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5 agosto 2014 2 05 /08 /agosto /2014 05:00

EMILIO COVELLI

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cafieroEmilio Covelli nacque a Trani, in provincia di Bari, il 5 agosto del 1846 da Francesco Paolo e da Carolina Soria, di agiate condizioni. Seguì gli studi secondari nel seminario di Molfetta, istituto ecclesiastico aperto anche ai laici e scuola fra le più rinomate del Mezzogiorno. Ebbe come compagno di studi il coetaneo Carlo Cafiero, di Barletta, che gli sarà più tardi anche compagno d'idee e di sventura.

Da un profilo biografico scritto dal Cafiero nel 1882 si ricava questo ritratto fisico e morale del Covelli: " al seminario, ove fummo educati insieme, egli riportò sempre il primo premio... Non solo non lo ricordo mai punito, ma mi sembra che egli imponesse una specie di rispetto e di riverenza ai superiori stessi. Parco nel parlare e nel gestire, egli possedeva la bella moderazione di un carattere mite, dolce, uguale, costente... La sua nera figura, angolosa e rannuvolata, il suo sguardo sospettoso e scrutatore, e persino il mutismo delle sue labbra, son tutte cose che incutono soggezione". Basso di statura, di carnagione scura, miope così lo descrive una scheda della polizia - fin da giovane soffrì di disturbi nervosi.

Duhring.jpgDopo essersi laureato in giurisprudenza all'università di Napoli, perfezionò i suoi studi a Heidelberg e a Berlino, frequentando nelal capitale tedesca le lezioni di Eugen Duhring, teorico di un socialismo non materialista e non classista e quindi in polemica con Marx e Engels. Fu proprio nel pubblicare sulla Rivista partenopea (1871-72) il suo primo scritto - una recensione dell'opera del During Storia critica dell'economia politica e del socialismo - che il Covelli prese ad esaminare, primo in Italia, Il Capitale di Marx e a discorerne positivamente. Nel 1874 egli tornò a trattare questi temi in un saggio su L'economia politica e la scienza che ha un suo posto nella prima letteratura del socialismo italiano. Sicolgono in questi scritti del Covelli alcuni spunti polemici contro il socialismo dottrinario e a favore del movimento sociale della classe lavoratrice e delle sue esperienze concrete (ad esempio, le organizzazioni di resistenza).

Spunti che si ritrovano sintetizzati in questo schizzo dello sviluppo storico del movimento: "Da prima il programma del proletariato era naturalmente utopistico; il presente è male, dunque tabula rasa; vogliamo invece il bene; facciamo quindi l'avvenire come noi stessi vogliamo. La realtà attuale si offriva come qualcosa di assolutamente intollerabile; non s'indagava quello che poteva naturalmente uscirne. Non si avevano idee di leggi sociali; e le istituzioni sociali sembravano puro risultato dell'arbitrio. Vennero le utopie di Saint-Simon, Fourier, Owen, ecc. Ma esse non si attuarono; onde l'operaio seguì naturalmente la via di lottare come poteva col presente per ricavarne il meno male possibile. Questa lotta nella vita pratica dette coll'andar del tempo de' risultati che influirono sulle concezioni de' pensatori e sull'indirizzo generale del socialismo, che venne quindi mutando d'aspetto".

malatestaCon questa preparazione di ricerche e di studi, a metà degli anni a metà degli anni Settanta, il Covelli si accostò all'Internazionale che era allora l'associazione in cui si organizzava il nascente movimento socialista in Italia, con prevalente indirizzo anarchico. Visitò a Locarno il vecchio amico Cafiero e s'iscrisse verso il 1875 alla sezione napoletana. Inseguito, mentre i maggiori esponenti dell'Internazionale come Cafiero e Malatesta, protagonisti del moto insurrezionale del Matese (1877) si trovavano in carcere, il Covelli fondò e diresse a Napoli il giornale L'Anrachia che fu la voce del

 

 

 

 

 

crisse verso il 1875 alla sezione napoletana. In seguito, mentre i maggiori esponenti dell'Internazionale come Cafiero e Malatesta, protagonisti del moto insurrezionale del Matese (1877) si trovavano in carcere, il Covelli fondò e diresse a Napoli il giornale L'Anarchia che fu la voce del movimento in quel difficile momento. Per la sua attività subì in questo periodo, sempre a Napoli, il primo arresto.

 

Successivamente, impegnatosi come membro della commissione di corrispondenza della Federazione italiana, venne arrestato e processato davanti al tribunale di Genova che lo assolse l'11 luglio 1879 insieme con altri coimputati fra i quali l'internazionalista fiorentino Gaetano Grassi. Appena liberato si rifugiò in Francia anche per sfuggire al processo in Corte d'appello che il 16 marzo 1880 lo condannò in contumacia a dieci mesi di carcere e dieci mesi di sorveglianza. Dopo aver incontrato a Parigi Carlo Cafiero, si portò in Inghilterra e da Londra il 17 novembre 1880 diffuse uno stampato dal titolo Redattori della Lotta! (La Lotta era il titolo di un giornale che avrebbe dovuto pubblicarsi a Bologna) nel quale manifestava violentemente il proprio dissenso dall'indirizzo evoluzionista enunciato da Costa nel programma della Rivista internazionale del socialismo: "Io credo che la rivoluzione non è l'organizzazione, in modo più o meno pacifico e legale, di un esercito che, all'ordine di uno o più capi, deve poi marciare all'assalto. In nessun paese la classe operaia è organizzata come in Inghilterra e non è meno preparata alla rivoluzione. La rivoluzione, parmi, è l'azione continua di eccitamento e di perpetrazione di ogni specie di reati contro l'ordine pubblico".

 

Queste posizioni sono sistematicamente sostenute sulla rivista anarchica I Malfattori che il Covelli pubblicò a Ginevra nel corso del 1881, contribuendo al passaggio dell'anarchismo a un indirizzo estremista, illegalista e per certi aspetti individualista. Il Covelli teorizzò anche il ricupero, anzi la funzione rivoluzionaria, degli emarginati sociali e degli spostati.

 

i malfattori
 

 

La-Plebe.jpgIn questa cornice ideologica va anche inquadrato l'atteggiamento del Covelli nei confronti della "svolta" di Andrea Costa. Se alla vigilia della lettera "agli amici di Romagna" del luglio 1879, il Covelli, intervenendo su La Plebe, aveva assunto una posizione abbastanza aperta, e se, alla vigilia delle elezioni politiche del novembre 1882, aveva tenuto un contegno distaccato ma non ostile ai mezzi legali (egli stesso, nuovamente detenuto a Genova, era portato in quella occasione candidato-protesta nel collegio di Monselice), attaccava in seguito e pubblicamente il neodeputato Costa (meeting di Parigi del 30 ottobre 1883) qualificandolo come "un rinnegato che ha accettato di essere deputato e triunviro della democrazia, mentre io ho rifiutato tutto, ed ho bramato la miseria, le persecuzioni, le calunnie per restare ciò che sono" (Protesta in Proximus tuus [Torino], 1º dicembre 1883).

 

Già in questo periodo però si hanno i primi segni di un'alterazione mentale che condusse il C. in manicomio: una prima volta a Como nel 1885. Dimesso dopo sette mesi riprese a viaggiare e verso la fine degli anni Ottanta lo troviamo a Corfù e a Costantinopoli. Si interessa alla sorte del suo amico Cafiero, anch'egli ricoverato in manicomio. All'inizio degli anni Novanta è nuovamente in Svizzera.

 

Qui entra in una pubblica discussione politica con il gruppo "I ribelli futuri" di Neuchâtel, a proposito di due sue proposte: una relativa alla "socializzazione della terra" intesa come "rivendicazione parziale" da portare avanti indipendentemente dai fini ultimi e generali che restano il comunismo e l'anarchia; l'altra per una maggiore attenzione ai problemi della società italiana "proponendo qualche provvedimento d'immediata attuazione, qualche mezzo eroico che valga a far cessare lo spettacolo vergognoso de' poveri italiani divenuti i pezzenti del mondo (L'Italiano all'estero, organo degli operai italiani in Svizzera, Losanna, 13 giugno 1891).

 

In tal modo anche il Covelli, come Cafiero, pur mantenendosi intransigente sulla questioni tattiche ("Né io vi propongo per ciò di entrare ne' Consigli comunali e ne' Parlamenti. Lo faccia chi vuole"), approdava ad un programma transitorio, modificando alquanto la primitiva rigidezza.

 

Dal 1892 al 1894 il Covelli rimase internato nel manicomio di Aversa e fra il 1904 ed il 1908, ad intervalli, in quello di Nocera Inferiore. Nel 1908, grazie ad aiuti raccolti con una sottoscrizione, poté tornare in Svizzera per trovare i vecchi compagni ma, fermato a Losanna, venne espulso una prima volta nel maggio 1908 per mendicità e una seconda volta nel gennaio 1909 per aver contravvenuto al decreto di espulsione. Dal 1909 al 1913 venne ricoverato per "monomania acuta" nel manicomio di Como, dal quale venne trasferito a quello di Nocera Inferiore (Salerno), dove morì il 2 novembre 1915.

 

Una lapide e un busto lo ricordano a Trani.

 

Pier Carlo Masini

 

[A cura di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Emilio Covelli

 

 

Fonti e Bibliografia

 

C. Cafiero, Un candidato protesta, in Tito Vezio (Milano), 15 ott. 1882; G. Francia, EC., in (Roma), novembre 1903, pp. 113-116; EC., in L'internazionale, Suppl.n. 36La Lotta, edito nell'occas. dei convegno di Imola, 7 sett. 1913; A. Lucarelli, Biografia di E. C., in Carlo Cafiero. Saggio di una storia documentaria del socialismo, Trani 1947, ad Indicem; P. C. Masini, La prima notizia del "Capitale" in Italia in uno scritto di E. C., in Movimento Operaio, Milano, dicembre 1950, pp. 431-436; G. Perillo, Internazionale e società affratellate nel Genovesato, in Il Movimento operaio e sociale in Liguria, luglio-agosto 1959, pp. 117-163; P. C. Masini, Biografie di "sovversivi" compilate dai prefetti del regno d'Italia, in, IV (1961), 13-14, pp. 575 s.; Id., Storia degli anarchici italiani 1862-1892, Milano, 1969, ad Indicem; Id., Cafiero, Milano, 1974, pp. 171, 328, 362: Il movimento operaio italiano, Dizionario biografico II, pp. 125-129 (con bibliografia); M. Spagnoletti, Riflessi del dibattito ideologico sull'azione degli anarchici pugliesi (1874-1884), in, XXXII (1979), pp. 295-335; Id. Emilio Covelli tra Marx e Bakunin, ibid., XXXV (1982), pp. 313-365.

 
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24 luglio 2014 4 24 /07 /luglio /2014 05:00

Un nuovo numero di "L'Assiette au Beurre" illustrato da Gustave Jossot, i cui meriti come autore di satira politica e sociale ma anche della mentalità e dei costumi correnti alla sua epoca, stanno riscuotendo sempre più credito nel suo stesso paese natio, tanto da aver meritato un certo numero di ristampe negli ultimi anni e anche una mostra a Parigi l'anno scorso. 

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[Traduzione di Ario Libert] 

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14 luglio 2014 1 14 /07 /luglio /2014 05:00

 

La Rivoluzione degiacobinizzata

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Daniel Guérin

La fine dello stalinismo ha aperto nel movimento socialista internazionale un grande dibattito sui problemi della democrazia. È in questa prospettiva che pubblichiamo il presente articolo di Daniel Guérin, benché non ne condividiamo tutte le tesi.

Les Temps  Modernes
 

sanculotti03.jpgIntorno a noi, oggi, tutto è rovine. Le ideologie che ci hanno ficcato in testa, i regimi politici che ci hanno fatto subire o fatto balenare davanti agli occhi vanno gli uni e gli altri in frantumi. Per riprendere l'espressione di Edgar Quinet [1], abbiamo smarrito i nostri bagagli.

Il fascismo, questa forma suprema e barbara del dominio dell'uomo sull'uomo, è affondato, poco più di dieci anni fa, in un bagno di sangue. E coloro che si erano aggrappati ad esso come ad un salvagente, che l'avevano chiamato alla riscossa contro i lavoratori, magari attraverso la punta delle baionette straniere, hanno perso molte penne nell'avventura e sono costretti, malgrado che gli conservino una segreta preferenza, di riporlo nel ripostiglio degli attrezzi.

sanculotto02.jpgIl meno che si possa dire, è che la democrazia borghese non è stata rinvigorita dal crollo del fascismo. Essa aveva d'altronde spianato la strada a quest'ultimo e si era mostrata incapace poi di sbarrargliela. Non ha più nessuna dottrina, nessuna fiducia in se stessa. Non è riuscita a ridare lustro al suo blasone utilizzando a suo profitto lo slancio delle masse popolari francesi contro l'hitlerismo. La "Resistenza" ha perso ogni ragione di essere dal giorno in cui è sparito ciò contro cui essa si batteva. La sua falsa unità si è presto disgregata. Il suo mito si è sgonfiato. I politici del dopoguerra sono stati i più penosi che abbiamo mai avuto. Hanno essi stessi volatilizzato la fiducia troppo credula di coloro che, contro Vichy, si erano, in mancanza di meglio, volti verso Londra. La democrazia borghese si è rivelata totalmente incapace di risolvere i problemi, le contraddizioni dell'anteguerra, contraddizioni ancor molto più insolubili di quanto non lo erano prima, una sedicente crociata intrapresa per trovar loro una soluzione. Non può più sopravviversi, all'interno, che come una caricatura vergognosa ed ipocrita dei metodi fascisti, all'esterno, con delle guerre coloniali ed anche con delle guerre di aggressione. Essa è, già dimissionaria. La sua successione è aperta.

Ed ecco che lo stalinismo, che si pretendeva e che molti credevano fatto di un metallo duro e durevole, che si pretendeva e che molti credevano fondato storicamente a sostituirsi alle forme moribonde (fasciste o "democratiche") del dominio borghese, affondare a sua volta nello scandalo delle ignominie rivelate dal rapporto Kruschiov, nell'orrore della repressione ungherese.

Ma un mondo che crolla è anche un mondo che rinasce. Lungi da noi lasciarci andare al dubbio, all'inazione, alla confusione, alla disperazione, è giunta l'ora per la sinistra francese di ricominciare da zero, di ripensare sin dalle loro fondamenta i suoi problemi, di rifare, come diceva Quinet, il proprio bagaglio di idee.

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Era già una preoccupazione di quest'ordine che, all'indomani della "liberazione", mi aveva incitato a risalire sino alla Rivoluzione francese [2]. se avevo insufficientemente rivelato il mio disegno, e se esso è dunque sfuggito, senza dubbio per colpa mia, a molti dei miei lettori e contraddittori, un critico britannico lo ha tuttavia intravisto: "Ogni generazione" egli scriveva "deve riscrivere la storia per se stessa. Se il XIX secolo in Europa occidentale fu il secolo della libertà, il presente secolo è quello dell'eguaglianza. Gli ideali gemelli della Rivoluzione francese, così a lungo separati dall'ascesa politica del liberalismo del XIX secolo, stanno per ricongiungersi. Questo accostamento, dettato dal corso degli avvenimenti e la direzione del processo storico stesso, pone delle nuove esigenze a tutti coloro che aspirano a descrivere e ad interpretare questo processo. Se gli ideali gemelli che la civiltà occidentale deve così ampiamente alla Rivoluzione francese sono destinati ad essere riconciliati nell'azione, essi devono certamente esserlo anche - e per prima cosa - nella descrizione degli storici della loro evoluzione". E questo critico anonimo trovava naturale che al momento in cui la Francia passa attraverso una fase di ricostruzione politica e sociale... "essa cerca di essere guidata da un'interpretazione sociale più sfaccettata della sua storia" [3].


Ma la necessaria sintesi delle idee di eguaglianza e di libertà che questo critico raccomandava in termini troppo vaghi e confusi non può e non deve essere tentata, a mio avviso, nel quadro ed a profitto di una democrazia borghese bancarottiera. Può esserlo e deve esserlo nel quadro del pensiero socialista, che rimane, malgrado tutto, il solo valore solido della nostra epoca. Il doppio fallimento del riformismo e dello stalinismo ci pone un dovere urgente di riconciliare la democrazia (proletaria) ed il socialismo, la libertà e la Rivoluzione.

Ora, precisamente, la grande Rivoluzione francese ci ha fornito i primi materiali di questa sintesi. Per la prima volta nella storia, le nozioni antagonistiche di libertà e costrizione, di potere statale e di potere delle masse si sono affrontate, chiaramente se non pienamente, nel suo immenso crogiolo. Da questa feconda esperienza sono scaturite, come ha ben visto Kropotkin [4], le grandi correnti del pensiero socialista moderno a partire dalle quali non potremo rifare il nostro bagaglio ideologico se non giungeremo- infine- a trovarne la corretta sintesi.

Il ritorno alla Rivoluzione francese è stato sino ad ora molto infruttuoso perché i rivoluzionari moderni, che l'hanno tutti studiata nei dettagli e con passione, non si sono preoccupati che di analogie superficiali, di punti di somiglianza formale con quella situazione, quel gruppo politico, quei personaggi del loro tempo. Sarebbe divertente ricapitolare tutte queste fantasie, a volte brillanti, a volte semplicemente assurde, sulle quali degli storici della Rivoluzione russa come Boris Suvarin, Erich Wollenberg e Isaac Deutscher, hanno avuto ragione di fare delle riserve [5]. Ma occorrerebbero pagine e pagine, e noi abbiamo meglio da fare. Per contro, se abbandonando il piccolo gioco delle analogie, cerchiamo di andare in fondo ai problemi e di analizzare il meccanismo interno della Rivoluzione francese, possiamo trarne degli insegnamenti molto utili alla comprensione del presente.

La democrazia diretta del 1793

Innanzitutto, la Rivoluzione francese è stata la prima manifestazione storica, coerente e su vasta scala, di un nuovo tipo di democrazia. Anche quelli tra i miei critici che, pur richiamandosi al marxismo, esitano ancora a seguirmi in tutte le mie conclusioni, hanno finito con l'ammettere, con Albert Soboul, che il “sistema politico di democrazia diretta” scoperto spontaneamente dai sanculotti era “del tutto differente dalla democrazia liberale così come la concepiva la borghesia” [6]. Aggiungerei: non soltanto “differente” ma, spesso, anche antitetica. La grande Rivoluzione non fu soltanto, come troppi storici repubblicani hanno creduto, la culla della democrazia parlamentare: per il fatto che essa era, allo stesso tempo di una rivoluzione borghese, un embrione di rivoluzione proletaria, essa recava in sé il germe di una nuova forma di potere rivoluzionario i cui tratti emergeranno nel corso delle rivoluzioni della fine del XIX e del XX secolo. Dalla Comune del 1793 a quella del 1871 e da quest'ultima ai soviet del 1905 e del 1917, la derivazione è evidente.

Non volendo ripetermi in modo eccessivo, preferisco rinviare il lettore alle pagine dell'“Introduzione” nelle quali, a proposito della Rivoluzione francese, ho analizzato le principali componenti del potere "dal basso", evidenziato le differenze essenziali tra democrazia borghese e democrazia proletaria, fatto la critica del parlamentarismo e tentato di approfondire il fenomeno della dualità dei poteri: potere borghese e potere delle masse.

Vorrei qui limitarmi a precisare sommariamente alcuni dei tratti generali della “democrazia diretta” del 1793. Se scendiamo nelle sezioni, nelle società popolari dell'anno II, si ha l'impressione di prendere un bagno vivificante di democrazia. L'epurazione periodica della società da se stessa, con ognuno che sale alla tribuna per offrirsi al controllo di tutti, la preoccupazione di assicurare l'espressione la più perfetta possibile della volontà popolare, di impedire il suo soffocamento da parte dei bravi parlatori e degli oziosi, di permettere alle persone che lavorano di abbandonare i loro strumenti senza sacrificio pecuniario e di partecipare così pienamente alla vita pubblica, di assicurare il controllo permanente dei mandatari da parte dei mandanti, di piazzare, nelle deliberazioni, i due sessi su un piede di eguaglianza assoluta [7], questi sono alcuni dei tratti di una democrazia realmente spinta dal basso in alto.

Il Consiglio generale della Comune del 1793- almeno sino alla decapitazione dei suoi magistrati da parte del potere centrale borghese- ci offre anche un notevole campionario di democrazia diretta. I membri del Consiglio sono i delegati delle loro rispettive sezioni, costantemente in collegamento con esse e sotto il controllo di coloro dei quali detengono i loro mandati, costantemente tenuti al corrente della volontà della “base” attraverso l'ammissione di delegazioni popolari alle sedute del Consiglio. Alla Comune, non si conosce l'artificio borghese della “separazione dei poteri” tra l'esecutivo ed il legislativo. I membri del Consiglio sono al contempo degli amministratori e dei legislatori. Questi modesti sanculotti non sono diventati dei politici professionali, sono rimasti gli uomini del loro mestiere, esercitandolo ancora, nella misura in cui glielo permettono le loro funzioni alla Casa Comune [Maison Commune], o pronti ad esercitarlo di nuovo non appena il loro mandato avrà fine [8].

Ma, di tutti questi tratti, il più ammirevole, è senz'altro la maturità di una democrazia diretta sperimentata per la prima volta in un paese relativamente arretrato, appena uscito dalla notte della feudalità e dell'assolutismo, ancora immerso nell'analfabetismo e l'abitudine secolare della sottomissione. Niente "anarchia", niente “casino” in questa gestione da parte del popolo, inedita ed improvvisata. Basta per convincersene sfogliare i verbali delle società popolari, i resoconti delle sedute del Consiglio generale della Comune. Vediamo la massa, come se fosse cosciente delle sue tendenze naturali all'indisciplina, animata dalla preoccupazione costante di disciplinarsi da sé. Essa ordina le proprie deliberazioni, richiama all'ordine coloro che sarebbero tentati di provocare il disordine. Benché nel 1793 la sua esperienza della vita pubblica sia del tutto recente, benché la maggior parte dei sanculotti (guidati, è vero, da piccolo borghesi istruiti) non sappiano ancora né leggere né scrivere, essa dà prova già di una propensione al self-government che ancora oggi i borghesi, ansiosi di conservare il monopolio della cosa pubblica, si ostinano, contro ogni evidenza, a negarle e che alcuni teorici rivoluzionari, imbevuti della loro “superiorità” intellettuale, hanno a volte tendenza a sottovalutare [9].


Democrazia diretta e avanguardia

Ma, allo stesso tempo, le difficoltà, le contraddizioni del self government fanno la loro apparizione. La mancanza d'istruzione ed il relativo ritardo della loro coscienza politica sono altrettanti ostacoli alla piena partecipazione delle masse alla vita pubblica. Tutto il popolo non ha la nozione dei suoi veri interessi. Mentre alcuni danno prova di una straordinaria lucidità per l'epoca, altri si lasciano facilmente sviare. La borghesia rivoluzionaria mette a profitto il prestigio che la sua lotta senza compromessi le vale contro le conseguenze dell'antico regime per inculcare ai sanculotti un'ideologia seducente ma fallace e che, di fatto, va incontro alle loro aspirazioni di piena eguaglianza. Se si sfogliano le voluminose raccolte dei rapporti degli agenti segreti del ministero dell'Interno [10], si vedono gli indicatori riferire dei discorsi uditi per strada, effettuati da uomini del popolo, e di cui il contenuto è a volte rivoluzionario, a volte controrivoluzionario. E questi discorsi sono consegnati alla rinfusa, come se fossero tutti, allo stesso titolo, le espressioni della vox populi, senza stabilire tra di loro una discriminazione né analizzare le loro contraddizioni evidenti.

La relativa confusione del popolo e soprattutto dei lavoratori manuali ancora privi di istruzione, lascia il campo libero a delle minoranze, più educate o più coscienti. È così che alla sezione della Casa Comune un piccolo nucleo “faceva fare tutto quel che voleva” alla società sella sezione “composta da un gran numero di massoni” [11]. In molte società popolari, malgrado tutta la fatica e tutte le precauzioni prese per assicurare il funzionamento più perfetto possibile della democrazia, delle “frazioni” guidano il gioco, in un senso o nell'altro e a volte si oppongono l'una all'altra. Ho esposto nel mio libro [12] come i Giacobini, non si fidassero delle assemblee generali delle sezioni che essi consideravano come poco sicure, lo infiltrano dall'interno, per mezzo di un pugno di uomini scelti con cura e retribuiti, con funzionari politici in qualche modo: i membri del comitato rivoluzionario locale. Questa “infiltrazione”, essi la esercitavano al contempo contro i loro avversari di destra e contro i loro avversari di sinistra. Ma, quando l'avanguardia estremista entrò in conflitto aperto con i Giacobini robespierristi, essa dovette creare, contro la frazione giacobina, una nuova frazione, più radicale: la società delle sezioni, ed una lotta molto viva si svolse tra le due frazioni per il controllo della sezione.

 In provincia, i funzionari locale erano, in teoria, elusi democraticamente dalle società popolari. Ma, in pratica, troppo spesso la piccola frazione che costituiva la cerchia immediata del rappresentante in missione faceva approvare dall'assemblea delle liste preparate in precedenza [13].

 Uno scrittore di destra, Augustin Cochin, ha scritto, ai nostri giorni, un intero libro [14] per tentare di provare che la democrazia diretta del 1793 non era che una caricatura di democrazia, perché, nelle società popolari, un “circolo interno” di alcuni agitatori faceva legge su una maggioranza passiva e conformista. Ma l’intenzione dell’autore è troppo evidente: egli cerca di calunniare la democrazia. L'accento è posto, non sulle sue imprese esplosive, ma sulle deficienze del suo noviziato. Inoltre, la questione non può essere affrontata in astratto. Manca alla dimostrazione troppo ingegnosa e troppo interessata di Augustin Cochin il criterio di classe. La democrazia non deve essere considerata soltanto nella sua forma, esse deve essere apprezzata in funzione di coloro al beneficio dei quali funziona: ogni volta che “frazione” è costituita da un'avanguardia audace, che guida e stimola una maggioranza timorata o che non ha ancora una coscienza chiara dei suoi interessi, l'intervento di questa minoranza è, in una certa misura, benefattrice.

 La grande lezione del '93, non è soltanto che la democrazia diretta sia fattibile, è anche che l'avanguardia di una società, quando essa è ancora una minoranza in rapporto alla massa del paese che essa trascina, non può evitare, in questa battaglia di vita o di morte qual è una Rivoluzione, di imporre la sua volontà alla maggioranza, innanzitutto, e di preferenza, con la persuasione, e, se la persuasione fallisce, con la costrizione. Qui, non volendo ripetermi, devo rinviare il lettore alla sezione dell'Introduzione dedicata alla "dittatura del proletariato" [15]. Ho tentato di dimostrare che è nell'esperienza stessa della Rivoluzione francese che Marx ed Engels hanno attinto questa famosa nozione, aggiungendovi io stesso il correttivo che abbiamo a che fare, in realtà, nel 1793, con due tipi di "dittatura" antitetiche: la "dittatura" borghese dall'alto, quella del governo rivoluzionario, dittatura popolare dal basso, quella dei sanculotti in armi, organizzati democraticamente nei loro club e nella Comune.

Su questo punto, tuttavia, il mio libro comportava una lacuna. Avrei dovuto precisare che la nozione di "dittatura del proletariato" non è veramente mai stata elaborata dai suoi autori. Senza pretendere, certo, come Kautsky, all'epoca in cui era diventato riformista, che non è nella loro opera che un Wörtchen, un parolina senza importanza, pronunciata occasionalmente (gelegentlich) [16], siamo obbligati di constatare che essi non l'hanno menzionata che raramente, ed ogni volta troppo brevemente, nei loro scritti. E quando, in particolare, essi la scoprono nella Rivoluzione francese, i termini che essi impiegano sono lungi dall'essere chiari [17], e sono discutibili. Infatti, i rivoluzionari dell'anno II, convinti com'erano della necessità di misure d'eccezione, del ricorso alla costrizione, aborrivano ad impiegare la parola dittatura. La Comune del 1793, come la sua continuatrice del 1871, voleva guidare e non “imporre la sua supremazia” [18]. Marat stesso, il solo rivoluzionario del suo tempo che si augurò la dittatura, era obbligato a ricorrere a delle precauzioni di linguaggio: egli chiedeva una "guida" e non un "maestro". Ma, anche sotto questa forma velata, scandalizzò i suoi fratelli d'arme e si attirò le loro vive proteste.

Che si capisca: la democrazia aveva appena emesso il suo primo vagito. Il tiranno era stato rovesciato da poco, la Bastiglia era stata rasa al suolo. La parola dittatura suonava male. Risvegliava l'idea di una specie di ricaduta nella tirannia, nel potere personale. Infatti, per degli uomini del XVIII secolo, nutriti di ricordi antichi, la dittatura aveva un suono preciso e temibile. Essi si ricordavano - e l'Encyclopédie era lì a ricordarglielo - che i Romani, "avendo cacciato i loro re, si videro obbligati, in tempi difficili, a creare, a titolo temporaneo, un dittatore che godeva di un potere più grande di quanto avessero mai avuto gli antichi re". Essi si ricordavano che, più tardi, l'istituzione degenerando, Silla e Cesare si erano fatti proclamare dittatori perpetui ed avevano esercitato una sovranità assoluta che andava, nel caso del secondo, sino a farsi sospettare di mire monarchiche. Essi non volevano né un nuovo monarca né un nuovo Cesare.

Della rivoluzione inglese, gli uomini del 1793 avevano un ricordo ancora più vivo. Come avrebbero potuto dimenticare che nel secolo precedente Oliver Cromwell, dopo aver rovesciato un sovrano assoluto, aveva usurpato il potere popolare, instaurato una dittatura ed anche tentato di farsi incoronare re? Essi si fidavano come della peste di un nuovo Cromwell e  fu alla vigilia del Termidoro, una delle loro lamentele contro Robespierre [19].

Infine, i sanculotti della base, gli uomini delle società popolari avevano una diffidenza istintiva verso la parola dittatura, perché quest'ultima non avrebbe tradotto che una parte della realtà rivoluzionaria: essi volevano innanzitutto convincere, aprire a tutti le porte della nascente democrazia, e non fecero ricorso alla costrizione che quando coloro che avrebbero voluto convincere ed ammettere nella democrazia risposero loro con il piombo.

Forse essi avevano l'intuizione che è sempre un errore prendere in prestito delle parole dal vocabolario del nemico. “Sovranità del popolo” è, come lo sottolineava già Henri de Saint-Simon [20], uno di questi prestiti spiacevoli. Il popolo, il giorno in cui si amministra da sé, non è il sovrano di nessuno. “Dispotismo della libertà” (formula che gli uomini del 93 arrischiarono a volte ad impiegare preferendolo a “dittatura”, perché aveva una risonanza più collettiva), “dittatura del proletariato”, non sono meno antinomici. Il genere di costrizione che l'avanguardia proletaria si trova obbligata ad esercitare sui controrivoluzionari è di una natura così fondamentalmente differente dalle forme di oppressione del passato ed è compensata da un grado così avanzato di democrazia per gli oppressi della vigilia che la parola dittatura giura con quella di proletariato.

Bakunin NadarQuesta è stata l'opinione dei collettivisti libertari tipo Bakunin, ben decisi a non trattare con i borghesi se quest'ultimi si pongono contro la Rivoluzione sociale, ma respingendo allo stesso tempo, in modo categorico, ogni parola d'ordine di “dittature sedicenti rivoluzionarie” [21]. In quanto ai riformisti, essi non respingono, soltanto le parole “dittatura del proletariato” ma anche ciò che è stato definito come valido nel loro contenuto. Anche per troppo tempo, i rivoluzionari che si richiamavano al marxismo non hanno osato porre delle riserve in quanto alle parole, per paura di vedersi sospettati di “opportunismo”.

babeuf.jpgL'imprecisione dei termini compare ancora più chiaramente se si risale alle fonti i babuvisti furono i primi a parlare di "dittatura" rivoluzionaria. Se ebbero il merito di trarre la netta lezione dalla sottrazione della rivoluzione da parte della borghesia, si sa che essi apparvero troppo tardi, in un'epoca in cui il movimento delle masse aveva reso l'anima. Minoranza minuscola e isolata, essi dubitarono della capacità del popolo a dirigersi, per lo meno nell'immediato. E si augurarono una dittatura, sia la dittatura di uno solo, sia quella di "mani saggiamente e fortemente rivoluzionarie" [22].

WilhelmWeitling.jpgIl comunista tedesco Weitling e il rivoluzionario francese Blanqui presero in prestito dai babuvisti questa concezione della dittatura. Incapaci di legarsi a un movimento di massa ancora embrionale, a un proletariato ancora troppo ignorante e demoralizzato per governarsi da sé, essi credettero che piccole minoranze audaci avrebbero potuto impadronirsi del potere per sorpresa e instaurare il socialismo dall'alto, per mezzo della centralizzazione dottrinaria più rigorosa, aspettando che il popolo sia maturo per dividere il potere con i suoi capi. Mentre l'idealista Weitling prendeva in considerazione una dittatura personale, quella di un "nuovo Messia", Blanqui, più realista, più vicino al movimento operaio nascente, parlava di "dittatura parigina", e cioè del proletariato parigino, ma, nel suo pensiero, il proletariato non era ancora capace di esercitare questa "dittatura" se non attraverso persona interposta, attraverso la mediazione della sua elite istruita, di Blanqui e della sua società segreta [23].

blanqui-louis-auguste.jpg

Marx e Engels, benché opposti alla concezione minoritaria e volontaristica dei blanquisti, credettero dovere, nel 1850, fare a quest'ultimi la concessione di riprendere la loro celebre formula [24], giungendo, questo stesso anno, sino a identificare comunismo e blanquismo [25]. Senz'altro, nello spirito dei fondatori del socialismo scientifico, la costrizione rivoluzionaria sembra essere esercitata dalla classe operaia e non, come presso i blanquisti, da un'avanguardia distaccata della classe [26]. Ma essi non hanno mai differenziato in modo sufficientemente netto una tale interpretazione della "dittatura del proletariato" da quella dei blanquisti. Più tardi, Lenin, richiamandosi alo stesso tempo al "giacobinismo" e al "marxismo", inventerà la concezione della dittatura di un partito che si sostituisce alla classe operaia, agendo per procura e in suo nome e i suoi discepoli dell'Ural, andando sino in fondo alla sua logica, proclameranno chiaramente, senza essere sconfessati, che la dittatura del proletariato sarebbe una dittatura sul proletariato! [27].

Ricostituzione dello Stato

La doppia esperienza della Rivoluzione francese e della Rivoluzione russa ci insegna che tocchiamo qui un punto centrale di un meccanismo al termine del quale la democrazia diretta, il self-government del popolo, muta gradualmente, attraverso l'instaurazione della "dittatura" rivoluzionaria, nella ricostituzione di un apparato di oppressione del popolo. Beninteso, il processo non è assolutamente identico nelle due rivoluzioni. La prima è una rivoluzione essenzialmente borghese (benché contenente, già, un embrione di rivoluzione proletaria). La seconda è una rivoluzione essenzialmente proletaria (benché avente da compiere allo stesso tempo i compiti della Rivoluzione borghese). Nella prima, non è la "dittatura" dall'alto (che, tuttavia, aveva già fatto la sua apparizione), è la "dittatura" dall'alto, quella del "governo rivoluzionario" borghese che fornisce il punto di partenza di un nuovo apparato di oppressione. Nel secondo, è a partire dalla "dittatura" dal basso, quella del proletariato in armi, al quale, ben presto, si sostituisce il "Partito", che l'apparato di oppressione si è infine ricostituito. Ma nei due casi, malgrado questa differenza importante, un'analogia salta agli occhi: la concentrazione del potere, la "dittatura" sono presentate come il prodotto della necessità [28]. All'interno come all'esterno, la Rivoluzione è in pericolo. La ricostituzione dell'apparato di oppressione è invocato come indispensabile allo schiacciamento della contro-rivoluzione.

Non volendo ripetermi, mi limiterò qui a rinviare il lettore al capitolo [29] nel quale ho tentato di descrivere, dettagliatamente, il "rafforzamento del potere centrale" e mostrato come, alla fine del 1793, la borghesia si applicò nel distruggere con le proprie mani il regime essenzialmente democratico e decentralizzatore che, nella sua fretta nel sopprimere il centralismo rigoroso dell'antico regime, si era dato due anni prima.

La "necessità", il pericolo contro-rivoluzionario furono veramente il solo motivo di questo brusco voltafaccia? È quanto pretendono la maggior parte degli storici di sinistra. Georges Lefebvre afferma, nella sua critica del mio libro, che la Rivoluzione poteva essere salvata soltanto se il popolo era "inquadrato e commandato da borghesi". "Si dovevano radunare tutti gli sforzi della nazione a profitto dell'esercito; ciò non si poteva fare che per mezzo di un governo forte e centralizzato. La dittatura dall'alto... poteva riuscirvi; oltre alle capacità che gli sarebbero mancate, essa non avrebbe potuto far a meno di un piano d'insieme e di un centro esecutivo [30]. Albert Soboul valuta che la democrazia diretta dei sanculotti era, per via della sua "debolezza", impraticabile nella crisi che la Repubblica stava attraversando [31]. Prima di loro, Georges Guy-Grand, minimizzando la capacità politica dell'avanguardia popolare, aveva sostenuto: "Il popolo di Parigi non sapeva cosa fare delle sommosse. Le sommosse servono per distruggere, ed a volte si deve distruggere; ma demolire delle Bastiglie, massacrare dei prigionieri, puntare dei cannoni sulla Convenzione non bastava a far vivere un paese. Quando si dovette ricostruire i quadri, far funzionare le industrie e le amministrazioni, si dovette necessariamente ricorrere ai soli elementi disponibili che erano borghesi" [32].

Per la mia modesta parte, non credo di aver mai sottovalutato il contributo delle tecniche borghesi nella vittoria finale degli eserciti della Repubblica. Quando Georges Lefebvre mi rimprovera di non aver detto nulla sugli "ostacoli materiali", sulle "difficoltà nemiche" contro le quali urtavano gli approvvigionamenti, le produzioni di guerra, le forniture militari, ecc. [33], sono tentato di opporgli le pagine che ho dedicato a Robert Lindet [34], organizzatore di un "sistema metodico e quasi scientifico di requisizioni estendentisi a tutto il territorio nazionale", "tecnica" brillante che "assicurò l'approvvigionamento degli eserciti", e quelle in cui ammetto che la creazione di un potere forte, la centralizzazione amministrativa, l'organizzazione razionale e metodica delle requisizioni, delle produzioni di guerra, della condotta delle operazioni militari", "questa abbozzo di Stato totalitario, come si dice oggi" conferirono al governo rivoluzionario "una forza di cui nessun altra potenza d'Europa disponeva all'epoca [35]".

Ma non è certo soltanto attraverso queste tecniche e dall'alto che la Rivoluzione poteva essere salvata. Ho dimostrato, nel mio libro, che prima che questa centralizzazione rigorosa fosse instaurata, una collaborazione relativamente efficace si era istituita, alla base, tra l'amministrazione degli approvvigionamenti e le società popolari, tra il governo e i comitati rivoluzionari. Il rafforzamento del potere centrale soffocò e uccise l'iniziative dall'alto che era stato il nerbo della Rivoluzione. La tecnica borghese fu sostituita dalla foga popolare. La Rivoluzione perse la sua forza essenziale, il suo dinamismo interno [36].

D'altronde, confesso di non fidarmi molto di coloro che invocano il pretesto della "competenza" per legittimare, in periodo rivoluzionario, l'uso esclusivo e abusivo delle "tecniche" borghesi. Innanzitutto, perché gli uomini del popolo sono meno ignoranti, meno incompetenti di quanto, per i bisogni della causa, si voglia credere; poi, perché i plebei del 1793, quando erano sprovvisti di capacità tecniche, supplivano a questa mancanza attraverso il loro ammirevole senso della democrazia e l'alta coscienza che essi avevano del loro dovere verso la Rivoluzione; infine, perché le tecniche borghesi, ritenute indispensabili e insostituibili, misero troppo spesso a vantaggio della loro situazione per intrigare contro il popolo e anche stringere dei legami sospetti con dei controrivoluzionari. I Carnet, i Cambon, i Lindet, i Barère furono dei grandi commessi della borghesia, ma, credo di averlo dimostrato, nemici giurati dei sanculotti. In Rivoluzione, un uomo mancante di competenza ma devoto anima e corpo alla causa del popolo, assumesse delle responsabilità civili o militari, vale meglio di una competenza pronta a tradire [37].

Durante i circa sei mesi in cui sbocciò la democrazia diretta, il popolo diede prova del suo genio creativo; rivelò, anche se in modo ancora embrionale, che esistevano altre tecniche rivoluzionarie oltre a quelle della borghesia, di quelle dall'alto in basso. Furono senza dubbio infine quest'ultime che prevalsero perché, all'epoca, la borghesia aveva una maturità e un'esperienza che gli conferivano un'enorme preminenza sul popolo. Ma l'anno II della Repubblica, se si sa decifrare il suo messaggio, annuncia che le feconde potenzialità delle tecniche rivoluzionarie dal basso un giorno prevarranno, nella rivoluzione proletaria, sulle tecniche ereditate dalla borghesia giacobina.

Per terminare con questo punto, conservo la convinzione che il rafforzamento del potere centrale, operato alla fine del 1793, non aveva come unico obiettivo la necessità di comprimere la contro-rivoluzione. Se alcune delle disposizioni adottate trovano facilmente la loro giustificazione nella suddetta necessità, altre non possono spiegarsi che attraverso la volontà cosciente di reprimere la democrazia diretta dei sanculotti. Non è forse significativo, ad esempio, che il decreto del 4 dicembre 1793 sul rafforzamento del potere centrale sia coinciso con un affievolimento e non un aggravamento della severità nei confronti dei contro-rivoluzionari? Jaurès ha capito molto bene che questo decreto era, per una buona parte, una macchina da guerra contro gli "Hebertisti", e cioè, di fatto, contro l'avanguardia popolare [38]. Non è un caso che Albert Mathiez, abituato a "considerare la Rivoluzione dall'alto" [39], abbia tracciato un parallelo tra la "dura" dittatura del Comitato di salute pubblica del 1793 e quella del 1920 in Russia.

 

L'embrione di una burocrazia plebea

Per il fatto che la Grande Rivoluzione non fu che borghese e che essa si accompagnò ad un embrione di Rivoluzione proletaria, vi si vede apparire il germe di un fenomeno che assumerà tutta la sua ampiezza nella degenerazione della Rivoluzione russa: già nel 1793, la democrazia dal basso ha fatto nascere una casta di plebei che si sarebbe progressivamente differenziata dalla massa e la cui aspirazione era quella della confisca a loro profitto della Rivoluzione popolare. Ho cercato di analizzare la mentalità ambivalente di questi "plebei" presso cui la fede rivoluzionaria e gli appetiti materiali erano strettamente intrecciati. La Rivoluzione appariva loro, secondo l'espressione di Jaurès, "come un ideale e allo stesso tempo come una carriera". Essi servirono la rivoluzione borghese nello stesso tempo in cui se ne servirono. Robespierre e Saint-Just, come più tardi doveva farlo Lenin, denunciarono le ambizioni di questa burocrazia nascente e già invadente [40].

Albert Soboul, da parte sua, mostra (in uno studio ancora inedito) come i più attivi e i più coscienti dei sanculotti delle sezioni ottennero degli incarichi retribuiti. La preoccupazione di salvaguardare i loro interessi personali, oramai legati a quelli del potere, fece loro acquisire una mentalità conformista. Essi diventarono molto presto degli strumenti docili nelle mani del potere centrale. Da militanti si trasformarono in impiegati. Il loro assorbimento da parte dell'apparato dello Stato, nello stesso tempo in cui indebolì la democrazia all'interno delle sezioni, ebbe come risultato una sclerosi burocratica che privò l'avanguardia popolare di una buona parte dei suoi quadri.

Ma Soboul, la cui attenzione è soprattutto attratta dalla coesione delle forze montagnarde così come dai loro conflitti interni, non ha occhi che per i militanti la cui promozione li rese docili servitori del governo rivoluzionario borghese. Ho dimostrato che un certo numero di essi, coloro che ho chiamato i plebei hebertisti, entrarono in aperto conflitto con il Comitato di salute pubblica. Se il loro attaccamento al diritto borghese, alla proprietà borghese derivava dalle loro stesse brame, essi avevano tuttavia degli interessi particolari da difendere contro la borghesia rivoluzionaria. Quest'ultima, infatti, non voleva abbandonare loro che una parte quanto più ristretta della torta: innanzitutto perché questa enorme plebe budgettivora costava molto cara, e poi perché la borghesia diffidava della sua origine e del suo attaccamento popolare e, soprattutto, del sostegno ottenuto demagogicamente dai sobborghi allo scopo di occupare tutte le cariche, infine perché la borghesia intendeva conservare tra le mani dei suoi "tecnici" fidati il controllo del governo rivoluzionario. La lotta per il potere che oppose i plebei ai tecnici fu delle più vive e fu, in fin dei conti, risolta con la ghigliottina. Alcuni settori importanti, come il ministero della Guerra, i fondi segreti, le produzioni di guerra, ecc. furono la posta di questa rivalità. La battaglia per le produzioni di guerra è particolarmente rivelatrice perché qui, già due modi antagonistici di gestione economica si affrontarono: la libera impresa e ciò che oggi chiamiamo il "capitalismo di Stato". Se i plebei erano giunti ai loro scopi e se le produzioni di guerra erano state nazionalizzate, come essi lo richiedevano, una parte dei benefici della produzione, ambite e infine accaparrate dalla borghesia rivoluzionaria, finirono nelle loro tasche [41].

Non credo che Trotsky, non completamente informato, abbia del tutto ragione quando afferma che lo stalinismo "non aveva nessuna preistoria", che la rivoluzione francese non ha conosciuto nulla che somigliasse alla burocrazia sovietica, scaturita da un partito rivoluzionario unico e che affondava le sue radici nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione [42]. Penso, al contrario, che i plebei hebertisti annunciavano con più di un tratto i burocrati russi dell'era staliniana [43]. Ma, nel 1793, malgrado i loro tratti specifici fossero già relativamente manifesti, e che la parte di potere che essi si attribuivano non fosse trascurabile, essi non poterono prevalere sulla borghesia, che era la classe più dinamica, meglio organizzata, più "competente" e quella che meglio corrispondeva alle condizioni oggettive dell'epoca; ed è infine la borghesia, non i plebei, che operò, a suo esclusivo profitto, il "rafforzamento del potere centrale".

 

L'"anarchia" dedotta dalla Rivoluzione francese

Non appena terminata la Rivoluzione francese i "teorici" d'avanguardia, come si direbbe oggi, si immersero con passione ardente e una lucidità spesso notevole all'analisi dei suoi meccanismi e alla ricerca dei suoi insegnamenti. La loro attenzione si concentrò essenzialmente su due grandi problemi: quello della "Rivoluzione permanente" e quello dello Stato. Essi scoprirono, innanzitutto, che la grande Rivoluzione, per il fatto di essere stata borghese, aveva tradito le aspirazioni popolari e che doveva essere continuata sino alla liberazione totale dell'uomo. Essi ne dedussero, tutti quanti [44], il socialismo. Quest'aspetto del problema è stato esposto in dettaglio nel mio libro e non vi tornerò sopra. Ma alcuni di loro scoprirono anche che, nella Rivoluzione, un potere popolare di un nuovo genere, orientato dal basso verso l'alto, aveva fatto la sua comparsa storica e che era stato infine sostituito da un apparato di oppressione dall'alto verso il basso, potentemente ricostituito. E si chiesero con angoscia come il popolo avrebbe potuto in futuro evitare di vedersi sequestrare la sua Rivoluzione. Essi ne dedussero l'anarchia.

Il primo che, sin dal 1794, intravide questo problema fu l'Arrabbiato (Enragé) Varlet. Nel suo libricino edito molto prima di Termidoro, scrisse questa frase profetica: "Per ogni essere che ragiona, governo e rivoluzione sono incompatibili". E accusò il "governo Rivoluzionario" di avere, in nome della salute pubblica, "instaurato una dittatura" [45]. Questa è la conclusione, scrivono gli storici dell'anarchismo, che il primo degli Arrabbiati trasse dal 93, e questa conclusione è anarchica"[46]. Vi era tuttavia in questa illuminazione di genio, un errore, che questi storici omettono di rivelare. Benché il suo compagno di lotta, Jacques Roux, due anni prima, avesse ammesso che nelle circostanze rivoluzionarie si era "costretti a ricorrere a delle misure violente"[47], Varlet non seppe distinguere tra la necessità della costrizione rivoluzionaria, esercitata dal popolo in armi sui contro-rivoluzionari, e la dittatura esercitata da un'ampia parte contro l'avanguardia popolare da parte della borghesia rivoluzionaria. Ma vi era tuttavia nel suo libretto un pensiero profondo: una rivoluzione guidata dalle masse e un potere forte (contro le masse) sono due cose incompatibili [48].

Questa conclusione i babuvisti la trassero a loro volta: "I governanti," scriveva Babeuf, "non fanno delle rivoluzioni se non per continuare a governare. Noi ne vogliamo fare una per assicurare per sempre la felicità del popolo attraverso la vera democrazia".

buonarroti.jpgE Buonarroti, suo discepolo, prevedendo con una straordinaria prescienza, il sequestro delle future rivoluzioni da parte di nuove "elite", aggiungeva: "Se si formasse... nello Stato una classe esclusivamente dedita ai principi dell'arte sociale, delle leggi e dell'amministrazione, essa troverebbe presto il segreto di crearsi delle distinzioni e dei privilegi".

Buonarroti ne deduceva che soltanto la soppressione radicale delle ineguaglianze sociali, che soltanto il comunismo  avrebbe permesso di liberare la società dal flagello dello Stato: "Un popolo senza proprietà e senza i vizi e i crimini che essa genera... non necessiterebbe del bisogno del grande numero di leggi sotto le quali gemono le società civilizzate d'Europa" [49].

Ma i babuvisti non seppero trarre tutte le conseguenze di questa scoperta. Isolati dalle masse, essi si contraddirono, come abbiamo visto, reclamando, oltrettutto la dittatura di un solo uomo o di una "saggia" elite, il che farà scrivere, più tardi a Proudhon che "la negazione governativa che gettò un bagliore, presto soffocato, attraverso le manifestazioni... degli Arrabbiati e degli Hebertisti sarebbe scarturita dalle dottrine di Babeuf, se Babeuf avesse saputo ragionare e dedurre il suo proprio principio" [50].

È a Proudhon che spetta il merito storico di aver tratto dalla Rivoluzione francese un'analisi veramente approfondita del problema dello Stato. L'autore di Idée générale de la Révolution au XIX siècle [Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo] (1851) [51] si dedica, dapprima, ad una critica della democrazia borghese e parlamentare, della democrazia dall'alto, della democrazia attraverso decreti. Ne denuncia l'"inganno". Se la prende con Robespierre, avversario dichiarato della democrazia diretta. Sottolinea le insufficienze della costituzione democratica del 1793, punto di partenza senz'altro, ma compromesso bastardo tra democrazia borghese e democrazia diretta, che prometteva tutto al popolo e non gli dava nulla e che inoltre, presto promulgata, fu rinviata alle calende greche. E, penetrando al cuore del problema, dichiara, seguendo Varlet, che "proclamando la libertà delle opinioni, l'eguaglianza davanti alla legge, la sovranità del popolo, la subordinazione del potere al paese, la Rivoluzione ha fatto della società e del governo due cose incompatibili".

Afferma la "incompatibilità assoluta del potere con la libertà". E pronuncia una folgorante requisitoria contro lo Stato: "Nessuna autorità, nessun governo, anche popolare: la Rivoluzione è là... Il governo del popolo sarà sempre l'espediente del popolo... Se la Rivoluzione lascia sussistere il Governo da qualche parte, esso tornerà ovunque". E se la prende contro "i più arditi tra i pensatori", i socialisti "autoritari" che, pur ammettendo i misfatti dello Stato, "sono giunti a sostenere che il Governo era senz'altro un flagello... ma un male necessario". "Ecco perché", egli aggiunge, ... "le rivoluzioni più emancipatrici... sono sfociate costantemente in un atto di fede e di sottomissione al potere; perché tutte le rivoluzioni non sono servite che a ricostituire la tirannia". "Il popolo, invece di un protettore,... si dà un tiranno... Ovunque e sempre, il governo, per quanto popolare sia stato alla sua origine,... dopo essersi mostrato per un po' di tempo liberale,... è diventato a poco a poco eccezionale, esclusivo".

La centralizzazione operata a partire dal decreto del 4 dicembre 1793, egli la condanna con un lucido rigore. Questa centralizzazione, poteva essere comprensibile durante l'antica monarchia, ma "con il pretesto della Repubblica una e indivisibile, sottrarre al popolo la disponibilità delle proprie forze;... trattare da federalisti, e in quanto tali designare alla proscrizione coloro che si dicono favorevoli alla libertà e sovranità: equivale a mentire al vero spirito della Rivoluzione francese, alle sue tendenze più autentiche... Il sistema della centralizzazione, che ha prevalso nel '93..., non è altra cosa che quello della feudalità trasformata... Napoleone, che vi pose mano per ultimo, ne ha reso testimonianza". Più tardi Bakunin, suo discepolo, gli farà eco: "Strana cosa, questa grande Rivoluzione che, per la prima volta nella storia, aveva proclamato la libertà, non più soltanto quella del cittadino, ma dell'uomo, - che si faceva l'erede della monarchia che essa uccideva, aveva resuscitato allo stesso tempo questa negazione di ogni libertà: la centralizzazione e l'onnipotenza dello Stato" [52].

Ma il pensiero di Proudhon va oltre e più in fondo ancora. Insegna che l'esercizio della democrazia diretta, che le formule più ingegnose in vista di promuovere un autentico autogoverno del popolo per il popolo (confuzione dei poteri legislativo ed esecutivo, elezione e revocabilità dei funzionari reclutati dal popolo al proprio interno, controllo popolare permanente), che questo sistema "irreprensibile" in teoria "non incontra nella pratica una difficoltà". Infatti, anche in questa ipotesi optima, l'incompatibilità tra la società e il potere rischia di sussistere: "Se il popolo intero, a titolo di sovrano, diventa governo, si cerca invano dove saranno i governati... Se il popolo così organizzato per il potere, non ha effettivamente più nulla sopra di lui, chiedo cosa ha sotto?". Non vi è via di mezzo: si deve "o lavorare o regnare". "Il popolo in massa passando allo Stato, lo Stato non ha più la minima ragione d'essere, poiché non resta più popolo: l'equazione del governo dà come risultato zero".

Come uscire da questa contraddizione, da questo "circolo infernale"? Proudhon risponde che bisogna dissolvere il governo nell'organizzazione economica.

"L'istituzione governativa... ha la sua ragione nell'anarchia economica. La rivoluzione, facendo cessare quest'anarchia e organizzando le forze industriali, la centralizzazione politica, non ha più pretesti".

Tuttavia vi è in Proudhon una grave lacuna. Egli attacca lo Stato in astratto. Il suo utopismo piccolo borghese lo rende incapace di definire come e perché lo Stato si dissolverà nella "organizzazione economica". Si accontenta di alcune formule vaghe come la "solidarietà industriale", il "regno dei contratti". Aggrappandosi alla proprietà privata, nella quale crede di trovare la garanzia della libertà, è opposto, in principio, alla gestione collettiva [53] e francamente ostile al comunismo. È qui che il materialismo storico di Marx illumina e concretizza la critica proudhoniana dello Stato: il potere politico, è il potere organizzato di una classe in vista dell'oppressione di un'altra classe e soltanto il comunismo, sopprimendo le condizioni di produzione borghesi, porrà fine all'antagonismo di classe e, di conseguenza, abolirà lo Stato [54]. Anarchici e marxisti sono d’accordo sul deperimento finale di quest'ultimo [55].

 Tuttavia, i marxisti sostengono che lo stato non potrà essere abolito subito dopo la Rivoluzione proletaria, ma soltanto al termine di un periodo di transizione più o meno lungo. I libertari rispondono che resuscitare lo Stato all'indomani della presa del potere da parte dei lavoratori, equivale a instaurare una nuova forma di oppressione. Tra questi due antipodi, sottoposti, nella Prima Internazionale, alla pressione opposta dei bakuninisti e dei blanchisti, oscilla il pensiero di Marx ed Engels....

 

 

[Traduzione di Ario Liberti]

 



NOTE

[1] Edgar Quinet, La Révolution [La Rivoluzione], 1865, edizione del 1869, I, p. 8.

[2] La lutte de classes sous la Première République [La lotta di classe durante la Prima Repubblica], 2 vol., Gallimard, 1946.

[3] Times, Literary Supplement, 15 novembre 1946.

[4] Kropotkin, La Grande Révolution, 1909, p. 745; tr. it: La Grande Rivoluzione, Edizioni Anarchismo, Catania, 1975. La maggior parte degli storici del pensiero socialista hanno avuto il torto di non sottolineare abbastanza che queste correnti di pensiero sono nate non soltanto nel cervello degli ideologi del XIX secolo (essi stessi eredi dei filosofi del XVIII secolo), ma anche nell'esperienza vivente della lotta di classe, in particolare quella del 1793. Questa lacuna è particolarmente visibile nel capitolo sulla Rivoluzione francese con il quale G. D. H. Cole apre la sua monumentale Storia del pensiero socialista [A History of Socialist Thought, 1953, I); tr. it: Storia del pensiero socialista. I precursori (1789-1850), Laterza, Bari, 1967.

[5] Boris Souvarine, Stalin, 1935, p. 265; tr. it: Stalin, Adelphi, Milano, 1983. Erich Wollenberg, The Red Army, 2ed., Londra 1940, p. 78-80; Isaac Deutscher, Stalin, 1953, p. 7; tr. it. Stalin, Longanesi, Milano, 1969.

[6] Albert Soboul, Classes et Lutte de classes sous la Révolution française, Pensée, janvier-février, 1954; tr. it: Classi e lotta di classe durante la Rivoluzione francese.

[7] Cfr. tra gli altri Marc-Antoine Jullien alla Societé populaire de La Rochelle, 5 mars 1793 in: Edouard Lockroy, Une mission en Vendée, 1793, p. 245, 248 (Daniel Guérin, l, p. 177-178).

[8] Cfr. Paul Sainte-Claire Deville, La Commune de l'an II, 1946.

[9] Per non dovermi ripetere, mi astengo dall'esporre qui un altro aspetto della democrazia diretta e comunale del 1793: la federazione, non avendo altro da aggiungere a quanto già sostenevo nel mio libro (I, 34-37). Vorrei tuttavia precisare che è a questa fonte che Proudhon, poi Bakunin hanno attinto il loro federalismo libertario.

[10] Pierre Caron, Paris sous la Terreur, 6 volumi, di cui 4 già usciti.

[11] Ibid., VI (di imminente uscita) (obs. Boucheseiche, 29-3-94). 12.

[12] Daniel Guérin II, p. 74.

[13] Lockroy, op. cit., p. 45, 57.

[14] Augustin Cochin, La Révolution et la libre pensée [La Rivoluzione e il Libero pensiero], 1924.

[15] Daniel Guérin, I, p. 37-41. Questa sezione non ha trovato il gradimento di alcuni anarchici (Cfr. Le Libertaire, del 3 gennaio 1947).

[16] Karl Kautsky, La Dictature du Prolétariat, [La dittatura del proletariato, SugarCo, Milano, 1977], Vienna, 1918; - dello stesso autore Materialistische Geschichtsaufassung, 1927, II, p. 409 ; - Cfr. Lenin, La Révolution prolétarienne et le renégat Kautsky, 1918, ed. 1920; [tr. it. La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Opere scelte, Editori Riuniti - Edizioni Progress, Roma - Mosca, 1974.

[17] Così, nella sua Critica al Programma di Erfurt, 1891, Engels scrive che la Repubblica democratica è "la forma specifica della dittatura del proletariato, come l'ha già dimostrato la grande Rivoluzione francese".

[18] Daniel Guérin, I, p. 35-36, 20. Ibid., p. 39.

[19] Saint-Just avendo proposto che il potere fosse concentrato tra le mani di Robespierre, la prospettiva di una dittatura personale suscitò una protesta tra i suoi colleghi, e Robert Lindet avrebbe esclamato: "Non abbiamo fatto la Rivoluzione a profitto di uno solo". (Daniel Guérin, II; p. 273-274).

[20] Cit. da Daniel Guérin, I, p. 23.

[21] Bakunin, articolo apparso sull'Egalité del 26 giugno 1869 in Mémoire de la Fédération jurassienne..., Sonvillier, 1873, annesso; - (Oeuvres, edizione Stock) IV, p. 344; - "Programma dell'Organizzazione rivoluzionaria dei Fratelli internazionali" in L'Alliance Internationale de la Démocratie socialiste et l'Association Internationale des Travailleurs, Londres-Hambourg, 1873. Tuttavia Bakunin ammette che per "dirigere" la Rivoluzione, una "dittatura collettiva" dei rivoluzionari è necessaria, ma una "dittatura senza emblema, senza titolo, senza diritto ufficiale, e tanto più potente in quanto non avrà le forme del potere" (lettera a Albert Richard, 1870, in Richard, Bakounine et l'Internationale, éd. Lione, 1896).

[22] Philippe Buonarroti, Conspiration pour l'Egalité dite de Babeuf, 1828, p. 93, 134, 139, 140 (D. G., I, p. 40); [tr. it.: La Congiura per l'Eguaglianza detta di Babeuf, Einaudi, Torino, 1971].

[23] Kautsky, La dictature di prolétariat, [tr. it.: La dittatura del proletariato, SugarCo, Milano, 1977], cit. - Prefazione di V. P. Volguine ai Textes Choisis di Blanqui, 1955, p. 20, 41.

[24] Cfr. “Cahiers du bolchevisme”, 14 marzo 1933, p. 451.

[25] Marx, La lutte des classes en France, 1850, éd. Schleicher, 1900, p.147; [tr. it.: Rivoluzione e reazione in Francia (1848-1850), Einaudi, Torino, 1976].

[26] Maximilien Rubel, Pages choisies de Marx, 1948, p. L. note et 224-225.

[27] Cfr. Léon Trotsky, Nos Taches politiques, Genève, 1904 (in russo), [I nostri compiti politici, Samonà e Savelli, Roma, 1972], alcuni brani in: Deutscher, The Prophet Armed, Trotsky: 1879-1921, New York e Londra, 1954, p. 88-97; [tr. it.: Il profeta armato, Longanesi, Milano, 1956, 1983; Pgreco, Milano, 2011]. Conviene precisare che il pensiero di Lenin, in seguito, oscillerà tra una concezione blanquista e una concezione più democratica della "dittatura del proletariato".

[28] Cfr. Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle, 1851 (Oeuvres Complètes, Rivière) p. 126-127 [tr. it. parziale: L'idea della Rivoluzione nel XIX secolo, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2001]; - Deutscher, op. cit., p. 8-9 (secondo Albert Sorel).

[29] Daniel Guérin, II, p. 1-16.

[30] Georges Lefebvre, Annales Historiques..., aprile-Giugno 1947, p. 175.

[31] Albert Soboul, Robespierre and the Popular Movement of 1793-1794, in: Past and Present, maggio 1954; p. 6.

[32] Georges Guy-Grand, La démocratie et l'après-guerre, 1922 p. 230.

[33] Lefebvre, ibid., p. 177.

[34] Daniel  Guérin, I, p. 347, II, p. 22-23.

[35] Oggi, allo stesso modo, le critiche più severe della dittatura staliniana non contestano che delle tecniche analoghe hanno fatto dell'URSS, soprattutto sul piano atomico, una delle due più grandi potenze del mondo.

[36] Daniel Guérin, II, p. 22-23.

[37] Daniel Guérin I, p. 185, 188, 223.

[38] Daniel Guérin II, p. 3-7.

[39] Georges Lefebvre, Etudes sur la Révolution française, 1954, p. 21.

[40] Daniel Guérin, I, p. 251-256.

[41] Daniel Guérin, I, p. 255, 326 ; II, p. 125-128.

[42] Trotsky, Staline, 1948, p. 485, 556, 559-560; [tr. it.: Longanesi, Milano, 1947].

[43] Allo stesso modo, sul piano militare, una volta eliminate i generali dell'antico regime, traditori della Rivoluzione, quest'ultima fecero sorgere, accanto ai generali sanculotti, devoti ma spesso incompetenti, un nuovo tipo di giovani capi usciti dalle fila, capaci ma divorati dall'ambizione, e che più tardi, si faranno gli strumenti della reazione e della ditattura militare. In una certa misura, questi futuri marescialli dell'Impero sono la prefigurazione dei marescialli sovietici (D. G., I, p. 229-230).

[44] Ritroviamo l'espressione "rivoluzione permanente" sotto la penna di Bakunin come sotto quella di Blanqui e di Marx.

[45] Varlet, L'Explosion, 15 vendémiaire an III (D. G., II, p. 59).

[46] Alain Sergent e Claude Harmel, Histoire de l'Anarchie, 1949, p. 82.

[47] Jacques Roux, Publiciste de la République Française, n° 265 (D. G., I, p. 85).

[48] Daniel  Guérin, II, p. 59.

[49] Babeuf, Tribun du Peuple, II, 294, 13 aprile 1796; - Buonarroti, op. cit., p. 264-266 (D. G., II, p. 347-348). 53.

[50] Proudhon, Idée générale..., p. 195.

[51] Du principe d'autorité, p. 177-236.

[52] Bakunin, Oeuvres, I, ll.

[53] Tuttavia Proudhon ammette la gestione collettiva dei "grandi mezzi di produzione" come "ad esempio, le ferrovie" (Idée générale..., cit., p. 175). Bakunin, benché discepolo di Proudhon, si alleerà, contro i proudhoniani, al collettivismo della Prima Internazionale (congresso di Bruxelles, 1868). Tuttavia, ripudierà sempre il "comunismo di Stato".

[54] Manifesto comunista, 1847, Ed, Costes, 1953, p. 96-97; - Marx, “Neue Rheinische Zeitung”, 1850, in: Pages choisies, a cura di Rubel, 1948, p. 170.

[55] Bakunin, Oeuvres, IV, p. 250; Les prétendues scissions de l'Internationale, Londres, 5 mars 1872, p. 49; James Guillaume, L'Internationale: II, 1907, p. 298.

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6 luglio 2014 7 06 /07 /luglio /2014 05:00

Breve storia del movimento anarchico bulgaro

I precursori


Hristo_Botev.jpgIl movimento popolare nazional-rivoluzionario che combatté contro la dominazione turca e per la liberazione ebbe un carattere fondamentalmente contadino, sensibilmente influenzato da ideali vagamente socialisti. Il grande poeta nazionale Christo Botev (1848-1876), che ebbe un ruolo di protagonista in questo movimento, aveva studiato in Russia e si ispirò chiaramente agli ideali di Bakunin che egli espresse nella sua produzione poetica e nei suoi scritti giornalistici. Ebbe rapporti diretti con l’ala anti-autoritaria dell’Internazionale. Botev e alcuni suoi compagni del movimento nazional-rivoluzionario furono i primi libertari della Bulgaria. Egli fu, in un certo qual modo, il Byron bulgaro, il Petöfi ungherese, il nostro Salvochea e soprattutto il nostro Pisacane, con una notorietà maggiore, per esempio, di quella di Garibaldi in Italia.. Generazioni intere si sono sempre ispirate alla sua azione, al suo esempio di sacrificio nelle lotte sociali e liberatrici ; e non esiste, fino ai nostri giorni, un solo bulgaro che, indipendentemente dalla sua collocazione sociale e politica, non conosca a memoria e non reciti le sue poesie rivoluzionarie, alcune di ispirazione nettamente libertaria.

Sviluppo del movimento libertario

Paraskev_Stoyanov.jpegL’entusiasmo patriottico e le lotte politiche per la conquista del potere, come in ogni simile circostanza, ebbero il sopravvento sulle lotte specificamente sociali, nei primi anni successivi alla liberazione nazionale. Così, le idee socialiste non si manifestarono che verso il 1886-1887, quando Spiro Goulaptchev (1852-1918) ritornò dalla Russia e organizzò dei gruppi di studi sociali sul modello dei circoli cospirativi dei paesi in cui aveva compiuto i suoi studi superiori. Questi primi gruppi, in cui erano presenti, almeno all’inizio, libertari e marxisti, s’espressero unicamente e pacificamente attraverso la propaganda scritta. La formazione di gruppi di tendenza nettamente libertaria inizia verso il 1890. Uno tra i primi militanti di allora fu Paraskev Stojanov (1871-1941) che, nel 1890, firma, con Merlino, a Parigi una dichiarazione antimilitarista e deve, per questa ragione, abbandonare la Francia e trasferirsi in Italia, da cui viene in seguito espulso. Egli continua e termina i suoi studi di medicina in Romania dove fonda il movimento anarchico di quel paese. Rientrato in Bulgaria, continuò le sue attività. Allievo ed amico di Reclus, amico personale di Kropotkin e Malatesta, egli mantenne con loro e con altri militanti occidentali una regolare corrispondenza fino alla fine della sua esistenza, con l’incarico di professore della Facoltà di Medicina da lui fondata e di primario chirurgo in Bulgaria.


kilifarski_var.jpgIn questo periodo, il movimento libertario bulgaro, mentre si dichiara rivoluzionario, assume l’aspetto educazionistico, di proselitismo, di diffusione pacifica degli ideali, il cui rappresentante più famoso fu Nicola Stojnov (1862-1963), uomo colto che conosceva il russo ed il francese, sebbene fosse un modesto maestro elementare. Egli esercitò una grande influenza tra gli insegnanti ed i contadini. Fu lui, primo nel paese ad aderire al sindacalismo rivoluzionario, che fondò, con alcuni socialisti, l’Unione Nazionale degli Insegnanti, e con Varban Kilifarski (1879-1923) l’Unione Professionale dei Contadini. Fu anche il primo obiettore di coscienza della Bulgaria.

stoinov_2.jpgCon l’aiuto di Stojnov, Kilifarski e di qualche indipendente e socialista, Goulaptchev organizza a Rustciuk la prima casa editrice libertaria con la sua tipografia, a base cooperativa, che pubblica un gran numero di libri e di opuscoli, per la maggior parte tradotti dal russo e dal francese. Così, Goulaptchev, sebbene fin dall’inizio della sua attività di propagandista avesse avuto un orientamento ideologico nettamente libertario, lavorando in comune con dei socialisti, dà origine ad un movimento largamente socialista ed introduce il socialismo in Bulgaria con tutte le sue tendenze. La differenziazione e la scissione in questo movimento popolare non si ebbero che in seguito al Congresso Internazionale di Londra, nel 1896, in cui gli anarchici vennero espulsi ad opera dei marxisti. Goulaptchev pubblicò un resoconto dettagliato di questo Congresso e si allontanò dai socialisti nella gestione della casa editrice cooperativa dandole un carattere nettamente libertario.

Entrata dell’anarchismo nella storia del paese

Un altro aspetto precipuo dell’anarchismo bulgaro non tardò a manifestarsi e a fargli assumere un ruolo importante nella storia del paese. Dopo la Liberazione Nazionale, i contraddittori interessi delle potenze europee - Inghilterra, Francia e Russia soprattutto - portarono alla restituzione della Macedonia alla Turchia, sebbene essa fosse stata liberata in seguito alla guerra turco-russa. Con la ricostituzione della dominazione turca in Macedonia, il movimento nazionale rivoluzionario bulgaro riprese e rafforzò le sue attività. Qualche giovane militante anarchico, tra cui Varban Kilifarski, aderì a questo movimento. Ma l'adesione degli anarchici assunse una grande ampiezza nel 1898, quando la maggior parte dei membri del gruppo di Plovdiv, che studiavano a Ginevra, costituirono un circolo rivoluzionario e decisero di trasferirsi tutti in Macedonia per combattere. Questo circolo, divenuto celebre sotto il nome di "Cenacolo di Ginevra", diffuse, lo stesso anno, due giornali: "La voce del comitato rivoluzionario macedone" e "Vendetta". Quest’ultimo è considerato il primo giornale libertario in lingua bulgara. Questi militanti seguivano l’esempio di Botev, anch’egli ispirato alla linea ed ai consigli di Bakunin, che intendeva dare ad ogni movimento rivoluzionario di liberazione nazionale un carattere sociale.

Rabotnitcheska-Missal-pensee_ouvriere.jpg 
Testata del primo numero del settimanale "Rabotnitcheska Missal", organo della FACB (Federazione Anarchica Comunista Bulgara).

 

Gli anarchici ebbero un ruolo di prim'ordine in questo movimento, sfociato in una grande insurrezione nel 1903 allorché in Tracia, in particolare, venne instaurato e durò per un mese un regime di comunismo libertario. Tra le centinaia di anarchici rivoluzionari che vi lottarono, la storia ufficiale del paese ricorda ed onora un nome, quello di Michele Guerdjikoff (1877-1947).


Dopo la repressione dell’insurrezione, Guerdjikoff, Kilifarsk, Stojnov e altri militanti attivi si resero conto che quell’attività rivoluzionaria deviava, in un certo senso, la loro attenzione dall’obiettivo principale e diretto dell’anarchismo: la creazione di un movimento sociale ben organizzato e strutturato. A questo scopo pubblicarono innanzitutto il giornale "Società libera", nel 1907 e l’anno dopo "Anarchia", fondando parallelamente una grande casa editrice dallo stesso nome. Questa editrice pubblicò, per alcuni anni, la maggior parte delle opere importanti dei nostri teorici. Il giornale "Anarchia" contribuì alla fondazione di un gran numero di gruppi e portò avanti, per quattro anni, una campagna di propaganda per la costituzione di federazioni anarchiche. Un congresso costitutivo avrebbe dovuto aver luogo, ma le guerre dei Balcani, seguite dalla grande guerra del 1914, lo impedirono. Questa iniziativa non giunse a buon esito che alla fine della guerra quando, il 15, 16, 17 giugno 1919, ebbe luogo a Sofia il congresso costitutivo della Federazione Anarco-comunista di Bulgaria (F.A.C.B.).

Questo avvenimento storico fu preceduto, accompagnato e soprattutto seguito da una intensa attività rivoluzionaria pubblica e clandestina contemporaneamente, che diedero al movimento un altro aspetto rendendolo un importante fattore rivoluzionario nella vita sociale della Bulgaria. Il movimento si sviluppò e s’estese subito, grazie a moltissimi militanti energici e convinti ed a una serie di azioni rivoluzionarie che scrollarono il paese.

Lo sviluppo del movimento

La vita movimentata, la grande devozione agli ideali anarchici, l’attività febbrile ed il supremo sacrificio di un uomo eccezionale incarnano lo spirito rivoluzionario di quest’epoca - il suo nome è Georgi Sheitanov.

Gli anarchici portarono avanti un’intensa campagna antimilitarista e allo scoppio della guerra alcuni, tra cui Varban Kilifarski, espatriarono ed altri si rifiutarono di parteciparvi dandosi alla clandestinità. Tra questi ultimi, Sheitanov si distinse in modo particolare mantenendo una dura esistenza di illegalità per sedici anni, finendo assassinato nel 1925.

L’attività dei gruppi clandestini assunse un aspetto tale che i militari furono costretti ad aprire alcuni grandi processi, tra cui uno contro quaranta militanti. L'atto d’accusa riempiva 35 pagine (30.000 parole); esso costituì un documento ufficiale che riassumeva abbastanza correttamente la storia del movimento di quel periodo. Esso precisava che gli accusati "a causa della loro attività criminale di rifiuto e di demolizione rappresentano un grande e serio pericolo per l'ordine sociale costituito e per la sicurezza dello Stato, per l’esistenza del paese, per l’attuale regime e per la società contemporanea in genere ". Aggiungeva inoltre: " La cosa più triste e significativa è che la maggior parte degli imputati, membri dei gruppi anarchici, sono figli di insegnanti, di ispettori scolastici, i pastori ecclesiastici, i sotto-prefetti... figli di buone ed oneste famiglie... ".

Fu in quel periodo che vennero pubblicate decine di libri e di opuscoli, uscirono decine di giornali, furono organizzate centinaia di riunioni e di incontri, vennero tenuti cinque congressi nazionali (il quinto dei quali, il più importante, all’inizio del 1923, fu pubblico), numerosi scioperi, tutti riusciti, spesso accompagnati da azioni terroristiche, ecc, ecc...

Il colpo di Stato pro-fascista, nel giugno del 1923, interruppe per qualche anno le attività pubbliche, ma un movimento notevole di partigiani scosse il paese. Così, la semi-clandestinità continuò, con un aumento della repressione, fino al 1944, quando il paese venne "liberato" dall’Armata Rossa, che instaurò l'attuale regime bolscevico.

L’Anarco-Sindacalismo

Il movimento anarchico bulgaro, fin dagli inizi, si mostrò favorevole al sindacalismo rivoluzionario e cercò sempre la possibilità di penetrare nelle masse lavoratrici per organizzarvi dei sindacati. Ma trovò grosse difficoltà da parte dei marxisti costituitisi in partito politico, il quale in seguito si scisse e provocò delle divisioni all’interno della classe operaia. Così, il nostro movimento non riuscì mai a recuperare il ritardo su questo piano. I sindacati di ispirazione anarchica, creati in diverse industrie e soprattutto nella manifattura tabacchi, avanzarono di pari passo con i gruppi specifici e dimostrarono una forte combattività che assicurò loro il successo in tutte le azioni rivendicative. Molto spesso, i militanti anarchici erano del pari militanti sindacalisti, ma ci fu lo stesso una certa specializzazione nelle attività. Tuttavia, l’anarco-sindacalismo non assunse mai il carattere di una tendenza, di una dottrina separata. D’altra parte, l’anarchismo bulgaro si caratterizzò principalmente per la sua tendenza anarco-comunista, secondo l’orientamento organizzatore di Bakunin, Kropotkin e Malatesta.


Manol Vassev (1898-1958), tra i militanti nelle attività sindacali, si distinse in modo particolare, rappresentando lo spirito combattivo ed organizzatore del movimento. La sua vita di autentico lavoratore e di militante coerente con una popolarità conquistata a prezzo di innumerevoli persecuzioni, sofferenze e generosità, fu ed è tuttora d’esempio a tutta la classe operaia. Egli trascorse 22 anni in clandestinità, senza lasciare il lavoro in fabbrica, sotto il suo falso nome (in realtà si chiamava Jordan Sotirov). Conobbe pure la feroce persecuzione bolscevica, i loro campi di concentramento e le loro prigioni e terminò la sua vita coraggiosa di militante operaio in prigione, avvelenato dai carcerieri il giorno prima della sua liberazione.

L'anarchismo sotto il tallone bolscevico

Una conferenza nazionale della F.A.C.B. ebbe luogo nell’ottobre 1944, subito dopo l’arrivo al potere dei comunisti. Venne decisa la pubblicazione del vecchio settimanale "Pensiero Operaio" che fu sospeso dalle autorità al suo quarto numero. Esso non ricomparve che nel 1945 e fu sospeso definitivamente dopo il sequestro del suo ottavo numero (tiratura in costante aumento: 30.000 copie).


Il regime di relativa libertà durò poco. Moltissimi gruppi vennero ricostituiti ed aprirono i loro locali. Ma la repressione non tardò. Tutti i delegati presenti ad una conferenza nazionale pubblica, iniziata il 10 marzo 1945, vennero arrestati ed internati in un campo di concentramento. Il movimento libertario si vide costretto, ancora, a prendere la via della completa clandestinità. Cominciò la pubblicazione di un bollettino ciclostilato che uscì fino al 1948. Nell’agosto del 1946, la F.A.C.B. riuscì a tenere un congresso clandestino nel pieno centro di Sofia con la partecipazione di una cinquantina di delegati in rappresentanza di 40 unioni cantonali con 400 gruppi locali.

La repressione contro i libertari raggiunse il suo culmine con alcuni processi ed arresti in massa e con l’internamento in campo di concentramento di più di 600 militanti, due giorni prima del quinto Congresso del Partito Comunista Bulgaro, nel dicembre 1948. Dopo, nessuna manifestazione pubblica fu possibile. La vita normale dell’organizzazione s’interruppe. Non rimasero che i legami personali tra i militanti ed i rapporti sempre clandestini con i militanti in esilio che, da 25 anni, pubblicano una rivista mensile ("Notre Route") ed hanno stampato una trentina di opuscoli e di libri in bulgaro, qualcuno in francese, ecc.

Nonostante la repressione, il movimento anarchico bulgaro non è morto, né all’estero, né all’interno. Le sofferenze e la resistenza di centinaia di noti militanti hanno attirato grandi simpatie verso l’anarchismo da parte delle masse popolari.

 

G. R. Balkanski

 

[A cura di Ario Libert]

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Breve storia del movimento anarchico bulgaro

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 05:00

Un marxismo libertario?

guerin-pour-un
Miguel Chueca


Guerin.jpgParlare di marxismo libertario, è essenzialmente ricordare lo sforzo condotto da Daniel Guérin per tentare una sintesi tra le due correnti che si affrontarono all'interno della I Internazionale, dove non voleva vedere che dei "fratelli gemelli", separati da semplici "litigi di famiglia". La formula ha potuto essere utilizzata qua e là, lo è ancora oggi occasionalmente, ma nessuno ha fatto più dell'autore di Fascisme et grand capital [Fascismo e gran capitale] e La Lutte des classes sous la Première République [La lotta di classe durante la Prima Repubblica] per popolarizzarle e tentare di farne il punto di partenza di un rinnovamento del socialismo. È in una raccolta di testi apparsa poco dopo il 1968, con il titolo Pour un marxisme libertaire [Per un marxismo libertario] che Daniel Guérin si dedicò ad un tentativo che sembrava accordarsi abbastanza bene con il clima dei tempi che aveva visto le bandiere rosse e le bandiere nere fraternizzare sulle barricate del mese di maggio.

Guerin--fascismo-e-gran-capitale.jpgNella sua introduzione, Daniel Guérin poneva l'invenzione e l'uso di questa formula sul conto di alcuni studenti italiani, che gli avrebbero permesso di attaccare infine un'"etichetta" soddisfacente sul progetto al quale egli si identificava da molti anni, senza che avesse trovato ancora il nome più adatto per caratterizzarlo, il termine "socialismo libertario" al quale si era riferito sino ad allora non lo soddisfaceva a causa di un sostantivo che apparteneva, egli scriveva, "alla categoria delle parole disonorate".

guerin-Luttes.JPGCosa ricopriva la suddetta "etichetta"? In un testo del 1966, precisa che si tratta per lui di ristabilire i ponti tra queste "due varianti di uno stesso socialismo", riducendo - addirittura sopprimendo - il fossato che li separa da molti decenni, e che l'instaurazione del "formidabile apparato statale, dittatoriale e poliziesco" scaturito dalla rivoluzione d'Ottobre non ha fatto che scavare ancora di più. A leggerlo bene, si vede tuttavia che si è assegnato molto come compito di arricchire l'anarchismo con l'apporto del materialismo marxista che di rigenerare il socialismo e i marxismi  attraverso "l'iniezione di una buona dose di linfa anarchica", che permetterebbe loro di riannodarsi con lo spirito rivoluzionario delle origini. Il senso di questa procedura non ha d'altronde nulla di stupefacente poiché, come Daniel Guérin ricorda egli stesso, la sua formazione è marxista e che ha fatto i suoi primi passi all'interno della "famiglia" socialista, concretamente nella corrente della della SFIO diretta da Marceau Pivert.

Tra gli elementi che, nell'anarchismo, gli sembravano i più "utilizzabili" per una rinascita rivoluzionaria del socialismo, ritenne l'idea di associazione operaia, il federalismo e le pratiche del sindacalismo rivoluzionario. Così come, non insiste affatto troppo su ciò che il marxismo, da parte sua, potrebbe apportare al suo "fratello gemello", si capisce come molti abbiano visto nella sua proposta un allineamento sulle posizioni classiche dell'anarchismo e/o dell'anarcosindacalismo piuttosto che una vera "sintesi" tra l'uno e l'altro.

Si leggano le notazioni dedicate all'organizzazione della società post-rivoluzionaria: vi si vedrà quanto la visione di una sostituzione immediata degli ingranaggi dello Stato con una "confederazione di confederazioni" che raggruperebbe allo stesso tempo la "confederazione dei comuni" e quella dei "sindacati operai rivoluzionari" è debitrice agli schemi classici dell'anarcosindacalismo. Se non ci si interessa che ai soggetti reali di discordia tra le due tradizioni rivali, e cioè secondo lo stesso Daniel Guérin, "il ritmo di deperimento dello Stato all'indomani di una rivoluzione, [...] il ruolo delle minoranze (coscienti o dirigenti?) e [...] l'uso dei mezzi della democrazia borghese", appare abbastanza chiaramente che la "sintesi" si risolve, in tutti i casi, attraverso una scelta senza equivoco della posizione anarchica.

Non si farà torto a Daniel Guérin sostenendo che il suo tentativo di "superare" le due correnti all'interno di un "marxismo libertario" si è risolto in uno scacco. Gli anarchici, nella loro maggioranza, videro in esoo qualcosa come un matrimonio tra una e un coniglio. In quanto ai "marxisti", essi non si preoccuparono affatto di questa "linfa anarchica" che si proponeva loro perché la maggior parte di essi erano, molto evidentemente, refrattari  a rimedi di questo genere. Non poteva andare diversamente: riconciliare l'anarchismo con il Marx "anarchico" di La Guerra civile in Francia – o quello che, nel 1844, scriveva che "l'esistenza dello Stato e l'esistenza dell aservitù sono inseparabili" - è una petizione di principio, e se si tratta di farlo con il Marx "giacobino" che desidera centralizzare tutti i mezzi di produzione tra le mani dello Stato, è un'assurdità. Daniel Guérin, per primo, avrebbe riconosciuto questo scacco di buon grado quando, a una domanda che gli si pose molti anni dopo sul senso che egli dava alla formula, ammise che gli preferiva ora quella di "comunismo libertario", senza che avesse rinunciato tuttavia alla riconciliazione postuma di Marx e Bakunin. È tuttavia impossibile che non abbia visto a qual punto questa scelta non poteva che allontanare dalla "sintesi", perché la formula incaricata di sostituire questo "marxismo libertario" in cui aveva creduto di vedere tante poromesse vent'anni prima appartiene indubbiamente al solo tesoro della tradizione anarchica.

È tuttavia impossibile che non abbia visto sino a qual punto questa scelta non poteva che allontanarsi dalla "sintesi", poiché la formula incaricata di sostituire questo "marxismo libertariao" in cui aveva creduto di percepire tante promesse venti anni prima appartiene incontestabilmente al solo tesoro della tradizione anarchica.

 

Miguel Chueca

[traduzione di Ario Libert]


Un marxisme libertaire?

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15 giugno 2014 7 15 /06 /giugno /2014 16:00

La servitù volontaria

Etienne_de_La_Boetie_-1530-1563-.jpg

Xavier Bekaert

 

Michel_de_Montaigne_1.jpgReso immortale dalla sua amicizia con Montaigne, l'umanista Étienne de La Boétie (1530-1563) è anche conosciuto per il suo Discours de la servitude volontaire [Discorso della servitù volontaria], redatto secondo Montaigne, "durante la sua prima giovinezza, in onore della libertà contro i tiranni" (sempre secondo Montaigne, il Discours sarebbe stato scritto da La Boétie tra i sedici e diciotto anni. Considerando la maturità del testo, sembra tuttavia concepibile che sia stato rimaneggiato più tardi quando La Boétie era studente all'università di Orléans).

Questo scritto fu utilizzato come testo militante (con l'appellativo di Contr’un) molte volte nel corso della storia di Francia quando il popolo si ribellava contro l'autorita monarchica. La potenza sovversiva della tesi sviluppata nel Discours non si è mai smentita. Anche se sarebbe anacronistico qualificarla come anarchica, questa tesi così originale e così moderna risuona anocra oggi nella riflessione libertaria sul principio d'autorità.

Boetie_1.jpgIl giovane umanista di Bordeaux ricercava una spiegazione allo sbalorditivo e tragico successo che avevano le tirannie della sua epoca. Allontanandosi dalla via tradizionale, La Boétie porta la sua attenzione non sui tiranni ma sui sudditi privati della loro libertà. E pone una domanda sconcertante: come può essere che "tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportano qualche volta un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli danno?".

L'originalità della tesi di La Boétie è contenuta interamente nell'associazione paradossale dei termini "servitù" e "volontaria". Contrariamente a ciò che molti immaginano, la servitù non sarebbe forzata, sarebbe del tutto volontaria. Come concepire altrimenti che un piccolo numero costringa l'insieme dei cittadini ad obbedire così servilmente?

"È vero che all'inizio si serve costretti e vinti dalla forza; ma coloro che vengono dopo servono senza rammarico e fanno volentieri ciò che i loro predecessori avevano fatto per costrizione".

Infatti, ogni potere, anche quando si impone dapprima con la forza delle armi, non può dominare e sfruttare a lungo una qualunque società senza la collaborazione (attiva o rassegnata) di una frazione notevole dei suoi membri. Tre secoli più tardi, gile sferzanti affermazioni dell'anarchico Anselme Bellegarrigue faranno anche eco a questa tesi.

"Avete creduto sino ad oggi che vi erano dei tiranni? Ebbene, vi siete sbagliati, non vi sono che schiavi: là dove nessuno obbedisce, nessuno comanda".

Ma il Discours non si riduce a questa analisi chiaroveggente del dominio da parte di una minoranza per mezzo della passività complice della maggioranza; l'adolescente inebriato di libertà vi lancia un ardente appello alla renitenza contro i despoti. Denunciando la servitù volontaria dei popoli, egli crea allo stesso tempo il tallone d'Achille di tutte le tirannie e propone una via d'uscita. Poiché "non sono le armi che difendono il tiranno" ma il popolo che si asservisce per la sua docilità, dovrebbe essere possibile liberarsi dal giogo dell'oppressore, anche senza la forza delle armi. Perché "i tiranni, più saccheggiano, più esigono" e "più li si servono, più si rafforzano," al contrario "se non si dà loro nulla, se non si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpire, essi rimangono nudi e sconfitti e non sono più nulla".

La Boétie fu così uno dei primi a pretendere che era possibile resistere all'oppressione in altro modo che la violenza. Poiché l'autorità costruisce principalmente il suo potere sull'obbedienza che gli oppressi consentono, una strategia di resistenza senza violenza è possibile, organizzando collettivamente il rifiuto di obbedire o di collaborare. È su questa base che si costruiranno le numerose lotte di disobbedienza civile che il XX secolo ha conosciuto e che hanno, tra l'altro, condotto all'affondamento pacifico di numerose dittature. "Siate risoluti a non servire più ed eccovi liberi".

Ecco l'insegnamento indispensabile che La Boétie ci ha lasciato.


Xavier Bekaert

[Traduzione di Ario Libert]

 

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La servitude volontaire

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31 maggio 2014 6 31 /05 /maggio /2014 05:00

I situazionisti nella lotta di classe

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Il movimento situazionista arricchisce la riflessione del movimento operaio rivoluzionario attraverso una critica della vita quotidiana. Ne risulta una concezione originale della lotta di classe.

 

Da Tiqqun alla Encyclopédie des Nuisances, da Philippe Sollers a Anselm Jappe, la maggior parte dei post-situazionisti respingono la lotta di classe. Ad immagine dei movimenti Dada e del Surrealismo, i situazionisti sembrano oggi inoffensivi. Di Guy Debord, gli ammiratori non ricordano che lo stile letterario. Tiqqun riproduce il tono superiore e sentenzioso dei professori di rivoluzione, e a volte l'umorismo nei suoi migliori testi, ma respinge del tutto l'analisi marxista e il comunismo dei consigli.

 

Sembra dunque importante descrivere l'attività teorica e pratica dei situazionisti nella lotta di classe. L'intervento situazionista fu breve ma intenso, per approdare sull'esplosione del Maggio 68.

 

Inversamente, gli studi storici sul Maggio 68 occultano il ruolo dell'Internazionale situazionista (IS). Anche la storiografia di estrema sinistra, rappresentata soprattutto da Kristin Ross, riduce Maggio 68 a una farandola di gruppi di estrema sinistra, maoisti in testa.

 

Pascal Dumontier descrive la storia dell'Internazionale situazionista per porla nel suo contesto politico e intellettuale.

 

situ2.jpg[-Di cosa ti occupi esattamente?/ -Della reificazione/ -Capisco, è un lavoro molto serio, con dei grossi libri e molta carta su un grande tavolo/ -No, vado a spasso, sopratutto vado a spasso].

 

 

Rivoluzione sociale e critica della vita quotidiana

 

"Alla vigilia del 1968, l'Internazionale situazionista, da organizzazione artistica d'avanguardia è diventata un'organizzazione rivoluzionaria originale," sostiene Pascal Dumontier. L'IS si distingue dagli altri gruppi libertari per rinnovare il progetto rivolzuionario attraverso una critica più radicale e meno limitata. L'IS concilia la critica del capitalismo ereditata dal movimento operaio anti-burocratico e la critica della vita quotidiana derivata dalle avanguardie artistiche.

 

Potlatch_1954_1957_L8.jpgNel 1954, l'Internazionale lettrista crea la rivista Potlach. Questo movimento in rottura con i lettristi e i surrealisti, aspira a superare l'arte e l'estetica per trasformare la vita. Contro l'urbanesimo, l'Internazionale lettrista sviluppa dei comportamenti ludici per permettere un'emancipazione dei desideri e della vita. Questo movimento sviluppa anche una critica del cinema e diffonde la pratica del détournement [sviamento]. Insieme ai giovani lettristi, l'IS raggruppa anche il movimento Cobra e degli artisti in rottura con un surrealismo invecchiato. Contro l'arte borghese e professionale, Cobra lotta per un'arte popolare attraverso "un'espressione vitale, diretta e collettiva". Contro la cultura esistente, Cobra si fa riferimento all'arte creativa e alla sperimentazione. "Una libertà nuova nascerà per permettere agli uomini di soddisfare il loro desiderio di creare" sostiene questo movimento che fa riferiemento ad una trasformazione radicale della società e della vita.

 

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Nel 1957, i suoi differenti movimenti si organizzano nell'Internazionale situazionista. Guy Debord sviluppa allora le sue riflessioni sul superamento dell'arte e la critica della vita quotidiana. "Ciò che caratterizza l'IS, è appunto il rifiuto di compromissione con il mondo moderno e quella volontà di rompere con la funzione d'artista, nel senso attuale del termine", evidenzia Pascal Dumontier. Ma gli artisti che respingono la rivoluzione sociale sono rapidamente esclusi dall'IS. La Critica della vita quotidiana sfocia su una riflessione globale sulla società, e l'IS aspira oramai a realizzare la teoria rivoluzionaria del suo tempo.

 

 

Nel 1961, l'IS si avvicina a gruppi consiliaristi, soprattutto a "Socialisme et Barbarie". "La partecipazione e la creatività delle persone dipendono da un progetto collettivo che riguarda esplicitamente tutti gli aspetti del vissuto", sostiene l'IS. La critica della vita quotidiana si iscrive in una prospettiva rivoluzionaria. "Senza la critica della vita quotidiana, l'organizzazione rivoluzionaria è un ambiente separato, tanto convenzionale, ed alla fine passivo, quanto i villaggi di vacanza che sono il terreno specializzato dei suoi svaghi moderni", ricorda tuttavia l'IS. La rivoluzione deve soprattutto permettere di rendere la vita appassionante. Nel 1967 Guy Debord pubblica La société du spectacle [La società dello spettacolo] e Raoul Vaneigem presenta il suo Traité de savoir vivre à l’usage des jeunes générations [Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni]. Insieme ai movimenti dada e surrealisti, l'IS si riferisce al movimento operaio anti-autoritario, al pensiero di Mrax e di Bakunin, a quello di Rosa Luxemburg e Henri Lefebvre ma soprattutto al comunismo dei consigli.

situ3.jpgNulla manca alla comodità della noia

 

 

Reinventare la rivoluzione contro l'alienazione moderna

 

La teoria situazionista si dedica a criticare le nuove forme di alienazione scaturite dalla modernità mercificata. "La comprensione di questo mondo non può fondarsi che sulla contestazione. E questa contestazione non ha verità, e realismo, se non in quanto contestazione della totalità", afferma l'IS nel 1962. La critica della modernità attualizza le correnti calde del marxismo nel contesto della società dei consumi. La società spettacolare mercantile aggiunge l'alienazione ideologica all'alienazione economica. "La logica della merce regna sull'insieme del sistema sociale, in cui gli individui, sfruttati nel loro lavoro, reificati nella loro vita quotidiana, hanno perso ogni potere e ogni controllo sulla loro propria vita", scrive Pascal Dumontier per sintetizpotzare la critica dell'alienazione.

 

La burocrazia e gli Stati impongono un modo di lavoro, di svaghi, di consumo, pianifica lo spazio con l'urbanesimo, e il tempo con la separazione tra tempo di lavoro e "tempo libero". Raoul Vaneigem descrive un "mondo in cui la garanzia di non morire di fame si scambia contro il rischio di morire di noia". Lavoro, consumo, svagi, cultura, spazio di vita: l'alienazione colonizza tutti gli aspetti della vita. La nozione di spettacolo permette di spiegare la passività della popolazione con lo sviluppo dell'industria del divertimento e della comunicazione che rafforzano l'integrazione della classe operaia nella modernità mercificata.

 

Ma i situazionisti sviluppano anche una critica dei pseudo pensieri contestatari. Psicologi, sociologi, filosofi e altri "divi dell'Inintelligenza" sono integrati al sistema che essi pretendono di contestare. Favoriscono l'integrazione della società dello spettacolo.  Da Jean-Paul Sartre a Henri Lefebvre, passando attraverso la rivista Arguments, tutti i contemporanei dei situazionisti ricevono le loro colorite ingiurie. Le diverse correnti rivoluzionarie sono criticate.

 

I situazionisti si rifanno all'esperienza dei consigli operai, e tutte le altre forme di organizzazioni devono essere criticate. I sindacati e i partiti devono essere criticati, essi permettono l'integrazione della classe operaia nella società mercificata. Guy Debord, in La società dello spettacolostende un bilancio critico del movimento operaio e sottolinea anche alcuni limiti nel pensiero di Marx. Il determinismo storico, l'economicismo, lo scientismo e la presa del potere dello Stato sono dei limiti del marxismo già evidenziate da Karl Korsch. L'anarchismo è criticato per la sua ideologia e il suo idealismo privo di senso pratico. Il marxismo-leninismo, il bolscevismo e lo stalinismo formano un'ideologia controrivoluzionaria che si dedica a disciplinare i proletari in un'organizzazione gerarchizzata. Nel 1917, i "proprietari del proletariato" e cioè i burocrati bolscevichi hanno restaurato l'economia capitalista minacciata dal movimento dei soviet. I situazionisti, che sostengono le lotte anticoloniali, criticano tuttavia le mitologie terzomondiste. Maoismo, Fanonismo, Castro-Guevarismo, Titoismo sono tutte ideologie che giustificano la comparsa di nuovi padroni per ristrutturare l'economia e ricomporre la società dello sfruttamento.

 

"La rivoluzione è da reinventare, ecco tutto", afferma l'IS sin dal 1961. Il proletariato rimane il soggetto rivoluzionario e si definisce come l'insieme di persone che non hanno alcun potere o controllo sull'impiego della loro vita. Il progetto dei situazionisti poggia sui Consiglio operai per permettere una autogestione "estesa a tutta la produzione e a tutti gli aspetti della vita sociale". Essi si riferiscono, tra l'altro, alle esperienze storiche della Comune di Parigi del 1871, dei consigli della Germania del 1919, della rivoluzione spagnola del 1936 e dell'insurrezione di Budapest del 1956.

 

Ma il consiliarismo dei situazionisti si arricchisce con la critica della vita quotidiana. "Chi parla di lotta di classe e di rivoluzione senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza capire ciò che vi è di sovversivo nell'amore e di positivo nel rifiuto dei contrari, quelli hanno in bocca un cadavere", taglia corto aoul Vaneigem. L'arte, la poesia, la creatività, il gioco devono permettere di costruire una vita appassionata. "La rivoluzione, per i situazionisti, è innanzitutto la realizzazione di un'immensa festa in cui la trasformazione del mondo si accompagna a un cambiamento radicale e totale della vita, infine realmente vissuta", sostiene Pascal Dumontier. I situazionisti si distinguono dalle ideologie rivoluzionarie per attaccare la modernità e sviluppare il pensiero più radicale.

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Un'organizzazione di teorici rivoluzionari 

 

La questione dell’organizzazione rimane centrale per l'Internazionale situazionista, così come per tutti i movimenti rivoluzionari, allo scopo di legare in modo coerente teoria e prassi. L'IS, malgrado un pensiero radicalmente libertario, adotta un'organizzazione centralizzata. I gruppi locali possono avere un'azione autonoma, ma al di fuori dell'IS. Nel 1966, la sezione francese è la più numerosa, con dieci membri, per un'internazionale che non comprende più di quindici membri nel mondo. Ma l'IS privilegia la coerenza teorica sulla quantità dei membri. Il deviazionista o la semplice inattività sono sanzionate attraverso una inflessibile politica di esclusione. Nel 1962, l'IS preferisce limitare l'accesso all'organizzazione piuttosto di scatenare ondate di esclusioni.

 

Per diventare situazionisti, si deve rifiutare ogni compromesso con i pensatori di Stato e accettare le condanne di personalità o correnti intellettuali contemporanee. I situazionisti criticano anche ogni forma di militanza. L'organizzazione deve favorire la partecipazione e la creatività di tutti i suoi membri. La separazione tra teoria e pratica è respinta. La specializzazione dei compiti è anche considerata come un embrione di burocrazia. Ma l'IS, che si propone di diventare "il più alto grado della coscienza rivoluzionaria", raggruppa soprattutto dei teorici e si considera come la sola vera organizzazione rivoluzionaria.

 

Dopo aver rotto con Henri Lefebvre e "Socialisme ou Barbarie", l'IS si avvicina ai gruppi rivoluzionari fuori dalla Francia come la Zengakuren in Giappone. Ma i situazionisti rifiutano di avere delle relazioni con gruppi dell'estrema sinistra che difendono il maoismo, il castrismo o praticano l'autogestione in Algeria e in Iugoslavia. Essi constatano la decadenza del movimento anarchico francese. Nel 1967, la Federazione anarchica denuncia un "complotto situazionista" al suo interno e deve allora far fronte a diverse scissioni.

 

L'IS si avvicina soprattutto ai gruppi consiliaristi come "Informations et correspondances ouvrières" (ICO). Malgrado delle divergenze con questo gruppo. I situazionisti sembrano influenti soprattutto attraverso la diffusione dei loro scritti. Lo sviamento (détournement) di film, di fumetti e anche di di manifesti pubblicitari permettono di diffondere le idee situazioniste. Ma, alla vigilia di Maggio 68, le numerose esclusioni hanno ridotto gli effettivi dell'IS che sembra allora limitata nella sua pratica.

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Contestazione in ambiente studentesco

 

L'Internazionale situazionista vede nei movimenti studenteschi in Giappone, con i Zengakuren, e a Berkeley negli Stati Uniti, una contestazione globale della società. Le idee situazioniste si diffondono nelle università per partecipare allo scatenamento di Maggio 68. Nel 1966, degli studenti di Strasburgo stampano in gran numero, a spese dell'Unef, un sindacato studentesco, un opuscolo intitolato Della miseria in ambiente studentesco considerata sotto i suoi aspetti economico, politico, psicologico, sessuale e soprattutto intellettuale, e di alcuni mezzi per porvi rimedio [De la misère en milieu étudiant considérée sous ses aspects économique, politique, psychologique, sexuel et notamment intellectuel, et de quelques moyens pour y remédier]. Questo testo espone le idee situazioniste per denunciare l'alienazione degli studenti ridotti alla sottomissione e alla passività.

UNEF

"Lo schiavo stoico, lo studente si crede tanto più libero quanto più lo stringono le catene dell'autorità", afferma questo testo che denuncia lo Stato e la famiglia. L'Università fabbrica allora i futuri quadri della società capitalista e diffonde l'ideologia che le corrisponde. "Lo studente è un prodotto della società moderna, allo stesso titolo di Godard e Coca Cola. La sua estrema alienazione non può essere contestata che dalla contestazione dell'intera società", ironizza l'opuscolo.

 

Lo studente deve ribellarsi allo scopo di organizzarsi con le classi sfruttate per costruire un movimento rivoluzionario di critica globale della società capitalista. questo libello si iscrive in un clima in un clima di agitazione gioiosa che regna a Strasburgo. Dei corsi e delle conferenze sono disturbati con lanci di pomodori sui relatori.

 

Un fumetto deturnato, Le retour de la colonne Durruti [Il ritorno della colonna Durruti] espone in modo originale le idee situazioniste. "Le J.C.R. le inculo anch'io", proclama Lenin in questo fumetto per denunciare i giovani trotskysti. Due cow-boys a cavallo discutono della reificazione. "Cosa ti fa ridere di più a te, i fascisti, l’U.E.C., i gaullisti, le J.C.R. o gli anarchici di Monde Libertaire?" chiede uno spazzolino per denti. "Sì è vero tutte queste persone sono solidali di questo vecchio mondo contro il quale si deve ora intraprendere la lotta", risponde l'altro spazzolino per denti. I media, le autorità universitarie e delle organizzazioni politiche denunciano gli agitatori vicini ai situazionisti.

 

Gli Strasburghesi propongono la dissoluzione della Unef, per denunciare il suo avanguardismo, il suo sotto-riformismo e l'impostura del sindacalismo studentesco. Se la nozione è respinta, molti studenti condividono le idee situazioniste, soprattutto a Nantes, e il loro libello è di nuovo edito nel 1967. Uno studente è minacciato di esclusione dall'Università per un testo che insulta il rettore, ma raccoglie un ampio consenso anche da parte di intellettuali come Daniel Guérin. Questo studente si presenta alle elezioni della Mnef, mutua studentesca, per difendere la libertà sessuale e le idee di Wilhelm Reich. Perde le elezioni e subisce le critiche dell'IS che lo vede come un burocrate. Numerosi gruppi entrano in conflitto con l'IS ma fanno sempre riferimento alle idee dei situazionisti.

A Nanterre, degli studenti intendono occupare le città universitarie il cui regolamento vieta la circolazione dei ragazzi negli edifici delle ragazze. Dietro lo schiamazzo giovanile, si esprime una contestazione globale. "E' già l'eco dello slogan situazionista 'Vievere senza tempi morti, godere senza impedimenti'", associato alle influenza delle idee di Fourier e di Reich", sottolinea Pascal Dumontier. ANantes gli studenti sono influenzati dalle idee situazioniste, ma anche anarco-sindacaliste. Essi occupano le città universitarie e partecipano al movimento operaio locale. Le sue diverse forme di contestazione prefigurano il Maggio 68. Gli studenti partecipano alle manifestazioni operaie per cercare di occupare il rettorato e affrontare la polizia nella strada. La repressione alimenbta la radicalizzazione politica a Nantes.

Il gruppo degli Enragés (arrabbiati) partecipano alla contestazione nell'università moderna di Nanterre. La critica delle condizioni di vita, sul campus e nelle residenze, si accompagna con una denuncia dell'insegnamento. I giovani anarchici di Nanterre aperti alle nuove idee di gruppi libertari e della IS, sono esclusi dalla Fédération anarchiste (FA) per marxismo e situazionismo.

Gli Enragés condividono le idee ma anche i modi d'azione dei situazionisti, come lo scandalo. Tentano di interrompere i corsi e disturbano anche una rappresentazione di giovani poeti, qualificati come "nuova razza di sbirri". Graffiti sui muri, distribuzione di volantini, parole d'ordine di boicottaggio degli esami: gli Enragés moltiplicano gli scandali virulenti.

 

"Il godimento è il nostro scopo: TRASFORMARE IL MONDO E' CFAMBIARE LA VITA" afferma un volantino che sviluppa una critica radicale del mondo moderno. La polizia, chiamata dal decano per restaurare l'ordine sull'università, deve fuggire sotto il lancio di oggetti da parte degli Enragés e altri studenti. Gli Enragés diffondono dei manifesti, dei testi e dei fumetti che oppongono gli studenti più radicali a tutte le istituzioni come i sindacati, gli insegnanti e l'amministrazione. Gli Enragés lasciano in seguito Nanterre, e il movimento 22 marzo assume la direzione della contestazione. Ma lasciano degli slogan sui muri. "Professori, siete vecchi.... e anche la vostra cultura", "I sindacati sono dei bordelli. L'U.N.E.F. è una puttana", "Non lavorare mai", "Prendete i vostri desideri per realtà", "La noia è contro-rivoluzionaria" ("Les syndicat sont des bordels. L’ U.N.E.F. est une putain"», "Ne travaillez jamais", "Prenez vos désirs pour la réalité", "L’ennui est contre-révolutionnaire"): tutti i suoi graffiti diffondono il pensiero situazionista.Gli studenti permettono di articolare questa teoria con una pratica di lotta e di contestazione.

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L'esplosione di Maggio 68

 

Gli studenti occupano le università e gli operai occupano i loro luoghi di lavoro. Maggio 68, movimento di sciopero generale, permette ai situazionisti di porre in pratica la loro teoria. Gli Enragés si distinguono dagli studenti di estrema sinistra perché on si accontentano di protestare contro le riforme universitarie ma si dedicano ad una contestazione più globale della società. I situazionisti partecipano attivamente alla notte delle barricate dal 10 all'11 maggio. Partecipano all'occupazione della Sorbona la sera del 13 maggio. "Occupazione delle fabbriche - Consigli operai - Comitato Enragés-Internazionale situazionista" (Occupation des usines - Conseils ouvriers - Comité Enragés-Internationale situationiste) indica uno striscione sul frontone della "sala Jules Bonnot". I graffiti lirici e poetici danno la parola ai muri dell'università per distinguersi dagli slogan noiosi dell'estremismo fossilizzato. L'assemblea generale che si riunisce ogni giorno diventa il solo organo di decisione per designare un Comitato di Occupazione. Assemblea generale, libertà di espressione, responsabilità e revocabilità dei rappresentanti eletti disegnano una vera democrazia diretta.

Ma le manovre delle organizzazione politiche e sindacali perturbano questo funzionamento, con la creazione di comissioni auto-proclamate. Il Comitato di Occupazione sostiene le occupazioni di fabbriche e chiama alla formazione dei consigli operai. Dei telegrammi sono inviati agli uffici politici dei partiti comunisti dell'URSS e della Cina.. "Tremate burocrati. Il potere internazionale dei Consigli Operai vi spazzerà via ben presto. L'umanità non sarà felice se non il giorno in cui l'ultimo dei burocrati non sia impiccato con le budella dell'ultimo capitalista", avverte il telegramma. Ma i situazionisti abbandonano la Sorbona sinb dal 16 maggio. Essi denunciano la passività degli studenti di fronte alle manovre degli estremisti. Soprattutto, il loro messaggio consigliarista trova poca eco nell'ambiente studentesco. Essi si rivolgono allora verso il movimento operaio.

Il 17 maggio 1968 i situazionisti e quelli che condividono le loro idee fondano il Comitato per il mantenimento delle occupazioni (CMDO). Questa organizzazione consigliare tenta di creare dei legami tra i diversi luoghi di lavoro occupati. Il CMDO difende il programma di una democrazia diretta totale fondata sul potere assoluto dei Consigli Operai. Il CMDO pubblica dei testi e dei manifesti ma si distingue dagli altri gruppi consigliari che, malgrado la loro critica dei sindacati, restano tolleranti nei confronti dell'estrema sinistra. Soprattutto, il CMDO insiste sulla critica della vita quotidiana e lotta per un'autogestione generalizzata di tutti gli aspetti della vita. La trasformazione del mondo deve accompagnarsi ad un cambiamento dell avita. Il CMDO traduce i suoi testi e 

 

 

 

 

 

s’accompagner d’un changement de vie. Le CMDO traduit ses textes et inscrit Mai 68 non seulement dans une filiation historique mais aussi dans la perspective d’une révolution à l’échelle internationale. Les situationnistes s’attachent à critiquer toutes les bureaucraties, syndicales ou politiques, staliniennes ou gauchistes, qui loin de « trahir » le mouvement apparaissent comme « un mécanisme d’intégration à la société capitaliste ». La signature des accords de Grenelle par la CGT pour appeler à la reprise du travail confirme ses analyses. Les situationnistes interviennent dans ce mouvement de lutte pour le radicaliser au maximum.

 

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Une influence théorique

 

Les idées situationnistes irriguent la révolte de Mai 68. A Strasbourg, tracts et graffitis animent un mouvement hostile aux militants mais qui semble restreint à l’université. A Nantes, la révolte semble particulièrement violente et radicale. Les Enragés de Nantes participent activement aux actions avec les ouvriers en grève. Cette ville annonce les prémices d’une jonction entre le mouvement étudiant et le mouvement ouvrier. Mais des groupes influencés par les situationnistes existent dans plusieurs villes de France, comme Bordeaux ou Toulouse. Surtout, la critique de la vie quotidienne et les axes de lutte portés par l’Internationale situationniste irradient l’ensemble du mouvement de Mai 68. L’aspiration à vivre pleinement, sans temps morts et sans entraves, la fête révolutionnaire, l’importance accordée à la créativité, au désir, au plaisir : toutes ses idées présentes en Mai 68 s’inscrivent dans une filiation situationniste.

Face à la récupération de la contestation par l’idéologie marchande, les situationnistes refusent toute forme de distinction et de participation à des cercles littéraires et artistiques. Ils pratiquent l’insulte, loufoque et poétique, pour répondre à de telles invitations. Mais le « situationnisme » devient rapidemment une marchandise comme une autre, assimilée à la culture pop. Les situationnistes refusent le spontanéisme et l’absence de réflexion des groupes conseillistes. Ils demeurent partisans d’une organisation politique qui lutte pour le communisme de conseils.

 

Des groupes autonomes, influencés par les idées de l’IS, maintiennent une agitation dans les facs et les lycées. L’émeute et la guérilla urbaine deviennent un jeu. « C’est à tous les moments de notre VIE QUOTIDIENNE que nous devons et nous pouvons nous LIBERER de tout ce qui nous opprime », affirme l’éditorial du numéro 1 du journal Vivre sans temps mort, jouir sans entraves. Grèves sauvages et auto-réductions deviennent des pratiquesqui se répandent. Mais divers groupes pro-situs prolifèrent, avec le style littéraire de l’IS dégénérescente qui perdure encore aujourd’hui. L’Internationale situationniste se désagrège jusqu’à sa dissolution en 1972.

Les idées situationnistes expriment une critique radicale du monde moderne, et le courant le plus extrémiste et révolutionnaire de la contestation généralisée en Mai 68. De nouvelles formes d’expression, artistiques ou politiques, permettent de diffuser ses idées. La révolution apparaît comme une fête. Surtout, ils participent activement à la radicalisation du mouvement de mai 68.

Mais l’Internationale situationniste demeure une organisation de théoriciens qui reste élitiste. Pourtant, tous les êtres humains doivent pouvoir s’exprimer, à travers des idées ou une sensibilité critique, dans une perspective de libération des désirs et des passions.

Le jeu, l’utopie créatrice, la révolution comme fête doivent permettre de rompre avec l’aliénation dans la vie quotidienne. Avec les situationnistes, la théorie et la pratique révolutionnaire sortent des vieilles idéologies. Ils expriment le désir de transformer le monde pour changer la vie, radicalement.

 

Source: Pascal Dumontier, Les situationnistes et Mai 68. Théorie et pratique de la révolution (1966-1972), Ivrea, 1995

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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2 maggio 2014 5 02 /05 /maggio /2014 07:07

LA FESTA DELL'ALIENAZIONE!

alienazione-festa-dell-.jpg

Parigi 1° maggio 1977, ore 16:05

 

Un'idea paralizza per 25 minuti 500 burocrati e 100.000 coglioni

 

La polizia sindacale è una volta di più messa in scacco dalla verità. Mentre il sinistro convoglio s'incamminava come ogni anni da 40 anni verso un tetro destino e che i kapo mafiosi si trovavano all'altezza dell'hôtel Sully, in rue Saint Antoine, uno striscione di 15 metri, grazie a un ingegnoso meccanismo, si dispiegava istantaneamente e maestosamente 12 metri sopra la testa dei ricattatori sindacali e della loro clientela. Stormiva fieramente al vento e colpisce di stupore i grugni avvinazzati dei gorilla del servizio d'ordine.

 Reca semplicemente, in lettere alte un metro, perfettamente leggibili dalle 100.000 persone ammassate da piazza St Paul a piazza della Bastiglia, la verità di questo assembramento subumano: FESTA DELL'ALIENAZIONE!

 Là dove il nemico si credeva, indubbiamente, ridiventato invincibile, abbiamo trovato il punto derisoriamente debole: i gorilla CGTisti si sono rivelati totalmente impotenti di fronte all'onnipotenza dell'idea. Un'idea trionfa impunemente con sobrietà ed eleganza (per 800 franchi alcolici compresi). Immobilizza per 25 minuti [1] il ridicolo corteo e genera un fantastico sventolio dando così al nemico modo di assaporare la sua prossima sconfitta. Succedendo agli strepiti derisori dei programmi comuni, sbraitando i loro abituali slogan, uno stupefacente silenzio di 1000 metri di lunghezza si abbatte sulla grottesca coorte. Le majorette s'immobilizzano una coscia all'aria, sperdute. Ma soprattutto, grazie all'ingegnoso meccanismo [2] di collocamento che non richiedeva che l'intervento di una sola persona, abbiamo potuto assaporare, in mezzo al pubblico e alle carogne stesse, la disfatta stupefatta, smorta e rabbiosa, delle nostre vittime. Alcuni di noi avevano spinto persino la preoccupazione all'anonimato sino ad indossare infamanti tesserini identificativi C.G.T.

 Abbiamo dunque potuto constatare e apprezzare un franco movimento di simpatia, di approvazione e di liete discussioni tra il pubblico situato sul marciapiede e che la baldracca sindacale non riuscì a soffocare. Una buona cinquantina di fotografi amatori dotati di magnifici apparecchi giapponesi hanno mitragliato per tutto il tempo l'infamia che sovrastava tutto questo disordine.

 Abbiamo riso molto. A dir poco. Noi soltanto sapevamo perché eravamo lì. Non abbiamo subito nessuna perdita, non un solo graffio, e tutte le foto sono venute bene. Grazie. Burocrati l'avete presa nel culo e lo prenderete ancora,

 

SOWETO. LISBONA. DAKAR. ROMA. PARIGI... 


Alla prossima occasione!



[1] Abbiamo dunque immobilizzato la merda sindacale 25 volte più a lungo della valvola di sicurezza della piattaforma Ecofisk non immobilizzasse la merda nera.

 

[2] Non era tuttavia ancora il sapere assoluto: se, oltre alla solida catena con tanto di lucchetto che terminava il cavo e che ha dato del filo da torcere all'acrobata sindacale, avessimo messo del sapone nero sul palo della luce, lo striscione avrebbe retto 30 minuti di più e oltre alle truppe regolari della burocrazia, è tutta la feccia sinistroide e dei piccoli sindacati della vita quotidiana che sarebbe passata sotto il nostro giogo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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La fête de lìaliénation!

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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 05:00

Utopia come alternativaotto-ruhle

Otto Rühle e la sua utopia antiautoritaria 

 

di Henry Jacoby

 

I precursori

Otto RUHLE, libro
Lungo l'arco della storia del mondo occidentale si muove una corrente d'opposizione diretta contro l'autorità come tale. Il lungo processo in cui l'autorità si organizza come stato e fa dell'uomo libero un suddito soggetto al pagamento di imposte, viene continuamente interrotto dalla sollevazione contro l'autorità. Alle idee di ordine e di stato si contrappongono ripetutamente le speranze d'un ritorno ad un mondo senza autorità. Queste speranze giocarono un ruolo attivo nei movimenti millenaristici del tardo Medioevo e all'inizio dell'evo moderno in Germania, nelle Fiandre e in Boemia, nella Jacquerie francese e nelle rivolte contadine in Inghilterra. Le troviamo presso i Taboriti e gli Adamiti della rivoluzione ussita, negli anabbatisti, nei lollardi e in altri movimenti. Queste speranze si esprimono in idee che fanno la loro comparsa insieme con i movimenti dei contadini e degli artigiani nei grandi rivolgimenti del XV e XVI secolo e che vengono contrapposte dagli intellettuali dell'epoca al mondo maligno e alla sua corrotta autorità. "Tutti questi pensieri, nostalgie, intenzioni e decisioni di stampo agrario e adamitico a sfondo mistico sono 'romanticismo'. Esso sono sorti in spiriti ricercatori, estranei ai campi e ai contadini, sono le uscite di sicurezza dei 'dotti' atterriti di quegli anni" [1].

Dal tempo della rivoluzione degli Ussiti in Boemia, che depose il re ma distrusse anche la "sinistra" millenaristica, Tabor e gli Adamiti, sono continuamente riaffiorati nei periodi di transizione movimenti che non soltanto volevano soppiantare l'autorità esistente, ma aspiravano ad un ordine senza autorità costituita o almeno al superamento della scissione tra autorità e società.

"Dal tempo degli Ussiti la caduta dei signori ereditari e l'eliminazione dei millenaristi costituiscono i due tratti caratteristici essenziali di tutte le grandi rivoluzioni europee sino al XX secolo. Tutte queste rivoluzioni, in fondo, non hanno portato la sollevazione radicale bramata dai millenaristi, l'equiparazione degli umili coi potenti, ma alla fin fine sempre e soltanto la sostituzione del ceto superiore dominante con quello immediatamente seguente, e niente di più" [2].

Accanto alle grandi rivoluzioni europee che hanno condotto ad un reale mutamento della struttura sociale, si è dato il caso, specialmente nelle zone agrarie arretrate e più povere, di numerose e spontanee "rivolte senza domani" di cui parla Eric J. Hobsbawm nella sua storia dei ribelli primitivi; rivolte avvenute sotto l'influsso di profetiche figure di capi che proclamavano la fede in un improvviso mutamento dell'esistenza divenuta ormai intollerabile e nell'avvento imminente del giorno della completa libertà [3].

Successivamente, in quelle terre povere e a stento toccate dall'industrializzazione  capitalistica, in cui le rivolte primitive erano scoppiate e scomparse a somiglianza d'un uragano, l'anarchismo poté riallacciarsi a quei sentimenti che costituivano l'anima delle rivolte e che divennero il fondamento di idee e d'organizzazioni politiche.

 

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Otto Rühle, ritratto da Diego Rivera, 1940.


woodcockCome constatò George Woodcock nella sua Storia dell'anarchismo, "l'anarchismo ha sempre esercitato maggiormente la sua forza d'attrazione proprio su quelle classi che rimasero fuori della grande corrente del mondo industrializzato" [4].  

tolstoi coloriI principali teorici dell'anarchismo provenivano dall'alta nobiltà russa - Bakunin, Kropotkin, Cerkezov, Tolstoi - che, resa politicamente impotente dallo stato autocratico e dalla sua burocrazia, nutriva sentimenti antistatali. In Russia le teorie dell'anarchismo si riallacciavano alla tradizione di rivolte contro lo strapotente apparato statale, di fronte al quale non c'era altra alternativa che la sottomissione o la rivolta [5].

In Russia, dove non poteva formarsi alcuna borghesia liberale, all'opposizione intellettuale contro l'autocrazia che uccideva ogni parvenza di vita spirituale non rimaneva altro che la fede nella "gente semplice" e, poiché questa gente rimaneva sottomessa, la speranza si trasferì agli esclusi, ai bandoti, ai reietti. Masaryk trovava che "per la Russia Bakunin crede nei masnadieri alla Pugacev e alla Rasin, per l'Europa ha fiducia nel Lumpenproletariat. Il suo anarchismo è la libertà dei cosacchi russi" [6].
 
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Nell'Europa occidentale "l'anarchismo organizzato del XIX e XX secolo era un movimento di ribellione piuttosto che di rivoluzione. Esso era l'espressione di una protesta e s'era votato all'opposizione contro quella tendenza alla centralizzazione politica ed economica che predominava sin dalla metà del XVIII secolo, e contro tutto quello che questa tendenza comportava d'oppressione dei valori personali e di subordinazione dell'individuo allo Stato" [7]. Come movimento di protesta così configurato, l'anarchismo non ha sviluppato alcuna vera e propria teoria del superamento dell'ordine sociale esistente, proprio perché si situava al di fuori delle tendenze realmente operanti in esso. Agli inizi dell'industrializzazione in Francia Proudhon, che esercitò una certa influenza sugli anarchici come Bakunin, col suo monito a guardarsi dall'autorità centralizzata gerarchicamente con i suoi piani d'un ordine sociale basato in larga misura sulla piccola proprietà e costruito su un sistema di credito organizzato, rimase prigioniero nelle sfere d'una fantasticheria lontana dal reale. Quando più tardi le sue idee cominciarono ad orientarsi maggiormente verso la realtà e l'esistenza della classe operaia, si professò a favore d'uno stato- anche se non burocratico e a carattere federativo- e di un equilibrio fra libertà e autorità.

Agli anarchiBakunin Nadarci mancava però la risposta alla domanda su che cosa sarebbe successo all'"indomani della rivoluzione". Bakunin non poté sottrarsi del tutto a questa domanda. Nella sua Confessione scrisse: "Io credo che in Russia più che altrove sarà indispensabile un forte potere dittatoriale, un potere che si occupi esclusivamente dell'educazione e dell'istruzione delle masse, un potere libero nelle sue aspirazioni e nel suo spirito, ma senza forme parlamentari; che pubblichi libri di contenuto libertario, ma senza libertà di stampa; un potere circondato da compagni di lotta, da essi consigliato e rafforzato dalla loro libera opera di collaborazione, ma non limitato da niente e da nessuno. Mi son detto che tutta la differenza tra questa dittatura e il potere monarchico dovrebbe consistere nel fatto che essa, conseguentemente allo spirito dei suoi principi, deve tendere a rendersi superflua, dal momento che non dovrebbe avere alcuna altra mèta che la libertà, l'indipendenza e la maturità del popolo" [8].

E nello stesso scritto
  dice anche, connettlau1 riferimento alla rivoluzione di Praga, cui Bakunin aveva avuto un'attiva parte direttiva: "A Praga doveva esserci la sede del governo rivoluzionario, d'un governo provvisto d'illimitati poteri dittatoriali... Si sarebbe fatta finita con tutti i circoli, tutti i giornali, tutte le manifestazioni di un'anarchia chiacchierona. Tutto avrebbe dovuto essere sottoposto ad un potere dittatoriale" [9].

Max Nettlau, seguace e biografo di BakDzerzhinsky1919unin, osservò a questo proposito che era una leggenda che Bakunin volesse la dittatura. Persone senza preconcetti dovrebbero riconoscere che qui si tratta più di una misura puramente tecnica, della dittatura tecnica del lustrascarpe, del sapone e dello scopo... [10]. Il problema però è proprio costituito dal fatto che nelle dittature rivoluzionarie, si tratta sempre di misure "tecniche" di pulizia. Quando Lenin affidò la GPU a Dzierzinski come al più puro di tutti gli uomini, seguiva proprio una tale idea di pulizia.

Lenin KarpovNettlau aveva completamente ragione di ritenere che Bakunin non avesse voluto la dittatura [11], ma quando a questi capitò di pensare all'indomani della rivoluzione, si fece strada in lui l'idea della "dittatura tecnica", e quando più tardi parlò d'uno stato maggiore rivoluzionario, era anche questo un organo dittatoriale al pari del comitato centrale leninista.

Ha corrisposto pienamente al carattere d'un movimento di protesta il fatto che l'anarchismo si sia frantumato sempre in molte direzioni (che si combattevano l'un l'altra): alcune che vedevano nella violenza un mezzo essenziale dell'azione politica, altre che proclamavano la non violenza come la sola a corrispondere al fine dell'anarchia; alcune che ponevano l'accento sull'individualismo, altre sul collettivismo. In un mondo in cui tutto spingeva alla centralizzazione, essi volevano tenere in piedi i principi del federalismo, in un mondo in cui tutti gli interessi erano rappresentati in potenti organizzazioni burocratiche, essi cercavano di permanere in un contesto libero da ogni legame [12]. In un mondo in cui si pretendeva  tutto dallo stato, essi propagandavano la sua soppressione. Ma la classe operaia cui essi si rivolgevano era nella sua grande maggioranza meno interessata ad una lotta eroica contro lo Stato che non alle richieste sociali che essi stessi gli ponevano [13].

Nella seconda metà del XX secolo quindi anche la Storia dell'anarchismo di Woodcock poteva riferire nella conclusione soltanto che "ci sono ancora migliaia di anarchici sparsi minutamente in molti paesi del mondo. Ci sono ancora gruppi anarchici, riviste, scuole e comuni. Essi sono il fantasma del defunto movimento anarchico storico, un fantasma che non è in grado di risvegliare né la paura nei governi né la speranza nel popolo".

Anche sulla Germania il movimento anarchico aveva gettato solo una debole ombra. L'anarchismo tuttavia non era soltanto un movimento, ma anche una critica assoluta delle forme e dei contenuti sociali. Se il movimento anarchico nuotò contro la corrente della storia cui non seppe imprimere un nuovo corso, il suo occhio critico vide però molte cose più acutamente di quanto non fecero le forze che lottavano per la società esistente. La critica anarchica della crescente centralizzazione, della direzione burocratica e della perdita della spontaneità toccò l'autentica problematica della società moderna. Il movimento operaio tedesco, che si sentiva movimento d'opposizione contro l'ordine sociale esistente e che come tale veniva considerato, si dimostrò esso stesso compenetrato dalle tendenze di quest'ordine sociale. Certo, Marx ed Engels, nei loro lavori teorici, avevano sottoposto anche queste tendenze ad un'analisi critica; ma la socialdemocrazia tedesca si creò un marxismo che, come constatò Otto Rühle, corrispondeva più al proprio spirito che a quello dell'opera di Marx [14]. Inoltre Marx ed Engels al tempo in cui, nell'Internazionale, furono coinvolti in una lotta per il potere coi bakuniniani, rividero alcune loro concezioni teoriche e le abbandonarono. Per certuni che avevano creduto profondamente alle speranze e alle promesse contenute nel socialismo e nel movimento socialista, e si erano impegnati attivamente in loro favore, la critica antiautoritaria, in seguito alla politica di guerra del partito e del sindacato tedesco (e non soltanto tedesco) nel 1914, si rivestì d'una nuova e particolare attualità.

 

Una nuova concezione

La Rivoluzione Russa sembrò dimostrare ai socialisti tedeschi più decisi che l'apparato autoritario dello stato poteva esser sostituito da un apparato di autogestione, il sistema dei consigli, che poggiava sulla classe operaia. La nascita dei consigli degli operai e dei soldati in Germania sembrò aver messo anche qui all'ordine del giorno la realizzazione di questa possibilità [15]. Da questo angolo visuale, le istituzioni del movimento operaio tedesco che si erano opposte a tale realizzazione o perlomeno non servivano a questo scopo, avevano fatto il loro tempo. Quando il 30 dicembre 1918 si riunì il congresso di fondazione del Partito Comunista Tedesco (KPD), i delegati si sentirono i creatori di qualcosa di completamente nuovo. La maggioranza di essi voleva una rottura completa col passato. Un delegato di Berlino annunciò: "Bisogna rallegrarci del fatto che noi oggi possiamo proclamare di esserci liberati dal torpore autoritario dei nostri capi" [16]. Predominava la volontà che il nuovo partito divenisse qualcosa di totalmente diverso dalla socialdemocrazia tedesca. La maggioranza dei delegati rifiutava l'adesione ai sindacati e la partecipazione alle elezioni per il parlamento. Quale oratore di questa maggioranza, Otto Rühle indicò la necessità che la classe operaia si creasse un organo proprio, contrapposto all'assemblea nazionale [17]. Ma certamente tutti i delegati erano d'accordo nella convinzione che fosse appena cominciato un processo rivoluzionario nel corso del quale sarebbero crollate tutte le vecchie istituzioni.

In questa esaltazione originaria della sensazione di vivere l'avvento di una nuova epoca, l'ammonimento di Rosa Luxemburg, che il congresso rappresentava solo una piccola minoranza della classe operaia, passò inosservato. Riguardo all'apparato dello Stato ancora minacciato proprio dai consigli degli operai e dei soldati, Karl Liebknecht già in quel momento a dire il vero poté constatare che "il vecchio apparato burocratico era stato di nuovo ripristinato nelle sue funzioni" [18]. Sconfitto da questo apparato, il nuovo partito ritornò alle tradizionali forme del movimento operaio, e nel suo secondo congresso nell'ottobre del 1919 la maggioranza che persisteva nella sua concezione antiparlamentare e antisindacale fu espulsa dal partito. La sua concezione rimase che l'idea del sistema dei consigli dovesse esprimersi anche nelle forme organizzate del movimento operaio ed esigesse una totale separazione di quest'ultimo dallo Stato borghese e dai suoi organi. Come portavoce di questa concezione, Otto Rühle scrisse: "Il proletariato, organizzato nei luoghi di produzione, costituisce a partire dalle fabbriche una organizzazione unitaria. Dall'organizzazione di fabbrica, mediante delegati destituibili, vengono costituiti delegati locali e del Land. Questa organizzazione serve tanto alla preparazione della rivoluzione quanto all'assunzione del potere nell'economia e nello Stato" [19].

La tensione rivoluzionaria nella repubblica di Weimar continuò a sussistere fino all'estate del 1923, punto finale della grande inflazione. Ma la minoranza della classe operaia, che credeva ancora ad uno sviluppo rivoluzionario, stava sotto l'influenza di Mosca quale Mecca della rivoluzione. Il movimento anti-autoritario si disperse a poco a poco, si frantumò in numerosi gruppi, che si combattevano l'un l'altro e si assottigliavano in piccole sette [20].

Il punto di vista comune delle organizzazioni comuniste dei consigli era stato formulato dopo il 1918 da una serie d'intellettuali che provenivano dal movimento operaio, soprattutto dagli olandesi Pannekoek e Gorter. Rühle però, dopo che il movimento era fallito nella prassi concreta, intraprese l'elaborazione d'una teoria che comprendesse la visione di un movimento di massa antiautoritario e l'utopia d'un nuovo ordine sociale scaturente da esso.

Rühle partiva dalla rappresentazione marxiana del ruolo storico del proletariato, concezione che era stata messa da parte dalla socialdemocrazie e che contrastava con la teoria e la prassi dei bolscevichi. Rühle poteva raffigurarsi il sorgere d'una società socialista solo come il risultato dell'azione collettiva e autocosciente del proletariato. Questa autocoscienza di dui aveva bisogno per la sua autoliberazionje, il proletariato doveva però prima conquistarsela. Marx ed Engels avevano espresso questo pensiero nelle Tesi su Feuerbach: "La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti d'un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente, e che l'educatore stesso dev'essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società..." [21].

Ma era proprio questa scissione a costituire il principio fondamentale della teoria dell'organizzazione e della prassi leninista; Rühle volle contrapporle un'alternativa.

Se il proletariato in quanto classe aveva il compito storico di rovesciare la realtà, la sua azione doveva partire da dove esso esisteva realmente in quanto classe, dalla fabbrica. Qui il proletariato era organizzato dalla forza delle cose stesse e non aveva bisogno d'un apparato burocratico. I dirigenti potevano uscire solo dalle sue proprie file e non sarebbero diventati con questo dirigenti di professione.

Se si trattava di creare una società socialista in cui  

 



 

 

 

 

 




Henry Jacoby



[A cura di Ario Libert]

LINK all'opera integrale "Il coraggio dell'utopia" edizione italiana del 1972:


LINK allo scritto in lingua francese:

LINK all'opera originale in lingua italiana:

NOTE
 
[1] Will-Eric, Peukert, Die grosse Wende, Hamburg 1948, p. 252.
[2] Hans Conrad Peyer, "Soziale Unruhen im Spatmittelalter", Neue Zürcher Zeitung, 22 gennaio 1967.
[3] E. J. Hobsbawm, Primitiva Rebels, Manchester 1959 (trad. it.: I ribelli, Torino 1966).
[4] George Woodcock, Anarchism. A History of libertarian Idea and Movements, Cleveland-New York 1962 (trad. it.: L'Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano 1969). Lo stesso si può dire anche in riferimento alla IWW (Lavoratori dell'industria del mondo), questa organizzazione autinoma e dotata di propria volontà, che comprendeva un ceto operaio non ancora inquadrato nella società industriale americana.
[5] Nicolas Berdiaev, The Russian Idea, New York, 1948, pp. 142 sgg.
[6] Th. G. Masaryk, Zur russischen Geschichts und Religionsphilosophie, Vol. II, Jena 1913, p.34.
[7] Georeg Woodcock, op. cit., p. 469.
[8] Michail Bakunin, Confession, Annotations de Max Nettlau (Confessione, La Fiaccola, Ragusa, 1977), Parigi 1932, pp. 169 sg, 210 e appendice.
[9] Ibidem, p. 200.
[10] Ibidem, Appendice. 
[11] Con spirito di veggente Bakunin scrisse nel 1868 al suo seguace Chatssin: "...la combinazione più infelice che si potrebbe avere sarebbe che il socialismo si collegasse con l'assolutismo; le aspirazioni del popolo alla liberazione economica e al benessere materiale con la dittatura e la concentrazione di tutti i poteri politici e sociali nello stato. Ciò che è vivo e umano non può crescere al di fuori della libertà, e un socialismo che la scacciasse dal suo centro o non l'accogliesse come base e come unico prioncipio creativo, ci condurrebbe dritti alla schiavitù e alla bestialità...".
 [12] Gli anarchici non cercavano affatto nella realtà dei punti d'aggancio per le loro mete, bensì ritenevano che la realtà dovesse un giorno adeguarsi alle loro belle idee, e se no, così si espressero con Max Nettlau, "tanto peggio per la povera umanità, se si sa figurare con tanta lentezza la possibilità di felicità e libertà".
[13] Gli anarchici fecero sentire ben presto le loro lamentele sull'"aristocrazia operaia" e l'"integrazione della classe operaia". Già nel 1873 Bakunin scriveva che l'Italia possedeva un potenziale rivoluzionario, poiché "là non ci sono- come in molti altri paesi europei - strati operai particolari, che siano già in parte privilegiati grazie ad alti salari, che facciano un qualche conto della loro formazione letteraria e che siano fino a tal punto compenetrati delle idee, delle aspirazioni e delle vanità borghesi, che gli operai che ne fanno parte si distinguono dai borghesi solo per le loro condizioni d'esistenza, ma non per le loro tendenze" (Étatisme et Anarchie, Archives Bakouinine, Leiden 1967, p. 206).
[14] Anche Karl Korsch aveva constatato che "... decisiva per l'orientamento del pensiero di milioni di proletari in tutti o paesi europei (fu) essenzialmente... la più tarda forma ideologica di essa (cioè della dottrina di Marx), riaccomodata da Kautsky e da altri" (Archiv für die Geschichte des Sozialismus der Arbeiterbewegung, XIV, 2, 1929, p. 278).
[15]
[16]
[17]
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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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30 aprile 2014 3 30 /04 /aprile /2014 05:00

La lotta contro il fascismo comincia con la lotta contro il bolscevismo

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Otto Rühle

 

I

 

Dobbiamo porre la Russia al primo rango tra gli Stati totalitari. E' stata la prima ad adottare il nuovo principio di Stato. E' essa ad aver spinto più a fondo la sua applicazione. E' stata la prima a stabilire una dittatura costituzionale, con il sistema del terrore politico ed amministrativo che l'accompagna. Adottando tutti le caratteristiche dello Stato totalitario, diventò per ciò stesso il modello per tutti i paesi costretti a rinunciare al sistema democratico per volgersi verso la dittatura. La Russia è servita da esempio per il fascismo.

Non si tratta affatto di un incidente, né di un brutto scherzo della storia. La similitudine dei sistemi lungi dall'essere apparente, è reale. Ogni cosa dimostra che abbiamo a che fare con delle espressioni e delle conseguenze di identici principi applicati a differenti livelli di sviluppo storico e politico. Che ciò piaccia o meno ai partiti "comunisti", rimane il fatto che lo Stato così come il modo di governare in Russia non differiscono in nulla da quelli dell'Italia e della Germania.

Essi sono essenzialmente simili. Si può parlare di uno "Stato sovietico" rosso, nero o bruno, così come di un fascismo rosso, nero o bruno. Anche se esistono tra questi paesi, alcune differenze ideologiche, l'ideologia non svolge mai un ruolo determinante. Per di più le ideologie sono mutevoli e questi cambiamenti non rivestono forzatamente il carattere e le funzioni dell'apparato di Stato. Inoltre, la conservazione della proprietà privata in Germania e in Italia non è che una modificazione secondaria. L'abolizione della proprietà privata soltanto non garantisce il socialismo. La proprietà privata può essere abolita anche nel quadro del capitalismo. Ciò che nei fatti determina una società socialista è, oltre all'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, la gestione da parte dei lavoratori dei prodotti del loro lavoro e la fine del sistema salariale.

Sia in Russia, quanto in Italia o in Germania, queste due condizioni non sono esistenti. Benché, secondo alcuni, la Russia sia più vicina al socialismo degli altri paesi, non ne consegue che il suo "stato sovietico" abbia aiutato il proletariato internazionale ad avvicinarsi ai suoi obiettivi di classe. Al contrario, poiché la Russia si fa chiamare uno stato socialista, inganna i lavoratori del mondo intero.

Il lavoratore cosciente sa cos'è il fascismo, e lo combatte; ma per quel che riguarda la Russia, è troppo spesso incline ad accettare il mito della sua natura socialistica. Questa illusione ritarda la rottura completa e definitiva, perché ostacola la lotta principale contro le cause, le condizioni e le circostanze che - in Russia, così come in Germania ed Italia, hanno portato allo stesso sistema di Stato e di governo. Così il mito russo si trasforma in arma ideologica della controrivoluzione.

Nessuno può servire due padroni. Uno Stato totalitario nemmeno. Se il fascismo serve gli interessi del capitalismo e dell'imperialismo, non può soddisfare i bisogni dei lavoratori. Se, malgrado ciò, due classi apparentemente opposte sostengono lo stesso sistema statale, è evidente che qualcosa non va e che una delle due si sbaglia. Nessuno può pretendere, riducendo il problema a una semplice questione di forma, che esso non sia di nessuna importanza e che, benché le forme politiche siano identiche, i loro contenuti possano variare considerevolmente.

Tutto ciò equivarrebbe ad una auto-mistificazione. Per un marxista, le cose non sono così, la forma e il contenuto sono indissociabili. Dunque, se lo Stato sovietico serve da modello al fascismo, deve avere con esso delle caratteristiche strutturali e funzionali comuni. Per determinare quali esse siano dobbiamo tornare all'analisi del "sistema sovietico", così come fu instaurato dal leninismo, che è l'applicazione dei principi bolscevichi alle condizioni russe.

E se si può stabilire un'identità tra il bolscevismo e il fascismo, allora il proletariato non può al contempo combattere il fascismo e sostenere "sistema sovietico" russo. Al contrario, la lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo.

 

II

 

Sin dall'inizio Lenin concepì il bolscevismo come un fenomeno puramente Russo. Nel corso dei suoi numerosi anni di attività politica, non tentò mai di erigere il sistema bolscevico al livello delle forme di lotta utilizzati negli altri paesi. Era un socialdemocratico, secondo cui Bebel e Kautsky restavano i leader geniali della classe lavoratrice, ed ignorava l'ala sinistra del movimento socialista tedesco che si opponeva proprio ai suoi eroi e contro tutti gli opportunisti. Ignorando questa sinistra, rimase dunque isolato, circondato da un piccolo gruppo di emigrati russi, e rimarrà sotto l'influenza di kautsky, persino quando la "sinistra" tedesca, diretta da Rosa Luxemburg, era già impegnata apertamente nella lotta contro il kautskysmo.

La Russia era la sola preoccupazione di Lenin. Il suo obiettivo era di porre fine al sistema feudale zarista e di conquistare il massimo di influenza politica per il suo partito socialdemocratico nel quadro della società borghese. Tuttavia, la forza della Rivoluzione del 1917 condusse Lenin ben oltre i suoi presunti obiettivi e il partito bolscevico assunse il potere su tutta la Russia. Tuttavia, questo partito sapeva che non poteva rimanere al potere e far progredire il processo di socializzazione se non alla condizione di poter scatenare la rivoluzione proletaria mondiale. Ma la sua attività in questo campo ebbe dei risultati piuttosto infelici. Contribuendo a far tornare i lavoratori tedeschi nei partiti, nei sindacati, nel parlamento, e a distruggere il movimento dei consigli tedesco, i bolscevichi diedero man forte allo schiacciamento della nascente rivoluzione europea.

Il partito bolscevico, formato da rivoluzionari professionisti e da ampie masse arretrate, rimase isolato. Non poteva sviluppare un vero sistema sovietico durante gli anni della guerra civile, degli interventi stranieri, di declino economico, di sconfitta nei tentativi di socializzazione, e di creazione di un'armata rossa improvvisata.

Benché i soviet, sviluppati dai menscevichi, siano estranei allo schema bolscevico, è tuttavia grazie ad essi che i bolscevichi giunsero al potere. Una volta assicurata la stabilità del potere e avviato il processo di ricostruzione economica, il partito bolscevico non sapeva più come coordinare il sistema dei soviet, che non era roba sua, con le sue attività e decisioni. Tuttavia, realizzare il socialismo era anche il desiderio dei bolscevichi, e per la realizzazione di questo obiettivo era necessario l'intervento del proletariato mondiale.

Per Lenin, era essenziale guadagnare i proletari del mondo ai metodi bolscevichi. Era dunque molto fastidioso costatare che gli operai degli altri paesi, malgrado il grande trionfo ottenuto dal bolscevismo, mostrassero poca inclinazione per la sua teoria e pratica bolscevica, ma erano piuttosto attratti dal movimento dei consigli, che apparvero allora in molti paesi, e soprattutto in Germania.

Questo movimento dei consigli non poteva più essere di alcuna utilità a Lenin in Russia. Negli altri paesi europei, esso mostrava una tendenza accentuata ad opporsi ai sollevamenti di tipo bolscevico. Malgrado l'enorme propaganda intrapresa da Mosca in tutti i paesi, l'agitazione condotta da quel che è stata chiamata "ultrasinistra", per una rivoluzione fondata sul movimento dei consigli svegliò, così come lo stesso Lenin ha evidenziato, un'eco ben più ampia di quanto non facessero tutti i propagandisti inviati dal partito bolscevico. Il partito comunista tedesco, seguendo l'esempio del bolscevismo, rimaneva un piccolo gruppo isterico e chiasso, formato soprattutto da elementi proletarizzati della borghesia, mentre il movimento dei consigli attirava a sé gli elementi più determinati della classe operaia. Per far fronte a questa situazione, si doveva rafforzare la propaganda bolscevica, si doveva attaccare l'"ultrasinistra" e rovesciare la sua influenza a favore del bolscevismo.

Poiché il sistema dei soviet aveva fallito in Russia, come poteva sperare la "concorrenza" radicale di provare al mondo che là dove il bolscevismo stesso aveva fallito in Russia, si poteva farcela altrove facendo facendo a meno di esso? Per difendersi, Lenin scrisse il suo libello "L' Estremismo, Malattia Infantile del Comunismo", dettato dalla paura di perdere il potere e dall'indignazione di fronte al successo degli eretici.

Il libello apparve dapprima con il sottotitolo "Saggio di esposizione popolare della strategia e della tattica marxiste", ma successivamente questa frase ambiziosa e stupida fu soppressa. Era davvero troppo. 

Questa bolla papale aggressiva, rozza e odiosa era un vero colpo di fortuna  per ogni controrivoluzionario. Di tutte le dichiarazioni programmatiche del bolscevismo,era quella che meglio rivelava il suo reale carattere. Era il bolscevismo messo a nudo. Quando nel 1935 Hitler in Germania soppresse tutta la letteratura socialista e comunista, la pubblicazione e la diffusione del libello di Lenin rimasero autorizzate.

Per quanto concerne il contenuto del libello, non ci occupiamo di ciò che esso sostiene in relazione alla Rivoluzione russa, alla storia del bolscevismo, alla polemica tra il bolscevismo e le altre correnti del movimento operaio, o alle circostanze che hanno permesso la vittoria bolscevica. Il nostro unico scopo sarà di analizzare i principali argomenti che, all'epoca della controversia tra Lenin e l' "ultrasinistra" illustravano le differenze decisive tra i due avversari.

 

III

 

Il partito bolscevico, originariamente sezione socialdemocratica russa della II Internazionale, non si costituì in Russia, ma nell'emigrazione. Dopo la scissione di Londra nel 1903, l'ala bolscevica della socialdemocrazia russa si ridusse ad una piccola setta personale. Le "masse" che lo appoggiavano non esistevano che nel cervello dei suo capi. Tuttavia, questa piccola avanguardia era un'organizzazione strettamente disciplinata, sempre pronta per le lotte militanti e sottoposta continuamente a delle purghe per mantenere la sua integrità. Il partito era considerato come l'accademia militare dei rivoluzionari professionisti.

I suoi principi pedagogici salienti erano l'autorità indiscutibile del capo, un rigido centralismo, una disciplina di ferro, il conformismo, il militarismo e il sacrificio della personalità agli interessi del partito. Ciò che Lenin sviluppò in realtà, era un'élite di intellettuali, un nucleo che, gettato nella rivoluzione, si impadronisse della direzione e si impadronisse del potere. E' inutile tentare di determinare logicamente e astrattamente se una tale preparazione alla rivoluzione sia giusta o sbagliata. Il problema deve risolversi dialetticamente. Si devono innanzitutto sollevare altre domande: quale genere di rivoluzione era in gestazione? Quale ne era lo scopo?

Il partito di Lenin lavorava, nel quadro della tardiva rivoluzione borghese in Russia, al rovesciamento del regime feudale zarista. In questo genere di rivoluzione, più la volontà del partito dirigente è centralizzata e orientata verso uno solo scopo, più il processo di formazione dello stato borghese a delle possibilità di successo, più la posizione del proletariato nel quadro del nuovo Stato sarà promettente. Tuttavia, ciò che possiamo considerare come una felice soluzione dei problemi rivoluzionari in una rivoluzione borghese, non può passare al contempo per la soluzione dei problemi della rivoluzione proletaria. La differenza strutturale fondamentale tra la società borghese e la nuova società socialista esclude una tale ambivalenza.

Secondo il metodo rivoluzionario di Lenin, i capi sono il cervello delle masse. Possedendo l'educazione rivoluzionaria appropriata, essi sono in grado di valutare le situazioni e dirigere le forze combattenti. Sono dei rivoluzionari professionisti, i generali del grande esercito civile. Questa distinzione tra il cervello e il corpo, gli intellettuali e le masse, gli ufficiali e i soldati semplici corrisponde alla dualità della società di classe, all'ordine sociale borghese. Una classe è educata a comandare; l'altra a ubbidire. E' da questa vecchia formula di classe che sorse la concezione leninista del partito. La sua organizzazione non è che una semplice replica della realtà borghese. La sua rivoluzione è oggettivamente determinata dalle stesse forze che creano l'ordine sociale borghese, fatta astrazione dagli scopi soggettivi che accompagnano questo processo.

Chiunque cerchi di fondare un regime borghese, troverà nel principio della separazione tra il capo e le masse, tra l'avanguardia e la classe lavoratrice, la preparazione strategica a una tale rivoluzione. Più la direzione è intelligente, istruita, e superiore, più le masse sono disciplinate e obbedienti, più una tale rivoluzione ha delle opportunità di riuscire. Cercando di portare a termine la rivoluzione borghese in Russia, il partito di Lenin era dunque il più adatto al suo obiettivo.

Quando, tuttavia, la rivoluzione russa cambiò di natura, quando le sue caratteristiche proletarie divennero evidenti, i metodi tattici e strategici di Lenin persero il loro valore. Se egli vinse in fin dei conti, non fu per via della sua avanguardia, ma per via del movimento dei soviet, che egli non aveva affatto incluso nei suoi piani rivoluzionari. E quando Lenin, una volta che la rivoluzione fu assicurata dai soviet, decise di farne a meno ancora una volta, con essi ogni carattere proletario scomparve dalla rivoluzione russa. Il carattere borghese della rivoluzione occupò di nuovo la scena, trovando il suo esito naturale nello stalinismo.

Malgrado la sua preoccupazione per la dialettica marxista, Lenin era incapace di concepire dialetticamente l'evoluzione storica dei processi sociali. Il suo pensiero rimaneva meccanicistico, seguendo degli schemi rigidi. Per lui, non esisteva che un solo partito rivoluzionario - il suo; una sola rivoluzione - quella russa; un solo metodo - il bolscevismo. E ciò che era riuscito in Russia doveva riuscire anche in Germania, Francia, America, Cina e Australia. 

Ciò che era giusto per la rivoluzione borghese russa, lo era anche per la rivoluzione proletaria mondiale. L'applicazione monotona di una formula scoperta una volta per tutte che si evolve in un circolo egocentrico in cui non vengono prese in considerazione né l'epoca né le circostanze, né i livelli di sviluppo, né le realtà culturali, né le idee né gli uomini. Con Lenin, si aveva l'avvento del macchinismo in politica: egli era il "tecnico", l'"inventore" della rivoluzione, il rappresentante dell'onnipotente volontà del capo.

Tutte le caratteristiche fondamentali del fascismo esistevano nella sua dottrina, nella sua strategia, nella sua "pianificazione sociale" e nella sua arte di manipolare gli uomini. Non poteva afferrare il profondo significato rivoluzionario del rifiuto da parte della sinistra della tradizionale politica del partito. Non poteva comprendere la vera importanza del movimento dei soviet per l'orientamento socialista della società.

Ignorava le condizioni richieste per la liberazione dei lavoratori. Autorità, direzione, forza esercitate da una parte, organizzazione, inquadramento, subordinazione dall'altra, - questo era il suo modo di ragionare. Disciplina e dittatura sono le parole che ricorrono più frequentemente nei suoi scritti. Si capisce dunque facilmente perché non poteva né accettare né apprezzare le idee e le azioni dell'"ultrasinistra", che rifiutava la sua strategia e richiedeva ciò che, in tutta evidenza, era indispensabile alla lotta rivoluzionaria per il socialismo,  cioè che i lavoratori prendessero una volta per tutte il loro destino nelle proprie mani.

 

IV

 

Il prendere nelle proprie mani da parte dei lavoratori della loro liberazione - problema centrale del socialismo - questo era l'oggetto fondamentale di tutte le polemiche tra l'ultrasinistra e i bolscevichi. Il disaccordo sulla questione del partito trovava il suo parallelo nel disaccordo sui sindacati. l'ultrasinistra riteneva che non vi era più posto per i rivoluzionari all'interno dei sindacati; che era al contrario necessario per essi costruire i propri quadri organizzativi all'interno delle fabbriche, dei luoghi di lavoro comuni. Tuttavia, grazie alla loro autorità usurpata, i bolscevichi erano riusciti sin dalle prime settimane della rivoluzione tedesca a convincere i lavoratori a ritornare nei sindacati capitalisti reazionari. Per combattere le ultrasinistre, per denunciarle come controrivoluzionarie, Lenin utilizzò ancora una volta nel suo libello le sue formule meccanicistiche.

La sua argomentazione contro la posizione della sinistra non si riferisce ai sindacati tedeschi, ma alle esperienze sindacali dei bolscevichi in Russia. E' generalmente ammesso che ai loro inizi i sindacati svolsero un ruolo importante nella lotta di classe proletaria. I sindacati in Russia erano recentissimi ed essi giustificavano l'entusiasmo di Lenin. Tuttavia, la situazione era differente negli altri paesi. Da utili e Utili e progressisti che essi erano ai loro inizi, i sindacati si erano trasformati nei vecchi paesi capitalistici in ostacoli per la liberazione dei lavoratori. Essi erano diventati degli strumenti della controrivoluzione, e la sinistra tedesca aveva tratto le conclusioni di questa evoluzione.

Lenin stesso si vide obbligato di constatare che con il tempo si era costituito uno strato di "aristocrazia operaia esclusivamente corporativa, arrogante, sostegno dell'imperialismo, piccolo borghese, corrotta e degenerata". E' questa gilda di corruzione, questa direzione di criminali che è oggi alla testa del movimento sindacale nel mondo e vive sulle spalle dei lavoratori. Era a questo movimento sindacale che si riferiva l'ultrasinistra quando essa chiedeva ai lavoratori di abbandonarlo.

Lenin, tuttavia, avanzava demagogicamente l'esempio del giovane movimento sindacale russo che, non aveva condivideva le caratteristiche dei vecchi sindacati degli altri paesi. A partire da un'esperienza specifica, corrispondente a un dato periodo e a delle particolari circostanza, stimava possibile trarre delle conclusioni applicabili su scala mondiale. Secondo la sua argomentazione, il rivoluzionario, deve sempre essere là dove si trovano le masse. Ma dove sono esse realmente? Negli uffici del sindacato? Alle riunioni degli aderenti? Agli incontri segreti tra dirigenti sindacali e rappresentanti del Capitale?

No, le masse sono nelle fabbriche, nei loro posti di lavoro; ed è là che è necessario rendere efficace la loro cooperazione e rafforzare la loro solidarietà. L'organizzazione di fabbrica, il sistema consiliare, è l'organizzazione autentica della rivoluzione, che deve sostituire tutti i partiti e tutti sindacati.

Nelle organizzazioni di fabbrica non c'è posto per i professionisti della direzione, non vi è nemmeno separazione tra capi e subordinati, di distinzione tra intellettuali e semplici militanti. E' un quadro che scoraggia le manifestazioni di egoismo, lo spirito di rivalità, e il filisteismo. Qui i lavoratori devono prendere nelle proprie mani il loro destino.

Ma per Lenin le cose stavano diversamente. Voleva preservare i sindacati; trasformarli dall'interno; sostituire i membri permanenti socialdemocratici con dei membri permanenti bolscevichi; sostituire una burocrazia buona a una cattiva. Quella cattiva si manifesta nella socialdemocrazia, quella buona nel bolscevismo.

Nel frattempo vent'anni di esperienza hanno dimostrato l'inanità di una tale concezione. Seguendo i consigli di Lenin, i comunisti hanno tentato in tutti i modi possibili di riformare i sindacati. Il risultato è stato nullo. Nulla anche il loro tentativo di costituire propri sindacati. La concorrenza sindacale tra socialdemocratici e bolscevichi era una concorrenza nella corruzione. In questo stesso processo, le energie rivoluzionarie dei lavoratori si sono esaurite. Invece di concentrare le loro forze per lottare contro il fascismo, i lavoratori hanno pagato le spese di un'esperienza assurda e inutile a vantaggio delle diverse burocrazie.

Le masse hanno perso fiducia in se stesse e nelle "loro" organizzazioni. Si sono sentite ingannate. I metodi propri del fascismo: dettare ogni passo ai lavoratori, impedire il risveglio dell'iniziativa, sabotare ogni embrione di coscienza di classe, demoralizzare le masse con delle sconfitte ripetute, e renderle impotenti, tutti questi metodi erano stati già provati nel corso di vent'anni di lavoro svolti nei sindacati secondo i principi bolscevichi. La vittoria del fascismo fu tanto più facile in quanto i dirigenti operai nei sindacati e nei partiti avevano già modellato per esso il materiale umano adatto ad essere fuso nello stampo.

 

V

 

Anche sulla questione del parlamentarismo, Lenin appariva come il difensore di un'illusione politica superata, diventata un ostacolo per all'evoluzione politica e un pericolo per l'emancipazione proletaria. Le ultrasinistre combattevano il parlamentarismo in tutte le sue forme. Rifiutavano di partecipare alle elezioni e non rispettavano le decisioni parlamentari. Lenin, tuttavia, dedicava molte energie alle attività parlamentari e vi accordava una grande importanza. L'ultrasinistra dichiarava il parlamentarismo storicamente superato, anche come semplice tribuna d'agitazione, e non ci vedeva che una perpetua fonte di corruzione sia per i parlamentari sia per i lavoratori.

Il parlamentarismo addormentava la coscienza rivoluzionaria e la determinazione delle masse, mantenendo l'illusione di riforme legali. Nei momenti critici, il parlamento si trasformava in arma della controrivoluzione. Si doveva combattere la tradizione parlamentare, nella misura in cui essa svolgeva ancora un ruolo nella presa di coscienza proletaria.

Per provare il contrario, Lenin operò un'astuta distinzione tra istituzioni storicamente superate e istituzioni politicamente superate. Certamente, egli argomentava, il parlamentarismo è storicamente superato, ma non lo era politicamente, ed era un fatto con il quale si doveva fare i conti. Si doveva partecipare al parlamento perché svolgeva ancora un ruolo politico.

Che argomento! Il capitalismo stesso non è storicamente superato. Secondo la logica di Lenin, non è dunque possibile combatterlo in modo rivoluzionario. Converrebbe piuttosto trovare un compromesso. L'opportunismo, il mercanteggiamento, l'intrigo politico, questi sarebbero le conseguenze della tattica di Lenin.

La monarchia stessa svolge anch'essa un ruolo politico. Secondo Lenin, i lavoratori non avrebbero il diritto di sopprimerla ma dovrebbero elaborare a una soluzione di compromesso.

La stessa cosa varrebbe per la Chiesa, alla quale per di più appartengono ampi strati del popolo. Un rivoluzionario, insisteva Lenin, deve essere là dove sono le masse. La coerenza lo obbligava dunque a dire: "Entrate nella Chiesa, è il vostro dovere rivoluzionario!". E infine, c'è il fascismo. Giorno verrà, in cui il fascismo stesso, sarà un anacronismo storico ma non politico. Cosa fare allora? Accettare l'evidenza e realizzare un compromesso con  il fascismo. 

Seguendo il ragionamento di Lenin, un patto tra Stalin ed Hitler, proverrebbe soltanto che Stalin è in realtà il miglior discepolo di Lenin. E non sarebbe affatto sorprendente che in un futuro prossimo, gli agenti bolscevichi glorifichino il patto tra Mosca e Berlino come la sola vera tattica rivoluzionaria. La posizione di Lenin sulla questione del parlamentarismo non è che un'ulteriore prova della sua incapacità di comprendere le necessità e le caratteristiche fondamentali della rivoluzione proletaria.

La sua rivoluzione è interamente borghese; è una lotta per conquistare la maggioranza, per assicurarsi le posizioni governative e mettere le mani sull'apparato legislativo. Egli riteneva realmente importante guadagnare quanti più voti possibili durante le campagne elettorali, avere una potente frazione bolscevica nei parlamenti, contribuire a determinare la forma e il contenuto della legislazione, di partecipare alla direzione politica. Non si accorgeva affatto che il parlamentarismo dei nostri giorni non è che un semplice inganno, un illusione, e che il reale potere della società borghese si trova in sfere del tutto diverse; che, malgrado tutte le sconfitte parlamentari possibili, la borghesia deterrebbe ancora dei mezzi sufficienti per imporre la sua volontà e i suoi interessi nei settori non parlamentari.

Lenin non vedeva gli effetti demoralizzanti del parlamentarismo sulle masse, non notava l'effetto debilitante della corruzione parlamentare sulla morale pubblica. I politici parlamentari corrotti temevano per i loro redditi. Vi fu un periodo nella Germania prefascista, in cui i reazionari potevano far passare al parlamento non importa quale legge minacciando semplicemente di provocare la sua dissoluzione.

Cosa poteva esservi di più terribile per i parlamentari di tale minaccia che implicava la fine delle loro facili entrate.! Per evitare una tale eventualità essi erano pronti a tutto. E le cose vanno diversamente oggi in Germania, in Russia, in Italia? I burattini parlamentari non hanno alcuna opinione, nessuna volontà, non sono altro che i servi dei loro padroni fascisti.

Non vi è alcun dubbio che il parlamentarismo è del tutto degenerato e corrotto. Ma perché il proletariato non ha posto termine al deterioramento di uno strumento politico che aveva un tempo utilizzato ai suoi scopi. Sopprimere il parlamentarismo attraverso un atto di eroismo rivoluzionario sarebbe stato molto più utile e istruttivo per la presa di coscienza proletaria di quanto non sia la miserabile commedia alla quale è approdato il parlamentarismo nella società fascista.

Ma un tale atteggiamento era del tutto estraneo a Lenin, come lo è oggi a Stalin. Lenin non era interessato a liberare i lavoratori dalla loro schiavitù mentale e fisica; non era preoccupato dalla falsa coscienza delle né dalla loro auto-alienazione in quanto esseri umani. Il problema, per lui, si riconduceva a un problema di potere. Come un borghese, ragionava in termini di guadagni e perdite, del più e del meno, di credito e di debito; e tutte le sue valutazioni di uomo d'affari non riguardavano che dei fenomeni esterni, numeri di membri, numero di voti, seggi in parlamento, posti di direzione.

Il suo materialismo è un materialismo borghese, che ragiona di dei meccanismi, e non su esseri umani. Lenin non è capace di pensare realmente in termini socio-storici. Per lui il parlamento è il parlamento; un concetto astratto nel vuoto che riveste lo stesso significato in tutti i paesi, in tutte le epoche.

Certo, riconosce che il parlamentarismo attraversa diverse fasi evolutive, e lo segnale nella sua argomentazione, ma non applica questa constatazione né nella sua teoria né nella sua pratica. Nelle sue polemiche a favore del parlamento, brandisce l'esempio dei primi parlamenti del periodo ascendente del capitalismo, per non restare a corto di argomenti. E se attacca i parlamenti degenerati, è dal punto di vista dei parlamenti di recente creazione, tuttavia superati da lungo tempo. In breve, decide che la politica è l'arte del possibile, quando per i lavoratori la politica è l'arte della rivoluzione.

 

VI

 

Rimane da analizzare la posizione di Lenin sulla questione dei compromessi. Durante la guerra mondiale la socialdemocrazia tedesca si vendette alla borghesia. Tuttavia, malgrado essa, ereditò dalla rivoluzione tedesca. Ciò fu possibile in ampia misura grazie alla Russia, che ebbe la sua parte di responsabilità nell'eliminazione del movimento tedesco dei consigli. Il potere che era caduto nelle mani della socialdemocrazia fu del tutto sprecato in pura perdita.

La socialdemocrazia si accontentò di riallacciarsi alla sua vecchia politica di collaborazione di classe, soddisfatta di condividere il potere con la borghesia spalle sulle dei lavoratori durante il periodo di ricostruzione del capitalismo. I lavoratori radicali tedeschi opposero a questo tradimento lo slogan: "Nessun compromesso con la controrivoluzione".

Si trattava di un caso concreto, di una situazione specifica, che richiedeva una decisione netta. Lenin, incapace di riconoscere la vera posta in gioco, fece di questa questione concreta un problema astratto. Con l'atteggiamento di un generale e l'infallibilità di un cardinale, tentò di convincere le ultrasinistre che i compromessi con gli avversari politici sono, in ogni circostanza, un dovere rivoluzionario. Leggendo oggi i passaggi sul libello di Lenin che trattano dei compromessi, non ci si può impedire di avvicinare le osservazioni fatte da Lenin nel 1920 e l'attuale politica di compromessi condotta da Stalin. Non vi è uno solo dei difetto mortali della teoria bolscevica che non sia diventato una sotto Stalin.

Secondo Lenin, le ultrasinistre avrebbero dovuto essere pronte a firmare il Trattato di Versailles. Tuttavia, il partito comunista, sempre in accordo con Lenin, conclude un compromesso con gli hitleriani e protestò contro questo stesso trattato. Il "nazionalbolscevismo" propugnato in Germania nel 1919 dall'oppositore di sinistra Lauffenberg, fu criticato da Lenin come "un'assurdità manifesta". Ma Radek ed il partito comunista - seguendo sempre i principi di Lenin - conclusero un compromesso con il nazionalismo tedesco, protestarono contro l'occupazione del bacino della Rühr e celebrarono l'eroe nazionale Schlageter.

La Società delle Nazioni era, per riprendere i termini di Lenin, "una banda di ladri e banditi capitalisti", che i lavoratori dovevano combattere fino allo stremo delle forzeEppure, Stalin, seguendo la tattica di Lenin, elaborò un compromesso con questi stessi banditi e l' U.R.S.S. entrò nel 1934 nella Lega delle Nazioni. Il concetto di "popoli" è per Lenin una concessione criminale fatta all'ideologia contro-rivoluzionaria della piccola borghesia.

Questo non impedì ai leninisti Stalin e Dimitrov di realizzare di realizzare un compromesso con la piccola borghesia per l'assurdo movimento dei "Fronti popolari". Agli occhi di Lenin, l'imperialismo era il più grande nemico del proletariato mondiale, e contro di esso si dovevano mobilitare tutte le forze. Ma Stalin, da perfetto leninista, ancora una volta, è molto occupato a raffazzonare un'alleanza con l'imperialismo hitleriano.

È necessario offrire altri esempi? L'esperienza storica ci insegna che tutti i compromessi conclusi tra la rivoluzione e la controrivoluzione non possono favorire servire che quest'ultima. Ogni politica di compromesso è una politica di bancarotta per il movimento rivoluzionario. Ciò che era iniziato come un semplice compromesso con la socialdemocrazia tedesca, è approdato a Hitler. Ciò che Lenin giustificava come un compromesso necessario è approdato a Stalin. Diagnosticando come "malattia infantile del comunismo", il rifiuto rivoluzionario del compromesso Lenin soffriva endo della malattia senile dell'opportunismo, di pseudocomunismo.

 

VII

 

Analizzata dal punto di vista, la descrizione del bolscevismo delineata nel libello di Lenin, presente le seguenti principali caratteristiche:

 1. Il bolscevismo è una dottrina nazionalista. Concepita in origine essenzialmente per risolvere un problema nazionale, si vide elevata al rango di una teoria e di una pratica di portata, internazionale, e di una dottrina generale. Il suo carattere nazionalista è messo in evidenza anche dal suo sostegno alle lotte per l'indipendenza nazionale condotte dai popoli oppressi.

 2. Il bolscevismo è un sistema autoritario. Il vertice della piramide sociale è il centro di decisione determinante. L'autorità è incarnata nella persona onnipotente. Nel mito del leader, l'ideale borghese della personalità trova la sua più perfetta espressione.

3. Organizzativamente, il bolscevismo è altamente centralizzato. Il comitato centrale detiene la responsabilità di ogni iniziativa, istruzione o ordine. I dirigenti dell'organizzazione svolgono il ruolo della borghesia; l'unico ruolo dei lavoratori è di obbedire agli ordini.

4. Il bolscevismo è una concezione attivistica del potere militante. Interessato esclusivamente dalla conquista del potere politico, esso non si differenzia dalle forme di dominio borghese tradizionale. All'interno stesso dell'organizzazione, i membri non usufruiscono dell'autodeterminazione. L'esercito serve al Partito come modello organizzativo.

5. Il bolscevismo è una dittatura. Utilizzando la forza bruta e metodi terroristici, orienta tutte le sue funzioni verso l'eliminazione delle istituzioni e delle correnti non bolsceviche. La sua "dittatura del proletariato" è la dittatura di una burocrazia o di una sola persona.

6. Il bolscevismo è un metodo meccanicistico. l'ordine sociale che sostiene è fondato sulla coordinazione automatica, la conformità ottenuta attraverso la tecnica e il totalitarismo più efficiente. L'economia "pianificata" centralmente riduce scientemente le questioni socio-economiche a problemi tecnico-organizzativi.

7. La struttura sociale del bolscevismo è di natura borghese. Non abolisce affatto il sistema salariale e rifiuta l'appropriazione da parte del proletariato del prodotto del suo lavoro. Così facendo, esso resta fondamentalmente nel quadro delle relazioni di classe borghese, e perpetua il capitalismo.

8. Il bolscevismo non è un elemento rivoluzionario che nel quadro della rivoluzione borghese. Incapace di realizzare il sistema dei soviet, è per ciò stesso incapace di trasformare radicalmente la struttura della società borghese e della sua economia. Non instaura il socialismo, ma il capitalismo di stato.

9. Il bolscevismo non è una tappa di transizione che approderebbe alla società socialista. Nel sistema dei soviet, senza la rivoluzione totale e radicale degli uomini e delle cose, non può esaudire l'esigenza socialista primordiale, che è di porre fine all'alienazione umana generata dal capitalismo. Rappresenta l'ultima tappa della società borghese, e non il primo passo verso una nuova società. 

 

Questi nove punti fondano una irriiconciliabile tra il bolscevismo e il socialismo. Illustrano con tutta la chiarezza necessaria il carattere borghese del movimento bolscevico e la sua stretta relazione al fascismo.

 

Nazionalismo, autoritarismo, centralismo, dittatura del leader, politiche di potere, regno del terrore, dinamiche meccanicistiche, incapacità a socializzare - tutte questi tratti fondamentali del fascismo esistevano ed esistono nel bolscevismo. Il fascismo non è che una semplice copia del bolscevismo. Per questa ragione, la lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo.

 

Otto Rühle

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK ad una grande opera in italiano di Otto Ruhle:

Il coraggio dell'utopia (1935) 

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Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
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