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21 ottobre 2015 3 21 /10 /ottobre /2015 05:00

L'insurrezione di Kronstadt e il destino della Rivoluzione russa

 

Anton Ciliga

La Révolution prolétarienne : revue mensuelle syndicaliste communiste

 

Introduzione

Lo scambio di lettere tra Trotsky e Wendelin Thomas (uno dei leader del sollevamento dei marinai tedeschi nel 1918, attualmente membro della Commissione americana d'inchiesta sui processi di Mosca) a proposito del posto da dare nella storia agli avvenimenti di Kronstadt del 1921, ha provocato un'autentica discussione internazionale. Ciò testimonia dell'importanza del problema. D'altra parte, se è più particolarmente oggi che ci si occupa di Kronstadt, non è per caso: una analogia, e anche un legame diretto, tra ciò che è accaduto a Kronstadt diciasette anni fa, e i recenti processi di Mosca, non sono molto evidenti.

Kronstadt's rebel battleship The Petropavlovsk

Oggi assistiamo all'assassinio dei capi della Rivoluzione d'Ottobre; nel 1921, furono le masse di base di questa rivoluzione ad essere decimate.

Sarebbe possibile oggi disonorare e sopprimere i capi dell'Ottobre senza che la minima protesta si levi nel paese, se questi capi non avevano essi stessi, a colpi di cannone, obbligato i marinai di Kronstadt a tacere e così gli operai della Russia intera?

La risposta di Trotsky a Wendelin Thomas mostra che, sfortunatamente, Trotsky — che è, insieme a Stalin, il solo dei capi dell'Ottobre che sia ancora in vita tra coloro che hanno effettuato la repressione di Kronstadt — si rifiuta attualmente, ancora, a guardare il passato oggettivamente. Per di più nel suo articolo: "Beaucoup de bruit autour de Cronstadt" [Molto rumore intorno a Kronstadt], allarga ancor più il fossato tra la massa lavoratrice e lui; egli non esita, dopo aver ordinato il loro bombardamento nel 1921, a presentare oggi gli uomini di Kronstadt come "degli elementi completamente demoralizzati, degli uomini che portavano eleganti pantaloni allo sbuffo e si conciavano alla maniera dei protettori".

No non è con tali accuse, che puzzano di obitorio burocratico da cento passi, che si può portare un utile contributo agli insegnamenti da trarre dalla grande rivoluzione russa.

Per determinare l'influenza che ha avuto Kronstadt sulla sorte della Rivoluzione, si deve, evitando ogni questione personale, portare la propria attenzione su tre questioni fondamentali:

1° in quale contesto si è verificata la rivolta di Kronstadt?

2° quali erano gli scopi di questo movimento?

3° Attraverso quali mezzi gli insorti tentarono di raggiungere i loro scopi?

Le masse e la burocrazia nel 1920-21

Tutti sono ora d'accordo nel riconoscere che nel corso dell'inverno 1920-21, la Rivoluzione russa viveva un momento particolarmente critico: l'offensiva in Polonia era terminata con la sconfitta di Varsavia, nessuna rivoluzione sociale scoppiava nell'Europa occidentale, la Rivoluzione russa rimaneva isolata, la carestia e la disorganizzazione si impadronivano dell'intero paese; il pericolo della restaurazione borghese bussava alle porte della rivoluzione. In questo momento critico, le diverse classi e partiti che esistevano all'interno del campo rivoluzionario presentarono ognuno le loro soluzioni per risolvere la crisi.

Il governo sovietico e le sfere superiori del partito comunista applicarono il loro programma del rafforzamento del potere della burocrazia. L'attribuzione ai "Comitati esecutivi" dei poteri attribuiti sino ad allora ai soviet, la sostituzione della dittatura della classe con quella del partito, lo spostamento dell'autorità all'interno stesso del partito, dai suoi membri ai suoi quadri, la sostituzione al doppio potere della burocrazia e degli operai nelle fabbriche del solo potere dell'apparato, tutto ciò doveva "salvare la Rivoluzione!". È in questo momento che Bucharin pronunciò la sua arringa a favore del "bonapartismo proletario". "Limitandosi egli stesso", il proletariato avrebbe per così dire facilitati la lotta contro la controrivoluzione borghese.

Così si manifestava già l'enorme sufficienza, quasi messianica, della burocrazia comunista.

Il IX e il X congresso del partito comunista, così come l'intervallo di un anno che li separò, trascorsero sotto il segno di questa nuova politica. Lenin ne fu il rigido ideatore e Trotsky l'esecutore. La burocrazia preveniva la restaurazione borghese... eliminando i tratti proletari della rivoluzione.

La formazione della "Opposizione operaia" all'interno del partito, appoggiata, non soltanto dalla frazione proletaria del partito, ma anche dalla grande massa degli operai senza partito, il grande sciopero generale del proletariato di Pietrogrado poco prima della rivolta di Kronstadt, e infine questa insurrezione stessa, tutto ciò esprimeva le aspirazioni delle masse che sentivano, più o meno chiaramente, che una "terza persona" stava attentando alle sue conquiste. Il movimento dei contadini poveri di Makhno in Ucraina fu, nell'insieme, la conseguenza delle stesse resistenze. Quando si esaminano, con la prospettiva storica di cui disponiamo ora, le lotte del 1920-1921, si è colpiti nel vedere che queste masse disperse, affamate e indebolite dalla disorganizzazione economica, hanno tuttavia trovato in se stesse la forza di formulare con tanta precisione la loro posizione sociale e politica, e difenderla, allo stesso tempo, contro la burocrazia e contro la borghesia.

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Il programma di Kronstadt

Per non accontentarci, come Trotsky, di semplici affermazioni, sottoponiamo ai lettori la risoluzione ch esservi da programma al movimento di Kronstadt. La riproduciamo per intero, in ragione della sua enorme importanza storica. Essa fu adottata il 28 febbraio dai marinai della corazzata "Petropavlovsk" e accettata in seguito da tutti i marinai, soldati e operai di Kronstadt.

"Dopo aver ascoltato il rapporto dei rappresentanti degli equipaggi inviati a Pietrogrado dalla assemblea generale dei marinai della flotta per esaminare la situazione, è stato deciso quanto segue:

1) di procedere immediatamente alla rielezione a scrutinio segreto dei soviet, dato che i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini. A questo scopo dovrà svolgersi prima una libera propaganda elettorale affinché le masse operaie e contadine possano essere onestamente informate.

2) di esigere la libertà di parola e di stampa per gli operai e per i contadini, per gli anarchici e per i socialisti di sinistra.

3) di esigere libertà di riunione per i sindacati operai e per le organizzazioni contadine.

4) di convocare entro il 10 marzo 1921 una assemblea generale degli operai, dei soldati rossi e dei marinai di Kronstadt e di Pietrogrado.

5) di rilasciare tutti i prigionieri politici socialisti e tutti gli operai e i contadini, i soldati rossi e i marinai, arrestati in occasione di diverse agitazioni popolari.

6) di eleggere una commissione incaricata di esaminare i casi di tutti i detenuti trattenuti nelle prigioni e nei campi di concentramento.

7) di abolire tutte le "sezioni politiche" [1] perché d'ora in poi nessun partito deve avere dei privilegi per la propaganda delle sue idee, né ricevere la minima sovvenzione dallo stato per tale scopo. Al loro posto, noi proponiamo che siano elette in ogni città delle commissioni di Cultura e di Educazione finanziate dallo Stato.

8) di abolire immediatamente tutti gli sbarramenti militari [2].

9) di uniformare le razioni alimentari per tutti i lavoratori, salvo per coloro che esercitano mestieri particolarmente insalubri e pericolosi.

10) di abolire tutti i reparti speciali comunisti nelle unità dell'esercito, e la guardia comunista nelle fabbriche e nelle miniere. In caso di necessità questi corpi di difesa potranno essere designati dalle compagnie nell'esercito e dagli operai nelle fabbriche.

11) di dare ai contadini la piena libertà di azione per ciò che concerne le loro terre, e il diritto di allevare il bestiame, a condizione che compiano il loro lavoro, senza l'impiego di lavoratori salariati.

12) di chiedere a tutte le unità dell'esercito e ai compagni delle scuole di cadetti [3] di solidarizzare con noi.

13) di esigere che questa risoluzione sia largamente diffusa dalla stampa.

14) di designare una commissione mobile incaricata di controllare questa diffusione.

15) Autorizzare la produzione artigianale libera purché non impegni il lavoro salariato.

Sono queste delle formule rozze, alcune anche insufficienti, ma che sono tutte impregnate dello spirito dell'Ottobre, e non vi sono calunnie al mondo che possano far dubitare del legame intimo esistente tra questa risoluzione e l'opinione che guidava gli espropriatori del 1917.

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La profondità dei principi che animano questa risoluzione è mostrata dal fatto che è ancora ampiamente attuale. Si può, infatti, opporla tanto bene sia al regime di Stalin del 1938 sia a quello di Lenin del 1921. Vi è anche di più: le esigenze proprie di Trotsky contro il regime di Stalin non sono che la riproduzione, timida è vero, delle rivendicazioni di Kronstadt. D'altronde, quale altro programma, per quanto poco socialista sia, potrebbe essere opposto all’oligarchia burocratica se non quelli Kronstadt e dell’Opposizione operaia?

facsimile

La parte iniziale della risoluzione mostra lo stretto legame che esisteva tra i movimenti di Pietrogrado e di Kronstadt. Il tentativo di Trotsky di opporre gli operai di Pietrogrado a quelli di Kronstadt allo scopo di consolidare la leggenda del carattere controrivoluzionario del movimento di Kronstadt urta con Trotsky stesso: nel 1921, Trotsky, infatti, perorando la necessità nella quale si era trovato Lenin di sopprimere la democrazia all'interno dei soviet e del partito, accusava le grandi masse, nel partito e al di fuori del partito, di simpatizzare con Kronstadt. Ammetteva dunque in quel momento che, sebbene gli operai di Pietrogrado e dell’Opposizione operaia non fossero giunti sino alla resistenza a mano armata, la loro simpatia almeno andava Kronstadt.

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L'affermazione di Trotsky secondo la quale “l'insurrezione sarebbe stata ispirata dal desiderio di ottenere una razione privilegiata” è ancora più atroce. Così, è uno di quei privilegiati del Cremlino, per i quali le razioni erano molto superiori a quelle degli altri, che osa lanciare un simile rimprovero, e ciò a degli uomini che, nel paragrafo 9 della loro risoluzione, richiedevano esplicitamente l’uguaglianza della razione! Questo dettaglio mostra fino a che punto l’accecamento burocratico di Trotsky non ha limiti ed è disperato.

Gli articoli di Trotsky non si discostano di un solo passo dalla leggenda forgiata un tempo dal Comitato centrale del partito. Certo, Trotsky merita la stima del movimento operaio internazionale per avere rifiutato, a partire dal 1928, di continuare a partecipare alla degenerazione burocratica e alle nuove “epurazioni” destinate a privare la Rivoluzione di tutti i suoi elementi di sinistra; preferì, essere eliminato egli stesso. Merita ancora più di essere difeso contro la calunnia e gli attentati di Stalin. Ma tutto ciò non dà a Trotsky il diritto di insultare le masse lavoratrici del 1921. Al contrario! Più di chiunque altro, Trotsky avrebbe dovuto fornire una  nuova valutazione dell’iniziativa presa da Kronstadt, iniziativa di un valore storico considerevole, iniziativa presa da militanti della base al fine di lottare contro la prima "epurazione" sanguinaria intrapresa dalla burocrazia.

L’atteggiamento dei lavoratori russi durante il tragico inverno del 1920-1921 testimonia un istinto sociale profondo e un nobile eroismo animarono le classi lavoratrici della Russia, non soltanto durante l'ascesa della Rivoluzione, ma anche durante la crisi che la pose in pericolo mortale.

Né i combattenti di Kronstadt, né gli operai di Pietrogrado, né i comunisti di rango, disponevano ormai più, è vero, nel corso di quell'inverno, di tanta energia rivoluzionaria come nel 1917-1919, ma tutto ciò che c'era ancora di socialista e di rivoluzionario in questa Russia del 1921, era la base a possederlo. Opponendosi a quest'ultima, Lenin e Trotsky, d’accordo con Stalin, con Zinoviev, Kaganovitch e altri, rispondevano ai desideri e servivano gli interessi dei quadri burocratici. Gli operai lottavano allora per il socialismo di cui la burocrazia perseguiva già la liquidazione. E’ qui che risiede il fondo del problema.

Kronstadt e la N.E.P.

Si crede abbastanza comunemente che Kronstadt esigesse l’introduzione della N.E.P.; questo è un profondo errore. La risoluzione di Kronstadt si pronunciava per la difesa dei lavoratori, non soltanto contro il capitalismo burocratico di stato, ma anche contro la restaurazione del capitalismo privato. Questa restaurazione era richiesta – contrariamente chea Kronstadt – dai socialdemocratici che la combinavano con un regime di democrazia politica. E furono Lenin e Trotsky che la realizzarono in gran parte, (ma senza democrazia politica) sotto la forma della N.E.P. La risoluzione di Kronstadt sosteneva tutto il contrario poiché si dichiarava contro il salariato nell’agricoltura e l’artigianato.

Questa risoluzione, e il movimento, al quale servì da base, tendevano all’alleanza rivoluzionaria dei proletari e dei contadini lavoratori, con gli ambienti più poveri delle campagne affinché la rivoluzione si sviluppasse verso il socialismo; la N.E.P. era, al contrario, l'unione dei burocrati con gli strati superiori del villaggio contro il proletariato, era l’alleanza del capitalismo di Stato e del capitalismo privato contro il socialismo. La N.E.P. è tanto contro le rivendicazioni di Kronstadt quanto, ad esempio, il programma socialista rivoluzionario dell'abolizione del sistema di Versailles sorto dall'avanguardia del proletariato europeo è opposto all’abrogazione del trattato di Versailles così com'è stato realizzato da Hitler.

Ecco, infine, un’ultima accusa correntemente diffusa: delle iniziative come quella di Kronstadt potevano indirettamente scatenare le forze della controrivoluzione. È possibile infatti che anche ponendosi sulla base della democrazia operaia, la rivoluzione sia infine fallita, ma quel che è certo, è che essa è perita, e che è perita per la politica dei suoi dirigenti: la repressione di Kronstadt, la soppressione della democrazia operaia e sovietica da parte del X Congresso del partito comunista russo, l’eliminazione del proletariato dalla gestione dell’industria, l’introduzione della N.E.P significavano già la morte della Rivoluzione.

È precisamente alla fine della guerra civile che si produsse la divisione della società post-rivoluzionaria in due gruppi fondamentali: le masse lavoratrici e la burocrazia. Nelle sue aspirazioni socialiste e internazionaliste la rivoluzione russa fu soffocata; nelle sue tendenze nazionaliste, burocratiche, di capitalismo di Stato, essa si sviluppò e si consolidò.

È a partire da qui e su questa base che ogni anno, sempre più nettamente, l'amoralità bolscevica, così spesso citata, acquisì lo sviluppo che doveva condurre ai processi di Mosca. La logica implacabile delle cose si era manifestata: quando dei rivoluzionari, tali soltanto a parole, compiono, nei fatti, i compiti della reazione e della controrivoluzione, devono ricorrere ineluttabilmente alla menzogna, alla calunnia e alla falsificazione. Questo sistema della menzogna generalizzata è la conseguenza, non la causa, della separazione del partito bolscevico dal socialismo e dal proletariato.

Mi permetto, per corroborare quanto sopra sostenuti, di citare delle testimonianze su Kronstadt di uomini che ho incontrato nella Russia dei Soviet.

- Quelli di Kronstadt? Ebbero perfettamente ragione; sono intervenuti per difendere gli operai di Pietrogrado; si trattò di un tragico malinteso che Lenin e Trotsky, invece di intendersi con loro, sferrarono lor battaglia, mi diceva, mi diceva, nel 1932, Dch., che, nel 1921, era operaio senza partito a Pietrograd e che conobbi al confino politico di Verkhnié-Ouralsk come trotskysta.

- È una frottola che dal punto di vista sociale, nella Kronstadt del 1921 vi fosse una popolazione diversa da quella del 1917, mi diceva in prigione un altro pietrogradese, Dv., che, nel 1921, era membro della Gioventù Comunista, e fu incarcerato nel 1932 come "decista".

Ebbi anche l'occasione di conoscere uno di coloro che avevano effettivamente partecipato al sollevamento di Kronstadt. Era un vecchio meccanico della marina, comunista sin dal 1917, che aveva attivamente preso parte alla guerra civile, diretto per un certo periodo una Ceka di provincia da qualche parte sul Volga, e si trovava nel 1921 a Kronstadt in qualità di commissario politico, sulla nave da guerra "Marat" (ex "Petropavlovsk"). Quando lo vidi, nel 1930, nella prigione di Leningrado, aveva trascorso da poco otto anni alle isole Solovetski.

I mezzi di lotta

I lavoratori di Kronstadt perseguivano degli scopi rivoluzionari lottando contro i tentativi reazionari della burocrazia e servendosi di mezzi propri e onesti. Per contro, la burocrazia diffamava odiosamente il loro movimento, pretendendo che fosse diretto dal generale Kozlovski. Quelli di Kronstadt, in effetti, volevano discutere onestamente come compagni sulle questioni controverse con i rappresentanti del governo. La loro iniziativa ebbe dapprima un carattere difensivo – è per questa ragione che non occuparono per tempo Oranienbaum, sulla costa di fronte a Kronstadt.

Sin dall’inizio, i burocrati di Pietrogrado impiegarono il sistema degli ostaggi arrestando le famiglie dei marinai, soldati dell'armata rossa e operai di Kronstadt che abitavano a Pietrogrado, perché alcuni commissari di Kronstadt - di cui nessuno venne fucilato - erano stati arrestati. La detenzione degli ostaggi fu portata a conoscenza di Kronstadt tramite dei volantini lanciati da un aereo.

Nella sua risposta per radio, Kronstadt il 7 marzo dichiarò "di non voler imitare Pietrogrado perché ritiene che un atto del genere, anche effettuato in un accesso di odio disperato, è il più vigliacco da tutti i punti di vista. La storia non ha ancora conosciuto simile procedura". (Izvestia del Comitato Rivoluzionario di Kronstadt, 7 marzo 1921). Il nuovo apparato dirigente capiva molto meglio dei "ribelli" di Kronstadt il significato della lotta sociale che cominciava, la profondità dell'antagonismo di classe che li separava dai lavoratori. È in tutto ciò che risiede la tragedia di tutte le rivoluzioni nel periodo del loro declino.

Ma quando venne imposto a Kronstadt il conflitto militare, quest'ultima trovò ancora in sé la forza di formulare le parole d’ordine della "terza rivoluzione" che è da allora il programma del socialismo Russo dell'avvenire [4].

Bilancio

Ci sono delle ragioni per pensare che essendo dato il rapporto di forze del proletariato e della borghesia, del socialismo e del capitalismo esistente in Russia e in Europa all’inizio del 1921, la lotta per lo sviluppo socialista della rivoluzione russa era destinata alla sconfitta. In queste condizioni, il programma socialista delle masse non poteva vincere; bisognava aspettarsi il trionfo della controrivoluzione dichiarata o camuffata sotto l’aspetto di una degenerazione (come poi è accaduto).

Ma una simile concezione dei processi della rivoluzione russa non sminuisce affatto, nel campo dei principi, l'importanza storica del programma e degli sforzi delle masse lavoratrici. Al contrario, questo programma costituisce il punto di partenza da cui comincerà il nuovo ciclo dello sviluppo rivoluzionario e socialista. Infatti, ogni nuova rivoluzione non comincia sulla base su cui iniziò la precedente, ma partendo dal punto in cui la rivoluzione precedente ha subito una sconfitta mortale.

L’esperienza della degenerazione della rivoluzione russa pone di nuovo davanti alla coscienza del socialismo internazionale un problema sociologico estremamente importante: perché nella rivoluzione russa, come nelle altre due grandi rivoluzioni precedenti: quella inglese e francese, è dall'interno che la controrivoluzione ha trionfato nel momento in cui le forze rivoluzionarie si esaurivano, e per mezzo dello partito rivoluzionario stesso (“epurato”, è vero, dai suoi elementi di sinistra)?

Il marxismo riteneva che la rivoluzione socialista, una volta cominciata o si sarebbe assicurata uno sviluppo graduale e continuo che l’avrebbe condotta al socialismo integrale, oppure sarebbe andata incontro a una sconfitta che si sarebbe manifestata sotto forma di una restaurazione borghese.

Il complesso della rivoluzione russa pone in un modo del tutto nuovo il problema del meccanismo della rivoluzione socialista. Questa questione deve diventare primaria nella discussione internazionale. In questa discussione, il problema di Kronstadt può e deve avere un posto degno di essa.

 

Ante Ciliga

 

NOTE

 

[1] "Politotdiel": sezioni politiche del partito comunista esistenti nella maggior parte delle istituzioni dello Stato.

[2] "Zagraditelnyé otriady": distaccamenti polizieschi creati ufficialmente per lottare contro l'agiotaggio, ma che in fin dei conti confiscavano tutto ciò che la popolazione affamata, operai compresi, portavano dalle campagne per il consumo personale.

[3] "Koursanty": allievi ufficiali.

[4] Un'opera d'insieme si Kronstadt, contenente dei documenti essenziali su queste giornate storiche, è stato scritto da Ida Mett. La sua pubblicazione apporterebbe, a mio parere, un contributo adeguato alla discussione internazionale che si sta attualmente sviluppando.

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Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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17 ottobre 2015 6 17 /10 /ottobre /2015 13:07

Ba Jin, i suoi primi scritti

 

Angel Pino

 

La sua prima opera, tra quelle che sono state conservate ad ogni modo, Ba Jin la pubblica nel 1921. È una professione di fede apertamente anarchica e il suo titolo, da solo, è già tutto un programma: "Come fondare una società veramente libera ed egualitaria". Ba Jin non ha che diciasette anni (è nato nel 1904) ed è a cento leghe dall'immaginare che la celebrità lo sta cercando, e ancor meno che è attraverso la letteratura che si distinguerà. Egli abita a Chengdu, la sua città natale (i suoi antenati sono originari di Jiaxing, nel Zhejiang), in una famiglia mandarinale di cui racconterà la storia nella sua trilogia del Torrente [1], frequenta da alcuni mesi la scuola speciale di lingue straniere del luogo, dove studia l'inglese, e è da quasi due anni che si impegna nei dibattiti di idee che hanno cominciato ad agitare la Cina con la tempesta del Movimento del 4 maggio (1919) – che fu, un'autentica "rivoluzione culturale".

Nel guazzabuglio delle dottrine che si rovesciano sul paese, provenienti dall'Occidente, Ba Jin, che non ha letto granché e non ha vissuto molto, si entusiasma per gli scritti di Kropotkin [2] e quelli di due altri autori, Léopold Kampf (1881- ?), un oscuro chimico polacco che ha tentato di dedicarsi al teatro con un'opera, Le Grand Soir, che apparentemente ha affascinato gli anarchici cinesi, e soprattutto Emma Goldman con la quale Ba Jin intratterrà una corrispondenza e i suoi articoli sull'amore e la famiglia, e infine sull'Unione sovietica, conobbero di colpo una grande risonanza [3]. È Emma, confiderà, che gli ha rivelato "le bellezze dell'anarchismo" [4]:

"Gli articoli di Goldman con i loro argomenti, la loro logica stringente, il loro sguardo penetrante, la loro ricca erudizione, il loro stile conciso, i loro accenti trascinanti, soggiogarono senza alcun sforzo il ragazzo di quindici anni che ero. Tanto più che, poco tempo prima, avevo letto anche due libelli molto forti e che la vita famigliare che conducevo da molti anni mi aveva ispirato un odio violento contro tutte le forze autoritarie e mi aveva spinto sulla strada della liberazione" [5].

Sarebbe tuttavia dar prova d'ingiustizia nei suoi confronti considerare che Ba Jin ha scoperto la questione sociale soltanto nei libri. Nella questione sociale, Ba Jin si è imbattuto dapprima nei suoi rapporti con i domestici che erano in servizio presso i suoi genitori, così come si ricorderà, settant'anni dopo, il vegliardo malato che sgrana i suoi "Ai figli della penna" [6], questa sequenza in forma di "testamento" [7]:

"Ricevo la portineria e la scuderia della nostra residenza di Chengdu. Alla luce di una candela fumante, seduto su un vecchio pagliericcio, ascoltavo senza fine i racconti di vite ferite, umiliate, che terminavano tuttavia sempre con la stessa frase, 'Il cuore dell'uomo è puro!". I portatori di portantine che vivevano nella scuderia aprivano i loro cuori al figlio di famiglia qual ero. [...] Ne ho passate di serate in questa scuderia senza cavalli, umida e scura! "Le persone della portineria vivevano meglio di quelli della scuderia. Oh! Non molto! Mi sentivo al mio agio tra di loro. Più tardi, ho capito che è in questa portineria e questa scuderia che ho incontrato i primi uomini il sui cuore era stato purificato dalla durezza della vita" [8].

Si potrebbe evocare ugualmente quella scena del suo primo romanzo, "Distruzione", nutrita di reminiscenze, in cui l'eroe, Du Daxin, descrive le zuppe che, ogni tanto, erano servite quotidianamente a mille o duemila persone nello yamen di suo padre, sotto-prefetto in un distretto della provincia dello Sichuan [9].

Questa coscienza diffusa della questione sociale ha provocato presso l'adolescente un senso di insoddisfazione:

"Avevamo dove alloggiare, ma questo non ci bastava; avevamo da mangiare, ma ciò non ci bastava; avevano di che vestirci, ma ciò non ci bastava; avevamo dei libri da leggere, ma ciò non ci bastava come sempre! Perché intorno a noi vi sono ancora molte, molte persone che non hanno dove alloggiare, nulla con cui vestirsi, nulla da mangiare e nulla da leggere. Ora queste persone sono precisamente coloro da cui dipendiamo per vivere" [10].

Un senso di insoddisfazione e di vergogna, quello di appartenere alla classe degli sfruttatori:

"Vediamo chiaramente, non possiamo non vedere che tutta la nostra felicità poggia sulle loro spalle. Noi, i nostri padri e i nostri antenati siamo stati gli uni e gli altri degli sfruttatori" [11].

E la convinzione, parallelamente, che la felicità deve essere condivisa da tutti per essere assaporata da ognuno:

"L'oscurità, l'oppressione, la sventura, la sofferenza, si dispiegano intorno a noi. In mezzo al nostro ridere si intrecciano il suono di innumerevoli pianti e lamenti. Sappiamo oramai a cosa somiglia l'attuale società. Affermiamo che dobbiamo uscire dal circolo della nostra felicità per andare verso il mondo esterno. Per entrare nelle vera vita! Vogliamo fare qualcosa, qualcosa d'utile: per sradicare questa oscurità, questa oppressione, per sradicare questo malessere e questa sofferenza, per riformare l'attuale società, per aiutare tutti gli uomini che sono intorno a noi e che soffrono. Vogliamo cercare la nostra felicità in quella della massa. Non vogliamo più far pesare sulle spalle degli altri il costo della nostra vita" [12].

Il malessere che egli prova di fronte alla sua estrazione, Ba Jin lo confesserà a Emma Goldman. Quest'ultima si darà da fare per decolpevolizzarlo:

"Tu dici che provieni da una vecchia famiglia benestante. Questo è senza importanza. Dei rivoluzionari attivi nascono spesso all'interno della classe borghese. Di fatto, nel nostro movimento, è il caso della maggioranza dei dirigenti: essi sono attenti alla questione sociale, non perché essi stessi vivono una situazione difficile ma perché non possono sopportare di assistere senza far nulla alle sofferenze delle masse. D'altronde, non è colpa tua se sei nato in una famiglia borghese: non scegliamo noi il luogo della nostra nascita. In compenso, possiamo organizzare noi stessi la nostra vita successiva. Ho notato che avevi la sincerità e la passione che convengono ai giovani ribelli. Ciò mi piace ciò. Questo genere di carattere è ancora più indispensabile nel momento attuale quando tante persone sono pronte a vendere la loro anima per un piccolo vantaggio - si incontrano casi simili ovunque. Anche l'interesse che hanno per un ideale sociale è superficiale e non esitano ad abbandonarlo alla prima difficoltà. È per questo che sono incantata di sapere che vi sono tra di voi dei giovani come te che riflettono sinceramente, che agiscono e che amano profondamente il nostro bel ideale..." [13].

Le preoccupazioni del giovane Ba Jin non sono puramente astratte. Sin dal 1919, sapiamo che egli cercò di entrare in relazione con dei compatrioti convertitisi come lui all'anarchismo, almeno con uno di essi, Zheng Peigang [14], un Cantonese che si è ritagliato una piccola reputazione creando, nella capitale, a fianco di Ou Shengbai (1893-1973) e di Huang Lingshuang (?-1982), la Società della verità (Shishe), un cenacolo che può essere orgoglioso di aver diffuso le tesi libertarie all'interno del Movimento della nuova cultura iniziato dagli studenti e professori dell'università di Pechino [15]. Il suo ingresso in politica, tuttavia, Ba Jin lo compì formalmente in un giornale pubblicato da poco dagli anarchici della sua città, Banyue [Quindicinale]. Ha raccontato i suoi inizi da militante:

"Un anno dopo il Movimento del 4 maggio [1919], abbiamo pubblicato un bisettimanale. In realtà, queste affermazioni sono un po' improprie, nella misura in cui non fui assolutamente uno dei fondatori della pubblicazione. La pubblicazione era all'incirca alla sua decima uscita quando scrissi una lettera alla sua redazione. Risposero, un membro della redazione si spostò di persona per venirmi a trovare, e diventammo amici. Mi invitarono a collaborare alla rivista, e più tardi ne divenni uno dei redattori" [16].

Perché Ba Jin non c'entra nulla con la nascita di Banyue. Sul suo incontro con il gruppo editoriale, è stato inoltre più preciso [17]. E' alla lettura del numero 14 della rivista che gli verrà voglia di farsi conoscere da coloro che la realizzavano. Il contatto avrà luogo nel febbraio del 1921, durante la seconda metà del mese, in una data che più simbolica non si può per colui che avrebbe tradotto in cinese le opere di Kropotkin, il cui pensiero orienterà il suo destino, almeno sino alla Liberazione, e che era stato appena inumato a Mosca.

Sfogliando questo numero della rivista, datato 15 febbraio 1921, Ba Jin si imbatte in un articolo, "Gli Scopi e il Programma della Società dell'adattamento" [18], che lo colpirà fortemente, per via del linguaggio in cui era scritto e che coincideva con quello che egli voleva leggere. Vi si parlava di sradicare il potere e di fare tabula rasa del sistema economico, di instaurare al suo posto un universo di mutuo sostegno, di amore, di libertà e di eguaglianza, di costruire in breve un mondo conforme agli interessi dell'umanità, una società guidata dal principio "Da ognuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo i suoi bisogni":

"Il mio cuore batteva forte, non riuscivo a calmarmi. Due pensieri contraddittori si scontrarono nel mio spirito per un momento. Tardi durante la notte udii il passo di mio fratello maggiore nella grande sala. Contro la mia volontà, presi della carta da lettera, la disposi sul tavolo e ascoltando il suono del vetro che si infrange scrissi al redattore di Banyue una lettera per entrare nella società, pregandoli di raccomandarmi [19].

Due giorni dopo giunse la risposta tanto attesa. Il responsabile di Banyue, Zhang Jianchu, invita Ba Jin a fargli visita a casa sua. Là, sono presenti tre o quattro persone, tra le quali Wu Xianyou (e cioè Yuan Shiyao e Liu Yanseng) [20]. Ba Jin confida ai suoi interlocutori le sue sofferenze e la sua disperazione, e questi cercano di confortarlo: la Società dell'adattamento (Shishe) esiste unicamente a Chongqing ma ne esisterà presto una, sorella gemella, a Chengdu, e i suoi nuovi amici l'accettano nei loro ranghi. Lo caricano di molti libelli e gli comunicano le coordinate della società di Chongqing (spedirà la sera stessa un plico al suo animatore, Chen Xiaowo [21]). Dopo tanti passi, sembra a Ba Jin che l'alba sia vicina:
"Quella piccola sala era diventata semplicemente un paradiso per me. Quelle due ore di conversazione avevano illuminato la mia anima. Ero come un battello danneggiato dalla tempesta che ha trovato un porto. Ero a casa mia, entusiasta e sorridente di felicità" [22].

Questa esperienza, per quanto infima fosse, per riprendere i suoi termini, avrà delle ripercussioni ulteriori sull'itinerario di Ba Jin. In quanto alla sua traiettoria politica, dapprima: la sua adesione a Banyue segna per Ba Jin l'inizio di un impegno che si prolungherà per più di un quarto di secolo. In quanto alla sua carriera letteraria, in seguito, poiché l'interessato pretende che non sarebbe mai diventato scrittore se non fosse diventato anarchico - inversamente, affermerà che la sua evoluzione prova al contrario che non era realmente anarchico all'inizio [23]. In entrambi i casi, Ba Jin incontrerà a Banyue delle personalità che eserciteranno su di lui un'influenza notevole, e i cui profili attraversano le sue opere narrative:
"... alcuni miei amici avevano uno spirito di sacrificio che non mancavano di commuovermi. Un amico dava spesso in pegno i suoi vestiti per la rivista, e per mettere in accordo il suo pensiero e i suoi atti, abbandonò i suoi studi per farsi apprendista presso un sarto. La sera, correva alla sede della rivista, le dita crivellate dalle punture d'aghi. Ero molto impressionato dalla sua forza morale" [24].

Quest'amico, Wu Xianyou, Ba Jin ha un giorno rivelato che egli lo considerava come uno dei suoi "maestri" [25], maestri dal punto di vista delle qualità morali s'intende, e che gli deve di aver capito ciò che erano lo spirito di sacrificio e l'abnegazione [26]. Wu Xianyou, che frequentava lo stesso edificio d'insegnamento, era agli occhi di Ba Jin la pietra di paragone del rivoluzionario, e Ba Jin confessa che amava accordare il suo comportamente sul suo: "Anch'io volevo lasciare la mia famiglia, andare nella società, in mezzo al popolo, diventare un rivoluzionario che cerca la felicità del popolo" [27]. Wu Xianyou, risoluto esperantista, creò nel 1925 una società di ricerca sull'esperanto a Chengdu, combinando dei corsi domenicali e dei tirocini accelerati d'estate [28]. Ha ispirato a Ba Jin uno dei protagonisti di "Torrente", Zhang Huiru, lo "Zhang Tel que Grâce" (Zhang Tale come la Grazia) della traduzione francese, l'amico dell'eroe Gao Juemin, "Gao Éveil du Peuple" (Gao Risveglio del Popolo".

Un altro dei membri del gruppo, Yuan Shiyao (1897-1928), servirà da modello a Ba Jin per un secondo personaggio della sua saga, un compagno simile a Juemin, Fan Jishun "Fan Héritier de la Vertu" (Fan Erede della Virtù). Studente della scuola normale superiore di Chengdu, Yuan Shiyao animava inoltre un notiziario studentesco, Xuesheng shao (L'Ondata studentesca). Influenzato, molto presto, dall'anarchismo, aderì al partito comunista cinese nel 1925, prima di morire, poco dopo, assassinato dal signore della guerra del Sichuan, Xiang Chuanyi. È ancora durante questo periodo, nell'inverno del 1921, ma al di fuori del circolo di Banyue e tramite di Chen Xiaowo, che Ba Jin farà la conoscenza, epistolare nell'immediato, di Lu Jianbo [29], futuro pilastro del movimento anarchico cinese, che desidera documentarsi sull'esperanto. Ba Jin e quest'ultimo condivideranno lo stesso tetto a Shanghai, nel 1925 [30], e Ba Jin scriverà la postfazione di una raccolta di suoi testi [31].

A loro imitazione, Ba Jin si istruisce e milita. Durante il 1° maggio 1921, contribuisce alle cerimonie di commemorazione e distribuisce per le strade dei volantini che inneggiano alla rivoluzione sociale [32]. Collabora anche alle attività della Società eguaglianza (Junshe), un'associazione segreta di studenti vicina a Banyue, e prende parte soprattutto alla discussione di un "Manifesto", la cui stesura originale è di Yuan Shiyao, che apparirà sul numero 21 di Banyue e dove si può leggere:

"A ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni. [...] Tutti devono avere gli stessi diritti e assumere gli stessi doveri, bisogna abolire le classi nobiliari e quelle contadine, di padroni e schiavi, di dominante e di dominato".

E, con degli argomenti che riprendono grosso modo il senso del discorso che Ba Jin pone in bocca di Li Jingshu al capitolo X di "Distruzione [33]:

"Noi crediamo che il mondo è fondato sull'amore e non sul crimine, detto altrimenti il mondo è fatto di cooperazione e non di competizione, l'amore è la disposizione naturale dell'umanità, è il fattore essenziale dell'evoluzione del mondo, si deve svilupparlo al massimo. Il crimine è un fenomeno patologico, esso minaccia l'evoluzione, dobbiamo annientarlo [...]. Dobbiamo realizzare con le nostre forze d'amore individuali il futuro mondo d'amore" [34].

Ba Jin non si accontenta di impegnarsi nella vita del gruppo e nei suoi bisogni ordinari, si aggrega al comitato di redazione di Banyue: il suo nome, di fatto il suo vero nome, Feigan, sarà incluso nella lista del gruppo sin dal mese di aprile. Concepita inizialmente come "una rivista del Movimento della nuova cultura", Banyue era già una rivista anarchica quando Ba Jin entra a farne parte – la trasformazione risale al numero 12 [35] –, ed è proprio in tal modo che Ba Jin si definisce allora [36]. Sono una manciata a incaricarsene, una decina di giovani, non più anziani di lui [37]. Retrospettivamente, Ba Jin minimizzerà la sua partecipazione: non avrebbe dispiegato per esse tutte le sue forze di cui era dotato, e il suo contributo al contenuto di Banyue rimarrà modesto [38].

Salvo errore, oltre a quello di cui ci siamo ora occupato, e che fu inserito nel numero 17, d'aprile 1921, Ba Jin ha redatto soltanto due testi per Banyue [39] (si recensisce un suo quarto articolo all'epoca, ma in un periodico di Chongqing [40]).

Il primo riguarda "Le caratteristiche dell'esperanto", datato maggio 1921 [41]. A Banyue, si è adepti della lingua universale, Wu Xianyou, Yuan Shiyao e Liu Yanseng per lo meno [42]. Ora, se non sappiamo esattamente quanto quest'ultimi la conoscessero, Ba Jin, non possedeva a quell'epoca che una conoscenza molto approssimativa dell'idioma inventato da Zamenhof, e la descrizione che ne dà qui è come il metodo semplificato di "trompinette" elaborato da Boris Vian, "assolutamente insufficiente". Il fatto è che egli non dispone nemmeno di un manuale introduttivo e le sue informazioni non sono che di seconda mano, da un articolo ripreso da una rivista di Shanghai. Dovrà aspettare il 1924, durante il suo soggiorno a Nanchino, per dedicarsi seriamente all'esperanto [43].

L'altro si intitola "Gli IWW e i lavoratori cinesi", datato giugno 1921 [44]. Ba Jin non si risparmia in elogi verso il sindacato americano:

"Ciò di cui i lavoratori cinesi hanno più bisogno oggi, è un'organizzazione di lavoratori [...], un grande raggruppamento di lavoratori rivoluzionari che distruggerebbe il sistema dello 'Stato', del 'governo', della 'legge', rovescerebbe il capitalismo, che è il principale nemico dei lavoratori, e ridarebbe ai lavoratori la proprietà degli strumenti di produzione e dei loro prodotti" [45].

Secondo Ba Jin, Banyue, benché manchevole in fin dei conti, aveva acquisito un uditorio non disprezzabile:

"La nostra rivista si vendeva abbastanza bene all'epoca. Ogni numero era esaurito in meno di quindici giorni. Ma i conti non erano facili da tenersi ed è per questo che numero dopo numero perdevano del denaro. Di modo che per ogni numero, non potevamo che fare stampare un migliaio di copie e non avevamo i mezzi per effettuare delle ristampe" [46].

Ma le cose si risolveranno ben presto in qualche modo. Nel luglio del 1921, mentre a Shanghai, sia detto di sfuggita, viene istituito il partito comunista cinese, Banyue – che aveva già subito i fulmini della censura [47], - sarà definitivamente proibito, mentre stava per festeggiare il suo primo anniversario, per aver raccomandato i capelli corti per le donne" [48]. Due articoli, dello stesso autore, trattano del problema, e se la prendono con il controllo delle forze feudali e religiose sulle donne criticando la proibizione fatta verso coloro che si pettinano a modo loro: "In cosa può nuocere alle usanze il fatto che le ragazze si taglino i capelli? Non è più offensivo di quando gli uomini hanno tagliato la loro treccia e quando le donne hanno smesso di bendarsi i piedi" [49]. Sono completati dalla testimonianza di una donna del Sichuan, che ha dato l'esempio sacrificando la sua capigliatura. Banyue sarà, di conseguenza, la prima delle riviste uscite dal 4 maggio a essere proscritte dal Sichuan.

Ba Jin e i suoi compagni non sono disposti a ottemperare senza reagire, e fanno stampare clandestinamente un ultimo numero 50 nel quale, per la penna di Yuan Shiyao, sono riportati tutti i dettagli del caso. Ecco dunque i redattori di Banyue privati di tribuna. Nel mese di agosto, delle persone di Chengdu che progettano di creare un mensile, ma non sanno come fare, offrono loro di unirsi a essi. Wu Xianyou, Zhang Shiqian, e Ba Jin si imbarcano nell'avventura [51] prima di accorgersi che si sta tentando di manipolarli. Jingqun [Le Masse in alerta] non andrà oltre il numero inaugurale, di settembre 1921, che contiene tuttavia un articolo di Ba Jin sul patriotismo, ampiamente ripreso da Bakunin [52].

Durante il mese di ottobre, Ba Jin si ritira dall'impresa. Trascorsi sei mesi, nasce una nuova pubblicazione, sempre a Chengdu, appena meno effimera della precedente, di cui Ba Jin è questa volta il responsabile e che è domiciliata presso la sua abitazione. Si tratta di Pingmin zhi sheng [La Voce della gente del popolo], e Wu Xianyou ne fa parte. Il primo numero verrà proibito alla vendita. Ba Jin vi darà, nel mese di marzo, un articolo su Tolstoi, di sua propria iniziativa una "selezione di citazioni" [53], che si estende su due numeri e sarà più o meno censurato. L'ultimo numero verrà interamente dedicato a un omaggio all'eroica figura del pantheon anarchico cinese, Liu Shifu [54]. Vi sono riprodotti i famosi dodici divieti della Società del cuore (Xinshe) [55].

Già, Ba Jin si esprime altrove. Durante il corso degli anni che vanno dal 1921 al 1923 (intervallo durante il quale lascia Chengdu per Shanghai poi Nanchino), e dal 1923 al 1927 (alla vigilia di imbarcarsi, a metà febbraio, per la Francia), sotto la sua vera identità o sotto delle identità prese in prestito [56], Ba Jin disperde i suoi scritti: delle poesie, un genere al quale rinuncerà in seguito; in riviste la cui impostazione è unicamente circoscritta al campo letterario, e dei testi politici affidati alle riviste letterarie cinesi più importanti del momento [57], come Minzhong [La Campana del popolo], una pubblicazione di Canton la cui longevità fu eccezionale [58], Xuehui [Confluente del sapere] [59] o Chunlei [Temporale di primavera] (1923-1924), il portavoce della Società della realtà (Zhenshe) del Guangdong.

Partecipa insieme a Lu Jianbo e altri, al lancio di Minzhong [Le Masse], nel settembre 1925, una rivista di Shanghai che è un nodo di comunicazione tra i libertari del Sud, propone degli articoli di volgarizzazione e fornisce delle informazioni sulle organizzazioni autoctone o straniere [60]. Alla rinfusa, una cronologia di Osugi Sakae (1885-1923), il teorico anarchico giapponese; degli studi sui martiri di Chicago o quelli di Tokyo; sui nichilisti russi. Ba Jin, per di più, traduce enormemente: Kropotkin, Emma Goldman, Alexander Berkman, Proudhon, Errico Malatesta, Rudolf Rocker [61]. Quando rientra dalla Francia, nel 1928, dove è stato d'aiuto, di nuovo, nel far nascere una pubblicazione libertaria di lingua cinese basata a San Francisco, Pingdeng [L'Eguaglianza] – è lui che ne redigerà l'editoriale di presentazione [62] –, ha da poco portato a termine Distruzione. D'ora in poi, Li Feigan si cancellerà di fronte allo scrittore Ba Jin. Per quasi due decenni, il propagandista libertario e il romanziere coabiteranno.

Le righe che stiamo per leggere non richiedono nessun particolare commento: "... all'epoca," ha precisato il loro autore, "non ero che un bambino che amava esprimere i propri sentimenti, negavo audacemente, fondandomi sulla mia sola intuizione, l'esistenza di tutto l'attuale sistema sociale..." [63]. Sulla sua intuizione, ma anche su Kropotkin di cui cita una parola e di cui percepiamo profilarsi l'ombra in molti punti: così, le nozioni di "vera eguaglianza" e di "vera libertà", che costituiscono la trama del testo, sembrano essere tratte da "Ai giovani". Non v'è nulla di che stupirsi. Ba Jin, che ha rivendicato l'eredità del principe anarchico [64] - di cui si fa spiegare la biografia e la filosofia da Max Nettlau (1865-1944) in in persona [65] –, ha spesso evocato l'impressione prodotta su di lui da quest'opuscolo. Ne realizzerà anche una versione cinese [66], sulla cui intestazione saranno poste queste parole:

"Ci prepariamo a marciare verso il mondo esterno, a marciare verso la vera via. Ma numerose strade si aprivano davanti a noi, e su ognuna di esse si trovava un lavoro che ci era possibile compiere. Allora, posti all'incrocio delle vie abbiamo esitato. Nessuno veniva a mostrarci la strada da seguire. I nostri padri e i nostri fratelli maggiori erano già distesi sul loro letto di morte. "È allora che un libricino è apparso sotto i nostri occhi, come un amico vicino ci ha spiegato ogni cosa, con parole che potevamo comprendere e che non contenevano nessun inganno. Leggendolo, abbiamo sentito un raggio di luce illuminare i nostri cervelli" [67].

E se ha da allora minimizzato quest'ascendente, arguendo che era soprattutto un figlio del 4 maggio piuttosto che un figlio di Kropotkin [68] è bel e bene come un kropotkiniano che si definirà a lungo:

"Noi, gli anarchici, non abbiamo capi spirituali, non siamo i discepoli di un uomo qualunque esso sia, perché l'ideale anarchico non è la creazione di un individuo in particolare. Ma, grosso modo, acconsento che mi si ritenga un Kropotkiniano. [Naturalmente, accade che io sia in disaccordo con l'opinione di Kropotkin su questa o quell'altra questione]. Il che vuol dire che credo ai principi dell'anarchismo così come Kropotkin li ha esposti. È per questo che poco tempo dopo aver letto questo libro alcuni hanno l'impressione che vi sono delle differenze, addirittura delle opposizioni, tra il mio anarchismo e la maggior parte delle pubblicazioni anarchiche cinesi, gliene chiedo perdono perché non sono che un kropotkiniano" [69].

 

ANGEL PINO

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

1. Questa trilogia comprende Jia [Famiglia] (1931), Chun [Primavera] (1938) e Qiu [Autunno] (1940).

[2] Vedere a questo proposito, l'intervista accordata, nell'ottobre del 1987, alla rivista Xin wenxue shiliao [Materiali per la storia della nuova letteratura], (n° 3, agosto 1988), ripreso in Ba Jin quanji [Opere complete di Ba Jin], Pechino, Renmin wenxue chubanshe, vol. 19, 1993, p. 672.

[3] Come pone in risalto Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, Berkeley e Los Angeles (California), University of California Press, 1991, p. 179. La rivista di Emma Goldman, "Mother Earth", soprattutto, sarà seguita dalle anarco-femministe cinesi: cfr. Peter Zarrow, Anarchism and Chinese Political Culture, New York, Columbia University Press, 1990, p. 147.

[4] Ba Jin, "Xinyang yu huodong" [Fede e Azione] (1935), in Ba Jin quanji, vol. 12, 1989, p. 404.

[5] Ibid., p. 405. I "due libretti molto forti" sono l'opera teatrale di Kampf e Ai giovani di Kropotkin.

[6] Esistono, in francese, due scelte di questi testi, di cui non si contano più, oramai, le edizioni cinesi: Ba Jin, Au gré de ma plume, tradotto dal cinese da Pan Ailian, Pechino, éditions Littérature chinoise, coll. "Panda", 1992; Pa Kin, Pour un musée de la "Révolution culturelle", testi scelti, annotati e presentati da Angel Pino, Parigi, Bleu de Chine, 1996.

[7] "Dare il proprio cuore ai lettori", 3 febbraio 1979, traduzione francese in Ba Jin, Au gré de ma plume, p. 41. [8] "Che io divenga terra" (29 giugno 1983), in Ba Jin, Au gré de ma plume, pp. 141-142.

[9] Pa Kin, Distruzione, traduzione dal cinese, introduzione e note di Angel Pino e Isabelle Rabut, Parigi, Bleu de Chine, 1995, pp. 103-104.

[10] Ba Jin, «"Gao qingnian" xu» [Prefazione a "Ai giovani"], (aprile 1935), in Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, p. 162. Si tratta qui, sicuramente, del testo di Kropotkin.

[11] Ibid., p. 162.

[12] Ibid., pp. 162-163.

[13] Ba Jin, "Xinyang yu huodong", pp. 403-404.

[14] Zheng Peigang (1890-1970), noto anche con lo pseudonimo di Ke Lao, ha ricordato la cosa molto più tardi. Cfr. "Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo de ruogan shishi" [Alcuni fatti storici sull'anarchismo in Cina], Guangzhou wenshi ziliao [Materiali storici e letterari su Canton], Canton, n° 7, aprile 1963.

[15] Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, p. 15. Più in generale, sul posto dell'anarchismo nel Movimento del 4 Maggio, vedere Nohara Shiro, "Anarchism in the May Fourth Movement", Libero International, nn. da 1 a 4, da gennaio 1975 ad aprile 1976 (adattamento francese a cura di Jean-Jacques Gandini, Aux sources de la révolution chinoise, les anarchistes: contribution historique de 1902 à 1927, Lione, Atelier de création libertaire, 1986).

[16] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan" [Un'infima esperienza] (1935), in Ba Jin quanji, vol. 12, 1989, p. 408.

[17] Ba Jin, "Wode younian" [La mia infanzia] (agosto 1936), in Ba Jin quanji, vol. 13, 1990, p. 9 e seguenti.

[18] "Shishe de yiqu he dagang" [Gli scopi e il Programma della Società dell'adattamento], (10 agosto 1920), Banyue, n° 14, 15 febbraio 1921; ripreso in Ge Maochun, Jiang Jun e Li Xingzhi (a cura di), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan [Scelta di documenti sul pensiero anarchico], Pechino, Beijing daxue chubanshe, 1984, vol. 2, pp. 527-530. All'occorenza, per adattamento si deve intendere una risposta "all'insieme dei bisogni dell'umanità".

[19] Ba Jin, "Wode younian", pp. 9-10. "Une brochure de Pierre Kropotkine, sur ces entrefaites, me tint un langage d'une clarté inouïe". Cfr. Victor Serge, Mémoires d'un révolutionnaire (1901-1941), Le Seuil, Paris, 1951. pp. 14 -15.

[20] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", [Cronache dei rapporti di Ba Jin con l'esperanto (1918-1994)], in Xu Shanshu, "Ba Jin yu shijieyu" [Ba Jin e l'esperanto], Pechino, Zhongguo shijieyu chubanshe, p. 377.

[21] Chen Xiaowo (il cui vero nome era Chen Muqin), vecchio membro del partito social (Shehuidang) creo la Società dell'adattamento nel 1920. Originario del Sichuan, avrebbe avuto una certa influenza nella provincia. Sostenitore della collaborazione tra anarchici e comunisti, si pensa che abbia finito con l'aderire al partito comunista cinese.

[22] Ba Jin, "Wode younian", p. 10. "Un libricino di Piotr Kropotkin, nel frattempo, mi tenne un linguaggioo di una chiarezza incredibile". Cfr. Victor Serge , Mémoires d'un révolutionnaire (1901-1941), Le Seuil, Parigi, 1951, pp. 14-15.

[23] Nell'intervista già citata, a Xin wenxue shiliao, Ba Jin dichiara: "Se non avessi creduto all'anarchismo a quell'epoca, non avrei probabilmente scritto nessun romanzo" (cfr. Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 672). E in un'altra intervista, accordata a Tan Xingguo: "A dir il vero, se fossi stato davvero anarchico, non avrei scritto romanzi. La vera rivoluzione reclama l'azione. Vi erano delle contraddizioni nel mio pensiero: da una parte, avevo l'opinione che vi erano cose più importanti dell'arte, dall'altra non potevo rinunciare all'arte" (cfr. Tan Xingguo, Ba Jin de shengping he chuangzuo [Ba Jin, La sua vita e la sua opera], Chengdu, Sichuan renmin chubanshe, 1983, pp. 293-294; ripreso in Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 518).

[24] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.

[25] Secondo sua madre, che gli insegnò l'amore e il vecchio Zhou, un portatore di palanchino, che gli insegnò la dirittura. Cfr. Ba Jin, "Wode jige xiansheng" [Alcuni dei miei maestri] (settembre 1936), in Ba Jin quanji, vol. 13, 1990, p. 15 seguenti.
[26] Ibid., p. 19.
[27] Ba Jin, "'Ba Jin xuanji' houji" [Postfazione alle Opere scelte di Ba Jin], 7 septembre 1979, in Ba Jin quanji, vol. 17, p. 35.
[28] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", p. 377.

[29] Lu Jianbo, nato nel 1904 come Ba Jin e dello Sichuan come lui, entrerà infine nel partito comunista cinese. Sul suo periodo anarchico, durante il quale fonda molte riviste, tra cui Minfeng [l'Avanguardia del popolo], e diverse organizzazioni, tra cui la Federazione dei giovani anarco-comunisti di Cina e una Società per lo studio del sindacalismo, vedere: Jiang Jun, "Lu Jianbo xiansheng zaonian de wuzhengfu zhuyi xuanchuan huodong jishi" [Cronaca delle attività di propaganda anarchica di gioventù di M. Lu Jianbo], in Ge Maochun, Jiang Jun e Li Xingzhi (a cura di, Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 1009-1022. Si noterà che Lu Jianbo collaborò a La Revista Blanca, la celebre rivista anarchica di lingua castillana, a partire dal 1926 (cfr. Vladimir Muñoz, Contribución a la historia del anarquismo español: correspondencia selecta de Federico Urales, s.l., Espoir, s.d., pp. 26-28), e che ha avuto uno scambio epistolare con Victor García (cfr. Escarceos sobre China, Mexico, Tierra y Libertad, 1962, pp. 141-142, 145-146 et 165-166). Secondo le ultime notizie, se non è morto, era professore di storia all'università del Sichuan e membro dell'Associazione mondiale degli esperantisti.

[30] Cfr. Lu Jianbo, "Huiyi suoji" [Schegge di memoria], citato da Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)".

[31] Cfr. Ba Jin, "'Xin zi' houji" [Postfazione a la Parola cuore], 20 giugno 1947, in Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 345-348. L'opera di Lu Jianbo è uscita a Shanghai, nel 1947, presso Wenhua shenghuo chubanshe. Ba Jin, parlando del suo amico, scrive: "Un giovane pieno di energia", "dotato di una grande forza morale", "che mostra di avere grandi talenti", "è un rivoluzionario pronto a sacrificarsi per il suo ideale".

[32] Cfr. Li Cunguang, "Ba Jin zhuyi nianbiao [Quadro cronologico delle opere e delle traduzioni di Ba Jin], in: Ba Jin quanji, vol. 26, 1994, p. 516.

 

 

 

 

 

 

[33] Ba Jin, Destruction, chap. X (l’Amour et la Haine), p. 99 sq.

[34] « Junshe xuanyan » [Manifeste de la Société Égalité], Banyue, n° 21, 1er juin 1921. Nous citons d’après Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 534-537.
[35] Sur Banyue et le groupe éditeur : Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 1061-1062 et 1077.
[36] Cfr. Ba Jin, « Wode younian », p. 10.

[37] Vedere l'intervista accordata da Ba Jin a una studentessa italiana di nome Margherita Biasco riprodotta in Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, cfr. p. 538.
[38] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.
[39] Cfr. Li Cunguang, "Ba Jin zhuyi liushinian mulu" [Catalogo delle operte e delle traduzioni realizzate da Ba Jin nella'rco di sessant'anni], Sichuan daxue xuebao [Rivista dell'Università del Sichuan], n° 12 ("Ricerche sugli scrittori nati nello Sichuan"), novembre 1981, p. 4.

[40] Feigan [Ba Jin], "Wuyi jinian ganyan" [Impressioni per commemorare il 1° Maggio], Rensheng zazhi [La Voce degli uomini], Chongqing, n° 2, aprile 1921; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 4-6.

[41] Feigan [Ba Jin], "Shijieyu (Esperanto) zhi tedian" [Le Caratteristiche dell'esperanto]; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 7-9.
[42] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", p. 377.

[43] Ba Jin, "Yipian xuwen" [Una prefazione], 4 ottobre 1982), in Ba Jin quanji, vol. 16, 1991, p. 447. Ce texte Questo testo fa parte della serie desi Suixiang lu.

[44] Feigan [Ba Jin], "IWW yu Zhongguo laodongzhe" [Gli IWW e i lavoratorio cinesi]; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 10-13.
[45] Ibid., p. 12. Sugli IWW, vedere Larry Portis, IWW et Syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis, Parigi, Spartacus, 1985.
[46] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.

47. Le riviste anarchiche sono allora perseguitate un po' ovunque. Cfr. i diversi testi ufficiali riprodotti nella raccolta di materiali intitolata Zhongguo wuzhengfu zhuyi he Zhongguo shehuidang [L'Anarchismo cinese e il partito sociale cinese], Nanjing, Jiangsu renmin chubanshe, 1981.

 

 


 

 

48. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », pp. 409-410.
49. Cité par Tang Jinhai et Zhang Xiaoyun, in Ba Jin nianpu [Chronologie de Ba Jin], Chengdu, Sichuan wenyi chubanshe, 1989, t. 1, p. 58.

50. La collection complète de Banyue compte vingt-quatre numéros. Cf. Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, p. 1077.

51. Entretien avec Tan Xingguo : Tan Xingguo, Ba Jin de shengping he chuangzuo, p. 289 (et Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 514).
52. Feigan [Ba Jin], « Aiguo zhuyi yu Zhongguoren dao xingfu de lu » [Le Patriotisme et la voie du bonheur pour les Chinois], Jingqun [les Masses en alerte], Chengdu, n° 1, septembre 1921. Désormais dans Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 14-17.

 

 

 

 

53. Cf. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », p. 413. L’article, qui n’a pas été repris dans les Ba Jin quanji, était signé Feigan : « Tuo’ersitai de shengping he xuesho » [La Vie et la doctrine de Tolstoï] (Pingmin zhi sheng [la Voix des gens du peuple], nos 4 à 6, 1922), et il puisait ses informations dans une étude de Huang Lingshuang, « Vie et Œuvre de Tolstoï », Xin qingnian [Nouvelle Jeunesse], vol. 3, n° 1, 1er juin 1917, et Ziyou lu [Annales de la liberté], n° 1, juillet 1917 (cf. Tang Jinhai et Zhang Xiaoyun, Ba Jin nianpu, t. 1, p. 63).
54. Sur Liu Shifu (1884-1915), voir, par exemple, la notice que lui consacrent Yves Chevrier et Choi Hak-kin dans Lucien Bianco & Yves Chevrier (éds), la Chine : dictionnaire biographique du mouvement ouvrier international, Paris, Éditions ouvrières et Presses de la FNSP, 1985, pp. 422-423.

55. Cf. Robert A. Scalapino & George T. Yu, The Chinese Anarchist Movement, Berkeley (California), Center for Chinese Studies, Institute of International Studies, University of California, 1961, p. 36 (adaptation française dans : Jean-Jacques Gandini, Aux sources de la révolution chinoise, les anarchistes, p. 75).
56. Le pseudonyme sous lequel il s’est rendu célèbre, Ba Jin, n’a été utilisé par lui qu’à compter de 1928. Sur le sens de ce pseudonyme, et la fausse légende qui s’y attache (le « Ba » ne renvoie nullement à Bakounine), voir : Angel Pino, « Ba Jin, sur l’origine d’un nom de plume », Études chinoises, Paris, vol. IX, n° 2, automne 1990, pp. 61-74.

57. Pour un panorama des groupes et des publications anarchistes chinois de l’époque, cf. Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, p. 14 sq. On trouvera une collection des éditoriaux de présentation de la plupart d’entre elles dans Gao Jun, Wang Guilin et Yang Shubiao (éds), Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo [l’Anarchisme en Chine], Changsha, Hunan renmin chubanshe, Collection de documents sur l’histoire de la pensée anarchiste, vol. 1, 1984, p. 13 sq.
58. Minzhong fut fondée en juillet 1922 et elle paraîtra jusqu’en juillet 1927. Elle s’était notamment fixé pour tâche de présenter les œuvres des penseurs libres et des révolutionnaires du monde entier. Elle donnera des traductions des écrits de Proudhon, Bakounine, Kropotkine, Jean Grave, Osugi Sakae, ou Emma Goldman. Voir Lu Zhe, Zhongguo wuzhengfu zhuyi shigao [Esquisse d’une histoire de l’anarchisme chinois], Fuzhou, Fujian renmin chubanshe, 1990, pp. 279-281.
59. Xuehui était le supplément du Guofeng ribao [le Vent national], journal dirigé par Jing Meijiu, publié à Pékin de 1922 à 1925. Cf. Jing Meijiu, « Zui’an » [Affaires criminelles], in Xinhai geming ziliao leipian [Matériaux sur la révolution de 1911], Pékin, Zhongguo shehui kexue chubanshe, 1981, pp. 54-160. Sur Xuehui proprement dit, voir Lu Zhe, Zhongguo wuzhengfu zhuyi shigao, pp. 281-285.
60. Le nom de cette revue est, dans sa transcription romanisée, identique à celui de la précédente, mais la graphie du caractère zhong est différente. Il fait référence au vœu, formé par ses responsables, de « se tenir au milieu des masses ». On se reportera à leur profession de foi, signée par [Li] Feigan (Ba Jin, donc), [Lu] Jianbo et quatorze autres de leurs camarades : « (Shanghai) Minzhong she chuban “Minzhong” banyuekan xuanyan bing fu tougao jianzhang » [Manifeste du bimensuel les Masses édité par la Société Les Masses (de Shanghai), suivi du règlement concernant l’envoi des manuscrits], Minzhong, n° 13, septembre 1925 ; reproduit dans Gao Jun, Wang Guilin et Yang Shubiao (éds), Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo, pp. 78-79.

61. Pour le détail, on se reportera à Li Cunguang, « Ba Jin zhuyi liushinian mulu », pp. 4-7.
62. « Women de xuanyan (“Pingdeng” fakanci) » [Notre manifeste (éditorial de présentation de l’Égalité)]. Première publication (sans mention d’auteur) : Pingdeng, vol. 1, n° 1, juillet 1927. Le texte figure désormais dans Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 69-71. La revue, si on en juge par la collection conservée à l’Institut international d’histoire sociale d’Amsterdam, a eu au moins dix-huit livraisons : un numéro double, 17-18, est daté d’avril-mai 1929 (cf. Masao Nishikawa, « Japanische, Koreanische und Chinesische Periodika der Anarchisten und Sozialisten, 1905-1937 : Ein Bestandsverzeichnis des IISG, Amsterdam », in Bochumer Jahrbuch zur Ostasienforschung, Bochum, Studienverlag Dr. Norbert Brockmeyer, 1978, p. 492).

63. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », p. 409.
64. Sur le rapport de Ba Jin à Kropotkine : Hua Jian, « Kelupaotejin zhuyi de fuzaxing he Ba Jin qianqi sixiang de maodunxing » [La Complexité du kropotkinisme et les contradictions idéologiques de la première période de Ba Jin], Wenxue pinglun congkan [Collection de critique littéraire], n° 29 (numéro spécial sur la littérature contemporaine), s.l., Zhongguo shehui kexue chubanshe, 1987, pp. 244-257 ; « Lun Ba Jin yu Kelupaotejin » [Sur Ba Jin et Kropotkine], in Ai Xiaoming (éd.), Qingnian Ba Jin ji qi wenxue shijie [Le Jeune Ba Jin et son horizon littéraire], Chengdu, Sichuan wenyi chubanshe, 1989, pp. 297-314.

65. La lettre qu’il reçut du vieil érudit figure dans l’avant-propos, daté d’avril 1928, à la première partie de l’Éthique de Kropotkine que Ba Jin traduisit en France (Rensheng zhexue : qi qiyuan ji qi fazhan [la Philosophie de la vie : son origine et son développement], Shanghai, Ziyou shudian, septembre 1928) (cf. Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 113-116). Elle est partiellement reprise dans la préface générale aux œuvres complètes de Kropotkine (Kelupaotejin quanji, vol. 2, Shanghai, Xinmin shudian, 1933), datée de mai 1935 et que Ba Jin a signée Heilang (ibid., pp. 158-160).
66. Kelupaotejin [Kropotkine], Gao qingnian [Aux jeunes gens], San Francisco, Pingshe, octobre 1937 (réédition : Shanghai, Pingming shudian chubanshe, janvier 1938). Le texte original de Kropotkine date de 1881. Nombreuses éditions en langues étrangères (cf. Max Nettlau, Bibliographie de l’anarchie [1897], Genève, Mégariotis Reprints, 1978, pp. 74-75) et rééditions.

67. Ba Jin, « “Gao qingnian” xu », p. 163. Et ailleurs, il note que cette brochure, au lendemain du Mouvement du 4 mai, a « ému je ne sais combien de jeunes Chinois » (« Xinyang yu huodong », p. 405). On rapprochera l’impression de Ba Jin à celle qui fut ressentie avant lui par un autre jeune anarchiste, Victor Serge (Kibaltchiche ; 1890-1947), à la lecture de ce même texte : « Une brochure de Pierre Kropotkine, sur ces entrefaites, me tint un langage d’une clarté inouïe. » Cf. Victor Serge, Mémoires d’un révolutionnaire (1901-1941), Paris, Le Seuil, 1951, pp. 14-15.

68. Voir l’entretien, déjà cité, accordé par Ba Jin, en octobre 1987, à la revue Xin wenxue shiliao, pp. 674-675.
69. « “Cong ziben zhuyi dao annaqi zhuyi” xu » [Préface à Du capitalisme à l’anarchisme]. Traduit d’après la version qui figure dans Ba Jin quanji, vol. 17, Pékin, 1991, p. 7. Voir aussi Feigan [Ba Jin], Cong ziben zhuyi dao annaqi zhuyi [Du capitalisme à l’anarchisme], Shanghai, Ziyou shudian, juillet 1930. Il s’agit d’une libre adaptation d’un ouvrage de Berkman : What is Communist Anarchism ? (New York, Vanguard Press, 1929), qui sera repris en 1936 sous le titre : Now and After : The ABC of Communist Anarchism (New York, Freie Arbeiter Stimme). Cf. Peter E. Newell, préface à : Alexander Berkman, ABC of Anarchism, Londres, Freedom Press, 1987.

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Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
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30 settembre 2015 3 30 /09 /settembre /2015 05:00

Il fascismo tedesco all’attacco

Helmut Wagner

I

La creazione della “Grande Germania” costituisce il punto decisivo del programma del fascismo tedesco e l’obbiettivo che esso persegue con più tenace fanatismo. Il graduale logoramento del Trattato di Versailles, la surrettizia “coordinazione” di Danzica, la conquista delle regioni tedesche dei Sudeti attraverso il partito di Henlei in Cecoslovacchia, e la lenta penetrazione nell’Austria, parallela al riarmo interno della Germania stessa, sono altrettante tappe della preparazione tedesca alla prima azione aperta. L’Anschluss con l’Austria fu programmato proprio in questo modo, anche se il momento dell’intervento decisivo fu determinato dagli eventi stessi: da un lato, la necessità di Hitler di contrapporre un decisivo successo esterno alla sconfitta interna subita in occasione del processo di Niemohller e alla parziale ribellione dei generali; e dall’altro la vittoria della politica esterna di Chamberlain in Inghilterra e la crisi governativa in Francia. Hitler riuscì a conseguire questo successo senza correre rischi di sorta; il che dimostra una volta di più la superiorità dell’aggressiva politica estera fascista - per la quale la preparazione bellica diventa il principale strumento di diplomazia imperialistica - nei confronti del tradizionale giuoco politico portato avanti dalle potenze aderenti alla Società delle Nazioni.

Hitler ha abbandonato da tempo il tentativo di realizzare le sue vaghe idee socialiste, ma sarebbe del tutto inadeguato caratterizzarlo come mero “strumento” del grande capitale tedesco. Il fascismo tedesco va visto come un processo economico e politico che crea condizioni di esistenza qualitativamente nuove per il capitalismo monopolistico, il quale, dopo aver sfiorato il crollo nella crisi del 1929-1933, ha infine ceduto gran parte delle sue funzioni sociali e politiche all’apparato statale fascista, affidandogli il compito di abbattere quelle barriere della proprietà privata divenute ormai un ostacolo al suo ulteriore sviluppo. Questa trasformazione dell’ordine sociale in Germania dimostra ancora una volta che non esiste una situazione dalla quale il capitalismo non possa trovare una via d’uscita, e che il sistema capitalistico non “crollerà” automaticamente se gli operai, come accadde in Germania dal 1918, mancano di riconoscere la loro decisiva funzione sociale. L’imperialismo non è “la fase suprema” del capitalismo: questo è, invece, sempre in grado di imporre la sua persistenza con forme sempre più efficaci e violente. La teoria secondo la quale il socialismo è un risultato emanato dal processo di concentrazione capitalistico viene spesso fraintesa in senso meccanicistico, ma in realtà essa significa, dal punto di vista economico, che il capitale monopolistico richiede ad un certo punto del suo sviluppo l’abolizione delle barriere fra i gruppi monopolistici privati in concorrenza fra di loro e la creazione di una forma meno ristretta di organizzazione e di controllo. Con ciò non viene detto niente circa i contenuti sociali del progresso organizzativo richiesto dal capitale monopolistico. Se gli operai non completano questo processo in senso socialista, esso verrà completato dai fascisti in senso capitalista con l’aiuto dell’apparato statale totalitario che, lentamente e contraddittoriamente, si trasforma da capitalista complessivo meramente “ideale” in un capitalista complessivo in carne ed ossa, quale Marx, ai tempi della democrazia liberale, non poteva neanche sognare.

In questo senso il capitalismo di stato dell’Unione sovietica costituisce il principale modello economico ed “ideale” del fascismo tedesco. Una delle principali debolezze dell’opposizione antifascista tedesca ed internazionale è proprio la sua mancanza di una adeguata concezione di questo processo sociale di transizione. Pure, lo studio attento di questo evento e la conoscenza della concreta struttura del fascismo è mille volte più importante del moralistico “smascheramento” dei suoi oltraggi. Agli inizi del 1933, la classe dirigente tedesca, ormai sull’orlo della bancarotta economica e sociale, consegnò il potere statale al Partito nazionalsocialista; ma né il partito di Hitler né la borghesia tedesca erano allora coscienti delle conseguenze che un passo del genere avrebbe avuto. Hitler non poteva mantenersi al potere se non abolendo gradualmente gli ostacoli politici che, da un lato, bloccavano la sua politica di creare lavoro a spese del reddito medio e, dall’altro, frenavano il suo programma di riarmo forzato a spese dei vari interessi capitalistici privati. Egli perseguì, quindi, la classica politica di “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”, liberando da una parte gli industriali tedeschi dalla pressione delle lotte operaie per sottometterli però, dall’altra, alla sua politica statale e militare. Un gruppo capitalistico dopo l’altro perdette così il potere di disposizione sul suo capitale e sui suoi prodotti, nel quadro del programma hitleriano di militarizzazione dell’industria tedesca che, nonostante le resistenze e le lacune ancora persistenti, sta per essere gradualmente portato a termine.

In questo nuovo assetto socio-economico la massimizzazione dei profitti costituisce ancora la base del sistema, ma gli imprenditori hanno perduto il potere di comando che il profitto aveva loro fin ad ora assicurato. Le funzioni classiche del capitale sono ora sotto il controllo dello stato, che ha asservito le forze produttive alla sua politica di preparazione nazionale totalitaria alla guerra. Questo processo è ben lontano dall’essere concluso o scevro di contraddizioni; il solo fatto che lo sviluppo continui a procedere sulla base del mantenimento, anche se in forme diverse, dell’appropriazione privata del profitto, dà origine a momenti di pericolosa tensione. Se, nonostante tutto, esso va avanti, ciò è dovuto, oltre che alla forza dell’apparato statale, soprattutto al fatto che la politica economica del governo favorisce direttamente e in maniera decisiva le grandi imprese edili e i tre grandi gruppi industriali: industria estrattiva, industria pesante ed industria chimica. La politica hitleriana del riarmo va anche incontro agli interessi immediati dei grandi monopoli che, già burocratizzati e spersonalizzati, non hanno da opporre grandi resistenze alla sostituzione dell’iniziativa privata con quella pubblica. Per queste industrie sono infatti assai più redditizie ordinazioni statali a lunga scadenza anche con un ristretto margine di profitto, che non guadagni più alti ma irregolari costantemente esposti alla minaccia di crisi capaci di mettere in pericolo i loro programmi di continuo ampliamento e rinnovamento degli impianti.

 

Così la politica economica fascista non è “agli ordini” del capitale monopolistico, nonostante quest’ultimo ne costituisca, in ultima istanza, l’asse portante. La posizione tenuta dallo stato fascista tedesco in relazione alla sua economia ne rafforza incommensurabilmente l’azione rispetto, ad esempio, alle possibilità che Roosevelt ha a disposizione, in quanto la centralizzazione di tutte le funzioni politiche nelle mani dell’apparato statale permette a quest’ultimo di sfruttare al massimo grado i mezzi e le riserve del paese. (Ciò spiega perché le catastrofi pronosticate da tanti osservatori che analizzano l’economia tedesca sulla base di parametri liberali non si siano verificate). Si può quindi a buon diritto affermare che il capitalismo di stato fascista è riuscito, almeno per il momento, ad allontanare considerevolmente il pericolo del crollo economico. Certo, l’economia totalitaria tedesca non si trova affatto in una posizione ideale. Che la produzione di surrogati non possa neanche lontanamente rimediare alla mancanza di certe materie prime indispensabili dal punto di vista bellico, e che sotto la cappa di piombo della dittatura siano ancora intatti spaventosi antagonismi tra le diverse forze sociali e gli stessi gruppi capitalistici, ben lontani dall’essere uniti, tutto ciò non è altro che l'altra faccia del processo più sopra descritto; e saranno probabilmente queste contraddizioni a fornire gli stimoli che porteranno infine, in una situazione di particolare tensione, all’esplosione del sistema nazionalsocialista. Ma attualmente il fascismo tedesco ha posto sotto controllo questi nodi conflittuali a tal punto da poter sfruttare, proprio come fa il sistema economico sovietico, soltanto i lati positivi della concentrazione economica e sociale. Il Putsch in Austria è stata una mossa importante non solo ai fini della stabilizzazione interna del sistema nazional-socialista, ma anche nel quadro della lotta dell’industria tedesca per la conquista dell’autonomia nel campo delle materie prime (viveri, legname, minerali estrattivi). È vero che non è stata chiesta l’approvazione della borghesia tedesca prima di compiere questo passo; ma la “Grande Germania”, preparata accuratamente sia dal punto di vista economico che politico ed oggi realizzata, spiana la strada all’espansione imperialistica del capitale tedesco verso il sud-est dell’Europa, e serve quindi a puntino gli interessi proprio della classe borghese. Se Hitler non si spinge troppo oltre come ha fatto Mussolini in Abissinia, se, cioè, valuta appena correttamente la situazione politica estera, in modo particolare la politica estera britannica, il “colpo” austriaco non spezzerà, bensì rafforzerà la catena dei suoi successi.

 

 

II

 

Il fascismo tedesco non fu creato nel 1933; le sue radici affondano nel fallimento della “rivoluzione” tedesca del 1918-1919. Gli operai capirono troppo tardi, e solo a livello di avanguardia, che il loro compito storico era di dare inizio ad un processo di socializzazione per distruggere le basi economiche della reazione industriale ed agraria. La codardia e l’ignoranza delle forze socialdemocratiche allora al potere impedirono l’adozione di quelle misure che avrebbero almeno permesso l’instaurazione di una vera democrazia parlamentare in Germania. (L’annientamento dei latifondi feudali avrebbe distrutto una delle colonne portanti del fascismo; l’abolizione degli Sande, accompagnata da una radicale riforma amministrativa avrebbe segnato la condanna a morte del particolarismo reazionario e del sabotaggio degli alti ufficiali; la creazione di una milizia popolare avrebbe sconfitto la reazione dei “corpi volontari” che, dopo aver combattuto come interventisti contro la Russia, continuarono a mettere le loro forze a disposizione di tutte le iniziative di repressione anti-operaia a livello nazionale). Hitler rafforzò notevolmente la sua posizione in Germania proprio emanando una serie di provvedimenti che sarebbe stato compito della repubblica approvare. Con l’Anschluss austriaco egli ha, ad esempio, realizzato l’idea della “Grande Germania” cara non solo ai democratici, ma anche ai socialisti tedeschi sin da prima della rivoluzione del 1848. Mentre Marx ed Engels, Bebel e Lassalle ponevano questa realizzazione fra i compiti della futura rivoluzione tedesca, Bismarck vi aveva rinunciato, accondiscendendo alla “Piccola Germania”, corrispondente agli interessi del re di Prussia. Sulla linea di Bismarck si posero anche i dirigenti della giovane repubblica tedesca, oltre che per indecisione ed ignoranza, anche per il fatto che per loro il problema piroritario era la sconfitta dell’offensiva operaia nell’interesse della borghesia tedesca e della reazione feudale. Ma un campo in cui la socialdemocrazia tedesca, che, nei primi mesi, aveva in mano i destini della repubblica tedesca, dimostrò in modo particolare la sua assenza di programma fu proprio quello della politica estera. Pure l’Anschluss, ratificato dall’85% della popolazione della smembrata Austria sotto la guida più radicale_ dei socialisti austriaci, sarebbe stato possibile anche senza il ricorso a mezzi rivoluzionari, con un minimo di coraggio democratico, attraverso un appello basato sull’“auto-determinazione dei popoli” tratto dai programmi di guerra e di pace dell’Intesa, e ciò molto prima che venissero imposti a Germania ed Austria i trattati di Versailles e di St. Germain. Di più, un governo tedesco forte di un risoluto programma interno e dell’appoggio di larghe masse chiamate a partecipare direttamente alla sua attuazione avrebbe sicuramente avuto molte più probabilità di sconfiggere la reazione dei generali francesi ebbri di vittoria, così come i freddi calcoli ed intrighi della diplomazia britannica. Un tale atteggiamento avrebbe consentito persino di respingere l’invasione che - quando furono occupati il Reno e la Ruhr - i tedeschi dovettero subire senza poter opporre resistenza e a tutto vantaggio della reazione. La storia delle rivoluzioni europee dal 1789 fino al 1917-1919 e, in negativo, l’attuale Guerra civile spagnola dimostrano che una politica interna nettamente rivoluzionaria è l’unica base sulla quale possa essere portata avanti una politica estera nettamente rivoluzionaria. Ci permettiamo qui di ricordare ai nostri lettori che non furono John L. Garvin e Lord Lothian i primi a chiedere una “Mitteleuropa tedesca” (“Observer”, 3/14, 5/16, 1937), bensì i memorandum_ dello stato maggiore inglese sulle condizioni di pace nel 1916, e in modo particolare quello di Sir William Robertson, in data 31 agosto, nel quale egli lodava il memorandum di Lloyd George degno, secondo la sua opinione, dell’intuizione “di un grande statista”, nella misura in cui riconosceva la necessità di conservare una forte Germania nell’Europa centrale, auspicando nel quadro della politica dell’“equilibrio del potere” l’Anschluss di Austria e Germania. Ciò egli affermava, non avrebbe “in alcun modo costituito uno svantaggio” per l’Inghilterra. Così Hitler deve il suo massimo trionfo in politica estera - l’Anschluss - così come la sua vittoria interna, alla debolezza e alla codardia dei padri della repubblica tedesca. E probabilmente è qui che va ricercata la ragione del rinnovato consenso da lui riscosso con questa mossa, dopo anni di malumore e di insoddisfazione fra tutti gli strati della popolazione, presso larghe masse del popolo tedesco.

 

 

III

L’Austria post-bellica era, come la Saar nel 1935, matura per l’Anschluss. Dopo la disintegrazione dell’Impero alla fine della Grande guerra, da questo grande corpo smembrato - originariamente composto da sette nazioni, con una popolazione di 56 milioni di anime - erano sorti, sulla base del principio alleato della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, tanti staterelli nazionali, uno dei quali - una piccola regione montagnosa attorno a Vienna - venne ora chiamato Austria. Vienna, l’antica capitale di vasti domini, un tempo anello di congiunzione dei traffici tra l’Europa occidentale e quella sud-orientale, ed anche di per sé un importante centro industriale, perdette da un giorno all’altro le sue basi politiche ed economiche. Caduta la domanda del famoso legno austriaco, anche tutta la grande regione indu striale a sud di Vienna, un tempo fiorente per l’industria di estrazione del ferro, divenne un’area depressa. L’Austria, il prodotto più infelice degli artefici della pace di Versailles, divenne così, a partire del 1919, una nazione condannata all’eterna miseria, tenuta artificiosamente in vita dalla reciproca pressione delle grandi potenze. Incapace di avere un’esistenza economica e politica autonoma, essa fu posta agli inizi sotto la “protezione” francese, ma quando la Francia, tributaria degli interessi inglesi, cominciò a perdere la sua influenza sulla Piccola Intesa e sulla zona danubiana, l’Austria tedesca divenne praticamente un protettorato dell’Italia che cercava di controbilanciare l’aggressiva avanzata tedesca, finché non fu escogitata la politica dell’Asse. Il prezzo che la reazione clericale austriaca dovette pagare per questa “protezione” fu l’abolizione della democrazia parlamentare, la violenta repressione del movimento operaio e la formazione di un cosiddetto “stato corporativo” sorretto esclusivamente dal clero cattolico, lo stato maggiore della Heimwehr (vassallo dell’Italia) e la borghesia ebraica. Il regime di Dollfuss-Schuschnigg, incapace sia di schiacciare completamente il movimento operaio illegale sia di fermare l’impetuosa avanzata del nazionalsocialismo, era stretto nella morsa di Germania ed Italia ed era destinato a crollare non appena si fosse allentata la pressione di una delle due parti. L’alleanza dell’Asse segnò il destino di Schuschnigg, con l’abbandono da parte dell’Italia di qualsiasi ambizione nei confronti dell’Austria. Col paese economicamente stremato dall’avventura abissina e dall’intervento in Spagna, Mussolini era costretto a venire a patti con l’Inghilterra; e solo l’alleanza col fascismo tedesco, pagata con l’abbandono dell’Austria, poteva ancora assicurargli la possibilità di trattare da una posizione di forza con la diplomazia inglese, che sarebbe ora diventata la principale beneficiaria della guerra spagnola del “duce” italiano. Ma anche così Mussolini fu indubbiamente colto di sorpresa dall’occupazione militare dell’Austria da parte della Germania, e adesso saprà come interpretare l’indirizzo di ringraziamento fattogli pervenire da Hitler nei termini seguenti: “Mussolini, non ti dimenticherò mai per questo”, né dimenticherà più; probabilmente, la dimostrazione di fiducia datagli da Hitler con l’invio di un forte distaccamento di truppe tedesche sul Brennero. Né potrà fare a meno di udire i portavoce ufficiali del partito nazionalsocialista nelle province alpine dichiarare apertamente e liberamente che l’Italia non “sarà in grado di rifiutare la restituzione alla Germania del Sud Tirolo quando si troverà ad aver di nuovo bisogno dell’aiuto tedesco per la sua politica estera. Esiste così nell’Asse una seria incrinatura, anche se è improbabile che si arrivi ad una rottura finché l’Italia non si riavrà, con l’aiuto inglese, dal suo attuale stato di debolezza. Ma nel frattempo la Germania potrà continuare, ancora per un certo numero di anni, a perseguire indisturbata i suoi obbiettivi di politica estera. La decisione della questione austriaca fu un affare esclusivamente italo-tedesco. Dietro pressione inglese, la Francia rinunciò alla risoluta difesa dei suoi interessi economico-imperialistici nella regione danubiana; e così, quando Schuschnigg chiese, di fronte alle minacce di Berchtesgaden, di tornare a Parigi, ottenne la platonica assicurazione che la lotta per l’indipendenza del suo paese godeva della “simpatia” incondizionata della Francia. I francesi temono il conflitto armato con la Germania fascista e credono di poter ottenere l’appoggio inglese solo allineandosi con la politica dell’Inghilterra, decisa a lasciare campo libero all’espansione tedesca verso il sud-est, come dimostra l’atteggiamento inglese nei confronti dei Sudeti, direttamente consegnati nelle mani di Hitler. I diplomatici francesi non sembrano capire neppure il semplice fatto che il Reno è la reale frontiera dell’Inghilterra, la quale, non potendo assolutamente tollerare un’avanzata tedesca verso il Mare del Nord, sarebbe in ogni caso costretta ad aiutare militarmente la Francia se gli eserciti tedeschi marciassero verso occidente. La Francia paga con pesanti sacrifici in politica estera ciò che potrebbe ottenere gratis dall’Inghilterra, come faceva giustamente notare alcune settimane orsono Robert Dell. In questo modo, l’imperialismo inglese si copre le spalle in Europa e può dedicare i suoi sforzi maggiori allo scacchiere politico per esso più importante, l’Estremo Oriente, dove l’invasione giapponese della Cina minaccia direttamente l’Impero. Mentre guadagna tempo per il programma di riarmo interno, l’Inghilterra contribuisce a creare nella Grande Germania un contrappeso decisivo nei confronti della Russia - la sua seconda grande rivale in Asia - e una minaccia per l’Italia e la Francia che costringe questi due paesi ad accettare i dettati inglesi, e tiene contemporaneamente lontana dalle proprie sfere di influenza, almeno per il momento, l’avanzata tedesca. Quanto tempo possa reggere questa complessa costruzione della politica di equilibrio di potere, può dirlo solo il futuro. In ogni caso, i metodi della politica estera nazista hanno dimostrato di possedere un insospettato potere “dinamico”, in quanto espressione della necessità di espansione di un capitalismo altamente organizzato sotto la direzione centralizzata di un potente stato militare per il quale l’avanzata imperialistica costituisce un’immediata necessità economica e sociale.

Il destino dell’Austria fu deciso da costellazioni di politica estera sulle quali essa non aveva alcuna influenza. Pure, l’Austria era matura per l’Anschluss non soltanto perché era stata abbandonata dalle grandi potenze, bensì anche in virtù del suo sviluppo politico interno. In questo stato, ormai incapace di esistere economicamente, crisi e pauperizzazione divennero un fenomeno talmente permanente che, come in Germania nell’inverno 1932-1933, quasi il 50% della popolazione aveva cominciato anche prima dell’Anschluss a guardare al nazionalsocialismo come all’unica via di salvezza: l’abolizione della disoccupazione ad opera della corsa agli armamenti, i salari ed il tenore di vita relativamente più elevati della Germania fascista facevano apparire altamente desiderabili le condizioni sociali del Terzo Reich agli occhi degli austriaci, proprio come accadeva anche ai tedeschi dei Sudeti. I piccoli contadini delle zone alpine, privati dei mezzi di sussistenza, divennero la base di massa interna del nazionalsocialismo che, grazie anche alla debolezza della dittatura clericalfascista, penetrò gradualmente all’interno dello Heimwehr, il corpo amministrativo, assicurandosi il controllo dell’esercito e della polizia.

L’Austria fu conquistata dall’interno non meno che dall’esterno. Al momento della caduta, Schuschnigg riconobbe che l’unica forza capace di evitare la sconfitta interna era il movimento operaio, e fece perciò un ultimo sforzo disperato, cercando di annullare il febbraio 1934 e di richiamare in vita i sindacati e la socialdemocrazia, affinché gettassero gli operai viennesi contro l’assalto fascista. Ma Hitler pose bruscamente fine a questo tentativo, e perfino gli ufficiali dell’esercito austriaco si rifiutarono di eseguire gli ordini del governo fallimentare di Schuschnigg. Ben più drammatica della dissoluzione del clerical-fascismo è, però, l’accettazione da parte dei sindacati, che conducevano le loro riformistiche battaglie in condizioni di semi-illegalità, e particolarmente da parte dei comunisti del Fronte popolare appoggiati dagli operai arretrati delle province e, benché in misura minore per la diversità della tradizione, da parte dei socialdemocratici, dell’appello di Schuschnigg alla lotta per “l’indipendenza dell’Austria” e le sue vaghe promesse di un futuro ripristino della democrazia nel paese. E, fatto ancora più grave, tutte queste forze erano pronte a farlo non mediante una propria azione autonoma, bensì all’interno del Fronte patriottico, a fianco della polizia e dell’esercito. La mancanza di scrupoli e di intelligenza politica illustrata dall’adesione a questo tipo di politica è un esempio significativo della estrema debolezza del movimento operaio europeo che, giunto ormai alla fine della sua parabola, è tuttora incapace di tirare le ultime conseguenze dai grandi trionfi del fascismo e dal crollo dei partiti e dei sindacati mitteleuropei, e tenta ora di salvarsi dietro le bandiere del nazionalismo. L’illegale movimento operaio austriaco era pronto a salvare il derical-fascismo dal fascismo tedesco. I comunisti ed i socialdemocratici italiani hanno lanciato un appello nel quale accusavano Mussolini di essere pronto a consegnare il suolo italiano a Hitler. I comunisti ed i socialdemocratici francesi chiedevano, e l’hanno adesso ottenuta, una unione nazionale coi gruppi più reazionari del capitale finanziario, i quali però, da parte loro, non avevano alcuna fretta di accettare questa “comunità del popolo”. I socialisti inglesi già pensano di appoggiare un governo diretto da quello stesso Eden che ha promosso la conquista dell’Abissinia, la sconfitta del Fronte popolare spagnolo, il riarmo del fascismo tedesco e la liquidazione della politica della “sicurezza collettiva”. I partiti operai dei piccoli paesi - di fronte a questi esempi e di fronte alla scomparsa degli ultimi bolscevichi russi noti a livello internazionale - non sanno far altro che assoggettarsi di buon grado alla politica della “unità nazionale”, della “pace sociale” e della “difesa della patria”. Il fatto che nell’attuale caos imperialistico europeo i piccoli stati vengano “traditi” dalle grandi potenze, che l’estinzione dello spirito rivoluzionario delle masse operaie e contadine spagnole richiesta dalla Russia non abbia portato nessun appoggio al governo del Fronte popolare da parte dei paesi imperialistici “democratici”, che non ci sia in Europa nessun’altra politica estera vincente se non quella fascista: tutto ciò non ha suscitato quasi nessuna reazione nella classe operaia; l’ha anzi spinta a stringersi ancor di più attorno alle bandiere delle varie borghesie nazionali e ad abbandonare perfino l’apparenza di autonomia che fino ad ora aveva conservato. Il movimento operaio europeo non ha ancora capito che solo una vera e militante Internazionale dei lavoratori può opporsi alle vittorie internazionali del fascismo e dei suoi sostenitori democratici. Per questo il fascismo determinerà, forse ancora per molti anni, il duro destino dell’Europa.

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30 settembre 2015 3 30 /09 /settembre /2015 05:00

Engels, editore di Il Capitale

 

Maximilien Rubel

 

Marx non ha lasciato un testamento scritto. Sembra che all'approssimarsi della sua fine, abbia dato a sua figlia minore delle istruzioni orali e designato Eleanor e Engels come "esecutori testamentari". Abbiamo già visto quale stimolante intellettuale Engels sapeva essere per il suo amico. Marx aveva potuto apprezzarlo anche come giudice letterario. E' Engels che, leggendo le prove del Libro I, aveva reclamato più esempi storici in appoggio dei risultati dialettici, criticato severamente la composizione del volume, le sue divisioni e suddivisioni, la mancanza di proporzioni dei cfapitolo, ecc. [1].

Marx aveva molte ragioni per rimettersi nelle sue mani. In tutto ciò che Engels ha detto a proposito delle carte inedite di Marx, non si può mancare di percepire delle impressioni mitigate. Dopo la pubblicazione del Libro I di Il Capitale, poteva pensare che i Libri successivi non avrebbero posto che dei problemi di forma. Alla vista della massa dei manoscritti, abbozzi, schizzi, di "due metri cubi" di statistiche americane e russe, grandi hanno dovuto essere la sua sorpresa e la sua delusione.

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"Mi chiedi come sia stato possibile che mi abbia nascosto, proprio a me, a che punto fosse con il suo lavoro? E' molto semplice: se lo avessi saputo, non gli avrei lascisto un minuto di riposo; lo avrei sollecitato giorno e notte, finché l'opera non fosse del tutto compiuta e stampata" (Engels a Bebel, 30 agosto 1883).

Conosceva così male il suo amico? Pensava davvero che Marx avrebbe accettato di progredire sotto il suo pungolo? Scrivendo quelle righe, Engels ignorava ancora lo stato in cui Marx aveva lasciato i suoi lavori per i libri II e III. Se giudichiamo dalle sue lettere e le sue prefazioni, ha finito con l'arrendersi all'evidenza: gli appunti erano spesso informi.

Sin dall'inizio, il suo atteggiamento è ambiguo. Lo diventerà ancor più su un altro piano. Marx, che tardava a pubblicare il risultato dei suoi lavori, sapeva che Engels poteva incaricarsene, rimanendo fedele allo spirito di critica sociale che era loro comune [2]. Ora, Engels non ha osato sostituirsi al suo amico: se ne diceva incapace. Ha voluto fare in modo che Marx rimanesse "l'autore esclusivo" dei suoi scritti postumi, limitandosi a renderli presentabili, migliorandone lo stile soltanto se sentiva che Marx avrebbe fatto altrettanto. Non ha prodotto dei materiali per un'opera da costruire: non ha costruito l'opera a partire da questi materiali: le ha dato una facciata. Questa formula media ha dei meriti insigni e ci mostra degli scrupoli notevoli, un'estrema prudenza, una preoccupaziome di distinguere nettamente ciò che appartiene all'autore e ciò che proviene dal suo editore. Ha pure il suo inconveniente, perché fa passare come "Libri" compiuti ciò che non è stato altro  che un abbozzo, a volte disperati tantonamenti. Tre volumi, quattro "Libri", un "tutto artistico": l'augurio di Marx, che sognava di dare almeno i "Principi" della sua "Economia", non è stato compiuto, malgrado gli sforzi e la pietà del suo amico. Si può pensare che Engels ne abbia avuto coscienza. Sin dall'inizi ha constatato che il Libro II era costituito di abbozzi, di cui alcuni offrivano molte varianti. Ricopiarli, renderli leggibili, è stata una dura prova per i suoi occhi [3].

Non gli sono occorsi che due anni per pubblicare il Libro II. "Il secondo volume [si tratta probabilmente del secondo Libro] di Il Capitale mi darà molto da fare. La maggior parte del manoscritto data da prima del 1868 [ciò vale per il terzo Libro, perché il manoscritto del secondo data agli anni 1875-1878] e non è altro che un abbozzo. Il secondo Libro deluderà molti socialisti volgari; esso contiene quasi esclusivamente delle ricerche molto sottili e rigorosamente scientifiche su dei fatti che accadono all'interno della classe dei capitalisti stessi; dunque, nulla da cui si possa trarre delle formule fragorose e degli slogan" [4]. "Il secondo Libro è puramente scientifico e non tratta che di questioni da borghesi a borghesi; ma il terzo avrà dei passaggi che mi fanno dubitare della possibilità stessa di pubblicare in Germania sotto le leggi eccezionali" [5].

Vi è delusione in queste righe; esse possono essere anche un modo per consolarsi. Engels ha la sollecitudine di dire al lettore "che si tratta di un'opera di Marx" quella che egli pubblica; e che egli lo fa perché è il solo a poter "decifrare questa scrittura e quelle abbreviazioni" [5]. Dettando il manoscritto del Libro III, egli nota delle "forti lacune" nella seconda sezione; "la redazione, naturalmente, non è che provvisoria; ma sa dove va, e "questo basta" [6]. Ci tiene ad effettuare il suo punto di vista  e non detta che il giorno [7]. Il terzo Libro sarà meno deludente, pensò; apporterà dei "risultati decisivi", "rovescerà tutta l'economia e susciterà un enorme scalpore" [8].

Esso "produrrà l'effetto della folgore, perché tutta la produzione capitalista vi è analizzata nel suo concatenamento e tutta l'economia borghese ufficiale viene abbattuta". Giunta alla metà di questo Libro III, deve constatare tuttavia che "i capitoli più importanti si presentano in un disordine abbastanza grande - per quanto concerne la forma" [9].

Precauzione retorica, convinzione autentica? Resta il fatto che lo stabilimento del testo gli richiederà non "quattro mesi" come credeva, ma nove anni, e tanto più aridi in quanto un silenzio totale, sia della "scienza tedesca" sia degli ambienti socialisti, avrà accolto il Libro II. Il Libro III, egli spera, "forzerà" gli economisti tedeschi a parlare (lettera a Danielson, 13 novembre 1885). In verità, egli sa a presente che delle parti importanti del "abbozzo" del Libro III non sono che materiale grezzo, prodotto dalla "ricerca empirica" e non dall'eposizione astratta": queste due procedure, ci si ricordi, si distinguono formalmente, ma sono complementari nel metodo di Marx [10]. Così, si attendeva nella sezione V, il tema centrale del Libro III, il problema del capitale finanziario, dell'interesse e del credito. Engels non vi trova che un accenno nemmeno uno schema: semplicemente, un cumulo di note e di estratti [11].

Questo lavoro di Marx, terrà tuttavia a presentarlo come "un'opera di Marx". A un critico serio che glielo rimprovera, dà una risposta molto significativa. Si tratta di un processo di perequazione dei tassi di profitto differenti che sfocia oggettivamente (ma all'insaputa dei "protagonisti storici") ai tassi generali e medi del profitto: "Come si è realizzato questo processo di uniformazione? E' un punto molto interessante, però Marx non ha detto a proposito granché. Tutta il modo di concepire, presso Marx, non è una dottrina, è un metodo. Esso non offre dogmi già pronti, ma dei punti di riferimenti per un'ulteriore ricerca, e il metodo di questa ricerca. A questo proposito, vi sarebbe un lavoro da tentare, che Marx non ha fatto in questo primo abbozzo. [...] Infine, vi devo ringraziare per la buona opinione che avete di me, pensando che avrei potuto fare del Libro III un'opera migliore di quanto esso non sia. Non potrei condividere quest'opinione, e credo aver fatto il mio dovere lasciando Marx esprimersi nel suo proprio linguaggio , a rischio di esigere dal lettore un maggior sforzo di riflessione personale" [12].

Questa invocazione ostinata di un dovere di fedeltà letterale non è del tutto priva di contraddizioni. Un tale rispetto dei lavori preparatori non avrebbe dovuto condurre Engels a prendere in considerazione i manoscritti anteriori al 1861, come gli scritti del 1844-45, o i Grundrisse del 1857-58? Per l'originalità dello stile e del contenuto, questi lavori sono spesso superiori agli inediti del periodo successivo. Il suo atteggiamento dà luogo a un'altra domanda: perché non ha mai dato il minimo chiarimento sul piano della "Economia", lui che ne aveva seguito la minima messa a punto? Ignoriamo anche questo. Ma un'osservazione si impone: Engels ha preferito rieditare delle opere di Marx piuttosto che dedicare tutto il suo tempo e i suoi sforzi ai solo abbozzi e manoscritti di Il Capitale. Se non ha parlato del piano della "Economia", ha mostrato che a suo parere tutto era coerente nell'opera di Marx e che degli scritti precedenti offrivano già, su molti punti, la materia che si poteva ricercare nell'inedito.

E' così che si dedica a far leggere Lavoro salariato e capitale, le Lotte di classe in Francia, le Rivelazioni sul processo dei comunisti di ColognaLa guerra civile in Francia, la Critica del programma di Gotha: revisiona due riedizioni tedesche e la traduzione inglese del primo Libro di Il Capitale, compito che egli valuta anche meno importante della messa a punto degli altri Libri. A ben vedere, il suo lavoro di primo editore postumo è ammirevole. Il miglior omaggio che si possa dargli, è di poter seguire, per quanto ci è possibile, il suo cammino, di lavorare come lui sull'originale e sul materiale informe. E' anche riconoscere che una parte della "Economia" non è il tutto; che, anche portata a termine non sarebbe stato un sistema; che non abbiamo sotto gli occhi una bibbia marxista dal canone fissato per sempre. Equivarrebbe a sostituire l'indagine ai racconti. La cospirazione del silenzio ha lasciato il posto a una cospirazione brontolante: spezziamola e profaniamo il rosario, soprattutto durante le messe dei centocinquantesimo anniversario. Questi Libri, per grandi che siano, si elevano su dei frammenti dal tracciato completo... (…).

 

[Tratto dall'Introduzione al tomo II delle Opere di Karl Marx].

 
Note
 
[1] Marx a Engels, 27 giugno 1867.
[2] E' da Eleanor che Engels riceveva quest'ultimo messaggio dal suo amico (lettera a Bebel).
[3] Prima della sua morte, inizierà Bernstein e Kautsky a decifrare dei "geroglifici", per la pubblicazione delle Teorie sul plusvalore.
[4] A Kautsky, 18 settembre 1883.
[5] A Lavrov, 5 febbraio 1884.
[6] A Kautsky, 26 giugno 1884.
[7] A Kautsky, 23 maggio 1884.
[8] A Becker, 2 aprile 1885. Vedere anche la Prefazione del Libro II.
[9] Engels a Sorge, 3 giugno 1885.
[10] Postfazione di Il CapitaleOeuvres, t. I, p. 558.
[11] "Molte cose nuove e ancor più cose da terminare" (Engels a Schmidt, 1° luglio 1891).
[12] Colui che Engels ringrazia in questa lettera degna di nota, Werner Sombart, autore di un articolo sul Libro III, pubblicato nel 1894. Vedere anche Engels, Complément et supplément au Livre III du "Capital"Werke, vol. XXV, p. 903 seguenti; evita di rispondere alle critiche sollevate contro il suo lavoro di editore.
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26 settembre 2015 6 26 /09 /settembre /2015 05:00

IL MANIFESTO ROSSO DELLA COMUNE DI LIONE

 

Sei mesi prima della comune di Parigi, è a Lione che si crea il "Comitato Centrale di Salute della Francia", così come la "Federazione rivoluzionaria dei Comuni".

Affiche_premiere_Commune_de_Lyon-_Archives_municipales_de_.jpg

 

REPUBBLICA FRANCESE

 

Federazione Rivoluzionaria

 

DEI

 

COMUNI

 

 La situazione disastrosa nella quale di ritrova il paese; l'impotenza dei poteri ufficiali e l'indifferenza delle classi privilegiate hanno posto la nazione francese sull'orlo dell'abisso.

 Se il popolo organizzato rivoluzionariamente non si affretta ad agire, il suo avvenire è perduto, la rivoluzione è perduta, tutto è perduto. Ispirandosi all'immensità del pericolo e considerando che l'azione disperata del popolo non potrebbe essere ritardata di un solo istante, i delegati dei comitati federati di salute della Francia, riuniti al Comitato centrale, propongono di adottare immediatamente le seguenti risoluzioni:

Articolo  - La macchina amministrativa e governativa dello Stato, essendo diventata impotente, è abolita.
Il popolo di Francia rientra nel pieno possesso di se stesso.
Art. 2. - Tutti i tribunali criminali e civili sono sospesi e sostituiti dalla giustizia del popolo.
Art. 3. - Il pagamento dell'imposta e delle ipoteche è sospeso. L'imposta è sostituita dai contributi dei comuni federati, prelevati sulle classi ricche, proporzionalmente ai bisogni di salute della Francia.
Art. 4. - Lo Stato essendo decaduto, non potrà più intervenire nel pagamento dei debiti privati.
Art. 5. - Tutte le organizzazioni municipali esistenti sono cassate e sostituite in tutti i comuni federati da comitati di salute della Francia, che eserciteranno tutti i poteri sotto il controllo immediato del Popolo.
Art. 6. - Ogni comitato di capoluogo di dipartimento invierà due delegati per formare la convenzione rivoluzionaria di Salute della France.
Art. 7. - Questa convenzione sio riunirà immediatamente nel Municipio di Lione, essendo questa la seconda città di Francia e quella che più ha portato energicamente potere alla difesa del Paese.

Questa convenzione appoggiata dal popolo intero salverà la Francia.

Alle Armi!!! »

 

— I 26 firmatari

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16 settembre 2015 3 16 /09 /settembre /2015 05:00

Ricardo Flores Magón

 

 

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[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

 

 

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12 settembre 2015 6 12 /09 /settembre /2015 05:53

Dizionario anticapitalista: "L'autogoverno".

 

Jacques Dubart


Il 9 agosto 2003, nello Stato messicano del Chiapas, l'Esercito zapatista di Liberazione Nazionale decretava la nascita dei 'consigli del buon governo' in cinque zone territoriali sotto il suo controllo. Si tratta di fatto di strutture di autogoverno", ci dice la Rete di informazione e di solidarietà con l'America latina (Risal).

La questione dell'autogoverno, dell'autogestione generalizzata potremmo anche dire, si pone quando un popolo in lotta prende i propri affari tra le sue mani e si organizza per gestire la vita quotidiana, mentre il potere capitalistico viene delegittimato, minacciato, destabilizzato o addirittura in via di liquidazione. L'autogoverno inizia con l'organizzazione delle masse in lotta per la loro liberazione e sfocia sulla progressiva strutturazione di nuove istituzioni politiche e la reintegrazione delle vecchie classi dominanti all'interno del corpo sociale, a mano a mano che viene instaurata l'eguaglianza economica all'interno della società.


Così, nato da una rivoluzione, e cioè all'interno di grandi mobilitazioni sociali, associate ad ampi dibattiti, al coinvolgimento del maggior numero tra le ex classi dominate, l'autogoverno è il contrario di una dittatura, anche se gli ex capitalisti, privati delle loro prerogative, sono temporaneamente esclusi dalle strutture politiche.

L'autogoverno è all'intersezione di due grandi strutture. Da una parte l'organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nelle unità di produzione autogestite dove essi decidono dell'organizzazione del lavoro, della distribuzione delle ricchezze create, degli investimenti necessari. D'altra parte l'organizzazione dei cittadini all'interno dei comuni per decidere le esigenze in termini di attrezzature e di servizi collettivi.

spartachismo, assemblea operai e soldati a Berlino, novembr

È una logica di democrazia diretta che instaura la preminenza della base della società nell'elaborazione delle politiche. Ma è anche la coordinazione federale di queste strutture di base, in modo bicefalo, per settore economico e per regione, per permettere le decisioni collettive al livello più adatto, non appena le questioni superano il quadro locale.

È una rottura con la logica statale. Le grandi decisioni risultano dapprima dai dibattiti alla base e i delegati, compresi e soprattutto a livello centrale, sono incaricati della loro attuazione. L'autogoverno si stabilizzerà attraverso nuove istituzioni politiche in coerenza con una società senza classi e senza Stato, proibendo la proprietà privata dei mezzi di produzione collettivi e favorendo dunque l'organizzazione collettiva della produzione.


Sin da subito è fondamentale sperimentare e popolarizzare i modi di funzionamento e l'organizzazione specifici dell'auto-governo della società, sia all'interno delle organizzazioni rivoluzionarie sia nel movimento sociale e in tutte le sue dimensioni. Questa sperimentazione può permettere di preparare la dinamica di autogoverno che può nascere da una crisi rivoluzionaria.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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19 agosto 2015 3 19 /08 /agosto /2015 15:59
Un editore per il socialismo libertario
 
 
Jean Michel Kay
 

La storia di una corrente politica non può mai limitarsi a quella delle sue organizzazioni, o allo studio della sua dottrina, a meno che esse non abbiano mai avuto la minima influenza al di fuori di se stessa. Ma è difficile identificare una tale corrente, se non si è dotata di nessuna organizzazione permanente e non ha prodotto nessuna dottrina strutturata. È tuttavia l'esistenza di una simile corrente che vi proponiamo come oggetto di ricerca, prendendo come filo conduttore l'attività di un editore militante a partire dagli anni 30 del XX secolo.

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Il campo di ricerca qui proposto è che in certi momenti della storia sociale contemporanea della Francia, e senza dubbio altrove in Europa, è apparso nel movimento sociale una corrente che supera l'antagonismo teoricamente paralizzante tra i sostenitori del "socialismo di Stato" e quelli del "socialismo senza Stato". Questa corrente non ha espressione organizzativa permanente; non ha teorici riconosciuti, non ha dato la luce ad una dottrina formalizzata. Il motivo che si darà per queste assenze è che questa corrente non è sorte che in periodi di forte mobilitazione, che non ha avuto che raramente il tempo di dotarsi di un'espressione politica propria, e che la teorizzazione di ciò che essa esprime non può essere realizzata che a posteriori.

Questa corrente, per comodità, la chiamiamo "socialismo libertario". Questo appellativo non ha legittimità storica; è utilizzata da Daniel Guérin come titolo della prima raccolta di testi attraverso il quale egli chiama alla riconciliazione coloro che chiama "fratelli gemelli, fratelli nemici" [1]; egli utilizzerà in seguito i termini "marxismo libertario", poi "comunismo libertario". Ma all'epoca in cui sarebbe apparso questo socialismo libertario di cui evochiamo l'esistenza, il comunismo libertario è senz'alcuna ambiguità l'obiettivo che si danno la CNT e la FAI spagnole, ed è essenziale non confonderli.

È attraverso l'esistenza sorprendentemente durevole di una casa editrice di tipo particolare, poggiante per cinquant'anni sull'attività di un uomo, René Lefeuvre, ma che gli è sopravvissuta, che pretendiamo affrontarla. Pensiamo che le caratteristiche di questa casa editrice - i Cahiers Spartacus – ne fanno un utile strumento per rivelare questa corrente e legittimarla come oggetto di studio. Elenchiamo queste caratteristiche:

 

* si tratta di una casa editrice militante, e cioè che persegue degli scopi politici precisi

* si tratta di una casa editrice senza scopo di lucro, e guidata dall'unica preoccupazione di pubblicare i testi che gli sembrano importanti di mettere a disposizione del pubblico a cui mira

* si tratta di una casa editrice indipendente, nel senso che non è sottoposta al controllo di un'organizzazione politica

* infine, si tratta di una casa editrice che vive di mecenatismo: di conseguenza, se essa non è sottoposta ad alcun criterio di rendimento e rimane indipendente da ogni organizzazione politica, non può vivere se non trova dei lettori che acquistano le sue pubblicazioni. Vedremo che non è sempre stato così.

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Il socialismo libertario di cui vogliamo parlare non appare come corrente politica che dopo la rivoluzione d'Ottobre. Essi si definisce ricavando le lezioni dalla rivoluzione del 1917 e dalle sue conseguenze; è antistalinista in un modo diverso di come lo sono gli anarchici, i trotskysti o anche i comunisti dei consigli, la cui esperienza è d'altronde praticamente sconosciuta in Francia durante l'epoca di cui stiamo trattando. Le sue opzioni politiche possono riassumersi così:

 

— L'evoluzione della società non può essere capita che attraverso l'analisi delle lotte di classe; gli antagonisti di classe, le crisi che subiscono le classi dominanti, non potranno essere eliminate solo se quest'ultime strappano il potere politico ed economico alle classi dominanti per esercitarlo se stessi.

— Lo Stato capitalista è lo strumento del dominio di queste classi dominanti; in quanto tale, esso deve essere distrutto; ma la sopravvivenza delle classi, le necessità dell'organizzazione delle attività sociali significano che delle istituzioni politiche rimarranno necessarie a differenti livelli geografici.

— La nazione è il quadro d'esercizio del potere della borghesia, non è esso che permetterà la costruzione del socialismo; il socialismo libertario è per essenza internazionalista.

— i sostenitori del socialismo libertario sanno che i sindacati sono diventati delle istituzioni della società capitalista; essi considerano tuttavia che in molti casi la partecipazione all'azione sindacale è il mezzo principale che i lavoratori hanno per prendere parte all'azione collettiva e gestire la lotta di classe.

— i partiti sono necessari per formulare analisi e proposte, darsi dei mezzi collettivi per la formazione e l'azione; ma nessuno può pretendere di esercitare da solo il potere: "La dittatura del proletariato non può essere esercitata da un solo settore del proletariato, ma da tutti i settori, senza eccezione. Nessun partito operaio, nessuna centrale sindacale ha il diritto di esercitare nessuna dittatura" [2].

Infine, i socialisti libertari non fanno della partecipazione o della non partecipazione alle elezioni e dell'esercizio delle funzioni elettive una questione di principio. Ma l'avvento e la permanenza al governo attraverso il processo elettorale di una coalizione di partiti, qualunque essa sia, non possono essere degli scopi in sé.

 

Un militante editore

Su richiesta di suo padre, artigiano muratore in un villaggio della Bretagna, René Lefeuvre diventa egli stesso muratore. Questa vita rurale non lo soddisfa; benché non abbia compiuto degli studi di scuola superiore, è un lettore assiduo e curioso. A 20 anni, dovendo effettuare il suo servizio militare, fa in modo di essere assegnato a Parigi, dove giunge nel 1922 e in cui risiederà - tranne che durante gli anni della guerra - sino alla sua morte avvenuta nel 1988.

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Per quel che ne sa, e malgrado l'immagine ributtante che ne danno i conservatori che influenzano l'opinione pubblica nella sua regione d'origine, è attratto dalla Rivoluzione russa e le realizzazioni dell'Unione sovietica. Legge il Bulletin communiste edito da Boris Souvarine, che ne dà conto ma che non dissimulerà i dibattiti che iniziano a lacerare il Comitato esecutivo dell'Internazionale, di cui è membro, e la direzione del Partito comunista sovietico.

L'esclusione di Boris Souvarine dal partito comunista francese, di cui era stato uno dei fondatori, e l'approfondimento da parte di quest'ultimo della sua comprensione della natura di classe del regime sovietico, contribuiranno al consolidamento da parte di René delle sue proprie concezioni politiche: appoggiandosi sulle nozioni di classe e di sfruttamento  utilizzate da Marx, Souvarine afferma sin dalla fine degli anni 20 che una nuova classe dominante sfruttatrice si sta costituendo in Unione sovietica attraverso il dominio sullo Stato. Denuncia inoltre l'invenzione da parte dei dirigenti sovietici di una dottrina leninista; infine, respinge ciò che avverte in Trotsky - di cui aveva difeso per principio il diritto di difendere delle posizioni differenti da quelle della maggioranza nell'esecutivo dell'Internazionale - come una volontà di riprodurre le analisi e il comportamento del PC sovietico [3].

René partecipò saltuariamente al Circolo comunista Marx e Lenin (Cercle communiste Marx et Lénine) creato da Boris Souvarine nel 1926, che raggruppava membri dell'opposizione o esclusi dal PC. Questo Circolo diventò nel 1930 il Circolo comunista democratico (Cercle communiste démocratique), che si diede come scopo di "mantenere, prolungare e vivificare la tradizione democratica e rivoluzionaria del marxismo" e di "ricercare attivamente i germi del rinnovamento del pensiero e dell'azione rivoluzionarie".

La sua dichiarazione d'intenti precisa ancora: "Con Marx e Engels anche, il Circolo si definisce democratico, intendendo con ciò soprattutto restaurare contro i falsi comunisti che la negano e i falsi socialisti che la degradano una nozione inseparabile dell'idea rivoluzionaria. I comunisti e i socialisti della scuola marxista hanno a lungo portato, in politica, il semplice nome di "democratici" prima di chiamarsi "socialdemocratici". La critica marxista della realizzazione del principio democratico in regime capitalista centra le contraddizioni della pratica, non il principio stesso, e dimostra l'impossibilità di acquisire una vera democrazia politica senza basarla sull'eguaglianza economica [4].

Sino al 1928, René lavora come artigiano muratore; poi grazie ai corsi per corrispondenza che ha seguito in Bretagna, ottiene un posto di commesso in un impresa di rivestimenti, il che gli libererà del tempo per altre attività. Aderisce allora agli Amis de Monde, e ne diventò il segretario. Fondato nel 1928 da Henri Barbusse, membro del Partito comunista dal 1923, Monde [5] doveva essere "un giornale settimanale di grande informazione letteraria, artistica, scientifica, economica e sociale che cercava di dare un quadro oggettivo dell'attualità". Ma la sua creazione è l'espressione di un disaccordo tra Henri Barbusse e L'Internazionale comunista del terzo periodo, quello in cui la socialdemocrazia, definita "socialfascista", è diventata il nemico principale.

Nel 1926, l'Internazionale aveva chiesto a Henri Barbusse di creare un'associazione internazionale degli scrittori rivoluzionari. A questo progetto, che non avrebbe riunito che degli scrittori membri dei partiti comunisti o già vicini ad essi, Barbusse oppone la creazione di un "centro di pubblicazioni" - molto più di un giornale - per giungere a un "raggruppamento intellettuale universale" [6]. Tra i contributori di Monde, troveremo dunque, oltre a degli autori comunisti, compresi sovietici, dei vecchi comunisti e anche dei socialisti, il che varrà a Monde una condanna durante il secondo congresso degli scrittori rivoluzionari che si tenne a Kharkov nel novembre 1930. Monde è accusato di essere "un giornale senza principi direttori, che sin dall'inizio, aveva assunto una posizione anti-marxista", di caratterizzarsi per il "confusionismo", di avere per collaboratori "degli agenti del trotskysmo, dei socialdemocratici, dei radicali borghesi, dei pacifisti", in breve di essere ostile all'ideologia proletaria. È da notare che, già nell'aprile del 1930, Pierre Naville, primo rappresentante ufficiale del trotskysmo in Francia, aveva qualificato Monde in Lutte de classes di "raccoglitore di rifiuti di ciò che gli ambienti politico-letterari piccolo borghesi producono di più malsano, di più confuso e in definitiva di più anti-proletario".

Monde non è dunque una pubblicazione del partito comunista, anche se Henri Barbusse non può tollerarvi delle denunce del regime sovietico. Agli Amis de Monde è assegnato un ruolo ambizioso: non soltanto di sostenere la diffusione del giornale, ma di contribuirvi attraverso delle informazioni, dei servizi. Quando, nel 1930, René Lefeuvre ne diventa segretario, questa associazione informale raggruppa circa 800 membri; Lucien Laurat [7], che fa parte della redazione di Monde.  Monde, anima un gruppo di economia politica che studia in particolare Il Capitale.

Gli Amis desiderano che altri gruppi, su altri temi, vengano creati, e René vi si dedicherà con tutte le sue capacità. Sempre alla ricerca per se stesso di nuove conoscenze, è anche appassionato dalla trasmissione delle conoscenze, attraverso l'educazione popolare, che saranno per lui il vero obiettivo delle sue edizioni. Si costituiscono allora dei gruppi che si dedicano agli studi sociali, alla storia del movimento operaio, all'architettura, all'esperanto, così come un gruppo teatrale; René organizza anche delle sedute di cinema, delle visite a delle gallerie d'arte.

Dopo due anni di funzionamento dei gruppi di studio, i loro membri vollero pubblicare in modo regolare il risultato dei loro lavori; René ne fu incaricato. Propose Spartacus come titolo di questa nuova pubblicazione; fu scelto Masses, in riferimento al New Masses americano.

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L'orientamento iniziale di Masses non poteva essere molto differente da quella di Monde e la dichiarazione d'intenti presente nel primo numero, datato gennaio 1933, affermava in particolare: "Una cultura rivoluzionaria si oppone alla cultura borghese. Nella grande lotta, questa cultura è un'arma". E anche: "Difenderemo, contro le calunnie borghesi, lo sforzo fatto dall'URSS per edificare una società senza classi, opponendo la verità alla menzogna".

Gli avvenimenti modificheranno in parte il progetto editoriale di Masses. Questo primo numero comprende degli articoli sull'architettura, la sociologia, il teatro, e dei testi sull'unità operaia. Il secondo numero pubblica inoltre un racconto di Rustico [8] nel quale l'autore dà conto delle azioni e dello stato d'animo dei militanti rivoluzionari comunisti di Berlino che egli ha raggiunto nell'ottobre 1932, persuaso dell'imminenza in Germania di uno scontro decisivo tra la reazione e le masse rivoluzionarie. Il terzo numero, datato marzo 1933, rende omaggio a Karl Marx per il cinquantesimo anniversario della sua morte con, in particolare, l'inizio di un'esposizione della tesi centrale di L'Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg. Masses è una pubblicazione mensile di venti pagine, di formato medio, dall'impaginazione piuttosto ben spaziata, con alcune illustrazioni, una cura particolare è data a quella della copertina.

I redattori di Masses sono essenzialmente dei giovani membri dei gruppi di studio. Ma un cambiamento avverrà rapidamente nella composizione della redazione: nel maggio del 1933, Masses rende nota una comunicazione del Circolo comunista democratico (Cercle communiste démocratique) annunciando che Victor Serge, che viveva in Unione sovietica dal 1919, era stato arrestato. Faceva parte degli scrittori che sostenevano Monde. In luglio, Masses pubblica una lettera di una lettera di Victor Serge in cui espone i principi della sua opposizione al regime. René Lefeuvre richiede: "Che le fonti autorizzate facciano conoscere al proletariato d'occidente le ragioni che hanno valso a Victor Serge la punizione subita e perché gli si rifiuta da anni il passaporto che gli è necessario per uscire dalla Russia". Queste affermazioni sono le più moderate, se le si raffronta a quelli del Circolo comunista democratico. Nello stesso numero anche una nuova relazione di Rustico, sui mesi da gennaio a marzo 1933 che hanno portato alla vittoria dei nazisti, alla dichiarazione di fuorilegge del partito comunista e alla repressione dei suoi militanti. Masses non pubblica le lettere di lettere di Rustico nelle quali mette in causa le direzioni del partito comunista e dell'Internazionale; tutto ciò è troppo per i redattori membri del partito comunista. In un comunicato pubblicato da L'Humanité, denunciano le posizioni a favore di Victor Serge, pubblicate, secondo loro, contro il parere della redazione, e la "polemica relativa agli avvenimenti della Germania" e avvertono i lettori "che la rivista Masses è destinata a diventare uno strumento tra le mani dei controrivoluzionari". Essi dovranno allora lasciare la redazione.

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Nei numeri seguenti, compaiono delle nuove firme; sono quelle di militanti provenienti dalle opposizioni di sinistra del partito comunista, tra cui alcuni, come Marcel Body [9], hanno un'esperienza importante. Avendo Masses lanciato un'inchiesta sul fascismo tedesco, Kurt Landau vi apporta il suo punto di vista, così come lo fanno un rappresentante del SAP, e un altro dei gruppi comunisti operai tedeschi, proveniente dalle organizzazioni comuniste dei consigli. Masses diventa molto meno l'espressione dei gruppi di studi e soprattutto quella di militanti che cercano delle risposte alle sfide del momento. L'attualità, compresi i dibattiti all'interno della SFIO, e la riflessione teorica vi hanno un posto preponderante. Nel gennaio del 1934 – 15° anniversario – Masses pubblica l'ultimo articolo di Rosa Luxemburg e l'ultimo discorso di Karl Liebknecht. Nel maggio del 1934, così come aveva fatto per il tema del fascismo, la redazione lancia un'inchiesta sulla dittatura del proletariato e della democrazia, consegnando alla riflessione un estratto di La Rivoluzione russa di Rosa Luxemburg. Il contributo di Amilcare Rossi [10] esce sul numero seguente, il 18°, nel giugno 1934. Ma gli altri contributi non saranno pubblicati: sul numero 19, che sarà anche l'ultimo, è annunciato che saranno oggetto di un numero speciale che non è invece mai uscito.

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Se René Lefeuvre è stato costretto a sospendere l'uscita di Masses, è perché avendo perso il suo lavoro di commesso, non ha più avuto modo di pagarne le spese. Gli Amis de Monde sono stati colpiti dalla rottura tra comunisti e oppositori; Monde stesso, malgrado due primi anni prosperi, conosce delle difficoltà finanziarie. Inoltre, René ha trovato un nuovo ambiente militante: insieme ad altri redattori di Masses, ha aderito al partito socialista nell'agosto del 1934.

È a prima vista sorprendente che dei militanti rivoluzionari, che si richiamano al marxismo, entrino in un tale partito, il cui radicamento operaio è significativo soltanto in alcune regioni, e che si occupa soprattutto delle elezioni. Ma la SFIO ha subito alcune scosse importanti nel corso dei mesi precedenti: ha rinunciato all'alleanza con il partito radicale, che partecipa a un governo di Unione nazionale; la sua ala destra è stata espulsa, ma il dibattito sulla pianificazione che ha contribuito a introdurre nel partito conduce quest'ultimo a dibattere un programma d'azione. Inoltre, la corrente di sinistra, la Bataille socialiste, diretta da Jean Zyromski e Marceau Pivert, e favorevole all'unità d'azione con i comunisti, ha perduto la sua ala più pacifista. Inoltre, sentendosi impegnato in una competizione con i fascisti, si è messo a sviluppare nuove forme di organizzazione e d'azione: movimenti giovanili, gruppi di autodifesa in uniforme, gruppi d'intervento, rinnovo e diversificazione delle forme di propaganda. Infine, Trotski ha anche ordinato ai suoi sostenitori francesi, i bolscevico-leninisti, di entrare nella SFIO, il che essi fanno nell'agosto del 1934.

Ma sono gli avvenimenti sanguinari del febbraio 1934 e le loro conseguenze che hanno convinto René e i suoi compagni ad unirsi all'organizzazione socialista. Il 6 febbraio, la mattina stessa della manifestazione antiparlamentare di estrema destra, Marcel Cachin scriveva su L'Humanité: "Non possiamo lottare contro il fascismo senza lottare anche contro la socialdemocrazia". Se, il 12 febbraio, i militanti di sinistra i erano uniti negli scioperi e nelle manifestazioni, non era grazie alle direzioni nazionali dei partiti. La Bataille socialiste, si dichiara favorevole all'unità. Nel maggio 1934, l'Internazionale comunista cambia politica, e sprona al fronte unico con i socialisti. Il 27 luglio, un patto viene firmato tra i due partiti. Aimé Patri [11], sull'ultimo numero di Masses, si inganna forse sulle ragioni di questo mutamento di rotta dell'Internazionale: "È la classe operaia francese che spontaneamente e manifestando con i suoi atti le sue aspirazioni unitarie che ha obbligato l'I.C. così come la sezione francese della I.O.S. a tenerne conto". Sia quel che sia, per i militanti, è la speranza di un'azione infine efficace, attraverso l'unità realizzata alla base, in comitati di vigilanza.

Pubblicando Masses, René Lefeuvre era stato formato alle tecniche dell'edizione dagli operai della stampa, e potrà oramai

 

 

avait été formé aux techniques de l’édition par les ouvriers de l’imprimerie, et il pourra désormais aussi gagner sa vie comme correcteur d’épreuves. En décembre 1934, avec des membres de la dernière équipe de Masses, il lance un hebdomadaire : Spartacus, pour la culture révolutionnaire et l’action de masse. Dans le premier numéro, il est précisé que Masses continue, mais uniquement sous forme de numéros spéciaux. Le premier de ces numéros – ce sera le seul – est une brochure sur la Commune de Berlin de 1918 – 1919 réalisée par André [12]. et Dori Prudhommeaux, contenant pour l’essentiel le programme de la Ligue Spartacus et le discours sur ce programme de Rosa Luxemburg. Pour René, il est essentiel de faire connaître les écrits politiques de Rosa Luxemburg, très peu traduits et diffusés en France. Cette préoccupation apparaît nettement dans les articles de Spartacus.

André Prudhommeaux, qui a été brièvement membre du parti communiste, a fait partie en 1929 - 1930 des « Groupes ouvriers communistes », inspirés par le communisme de conseils allemand, en relation avec Karl Korsch et rejetant le léninisme. Il a enquêté en Allemagne, y est allé chercher des documents ; en 1930, sa Librairie ouvrière, à Paris, a publié en brochure la Réponse à Lénine rédigée par Herman Gorter en 1920 pour réfuter les tactiques que l’Internationale naissante imposait aux partis communistes occidentaux. En 1933, il est l’un des animateurs en France du Comité de soutien à Marinus Van der Lubbe, l’incendiaire du Reichstag. L’effondrement du mouvement ouvrier allemand le fera s’éloigner des marxistes et devenir libertaire. À partir de 1936 il se consacrera à la défense de la révolution espagnole, en restant critique à l’égard de la participation de la CNT au gouvernement. Militant, éditeur et imprimeur (installé à Nîmes, il a fondé une imprimerie coopérative), il fournira à René des textes, des conseils pour l’organisation de ses éditions et s’emportera parfois devant la lenteur de celui-ci à les mettre en pratique.

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Spartacus ne tiendra pas le rythme hebdomadaire prévu ; en avril 1935, le huitième numéro reconnaît que Spartacus est au mieux un mensuel…Le dernier numéro, le dixième, paraît en septembre 1935 : il n’a que quatre pages et dénonce l’exclusion des trotskystes des Jeunesses socialistes, pour lesquelles il revendique l’autonomie par rapport à la direction de la SFIO.

En mai 1935, un traité d’assistance mutuelle est signé entre la France et l’Union soviétique. Staline « comprend et approuve pleinement la politique de défense nationale faite par la France… ». Le parti communiste s’aligne rapidement sur cette nouvelle orientation de l’Internationale, se réapproprie le drapeau tricolore et la Marseillaise. Le spectre d’une nouvelle Union sacrée qui, en 1914, a envoyé le peuple au massacre, resurgit.

Cette nouvelle situation politique aggrave les dissensions qui existent depuis longtemps au sein de la Bataille socialiste : sur l’unité avec le parti communiste, sur la défense nationale, sur les formes de l’action militante, Zyromski et Pivert représentent deux orientations distinctes. Pivert est contre une éventuelle réunification avec le parti communiste, il rejette la défense nationale en régime capitaliste. En octobre 1935, Marceau Pivert prend l’initiative de rassembler les courants de gauche de la SFIO : c’est la naissance de la Gauche révolutionnaire, qui se définit par des refus et une perspective – celle de la révolution socialiste – plus que par une doctrine, qui reste à préciser. Elle réunit divers petits groupes, dont celui des animateurs de Spartacus, des socialistes révolutionnaires, autrefois exclus de la SFIO parce que partisans de l’unité d’action avec le parti communiste, et des anciens de celui-ci. Surtout, elle attire les secteurs les plus jeunes, les plus combattifs, du Parti. Cette nouvelle tendance de la SFIO va se doter d’un bulletin mensuel du même nom, La gauche révolutionnaire ; René Lefeuvre en est chargé ; il en tiendra aussi la rubrique syndicale, au moment même où la CGT se réunifie.

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René a cherché à relancer Masses en remplaçant dans La gauche révolutionnaire les articles concernant la vie interne de l’organisation par des articles de doctrine ou d’histoire du mouvement ouvrier, mais cette formule a déplu à un certain nombre de militants. En 1934, il avait défini un programme de publication destiné à « armer idéologiquement les masses prolétariennes et les préparer à la lutte sur tous les terrains » : une revue comme Masses, paraissant plus fréquemment, rendant mieux compte des luttes quotidiennes et plus attrayante ; des brochures approfondissant les problèmes actuels ; des brochures d’histoire révolutionnaire. C’est au deuxième volet de ce programme qu’il va se consacrer. Non seulement il faut répondre aux nécessités de l’heure, mais la Librairie du travail [13], l’éditeur qui, depuis vingt ans, est une référence, un point d’ancrage pour les révolutionnaires, est en grande difficulté ; elle cessera d’ailleurs son activité en 1937. Les thèmes que vont aborder ces brochures, les Cahiers Spartacus dénommés « nouvelle série », sont effectivement brûlants : la réalité du régime soviétique, la perspective d’une nouvelle guerre, le soutien à apporter à la révolution espagnole.

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Le premier Cahier Spartacus, paru en octobre 1936, s’intitule 16 fusillés, avec pour sous-titre Où va la révolution russe ? Il contient des textes de Victor Serge, enfin libéré et rentré en France dans l’été ; le premier d’entre eux raconte le plus spectaculaire des procès de Moscou, qui a débouché sur l’exécution de Zinoviev, Kamenev, Smirnov et d’autres dirigeants bolcheviks. Ils sont suivis par deux textes s’élevant contre la politique de « non-intervention » en Espagne, et notamment contre le refus du gouvernement français de fournir des armes aux républicains espagnols. La brochure suivante, en novembre, offre, sous le titre Union sacrée 1914 -193… des extraits du premier volume du très important Le mouvement ouvrier pendant la guerre d’Alfred Rosmer qui vient de paraître à la Librairie du Travail. On y trouve aussi des textes sur l’unité syndicale et les collectivisations en Espagne, tirés de L’Espagne socialiste, organe en français du POUM, dont la Gauche révolutionnaire se sent proche ; et aussi un commentaire sur la parution du Staline, aperçu historique du bolchevisme, de Boris Souvarine, et de La révolution trahie de Trotski. Le mois suivant, sous une couverture des Cahiers Spartacus, on trouve la brochure de Jean Prader [14], Au secours de l’Espagne socialiste, également publiée par la Librairie du Travail. René Lefeuvre l’accompagne de l’autorisation de la publier donnée par Marceau Pivert, car Prader y critique l’attitude de la Gauche révolutionnaire, et aussi d’un cri d’alarme de Julian Gorkin du secrétariat international du POUM attirant l’attention sur les crimes que préparent les staliniens en Espagne. Cette brochure ne se contente pas de donner les arguments, et un point de vue, pour ou contre la politique de « non-intervention » ; elle aborde aussi la douloureuse question de l’attitude à adopter face à la guerre, question qui va miner les militants dans les années qui suivent.

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La brochure suivante contient la première édition en français depuis 1922 de La Révolution russe de Rosa Luxemburg dans une nouvelle traduction de Marcel Ollivier [15].. Viendront ensuite le programme de la Gauche révolutionnaire et sa réponse à la menace de dissolution dont elle fait l’objet, puis, en mars 1937, les textes sur la Catalogne révolutionnaire publiés au même moment dans ses Cahiers de Terre libre par André Prudhommeaux. Elle comprend un premier texte d’André et Dori Prudhommeaux sur l’armement du peuple dans la révolution espagnole, et Que sont la CNT et la FAI ?, un texte rédigé par le groupe DAS de Barcelone dans le but de contrecarrer la propagande stalinienne dans le mouvement ouvrier. En juin, Les Cahiers Spartacus publient sous le titre Le Guépéou en Espagne le témoignage de Marcel Ollivier sur les journées de mai 1937 à Barcelone. Jusqu’en novembre 1938, René publiera ainsi quinze brochures.

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Jusqu’alors, René Lefeuvre et ses camarades n’ont eu pratiquement aucun contact avec les anarchistes et leurs doctrines ; on rappellera que Rosa Luxemburg, dans ses écrits du début du siècle, n’avait pas de mots assez durs pour eux. René les trouvait difficiles à situer, leurs groupes étaient fermés. C’est la reconnaissance du rôle moteur joué dans les premiers mois de la révolution espagnole par les comités de la CNT et les nécessités de la solidarité révolutionnaire internationale qui amenèrent René à diffuser ces textes. En 1938, il publiera un autre Cahier de Terre libre, un recueil de textes de Camillo Berneri.

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Les désaccords grandissants entre la majorité de la SFIO et la Gauche révolutionnaire aboutissent à la dissolution de celle-ci en avril 1937 ; René prend en charge le nouveau mensuel de la tendance, les Cahiers rouges. Au congrès de Royan, en juin 1938, les animateurs de la tendance se résolvent à la scission et fondent le Parti socialiste ouvrier et paysan (PSOP). Pour René, et il n’est pas le seul, c’est un échec car le nouveau parti ne rassemble qu’une minorité de ceux qui soutenaient la Gauche révolutionnaire, dont l’influence allait croissant. Le PUP [16] ayant rejoint la SFIO après les élections de 1936, c’est le PSOP qui est désormais l’organisation française du Bureau international pour l’unité socialiste révolutionnaire, qui crée en septembre 1938 le Front ouvrier international contre la guerre, qui appelle au défaitisme révolutionnaire ; mais, comme Prader l’avait fait remarquer dans un numéro de Spartacus, cette position, prônée en son temps par Lénine, n’évite pas la guerre.

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René Lefeuvre assure alors l’édition de l’hebdomadaire du PSOP, Juin 36. En janvier 1939, il lance une nouvelle génération de Masses, dont il publiera trois numéros. Lors de la mobilisation, malgré une condamnation à six mois de prison pour les prises de position du PSOP, il est incorporé. Il sera fait prisonnier et passera cinq ans en Allemagne.

 

NOTE

 

[1] Jeunesse du socialisme libertaire, Marcel Rivière, Parigi, 1959.

[2] Andres Nin, dirigente del Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM), citato da René Lefeuvre nella sua presentazione dei testi di André e Dori Prudhommeaux riuniti con il titolo Catalogna 1936-1937Cahiers Spartacus, n° 6, marzo 1937.

[3] Su Boris Souvarine, vedere ad esempio Jean-Louis Panné, Boris Souvarine, Robert Laffont, Parigi, 1993.

[4] Cercle communiste démocratique (Circolo comunista democratico), Déclaration et Statuts, Librairie du travail, Parigi, 1931, citato da Critique sociale, Les vies de Boris Souvarine, www.critique-sociale.info, 2008.

[5] Su Monde, vedere ad esempio Bernard Frederik, Confrontation entre Henri Barbusse et le Komintern, Fondazione Gabriel Péri, 2006 e Guessler Normand, Henri Barbusse and his Monde (1928-1935), Journal of Contemporary History, 1976, 11.

[6] L'Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari (AEAR), sezione francese della Unione internazionale degli scrittori rivoluzionari, verrà infine nel 1933.

[7] 

 

 

 

 

 

ion internationale des écrivains révolutionnaires, sera finalement créée en 1933.

[7] Otto Maschl (1898-1973). Communiste autrichien, il est correspondant à Berlin de l’Humanité de 1921 à 1923 à la demande de Boris Souvarine, puis jusqu’en 1927 professeur d’économie à Moscou pour l’Internationale, avec laquelle il rompt.

[8] Hippolyte Etchebehere (1900-1936), militant révolutionnaire argentin, exclu du parti communiste en 1925 pour son soutien à l’Opposition de gauche. Responsable d’une colonne de miliciens du POUM, il meurt en août 1936 en combattant les franquistes. Son témoignage sur la prise du pouvoir par les nazis reste disponible (1933 : la tragédie du prolétariat allemand, Spartacus, Paris, 2003).

[9] 1894-1984. Typographe, il se passionne pour la lecture et apprend le russe ; il fait partie pendant la première guerre mondiale de la mission militaire française en Russie. En 1918, il refuse de participer aux opérations militaires contre les soviétiques et se joint au Groupe communiste français à Moscou. Il travaille plusieurs années pour l’Internationale puis, opposé au régime, revient en France en 1927 et après une année d’opposition à l’intérieur du parti communiste, il fonde à Limoges une Union des travailleurs révolutionnaires

[10] Angelo Tasca, l’un des fondateurs du parti communiste italien. Membre de l’exécutif de l’Internationale communiste en 1929, puis exclu. Il était membre du comité de rédaction de Monde.

[11] André Ariat (1904-1983). Enseignant, il avait été membre du parti communiste, puis de groupes d’opposition, du Cercle communiste Marx et Lénine et des premiers groupes trotskystes et dernièrement du groupe de la Gauche communiste, avec Alfred Rosmer et Kurt et Katia Landau.

[12] 1902-1968. Il donne à Masses quelques articles sous le pseudonyme de Jean Cello. Il utilisera également celui d’André Prunier

[13] Voir Marie-Christine Bardouillet, La Librairie du Travail, François Maspéro, Paris, 1977.

[14] Édouard Labin (1910-1982). Membre des jeunesses communistes, il en est exclu en 1930 ; Après un passage à la Ligue communiste, il rejoint le Cercle communiste démocratique. Il adhère à la SFIO en 1934.

[15] Aaron Goldenberg (1896-1993). Il est délégué par les Jeunesses socialistes au IIe congrès de l’Internationale, et participe ensuite au IVe congrès. Il travaille jusqu’en 1928 pour l’Institut Marx-Engels et l’Internationale, notamment avec D. Riazanov, B. Souvarine et V. Serge, et manifeste son opposition aux orientations et aux méthodes adoptées par cette dernière. Il s’éloigne ensuite du parti communiste

[16] Parti d’unité prolétarienne, formé en 1930 par l’union de plusieurs groupes d’exclus du parti communiste. Disposait dans certaines villes d’une implantation électorale non négligeable.

 

 

 

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Published by Ario Libert
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14 agosto 2015 5 14 /08 /agosto /2015 05:00

Pietro Gori

Pietro Gori nacque a Messina il 14 agosto 1865 da Francesco, originario dell'isola d'Elba, cospiratore risorgimentale e comandante del presidio di artiglieria di Messina, e da Giulia Lusoni, discendente da una nobile famiglia di Rosignano Marittimo. Compiuti gli studi classici a Livorno, il Gori si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pisa, dove fu allievo prediletto del grande criminalista Franco Ferrara.

Da studente abbracciò le idee libertarie e nel 1887 diede alle stampe l'opuscolo Pensieri ribelli (poi in Opere complete, La Spezia 1911-12; nuova ed. Milano 1947-48, come gli altri titoli citati) che gli valse un processo, nel quale fu difeso da Enrico Ferri, uscendone assolto.

Nel 1889 si laureò, con il massimo dei voti e la lode, con una tesi di sociologia criminale intitolata significativamente La miseria e il delitto. Nel 1890 il Gori fu arrestato a Livorno e condannato a un anno di carcere come istigatore del grande sciopero scoppiato il 1° maggio; il verdetto venne poi annullato dalla Cassazione quando il Gori aveva ormai scontato quasi per intero la pena. Sottoposto a uno stretto controllo di polizia, decise di trasferirsi a Milano, dove Filippo Turati lo accolse nel suo studio e lo aiutò nell'attività professionale, instaurando con lui un rapporto di stima e amicizia al di là delle profonde divergenze politiche.

Nel 1891, dal 4 al 6 gennaio, Gori prese parte al congresso di Capolago, promosso da Errico Malatesta e Amilcare Cipriani per dar vita al Partito socialista anarchico rivoluzionario, di cui divenne uno dei principali esponenti e propagandisti. Nello stesso anno tradusse e curò la prima edizione integrale del Manifesto del partito comunista Karl Marx e Friedrich Engels e fondò e diresse a Milano il periodico "socialista anarchico" L'amico del popolo: tutti i ventisette numeri del giornale vennero sequestrati procurandogli denunce e arresti. Sempre nel 1891 partecipò al congresso operaio di Milano come rappresentante della Federazione cappellai del lago Maggiore.

In quella sede Gori presentò un ordine del giorno in favore della linea libertaria, astensionista e antiparlamentare, che si contrapponeva a quello della maggioranza, guidata da Turati, favorevole al metodo legalitario e alla partecipazione socialista alle elezioni. Era il preannuncio di quel che avvenne l'anno successivo al congresso di Genova, allorché Gori rivendicò per gli anarchici la libertà di svolgere la loro propaganda tra i socialisti: "Perché - disse - ci mettete alla porta? Dove voi sarete, là vi seguiremo". Replicò Turati: "Voi non ci seguirete. Noi non vi metteremo alla porta. Soltanto noi siamo stanchi di voi e ci separiamo" (Zangheri, p. 477).

L'esito del congresso del 1892, che sancì la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani (poi Partito socialista italiano) e la sconfitta degli anarchici, amareggiò particolarmente Gori, il quale, contrario alle tendenze individualiste e al metodo violento, riteneva che il vero socialismo non potesse non essere anarchico. Nell'agosto 1893 partecipò al congresso internazionale socialista di Zurigo, al quale intervennero anche Turati, Anna Kuliscioff e Antonio Labriola e ne venne espulso, insieme con Cipriani. All'inizio del 1894 fu tra i fondatori della rivista La lotta sociale, la cui pubblicazione venne sospesa dopo il sequestro del primo numero.

In questo periodo Gori scrisse, oltre ad alcuni opuscoli propagandistici, opere poetiche (Alla conquista dell'avvenire, Prigioni e battaglie) e drammi teatrali (Senza patria e Proximus tuus) che ottennero vasti consensi di critica e di pubblico. Al tempo stesso si affermava come grande penalista dall'oratoria trascinante, protagonista di quasi tutti i principali processi politici che vedevano gli anarchici sul banco degli imputati.

Tra essi vi fu Sante Caserio, difeso da Gori davanti al tribunale di Milano prima che, il 24 maggio 1894 a Lione, pugnalasse a morte il presidente della Repubblica francese Sadi Carnot. Per quella difesa giudiziaria Gori, unico degli esponenti libertari più rappresentativi ancora in Italia, venne additato come ispiratore dell'attentato di Lione.

Per sfuggire all'ondata repressiva che investì gli anarchici anche Gori fu costretto a riparare all'estero. Si stabilì a Lugano, dove continuò a svolgere attività politica facendo della sua casa un ritrovo di altri esuli, tra i quali A. Cabrini e G. Podrecca. Dopo aver subito un misterioso attentato senza conseguenze, nel gennaio 1895 venne arrestato insieme con altri fuorusciti, trattenuto in carcere per due settimane e quindi espulso dalla Svizzera. Questa amara esperienza gli ispirò Addio Lugano, il più celebre tra gli inni da lui composti. Dopo brevi soggiorni in Germania e in Belgio raggiunse Malatesta a Londra e, al suo fianco, partecipò alle lotte dei lavoratori inglesi.

A Londra Gori tenne conferenze e strinse amicizia con noti esponenti dell'anarchismo internazionale come Piotr Kropotkin, Louise Michel, Sébastien Faure e Charles Malato.

Le persistenti difficoltà a procurarsi mezzi di sostentamento lo indussero ad accogliere l'invito dell'agitatore socialista olandese Domela Niewenhuis a recarsi ad Amsterdam, ma poco dopo, avendo problemi con una lingua completamente sconosciuta, decise di rientrare a Londra. Da lì s'imbarcò come semplice marinaio sulla "Neuland", navigando per i mari del Nord prima di approdare a New York, dove amici e compagni lo convinsero ad abbandonare la nave.

Iniziò allora un'intensissima attività di conferenziere e di propagandista politico attraverso le principali città degli Stati Uniti e del Canada. Tenne più di 400 conferenze, trattando di politica, poesia, cultura, filosofia, morale, geografia, facilitato dalla padronanza delle lingue francese, inglese e spagnola. A Paterson, roccaforte anarchica del New Jersey, contribuì alla fondazione della rivista La Questione sociale, pubblicò e fece rappresentare il bozzetto sociale in un atto Primo maggio.

la questione sociale

 

Nel luglio 1896 si recò a Londra per partecipare, quale rappresentante delle Trade Unions nordamericane, al congresso operaio internazionale che ripropose il duro scontro tra socialisti e anarchici e sancì la definitiva sconfitta di questi ultimi. Le amarezze politiche e il peso della frenetica attività concorsero al peggioramento della salute di Gori, minata dalla tisi. Subito dopo la conclusione del congresso venne colto da un grave esaurimento nervoso e ricoverato in un ospedale londinese. Grazie all'interessamento dei deputati G. Bovio e M. R. Imbriani poté rientrare in Italia per curarsi, ottenendo la commutazione della condanna al domicilio coatto, ancora pendente su di lui, nell'obbligo di risiedere all'isola d'Elba. Dopo una breve convalescenza, nel 1897 Gori si trasferì a Milano dove riaprì lo studio legale.

 

Tornò nelle aule di giustizia a difendere i suoi compagni di fede, tra i quali Malatesta, e riprese a collaborare con i giornali anarchici.

Nel 1898, all'inaugurazione del monumento ai martiri delle Cinque giornate di Milano, Gori, acclamato dalla folla, improvvisò un discorso non autorizzato; tale intervento figurò fra i principali capi d'accusa nel processo che seguì i moti popolari scoppiati nel corso di quello stesso anno. Il Gori venne condannato a 12 anni di carcere, in contumacia, dal momento che aveva già provveduto a espatriare. Raggiunta Marsiglia s'imbarcò per Madera e successivamente per il Sudamerica, soggiornando a Santos, a Rio de Janeiro e infine a Buenos Aires.

 

Qui tenne corsi di sociologia criminale all'università, fondò e diresse la rivista Criminologia moderna, alla quale collaborarono tra gli altri C. Lombroso, G. Ferrero ed E. Ferri. Fu tra i promotori della Federacion obrera regional argentina e, grazie al suo impulso, l'anarchismo argentino uscì dalla fase individualistica e venne definendosi come socialismo anarchico per volgersi infine verso il comunismo anarchico. Dopo aver tenuto acclamate conferenze anche in Uruguay, Paraguay e Cile, Gori, per incarico della Sociedad cientifica argentina, effettuò, insieme con il pittore A. Tommasi e il poeta C. Pascarella, una vasta esplorazione dell'Estremo australe, con esiti di grande interesse antropologico e geografico. Gori continuava intanto a interessarsi alle vicende italiane e quando, dopo il regicidio compiuto da Gaetano Bresci, montò una nuova ondata antianarchica scrisse l'opuscolo La nostra utopia, nel quale giustificava l'attentato.

Image illustrative de l'article Fédération ouvrière régionale argentine

 

Nel 1903, grazie all'amnistia che cancellava la pena del 1898, fece ritorno in Italia. Nello stesso anno fondò con Luigi Fabbri la rivista Il Pensiero, sulla quale ebbe modo di esprimere in modo organico la sua concezione del socialismo, dell'anarchismo e della lotta sindacale. Dopo aver compiuto nuovi viaggi in Egitto e in Palestina, sui quali riferì in un nuovo giro di conferenze, Gori, colpito anche da un malattia tropicale, si ritirò nuovamente all'isola d'Elba dove fu l'animatore dello sciopero dei minatori e tra i promotori della Camera del lavoro aderente all'Unione sindacale italiana.

 

Pietro Gori morì a Portoferraio l'8 gennaio 1911.

 

Giuseppe Sircana

 

 

Monumento a Pietro Gori al cimitero di Rosignano Marittimo

 

 

 

 

Fonti e Bibliografia

 

Oltre al già ricordato volume delle Opere complete, si veda ancora: Scritti scelti, a cura di G. Rose, Cesena 1968. V. Mazzoni, Pensieri. Ricordi ed opere di Pietro Gori, Pisa 1922; La vita e l'opera di Pietro Gori nei ricordi di Sandro Foresi, Milano 1948 (il volume comprende Ultime battaglie. Lettere e scritti inediti di Pietro Gori e Notizie biografiche su Pietro Gori di L. Fabbri); Commemorando Pietro Gori nel 40° della morteRoma, 1950; G. Manacorda, Il movimento operaio attraverso i suoi congressi (1853-1892)Roma, 1953, ad indicemA. Borghi, Mezzo secolo di anarchia, Napoli, 1954, ad indicem; C. Molaschi, Pietro GoriMilano, 1959 (nuova ed. Pescara 1999); E. Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, Milano, 1959, ad indicem; Rosignano a Pietro Gori, Cecina 1960; L. Cortesi, La costituzione del Partito socialista italianoMilano 1962, ad indicem; La corrispndenza di Marx e Engels con italiani 1848-1895, a cura di G. Del Bo, Milano 1964, ad indicem; A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma 1965, ad indicem; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma 1966, ad indicemG. Dinucci, Pietro Gori e il sindacalismo anarchico in Italia all'inizio del secolo, in Movimento operaio e socialista, XIII (1967), 3-4, pp. 289-301; L. Briguglio, Il Partito operaio italiano e gli anarchici, Roma 1969, ad indicem; Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo, Torino 1971, ad indicem; D. Perli, I congressi del Partito operaio italiano, Padova 1972, ad indicemV. Emiliani, Gli anarchici, Milano 1973, ad indicem; P. C. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano 1974, ad indicem; R. Paris, L'Italia fuori d'Italia, in Storia d'Italia (Einaudi), IV, Dall'Unità a oggi, 1, Torino 1975, ad indicem; P. C. Masini, I leaders del movimento anarchicoBergamo 1980, pp. 115-125; Centro studi P. Gobetti - Istituto di storia della Resistenza in Piemonte, Un'altra Italia nelle bandiere dei lavoratori, Torino 1980, ad indicem; O. Bayer, L'influenza dell'emigrazione italiana nel movimento anarchico argentinoin Gli Italiani fuori d'Italia, a cura di B. Bezza, Milano 1983, pp. 531 s., 537, 541 ss.; M. Antonioli, Pietro Gori o la breve stagione del del cavaliere errante, in Annali dell'Istitutodi storia della Facoltà di magistero dell'Università di Firenze, III (1982-84), pp. 109-133; A. Dadà, L'anarchismo in Italia: fra movimento e partito, Milano 1984, ad indicem; G. Ferro, Protagonisti del movimento socialismo socialista in Italia, Roma 1992, s. v.; M. Antonioli, Pietro Gori il cavaliere errante dell'anarchia, Pisa, 1995; R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, II, Dalle prime lotte nella Valle Padana ai fasci siciliani, Torino, 1997, ad indicemIl movimento operaio italiano. Dizionario biografico, II, ad vocem; L. Bettini, Bibliografia dell'anarchismo, I, 1-2, Firenze, 1972-76, ad indicem.

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22 luglio 2015 3 22 /07 /luglio /2015 13:12

1872: Saint-Imier, culla dell'anarchismo

È qui che tutto è iniziato... La domenica del 16 settembre 1872 si è aperta nel borgo svizzero di Saint-Imier un congresso internazionale di cui si può dire, a posteriori, che segnò la nascita del movimento anarchico organizzato. Ma non fu un congresso anarchico.

Convocato in tutta fretta, dopo la scissione avvenuta alcuni giorni prima al quinto congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori (A.I.T) all'Aia, esso raccoglie una quindicina di delegati spagnoli, svizzeri, italiani e francesi, quest'ultimi residenti in Svizzera. Molti dei partecipanti provengono dall'Aia, dove insieme a Belgi e Olandesi hanno difeso la “dichiarazione della minoranza” a favore dell'autonomia e del federalismo. Son passati per Amsterdam e Bruxelles, accolti calorosamente dalle sezioni operaie di queste città, poi per Zurigo dove hanno tenuto una riunione con Bakunin, la sezione slava della città e alcuni Italiani.

Quest'ultimi avevano costituito una federazione dell'Internazionale, un mese prima, che aveva dichiarato immediatamente di rompere “ogni solidarietà con il Consiglio generale di Londra, affermando ancor più la sua solidarietà economica con tutti i lavoratori” e proponendo lo svolgimento di un “congresso generale anti-auroritario” in Svizzera. I Giurassiani avrebbero preferito un'Internazionale che raggruppasse i lavoratori di tutti i paesi e di tutte le tendenze; ma la maggioranza del congresso dell'Aia aveva espulso James Guillaume e cercò di espellere Adhémar Schwitzguébel: non restava che andare avanti separatamente.

Già l'anno precedente, la Federazione giurassiana aveva affermato la sua autonomia al congresso di Sonvilier (un villaggio vicino a Saint-Imier), che dichiarava che “la società futura non deve essere nient'altro che l'universalizzazione dell'organizzazione che l'Internazionale si sarà data” [1]. Malgrado questo riconoscimento del grande compito della AIT, ciò le varrà i fulmini di Marx e dei suoi amici del comitato centrale di Londra.

Max Nettlau [2] distingue in questo momento tre tendenze, o per meglio dire, tre sfumature tra gli anti-autoritari: “Cafiero e i suoi compagni volevano innanzitutto l'affermazione, la propaganda e la realizzazione delle idee anarchiche attraverso l'azione rivoluzionaria e non si preoccupavano affatto di coloro che professavano delle idee meno avanzate.

James Guillaume e i Giurassiani volevano la solidarietà di tutte le federazioni dell'Internazionale nella lotta contro il capitale e il padronato e l'autonomia di ognuna nella scelta delle idee e della tattica da seguire.

A Bakunin la propaganda e l'azione nel senso delle idee anarchiche erano care innanzitutto, ma si allineò alla tattica di non isolarsi dal resto, o piuttosto dal gran numero, dagli operai, purché la libertà di ciascuno fosse rispettata” [3].

Nettlau aggiunge che “dalle discussioni di Zurigo e del Congresso internazionale di Saint-Imier risultarono due organizzazioni internazionali, una pubblica, tra federazioni dell'Internazionale, che aveva come base la solidarietà economica e l'autonomia in fatto di idee e di tattica; l'altro segreto, tra le federazioni nettamente anti-autoritarie o anarchiche, o, più esattamente, tra quelle di quelle federazioni che erano già in relazioni private con Bakunin e i suoi compagni”.

Le risoluzioni

Le risoluzioni adottate a Saint-Imier sono note: la prima riafferma i principi di autonomia e di federalismo, “prima condizione dell'emancipazione dei lavoratori”; la seconda conclude un “patto di amicizia, di solidarietà e di mutuo sostegno” tra le organizzazioni rappresentate; la terza dichiara fieramente “che la distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato” [4].

La quarta risoluzione è citata meno spesso: “la libertà e il lavoro sono la base della morale, della forza, della vita e della ricchezza dell'avvenire... Tuttavia il lavoro non può esercitarsi liberamente senza la proprietà delle materie prime e di tutto il capitale sociale, e non può organizzarsi se l'operaio, emancipandosi dalla tirannia politica ed economica, non conquista il diritto di svilupparsi completamente in tutte le sue facoltà. Ogni Stato, e cioè ogni governo ed ogni amministrazione delle masse popolari, dall'alto in basso, essendo necessariamente fondato sulla burocrazia, sugli eserciti, sullo spionaggio, sul clero, non potrà mai instaurare la società organizzata sul lavoro e sulla giustizia, poiché per la natura stessa del suo organismo è spinto fatalmente ad opprimere il primo e a negare la seconda […].

L'organizzazione libera e spontanea del lavoro dovendo essere quella che si deve sostituire all'organismo privilegiato e autoritario dello Stato politico, sarà, una volta stabilita, la garanzia permanente del mantenimento dell'organismo economico contro l'organismo politico... Lo sciopero è per noi un mezzo prezioso di lotta, ma non ci facciamo alcuna illusione sui suoi risultati economici. L'accettiamo come un prodotto dell'antagonismo tra il Lavoro e il Capitale, avente necessariamente come conseguenza di rendere gli operai sempre più coscienti dell'abisso esistente tra la Borghesia e il Proletariato, di rafforzare l'organizzazione dei lavoratori e di preparare, per mezzo delle semplici lotte economiche, il Proletariato alla grande lotta rivoluzionaria e definitiva che, distruggendo ogni privilegio e ogni distinzione di classe, darà all'operaio il diritto di godere del prodotto integrale del suo lavoro, e attraverso ciò i mezzi di sviluppare nella collettività tutta la sua forza intellettuale, materiale e morale.

La commissione propone al Congresso di nominare una Commissione che dovrà presentare al prossimo Congresso un progetto di organizzazione universale della resistenza,e dei quadri completi della statistica del lavoro nei quali questa lotta attingerà la sua luce”.

L'internazionale anti-autoritaria

Un anno più tardi, sarà uno dei temi importanti del congresso “federalista” di Ginevra, vero congresso operaio. Belgi, Olandesi, Spagnoli, addirittura alcuni Inglesi si aggiungono al nucleo iniziale, relazionano sui conflitti e i successi nei loro paesi, evocano la possibilità dello “sciopero universale”, mentre Guillaume, applaude, pensa che la statistica saprà sostituire la scienza del governo.

Per cinque anni, avente come unico principio un patto di solidarietà e di autonomia, come solo organo un ufficio di corrispondenza, le sezioni di mestiere e le federazioni si scambieranno delle informazioni, si sosteranno reciprocamente, affronteranno senza astio né preoccupazione di egemonia le questioni dell'organizzazione futura della società, della partecipazione o non alla politica, della propaganda e dell'azione, affrontare la repressione e le crisi economiche.

Il Le Bulletin de la Fédération jurassienne, [Bollettino della Federazione giurassiana] da quattro a otto pagine redatte spesso da operai orologiai, pubblicate in 600 copie nel villaggio di Sonvilier, diffonde delle corrispondenze dell'Europa e delle Americhe, la meta delle copie sono spedite all'estero; centinaia di lettere testimoniano la permanenza della sua attività [5].

File:Bulletin de la Fédération Jurassienne.png

Nascita dell'anarchismo…

Allo stesso tempo, parallelamente, l'idea di un movimento anarchico prende corpo. La parola circolava sia tra i suoi sostenitori sia tra i suoi avversari, l'Utopia faceva parte degli obiettivi di molti gruppi.

Nel settembre del 1871, la Federazione spagnola dell'Internazionale dichiarava “che la vera repubblica democratica federale è la proprietà collettiva, l'anarchia e la federazione economica, e cioè la libera e universale federazione delle libere associazioni di operai agricoli e industriali” [6].

Nella primavera del 1873, sono gli Italiani che affermano che “l'anarchia, per noi, è il solo mezzo affinché la Rivoluzione sociale sia un fatto, affinché la liquidazione sociale sia completa, […] affinché le passioni e bisogni naturali, riprendano il loro stato di libertà, compiendo la riorganizzazione dell'umanità sulle basi della giustizia” [7].

Vecchi compagni in compenso, come Benoît Malon, affermano l'impossibilità del “programma anarchico”. Ma Guillaume svi si oppongono fermamente: non vi è teoria anarchica, c'è una teoria collettivista, egli sostiene. Le federazioni del Belgio e dei Paesi Bassi abbondano in questo senso.

In Svizzera...

Nel febbraio del 1876, in un testo edito a Ginevra, François Dumartheray annuncia la prossima uscita di un “libello che tratta di comunismo anarchico”. È la prima volta che apparirva questo termine.

Il 3 marzo 1877, Élisée Reclus dà a Saint-Imier una conferenza sull'anarchia e lo Stato: dopo aver ridotto al loro reale valore le menzogne borghesi sulla parola “anarchia”, spiega il significato scientifico di questa parola, e come dobbiamo rapportarvici. Ha passato in rassegna le diverse forme di Stato – lo Stato teocratico, monarchico, aristocratico e infino lo Stato popolare -, e ha dimnostrato come quest'ultimo, “volendo il governo del popolo per il popolo, sfociasse nelel sue conseguenze logiche, se fosse stato realmente praticato, nell'anarchia […], quell'orizzonte di libertà che desideriamo per la società umana”.

Eccoci qua: anarchici, e fieri di esserlo [8]. In cinque anni, dal settembre del 1872 all'estate del 1877, il movimento anarchico ha assunto la sua identità e una vita propria. Qualificare come anarchici dei movimenti o dei militanti anteriormente a quet'ultima data è dunque un anacronismo.

Tutto è accaduto in Svizzera, grazie anche all'accoglienza di stranieri e di rifugiati politici nel paese: una situazione che, ahimè, è molto cambiata nel corso del tempo, e non soltanto nei confronti degli anarchici.

e fine dell'Internazionale

L'Associazione internazionale dei lavoratori, in quanto a esse, è moribonda. Il ramo “centralista” ha tenuto un ultimo congresso fantasma a Filadelfia, nel 1876; il ramo “federalista”, dopo un tentativo di riunire l'insieme del movimento operaio a Gand, nel 1877, si stanca dei congressi e delle corrispondenze.

Questi anni vedono anche la formazione dei partiti socialisti di tutte le sfumature e dei sindacati riformisti, il ripiegamento sulle organizzazioni nazionali, il passaggio di militanti da una corrente all'altra.

In quanto agli anarchici, fieri di esserlo, danno la priorità ai loro gruppi, al loro movimento dove tutto resta da inventare. Alche qui, occorrerà una lunga gestazione e molti tentativi.

Che senso ha oggi ricordare tutto ciò? Se non vi fosse stato il congresso di Saint-Imier nel settembre del 1872, non ci sarebbe stata la riunione internazionale anarchica che si sarebbe svolta in questo stesso villaggio, non ci sarebbe stata la cooperativa Espace noir (Spazio nero) per accoglierci. Anche se il movimento attuale non un granché a vedere con quello di più di un secolo fa: Schwitzguébel, che predicava la temperanza, sarebbe stato infastidito dalla quantità di birra che vi è stata consumata; Malatesta, che organizzava delle insurrezioni, sarebbe stato deluso nel vedere cos'è diventata l'ideologia “insurrezionalista”; Max Nettlau vi avrebbe trovato più speranza? Egli scriveva nel 1922: “Se si vuole cercare di trarre profitto dagli insegnamenti di Saint-Imier nel 1872, si potrebbe cercare di ristabilire una vera Internazionale su questa base:

solidarietà nella lotta economica contro il capitalismo;

solidarietà nella lotta contro l'autorità, lo Stato;

solidarietà nel rifiuto assoluto della guerra e delle oppressioni nazionaliste;

autonomia completa sul terreno delle idee e della tattica, il che implica il non intervento negli affari degli altri e il rifiuto di ogni monopolio e di ogni dittatura”.

Marianne Enckell (Centro internazionale di ricerche sull'anarchismo, Losanna).

La Prima internazionale

1864: Conferenza di Londra, adozione del Preambolo.

1866: Primo congresso a Ginevra, adozione degli statuti.

1867: Congresso della Lega per la pace e la libertà, poi 2° congresso a Losanna.

1868: 3° congresso a Bruxelles.

1869: 4° congresso a Basilea.

1870: Nessun congresso per via della guerra tra Francia e Prussia.

1871: Nessun congresso per via della repressione seguita alla Comune di Parigi; conferenza a Londra.

1872: 1-8 settembre, 5° congresso all'Aia in Olanda; 15-16 settembre, Congresso anti-autoritario a Saint-Imier (Svizzera).

1873: Due congressi a Ginevra, quello del ramo anti-autoritario seguito da quello del ramo detto centralista.

1876: Ultimo congresso del ramo centralista a Filadelfia.

1877 Ultimo congresso del ramo anti-autoritario a Verviers.

1922: Il 15 settembre, commemorazione del cinquantesimo anniversario del congresso di Saint-Imier. A dicembre, un congresso a Berlino rifonda l'Associazione internazionale dei lavoratori, anarco-sindicalista.

 

NOTE

[1] Circolare a tutte le federazioni dell'Internazionale, La Révolution sociale, Ginevra, 14 dicembre 1871.

[2] Max Nettlau (1865-1944), militante anarchico austriaco e storico dell'anarchismo.

[3] Max Nettlau, “Les Origines de l’Internationale anti-autoritaire”, Le Réveil anarchiste, Ginevra, 16 settembre 1922 (anno XXII, n° 597). Il giornale sarà presto accessibile in rete sul sito del Cira.

[4] Bulletin de la Fédération jurassienne n° 17-18, 15 settembre 1872 (di fatto, 1° ottobre 1872).

[5] Gli archivi della Federazione giurassiana sono soprattutto conservati ad Amsterdam (Istituto internazionale di storia sociale), e in parte anche a Neuchâtel (Fondi James Guillaume, Archivi dello Stato di Neuchâtel).

[6] Citato da Mathieu Léonard, L’Emancipation des travailleurs, [L'emancipazione dei lavoratori], Parigi, 2011, p. 293.

[7] Bulletin de la Fédération jurassienne, 1° aprile 1873.

[8] Amedeo Bertolo, “Venezia e dintorni”, Volontà, 3/1984.

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