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21 maggio 2015 4 21 /05 /maggio /2015 05:00

La Guerra Civile in Francia

 

Karl Marx

 

III

 

All'alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: "Vive la Commune!". Che cos'è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi?

"I proletari di Parigi," diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo, "in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l'ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari... Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro destini, impossessandosi del potere governativo".

Ma la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini. Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura - organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica - trae la sua origine dai giorni della monarchia assoluta, quando servì alla nascente società delle classi medie come arma potente nella sua lotta contro il feudalesimo. Il suo sviluppo però fu intralciato da ogni sorta di macerie medioevali, diritti signorili, privilegi locali, monopoli municipali e corporativi e costituzioni provinciali.

La gigantesca scopa della Rivoluzione francese del secolo decimottavo spazzò tutti questi resti dei tempi passati, sbarazzando così in pari tempo il terreno sociale dagli ultimi ostacoli che si frapponevano alla costituzione di esso dell'edificio dello stato moderno, elevato sotto il I impero, il quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna.

Durante i successivi regimes il governo, posto sotto il controllo parlamentare, cioè sotto il controllo diretto delle classi possidenti, non diventò solamente l'incubatrice di enormi debiti pubblici e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni, esso non solo diventò il pomo della discordia tra fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società.

A misura che il progresso dell'industria moderna sviluppava, allargava, accentuava l'antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, lo stato assunse sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe.

Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello stato risultava in modo sempre più evidente. La rivoluzione del 1830, che fece passare il potere dai grandi proprietari fondiari ai capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli operai ai loro antagonisti più ristretti. I borghesi repubblicani che avevano preso il potere statale in nome della rivoluzione di febbraio, se ne valsero per i massacri di giugno, allo scopo di convincere la classe operaia che la repubblica "sociale" significava repubblica che assicurava la loro soggezione sociale, e per convincere la massa monarchica della classe borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva tranquillamente lasciare ai borghesi "repubblicani" le cure e gli emolumenti del governo.

Dopo la loro unica eroica impresa di giugno i repubblicani borghesi dovettero però retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del "partito dell'ordine", combinazione formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe appropriatrice nel loro antagonismo ormai aperto con le classi produttrici. La forma più adatta per il loro governo comune fu la repubblica parlamentare, con Luigi Bonaparte presidente.

Esso fu un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberato insulto alla "vile multitude". Se, come diceva Thiers, la repubblica parlamentare era il regime che "meno divideva [le differenti frazioni della classe dirigente]", essa apriva un abisso tra questa classe e l'intero corpo della società, escluso dalle sue ristrette file. Gli impedimenti posti ancora al potere statale sotto i precedenti regimi dalle divisioni fra le frazioni della classe dirigente, furono rimossi dalla loro unione; ed ora, in vista della minaccia di sollevamento del proletariato, esse usarono del potere dello stato, senza riguardi e con ostentazione, come strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro.

Nella loro ininterrotta crociata contro le masse dei produttori esse furono costrette, però, non solo ad attribuire all'esecutivo poteri di repressione sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare la loro stessa fortezza parlamentare - l'Assemblea nazionale - di tutti i suoi mezzi di difesa contro l'esecutivo, l'uno dopo l'altro. L'esecutivo, nella persona di Luigi Bonaparte, le mise alla porta. Il frutto naturale della repubblica del "partito dell'ordine" fu il II impero.

L'impero, con un colpo di stato per certificato di nascita, il suffragio universale per sanzione e la spada per scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori non direttamente impegnati nella lotta tra capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentismo, e, insieme con questo, l'aperta sottomissione del governo alle classi possidenti; pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente, pretendeva di unire tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l'unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto la facoltà di governare la nazione e il proletariato non l'aveva ancora acquistata.

Esso fu salutato in tutto il mondo come il salvatore della società. Sotto il suo dominio, la società borghese, libera da preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato; la sua industria e il suo commercio assunsero proporzioni colossali; la truffa finaziaria celebrò orgie cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo da una ostentazione sfacciata di lusso esagerato, immorale, abietto. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il vero e proprio vivaio di tutta la sua corruzione.

La sua decomposizione e la decomposizione della società che esso aveva salvato vennero messe a nudo dalla baionetta prussiana, ben disposta per conto suo a trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L'imperialismo è la più prostituita e insieme l'ultima forma di quel potere statale che la nascente società della classe media aveva incominciato ad elaborare come strumento della propria emancipazione dal feudalesimo, e che la società borghese in piena maturità aveva alla fine trasformato in strumento per l'asservimento del lavoro al capitale.

La Comune fu l'antitesi diretta dell'impero. Il grido di "repubblica sociale", col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di febbraio, non esprimeva che una vaga aspirazione a una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe. La Comune fu la forma positiva di questa repubblica.

Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era sorta in armi contro il tentativo di Thiers e dei rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo trasmesso loro dall'impero. Parigi poteva resistere solo perchè, in conseguenza dell'assedio, si era liberata dell'esercito, e lo aveva sostituito con una Guardia nazionale, la cui massa era composta di operai. Questo fatto doveva, ora, essere trasformato in un'istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell'esercito permanente e la sostituzione ad esso del popolo armato.

La Comune fu composta dai consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti dalla classe operaia. La Comune doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo. Invece di continuare a essere l'agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune, revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello stato scomparvero insieme con i dignitari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà privata delle creature del governo centrale. Non solo l'amministrazione municipale, ma tutte le iniziative già prese dallo stato passarono nelle mani della Comune.

Sbarazzarsi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza materiale del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza della repressione spirituale, il "potere dei preti", sciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto enti possidenti. I sacerdoti furono restituiti alla quiete della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della chiesa e dello stato. Così non solo l'istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le avevano imposto i pregiudizi di classe e la forza del governo. I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro abietta soggezione a tutti i governi che si erano succeduti, ai quali avevano, di volta in volta, giurato fedeltà, per violare in seguito il loro giuramento. I magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili come tutti gli altri pubblici funzionari.

La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il regime comunale, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il posto anche nelle provincie all'autogoverno dei produttori. In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo, e che nei distretti rurali l'esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia nazionale, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i loro affari comuni mediante un'assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi momento e legato al mandat impératif (istruzioni formali) dei suoi elettori. Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in malafede ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili. L'unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescienza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante nella società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare il popolo nel parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il suffragio individuale serve a ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda. Ed è ben noto che le associazioni di affari, come gli imprenditori singoli, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente come mettere a ogni posto l'uomo adatto, e se una volta tanto fanno un errore, sanno rapidamente correggerlo. D'altra parte, nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.

E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei Comuni medioevali, che prima precedettero questo stesso potere statale e poi ne divennero sostrato. La Costituzione della Comune è stata presa a torto per un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai girondini, quella unità delle grandi nazioni, che se originariamente è stata realizzata con la forza politica, è ora diventata un potente fattore della produzione sociale. L'antagonismo tra la Comune e il potere statale è stato preso a torto per una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione. Speciali circostanze storiche possono aver impedito in altri paesi lo sviluppo classico della forma borghese di governo che si è avuta in Francia e possono aver permesso, come in Inghilterra, di completare i grandi organi centrali dello stato con corrotti consigli parrocchiali, con consiglieri comunali trafficanti, feroci custodi della legge dei poveri nelle città e magistrati virtualmente ereditari nelle campagne. La Costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia. La classe media francese delle provincie vide nella Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo ceto aveva avuto sul paese sotto Luigi Filippo, e che, sotto Luigi Napoleone, era stato soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle città. In realtà la Costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. La esistenza stessa della Comune portava con sè come conseguenza naturale la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello stato ormai diventato superfluo. Soltanto nella testa di un Bismarck - il quale, quando non è preso dai suoi intrighi di sangue e di ferro, ama sempre ritornare al vecchio mestiere così adatto al suo calibro mentale di collaboratore del Kladderatatsch [1] (il Punch di Berlino) - soltanto in una testa così fatta poteva entrare l'idea di attribuire alla Comune di Parigi l'ispirazione a quella caricatura della vecchia organizzazione municipale francese del 1791 che è la Costituzione municipale prussiana, la quale riduce le amministrazioni cittadine alla funzione di ruote puramente secondarie della macchina poliziesca dello stato prussiano. La Comune fece una realtà dello slogan delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionalismo statale. La sua esistenza stessa supponeva la non esistenza della monarchia che, in Europa, almeno, è l'abituale zavorra e l'indispensabile maschera del dominio di classe. Essa forniva alla repubblica la base per vere istituzioni democratiche. Ma né il governo a buon mercato né la "vera repubblica" erano la sua meta finale, essi furono solo fatti concomitanti.

La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro.

Senza quest'ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La comune doveva dunque servire da leva per svelare le basi economiche su cui riposa l'esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. Con l'emancipazione del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo cessa di essere un attributo di classe.

E' un fatto strano: nonostante tutto il gran parlare e l'immensa letteratura degli ultimi sessant'anni sull'emancipazione del lavoro, non appena gli operai, in un paese qualunque, prendono decisamente la cosa nelle loro mani, immediatamente si leva tutta la fraseologia apologetica dei portavoce della società presente, con i suoi due poli di capitale e schiavitù del salario (il proprietario fondario è ora soltanto il socio passivo del capitalista), come se la società capitalista fosse ancora nel suo stato più puro di verginale innocenza, con i suoi antagonismi non ancora sviluppati, con i suoi inganni non ancora sgonfiati, con le sue meretricie realtà non ancora messe a nudo. La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l'espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato. Ma questo è comunismo, "impossibile" comunismo! Ebbene, quelli tra i membri della classi dominanti che sono abbastanza intelligenti per comprendere la impossibilità di perpetuare il sistema presente - e sono molti -sono diventati gli apostoli seccanti e rumorosi della produzione cooperativa. Ma se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno, se essa deve subentrare al sistema capitalista; se delle associazioni cooperative unite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine all'anarchia costante e alle convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione capitalistica; che cosa sarebbe questo o signori, se non comunismo, "possibile" comunismo?

La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre Par dècret du peupleSa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese. Pienamente cosciente della sua missione storica e con l'eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia può permettersi di sorridere delle grossolane invettive dei signori della penna e dell'inchiostro, servitori dei signori senza qualificativi e della pedantesca protezione dei benevoli dottrinari borghesi, che diffondono i loro insipidi luoghi comuni e le loro ricette settarie col tono oracolare dell'infallibilità scientifica.

Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione; quando per la prima volta semplici operai osarono infrangere il privilegio governativo dei "loro superiori naturali", e, in mezzo a difficoltà senza esempio, compirono l'opera loro con modestia, con coscienza e con efficacia - e la compirono per salari il più alto dei quali era appena il quinto di ciò che, secondo un'alta autorità scientifica, è il minimo richiesto per il segretario di un consiglio scolastico in una metropoli - il vecchio mondo si contorse in convulsioni di rabbia alla vista della Bandiera Rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, sventolante sull'Hotel de Ville.

Eppure, questa fu la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino della grande maggioranza della classe media parigina - artigiani, commercianti, negozianti - eccettuati soltanto i ricchi capitalisti. La Comune li aveva salvati con un regolamento sagace del problema che è causa eterna di contrasti all'interno stesso della classe media, il conto del dare e avere [2].

Questa stessa parte della classe media, immediatamente dopo aver aiutato a schiacciare la insurrezione operaia del giugno 1848, era stata sacrificata ai suoi creditori dall'Assemblea nazionale, senza tante cerimonie. Ma questo non era il solo motivo per cui ora queste classi medie si schieravano attorno alla classe operaia. Esse sentirono che vi era una sola alternativa: o la Comune o l'impero, sotto qualsiasi nome questo potesse ripresentarsi. L'impero le aveva rovinate economicamente con lo sperpero delle ricchezze pubbliche, con le truffe finanziarie su larga scala che esso aveva favorito, con l'impulso dato all'accelerazione artificiale della concentrazione del capitale e con la concomitante espropriazione di una grande parte del loro ceto. Le aveva soppresse politicamente, le aveva scandalizzate moralmente con le sue orge, aveva offeso il loro volterianismo affidando l'istruzione dei loro figli ai Frères Ignorantins [3], aveva rivoltato il loro sentimento nazionale di francesi precipitandoli a capofitto in una guerra che per le rovine provocate aveva lasciato un solo compenso: la scomparsa dell'impero. Di fatto, dopo l'esodo da Parigi di tutta l'alta bohème bonapartista e capitalista, il vero partito dell'ordine della classe media si era presentato nelle sembianze dell'Union républicaine, schierandosi sotto le bandiere della Comune e difendendola dalle premeditate falsificazioni di Thiers.

Se la riconoscenza di questa grande massa della classe media resisterà alle difficili prove odierne, il tempo solo lo mostrerà.

La Comune aveva perfettamente ragione di dire ai contadini che "la sua vittoria era la sola loro speranza". Di tutte le menzogne escogitate da Versailles e riprese come un'eco dai gloriosi giornalisti europei penny-a-liner, una delle più colossali fu che i rurali rappresentassero i contadini francesi. Basta pensare all'amore del contadino francese per gli uomini a cui, dopo il 1815, aveva dovuto pagare il miliardo di indennità. Agli occhi del contadino francese la sola esistenza di un grande proprietario fondario è di per se stessa una violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel 1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra l'imposta addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora lo avevano fatto in nome della rivoluzione, mentre ora avevano fomentato una guerra civile contro la rivoluzione, per far cadere sulle spalle dei contadini il peso principale dei cinque miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani. La Comune, d'altra parte, dichiarò in uno dei suoi primi proclami che le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che ne erano stati i veri autori. La Comune avrebbe liberato il contadino dall'imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le odierne sanguisughe, il notaio, l'avvocato, l'usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati eletti da lui e davanti a lui responsabili; lo avrebbe liberato dalla tirannide della garde champetre [4], del gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito all'instupidimento ad opera dei preti l'istruzione illuminata del maestro elementare. Il contadino francese è, sopratutto, un calcolatore. Egli avrebbe trovato assolutamente ragionevole che la retribuzione dei sacerdoti, invece di essere estorta dagli agenti delle imposte, dipendesse solo dalla azione spontanea ispirata dai sentimenti religiosi dei parrocchiani. Questi erano i grandi benefici immediati che il governo della Comune - ad esso solo - offriva ai contadini francesi. E' dunque del tutto superfluo diffondersi qui sugli altri problemi più complicati, ma di vitale importanza, che soltanto la Comune era capace di risolvere e nello stesso tempo costretta a risolvere in favore del contadino, come per esempio quello del debito ipotecario, che pesa come un incubo sul suo piccolo appezzamento di terreno, quella del proletariat foncier (proletariato rurale) di giorno in giorno in aumento per questa ragione e della sua espropriazione che è messa in atto con la forza, a un ritmo sempre più rapido dallo stesso sviluppo dell'agricoltura moderna e dalla concorrenza dell'azienda agricola capitalista.

Il contadino francese aveva eletto Luigi Bonaparte presidente della repubblica, ma il partito dell'ordine creò l'impero. Quel che il contadino francese desidera veramente, incominciò a mostrarlo nel 1849 e nel 1850, contrapponendo in suo maire [5] al prefetto del governo, il suo maestro di scuola al prete del governo e se stesso al gendarme del governo. Tutte le leggi fatte dal partito dell'ordine nel gennaio e febbraio 1850 furono misure di repressione aperta contro il contadino. Il contadino era bonapartista perchè ai suoi occhi la grande Rivoluzione, con i suoi vantaggi per lui, era personificata in Napoleone. Come avrebbe potuto questa illusione, rapidamente crollata sotto il II impero (e per la sua stessa natura ostile ai rurali), resistere all'appello della Comune agli interessi vitali e ai bisogni urgenti dei contadini?

I rurali - ed era questa, di fatto, la loro apprensione principale - sapevano che tre mesi di libere comunicazioni tra Parigi della Comune e le provincie avrebbero portato a una insurrezione generale dei contadini. Di qui la loro preoccupazione di stabilire attorno a Parigi un cordone poliziesco come se si fosse trattato di impedire il diffondersi della peste bovina.

Se la Comune era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale, era in pari tempo un governo internazionale in tutto il senso della parola, poichè era governo di operai e campione audace della emancipazione del lavoro. Sotto gli occhi dell'esercito prussiano, che aveva annesso alla Germania due provincie francesi, la Comune annettè alla Francia gli operai di tutto il mondo. Il II impero era stato la festa della furfanteria cosmopolita, le canaglie di tutti i paesi essendo accorse al suo appello per prender parte alle sue orge e al saccheggio del popolo francese. In questo momento stesso, braccio destro di Thiers è Ganesco, l'immondo valacco, e il suo braccio sinistro è Makovski, la spia russa: la Comune ammise tutti gli stranieri all'onore di morire per una causa immortale. Tra la guerra esterna perduta per il suo tradimento e la guerra civile provocata dalla sua cospirazione con l'invasore straniero, la borghesia aveva trovato il tempo di manifestare il suo patriottismo organizzando battute di caccia poliziesche contro i tedeschi in Francia. La Comune fece di un operaio tedesco il suo ministro del lavoro. Thiers, la borghesia, il II impero, avevano continuamente ingannato la Polonia con rumorose professioni di simpatia, mentre in realtà la tradivano e la abbandonavano alla Russia, di cui facevano il sordido servizio. La Comune onorò i figli eroici della Polonia ponendoli a capo dei difensori di Parigi. E per dare chiaramente rilievo alla nuova èra della storia ch'essa era consapevole di iniziare, la Comune sotto gli occhi dei prussiani conquistatori da una parte, e dell'esercito bonapartista condotto da generali bonapartisti dall'altra, abbattè il simbolo colossale della gloria militare, la colonna Vendome. La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l'abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l'imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d'indennizzo, tutte le fabbriche e i laboratori chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s'erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro. Le misure finaziarie della Comune, notevoli per la loro sagacia e moderazione, non potevano andare al di là di quanto fosse compatibile con la situazione di una città assediata. Considerando le ruberie colossali commesse ai danni della città di Parigi, sotto la protezione di Haussmann, dalle grandi compagnie finanziarie e dai grandi appaltatori, la Comune avrebbe avuto titoli, per confiscarne le proprietà, incompatibilmente più validi di quelli che avesse Napoleone per confiscare le proprietà della famiglia d'Orléans. Gli Hohenzollern e gli oligarchi inglesi, che hanno tratto entrambi una buona parte delle loro tenuta dal saccheggio delle chiese, furono naturalmente molto scandalizzati dal fatto che la Comune non ricavasse più di 8000 franchi dalla secolarizzazione dei beni ecclesiastici.

Mentre il governo di Versailles, appena ripreso un pò di coraggio e di forza, ricorreva contro la Comune ai mezzi più violenti; mentre esso sopprimeva la libera espressione delle opinioni in tutta la Francia, arrivando sino a proibire le riunioni di delegati delle grandi città; mentre esso assoggettava Versailles e il resto della Francia a uno spionaggio che sorpassava di gran lunga quello del II impero; mentre faceva bruciare dai suoi gendarmi inquisitori tutti i giornali stampati a Parigi e censurava tutte le lettere da e per Parigi; mentre l'Assemblea nazionale i più timidi tentativi di dire una parola in favore di Parigi erano soffocati da urla sconosciute persino alla chambre introuvable del 1816; mentre Versailles conduceva dal di fuori una guerra selvaggia e all'interno di Parigi tentava di organizzare corruzione e complotti, non avrebbe la Comune tradito vergognosamente la sua missione se avesse affrettato di osservare tutte le convenzioni e le apparenze del liberismo, come in tempi di perfetta pace? Se il governo della Comune fosse stato dello stesso stampo di quello del signor Thiers, non vi sarebbero stati meno pretesti di sopprimere i giornali del partito dell'ordine a Parigi che di sopprimere quelli della Comune a Versailles.

Certo però era cosa irritante per i rurali che, nel momento in cui essi dichiaravano il ritorno della chiesa solo mezzo di salvezza per la Francia, la miscredente Comune dissotterrasse gli strani misteri del convento del Picpus e quelli della chiesa di San Lorenzo [6]. Era una satira contro Thiers il fatto che, mentre egli copriva di gran croci i generali bonapartisti come riconoscimento della loro capacità di perdere battaglie, firmar capitolazioni e farsi le sigarette a Wilhelmshohe, la Comune destituisse e arrestasse i suoi generali al minimo sospetto di negligenza nell'adempimento dei loro doveri. L'espulsione dalla Comune e l'arresto di uno dei suoi membri che vi si era introdotto con nome falso, e aveva scontato a Lione sei giorni di prigione per bancarotta semplice, non era forse un deliberato insulto scagliato contro il falsario Favre, che continuava ad essere ministro degli esteri della Francia, a vendere la Francia a Bismarck, a dettare ordini all'incomparabile governo belga? Ma ciononostante la Comune non pretendeva all'infallibilità, attributo invariabile di tutti i governi del vecchio stampo. Essa rendeva pubblici i suoi atti, le sue parole, essa rendeva noti al pubblico tutti i suoi difetti.

In tutte le rivoluzioni si intrufolano, accanto ai loro rappresentanti autentici, individui di altro conio; alcuni sono superstiti e devoti di rivoluzioni passate, che non comprendono il movimento presente, ma conservano una influenza sul popolo per la loro nota onestà e per il loro coraggio, o per la semplice forza della tradizione; altri non sono che schiamazzatori i quali, a forza di ripetere anno per anno la stessa serie di stereotipe declamazioni contro il governo del giorno, si sono procacciata la fama di rivoluzionari della più bell'acqua. Anche dopo il 18 marzo vennero a galla alcuni tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a rappresentare parti di primo piano. Nella misura del loro potere, essi furono di ostacolo all'azione reale della classe operaia, esattamente come uomini di tale specie avevano ostacolato lo sviluppo di ogni precedente rivoluzione. Questi elementi sono un male inevitabile: col tempo ci si sbarazza di loro; ma alla Comune non fu concesso tempo.

Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della Parigi meretricia del II impero! Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dai latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure e senza nessun servizio di polizia. "Non sentiamo più parlare - diceva un membro della Comune - di assassinii, furti e agressioni. Si direbbe davvero che la polizia abbia trascinato con sé a Versailles tutti i suoi amici conservatori". Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori, gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e sopratutto della proprietà. Al posto loro ricomparvero alla superficie le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e devote come le donne dell'antichità. Parigi lavoratrice, pensatrice, combattente, insanguinata, raggiante nell'entusiasmo della sua iniziativa storica, quasi dimentica, nella incubazione di una nuova società, dei cannibali che erano alle sue porte!

Di fronte a questo nuovo mondo di Parigi, il vecchio mondo di Versailles - questa Assemblea di iene di tutti i regimi defunti, legittimisti e orleanisti, avidi di nutrirsi del cadavere della nazione - con un codazzo di repubblicani antidiluviani, che sanzionavano con la loro presenza nell'Assemblea la rivolta dei negrieri, si rimettevano per il mantenimento della loro repubblica parlamentare alla vanità del senile ciarlatano che era alla loro testa, e facevano la caricatura del 1789 tenendo le loro riunioni spettrali nel Jeu de Paume. Eccola, questa Assemblea, la rappresentante di tutto ciò che in Francia era morto, puntellato e mantenuto con un sembiante di vita unicamente dalle spade dei generali di Luigi Bonaparte! Parigi, tutta la verità; Versailles, tutta la menzogna, e questa menzogna sprigionata dalla bocca di Thiers.

 

Thiers dice a una deputazione di sindaci della Seine-et-Oise: "Potete contare sulla mia parola, alla quale non ho mai mancato". Dice all'Assemblea stessa che "era l'Assemblea più liberamente eletta e più liberale che la Francia avesse mai avuta", dice alla sua soldatesca variopinta ch'essa era " l'ammirazione del mondo e il più bell'esercito che mai avesse avuto in Francia", dice alle provincie che il borbardamento di Parigi da lui ordinato era un mito: "Se alcuni colpi di cannone sono stati tirati, non è stato per opera dell'esercito di Versailles, ma degli insorti , i quali volevano far credere che combattevano, mentre non osavano mostrare il naso". E dice ancora alle provincie che "l'artiglieria di Versailles non bombarda Parigi; la cannoneggia soltanto". Dice all'arcivescovo di Parigi che le pretese esecuzioni e rappresaglie attribuite alle truppe di Versailles sono fantasie. Dice a Parigi che era soltanto ansioso di "liberarla dai ripugnanti tiranni che l'opprimevano" e che di fatto la Parigi della Comune era "solo un pugno di criminali".

La Parigi del signor Thiers non era la Parigi reale della "vile moltitude", era una Parigi spettrale, la Parigi dei franchi truffatori, la Parigi dei boulevards, maschi e femmine: la Parigi ricca, capitalista, coperta d'oro, infingarda, che ora ingombrava, coi suoi lacchè, coi suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes, Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain; che considerava la guerra civile soltanto come una gradevole diversione; che seguiva lo sviluppo della battaglia coi boccoli, contava i colpi di cannone e giurava sul suo onore e su quello delle sue prostitute che lo spettacolo era allestito molto meglio di quanto non si usasse al teatro delle Porte St. Martin. Gli uomini che cadevano erano veramente morti, le grida dei feriti eran grida sul serio; e tutto l'assieme, poi, era così intensamente storico! Questa è Parigi del signor Thiers, come la emigrazione di Coblenza [7] era la Francia del signor De Calonne.

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Kladderadatsch, settimanale satirico-umoristico, fondato a Berlino nel 1848.

[2] Il 18 aprile la Comune pubblicò un decreto di moratoria triennale dei debiti.

[3] Frati Ignorantini, ordine religioso.

[4] Guardia campestre.

[5] Sindaco.

[6] Nel convento di Picpus furono trovate donne trattenute dai monaci sotto l'accusa di pazzia e destinate ad essere violentate e sepolte vive. Nella chiesa di S. Lorenzo furono rinvenuti scheletri di donne che già avevano subìto quella sorte.

[7] Dove, scoppiata la rivoluzione del 1789, i fuggiaschi costituiscono il principale centro della reazione aristocratica.

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Published by Ario Libert - in Opere libertarie
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30 aprile 2015 4 30 /04 /aprile /2015 05:00
La Società, il Pensiero e il Cervello [1]
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Eduardo Colombo

Il cervello è nel cranio, ma il pensiero è nel mondo


Viviamo in un'epoca di regressione ideologica e concettuale che ci avvicina ad una nuova età delle tenebredualista, spirituale, in cui si rafforza una metafisica delle "forme sostanziali", o delle "sostanze immateriali", o delle "essenze separate", incorporee? Coloro che assimilano ogni critica dell'ideologia scientista - e la sua pretesa all'oggettività, sequela di un realismo ingenuo -, al post-modernismo, e vedono nel post-modernismo un'ideologia anti-scientifica, sembrano temerlo.

Allora, stiamo regredendo di molti secoli, oppure è una falsa impressione? Invertendo la prospettiva, direi che stiamo assistendo, sicuramente, a una regressione da alcuni decenni, conseguenza di un effetto perverso degli enormi avanzamenti scientifici soprattutto in genetica molecolare, e nelle neuroscienze. Ma non è molto grave. È l'eterna tendenza ciclica della storia.

Bricmont ci dice: "Una parte della critica delle scienze si è spostata sulla critica di nozioni come l'oggettività e la razionalità. Si ha a volte l'impressione, quando leggiamo alcuni testi filosofici legati a questa tendenza, che si è arretrati di alcuni secoli per ricadere nell'idealismo in cui tutto non è che rappresentazione, discorso, linguaggio e in cui il reale non esiste che racchiuso tra virgolette. Contro questa procedura, si devono incessantemente ripetere alcune evidenze: non sono gli uomini che hanno creato il mondo, ma il mondo che ha prodotto gli uomini; quest'ultimi sono comparsi a seguito di una evoluzione che è stata possibile soltanto perché il nostro universo possiede una certa struttura fisico-chimica. Ed è il cervello che produce il pensiero, non il contrario".

Le braccia mi cadono di fronte a una verità così forte e solida. Per contro il mio spirito rimane vivo, e mi chiedo: il problema non starebbe altrove? [2].

Il cervello che produce il pensiero ha bisogno del suo prodotto per conoscere qualcosa. Esso, da solo, frutto dell'evoluzione naturale, "sa" sicuramente molte cose, ma non conosce le cose che sa, non ha intellezione del mondo umano. Per avere questo tipo di conoscenza riflessiva, il cervello dell'uomo deve imparare a parlare, ed ha bisogno di qualcuno che glielo insegni. Da solo, rimane idiota.

ippocrate.jpgInoltre, per sapere che è il cervello che pensa, bisogna pensarlo. Non lo si è saputo in ogni tempo. Il primo, forse, ad aver lasciato nella storia una traccia di quest'idea fu Alcmeone di Crotone [VI-V secolo] [3], che considerava che l'egemonico (hegemonikon o parte direttiva dell'anima, coscienza o intelletto) aveva la sua sede nel cervello. Dopo di lui, Ippocrate di Cos [460-370 a. C.] pensava anche egli che il cervello era l'organo centrale della ragione, malgrado un'antichissima tradizione che poneva nel diaframma (phrenos) la sede dell'anima o dell'intelligenza, da cui la frenite antica (delirio e febbre), denominazione nosografica sopravvissuta per molti secoli. Ippocrate ci ha lasciato la descrizione seguente delle funzioni cerebrali: "Si deve sapere che, da una parte, i piaceri, le gioie, le risate e i giochi, dall'altra, i dispiaceri, le pene, lo scontento e i pianti non ci giungono da lì (il cervello). È con esso soprattutto che pensiamo, capiamo, vediamo, ascoltiamo... È ancora con esso che siamo pazzi, deliriamo, che i timori e i terrori ci assediano..." [4].

Oggi, la conoscenza del sistema cerebrale si è sviluppata considerevolmente, soprattutto negli ultimi vent'anni. Sappiamo molto sulla sua struttura e le sue funzioni malgrado la sua enorme complessità. Esso contiene circa cento miliardi di neuroni e la corteccia, apparsa recentemente durante l'evoluzione, è formata da trenta miliardi di neuroni e un milione di miliardi di sinapsi. Grosso modo, due diversi tipi di sistemi si articolano nella struttura del sistema nervoso, l'uno, più primitivo dal punto di vista evolutivo, è l'insieme costituito dal tronco cerebrale e il sistema limbico. Da esso dipendono l'appetito, i comportamenti sessuali e di difesa apparsi nel corso dell'evoluzione; si trova legato ai sistemi endocrini e neuro vegetativo. L'altro è il sistema talamo-corticale che è apparso più tardi nell'evoluzione naturale per occuparsi della categorizzazione del mondo esterno all'organismo.

La coscienza, e a partire da essa, ciò che chiamiamo intellezione, significato, intenzionalità, sono delle proprietà del cervello umano. Non esiste sostanza "cosciente" distinta dalla sostanza cerebrale [5].

Francis_Crick.pngMa i veri problemi cominciano a partire da qui. Francis Crick, riconosce che, malgrado tutto, "il cervello non contiene abbastanza neuroni per codificare il numero praticamente infinito di oggetti concepibili". Aggiunge che l'informazione fornita, ad esempio, dagli stimoli che ricevono i nostri occhi è ambiguo. "Non è sufficiente per permetterci di interpretarla in termini di oggetti nel mondo reale" [6]. Detto altrimenti, il sistema neuronale "deve aver ricevuto, o aver acquisito, delle ipotesi integrate indicanti come interpretare al meglio i dati ricevuti" [7].

Edelman.jpgEdelman chiama "coscienza" primaria un tipo di esperienze fenomeniche che si manifestano in tutti gli organismi animali nelle loro relazioni con l'ambiente, esperienze che sono limitate a un intervallo situato intorno al presente in atto e che sono sprovvisti del concetto di sé e della discriminazione passato / futuro.

Per contro, ciò che chiamiamo abitualmente coscienza è l'apparizione, nel lungo cammino evolutivo degli ominidi [8], della possibilità di fare la differenza tra modelli concettuali-simbolici" (che includono, ad esempio, l'oggetto del desiderio come un segno o simbolo) l'esperienza percettiva in corso. E cioè, la possibilità di separare l'oggetto mentale (segno o simbolo) dall'oggetto dell’esperienza immediata. Questa differenziazione esige dei repertori cerebrali capaci di ritardare le risposte, e implica la creazione di un concetto del passato e del futuro che "libera l'individuo dalla tirannia dell'istante presente e degli avvenimenti che avvengono in tempo reale" [9].

cervello.jpgAllora, le funzioni superiori del cervello richiedono, per intervenire al contempo con il mondo circostante e con altre persone, un linguaggio. La cognizione umana si caratterizza attraverso questa capacità di acquisire la padronanza di una lingua e attraverso la possibilità di attribuire delle credenze e dei desideri all'altro. Come dice Davidson, "nell'impossibilità di poter interpretare le parole degli altri, una creatura non può avere dei pensieri". Si potrebbe affermare, dunque, che un individuo che non appartenesse a una comunità socio-linguistica non potrebbe essere accreditato di autentici pensieri" [10].

Questo ci porta a riconoscere in un ampio ambito psichico quel contenuto semantico al quale riserviamo il nome di "mentale", e che implica l'intenzionalità o la capacità di significare che acquisisce l'espressione dell'atto o dell'avvenimento psichico - la parola o il gesto come espressione del pensiero e viceversa - quando è capito come un segno che informa qualcuno di qualcosa. Il criterio che definisce il mentale è il significato. E il significato nasce nell'atto sociale. Esige una relazione triadica: almeno due interlocutori e un messaggio da interpretare. Il soggetto intenzionale mira all'oggetto con il gesto o la parola, ma la relazione tra il gesto e l'oggetto, ad esempio, si stabilisce soltanto se essa è interpretata o capita come tale da colui a cui il gesto è destinato. L'interiorizzazione o soggettivazione di questa relazione trina costituisce i nostri pensieri [11].

Ora, la nostra prima evidenza richiede di essere corretta o completata: non è il cervello che produce il pensiero, ma i cervelli.

Possiamo di conseguenza adottare l'ipotesi seguente: l'emergere di strutture cerebrali aventi delle capacità al contempo linguistiche e intenzionali, o di significato, ha costituito una svolta nel'evoluzione filogenetica dei sistemi biologici.

parantropus.png

I primi uomini fanno la loro comparsa durante gli importanti cambiamenti climatici che la terra conobbe tra i 3 e 2,5 milioni di anni fa. Homo habilis e i parantropi sono più encefalizzati dei loro antenati australopitechi, e lo studio dei calchi endocranici suggerisce la presenza delle differenziazioni delle zone motrici del linguaggio: le aree di Broca e di Wernicke sull'emisfero sinistro [12]. Tuttavia, come fa notare Pascal Picq, "da quando è stata posta in evidenza un'area di Wernicke nei scimpanzè, la relazione tra l'anatomia cerebrale e l'uso del linguaggio" resta una condizione necessaria, ma non più sufficiente [13].


Homo-Erectus.jpgL'Olduvaiano è la prima cultura litica conosciuta, ad essa appartengono i ciottoli intagliati che compaiono tra i 2,6 e 2,3 milioni di anni fa. L'avvento dell' Homo ergaster segna il declino degli altri ominidi, ma, benché più tardivo, coesiste con Homo habilis per molte centinaia di migliaia di anni. Quasi un milione di anni sono trascorsi prima che appaiano le bifacciali caratteristiche della cultura acheuleana. È verso 1,4 milioni di anni fa che Homo ergaster comincia a utilizzare il fuoco, Homo habilis è già scomparso, e spetterà a Homo erectus a padroneggiarlo e di continuare il compito, il che farà per 1,5 milioni di anni.

A partire dal musteriano o paleolitico medio, periodo compreso tra i 120.000 e i 35.000 anni fa, si svilupperà la tecnica detta di "Levallois" che consiste nel separare da un blocco di silicio un grande frammento, scegliendo un piano da colpire e con l'aiuto di un percussore, frammento che è in seguito lavorato per ottenere lo strumento desiderato. Questa tecnica presuppone dei contenuti cognitivi complessi dipendenti dall'uso di un sistema simbolico che permette la prefigurazione dello strumento e della sua finalità. Gli uomini di Neanderthal e di Cro-Magnon sono dei rappresentanti di questo periodo. Circa 30.000 anni fa gli ultimi Neandertaliani spariscono. Rimane soltanto Homo sapiens segnato dalla diversità delle popolazioni e delle culture. Questi esemplari del genere Homo sono gli uomini moderni, le loro caratteristiche anatomiche rimangono praticamente immutate da 100.000 anni, tranne il fatto che i primi Homo sapiens erano più robusti e più encefalizzati.

Per due milioni e mezzo di anni i nostri antenati hanno lavorato la pietra in modo continuativo, e hanno ottenuto, lentamente, alcune acquisizioni tecniche coerenti con le modalità proprie alla selezione naturale, che ha bisogno di centinaia di millenni per cambiare le popolazioni eliminando alcuni geni e promuovendone altri. E poi si è prodotto come una specie di decollo biologico. Essi avevano acquisito le capacità cerebrali, l'apparato di fonazione necessario, la mano e lo strumento, e, nell'atto sociale di scambio, essi hanno inventato un sistema di comunicazione simbolico, un sistema di segni, capace di accumulare le esperienze individuali e di trasmetterle senza passare attraverso la memoria della specia. È questo artefatto extra-biologico, questo sistema significativo [14], che ha loro permesso di guardare l'esperienza presente nella prospettiva dell'esperienza passata e dell'aspettativa futura. La cognizione si fece significativa e intenzionale. Gli uomini stabiliscono delle convenzioni tra di loro, creano delle norme e istituiscono la loro società. Istituzione e significato sono irriducibili al biologico.

Così, in soli 35.000 anni, essi sono passati - o noi siamo passati - dalla classificazione della lavorazione della pietra di Levallois” ai microprocessori, alla clonazione dei mammiferi e ai viaggi extraterrestri.

Ciò detto, se accettiamo che gli uomini hanno costruito e modellato il loro pensiero nell'interazione del sociale, dobbiamo concepire anche che il pensiero umano, per costituirsi in quanto tale, ha dovuto separarsi, discriminare, opporre, riunire, organizzare e riconoscere come oggetti discreti e differenti, - indicandoli e nominandoli -, i dati percettivi. Alle origini greche della razionalità occidentale muthos e logos si confondono, sono racconti, discorsi, prima che lógos opponendosi al mito, venga a designare il discorso coerente, l'enunciazione sensata, comprensibile e trasmissibile. Dopo Cicerone, ratio traduce il termine greco logos. Si evidenzia in tal modo un processo di razionalità che ha la pretesa dell'efficacia o della verità, e che si basa su degli enunciati che possono essere criticati e difesi, e cioè, fondati. La razionalità permette di spiegare e giustificare (sì che crediamo essere) la verità: a rendere ragione. Ma, la ragione non è, sicuramente, una facoltà del cervello, né un'entità esterna al processo storico di costruzione  della razionalità [15]. Come sostiene Hilary Putnam: "Le nostre norme e modelli di assertibilità [16] sono dei prodotti storici, evolvono con il tempo".

Nella nostra era, per tutto il XVII secolo - da Bruno a Newton - la fisica, che dopo Einstein chiamiamo "classica", ha dovuto, per costituirsi in quanto "scienza", trasformare i quadri di pensiero e le categorie interpretative tradizionali ben oltre la fisica stessa: una solidarietà epistemica univa l'astronomia e la magia, il mondo celeste e il mondo sub-lunare, l'immobilità della Terra, gli interessi della Chiesa, la posizione dell'Uomo nella natura. Per far nascere la scienza moderna, la lettura diretta del libro della natura non era sufficiente, i sensi potevano ingannarci, e l'osservazione è sempre limitata dalla credenza, direi anche, dipendente da essa.

La "rivoluzione" copernicana esigette un modo diverso di vedere le cose di tutti i giorni perché l'esperienza sensoriale contraddiceva in modo "evidente" l'idea che la Terra si sposta su un'orbita intorno al sole. E' così che Galileo ha potuto scrivere: "La mia meraviglia è senza limiti quando penso che Aristarco e Copernico furono capaci di dare alla ragione la precedenza sui sensi, al punto che a disprezzo di quest'ultimi, la prima divenne padrona delle loro credenze".

Dopo Keplero e Newton, e il successo della meccanica calcolabile [17], la fisica apparve come il modello di base delle scienze della natura, e, allora, la causalità nomologica elimina definitivamente le cause finali e altre invenzioni metafisiche. Il XX secolo penetra profondamente nella conoscenza della struttura intima della materia, ma ecco che le fondamenta materiali del mondo umano, macroscopicamente situate tra le piccole cellule degli organismi viventi e il sistema solare, cominciano ad entrare in un circolo senza fine. "Non appena la struttura submicroscopica della materia non può più essere descritta né rappresentata altrimenti che attraverso un'equazione, ecco che la fisica "disciplina di base" sembra appoggiarsi anch'essa soltanto sulla matematica. (...) Il modello fisico delle scienze della natura rinvia al modello matematico del fisico: la scala della gerarchia delle scienze si chiude. Il livello inferiore, base e fondamento, si appoggia su qualcosa che sembra procedere dal livello più elevato, quello delle strutture logico-matematiche del pensiero, oggetto esso stesso della psicologia, fondata sulla fisiologia, essa stessa fondata sulla biologia molecolare, essa stessa sulla chimica e la fisica, essa stessa sulla logica matematica, ecc." [18].

In breve, la struttura della realtà materiale non si dà direttamente nell'esperienza o l'osservazione, deve essere pensata, concepita e dimostrata, e la scienza, le conoscenze disponibili in un momento della storia, le teorie, partecipano alla configurazione del "fatto" che esse esplorano. Una mappa della realtà non è la realtà. Come direbbe Magritte "Questa non è una pipa". Werner Heisenberg scrisse: "Le leggi naturali che nella teoria dei quanta formuliamo matematicamente non riguardano più le particelle elementari propriamente dette, ma la conoscenza che ne abbiamo noi" [19]. I pionieri della meccanica quantistica proporranno un "principio di indeterminatezza" o "di indeterminazione" enunciato da Heisenberg nel 1927, e riconoscere la rottura che sopraggiunge tra il sistema (di cui si parla) e l'osservatore nei campi delle reazioni subatomiche della materia.

Se, ora, ritorniamo su i cervelli che pensano tutte queste cose, diventa chiaro che essi lo pensano all'interno di una struttura di senso che è istituita (istituzionale), storica e olistica [20]. Il significato o l'intenzionalità che, come abbiamo segnalato, è prodotta nell'atto sociale, non può essere ridotto a uno stato interno del cervello, né assimilato alle condizioni materiali della sua espressione [21]. In questa formulazione del problema - c'è bisogno di dirlo? - non vi è nulla di spirituale, né l'introduzione surrettizia di una qualunque res cogitans, vi è soltanto il riconoscimento del fatto che il cervello lavora con dei segni o dei simboli che, nello scambio, producono gli effetti di comprensione e di significazione.

Lo sviluppo della biologia inizia verso la metà del XX secolo con l'identificazione del DNA come base della specificità presso gli eucarioti. Nel 1953, James Watson e Francis Crick pubblicano il famoso modello della doppia catena elicoidale, e il progresso che ne conseguì, basato sulle potenti tecniche della biologia molecolare, non ha smesso di accelerare.

Lo stesso progresso si è prodotto nello svelamento delle funzioni del cervello e delle molteplici connessioni che collegano il sistema talamocorticale, il cervelletto, l'ippocampo e i gangli della base, così come i nuclei specifici noradrenergici, dopaminici, ecc., tra di loro. All'inizio degli anni 70 le tecniche di mappatura cerebrale sono venute a dare manforte all'espansione delle nostre conoscenze: la tomografia a raggi X assistita dal computer, la tomografia ad emissione di positroni (TEP) e la Imaging a risonanza magnetica (IRM) ci chiariscono sulle modificazioni dell'attività cerebrale durante l'esecuzione dei diversi compiti.

E' allora la stessa efficacia dei progressi scientifici che inizia a distillare, con la sua retorica persuasiva, una specie d'effetto perverso o negativo, trascinando il discorso sociale in una regressione di alcuni decenni, contribuendo senza volerlo, alla deriva reazionaria di un pensiero unico che si impone con il blocco immaginario neoliberale. Lasciamo da parte la manifesta efficacia dell'invocazione dei geni per assicurare il finanziamento dei programmi di ricerca stessi, e le conseguenze che hanno sul pubblico i partenariati che si stabiliscono tra la scienza e il commercio, la genetica e il mercato [22]. Ad ogni modo, non sfuggiamo sulla stampa quotidiana e sulle riviste di divulgazione scientifica, alla pubblicazione periodica della scoperta di un nuovo gene che spiega il comportamento degli uomini nella sessualità (quella degli uomini o quella dei ratti, non è importante), o nel gusto, o nella scelta del colore del vestito per il matrimonio, se matrimonio vi è, o nella biancheria intima di pizzo se non vi è matrimonio. Avete anche diritto di sapere quale parte del cervello è programmata per darvi delle idee religiose. Io, non ho ancora letto grazie a quale area del cervello sono ateo.

Più seriamente, le "scienze umane" si lasciano sedurre a loro volta, anche loro, e tendono a raccogliersi in laboratorio. In psicologia, nelle scienze cognitive, in sociologia, una procedura "atomista" si generalizza: si parte dalla molecola per andare a cercare l'intenzionalità (o la coscienza) e non la si trova. Si ignora così la dimensione istituzionale del comportamento umano e l'articolazione particolare tra i cervelli e il mondo della significazione.

Di conseguenza, e sfortunatamente, la nostra epoca diventa ricettiva alle idee che Edward Wilson espresse alla fine degli anni 70. Il clima intellettuale di allora permetteva una critica facilmente comprensiva delle sue estrapolazioni. Oggi si dimentica che l'ideologia rampante che s'impone è biologizzante e riduzionista e, come ieri, - anche se il linguaggio di oggi è più sofisticato e sembra relegare in un campo un po' caricaturale quest'espressione di pochi decceni fa, - ha tendenza a dare questo: "Le nostre società sono fondate su degli imperativi mammiferi, l'individuo opera dapprima per la riuscita della sua propria riproduzione, poi per quella della sua parentela immediata" [23].

"Il destino dell'uomo è di sapere". Coloro che non seguono l'evoluzione dei determinismi biologici non hanno avvenire. "I luddisti [24] e gli anti-intellettuali (sic!) non padroneggiano le equazioni differenziali della termodinamica né i parametri biochimici delle malattie. Essi vivono in capanne di paglia e muoiono giovani" [25]. Il mondo di "Mikhail Bakunin, l'anarchico, [è] biologicamente impossibile" [Ibid., p. 293]. Attraverso oscuri determinismi biologici, gli uomini amano l'autorità e si sottopongono volontariamente e rispettosamente ai capi carismatici. Allora, un anarchico è un mammifero teratologico.

 

Edoardo Colombo

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] da: "Réfractions", n° 13.

[2] E' possibile parlare del mondo umano senza utilizzare delle distinzioni come "le braccia", (il corpo), e "lo spirito", (il mentale)? Questa distinzione non implica necessariamente un dualismo ontologico, o separazione cartesiana tra res cogitans res extensa.

[3] I Presocratici. Bibliothèque de La Pléiade, Gallimard, Parigi, 1988. Alcmeone / Teofrasto, p. 219-220, e Aezio, p. 220.

[4] Ippocrate: “Sulla malattia sacra”. Citato da Ilza Veith, Histoire de l’hystérie, Seghers, Parigi, 1973.

[5] Vedere Gerald M. Edelman: Biologie de la conscience, Ed. Odile Jacob, Parigi, 1992. E anche Gerald M. Edelman e Giulio Tononi: Comment la matière devient conscience, Ed. Odile Jaob, Parigi, 2000.

[6] Ibid., p. 51.

[7] Ibid., p. 53.

[8] Gli ominidi sono rappresentati da due sottofamiglie attuali: gli hominini (uomo) e i panina (scimpanzè, gorilla, bonobo).

[9] Edelman, Gerald M.: Biologie de la ConscienceOp. cit., p. 174.

[10] Jacob, Pierre: Pourquoi les choses ont-elles un sens? Ed. Odile Jacob, Parigi, 1997, p. 16. Vedere anche Donald Davidson: "Les événements mentaux", In: Actions et événements, PUF, Parigi, 1993. Per la distinzione conscio / inconscio vedere E. Colombo: Le refoulement e l'Inconscient ou l'activité inconsciente. Su Internet (in spagnolo): http://www.aperturas.org

[11] "Pensare" appartiene alla categoria dei verbi che possiamo chiamare "atteggiamenti proposizionali" tali che "dubitare che", "credere che", "volere che", "augurare o desiderare che", appellativo che ha il vantaggio di ricordarci, ad esempio, che "il desiderio" ha sempre come obiettivo un "oggetto", che è necessariamente desiderio di qualcosa, che contiene una relazione (o contenuto semantico) espressa dalle proposizioni complettive introdotte da "che".

[12] Piveteau, Jean: L'apparition de l'hommeO.E.I.L., Parigi, 1986, p. 97. Vedere Aux origines de l'humanité, sotto la direzione di Yves Coppens e Pascal Picq, Fayard, Parigi, 2001, p. 278. Vedere anche Au commencement était l'homme. De toumai à Cro-MagnonOdile Jacob, Parigi, 2003, p. 80.

[13] Picq, Pascal: Au commencement était l'homme. De toumai à Cro-MagnonOdile Jacob, Parigi, 2003, p. 99.

[14] La relazione che stabilisce il segno con gli "oggetti" forma un sistema, un "codice" socialmente istituito, e se l'abbiamo chiamato sistema significativo è per segnare la relazione significativa di tipo circolare che delimita e identifica (costruisce) l'oggetto con il segno che lo designa, costituendo inoltre il segno su questa identificazione.

[15] Vedere John Dewey: Logique. La théorie de l'enquete, PUF, 1967, p. 67.

[16] Asserire una proposizione, è dire che la si ritiene vera. "Asseribilità garantita", termine di Dewey.

[17] Vedere Henri Atlan: "Du code génétique aux codes culturels", I. Physique et biologie. In L'Univers philosophgique, PUF, Parigi, 1989.

[18] Ibid., p. 421.

[19] Heisenberg, Werner: La nature dans la physique contemporaine, [1955]. Egli conclude così: "L'impiego del metodo trasforma il suo oggetto e di conseguenza il metodo non può più separarsi dal suo oggetto".

[20] L'olismo è una posizione antiriduzionistica che include le parti nel tutto. Per l'olismo epistemologico, nessun enunciato isolato dal suo contesto semantico ha un senso preciso e univoco.

[21] Per delle ragioni complesse che sarebbero lo sviluppo delle idee espresse in questo articolo - e che qui non è il caso di esplicitarle -, sono piuttosto d'accordo cone le teorie esternaliste del mentale. Le teorie che postulano l'identità del mentale e del cerebrale sono dell'ordine del materialismo riduzionista o, al limite, eliminativista, (in quest'ultimo caso, non vi è nulla da ridurre perché il mentale non esiste). Possiamo pensare che le modifiche che si verificano in diverse zone del cervello ricevendo e trattando un messaggio significativo (noetico) e non soltanto sensoriale, esauriscano la dimensione intenzionale? In altro termini, se potessimo leggere gli scambi elettro-chimici inter-neuronali, riusciremmo a decifrare il messaggio? Non lo credo, perché il significato è olistico, un pensiero - il contenuto proposizionale di un pensiero o di un atto mentale - dipende da migliaia di altri pensieri che non sono presenti in atto.

[22] Vedere, per sapere cos'è un gene, il libro di Evelyn Fox Keller: Le siècle du gèneGallimard, Parigi, 2003.

[23] Wilson, Edward O., L'humaine nature. Essai de sociobiologie, Stock, Parigi, 1979, p. 282.

[24] Luddismo: Movimento di distruzione delle macchine [1811 - 1813] in Inghilterra. Questo tipo di azione diretta era punibile con la pena di morte dalla legge del 1812. Il 13 gennaio 1813 furono giustiziati tre operai condannati dal tribunale di York. Tre giorni dopo salirono sul patibolo altri quindici. Erano tutti giovanissimi.

[25] Ibid., p. 292.

[26] Ibid., p. 293.

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31 marzo 2015 2 31 /03 /marzo /2015 05:00

La Rivoluzione degiacobinizzataLes_Temps_modernes_aprile_1957.jpg

 

Daniel Guérin

 

La tradizione "giacobina"

È, non dimentichiamolo, nella Rivoluzione francese, nell'esperienza del 1793-94, che Proudhon aveva attinto la sua folgorante diatriba contro la restaurazione dello Stato. E Bakunin, suo discepolo, sottolinea che il loro pensiero essendosi "nutrito di una certa teoria" che "non è altro che il sistema politico dei Giacobini modificato più o meno ad uso dei socialisti rivoluzionari", "gli operai socialisti della Francia" ("non hanno mai voluto... capire" che "quando, in nome della Rivolzione, si vuole fare dello Stato, non fosse che dello Stato provvisorio, si fa... della reazione e si lavora per il dispotismo" [56]. Il disaccordo tra marxisti e libertari deriva, in una certa misura, dal fatto che i primi non naffrontano sempre la Rivoluzione francese sotto lo stesso angolo dei secondi. Deutscher ha percepito che esiste nel bolscevismo  un conflitto tra due spiriti, lo spirito marxista e lo spirito "giacobino", un conflitto che non sarà mai completamente risolto, né da Lenin, né dallo stesso Trotsky [57]. Nel bolscevismo, ritroviamo infatti, come vedremo, delle sequenze di giacobinismo più accentuate che nel marxismo originale. Ma credo che il marxismo stesso non ha mai del tutto superato una contradizione analoga. Vi è in esso un lato di spirito libertario e una lato di spirito "giacobino" o autoritario.

Questa dualità trae, a mio avviso, la sua origine, per un'ampia parte, in un apprezzamento a volte giusto, ma a volte anche erroneo, del vero contenuto della Rivoluzione francese. I marxisti vedono bene che quest'ultima ha tradito le aspirazioni popolari per il fatto stesso che essa è stata, oggettivamente e nei suoi risultati immediati, una rivoluzione borghese. Ma, allo stesso tempo, accade loro di essere obnubilati da un'applicazione abusiva della concezione materialista della storia, che la fa considerare loro a volte soltanto sotto l'angolo e nei limiti della rivoluzione borghese. Essi hanno ragione, sicuramente, di sottolineare i tratti relativamente (tutt'altro che indiscutibili) progressivi della rivoluzione borghese, ma questi tratti (che per di più anche dei libertari come Bakunin e Kropotkin, se non Proudhon, hanno esaltato come loro), vi sono dei momenti in cui essi li presentano in modo troppo unilaterale, in cui li sopravvalutano, in cui li idealizzano.

Boris Nicolaïevski pone certamente in modo esagerato l'accento, perché è un menscevico, su questa tendenza del marxismo. Ma c'è qualcosa di vero nella sua analisi. E l'estremista di sinistra tedesca del 1848, Gottschalk, non aveva torto di non essere disposto davanti alla prospettiva marxista "di sfuggire all'inferno del Medioevo" per "precipitarsi volontariamente nel purgatorio" del capitalismo [58]. Ciò che Isaac Deutscher dice dei marxisti russi di prima del 1917 (perché, oh paradosso, vi era molto menscevismo presso questi "bolscevichi"!) è valido, io credo, in una certa misura, per i fondatori stessi del marxismo "perché vedevano nel capitalismo una tappa sul cammino che portava dal feudalesimo al socialismo, essi esageravano i vantaggi di questa tappa, i suoi caratteri progressivi, la sua influenza civilizzatrice..." [59].

Se si confrontano i numerosi passi degli scritti di Marx e Engels riguardanti la Rivoluzione francese (di cui ho dato, nel mio libro alcuni estratti) non si può non constatare che a volte si accorgono mentre altre volte invece perdono di vista il suo carattere di "rivoluzione permanente". La rivoluzione dal basso, essi la vedono certa, ma soltanto per eclissi. Come hanno la tendenza a fare, nel loro zelo, i discepoli di ogni maestro, ho avuto il torto, nel mio libro, di presentare le vedute di Marx e di Engels sulla Rivoluzione francese come una "sintesi" coerente, di "dogmatizzarli", mentre in realtà esse presentavano delle contraddizioni difficilmente conciliabili (e che non sono soltanto dialettiche", e cioè riflettenti delle contraddizioni che esistono nella natura). Per dare un solo esempio (perché sarebbe troppo lungo ricapitolarle qui) Marx non esita a presentare gli umili sostenitori di Jacques Roux e di Varlet nei sobborghi come i "principali rappresentanti" del movimento rivoluzionario [60], ma sfugge ad Engels di scrivere che al "proletariato" del 1793 "poteva, tutt'al più, essere portato un aiuto dall'alto" [61].

Si capisce già meglio ciò che si deve intendere con questo spirito "giacobino" di cui parla Deutscher. A prima vista, il termine è privo di senso, perché chi potrebbe dire ciò che era veramente il "giacobinismo" nel 1793? La lotta di classe (benché ancora embrionale) passava attraverso la Società dei Giacobini. I suoi capi erano dei borghesi di sinistra difidenti, in fondo, nei confronti delle masse popolari e il cu obiettivo più o meno cosciente era di non superare i limiti della rivoluzione borghese. I Giacobini popolari erano dei plebei che, più o meno coscientemente, volevano varcare questi limiti. Alla fine, le due tendenze antagoniste divennero, per il fatto stesso del loro conflitto aperto, molto più coscienti e i Giacobini che erano in alto spedirono al patibolo i Giacobini che erano in basso (aspettando di esservi spediti essi stessi sotto la mannaia da borghesi più reazionari). Con "spirito giacobino", credo che si debba intendere la tradizione della rivoluzione borghese, della "dittatura" dall'alto del 1793, un po' idealizzata e insufficientemente differenziata dalla dittatura dal basso. E per estensione, si deve intendere anche la tradizione del cospirativismo babuvista e blanchista, che riprende dalla rivoluzione borghese le sue tecniche dittatorialio e minoritarie per porle al servizio di una nuova rivoluzione.

Si capisce perché i libertari vedono nel socialismo (o comunismo) del XIX secolo una certa tendenza "giacobina", "autoritaria", "governativa", una propensione al "culto della disciplina dello Stato" ereditata da Robespierre e dai Giacobini, che essi definiscono un'"umore borghese", una "eredità politica del rivoluzionarismo borghese", a cui oppongono l'affermazione che "le Rivoluzioni sociali dei nostri giorni non hanno nulla o quasi nulla da imitare nelle procedure rivoluzionarie dei Giacobini del 1793" [62].

Marx e Engels cadono, certamente, molto meno in questo rimprovero rispetto alle altre correnti socialiste, autoritarie e statiste, del XIX secolo. Ma ebbero essi stessi molte difficoltà dal liberarsi dalla tradizione giacobina. È per questo, per fare un solo esempio, che essi sono stati lenti nel disfarsi del mito "giacobino" della "centralizzazione rigorosa offerta come modello dalla Francia del 1793". L'hanno infine respinta, sotto la pressione dei libertari, ma non senza aver barcollato, esitato, rettificato il loro tiro e, anche nel loro ravvedimento, effettuato ancora un falso percorso [63]. Questo esitazione doveva permettere a Lenin di dimenticare i passi anticentralizzatori dei loro scritti - soprattutto una messa a punto fatta da Engels nel 1885 e che ho citato nel mio libro [64] - per non rotenere che "i fatti citati da Engels e riguardanti la Repubblica francese, centralizzata, dal 1792 al 1799" e per battezzare Marx un "centralista" [65].

Sui bolscevichi russi, infatti, l'impresa "giacobina è ancora più accentuata che sui fondatori del marxismo. E, per un'ampia parte, questa deviazione prende la sua origine in un'interpretazione a volte inesatta e unilaterale della Rivoluzione francese. Lenin, certo, ha molto bene rilevato il suo aspetto di "rivoluzione permanente". Ha dimostrato che il movimento popolare (che egli chiama impropriamente "rivoluzione democratica borghese") è stata lungi dal raggiungere nel 1794 i suoi obiettivi e che non vi perverrà, nei fatti, soltanto nel 1871 [66]. Se la vittoria completa non è stata conseguita sin dalla fine del XVIII secolo, è perché le "basi materiali del socialismo" facevano ancora difetto [67]. Il regime borghese non è progressivo che in rapporto all'autocrazia che l'ha preceduto, che come forma ultima di dominio e "l'arena più comoda per la lotta del proletariato contro la borghesia" [68]. Solo il proletariato è capace di spingere la rivoluzione sino in fondo "perché va molto oltre alla rivoluzione democratica" [69].

Ma, d'altronde, Lenin ha a lungo respinto la concezione della rivoluzione permanente e sostenuto che il proletariato russo dovrebbe, dopo la conquista del potere, limitarsi volontariamente a un regime di democrazia borghese. È perché ha spesso tendenza a sopravvalutare l'eredità della Rivoluzione francese, affermando che resterà "forse per sempre il modello di certi metodi rivolzuionari" e che gli storici del proletariato, devono vedere nel giacobinismo "uno dei punti culminanti che la classe oppressa raggiunge nella lotta per la sua emancipazione," i "migliori esempi di rivoluzione democratica" [70]. È per questo che idealizza Danton [71] e non esita a proclamarsi egli stesso un "Giacobino" [72]

Gli atteggiamenti giacobini di Lenin gli attirarono, nel 1904, una viva replica del giovane Trotsky. Per quest'ultimo (che non si era ancora allineato al bolscevismo), il giacobinismo, "è il massimo grado di radicalismo che possa essere fornito dalla società borghese". I rivoluzionari moderni devono difendersi dal giacobinismo quanto dal riformismo. Giacobinismo e socialismo proletario sono "due mondi, due dottrine, due tattiche, due psicologie separate da un abisso". Se entrambi sono intransigenti, le loro intransigenze sono qualitativamente diverse. Il tentativo per introdurre i metodi giacobini nel movimento di classe del proletariato, nelle rivoluzioni proletarie del XX secolo, non è altro che opportunismo. Essa esprime, allo stesso titolo del riformismo, "una tendenza a legare il proletariato ad un'ideologia, una tattica e infine una psicologia estranea e nemica dei suoi interessi di classe". A cosa serve, chiedeva il giovane Trotsky, aggiungere alla parola "Giacobino", come faceva Lenin, il correttivo "legato indissolubilmente all'organizzazione del proletariato" se si conservava allo stesso tempo una psicologia giacobina di sfiducia verso le masse? Indubbiamente lo stadio del "giacobinismo" o "blanquismo" corrispondeva allo stato arretrato della Russia. Ma, continuava Trotsky, "Non c'è da essere fieri se, in conseguenza del nostro ritardo politico, siamo ancora al giacobinismo" [73]. Sono tuttavia i metodi rivoluzionari borghesi e giacobini [74] derivanti da questo "ritardo politico" della Russia e poggianti "su vecchie tradizioni, su abitudini superate" [75] che più tardi saranno imposte in blocco come un dogma al proletariato mondiale...

 

Verso una sintesi

In conclusione, la Rivoluzione francese è stata la fonte di due grandi correnti di pensiero socialista che, attraverso tutto il XIX secolo, si sono perpetuate sino ai nostri giorni, una corrente giacobina autoritaria e una corrente libertaria. La prima di "umore borghese", orienta dall'alto in basso, è soprattutto preoccupata di efficacia rivoluzionaria e vuole tener conto soprattutto della "necessità", l'altra, di spirito essenzialmente proletario, orienta dall'alto in basso, pone in primo piano la salvaguardia della libertà. Tra queste due correnti sono stati elaborati numerosi compromessi, più o meno traballanti. Il collettivismo libertario di Bakunin cercava di conciliare Proudhon e Marx. Il marxismo si sforzò di trovare, nella Prima Internazionale, una via di mezzo tra Blanqui e Bakunin. La Comune del 1871 fu una sintesi, empirica del giacobinismo e il federalismo. Lenin stesso, in Stato e rivoluzione, è diviso tra l'anarchismo e il comunismo di Stato, tra la spontaneità delle masse e la "disciplina di ferro" del giacobinismo. Tuttavia la vera sintesi di queste due correnti rimane da fare. Come scrive H. E, Kaminsky, essa non è soltanto necessaria, ma inevitabile. "La storia... costruisce essa stessa i suoi compromessi" [76]. La degenerazione della Rivoluzione russa, il collasso e la bancarotta storica dello stalinismo la mettono, più che mai, all'ordine del giorno. Essa soltanto può permetterci di rifare il nostro bagaglio idee e evitare per sempre che le nostre rivoluzioni siano confiscate da nuovi "Giacobini" che dispongono di blindati in confronto dei quali la ghigliottina del 1793 fa la figura di un giocattolino.

 

Daniel Guerin

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

[56] Bakunin, Oeuvres, II, p. 108, 232, - È accaduta la stessa cosa per i socialisti tedeschi: Rudolf Rocker ha evidenziato (nel suo Johann Most, Berlino, 1924, p. 53) quanto Wilhelm Liebknecht fosse "influenzato dalle idee dei vecchi giacobini comunisti".

[57] Deutscher, The Prophet, cit., p. 95.

[58] Boris Nicolaïevski, Karl Marx, 1937, p. 146, 158...

[59] Deutscher, Stalin, cit., p. 39; - Cfr. anche Sir John Maynard, Russia in flux, New York, 1955, p. 118.

[60] Marx, La sainte famille, Oeuvres philosophiques, (Costes) II, p. 213.

[61] Engels, Anti-Duhring, 1878, (Costes) III, p. 8.

[62] Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIX siècle, cit., p. 234-323; - Bakunin, Oeuvres, II, p. 108, 228, 296, 361-362; VI, p. 257.

[63] Engels, Karl Marx devant les jurés de Cologne (Ed. Costes), p. 247 e note; - Marx, Dix-Huit Brumaire de Louis-Bonaparte (Ed. Schleicher), p. 342-344; Marx, La Guerre Civile en France, cit., p. 16, 46, 49; Engels, Critique du Programme d'Erfurt, op. cit.

[64] Daniel Guérin, II, p. 4.

[65] Lénine, L'Etat et la Révolution, 1917, Petite Bibliothèque Lénine, 1933, p. 62, 84-85.

[66] Lénine, Pages choisies, (Ed. Pascal), II, p. 372-373.

[67] Lénine, Oeuvres (in francese), XX, p. 640.

[68] Pages..., II. p. 93.

[69] Ibid., II, p. 115-116.

[70] Pages..., II, p. 296: - Oeuvres, XX, p. 640.

[71] Pages..., III, p. 339.

[72] Oeuvres, XX, p. 640; Pages choisies, I, p. 192 (1904).

[73] Trotsky, Nos tache politiques, cit.

[74] Rosa Luxemburg, La Révolution Russe, 1918, edizione francese 1937, p. 27.

[75] Voline, La Révolution inconnue (1917-1921), 1947, p. 154-156, 212; [tr. it.: La rivoluzione sconosciuta, Savelli, Roma, 1970].

[76] H. E. Kaminski, Bakounine, 1938, p. 17.

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9 marzo 2015 1 09 /03 /marzo /2015 06:00

Henri Arvon, un ricercatore di Stirner

 

Bernd A. Laska

Il germanista e storico delle idee francese Henri Arvon fu nella seconda metà del XX secolo l'esperto più attivo nello spazio francofono in termini di pubblicazioni concernenti Max Stirner. Dal 1954 al 1966, la sua monografia su Stirner era l'unica esistente al mondo. Benché fosse abbastanza noto in Francia in quanto autore, grazie a una serie di libri, in parte editi nella collezione ad alta diffusione “Que sais-je?”, rimase, in quanto persona, talmente nascosta che si può sapere su di lui, soltanto ciò che si trova nei dizionari specializzati o su internet. Wikipedia francese offre lo stesso stato di cose da tre anni, un mini articolo su Arvon, che non comprende nemmeno le sue date di nascita e di morte.

I

Henri Arvon è nato Heinz Aptekmann il 9 marzo 1914 a Bayreuth, da una famiglia ebraica [1]. Ottiene la sua laurea nel 1933 – nello stesso liceo in cui Stirner aveva ottenuto il suo “Absolutorium” nel 1826 – e andò a studiare in Francia, dapprima a Strasburgo, più tardi a Clermont-Ferrand. Heinz Aptekmann fece modificare il suo nome in Henri Arvon, acquisì la nazionalità francese e sopravvisse alla guerra nella zona libera.

Dopo la guerra, Arvon insegnò in diverse istituzioni: dal 1946 al 1965, al Pritaneo Nazionale Militare di La Flèche, un liceo che preparava a degli studi in un'accademia militare; dal 1966 al 1970, all'Università di Clermont-Ferrand; e dal 1971 al suo pensionamento nel 1982, all'Università Paris X - Nanterre.

Nel 1939, Arvon sposò Marta Weinberg, un'ebrea tedesca che viveva anche lei in esilio in Francia, ed ebbe da lei una figlia, Cécile, nata nel 1945. Dopo essere diventato vedovo nel 1978, sposò nel 1987 una Spagnola e visse da allora nelle vicinanze di Barcellona.

Henri Arvon morì il 2 dicembre 1992 [2].

 

II

Nel corso dei primi anni della sua attività di professore alla scuola militare, Arvon scrisse due monografie compatte che uscirono nel 1951 nella collana “Que sais-je?” e conobbero un durevole successo: una sul buddismo (21edizione nel 2005), l'altra sull'anarchismo (12edizione nel 1998). L'opera sul buddismo, come dice Arvon nella prefazione “non si ispira ad alcun proselitismo e […] nasce unicamente dall'interesse appassionato che l'autore ha provato allo strano spettacolo di una religione atea e di un ateismo che vuole afferrare l'Assoluto, [per dare, qui sulla Terra, delle direttive per un modo di vita ragionevole].” (il passo tra le virgolette è presente unicamente nella versione tedesca).

Quest'interesse condusse ben presto Arvon agli scritti dei giovani hegeliani che per primi in Germania avevano difeso delle posizioni atee: Bruno Bauer e Ludwig Feuerbach. Egli conosceva già Max Stirner dagli anni del liceo di Bayreuth [3]. Gli ha, come disse più tardi, “dedicato degli studi durante tutta la sua vita” [4]. Scrisse per la prima volta su questo argomento per la sua tesi di dottorato, che ottenne nel 1951. Essa non venne pubblicata. Tuttavia, ne furono tratte due pubblicazioni: lo stesso anno, nel 1951, un lungo articolo, Une polémique inconnue - Marx et Stirner [Una polemica sconosciuta - Marx e Stirner], sulla rivista pubblicata da Jean-Paul Sartre “Les Temps Modernes”, e nel 1954, il libro Aux sources de l'existentialisme - Max Stirner [Alle fonti dell'esistenzialismo – Max Stirner]. Questo libro comprende un capitolo, Saint Max [San Max], che ricapitola l'articolo del 1951.

Arvon sostiene nell'articolo, così come nel capitolo, l'idea secondo la quale Stirner avrebbe svolto un ruolo importante nella concezione del materialismo storico di Marx, delle basi teoriche del futuro marxismo, insomma. Questa sarebbe stata la critica di Stirner su Feuerbach, che avrebbe obbligato Marx, adepto di Feuerbach, a distaccarsene nel 1845 e a sviluppare il suo proprio punto di vista, dovendo immunizzarlo contro la critica di Stirner. Arvon giustificò questa visione con una ricostruzione esatta dello sviluppo teorico di Marx sino al suo manoscritto Sankt Max (San Max), elemento principale del volume intitolato più tardi Die deutsche Ideologie (L'ideologia tedesca), rimasta in gran parte inedita all'epoca. Arvon parlò di una “svolta essenziale” nello sviluppo teorico di Marx.

Se, dopo più di mezzo secolo di ricerche su un pensatore così famoso come Marx, una tale scoperta biografica fu ancora possibile, si può fortemente supporre che esistevano in precedenza degli ostacoli ideologici che avevano ostacolato lo sguardo dei ricercatori, dei marxisti quando degli altri. Una situazione tesa. Arvon sembra aver tenuto questo fatto in debito conto, perché presentò il suo lavoro pionieristico con una grande umiltà, prudenza e conciliazione. Già nel titolo dell'articolo, parlò di una polemica “sconosciuta” - benché abbia evidentemente saputo che il San Max di Marx era conosciuto dal 1903, ma del tutto ignorato da allora [5]. Continuò ad essere empatico di fronte ai suoi destinatari anticipando con due fattori scusanti le loro mancanze: innanzitutto, San Max non sarebbe stato reso pubblico che nel 1932, (nel quadro dell'edizione completa di Marx-Engels MEGA – ignora i testi del 1903); e in secondo luogo, l'oblio del ruolo di Stirner sarebbe dovuto alla concezione di Engels nel suo libro Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie (Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca) del 1886/88.

Questo libro avrebbe ottenuto, per la sua visione della filosofia di “Vormärz” (l'”avanti-marzo; epoca storica tedesca dal 1830 al 1848), uno statuto del tutto paradigmatico, a causa della sua purezza. Tuttavia, la rappresentazione di Engels del ruolo di Stirner – come figura di “anarchico” secondaria, che sarebbe stato superato da Feuerbach – non resisterebbe già ad un esame cronologico. Non che Engels abbia volontariamente scritto delle cose false, assicura rapidamente Arvon, no, ma le necessità politiche dell'epoca non gli avrebbero permesso una rappresentazione fedele della nascita del materialismo storico [6].

Questa posizione difensiva da parte di Arvon, che possiamo giustificare con altri esempi nella scelta del vocabolario e dello stile, è anche, probabilmente inconscio, all'origine della scelta del titolo del suo libro, che reca confusione. Mentre Arvon vi mostra dettagliatamente che Stirner è stato una “fonte” importante del materialismo storico e anche del marxismo, lo annuncia nel titolo come “fonte” dell'esistenzialismo. Stirner in quanto padre dell'esistenzialismo non è trattato che nelle due ultime pagine del libro di Arvon, certo sotto il titolo di Conclusione, ma in alcun caso senza che ciò sia comprensibile in rapporto a quanto precede. Nessun esistenzialista di fama fa riferimento inoltre in modo positivo a Stirner [7].

 

III

La monografia di Arvon su Stirner fu nel 1954 la prima in lingua francese e rimase sino alla fine degli anni 60 la sola al mondo. Fu molto spesso citata quando si trattava di integrare Stirner a una scuola di pensiero, l'esistenzialismo, giustamente. Ci si atteneva all'evidenza allora al titolo del libro e si notava appena che quest'ultimo, conformemente al contenuto, avrebbe dovuto intitolarsi Alle fonti del marxismo.

I lavori di Arvon sul rapporto di Stirner con il marxismo non furono all'epoca conosciuti che in modo isolato, per esempio, in un breve resoconto sull'articolo di Arvon Una polemica sconosciuta [8], del giovane Iring Fetscher, che aveva inoltre studiato a Parigi, Arvon avrebbe scoperto una lacuna nella ricerca su Marx, che sarebbe semplicemente del tutto “inspiegabile”.

Lo studio di Fetscher non aveva dato all'epoca ad alcuna conseguenza avvertibile in Germania. In Francia, si ignorò allo stesso modo la tesi di Arvon; ma vi era lì uno dei suoi colleghi, quasi della stessa età, su cui la scoperta di Arvon aveva dovuto fare un'impressione molto forte, benché, per tutta la sua vita, non fece che tacerla. Questo collega lavorava, negli anni 50, nello stesso campo specialistico di Arvon. Mentre Arvon pubblicò una monografia su Feuerbach nel 1957, l'altro tradusse in francese i testi di quest'ultimo e li commentò. In compenso, Arvon utilizzò le traduzioni di quest'ultimo per un volume intitolato Feuerbach - sa vie, son œuvre; avec Extraits de Feuerbach, Stirner, Marx [Feuerbach – la sua vita, la sua opera; con estratti di Feuerbach, Stirner , Marx] del 1964. Louis Althusser era questo collega.

È praticamente escluso che Arvon e Althusser non si siano conosciuti. Si può inoltre supporre che i due abbiano avuto una conoscenza molto precisa dei lavori l'uno dell'altro. Ciò è importante per comprendere l'opera di Althusser Pour Marx [Per Marx] del 1965 e la discussione che essa provocò a livello internazionale.

Un buon decennio dopo che Arvon ha parlato della “svolta essenziale” nello sviluppo teorico di Marx, Althusser sostiene la stessa tesi come elemento centrale di quest'opera con il nome di “rottura epistemologica” (coupure épistémologique). Althusser si concentra, così come Arvon, su L'ideologia tedesca di Marx, ma ne ignora circa 350 pagine su 500, precisamente la parte dell'opera nella quale Marx critica Max Stirner in quanto San Max. Il nome di Stirner non è menzionato da Althusser, così come lo stesso nome di Arvon.

Non varrebbe nemmeno la pena di parlarne oggi, se non si trattasse di un plagio. Più importante è il fatto che questo silenzio ostinato su Stirner, in un contesto in cui svolse il ruolo principale, fu anche ignorato nelle discussioni internazionali. Ciò dà l'impressione irrefutabile che la tesi formulata da Arvon di una cesura decisiva nello sviluppo della teoria di Marx non può essere comunicata che in questa maniera al mondo degli specialisti e ben oltre, che il nome di Stirner fu bandito a causa di quest'ultimo, invece, come ciò è ordinario nel caso di un discorso scientifico, di pesare gli argomenti pro e contro dell'influenza di Stirner su Marx. Nella misura in cui questo silenzio su un fatto che salta da sé agli occhi fu tenuto in modo collettivo, ho parlato in un precedente contributo di un bandoche, ben inteso, senza essere stato pronunciato, fu efficace in questo caso e lo è ancora [9].

 

IV

La questione più evidente che si pone in seguito, è quella della reazione di Arvon sulla pubblicazione di Althusser e sul comportamento conforme dei numerosi ricercatori su Marx, qualunque sia la loro provenienza, nella discussione sulla tesi di Althusser. Stranamente, Arvon non reagisce dapprima – sino al 1977 – non del tutto pubblicamente. Nella misura in cui la sua successione non è attualmente localizzata, e in cui l'inventario della successione di Althusser (all'Institut mémoires de l'édition contemporaine, IMEC, Parigi) non dà informazioni sui documenti inediti concernenti Stirner o sugli scambi epistolari tra Arvon e Althusser, non rimane che la possibilità di indovinare un movente plausibile sulla base dei testi editi.

Dobbiamo qui citare un libro che apparve nel 1966, e cioè quasi nello stesso periodo di quello di Althusser, ed ebbe un'influenza così notevole sul giudizio di Arvon a proposito di Stirner, che possiamo parlare, impiegando la sua propria espressione di una “svolta essenziale” nello sviluppo di Arvon: Die Ideologie der anonymen Gesellschaft (L'Ideologia della società anonima), un libro di 600 pagine di Hans G. Helms [10]. Lo stirnerismo riprendendo la critica di Stirner da parte di Marx, vi è rappresentato come ideologia del piccolo borghese, attualizzata come nucleo delle ideologie, sia dallo Stato nazionalsocialista sia – perché Helms vede una continuità – dalla Repubblica federale tedesca di Adenauer.

Arvon racconta, in una digressione autobiografica nel quadro di un discorso che egli diede nel 1969 a un congresso dell'anarchismo (11), l'esperienza di risveglio che Helms fece nascere in lui segnalando l'importanza, durante la valutazione di oggetti storici, di riflettere costantemente “in modo dialettico” la propria situazione sociale. Egli, Arvon, avrebbe così riconosciuto che la sua principale ragione di interessarsi a Stirner si trovava nella sua personale esperienza del totalitarismo disumano e della sua devalorizzazione della persona. Questo tratto dicarattere decisivo, la sua esistenza in quanto germanista e la sua origine in un ambiente piccolo borghese l'avrebbero predestinato alla semplice rivoluzione di coscienza di Stirner come opposizione la più coerente al totalitarismo. Soltanto Helms gli avrebbe aperto gli occhi sul fatto che questa visione era unilaterale. I punti di vista politici e sociali di Stirner sarebbero, come egli al presente – in ragione della “critica aspra di Marx e Engels e a quella non meno mortale del loro discepolo Helms” - come avrebbe imparato a capirlo, “conservatori, addirittura reazionari”. Egli ammetterà questo francamente e senza il minimo rimorso.

 

Arvon si dichiarò quindi in questo discorso “stirneriano convinto”, e visse il fatto di aver evidenziato l'attualità di Stirner come forse il più grande merito di Helms. Entrambi, Arvon e Helms, avevano tuttavia delle concezioni molto differenti di questa attualità. Helms presentava Stirner come “proto-fascista” e le sue idee come “focolaio purulento” ideologico, di cui dei marxisti come lui avrebbero infine scoperto la “pericolosità” (p. 495). Non vedeva Stirner che negativamente. Al contrario, Arvon vede positivamente “la vera attualità” del pensiero di Stirner: essa deve tuttavia essere allontanata dal campo politico ed essere ridotta al campo puramente morale”. Così, si potrebbe integrare l'”unicità” di Stirner in correnti filosofiche più recenti. Arvon nominò in particolare “la dialettica negativa della Scuola di Francoforte praticata da Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse”, un pensiero così audace che si negherebbe da sé e di rinnoverebbe in permanenza.

L'attaccamento di Arvon a Stirner malgrado la sua “conversione” attraverso Helms generò una posizione appena comprensibile. Alla fine, egli celebrò Stirner come “un meraviglioso antidoto” contro i recuperi dell'individuo da parte della società, ecc. Ma, come nel 1954, quando egli aveva proposto agli esistenzialisti, allora attuali, Stirner come precursore, e la cosa non aveva provocato alcuna reazione, nessun rappresentante della Scuola di Francoforte – i cui padri fondatori avevano già ignorato Stirner – non si occupò nemmeno questa volta della sua proposta.

 

V

 

Alcuni anni dopo, Arvon partecipò a un congresso, nel corso del quale, in occasione del 100° anniversario della morte di Ludwig Feuerbach, si erano riuniti 35 specialisti - marxisti, teologi, filosofi e sociologi – da Stati situati ai due lati della “cortina di ferro”. Arvon fece un discorso, Engels Feuerbach kritisch betrachtet (Il Feuerbach di Engels illuminato in modo critico), nel quale aprì di nuovo una discussione sulle sue scoperte. Iring Fetscher, diventato nel frattempo un ricercatore su Marx di fama internazionale, era anch'egli presente. Trovò allora che “la lacuna inspiegabile nella ricerca su Marx”, così come la scoperta di Arvon gli era apparsa nel 1952, non aveva più bisogno di essere spiegata. Si doveva, egli pensava ora, tener conto della “importanza politica e tattica per il partito”, che il libro di Engels aveva all'epoca. Il “più grande merito” di Engels sarebbe stato di aver “rappresentato degli sviluppi filosofici concreti e di averli giustificati come necessari. Non rimaneva all'epoca ad Engels che fissare retrospettivamente e a rendere cosciente in modo generale la tappa filosofica che aveva condotto dall'hegelismo di sinistra, passando per Feuerbach, a Marx” [12].

Un altro collega, Hans-Martin Sass, lo dice in modo ancora più chiaro: “Engels ha introdotto dei principi, dei metodi di argomentazione e delle valutazioni, che, attraverso la ricerca filosofica e storica, per quanto essa possa essere sottile, allo stesso modo, signor Arvon, in cui voi la conducete, non hanno sfortunatamente potuto essere che sviluppate lentamente nel corso di decenni , e anche più. Non esistono che pochi scritti nella storia delle idee e della filosofia occidentale, che abbiano avuto un impatto così importante comequelli di Engels [13]”.

La “lacuna” scoperta da Arvon, che non fu ad ogni modo notata che da una minoranza, era in questo modo colmata da molto tempo, le questioni sollevate con essa cancellate, eliminate. Arvon si ritrovò isolato durante questo congresso. Nessuno degli esperti voleva accettare correzioni alla visione canonizzata da Engels sul passo di Marx dal feuerbachismo al materialismo storico.

Eppure Arvon, come venti anni prima, aveva introdotto il tema con un'estrema prudenza. In nessun caso accusò Engels di aver alterato intenzionalmente gli avvenimenti storici, ecc. Ma non si poteva ignorare più a lungo i fatti irrefutabili, la cronologia degli avvenimenti, ed essi lo dissero questa volta molto chiaramente: “Stirner lo ha [Marx] per così dire obbligato a questa transizione verso il materialismo storico”. Arvon si affrettò di smentire energicamente ciò che egli non aveva certo mai affermato, ma ciò che gli si attribuiva senza dirlo, poiché Stirner, da sempre tra gli esperti – in particolare in rapporto a Marx – era un argomento chiuso e indiscutibile: “Non voglio mettere Stirner al posto di Marx”. E: il nucleo del “materialismo storico [è] sicuramente già presente in lui [Marx]”. E: “Evidentemente, Marx va in seguito molto più lontano di Stirner” [14].

 

Tuttavia, queste proteste e altre dello stesso ordine servirono poco ad Arvon: il rifiuto della sua tematica, a causa della sua insistenza di lunga data, per quanto un po' fastidiosa e provocante degli scuotimenti di testa, da parte di ricercatori rappresentanti degli orientamenti cristiani, marxisti e altri, era irreversibile. Arvon si era evidentemente imbattuto in un tabù che, per decenni, era stato rispettato da tutti i ricercatori di Marx – con poche notevoli eccezioni quasi [15]; aveva cercato di infrangere un bando contro Stirner [16], che ben inteso – in modo analogo a ciò che oggi è considerato come politicamente corretto – non fu mai pronunciato, ma fu di un'efficacia tanto più rigorosa.

 

VI

 

Sin dall'inizio, Arvon si trovava anch'egli, come dimostrano gli altri suoi lavori su Stirner, sotto l'effetto paralizzante di questo bando. È per questo che egli vide nel 1954 Stirner “alle fonti dell'esistenzialismo” e lo classificò più tardi (“secondo Helm”) come “predecessore di Heidegger”. È per questo che anche la resistenza dilatoria e le reazioni puntuali e un po' nervose degli esperti sul suo tentativo di valorizzare alcuni dettagli storici, non lo hanno spinto a vedere il bandoin quanto tale o anche a spezzarlo intellettualmente. Se Stirner, così concepito da lui, non era un pensatore del rigore di un Marx o di un Heidegger – e non lo era certamente – allora non poteva ai suoi occhi che esserne più o meno l'ispiratore o più precisamente il predecessore. Se egli lo riteneva “attuale”, non era che per esprimere il suo desiderio che gli scritti di Stirner, e di Arvon su di lui, dovevanoessere letti. Non poteva citare in ragione dell'attualità delle idee di Stirner - soprattutto dopo Marx che sarebbe andato molto più lontano di Stirner, ma anche dopo Heidegger che avrebbe posto fine al trionfo dell'idealismo tedesco.

Il bando sembra anche, sin dall'inizio, essere statola ragione dell'atteggiamento ambivalente di Arvon nei confronti di Stirner. Da una parte, lo affascinava tanto che divenne il tema della sua vita, dall'altra parte, non poteva capire la posizione marginale di Stirner nella storia delle idee – e il disinteresse dei colleghi specialisti sulla sua scoperta storiografica, quella di Arvon.

Il rispetto di Arvon per la storia delle idee esistente e i suoi cari pensatori egemonici gli fece trovare rifugio – anche se si ribellò prudentemente e puntualmente contro Marx e Engels con le sue tesi – già in maniera introduttiva nel suo libro su Stirner, in ampie speculazioni psicologiche sullo stato mentale di Stirner. Era chiaro, egli spiegò preventivamente ai suoi lettori, che si aveva a che fare con Stirner con un caso patologico. La fonte principale della sua opera sarebbe stata la sua totale mancanza di volontà, da cui proverrebbe l'accentuazione disperata della sua volontà. Il suo libro sarebbe statouna proiezione inversa della sua vita penosa, dei suoi insuccessi in tutti i campi: familiare, accademico, sociale, letterario [17]. Se Arvon avesse cercato anche un approccio psicologico verso il grande Marx, almeno verso le sue reazioni facilmente riconoscibili come “patologiche” nei confronti di Stirner, sarebbe allora stato confrontato alla domanda che il suo collega anarchico Daniel Guérin pose: “Allora perché dunque aver rinunciato a pubblicare il libro?”. (L'ideologia tedesca) [18]. Arvon, che indovinò la minimizzazione di Stirner da parte di Engels, si fece avere, attraverso quella di Marx, la prova che quest'opera – dopo tutto, San Max è di lungi il più grande alterco che Marx abbia mai avuto con un pensatore – non aveva importanza.

 

La forza paralizzante di questo bandosi mostrò anche nel comportamento di Arvon di fronte all'intervento di Althusser. In una delle discussioni consegnate per scritto alla conferenza Feuerbach del 1973, si trova un passaggio nel quale Arvon notò che “la rottura epistemologica di cui parla Althusser... è, di fatto, stata per prima constatata da me” [19], ma una presa di posizione pubblica di fronte a Althusser non ebbe luogo che dodici anni più tardi [20], e, curiosamente, egli tacque rispetto a quest'ultima che era colui che un decennio e mezzo prima di Althusser aveva difeso la sua tesi di una frattura nello sviluppo di Marx. Evitò così di tematizzare il fatto che il suo lavoro fu ignorato, che quello di Althusser al contrario fece sensazione a livello internazionale; e che ciò sia stato dovuto eventualmente al fatto che Arvon abbia accordato a Stirner un ruolo importante nel processo, Althusser al contrario non cita nemmeno Stirner e l'opera centrale di Marx, San Max.

 

Arvon cominciò invece con un grande elogio di Althusser. Quest'ultimo avrebbe “posto un termine a un'enorme confusione, di cui il marxismo del dopoguerra ha sofferto”. Dopo alcune considerazioni preliminari, Arvon vi allegò la critica: “Si potrebbe salutare in modo illimitato l'impresa senz'alcun dubbio chiarificatrice di Louis Althusser se non vi si opponesse il fatto che essa sia incompleta e preconcetta”.

 

Althusser sarebbe un analista perspicace, ma anche uno stretto dottrinario. È per questo che aveva posto il suo lavoro al servizio del partito comunista francese, e, allo stesso modo di Engels, rappresentato Marx come un genio, che creò da sé e con la forza della sua perseveranza il materialismo storico. Arvon fece in seguito una sintesi della sua visione, benché ponesse in evidenza, in comparazione con i suoi lavori del periodo “ante-Helms”, il ruolo di Bruno Bauer per relativizzare quello di Stirner.

 

VII

 

Dopo che Arvon si era lasciato convincere da Helms che le idee di Stirner rappresentavano un'ideologia piccolo borghese ed erano, da un punto di vista politico sociale reazionarie, non portò più in alto le insegne di Stirner, al quale tuttavia aveva “dedicato degli studi durante tutta la sua vita”, se non per il campo “personale”, in una versione tuttavia triviale e diminuita che non lasciò nulla di originale a Stirner: “L'unico è esclusivamente e soltanto quello che è completamente differente dall'altro. Soltanto questa circostanza – ed esclusivamente questa circostanza – lo autorizza ad essere tollerante. La tolleranza non consiste nel fatto di dire che siamo tutti degli uomini, ma nel fatto di dire che gli uni sono tedeschi, gli altri francesi – e ciò in Francia va così lontanoche non vi sono soltanto dei Francesi, ma dei Bretoni, dei Baschi, degli Alsaziani; edanche questo è stirneriano. Riconoscere la differenza, il diverso, la differenza tra noi, fondare la tolleranza su questa differenza: è questo che importava a Stirner!” [21].

 

Esistono alcuni elementi per ammettere che Arvon, già sin dall'inizio delle sue ricerche su Stirner, aveva questa posizione puramente antitotalitaria, liberale e che la sua ambivalenza di fronte a Stirner così come la sua interpretazione dell'individuo ne derivarono. Ad un'età matura, Arvon si richiamò infatti anche, come scrive Michel Onfray, al "libertarismo – un ultraliberalismo che, ai suoi tempi piaceva a Ronald Reagan” [22]. Il suo ultimo libro lo testimonia: I libertariani americani. Dall'anarchismo individualista all'anarco-capitalismo, dove egli afferma ancora una volta la “filiazione ideologica tra l'anarchismo individualista [Stirner] e il fascismo”, e loda il concetto “anglo-sassone” dell'individuo e più particolarmente dell'individualismo [23].

 

Malgrado tutte le critiche contro Arvon, non si deve tuttavia mai dimenticare e sempre riconoscere e valorizzare che egli fu colui che aprì una porta sulla tematizzazione di questa “lacuna inspiegabile nella ricerca su Marx” (Fetscher). Soltanto alcuni autori hanno affrontato la via così aperta. Essi non sono andati molto più lontani di lui.

 

Wolfgang Essbach si spinse più in là nel 1978 con la sua tesi intitolata Die Bedeutung Max Stirners für die Genese des Historischen Materialismus. Zur Rekonstruktion der Kontroverse zwischen Karl Marx, Friedrich Engels und Max Stirner (L'importanza di Max Stirner nella genesi del materialismo storico. Dalla ricostruzione della controversia tra Karl Marx, Friedrich Engels e Max Stirner [24]. Egli concepì, sulla base di Arvon e ispirato da Max Adler, la grande fusione di Marx e Stirner, del “materialismo delle condizioni sociali” di Marx e del “materialismo del sé” di Max Stirner, fusione non è il termine impiegato da Essbach; egli ricorse alla seguente conclusione: “Le due concezioni sono in una relazione eterologica; le loro specificità non possono essere conservate che nella loro coesistenza”. Fu la cosa più estrema possibile. Essbach non sviluppò ulteriormente questo concetto e orientò il tema centrale delle sue ricerche verso un altro campo. Trenta anni dopo, si espresse di nuovo, senza citare i suoi precedenti lavori, ma ponendo in epigrafe come titolo un'immagine strana già impiegata in quest'ultimi: Stirner sarebbe stato il Geburtshelfer und böse Fee an der Wieg des Marxismus (la levatrice e la fata cattiva sulla culla del marxismo). Essbach riassume: “[Si deve] ritenere che Marx e Engels, dopo la lettura di L'Unico e la sua proprietà di Stirner si videro obbligati nel rovesciare le loro concezioni di allora.

Il pensiero di Marx e Engels non poté che con la ripresa e il rifiuto delle idee di Stirner raggiungere la forma diventata nel bene come nel male un elemento di orientamento per innumerevoli marxisti e antimilitaristi nel corso degli ultimi 150 anni. Possiamo così qualificare Stirner come levatrice del marxismo. Ma, mentre Marx e Engels hanno respinto l'idea centrale di Stirner, la 'auto-appartenenza dell'io', Stirner divenne la fata cattiva sulla culla del marxismo” [25]. “Nel bene come nel male?” “Fata cattiva?”. “Auto-appartenenza dell'io?”. L'elemento centrale rimane sottinteso e suona, allo stesso tempo chiacchiera e ironia, come una leggera reminiscenza del progetto molto ambizioso abbandonato da molto tempo, che aveva un tempo delineato come “ricerca controcorrente” [perché non aveva fiducia nelle] “concezioni scientifiche e politiche esistenti” [26]. Essbach sembra essere rimastintrappolatin un dilemma: da una parte di avere notato che, in modo chiaro, Stirner = Davide perde la sua forza vittoriosa contro Golia, se è travestito in Golia; d'altra parte di non far tuttavia affidamento su Davide per vincere da solo.

Una risposta reale alla domanda – posta da Arvon – su Stirner e Marx non sarà possibile se non togliendo il bandoche pesa sempre su di essa, e cioè se non si debba considerareStirner come una parte della ricerca su Marx, ma invece Marx come parte della ricerca su Stirner. Marx appare allora, insieme a Nietzsche e alcune dozzine di altri pensatori [27] come “efficace compressore” [28] di Stirner, più precisamente: come “compressore primario”, perché esistono innumerevoli “compressori secondari”, che non vogliono soprattutto tener conto della “evizione primaria e sono i responsabili di questo bando– Marx e Nietzsche, le due grandi luci che hanno segnato il XX secolo, degli oscurantisti? Stupidaggini! È l'inizio del bando.

 

Bibliografia e note

 

[1] Rainer Trübsbach: Geschichte der Stadt Bayreuth (Storia della città di Bayreuth 1194-1994), Bayreuth: Druckhaus Bayreuth, 1993, p. 309; ho ricevuto l'informazione dal signor Professore Armin Geus, che ha fatto pubblicare il 1° febbraio 2012 la traduzione tedesca dell'opera di Arvon Aux sources de l'existentialisme [Alle fonti dell'esistenzialismo] dalle sue edizioni marburghesi Basilisken-Presse. Per maggiori informazioni sulla famiglia d'origine di Arvon e il suo destino: Siegfried Pokorny : Von der Bayreuther Oberrealschule (Graf-Münster-Gymnasium) nach Argentinien (Dall'insediamento dell'insegnamento secondario (liceo Graf-Münster-Gymnasium) all'Argentina) [sul fratello cadetto di Heinz Aptekmann Gerd, nato nel 1915], in: Archiv für Geschichte von Oberfranken, 86 (2006), pp. 429-436 ;-) Memoiren des Pinhas Yoeli, ehem. Günther Aptekmann (Memorie di Pinhas Yoeli, un tempo Günther Aptekmann) [il più giovane fratello di Heinz Aptekmann, nato nel 1920] Über die ganze Welt verstreut (Disperso nel mondo intero), in: Der Westen. Portale del gruppo di media WAZ, 16.05.2007.

[2] Lettera della figlia di Arvon, DottoressaCécile Meslé, a Bernd A. Laska del 5 maggio 1993.

[3] Da un'informazione di Günther Aptekmann alias Pinhas Yoeli a Armin Geus.

[4] Atheismus in der Diskussion. Kontroversen um Ludwig Feuerbach (L'ateismo nella discussione. Controversie su Ludwig Feuerbach), a cura di Hermann Lübbe e Hans-Martin Sass, Monaco, Cfr. Kaiser / Mayence, Matthias Grünewald 1975. p. 144.

[5] La polemica di Marx fu pubblicata nel 1903/04 sotto forma di lunghi estratti della successione con il titolo: Der “heilige Max”. Aus einem Werk von Marx-Engels über Stirner (Il “Santo Max”. Estratti da un'opera di Marx-Engels su Stirner). In: Dokumente des Sozialismus, Stoccarda 1903, pp. 19-32, 65-78, 115-130, 169-177, 306-316, 355-364 e 1904, pp. 210-217, 259-270, 312-321, 363-373 e 416-419 (in tutto circa 120 pagine).

[6] Henri Arvon: Aux sources de l'existentialisme - Max Stirner. [Alle fonti dell'esistenzialismo, Max Stirner], Parigi, Presses Universitaires de France, 1954, pp. 167.

[7] Cfr. Bernd A. Laska: Ein dauerhafter Dissident (Un durevole dissidente), Norimberga, LSR-Verlag, 1996 (capitolo Der Existentialist).

[8] Iring Fetscher: Die Bedeutung Max Stirners für die Entwicklung des Historischen Materialismus (L'importanza di Max Stirner per lo sviluppo del materialismo storico). In: Zeitschrift für philosophische Forschung, 6,3 (1952), pp. 425-426.

[9] Bernd A. Laska: Den Bann brechen! Gegen Marx, Nietzsche et al. (Spezzate il bando! Contre Marx, Nietzsche et al.; parte 1: Über Marx und die Marxforschung (Su Marx e la ricerca su Marx). In: Der Einzige. Vierteljahresschrift des Max-Stirner-Archivs Leipzig, n° 3 (11), agosto 2000, pp. 17-24.

[10] Hans G. Helms: Die Ideologie der anonymen Gesellschaft (L'ideologia della società anonima). DuMont Schauberg, Colonia, 1966.

[11] Henri Arvon: L'actualité de la pensée de Max Stirner [L'attualità del pensiero di Max Stirner] In: Studi, n° 11 (Fondazione Luigi Einaudi), “Anarchici e Anarchia nel mondo contemporaneo”, Torino, 1971, pp. 285-292; riedito in: Diederik Dettmeijer (a cura di): Max Stirner - ou la première confrontation entre Karl Marx et la pensée antiautoritaire [Max Stirner o il primo confronto tra Karl Marx e il pensiero antiautoritario], Losanna, L'Âge d'Homme, 1979, pp. 87-91.

[12] Discussione sul capitolo IV. Feuerbachianismus und Marxismus I. In: cfr. (4), pp. 142-164 (148f).

[13] cfr. (4), pp. 145 f.

[14] cfr. (4), pp. 109F, 144.

[15] Questa eccezione era Max Adler, il principale teorico di ciò che si chiama austro-marxismo, ma che, tuttavia, come Arvon, non osò scoprirsi se non parzialmente. Vedere anche il capitolo Der (klandestin) Adorierte (L'adorato (clandestino)) [Stirner] in: Bernd A. Laska: Ein dauerhafter Dissident (Un durevole dissidente), LSR-Verlag, Norimberga, 1996.

[16] Vedere a questo proposito i miei due capitoli Den Bann brechen! (Spezzate il bando!), parte 1: Über Marx und die Marxforschung (SuMarx e la ricerca su Marx); parte 2: Über Nietzsche und die Nietzscheforschung (Nietzsche e la ricerca su Nietzsche). In: Der Einzige. Vierteljahresschrift des Max-Stirner-Archivs Leipzig, n° 3 (11), agosto 2000, pp. 17-24; n° 4 (12), novembre 2000, pp. 17-23.

[17] Henri Arvon: Aux sources de l'existentialisme - Max Stirner, Presses Universitaires de France, Parigi, 1954, p. 7.

[18] Daniel Guérin: Stirner - “Père de l'anarchisme”? Son apport et ses lacunes [Stirner – “Padre dell'anarchismo”? Il suo apporto e le sue lacune], in: Diederik Dettmeijer (a cura di), cfr. (11), pp. 93-104 (101).

[19] cfr. (4), p. 20.

[20] Henri Arvon: Concerning Marx "epistemological break" (Considerazione sulla “rottura epistemologica” di Marx), in: The Philosophical Forum, vol. 8, n° 2-4, pp. 173-185.

[21] cfr. (4), pp. 144, 148.

[22] Michel Onfray: Traité d'athéologie. Physique de la métaphysique. [Trattato di ateologia. Fisica della metafisica, Fazi Editori, Roma, 2006], Grasset & Fasquelle, Parigi, 2005, p. 265.

[23] Henri Arvon: Les libertariens américains. De l'anarchisme individualiste à l'anarcho-capitalisme [I libertari americani. Dall'anarchismo individualista all'anarco-capitalsimo], Presses Universitaires de France, Parigi 1983, p. 96.

[24] Università di Gottinga, 1978. Come libro: Wolfgang Essbach, Gegenzüge. Der Materialismus des Selbst und seine Ausgrenzung aus dem Marxismus. Eine Studie über die Kontroverse zwischen Stirner und Marx (Riposte. Il materialismo del Sé e la sua esclusione dal marxismo. Uno studio sulla controversia tra Stirner e Marx), Materialis-Verlag, Francoforte, 1982; Su Essbach cfr. capitolo Wolfgang Essbach in: Bernd A. Laska: Den Bann brechen!(Spezzate il bando!), cfr. (9).

[25] Wolfgang Essbach: Max Stirner – Accoucheur et méchante fée sur le berceau du marxisme. [Max Stirner – levatrice e cattiva fatina sulla culla del marxismo], in: Harald Bluhm (éd.): Die deutsche Ideologie [L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1977), Akademie-Verlag, Berlino, 2010 (serie“Klassiker auslegen”, volume 36), pp. 165-183 (169).

[26] Wolfgang Essbach: Prefazione a Gegenzüge. Der Materialismus des Selbst und seine Ausgrenzung aus dem Marxismus. Eine Studie über die Kontroverse zwischen Stirner und Marx (Riposte. Il materialismo del Sé e la sua esclusione dal marxismo. Uno studio sulla controversia tra Stirner e Marx), Materialis-Verlag, Francoforte, 1982.

[27] Cfr. Bernd A. Laska: Ein dauerhafter Dissident(Un durevole dissidente), Norimberga, LSR-Verlag, 1996 e gli articoli disponibili su http://www.lsr-projekt.de nella categoria “Max Stirner”; specialmente su Nietzsche cfr.: Bernd A. Laska: Nietzsches initiale Krise (La crisi iniziale di Nietzsche), in: Germanic notes and reviews, vol. 33, n° 2, fall/automne 2002, pp. 109-133. Vedere: http://www.lsr-projekt.de/poly/frnietzsche.html (in francese); Bernd A. Laska: Spezzate il bando! Contre Marx, Nietzsche et al., cfr. (16).

[28] Evizione comporta qui un doppio senso: psicologico e concernente la storia delle idee. Molti più dettagli tra gli altri in: Bernd A. Laska: “Tertiärverdrängung” (“Evizione terziaria”), in: Der Einzige, ierteljahresschrift des Max-Stirner-Archivs Leipzig, n° 4 (16), 3 novembre 2001, pp. 15-17.

Henri Arvon, un chercheur sur Stirner

 

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Published by Ario Libert
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3 marzo 2015 2 03 /03 /marzo /2015 06:00

William Godwin

Gli annali della rivoluzione francese hanno lasciato scritto col sangue che la conoscenza di pochi non può contrastare l'ignoranza dei più... la luce della filosofia, quando è limitata ad una ristretta minoranza, mostra come coloro che la possiedono sono le vittime e non gli illuminatori le masse.

 

Samuel Taylor Coleridge, Essays on His Own Times, ed. William Pickering, Londra, 1850, pp.5-9 [1].

 

William Godwin, il padre dell'anarchismo filosofico, nacque il 3 Marzo 1756 a Wisbech, nel Cambridgeshire, Inghilterra, settimo di tredici figli di John Godwin e Anna Hull. Debole di fisico, introverso e intellettualmente precoce, Godwin osservò il più rigido calvinismo [2] sandemanista [3] quasi fino alla fine della sua istruzione formale alla Hoxon Academy, una scuola dissidente, nel 1778.Il padre, John Godwin, era un ministro di estrazione sandemanista e si aspettava che il giovane William seguisse le sue orme. Godwin più tardi descriverà Sandeman come "un celebre apostolo nordico che aveva escogitato un metodo per maledire novantanove seguaci di Calvino su cento, dopo che Calvino stesso aveva maledetto novantanove esseri umani su cento". Questa religiosità austera ad una così giovane età la dice lunga sui motivi per cui Godwin divenne infine il profeta dell’anarchismo filosofico.

Gli avvenimenti politici in America e in Inghilterra, le discussioni con i suoi colleghi e lo studio dei filosofi francesi (in particolare Rousseau [4], Helvetius [5], D’Holbach [6] e Montesquieu [7]), degli storici latini e degli scrittori inglesi (Locke [8], Swift [9] e Priestley [10]), lo fecero convertire al liberalismo politico. Le sue credenze religiose passarono progressivamente dal Calvinismo al deismo, al Socinianesimo [11], all'agnosticismo e all'ateismoPiù avanti Godwin adottò quello che potrebbe essere chiamato un "vago teismo".

Entro il 1783, Godwin lasciò la contea per trasferirsi a Londra dove aveva intrapreso la carriera di letterato a servizio dei suoi compagni. Il suo primo progetto, un tentativo di avviare una piccola scuola, fallì per mancanza di alunni. Iniziò in quel periodo ad interessarsi alla politica nazionale. Questo lo portò a contribuire a giornali radicali e Whig [12]. Nonostante frequentasse apertamente associazioni ed organizzazioni radicali, evitò sempre di diventarne membro.

Fu la Rivoluzione Francese che influenzò profondamente il corso della carriera di Godwin. Sebbene non appoggiasse tutti gli aspetti della Rivoluzione (sostanzialmente perché molti di essi erano contrari alla ragione umana), credeva che in generale questa fosse utile e partecipò ad un piccolo comitato che garantì la pubblicazione de I diritti dell'uomo [13] di Paine.

Godwin pensava che quello di cui c'era veramente bisogno al tempo non fosse un'altra confutazione del pensiero di Burke [14], ma piuttosto un'analisi approfondita della società e del governo. Ricevette un anticipo dal suo editore e nel gennaio del 1793 pubblicò il suo più significativo trattato politico, Un'Inchiesta sulla Giustizia Politica e sulla sua Influenza sulla Virtù e Felicità Generali [15]. Nonostante la prolissità e il costo, il trattato divenne un bestseller (vennero vendute intorno a 4000 copie). Nell'inchiesta, Godwin elabora un'approfondita interpretazione dei principi generali che sottostanno alla società e formula un piano per il futuro basato sulla sua interpretazione del passato.

Nel 1794 apparve il suo romanzo, Così va il Mondo, o le Avventure di Caleb Williams [16],che rese ancora più popolari le sue opinioni politiche e sociali sull'individuo vittimizzato dalla società. Nella prefazione, Godwin spiega il perché scrisse Caleb Williams:

"Con questo racconto si sono voluti conseguire scopi di portata più ampia e generale di quanto non appaia a prima vista. La discussione oggi di maggiore attualità, su come va il mondo, è tra le più interessanti che si possano presentare alla mente umana. Mentre da una parte si perora la causa del cambiamento e delle riforme, dall'altra si esalta coi termini più appassionati la costituzione attuale della società [...] Soltanto da poco si è compresa in modo adeguato l'inestimabile importanza dei principi fondamentali della politica ed è ormai risaputo tra i filosofi come in tutti gli strati della società sia possibile riscontrare l'intrusione operata dallo spirito e dalla qualità del governo. Ma questa è una verità che ben merita di essere fatta conoscere a persone che con scarsa probabilità potranno mai essere raggiunte da libri di storia e di filosofia. Conseguentemente, nel concepire quest'opera ci si è proposti di condurre, nei limiti concessi dalla natura progressiva di un singolo racconto, un'analisi generale dei modi in cui si attua il troppo sconosciuto dispotismo domestico, tramite cui l'uomo diventa agente di distruzione di un altro uomo [...]” [17].

Giustizia politica e Caleb Williams portarono Godwin all'apice della sua popolarità. Continuò ad attaccare il governo e, disgustato dall'azione governativa contro i radicali scozzesi e i membri delle rispettive organizzazioni, compose un opuscolo anonimo in favore degli accusati. Il suo Rapide critiche all'accusa presentata dal Lord Giudice Capo Eyre al Gran Giurì, 2 Ottobre 1794 [18] fu significativo per il movimento radicale: Godwin aveva smascherato la logica fasulla che stava dietro la definizione di tradimento fatta dal pubblico ministero.

Nelle Considerazioni sull'incriminazione di Lord Grenville e Mister Pitt riguardante pratiche sovversive e sediziose e assemblee illegali [19], Godwin castigò una volta ancora il governo. Le Considerazioni ribadiscono le obiezioni di Godwin al partito e alla fazione ed attaccano l'appello dei radicali all'impeto popolare definendolo come totalmente opposto alla ragione umana.

Benché Godwin non abbandonò forse mai la sua idea che l'uomo deve essere guidato dalle leggi della verità, della benevolenza, dell'onestà e della giustizia, le esperienze fatte durante gli anni 90 del '700 lo portarono ad uno spostamento di interesse allontanandolo dal freddo razionalismo dell'Inchiesta, interesse che si riflette nelle due revisioni successive del trattato del 1796 e del 1798. Questo cambiamento è anche evidente in L'inquisitore [20], una raccolta di interessanti saggi sui temi riguardanti l'istruzione, la letteratura e il sociale. In quest'opera Godwin elabora le sue opinioni in uno stile meno complesso. Uno di questi saggi, Sull'avarizia e l'abbondanza, [21], indusse Thomas Malthus [22] a scrivere il suo famoso Saggio sul principio della popolazione [23], nello sforzo di sminuire la fede di Godwin (e di Condorcet [24]) sulla benevolenza universale e sulla capacità dell'uomo di perfezionarsi.

La rinnovata frequentazione di Mary Wollenstonecraft [25] (si erano conosciuti per la prima volta nel 1791) contribuì forse ancora di più al cambiamento della sua indole. Il freddo logico era diventato un nuovo "uomo sentimentale".

I due si sposarono dopo aver appreso che Mary era rimasta incinta. Questa decisione cozzava apparentemente con le critiche da sempre fatte da Godwin all'istituzione del matrimonio e i due vennero messi in ridicolo dalla stampa scandalistica.

 

Mary Wollstonecraft morì nel settembre 1797, pochi giorni dopo aver dato alla luce la figlia, Mary Godwin Wollstonecraft [26]. La vita della giovane Mary Godwin fu legata a quella di Percy Bysshe Shelley [27] dal 1814 fino al 1822, anno della morte del poeta. Nel 1818 Mary Shelley pubblicò il suo più famoso romanzo, Frankenstein [28]. Dopo la morte di Mary Wollstonecraft, Godwin scrisse l'intenso Memorie dell'autrice di Una rivendicazione dei diritti della Donna [29], che fu accolto molto freddamente dal pubblico.

Il resto della carriera di Godwin fu esattamente il contrario del decennio turbolento degli anni 90 del '700, durante i quali aveva composto i suoi più ragionati e originali contributi alla tradizione letteraria, filosofica e politica inglese. Il suo secondo matrimonio, con Mary Jane Clairmont nel 1801, non fu felice: complicò gli obblighi di William verso la sua famiglia e lo costrinse a scrivere per soldi. I libri per bambini, scritti sotto diversi pseudonimi e stampati nel negozio che gestì dal 1805 al 1824 ebbero in discreto successo. Nonostante questo la sua iniziativa imprenditoriale fallì per una cattiva amministrazione degli affari.

La sua cerchia di amici fu abbastanza ristretta, benché includesse Samuel Taylor Coleridge, William Wordsworth [30], Robert Southey [31], Charles Lamb [32] e Francis Place [33]. Percy Shelley divenne suo cognato e il suo benefattore.

Molti abbandonarono Godwin e presero le distanze dalle sue idee, ora che la Rivoluzione Francese stava attraversando la sua fase di "regno del terrore". Godwin fronteggiò l'isolamento con una risolutezza stoica. Nel romanzo San Leone [34], che evidenziava le gioie degli "affetti domestici" da poco scoperte, Godwin mostrava come coloro che usano la saggezza per il bene pubblico devono sempre affrontare l'ostilità di una società critica.

Le pubblicazioni più degne di nota dell'ultima parte della sua carriera furono: Sulla popolazione [35], un tentativo tardivo di confutare la teoria Malthusiana attraverso l'affermazione che il progresso morale avrebbe ridotto la crescita della popolazione, Storia del Commonwealth Inglese, dal suo Inizio alla Restaurazione del Re Carlo II [36], e Pensieri sull'Uomo, la sua Natura, le sue Produzioni e le sue Scoperte [37]. Pensieri sull'uomo è una raccolta di saggi politici e filosofici in cui Godwin sostiene che esistono qualità innate che portano gli uomini ad avere attitudini diverse e sottolinea che è compito dell'istruzione incoraggiare le doti proprie di ogni individuo.

Le difficoltà economiche di Godwin ebbero fine quando in età avanzata gli fu concesso un sussidio governativo – un fatto singolare, date le sue posizioni anarchiche. Malgrado la sua notorietà, morì il 7 Aprile 1836, abbandonato dalla maggior parte dei suoi conoscenti.

Godwin non era in rivoluzionario e non era fautore della distruzione materiale del governo. Caos e violenza rappresentavano un anatema per un uomo come Godwin, poiché erano contrari alla ragione umana. Preferiva la conversazione e la discussione all'azione e al martirio. Questo spiega la sua ostilità verso il movimento per la riforma del parlamento in generale e in particolare verso tutte le piccole società che lo sostenevano. "Gli interessi del genere umano hanno bisogno di un cambiamento graduale ma costante", scrisse nel suo Giustizia Politica:

Colui il quale applicherà questi principi non deve fare pressione per l'abolizione subitanea di tutti gli abusi in atto [...] La verità, per quanto aperto possa essere il modo in cui viene enunciata, avrà un processo di affermazione graduale. Essa sarà compresa interamente, da coloro che si dimostreranno suoi più assidui devoti, solo a piccoli passi; e i passi dovranno essere misurati al suo pervadere una parte considerevole della comunità e a renderla matura per il cambiamento delle sue istituzioni [...] Ci devono essere riforme e non rivoluzioni [...] Le rivoluzioni sono il frutto della passione, non della tranquilla e sobria ragione [38].

Godwin ammetteva la temporanea esistenza del governo solo perché permanevano nel mondo ragionamenti inadeguati e violenza radicata. Poiché i cambiamenti nella società avvengono lentamente, il governo dovrebbe limitare coloro che attentano al benessere degli altri. La "decisione comune" era l'unico fondamento accettabile per il governo secondo Godwin che, mentre rifiutava le forme di organizzazione comune, supportava d'altro canto la decentralizzazione dell'autorità. Qualsiasi forma di organizzazione che fosse stata necessaria sarebbe nata su base volontaria e locale.

Godwin affermava che, al posto della forza bruta, sarebbe stata una graduale comprensione che avrebbe liberato l'uomo dalle pecche politiche, economiche e sociali. Una volta che i veri valori fossero stati indotti nell'individuo - attraverso l'onestà, la benevolenza e la sincerità - e che fossero prodotti beni sufficienti per soddisfare i bisogni materiali della società - il desiderio di opulenza, gli atteggiamenti di ostentazione e le tendenze violente sarebbero scomparsi. La riduzione dei bisogni attraverso la ridistribuzione delle proprietà individuali avrebbe posto rimedio, o almeno così sperava Godwin, alla spartizione non equa dei beni e, con l'aiuto delle macchine, la maggior parte del lavoro manuale sarebbe stato abolito. Il controllo statale dell'istruzione era inaccettabile. L'educazione basata sulla libertà invece che sull'inganno, sull'azione o sulla forza collettiva, avrebbe portato al progresso morale e al cambiamento generale della società. L'obiettivo non era quello di imporre l'educazione ma al contrario di rafforzare le doti della mente che avrebbero acceso la saggezza nello studente e lo avrebbero difeso da forze ostili.

Godwin anticipò le idee di P. J. Proudhon [38], il principe Petr Kropotkin [39], e John Stuart Mill [40] e inoltre ebbe una piccola influenza diretta sui movimenti radicali, socialisti e anarchici del diciannovesimo secolo. Il suo rifiuto dei partiti politici e dell'azione e del controllo delle autorità in favore dell'istruzione e della discussione costruttiva furono i motivi della sua poca popolarità. Liquidato come "un uomo tranquillo e amabile" da Leslie Stephen [41], come "uomo da un solo libro" da Cecil Driver e come "ciarlatano filosofeggiante" da D. C. Somervell [42], Godwin è stato riconosciuto come un intellettuale di primo livello in politica, nella teoria dell'educazione e nel pensiero sociale a causa della sua denuncia della tirannia delle istituzioni e del suo supporto dei diritti dell'individuo contro le istituzioni stesse.

 

[Traduzione, note e ricerca iconografica di Sara Selim]

 

LINK al post originale:

http://www.historyguide.org/intellect/godwin.html

 

 

NOTE

[1] Samuel Taylor Coleridge (1722 - 1834), è considerato tra i fondatori del Romanticismo Inglese insieme a William Wordsworth, in particolare per la cura e la pubblicazione nel 1798 delle Ballate Liriche (Lyrical Ballads, London, J. & A. Arch, 1798). Tra le sue opere più celebri ci sono i poemi La Ballata del Vecchio Marinaio (The Rime of the Ancient Mariner, 1798) e Kubla Khan (Kubla Kahn, or a Vision in a Dream, 1816).

[2] Calvinismo - Dottrina cristiana sviluppata nel XVI secolo nell'ambito della riforma protestante a seguito dell'opera e della predicazione di Giovanni Calvino (Noyon, Francia, 1509 – Ginevra, Svizzera, 1594), massimo riformatore religioso del cristianesimo del '500 insieme a Lutero. Il calvinismo condivide le principali dottrine del cristianesimo, in particolare per quanto riguarda l'unità e la trinità di Dio e la natura divina di Gesù Cristo, come formulate nei primi concili ecumenici. Si differenzia invece dalla chiesa cattolica ma anche dal luteranesimo per le sue particolari visioni riguardanti ad esempio la presenza solo spirituale (non reale) di Cristo nell'eucarestia, il principio regolatore del culto (unicamente ciò che nelle scritture è ampiamente comandato o per il quale vi siano chiari esempi) e la proibizione di adorare immagini religiose.

[3] Da Robert Sandeman (1718 - 1771), teologo anticonformista, nel 1735 aderì alla dottrina religiosa fondata da John Glass (Auchtermuchty, Scozia, 1695 - Perth, Scozia, 1773). I Glasiti sostenevano l'indipendenza delle comunità cristiane e la comunione dei beni. Dopo essere entrato a far parte della congregazione, Sandeman sposò la figlia di Glass, Cathrine, nel 1737. Dopo la morte di quest'ultima nel 1746 Sandeman viaggiò per le comunità dei glassiti scozzesi diffondendo la dottrina di Glass in Scozia e all'estero. Per questo fuori dalla Scozia i Glassiti sono noti come Sandemanisti. I suoi scritti furono ampiamente letti e dopo la pubblicazione in America Sandeman fu invitato a trasferirsi in Connecticut dove organizzò le prime comunità cristiane autonome negli Stati Uniti e dove morì nel 1771.

[4] Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778), filosofo francese noto in particolare per le sue opere Julie, ou la Nouvelle Héloïse (Giulia, o la Nuova Eloisa, prima ed. Amsterdam, Michel Rey, 1761), Émile, ou de l'éducation (Emilio, o sull’Educazione, prima ed. L’Aia, Jean Néaulme, 1762) e il Du Contract Social (Il Contratto Sociale, prima ed. Amsterdam, Michel Rey, 1762).

[5] Claude-Adrien Helvétius (1715 - 1771), filosofo e scrittore dell'illuminismo francese, fece parte del gruppo degli enciclopedisti. La sua opera più importante è De l'Espirit (Sullo Spirito, prima ed. Parigi, Durand, 1758), dai contenuti materialisti e sensisti propri dei Philosophes (Enciclopedisti).

[6] Paul Heinrich Dietrich, Barone di Holbach (1723 - 1789), filosofo ed enciclopedista tedesco naturalizzato francese, autore sotto lo pseudonimo di Jean-Baptiste Mirabaud del Système de la Nature (Sistema della Natura, 1770) e del Bon Sens (Il Buon Senso, 1772) Materialista e ateo, collaboratore dell'Encyclopedie (Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Parigi, 1751) è stata una figura di spicco dell'illuminismo radicale europeo e sostenitore di una virulenta critica anticristiana e anticlericale.

[7] Charles-Louis de Secondat, Barone de la Brède e di Montesquieu (1689- 1755) meglio noto come Montesquieu fu filosofo giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri esposta nella sua opera più importante e monumentale, L'Espirit des Lois (Lo Spirito delle Leggi), pubblicata a Ginevra nel 1748, una vera e propria enciclopedia del sapere politico e giuridico del '700.

[8] John Locke (1632 - Inghilterra, 1704), filosofo e medico inglese, è considerato il padre del liberalismo classico, dell'empirismo e uno dei più influenti anticipatori dell' illuminismo e del criticismo. La sua opera di massima importanza è il Saggio sull'Intelletto Umano (An Essay Concerning Human Understanding, Londra, 1690) in cui rifiuta l'esistenza di idee innate (in contrasto con i socratici e platonici della Scuola di Cambridge) e in cui analizza appunto l'origine delle idee e la "certezza e l'estensione della conoscenza umana insieme ai fondamenti e i gradi della credenza, dell'opinione e dell'assenso".

[9] Johnathan Swift (1667 - 1745), scrittore e poeta irlandese, autore di romanzi e pamphlet satirici. Le sue opera più note sono le sue satire, I Viaggi di Gulliver (ed. originale Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts, by Lemuel Gulliver, first Surgeon, and then a Captain of Several Ships, Londra, Benjamin Motte, 1726), il Racconto di una Botte. Scritta per l'universale progresso dell'umanità (A Tale of a Tub. Written for the Universal Improvement of Mankind, London, John Nutt, 1704) e il pamphlet Una Modesta Proposta: per evitare che i figli degli irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese e per renderli un beneficio per la Comunità (A Modest Proposal: for preventing children of poor people in Ireland from being a burden to their parents or Country, and for making them beneficial to the Public, Dublin, S. Harding Ed., 1729). È considerato uno dei maestri della prosa satirica in lingua inglese e nelle sue opere da libero sfogo alla sua misantropia e rabbia nei confronti del genere umano e del mondo a lui contemporaneo.

[10] Joseph Priestley (1733 - 1804), è stato un teologo, teorico politico e scienziato inglese. Le sue opere hanno contribuito notevolmente al progresso delle teorie politico-liberali e della chimica sperimentale. Pubblicò oltre 150 opere approfondendo e sviluppando gli studi sull'elettricità e scoprendo l'ossigeno in chimica. Difensore delle idee della Rivoluzione francese, sostenitore della tolleranza religiosa, Priestley non prese mai parte alla vita politica, tuttavia parteggiò per i coloni Americani nella loro guerra d'indipendenza. Nel 1769 pubblicò Essay on the First Principles of Government (Saggio sui Principi Primi del Governo), in cui sosteneva la necessità di limitare l'ingerenza dello stato sulla libertà individuale, affermando la separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica. Priestley asseriva che lo scopo principale dello stato fosse quello di promuovere il bene e la felicità degli uomini. Fu a seguito di queste affermazioni che Thomas Jefferson, suo amico, fece sì che il perseguimento della felicità fosse sancito nella Costituzione Americana tra i diritti imprescindibili dei cittadini.

[11] Socinianesimo - dottrina teologico-morale elaborata nel XVI secolo da Fausto e Lelio Socini. I suoi elementi centrali sono il razionalismo religioso, per cui nella Sacra Scrittura non ci può essere nulla contro la ragione, il rifiuto dei dogmi tradizionali come irrazionali e non fondati sulla Scrittura e il principio di tolleranza religiosa. Questi temi sono fondati sulla concezione della religione cristiana come via puramente etica per raggiungere la salvezza, rivelata agli uomini con i suoi precetti dall'uomo divino, ma mero uomo, Gesù Cristo. Il socinianesimo influenzò la vita culturale in Europa e Stati Uniti fino al XVIII secolo e contribuì al diffondersi della libertà religiosa.

[12] Il partito Whig è stato un partito politico presente in Inghilterra, e più tardi nel Regno di Gran Bretagna e nel Regno Unito, tra il tardo XVII secolo e la metà del XIX che, per le connotazioni di tolleranza religiosa e sociale può essere descritto come "di stampo progressista", contrapposto al partito Tory, "di stampo conservatore". Mentre le origini dei Whig si rifanno alla monarchia costituzionale, i Tory si richiamavano all'assolutismo monarchico. Non vi fu una politica di partito coesa almeno fino al 1784, anno dell’ascesa di Charles James Fox (1749 - 1806), come leader del ricostituito partito dei Whig schierato contro il partito al governo dei nuovi Tory di William Pitt il Giovane (1759 – 1806). In generale, la politica dei Whig andava a supporto delle grandi famiglie aristocratiche e dei non-Anglicani (i dissenters, come i Presbiteriani), mentre i Tory davano il proprio sostegno alla Chiesa Anglicana e alla gentry inglese. Più tardi, i Whig incontrarono l’interesse della classe emergente industriale e dei mercanti più ricchi, ed i Tory a loro volta quello dei proprietari terrieri e dei membri della Corona Britannica. Il nome formale dei Whig era in origine Country Party (opposti ai Tory, il Court Party). Nel corso del XIX secolo il programma politico dei Whig abbracciava non più solamente gli ideali di un Parlamento dominante rispetto al monarca e del libero scambio, ma anche l’abolizione dello schiavismo, e, ancora più importante, l’ampliamento del suffragio. Infine, nel 1859 i Whig formarono il Partito Liberale sotto la guida di Lord Aberdeen(1784 – 1860) e William Glandstone (1809 – 1898), mentre i Tory diventarono il Partito Conservatore.

[13] I Diritti dell’Uomo (Rights of Man: Answer to Mr. Burke's Attack on the French Revolution, London, J. S. Jordan, 1791) è un saggio di Thomas Paine (1737 - 1809). Pubblicato nel 1791, è una risposta alle accuse rivolte alla Rivoluzione Francese da Edmund Burke (1729 - 1797) con le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia e sulle Deliberazioni di Alcune Società di Londra Relative a quell' Evento. In una Lettera indirizzata ad un Gentiluomo di Parigi, dall' Onorevole Edmund Burke(Reflections on the Revolution in France and on the Proceedings in Certain Societies in London Relative to that Event. In a Letter Intended to have been sent to a Gentleman in Paris, by the Honourable Edmund Burke, London, J. Dodsley, 1790). Nei Rights of Man Paine asserisce in sintesi che in popolo deve rovesciare il regime che non è in grado di salvaguardare i diritti dell'individuo e gli interessi della nazione. In tal modo giustifica appieno la Rivoluzione.

[14] Edmund Burke(1729 – 1797) è stato un politico, filosofo e scrittore britannico di origine irlandese, nonché uno dei principali precursori ideologici del romanticismo inglese con la sua opera seminale Una Ricerca Filosofica sull'Origine delle Nostre Idee del Sublime e del Bello (A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, London, R. and J. Dodsley, 1756).

[15] Ed. orig. An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on General Virtue and Happiness, G. G. J. and J. Robinson, London, 1793.

[16] Ed. orig. Things as They Are; or The Adventures of Caleb Williams, London, B. Crosby, 1794.

[17] Così va il Mondo, o le Avventure di Caleb Williams, tr. it. P. R. Mariani e M. T. Defazio, Bagatto Libri, Roma, 1997, pp. 7-8.

[18] Ed. orig. Cursory Strictures on the Charge Delivered by Lord Chief Justice Eyre to the Grand Jury, October 2, 1794, London, C. and G. Kearslwy, 1794.

[19] Ed. orig. Considerations on Lord Grenville's and Mr. Pitt's Bills Concerning Treasonable and Seditious Practices and Unlawful Assemblies, London, J. Johnson, 1795.

[20] Ed. orig. The Enquirer. Reflections On Education, Manners, And Literature. In A Series Of Essays.London, G.G. and J. Robinson, 1797.

[21] Of Avarice and Profusion, in ibid., pp. 168-172.

[22] Thomas Malthus (1766 - 1834), economista e demografo inglese.

[23] Ed. orig. An Essay on the Principle of the Population as it Affects the Future Improvement of Society, with Remarks on the Speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet and Other Writers(Saggio sul Principio della Popolazione e i suoi Effetti sullo Sviluppo Futuro della Società, con Osservazioni sulle Speculazioni del Sig. Godwin, di M. Condorcet e di altri Scrittori, prima edizione Londra, J. Johnson, 1798). Nel saggio Malthus sostiene che l'incremento demografico avrebbe portato a coltivare terre sempre meno fertili con conseguente riduzione dei beni di sussistenza fino all'arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in proporzione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescono invece in proporzione aritmetica. La teoria demografica di Malthus inspirò la corrente del malthusianesimo che sostiene il ricorso al controllo delle nascite per impedire l'impoverimento dell'umanità. Questa teoria demografica naturalmente è andata incontro a varie critiche nel corso degli anni.

[24] Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet (Ribemont, Francia, 1743 - Bourg-la-Reine, 1794) è stato un matematico, economista, filosofo e politico rivoluzionario francese. Fece parte del gruppo degli Enciclopedisti e partecipò attivamente alla Rivoluzione Francese nel partito dei girondini. Condorcet fu oggetto di prescrizione per i suoi contrasti con Robespierre (Arras, Francia, 1758 - Parigi, Francia, 1794). Gli scritti di Condorcet, in particolare quelli riguardanti la sua fede nel progresso umano, costituirono un contributo chiave all'illuminismo francese. Era convinto che attraverso l'accumulazione e la condivisione di conoscenza ogni uomo potesse arrivare alla comprensione di tutti gli eventi nel mondo naturale. L'illuminismo riguardo alla conoscenza del mondo fisico esortava al progresso nel mondo sociale e politico. Condorcet credeva che non fosse possibile definire l'esistenza umana perfetta e quindi che il progresso della specie umana sarebbe stato eterno. Vedeva l'uomo come in costante avvicinamento all'utopica società perfetta. Perché ciò fosse davvero possibile, comunque, Condorcet insisteva sulla necessità di unione tra gli uomini, indipendentemente da razza, religione, cultura o sesso.

[25] Mary Wollstonecraft (Londra, Inghilterra, 1759 - Londra, Inghilterra, 1797) fu una filosofa e scrittrice britannica. E’ considerata la fondatrice del femminismo liberale. La sua opera più famosa è Una Rivendicazione dei Diritti della Donna. Con Critiche su Soggetti Politici e Morali(A Vindication of the Rights of Woman. With Strictures on Political and Moral Subjects, London, 1792), nella quale sosteneva, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone in una condizione di inferiorità e subordinazione. Alla prima edizione del libro ne seguirono altre in Inghilterra e negli Stati Uniti.

[26] Mary Shelley (nata Mary Wollstonecraft Godwin, Londra, Inghilterra, 1797 - Londra, Inghilterra, 1851).

[27] Percy Bysshe Shelley (Field Place, Inghilterra, 1792 - Mare di Viareggio, Italia, 1822), è stato un poeta e filosofo inglese, uno dei più grandi lirici romantici. È famoso per aver scritto poemi e poesie quali Ozymandias (1818), Ode al vento occidentale (Ode to the West Wind, 1820), A un'allodola (To a Skylark, 1820), e  La maschera dell'anarchia (The Masque of Anarchy, 1819), ma quelli che vengono considerati i suoi capolavori furono i poemi narrativi visionari come il Prometeo liberato (Prometheus Unbound, 1820) e Adonais (Adonais: An Elegy on the Death of John Keats, Author of Endymion, Hyperion, etc. 1821). Appartenente alla seconda generazione romantica inglese, divenne inoltre famoso per la sua amicizia con i contemporanei John Keats e Lord Byron e, come loro, per la sua morte prematura, avvenuta in giovane età. Shelley infatti, dopo una vita errabonda, tragica e avventurosa, annegò nel mare di fronte a Lerici, all'età di circa trent'anni. Il mare restituì il suo corpo sulla spiaggia di Viareggio il 18 luglio 1822, dieci giorni dopo il naufragio della sua golette.

[28] Frankenstein: or the Modern Prometheus, London, Lackington, Harding, Mavor & Jones, 1818.

[29] Ed. orig. Memoirs of the Author of A Vindication of the Rights of Woman, London, J. Johnson, 1798.

[30] William Wordsworth (Cockermouth, Inghilterra, 1770 - Cumberland, Inghilterra, 1850) fu uno dei maggiori poeti inglesi dell' 800 che con Coleridge lanciò il Romanticismo nella letteratura inglese con la pubblicazione delle Lyrical Ballads.

[31] Robert Southey (Bristol, Inghilterra, 1774 - Londra, Inghilterra, 1843), scrittore britannico. Aderì, dopo aver stretto una forte amicizia con Coleridge, agli ideali della Rivoluzione Francese. Tra le sue opere in prosa di maggior successo c'è la Vita di Nelson (The Life of Nelson, 1813).

[32] Charles Lamb (Inner Temple, Londra, Inghilterra, 1775 - Edmonton, Londra, Inghilterra) è stato uno scrittore e saggista inglese, noto per i suoi Essays of Elia (1833) e per il libro per bambini Tales from Shakespeare(1804), scritto con la sorella Mary Lamb.

[33] Francis Place (Londra, Inghilterra, 1771 - Londra, Inghilterra, 1854), scrittore, pensatore e attivista politico inglese. Scrisse una lunga serie di pamphlets, articoli e lettere. Malthusiano e radicale, partecipò al movimento per riorganizzare il sistema dell'istruzione, che credeva essenziale per eradicare i mali della classe dei lavoratori.

[34] Ed. orig.  St. Leon: A Tale of the Sixteenth Century, London, C.G. & J. Robinson, 1799.

[35] Ed. orig. Of Population. An Enquiry concerning the Power of Increase in the Numbers of Mankind, being an Answer to Mr. Malthus’s Essay on that Subject, London, Longman, Hurst, Rees, Orme, and Brown, 1820.

[36] Ed. orig. History of the Commonwealth of England, from its Commencement to the Restoration of Charles II, 4 vol., London, H. Colburn, 1824-28.

[37] Ed. orig. Thoughts on Man, his Nature, Productions and Discoveries, London, Effingham Wilson, 1831.

[38] Pierre-Joseph Proudhon (Besancon, Francia, 1809 - Parigi, Francia, 1865) è stato un filosofo, sociologo, economista ed anarchico francese. Primo intellettuale conosciuto per essersi definito anarchico, nel 1840 pubblicò la sua opera più importante, Che cos’è la proprietà (Qu'est-ce que la propriété? ou Recherche sur le principe du Droit et du Gouvernement, Parigi, 1840) in cui scrisse la frase divenuta celebre "La proprietà è un furto".

[39] Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842 – 1921), è stato un filosofo, geografo, zoologo, militante e teorico dell'anarchia, russo. Libertario, fautore di un'analisi sociologica e di una proposta poggiata su basi scientifiche dell'evoluzione sociale nelle comunità umane, con una propaganda fondata sui fatti, è stato uno dei primi sostenitori dell'anarco-comunismo.

[40] John Stuart Mill (1806 – 1873) è stato un filosofo ed economista britannico, uno dei massimi esponenti del liberalismo e dell'utilitarismo. L'opera più importante della produzione milliana sono senza dubbio i Principi di economia politica (Principles of political economy, 1848), che racchiude in sé gran parte del pensiero liberale dell'autore, presentandoci la dottrina politico-sociale in tutta la sua complessità.

[41] Sir Leslie Stephen (1832 – 1904), critico letterario, filosofo, padre di Vanessa Bell e di Virginia Woolf.

 [42] David Churchill Somervell (1885 – 1965) scrittore e storico inglese, famoso per il suo compendio del libro dello storico inglese Arnold J. Toynbee  A Study of History (1961).

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 06:00

Proudhon

proudhon colori

Anarchismo o Federalismo?

 

Pierre Ansart

 

Dagli inizi delle polemiche tra marxisti e anarchici, l'opera complessa e ponderosa di Pierre-Joseph Proudhon ha suscitato molteplici giudizi perentori e contraddittori. Soprattutto, si trovano ad essere opposte due interpretazioni globali dell'opera,- la prima privilegiante le tematiche anarchiche così come Proudhon le ha sviluppate nelle prime Dissertazioni sulla proprietà, in Les Confessions d’un révolutionnaire [Le Confessioni di un rivoluzionario], del 1849 e in Idée générale de la révolution au XIXème siècle [L'Idea generale della rivoluzione nel XIX secolo], del 1851, - l’altra privilegiante come più sintetiche e significative le opere della maturità, come l'opera del 1863, Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution [Del principio federativo e della necessità di ricostituire il partito della rivoluzione] e l’opera postuma, De la capacité politique des classes ouvrières [Della capacità politica delle classi operaie].

Queste divergenze di interpretazione condussero a delle letture molto differenziate, a delle scelte differenti delle opere ritenute come importanti o secondarie. La lettura anarchizzante pone l'accento sulle dimensioni più critiche nella linea del pensiero dell a Prima memoria sulla proprietà (1840); la seconda, che possiamo qualificare come federalista, pone l'accento sulle dimensioni che Proudhon considerava egli stesso come più costruttive che critiche. Prolungando un po' questa polarità delle interpretazioni, si sarebbe portati a proporre l'immagine di due Proudhon, o, per lo meno, l'immagine di due opere, un'opera di gioventù retta dall'ardore giovanile della rivoluzione, l'altra che si attribuirebbe alla moderazione della maturità.

Le difficoltà di una simile polarizzazione sono molto numerose perché si possa sostenerla integralmente. È difficile, se non impossibile, tracciare una linea di separazione evidente tra i testi del periodo che chiameremo anarchico e i testi che si attribuibili al periodo della maturità. Il compito è irrealizzabile per la maggior parte degli articoli destinati ai giornali, a partire dal 1847. Proudhon è allora condotto, nell'effervescenza del 1848 ad affrontare molti argomento di attualità che sfuggono a una classificazione semplificante. Sempre di più, e più gravemente, l'ipotesi dualista chiude la questione delle continuità, impone lo schema di una rottura tra i due periodi e le due teorizzazioni, quello dell'anarchismo e quello del federalismo.

Desidererei riprendere queste questioni in altri termini. Interrogarci sul dinamismo, sulle ragioni del movimento intellettuale e affettivo di Proudhon, interrogarci meno su delle formulazioni provvisorie anarchiche o federaliste, ma di più sulle esigenze, sulle aspirazioni, le intuizioni e le passioni che sostengono la creatività e le scelte di Proudhon, e non soltanto sulle idee e la loro formulazione.

 

I fondamenti dell'anarchismo proudhoniano

Dovremo innanzitutto, ricordare i principi fondamentali dell'anarchismo specificatamente proudhoniano così come essi sono esposti nei testi anteriori alla Rivoluzione del 1848, poi seguire l'evoluzione del suo pensiero negli anni 1850-1860, e, infine confrontare le posizioni di questi anni e i testi della maturità nei quali il federalismo è oggetto di una elaborazione sistematica. Al termine di questo percorso, tenteremo di rispondere alle domande iniziali: vi sono due costruzioni successive nell'opera di Proudhon e due periodi di creazione quella delle Memorie sulla Proprietà [Mémoires sur la Propriété] e quella del Principe fédératif [Principio federativo], - o -, al contrario, approfondimento progressivo di una stessa teorizzazione? A seconda della risposta a questa domanda, non si potrà evitare di dare un giudizio complessivo sulla coerenza dell'opera. Potremo anche aspettarci una comprensione più precisa dei due concetti dalle loro caoparazioni.

Benché i termini anarchia e anarchismo non siano affatto presenti nel vocabolario della Prima Memoria del 1840, non per questo non vi si ritrovano espressi gli elementi critici che costituiscono l'essenziale di questo testo, tre critiche a carattere anarchico che si trovano espresse sin dalle prime pagine. Proudhon riassume, in una formula lapidaria e semplificatrice, gli stretti legami tra queste tre critiche: "Poiché la proprietà è la principale causa del privilegio e del dispotismo, la formula del giuramento repubblicano deve essere cambiata. Invece di: Giuro odio alla monarchia, oramai il recipendario di una società segreta deve dire: Giuro odio alla proprietà" [1].

E così attraverso una denuncia virulenta della proprietà, Proudhon affronta la critica dell'economia capitalista. La proprietà è davvero, come affermano i teorici conservatori, il principio, la base della società e dunque la questione più importante del problema sociale. Questo principio è stato unanimamente sostenuto nel corso della Rivoluzione del 1789, e gli anni che l'anno seguita non hanno fatto che aggravarla con l'espansione delle attività commerciali e industriali.

Proudhon, a partire da questa evidenza, associa direttamente questo richiamo dell'economia politica alla critica sociale e ai rapporti di classe. Sin dalla Prima Memoria, stabilisce uno stretto legame tra il rapporto di sfruttamento che separa i proprietari e i non-proprietari, la borghesia e la classe dei lavoratori, gli sfruttatori e gli sfruttati. Tema che sarà ampiamente sviluppato nei testi successivi e che costituisce, possiamo dire, il secondo livello di analisi della sua concezione anarchica.

Prima di continuare, poniamo la domanda del perché di queste diatribe contro la proprietà, e contro la guerra di classe. Proudhon pone la domanda fondamentale, quella della violenza, delle guerre e delle sofferenze sociali: "Da dove viene," egli scrive in Le Confessioni di un rivoluzionario, "il fatto che la società sia divisa in frazioni nemiche, intolleranti, ostinate ognuna nel proprio errore, implacabili nelle loro vendette? Dov'è la necessità per l'andamento del mondo e i progressi della civiltà, che gli uomini si detestino e si distruggano? Quale destino, quale satana ha voluto, per l'ordine delle città e il perfezionamento  degli individui, che essi non possano pensare, agire liberamente gli uni accanto agli altri, amarsi al bisogno, e in ogni caso, lasciarsi in pace?" [2].

La risposta a questa domanda, suggerisce Proudhon, sarà data dall'analisi e la spiegazione di tutte queste violenze, economiche, sociali, politiche.

Il terzo livello di analisi, quello dello Stato, e del rigetto dei suoi poteri, troverà, nei testi degli anni 1849, Le Confessioni di un rivoluzionario, e del 1851, Idea generale della rivoluzione, degli sviluppi considerevoli, ma trovano la loro prima espressione nella Prima Memoria, che fa anche della proprietà un rapporto politico in quanto generatrice dei rapporti di potere e fonda anche, secondo l'espressione impiegata, il dispotismo.

Infine, per caratterizzare più precisamente l'anarchismo proudhoniano, converrebbe associare, a queste tre negazioni, l'insieme delle illusioni, delle affermazioni menzognere, della sacralizzazioni che accompagnano questi tre pilastri di una società alienata (dal Capitale, la divisione tra le due classi sociali, dallo Stato infine e i suoi prestigi), ma le tesi anarchiche, trovano in queste tesi iniziali, i loro argomenti essenziali. La critica dello Stato, così come essa è espressa nella Prima Memoria, annuncia la teoria del deperimento e del rifiuto dello Stato, la teoria della sparizione dello Stato nella Rivoluzione democratica e sociale. Le Confessioni di un rivoluzionario scritte in una specie di rabbia all'indomani della sconfitta di una rivoluzione sociale sperata, sviluppa queste tesi con una virulenza rinnovata: "Chi dunque oserà dire infine: Tutto per il popolo e tutto attraverso il popolo, anche il governo" [3].

Questa eliminazione dell'alienazione politica non è soltanto un desiderio conforme alle esigenze della giustizia e dell'eguaglianza, essa prolunga la divisione sociale che si approfondisce attraverso le rivoluzioni successive e che separa due sfere: quella dei poteri e dello Stato, da una parte, e, dall'altra, il mondo del lavoro, della produzione, il mondo dei lavoratori. In Le Confessioni di un rivoluzionario, Proudhon impiega la parola Costituzione per designare due realtà opposte: "Distinguo in ogni società due specie di costituzioni: una che io chiamo la costituzione SOCIALE, l'altra che è la costituzione POLITICA; la prima, intima all'umanità, liberata, necessaria, e di cui lo sviluppo consiste soprattutto a indebolire e eliminare a poco a poco la seconda, essenzialmente falsa, restrittiva e transitoria. La costituzione sociale non è altra cosa se non l'equilibrio degli interessi fondato sul libero contratti e l'organizzazione delle forze economiche che in generale sono: il Lavoro, la Divisione del lavoro, la Forza collettiva, la Concorrenza, il Commercio, la Moneta, il Credito, la Proprietà, l'Eguaglianza nelle transazioni, la Reciprocità delle garanzie, ecc. La costituzione politica ha come principio l'AUTORITÀ, le sue forme sono: la Distinzione di classe, la Separazione dei poteri, la Centralizzazione amministrativa, la Gerarchia (...). Queste due costituzioni (...) sono di natura assolutamente diversa e anche incompatibile" [4].

Si vede come l'anarchia, lottando contro l'alienazione politica, tende a liberare le forze sociali da poteri alienanti, come, anche l'anarchismo tende a spiegare gli odi e le violenze e progetta di dissolverli. La rivoluzione sociale, distruggendo l'alienazione politica avrebbe anche come effetto di eliminare gli odi legati alle ineguaglianze del potere, alle sottomissioni, alle dipendenze e alle impotenze.

Le pagine delle Confessioni dedicate soprattutto alla narrazione degli avvenimenti politici degli anni 1848-49, descrivono anche, con uno schizzo rapido, le rivoluzioni precedenti, 1789 e 1830. Ed è in un passaggio dedicato alla rivoluzione del 1789, che Proudhon introduce la parola FEDERAZIONE in un senso positivo, per evocare soprattutto la festa della Federazione del 14 luglio 1790. Alcune righe dopo, associa la parola Fraternità alla parola federazione, in questi termini: Nel 1789 "Le federazioni o fraternità si formarono spontaneamente da tutte le parti; esse provavano che la sovranità del popolo non è altra cosa che l'armonia degli interessi, risultanti da un libero contratto e che la centralizzazione dei poteri (…) è l'alienazione stessa delle libertà" [5].

Frase scritta nel 1849 e che annuncia precisamente le tesi che formeranno che formeranno la trama teorica di quelle che saranno esposte nel 1863 in Il Principio Federativo.

 

La scelta lessicale di Proudhon 

Si tratta di un momento importante e rivelatore nell'evoluzione di Proudhon verso un certo federalismo. Si produce, infatti, nel vocabolario di Proudhon e nell'uso che egli fa di questa parola, una scelta originale che richiede una spiegazione. Associare, rendere sinonimi questi due termini (federazione e fraternizzazione) annuncia una rottura con l'uso corrente. Infatti, nel linguaggio comune così come nel vocabolario giuridico, la federazione designa un tipo di regime politico, e non implica affatto un regime socio-affettivo particolare il cui modello sarebbe dato dai legami fraterni all'interno di una famiglia.

Designando la federazione come una comunità d'intenti, egli si oppone al linguaggio corrente che fa della federazione uno dei regimi politici e rifiuta la confusione tra il federativo e l'alienazione politica. Se si prende in conto il vigore della denuncia dell'oppressione politica, si misura l'importanza di questa nuova definizione dei rapporti federativi.

Per capire meglio questo cambiamento di vocabolario, è utile rievocare degli avvenimenti che si sono verificati in precedenza nella Federazione svizzera. Nel settembre del 1845, i sette cantoni cattolici della Confederazione avevano formato una lega - il Sondebund - per protestare contro una decisione del Consiglio federale. Quest'ultimo, in violazione dei diritti dei cantoni in materia religiosa, aveva deciso l'espulsione dei Gesuiti su tutto il territorio della Svizzera (si trattava, nei fatti, di un'episodio nel conflitto che opponeva allora i sostenitori della centralizzazione contro i difensori delle libertà tradizionali e federaliste).

In Francia, la maggioranza dei giornali, dei politici, e la maggior parte dei socialisti prendevano parte per i centralizzatori svizzeri e contro il Sondebund.

Ora, Proudhon; (ed è la cosa che più ci interessa in questo episodio), sin dall'inizio di questa polemica, insorge contro l'atto di forza del consiglio federale, e prende la difesa dei Gesuiti che non esita a considerare come egli stesso dice, "più progressisti dei loro avversari". Nell'agosto del 1847, scrive ad un amico svizzero: "Deploro i dissensi che minacciano incessantemente di rovinare la vostra buona e felice Svizzera. Siete oggi la nazione meglio piazzata per tentare il futuro, dare lezione ai popoli e ai governi; è scritto che vi esaurirete in una vana imitazione delle nostre utopie politiche, costituzionali e parlamentari?" [6].

Dichiarazione non resa pubblica ma senza amnbiguità, favorevole al federalismo e esplicitamente critica nei confronti dei regimi centralizzatori. Ora Proudhon non prosegue, allora, queste riflessioni e sembra, durante tutto il periodo rivoluzionario del 1848, disinteressarsene. Abbiamo così una cronologia singolare dell'uso del nome: nel 1840, in pieno periodo anarchico, la parola federazione non appariva nel suo vocabolario; è più tardi, mel corso del 1847, che egli comincia a farsene una preoccupazione e vi dedica numerose note nei cui Carnets come se proseguisse, per se stesso, la sua riflessione sull'argomento.

Ma, con la Rivoluzione del 1848, l'interesse per il federalismo scompare, se non in brevi allusioni, come abbiamo appena visto nelle Confessions. La questione del federalismo ritorna con forza dopo il 1860 quando Proudhon ha lasciato Parigi nel 1858 e si è rifugiato a Bruxelles per sfuggire alla polizia e alla sua nuova condanna a 3 anni di prigione. Tutti i biografi sono d'accordo per attribuire la ripr5esa della riflessione sul federalismo alla congiuntura politica (unificazione dell'Italia, progetti di unificazione in Germania...) ma questa congiuntura non rende conto a sufficienza del percorso del pensiero di Proudhon su questo argomento.

Come spiegare questo lungo silenzio di Proudhon che, nel 1847 prende vigorosamente parte, nella sua corrispondenza, nei suoi Carnets, per il federalismo, contro la centralizzazione politica, e che non rende pubbliche queste posizioni politiche se non 14 anni dopo, nel 1861 nel suo grosso volume La Guerre et la Paix, e più esplicitamente due anni sopo nella sua opera Du principe fédératif?

Potremmo effettuare su questo argomento due osservazioni, la prima sui significati, sugli usi pubblici della parola, negli anni successivi alla Rivoluzione del 1789 - l'altra sul senso della parola nel vocabolario di Proudhon.

Prima della Rivoluzione, il vecchio uso della parola foedua (unione, essere legati attraverso alleanza) è usato per designare l'unione che i villaggi di una valle, per esempio, o di città vicine contraggono, federandosi contro una minaccia, contro il signore locale ad esempio. Ma la parola assume dei significati nuovi in funzione delle evoluzioni politiche.

Alla vigilia della Rivoluzione, nel 1788-89, in occasione della redazione dei Cahiers de doléances [Quaderni di lamentele], si formano delle federazioni, delle città si associano, la Festa della Federazione, il 14 luglio 1790 corona questo movimento sociale che sarà magnificato da Jules Michelet. Ma durante le tensioni tra Giacobini e Girondini quest'ultimi sono accusati di simpatia per una repubblica federativa e sospettati di progetti contro rivoluionari.

L'aggettivo "federato" designa anche le guardie nazionali che si riunirono al Campo di Marte nel luglio del 1790; ma anche i corpi di volontari arruolati dall'Imperatore durante i Cento giorni. Dopo tante polemiche e confusione, le parole Federazione, Federati, Federalisti, erano diventati sospette e, per molto tempo, incomprensibili. Si può pensare che Proudhon, nel 1850-1860, non abbia desiderato di riprendere un termine così carico di contraddizioni e di violenze verbali, un termine così svalutato.

Sarà stato, ispirato, in questi cambiamenti di vocabolario, dall'antica tradizione che, dai tempi delle città greche, poteva essere fonte di riflessione sulle federazioni e le loro trasformazioni? Possiamo dubitarne: non cita mai il pensiero di Montesquieu e, se si dovesse cercare delle influenze sulla sua riflessione, si dovrebbe piuttosto riprendere la sua corrispondenza e i suoi scambi con i suoi amici, come Giuseppe Ferrari.

La mia seconda osservazione preliminare riguarda la parola "Federazione" e il significato che Proudhon privilegerà. Questo termine può designare un regime politico esistente che comporta le sue regole e le sue gerarchie, ma può porre anche l'accento sulle azioni collettive che portano all'edificazione di una federazione: sul fatto di "federarsi". Proudhon utilizza questi due significati secondo le situazioni e le congiunture ma, nella prospettiva storica e dinamica che è la sua, è proprio su questo processo di creazione che egli pone l'accento e sulla sua "spontaneità". Quando egli ricorda il movimento collettivo che portò i cittadini, nel 1788-89, a formare delle federazioni, è proprio da questo processo attivo e creativo che si tratta: i cittadini si sono allora, essi stessi, federati. In Il Principio federativo, scrive, riferendosi al futuro: "essi si federeranno...".

 

 

Quali conclusioni provvisorie?

 

Quali conclusioni (provvisorie) possiamo tratte da queste riflessioni, per quanto riguarda l'anarchismo e il federalismo?

Proudhon ha trattato tanti temi, sollevato tante questioni, che si potrebbe compilare una lista impressionante di argomenti sui quali non ha esitato a rettificare le sue opinioni.

Era spinto dalla diversità delle questioni poste dall'attualità

 

 

 

 

posées par l’actualité révolutionnaire autant que par sa propre avidité à y répondre. Son propre penchant aux formules tranchantes (La propriété, c’est le vol… Dieu, c’est le mal) incitent le lecteur à la simplification d’une pensée, en réalité, complexe et nuancée.Mais ces changements ou rectifications ne doivent pas dissimuler les continuités sélectives depuis les premières affirmations anarchistes jusqu’aux thèses fédéralistes.

La dénonciation virulente de la propriété capitaliste qui constitue le premier thème de l’anarchisme ne donne pas lieu, dans les œuvres de la maturité, à des répétitions explicites. Cette critique est tenue pour acquise et surmontée dans la réalisation de la « Fédération agricole industrielle » placée à la base de l’édifice fédéral. La révolution sociale et économique, en suscitant ses multiples associations de production, dissiperait les possibilités d’accaparements financiers propres à un régime dépassé.

Il en est de même pour le deuxième thème de l’anarchisme, celui du « vol » capitaliste et de la division en deux classes qui en est la conséquen- ce Ce ne serait qu’en cas d’échec de l’évolution vers la fédération que le retour à la division en classes rivales pourrait se renouveler.

Par contre, la généralisation du principe fédératif à la totalité du système social et politique remet en question la nature et les fonctions de l’Etat. Alors que l’Etat, dans les régimes de féodalité ou de démocratie tradition-nelle tend à se saisir de tous les pouvoirs et à constituer ou reconstituer le despotisme, l’Etat d’un régime fédéral se trouve face à tous les contre-pouvoirs d’une société de liberté. Cette question de la délimitation du rôle de l’Etat est, écrit Proudhon, « une question de vie et de mort pour la liberté collective et individuelle7 »

« Le contrat de fédération, dont l’essence est de réserver toujours plus aux citoyens qu’à l’Etat, aux autorités municipales et provinciales plus qu’à l’autorité centrale pouvait seul nous mettre sur le chemin de la vérité. Dans une société libre, le rôle de l’Etat ou Gouvernement est par excellence un rôle de législation, d’institution, de création, d’inauguration ; - c’est, le moins possible un rôle d’exécution8 ».

Proudhon poursuit en donnant l’exemple de la monnaie. Dans un univers de fédérations, il entrerait, parmi les fonctions de l’Etat, de fixer les valeurs et les divisions des monnaies :

« C’est l’Etat qui fixe les poids et mesures, qui donne le module, lavaleur et les divisions des monnaies9 »

écrit Proudhon dans le Principe fédératif. Mais le rôle de l’Etat se limiterait strictement à cette fonction d’initiation ; la fabrication des pièces ne relevant ensuite que des entreprises locales. En fait, le danger d’extension des pouvoirs, le danger d’expansion de l’emprise gouvernementale est permanent et c’est à l’esprit anarchiste d’exercer la vigilance nécessaire.

« Dans la fédération, le principe d’autorité étant subalternisé, la liberté prépondérante, l’ordre politique est une hiérarchie renversée dans laquelle la plus grande part de conseil, d’action, de richesse et de puissance reste aux mains de la multitude confédérée, sans pouvoir jamais passer à celles d’une autorité centrale10.

La notion même de gouvernement change radicalement de sens. Il ne s’agit plus d’un « pouvoir » mais, l’autorité étant « subalternisée », les fonctions autrefois dominantes cèdent place à l’ensemble des fonctions générales d’administration des échanges entre les fédérations et les confédérations.

Ainsi, ne peut-on aucunement confronter et comparer les positions et critiques à caractère anarchiste et les développements exposés dans le « Principe fédératif ». Il s’agit, dans les Mémoires sur la propriété ou dans Les Confessions d’un révolutionnaire, de recherches critiques sur les réalités économiques et politiques des temps présents. Dans le Principe fédératif, tout au contraire, et comme l’indique bien le titre de l’ouvrage, il s’agitd’une réflexion résolument théorique sur ce que serait une logique socio-politique étendue à l’ensemble d’une société, et même à l’universalité des sociétés politiques. De plus, les oppositions entre ces sociétés, réelles et imaginées, ne sont aucunement secondaires ou de détail, mais en oppositions radicales. Proudhon ne cesse de confronter les régimes par les antinomies entre les régimes centralisateurs et les régimes décentralisés, entre les systèmes de classes antagonistes et les systèmes égalitaires.

Ces deux modes de raisonnement conduisent, éventuellement, à ce qui peut apparaître comme des contradictions. On le voit bien dans les réflexions concernant l’Etat au sujet duquel Proudhon peut, dans Les Confessions d’un révolutionnaire, affirmer que l’Etat est nécessairement porté à l’extension de l’emprise, de la répression et, dans le Principe fédératif, insister, tout au contraire, sur son action positive, dans le cadre des liens d’égalité dans l’administration des rapports de confédérations pacifiques.

La contradiction n’est cependant qu’apparente. Proudhon oppose, en effet, deux approches opposées. Il veut clairement démontrer qu’un Etat unitaire et centralisé est inéluctablement porté à poursuivre son expansion et à renforcer ses oppressions et que, d’autre part, un Etat fédéral et dé- centralisé sera porté, au contraire, à multiplier ses actions dans le sens des libertés individuelles et collectives.

Par delà ces contradictions apparentes, les deux approches se confirment l’une l’autre. Elles poursuivent le même but, celui de démontrer combien la révolution démocratique et sociale répondrait aux aspirations collectives.

Comme on l’a souvent évoqué, la Commune de Paris, en 1871, n’a-t-elle pas été, par la spontanéité des fraternisations, par la recherche des liens de fédérations et de confédérations, une confirmation historique des thèses et des intuitions proudhoniennes?

NOTE

 

[1] Qu’est-ce que la propriété? Premier mémoire, Ed. Marcel Rivière, p. 286.

[2] Confessions d’un révolutionnaire, p. 69.

[3] Ibid., p. 83.

[4] Ibid., p. 217. 

[5] Ibid., p. 87- 88.

[6] Cor., t. III, p. 391.

[7] Du principe fédératif, p. 326.

[8] Ibid.

[9] Ibid. p. 327.

[10] Ibid. p. 409.

 


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31 gennaio 2015 6 31 /01 /gennaio /2015 06:00

Cronstadt e l'Opposizione operaia

 
Chliapnikov e Kollontai denunciano l'isolamento del partito
 
[...]
 
Chliapnikov passa in seguito alle nomine d'ufficio che il Comitato centrale estendeva sempre più a tutti gli ingranaggi del Partito, dei soviet e dei sindacati, sostituendosi così ai comitati locali e regionali e, naturalmente, alle organizzazioni di base:
 

I metodi di lavoro del Partito hanno bisogno anch'essi di essere modificati da cima a fondo. Bisogna farla finita con la direzione unipersonale, con la tendenza di porre tutto nelle mani dei delegati del centro designati dal Comitato centrale e investito di pieni poteri (...). Il C. C. non è mai venuto in aiuto agli organismi locali, non si è mai preoccupato di educare i loro militanti. Le cose non possono continuare ad andare così come vanno in questo momento: non è possibile fare affidamento unicamente su dei delegati del centro designati d'ufficio. Questo modo di procedere porta al fatto che tutte le alte sfere del Partito e dell'amministrazione sovietica, sono sempre gli stessi, poco numerosi, sovraccaricati di compiti e privi di energia che si cambia da un posto all'altro. Si parla molto di mettere a profitto l'esperienza delle organizzazioni locali, ma si fa molto poco in questo senso.

 

Chliapnikov concluderà indicando in quale modo lui e i suoi militanti dell'Opposizione operaia intendono la disciplina e l'unità del Partito:

 

Consideriamo come necessarie la disciplina e l'unità del Partito; ma non vogliamo che i legami (tra la base e il centro) siano di natura semplicemente formali, ma tornino ad essere ciò che erano un tempo, la disciplina e l'unità del Partito; ma vogliamo che i rapporti (tra la base e il centro) non siano semplicemente puramente formali, ma ridivengano ciò che un tempo erano, dei rapporti organici... Quando visitiamo le fabbriche e quando riceviamo i delegati sindacali da tutte le parti del paese, ne capiamo le necessità: ma non cediamo al panico e non ci precipitiamo, come molti compagni che perdono la testa, nell'ufficio di Vladimir Illich: proponiamo (a coloro che si rivolgono a noi) delle misure pratiche per risanare i nostri ranghi e far passare una corrente di aria fresca nei nostri rapporti (con la base). Se volete taglaire con le masse, se volete rompere con l'elemento rivoluzionario, continuate ad agire come state facendo e come avete fatto sino ad ora. Aggiungeteci la caccia all'Opposizione operaia e le insinuazioni di ogni genere. Riteniamo che volgere la schiena all'elemento proletario, che i contro-rivoluzionari cercano oggi di sfruttare contro di noi, significhi perdere la partita. Non dobbiamo bendarci gli occhi davanti al movimento spontaneo  che ha dilaga in questo momento nell'intera Russia; dobbiamo al contrario studiarne le cause e forse scopriremo che i responsabili di questo movimento, sono i nostri organismi centrali e i loro metodi.

 

Dopo questo discorso dove, durante il quarto d'ora di cui disponeva, Chliapnikov difese il programma della Opposizione operaia illustrandone con fatti precisi le critiche da essa formulate, si ascoltarono un certo numero di oratori (Ossinski, Sovnoski, Milonov, Riazanov, Perepechko, Minine, Rafaïl) e la parola fu data a  Alexandra Kollontai. Essa attirò subito l'attenzione del Congresso sui mezzi posti in opera per imgannare il Partito:

 

Sulla copertina del mio libello, La Opposizione operaia, edita dalle Edizioni di Stato, è indicato che esso esso è stato stampato in 1.500.000 di copie, da cui risulta che avrebbe beneficiato di una diffusione più vasta di qualsiasi altro libello ufficiale. In realtà . In realtà la sua tiratura è stata di 1.500 copie e ottenute anche con grande faticaSi sono semplicemente aggiunti tre zeri...

 

Dopo questa... messa a punto, Alexandra Kollontaï risponderà a Riazanov che, nel suo intervento, le aveva rimproverato di aver scritto nel suo libello che "gli operai conducono in Russia un'esistenza scandalosamente miserabile":

 

Tutti i militanti che sono in contatto con la massa conoscono le condizioni orribili in cui si trovano i nostri compagni operai. Nasconderlo è impossibile; si deve al contrario mettere questo male a nudo e mostrare che sino ad ora vi si è data poca attenzione; assorbiti da pesanti compiti, non ci siamo occupati sufficientemente su questo fondamentale problema, e cioè, il miglioramento delle condizioni d'esistenza degli operai in correlazione con il restauro della nsotra economia nazionale.

 

E Alexandra Kollontai se la prenderà con il rapporto fatto la vigilia da Lenin a nome del C. C. Gli rimprovererà di essesi mostrato poco prolisso sui gravi avvenimenti in corso:

 

Dirò senza indugi che malgrado tutto ciò che ognuno di noi prova per Vladimir Ilich – e penso che ognuno di noi in fondo al suo cuore ha per lui un sentimento unico - non si deve nascondere che il rapporto che egli ha presentato ieri ha soddisfatto poche persone. E anche se questo non è stato espresso (a questa tribuna), i compagni qui presenti aspettavano certamente da lui ben altro che avrebbe apportato una risposta agli avvenimenti che si svolgono nella nostra Russia sovietica, nella nostra Russia laboriosa: avvenimenti pesanti di conseguenze. Ci aspettavamo cge di fronte alla più alta istanza del Partito, Vladimir Ilich, ne scoprisse e mostrasse la vera natura e ci dicesse quali misure il C. C. conta adottare per impedirne il ritorno. Vladimir Ilich ha eluso la questione di Kronstadt e quella delle agitazioni di Pietrogrado e di Mosca. A queste questioni egli non ha dato nessuna risposta. Lo farà forse nel suo discorso finale. Nessuno contesterà, e il C. C. stesso l'ha riconosciuto nelle sue mozioni, che stiamo attraversando una grave crisi. Se non fosse così, il C. C. non avrebbe portato la questione di fronte al Congresso (…). Cosa ha determinato questa crisi? Da una parte, delle cause esterne (delle difficoltà che, in gran numero, sono sorte davanti a noi) e dall'altra delle cause interne, in primo luogo, il cambiamento constatao nella composizione sociale del nostro Partito. Nessuno sospetterà il compagno Smilga di essere un sostenitore dell'Opposizione operaia eppure se è dovuto che quest'ultima, per quanto "pugacevista" essa sia, abbia tenuto il linguaggio che ci ha appena fatto ascoltare questo compagno. Ci ha detto che il tipo del vecchio militante è scomparso e che abbiamo ora dei governanti e dei governati, gli uni in alto, gli altri in basso, e ci ha citato un mucchio di esempi, che non riprenderò, per appoggiare la sua critica spietata della situazione che si è creata all'interno del Partito.

 

Alexandra Kollontaï parlerà dell'epurazione del Partito e soprattutto in caso di non gradimento, del trasferimento in regioni remote, dei militanti che non condividono mil modo di vedere del C. C.:

 

L'essenziale è che il Partito abbia gli occhi ben aperti su questa crisi e che riconosca che un mucchio di elementi che ci sono estranei si sono intrufolati tra noi; che riconosca anche che le decisioni prese per quel che concerne l'epurazione dal Partito restano sulla carta e non sono applicate. Vorrei inoltre chiedere al C. C. perché non è stato dato seguito sinora alla decisione del VIII Congresso di epurare il Parti? Perché anche la decisione della Conferenza di settembre (1920) che ordinava che fosse posta fine all'invio nelle regioni remote di compagni che hanno un'opinione diversa da quella del C. C. è rimasta lettera morta? Ora sappiamo che dietro il sipario i compagni sono presi di mira e classificati in due categorie: quelli che si devono lasciare al loro posto e quelli che si devono inviare lontani dalle masse sulle queli essi hanno un'influenza.

 

Alexandra Kollontai giustificherà in seguito con degli esempi la proposta della Opposizione operaia di far controllare i dipartimenti economici da un Congresso dei produttori i cui delegati sarebbero stati designati dai sindacati d'industria. Aggiungerà inoltre:

 

Il compagno Lenin ha dichiarato che non abbiamo saputo prevedere in tempo, voluto la crisi e quella del combustibile. Ma è con ragione che le operaie ci rispondono, quando riportiamo loro queste informazioni: "A cosa serve essere il governo se non sapete analizzare la situazione politica, se non sapete risolvere le questioni economiche e se sapete valutare così poco le nostre riserve di combustibile che due o tre pertubazioni nei trasporti bastano a provocare una crisi di quest'ampiezza?".

 

Prima di concludere, Alexandra Kollontai denuncerà una volta ancora la burocrazia e insisterà sulla necessità, per il C. C., di appoggiarsi sull'iniziativa delle masse:

 

Pongo di nuovo la questione al C. C.: Cosa ha fatto per creare delle condizioni che permettano alle masse di dar libero corso alle loro iniziative? Ad ogni Congresso, ad ogni conferenza del Partito, si parla di questa iniziativa e si votano delle risoluzioni. Alla Conferenza di settembre, il compagno Zinovev si è fatto in quattro per fare l'apologia di questa iniziativa. Ma cosa ha fatto il C. C. per concretizzarla nel paese, per facilitarla non soltanto nelel masse, ma presso i militanti del Partito? Avete, compagni del C. C., chiarito questa questione sulla stampa, inviato delle istruzioni, delle circolari che sottolineassero l'urgenza delle decisioni in tal senso? In questo campo, nulla è stato fatto, tranne alcuni articoli ufficiali che non menzionano la minima pratica in grado di dare alle masse la possibilità di manifestare la loro iniziativa.

 

E Alexandra Kollontai terminando mostrerà la sfiducia nutrita da parte del C. C. nei confronti delle masse:

 

La disgrazia è che sentiamo una sfiducia che non non auspichiamo nei confronti delle masse, e che sentiamo anche che quest'ultime si allontanano da noi. Nelle riunioni, non appena si parla di un comunista che ha la fiducia delle masse, è per sentir dire che quest'ultimo non ha nulla del comunista, che non è come gli altri, il che spiega la fiducia operaia di cui gode. Ciò dimostra che in Russia i comunisti sono una cosa e che la massa è un'altra.

 

La replica di Lenin non si farà aspettare. Dopo l'intervento di Iarolavski che, alla tribuna, succederà ad Alexandra Kollontai, Lenin prenderà la parola per rispondere ai rappresentanti dell'Opposizione operaia. Daremo l'essenza del suo discorso che, con le decisioni che prenderà, peserà pesantemente sull'evoluzione della vita interna del Partito e, in tempi più lunghi, sulla sorte delle popolazioni operaie e contadine soggette al suo controllo.

 

Marcel Body

 

[Traduzione di Ario Libert]


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Cronstadt et l'opposition ouvrière

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8 dicembre 2014 1 08 /12 /dicembre /2014 06:00

L'Enciclopedia anarchica di Sébastien Faure

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La "Enciclopedia anarchica", realizzata da Sèbastien Faure, è stata, dal 2010, digitalizzata e posta in rete su un sito da cui è possibile la consultazione on line con motore di ricerca.

Era ora di segnalarlo e di salutare allo stesso tempo il notevole lavoro dei redattori dell'Enciclopedia, importante opera in quattro volumi, e quello, non meno meritorio, degli autori che l'hanno posta in rete.

"Questa notevole opera di 2.893 pagine è il più importante contributo al movimento libertario in Francia. Inizialmente previsto in 5 volumi, soltanto il primo, costituito da 4 tomi, fu portato a termine.

La stampa di questa Enciclopedia è stata terminata l'8 dicembre 1934 da E. Rivet, editore, 21, ancienne ruote d'Aixe, a Limoges.

Benché non ci riproponiamo lo scansionamento del libro, si tratta in questo caso di un'opera molto rara e molto costosa. Sino ad ora estremamente rara sia da acquistare sia alla consultazione. Eccola infine, dal 2010, digitalizzata integralmente e a disposizione di tutti, grazie al lavoro dei compagni della "Fédération Anarchiste" e di simpatizzanti.

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Questa enciclopedia espone il punto di vista degli anarchici sintetisti francesi, corrente che raggruppava individualisti, comunisti e sindacalisti, degli anni trenta del secolo scorso su numerose questioni. Benché fosse nell'insieme rappresentativo del pensiero anarchico, alcuni punti sono oggi superati, altri suscitavano già il dibattito all'epoca. Ad esempio, un articolo come "Maltusianesimo" non aveva consenso quando fu scritto ed è oggi molto poco rappresentativo delle idee anarchiche, dal momento che la storia ha aiutato il nostro pensiero a evolversi. Alcuni articoli danno una definizione adatta al pensiero strettamente individualista, altri sono affrontati dal punto di vista comunista-libertario o anche anarco-sindacalista, secondo le tendenze dell'autore dell'articolo.

L'Enciclopedia Anarchica permetterà dunque al neofita di documentarsi seriamente su un grande piano del pensiero anarchico, e darà materia di discussione".

 

Il piano generale dell'Enciclopedia

Destinata a riunire ed esporre, per quanto possibile, i principi, le tendenze, lo scopo e i metodi dell'anarchismo dell'Anarchismo, questa Enciclopedia doveva comprendere cinque parti:

La prima parte, consisteva in un Dizionario anarchico, in cui gli aspetti filosofici e dottrinali dell'anarchismo erano esposti principi, teorie, concezioni, tendenze e metodi del pensiero e dell'azione veramente rivoluzionari.

La seconda parte, doveva occuparsi del pensiero e dell'azione anarchici, paese per paese.

La terza parte della vita e delle opere dei principali militanti appartenuti o appartenenti al movimento anarchico: filosofi, teorici, scrittori, oratori, artisti, agitatori, uomini d'azione, in ordine alfabetico.

La quarta parte, dove trattare della vita e delle opere degli uomini che, senza essere propriamente parlando degli anarchici, hanno, tuttavia, nel campo della Filosofia, della Scienza, delle Lettere, delle Arti e dell'Azione, contribuito all'emancipazione umana attraverso a loro lotta contro l'abitudine mortifera, contro le tradizioni paralizzanti, contro i metodi e forze sterilizzanti del loro tempo, in ordine alfabetico.

La quinta parte, avrebbe dovuto trattare dei cataloghi dei libri, libelli, giornali, riviste e pubblicazioni di ogni genere, di propaganda anarchica ordinata per paese e per lingua).

 

Nel primo paragrafo; Sébastien Faure precisa lo spirito generale del progetto:

Faure_Sebastien.jpg"Da una parte, tutte le tendenze, tutte le tesi che, nel loro insieme, costituiscono l'anarchismo, vi saranno imparzialmente esposte. Eliminare, dei propositi deliberati, una sola di queste tesi, equivarrebbe a fare opera di parte e non di educatori coscienziosi: equivarrebbe a togliere a questo movimento, una parte della sua ampiezza, della sua imponenza; equivarrebbe a mutilare volontariamente l'anarchismo, privandolo di uno dei suoi tratti distintivi.

Sotto pena di essere incompleta e di tradire il suo scopo, questa Enciclopedia deve essere il riflesso di tutte le concezioni che si ispirano all'anarchismo; deve lasciare a ciascuno dei suoi lettori, la cura di scegliere tra le diverse tendenze e di allinearsi a quella che, ai suoi occhi, si avvicina di più in esattezza, e quadra meglio con il suo temperamento.

Nemico di ogni costrizione, l'anarchico non si impone mai: espone, propone, attira l'attenzione, provoca la riflessione, suscita la meditazione. Quando invita a pronunciarsi, coloro che lo ascoltano o lo leggono, si ritengono autorizzati a farlo solo dopo aver posto i suoi lettori o i suoi ascoltatori di fronte agli aspetti molteplici e a volte opposti della tesi sottoposta all'esame e alla controversia. Si opporrebbe contro l'essenza stessa dell'anarchismo se, per far trionfare il suo proprio punto di vista, passasse sotto silenzio gli altri o, con la sua propria autorità, ne soffocasse l'espressione".

 

Successivamente Sébastien Faure indica le qualità dei redattori della Encyclopédie [1]:

"Ho chiesto: al filosofo di svelarci la profondità, la sottigliezza e la giustezza delle sue riflessioni; al sociologo di concederci il frutto dei suoi studi; all'uomo di scienza di farci beneficiare delle sue ricerche e constatazioni; allo scrittore di informarci sui tesori d'immaginazione e di sapere che racchiudono le biblioteche; all'artista di farci conoscere e amare le meraviglie dove si rivela il senso puro della bellezza; al medico di insegnarci l'arte di lottare contro le malattie che decimano la specie e, attraverso l'igiene, di dotare gli umani della robustezza e della resistenza desiderabili; all'educatore di iniziarci al delicato problema della formazione delle intelligenze che si svegliano, dei giudizi che si formano e dei cuori che sbocciano.

Ho chiesto al "Senza-Dio" di indicarci i motivi profondi del suo ateismo, al "Senza-Patria" di esporci le cause del suo antipatriottismo; al "Senza-Stato" di farci conoscere le ragioni del suo antistatismo; al "Senza-Proprietà" di dirci il perché del suo anticapitalismo, al "Senza-Padroni" di aprirci il cuore afinché vi potessimo scoprire le potenti molle delle sue accanite rivolte".

 

 

NOTE

[1] Jeanne Humbert, nel suo libro su Sébastien Faure (Sébastien Faure, l'homme, l'apotre, une époque, Parigi, Editions du Libertaire, 1949), cita tra i redattori della Encyclopédie, oltre allo stesso Faure:

"Charles Alexandre, P. Archinoff, E. Armand, Louis Barbedette, Camille Berneri, L. Bertoni, Pierre Besnard, Ch.-A. Bontemps, Charles Boussinot, Pierre Comont, A. Daudé-Bancel, E. Delaunay, G. de Lacaze-Duthiers, Manuel Devaldès, Amédée Dunois, Dr Elosu, J. Estour, E. Fournier, G. Goujon, Virgilio Gozzoli, Paul Gille, E. Gross-Fulpius, L. Guérineau, Han Ryner, G. Hardy, Hem Day, A. Hilkoff, Eugène Humbert, Aristide Lapeyre, Lashortes, Lucien Léauté, Dr Legrain, Suzanne Levy, Stephen Mac Say, Errico Malatesta, Jules Méline, Victor Méric, Charles Mochet, Paul Morel, Max Nettlau, Raoul Odin, Dr Marc Pierrot, Madeleine Pelletier, Georges Pioch, Dr Axel A. R. Proschowsky, Paul Reclus, Eugen Relgis, Louis Rimbauld, Dr G. Riquoir, Charles Rist, Edouard Rothen, Elie Soubeyran, Frédéric Stakelberg, Tiburce, Hugo Treni, René Valfort, Madeleine Vernet, Georges Vidal, Paul Vigné d’Octon, Voline, Georges Yvetot, etc.".

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30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 06:00

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

A mo' di introduzione

 

Le posizioni e riferimenti politici del partito di liberazione nazionale curdo PKK, in guerra aperta con la Turchia, hanno iniziato a cambiare alla fine degli anni 90 del secolo scorso, quando il suo leader Abdullah Öcalan, imprigionato a vita, nel contesto post-sovietico del crollo del “socialismo reale” scoprì le riflessioni teoriche dell'ecologia sociale sviluppate dal militante e intellettuale anarchico-comunista statunitense Murray Bookchin.

Il PKK ha fatto sue e adottate le idee dell'influente e controverso teorico anarchico, così come quelle di altri intellettuali e movimenti (come gli zapatisti) e li ha integrati alla sua proprio proposta, il confederalismo democratico. Quest'ultimo ha cominciato a essere posto in pratica nelle strutture organizzative del movimento di liberazione curdo e nei territori nei quali vi è una presenza, fondando la Confederazione dei popoli del Kurdistan (KCK) e dando propulsione a una nuova dinamica: un movimento di trasformazione sociale di tipo assembleare e federalista, assumendo in carica la "questione nazionale" e cercando di apportarvi una risposta politica ignorando lo schema dello Stato-nazione e alle sue difficoltà.

Dinamica singolare nei confronti del contesto regionale nella misura in cui essa si oppone frontalmente a tutte le tendenze dominanti in concorrenza o in conflitto; difendendo la laicità, l'eguaglianza, la liberazione delle donne e la lotta contro il patriarcato, sperimentando un'economia (di guerra) in rottura con il capitalismo e il produttivismo, reinventando e mettendo in pratica una riappropriazione della politica attraverso la realizzazione di un embrione di autonomia politica territoriale, la creazione di un potere delle assemblee locali e comunali e il superamento delle separazioni e delle chiusure identitarie prendendo in dovuto conto l'esistenza delle minoranze e delle singolarità e la pluralità dei soggetti sociali... Vasto cantiere.

Quest'ultimi mesi, i guerriglieri - uomini e donne - del PKK turco si sono spostati dapprima in Siria poi recentemente in Iraq per combattere le forze jihaddiste dello Stato islamico a fianco dei loro compagni degli altri settori del movimento di liberazione nazionale e sociale curdo. Questi combattenti uomini e donne sono oggi i soli a tener testa agli jihaddisti, in Siria così come in Iraq, i soli che incoraggiano e aiutano concretamente le popolazioni a creare le loro proprie unità di autodifesa (soprattutto in questo momento anche i rifugiati yazidi cacciati via dalla regione di Sindjar) e riescono a far indietreggiare gli islamisti, a sbaragliarli, malgrado gli squilibri delle forze, soprattutto sul piano materiale dell'equipaggiamento militare.

Abbiamo già ampiamente affrontato le questioni relative a diversi livelli della "rivoluzione curda" in corso, su questo sito o in Courant Alternatif e continueremo a farlo. Perché oggi, la proposta politica del movimento curdo supera il quadro del solo Kurdistan e dei suoi conflitti interni. Comincia ad apparire - e ciò è da collocare nel contesto del bilancio, dello scacco dei processi rivoluzionari iniziati nel 2011-2012 chiamati "primavera araba", e delle questioni aperte allora da questa sequenza e rimaste senza risposta - come una proposta tangibile che riapre una prospettiva, come una risposta valida per l'insieme della macro-regione mediterranea e medio-orientale: una vera alternativa a tutti i regimi di oppressione, senza eccezione, usciti dalle divisioni territoriali dell'epoca coloniale e della prima guerra mondiale, sia gli orpelli del "nazionalismo arabo" a partito unico e alle dittature militari apparentate, le differenti varianti dell'islamismo politico, le diverse petromonarchie della penisola arabica e del golfo persico, le pseudo-democrazie delle oligarchie capitaliste/imperialiste alla moda occidentale.

Pubblichiamo qui la traduzione di un testo recentemente edito in inglese che presenta, di nuovo, i contenuti delle proposte avanzate e applicate dai movimenti della sinistra curda e li attualizza.

Va da sé che, come altri testi e documenti che pubblichiamo regolarmente, non riflette che il punto di vista del suo autore. Se ce ne assumiamo la pubblicazione, è, da una parte, perché vi ritroviamo delle problematiche e delle preoccupazioni che ci sono vicine, ma anche d'altra parte e soprattutto per quel che apporta come elementi di informazione, di comprensione e di analisi sui conflitti, sulle guerre, i processi di trasformazione sociale in corso che non ci sono estranei e che disegnano grandemente oggi una carta del mondo (geografica, sociale, politica...) che ci riguarda, semplicemente, perché ci include e ci determina.

31 agosto 2014 - XYZ / OCLibertaire

 

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

 

Rafael Taylor

 

A mano a mano che la prospettiva dell'indipendenza curda diventava sempre più imminente, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) si è trasformato in una forza di lotta per la democrazia radicale.

curdi-1.jpg

Esclusi dai negoziati e traditi dal Trattato di Losanna del 1923 dagli Alleati della Prima Guerra mondiale che avevano loro promesso un loro proprio Stato dopo la spartizione dell'Impero ottomano, i Curdi sono la più grande minoranza senza Stato nel mondo. Ma oggi, ad eccezione di un Iran testardo, non rimangono più che pochi ostacoli all'indipendenza curda de jure nel nord dell'Iraq. La Turchia e Israele hanno promesso il loro sostegno, mentre le mani della Siria e dell'Iraq sono legate dal rapido progresso dello Stato Islamico (ISIS).

Con la bandiera al vento su tutti gli edifici ufficiali e i peshmergas [forze armate del Governo regionale del Kurdistan nel Kurdistan iracheno] ora gli islamisti alla porta del Kurdistan grazie a un aiuto militare americano atteso da molto tempo, il sud del Kurdistan (Iraq) si unisce ai loro compagni del Kurdistan occidentale (Siria) in quanto seconda regione autonoma de facto del nuovo Kurdistan. Essi hanno già iniziato a esportare il loro petrolio e hanno ripreso la regione ricca di petrolio di Kirkuk, hanno il loro proprio parlamento eletto e laico e la loro società pluralista. Hanno presentato la loro domanda di riconoscimento come Stato all'ONU e non vi è nulla che il governo iracheno possa fare - o che gli Stati Uniti vogliano fare senza il sostegno di Israele - per fermarlo

La lotta dei Curdi, tuttavia, è lungi dall'essere strettamente nazionalista. Sulle montagne sopra Erbil, nel cuore storico del Kurdistan che si snoda attraverso le frontiere della Turchia, dell'Iran, dell'Iraq e della Siria, è nata una rivoluzione sociale.

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Carta attuale della Siria e dell'Iraq. In giallo nel nord della Siria le zone controllate dai Curdi di Siria, in verde nel nord dell'Iraq le zone controllate dai Curdi iracheni.

 

La teoria del confederalismo democratico

Alla svolta del secolo, quando il radicale statunitense Murray Bookchin aveva fallito nel suo tentativo di rivitalizzare il movimento anarchico contemporaneo con la sua filosofia dell'ecologia sociale, Abdullah Öcalan, il fondatore e dirigente del PKK, veniva arrestato in Kenya dalle autorità turche e condannato a morte per tradimento. Negli anni successivi, il vecchio anarchico guadagnava un improbabile adepto nel militante indurito, la cui organizzazione paramilitare - il Partito dei lavoratori del Kurdistan - è ampiamente considerata come un'organizzazione terroristica che conduce una guerra violenta di liberazione nazionale contro la Turchia.

Nei suoi anni di confino solitario - il leader del PKK si trova dietro le sbarre dopo che la sua pena è stata commutata in ergastolo - Öcalan ha adottato una forma di socialismo libertario così oscuro che ben pochi anarchici ne avevano sentito parlare: il municipalismo libertario di Bookchin. Öcalan ha in seguito modificato, attenuato e ribattezzato la visione di Bookchin con il nome di "confederalismo democratico" con il risultato che l'Unione delle Comunità del Kurdistan (Koma Civakên Kurdistan ou KCK), l'esperimento territoriale del PKK di una società libera basata sulla democrazia diretta, è rimasta a lungo un segreto per la maggior parte degli anarchici, e più ancora, per l'opinione pubblica.

Benché la conversione di Öcalan sia stato il punto decisivo, la rinascita più vasta di una letteratura della sinistra libertaria e indipendente ha iniziato a soffiare sulle montagne e a passare di mano in mano tra la base del movimento dopo l'affondamento dell'Unione sovietica negli anni 90. "(Essi) hanno analizzato dei libri e degli articoli di filosofi, di femministe, di (neo)anarchici, comunisti libertari, comunalisti ed ecologisti sociali. E' così che degli scrittori come Murray Bookchin (ed altri) hanno attirato la loro attenzione," ci dice il militante curdo Ercan Ayboga.

Öcalan si è lanciato nei suoi scritti dal carcere, in un profondo riesame e un'autocritica della terribile violenza, del dogmatismo, del culto della personalità e dell'autoritarismo che egli aveva favorito: "E' diventato chiaro che la nostra teoria, il nostro programma e la nostra prassi degli anni 70 non ha prodotto altro che un separatismo e una violenza inutili, e, quel che è ancora peggio, che il nazionalismo al quale avremmo dovuto opporci, ci ha infestato tutti. Anche se eravamo opposti tutti ai suoi principi e alla sua retorica, l'abbiamo tuttavia accettato come inevitabile". Una volta il dirigente incontestato, Öcalan ha sostenuto che il "dogmatismo prospera su delle verità astratte che diventano dei modi correnti di pensare. Non appena trasformate queste verità generali in parole, vi sentite come un sommo sacerdote al servizio del suo Dio. E' l'errore che io ho commesso".

Öcalan, ateo, ha in fin dei conti scritto come un libero pensatore, liberato dalla mitologia marxista-leninista. Ha indicato che era alla ricerca di una "alternativa al capitalismo" e di una "sostituzione del modello in rovina del... "socialismo realemente esistente" quando ha incontrato Bookchin. La sua teoria del confederalismo democratico si è sviluppata a partire da una combinazione di ispirazione intellettuale comunalista, di "movimenti come i zapatisti" e da altri fattori storici sorti dalla lotta nel nord del Kurdistan (Turchia). Öcalan ha proclamato egli stesso di essere uno studioso di Bookchin, e dopo il fallimento di una corrispondenza elettronica con il vecchio teorico, che era con suo sommo dispiacere troppo ammalato nel 2004 per seguire uno scambio espistolare dal suo letto di morte, il PKK gli ha reso omaggio dichiarando che era "uno dei più grandi ricercatori in scienze sociali del XX secolo" in occasione del secondo anniversario della sua morte.

 

La pratica del confederalismo democratico

 

Il PKK ha apparentemente seguito il suo capo, non soltanto adottando l'etichetta specifica di Bookchin dell'eco-anarchismo, ma anche interiorizzando attivamente questa nuova filosofia nella sua strategia e nella sua tattica. Il movimento ha abbandonato la sua guerra sanguinaria per la rivoluzione stalinista/maoista e i metodi del terrore che la accompagnavano, e ha iniziato ad esaminare una strategia mirante a una più vasta autonomia regionale.

Dopo dei decenni di tradimenti fratricidi, di cessate il fuoco mancati e senza futuro, 

 

 

Après des décennies de trahisons fratricides, de cesser le feu manqués et sans lendemains, de détentions arbitraires et de reprises des hostilités, le 25 avril de cette année, le PKK a annoncé un retrait immédiat de ses forces de Turquie et leur redéploiement dans le nord de l’Irak, mettant ainsi fin à un conflit de 30 ans avec l’État turc. Le gouvernement turc s’est engagé simultanément dans un processus de réforme constitutionnelle et juridique devant consacrer les droits humains et culturels de la minorité kurde à l’intérieur de ses frontières. C’est là le dernier volet d’une négociation tant attendue entre Öcalan et le Premier ministre turc Erdogan, faisant partie d’un processus de paix qui a commencé en 2012. Il n’y a pas eu de violence de la part du PKK pendant une année et des appels raisonnables ont été lancés pour que le PKK soit retiré de la liste mondiale des organisations terroristes.

Il reste, cependant, une sombre histoire attachée au PKK : des pratiques autoritaires qui ne cadrent pas avec sa nouvelle rhétorique libertaire. À divers moments, ses branches ont été accusées ou soupçonnées de collecte de fonds par le trafic d’héroïne, d’extorsion, de recrutement forcé et de racket à grande échelle. Si cela est vrai, il n’y a aucune excuse pour ce genre d’opportunisme mafieux, malgré l’ironie évidente que l’État turc génocidaire était lui-même en grande partie financé par le monopole lucratif sur l’exportation légale vers l’Occident de produits opiacés ‟médicaux” cultivés par l’État, et rendu possible par le service militaire obligatoire et par les impôts pour un énorme budget anti-terroriste et ses forces armées surdimensionnées (la Turquie possède la deuxième armée de l’OTAN après les États-Unis).

Il en est ainsi de l’hypocrisie habituelle dans la guerre contre le terrorisme : lorsque les mouvements de libération nationale imitent la brutalité de l’État, ce sont invariablement les non représentés qui sont désignés comme terroristes. Öcalan lui-même décrit cette période honteuse comme celle des « gangs au sein de notre organisation et des pratiques ouvertement de banditisme, [qui] organisaient des opérations dangereuses, inutiles, en envoyant en masse des jeunes gens à la mort ».

Pour Öcalan, le confédéralisme démocratique signifie une « société démocratique, écologique et libérée en matière de genre », ou simplement « la démocratie sans l’État ». Il oppose explicitement la « modernité capitaliste » et la « modernité démocratique », dans laquelle « les trois anciens éléments de base : le capitalisme, l’État-nation et l’industrialisme » sont remplacés par « une nation démocratique, une économie communale et une industrie écologique ». Cela implique « trois projets : un pour la république démocratique, un pour le confédéralisme démocratique et un pour l’autonomie démocratique » ;

Le concept de ‟république démocratique” se réfère essentiellement à l’obtention, longtemps niée, de la citoyenneté et des droits civils des Kurdes, y compris la capacité de parler et d’enseigner librement dans leur langue. L’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique font à la fois référence aux « capacités autonomes des personnes et à une forme de structure politique plus directe, moins représentative ».

Pendant ce temps, Jongerden et Akkaya soulignent que « le modèle du municipalisme libre vise à réaliser l’approche de bas en haut (‟bottom-up”) dans la conception et le fonctionnement d’un organe administratif participatif, du local au provincial ». Le « concept de citoyen libre (ozgur yarttas) [est] un point de départ » qui « comprend les libertés civiles fondamentales comme la liberté d’expression et d’organisation ». Les unités de base du modèle sont les assemblées de quartier ou ‟conseils” comme on les appelle indifféremment.

Il y une participation populaire dans les conseils, y compris de la part de personnes non-kurdes, et tandis que les assemblées de quartier sont fortes dans plusieurs provinces, « à Diyarbakir, la plus grande ville du Kurdistan turc, il y a des assemblées presque partout. » Par ailleurs, « dans les provinces d’Hakkari et de Sirnak… il y a deux autorités parallèles [le KCK et l’État], parmi lesquelles la structure confédérale démocratique est la plus puissante dans la pratique. » La KCK en Turquie « est organisé au niveau du village (köy), du quartier urbain (mahalle), du district (ilçe), de la ville (kent), et de la région (bölge), qui est appelée « Kurdistan du Nord ».

Le niveau le ‟plus élevé” de la fédération au Kurdistan du nord, le DTK (Congrès de la Société Démocratique) est un mélange de délégués de base élus par leurs pairs avec mandats révocables, qui constituent 60% de l’ensemble et des représentants de « plus de cinq cents organisations de la société civile, syndicats et partis politiques », qui composent les 40% restants, dont environ 6% sont « réservés aux représentants des minorités religieuses, des universitaires ou autres spécialistes et d’autres personnes ayant un point de vue particulier. »

La proportion au sein des 40% de ceux qui sont pareillement délégués directement des groupes de la société civile démocratique et non-étatiste comparé à ceux qui n’ont pas été élus ou sont choisis par les bureaucraties des partis politiques n’est pas claire. Le chevauchement d’individus entre mouvements kurdes indépendants et partis politiques kurdes, ainsi que l’intériorisation de nombreux aspects de la procédure de démocratie directe par ces partis, compliquent encore plus la situation. Toutefois, le consensus informel qui se dégage parmi les observateurs est que la majorité des prises de décision correspond à des procédures de démocratie directe d’une manière ou d’une autre ; que la plupart de ces décisions sont prises au niveau local ; et que les décisions sont prises à partir de la base, selon la structure fédérale.

Du fait que les assemblées et le DTK sont coordonnées par la KCK illégale, dont fait partie le PKK, ils sont désignés comme ‟terroristes” par la Turquie et la soi-disant communauté internationale (UE, États-Unis et autres). Le DTK sélectionne aussi les candidats du BDP, le parti pro-kurde (Parti pour la paix et de la démocratie), pour le Parlement turc, qui propose « l’autonomie démocratique » pour la Turquie, une combinaison de démocratie représentative et de démocratie directe. Conformément au modèle fédéral, il propose la création d’environ 20 régions qui autogouverneraient directement (selon le schéma anarchiste, pas la Suisse) « l’éducation, la santé, la culture, l’agriculture, l’industrie, les services sociaux et de sécurité, les questions des femmes, de la jeunesse et des sports », avec l’État continuant de conduire « les affaires étrangères, les finances et la défense. »

La révolution sociale prend son envol

Pendant ce temps, sur le terrain, la révolution a déjà commencé. Dans le Kurdistan turc, il y a un mouvement éducatif indépendant des ‟académies” qui organise des forums de discussion et des séminaires dans les quartiers. Dans la municipalité de Sûr à Amed [nom kurde de Diyarbakır, NdT], où une avenue s’appelle ‟Rue de la Culture”, le maire Abdullah Demirbas se félicite de la « diversité des religions et de systèmes de croyance » et déclare que « nous avons commencé à restaurer une mosquée, une église catholique chaldéo-araméenne-, une église orthodoxe arménienne et une synagogue juive ».

Jongerden et Akkaya signalent ailleurs que « les municipalités DTP ont lancé un ‟service municipal multilingue”, qui a suscité des débats houleux. Des panneaux indicateurs municipaux ont été érigés en kurde et en turc, et des commerçants locaux ont suivi le mouvement ».

La libération des femmes se poursuit par les femmes elles-mêmes à travers les initiatives du Conseil des femmes du DTK, qui établit de nouvelles règles de « quotas de femmes de quarante pour cent » dans les assemblées. Si un fonctionnaire bat sa femme, son salaire est reversé directement à la femme battue afin de maintenir sa sécurité financière et son usage comme bon lui semble. « À Gewer, si le mari prend une deuxième épouse, la moitié de sa succession ira à la première. »

Il existe des « Villages de la Paix », des communautés de coopératives, nouvelles ou transformées, appliquant leur propre programme complètement en dehors des contraintes logistiques de la guerre kurdo-turque. La première de ces communautés a été construite dans la province d’Hakkari, limitrophe de l’Irak et de l’Iran, où « plusieurs villages » ont rejoint l’expérience. Dans la province de Van, « un village écologique de femmes » est en construction pour abriter les victimes de la violence domestique, auto-suffisant « pour toute ou presque toute l’électricité nécessaire. »

La KCK tient des réunions deux fois par an dans les montagnes avec des centaines de délégués de chacun des quatre pays, avec comme priorité à son agenda, la menace de l’État islamique envers l’autonomie du Kurdistan du sud et de l’ouest. Les partis iraniens et syriens affiliés à la KCK, le PJAK (Parti pour une vie libre au Kurdistan) et le PYD (Parti de l’union démocratique) mettent en avant également le confédéralisme démocratique. Le parti irakien de la KCK, le PÇDK (Parti pour une solution démocratique du Kurdistan) est relativement peu important car le Parti démocratique du Kurdistan (PDK, centriste) au pouvoir et son chef Massoud Barzani, président du Kurdistan irakien, n’a que récemment cessé de le harceler et commencé à le tolérer.

Mais, dans les régions montagneuses du Kurdistan irakien plus au nord, là où se trouvent la plupart des guérilleros et guérilleras du PKK et du PJAK, la littérature radicale et les assemblées s’épanouissent, avec l’intégration de nombreux Kurdes de la montagne après des décennies de déplacements. Au cours des dernières semaines, ces militant-e-s sont descendus des montagnes du nord pour combattre aux côtés des peshmergas irakiens contre l’EIIL, sauvant 20 000 yézidis et chrétiens dans les montagnes de Sindjar et ont reçu la visite de Barzani dans un affichage public de gratitude et de solidarité, mais surtout pour mettre la Turquie et les États-Unis dans l’embarras.

Le PYD syrien a suivi l’exemple du Kurdistan turc dans la transformation révolutionnaire de la région autonome sous son contrôle depuis l’éclatement de la guerre civile. Après les « vagues d’arrestations » de la répression baasiste, avec « 10.000 prisonniers, dont des maires, des chefs locaux du parti, des élus, cadres et militants […] les forces du PYD kurde ont renversé le régime du parti Baas dans le nord de la Syrie, ou Kurdistan occidental, [et] des conseils locaux ont éclos partout. » Des Comités d’auto-défense ont été improvisés pour fournir « la sécurité après la chute du régime baasiste » et « la première école enseignant la langue kurde » a été établie en même temps que les conseils intervenaient dans la distribution équitable du pain et de l’essence.

Dans le Kurdistan de Turquie, de Syrie, et dans une moindre mesure dans le Kurdistan irakien, les femmes sont désormais libres de se dévoiler et fortement encouragées à participer à la vie sociale. Les anciens liens féodaux sont brisés, les gens sont libres de suivre une religion ou aucune et les minorités ethniques et religieuses coexistent pacifiquement. S’ils sont capables de contenir le nouveau califat, l’autonomie du PYD dans le Kurdistan syrien et l’influence de la KCK au Kurdistan irakien pourrait bien servir de ferment pour une explosion encore plus profonde de culture et de valeurs révolutionnaires.

Le 30 juin 2012, le Comité national de coordination pour le changement démocratique (NCB), la plus grande coalition de la gauche révolutionnaire en Syrie, dont le PYD est le groupe principal, a adopté « le projet d’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique comme un modèle possible pour la Syrie ».

Défendre la révolution kurde face à l’État islamique

La Turquie, quant à elle, a menacé d’envahir les régions kurdes si « des bases terroristes étaient installées en Syrie », au moment où des centaines de combattants de la KCK (y compris du PKK) de tout le Kurdistan traversaient la frontière pour défendre Rojava (l’ouest) face à l’avancée de l’État islamique. Le PYD affirme que le gouvernement islamiste modéré de la Turquie est déjà engagé dans une guerre par procuration contre eux, en facilitant le transit des djihadistes internationaux à travers la frontière pour qu’ils combattent aux côtés des islamistes.

Au Kurdistan irakien, Massoud Barzani, dont la guérilla a combattu aux côtés de la Turquie contre le PKK dans les années 1990 en échange de l’accès aux marchés occidentaux, a appelé à un « front uni kurde » en Syrie à travers une alliance avec le PYD. Barzani avait signé en 2012 avec Salih Muslim, leader du PYD, l’‟Accord d’Erbil” formant le Conseil National Kurde et reconnaissant que « toutes les parties sont sérieuses et déterminées à continuer à travailler ensemble ».

Pourtant, alors que l’étude et la pratique des idées socialistes libertaires parmi la direction et les bases de la KCK est assurément un développement positif, il reste à voir dans quelle mesure cette influence est suffisamment sérieuse pour qu’ils abandonnent leur passé autoritaire sanglant. Le combat kurde pour l’autodétermination et la souveraineté culturelle est une lueur d’espoir au milieu des sombres nuages qui s’amoncellent au-dessus de l’État Islamique et des guerres sanglantes inter-fascistes entre l’islamisme, le baasisme et le sectarisme religieux qui leur a donné naissance.

Une révolution pan-kurde socialement progressiste et laïque, avec des éléments socialistes libertaires, unifiant les Kurdes irakiens et syriens et revitalisant les luttes en Turquie et en Iran peut encore être une perspective. Pendant ce temps, ceux d’entre nous qui apprécient l’idée de civilisation doivent reconnaître leur gratitude aux Kurdes, qui combattent en première ligne jour et nuit contre les djihadistes du fascisme islamiste en Syrie et en Irak, en défendant de leur vie les valeurs de la démocratie radicale.

« Les Kurdes n’ont pas d’amis sauf les montagnes »

Proverbe kurde

 

Rafael Taylor est un militant socialiste libertaire et un journaliste indépendant résidant à Melbourne. Il est également animateur de l’émission de radio “Floodgates Of Anarchy”, membre de l’ASF-IWA (AIT) et coordinateur de l’Alliance de la gauche libertaire à Melbourne.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Le nouveau PKK à declenché une révolution sociale au Kurdistan

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10 ottobre 2014 5 10 /10 /ottobre /2014 05:00

Marx, anarchico?

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Marx-Pleiade-3.jpgSe parlare di marxismo libertario fa venire in mente il nome di Daniel Guérin, chiedersi se Marx può essere ritenuto "anarchico", vuol dire evocare quello di Maximilien Rubel, responsabile dell'edizione delle opere di Marx nella prestigiosa "Bibliothèque de la Pléiade", e autore della raccolta dei suoi saggi Marx critique du marxisme, dove si sforzò di fare di Marx, secondo le proprie parole, un "teorico dell'anarchismo". C'è evidentemente un'ispirazione comune in Daniel Guérin e Maximilien Rubel, ma, al contrario del primo - che univa alla sua buona conoscenza dell'opera di Marx un eguale attaccamento ai pensatori anarchici -, la difesa dell'"anarchismo" di Marx non andò, in Rubel, senza forti prevenzioni nei confronti dei teorici riconosciuti dell'anarchismo, meno grandi tuttavia di quelle che aveva nei confronti dei portaparola dei marxismi istituzionali.

rubel.jpg

È, del resto, nella stretta linea di divisione che egli stabiliva tra Marx ed i "marxismi" che risiede il punto di partenza della riflessione alla quale Rubel ha dedicato la maggior parte della sua attività intellettuale. Conviene, a questo proposito, non dimenticare che i saggi raccolti nel testo citato sono stati scritti molto prima dell'affondamento dei regimi del "socialismo reale" che, con i partiti che li sostenevano, si dichiaravano allora i soli eredi legittimi dell'opera di Marx. Uno dei principali obiettivi  che Rubel si assegnò fu di mostrare che una tale pretesa poggiava su una pura e semplicde mistificazione e di esonerare Marx, del tutto, da ogni responsabilità nell'avvento di tali regimi. In questo senso, la sua riflessione volta le spalle alla tradizione anarchica, che ha visto nell'instaurazione di regimi dominati da quella "burocrazia rossa" denunciata in anticipo da Bakunin una conseguenza logica delle scelte operate da Marx sin dalla fondazione della Prima Internazionale.

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Ora, agli occhi di Rubel, il regime scaturito dalla rivoluzione di Ottobre poteva tanto meno richiamarsi a Marx in quanto nessuna delle condizioni che quest'ultimo giudicava indispensabili all'avvento di una vera rivoluzione proletaria era presente nella Russia zarista, e che, di conseguenza, il solo compito al quale potevano dedicarsi i padroni dello Stato scaturito dal colpo di Stato bolscevico era di mettere in piedi una specie di capitalismo di Stato, in cui una nuova classe dirigente avrebbe tentato di "portare a termine il processo di industrializzazione e di proletarizzazione". Il principale "successo" dei bolscevichi fu dunque, secondo Rubel, di far passare questo nuovo regime di sfruttamento per un modello realizzato del socialismo e di convincerne una buona parte del movimento operaio internazionale.

Rubel-Karl-Marx.Essais-de.jpgSi sa che è precisamente su queste "basi oggettive" - che presupponevano, tra altre cose, l'esistenza di un proletariato numericamente maggioritario - che Marx si basava per permettere di ridurre al massimo un periodo di transizione tra capitalismo e socialismo di cui, per lui, la società post rivoluzionaria non potrebbe fare a meno. È per questo che, agli occhi di Rubel, non vi era contraddizione maggiore tra il Marx che spronava la costituzione del proletariato in partito politico e la concentrazione di tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato - e cioè, per citare le sue proprie parole, del "proletariato organizzato in classe dominante" - e il Marx "anarchico" degli scritti giovanili o colui che, molto più tardi, loderà la Comune di Parigi per aver tentato "una rivoluzione contro lo Stato in quanto tale, contro quest'aborto mostruoso della società".

Da parte anarchica, si è rimproverato a Rubel di aver sovrastimato l'antistatalismo, o l'anarchismo, di Marx. Per René Berthier, in particolare, questo tema non avrebbe, nella sua opera, l'importanza che gli accordava Rubel: rapportata all'immensità degli scritti di Marx, le citazioni utilizzate dal primo a favore della sua tesi si ridurrebbero a poca cosa; in quanto al giudizio sulla Comune di Parigi, non si tratterebbe che di un allineamento di pura circostanza all'antistatalismo dei sostenitori di Bakunin nell'Internazionale operaia. Infine, Berthier fa osservare che non è forse un caso se Marx non ha mai scritto questo famoso trattato sullo Stato, che, a credere a Rubel, avrebbe contenuto la sua teoria dell'anarchia come finalità del comunismo.

Questa polemica, nel merito della quale non entreremo qui, non deve occultare il fatto che nessuno ha mai rimesso in causa la parentela degli scopi ultimi degli anarchici e i sostenitori di Marx. Nessuno ignora che la discordia tra gli uni e gli altri è consistita sui mezzi per accedere al socialismo, e sopratutto sul ruolo attribuito allo Stato nella società post-rivoluzionaria. Contrariamente ai suoi avversari anti-autoritari, per i quali non si giungerebbe ad una società liberata dal dominio politico rafforzando prima di tutto il potere dello Stato, Marx non vedeva nessuna contraddizione tra i mezzi posti in opere - l'intervento politico del proletariatao, poi la concentrazione di tutti i mezzi di produzione tra le mani dei suoi "rappresentanti" - e il fine ricercato, la società anarco-comunista, senza classi e senza Stato. Ci si accorderà che - poste da parte tutte le considerazioni sull'inesistenza delle "condizioni oggettive" che permetterebbero, secondo Marx, il passaggio al socialismo, considerazioni che pongono, secondo noi, molti più problemi di quanto non lo pensasse Maximilien Rubel – l'experienza storica dei regimi che si richiamano, a torto o a ragione, al marxismo ha risolto la questione, sul soggetto, a favore dei primi.

Si può sostenere che non ci sarebbe nessun insegnamento da trarre oggi dalla lettura di Marx alla quale invitava Rubel, di un'epoca a presente superata? Non lo crediamo. Tuttavia, se si ammette che, al contrario di quanto egli suggeriva, la linea di divisione da lui stabilita attraversa almeno sia l'opera di Marx di quanto non la separi dai "marxismi" istituzionali, bisogna riconoscere che è nelle proprie ambiguità del penseiro di Marx che quest'ultimi hanno attinto una buona parte della loro aspirazione. Tuttavia, la lettura di Rubel lascia aperta per noi la possibilità di riabilitare un altro Marx: l'anarchismo avrebbe tutto da guadagnarci, del resto, poiché riabilitare il Marx "anarchico" delle opere giovanili e di La guerra civile in Francia non può effettuarsi senza la riabilitazione dell'anarchismo. Sarebbe più giusto, indubbiamente, non farlo contro gli anarchici.

 

Miguel Chueca

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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Marx anarchiste?

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