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24 luglio 2009 5 24 /07 /luglio /2009 11:40
Maggio 68: sotto le pieghe della bandiera nera

Maurice Joyeux


Ho sotto gli occhi il numero speciale di Le Monde Libertaire e non posso impedirmi di trascrivere le prime frasi dell'editoriale che scrissi allora, con il titolo a cui ho dato oggi a quest'articolo: "I distinti  teorici sono caduti con il culo a terra, avevano annerito le pagine delleriviste specializzate per spiegarci il processo di evoluzione che, infallibilmente, avrebbe condotto il proletariato dalle fabbriche  ad una presa di coscienza della sua alienazione. Avevano discusso sull'unione dei lavoratori e delle classi medie, sulle virtù dello strumento parlamentare, sui nuovi valori morali che si stavano evidenziando dalla società industriale. Un pugno di giovani con la testa piena di sogni generosi, il cuore enorme, sono usciti tumultuosamente dalla loro scuola e tutta questa prosa sapiente è apparsa in piena luce con il suo carattere derisorio".

 

Sì, le organizzazioni classiche del movimento operario, dall'estrema sinistra alla sinistra accademica, caddero con il culo a terra! Anche noi d'altronde! La Federazione anarchica si dibatteva allora in difficoltà diventate classiche e che consistevano una volta di più a far fronte a degli elementi desideranti, attraverso il marxismo, politicizzare il nostro movimento. Dei militanti, che formano un gruppo alla facoltà di Nanterre, erano usciti dall'organizzazione e costituivano, insieme ad altri, essi stessi in dissidenza con le loro organizzazioni, il gruppo 22 marzo. Due riviste, "Socialisme ou Barbarie" e poi "L'Internationale situationiste" li segnarono profondamente.

Questa "dissidenza" in cui certi vollero vedere una scissione che non riguardò che una quindicina di militanti, era nata dal rifiuto da parte della Federazione anarchica di accettare un programma basato sulla "pianificazione" che rompeva con il federalismo e che raggiungeva il materialismo storico di cui d'altra parte tutti gli "anarchici" del gruppo del 22 marzo facevano il loro piatto forte e che si reclamavano palesemente alle opere giovanili di Marx. Se si dà un'occhiata a quel che alcuni sono diventati o meglio ancora a quanto essi scrivono ancora oggi, quando sono rimasti nel movimento anarchico, si ha il diritto di sorridere!

È vero, e l'ho scritto nel mio libro sulla rivolta della gioventù; che avremmo dovuto essere più attenti a questo movimento giovanile che, dopo la liberazione, contestava le organizzazioni classiche, comprese le organizzazioni dell'estrema sinistra.

Questo stato di spirito era già stato percepito attraverso gli Alberghi della Gioventù, attraverso le organizzazioni di giovani in lotta contro la guerra d'Algeria, attraverso il movimento Cittadini del mondo, animato da Garry Davis, attraverso la rivolta degli studenti comunisti contro il loro partito, che abbiamo sostenuto al quartiere latino così come abbiamo sostenuto tutte le altre rivolte della gioventù. Tuttavia, come tutti gli altri, perdemmo il treno!

Credo che fummo confrontati con un triplo problema che non sapemmo risolvere.

La Federazione anarchica viveva sulle acquisioni teoriche risalenti all'ultimo secolo e tutti gli sforzi di rinnovamento si urtavano con un conservatorismo tradizionale delle organizzazioni che hanno una lunga storia. Dei giovani intellettuali si erano resi conto di questa stagnazione e sognavano di introdurre presso noi i principi di un'economia marxista supposta incontestabile, che aveva conquistato l'Università. Quando si sarebbe dovuto trarre da noi stessi, cioè dai nostri principi, gli elementi di una evoluzione teorica necessaria, sognarono di sposare insieme la morale e l'arte di vivere degli anarchici con il materialismo dialettico, il che portava forzatamente ad un vicolo cieco l'uno dipendendo dall'altro. Coloro che tentarono di introdurre  questo rinnovamento nei nostri ambienti e che facevano parte insieme a Maurice Fayolle e alcuni altri compagni  al gruppo Louise Michel, si scontrarono allora con il pericolo di politicizzazione della Federazione anarchica e si dimisero. Ma se è vero che salimmo sul treno in marcia fummo presenti durante l'intero mese di questo maggio di contestazione.

È dopo il galà del gruppo Louise Michel, alla Mutualité, in cui per la prima volta Léo Ferré cantò la sua canzone les anarchistes, che i militanti risalendo verso rue Gay-Lussac si batterono tutta la notte a fianco degli studenti. Vedemmo la Federazione anarchica con le sue bandiere nere alla testa dell'immenso corteo che attraversò Parigi  da la Répubblique a Denfert-Rochereau. Durante l'occupazione della Sorbona, i suoi militanti si installarono in una serie di edifici che davano su rue St-Jacques. Erano presenti la notte in cui i CRS tentarono di asfissiare gli occupanti e quelli che erano presenti si ricordano di Suzy Chevet e delle militanti che lanciavano i secchi d'acqua nel cortile per far cadere i gas. Furono sulle barricade, erano alla Borsa quando essa fu incendiata, erano a Charlety... Per parte mia, partecipavo a numerosi incontri anarchici, ad Assas con Morvan Lebesque e Maurice Laisant, alla Sorbona, a Censier, ecc.

Abbiamo corso, abbiamo parlato, poi abbiamo riflettuto su questa "festa" che ci portava non sapevamo dove, condotta da non sapevamo chi! Ed è da questa esperienza che la Federazione anarchica decise di non partecipare a dei moviemnti di massa nella misura in cui non fosse stata informata degli scopi e del carattere degli organizzatori. Poi la "festa" terminò.

 

Cosa ne resta?

 

Gli uomini, innanzittutto? Gli uomini sono gli uomini, la maggior parte sono stati recuparati, sia da partiti sia da professioni nobili e maggio 1968 non è più per essi che un ricordo che si racconta tra il dolce e la frutta.

 

Dove sono tutti quei giovani che giudicavano la Federazione anarchica troppo organizzata, troppo centralizzata? Dopo aver gettato la loro rabbia in faccia a papa, al professore ed alla società, sono incappati nella Federazione anarchica e sono andati a riconvertirsi nei partiti o in organismi di Stato su cui vomitavano. Sì, gli uomini sono gli uomini ma noi siamo sempre qui, nella lotta libertaria!

Per le idee, è un'altra cosa. Maggio 68 ha assestato un colpo fatale all'ideologia dei partiti di sinistra ed alla loro teoria marxista. Contestando il marxismo ufficiale dei partiti politici e ripiegandosi sul Marx delle opere giovanili, maggio 68 ha messo in moto un processo irreversibile. Gli uomini si sono messi a riflettere e oggi Stalin, Lenin, Mao, Castro e molti altri hanno sgomberato il Pantheon rivoluzionario in cui si credevano installati per l'eternità allorché Marx è ridotto a dimensioni che sono quelle di tutti gli economisti del secolo XIX e nient'altro.

Infine, maggio 68 ha rovesciato i rapporti che gli uomini intrattenevano tra di loro e di tutte le formule meravigliose che i giovani inventarono, ce n'è una che ha superato il tempo delle barricade e che si rivela ogni giorno più vero, è quella che proclamava:


"Ce n'est qu'un début, continuons le combat!".

 

Maurice Joyeux

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Mai 68: sous les plis du drapeau noir

LINK interni al blog concernenti scritti di Maurice Joyeux:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS


LINK interni su Maurice Joyeux:
Jaqueline Lamant, Maurice Joyeux, 1910-1991

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23 luglio 2009 4 23 /07 /luglio /2009 06:45

Altro numero della grande rivista di satira politica, L'Assiette au Beurre, interamente dedicata a Jossot, singolare artista di cui ci abbiamo già pubblicato diversi numeri interamente disegnati  da lui. Abbiamo visto come Jossot odiasse l'ipocrisia dei ceti sociali abbienti, dei politici asserviti al sistema, in generale della violenza materiale e psicologica dell'uomo sull'uomo.

Questo numero invece ci presenta un volto apparentemente contraddittorio di Jossot, il suo lato moralistico quasi piccolo borghese, molto accentuato e di cui abbiamo visto molti esempi anche in alcune tavole dei precedenti numeri tradotti. Per Jossot, determinati atteggiamenti pur se comprensibili e spiegabili con l'abbrutimento a cui sono soggetti vasti strati sociali, non per questo vanno comunque tollerati e non denunciati.

Il Jossot moralista è molto severo con chi si fa del male e si rende così innocuo e ridicolo ma soprattutto intellettualmente inerte nei confronti della critica ai mali sociali e politici. Il ridursi a condizioni animali se non peggio è, per il grande misantropo caricaturista francese, una forma di ignavia da condannare e denunciare duramente ritraendo situazioni a volte realistiche a volte invece grottesche se non decisamente comiche.

 

Gli Ubriaconi





 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 


 

 

 

 


 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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19 luglio 2009 7 19 /07 /luglio /2009 15:10

Un altro importante saggio tratto da un'opera di Bernd Laska, che da molti lustri si dà molto da fare per valorizzare il reale apporto e l'influenza oggettiva di Max Stirner nei confronti di molti pensatori ottocenteschi. Un autore senz'altro poco prolifico ma che pur essendo stato letto e spesso esecrato non ha mancato di lasciare un suo profondo segno su tutti coloro che avrebbero voluto cancellarlo. Un vero esercizio di decostruzione a livello teoretico e di analisi di una ricezione a livello di sociologia della conoscenza. Non è poco.

 

Max Stirner - ancora e sempre un dissidente

Come Marx e Nietzsche hanno rimosso il loro collega Max Stirner e perché egli è loro egualmente sopravvissuto.

Bernd A. Laska

Max Stirner? Il filosofo piccolo borghese, redarguito ai suoi tempi già da Karl Marx? L'anarchico, l'egoista, il nichilista, il rozzo precursore di Nietzsche? Sì, proprio lui. Certo, malfamato nel mondo filosofico, che lo evoca tutt'al più marginanlmente, ma ancora oggi detentore della dinamite intellettuale che uno di coloro che giunsero dopo di lui pretese aver fabbricato.

È sufficiente pronunciare il suo nome perché appaiano delle formule come "Sono Unico", "Non vi è nulla al di sopra di Me", "Ho fondato la mia causa sul nulla", che lo hanno fatto passare per l'incarnazione dell'egoista senza genio, dell'ingenuo solipsista, ecc... Egli non è quindi del tutto dimenticato. Il suo libro "Der Einzige und sein Eigentum" (1844) ["L'Unico e la sua proprietà"] --Non ne ha scritti altri-- è ancora edito ai nostri giorni nella Reclams Universalbibliothek, come opera classica dell'egocentrismo, senza che nessuno lo consideri per questo tale.

Tuttavia -questa è in compenso la mia tesi- ecco giunto il tempo di Stirner. Si troverà forse la migliore spiegazione di quanto voglio dire, nella storia dell'influenza del suo libro, che si è esercitata in modo stranamente clandestino nei suoi periodi più ricchi di conseguenze e che è ancora oggi molto poco conosciuta. Essa permette egualmente di capire come e perché l'idea centrale e specifica di Stirner sia diventata veramente attuale soltanto un secolo e mezzo dopo la sua formulazione.

 

Stirner ha scritto il suo "Unico" nel contesto della filosofia giovane-hegeliana degli anni 40 del XIX secolo. Quest'ultima, se si esclude la critica biblica dei suoi inizi, ha tentato di sviluppare per la prima volta in Germania una teoria razionalista e atea coerente (la "vera" o "pura" critica) e una pratica razionalista (la "filosofia dell'azione"). I suoi teorici più rappresentativi furono Ludwig Feuerbach e Bruno Bauer, mentre, sul piano politico e pratico, Arnold Ruge e Moses Hess si distinguevano nella lotta per la democrazia e la giustizia sociale.

Max Stirner fu dapprima un membro piuttosto in disparte del gruppo di Bruno Bauer. Perciò la critica spietata dell'insieme del giovane-hegelismo presentata nel suo libro ("L'Unico"), sorprese tutti. Stirner non criticava, nella filosofia di Feuerbach e di Bauer -- come i numerosi avversari del Nuovo Razionalismo post hegeliano -- l'ateismo dei due vecchi teologi, ma piuttosto la mancanza di coerenza del loro pensiero. Essi erano indubbiamente giunti ad emanciparsi dal sistema totalizzante di Hegel, ma non ad abbandonare il "circolo magico del cristianesimo". Da qui il giudizio di Stirner: "I nostri atei sono persone pie!".

Coloro che egli aveva criticato in tal modo si accorsero perfettamente che Stirner era andato più lontano ed in modo coerente, sul loro cammino, il cammino della critica. E se ammirarono la sua audacia, si spaventarono del suo risultato, che essi considerarono come un nichilismo morale.

Affascinati in privato - Feuerbach scrisse a suo fratello che Stirner era "lo scrittore più geniale e più libero che avesse mai conosciuto", mentre Ruge, Engels e altri si mostrarono egualmente spontaneamente impressionati -- essi adottarono pubblicamente un atteggiamento difensivo e scelsero di mantenere la loro distanza o il silenzio: questa avanguardia intellettuale reagì in modo ambiguo e tattico verso l'opera più audace delle sue teste. Nessuno volle fare con Stirner questo passo al di là del Nuovo Razionalismo -- un pensiero razionalista non doveva sfociare sul nichilismo. E ci si allarmò al punto di non vedere che Stirner aveva già aperto delle strade "al di là del nichilismo".

La reazione difensiva di fronte alle idee stirneriane caratterizza egualmente la maggior parte della storia della recezione, composta allo stesso tempo di re(-pulsione e di de-)cezione, di L'Unico. Tanto per cominciare, l'opera cadde nell'oblio per mezzo secolo, è soltanto negli anni Novanta del XIX secolo che Stirner conobbe una rinascita che proseguì nel secolo successivo, tuttavia, sempre all'ombra di Nietzsche, il cui stile e la retorica "Dio è morto", "Io, il primo immoralista", ecc., affascinarono tutti.

Alcuni pensatori intuirono tuttavia molto bene che Stirner, benché passante per un predecessore limitato di Nietzsche, era in effetti il più radicale dei due. Ciò non di meno, essi si sottrassero dal confrontarsi pubblicamente con lui. Edmund Husserl parla ad esempio, in un passaggio isolato, della "potente tentazione" che rappresenta L'Unico - e non lo cita nemmeno una sola volta nei suoi scritti. Carl Schmitt, sconvolto dalla sua lettura quando era giovane, non ne fece parola sino al giorno in cui, nel 1947, nella disperazione e l'abbandono di una cella di prigione, Stirner venne di nuovo ad ossessionarlo. Rudolf Steiner, che fu all'inizio un pubblicista razionalista impegnato, si entusiasmò spontaneamente per Stirner ma, accorgendosi presto che questi lo "conduceva nell'abisso", si volse verso la teosofia. In quanto agli anarchici, essi si tennero silenziosamente a distanza (Proudhon, Bakunin e Kropotkin) o ebbero con lui una relazione perpetuamente ambigua (Landauer).

Ritroviamo questo rifiuto inorridito, di un pensiero percepito come abissalmente diabolico in L'Unico, presso eminenti filosofi del nostro tempo. Per Leszek Kolakowski, Stirner, accanto a cui "Nietzsche stesso sembra debole e incoerente", è certo irrefutabile, ma bisogna ad ogni costo colpirlo di anatema, perché egli distrugge "il solo strumento che ci permetta di fare nostri dei valori: la tradizione". La "distruzione dell'alienazione" a cui egli aspira, "il ritorno all'autenticità, non significherebbe altra cosa che la distruzione della cultura, il ritorno all'animalità... ad uno statuto preumano". E Hans Heinz Holz ci mette in guardia: "L'egoismo stirneriano, se fosse messo in pratica, condurrebbe all'autoannientamento della specie umana".

È possibile che sia un'angoscia apocalittica di questo genere che abbia spinto il giovane Jürgen Habermas ad anatemizzare in termini frenetici "l'assurdità della frenesia stirneriana" e a non citarlo mai più in seguito, anche quando tratta di giovane-hegelismo. Adorno, che doveva vedersi, alla fine della sua carriera di pensatore, "riportato al punto di vista" -- prestirneriano -- "del giovane hegelismo", annotò un giorno in modo oscuro che Stirner era colui che aveva veramente "tradito il segreto", ma non troviamo una sola parola su di lui in tutta la sua opera. Mentre Peter Sloterdijk non nota nulla a proposito e si limita a scuotere la testa constatando che il "geniale" Marx ha "lasciato libero corso alla sua irritazione a proposito di un pensiero in fin dei conti così semplice come quello di Stirner in diverse centinaia di pagine".

Dunque, Karl Marx: la sua reazione merita, come quella di Nietzsche, di essere sottolineata in ragione dell'influenza che essa ha avuto su tutta un'epoca. Nell'estate del 1844, Marx vedeva ancora in Feuerbach "il solo pensatore che abbia compiuto una vera rivoluzione teorica", ma l'apparizione di L'Unico, nel mese di ottobre dello stesso anno, fece vacillare questa convinzione, perché avvertì molto chiaramente la profondità e la portata della critica di Stirner. Mentre altri, tra cui Engels, cominciarono ad ammirare Stirner, Marx vide in lui sin dall'inizio un nemico che conveniva annientare.

Considerò dapprima di scrivere un resoconto critico di L'Unico, ma abbandonò presto questo progetto e decise di aspettare la reazione degli altri (Feuerbach, Bauer). Nel suo libro "La sacra famiglia -- contro Bruno Bauer e consorti" del marzo 1845, egli risparmiò dunque Stirner. Nel settembre del 1845, apparve la critica di L'Unico di Feuerbach e la superba replica di Stirner. Marx, sentendosi provocato ad intervenire in persona, interruppe importanti lavori in corso e si precipitò su L'Unico. La sua critica, intitolata San Max, grondante di inventive contro "il più povero dei cervelli filosofici", divenne infine più voluminosa di L'Unico stesso. Tuttavia sembra che, terminato il manoscritto, Marx abbia di nuovo esitato nelle sue riflessioni tattiche e, in fin dei conti, la critica di Stirner rimase inedita.

Il risultato di questa spiegazione gestita in privato con Stirner fu che Marx si allontanò definitivamente da Feuerbach e costruì una filosofia che, contrariamente a quella di quest'ultimo, doveva essere immunizzata contro la critica stirneriana -- si trattava del materialismo storico. Sembra tuttavia aver considerato ancora a questa data la sua nuova teoria come provvisoria, perché egli la lasciò anch'essa, come il suo San Max, nel cassetto. Volendo evitare ad ogni costo una discussione pubblica con Stirner, egli si tuffò nella vita politica, nelle lotte contro Proudhon, Lassalle, Bakunin, ecc. È così che egli giunse a evitare completamente il "problema Stirner" -- sia a livello psicologico sia a quello della storia delle idee.

Il significato storico del lavoro di rimozione di Marx diventa chiaro quando si esamina il modo in cui i marxologi di ogni sfumatura hanno visto Stirner e apprezzato la sua influenza su Marx. Essi hanno adottato senza il minimo spirito critico ed in modo sorprendentemente unanime il modo di vedere di Engels nella sua opera di volgarizzazione "Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca", pubblicato nel 1888. Engels vi parla in modo puramente episodico di Stirner come di un "caso curioso" nel "processo di disgregazione della scuola hegeliana", lodando Feuerbach per averlo superato.

Questo modo di presentare le cose, benché grossolanamente falso sia dal punto di vista della cronologia quanto di quello dei fatti, fu subito generalmente accettato e lo restò anche dopo l'apparizione del San Max di Marx nel 1903. Benché le reazioni di Marx a L'Unico di Stirner possano essere documentate in modo convincente e dettagliate, non vi sono stati sino ad oggi che pochi rari autori -- come Henri Arvon o Wolfgang Essbach -- per trattare del ruolo decisivo di Stirner nell'elaborazione della concezione del materialismo storico di Marx e procedere ad una riabilitazione senza entusiasmo del primo non mettendo in questione la superiorità ben consolidata del secondo. Malgrado ciò, questi stessi lavori sono stati ignorati per decenni e non li si discute che ben poco, e con esitazione, negli ambienti specialistici.

Si può dire, riassumendo, che alla rimozione primaria di Stirner da parte di Marx (a livello psicologico e della storia delle idee) è seguita una rimozione secondaria, attraverso cui i marxologi di ogni tendenza hanno automaticamente fatto sparire contro ogni evidenza, la rimozione primaria marxiana (in ultimo luogo, ed in modo molto impressionante, è il caso di Louis Althusser), risparmiandosi allo stesso tempo di dover procedere contro la loro.

Friedrich Nietzsche, il secondo grande "vincitore" di Stirner, è nato l'anno (e il mese stesso) dell'apparizione di L'Unico. Tuttavia, il giovane-hegelismo nel suo insieme era già considerato dappertutto, dal tempo della sua giovinezza, come una filosofia mancante di serietà, come le elucubrazioni di alcuni maestri di conferenza cacciati dall'Università e di giornalisti chiassosi prima delle giornate del marzo del 1848. Il giovane Nietzsche quindi, disgustato dalla "senilità" dei suoi condiscepoli, vantò in una lettera questi stessi anni '40 come "un'epoca di grande attività dello spirito", a cui gli sarebbe piaciuto partecipare. Il contatto diretto con un veterano giovane-hegeliano orientò così il futuro filosofo. Nel mese di ottobre 1865, Nietzsche incontrò a lungo ed intensamente Eduard Mushacke, un vecchio membro della cerchia di Bruno Bauer, che era stato legato da amicizia con Stirner. Questo incontro ebbe come immediata conseguenza una profonda crisi intellettuale e la decisione panica di "volgersi verso la filosofia e Schopenhauer". [per più ampi dettagli vedere La crisi iniziale di Nietzsche].

Nietzsche ha tentato con un certo successo di cancellare le tracce dirette di questa svolta intellettuale decisiva -- cosa che dà un peso ancor più grande a quelle che ci restano.

Benché, nel caso di Nietzsche, le cose si presentino in tutti i loro dettagli (compreso dal punto di vista della giustificazione positiva), diversamente da Marx, si possono constatare tuttavia delle similitudini fondamentali nell'evoluzione intellettuale di questi due pensatori la cui influenza doveva essere basilare: il confronto con Stirner nella loro giovinezza; la rimozione (primaria) e l'edificazione di una nuova filosofia rafforzante una corrente ideologica iniziante nella loro epoca prima di diventare popolare, perché fa naufragare la spiegazione (formalmente in sospeso e reclamata da Stirner) con i problemi di fondo del progetto moderno, e cioè "il modo in cui l'uomo può uscire dalla sua minorità", pur suggerendo una soluzione pratica accessibile.

Come per Marx, una rimozione secondaria collettiva seguì alla rimozione primaria -- quella della ricerca nietzschiana di ogni tendenza, ma si espresse tuttavia sotto forme più sottili. Non si esitò a comparare delle dichiarazione di Stirner e di Nietzsche -- per concludere che Stirner era o non era un precursore di Nietzsche. Fu anche risposto positivamente alla domanda se Nietzsche avesse avuto conoscenza di L'Unico, senza che si giungesse ad una conclusione.

La tesi più estrema, quella di Eduard von Hartmann, vuole che Nietzsche avesse plagiato Stirner. Ma coloro che avevano compreso il vero apporto di Nietzsche, tacquero.

 

I filosofi, nella misura in cui furono dei razionalisti, furono sempre dei dissidenti. Malgrado ciò, prima o poi e molto spesso dopo la loro morte, il loro insegnamento fu integrato nel corpus della storia delle idee. Contrariamente ad ogni evidenza, ciò non è stato sinora il caso per il critico razionalista del razionalismo che fu Stirner. Contrariamente a Marx e a Nietzsche, egli è rimasto sino al nostro tempo, che si crede post-ideologico e non conosce effettivamente più dissidenza intellettuale, un vero dissidente -- un dissidente di lunga durata.

È da questa provocazione che deriva il valore euristico del suo "Unico" per l'epoca attuale e la sua attualità. Lo studio attento di quest'opera e della sua influenza possono aiutarci a comprendere lo strano declino che ha conosciuto il progetto razionalista nel corso degli ultimi centocinquanta anni -- e forse con ciò stesso incitare alla sua rianimazione.

Razionalismo -- consideriamo quasi obbligatoriamente colui che, ai nostri giorni, vuole costituire questo concetto in un argomento attuale, un ingenuo non avente alcuna nozione della storia delle idee. Non siamo da molto tempo "illuminati", soprattutto sul razionalismo stesso? Non appartengono esse ad un'epoca trascorsa e non abbiamo da molto tempo riconosciuto le loro contraddizioni? Dal momento che esse hanno generato, in modo attivo e reattivo allo stesso tempo, sulla base di un'immagine apparentemente ottimista ma fondamentalmente falsa dell'uomo, le ideologie assassine che hanno portato alle catastrofi del XX secolo.

Tutti coloro che hanno voluto continuare nel XX secolo il progetto razionalista del XIX secolo, hanno accettato questa lezione -- compreso coloro che, negli anni Trenta hanno concepito una "teoria critica della società" ispirata a Marx e Freud, poi l'hanno silenziosamente abbandonata pochi anni dopo per finire con il pensare che una "dialettica" fatale era inerente ad ogni razionalismo.

La proclamazione dell'epoca postmoderna ha rapidamente posto un termine alle ultime ambizioni razionaliste che per un po' si fecero ancora sentire ed effettuarono un breve sfondamento nel 1968. Il progetto moderno di razionalismo, già screditato e fuori moda, doveva essere definitivamente congedato nominalmente e si riesumò così il bilancio di secoli di razionalismo: siamo oramai illuminati sul fatto che l'uomo non può essere illuminato. L'uomo nuovo, che si tratti di quello di Marx o quello di Nietzsche, non è stato creato, è il vecchio Adamo che trionfa. Oramai, ogni appello alla creazione di un uomo nuovo è malvisto, cioè considerato come molto pericoloso.

Le cose sono effettivamente tali che ogni intenzione di riattualizzazione del progetto razionalista è oggi soffocato sul nascere per il fatto che le idee portatrici degli ultimi pensatori razionalisti avendo agito sulle masse -- e cioè Marx e Nietzsche -- sono state fondamentalmente svalorizzate dalle esperienze storiche del XX secolo. Il loro fallimento ha fatto scoraggiare coloro che non possono semplicemente credere, di fronte all'onnipresente irrazionalismo, che l'umanità -- e non fosse che nella sua parte più progredita -- sia già "uscita dal suo stato di minorità" e che l'ultima parola sia stata detta sulle possibilità della ragione umana.

Malgrado ciò, il fallimento delle idee razionaliste sinora dominanti offre anche un'opportunità. Ora che il prestigio di Marx e di Nietzsche è svanito, dovrebbe essere possibile ritornare nel luogo della storia delle idee, sinora coscienziosamente evitato, in cui ha cominciato questa evoluzione errata -- e cioè i dibattiti razionalisti radicali dei giovani hegeliani degli anni Quaranta dell'Ottocento, da cui nacquero innanzitutto le idee di Stirner, poi -- soprattutto in reazione ad esse -- quelle di Marx e di Nietzsche.

* * *

Stirner rimproverò ai razionalisti radicali del suo tempo di aver soltanto "ucciso Dio" e soppresso l'"aldilà fuori di noi", mentre essi conservavano, in quanto "pii atei" qual erano, il fondamento dell'etica religiosa, l'"aldilà in noi", trasponendolo semplicemente sotto una forma secolarizzata. Mentre non ci libereremo delle nostre millenarie catene solo quando quest'ultimo "aldilà" sarà anch'esso scomparso.

Con l'"aldilà in noi", Stirner intendeva molto precisamente l'istanza psicologica per la quale Freud creò nel 1923 la parola pertinente di "super Io". Il super Io appare nell'individuo come il risultato principale dell'acculturazione del bambino. È in seguito il rifugio dei giudizi di valore che, generati all'inizio della vita in modo pre- e irrazionale, non possono più essere influenzati che in modo molto condizionale dalla ragione. Il super Io, benché considerato dall'individuo come il suo bene più personale, è lì incarnazione dell'eteronomia (vedi a proposito Die Negation des irrationalen Über-Ichs bei Max Stirner (La negazione del super Io irrazionale in Max Stirner).

Stirner pensava che lo stadio dell'evoluzione nel corso del quale un super-Io generato pre- e irrazionalmente governasse il comportamento degli uomini, sarebbe scomparso con il compimento della razionalità allo stadio del governo personale, cioè di una vera autonomia degli individui.

Questa idea non ha tuttavia suscitato sino ad oggi, ovunque sia stata udita, altro che vive reazioni di difesa- anche presso un razionalista come Freud, che voleva vedere il super Io ancorato alla biologia in modo fermo, irrevocabile ed eterno e che ha volgarizzato la psicanalisi con la formula "Là dove era l'Es, deve succedere l'io!" (N.B.: un io con super Io). E i pochi psicoanalisti che hanno tentato di prendere come tema l'alternativa "Là dove era il super Io, deve succedere l'io!", furono facilmente messi fuori gioco. Ma questo è un altro capitolo della storia del tutto non dialettica dell'auto-paralisi del razionalismo.

Titolo originale tedesco: Max Stirner -- Dissident geblieben
Apparso in tedesco in:



DIE ZEIT, Nr. 5, 27. Januar 2000, Seite 49

Tradotto dal tedesco in francese da Pierre Gallissaires


[Traduzione dal francese di Ario Libert]

LINK interni:

Bernd Laska, Il "Proprietario" di Max Stirner
Bernd Laska, La crisi iniziale di Nietzsche

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà
 

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17 luglio 2009 5 17 /07 /luglio /2009 16:00

La Doma



Proseguiamo con l'approfondimento di una grande rivista di satira politico-sociale, L'Assiette au Beurre, i cui numeri illustrati da un solo autore, come quelli che abbiamo presentato sinora, sembrano proprio delle vere e proprie sequenze a fumetto dotati però di dascalie invece che dei più ortodossi baloons, o filatteri che dir si voglia.

Il presente numero interamente illustrato da Jossot rappresenta in una sequenza temporale in 16 quadri, come avveniva con altri autori di un passato non più recente già all'epoca di Jossot, penso soprattutto a Hogard e a Daumier, una vera e propria narrazione di una vita, fallita, ma sempre una vita, narrata dalla nascita alla morte, violente entrambe e contrassegnate da violenza fisica o morale per il suo intero decorso.

Il titolo di questo numero infatti non lascia scampo, l'esistenza secondo Jossot è scandita tutta da un processo continuo ed ininterrotto di doma, dalla famiglia, alle istituzioni educative al mondo del lavoro e delle relazioni sociali in generale.

Tutti i numeri illustrati da Jossot, persino quelli puramente umoristici, narrano di questo trionfo della violenza nell'esistenza umana, scoperte o meno che esse siano. Gli altri autori che abbiamo presentato, non sono comunque da meno. La vocazione di questi artisti che ebbero la fortuna di incontrarsi e spesso collaborare con questa grande rivista, possiede questo infatti di notevole, e cioè la loro opera quasi militante di demistificazione delle rappresentazioni ideologiche del sistema di dominio che si pretenderebbe addirittura democratico se non umanitistico e contrassegnato da civismo e progresso.
 






















 









 





































 

 

la doma, 012

 

 

 




 

 



 












 







[Traduzione di Ario Libert]

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16 luglio 2009 4 16 /07 /luglio /2009 08:20






Maurice Joyeux (1910-1991)


Non c'è momento più bello, di una barricata. È il simbolo degli Uomini liberi di fronte a coloro che vogliono opprimerli.


Maurice Joyeux nel 1947

L'assolutismo storico, malgrado i suoi trionfi, non ha mai smesso di urtarsi con un'esigenza invincibile della natura di cui il Mediterraneo, in cui l'intelligenza è sorella della dura luce, custodisce il segreto. I pensieri in rivolta, quelli della Comune o il sindacalismo rivoluzionario, non hanno smesso di gridare questa esigenza di fronte al nichilismo borghese come a quello del socialismo cesareo. Il pensiero autoritario, con il favore di tre guerre e grazie  alla distruzione fisica di un'elite di rivoltati, ha sommerso questa tradizione libertaria. Ma questa povera vittoria  è provvisoria, la lotta dura ancora.


Albert Camus, l'uomo in rivolta


 

È in occasione  della manifestazione contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, il 23 agosto del 1927, che Maurice Joyeux incontra il movimento libertario. Due militanti lo sottraggono dalla carica della Guardia repubblicana. Li segue sino a rue Pait, a Belleville alla sede dell'Unione anarchica rivoluzionaria di cui Louis Coin faceva parte. Aveva allora diciasette anni.

 

Di quest'epoca parla così oggi: "Il mio spirito era stato nutrito da una lettura che era in parte rivoluzionaria. Avevo nella mia famiglia sentito parlare di una grande parola che era il socialismo. Avevo uno spirito romantico, pensavo che bisognava salvare il mondo, fare la rivoluzione. Non avevo ancora un'opinione ben precisa di quel che dovevano essere le strutture di una società senza classi, sono rimasto così per mesi interi cercando in me quale poteva essere la traduzione pratica di questi pensieri che mi assediavano. Tuttavia avevo un sentimento profondo. Ero sulla soglia anche di decisioni che avrebbero fatto di me un militante anarchico. Volevo che gli uomini fossero eguali in tutto, così come avevo sentito parlare nei movimenti operai".

 


 


Maurice joyeux è nato il 19 gennaio 1910 da una famiglia di operai relativamente benestanti.

 

Militante socialista, suo padre era segretario del deputato di Levallois, Jean Bon,. Sua madre, una brava donnina energica e meravigliosa si occupava di tintoria, ma era anche segretaria di Cochon, il fondatore della Fédération des locataire [Federazione degli inquilini] che, di notte, aiutava ad abbandonare furtivamente l'alloggio coloro che non potevano pagare. Questa solidarietà, questa lotta quotidiana della piccola gente hanno sicuramente segnato l'infanzia di Joyeux e determinato il suo atteggiamento successivo.

 

Suo padre verrà ucciso nella battaglia della Marne e sua madre, Rosine, si risposerà con Alfred Liron, anch'egli militante socialista. È questi che lo formerà, orientandolo verso i movimenti operai, gli darà il suo spirito di indipendenza.

 

Più tardi, nei suoi libri, Joyeux assumerà lo pseudonimo di Liron ogni volta che farà intervenire il suo personaggio. Guidato da Liron, a nove anni, Joyeux partecipa per la prima volta ad una manifestazione. Si tratta della commemorazione, nel 1919, dell'assassinio di Jaurès.

 

Quando ha quatordici anni, la sua famiglia lascia Parigi e si trasferisce a Deauville. È apprendista fabbro. È la sua prima esperienza nel mondo del lavoro. È anche la sua prima rivolta.

 

Rompe una costola al suo padrone che voleva picchiarlo. È condannato ad una multa di 1000 franchi. Questa volta, così come anche in seguito, Rosine paga il conto. È un avvenimento importante nella vita di Joyeux perché per la prima volta, vittima di un'ingiustizia, misura la debolezza delle istituzioni di fronte al potere.

 

Dopo Brest, Rouen, farà ritorno a Parigi.

 


Sin da quest'epoca, prende la decisione di non dipendere più da qualcuno.


A diciotto anni, per liberarsi il più rapidamente possibile dagli obblighi militari anticipa la sua chiamata alle armi. In Marocco, dove deve fare i suoi diciotto mesi, la sua ribellione contro i soprusi stupidi e gratuiti lo conducono in prigione.

 

Se ne farà tre anni e verrà tradotto due volte davanti al Consiglio di guerra.

 

Non è che l'inizio. In tutto Joyeux resterà per dieci anni in prigione. Vi rientra infatti nel 1933, a Fresnes, per aver partecipato ad una manifestazione organizzata da immigrati polacchi. Questa avventura sarà alla base del suo romanzo Le consulat Polonais [Il consolato polacco].

 

Ritorna in prigione, a Montluc, vicino a Lione, questa volta per non aver risposto alla ingiunzione di mobilitazione. Organizza una rivolta (1941), quest'ultima riesce ma è catturato e condannato a venti anni di reclusione.

 

Nel suo secondo romanzo, Mutinerie a Montluc [Rivolta a Montluc] leggiamo: "Quando è continuità piuttosto che rottura, la detenzione diventa un elemento costruttivo di un tutto che chiamiamo vita... La detenzione consolida le certezze".

 

È in prigione, in quelle prigioni che Jules vallès definiva come le grandi università Popolari, che Joyeux scopre e studia Proudhon, Bakunin, Marx, Kropotkin, Stirner, Malatesta, Reclus che completeranno la sua conoscenza della letteratura popolare e sociale (Hugo, Zola, London, ecc.).

 

Sarà libraio. Afferma inoltre: "Nel corso della mia esistenza e nelle prigioni in cui mi sono trovato, ho sempre fatto il necessario per conservare la mia dignità, sono sempre stato tanto lontano quanto tranquillo nel difenderla, però mai troppo lontano dal continuare a difenderla".

 

Quando nel 1932, durante la grande crisi economica, è tra le migliaia di disoccupati parigini, conosce gli asili notturni, la zuppa popolare, la canzone di strada, è la ricerca della dignità, alleata alla rivolta ed al senso della solidarietà che lo spinge ad aderire al Comitato dei disoccupati.


È l'inzio della sua azione sindacale. Incontra tutte le componenti del movimento operaio: comunisti, trotskisti, pacifisti, libertari.


Partecipa al Congresso antifascista di Pleyel nel 1933, a quello di Huygens nel 1934 dopo aver aderito alla CGT-U. È sempre più attaccato al movimento sindacale, all'unità sindacale ma nient'affatto all'unità politica: "L'unità politica, è per molti impossibile, per me non è augurabile e poi sono indifferente a quest'unità politica", dirà.


Sin dal 1936, Joyeux aderisce all'Unione anarchica. Dopo la scissione del 1947 aderisce alla CGT-Force ouvrière. Le sue idee sull'anarchismo e l'anarco-sindacalismo sono sviluppate in Autogestion, gestion directe, gestion ouvrière [1]


Nel 1945, uscito di prigione, Joyeux si dà per obiettivo la ricostruzione della Fédération anarchiste. Lo farà con Vincey, i fratelli Lapeyre ed una militante che diventerà anche la sua compagna Suzy Chevet.


La federazione anarchica si struttura, si dà i mezzi di propaganda. Dei gruppi si creano come quello del XVIII, il gruppo Louise Michel a cui appartengono sempre Joyeux e che fu anche opera di Suzy. I militanti si impegnano nelle organizzazioni sindacali,nelle organizzazioni umanitarie: Lega dei diritti dell'Uomo, Libero pensiero. Un settimanale "Le Libertaire", sarà sostituito da "Le Monde Libertaire", giornale della Federazione anarchica. La libreria diventata troppo piccola, si trasferire a rue Amelot. E infine, la Federazione adatta i suoi mezzi di lotta alle nuove tecnologie ed è la creazione di Radio libertaire con tutte l edifficoltà ben note. Incredulo, Jpyeux parteciperà tuttavia con emozione alla prima emissione nel settembre del 1981.


Dell'organizzazione Joyeux dice: " La strategia di un gruppo rivoluzionario consiste nel preservare l'organizzazione perché è essa che compie il patto del messaggio rivoluzionario che certi uomini avevano formulato piùù o meno tanto tempo fa. È quel che fa la Federazione anarchica da trent'anni e deve continuare a fare, per testimoniare innanzitutto, proporre in seguito, quando il vecchio mondo andrà in frantumi. Ecco quale deve essere la strategia di un gruppo rivoluzionario perché il tempo porta tutto via... Essere presenti, ecco la tattica che ogni movimento rivoluzionario, l'organizzazione anarchica in particolare, deve seguire", (tratto da: Ce que je crois, 1984).


Maurice joyeux ha, inoltre, dedicato un opuscolo alla storia della Federazione anarchica: "L'Idra di Lerna", apparsa presso le Editions di Monde Libertaire, nel 1967. Parallelamente alla lotta per il mantenimento dell'organizzazione, Joyeux ha sempre denunciato gli allineamenti dei rivoluzionari, in nome del realismo, alle concezioni economiche dell'avversario.


In L'Anarchie et la societé moderne, del 1969, egli scrive: "Prima ancora di determinare il mezzo per instaurare una società diversa, prima  ancora di definire il profilo di questa società senza classi, è essenziale determinarne la struttura di base, senza che le lotte sono improduttive e le costruzioni teoriche sogni fumosi. La rivoluzione è innanzitutto la soppressione dell'ineguaglianza economica perché soltanto questa soppressione condiziona la trasformazione di una società millenaria. Tutti coloro che ammettono l'ineguaglianza, qualunque sia il vocabolario o la fraseologia impiegata, non sono che dei riformatori all'interno del sistema di cui essi vogliono conservare l'essenziale". E poco dopo afferma anche: "Una delle ragioni dello scacco dei tentativi socialisti di questi ultimi cinquanta anni, è stato giustamente il sacrificio che si è preteso a diverse generazioni per riacchiappare l'economia mondiale. A questo stadio il progresso diventa nefasto e si ritorna a quel gigantismo economico che creò le piramidi sul corpo di centomila schiavi. Anche se una progressione socialmente equilibrata può sembrare troppo lenta, essa ha il vantaggio, da una parte di sollevare un'intera popolazione al livello delle sue possibilità globali e d'altra questa progressione in linea impedisce la formazione di isole di regressione, che alla fine diventano degli impedimenti all'evoluzione perché producono delle discordie e suscitano delle lotte in seno ad una comunità di cui costituiscono il freno. L'esempio cecoslovacco è ricco di insegnamenti in proposito".


Non facendo più soltanto riferimento ai grandi vecchi (Proudhon, Bakunin, Reclus, Kropotkin), Maurice Joyeux affrema la necessità per il movimento libertario di inscriversi nell'evoluzione delle situazioni contemporanee. Detto altrimenti, al livello dei principi non cambiare nulla a livello dei mezzi adattarsi, assumere le evoluzioni del pensiero.


Joyeux dice: "La cosa da condannarsi maggiormente, e non sono sicuro che gli anarchici ne siano esenti, è di voler costantemente far seguire le proprie orme in quelle di coloro che ci hanno preceduto".

 


Jaqueline Lamant

Le Magazine libertaire




[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Maurice Joyeux (1910-1991)


LINK interno al presente blog attinenti all'argomento:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS, da: "Le Monde Libertaire", 1966.


Da google video:
li
nk








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8 luglio 2009 3 08 /07 /luglio /2009 17:14
Resistenze anarchiche in URSS
 negli anni 20 e 30






Abbasso il marxismo, abbasso la repubblica dei soviet,
Abbasso le cellule dei bolscevichi.
Crediamo fermamente alla violenza,
Alla solidarietà delle nostre canzoni e alle nostre baionette.
Abbasso, abbasso mormorano le foreste e le steppe,
Spezzeremko le catene del comunismo
E questo sarà la nostra ultima lotta.

[Canzone anarchica popolare... dei gulag]





Lo schiacciamento definitivo degli anarchici russi è comunemente datato al 1921. Quell'anno, il movimento Makhnovista è vinto dall'Armata Rossa e la Comune di Kronstadt, ultimo bastione dello spirito libertario del 1917, è annegato nel sangue da Trotsky e consorti.
La maggior parte delle opere che si occupano dell'anarchismo in Russia e della sua storia, si fermano a questa data o non trattano che molto superficialmente gli anni successivi, senza mai andare oltre il 1937, anno che vede la sparizione delle grandi figure della rivoluzione. Ma l'attività degli anarchici in URSS non ha mai cessato sino ai giorni nostri, benché molto ridotta e che spesso, a causa della natura stessa del regime sovietico, il suo teatro abituale fu la prigione o il gulag.
Dopo il 1921, ogni propaganda anarchica è severamente repressa, tranne alcune eccezioni tollerate dal regime e destinate a conferirgli un'immagine liberale: le librerie e le edizioni Golos Truda di Mosca e di Pietrogrado, la Croce Nera anarchica ed il museo Kropotkin. Le edizioni Golos Truda pubblicano così le opere complete di Bakunin e un libro di Alexis Borovoï sull'anarchismo in Russia. Il museo Kropotkin apre nel 1921, dopo la morte del celebre anarchico, nella sua casa di Mosca, su iniziativa di un gruppo di anarchici e della sua vedova. Infine una organizzazione, la Croce Nera, che ha come  scopo di fornire aiuti agli anarchici imprigionati, è anch'essa tollerata, ma la sua attività è molto debole. Le sue istituzioni sono autorizzate dal potere sovietico unicamente perché esso vi trova dell'interesse. Esse non esistono o non sono attive che a Leningrado e a Mosca, vetrine dell'URSS per l'estero.
In provincia niente è possibile: la letteratura anarchica, tollerata a Mosca, vi è proibita. Ad esempio, le opere di Kropotkin sono sequestrate a Jaroslav, dei libri di Golos Truda a Kharkov. La Ceka poi il G.P.U. li utilizzano per individuare più facilmente i simpatizzanti anarchici. Vi sono in permanenza degli informatori alla Croce Nera e tutti i visitatori del museo Kropotkin sono fotografati a loro insaputa [1]. Sia quel che sia, il loro margine di azione sarà sempre limitato. Nel 1926 Golos Truda pubblica un opuscolo per il 50° anniversario della morte di Bakunin con l'autorizzazione della censura. Ma alla sua uscita, il G.P.U. lo confisca e brucia. Uno dei membri di Golos Truda, Ukhin, è arrestato poi confinato a Tashkent per aver diffuso degli esemplari di questo opuscolo (il motivo esatto della condanna è "distribuzione di letteratura illegale" [2]. Con l'affermarsi del potere di Stalin , queste istituzioni legali a poco a poco diventeranno inutili. La Croce Nera è dissolta sin dal 1925 ed i suoi principali animatori imprigionati. Le librerie di Mosca e di Leningrado sono chiuse nel giugno del 1929 a seguito di una ondata di arresti che colpisce gli ambienti anarchici. Il motivo ufficiale di questa retata è la pubblicazione di un libro, La dittatura bolscevica ed il punto di vista anarchici [3]. Il museo Kropotkin è chiuso nel 1938, alla morte della sua vedova. Ma i suoi principali animatori erano già scomparsi durante le grandi purghe [4].
Parallelamente all'attività legale, un'attività clandestina prosegue malgrado la costante sorveglianza del G.P.U. Se ne trova l'eco per gli anni 1922-23 sia a Pietrogrado sia a Mosca nelle cronache della repressione, che si possono leggere nei giornali libertari esteri.
Nel 1924, un gruppo anarchico relativamente attivo esiste tra gli operai di Pietrogrado, ma deve cessare la sua attività quando la sua esistenza è scoperta dalla polizia politica [5]. Lo stesso anno, Nicolas Lazarevich organizza con qualche altro operaio anarchico un gruppo anarco-sindacalista alla fabbrica Dynamo di Mosca che pubblica molti volantini (contro gli abbassamenti dei salari, contro l'accordo economico tra l'Inghilterra e l'URSS, contro le campagne tayloriste, presentando sempre un'alternativa sindacalista-rivoluzionaria). I volantini sono diffusi la notte sui banchi da lavoro delle officine, incollati sui manifesti ufficiali, letti in pubblico o trasportati sotto il mantello. Il gruppo è infine individuato e smantellato dagli arresti [6]. Anche in provincia, un'attività clandestina persiste. In Ucraina, esistono  molti gruppi a quest'epoca nelle città e tra i contadini, Alcuni pubblicano dei volantini. Nel 1924, il "Gruppo di anarchici del sud della Russia" fa giungere un lungo documento sulla situazione ai loro compagni esiliati. È la loro sola attività conosiuta [7]. Questa debole propaganda sembra quindi aver avuto qualche risultato: l'ondata di scioperi che scuote Mosca e Pietrogrado nell'agosto e settembre del 1923 è dovuta in gran parte ai menscevichi, ma in molti casi agli anarchici.
Come regola generale, i gruppi di cui conosciamo l'esistenza sono quelli scoperti dalla polizia segreta. Ne smantellerà sino agli inizi degli anni trenta, e in seguito ci sarà un'interruzione di una quindicina di anni. Nel 1925, un gruppo anarchico composto di sarti è esiliato da Mosca per aver condotto una lotta contro gli "specialsiti" di una fabbrica, protestando essenzialmente contro gli alti salari attribuiti a quest'ultimo [8]. Alla fine dell'estate del 1926, un gruppo di molte decine di anarchici viene arrestato a Leningrado per propaganda illecita [9]. Nel maggio del 1928, una cinquantina di operai libertari della stessa città sono arrestati in seguito alla circolazione di un volantino anarchico [10]. Nel 1930, un gruppo anarchico è smantellato a Tcheliabinsk: disponeva di una tipografia clandestina che pubblicava dei testi anarchici, stranieri soprattutto e intratteneva delle relazioni con l'estero [11].
Esiste inoltre una notevole attività individuale. In occasione dell'affare Sacco e Vanzetti, sfruttato a fondo dalla propaganda comunista, alcuni anarchici si manifestano: Nicola Beliaeff e Arterne Pankratoff, in esilio a Qyzylorda nel Turkestan, sono tratti in arresto poi deportati in Siberia, per aver preso la parola in un meeting. Essi protestavano che un campo dell'aviazione fosse stato chiamato con i nomi di Sacco e Vanzetti, quando gli anarchici erano imprigionati e perseguitati [12]. Un altro anarchico, Warchavski, è imprigionato alla stessa epoca perché possiede degli opuscoli, editi clandestinamente in occasione della loro esecuzione, che denunciavano lo sfruttamento del caso da parte del regime sovietico. Si conosce anche l'attività di Ivan Kologriv, scaricatore di porto anarchico condannato nel 1930 per agitazione antimilitarista [13].Nel 1931, Bestoujev, anarchico bolscevico (cioè sostenitore critico del regime) è licenziato dalla sua impresa, perché rifiuta, conformemente alle sue opinioni anarchiche, di partecipare all'elezione del soviet locale [14].
L'attività di anarchici in libertà non supera l'inizio degli anni 30. Prima delle stesse grandi purghe staliniane che decimeranno i rivoluzionario (e non soltanto essi), le sole informazioni che riescono a filtrare in URSS riguardano gli anarchici che sono in prigione o in esilio. E quando, di nuovo, un'attività anarchica avrà luogo fuori dai campi, verso la fine degli anni 40, sarà non concernerà più dei fatti riguardanti i veterani del 1917 ma, al contrario, giovani nati nella Russia sovietica.
Il sistema repressivo collaudato dai comunisti ha naturalmente portato la maggior parte dei militanti anarchici attivi in prigione, in deportazione o in esilio. Ma essi non hanno abbandonato la lotta, anche se lo scopo non era più la rivoluzione, ma la resistenza all'arbitrio penitenziario. Essi partecipano, insieme alle correnti socialiste della Rivoluzione, socialisti rivoluzionari e socialdemocratici, alla lotta per conservare i vantaggi dello statuto di prigioniero politico ereditato dallo zarismo: niente lavoro forzato, corrispondenza libera, circolazione libera nel campo ad ogni ora del giorno e della notte.
A partire dal 1921, i prigionieri politici vengono internati alle isole Solovki, nel mar Bianco, in un antico monastero. Sono radunate qui tutte le correnti politiche perseguitate all'epoca e dunque numerosi anarchici. Essi hanno in quest'epoca lo stesso statuto dei tempi dello zarismo. Nel dicembre del 1923, quando l'arcipelago è tagliato fuori dal resto del mondo dall'inverno, alcuni diritti sono soppressi: limitazione della corrispondenza e diverse altre cose, di cui soprattutto il permesso di uscire dagli edifici dopo le sei di sera. Come forma di protesta, dei volontari socialisti rivoluzionari ed anarchici progettano di uscire sin dal primo giorno dopo le sei di sera. Ma prima della stessa ora del coprifuoco, i soldati sparano sui prigionieri che stanno fuori. Si contano sei morti e diversi feriti. Dopo questo "incidente", il regime politico viene mantenuto. Alla fine del 1924, nuove minacce pesano sullo statuto politico. Tutte le frazioni politiche si accordano di nuovo per esigere l'evacuazione dall'arcipelago prima dell'arresto della navigazione, minacciando di effettuare uno sciopero della fame collettivo. Mosca respinge l'ultimatum e lo sciopero comincia. Tutte le persone valide lo effettuano. Dei medici scelti tra i detenuti sorvegliano ogni scioperante della fame. Ma le autorità che sono indifferenti a questo sciopero si accontentano ad aspettare. Dopo quindici giorni, dei dissensi si fanno sentire tra i partecipanti che sono numerosi e le correnti diverse. Un voto segreto si pronuncia per la fine dello sciopero. Non è una vittoria, senza essere una sconfitta: il regime politico sarà mantenuto [15].
Durante la primavera del 1925, le Solovki sono evacuate. Nei fatti, si tratta di una manovra delle autorità per spezzare la resistenza. Gli "starostats" (prigionieri eletti per ogni frazione politica ed incaricati di parlamentare con le autorità) sono internati nei campi di solamento di Tobolsk, mentre il resto dei prigionieri è incarcerato nei campi di isolamento di Verkhny-Uralsk. La Ceka applica la norma "dividere per regnare" moltiplicando i luoghi di detenzione: oltre Tobolsk e Verkhny-Uralsk, esistono altri campi di isolamento politici a Iaroslav, Verkhné-Udinsk Suzdal, in più le isole Solovki sono riutilizzate come campo sin dal 1926, senza contare i numerosi luoghi di deportazione o di relegazione in Siberia o in Asia centrale [16]. Possediamo alcuni dati numerici su queste prigioni: vi erano a Verkhny-Uralsk, nel 1927, 200 prigionieri di cui 80 socialdemocratici, 60 anarchici e 38 socialisti sionisti, il resto era apartitico. A Verkhny-Uralsk, nel 1928, sono internati 189 detenuti di cui 30 anarchici. All'arivo di Ciliga in questa prigione nel 1930, si rilevano 140 comunisti (trotskysti) contro 50 anarchici e socialisti. Alla sua partenza nel 1933, vi sono 180 comunisti contro 80 anarchici e socialisti [17].
La storia della resistenza anarchica nelle prigioni non è più che una successione di provocazioni dell'amministrazione penitenziaria e di repressioni. Nel 1926, Grigoriev, contadino anarchico, tenta di suicidarsi con il fuoco perché non sopporta più d'essere isolato in una cellula e di essere privato da ogni attività. Uno sciopero della fame di sette giorni è portato avanti da altri detenuti, invano, affinché sia messo nella stessa cellula dell'anarchico Kalimassov. Grigoriev riuscirà al suo secondo tentativo  di suicidio [18]. Lo stesso anno, a Tobolsk, i guardiani provocano gli anarchici della cellula n°6 rifiutando loro di condurli ai lavandini come ogni mattina. Per protestare, nel pomeriggio essi rovesciano le tinozze piene in corridoio. La cellula si dichiara collettivamente resposabile di quest'atto, tutti vengono puniti ed uno sciopero della fame ha inizio. Il nono giorno, il direttore revoca la punizione, ma poiché occorrono dei colpevoli, due prigionieri vengono trasferiti a Mosca. Essi pagano per gli altri: accusati di disobbedienza, sono inviati alle Solovki [19]. Questi due esempi tra tanti altri illustrano perfettamente il clima che regnava allora nelle prigioni sovietiche.
La maggior parte dei detenuti evacuati dalle isole Solovki nel 1925 si è ritrovata a Verkhny-Uralsk. La resistenza per il mantenimento dello statuto politico prosegue, malgrado le sconfitte: la circolazione tra le cellule è vietata; gli "starostats" vengono rieletti, ma essi non possono più entrare in contatto con i detenuti di altre cellule oltre la loro. La divisione ostacolò la lotta. Verso il 1928, un nuovo sciopero della fame ha luogo in seguito ad un incidente. Ma l'atmosfera non è più la stessa che alle Solovki. Un'intervento delle guardie, che percuotono gli scioperanti, provoca la fine del movimento che non ha ottenuto nulla [20]. Nell'aprile del 1931, una sentinella spara su un detenuto trotskysta in piedi davanti alla finestra della sua cellula e lo ferisce gravemente. I 150 detenuti comunisti iniziano uno sciopero della fame ed alcuni anarchici si associano per solidarietà. In capo ad una settimana, lo sciopero è sospeso per lasciare il tempo a Mosca di rispondere alle rivendicazioni. La risposta non giungendo in capo a due mesi, il movimento riprende e dopo undici giorni termina vittoriosamente. Ciliga, che ha partecipato a questo sciopero, menziona anche altri due tentativi di lotta nell'estate del 1929 e nel febbraio del 1930 che sono stati repressi con la forza ed un altro ancora nel maggio del 1933, represso anch'esso. Egli parla degli anarchici come di prigionieri pronti a sostenere non importa quale gruppo per lottare contro l'amministrazione. È tra di loro che vi erano più decessi durante gli scioperi della fame [21].
I magri vantaggi che restano ai prigionieri politici si sfilano progressivamente. Sin dal 1934 ad esempio, i libri proibiti da molto tempo in URSS, ma ancora tollerati nelle prigioni politiche, sono confiscati: Trostsky, Bakunin, Kropotkin per quel che riguarda gli autori politici [22]. Nel gennaio del 1937 si svolge nel campo d'isolamento di Iaroslav l'ultimo sciopero della fame collettivo dei prigionieri politici delle Solovki. Gli ultimi superstiti presentano le loro rivendicazioni di sempre: elezioni di "starostats", libera circolazione tra le cellule, ecc. Dopo quindici giorni di sciopero, essi vengono nutriti artificialmente, ma ottengono alcuni vantaggi che saranno sottratti alcuni mesi dopo. È l'ultima manifestazione collettiva degli anarchici, dei socialisti-rivoluzionari e dei socialdemocratici imprigionati durante la rivoluzione [23].
La solidarietà tra gli anarchici e le correnti socialiste è molto forte in prigione come al confino. Questa lunga lotta condotta unitariamente per quasi quindici anni ne è la prova. Vi sono altri casi di aiuto reciproco: ad esempio a Tchimkent, sino all'inizio degli anni 30, i relegati socialisti-rivoluzionari, socialdemocratici ed anarchici alimentano una cassa segreta per i loro compagni del Nord. In effetti, se si trova facilmente del lavoro a Tschimkent, anche quando si è relegati, è del tutto differente nel nord siberiano dove numerosi deportati non hanno alcun mezzo di sussistenza [24].

 

 

Iztok N°1 e riedito dai Cahiers du vent du ch'min



NOTE

[1] La situation actuelle en Russie, [La situazione attuale in Russia], in: Revue anarchiste, 1924.
[2] Le Libertaire, 10-6- 27.

(3) Le Libertaire, 12-10-29.
(4) La situation actuelle en Russie, Paul Avrich, Les anarchistes russes, [Gli anarchici nella rivoluzione russa, La Salamandra, Milano, 1976].
(5) La situation actuelle en Russie.
(6) Nicolas Lazareviteh, Ce que j'ai vécu en Russie [Quel che ho vissuto in Russia].
(7) La situation actuelle en Russie.
(8) Le Libertaire, 9-10 25.

(9) Le Libertaire, 21 4 27.

(10) Le Libertaire. 10 8 28.
(11) Anta Ciliga. Au pays du mensonge déconcertant [Nel paese della grande menzogna, Jaka Book, Mialno].
(12) Le Libertaire, 01 5 28.

(13) Le Libertaire, numero speciale, febbraio 1931.

(14) Le Libertaire, 24 4 31.
(15) Alexandre Soljénitsyne, L'archipel du goulag, [Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano].
(16) Le Libertaire, 20.5-27.
(17) Idem e Ante Ciliga, Nel paese della grande menzogna.
(18) Le Libertaire, 04 3 27

(19) Le Libertaire, 27-5-27.
(20) Arcipelago Gulag.

(21) Nel paese della grande menzogna.
(22) Idem. (23) Arcipelago Gulag.

(24) Idem.



[Traduzione di Ario Libert]

 


LINK al post originale:
Résistence anarchiste en URSS 1920-30



LINK pertinenti alla tematica trattata:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La Makhnovishina
La rivoluzione spartachista

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