Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 06:00

Proudhon

proudhon colori

Anarchismo o Federalismo?

 

Pierre Ansart

 

Dagli inizi delle polemiche tra marxisti e anarchici, l'opera complessa e ponderosa di Pierre-Joseph Proudhon ha suscitato molteplici giudizi perentori e contraddittori. Soprattutto, si trovano ad essere opposte due interpretazioni globali dell'opera,- la prima privilegiante le tematiche anarchiche così come Proudhon le ha sviluppate nelle prime Dissertazioni sulla proprietà, in Les Confessions d’un révolutionnaire [Le Confessioni di un rivoluzionario], del 1849 e in Idée générale de la révolution au XIXème siècle [L'Idea generale della rivoluzione nel XIX secolo], del 1851, - l’altra privilegiante come più sintetiche e significative le opere della maturità, come l'opera del 1863, Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution [Del principio federativo e della necessità di ricostituire il partito della rivoluzione] e l’opera postuma, De la capacité politique des classes ouvrières [Della capacità politica delle classi operaie].

Queste divergenze di interpretazione condussero a delle letture molto differenziate, a delle scelte differenti delle opere ritenute come importanti o secondarie. La lettura anarchizzante pone l'accento sulle dimensioni più critiche nella linea del pensiero dell a Prima memoria sulla proprietà (1840); la seconda, che possiamo qualificare come federalista, pone l'accento sulle dimensioni che Proudhon considerava egli stesso come più costruttive che critiche. Prolungando un po' questa polarità delle interpretazioni, si sarebbe portati a proporre l'immagine di due Proudhon, o, per lo meno, l'immagine di due opere, un'opera di gioventù retta dall'ardore giovanile della rivoluzione, l'altra che si attribuirebbe alla moderazione della maturità.

Le difficoltà di una simile polarizzazione sono molto numerose perché si possa sostenerla integralmente. È difficile, se non impossibile, tracciare una linea di separazione evidente tra i testi del periodo che chiameremo anarchico e i testi che si attribuibili al periodo della maturità. Il compito è irrealizzabile per la maggior parte degli articoli destinati ai giornali, a partire dal 1847. Proudhon è allora condotto, nell'effervescenza del 1848 ad affrontare molti argomento di attualità che sfuggono a una classificazione semplificante. Sempre di più, e più gravemente, l'ipotesi dualista chiude la questione delle continuità, impone lo schema di una rottura tra i due periodi e le due teorizzazioni, quello dell'anarchismo e quello del federalismo.

Desidererei riprendere queste questioni in altri termini. Interrogarci sul dinamismo, sulle ragioni del movimento intellettuale e affettivo di Proudhon, interrogarci meno su delle formulazioni provvisorie anarchiche o federaliste, ma di più sulle esigenze, sulle aspirazioni, le intuizioni e le passioni che sostengono la creatività e le scelte di Proudhon, e non soltanto sulle idee e la loro formulazione.

 

I fondamenti dell'anarchismo proudhoniano

Dovremo innanzitutto, ricordare i principi fondamentali dell'anarchismo specificatamente proudhoniano così come essi sono esposti nei testi anteriori alla Rivoluzione del 1848, poi seguire l'evoluzione del suo pensiero negli anni 1850-1860, e, infine confrontare le posizioni di questi anni e i testi della maturità nei quali il federalismo è oggetto di una elaborazione sistematica. Al termine di questo percorso, tenteremo di rispondere alle domande iniziali: vi sono due costruzioni successive nell'opera di Proudhon e due periodi di creazione quella delle Memorie sulla Proprietà [Mémoires sur la Propriété] e quella del Principe fédératif [Principio federativo], - o -, al contrario, approfondimento progressivo di una stessa teorizzazione? A seconda della risposta a questa domanda, non si potrà evitare di dare un giudizio complessivo sulla coerenza dell'opera. Potremo anche aspettarci una comprensione più precisa dei due concetti dalle loro caoparazioni.

Benché i termini anarchia e anarchismo non siano affatto presenti nel vocabolario della Prima Memoria del 1840, non per questo non vi si ritrovano espressi gli elementi critici che costituiscono l'essenziale di questo testo, tre critiche a carattere anarchico che si trovano espresse sin dalle prime pagine. Proudhon riassume, in una formula lapidaria e semplificatrice, gli stretti legami tra queste tre critiche: "Poiché la proprietà è la principale causa del privilegio e del dispotismo, la formula del giuramento repubblicano deve essere cambiata. Invece di: Giuro odio alla monarchia, oramai il recipendario di una società segreta deve dire: Giuro odio alla proprietà" [1].

E così attraverso una denuncia virulenta della proprietà, Proudhon affronta la critica dell'economia capitalista. La proprietà è davvero, come affermano i teorici conservatori, il principio, la base della società e dunque la questione più importante del problema sociale. Questo principio è stato unanimamente sostenuto nel corso della Rivoluzione del 1789, e gli anni che l'anno seguita non hanno fatto che aggravarla con l'espansione delle attività commerciali e industriali.

Proudhon, a partire da questa evidenza, associa direttamente questo richiamo dell'economia politica alla critica sociale e ai rapporti di classe. Sin dalla Prima Memoria, stabilisce uno stretto legame tra il rapporto di sfruttamento che separa i proprietari e i non-proprietari, la borghesia e la classe dei lavoratori, gli sfruttatori e gli sfruttati. Tema che sarà ampiamente sviluppato nei testi successivi e che costituisce, possiamo dire, il secondo livello di analisi della sua concezione anarchica.

Prima di continuare, poniamo la domanda del perché di queste diatribe contro la proprietà, e contro la guerra di classe. Proudhon pone la domanda fondamentale, quella della violenza, delle guerre e delle sofferenze sociali: "Da dove viene," egli scrive in Le Confessioni di un rivoluzionario, "il fatto che la società sia divisa in frazioni nemiche, intolleranti, ostinate ognuna nel proprio errore, implacabili nelle loro vendette? Dov'è la necessità per l'andamento del mondo e i progressi della civiltà, che gli uomini si detestino e si distruggano? Quale destino, quale satana ha voluto, per l'ordine delle città e il perfezionamento  degli individui, che essi non possano pensare, agire liberamente gli uni accanto agli altri, amarsi al bisogno, e in ogni caso, lasciarsi in pace?" [2].

La risposta a questa domanda, suggerisce Proudhon, sarà data dall'analisi e la spiegazione di tutte queste violenze, economiche, sociali, politiche.

Il terzo livello di analisi, quello dello Stato, e del rigetto dei suoi poteri, troverà, nei testi degli anni 1849, Le Confessioni di un rivoluzionario, e del 1851, Idea generale della rivoluzione, degli sviluppi considerevoli, ma trovano la loro prima espressione nella Prima Memoria, che fa anche della proprietà un rapporto politico in quanto generatrice dei rapporti di potere e fonda anche, secondo l'espressione impiegata, il dispotismo.

Infine, per caratterizzare più precisamente l'anarchismo proudhoniano, converrebbe associare, a queste tre negazioni, l'insieme delle illusioni, delle affermazioni menzognere, della sacralizzazioni che accompagnano questi tre pilastri di una società alienata (dal Capitale, la divisione tra le due classi sociali, dallo Stato infine e i suoi prestigi), ma le tesi anarchiche, trovano in queste tesi iniziali, i loro argomenti essenziali. La critica dello Stato, così come essa è espressa nella Prima Memoria, annuncia la teoria del deperimento e del rifiuto dello Stato, la teoria della sparizione dello Stato nella Rivoluzione democratica e sociale. Le Confessioni di un rivoluzionario scritte in una specie di rabbia all'indomani della sconfitta di una rivoluzione sociale sperata, sviluppa queste tesi con una virulenza rinnovata: "Chi dunque oserà dire infine: Tutto per il popolo e tutto attraverso il popolo, anche il governo" [3].

Questa eliminazione dell'alienazione politica non è soltanto un desiderio conforme alle esigenze della giustizia e dell'eguaglianza, essa prolunga la divisione sociale che si approfondisce attraverso le rivoluzioni successive e che separa due sfere: quella dei poteri e dello Stato, da una parte, e, dall'altra, il mondo del lavoro, della produzione, il mondo dei lavoratori. In Le Confessioni di un rivoluzionario, Proudhon impiega la parola Costituzione per designare due realtà opposte: "Distinguo in ogni società due specie di costituzioni: una che io chiamo la costituzione SOCIALE, l'altra che è la costituzione POLITICA; la prima, intima all'umanità, liberata, necessaria, e di cui lo sviluppo consiste soprattutto a indebolire e eliminare a poco a poco la seconda, essenzialmente falsa, restrittiva e transitoria. La costituzione sociale non è altra cosa se non l'equilibrio degli interessi fondato sul libero contratti e l'organizzazione delle forze economiche che in generale sono: il Lavoro, la Divisione del lavoro, la Forza collettiva, la Concorrenza, il Commercio, la Moneta, il Credito, la Proprietà, l'Eguaglianza nelle transazioni, la Reciprocità delle garanzie, ecc. La costituzione politica ha come principio l'AUTORITÀ, le sue forme sono: la Distinzione di classe, la Separazione dei poteri, la Centralizzazione amministrativa, la Gerarchia (...). Queste due costituzioni (...) sono di natura assolutamente diversa e anche incompatibile" [4].

Si vede come l'anarchia, lottando contro l'alienazione politica, tende a liberare le forze sociali da poteri alienanti, come, anche l'anarchismo tende a spiegare gli odi e le violenze e progetta di dissolverli. La rivoluzione sociale, distruggendo l'alienazione politica avrebbe anche come effetto di eliminare gli odi legati alle ineguaglianze del potere, alle sottomissioni, alle dipendenze e alle impotenze.

Le pagine delle Confessioni dedicate soprattutto alla narrazione degli avvenimenti politici degli anni 1848-49, descrivono anche, con uno schizzo rapido, le rivoluzioni precedenti, 1789 e 1830. Ed è in un passaggio dedicato alla rivoluzione del 1789, che Proudhon introduce la parola FEDERAZIONE in un senso positivo, per evocare soprattutto la festa della Federazione del 14 luglio 1790. Alcune righe dopo, associa la parola Fraternità alla parola federazione, in questi termini: Nel 1789 "Le federazioni o fraternità si formarono spontaneamente da tutte le parti; esse provavano che la sovranità del popolo non è altra cosa che l'armonia degli interessi, risultanti da un libero contratto e che la centralizzazione dei poteri (…) è l'alienazione stessa delle libertà" [5].

Frase scritta nel 1849 e che annuncia precisamente le tesi che formeranno che formeranno la trama teorica di quelle che saranno esposte nel 1863 in Il Principio Federativo.

 

La scelta lessicale di Proudhon 

Si tratta di un momento importante e rivelatore nell'evoluzione di Proudhon verso un certo federalismo. Si produce, infatti, nel vocabolario di Proudhon e nell'uso che egli fa di questa parola, una scelta originale che richiede una spiegazione. Associare, rendere sinonimi questi due termini (federazione e fraternizzazione) annuncia una rottura con l'uso corrente. Infatti, nel linguaggio comune così come nel vocabolario giuridico, la federazione designa un tipo di regime politico, e non implica affatto un regime socio-affettivo particolare il cui modello sarebbe dato dai legami fraterni all'interno di una famiglia.

Designando la federazione come una comunità d'intenti, egli si oppone al linguaggio corrente che fa della federazione uno dei regimi politici e rifiuta la confusione tra il federativo e l'alienazione politica. Se si prende in conto il vigore della denuncia dell'oppressione politica, si misura l'importanza di questa nuova definizione dei rapporti federativi.

Per capire meglio questo cambiamento di vocabolario, è utile rievocare degli avvenimenti che si sono verificati in precedenza nella Federazione svizzera. Nel settembre del 1845, i sette cantoni cattolici della Confederazione avevano formato una lega - il Sondebund - per protestare contro una decisione del Consiglio federale. Quest'ultimo, in violazione dei diritti dei cantoni in materia religiosa, aveva deciso l'espulsione dei Gesuiti su tutto il territorio della Svizzera (si trattava, nei fatti, di un'episodio nel conflitto che opponeva allora i sostenitori della centralizzazione contro i difensori delle libertà tradizionali e federaliste).

In Francia, la maggioranza dei giornali, dei politici, e la maggior parte dei socialisti prendevano parte per i centralizzatori svizzeri e contro il Sondebund.

Ora, Proudhon; (ed è la cosa che più ci interessa in questo episodio), sin dall'inizio di questa polemica, insorge contro l'atto di forza del consiglio federale, e prende la difesa dei Gesuiti che non esita a considerare come egli stesso dice, "più progressisti dei loro avversari". Nell'agosto del 1847, scrive ad un amico svizzero: "Deploro i dissensi che minacciano incessantemente di rovinare la vostra buona e felice Svizzera. Siete oggi la nazione meglio piazzata per tentare il futuro, dare lezione ai popoli e ai governi; è scritto che vi esaurirete in una vana imitazione delle nostre utopie politiche, costituzionali e parlamentari?" [6].

Dichiarazione non resa pubblica ma senza amnbiguità, favorevole al federalismo e esplicitamente critica nei confronti dei regimi centralizzatori. Ora Proudhon non prosegue, allora, queste riflessioni e sembra, durante tutto il periodo rivoluzionario del 1848, disinteressarsene. Abbiamo così una cronologia singolare dell'uso del nome: nel 1840, in pieno periodo anarchico, la parola federazione non appariva nel suo vocabolario; è più tardi, mel corso del 1847, che egli comincia a farsene una preoccupazione e vi dedica numerose note nei cui Carnets come se proseguisse, per se stesso, la sua riflessione sull'argomento.

Ma, con la Rivoluzione del 1848, l'interesse per il federalismo scompare, se non in brevi allusioni, come abbiamo appena visto nelle Confessions. La questione del federalismo ritorna con forza dopo il 1860 quando Proudhon ha lasciato Parigi nel 1858 e si è rifugiato a Bruxelles per sfuggire alla polizia e alla sua nuova condanna a 3 anni di prigione. Tutti i biografi sono d'accordo per attribuire la ripr5esa della riflessione sul federalismo alla congiuntura politica (unificazione dell'Italia, progetti di unificazione in Germania...) ma questa congiuntura non rende conto a sufficienza del percorso del pensiero di Proudhon su questo argomento.

Come spiegare questo lungo silenzio di Proudhon che, nel 1847 prende vigorosamente parte, nella sua corrispondenza, nei suoi Carnets, per il federalismo, contro la centralizzazione politica, e che non rende pubbliche queste posizioni politiche se non 14 anni dopo, nel 1861 nel suo grosso volume La Guerre et la Paix, e più esplicitamente due anni sopo nella sua opera Du principe fédératif?

Potremmo effettuare su questo argomento due osservazioni, la prima sui significati, sugli usi pubblici della parola, negli anni successivi alla Rivoluzione del 1789 - l'altra sul senso della parola nel vocabolario di Proudhon.

Prima della Rivoluzione, il vecchio uso della parola foedua (unione, essere legati attraverso alleanza) è usato per designare l'unione che i villaggi di una valle, per esempio, o di città vicine contraggono, federandosi contro una minaccia, contro il signore locale ad esempio. Ma la parola assume dei significati nuovi in funzione delle evoluzioni politiche.

Alla vigilia della Rivoluzione, nel 1788-89, in occasione della redazione dei Cahiers de doléances [Quaderni di lamentele], si formano delle federazioni, delle città si associano, la Festa della Federazione, il 14 luglio 1790 corona questo movimento sociale che sarà magnificato da Jules Michelet. Ma durante le tensioni tra Giacobini e Girondini quest'ultimi sono accusati di simpatia per una repubblica federativa e sospettati di progetti contro rivoluionari.

L'aggettivo "federato" designa anche le guardie nazionali che si riunirono al Campo di Marte nel luglio del 1790; ma anche i corpi di volontari arruolati dall'Imperatore durante i Cento giorni. Dopo tante polemiche e confusione, le parole Federazione, Federati, Federalisti, erano diventati sospette e, per molto tempo, incomprensibili. Si può pensare che Proudhon, nel 1850-1860, non abbia desiderato di riprendere un termine così carico di contraddizioni e di violenze verbali, un termine così svalutato.

Sarà stato, ispirato, in questi cambiamenti di vocabolario, dall'antica tradizione che, dai tempi delle città greche, poteva essere fonte di riflessione sulle federazioni e le loro trasformazioni? Possiamo dubitarne: non cita mai il pensiero di Montesquieu e, se si dovesse cercare delle influenze sulla sua riflessione, si dovrebbe piuttosto riprendere la sua corrispondenza e i suoi scambi con i suoi amici, come Giuseppe Ferrari.

La mia seconda osservazione preliminare riguarda la parola "Federazione" e il significato che Proudhon privilegerà. Questo termine può designare un regime politico esistente che comporta le sue regole e le sue gerarchie, ma può porre anche l'accento sulle azioni collettive che portano all'edificazione di una federazione: sul fatto di "federarsi". Proudhon utilizza questi due significati secondo le situazioni e le congiunture ma, nella prospettiva storica e dinamica che è la sua, è proprio su questo processo di creazione che egli pone l'accento e sulla sua "spontaneità". Quando egli ricorda il movimento collettivo che portò i cittadini, nel 1788-89, a formare delle federazioni, è proprio da questo processo attivo e creativo che si tratta: i cittadini si sono allora, essi stessi, federati. In Il Principio federativo, scrive, riferendosi al futuro: "essi si federeranno...".

 

 

Quali conclusioni provvisorie?

 

Quali conclusioni (provvisorie) possiamo tratte da queste riflessioni, per quanto riguarda l'anarchismo e il federalismo?

Proudhon ha trattato tanti temi, sollevato tante questioni, che si potrebbe compilare una lista impressionante di argomenti sui quali non ha esitato a rettificare le sue opinioni.

Era spinto dalla diversità delle questioni poste dall'attualità

 

 

 

 

posées par l’actualité révolutionnaire autant que par sa propre avidité à y répondre. Son propre penchant aux formules tranchantes (La propriété, c’est le vol… Dieu, c’est le mal) incitent le lecteur à la simplification d’une pensée, en réalité, complexe et nuancée.Mais ces changements ou rectifications ne doivent pas dissimuler les continuités sélectives depuis les premières affirmations anarchistes jusqu’aux thèses fédéralistes.

La dénonciation virulente de la propriété capitaliste qui constitue le premier thème de l’anarchisme ne donne pas lieu, dans les œuvres de la maturité, à des répétitions explicites. Cette critique est tenue pour acquise et surmontée dans la réalisation de la « Fédération agricole industrielle » placée à la base de l’édifice fédéral. La révolution sociale et économique, en suscitant ses multiples associations de production, dissiperait les possibilités d’accaparements financiers propres à un régime dépassé.

Il en est de même pour le deuxième thème de l’anarchisme, celui du « vol » capitaliste et de la division en deux classes qui en est la conséquen- ce Ce ne serait qu’en cas d’échec de l’évolution vers la fédération que le retour à la division en classes rivales pourrait se renouveler.

Par contre, la généralisation du principe fédératif à la totalité du système social et politique remet en question la nature et les fonctions de l’Etat. Alors que l’Etat, dans les régimes de féodalité ou de démocratie tradition-nelle tend à se saisir de tous les pouvoirs et à constituer ou reconstituer le despotisme, l’Etat d’un régime fédéral se trouve face à tous les contre-pouvoirs d’une société de liberté. Cette question de la délimitation du rôle de l’Etat est, écrit Proudhon, « une question de vie et de mort pour la liberté collective et individuelle7 »

« Le contrat de fédération, dont l’essence est de réserver toujours plus aux citoyens qu’à l’Etat, aux autorités municipales et provinciales plus qu’à l’autorité centrale pouvait seul nous mettre sur le chemin de la vérité. Dans une société libre, le rôle de l’Etat ou Gouvernement est par excellence un rôle de législation, d’institution, de création, d’inauguration ; - c’est, le moins possible un rôle d’exécution8 ».

Proudhon poursuit en donnant l’exemple de la monnaie. Dans un univers de fédérations, il entrerait, parmi les fonctions de l’Etat, de fixer les valeurs et les divisions des monnaies :

« C’est l’Etat qui fixe les poids et mesures, qui donne le module, lavaleur et les divisions des monnaies9 »

écrit Proudhon dans le Principe fédératif. Mais le rôle de l’Etat se limiterait strictement à cette fonction d’initiation ; la fabrication des pièces ne relevant ensuite que des entreprises locales. En fait, le danger d’extension des pouvoirs, le danger d’expansion de l’emprise gouvernementale est permanent et c’est à l’esprit anarchiste d’exercer la vigilance nécessaire.

« Dans la fédération, le principe d’autorité étant subalternisé, la liberté prépondérante, l’ordre politique est une hiérarchie renversée dans laquelle la plus grande part de conseil, d’action, de richesse et de puissance reste aux mains de la multitude confédérée, sans pouvoir jamais passer à celles d’une autorité centrale10.

La notion même de gouvernement change radicalement de sens. Il ne s’agit plus d’un « pouvoir » mais, l’autorité étant « subalternisée », les fonctions autrefois dominantes cèdent place à l’ensemble des fonctions générales d’administration des échanges entre les fédérations et les confédérations.

Ainsi, ne peut-on aucunement confronter et comparer les positions et critiques à caractère anarchiste et les développements exposés dans le « Principe fédératif ». Il s’agit, dans les Mémoires sur la propriété ou dans Les Confessions d’un révolutionnaire, de recherches critiques sur les réalités économiques et politiques des temps présents. Dans le Principe fédératif, tout au contraire, et comme l’indique bien le titre de l’ouvrage, il s’agitd’une réflexion résolument théorique sur ce que serait une logique socio-politique étendue à l’ensemble d’une société, et même à l’universalité des sociétés politiques. De plus, les oppositions entre ces sociétés, réelles et imaginées, ne sont aucunement secondaires ou de détail, mais en oppositions radicales. Proudhon ne cesse de confronter les régimes par les antinomies entre les régimes centralisateurs et les régimes décentralisés, entre les systèmes de classes antagonistes et les systèmes égalitaires.

Ces deux modes de raisonnement conduisent, éventuellement, à ce qui peut apparaître comme des contradictions. On le voit bien dans les réflexions concernant l’Etat au sujet duquel Proudhon peut, dans Les Confessions d’un révolutionnaire, affirmer que l’Etat est nécessairement porté à l’extension de l’emprise, de la répression et, dans le Principe fédératif, insister, tout au contraire, sur son action positive, dans le cadre des liens d’égalité dans l’administration des rapports de confédérations pacifiques.

La contradiction n’est cependant qu’apparente. Proudhon oppose, en effet, deux approches opposées. Il veut clairement démontrer qu’un Etat unitaire et centralisé est inéluctablement porté à poursuivre son expansion et à renforcer ses oppressions et que, d’autre part, un Etat fédéral et dé- centralisé sera porté, au contraire, à multiplier ses actions dans le sens des libertés individuelles et collectives.

Par delà ces contradictions apparentes, les deux approches se confirment l’une l’autre. Elles poursuivent le même but, celui de démontrer combien la révolution démocratique et sociale répondrait aux aspirations collectives.

Comme on l’a souvent évoqué, la Commune de Paris, en 1871, n’a-t-elle pas été, par la spontanéité des fraternisations, par la recherche des liens de fédérations et de confédérations, une confirmation historique des thèses et des intuitions proudhoniennes?

NOTE

 

[1] Qu’est-ce que la propriété? Premier mémoire, Ed. Marcel Rivière, p. 286.

[2] Confessions d’un révolutionnaire, p. 69.

[3] Ibid., p. 83.

[4] Ibid., p. 217. 

[5] Ibid., p. 87- 88.

[6] Cor., t. III, p. 391.

[7] Du principe fédératif, p. 326.

[8] Ibid.

[9] Ibid. p. 327.

[10] Ibid. p. 409.

 


LINK al post originale:
Repost 0
Published by Ario Libert - in Approfondimenti
scrivi un commento
31 gennaio 2015 6 31 /01 /gennaio /2015 06:00

Cronstadt e l'Opposizione operaia

 
Chliapnikov e Kollontai denunciano l'isolamento del partito
 
[...]
 
Chliapnikov passa in seguito alle nomine d'ufficio che il Comitato centrale estendeva sempre più a tutti gli ingranaggi del Partito, dei soviet e dei sindacati, sostituendosi così ai comitati locali e regionali e, naturalmente, alle organizzazioni di base:
 

I metodi di lavoro del Partito hanno bisogno anch'essi di essere modificati da cima a fondo. Bisogna farla finita con la direzione unipersonale, con la tendenza di porre tutto nelle mani dei delegati del centro designati dal Comitato centrale e investito di pieni poteri (...). Il C. C. non è mai venuto in aiuto agli organismi locali, non si è mai preoccupato di educare i loro militanti. Le cose non possono continuare ad andare così come vanno in questo momento: non è possibile fare affidamento unicamente su dei delegati del centro designati d'ufficio. Questo modo di procedere porta al fatto che tutte le alte sfere del Partito e dell'amministrazione sovietica, sono sempre gli stessi, poco numerosi, sovraccaricati di compiti e privi di energia che si cambia da un posto all'altro. Si parla molto di mettere a profitto l'esperienza delle organizzazioni locali, ma si fa molto poco in questo senso.

 

Chliapnikov concluderà indicando in quale modo lui e i suoi militanti dell'Opposizione operaia intendono la disciplina e l'unità del Partito:

 

Consideriamo come necessarie la disciplina e l'unità del Partito; ma non vogliamo che i legami (tra la base e il centro) siano di natura semplicemente formali, ma tornino ad essere ciò che erano un tempo, la disciplina e l'unità del Partito; ma vogliamo che i rapporti (tra la base e il centro) non siano semplicemente puramente formali, ma ridivengano ciò che un tempo erano, dei rapporti organici... Quando visitiamo le fabbriche e quando riceviamo i delegati sindacali da tutte le parti del paese, ne capiamo le necessità: ma non cediamo al panico e non ci precipitiamo, come molti compagni che perdono la testa, nell'ufficio di Vladimir Illich: proponiamo (a coloro che si rivolgono a noi) delle misure pratiche per risanare i nostri ranghi e far passare una corrente di aria fresca nei nostri rapporti (con la base). Se volete taglaire con le masse, se volete rompere con l'elemento rivoluzionario, continuate ad agire come state facendo e come avete fatto sino ad ora. Aggiungeteci la caccia all'Opposizione operaia e le insinuazioni di ogni genere. Riteniamo che volgere la schiena all'elemento proletario, che i contro-rivoluzionari cercano oggi di sfruttare contro di noi, significhi perdere la partita. Non dobbiamo bendarci gli occhi davanti al movimento spontaneo  che ha dilaga in questo momento nell'intera Russia; dobbiamo al contrario studiarne le cause e forse scopriremo che i responsabili di questo movimento, sono i nostri organismi centrali e i loro metodi.

 

Dopo questo discorso dove, durante il quarto d'ora di cui disponeva, Chliapnikov difese il programma della Opposizione operaia illustrandone con fatti precisi le critiche da essa formulate, si ascoltarono un certo numero di oratori (Ossinski, Sovnoski, Milonov, Riazanov, Perepechko, Minine, Rafaïl) e la parola fu data a  Alexandra Kollontai. Essa attirò subito l'attenzione del Congresso sui mezzi posti in opera per imgannare il Partito:

 

Sulla copertina del mio libello, La Opposizione operaia, edita dalle Edizioni di Stato, è indicato che esso esso è stato stampato in 1.500.000 di copie, da cui risulta che avrebbe beneficiato di una diffusione più vasta di qualsiasi altro libello ufficiale. In realtà . In realtà la sua tiratura è stata di 1.500 copie e ottenute anche con grande faticaSi sono semplicemente aggiunti tre zeri...

 

Dopo questa... messa a punto, Alexandra Kollontaï risponderà a Riazanov che, nel suo intervento, le aveva rimproverato di aver scritto nel suo libello che "gli operai conducono in Russia un'esistenza scandalosamente miserabile":

 

Tutti i militanti che sono in contatto con la massa conoscono le condizioni orribili in cui si trovano i nostri compagni operai. Nasconderlo è impossibile; si deve al contrario mettere questo male a nudo e mostrare che sino ad ora vi si è data poca attenzione; assorbiti da pesanti compiti, non ci siamo occupati sufficientemente su questo fondamentale problema, e cioè, il miglioramento delle condizioni d'esistenza degli operai in correlazione con il restauro della nsotra economia nazionale.

 

E Alexandra Kollontai se la prenderà con il rapporto fatto la vigilia da Lenin a nome del C. C. Gli rimprovererà di essesi mostrato poco prolisso sui gravi avvenimenti in corso:

 

Dirò senza indugi che malgrado tutto ciò che ognuno di noi prova per Vladimir Ilich – e penso che ognuno di noi in fondo al suo cuore ha per lui un sentimento unico - non si deve nascondere che il rapporto che egli ha presentato ieri ha soddisfatto poche persone. E anche se questo non è stato espresso (a questa tribuna), i compagni qui presenti aspettavano certamente da lui ben altro che avrebbe apportato una risposta agli avvenimenti che si svolgono nella nostra Russia sovietica, nella nostra Russia laboriosa: avvenimenti pesanti di conseguenze. Ci aspettavamo cge di fronte alla più alta istanza del Partito, Vladimir Ilich, ne scoprisse e mostrasse la vera natura e ci dicesse quali misure il C. C. conta adottare per impedirne il ritorno. Vladimir Ilich ha eluso la questione di Kronstadt e quella delle agitazioni di Pietrogrado e di Mosca. A queste questioni egli non ha dato nessuna risposta. Lo farà forse nel suo discorso finale. Nessuno contesterà, e il C. C. stesso l'ha riconosciuto nelle sue mozioni, che stiamo attraversando una grave crisi. Se non fosse così, il C. C. non avrebbe portato la questione di fronte al Congresso (…). Cosa ha determinato questa crisi? Da una parte, delle cause esterne (delle difficoltà che, in gran numero, sono sorte davanti a noi) e dall'altra delle cause interne, in primo luogo, il cambiamento constatao nella composizione sociale del nostro Partito. Nessuno sospetterà il compagno Smilga di essere un sostenitore dell'Opposizione operaia eppure se è dovuto che quest'ultima, per quanto "pugacevista" essa sia, abbia tenuto il linguaggio che ci ha appena fatto ascoltare questo compagno. Ci ha detto che il tipo del vecchio militante è scomparso e che abbiamo ora dei governanti e dei governati, gli uni in alto, gli altri in basso, e ci ha citato un mucchio di esempi, che non riprenderò, per appoggiare la sua critica spietata della situazione che si è creata all'interno del Partito.

 

Alexandra Kollontaï parlerà dell'epurazione del Partito e soprattutto in caso di non gradimento, del trasferimento in regioni remote, dei militanti che non condividono mil modo di vedere del C. C.:

 

L'essenziale è che il Partito abbia gli occhi ben aperti su questa crisi e che riconosca che un mucchio di elementi che ci sono estranei si sono intrufolati tra noi; che riconosca anche che le decisioni prese per quel che concerne l'epurazione dal Partito restano sulla carta e non sono applicate. Vorrei inoltre chiedere al C. C. perché non è stato dato seguito sinora alla decisione del VIII Congresso di epurare il Parti? Perché anche la decisione della Conferenza di settembre (1920) che ordinava che fosse posta fine all'invio nelle regioni remote di compagni che hanno un'opinione diversa da quella del C. C. è rimasta lettera morta? Ora sappiamo che dietro il sipario i compagni sono presi di mira e classificati in due categorie: quelli che si devono lasciare al loro posto e quelli che si devono inviare lontani dalle masse sulle queli essi hanno un'influenza.

 

Alexandra Kollontai giustificherà in seguito con degli esempi la proposta della Opposizione operaia di far controllare i dipartimenti economici da un Congresso dei produttori i cui delegati sarebbero stati designati dai sindacati d'industria. Aggiungerà inoltre:

 

Il compagno Lenin ha dichiarato che non abbiamo saputo prevedere in tempo, voluto la crisi e quella del combustibile. Ma è con ragione che le operaie ci rispondono, quando riportiamo loro queste informazioni: "A cosa serve essere il governo se non sapete analizzare la situazione politica, se non sapete risolvere le questioni economiche e se sapete valutare così poco le nostre riserve di combustibile che due o tre pertubazioni nei trasporti bastano a provocare una crisi di quest'ampiezza?".

 

Prima di concludere, Alexandra Kollontai denuncerà una volta ancora la burocrazia e insisterà sulla necessità, per il C. C., di appoggiarsi sull'iniziativa delle masse:

 

Pongo di nuovo la questione al C. C.: Cosa ha fatto per creare delle condizioni che permettano alle masse di dar libero corso alle loro iniziative? Ad ogni Congresso, ad ogni conferenza del Partito, si parla di questa iniziativa e si votano delle risoluzioni. Alla Conferenza di settembre, il compagno Zinovev si è fatto in quattro per fare l'apologia di questa iniziativa. Ma cosa ha fatto il C. C. per concretizzarla nel paese, per facilitarla non soltanto nelel masse, ma presso i militanti del Partito? Avete, compagni del C. C., chiarito questa questione sulla stampa, inviato delle istruzioni, delle circolari che sottolineassero l'urgenza delle decisioni in tal senso? In questo campo, nulla è stato fatto, tranne alcuni articoli ufficiali che non menzionano la minima pratica in grado di dare alle masse la possibilità di manifestare la loro iniziativa.

 

E Alexandra Kollontai terminando mostrerà la sfiducia nutrita da parte del C. C. nei confronti delle masse:

 

La disgrazia è che sentiamo una sfiducia che non non auspichiamo nei confronti delle masse, e che sentiamo anche che quest'ultime si allontanano da noi. Nelle riunioni, non appena si parla di un comunista che ha la fiducia delle masse, è per sentir dire che quest'ultimo non ha nulla del comunista, che non è come gli altri, il che spiega la fiducia operaia di cui gode. Ciò dimostra che in Russia i comunisti sono una cosa e che la massa è un'altra.

 

La replica di Lenin non si farà aspettare. Dopo l'intervento di Iarolavski che, alla tribuna, succederà ad Alexandra Kollontai, Lenin prenderà la parola per rispondere ai rappresentanti dell'Opposizione operaia. Daremo l'essenza del suo discorso che, con le decisioni che prenderà, peserà pesantemente sull'evoluzione della vita interna del Partito e, in tempi più lunghi, sulla sorte delle popolazioni operaie e contadine soggette al suo controllo.

 

Marcel Body

 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

Cronstadt et l'opposition ouvrière

Repost 0
Published by Ario Libert - in Fascismo rosso
scrivi un commento
8 dicembre 2014 1 08 /12 /dicembre /2014 06:00

L'Enciclopedia anarchica di Sébastien Faure

encyclop.anar_ter.jpg

La "Enciclopedia anarchica", realizzata da Sèbastien Faure, è stata, dal 2010, digitalizzata e posta in rete su un sito da cui è possibile la consultazione on line con motore di ricerca.

Era ora di segnalarlo e di salutare allo stesso tempo il notevole lavoro dei redattori dell'Enciclopedia, importante opera in quattro volumi, e quello, non meno meritorio, degli autori che l'hanno posta in rete.

"Questa notevole opera di 2.893 pagine è il più importante contributo al movimento libertario in Francia. Inizialmente previsto in 5 volumi, soltanto il primo, costituito da 4 tomi, fu portato a termine.

La stampa di questa Enciclopedia è stata terminata l'8 dicembre 1934 da E. Rivet, editore, 21, ancienne ruote d'Aixe, a Limoges.

Benché non ci riproponiamo lo scansionamento del libro, si tratta in questo caso di un'opera molto rara e molto costosa. Sino ad ora estremamente rara sia da acquistare sia alla consultazione. Eccola infine, dal 2010, digitalizzata integralmente e a disposizione di tutti, grazie al lavoro dei compagni della "Fédération Anarchiste" e di simpatizzanti.

encyc-4-voll-jpg

Questa enciclopedia espone il punto di vista degli anarchici sintetisti francesi, corrente che raggruppava individualisti, comunisti e sindacalisti, degli anni trenta del secolo scorso su numerose questioni. Benché fosse nell'insieme rappresentativo del pensiero anarchico, alcuni punti sono oggi superati, altri suscitavano già il dibattito all'epoca. Ad esempio, un articolo come "Maltusianesimo" non aveva consenso quando fu scritto ed è oggi molto poco rappresentativo delle idee anarchiche, dal momento che la storia ha aiutato il nostro pensiero a evolversi. Alcuni articoli danno una definizione adatta al pensiero strettamente individualista, altri sono affrontati dal punto di vista comunista-libertario o anche anarco-sindacalista, secondo le tendenze dell'autore dell'articolo.

L'Enciclopedia Anarchica permetterà dunque al neofita di documentarsi seriamente su un grande piano del pensiero anarchico, e darà materia di discussione".

 

Il piano generale dell'Enciclopedia

Destinata a riunire ed esporre, per quanto possibile, i principi, le tendenze, lo scopo e i metodi dell'anarchismo dell'Anarchismo, questa Enciclopedia doveva comprendere cinque parti:

La prima parte, consisteva in un Dizionario anarchico, in cui gli aspetti filosofici e dottrinali dell'anarchismo erano esposti principi, teorie, concezioni, tendenze e metodi del pensiero e dell'azione veramente rivoluzionari.

La seconda parte, doveva occuparsi del pensiero e dell'azione anarchici, paese per paese.

La terza parte della vita e delle opere dei principali militanti appartenuti o appartenenti al movimento anarchico: filosofi, teorici, scrittori, oratori, artisti, agitatori, uomini d'azione, in ordine alfabetico.

La quarta parte, dove trattare della vita e delle opere degli uomini che, senza essere propriamente parlando degli anarchici, hanno, tuttavia, nel campo della Filosofia, della Scienza, delle Lettere, delle Arti e dell'Azione, contribuito all'emancipazione umana attraverso a loro lotta contro l'abitudine mortifera, contro le tradizioni paralizzanti, contro i metodi e forze sterilizzanti del loro tempo, in ordine alfabetico.

La quinta parte, avrebbe dovuto trattare dei cataloghi dei libri, libelli, giornali, riviste e pubblicazioni di ogni genere, di propaganda anarchica ordinata per paese e per lingua).

 

Nel primo paragrafo; Sébastien Faure precisa lo spirito generale del progetto:

Faure_Sebastien.jpg"Da una parte, tutte le tendenze, tutte le tesi che, nel loro insieme, costituiscono l'anarchismo, vi saranno imparzialmente esposte. Eliminare, dei propositi deliberati, una sola di queste tesi, equivarrebbe a fare opera di parte e non di educatori coscienziosi: equivarrebbe a togliere a questo movimento, una parte della sua ampiezza, della sua imponenza; equivarrebbe a mutilare volontariamente l'anarchismo, privandolo di uno dei suoi tratti distintivi.

Sotto pena di essere incompleta e di tradire il suo scopo, questa Enciclopedia deve essere il riflesso di tutte le concezioni che si ispirano all'anarchismo; deve lasciare a ciascuno dei suoi lettori, la cura di scegliere tra le diverse tendenze e di allinearsi a quella che, ai suoi occhi, si avvicina di più in esattezza, e quadra meglio con il suo temperamento.

Nemico di ogni costrizione, l'anarchico non si impone mai: espone, propone, attira l'attenzione, provoca la riflessione, suscita la meditazione. Quando invita a pronunciarsi, coloro che lo ascoltano o lo leggono, si ritengono autorizzati a farlo solo dopo aver posto i suoi lettori o i suoi ascoltatori di fronte agli aspetti molteplici e a volte opposti della tesi sottoposta all'esame e alla controversia. Si opporrebbe contro l'essenza stessa dell'anarchismo se, per far trionfare il suo proprio punto di vista, passasse sotto silenzio gli altri o, con la sua propria autorità, ne soffocasse l'espressione".

 

Successivamente Sébastien Faure indica le qualità dei redattori della Encyclopédie [1]:

"Ho chiesto: al filosofo di svelarci la profondità, la sottigliezza e la giustezza delle sue riflessioni; al sociologo di concederci il frutto dei suoi studi; all'uomo di scienza di farci beneficiare delle sue ricerche e constatazioni; allo scrittore di informarci sui tesori d'immaginazione e di sapere che racchiudono le biblioteche; all'artista di farci conoscere e amare le meraviglie dove si rivela il senso puro della bellezza; al medico di insegnarci l'arte di lottare contro le malattie che decimano la specie e, attraverso l'igiene, di dotare gli umani della robustezza e della resistenza desiderabili; all'educatore di iniziarci al delicato problema della formazione delle intelligenze che si svegliano, dei giudizi che si formano e dei cuori che sbocciano.

Ho chiesto al "Senza-Dio" di indicarci i motivi profondi del suo ateismo, al "Senza-Patria" di esporci le cause del suo antipatriottismo; al "Senza-Stato" di farci conoscere le ragioni del suo antistatismo; al "Senza-Proprietà" di dirci il perché del suo anticapitalismo, al "Senza-Padroni" di aprirci il cuore afinché vi potessimo scoprire le potenti molle delle sue accanite rivolte".

 

 

NOTE

[1] Jeanne Humbert, nel suo libro su Sébastien Faure (Sébastien Faure, l'homme, l'apotre, une époque, Parigi, Editions du Libertaire, 1949), cita tra i redattori della Encyclopédie, oltre allo stesso Faure:

"Charles Alexandre, P. Archinoff, E. Armand, Louis Barbedette, Camille Berneri, L. Bertoni, Pierre Besnard, Ch.-A. Bontemps, Charles Boussinot, Pierre Comont, A. Daudé-Bancel, E. Delaunay, G. de Lacaze-Duthiers, Manuel Devaldès, Amédée Dunois, Dr Elosu, J. Estour, E. Fournier, G. Goujon, Virgilio Gozzoli, Paul Gille, E. Gross-Fulpius, L. Guérineau, Han Ryner, G. Hardy, Hem Day, A. Hilkoff, Eugène Humbert, Aristide Lapeyre, Lashortes, Lucien Léauté, Dr Legrain, Suzanne Levy, Stephen Mac Say, Errico Malatesta, Jules Méline, Victor Méric, Charles Mochet, Paul Morel, Max Nettlau, Raoul Odin, Dr Marc Pierrot, Madeleine Pelletier, Georges Pioch, Dr Axel A. R. Proschowsky, Paul Reclus, Eugen Relgis, Louis Rimbauld, Dr G. Riquoir, Charles Rist, Edouard Rothen, Elie Soubeyran, Frédéric Stakelberg, Tiburce, Hugo Treni, René Valfort, Madeleine Vernet, Georges Vidal, Paul Vigné d’Octon, Voline, Georges Yvetot, etc.".

Repost 0
Published by Ario Libert - in Opere libertarie
scrivi un commento
30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 06:00

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

A mo' di introduzione

 

Le posizioni e riferimenti politici del partito di liberazione nazionale curdo PKK, in guerra aperta con la Turchia, hanno iniziato a cambiare alla fine degli anni 90 del secolo scorso, quando il suo leader Abdullah Öcalan, imprigionato a vita, nel contesto post-sovietico del crollo del “socialismo reale” scoprì le riflessioni teoriche dell'ecologia sociale sviluppate dal militante e intellettuale anarchico-comunista statunitense Murray Bookchin.

Il PKK ha fatto sue e adottate le idee dell'influente e controverso teorico anarchico, così come quelle di altri intellettuali e movimenti (come gli zapatisti) e li ha integrati alla sua proprio proposta, il confederalismo democratico. Quest'ultimo ha cominciato a essere posto in pratica nelle strutture organizzative del movimento di liberazione curdo e nei territori nei quali vi è una presenza, fondando la Confederazione dei popoli del Kurdistan (KCK) e dando propulsione a una nuova dinamica: un movimento di trasformazione sociale di tipo assembleare e federalista, assumendo in carica la "questione nazionale" e cercando di apportarvi una risposta politica ignorando lo schema dello Stato-nazione e alle sue difficoltà.

Dinamica singolare nei confronti del contesto regionale nella misura in cui essa si oppone frontalmente a tutte le tendenze dominanti in concorrenza o in conflitto; difendendo la laicità, l'eguaglianza, la liberazione delle donne e la lotta contro il patriarcato, sperimentando un'economia (di guerra) in rottura con il capitalismo e il produttivismo, reinventando e mettendo in pratica una riappropriazione della politica attraverso la realizzazione di un embrione di autonomia politica territoriale, la creazione di un potere delle assemblee locali e comunali e il superamento delle separazioni e delle chiusure identitarie prendendo in dovuto conto l'esistenza delle minoranze e delle singolarità e la pluralità dei soggetti sociali... Vasto cantiere.

Quest'ultimi mesi, i guerriglieri - uomini e donne - del PKK turco si sono spostati dapprima in Siria poi recentemente in Iraq per combattere le forze jihaddiste dello Stato islamico a fianco dei loro compagni degli altri settori del movimento di liberazione nazionale e sociale curdo. Questi combattenti uomini e donne sono oggi i soli a tener testa agli jihaddisti, in Siria così come in Iraq, i soli che incoraggiano e aiutano concretamente le popolazioni a creare le loro proprie unità di autodifesa (soprattutto in questo momento anche i rifugiati yazidi cacciati via dalla regione di Sindjar) e riescono a far indietreggiare gli islamisti, a sbaragliarli, malgrado gli squilibri delle forze, soprattutto sul piano materiale dell'equipaggiamento militare.

Abbiamo già ampiamente affrontato le questioni relative a diversi livelli della "rivoluzione curda" in corso, su questo sito o in Courant Alternatif e continueremo a farlo. Perché oggi, la proposta politica del movimento curdo supera il quadro del solo Kurdistan e dei suoi conflitti interni. Comincia ad apparire - e ciò è da collocare nel contesto del bilancio, dello scacco dei processi rivoluzionari iniziati nel 2011-2012 chiamati "primavera araba", e delle questioni aperte allora da questa sequenza e rimaste senza risposta - come una proposta tangibile che riapre una prospettiva, come una risposta valida per l'insieme della macro-regione mediterranea e medio-orientale: una vera alternativa a tutti i regimi di oppressione, senza eccezione, usciti dalle divisioni territoriali dell'epoca coloniale e della prima guerra mondiale, sia gli orpelli del "nazionalismo arabo" a partito unico e alle dittature militari apparentate, le differenti varianti dell'islamismo politico, le diverse petromonarchie della penisola arabica e del golfo persico, le pseudo-democrazie delle oligarchie capitaliste/imperialiste alla moda occidentale.

Pubblichiamo qui la traduzione di un testo recentemente edito in inglese che presenta, di nuovo, i contenuti delle proposte avanzate e applicate dai movimenti della sinistra curda e li attualizza.

Va da sé che, come altri testi e documenti che pubblichiamo regolarmente, non riflette che il punto di vista del suo autore. Se ce ne assumiamo la pubblicazione, è, da una parte, perché vi ritroviamo delle problematiche e delle preoccupazioni che ci sono vicine, ma anche d'altra parte e soprattutto per quel che apporta come elementi di informazione, di comprensione e di analisi sui conflitti, sulle guerre, i processi di trasformazione sociale in corso che non ci sono estranei e che disegnano grandemente oggi una carta del mondo (geografica, sociale, politica...) che ci riguarda, semplicemente, perché ci include e ci determina.

31 agosto 2014 - XYZ / OCLibertaire

 

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

 

Rafael Taylor

 

A mano a mano che la prospettiva dell'indipendenza curda diventava sempre più imminente, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) si è trasformato in una forza di lotta per la democrazia radicale.

curdi-1.jpg

Esclusi dai negoziati e traditi dal Trattato di Losanna del 1923 dagli Alleati della Prima Guerra mondiale che avevano loro promesso un loro proprio Stato dopo la spartizione dell'Impero ottomano, i Curdi sono la più grande minoranza senza Stato nel mondo. Ma oggi, ad eccezione di un Iran testardo, non rimangono più che pochi ostacoli all'indipendenza curda de jure nel nord dell'Iraq. La Turchia e Israele hanno promesso il loro sostegno, mentre le mani della Siria e dell'Iraq sono legate dal rapido progresso dello Stato Islamico (ISIS).

Con la bandiera al vento su tutti gli edifici ufficiali e i peshmergas [forze armate del Governo regionale del Kurdistan nel Kurdistan iracheno] ora gli islamisti alla porta del Kurdistan grazie a un aiuto militare americano atteso da molto tempo, il sud del Kurdistan (Iraq) si unisce ai loro compagni del Kurdistan occidentale (Siria) in quanto seconda regione autonoma de facto del nuovo Kurdistan. Essi hanno già iniziato a esportare il loro petrolio e hanno ripreso la regione ricca di petrolio di Kirkuk, hanno il loro proprio parlamento eletto e laico e la loro società pluralista. Hanno presentato la loro domanda di riconoscimento come Stato all'ONU e non vi è nulla che il governo iracheno possa fare - o che gli Stati Uniti vogliano fare senza il sostegno di Israele - per fermarlo

La lotta dei Curdi, tuttavia, è lungi dall'essere strettamente nazionalista. Sulle montagne sopra Erbil, nel cuore storico del Kurdistan che si snoda attraverso le frontiere della Turchia, dell'Iran, dell'Iraq e della Siria, è nata una rivoluzione sociale.

curdi-2.png

Carta attuale della Siria e dell'Iraq. In giallo nel nord della Siria le zone controllate dai Curdi di Siria, in verde nel nord dell'Iraq le zone controllate dai Curdi iracheni.

 

La teoria del confederalismo democratico

Alla svolta del secolo, quando il radicale statunitense Murray Bookchin aveva fallito nel suo tentativo di rivitalizzare il movimento anarchico contemporaneo con la sua filosofia dell'ecologia sociale, Abdullah Öcalan, il fondatore e dirigente del PKK, veniva arrestato in Kenya dalle autorità turche e condannato a morte per tradimento. Negli anni successivi, il vecchio anarchico guadagnava un improbabile adepto nel militante indurito, la cui organizzazione paramilitare - il Partito dei lavoratori del Kurdistan - è ampiamente considerata come un'organizzazione terroristica che conduce una guerra violenta di liberazione nazionale contro la Turchia.

Nei suoi anni di confino solitario - il leader del PKK si trova dietro le sbarre dopo che la sua pena è stata commutata in ergastolo - Öcalan ha adottato una forma di socialismo libertario così oscuro che ben pochi anarchici ne avevano sentito parlare: il municipalismo libertario di Bookchin. Öcalan ha in seguito modificato, attenuato e ribattezzato la visione di Bookchin con il nome di "confederalismo democratico" con il risultato che l'Unione delle Comunità del Kurdistan (Koma Civakên Kurdistan ou KCK), l'esperimento territoriale del PKK di una società libera basata sulla democrazia diretta, è rimasta a lungo un segreto per la maggior parte degli anarchici, e più ancora, per l'opinione pubblica.

Benché la conversione di Öcalan sia stato il punto decisivo, la rinascita più vasta di una letteratura della sinistra libertaria e indipendente ha iniziato a soffiare sulle montagne e a passare di mano in mano tra la base del movimento dopo l'affondamento dell'Unione sovietica negli anni 90. "(Essi) hanno analizzato dei libri e degli articoli di filosofi, di femministe, di (neo)anarchici, comunisti libertari, comunalisti ed ecologisti sociali. E' così che degli scrittori come Murray Bookchin (ed altri) hanno attirato la loro attenzione," ci dice il militante curdo Ercan Ayboga.

Öcalan si è lanciato nei suoi scritti dal carcere, in un profondo riesame e un'autocritica della terribile violenza, del dogmatismo, del culto della personalità e dell'autoritarismo che egli aveva favorito: "E' diventato chiaro che la nostra teoria, il nostro programma e la nostra prassi degli anni 70 non ha prodotto altro che un separatismo e una violenza inutili, e, quel che è ancora peggio, che il nazionalismo al quale avremmo dovuto opporci, ci ha infestato tutti. Anche se eravamo opposti tutti ai suoi principi e alla sua retorica, l'abbiamo tuttavia accettato come inevitabile". Una volta il dirigente incontestato, Öcalan ha sostenuto che il "dogmatismo prospera su delle verità astratte che diventano dei modi correnti di pensare. Non appena trasformate queste verità generali in parole, vi sentite come un sommo sacerdote al servizio del suo Dio. E' l'errore che io ho commesso".

Öcalan, ateo, ha in fin dei conti scritto come un libero pensatore, liberato dalla mitologia marxista-leninista. Ha indicato che era alla ricerca di una "alternativa al capitalismo" e di una "sostituzione del modello in rovina del... "socialismo realemente esistente" quando ha incontrato Bookchin. La sua teoria del confederalismo democratico si è sviluppata a partire da una combinazione di ispirazione intellettuale comunalista, di "movimenti come i zapatisti" e da altri fattori storici sorti dalla lotta nel nord del Kurdistan (Turchia). Öcalan ha proclamato egli stesso di essere uno studioso di Bookchin, e dopo il fallimento di una corrispondenza elettronica con il vecchio teorico, che era con suo sommo dispiacere troppo ammalato nel 2004 per seguire uno scambio espistolare dal suo letto di morte, il PKK gli ha reso omaggio dichiarando che era "uno dei più grandi ricercatori in scienze sociali del XX secolo" in occasione del secondo anniversario della sua morte.

 

La pratica del confederalismo democratico

 

Il PKK ha apparentemente seguito il suo capo, non soltanto adottando l'etichetta specifica di Bookchin dell'eco-anarchismo, ma anche interiorizzando attivamente questa nuova filosofia nella sua strategia e nella sua tattica. Il movimento ha abbandonato la sua guerra sanguinaria per la rivoluzione stalinista/maoista e i metodi del terrore che la accompagnavano, e ha iniziato ad esaminare una strategia mirante a una più vasta autonomia regionale.

Dopo dei decenni di tradimenti fratricidi, di cessate il fuoco mancati e senza futuro, 

 

 

Après des décennies de trahisons fratricides, de cesser le feu manqués et sans lendemains, de détentions arbitraires et de reprises des hostilités, le 25 avril de cette année, le PKK a annoncé un retrait immédiat de ses forces de Turquie et leur redéploiement dans le nord de l’Irak, mettant ainsi fin à un conflit de 30 ans avec l’État turc. Le gouvernement turc s’est engagé simultanément dans un processus de réforme constitutionnelle et juridique devant consacrer les droits humains et culturels de la minorité kurde à l’intérieur de ses frontières. C’est là le dernier volet d’une négociation tant attendue entre Öcalan et le Premier ministre turc Erdogan, faisant partie d’un processus de paix qui a commencé en 2012. Il n’y a pas eu de violence de la part du PKK pendant une année et des appels raisonnables ont été lancés pour que le PKK soit retiré de la liste mondiale des organisations terroristes.

Il reste, cependant, une sombre histoire attachée au PKK : des pratiques autoritaires qui ne cadrent pas avec sa nouvelle rhétorique libertaire. À divers moments, ses branches ont été accusées ou soupçonnées de collecte de fonds par le trafic d’héroïne, d’extorsion, de recrutement forcé et de racket à grande échelle. Si cela est vrai, il n’y a aucune excuse pour ce genre d’opportunisme mafieux, malgré l’ironie évidente que l’État turc génocidaire était lui-même en grande partie financé par le monopole lucratif sur l’exportation légale vers l’Occident de produits opiacés ‟médicaux” cultivés par l’État, et rendu possible par le service militaire obligatoire et par les impôts pour un énorme budget anti-terroriste et ses forces armées surdimensionnées (la Turquie possède la deuxième armée de l’OTAN après les États-Unis).

Il en est ainsi de l’hypocrisie habituelle dans la guerre contre le terrorisme : lorsque les mouvements de libération nationale imitent la brutalité de l’État, ce sont invariablement les non représentés qui sont désignés comme terroristes. Öcalan lui-même décrit cette période honteuse comme celle des « gangs au sein de notre organisation et des pratiques ouvertement de banditisme, [qui] organisaient des opérations dangereuses, inutiles, en envoyant en masse des jeunes gens à la mort ».

Pour Öcalan, le confédéralisme démocratique signifie une « société démocratique, écologique et libérée en matière de genre », ou simplement « la démocratie sans l’État ». Il oppose explicitement la « modernité capitaliste » et la « modernité démocratique », dans laquelle « les trois anciens éléments de base : le capitalisme, l’État-nation et l’industrialisme » sont remplacés par « une nation démocratique, une économie communale et une industrie écologique ». Cela implique « trois projets : un pour la république démocratique, un pour le confédéralisme démocratique et un pour l’autonomie démocratique » ;

Le concept de ‟république démocratique” se réfère essentiellement à l’obtention, longtemps niée, de la citoyenneté et des droits civils des Kurdes, y compris la capacité de parler et d’enseigner librement dans leur langue. L’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique font à la fois référence aux « capacités autonomes des personnes et à une forme de structure politique plus directe, moins représentative ».

Pendant ce temps, Jongerden et Akkaya soulignent que « le modèle du municipalisme libre vise à réaliser l’approche de bas en haut (‟bottom-up”) dans la conception et le fonctionnement d’un organe administratif participatif, du local au provincial ». Le « concept de citoyen libre (ozgur yarttas) [est] un point de départ » qui « comprend les libertés civiles fondamentales comme la liberté d’expression et d’organisation ». Les unités de base du modèle sont les assemblées de quartier ou ‟conseils” comme on les appelle indifféremment.

Il y une participation populaire dans les conseils, y compris de la part de personnes non-kurdes, et tandis que les assemblées de quartier sont fortes dans plusieurs provinces, « à Diyarbakir, la plus grande ville du Kurdistan turc, il y a des assemblées presque partout. » Par ailleurs, « dans les provinces d’Hakkari et de Sirnak… il y a deux autorités parallèles [le KCK et l’État], parmi lesquelles la structure confédérale démocratique est la plus puissante dans la pratique. » La KCK en Turquie « est organisé au niveau du village (köy), du quartier urbain (mahalle), du district (ilçe), de la ville (kent), et de la région (bölge), qui est appelée « Kurdistan du Nord ».

Le niveau le ‟plus élevé” de la fédération au Kurdistan du nord, le DTK (Congrès de la Société Démocratique) est un mélange de délégués de base élus par leurs pairs avec mandats révocables, qui constituent 60% de l’ensemble et des représentants de « plus de cinq cents organisations de la société civile, syndicats et partis politiques », qui composent les 40% restants, dont environ 6% sont « réservés aux représentants des minorités religieuses, des universitaires ou autres spécialistes et d’autres personnes ayant un point de vue particulier. »

La proportion au sein des 40% de ceux qui sont pareillement délégués directement des groupes de la société civile démocratique et non-étatiste comparé à ceux qui n’ont pas été élus ou sont choisis par les bureaucraties des partis politiques n’est pas claire. Le chevauchement d’individus entre mouvements kurdes indépendants et partis politiques kurdes, ainsi que l’intériorisation de nombreux aspects de la procédure de démocratie directe par ces partis, compliquent encore plus la situation. Toutefois, le consensus informel qui se dégage parmi les observateurs est que la majorité des prises de décision correspond à des procédures de démocratie directe d’une manière ou d’une autre ; que la plupart de ces décisions sont prises au niveau local ; et que les décisions sont prises à partir de la base, selon la structure fédérale.

Du fait que les assemblées et le DTK sont coordonnées par la KCK illégale, dont fait partie le PKK, ils sont désignés comme ‟terroristes” par la Turquie et la soi-disant communauté internationale (UE, États-Unis et autres). Le DTK sélectionne aussi les candidats du BDP, le parti pro-kurde (Parti pour la paix et de la démocratie), pour le Parlement turc, qui propose « l’autonomie démocratique » pour la Turquie, une combinaison de démocratie représentative et de démocratie directe. Conformément au modèle fédéral, il propose la création d’environ 20 régions qui autogouverneraient directement (selon le schéma anarchiste, pas la Suisse) « l’éducation, la santé, la culture, l’agriculture, l’industrie, les services sociaux et de sécurité, les questions des femmes, de la jeunesse et des sports », avec l’État continuant de conduire « les affaires étrangères, les finances et la défense. »

La révolution sociale prend son envol

Pendant ce temps, sur le terrain, la révolution a déjà commencé. Dans le Kurdistan turc, il y a un mouvement éducatif indépendant des ‟académies” qui organise des forums de discussion et des séminaires dans les quartiers. Dans la municipalité de Sûr à Amed [nom kurde de Diyarbakır, NdT], où une avenue s’appelle ‟Rue de la Culture”, le maire Abdullah Demirbas se félicite de la « diversité des religions et de systèmes de croyance » et déclare que « nous avons commencé à restaurer une mosquée, une église catholique chaldéo-araméenne-, une église orthodoxe arménienne et une synagogue juive ».

Jongerden et Akkaya signalent ailleurs que « les municipalités DTP ont lancé un ‟service municipal multilingue”, qui a suscité des débats houleux. Des panneaux indicateurs municipaux ont été érigés en kurde et en turc, et des commerçants locaux ont suivi le mouvement ».

La libération des femmes se poursuit par les femmes elles-mêmes à travers les initiatives du Conseil des femmes du DTK, qui établit de nouvelles règles de « quotas de femmes de quarante pour cent » dans les assemblées. Si un fonctionnaire bat sa femme, son salaire est reversé directement à la femme battue afin de maintenir sa sécurité financière et son usage comme bon lui semble. « À Gewer, si le mari prend une deuxième épouse, la moitié de sa succession ira à la première. »

Il existe des « Villages de la Paix », des communautés de coopératives, nouvelles ou transformées, appliquant leur propre programme complètement en dehors des contraintes logistiques de la guerre kurdo-turque. La première de ces communautés a été construite dans la province d’Hakkari, limitrophe de l’Irak et de l’Iran, où « plusieurs villages » ont rejoint l’expérience. Dans la province de Van, « un village écologique de femmes » est en construction pour abriter les victimes de la violence domestique, auto-suffisant « pour toute ou presque toute l’électricité nécessaire. »

La KCK tient des réunions deux fois par an dans les montagnes avec des centaines de délégués de chacun des quatre pays, avec comme priorité à son agenda, la menace de l’État islamique envers l’autonomie du Kurdistan du sud et de l’ouest. Les partis iraniens et syriens affiliés à la KCK, le PJAK (Parti pour une vie libre au Kurdistan) et le PYD (Parti de l’union démocratique) mettent en avant également le confédéralisme démocratique. Le parti irakien de la KCK, le PÇDK (Parti pour une solution démocratique du Kurdistan) est relativement peu important car le Parti démocratique du Kurdistan (PDK, centriste) au pouvoir et son chef Massoud Barzani, président du Kurdistan irakien, n’a que récemment cessé de le harceler et commencé à le tolérer.

Mais, dans les régions montagneuses du Kurdistan irakien plus au nord, là où se trouvent la plupart des guérilleros et guérilleras du PKK et du PJAK, la littérature radicale et les assemblées s’épanouissent, avec l’intégration de nombreux Kurdes de la montagne après des décennies de déplacements. Au cours des dernières semaines, ces militant-e-s sont descendus des montagnes du nord pour combattre aux côtés des peshmergas irakiens contre l’EIIL, sauvant 20 000 yézidis et chrétiens dans les montagnes de Sindjar et ont reçu la visite de Barzani dans un affichage public de gratitude et de solidarité, mais surtout pour mettre la Turquie et les États-Unis dans l’embarras.

Le PYD syrien a suivi l’exemple du Kurdistan turc dans la transformation révolutionnaire de la région autonome sous son contrôle depuis l’éclatement de la guerre civile. Après les « vagues d’arrestations » de la répression baasiste, avec « 10.000 prisonniers, dont des maires, des chefs locaux du parti, des élus, cadres et militants […] les forces du PYD kurde ont renversé le régime du parti Baas dans le nord de la Syrie, ou Kurdistan occidental, [et] des conseils locaux ont éclos partout. » Des Comités d’auto-défense ont été improvisés pour fournir « la sécurité après la chute du régime baasiste » et « la première école enseignant la langue kurde » a été établie en même temps que les conseils intervenaient dans la distribution équitable du pain et de l’essence.

Dans le Kurdistan de Turquie, de Syrie, et dans une moindre mesure dans le Kurdistan irakien, les femmes sont désormais libres de se dévoiler et fortement encouragées à participer à la vie sociale. Les anciens liens féodaux sont brisés, les gens sont libres de suivre une religion ou aucune et les minorités ethniques et religieuses coexistent pacifiquement. S’ils sont capables de contenir le nouveau califat, l’autonomie du PYD dans le Kurdistan syrien et l’influence de la KCK au Kurdistan irakien pourrait bien servir de ferment pour une explosion encore plus profonde de culture et de valeurs révolutionnaires.

Le 30 juin 2012, le Comité national de coordination pour le changement démocratique (NCB), la plus grande coalition de la gauche révolutionnaire en Syrie, dont le PYD est le groupe principal, a adopté « le projet d’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique comme un modèle possible pour la Syrie ».

Défendre la révolution kurde face à l’État islamique

La Turquie, quant à elle, a menacé d’envahir les régions kurdes si « des bases terroristes étaient installées en Syrie », au moment où des centaines de combattants de la KCK (y compris du PKK) de tout le Kurdistan traversaient la frontière pour défendre Rojava (l’ouest) face à l’avancée de l’État islamique. Le PYD affirme que le gouvernement islamiste modéré de la Turquie est déjà engagé dans une guerre par procuration contre eux, en facilitant le transit des djihadistes internationaux à travers la frontière pour qu’ils combattent aux côtés des islamistes.

Au Kurdistan irakien, Massoud Barzani, dont la guérilla a combattu aux côtés de la Turquie contre le PKK dans les années 1990 en échange de l’accès aux marchés occidentaux, a appelé à un « front uni kurde » en Syrie à travers une alliance avec le PYD. Barzani avait signé en 2012 avec Salih Muslim, leader du PYD, l’‟Accord d’Erbil” formant le Conseil National Kurde et reconnaissant que « toutes les parties sont sérieuses et déterminées à continuer à travailler ensemble ».

Pourtant, alors que l’étude et la pratique des idées socialistes libertaires parmi la direction et les bases de la KCK est assurément un développement positif, il reste à voir dans quelle mesure cette influence est suffisamment sérieuse pour qu’ils abandonnent leur passé autoritaire sanglant. Le combat kurde pour l’autodétermination et la souveraineté culturelle est une lueur d’espoir au milieu des sombres nuages qui s’amoncellent au-dessus de l’État Islamique et des guerres sanglantes inter-fascistes entre l’islamisme, le baasisme et le sectarisme religieux qui leur a donné naissance.

Une révolution pan-kurde socialement progressiste et laïque, avec des éléments socialistes libertaires, unifiant les Kurdes irakiens et syriens et revitalisant les luttes en Turquie et en Iran peut encore être une perspective. Pendant ce temps, ceux d’entre nous qui apprécient l’idée de civilisation doivent reconnaître leur gratitude aux Kurdes, qui combattent en première ligne jour et nuit contre les djihadistes du fascisme islamiste en Syrie et en Irak, en défendant de leur vie les valeurs de la démocratie radicale.

« Les Kurdes n’ont pas d’amis sauf les montagnes »

Proverbe kurde

 

Rafael Taylor est un militant socialiste libertaire et un journaliste indépendant résidant à Melbourne. Il est également animateur de l’émission de radio “Floodgates Of Anarchy”, membre de l’ASF-IWA (AIT) et coordinateur de l’Alliance de la gauche libertaire à Melbourne.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Le nouveau PKK à declenché une révolution sociale au Kurdistan

Repost 0
Published by Ario Libert - in Movimenti libertari
scrivi un commento
10 ottobre 2014 5 10 /10 /ottobre /2014 05:00

Marx, anarchico?

rubel-marx-critique.jpg

Marx-Pleiade-3.jpgSe parlare di marxismo libertario fa venire in mente il nome di Daniel Guérin, chiedersi se Marx può essere ritenuto "anarchico", vuol dire evocare quello di Maximilien Rubel, responsabile dell'edizione delle opere di Marx nella prestigiosa "Bibliothèque de la Pléiade", e autore della raccolta dei suoi saggi Marx critique du marxisme, dove si sforzò di fare di Marx, secondo le proprie parole, un "teorico dell'anarchismo". C'è evidentemente un'ispirazione comune in Daniel Guérin e Maximilien Rubel, ma, al contrario del primo - che univa alla sua buona conoscenza dell'opera di Marx un eguale attaccamento ai pensatori anarchici -, la difesa dell'"anarchismo" di Marx non andò, in Rubel, senza forti prevenzioni nei confronti dei teorici riconosciuti dell'anarchismo, meno grandi tuttavia di quelle che aveva nei confronti dei portaparola dei marxismi istituzionali.

rubel.jpg

È, del resto, nella stretta linea di divisione che egli stabiliva tra Marx ed i "marxismi" che risiede il punto di partenza della riflessione alla quale Rubel ha dedicato la maggior parte della sua attività intellettuale. Conviene, a questo proposito, non dimenticare che i saggi raccolti nel testo citato sono stati scritti molto prima dell'affondamento dei regimi del "socialismo reale" che, con i partiti che li sostenevano, si dichiaravano allora i soli eredi legittimi dell'opera di Marx. Uno dei principali obiettivi  che Rubel si assegnò fu di mostrare che una tale pretesa poggiava su una pura e semplicde mistificazione e di esonerare Marx, del tutto, da ogni responsabilità nell'avvento di tali regimi. In questo senso, la sua riflessione volta le spalle alla tradizione anarchica, che ha visto nell'instaurazione di regimi dominati da quella "burocrazia rossa" denunciata in anticipo da Bakunin una conseguenza logica delle scelte operate da Marx sin dalla fondazione della Prima Internazionale.

rubel-Marx-critico.jpg

Ora, agli occhi di Rubel, il regime scaturito dalla rivoluzione di Ottobre poteva tanto meno richiamarsi a Marx in quanto nessuna delle condizioni che quest'ultimo giudicava indispensabili all'avvento di una vera rivoluzione proletaria era presente nella Russia zarista, e che, di conseguenza, il solo compito al quale potevano dedicarsi i padroni dello Stato scaturito dal colpo di Stato bolscevico era di mettere in piedi una specie di capitalismo di Stato, in cui una nuova classe dirigente avrebbe tentato di "portare a termine il processo di industrializzazione e di proletarizzazione". Il principale "successo" dei bolscevichi fu dunque, secondo Rubel, di far passare questo nuovo regime di sfruttamento per un modello realizzato del socialismo e di convincerne una buona parte del movimento operaio internazionale.

Rubel-Karl-Marx.Essais-de.jpgSi sa che è precisamente su queste "basi oggettive" - che presupponevano, tra altre cose, l'esistenza di un proletariato numericamente maggioritario - che Marx si basava per permettere di ridurre al massimo un periodo di transizione tra capitalismo e socialismo di cui, per lui, la società post rivoluzionaria non potrebbe fare a meno. È per questo che, agli occhi di Rubel, non vi era contraddizione maggiore tra il Marx che spronava la costituzione del proletariato in partito politico e la concentrazione di tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato - e cioè, per citare le sue proprie parole, del "proletariato organizzato in classe dominante" - e il Marx "anarchico" degli scritti giovanili o colui che, molto più tardi, loderà la Comune di Parigi per aver tentato "una rivoluzione contro lo Stato in quanto tale, contro quest'aborto mostruoso della società".

Da parte anarchica, si è rimproverato a Rubel di aver sovrastimato l'antistatalismo, o l'anarchismo, di Marx. Per René Berthier, in particolare, questo tema non avrebbe, nella sua opera, l'importanza che gli accordava Rubel: rapportata all'immensità degli scritti di Marx, le citazioni utilizzate dal primo a favore della sua tesi si ridurrebbero a poca cosa; in quanto al giudizio sulla Comune di Parigi, non si tratterebbe che di un allineamento di pura circostanza all'antistatalismo dei sostenitori di Bakunin nell'Internazionale operaia. Infine, Berthier fa osservare che non è forse un caso se Marx non ha mai scritto questo famoso trattato sullo Stato, che, a credere a Rubel, avrebbe contenuto la sua teoria dell'anarchia come finalità del comunismo.

Questa polemica, nel merito della quale non entreremo qui, non deve occultare il fatto che nessuno ha mai rimesso in causa la parentela degli scopi ultimi degli anarchici e i sostenitori di Marx. Nessuno ignora che la discordia tra gli uni e gli altri è consistita sui mezzi per accedere al socialismo, e sopratutto sul ruolo attribuito allo Stato nella società post-rivoluzionaria. Contrariamente ai suoi avversari anti-autoritari, per i quali non si giungerebbe ad una società liberata dal dominio politico rafforzando prima di tutto il potere dello Stato, Marx non vedeva nessuna contraddizione tra i mezzi posti in opere - l'intervento politico del proletariatao, poi la concentrazione di tutti i mezzi di produzione tra le mani dei suoi "rappresentanti" - e il fine ricercato, la società anarco-comunista, senza classi e senza Stato. Ci si accorderà che - poste da parte tutte le considerazioni sull'inesistenza delle "condizioni oggettive" che permetterebbero, secondo Marx, il passaggio al socialismo, considerazioni che pongono, secondo noi, molti più problemi di quanto non lo pensasse Maximilien Rubel – l'experienza storica dei regimi che si richiamano, a torto o a ragione, al marxismo ha risolto la questione, sul soggetto, a favore dei primi.

Si può sostenere che non ci sarebbe nessun insegnamento da trarre oggi dalla lettura di Marx alla quale invitava Rubel, di un'epoca a presente superata? Non lo crediamo. Tuttavia, se si ammette che, al contrario di quanto egli suggeriva, la linea di divisione da lui stabilita attraversa almeno sia l'opera di Marx di quanto non la separi dai "marxismi" istituzionali, bisogna riconoscere che è nelle proprie ambiguità del penseiro di Marx che quest'ultimi hanno attinto una buona parte della loro aspirazione. Tuttavia, la lettura di Rubel lascia aperta per noi la possibilità di riabilitare un altro Marx: l'anarchismo avrebbe tutto da guadagnarci, del resto, poiché riabilitare il Marx "anarchico" delle opere giovanili e di La guerra civile in Francia non può effettuarsi senza la riabilitazione dell'anarchismo. Sarebbe più giusto, indubbiamente, non farlo contro gli anarchici.

 

Miguel Chueca

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Marx anarchiste?

Repost 0
Published by Ario Libert - in Opere libertarie
scrivi un commento
30 settembre 2014 2 30 /09 /settembre /2014 05:00

Un ottimo scritto, concepito nello spirito della più onesto marxismo libertario. Degno di essere accostato a quelli oramai più che classici di Herman Gorter, Anton, Pannekoek, Paul mattick, Karl Korsch e altri ancora.

 

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

Lenin Karpov

Jean Barrot



Kautsky"Le tre fonti del marxismo l’opera storica di Marx"
presenta un interesse storico modesto, Kautsky è stato indiscutibilmente l’ideologo della II Internazionale e l’uomo più potente all’interno del suo partito: il partito socialdemocratico tedesco. Custode dell'"ortodossia", Kautsky era considerato, quasi universalmente, come il maggiore conoscitore dell’opera di Marx ed Engels e come il loro interprete principale. Le posizioni di Kautsky sono dunque testimonianza di tutta un’epoca del movimento operaio e meritano di essere conosciute, non fosse altro che per questo motivo. Questa conferenza si incentra proprio su una questione centrale per il movimento proletario: il rapporto tra la classe operaia e teoria rivoluzionaria. La risposta che Kautsky dà a tale questione costituisce il fondamento teorico della pratica e dell’organizzazione di tutti i partiti che costituivano la II Internazionale e quindi del partito socialdemocratico russo, e della sua frazione bolscevica, membro "ortodosso" della II Internazionale fino al 1914, cioè fino al crollo di quest’ultima di fronte alla prima guerra mondiale.

Tuttavia, le tesi sviluppate da Kautsky in questo opuscolo non sono crollate contemporaneamente alla II Internazionale. Al contrario esse sono sopravvissute ed hanno costituito il fondamento della III Internazionale attraverso l’intermediazione del " leninismo" e delle sue sventurate espressioni staliniane e trotskyste.

leninIl leninismo sottoprodotto russo del kautskismo? Ecco ciò che farà sussultare coloro che non conoscono di Kautsky che gli anatemi lanciati contro di lui dal bolscevismo ed in particolare l’opuscolo di Lenin "La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky" e che non conoscono di Lenin se non ciò che è bene conoscere nelle differenti chiese, cappelle e sagrestie che frequentano.

Tuttavia il titolo stesso dell’opuscolo di Lenin definisce con estrema esattezza il suo rapporto con Kautsky. Se Lenin tratta Kautsky da rinnegato, è proprio perché ritiene che in precedenza egli fosse un adepto della vera fede, di cui si considera ora il solo valido difensore. Lungi dal criticare il "kautskismo", che egli si mostra incapace di identificare, Lenin in realtà si accontenta di rimproverare al suo antico maestro di tradire la sua stessa dottrina. Da tutti i punti di vista, la rottura di Lenin fu tardiva e allo stesso tempo superficiale. Tardiva, perché Lenin si era fatto delle grosse illusioni sulla socialdemocrazia tedesca e non aveva capito, se non in un secondo tempo, che il tradimento era stato consumato. Superficiale, perché Lenin si limita a rompere sui problemi dell’imperialismo e della guerra, senza risalire alle cause profonde del tradimento dei socialdemocratici nell’agosto 1914, legate alla natura stessa di questi partiti ed ai loro rapporti sia con la società capitalista che con il proletariato. Questi rapporti devono essere ricondotti al movimento stesso del capitale e della classe operaia e considerati come fase di sviluppo del proletariato e non come qualcosa suscettibile di modificazioni per la volontà di una minoranza, tanto meno da una dirigenza rivoluzionaria, per quanto consapevole.

Da ciò deriva l’importanza attuale delle tesi che Kautsky sviluppa in questo opuscolo in modo particolarmente coerente e che costituiscono il tessuto stesso del suo pensiero nel corso della sua vita e che Lenin riprende e sviluppa sin dal 1900 ne Gli obiettivi immediati del nostro movimento e poi in Che fare? nel 1902 dove tra l’altro cita diffusamente Kautsky, lodandolo continuamente. Nel 1913, Lenin riprenderà nuovamente queste concezioni ne Le tre fonti e le tre parti costitutive del marxismo in cui sviluppa gli stessi temi ripetendo a volte parola per parola il testo di Kautsky.

Queste tesi, fondate su una analisi storica superficiale e sommaria dei rapporti tenuti da Marx ed Engels sia con il movimento degli intellettuali della loro epoca sia con il movimento operaio, possono essere riassunte in poche parole, ed alcune citazioni basteranno a chiarirne la sostanza:

"Un movimento operaio spontaneo e sprovvisto di ogni teoria che dalle classi lavoratrici si indirizzi contro un capitalismo in fase di crescita, è incapace di compiere...l’azione rivoluzionaria"

È anche necessario realizzare ciò che Kautsky chiama l’Unione del movimento operaio e del socialismo.

Ora "La coscienza socialista di oggi (!?) non può sorgere che sulla base d’una profonda conoscenza scientifica… Ora, il portatore della scienza non è il proletariato, ma gli intellettuali borghesi,… così dunque la coscienza socialista è un elemento importato dal di fuori all’interno della lotta di classe del proletariato e non qualcosa che sorge spontaneamente da essa". Queste parole di Kautsky sono, secondo Lenin, "profondamente giuste".

Va da sé che questa unione tanto auspicata del movimento operaio e del socialismo non poteva realizzarsi allo stesso modo nelle condizioni tedesche ed in quelle russe. Ma è importante vedere che le divergenze profonde del bolscevismo sul terreno organizzativo non risultano dalle condizioni differenti, ma unicamente dall’applicazione degli stessi principi in situazioni politiche, economiche e sociali differenti.

In effetti, lungi dal conseguire una unione sempre più grande del movimento operaio e del socialismo, la socialdemocrazia non realizzerà altro che l’unione con il capitale e con la borghesia. Quanto al bolscevismo, dopo essere stato nella rivoluzione russa come un pesce nell’acqua (i rivoluzionari sono nella rivoluzione come l’acqua nell’acqua) e per effetto dello scacco di questa, realizzerà una fusione quasi completa col capitale statale gestito da una burocrazia totalitaria.

Tuttavia il "leninismo" continua ad ossessionare la coscienza di molti rivoluzionari di più o meno buona volontà, alla ricerca di una ricetta suscettibile di riuscita.. Persuasi di essere "l’avanguardia" perché sono la "coscienza", mentre non possiedono che una falsa teoria, essi militano per unificare questi due mostri metafisici che sono:" Un movimento operaio spontaneo, privo di ogni teoria"e una coscienza socialista disincarnata.

Questo atteggiamento è semplicemente volontaristico. Ora, così come ha detto Lenin:"L’ironia e la pazienza sono le principali qualità del rivoluzionario","l’impazienza è la principale fonte dell’opportunismo (Trotsky), l’intellettuale, il teorico rivoluzionario non deve preoccuparsi di essere legato alle masse perché se la sua teoria è rivoluzionaria, è già legato alle masse. Egli non ha da "scegliere il campo del proletariato" (non è Sartre a utilizzare questo vocabolario, ma Lenin) perché, dicendolo più chiaramente, non ha altra scelta. La critica teorica e pratica ,di cui è il portatore, è determinata dal rapporto che intrattiene con la società. Egli non può liberarsi da questa passione che sottomettendovisi (Marx). Se "ha delle scelte", vuol dire che non è già più rivoluzionario e che la sua critica teorica è invecchiata. Il problema della penetrazione delle idee rivoluzionarie che egli propaganda negli ambienti operai è, per questo motivo, completamente trasformato: allorché le condizioni storiche, i rapporti di forza tra le classi in lotta, principalmente determinati dal movimento autonomo del capitale, impediscono ogni irruzione rivoluzionaria del proletariato sulla scena della storia, l’intellettuale fa come l’operaio: ciò che può. Studia, scrive, fa conoscere i suoi lavori il più possibile, generalmente assai male. Quando studiava al British Museum, Marx, prodotto del movimento storico del proletariato, era legato, se non ai lavoratori, per lo meno al movimento storico del proletariato. Egli non era più isolato dai lavoratori di quanto un lavoratore qualsiasi non lo fosse dagli altri, nella misura in cui le condizioni del momento limitavano i suoi rapporti a quelli permessi dal capitalismo.

Di contro, quando il proletariato si costituisce in classe e dichiara, in un modo o nell’altro, guerra (e non ha bisogno che gli si trasmetta il SAPERE per farlo, non essendo esso stesso, nei rapporti di produzione capitalistici, altro che capitale variabile. Basta che voglia cambiare di poco la sua condizione per essere di colpo nel cuore del problema che l’intellettuale avrà qualche difficoltà a cogliere) il rivoluzionario non è ne più ne meno legato al proletariato di quanto non lo fosse di già. Ma la critica teorica si fonde allora con la critica pratica, non perché è stata portata dall’esterno, ma perché sono un tutt’uno.

 Se nel periodo precedente, l’intellettuale ha avuto la debolezza di credere che il proletariato restava passivo perché gli mancava la "coscienza" e per questo era giusto considerarsi "avanguardia" al punto da voler dirigere il proletariato, allora egli si riserva delle amare delusioni.

 Tuttavia è questa la concezione che costituisce la parte essenziale del leninismo e che mostra l'ambiguità storica del bolscevismo. Questa concezione è potuta sopravvivere soltanto perché la rivoluzione russa è fallita, vale a dire perché i rapporti di forza, su scala internazionale, tra capitale e proletariato non hanno permesso a quest’ultimo di farne una critica teorica e pratica. È ciò che tenteremo di dimostrare analizzando sommariamente quanto è avvenuto in Russia e il vero ruolo del bolscevismo.

Credendo di vedere nei circoli rivoluzionari russi il frutto dell’"unione del movimento operaio e del socialismo", Lenin si ingannava fortemente. I rivoluzionari organizzati nei gruppi socialdemocratici non apportavano alcuna "coscienza" al proletariato. Beninteso, un opuscolo o un articolo teorico sul marxismo era molto utile agli operai; non serviva certo a trasmettere la coscienza, la conoscenza della lotta di classe, ma solamente a precisare le cose e a far riflettere maggiormente. Lenin non comprendeva questa realtà. Non solamente egli voleva trasmettere alla classe operaia la conoscenza della necessità del socialismo in termini generali, ma voleva nello stesso tempo offrirle delle parole d’ordine imperative che esprimessero ciò che essa avrebbe dovuto fare al momento opportuno. D’altronde ciò è normale, poiché il partito di Lenin, depositario della coscienza di classe, è, per prima cosa, il solo capace di discernere gli interessi generali della classe operaia al di là di tutte le sue divisioni in strati diversi, e, secondariamente, il solo capace di analizzare in permanenza la situazione e di formulare parole d’ordine adeguate. Ora, la rivoluzione del 1905 doveva mostrare l’incapacità pratica del partito bolscevico di dirigere la classe operaia e rivelare il ritardo del partito d’avanguardia. Tutti gli storici, anche quelli favorevoli ai bolscevichi, riconoscono che nel 1905 il partito bolscevico non aveva capito assolutamente niente del fenomeno dei soviet. L’apparizione di nuove forme di organizzazione aveva suscitato la diffidenza dei bolscevichi. Lenin afferma che i Soviet non erano:"né un parlamento operaio né un organo di autogoverno proletario". La cosa importante da notare è che gli operai russi non sapevano di accingersi a costituire dei soviet, tra di loro, solo una esigua minoranza conosceva l’esperienza della Comune di Parigi e tuttavia crearono un embrione di Stato Operaio, benché nessuno li avesse educati. La tesi kautskista-leninista infatti nega ogni possibilità per la classe operaia di creare qualcosa di originale se non è guidata dal partito-fusione-del-movimento-operaio-e-del-socialismo. Ora si nota che nel 1905. per riprendere la frase delle "Tesi su Feuerbach", "l’educatore ha bisogno lui stesso di essere educato".

Lenin tuttavia ha compiuto un lavoro rivoluzionario (si veda, tra l’altro, la sua posizione sulla guerra) al contrario di Kautsky. Ma in realtà, Lenin non fu rivoluzionario che contro la sua teoria della coscienza di classe. Prendiamo il caso della sua azione tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Lenin aveva lavorato più di quindici anni, a partire dal 1900, per creare una organizzazione d’avanguardia capace di realizzare l’unione del "socialismo" e del "movimento operaio", che raggruppasse "dirigenti politici", i "rappresentanti d’avanguardia capaci di organizzare il movimento e di dirigerlo". Ora, nel 1917, come nel 1905, questa direzione politica, rappresentata dal comitato centrale del partito bolscevico, si dimostra incapace per i compiti del momento, in ritardo rispetto alle attività rivoluzionarie del proletariato". Tutti gli storici, ivi compresi gli storici stalinisti e trotskysti, mostrano che Lenin dovette fare una battaglia lunga e difficile contro la direzione della sua organizzazione per far trionfare le sue tesi, e non ci sarebbe riuscito se non si fosse appoggiato agli operai del partito, l'avanguardia genuina organizzata nelle officine e all'interno o vicina ai circoli socialdemocratici. Si dirà che tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l’attività condotta per anni dai bolscevichi, sia nelle lotte quotidiane degli operai sia nella difesa e nella propaganda delle idee rivoluzionarie.

Effettivamente, la maggioranza dei bolscevichi, ed in primo luogo Lenin, con la loro propaganda e con la loro agitazione incessanti hanno contribuito alla sollevazione dell'ottobre 1917. In quanto militanti rivoluzionari hanno giocato un ruolo efficace, ma in quanto "direzione della classe", "avanguardia cosciente", sono stati in ritardo sul proletariato. La rivoluzione russa si è svolta contro le idee del "Che fare?" , e nella misura in cui queste idee sono state applicate (creazione di un organo dirigente della classe operaia ma separato da essa), si sono rivelate un freno e un ostacolo alla rivoluzione. Nel 1905, Lenin è in ritardo sulla storia perché si rifà alle tesi del "Che fare?". Nel 1917, Lenin partecipa al movimento reale delle masse russe e facendo ciò rigetta - nella pratica - la concezione sviluppata nel "Che fare?".

Se applichiamo a Kautsky e a Lenin il trattamento inverso di quello che essi hanno fatto subire a Marx, se limitiamo le loro concezioni alla lotta di classe invece di separarle da essa, il kautskysmo-leninismo appare come caratteristico di tutto un periodo della storia del movimento operaio dominato principalmente dalla II Internazionale. Dopo essersi sviluppato ed organizzato alla meno peggio, il proletariato si è trovato, sin dalla fine del XIX secolo, in una situazione contraddittoria. Possiede diverse organizzazioni il cui scopo è di fare la rivoluzione e nello stesso tempo è incapace di farla perché le condizioni non sono ancora mature. Il kautskysmo-leninismo è l’espressione e la soluzione di tale contraddizione; postulando che il proletariato, per essere rivoluzionario, deve passare per il cammino tortuoso della conoscenza scientifica, consacra e giustifica l’esistenza di organizzazioni capaci di inquadrare, dirigere e controllare il proletariato.

Così come è stato presentato, il caso di Lenin è più complesso di quello di Kautsky, nella misura in cui Lenin fu, per una parte della sua vita, rivoluzionario contro il kautskysmo-leninismo. D'altronde la situazione della Russia era totalmente differente da quella della Germania, che possedeva un regime pressoché di democrazia borghese dove esisteva un movimento operaio fortemente sviluppato ed integrato nel sistema. Al contrario, in Russia bisognava costruire tutto e la questione non era se si dovesse partecipare ad attività parlamentari, borghesi e sindacali riformiste poiché non esistevano affatto. In tali condizioni, Lenin poteva adottare una posizione rivoluzionaria malgrado le sue idee kautskyste. Tra l’altro bisogna anche sottolineare che, fino alla guerra mondiale, egli considerava la socialdemocrazia tedesca come un modello.

Nelle loro storie, riviste e corrette, del leninismo gli stalinisti ed i trotzkysti ci mostrano un Lenin capace di comprendere lucidamente e di denunciare, prima del 1914, il "tradimento" della socialdemocrazia e dell’Internazionale. Ciò è pura leggenda e bisognerebbe studiare bene la storia della II° Internazionale per dimostrare che non soltanto Lenin non la denunciò, me che, prima della guerra, non aveva affatto compreso il fenomeno della degenerazione della socialdemocrazia. Prima del 1914, Lenin fa anche l’elogio del partito socialdemocratico tedesco per aver saputo riunire il "movimento operaio" e il "socialismo" (cfr. Che fare?). Citiamo soltanto questi passi tratti dall’articolo necrologico "August Bebel" (che contiene d’altronde numerose superficialità ed errori di fondo sulla vita di questo "dirigente", di questo "modello di capo operaio" e sulla storia della II° Internazionale.

"Le basi della tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale), che non cede un pollice ai nemici, che non si lascia scappare la minima possibilità di ottenere un miglioramento, per quanto possa essere minimo, per gli operai, che, nello stesso tempo, si mostra intransigente sul piano dei principi e si orienta sempre verso la realizzazione dell’obiettivo finale, le basi di questa tattica furono messe a punto da Bebel…".

Lenin rivolgeva queste lodi alla "tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale),"intransigente sul piano dei principi"(!) nell’agosto del 1913. Quando un anno più tardi egli credette che il numero del "Vorwärts" (organo del partito socialdemocratico tedesco), che annunciava il voto favorevole ai crediti di guerra da parte dei deputati socialdemocratici, era un falso fabbricato dallo stato maggiore tedesco, egli manifestava soltanto l’illusione che aveva nutrito da tempo, in realtà dal 1900-1902 e dal Che fare?, sull’internazionale in generale e sulla socialdemocrazia tedesca in particolare. (Noi non consideriamo qui l’atteggiamento di altri rivoluzionari di fronte a questi problemi, ad esempio Rosa Luxemburg. Tale questione meriterebbe infatti uno studio dettagliato).

Abbiamo visto come Lenin avesse abbandonato nella pratica le tesi del Che fare? nel 1917. Ma l’immaturità della lotta di classe a livello mondiale, ed in particolare l’assenza di rivoluzioni in Europa, comportò il fallimento della rivoluzione russa. I bolscevichi si trovarono al potere con il compito di "amministrare la Russia" (Lenin), di portare a termine i compiti della rivoluzione borghese che non si era potuta verificare, ossia di assicurare, in effetti, lo sviluppo dell’economia russa, non potendo tale sviluppo che essere capitalista. Un obiettivo fondamentale fu di richiamare all’ordine la classe operaia – ed alcune opposizioni all’interno del partito. Lenin, che nel 1917 non aveva rinnegato esplicitamente il "Che fare?", riprende subito le concezioni "leniniste" che sole permettono il "necessario"inquadramento degli operai. I Centralismi Democratici, l’Opposizione Operaia ed il Gruppo Operaio sono schiacciati per aver negato "il ruolo dirigente del partito". Allo stesso modo la teoria leninista del partito viene imposta all’Internazionale. Dopo la morte di Lenin, Zinoviev, Stalin e tanti altri, dovevano svilupparla insistendo sempre più sulla "disciplina di ferro" , "l’unità di pensiero e l’unità di azione", mentre il principio sul quale poggiava l’Internazionale stalinizzata era lo stesso che era alla base dei partiti socialisti riformisti (il partito separato dai lavoratori che forniva loro la coscienza di ciò che erano) e chiunque rifiutasse la teoria leninista-stalinista cadeva nella "palude opportunista, socialdemocratica, menscevica,…" Da parte loro i trotzkysti s’agganciavano al pensiero di Lenin e recitavano Che fare? . La crisi dell’umanità non è altro che "la crisi della direzione" diceva Trotzky: occorreva dunque creare ad ogni costo una direzione. Supremo idealismo, la storia del mondo veniva spiegata con la crisi della sua coscienza.

In definitiva, lo stalinismo non doveva trionfare che nei paesi in cui lo sviluppo del capitalismo non poteva essere assicurato dalla borghesia, senza che le condizioni fossero unificate affinché il movimento operaio, successivamente, potesse distruggerle. Nell’Europa dell’Est, in Cina, a Cuba si è formato un gruppo dirigente nuovo, composto da quadri del movimento operaio burocratizzato, da vecchi specialisti o tecnici borghesi, talora da quadri dell’esercito o di vecchi studenti in sintonia col nuovo ordine sociale come in Cina. In ultima analisi, un tale processo non era possibile se non a causa della debolezza del movimento operaio. In Cina, per esempio, il sostrato sociale motore della rivoluzione fu la classe dei contadini, incapace di dirigersi da sola, non poteva che essere diretta dal "partito" . Prima della presa del potere, questo gruppo organizzato nel "partito" dirige le nasse e le "regioni liberate" se dovessero esservi; in seguito, esso prende nelle sue mani l’insieme della vita sociale del paese. Ovunque le tesi di Lenin sono state un potente fattore di burocratizzazione, infatti, secondo Lenin, la funzione di direzione del movimento operaio era una funzione specifica assicurata da alcuni "capi" organizzati separatamente dal movimento ed il cui ruolo era esclusivamente quello.Nella misura in cui preconizzava un corpo separato di rivoluzionari di professione capaci di guidare le masse, il leninismo è servito come giustificazione ideologica alla formazione di direzioni separate dai lavoratori. A questo livello il leninismo, fuori dal suo contesto originale, non è altro che una tecnica di inquadramento delle masse ed una ideologia che giustifica la burocrazia e sostiene il capitalismo: il suo recupero era storicamente necessario per lo sviluppo di nuove strutture sociali che rappresentano, esse stesse, una necessità storica per lo sviluppo del capitale. Man mano che il capitalismo si estende e domina l’intero pianeta, maturano le condizioni affinché vi sia la possibilità di una rivoluzione, l’ideologia leninista comincia a fare il suo tempo, nel vero senso della parola.

È impossibile prendere in esame la questione del partito senza riportarla alle condizioni storiche nelle quali è nato questo dibattito, in ogni caso, benché sotto forme differenti, lo sviluppo dell’ideologia leninista è determinato dall’impossibilità della rivoluzione proletaria. Se la storia ha dato ragione al kautskysmo-leninismo, se i suoi avversari non hanno mai potuto né organizzarsi durevolmente e nemmeno presentarne una critica coerente, ciò non è dovuto al caso: il successo del kautskysmo-leninismo è un prodotto della nostra epoca ed i primi attacchi seri – e pratici – contro di esso, segnano la fine di tutto un periodo storico. Per fare questo occorreva che il capitalismo si sviluppasse largamente su scala mondiale. La rivoluzione ungherese del 1956 ha suonato il rintocco di tutto un periodo di controrivoluzione, ma anche di maturazione rivoluzionaria. Nessuno sa quando questo periodo sarà definitivamente superato ma è certo che la critica delle tesi di Kautsky e di Lenin, prodotti di questa epoca, diventerà allora possibile e necessaria. Ecco perché abbiamo ritenuto importante ripubblicare "Le tre fonti del marxismo", l’Opera storica di Marx", per far conoscere meglio e comprendere maggiormente quella che fu e quella che è ancora l’ideologia dominante di tutto un periodo. Lungi dal voler dissimulare le idee che condanniamo e combattiamo, vogliamo, al contrario, diffonderle largamente, al fine di mostrare nello stesso tempo quanto siano state necessarie ed il loro limite storico.

Le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni di tipo socialdemocratico e bolscevico oggi sono superate. Per quanto riguarda l’ideologia leninista, oltre all’utilizzo che ne viene fatto dai burocrati al potere, lungi dall’avere un’utilità per i gruppi rivoluzionari che sostengono l’unione del socialismo e del movimento operaio, non può servire, sin da ora, ad altro che a cementare provvisoriamente l’unione di intellettuali mediocri e di lavoratori mediocremente rivoluzionari.

 

LINK al post originale:

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
23 settembre 2014 2 23 /09 /settembre /2014 05:00

François Kupka - Le Religioni

kupka01.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka02.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka03.jpg

 

 

 

 

 

 

kupka04.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka05.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka06.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

kupka07.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

kupka08.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka09.jpg

 

 

 

 

 

 

kupka10.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

kupka11.jpg

 

 

 

 

 

 

kupka12.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka13.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka14.jpg

 

 

 

 

 

 

 

kupka15.jpg

 

 

 

LINK all'opera originale:

[Traduzione di Ario Libert] 

Repost 0
Published by Ario Libert - in Satira libertaria
scrivi un commento
10 settembre 2014 3 10 /09 /settembre /2014 05:00

Mansoor Hekmat (1951-2002)

mansoor

Mansoor Hekmat, pseudonimo di Zhoobin Razani, il cui primo pseudonimo fu Nader

L'essere umano è il fondamento del socialismo. Il socialismè il movimentper restaurare la volontà cosciente dell'essere umano

M. Hekmat

 

Uno dei rari casi della sinistra iraniana a non sostenere l'orientamento islamico scaturito dalla Rivoluzione del 1978-79. Studente a Londra negli anni 70 dove era stato simpatizzante del Revolutionary Communist Group di David Yaffe, partecipa in Iran alla fondazione del Marxist Circle for Worker’s Emancipation e dell'Unione dei militanti comunisti (UCM, chiamata correntemente Sahand, 1978, che partecipa nel 1982 ad una conferenza della CWO "ultra-sinistra" a Londra) poi ad un rinnovamento del Partito comunista iraniano (1983, distinto dal Tudeh filo-sovietico che sostiene il regime di Khomeyni) con l'unificazione di Sahand con il gruppo curdoarmato ex-maoista Komala. Esce nel 1991 con i suoi amici da questo gruppo giudicato troppo "nazionalista di sinistra" [*] e fonda il Partito comunista operaio dell'Iran, che:

  • considera che non sono mai esistiti paesi socialisti, non avendo l'URSS e la Cina abolito il salariato e lo sfruttamento (se parla di capitalismo di Stato e considera che i bolscevichi erano limitati dalla cultura della II Internazionale, considera la Rivoluzione d'Ottobre come proletaria, tentando di costruire e difendere uno Stato operaio nei limiti storici del movimento reale dell'epoca. La lezione principale è soprattutto economica: se la classe operaia al potere non instaura la proprietà dei mezzi di produzione e non abolisce il salariato, il suo potere rimarrà provvisorio e sarà condannato alla sconfitta);

  • e che difende la laicità e i diritti delle donne, a partire da un'esperienza concreta dell'impostura del fronte anti-imperialista con la reazione teocratica (che i fedayin giustificavano con la teoria staliniana della rivoluzione per tappe come nella Cina degli anni 20).

Partecipa presto alla fondazione di un Partito comunista operaio dell'Iraq, i due partiti essendo sin dalle origini strettamente uniti. Rifugiato a Londra, Mansoor Hekmat muore di cancro nel luglio del 2002. I suoi sostenitori restano molto attivi nella diaspora iraniana e nel sindacalismo iracheno (si conosce meno bene il radicamento in Iran), le sue idee e la sua esperienza restano valide tra i sostenitori del “terzo campo” (né imperialismo USA, né islam politico) che si oppongono allo stesso tempo alla teoria della CIA della "guerra di civiltà" e quella del fronte anti-imperialista includente gli islamisti (che ha contaminato il trotskysmo occidentale).

 

NOTA

[*] Il Partico comunista dell'Iran da cui sono usciti gli hekmatisti esiste sempre, essenzialmente nel kurdistan iraniano dove ha ripreso l'appellativo Komala.

 

LINK al post originale:

Mansoor Hekmat

Repost 0
3 settembre 2014 3 03 /09 /settembre /2014 05:00

Il comunismo operaio

mansoor.jpg


I partiti comunisti operai sono scaturiti da una corrente politica nata direttamente dall'esperienza della controrivoluzione iraniana e dal sostegno dato allora dal partito comunista Tudeh aKhomeiny e dalle guerre del Golfo, insieme al movimento dei consigli nel Kurdistan iracheno nel 1991, e al ruolo di borghesia intermediaria dei dirigenti islamici e nazionalisti Curdi nell'Irak occupato.

Essi sono la principale forza politica sia della sinistra iraniana in esilio che lotta contro la teocrazia per un regime socialista e laico, sia dell'opposizione civile nel caos iracheno (organizzandovi il Congresso delle libertà, l'Unione dei disoccupati e un'importante Federazione sindacale). Facendo riferimento a Mansoor Hekmat come al loro principaleteorico, innalzano la bandiera di un “terzo campo” di fronte all'imperialismo e l'islamismo. I loro principi sono:

  •  - Rifiuto di ogni forma di compromesso o di concessioni alle idee e ai movimenti reazionari, opposti ai diritti democratici e sociali, ostili all'eguaglianza uomini-donne, o fondati sulla pretesa superiorità di un paese, di una etnia o di una religione.

  • - Denuncia di ogni forma di totalitarismo, di burocrazia, di ogni confusione tra la messa in comune dei mezzi di produzione e la loro statizzazione, ogni illusione nella possibilità durevole di uno Stato provvidenza e, in modo generale, tutto ciò che contribuisce a prolungare l'esistenza della società di sfruttamento capitalista.

  • - Questa corrente si distingue con questa strategia del terzo campo dalle posizioni anti-imperialiste consuete dell'estrema sinistra, sostiene un rifiuto del capitalismo di Stato (una rivoluzione politica che non si prolungasse economicamente con la proprietà in comune e l'abolizione del salariato condurrebbe inevitabilmente ad una sconfitta come in Russia), e pone in primo piano la laicità e le libertà delle donne in un ambiente assalito dagli islamisti. Molte donne leader sono diventate inoltre loro propagandiste in Europa: Azar Majedi, Maryam Namazie, Houzan Mahmoud e Yanar Mohammed tra le più note.

 

LINK:

 Le communisme ouvrier

Repost 0
29 agosto 2014 5 29 /08 /agosto /2014 05:00

Economia e politica nella Spagna rivoluzionaria*

 

I


Per un approccio realistico al lavoro costruttivo del proletariato in Catalogna e in altre parti della Spagna, non dobbiamo metter a confronto i suoi risultati con un qualche astratto ideale né con risultati raggiunti in condizioni storiche completamente diverse. Non c'è dubbio che i risultati effettivi della "collettivizzazione", anche in quelle industrie di Barcellona e delle città più piccole e dei villaggi della Catalogna ove può essere studiata nella sua forma migliore, è molto indietro rispetto alle costruzioni ideali delle teorie socialiste e comuniste ortodosse, e ancora più indietro rispetto ai sogni grandiosi di generazioni di sindacalisti rivoluzionari e operai anarchici in Spagna sin dai tempi di Bakunin.

Quanto alle analogie storiche, quello che ha compiuto la rivoluzione spagnola nel periodo iniziato con il rapido contrattacco degli operai rivoluzionari contro l'invasione di Franco e dei suoi sostenitori fascisti, nazionalsocialisti e democratici borghesi, e che ora sta rapidamente avvicinandosi alla fine, non dovrebbe essere paragonato a nulla di ciò che avvenne in Russia dopo l'ottobre 1917 e neppure con il periodo del cosiddetto "comunismo di guerra" (1918-1920), né con la fase seguente della NEP. In tutto il processo rivoluzionario iniziato con il rovesciamento della monarchia nel 1931 non c'è stato un solo momento in cui i lavoratori o un qualsiasi partito od organizzazione, che parlasse in nome dell'avanguardia rivoluzionaria dei lavoratori, abbia detenuto il potere politico. Ciò è vero non solo a livello nazionale ma anche regionale; vale persino per le condizioni prevalenti nella roccaforte sindacalista della Catalogna nei mesi successivi al luglio 1936, quando il potere del governo era diventato temporaneamente invisibile e la nuova e ancora indefinita autorità esercitata dai sindacati non assunse un preciso carattere politico. Tuttavia la situazione creata da queste condizioni non viene adeguatamente descritta come "dualismo di poteri". Segnò piuttosto una eclissi temporanea di ogni potere statale a causa della scissione tra la sua sostanza (economica) che era passata ai lavoratori e il suo involucro (politico), a causa dei vari conflitti interni tra le forze di Franco e quelle dei "lealisti", Madrid e Barcellona, e infine a causa del fatto decisivo che la funzione principale dell'apparato burocratico e militare di qualsiasi Stato capitalista è la repressione dei lavoratori e non poteva espletarsi in nessun modo contro i lavoratori in armi.

Non serve argomentare (come molti hanno fatto) che nelle molte fasi dello sviluppo rivoluzionario degli ultimi sette anni più di una volta ñ nellíottobre 1934, nel luglio 1936 e nel maggio 1937 ñ si è creata una "situazione oggettiva" in cui i lavoratori rivoluzionari uniti avrebbero potuto prendere il potere dello Stato, ma non lo fecero per scrupoli teorici o a cagione di una debolezza interna del loro atteggiamento rivoluzionario. Ciò può essere vero per le giornate del luglio 1936, quando gli operai anarchici e sindacalisti e le milizie di Barcellona invasero i depositi di armi del governo e oltre a ciò si rifornirono delle armi prese alla rivolta fascista sconfitta ñ così come può essere vero per le giornate di luglio del 1917, quando i lavoratori e soldati rivoluzionari di Pietrogrado scesero in piazza con le parole díordine bolsceviche "tutto il potere ai soviet" e "abbasso i ministri capitalisti" e nella notte tra il 17 e il 18 un riluttante Comitato centrale del Partito bolscevico fu costretto a ribaltare il suo precedente rifiuto di partecipare a un tentativo rivoluzionario "prematuro" e a fare appello unanimemente ai soldati e al popolo perché prendessero le armi e si unissero a quella che veniva ancora presentata come una "dimostrazione pacifica".

Contro coloro che oggi a ventíanni di distanza da quei fatti esaltano la saldezza rivoluzionaria della leadership bolscevica del 1917 a discredito della "caotica irresolutezza" manifestata nei dissensi e ondeggiamenti dei sindacalisti e anarchici spagnoli del 1936-í38, è assai opportuno ricordare che in quei giorni neri del luglio 1917, tre mesi prima della vittoria dellíOttobre rosso nella Russia sovietica, anche Lenin e il suo Partito bolscevico non furono capaci di trasformare in vittoria una situazione che S.B. Krassin (allora dirigente di uno stabilimento industriale, ma che in seguito sarebbe diventato bolscevico e avrebbe ricoperto uníalta carica nel governo sovietico) caratterizzò nel modo seguente: "Le cosiddette "masse", principalmente soldati e un certo numero di teppisti, si spostavano senza mèta per le strade per due giorni, sparandosi vicendevolmente, spesso per semplice paura, fuggendo al minimo allarme o voci, senza la più pallida idea di che cosa fosse in gioco" [1].

Ancora parecchio tempo dopo, quando il processo di glorificazione del bolscevismo vittorioso si era già affermato, ma era ancora possibile una moderata "autocritica" nei ranghi più alti del partito al governo, il commissario del popolo bolscevico Lunanarskij ricordò la situazione del luglio 1917 con le seguenti parole: "Siamo costretti ad ammettere che il partito non conosceva vie d'uscita dalla situazione difficile. Fu costretto a chiedere con una dimostrazione ai menscevichi e socialisti rivoluzionari qualcosa su cui essi non erano organicamente in grado di decidere e una volta messo a confronto con un rifiuto, che si aspettava, il partito non seppe come andare avanti; lasciò i dimostranti attorno al palazzo di Tauride senza un piano e diede tempo allíopposizione di organizzare le sue forze, mentre le nostre si stavano sfaldando, e di conseguenza andò incontro a una sconfitta temporanea con gli occhi ben aperti".

Le conseguenze immediate di quello che, analogamente all'accusa di mancanza di leadership rivoluzionaria rivolta ai sindacalisti spagnoli, può essere ritenuto "un fallimento" da parte del Partito rivoluzionario bolscevico dinanzi alla presa del potere in una situazione obiettivamente rivoluzionaria, furono negative per i bolscevichi russi del 1917, quanto lo furono per gli anarchici e sindacalisti spagnoli nel 1934 e 1936 e 1937. Il 18 luglio 1917 fu sollevata contro Lenin la malevola accusa che tutte le sue azioni dal suo arrivo in Russia, e particolarmente le dimostrazioni armate dei due giorni precedenti, fossero state segretamente guidate dal Quartier generale tedesco. Le sedi bolsceviche furono invase, furono chiusi i loro giornali. Kamenev e Trockij e numerosi altri bolscevichi furono arrestati. Lenin e Zinovíev si nascosero, e Lenin si trovava ancora nella clandestinità quando due mesi dopo mise in guardia i suoi compagni dal pregiudicare la loro indipendenza rivoluzionaria con un appoggio senza condizioni al governo di fronte popolare di Kerenskij contro la ribellione controrivoluzionaria del comandante in capo delle armate russe, generale Kornilov.

Così non si può onestamente affermare che gli operai spagnoli e la loro leadership rivoluzionaria sindacalista e anarchica abbiano mancato di prendere il potere politico a livello nazionale o anche regionale in Catalogna in condizioni in cui líavrebbe fatto un partito veramente rivoluzionario come quello bolscevico russo. Non ha senso accettare la tattica dei bolscevichi russi nel luglio del 1917 come "una politica cauta e realista" e denunciare la medesima politica come "una mancanza di preveggenza e decisione rivoluzionaria" quando viene ripetuta in condizioni esattamente analoghe dai sindacalisti in Spagna. Tanto varrebbe sottoscrivere la paradossale affermazione di Pascal di duecento anni fa: "Ciò che è vero da questa parte dei Pirenei è una menzogna dallíaltra parte".

Questo non vuol dire che le azioni rivoluzionarie degli operai catalani non siano state inceppate dal loro tradizionale atteggiamento di disinteresse per tutte le questioni politiche e non strettamente economiche e sociali. Anche le loro azioni più radicali nel settore della ricostruzione economica, intraprese in un periodo in cui essi apparivano e si ritenevano padroni assoluti della situazione, soffrivano della mancanza di quella coerenza e univocità di propositi con cui le misure economiche e politiche della dittatura bolscevica in Russia generarono furore e spavento a un tempo nei loro nemici in casa e in ogni nazione borghese del mondo. Nei resoconti borghesi delle condizioni della Spagna rivoluzionaria cíè molto poco di quel disagio con cui gli osservatori stranieri guardavano le presunte "atrocità" della rivoluzione bolscevica in Russia al tempo del "cordone sanitario" (persino il marxista rivoluzionario di un tempo, Karl Kautsky, ripeteva in quei giorni con convinzione, credo, le notizie che la dittatura bolscevica in Russia aveva coronato le misure di esproprio con "una socializzazione delle donne borghesi"). A confronto con quelle esagerazioni, nella storia della "collettivizzazione" spagnola fatta da un corrispondente speciale del "Times" di Londra allíarrivo del governo Negrín a Barcellona cíè persino un tocco di humour e una certa gioviale confidenza verso quello che il cronista chiama il persistente "individualismo" della gente spagnola. Líarrivo del nuovo governo centrale, egli scrive, "ha portato nuova vita a Barcellona. La grande città stava incominciando a declinare sotto il peso della collettivizzazione. La felicità non può essere collettivizzata in Spagna, dove líindividuo continua a rimanere padrone di se stesso. Un proprietario di hôtel che non poteva sopportare di essere cameriere nel proprio albergo, fa il cameriere altrove. Di un noto attore catalano si dice che, stanco di avere la parte principale sulla scena e una più umile nella busta-paga, abbia proposto di fare il cambio con un macchinista di scena dicendo: "Guadagnamo lo stesso: lasciami stare qui a tirare su il sipario mentre tu vai a tirare su il pubblico". È diventato un divertimento, anche se piuttosto meschino, tra il pubblico alle rappresentazioni nei cinema indicare professori del Conservatorio che suonano nella seconda fila della banda".

Persino il resoconto più complesso e molto più ostile fornito un mese più tardi dal corrispondente di Barcellona del "New York Times" era integrato da alcune fotografie piuttosto belle, illustranti la vita e il lavoro nelle "officine collettivizzate di Spagna", rese ancora più attraenti per i lettori adoratori dello Stato e speculatori di obbligazioni con líallegra annotazione: "Poiché i lealisti preferiscono il controllo dello Stato al controllo dei lavoratori e desiderano proteggere gli interessi stranieri in Spagna, la collettivizzazione come nella fabbrica di vestiti qui fotografata viene limitata". Con lo stesso spirito "l'uomo forte di Spagna" (il ministro della Difesa del governo lealista Indalecio Prieto, ora silurato) era fotografato e presentato ai lettori piccolo-borghesi dell"Evening Standard" del 7 marzo 1938 come un "proprietario di giornali, confortevolmente pingue, con un mento o due di riserva" e con una "passione per le anguille come unico lusso gastronomico", tra l'altro un uomo il cui "valore" è "riconosciuto persino dal generale Franco" e che è personalmente in ottimi rapporti personali con il "finanziatore del movimento di Franco", l'illustre Juan March.

Il fatto stesso che la CNT e la FAI siano state alla fine costrette a rovesciare la loro tradizionale prassi di non-intervento in politica sotto la pressione di crescenti amare esperienze, ha dimostrato a tutti, salvo che a qualche gruppo di anarchici stranieri (che anche ora rifiutano di sporcare la loro purezza antipolitica con un sostegno pieno e cordiale della lotta disperata dei loro compagni spagnoli!) la connessione vitale tra líazione economica e quella politica in ogni fase e soprattutto nella fase immediatamente rivoluzionaria della lotta di classe proletaria.

Questa è pertanto la prima e più importante lezione di quella fase conclusiva di tutta la storia rivoluzionaria del dopoguerra europeo che è la rivoluzione spagnola. Essa diventa ancor più importante e particolarmente impressionante se consideriamo la grande differenza tra il carattere del movimento della classe operaia spagnola e tutti gli altri tipi di lotte di classe proletaria in Europa e negli usa, così come si sono costituiti da ormai quasi tre quarti di secolo.

La validità di questa lezione non è sminuita dai contenuti relativamente moderati delle richieste politiche avanzate dalla cnt nella congiuntura attuale. Non cíè dubbio che la proposta di un "nuovo periodo costituzionale che sia sensibile alle aspirazioni popolari nella repubblica socialista e che sia democratico e federale" non chiede nulla che il governo di Fronte Popolare non possa, in linea di principio, decidere senza aver bisogno di rivoluzionare la politica borghese fin qui professata. Né la proposta di creare un "Consiglio economico nazionale su base politica e sindacale, con una rappresentanza eguale per la ugt socialdemocratica e la cnt sindacalista" sarebbe in grado di trasformare líattuale orientamento riformistico borghese del governo in uno rivoluzionario proletario. Ma qui di nuovo appare una stretta analogia tra la tattica seguita dai sindacalisti nella Spagna díoggi e la prassi osservata dal Partito bolscevico russo fino al fallimento della ribellione di Kornilov e anche dopo. Se questa analogia è vera, se possiamo mostrare che un partito rivoluzionario tanto politicizzato e ricco di esperienza politica, qual era il partito che realizzò líOttobre russo, non raggiunge la perfezione prima dellíavvento di una situazione storica completamente diversa, come possiamo aspettarci una tale capacità sovrumana e sovrastorica da un gruppo di rivoluzionari proletari con una mentalità non-politica e quasi del tutto privi di esperienza politica nelle condizioni arretrate della Spagna díoggi, dove la ribellione controrivoluzionaria del Kornilov iberico non è fallita ma si è diffusa vittoriosa in tutto il Paese e ora sta attaccando il cuore stesso della Spagna industriale, ultima roccaforte delle forze antifasciste e anticapitaliste, la provincia proletaria di Barcellona?

Dal punto di vista di una ricerca storica imparziale si può dimostrare ampiamente che la leadership bolscevica del 1917 non era affatto esente da quelle incertezze e imprevidenze che sono umanamente presenti in qualsiasi azione rivoluzionaria. Anche dopo la conclusione vittoriosa di quel capolavoro di strategia politica che i bolscevichi, condotti e guidati da Lenin, realizzarono nei giorni dellíaffare Kornilov nei mesi di agosto e settembre 1917, quando seguendo la più sagace delle istruzioni di Lenin essi si sforzarono "di combattere contro Kornilov, proprio come fanno le truppe di Kerenskij", senza appoggiare questíultimo, ma mettendo invece in luce "la sua debolezza", Lenin agiva ancora in base allíipotesi che il governo provvisorio fosse divenuto manifestamente così debole, dopo la sconfitta di Kornilov, da offrire líopportunità di uno sviluppo pacifico della rivoluzione con la sostituzione di Kerenskij da parte di un governo di socialisti rivoluzionari e menscevichi, responsabili di fronte ai soviet. I bolscevichi non avrebbero partecipato a un tale governo, ma si sarebbero "astenuti dallíavanzare immediatamente la richiesta del passaggio del potere al proletariato e ai contadini poveri, come anche dallíusare metodi rivoluzionari di lotta per la realizzazione di questa richiesta". Naturalmente suggerendo questa linea di azione nel suo famoso articolo del settembre 1917 Sui compromessi, Lenin non esibiva una integrità rivoluzionaria senza macchia, come fa ad esempio Stalin nella Russia díoggi o quegli anarchici negatori dello Stato nellíOlanda ultracapitalista d'oggi. Questo brano di storia reale mostra quanto poco gli epigoni di Lenin siano autorizzati a criticare le manchevolezze delle azioni sindacaliste nella Catalogna rivoluzionaria, per non parlare della ben nota ambiguità dellí"aiuto" dato ai lavoratori spagnoli nella prima e nelle altre fasi della loro lotta da parte dei comunisti e dallo Stato russo, sia in Spagna sia nel Comitato di non-intervento [2].

Cíè dunque uníombra pesante sul lavoro costruttivo operato dagli sforzi eroici e dai sacrifici degli operai rivoluzionari in tutte le regioni di Spagna dove la parola díordine sindacalista e anarchica della "collettivizzazione" è prevalsa su quelle socialdemocratiche e comuniste della "nazionalizzazione" e dellí"intervento statale". Tutto questo lavoro costruttivo è stato fatto solo in via preliminare. Il suo ulteriore progresso e la sua stessa esistenza dipendevano dal progresso del movimento rivoluzionario e, prima di tutto, da una sconfitta decisiva dellíattacco controrivoluzionario di Franco e dei suoi potenti alleati fascisti e parafascisti. Anche in questi ultimi tempi, quando la sconfitta del molto pubblicizzato nuovo esercito lealista ha già esposto líintrinseca debolezza del governo Negrín con tale evidenza che il principale rappresentante delle forze fasciste e capitaliste nel governo di Fronte Popolare, Indalecio Prieto, ha dovuto essere sbattuto fuori ingloriosamente e si è resa inevitabile una "ricostruzione" del governo orientata verso "sinistra", una vittoria allíultima ora delle forze proletarie rivoluzionarie raccolte in Barcellona ñ con o senza una ripetizione della insurrezione dei comunardi nella Parigi assediata del 1871 in questo stesso momento aumenterebbe immensamente l'importanza storica e pratica immediata del grande esperimento di una collettivizzazione proletaria autentica dellíindustria, iniziata e portata avanti dai lavoratori e dai loro sindacati negli ultimi due anni.

In mancanza di una tale favorevole svolta, la storia della collettivizzazione catalana qual è raccontata nel modo più imparziale ed efficace in un libretto pubblicato dalla cnt-fai non può pretendere a un merito maggiore di quanto ci hanno descritto Marx, Engels, Lissagaray e altri scrittori sugli esperimenti economici della Comune rivoluzionaria degli operai parigini del 1871. Questi sono parte del passato storico, così come lo sono i tentativi degli operai rivoluzionari italiani del 1920, annullati più tardi dalle orde di Mussolini sovvenzionate dai proprietari fondiari e dai capitalisti italiani in preda al panico, e i tentativi egualmente frustrati compiuti diverse volte tra il 1918 e il 1923 dalle avanguardie degli operai tedeschi e ungheresi. Analogamente i risultati temporanei più vasti e certo molto più famosi ottenuti dagli operai rivoluzionari russi nella fase di una reale sperimentazione comunista nel 1918-20 non ebbero alcuna importanza pratica per il successivo sviluppo della cosiddetta "costruzione socialista" nella Russia sovietica. Essi furono ben presto denunciati dai bolscevichi stessi come una mera "forma negativa" di comunismo, imposta a una riluttante leadership bolscevica dalle necessità della guerra e della guerra civile. Così il grande esperimento storico del cosiddetto "comunismo di guerra", che di fatto rappresentò un passo in avanti verso una società comunista molto più positivo delle misure di qualsiasi NEP o neo-NEP o altre varianti delle politiche non più socialiste e proletarie, che furono più tardi inaugurate dalle varie combinazioni della burocrazia post-leninista e stalinista, divenne un episodio negletto e dimenticato della storia passata proprio in quel Paese che anche oggi pretende di marciare alla testa del proletariato internazionale in virtù della cosiddetta "costruzione del socialismo in un solo Paese".

Anche prima di questa nuova svolta nella politica economica bolscevica, Lenin il 4 dicembre 1919, due anni dopo la completa conquista del potere statale, in un discorso pronunciato al i Congresso delle comuni agricole fece la seguente descrizione dei risultati ottenuti fino a quel momento dalla lotta dei bolscevichi per il comunismo: "Il comunismo è lo stadio più alto dello sviluppo del socialismo, quando la gente lavora perché si rende conto della necessità di lavorare per il bene comune. Sappiamo di non poter ora creare un sistema socialista ñ Dio voglia che possa essere in vigore nel tempo dei nostri figli o forse dei nostri nipoti".

"Servire la storia della rivoluzione" è il programma scritto in modo invisibile sulla prima pagina del rapporto fedele e completo sopra menzionato circa i risultati positivi ottenuti in campo economico dagli operai rivoluzionari di Barcellona e dai lavoratori industriali e rurali in molte cittadine catalane o nei remoti e dimenticati villaggi. "Servire la storia" significa per chi ha scritto tale rapporto, come per noi, lavoratori rivoluzionari di un brutto mondo travagliato dalla crisi e dal decadimento di tutte le forme dei "vecchi" movimenti operai socialisti, comunisti e anarchici, imparare dalle azioni e dagli errori della storia passata la lezione per il futuro, le vie e i modi per la realizzazione dei fini della classe operaia rivoluzionaria.


II


In un numero precedente di questa rivista [3] abbiamo cercato di confutare uno degli errori principali che celano alla classe operaia internazionale líimportanza particolare di quella nuova fase della rivoluzione spagnola iniziata con gli avvenimenti del 19 luglio 1936. Malgrado líaumento costante della letteratura sulla Spagna contemporanea, non abbiamo a tuttíoggi un resoconto completo di ciò che dal nostro punto di vista chiameremmo il contenuto reale delle attuali lotte nella Spagna rivoluzionaria. Naturalmente non ci si deve aspettare un siffatto lavoro di informazione da quei progressisti che continuano ancor oggi a interpretare líintensificarsi delle lotte di classe, delle guerre e guerre civili della storia contemporanea come espressioni di una battaglia ideologica tra un principio "fascista" e uno "democratico". Il contenuto effettivo della battaglia cosiddetta spirituale non è però meglio spiegato da quegli storici apparentemente obiettivi e realistici che trascurano gli aspetti di guerra civile degli attuali avvenimenti spagnoli (per tacere dei conflitti meno noti tra i vari gruppi del Fronte Popolare lealista) come di una fase assolutamente subordinata alla lotta tra i vari gruppi imperialisti che secondo loro costituisce líessenza di tutti gli sviluppi politici contemporanei su scala mondiale. Contro la superficialità sia "idealistica" che "realistica" degli storici borghesi, ancora una volta il lettore proletario è rimandato allíesauriente resoconto dei primi sette mesi di cosiddetta collettivizzazione nella Spagna rivoluzionaria pubblicato dai lavoratori spagnoli stessi con líesplicito proposito di rompere una congiura di silenzio e di distorsione per cui di tutti gli aspetti dei recenti avvenimenti spagnoli proprio questíultimo veramente rivoluzionario è stato quasi completamente eliminato2.

Per la prima volta da che il periodo rivoluzionario postbellico ha dato vita a vari esperimenti di socializzazione nella Russia sovietica, in Ungheria e in Germania, la lotta degli operai spagnoli contro il capitalismo ci mostra un nuovo tipo di transizione dai metodi capitalistici a quelli comunali di produzione raggiunta, anche se in modo incompleto, in una notevole quantità di forme. Il significato di questa esperienza rivoluzionaria non è attenuato neppure dal fatto che questi tentativi di economia libera, nuova, comunale sono stati nel frattempo annullati e distrutti. Gli obiettivi rivoluzionari dei lavoratori sono stati frustrati dallíesterno, dalla controrivoluzione avanzante, o dallíinterno dai pretesi alleati del fronte antifascista. I lavoratori sono stati costretti ad abbandonare i frutti della loro lotta sia mediante la repressione esplicita sia, più spesso, con il pretesto della "superiore necessità" di una disciplinata conduzione della guerra. In larga misura le conquiste rivoluzionarie furono sacrificate volontariamente dai loro stessi iniziatori nel vano tentativo di favorire in questo modo il fine principale della lotta comune contro il fascismo.

Ma anche così gli sforzi dei lavoratori sul fronte sociale ed economico non sono stati del tutto vani. La liquidazione violenta della Comune parigina del 1871 e più tardi delle rivoluzioni consiliari ungheresi e bavaresi, così come la più lenta e meno esplicita autoliquidazione del primo contenuto rivoluzionario del socialismo sovietico russo, non hanno annullato il significato di nessuno di quei grandi tentativi del passato di instaurare e provare un nuovo tipo di Stato per la transizione al socialismo. Analogamente la distruzione finale delle iniziative di socializzazione, descritte sopra, da parte di amici e nemici della Spagna odierna non toglie nulla allíimportanza storica del nuovo, libero tipo di produzione comunale tentata qui per la prima volta su larga scala. Lo studio di questo movimento, delle sue concezioni e dei suoi metodi, dei suoi successi e fallimenti e il conseguente riconoscimento della sua forza e della sua debolezza è quindi díimportanza costante per quella parte del proletariato internazionale rivoluzionario e con coscienza di classe, cui questo libro si rivolge espressamente e al quale offre una esposizione dettagliata di questo sforzo di emancipazione iniziato dalla classe operaia spagnola. Inoltre, questo rapporto fedele dei metodi e dei risultati della collettivizzazione nella provincia spagnola industrialmente più avanzata e autorizzato dalle principali organizzazioni operaie (la CNT sindacalista e la FAI anarchica) è díimportanza teorica generale quale fonte storica di primíordine. I curatori cercano per quanto è possibile di lasciare che "i rivoluzionari spagnoli parlino da sé". Oltre a un certo numero di commenti necessari a completare il quadro, la raccolta contiene documenti originali, decreti di espropriazione, rapporti di sindacati, statuti, risoluzioni ecc. e ancora resoconti, interviste, rapporti dei funzionari del movimento rivoluzionario sulle varie industrie e località. Questo carattere di fonte storica si accompagna coerentemente sia allo stile espositivo sia alla materia così da farne risultare un lavoro intensamente umano e nello stesso tempo rispondente ai criteri più rigorosi della obiettività scientifica. Queste semplici testimonianze e storie della gente comune di città e campagna, mai noiose o aride, nel loro pathos non attenuato da pretenziosi ritocchi, riproducono la voce della rivoluzione spagnola, líazione del proletariato così comíè, e unitamente al materiale documentario dànno autenticità e veridicità al lavoro. È quasi superfluo che alla fine del libro gli autori dichiarino: "Non si troverà né lode né calunnia, né esagerazioni né proteste [Ö] Abbiamo semplicemente dato modo al lavoratore spagnolo di dire al mondo intero ciò che ha fatto per mantenere e difendere la libertà e il benessere proprî".

Delle quattro parti del libro, la prima tratta del carattere generale della "nuova economia collettiva" e attraverso un breve excursus sulla "economia catalana" illustra la posizione dominante di Barcellona nel complesso dellíeconomia spagnola e il relativo ruolo decisivo degli operai industriali della Catalogna nelle lotte sociali della classe operaia spagnola. Nella seconda parte sono presentati i metodi e i risultati del lavoro collettivo nelle diverse branche dellíindustria. La terza e quarta parte offrono una descrizione per distretti geografici, città e villaggi, della crescita e del funzionamento di uníeconomia comunale più o meno completa.

A differenza dei vari "decreti di socializzazione" della storia europea recente, il decreto di socializzazione del Consiglio economico catalano del 10 ottobre 1936 non è che la legalizzazione di cambiamenti nellíindustria e nei trasporti quali erano già avvenuti di fatto. "Non contiene alcuna indicazione speciale che vada al di là dei limiti già posti dal movimento spontaneo dei lavoratori." Non ci furono lunghi studi sui "compiti e i limiti della collettivizzazione", non ci fu alcun gruppo di esperti studiosi, arbitrariamente scelti, privi di ogni autorità reale come la famosa Commissione speciale permanente della Rivoluzione di Febbraio del 1848 o la sua copia fedele della Commissione per la socializzazione in Germania nel 1918-19. Il movimento operaio spagnolo sindacalista e anarchico, ben preparato a questo compito da molti anni di continue discussioni tenute negli angoli più remoti del Paese, possedeva maggiori nozioni e una concezione realistica dei passi necessari per raggiungere il fine economico di quanto non avesse mostrato di possedere il movimento operaio sedicente "marxista" in situazioni analoghe in altre parti d'Europa.

È vero che in questa prima fase eroica il movimento spagnolo in certa misura trascurò di salvaguardare le nuove condizioni economiche e sociali che aveva conquistato. Anche questo errore iniziale, che poté essere rimediato solo parzialmente più tardi, era difficilmente evitabile in quelle situazioni. A eccezione dei Comitati delle milizie antifasciste, formati da rappresentanti stessi del movimento operaio libertario, non cíera allora né un'autorità esecutiva né un parlamento. Neppure vi erano grandi proprietari capitalisti da espropriare. Una parte considerevole delle maggiori imprese erano di proprietà del capitale straniero. I rappresentanti di questíultimo, come i grandi capitalisti locali, erano stati sostenitori più o meno espliciti dei generali ribelli. I due gruppi erano fuggiti non appena la ribellione di Franco a Barcellona fallì, quando addirittura non avessero già previsto in anticipo questa eventualità e avessero abbandonato il Paese ormai avviato alla guerra civile, come Juan March e François Cambo. Líoffensiva contro il capitale, iniziata dai lavoratori catalani immediatamente dopo la repressione della rivolta di Franco, era molto simile ad una guerra contro un nemico invisibile. I dirigenti delle grandi ferrovie, delle Compagnie dei trasporti urbani, delle Compagnie di navigazione del porto di Barcellona, i proprietari delle industrie tessili di Tarrasa e Sabadell erano spariti e, un fatto eccezionale, nell'impossessarsi dellíazienda tranviaria di Barcellona i lavoratori trovarono negli uffici della grande compagnia monopolistica un solo individuo tremante al quale in un impulso di magnanimità vennero risparmiate la vita e la libertà.

Così il proletariato catalano si installò come volle nelle fabbriche e negli uffici capitalistici che erano stati abbandonati dai loro padroni. Dopo la presa di possesso dei lavoratori le imprese collettivizzate funzionavano come "Società per azioni dellíeconomia capitalista". Le assemblee generali dei lavoratori procedevano alla elezione dei Consigli in cui erano rappresentate tutte le varie fasi della produzione ñ produzione in senso stretto, amministrazione, servizi tecnici ecc. Il collegamento permanente con il resto dellíindustria era mantenuto dai rappresentanti dei corpi centrali dei sindacati, che partecipavano anche alle sedute dei consigli. La direzione stessa degli affari era lasciata a un direttore scelto dai lavoratori di ciascuna fabbrica; nelle imprese più importanti tale scelta era subordinata al consenso del consiglio generale della rispettiva industria; non cíera motivo per cui non dovesse essere eletto chi in precedenza era stato proprietario, manager o direttore dellíimpresa socializzata.

Questa analogia esteriore non significa affatto che la collettivizzazione non avesse cambiato il sistema di produzione delle imprese industriali e commerciali. Essa dimostra semplicemente la relativa facilità con cui in circostanze fortunate, quali qui si presentarono, si possono ottenere profondi mutamenti nella direzione della produzione e nel pagamento dei salari senza grandi trasformazioni strutturali e organizzative. Una volta completamente eliminata la resistenza dei vecchi padroni dellíeconomia e della politica, i lavoratori in armi poterono procedere direttamente dai loro compiti militari a quelli costruttivi della trasformazione della produzione in ciò per cui si erano preparati è cosa che a molti osservatori era sembrata solo una smisurata illusione e una "utopia".

Anche per il problema, complicatissimo per il socialismo, della collettivizzazione dellíagricoltura, quei lavoratori avevano preparato un programma assolutamente realistico, senza esagerazioni, fretta o errori psicologici. La risoluzione sulla collettivizzazione della terra che era stata approvata dal congresso della CNT a Madrid nel giugno 1931 e che da allora, attraverso tutte le vicissitudini di un movimento rivoluzionario ora all'attacco ora in ritirata, era stata diffusa e accuratamente illustrata in tutto il paese da propagandisti anarchici e sindacalisti, fornì una guida pratica allíazione del luglio e dellíagosto 1936 dei lavoratori agricoli e piccoli affittuari lasciati completamente alla propria iniziativa senza impedimenti provenienti da nessuna autorità o tutela esterne. La forma concreta con cui questo compito venne risolto dai produttori agricoli stessi è illustrata da una risoluzione dellíassemblea plenaria dei lavoratori agricoli della Catalogna e dalle regolamentazioni e dai piani organizzativi adottati in seguito da essa in vari distretti e comuni nellíannata agricola 1936-37.

In questa sede possono essere discussi solo i punti principali dellíaccurata e dettagliata presentazione della collettivizzazione nelle industrie più importanti ñ trasporti, tessili, alimentari ecc. ñ che costituisce la seconda parte del libro. Questi capitoli mostrano non solo la nuova organizzazione sociale delle industrie ma mettono in rilievo con chiarezza i grandi successi iniziali della iniziativa economica e sociale del movimento operaio libertario per i lavoratori stessi e ancor più per il mantenimento e líespansione della produzione. Leggiamo dellíabolizione di condizioni di lavoro disumane, di aumenti salariali e riduzioni dellíorario di lavoro, di varie nuove forme di egualitarismo dei salari tra vari tipi di lavoratori, qualificati e non qualificati, maschi e femmine, adulti e ragazzi, di "salario unico" e "salario familiare". Vediamo come il problema dellíincremento del miglioramento della produzione in ogni industria assuma importanza crescente di settimana in settimana. Leggiamo di industrie completamente nuove ñ come quella ottica ñ create dalla rivoluzione stessa; di procedimenti usati in alcune branche industriali prive di materie prime impossibili da ottenere o non necessarie ai bisogni immediati, per convertirle rapidamente alla produzione dei materiali bellici più urgenti. Ci viene raccontata la commovente storia di quegli strati più poveri della classe lavoratrice che sacrificarono volontariamente le loro condizioni finalmente migliorate per sostenere la produzione bellica e aiutare le vittime della guerra e i profughi dalle zone occupate da Franco.

Ma non sono queste virtù negative di sacrificio e rinuncia dietro le quali in questi ultimi due anni osservatori stranieri più o meno partecipi hanno troppo spesso obliterato le grandi conquiste dei lavoratori rivoluzionari, ad attrarre il nostro interesse principale. In questo periodo iniziale della collettivizzazione spagnola il nostro interesse principale va al ruolo importante assunto dal tipo particolare di sindacato, rappresentato nel modo più caratteristico dai lavoratori della Catalogna e di Valencia, che fino allíepoca presente era disprezzato e criticato dai ricchi sindacati inglesi e dalle potenti organizzazioni marxiste dellíEuropa centrale e meridionale come una forma utopica destinata al fallimento in qualsiasi situazione critica. Queste formazioni sindacaliste, anticentralistiche e antipartitiche erano interamente basate sulla libera azione delle masse lavoratrici. Le loro attività di routine come di emergenza erano guidate sin dallíinizio non da una burocrazia professionale ma dallíélite dei lavoratori nelle rispettive industrie. Quella stessa élite cosciente, rappresentata dai comitati d'azione rivoluzionari creati dai lavoratori in lotta allíinterno e fuori dei sindacati per affrontare i vari problemi a mano a mano che sorgevano, fornì líiniziativa, la consistenza, líesempio e líazione per le conquiste fondamentali del nuovo periodo rivoluzionario. Questa lezione storica della collettivizzazione è d'importanza permanente per lo sviluppo organizzativo e tattico del movimento rivoluzionario.

Il vigore dell'atteggiamento anti-Stato del proletariato rivoluzionario spagnolo, libero da impedimenti organizzativi o ideologici autoimposti, spiega tutti i suoi sorprendenti successi di fronte a difficoltà schiaccianti. Spiega il fatto senza precedenti nellíesperienza europea che la collettivizzazione rivoluzionaria fu estesa sin dal principio e come cosa naturale allo Stato e alle imprese municipali così come alle aziende capitalistiche. A questo proposito interessantissimo è il resoconto della collettivizzazione del monopolio statale del petrolio e dei servizi pubblici (luce, acqua, energia). Anche la descrizione, per altri versi alquanto eccessiva, della rapida "collettivizzazione al cento per cento dei negozi di barbiere" e della egualmente riuscita "regolazione sociale del commercio ambulante" a Barcellona testimonia eloquentemente la capacità creativa peculiare di quella rivoluzione anche in un settore la cui stessa esistenza è in contraddizione con essa, sebbene contribuisca molto poco alla soluzione reale di problemi marginali per la rivoluzione proletaria, come sono quelli dell'artigianato e del commercio. I contributi reali della rivoluzione spagnola a questi problemi sono toccati solo indirettamente in rapporto al problema già menzionato della produzione agricola e nella discussione delle varie forme in cui è stata ottenuta la collettivizzazione su scala locale con misure che toccavano in grado maggiore o minore líintera produzione e modo di vita delle città più piccole e delle regioni rurali.

Il carattere non più teorico, ma meramente descrittivo di queste ultime parti non permette che in questa breve recensione si riporti anche una piccola parte del suo ricco contenuto. Ognuna di queste quattordici brevi narrazioni, in apparenza simili a bozzetti, ma che in realtà toccano tutti i problemi essenziali della società, riproduce le caratteristiche più o meno tipiche eppure peculiari della nuova vita nelle mutevoli condizioni locali basate sullo sviluppo generale del Paese. La descrizione ha inizio con la situazione industrialmente avanzata del centro tessile di Tarrasa, vicino alla capitale, con i suoi 40.000 abitanti di cui 14.000 operai, 11.000 dei quali organizzati nella sindacalista CNT, mentre il resto faceva parte della socialdemocratica UGT. Da qui attraverso vari stadi intermedi scende verso i villaggi più poveri, primitivi, piccoli e piccolissimi di Catalogna, Aragona, della Mancha, lontani da ogni cultura urbana e industriale e purtuttavia profondamente toccati dalla nuova vita. A questo punto i curatori osservano: "Notiamo continuamente che è stato compiuto un grande progresso veramente rivoluzionario nelle città e nei villaggi piccoli e con pochi abitanti, un progresso indubbiamente più importante che nelle città con maggiore popolazione". Questo elogio della semplicità e della povertà è in singolare contrasto con le idee materialistiche del movimento marxista, ma è stata a lungo una caratteristica di questa forma del movimento operaio che nelle trincee della guerra civile spagnola e nella pazienza egualmente eroica delle popolazioni sofferenti di Madrid, Barcellona e Valencia ha portato avanti la lotta della classe lavoratrice temporaneamente sconfitta nel resto d'Europa. Questo stesso sentimento tocca il suo apice nella descrizione conclusiva di una piccola città di campagna situata in una provincia scarsamente popolata della Mancha. Qui i lavoratori erano sempre stati privati di attrezzature moderne e di opportunità culturali. Tuttavia erano organizzati nei loro sindacati sin dal 1920 e furono tra i primi ad adottare in modo integrale la nuova vita del comunismo libertario. Rifacendosi a questa esperienza il libro termina con una commovente affermazione: "Membrilla è forse la città più povera della Spagna, ma è la più giusta".

 

NOTE

1 Questa e le citazioni seguenti sono tratte dalla storia documentaria di J. Bunyan e H.H. Fisher, The Bolshevik Revolution 1917-18, Stanford University Press, 1934.

2 A beneficio di quei comunisti veneratori di Stalin, che recentemente hanno incominciato ad apprendere la lezione delle grandi "purghe" in Russia, citiamo qui una frase della "Pravda" che attesta ciò che gli "amici" stalinisti facevano e intendevano fare in una Spagna completamente "bolscevizzata": "La purga della Catalogna da tutti gli elementi trozkisti e anarco-sindacalisti è già iniziata; questo compito è portato avanti con la stessa energia con la quale è stato compiuto in URSS" ("Pravda", 17 dicembre 1936).1 Si tratta del saggio precedente.   

3 Cfr. Collectivisations. L'oeuvre constructive de la révolution espagnole. Recueil de documents, Éditions cnt-fai, 1937, p. 244.

 

 

 

[Cura di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Economia e politica nella Spagna rivoluzionaria

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento

Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
  • Contatti

Link