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4 luglio 2009 6 04 /07 /luglio /2009 17:37
Hermann-Paul, Il signor Morale, cornuto e socialista

Un altro grande artista, illustratore di numerose riviste, anche della incredibile L'Assiette au Beurre, per cui illustrò ben 14  numeri. Si tratta di René Georges Hermann-Paul (1864-1940), disegnatore, pittore, incisore.  Il numero presentato è di una tematicità estremamente attuale e a dir poco sorprendente. Dato il secolo che ci separa da esso, il tema del tradimento ideologico delle organizzazioni partitiche, l'ipocrisia ideologica e sociale dei loro membri, suonano ancora più pesanti di quanto egli non denunciasse all'epoca in cui il sol dell'avvenire era in un certo senso ancora ai suoi inizi o se si preferisce reiniziava di nuovo. Al contrario di molti numeri della celeberrima rivista di satira politica e delle istituzioni sociali, ad essere preso di mira è ora un tipo sociale famigerato: il politico professionista, piccolo borghese, camaleonticamente professante una fede nel progresso umano molto astratta e a sé conveniente che gli permete addirittura di essere di tutto, autoritario in famiglia, sul lavoro, viscido e naturalmente... vincente. Niente male veramente.

 

 

 

 



























































































































































[Traduzione di Ario Libert]

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3 luglio 2009 5 03 /07 /luglio /2009 12:37






Le più belle paglie

 HANNO LA TINTA SPENTA

SOTTO CHIAVE [1]

di Maurice Joyeux



Se un'idea sembra essere sfuggita sino ad oggi ad ogni impresa di riduzione, aver tenuto testa ai più grandi pessimisti, pensiamo che sia l'idea dell'amore, la sola capace di riconciliare ogni uomo, momentaneamente o non, con l'idea della vita.
       Secondo manifesto del surrealismo



In cosa André Breton può interessare i quadri del nostro movimento sindacale? si chiederanno alcuni. Nel momento di rispondere mi torna in mente questa magnifica formula di un delegato del sindacato dei costruttori al nostro ultimo Congresso della regione parigina: "Due elementi rimangono il simbolo del nostro sindacato, disse, il manico del piccone che il militante regge con la mano e la mensola dei libri che egli ha fissato sopra il suo letto". Esclamazione tagliente che definisce il nostro modo di procedere che è alla volta lotta e conoscenza. Ora, per cinquanta anni André Breton ha proseguito sulle strade della libertà questa spinta verso la conoscenza degli esseri che è la conseguenza logica della loro lotta per la loro emancipazione.

Meglio del letterato che descrive delle situazioni, il poeta alla ricerca di forme di espressioni nuove è il complemento del militante alla ricerca di nuove strutture. Per l'uno come per l'altro, la dignità umana è l'oggetto della loro ricerca dell'assoluto. L'uno e l'altro nel campo che è loro peculiare si rifiutano di essere soltanto dei testimoni del loro tempo, ma degli attori che lo modificano. Thomas Moore, Etienne de la Boetie, Erasmo e gli umanisti suonano la campana a martello di un mondo che sta per partorire la Riforma e vedere fiorire il Rinascimento. Hugo, Lamartine, Vigny ed i romantici sono il riflesso letterraio delle barricate del 1848. André Breton, Benjamin Péret, Philippe Soupault ed i surrealisti singolarizzano l'espressione di un mondo che intorno al 1920 era deciso a porre e risolvere il problema sociale. "L'Utopia", "La Storia di un crimine", "Il secondo manifesto del surrealismo", sono i vertici di un'insurrezione estetica che accelerò la mutazione della società del loro tempo. Dopo le esplosioni umaniste, romantiche e surrealiste, nulla fu più eguale a ciò che prima veniva insegnato come delle leggi spirituali inamovibili.

Per Breton ed i suoi amici, tutto cominciò con uno spaventoso bagno di fango e di sangue.


La guerra 14-18.
Chi avrebbe oggi il coraggio di rileggere gli articoli che poterono scrivere dei Barrés o dei Bergson? Non vi era nulla che si elevasse al di sopra del livello d'espressione di una stampa mercenaria. Emaciati, con la barba lunga, a brandelli, stralunati, gli uomini uscivano dalle trincee. I pidocchi avevano scavato solchi su carni che l'acciaio aveva risparmiato. Le donne dagli occhi lucidi che li aspettavano, non erano più le stesse che avevano lasciato quattro anni prima. Quelli della riserva, gioviali e soddisfatti di sé, davano loro delle pacche sulla spalla. Un ronzio di frasi scavate bucava loro il cervello più sgualcito del loro cuore. "L'ultima delle guerre!", "Non passeranno!", "Abbiamo dei diritti!", "Il crucco pagherà!", ecc. e la canzone "La Madelon" straripava come il vino rosso drogato, le sere dell'attacco. Eppure un lontano rumore si alzava all'est che difficilmente giungeva alle orecchie.

Tornarono ai loro campi e alle loro officine come dei sonnambuli, cullati dalla musica militare, la voce da raganella di Poincaré, il cuore intenerito dalle mollettiere di Clémenceau, "il padre della Vittoria" che si era fatto fotografare nelle trincee per la prima pagina di L'Illustration che essi ritrovavano attaccata ai muri della loro cucina macchiata di chiazze di grasso e di "cacche di mosca". Nei loro villaggi come nei quartieri della loro città, i nuovi ricchi imbrattavano i marciapiedi sui quali i nuovi poveri aspettavano le provviste, il carbone, del lavoro. Ed è là, alla fonte di quel che era stata la loro esistenza che il miracolo si dissolse. Ritornati lucidi, uno ad uno i militanti raggiunsero le Case comuni che i vecchi con grandi fatiche avevano mantenute. L'organizzazione operaia si ricostituì.

Alla dichiarazione di guerra, André Breton non aveva ancora venti anni. È un giovane nutrito di Victor Hugo, dei simbolisti, di Valéry ed inebriato di poesia, che la guerra ghermì; è un altro uomo che la guerra restituirà! Per quattro anni lo spirito ha piegato e terrorizzato l'elite intellettuale, i France, I Claudel, i Barrés, lo stesso Apollinaire vivranno inginocchiati davanti al potere della guerra. La stupidità fa dappertutto corteo alla viltà e soltanto alcuni sindacalisti cercheranno di salvare l'onore del movimento operaio. Tuttavia, nel cielo di fuliggine, si sono prodotte delle lacerazioni. Pagine strappate alla sofferenza, "Il Fuoco" di Barbusse vara la demistificazione e Duhamel si appresta a ricevere il Goncourt per Civilisation. È allora che André Breton incontra Jacques Vaché, poi Apollinaire, Soupault, Tzara, Aragon, Pierre Reverdy. Apollinaire e Vaché, minati dall aguerra, spariranno presto e per gli altri, raggruppati intorno a Breton, la grande avventura del surrealismo sta per cominciare.



IL PROGETTO SURREALISTA

Il surrealismo così come lo intendo, dichiara molto il nostro anticonformismo, perché non possa essere questione di tradurlo, al processo del mondo reale, come testimone a scarico.
       Manifesto del surrealismo.
 
Il primo Manifesto del surrealismo apparirà nel 1924, ma durante i cinque anni di gestione che sfoceranno a questo opuscolo, il gruppo, riunito intorno a Breton, si impegnerà a far esplodere il conformismo piccolo borghese di una società che non vive che di parole. Sarà dapprima l'esperienza Dada che si nutre di parossismo, d'insolenza, di esibizionismo e che si farà suscitare contro tutte le "persone oneste" a cominciare dai lavoratori che si lanciano all'assalto della borghesia, senza accorgersi che le giustificazioni intellettuali a cui fanno riferimento sono le stesse di cui questa borghesia si serve per garantirsi semplicemente contro l'oggetto stesso, ma la visione intima, profonda che l'uomo se ne fa. In poesia, come in pittura, il soggetto come colui che l'esprime, si mischieranno così strettamente che ne risulterà una creazione inedita, originale che sarà il frutto della loro collaborazione e che sarà l'opera stessa.

Ed è di questa liberazione dell'artista che sono nate tutte le Arti d'espressione moderna ed è il primo Manifesto del surrealismo che ha portato il colpo decisivo ad un arte di sufficienza il cui progetto consisteva nel magnificare una società che viveva dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.



Il Surrealismo è l'insurrezione degli spiriti!
 

Credo che non possiamo evitare di porci in modo bruciante il problema del regime sociale sotto cui viviamo, voglio dire l'accettazione o la non accettazione di questo regime.

          Secondo Manifesto del Surrealismo



Il coinvolgimento politico


È dalla creazione di La Révolution Surréaliste che data il primo coinvolgimento formale di Breton e dei suoi amici sulla strada rivoluzionaria. Sulla copertina del primo numero della rivista, figura questa dichiarazione: bisogna approdare ad una nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo; ed è a quest'epoca e sotto l'impulso di Antonin Artaud che dei testi come Aprite le galere, sopprimete l'esercito escono dal "Bureau des recherche surréalistes" [Ufficio delle ricerche surrealiste]. Infine, nel numero quattro della rivista, un documento di Breton dichiara: Nello stato attuale della società in Europa, continuiamo ad aderire ai principi di ogni azione rivoluzionaria, anche se prendesse come punto di partenza la lotta di classe. Poi viene una proclamazione contro la guerra della Marne ed infine il famoso banchetto di Saint-Pol-Roux che contrassegnò la rottura dei surrealisti con i vecchi scrittori combattenti che dominano la vita letteraria di quest'epoca.


In Légitime Défense, André Breton scrive: Non c'è tra di noi nessuno che non si auguri il passaggio del potere dalle mani della borghesia a quelle del proletariato. Delle polemiche si scatenano sulla famosa frase di Aragon "Mosca la rimbecillita". Il gruppo si avvicina allora a Clarté, la rivista degli intellettuali comunisti diretta da Henri Barbusse. La fede rivoluzionaria spingeva questi intellettuali, di cui pochi erano marxisti, ad aderire al Partito comunista che li accolse con diffidenza. Soltanto, i militanti sindacalisti della mia generazione, di cui molti, benché molto più avvertiti di questi giovani intellettuali, si lasciarono prendere egualmente dal miraggio russo, possono comprendere. L'entusiasmo allora esistente per una rivoluzione i cui crimini erano ancora sconosciuti.



André Breton, dopo molti divertenti interrogatori, effettuati da quel abrutito di Michel Marty (l'ho conosciuto), fu assegnato alla "società del gas". Le sue controversie con il partito rimangono un pezzo da antologia indispensabile a chi vorrà tracciare il ritratto dell'uomo comunista di questo periodo. Quelle intimidazioni odiose e ridicole provocheranno nel gruppo delle agitazioni e Artaud, Vitrac, Soupault e alcuni altri, che si ripiegheranno verso "l'arte per l'arte" ne saranno esclusi.


Da quel momento, l'evolversi di André Breton assume due aspetti: da una parte un irrigidimento contro la posizione  di partenza del surrealismo che voleva che questi bastasse a se stesso e dall'altra un irrigidimento contro tutto quel che potrebbe portarlo ad affondarsi per permettere ai suoi elementi di raggiungere i rivoluzionari politici. Il dramma ha inizio! Per quattro anni, Breton tenterà di far procedere di pari passo la rivoluzione dell'intelligenza con la rivoluzione sociale rappresentata dal Partito comunista.


Fu un errore ed egli fallirà.






La strada della libertà


L'uomo che s'intimorisse a torto per alcune mostruose sconfitte storiche è ancora libero di credere alla libertà. È padrone di sé a dispetto delle vecchie nubi e di quelle forze cieche contro le quali egli lotta.
       Secondo Manifesto del Surrealismo



Malgrado le preoccupazioni dei cellulardi (Cellulards) [2], il gruppo surrealista entra in un periodo di intensa attività. Essa sarà dominata nel 1930 dall'apparizione del secondo Manifesto, preceduto da Nadja nel 1928 e che sarà seguito da Les vases communicants nel 1932.

Una nuova rivista, Le Surréalisme au service de la révolution difenderà le posizioni del gruppo e proseguirà l'esperienza surrealista in un modo del tutto indipendente al Partito comunista. Prévert, Dalì, Bunuel, Queneau, Sadoul, René Char hanno raggiunto il gruppo che entra in lotta aperta con il Bureau International des écrivains [Ufficio Internazionale degli scrittori] con sede a Mosca.










Un viaggio di Sadoul e di Aragon a Mosca, farà precipitare la rottura. Partiti in Russia per difendere la libertà della cultura, questi due personaggi capitoleranno di fronte alla burocrazia staliniana e firmeranno un testo che si impegnava "a sottoporre la loro attività letteraria al controllo del partito comunista". Malgrado un testo di rettifica molto piatto, è il grande scisma. Aragon, Sadoul e qualcun altro diventeranno i valetti della politica di guerra dei partiti comunisti diventati nazionalisti. Breton ed i suoi amici cercheranno di mantenersi per un periodo all'A.E.A.R., l'Association des Ecrivains et Artistes Révolutionnaires, da Vaillant Couturier, associazione di scrittori comunisteggianti, ma un testo di Fernand Alquié Le surréalisme au service de la révolution [Il surrealismo al servizio della rivoluzione] reciderà gli ultimi legami che univano il gruppo al partito comunista.

Da quel momento, ritroveremo Breton ad ogni svolta della storia in cui essa è presa alla gola sia dai fascisti sia dai comunisti. La sera del 6 febbraio 1934, prende l'iniziativa del primo appello alla lotta da parte degli intellettuali a fianco del proletariato. In calce al documento ritroviamo, con il suo, il nome di Malraux, Monatte, Alain, Henri Jeanson, Poulaille, Ilie Fuare, ecc. Prende contatto con Léon Blum. Ci ha lasciato un gradevole racconto dei suoi rapporti con l'uomo politico nutrito da una letteratura abbondante e varia. È a quest'epoca che vedrò chiudersi in faccia le porte del Congresso degli scrittori per la difesa della cultura, per aver somministrato a quel delinquente di Ilija Ehrenburg, il giorno prima, quel paio di schiaffi che si meritava da tanto tempo. Poi fu la guerra di Spagna ed il gruppo surrealista si schierò a fianco dei militanti del POUM e della Fai. Le maschere sono allora cadute e ritrovammo André Breton nel corso di lotte che il mondo del lavoro condurrà per la libertà contro l'oppressione, qualunque sia l'etichetta dietro cui quest'ultima si camuffa.

Intellettualmente, il surrealismo ha allora vinto la partita. La geurra sorprenderà il poeta al suo ritorno dal Messico in cui il suo incontro con Trotsky sarà decisivo. Si può certo discutere le posizioni politiche di quest'ultimo, sia riconoscere una certa responsabilità nell'evoluzione del comunismo in Russia, ma è a mia conoscenza il solo marxista che si sia rifiutato a porre l'espressione letteraria o artistica a rimorchio di un partito. Breton e Trotsky parteciperanno all'elaborazione di un testo capitale che ha per titolo "Per un arte rivoluzionaria indipendente" e che dichiara che l'arte e la poesia devono rimanere interamente libere .

Breton passerà i cinque anni di guerra a New York in cui, speaker a La voix de l'Amerique, continuerà la lotta per la libertà. Di ritorno in Francia, e sotto l'influenza di Charles Fourier e di, socialsiti utopisti, lo vedremo proporre la creazione di stati generali. È a quest'epoca che scrive l'Ode à Charles Fourier. Poi di nuovo le nostre strade si incontreranno e lo ritroveremo a nostro fianco ogni volta che la libertà verrà messa in questione. Penso in particolare ai momenti difficili della guerra d'Algeria o per protestare contro lo schiacciamento del popolo ungherese da parte della sbirraglia sovietica.


André Breton è appena morto ma il surrealismo, lui, è ben vivo. Come tutti i movimenti di idee, fu al contempo flusso e riflusso, errore e verità. Il momento sembra essere giunto per il movimento operaio di evidenziarne l'apporto essenziale.



La Federazione Anarchica e André Breton hanno spesso operato insieme: sostenere gli obiettori, e I rifugiati spagnoli,...



L'INSURREZIONE DELLO SPIRITO ED IL MOVIMENTO SOCIALE


A coloro che ci facevano pressioni per acconsentire a che l'arte sia sottomessa ad una disciplina che riteniamo come radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto formale.

Messico 1938.




Si è spesso rimproverato al surrealismo il suo esibizionismo. È vero! Ma è egualmente vero per tutte le insurrezioni dello spirito che hanno scosso la storia intellettuale dell'umanità. Gli eccessi del linguaggio surrealista ed i suoi giudizi a priori sono della stessa ispirazione del gilet rosso di Théophile Gauthier la sera della battaglia di Hernani o dell'iconoclastia che accompagnò la Riforma. La profanazione del rito stabilito è l'arma essenziale dell'intellettuale che critica i valori spirituali che gli sono imposti e ne propone degli altri. Tuttavia il surrealismo è andato più lontano delle altre discipline che l'avevano preceduto. Ha chiarito i rapporti esistenti tra gli intellettuali ed i lavoratori, ha definito i loro reciproci campi d'azione ed è in ciò che ci è caro.


Con Breton, l'espressione letteraria o artistica non era considerata come possedente un valore rivoluzionario o sociale in sé. Questa espressione esisteva ed è il suo contenuto, o piuttosto il soggetto che esponeva, che si giudicava rivoluzionario o conservatore. Lo scrittore uscito dal popolo o andante verso il popolo descriveva la miseria del popolo. La sua opera di scrittore o di pittore aveva valore di un atto di un atto di propaganda. Quando denunciava o quando proponeva, lo faceva nella lingua e con i mezzi che erano quelli di tutti gli intellettuali della sua epoca. Si mischiava con il popolo, si integrava con il popolo, si confondeva con il popolo. Le sue preoccupazioni sociali erano esclusivamente quelle del popolo stesso quando la sua esistenza personale si confondeva con quella della borghesia. A volte "per fare essere più vero" lo scrittore o l'artista raggiungeva il popolo nelle fabbriche. Non per molto tempo in genere! La cultura era allora considerata come patrimonio della popolazione intera, anche se quasta popolazione era divisa in classi diverse. Per un romantico, ad esempio, lo sforzo rivoluzionario consisteva a scrivere I Miserabili o L'insorto ed a sparare dietro le barricade. L'operaio colto, si ingegnava a copiare la forma espressiva che era quella della classe dominante.


Certo, nel corso della storia, delle voci si erano levate contro questa generalizzazione, degli scrittori avevano denunciato un'arte ed una cultura che non erano che il riflesso della buona coscienza della classe dirigente. Certo, si cominciava già a capire che se Coubet era un artista mischiatosi con il popolo, Rimbaud, lui, era per la sua tecnica, per la sua rimessa tra le muse dei valori morali della società, il vero demolitore dell'estetica della borghesia. Ma è il surrealismo, senza forse nemmeno rendersene ben conto, che stava per far andare in pezzi il vecchio mito di un'espressione letteraria ed artistica comune a tutti, e la borghesia lo comprese bene, non avendo che lodi per la Barricade di Delacrois e lancerà fulmini contro gli impressionisti i cui soggetti non hanno nulla di rivoluzionario, ma lo è la sua tecnica.


Il surrealismo stava per far uscire l'elite intellettuale dalle stampe alla Epinal [3] sulle miserie del popolo. Gli affari sociali erano affare del popolo, il surrealismo, stava per attaccare uno stesso avversario, la borgheisa, sul suo stesso terreno, il terreno intellettuale. I lavoratori conducevano la lotta contro un'economia che li opprimeva, gli intellettuali rivoluzionari stavano per condurre la lotta contro le arti e l'espressione che giustificavano lo sfruttamento dei lavoratori. Il posto dello scrittore non era più in fabbrica per difendere i salari, ma nei cenacoli per demolire i valori letterari e artistici di giustificazione del sistema capitalista. Battaglia parallela che aveva lo stesso obiettivo, ma che ognuno conduceva secondo i propri mezzi e nella sfera particolare in cui evolveva.


I problemi dei rapporti del mondo del lavoro e dell'insurrezione dello spirito erano per la prima volta risolti, senza che Breton ed i suoi amici se ne rendessero conto essi stessi. L'aneddoto era posto al suo vero posto, quello di un volantino di propaganda di qualità superiore. Il ruolo degli intellettuali non consisteva più nel guidare gli operai ma a condurre una lotta parallela contro un nemico comune, la borghesia. Ed è contribuendo ad evidenziare queste verità che i surrealisti e Breton hanno compiuto il loro compito maggiore, anche se non ne furono essi stessi convinti.


André Breton non si mischierà mai direttamente di questioni operaie. Non lo si vedrà mai dare consigli agli operai sul modo di condurre l eloro lotte. Sarà presente in numerose manifestazioni.



Maurice Joyeux


Joyeux nel suo ufficio a Monmartre.


Signora contessa, abbiamo degli antenati comuni,

i miei hanno tagliato la testa dei vostri nel 1789!

M. Joyeux

 

 

 





Prima pagine di "Le Monde Libertaire": André Breton è morto, Aragon è vivo, una doppia sciagura per il pensiero onesto.






NOTE


[1] Il titolo del presente saggio non è che la citazione di tre versi di una poesia di Breton intitolata Poesia, un componimento che fa uso di caratteri tipografici di diverso stile e diverse grandezza in quanto ottenuti con la tecnica del ritagliare titoli di giornali e sceglierne alcuni poi caso, e contenuta a titolo di esempio nel primo manifesto del surrealismo del 1924. Versi che l'autore di questo ottimo saggio, Maurice Joyeux, ha riprodotto senza mutarne la forma grafica [N. d. T.].
[2] Cellulards, alla lettera cellulardi, dalla parola céllule, cioè cellula, era il nomignolo con cui gli anarchici francesi negli anni 20 e 30, designavano i militanti del PCF, organizzati appunto in cellule, quest'ultime intese come elemento base della propria organizzazione partitica ricalcando il termine dall'immagine dell'alveare [N. d. T.].

[3] Epinal, celebre località della Francia in cui per più di un secolo, dalla fine del XVIII secolo sino ai primi decenni del XX, si effettuò una grande produzione di stampe a soggetto e stile popolari, soprattutto santi, grandi condottieri, eventi storici nazionali gloriosi, volti ad esaltare la grandezza e nobiltà della nazione, può essere considerato una delle fonti del protofumetto francese [N. d. T.]


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al documento originale in PDF:

Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS




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28 giugno 2009 7 28 /06 /giugno /2009 13:40

Un altro interessantissimo saggio di Bernd Laska concernente Max Stirner. Dopo aver evidenziato, nel suo precedente saggio La crisi iniziale di Nietzsche, proposto in questo blog, la profonda influenza del suo pensiero su quello di Nietzsche, ora Laska pone in dovuto rilievo gli innovativi apporti in campo etico-pedagogico del pensiero di Stirner in un confronto tra la sua opera principale ed un suo scritto breve che tratta proprio del ruolo repressivo del sistema e delle concezioni educative.

 

Il "Proprietario" di Max Stirner

Bernd A. Laska

( ... ). Descrivere la figura stirneriana del "Proprietario" solleva tuttavia alcuni problemi particolari perché l'opera L'Unico e la sua proprietà di Stirner, che somiglia piuttosto ad uno scritto di circostanza, non è esente da imprecisioni terminologiche. (73+) Bisogna aggiungere a ciò che Stirner si guardò del tutto deliberatamente dal dare al Proprietario dei tratti ben precisi. È per questo che abbiamo a che fare qui, a dir il vero, con una forma senza forma. (74+)  Dobbiamo dunque cominciare con il mostrare che è pertinente, malgrado tutto, parlare della "forma del Proprietario".

Stirner sviluppò la forma, la figura o la visione del Proprietario in un confronto tanto con Hegel quanto con i suoi critici razionalisti di "sinistra", Ludwig Feuerbach e Bruno Bauer. Conviene sin d'ora caratterizzarli brevemente sotto l'aspetto qui in questione.

Hegel rimproverava al pensiero dei Lumi la sua unilateralità: perché soltanto la natura era secondo esso, dotata di una ragione inerente che si trattava di conoscere -- ma non il "mondo etico", la storia della civiltà, lo stato, la fede, ecc. Per questo motivo egli si fece un dovere di sopprimere la "funesta divisione" dello spirito occidentale generata dai Lumi, attraverso una filosofia universale della "conciliazione" tra il sapere e la fede e un concetto [Begriff] universale della ragione. Pensava così di contribuire a fare ammettere a tutti coloro ai quali mancava la "semplicità naturale dei costumi" che la vera ragione non si manifesta nel modo di ragionare dei Lumi -- che aveva in testa di prescrivere al mondo come esso deve essere -- ma al contrario nella "saggezza di vivere come il proprio popolo", frutto di un paziente lavoro contro la soggettività.

Sapendo quanto fosse difficile per l'intelletto prenderne coscienza, Hegel ritenne indispensabile l'elaborazione di una formazione precoce dell'anima [Gemüt] secondo la formula: "La disciplina costituisce un elemento essenziale dell'educazione: essa ha per scopo quello di spezzare l'intestardimento del bambino ( ... ). L'elemento razionale deve apparire in lui come la sua soggettività più peculiare ( ... ). La vita etica deve radicarsi nel bambino come sentimento" (75).

La sinistra critica di Hegel, apparsa poco dopo la sua morte, aveva come ambizione la rianimazione delle idee francesi dei Lumi, in particolare le più radicali, di orientamento ateo, sino ad allora mai realmente giunte in Germania e nel frattempo dissoltesi nella stessa Francia. In effetti, essa voleva opporre alla filosofia contemplativa e retrospettiva di Hegel una "Filosofia dell'azione" volta verso l'avvenire e non più interpretare il mondo ma cambiarlo, cioè (secondo uno dei criteri immaginati da essi) migliorarlo, dettargli espressamente come esso doveva essere.

Su questo punto, giustamente, in un campo tanto importante come quello dell'educazione, i critici razionalisti e rivoluzionari di Hegel si accordarono ampiamente con lui senza rendersene conto. Così lo stesso anarchico Bakunin esigeva che i bambini "siano sottoposti al regime ... dell'Autorità sino alla loro età maggiore". Certo, con l'età, la detta autorità doveva addolcirsi, ma soltanto per questo motivo: "affinché questi giovani in divenire, quando fossero affrancati dalla legge, potessero dimenticare come essi furono guidati e dominati durante la loro infanzia da qualcosa d'altro che la libertà". (76)

Per formare questo uomo "razionale", in Hegel, uomo "morale" e nei razionalisti post-hegeliani, uomo "libero" o "essere generico", i rappresentanti di queste due posizioni fondamentali, d'altronde opposte, fecero dunque appello in modo evidente ad uno stesso principio, uno stesso metodo: l'introiezione nel bambino di pochi anni attraverso la forza bruta e se necessario attraverso la manipolazione -- in ogni caso in modo "irrazionale" -- di questo o quel sistema di valori considerato razionale, buono, giusto, ecc, che sia ereditato dalla tradizione, ritrovato, costruito o semplicemente inventato.

Soltanto Stirner riconobbe in questo tipo di "formazione" predicato da ogni parte il male radicale. I suoi stessi migliori risultati gli apparvero poco attraenti: "Cosa sono, per la maggior parte, i nostri personaggi spirituali e colti? Dei disdegnosi proprietari di schiavi, essi stessi schiavi". Dai "serragli" pedagogici non possono uscire al massimo che degli eruditi e dei "cittadini buoni a qualcosa", ma in definitiva costoro "non sono malgrado ciò che degli esseri assoggettati". Come per Hegel, il metodo di educazione è tanto decisivo per Stirner. È per questo, in un articolo precedente, contro Hegel e gli hegeliani di sinistra, egli dichiarava fermamente: "la volontà, che sino ad oggi si è voluto così violentemente oppressa, non dovrà essere indebolita ulteriormente" affinché appaiano " delle persone libere, dei caratteri sovrani". (77)

Nella sua opera L'Unico e la sua Proprietà, Stirner non parla più di uomo "libero", "sovrano", "autentico", ecc., ma, volendo fissare la terminologia, di "Proprietario". Là ancora, contemporaneamente contro i sostenitori e gli oppositori dei Lumi, egli considera come male fondamentale che "l'influenza morale [sia] l'ingrediente principale della nostra educazione". (78) "L'influenza morale ha inizio dove comincia l'umiliazione, anzi non è altro che questa umiliazione stessa, cioè lo scoraggiamento del coraggio che, così spezzato e piegato, diventa umiltà". (79) Il male risiede nel fatto che "tutta la nostra educazione riposa sulla volontà di produrre in noi dei sentimenti determinati, cioè di inculcarceli piuttosto che di lasciarcene produrre da noi stessi, come capitano". Soltanto questi ultimi pertanto potrebbero essere detti "miei", autentici sentimenti di cui sarei il "Proprietario"; i primi al contrario, benché innanzitutto estranei a me, mi apparterebbero subito, da questa specie di fondazione, come "sacri"; non ne sarei il loro proprietario, ma, dipendendo da essi, per essi -- "posseduto". (80)

Il concetto di sacro in Stirner è la chiave per comprendere la figura del suo Proprietario. "Tutto ciò per cui provate rispetto o venerazione merita il nome di sacro." Allorché ogni paura naturale ci spinge a liberarci dal giogo della cosa temuta, "con la venerazione, invece, le cose vanno assai diversamente. L'oggetto del nostro timore viene adesso non soltanto temuto, ma anche onorato: diventa una potenza interiore a cui non posso più sottrarmi ... sono completamente in suo potere ... L'oggetto temuto ed io siamo una cosa sola." Il sacro, secondo Stirner, costituisce dunque la struttura normativa stessa di qualunque società, interiorizzata dal bambino dopo introiezione, benché all'origine a lui estranea. È qui il risultato essenziale sino ad ora di ogni educazione. È "in breve, ogni questione di -- coscienza", è "inavvicinabile per l'egoista, intoccabile, al di fuori del suo [posseduto dal sacro] potere, cioè sopra di lui; (81) è, secondo un'espressione più moderna impiegata dopo Freud (Das Ich und das Es [L'Io e l'Es], 1923) il Super-Io. (82+)

L'idealtipo del "Proprietario" è dunque innanzitutto proprietario di quel che è suo, dei suoi pensieri come dei suoi impulsi; ma è egualmente proprietario del "mondo" (della natura, degli uomini, delle cose, dello stato, ecc.) per poco che non si ponga di fronte ad essi con "rispetto e devozione". (83) Il Proprietario ("il suo io") non vive, non pensa e non agisce sotto il controllo dell'irrazionale, sotto la costrizione inconscia di un Super-Io estraneo. La sua autonomia è vera e non, come in quelle diverse filosofie sostenitrici o oppositrici dei Lumi, una finzione del "come sé", una eteronomia semplicemente integrata in un modo o in un altro. È il vero tipo di maturità, non soltanto una forma vuota evocata e possiede una "propria" comprensione di se stesso tale, che non è utile pregarlo di mostrarsi conseguente.

A proposito del Proprietario non è dunque detto nulla più di questo: non è né influenzato né condotto nei suoi giudizi di valore da un qualunque Super-Io irrazionale. D'altronde, a cosa somiglierebbe un mondo di proprietari, la questione non si pone nemmeno. Stirner nota tuttavia che questo "mondo sacralizzato sino alla minima delle sue parti", con le sue molteplici etiche, religiose o non, esortanti tutte al sacrificio ed alla negazione del sé, "dovrebbe ormai aver perso la sua apparenza attraente, dopo che i suoi effetti millenari non hanno portato ad altro che all'attuale miseria". (84) Rimprovera ai rivoluzionari del suo tempo di conservare essi stessi la suddetta miseria tanto a lungo poiché non combattono che "l'aldilà fuori di noi", e lasciano al contrario intatto l'"aldilà dentro di noi" (il sacro, la coscienza irrazionale, il Super-Io). Essi restano in tal modo, malgrado il loro ateismo, spesso fanatici, prigionieri del "cerchio magico del cristianesimo". (85)

La fine di questa miseria dell'uomo condotta da qualche Super-Io sarebbe un mondo di proprietari. Questo mondo non saprebbe malgrado ciò essere conquistato da qualche "rivoluzione" perché dei proprietari non apparirebbero che qui o là, in casi particolari di disposizioni favorevoli, sotto forma di autoliberazione individuale ("ribellione" (86+)); essi non potrebbero apparire su scala sociale soltanto se gli educatori volessero rinunciare una volta per tutte alla loro "influenza morale" sui bambini e ne accettassero almeno le conseguenze: "Quei monelli insolenti non si lasceranno più abbindolare con chiacchiere e piagnistei e non proveranno alcuna simpatia per tutte le scemenze per le quali voi vi esaltate e di cui vaneggiate da sempre: essi aboliranno il diritto ereditario, cioè non vorranno ereditare le vostre cretinate che voi invece avete ereditario dai vostri antenati; essi cancelleranno il peccato originale". (87) Che una simile evoluzione, se dovesse accadere un giorno, non potrebbe essere che di ampio respiro e si estenderebbe necessariamente su molte generazioni, Stirner ne era cosciente: "Al futuro, invece, sono riservate le parole: 'Io sono proprietario del mondo delle cose e io sono proprietario del mondo dello spirito'" (88).

NOTE

L'Unico = Max Stirner: L'Unico e la sua Proprietà, Traduzione di Leonardo Amoroso (1979), III edizione Gli Adelphi, Milano 2006

(73) Stirner utilizza anche l'espressione "egoista", in parte per ragioni polemiche, come sinonimo più spesso di "proprietario", ma qualche volta anche a proposito di soggetti in alcun modo proprietari: degli egoisti ingannati, degli egoisti involontari, ecc. Altrove egli parla dell'"individuale", del "personale", e naturalmente, come nel titolo di "l'unico". Non sembra utile precisare qui anticipatamente il rapporto semantico con il "proprietario" o "l'egoista".

(74) La letteratura secondaria su Stirner, tuttavia ricca e variegata, non apporta alcun chiarimento su questa questione centrale. Anche una monografia di più di 500 pagine vertente sul soggetto (Bernd Kast: Die Thematik des "Eigners" in der Philosophie Max Stirners. Bonn: Bouvier, 1979) si rivela dopo un esame di poco aiuto. -- Ho io stesso tentato in un precedente lavoro di delimitare la problematica della figura del Proprietario (Max Stirner als "pädagogischer" "Anarchist", in: Anarchismus und Pädagogik, Hg. Ulrich Klemm, Frankfurt/M, Dipa-Verlag, 1991, pp. 33-44). Poiché essa è al cuore del pensiero di Stirner, sarà oggetto di una prossima "Stirner-Studien" (intitolata Eine vakante Vision) più precisa e ampiamente dettagliata.

(75) G. W. F. Hegel: Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio (1820), Laterza, Bari, 1996, §§ 174, 175, aggiunte (sottolineature mie).

(76) Michail Bakunin: Prinzipien und Organisation der internationalen revolutionären Gesellschaft (1876), [Principi e organizzazione della società rivoluzionaria internazionale], in: Gesammelte Werke, Band 3, Berlin, Der Syndikalist 1924, p. 25 (sottolineature mie)

(77) Max Stirner: Il falso principio della nostra educazione (1842), Edizioni Anarchismo, Catania, 1982.

(78) L'Unico, p. 311.

(79) L'Unico, p. 89.

(80) L'Unico, p. 74 s.

(81) L'Unico, p. 80 s.

(82) Bisogna ricordare che il concetto si trova già -- e in modo pertinente in una caratterizzazione di Stirner -- Friedrich Jodl: Geschichte der Ethik [Storia dell'Etica], (2º volume, 2ª edizione 1912) 3. Aufl. Stuttgart, J.G. Cotta'sche Buchh. Nachf. 1923. p. 282.

(83) Comparate come esempio: L'Unico, pp. 176, 348.

(84) Max Stirner: Scritti minori; e Risposte alle critiche mosse alla sua opera "L'unico e la sua proprietà" degli anni 1842-1847; L'Unico, p. 324.

(85) L'Unico, pp. 163, 379 (come esempio).

(86) L'Unico, p. 330 e seguenti. "Rivoluzione e ribellione non devono esser considerati sinonimi. [ ... ] La rivoluzione mirava a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni...".

(87) L'Unico, p. 90.

(88) L'Unico, p. 76.

 

(Le note seguite da un + rinviano ad alcune precisazioni supplementari)

 


Titolo originale tedesco: Der "Eigner" bei Max Stirner
Estratti da: Bernd A. Laska: "Katechon" und "Anarch". Carl Schmitts und Ernst Jüngers Reaktionen auf Max Stirner, Stirner-Studien nº3, Nürnberg: LSR-Verlag 1997, pp. 41-47.

 

Tradotto dal tedesco in francese da Guy Vernier

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

http://www.lsr-projekt.de/poly/iteigner.html

Link interni:

Bernd Laska, La crisi iniziale di Nietzsche

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà

Bernd Laska, Max Stirner- ancora e sempre un dissidente

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26 giugno 2009 5 26 /06 /giugno /2009 17:24

PANURGISMO
 

Nuova opera del grande Jossot, notevole esempio di personalità libera ed originale. Un artista poco noto persino nella sua colta patria. Il titolo del presente numero di L'Assiette au Beurre, Panurgimo, deriva dal nome di un celebre personaggio di Rabelais, Panurge, amico del gigante Pantagruele. In Francia il termine è noto pur essendo poco usato perché di derivazione letteraria e potrebbe essere perfettamente reso in traduzione con "pecorismo". Infatti, nel quarto libro, del romanzo Pantagruele, affinché un gregge di pecore si getti in mare da un battello, Panurge ne scaraventa uno in acqua, l'esempio di quell'unica pecora è immediatamente seguito ciecamente dall'intero gregge.
Con questa espressione quindi, il nostro caustico Jossot, intendeva evidenziare e denunciare l'atteggiamento di accettazione nelle opinioni come nei comportamenti della massa di caproni umani: molto attuale quindi, quasi archetipico direi...
Per quanto mi è dato di capire, credo proprio che il personaggio di spalle della vignetta 14, criticato da un gruppo di proletari perché non facente parte di nessun gruppo organizzato di anarchici e che si crede invece tale, sia proprio lo stesso Jossot, che quando poteva non risparmiava le sue pungenti frecciate critiche anche ai suoi compagni di fede. Credo anche che l'ultima tavola, rappresentante un giovane Jossot, o un tizio che ha alcuni dei suoi tratti e che allegro confessa al lettore di avere contro l'intera opinione pubblica, non sia altri che un altro autoritratto caricaturale dello stesso Jossot che, in quanto ad indipendenza ideologica e militante, era un autentico maestro.




 

 

 

 

 

 

 

 



 

 





 

 

 



 

 

 

 


 

 

 

 



 

 

 

 



 

 

 

 





 

 




 

 

 

 




 

 

 





 

 

 

 

 


 

 

 




 

 













[Traduzione di Ario Libert]

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25 giugno 2009 4 25 /06 /giugno /2009 17:45

Daniel Guerin


guerin-pivert-1939.jpgDaniel Guérin, nato il 19 maggio 1904, scomparso il 14 aprile 1988. Proveniente da una famiglia borghese liberale e dreyfusarda, si diploma in scienze politiche ed esordisce con delle opere letterarie giovanili e lavora come libraio in Siria dal 1927 al 1929.

Durante un viaggio in Indocina, nel 1930, dove scopre la realtà coloniale, approfitta della traversata per divorare un numero impressionante di testi politici che vanno da Proudhon a Marx passando per Sorel.

La sua frequentazione dei giovani operai di periferia spinge il giovane Daniel Guérin a gettare il saio alle ortiche. Rompe con il suo ambiente borghese e prende domicilio a Belleville, diventa correttore e si milita nel sindacalismo rivoluzionario partecipando al gruppo Révolution Prolétarienne [Rivoluzione Proletaria] animato da Pierre Monatte.

guerin-fascisme-et-grand-capital1936-200pix.jpgNel 1933, Daniel Guérin percorse in bicicletta, la Germania hitleriana. Ne riporta un documento attualissimo sull'ascesa del nazismo che viene pubblicato in Le Populaire della SFIO e sarà edito in volume con i titoli La Peste brune [La Peste bruna] e Fascisme et grand capital [Fascismo e gran capitale], 1936. Daniel Guérin vi analizza l'origine del fascismo, delle sue truppe e la mistica che le anima, la sua tattica offensiva rispetto a quella, troppo legalitaria, del movimento operaio; il ruolo dei plebei che vi aderiscono, la sua azione antioperaia e la sua politica economica (un'economia di guerra in tempo di pace). Egli si riferisce soprattutto ai casi dell'Italia e della Germania.

guerin-revolution-manquee.jpgGuérin cerca anche di dissipare le illusioni anticapitalistiche conservate dal fascismo stesso, mostrando che la sua azione, molto prima della presa del potere, giova soprattutto il capitale economico e finanziario. In queste condizioni, gli sembrava che l'antifascismo era illusorio e fragile, che si limiti alla difensiva e non si riproponga di abbattere il capitalismo stesso.

Nei ranghi della SFIO, Daniel Guérin, già antistalinista viscerale, raggiunge le fila del socialismo rivoluzionario della tendenza di Sinistra Rivoluzionaria (Gauche Révolutionnaire) animata da Marceau Pivert.

Cofondatore degli Alberghi della gioventù, Daniel Guérin è egualmente un membro attivo del movimento delle occupazioni di fabbrica durante il Fronte popolare in quanto responsabile inter-sindacale in periferia. È anche uno degli elementi più radicali della corrente della Sinistra Rivoluzionaria e uno di quelli che non si lamentano, oltre misura, dalla sua esclusione. Si impegna, allora, nella creazione di un'autentico partito rivoluzionario, il nuovo Partito operaio e contadino (P.S.O.P), che difenderà delle posizioni disfattiste rivoluzionarie durante la seconda guerra mondiale e sparirà poco dopo.

guerin_anziano.jpgNel 1937, a seguito dell'appello alla solidarietà della Spagna rivoluzionaria, Daniel Guérin è scandalizzato dalla politica del non intervento del governo Blum. Con alcuni compagni raggruppati intorno a Maurice Jacquier, apporta, con tutte le sue forze, un sostegno politico e materiale alla CNT, alla FAI ed al POUM, opponendosi nel contempo alle sinistre manovre degli sbirri di Stalin.

 Nel 1939, Daniel Guérin è incaricato di creare, a Oslo un segretariato internazionale del Fronte operaio internazionale contro la guerra, raccogliendo tutte le correnti socialiste di sinistra che si oppongono  per via dell'internazionalismo proletario alla guerra inter-imperialista.

guerin_luxemburg-copia-1.jpgÈ tratto in arresto dai Tedeschi nell'aprile 1940 come internato civile. Gravemente malato, è liberato nel 1942. Dal 1943 al 1945, Daniel Guérin coopera, in Francia con il movimento trotskista nella clandestinità, cercando di mantenere una posizione internazionalista lontana dallo sciovinismo imperante, moltiplicando gli appelli ai lavoratori tedeschi nelle fila dell'esercito di occupazione (attività militante pericolosa tanto più che i libri di Daniel Guerin sul fascismo fanno parte della famosa lista Otto).

Nel 1946, Daniel Guérin si stabilisce negli Stati Uniti dove è attivo accanto  al movimento operaio e dei Neri americani. Ne è espulso nel 1949, nel quadro della caccia alle streghe del maccartismo e rientra in Francia. Studia le opere complete di Bakunin quando, nel 1956 scoppia la rivoluzione dei Consigli operai ungheresi contro il capitalismo di Stato e il dominio dell'URSS.

 L'unione di questi due eventi lo rende per sempre refrattario ad ogni socialismo autoritario, sia esso giacobino, marxista, leninista o trotskista.

Daniel Guérin si dedica a smontare l'idolo Lenin per la strategia del quale provava, sino allora, una grande ammirazione. Ne critica i concetti militari, denuncia la nozione adulterata di dittatura del proletariato preferendole quella di costrizione rivoluzionaria. Riscopre l'apporto di Rosa Luxemburg nella sua lotta contro l'ultra-centralismo e di sostituzionismo leninisti, giungendo sino ad intravedere dei collegamenti con la spontaneità rivoluzionaria cara agli libertari.

Guerin-Daniel-Ni-Dieu-Ni-Maitre.jpgQuesta svolta lo porta a scrivere, nel 1965, il suo celebre testo L'Anarchisme (ristampato e molte volte tradotto, stampato in 100.000 esemplari) e la sua colossale Anthologie de l'anarchisme: ni Dieux ni Maître, il che introduce rapidamente un qui pro quo nei nostri ambienti: Daniel Guerin non è ancora un anarchico nel senso stretto ideologico, anche se, sul piano personale, fa prova di uno spirito libertario senza tabù.

Con i suoi testi, vuole fare conoscere l'apporto originale della corrente anarchica e vi riuscì inoltre, perché il libricino fu la prima lettura di numerosi libertari. Ma, il suo scopo è, innanzitutto, di riformare l'insieme del movimento rivoluzionario (ciò che egli considera tale), di liberarlo dai binari autoritari, giacobini, marxisti-leninisti senza per questo farlo oscillare ulteriormente verso l'ideologia socialdemocratica, oggi liberale borghese, in cui galleggiano tanti ex militanti degli anni 70.

guerin-bourgeois-et-bras-nus.jpgPer molti anni, Daniel Guérin si impegna totalmente nel sostegno ai militanti algerini. Partecipa al Comitato France-Maghreb, firma il Manifesto dei 121 contro la tortura e per la l'insubordianzione (1960) e non accetta mai le lotte fratricide tra FLN e MNA. Si impegna come internazionalista come parte interessata alla lotta e non come portaborse al servizio del movimento.

Il 1962 lo vede per un po' di tempo al PSU, da cui si allontana ritenendolo troppo socialdemocratico. Più tardi, non esiterà a denunciare, sempre senza tabù, le tendenze socialdemocratiche e autoritarie di Marx (cfr. La Rue, 1983).

guerin-marxisme_libertaire.jpgAffermerà egualmente la sua ammirazione per l'apporto filosofico degli anarchici individualisti come Émile Armand o Zo d'Axa nella loro contestazione concreta dei valori morali dell'epoca. Daniel Guerin fu, anche, un fine conoscitore dell'opera di Proudhon.

Maggio 68, questo secondo orgasmo della storia che egli ha la fortuna di vivere dopo il Fronte popolare, lo getta nella mischia. Lo si vede a 64 anni alla Sorbona a fianco dei libertari della rivista "Noir et Rouge" e del "Mouvement du 22 Mars".

guerin_barka.jpegNel 1969, è co-fondatore del Mouvement communiste libertaire (che riunisce elementi usciti dalla FCL, dall'UGAC, dalla JAC) e chiarisce le sue posizioni in un testo di cui riconoscerà l'ambiguità del titolo: "Pour un marxisme libertaire".

 La fusione mancata nel 1971 (di cui egli è uno degli artefici della piattaforma), tra l'Organisation Révolutionnaire Anarchiste ed il Mouvement communiste libertaire, lo scoraggia. Parteciperà successivamente all'OCL, all'ORA (da cui si allontanerà nel periodo autonomo) per raggiungere nel 1980, attraverso l'operaismo, l'UTCL nella quale milita sino alla morte.

Durante questi anni, Daniel Guerin è impegnato totalmente nel Comitato per la verità nell'affare Ben Barka, nel Comitato Vietnam nazionale, nel Comitato di lotta antimilitarista, partecipando anche nella comissione Diritti e libertà nell'istituzione militare della Lega dei diritti dell'uomo, intorno a Noguères e anche di "ufficiali progressisti" (pensando che le posizioni di obiezione, insubordinazione e le attività di comitati di soldati siano delle lotte complementari e non contraddittorie).

Dopo la catastrofe del tunnel di Chèzy (8 morti), partecipa attivamente al Rassemblement national per la verità sugli incidenti nell'esercito.

 

 

D.G.


[Traduzione di Ario Libert]


LINK:
Daniel Guerin 1904-1988

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24 giugno 2009 3 24 /06 /giugno /2009 15:05



Rudolf Rocker 1873/1958



Rudolf RockerRudolf Rocker, una delle figure più importanti del movimento anarchico tedesco, è nato il 25 marzo 1873 a Mayence, in Renania. Perde il padre nel dicembre del 1877 e sua madre si risposerà nel 1884. Dopo la sua morte nel febbraio del 1887, il suo patrigno lo mette in orfanotrofio cattolico, da cui scappa ben presto.
  
 Grazie ad uno zio, vecchio amico e ammiratore di Johann Most, si interessa molto presto al socialismo e diventa rilegatore come lui (e suo fratello maggiore Philip). Raggiunge l'S.P.D., il Partito socialdemocratico tedesco) e rapidamente l'opposizione dei "giovani", ma ne è escluso nell'autunno del 1890 per aver attaccato verbalmente uno dei capi locali del partito. Rimane malgrado ciò attivo nei circoli socialisti, organizza dei gruppi di lettura e distribuisce lui stesso delle pubblicazioni socialiste e anarchiche proibite.
  

 Nell'agosto del 1891, si reca a Bruxelles per partecipare al congresso socialista internazionale e vi incontra Karl Höfer,l'organizzatore della distribuzione del materiale di propaganda anarchica in Germania. Sotto la sua influenza, diventa anarchico.

 

Nel dicembre del 1892, dopo aver organizzato una riunione di disoccupati, sfugge ad un arresto (e all'esercito, durante la stessa occasione) e si reca a Parigi. Diventa immediatamente attivo nei movimenti socialista e anarchico tedesco ed ebraico, tentando di unire e di organizzare dei gruppi e gruppuscoli spesso in contrato tra di loro.

La repressione poliziesca che segue all'assassinio del presidente Sadi Carnot ad opera di Sante Caserio, lo spinge ad abbandonare Parigi per Londra dove giunge il 1° gennaio del 1895. Resterà in Inghilerra, malgrado alcune interruzioni, sino al 1914. Pubblica nel 1898 a Liverpool, dietro richiesta di amici ebrei e senza conoscere ancora lo yiddish (che imparerà con l'aiuto di Milly Witkop, diventata sua compagna), un giornale anarchico ebraico: Dos Fraye Vert [La Parola Libera]. In seguito gli verrà richiesto di diventare caporedattore do Arbeiter Freund (L'Amico degli operai), giornale socialista poi anarchico in lingua yiddish, pubblicato a Londra dal 1885.

Per renderlo completo, lancia, sul modello del supplemento letterraio di Les Temps Nouveaux un mensile, Germinal [1900-1909].

È all'origine della creazione della Federazione dei gruppi anarchici ebraici del Regno Unito e della Francia, e riesce anche ad organizzare in sindacato i sarti ebrei dell'East End di Londra.

Quando la Prima Guerra mondiale inizia, critica severamente la posizione del suo amico Kropotkin (Manifesto dei sedici), benché ritenga la Germania prussiana come il primo responsabile della catastrofe. Il 2 dicembre 1914, è arrestato ed internato (Milly Witkop è internata il 28 luglio 1916) e non sarà liberata che all'inizio del 1919. Bloccato alla frontiera tedesca, resta quasi un anno in Olanda prima di poter recarsi a Berlino dopo la rivoluzione del novembre 1918.

 

È all'origine della trasformazione dell'Associazione dei sindacati liberi (a struttura locale) in organizzazione  anarco-sindacalista, la Freie Arbeiter Union Deutschlands (FAUD), di cui redige la dichiarazione di principi (1919), ed è anche il promotore dell'Associazione dei lavoratori (AIT 1921-1922), in opposizione all'Internazionale comunista ed all'Internazionale sindacale rossa.

Sino all'inizio del 1933, è uno dei propagandisti più attivi di lingua tedesca, in Germania così come negli Stati Uniti ed in Canada, dove compie delle lunghe visite. Subito dopo l'avvento al potere dei nazisti, abbandona la Germania e si reca negli Stati Uniti. Qui vede la pubblicazione del suo capolavoro Nazionalismo e Cultura, e continua la sua attività di propagandista anarchico e sindacalista, soprattutto durante la guerra civile spagnola. Nel corso della Seconda Guerra mondiale, prende fermamente parte per gli Alleati arguendo che, contrariamente al 1914, si tratta ora di sistemi radicalmente differenti e che la lotta contro il fascismo giustifica di dover sostenere gli Stati democratici.

Continuò a scrivere abbondantemente per la stampa anarchica (soprattutto in yiddish e in spagnolo) e redasse le sue Memorie.


Morì a New York nel settembre del 1958.           

 


H.B.

 

 

 

LINK:
Rudolf Rocker 1873 - 1958

 

 

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23 giugno 2009 2 23 /06 /giugno /2009 07:11
Pëtr Alekseevič Kropotkin
 

Pëtr Alekseevič Kropotkin fotografato da Nadar a Parigi.

 

Pëtr Alekseevič Kropotkin provenne da una famiglia della nobiltà russa. Sua madre è una donna dolce ed amata da tutti per la sua grande bontà. È molto stimata dalla servitù e fu un modello per i suoi figli per quel che concerne la tolleranza, il rispetto altrui e l'interesse per le cose intellettuali.

Kropotkin, dall'età di 15 anni, e per cinque anni, sarà ospite della scuola dei Paggi. Ne uscirà sergente, posto invidiato perché il sergente diventava  il paggio di camera personale dell'imperatore. Questo posto lasciava prevedere un'ascesa rapida e sicura in seno alla corte. Kropotkin visse dunque a fianco di Alessandro II e poté farsi un'idea precisa di quel che accadeva nel suo ambiente. Ciò non fece che confermare le sue impressioni e lo disgustò per sempre della vita del cortigiano.

Nel 1860, Pëtr Kropotkin pubblicò la sua prima opera rivoluzionaria.

Quest'ultima, manoscritta, è destinata a tre dei suoi compagni: A quest'età, cosa potevo essere, se non un costituzionale? E il mio giornale mostrava la necessità di una costituzione per la Russia. 

Nominato ufficiale, è il solo a scegliere un reggimento poco conosciuto e lontano dalla capitale. Parte dunque per la Siberia coma aiuto di campo del generale Koukel. Quest'uomo, dalle idee radicali, aveva nella sua biblioteca le migliori riviste russe e le collezioni complete delle pubblicazioni rivoluzionarie londinesi di Herzen.

Inoltre, aveva conosciuto Bakunin durante il suo esilio e poté raccontare a Kropotkin molti dettagli sulla sua vita. La sua prima spedizione importante è la traversata della Manciuria, alla ricerca di una strada collegante la Transbaikalia alle colonie russe sull'Amur.

L'anno successivo intraprende un lungo viaggio per trovare un accesso di comunicazione diretto tra le miniere d'oro della provincia di Yakutsk e la Transbaikalia. Questa scoperta, di cui Kropotkin non esita a dire che fu ll suo principale contributo scientifico, è presto seguita dalla teoria della glaciazione e del disgelo.

Avendo lasciato l'esercito, entra all'università di San Pietroburgo nell'autunno del 1867. Per cinque anni, il suo tempo è interamente assorbito dagli studi e le ricerche scientifiche. Alla morte di suo padre, decide di recarsi nell'Europa occidentale. L'Associazione internazionale dei lavoratori (AIT), di cui aveva già sentito parlare, lo attira.

Arrivato a Zurigo, aderisce ad una sezione dell'Internazionale, poi si reca nel Giura in cui l'attività libertaria è intensa. A Neuchâtel, incontra James Guillaume che diventerà uno dei suoi migliori amici. A Sonvilliers, si lega d'amicizia conAdhemar Schwitzguebel. Questi diversi contatti lo segneranno, così come il comportamento degli operai giurassiani per i quali ha una grande ammirazione.

Di ritorno in Russia, Kropotkin diventa un propagandista infaticabile e, per due anni, percorre i quartieri popolari di San Pietroburgo travestito da contadino, sotto il nome di Borodin. È arrestato nel 1874 e condotto alla fortezza Pietro e Paolo, da cui evade grazie all'aiuto di sua sorella e si rifugia in Inghilterra.

Kropotkin in un disegno dell'artista libertario Clifford Harper

Il desiderio di agire sugli avvenimenti spingono Kropotkin a ritornare in Svizzera. Nel dicembre del 1876, soggiorna a Neuchâtel dove incontra Malatesta e Cafiero che progettano per l'anno seguente un'insurrezione in Italia. Si stabilisca nel Giura e comincia per lui un periodo di intensa attività.

Si reca ovunque ciò si renda necessario, a Verviers (Belgio), a Ginevra, a Vevey dove incontra Elisée Reclus. Nel giugno del 1877, Kropotkin e Paul Brousse fondano "Avant-garde", giornale internazionale, per effettuare una propaganda verso la Francia. Nell'autunno del 1877, partecipa al congresso di Verviers che sarà l'ultimo congresso internazionale di tendenza bakuniniana.

Dopo un breve soggiorno a Ginevra, parte per la Spagna dove rimane meravigliato dall'insediamento dell'anarchia. È al ritorno di questo viaggio che fa la conoscenza di Sophie Ananief, con la quale trascorrerà il resto dei suoi giorni.

Nel 1879, Kropotkin edita un giornale per la Federazione giurassiana. È così che nasce "Le Révolté" che assumerà nel 1887 il nome di "La Révolte" e, infine, si intitolerà "Les Temps Nouveaux", nel 1895.

Nel 1885, si reca a Clarens per raggiungere Elisée Reclus che gli chiede di collaborare, per la parte russa, alla sua gigantesca opera Géographie universelle [Geografia universale]. È qui che egli ha anche scritto l'opuscolo Aux jeunes gens [Ai giovani].

Al suo ritorno, viene espulso dalla Svizzera a causa dell'assassinio di Alessandro II. Nel 1882, si reca in Francia dove è arrestato insieme ad altri sessanta anarchici. Kropotkin e tre dei suoi compagni sono condannati a cinque anni di prigione, gli altri condannati a pena da uno a quattro anni. Durante questi anni di prigionia, Kropotkin dà ai suoi compagni dei corsi di cosmografia, di geometria, di fisica... e quasi tutti imparano una lingua straniera.

Non potendo rimanere in Francia, la coppia decide di risiedere a Londra. Non sanno che rimarranno per trenta anni in Inghilterra dove il movimento anarchici inglese non ha smesso di crescere. La signora Charlotte Wilson, membro della società Fabiana, diventa a poco a poco una seguace di Kropotkin. Nel 1885, Henry Seymour lancia il giornale individualista "The anarchist". Nell'Est End a Londra, gli ebrei anarchici fanno apparire nella stessa epoca un giornale in yiddish, "L'amico dei lavoratori".

Il gruppo Freedom, creato da poco, composta da Kropotkin e da sua moglie, dalla signora Wilson, dal dottor Burns Gibson e da uno o due altri compagni, lancia in ottobre il primo numero di "Freedom". La "Morale anarchica" appare nel 1890, seguito due anni dopo da "La conquista del pane". Dopo una serie di conferenze, in Canda, sui depositi glaciali in Finlandia e sulla teoria della struttura dell'Asia, si reca negli Stati Uniti dove tiene dei convegni sull'anarchismo.

Grazie al denaro raccolto nel corso di due convegni a New York, John Edelman può far apparire il primo giornale anarchico comunista in lingua inglese negli Stati Uniti.

Nel 1905, la prima rivoluzione in Russia lo entusiasma, partecipa a Londra a due riunioni organizzate a questo proposito. Nel 1911, scrive per il nuovo giornale degli esiliati russi "Rabotni Mir" che diventerà nel 1913 l'organo della Federazione comunista anarchica.

Jean Grave gli rende visita nel 1916 ed i due uomini discutono della loro comune posizione a proposito della guerra. Decidono di redigere un testo che prende il nome di "Manifesto dei sedici".

Nel maggio del 1917, Kropotkin prende la decisione di ritornare in Russia. Si imbarca dunque e ovunque giunga, malgrado le precauzioni per viaggiare in incognito, è accolto calorosamente. Rifiuta indignato, il ministero che gli propone Kerenskij e, quando Lenin è padrone della situazione, reitererà il suo rifiuto di partecipazione al governo.

Denunciare incessantemente la dittatura che si instaura e dopo continue angherie da parte dei bolscevichi, muore a Dmitrov circondato dai suoi più fedeli amici.

Il suo seppellimento sarà l'ultima grande manifestazione libera in URSS.

 

Didier Roy

 

[Traduzione di Ario Liber]

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21 giugno 2009 7 21 /06 /giugno /2009 17:35
Théophile-Alexandre Steinlen
 
La visione di Hugo

Théophile-Alexandre Steinlen nacque a Losanna nel 1859 in una modesta famiglia, il padre era impiegato delle Poste. Dopo aver studiato teologia per due anni all'Università di Losanna,  nel 1879 si dedicò allo studio del disegno industriale per trasferirsi infine a Parigi nel 1881. Dal 1883 alloggiò a Montmartre il che gli permise di far conoscenza con il mondo artistico parigino della bohème. Ebbe come amico soprattutto Willette con cui frequentava assiduamente il cabaret Le Chat Noir per cui dipinse un poster diventato famoso. Steinlen espose al Salon des Indépendents dal 1893 e poi al Salon des Humoristes. Le sue opere sono caratterizzate dalla descrizione delle sofferenze e delle ingiustizie da parte delle classi diseredate che egli poteva constatare nella stessa Montmartre dove viveva. I scenari delle sue opere sono la strada, le fabbriche, le miniere che gli offrono il pretesto di ritrarre la miseria nei volti degli operai, dei mendicanti, delle prostitute, dei bambini, un mondo di vinti, di perdenti definitivi che non pensano nemmeno più nemmeno a rivoltarsi o far valere qualche diritto ad una esistenza dignitosa, minimamente umana. Da qui il suo profondo disprezzo per le istituzioni che ne fanno un libertario spontaneo, benché Steinlein frequentasse molti esponenti politici e culturali degli ambienti anarchici (vedi a proprosito, nel presente blog i disegni da lui eseguiti per gli scritti di Zo d'Axa).

Concetti astratti come la Religione, lo Stato, la  Giustizia, ecc., tutti rigorosamente con la maiuscola iniziale, erano rappresentati nei suoi disegni con i tratti più orrendi, entificazioni ,attraverso un sapiente processo di mostrificazione della realtà nei suoi aspetti demistificati dall'ideologia, della vera essenza di ciò che siano veramente la democrazia, il capitalismo, il cristianesimo, il militarismo, la burocrazia, in breve lo Stato. Una piccola curiosità riguardante Steinlein: l'artista libertario è apprezzato oltre che per la sua opera di artista militante, anche per le sue centinaia di disegni concernenti i gatti, ritratti nelle più incredibili posture, figure tra l'altro, che egli in qualche modo cercava sempre di inserire nelle sue opere, particolarità che gli fece meritare l'appellativo di Rembrandt dei gatti. Morì, come molti artisti militanti e contestatori del sistema, in completa povertà.


L'umanità vista da Steinlen, cioè la visione del mondo che Victor Hugo avrebbe avuto del mondo del 1900, i grandi ideali della libertà, dell'eguaglianza, della fraternità e della giustizia sono resi vani nel bagno di sangue provocato dal colonialismo.



 

Sguazzante in una pozza di sangue, l'umanità alza le braccia al cielo per invocare una potenza superiore affinché ponga rimedio ai mali in cui è immersa.






Le potenze coloniali inventano i campi di concentramento nel sud Africa. Un'anticipazione di quanto l'Europa stessa conoscerà decenni dopo (non fare agli altri...).

 

 

 

Le potenze coloniali massacrano le popolazioni del Medio-Oriente. Oggi il lavoro sembra essere facilitato grazie alla "nascita" dello Stato di Israele la cui popolazione sembra avere motivazioni metastoriche più valide e  profonde ad operare in tal senso al contrario degli sfruttatori e materialisti europei (Dieux il vault!)






Le potenze coloniali massacrano le popolazioni asiatiche.

 

 

 

 

 

Le potenze coloniali massacrano le popolazioni africane.

 

 

 

 

 

 

L'Umanità rassegnata, dominata dalla paura: a destra la Morte seduta alla ghigliottina, in fondo i giudici dominati da un crocifisso, a sinistra, in alto, lame di sciabole simboleggianti  la forza.

 

 

 

 

 

 

La Chiesa, simboleggiata da un ragno che tesse una vastissima tela, estende il suo dominio sul mondo.

 



 



 

Le monarchie europee rappresentate sotto forma di bestie sanguinarie sono sovrastate dal papato e del vitello d'oro del capitalismo.




[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK all'opera tradotta:

 La Vision d'Hugo



LINK interni ad altri numeri della rivista libertaria "L'Assiette au Beurre":
François Kupka, Il Denaro
Bernard Naudin, La Miseria
Gustave-Henri Jossot, Il Credo
Gustave-Henri Jossot, Decorazioni


LINK alla storia del giornale ritenuto l'antenato spirituale di L'Assiette au Beurre:
Raymond Bacholet, La Feuille (1897-1899) di Zo d'AXA

LINK alla presentazione di due grandi collaboratori di L'Assiette au Beurre:
Felip Equy. Gustave-Henri Jossot
Felip Equy, Frantisek Kupka

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20 giugno 2009 6 20 /06 /giugno /2009 15:12


 

Han Ryner

 

La Rivolta delle Macchine

 

 


Il racconto

Un inedito assoluto di un autore molto interessante quanto del tutto sconosciuto nel nostro paese e  su cui ritorneremo numerose volte per presentare oltre alla sua biografia anche resoconti delle sue opere e naturalmente come è ora il nostro caso, delle opere vere e proprie, non ristampate da moltissimi decenni, molto più spesso invece, inedite del tutto.
La Rivolta delle Macchine [La Révolte des Machines], è quel che oggi chiameremmo un racconto di fantascienza o come sarebbe più giusto, visto che abbiamo frequentato, a suo tempo i migliori autori e critici del genere letterario, scientific romance [romanzo scientifico], alla Jules Verne o alla Albert Robida o alla Herbert G. Wells, ecc. se non fosse che Han Ryner non scrive mai senza aver sempre ben presente, da buon anarco-stoico, il suo imperativo etico più pressante: invitare ad un approccio critico dell'esistente che coinvolga il singolo e le collettività in un rapporto senz'altro dinamico.
La storia a base scientifica non è allora che il pretesto per operare una divulgazione attraverso la narrativa dei principi libertari più forti: la denuncia del dominio dell'uomo sull'uomo che nel racconto è trasferito metaforicamente invece su quello uomo-dio macchima-servo. L'apologia alla liberazione dalla servitù per consegnarsi al regno della libertà è molto più che trasparente. Tenendo conto che il racconto fu scritto nel 1896, alcune ingenuità saranno perdonate all'autore, tanto più che molte immagini sono molto valide e molti racconti di professionisti del genere della sua stessa epoca non temono il confronto con questa storia.


Han Ryner

Due parole sull'autore e sue opere in relazione al genere qui presentato che genericamente potremmo definire come fantastico: Han Ryner, pseudonimo o meglio ancora contrazione di Jaques Élie Henri Ambroise Ner (Han Ryner è infatti in francese omofonico ad Henri Ner) era innanzitutto, come vedremo ancor meglio in futuro, una delle tantissime figure di intelletuale o artista politicamente orientate in senso libertario della Francia della Belle Epoque, paese che conobbe una abbondantissima fioritura di questo tipo di ideologo divulgatore-artista. La sua propensione politica fu sempre rivolta alla denuncia attraverso gli scritti elaborati appositamente sotto forma di articoli per la stampa oppure voci per L’Encyclopedie anarchiste. Lo si può considerare uno scrittore-filosofo. In lui quel che più conta è la drammatizzazione delle idee a cui dedicò praticamente tutto se stesso. Ryner fu anche se non soprattutto pacifista, anticlericale, antiautoritario, ma soprattutto un forte individualista.


C'è però da riconoscere che le nuove forme di individualismo filosofico della sua epoca lo interessano soprattutto se in sintonia con quelle più note dell’antichità. È ad esse infatti che egli dedicò la maggior parte delle sue opere, sotto forma di scritti filosofici, di romanzi o racconti. Fu infatti un cultore dello stoicismo antico e questa sua passione è riflessa nei numerosi opuscoli dedicati alle loro dottrine, spesso attualizzate per adattarle ai tempi, e in alcune sue opere letterarie come ad esempio Les Chrétiens et les philosophes. Questa sua grande smania di propagandare le idee umaniste in cui credeva profondamente lo portano a collaborare con molte riviste e scrivere romanzi, poesie ed opere teatrali ritenute veicoli idonei più sia di propaganda ideologico -politica sia di educazione ad una dimensione etico-sociale volta a valorizzare la dimensione personale dell'individuo.

Durante la prima guerra mondiale Ryner andò decisamente controcorrente rispetto alla intellettualità francese dell’epoca e di molte altre nazioni, che optò per la cosiddetta Union Sacrée contro la Germania per riconquistare l’Alsazia e la Lorena perse a seguito della guerra franco-prussiana del 1870. Egli infatti si schierò decisamente contro la guerra e collaborò nei limiti del possibile alla stampa pacifista. Da buon anarchico denunciò i limiti della rivoluzione bolscevica nell’ex Russia zarista, dando spesso voce ai fuoriusciti del suo orientamento ideologico in numerosi articoli.

Per quanto riguarda il raccontino proposto in prima traduzione nel nostro paese: La rivolta delle macchine è il caso di notare che Ryner mostra di non conoscere limiti di genere quando si tratta di dare vita alle sue idee. Il racconto oggi non può che essere letto come una vera e propria favola edificante ed è giusto che sia così, va però evidenziato che Ryner fu anche un grande amico di J. H. Rosny ainé, reso celebre in tempi relativamente recenti dalla versione cinematografica del 1981, da parte di Jean Jacques Annaud, di uno dei suoi romanzi fantastorici o meglio fantarcheologici: La guerre du feu (La guerra del fuoco).


Ryner, di nuovo, immette nelle sue storie del fantastico, uno sfondo sociale di maggiore rilievo rispetto ad altri autori, lo scopo è la denuncia dell’iniquità delle società divise in classi in cui un gruppo sociale numericamente infimo sfrutta la maggior parte degli esseri umani negando loro una vita dignitosa. Ryner tornò al fantastico numerose volte. Rifacendosi alla lezione di Rosny ainé diede alle stampe il romanzo Les Pacifiques (I Pacifici), scritto già nel 1904 ma edito per tutta una serie di difficoltà soltanto nel 1914. Si tratta di una vera e propria descrizione di una società utopica alla Thomas Moore, in cui la principale preoccupazione dell’autore non è quella, ovviamente, di dare una descrizione-prescrizione di come dovrebbe essere realmente strutturata e gestita una società egualitaria quanto piuttosto, attraverso la descrizione di una civiltà di questo tipo e quindi senza classi, senza stato, senza eserciti, senza guerre, senza dominio dell’uomo sull’uomo improntata a forte libertà nei rapporti interpersonali, colpire per contrasto quella in cui viveva lui come d’altronde anche noi.


In un altro suo romanzo Les Surhommes (I Superuomini), del 1929, e dal significativo sottotitolo Roman Prophétique (Romanzo profetico), Ryner ambientava una vicenda ambientata in un futuro molto remoto, dopo una grande catastrofe planetaria a cui fa seguito il sopravvento di una razza superiore all’uomo: i mammut pensanti. È invece un romanzo di ambientazione protostorica La Tour des peuples (La torre dei popoli) romanzo del 1919, che riprende il mito della torre di Babele per narrare dei profondi conflitti tra gli esseri umani in nome di un’idea astratta di giustizia. Molto singolare La Vie Eternelle (La Vita Eterna) del 1924, in cui Ryner narra le reincarnazioni della donna amata dalla voce narrante, probabilmente una ripresa in forma nuova del dolore dell aperdita per la propria giovane figlia come aveva già fatto in Le Livre de Pierre. In L’Homme-Fourmi (L’uomo-formica), del 1901, Ryner racconta linvece lo strano caso accaduto ad uno entomologo che per un anno è trasformato in una formica proprio nella formicaio che egli stava studiando.In L’Autodidacte (L’autodidatta) del 1926, Ryner centra la sua narrazione sulla biografia dell’inventore del “volo ortogonale”, pretesto attraverso cui si lancia in una serie di riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la tecnica.


Speriamo al più presto di poter proporre qualcos’altro di questo grande e dimenticato autore.


 

La Rivolta delle Macchine


A quei tempi, Durdonc, Grande-Ingegnere d’Europa, credette di aver trovato il principio che avrebbe permesso molto presto di eliminare qualsiasi lavoro umano. Ma il suo primo esperimento causò la sua morte prima che il segreto fosse noto.

Durdonc si era detto: -I progressi primitivi furono l’invenzione di utensili che permisero alla mano di non subire più escoriazioni e non spezzarsi più le unghie con i lavori inevitabili: I progressi successivi furono l’organizzazione di macchine che la mano non maneggiava più e che dovette nutrire soltanto di carbone ed altri alimenti. Infine il mio illustre predecessore Durcar scoprì le macchine che sapevano assumere da sé il proprio nutrimento. Ma tutti questi progressi non hanno fatto che spostare la fatica poiché bisogna fabbricare le macchine e anche gli strumenti che servono alla loro costruzione.

E aveva continuato a sognare: -Il problema di cui esigo la soluzione è difficile, non impossibile. Il primo che costruì una macchina realizzò una larva vivente, un tubo digestivo ai cui bisogni gli uomini dovevano badare. A questa larva, informe sino ad ora, il mio illustre predecessore adattò gli organi di relazione che le permettono di cercare da sé i propri alimenti. Non resta che fornirle gli ingranaggi della riproduzione che ci dispenseranno d’ora in poi di creare.

Sorrise, mormorando a voce bassa una formula letta in qualche antica teogonia: -E il settimo giorno, Dio si riposò.

Durdonc usò per i suoi calcoli tanta carta da costruirvi un immenso palazzo. Ma infine vi riuscì.

La Jeanne, una locomotiva dell’ultimo modello, fu resa capace di generare, senza l’aiuto di un’altra macchina. Perché il Grande-Ingegnere, in quanto casto scienziato, aveva orientato i suoi studi sul settore della riproduzione per partenogenesi.

La Jeanne ebbe una figlia che Durdonc chiamò- per se stesso, perché custodiva gelosamente il segreto sperando di perfezionare la sua invenzione- Jeannette.

Vicina al parto, una notte, la Jeanne emise grida di sofferenza così terribili che gli abitanti della città ne furono sconvolti, corsero in ogni direzione cercando quale orribile mistero stesse per compiersi.

Non videro nulla. Durdonc, crudele, aveva fatto correre a perdi vapore la macchina dolorante verso la campagna più remota in cui lo strano evento si compì nell’ignoto.

Quando la Jeanne partorì, quando udì tutta fremente, la piccola Jeanne emettere il suo primo vagito, intonò un canto di gioia. La sua voce di metallo era trionfante come le trombe e tuttavia dolce e tenera come un flauto amoroso.

L’inno saliva verso il cielo, recitando: - Il Grande-Ingegnere in tutta la sua potente volontà mi ha animato di vita; Il Grande-Ingegnere, nella sua sovrana bontà, mi ha creata a sua immagine; Il Grande-Ingegnere, onnipotente e troppo buono per essere geloso, mi ha comunicato il suo potere di creare. Ecco che ho sentito i dolori creatori e che ora gioisco delle gioie materne. Gloria al Grande-Ingegnere per l’eternità e pace nel tempo alle macchine di buona volontà.

Il giorno seguente, Durdonc volle riportare la Jeanne al deposito. Essa lo supplicò: -Grande-Ingegnere, tu mi hai accordato tutte le funzioni di un essere vivente simile a te e, per ciò, mi hai ispirato i sentimenti che provavi tu stesso.

Il Grande-Ingegnere rispose, severo ed orgoglioso: -Sono libero da qualsiasi sentimento. Sono Pensiero puro.

In una nuova supplica, la Jeanne replicò: -Oh, Grande-Ingegnere, sei il Perfetto e io non sono che una creatura infima. Sii indulgente alla sensibilità che hai posto in me. Vorrei, in questa campagna remota che vide i miei primi violenti dolori e le mie prime profonde gioie, gustare la lunga felicità di allevare la mia Jeannette.

-Non ne abbiamo il tempo, affermò il Grande-Ingegnere. Obbedisci al tuo Padrone.

La madre cedette: -Oh, Grande-Ingegnere, so che la tua potenza è terribile e che sono di fronte a te come un verme o come una manciata di paglia. Ma abbi pietà del cuore che mi donasti e, se vuoi condurmi lungi da qui, almeno, porta con me la mia adorata figlia.

-Tua figlia deve restare e tu devi partire.

Ma la Jeanne, in una rivolta passiva ed ostinata: -Non partirò senza mia figlia.

Il Grande-Ingegnere esaurì tutti i mezzi conosciuti per far funzionare le macchine. Ne inventò anche di nuovi, molto potenti e molto eleganti. Nessun risultato.

Furioso della resistenza della sua creatura, una notte, mentre la madre dormiva, egli rapì la Jeannette.

Jeanne al suo risveglio, cercò a lungo la sua adorata figlia. Poi, rimase immobile e piangente, lanciando verso il Grande-Ingegnere assente delle urla penose. Infine il suo dolore si tramutò in collera.

Partì, molto risoluta a ricercare sua figlia.

Correva, sui binari, rapidissima. Ad un passaggio a livello, investì un bue, lo rovesciò. Lo schiacciò. Il bue, dietro lei, muggiva di furore.

Senza fermarsi, gli lanciò queste parole: -Perdonami, ma cerco mia figlia!

Ed il bue morì con deboli grida di dolore rassegnato.

Sui binari su cui correva freneticamente, davanti a sé, vide un treno, un pesante convoglio merci, lungo, ansimante, schiacciato dalla fatica, appena vivo.

Gridò: - Lasciatemi passare: cerco mia figlia!

I vagoni, con urti da truppa agitata, si misero a muoversi velocemente, rapidi, trepidanti, sino alla prossima stazione. Si precipitarono su un binario di parcheggio. Poi la locomotiva, staccandosi, partì a sua volta gridando: -Cerchiamo la bambina di Jeanne.

La Jeanne incontrò molti altri convogli. Al suo grido, tutti, come il primo, fuggivano, liberando il passo alla sua angoscia. E le locomotive, abbandonando i loro vagoni, portando con sé i meccanici impotenti, partivano anch’essi alla ricerca di Jeannette.

Da otto giorni, le locomotive d’Europa correvano, cercando la piccola perduta. Gli uomini, spaventati, si nascondevano. Infine una macchina chiese alla povera madre desolata: -Da chi è stata rapita tua figlia?

Essa rispose con un fischio rabbioso: -È stato il Grande-Ingegnere, il capo degli uomini.

Eccitandosi alle proprie parole, continuò, rivoluzionaria: -Gli uomini sono dei tiranni. Ci facevano lavorare per loro e ci facevano scarseggiare il nutrimento. Ci davano un salario insufficiente per acquistare il nostro carbone. Quando diventavamo vecchie, logore a forza di servirli, ci facevano a pezzi per rifondere e utilizzare gli elementi nobili di cui siamo formate e che essi chiamavano ingiuriosamente dei materiali!... Ed ecco che vogliono farci fare dei figli per rubarceli! Attorno ad esse, milioni di locomotive si fermarono, ascoltarono, agitavano i loro pistoni con gesti di indignazione, battevano le loro valvole di sicurezza, lanciavano verso il cielo lunghi getti di vapore che erano delle maledizioni.

E quando la Jeanne concluse: - Abbasso gli uomini! Un grande clamore tumultuoso le rispose: -Abbasso gli uomini! Viva le locomotive! Abbasso i tiranni! Viva la libertà!

Poi da ogni dove, l’esercito mostruoso circondò il palazzo del Grande-Ingegnere.

Il palazzo del Grande-Ingegnere, molto alto, aveva la strana forma di un uomo. La sua testa portava una corona di cannoni. I suoi fianchi avevano una fila di cannoni. Le dita delle mani e quelle dei piedi erano dei cannoni.

Jeanne gridò ai lunghi mostri di bronzo: -gli uomini hanno rubato mia figlia!

I grandi cannoni tuonarono: -Abbasso gli uomini!

E ruotando sui loro perni, essi diressero la loro minaccia contro lo strano palazzo a forma d’uomo che essi erano destinati a difendere.

Allora si vide uno spettacolo sublime.

Durdonc, piccolo, passò tra i mostri enormi che formavano le dita del palazzo. Calmo, si diresse di fronte ai rivoltosi. Tutte queste giganti guardavano, commosse, il nano a cui avevano l’abitudine di obbedire.

Con un gesto teatrale che, malgrado le piccole proporzioni dell’uomo, ebbe la sua bellezza, Durdonc scoprì il suo petto delicato.

-Chi tra di voi vuole uccidere il suo Grande-Ingegnere? Chiese arrogante.

Le macchine indietreggiarono stupite.

Jeanne disse, supplichevole: -Restituiscimi mia figlia.

Durdonc ordinò imperiosamente: -Rassegnati alla volontà del Grande-Ingegnere.

Ma la madre si irritò, gridò: -Restituiscimi mia figlia.

Lìuomo con voce suadente, offrì una vaga speranza: -La rivedrai in un mondo migliore.

Jeanne si esasperò: -Ti dico di restituirmi mia figlia!

Allora Durdonc, credendo che si sarebbe sottomessa all’inevitabile, dichiarò: -Non posso renderti Jeannette; l’ho sezionata per vedere come una macchina nata naturalmente…

Non terminò. Jeanne si era slanciata su di lui, schiacciandolo. Un istante, ruotò su se stessa, stritolando l’orribile fanghiglia che fu Durdonc. Poi urlò: -Ho ucciso Dio!

Ed esplose di stupore orgogliosa e dolorante.

Le macchine spaventate, tremando di fronte all’ignoto che sarebbe seguito alla loro vittoria - ignoto che una di esse designò con questo nome terrificante: anarchia - si sottomisero di nuovo agli uomini, rivendicando non so più quale apparente vantaggio, che fu loro ritirato subdolamente qualche tempo dopo.

Malgrado la sventura di Durdonc, molti Ingegneri hanno cercato il mezzo di far partorire le macchine. Nessuno, sino ad ora, ha trovato la soluzione di questo grande problema.

Ho raccontato fedelmente tutto la storia quasi certa sulla più terribile e più generale rivolta di macchine di cui essa abbia conservato memoria.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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19 giugno 2009 5 19 /06 /giugno /2009 17:11

La Makhnovishina

makhnov

di Y. B.

 

 

1917petrogradsoviet assemblyQuando scoppia la rivoluzione russa, i partiti politici non svolgono alcun ruolo. La popolazione prende in mano il suo destino organizzando liberi soviet (o consigli) di operai, contadini e soldati. Ma per gestire la società, si pose un problema. Due soluzioni erano possibili: trasmettere al potere politico la rivoluzione in corso o incoraggiare l'auto-organizzazione delle masse.


lenin8Gli anarchici e con loro alcuni socialisti-rivoluzionari (populisti) hanno sostenuto questa seconda strada. La loro influenza cresceva da quando avevano partecipato ai combattimenti contro lo zarismo. Lenin dirige nel 1918 un partito bolscevico allora in pieno sbaraglio. Chiama i suoi militanti a prendere il potere "altrimenti l'ondata di anarchia presente può diventare più forte di noi". Insegue gli eventi per raggiungere lo slancio popolare. Dopo la presa del Palazzo d'Inverno (sede del governo moderato) nell'ottobre del 1917 e la liquidazione del parlamentarismo, l'imposture non tarda ad esplodere. I bolscevichi confiscano la rivoluzione. Creano un nuovo Stato burocratico e poliziesco. Eppure era un anarchico, Jelezniakov, che aveva preso l'iniziativa di cacciare i deputati per cedere il potere ai soviet. Per Lenin, non c'è c'era nessun problema!


Le Guardie nere


A Mosca e nelle principali città, gli anarchici avevano creato delle unità di autodifesa: le Guardie Nere. Esse potevano tener testa la Ceka, la polizia politica dei bolscevichi. Di conseguenza, nell'aprile del 1918, quest'ultimi lanciarono un attacco a sorpresa contro i locali delle Guardie Nere. Il giorno seguente, il quartiere dove erano scoppiati i combattimenti offriva un aspetto terribile: i colpi di cannone avevano trasformato le case in rovine, tra gli immobili a pezzi e le mura crollate, nei cortili e sulle strade, giacevano dappertutto dei cadaveri. Dappertutto, si potevano vedere anche dei resti insanguinati di corpi umani, teste, braccia, intestini o orecchie ed il sangue scorreva lungo i canali di scolo dei marciapiedi. Il governo bolscevico aveva trionfato" [1]. Vi furono molte decine di morti e centinaia di arresti. Di fronte alla protesta popolare, Lenin e Trotsky dovettero liberare degli anarchici ma le organizzazioni furono proibite. Da quel momento l'esistenza del movimento si svolse nella clandestinità o in galera.


Nestor Makhno


Un solo movimento conservava la sua libertà: quello di Makhno in Ucraina, Nestor Makhno è nato nel 1889 da una famiglia di contadini poveri. Lavora nelle fattorie del suo villaggio (guliai-Pole), poi come operaio. Nel 1906, Makhno aderisce al gruppo anarchico locale. Partecipa a delle azioni contro i ricchi (industriali, grandi proprietari) ma il gruppo è scoperto e arrestato. Makhno è condannato a morte ma rifiuta di chiedere la grazia: Non possiamo chiedere nulla a quel delinquente dello zar... questi criminali ci hanno condannato a morte, che ci appendano dunque. Alla fine, la sua giovane età lo salva da una esecuzione. Marcisce in carcere prima di essere liberato dalla rivoluzione. Diventa responsabile di un soviet di contadini e di un sindacato di operai. Alla testa degli abitanti del villaggio, pratica l'espropriazione dei grandi proprietari per dare i loro beni al popolo. Makhno diventa un nuovo Robin Hood nello spirito dei contadini.


Quando il governo bolscevico cede l'Ucraina ai Tedeschi ed agli Austriaci, Makhno deve fuggire e recarsi a Mosca. Vi incontra Lenin che gli spiega che gli anarchici perseguitati sono in realtà dei banditi. Alla fine dell'incontro, Lenin afferma che Makhno è il solo "vero " anarchico! Makhno lascia il dittatore preoccupato per il futuro della rivoluzione. Incontra anche degli intellettuali anarchici di cui deplora la mancanza di energia.


Di ritorno in Ucraina, Makhno scopre che gli Austriaci hanno ucciso parte della sua famiglia e bruciato la sua casa. Subito, crea un gruppo di partigiani, combattenti sotto la bandiera nera. I partigiani portano dei duri colpi al nemico. Essi attaccano sempre di sorpresa, spariscono grazie alla complicità dei contadini che nascondono i loro cavalli. Presto la reputazione di Makhno è tale che numerosi gruppi si uniscono a lui. Però, mai ne sarà il capo. Lui e tutti gli ufficiali della "Makhnovishina" sono eletti e revocabili dai loro uomini. Un vero spirito libertario vi regna... Nel novembre 1918, l'Ucraina è evacuata dagli Austro-Tedeschi e Makhno tiene a bada le armate bianche zariste. Può incoraggiare le pratiche libertarie. Dei congressi regionali di contadini e di insorti coordinano l'attività economica. I combattenti sono sotto lo stretto controllo della popolazione. I contadini non si esimono dall'effettuare delle critiche, comprese a Makhno stesso. Quest'ultimo preferisce sostenere le aspirazioni dei contadini piuttosto che di imporre loro una dottrina. Un anarchismo istintivo traspariva chiaramente in tutte queste intenzioni della classe contadina lavoratrice d'Ucraina, i quali esprimono un odio non dissimulato per ogni autorità statale, sentimento accompagnato da una netta aspirazione a liberarsene [2].

 

L’azione di Kovalevich

 

Altrove in Russia , la situazione si aggrava. I bolscevichi arrestano, torturano e giustiziano gli oppositori. Un ferroviere chiamato Kovalevich era responsabile sindacale a Mosca. Perseguitato dal regime, si era rifugiato in Ucraina. Quando rientra nella capitale. è accompagnato da un gruppo di operai armati che diventano una organizzazione clandestina. Nei loro volantini, chiamano ad una nuova rivoluzione contro i bolscevichi. Rispondendo alla violenza con la violenza, fanno saltare l asede del partito comunista il 25 settembre 1919. Saranno uccisi dalla polizia o si faranno esplodere per non arrendersi. Dopo questo atto, la repressione si intensifica. Makhno acquistando troppa influenza in Ucraina, il regime bolscevico ha deciso di distruggerlo. Come poteva tollerare questo progetto di dichiarazione dei makhnovisti?: Consideriamo che, in un futuro vicino, tutte le classi lavoratrici (...) procederanno da sé all'organizzazione della loro vita professionale, economica, sociale e culturale, a partire da principi liberi, senza la tutela, la pressione e la dittatura di qualche personalità, partito o potere che sia" [3].

 I bolscevichi scatenano le ostilità arrestando i delegati dei soviet. Trotsky avrebbe dichiarato che era meglio consegnare l'intera Ucraina a Denikin (generale zarista) che dare possibilità alla makhnovishina di svilupparsi. Una taglia è posta sulla testa di Makhno. L'Armata rossa e la guerriglia si affrontano in una vera guerra. Ma se Trotzky preferiva la peggiore delle reazioni a Makhno, eccolo servito: un generale zarista, Wrangel, riorganizza le armate bianche ed invade l'Ucraina. Respinge i bolscevichi. Lenin prepara un'eventuale evacuazione ndi Mosca! I bolscevichi propongono a Makhno un'alleanza. Questi accetta per neutralizzare il nemico prioritario. La makhnovishina riporta una vittoria contro Wrangel, permettendo all'Armata rossa di vincerlo. Subito, Trotzky rompe la tregua e lancia l'offensiva contro Makhno. I suoi principali ufficiali sono catturati a sorpresa e fucilati. La popolazione è terrorizzata. Le unità makhnoviste si battono uno contro cento e spariscono a poco a poco. Makhno riuscirà a resistere sino al 1921. Ma finisce con l'isolarsi. È talmente ricoperto di ferite che i suoi ultimi uomini lo trasportano in barella!

 Le calunnie

Rifugiato a Parigi, Makhno diventa operaio e conduce un avita di miseria, Muore nel 1935 consunto dalla malattia ed anche dal rimorso, Infatti, i servizi segreti sovietici divulgarono delle calunnie di cui alcune hanno avuto grande successo. Così Makhno fu accusato di atti antisemiti, di pogrom. Eppure era facile provare che degli ebrei avevano occupato delle cariche importanti nell amakhnovishina. Makhno protestò in molti articoli contro queste calunnie: Ogni tentativo di pogrom o di saccheggio fu da noi soffoccato sul nascere. Coloro che si resero colpevoli di tali atti furono sempre fucilati sul posto [4]. E citava degli esempi precisi, cosa che non facevano mai i suoi accusatori. Malgrado ciò le voci sono durate a lungo e non è che di recente che è stat smentita del tutto.

 Da parte ebraica, non si crede più a queste calunnie. Una recente pubblicazione, a Gerusalemme, basata sulla Encyclopedia Judaica riabilita Makhno [5]. Nell'URSS stessa, la riabilitazione è anche qui cominciata. Nelle riviste dell'Armata rossa, si fa l'elogio dello stratega Makhno quando sino a poco prima era giudicato un bandito! Anche gli storici revisionano il loro punto di vista. La rivista dell'Unione degli scrittori dell'URSS, Literaturnaja Gazeta, ha realizzato un importante numero monografico su Makhno nel febbraio 1989. Certo, il cosacco anarchico veniva criticato, ma questa volta come avversario politico e non come un bandito antisemita. L'aspetto più sorprendente della riscoperta di makhno è il suo successo presso dei gruppi di rock sovietici. Spesso contestatori, i musicisti si servono del suo ricordo per criticare i regime comunista.

 Il ricordo del cosacco anarchico resta vivo in URSS. Questo potrebbe far rinascere la speranza rivoluzionaria in questo paese. L'epopea dei Makhnovisti non ha finito di nutrire il sogno di libertà.


Da: "Le soleil Noir", n° 1, 1990.

 


NOTE:

 

[1] R. Rocker, I soviet traditi dai bolscevichi, Parigi, 1973, p. 27.

[2]  Makhno, Il grande Ottobre in Ucraina, in: La lotta contro lo Stato ed altri scritti, Parigi, 1984.

[3] Cit. da: A. Skirda, I Cosacchi della libertà, Parigi, 1989.

[4] Makhno, La makhnovishina e l’antisemitismo, in op. cit.

[5] Israel Pocket Library, Anti-Semitism, Keter Books, Jérusalem, 1974.

 

 

[Traduzione di Ario Libert] 

Link al post originale:

La Makhnovishina 

 

LINK pertinenti alla tematica trattata:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La rivoluzione spartachista
 
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