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30 settembre 2014 2 30 /09 /settembre /2014 05:00

Un ottimo scritto, concepito nello spirito della più onesto marxismo libertario. Degno di essere accostato a quelli oramai più che classici di Herman Gorter, Anton, Pannekoek, Paul mattick, Karl Korsch e altri ancora.

 

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

Lenin Karpov

Jean Barrot



Kautsky"Le tre fonti del marxismo l’opera storica di Marx"
presenta un interesse storico modesto, Kautsky è stato indiscutibilmente l’ideologo della II Internazionale e l’uomo più potente all’interno del suo partito: il partito socialdemocratico tedesco. Custode dell'"ortodossia", Kautsky era considerato, quasi universalmente, come il maggiore conoscitore dell’opera di Marx ed Engels e come il loro interprete principale. Le posizioni di Kautsky sono dunque testimonianza di tutta un’epoca del movimento operaio e meritano di essere conosciute, non fosse altro che per questo motivo. Questa conferenza si incentra proprio su una questione centrale per il movimento proletario: il rapporto tra la classe operaia e teoria rivoluzionaria. La risposta che Kautsky dà a tale questione costituisce il fondamento teorico della pratica e dell’organizzazione di tutti i partiti che costituivano la II Internazionale e quindi del partito socialdemocratico russo, e della sua frazione bolscevica, membro "ortodosso" della II Internazionale fino al 1914, cioè fino al crollo di quest’ultima di fronte alla prima guerra mondiale.

Tuttavia, le tesi sviluppate da Kautsky in questo opuscolo non sono crollate contemporaneamente alla II Internazionale. Al contrario esse sono sopravvissute ed hanno costituito il fondamento della III Internazionale attraverso l’intermediazione del " leninismo" e delle sue sventurate espressioni staliniane e trotskyste.

leninIl leninismo sottoprodotto russo del kautskismo? Ecco ciò che farà sussultare coloro che non conoscono di Kautsky che gli anatemi lanciati contro di lui dal bolscevismo ed in particolare l’opuscolo di Lenin "La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky" e che non conoscono di Lenin se non ciò che è bene conoscere nelle differenti chiese, cappelle e sagrestie che frequentano.

Tuttavia il titolo stesso dell’opuscolo di Lenin definisce con estrema esattezza il suo rapporto con Kautsky. Se Lenin tratta Kautsky da rinnegato, è proprio perché ritiene che in precedenza egli fosse un adepto della vera fede, di cui si considera ora il solo valido difensore. Lungi dal criticare il "kautskismo", che egli si mostra incapace di identificare, Lenin in realtà si accontenta di rimproverare al suo antico maestro di tradire la sua stessa dottrina. Da tutti i punti di vista, la rottura di Lenin fu tardiva e allo stesso tempo superficiale. Tardiva, perché Lenin si era fatto delle grosse illusioni sulla socialdemocrazia tedesca e non aveva capito, se non in un secondo tempo, che il tradimento era stato consumato. Superficiale, perché Lenin si limita a rompere sui problemi dell’imperialismo e della guerra, senza risalire alle cause profonde del tradimento dei socialdemocratici nell’agosto 1914, legate alla natura stessa di questi partiti ed ai loro rapporti sia con la società capitalista che con il proletariato. Questi rapporti devono essere ricondotti al movimento stesso del capitale e della classe operaia e considerati come fase di sviluppo del proletariato e non come qualcosa suscettibile di modificazioni per la volontà di una minoranza, tanto meno da una dirigenza rivoluzionaria, per quanto consapevole.

Da ciò deriva l’importanza attuale delle tesi che Kautsky sviluppa in questo opuscolo in modo particolarmente coerente e che costituiscono il tessuto stesso del suo pensiero nel corso della sua vita e che Lenin riprende e sviluppa sin dal 1900 ne Gli obiettivi immediati del nostro movimento e poi in Che fare? nel 1902 dove tra l’altro cita diffusamente Kautsky, lodandolo continuamente. Nel 1913, Lenin riprenderà nuovamente queste concezioni ne Le tre fonti e le tre parti costitutive del marxismo in cui sviluppa gli stessi temi ripetendo a volte parola per parola il testo di Kautsky.

Queste tesi, fondate su una analisi storica superficiale e sommaria dei rapporti tenuti da Marx ed Engels sia con il movimento degli intellettuali della loro epoca sia con il movimento operaio, possono essere riassunte in poche parole, ed alcune citazioni basteranno a chiarirne la sostanza:

"Un movimento operaio spontaneo e sprovvisto di ogni teoria che dalle classi lavoratrici si indirizzi contro un capitalismo in fase di crescita, è incapace di compiere...l’azione rivoluzionaria"

È anche necessario realizzare ciò che Kautsky chiama l’Unione del movimento operaio e del socialismo.

Ora "La coscienza socialista di oggi (!?) non può sorgere che sulla base d’una profonda conoscenza scientifica… Ora, il portatore della scienza non è il proletariato, ma gli intellettuali borghesi,… così dunque la coscienza socialista è un elemento importato dal di fuori all’interno della lotta di classe del proletariato e non qualcosa che sorge spontaneamente da essa". Queste parole di Kautsky sono, secondo Lenin, "profondamente giuste".

Va da sé che questa unione tanto auspicata del movimento operaio e del socialismo non poteva realizzarsi allo stesso modo nelle condizioni tedesche ed in quelle russe. Ma è importante vedere che le divergenze profonde del bolscevismo sul terreno organizzativo non risultano dalle condizioni differenti, ma unicamente dall’applicazione degli stessi principi in situazioni politiche, economiche e sociali differenti.

In effetti, lungi dal conseguire una unione sempre più grande del movimento operaio e del socialismo, la socialdemocrazia non realizzerà altro che l’unione con il capitale e con la borghesia. Quanto al bolscevismo, dopo essere stato nella rivoluzione russa come un pesce nell’acqua (i rivoluzionari sono nella rivoluzione come l’acqua nell’acqua) e per effetto dello scacco di questa, realizzerà una fusione quasi completa col capitale statale gestito da una burocrazia totalitaria.

Tuttavia il "leninismo" continua ad ossessionare la coscienza di molti rivoluzionari di più o meno buona volontà, alla ricerca di una ricetta suscettibile di riuscita.. Persuasi di essere "l’avanguardia" perché sono la "coscienza", mentre non possiedono che una falsa teoria, essi militano per unificare questi due mostri metafisici che sono:" Un movimento operaio spontaneo, privo di ogni teoria"e una coscienza socialista disincarnata.

Questo atteggiamento è semplicemente volontaristico. Ora, così come ha detto Lenin:"L’ironia e la pazienza sono le principali qualità del rivoluzionario","l’impazienza è la principale fonte dell’opportunismo (Trotsky), l’intellettuale, il teorico rivoluzionario non deve preoccuparsi di essere legato alle masse perché se la sua teoria è rivoluzionaria, è già legato alle masse. Egli non ha da "scegliere il campo del proletariato" (non è Sartre a utilizzare questo vocabolario, ma Lenin) perché, dicendolo più chiaramente, non ha altra scelta. La critica teorica e pratica ,di cui è il portatore, è determinata dal rapporto che intrattiene con la società. Egli non può liberarsi da questa passione che sottomettendovisi (Marx). Se "ha delle scelte", vuol dire che non è già più rivoluzionario e che la sua critica teorica è invecchiata. Il problema della penetrazione delle idee rivoluzionarie che egli propaganda negli ambienti operai è, per questo motivo, completamente trasformato: allorché le condizioni storiche, i rapporti di forza tra le classi in lotta, principalmente determinati dal movimento autonomo del capitale, impediscono ogni irruzione rivoluzionaria del proletariato sulla scena della storia, l’intellettuale fa come l’operaio: ciò che può. Studia, scrive, fa conoscere i suoi lavori il più possibile, generalmente assai male. Quando studiava al British Museum, Marx, prodotto del movimento storico del proletariato, era legato, se non ai lavoratori, per lo meno al movimento storico del proletariato. Egli non era più isolato dai lavoratori di quanto un lavoratore qualsiasi non lo fosse dagli altri, nella misura in cui le condizioni del momento limitavano i suoi rapporti a quelli permessi dal capitalismo.

Di contro, quando il proletariato si costituisce in classe e dichiara, in un modo o nell’altro, guerra (e non ha bisogno che gli si trasmetta il SAPERE per farlo, non essendo esso stesso, nei rapporti di produzione capitalistici, altro che capitale variabile. Basta che voglia cambiare di poco la sua condizione per essere di colpo nel cuore del problema che l’intellettuale avrà qualche difficoltà a cogliere) il rivoluzionario non è ne più ne meno legato al proletariato di quanto non lo fosse di già. Ma la critica teorica si fonde allora con la critica pratica, non perché è stata portata dall’esterno, ma perché sono un tutt’uno.

 Se nel periodo precedente, l’intellettuale ha avuto la debolezza di credere che il proletariato restava passivo perché gli mancava la "coscienza" e per questo era giusto considerarsi "avanguardia" al punto da voler dirigere il proletariato, allora egli si riserva delle amare delusioni.

 Tuttavia è questa la concezione che costituisce la parte essenziale del leninismo e che mostra l'ambiguità storica del bolscevismo. Questa concezione è potuta sopravvivere soltanto perché la rivoluzione russa è fallita, vale a dire perché i rapporti di forza, su scala internazionale, tra capitale e proletariato non hanno permesso a quest’ultimo di farne una critica teorica e pratica. È ciò che tenteremo di dimostrare analizzando sommariamente quanto è avvenuto in Russia e il vero ruolo del bolscevismo.

Credendo di vedere nei circoli rivoluzionari russi il frutto dell’"unione del movimento operaio e del socialismo", Lenin si ingannava fortemente. I rivoluzionari organizzati nei gruppi socialdemocratici non apportavano alcuna "coscienza" al proletariato. Beninteso, un opuscolo o un articolo teorico sul marxismo era molto utile agli operai; non serviva certo a trasmettere la coscienza, la conoscenza della lotta di classe, ma solamente a precisare le cose e a far riflettere maggiormente. Lenin non comprendeva questa realtà. Non solamente egli voleva trasmettere alla classe operaia la conoscenza della necessità del socialismo in termini generali, ma voleva nello stesso tempo offrirle delle parole d’ordine imperative che esprimessero ciò che essa avrebbe dovuto fare al momento opportuno. D’altronde ciò è normale, poiché il partito di Lenin, depositario della coscienza di classe, è, per prima cosa, il solo capace di discernere gli interessi generali della classe operaia al di là di tutte le sue divisioni in strati diversi, e, secondariamente, il solo capace di analizzare in permanenza la situazione e di formulare parole d’ordine adeguate. Ora, la rivoluzione del 1905 doveva mostrare l’incapacità pratica del partito bolscevico di dirigere la classe operaia e rivelare il ritardo del partito d’avanguardia. Tutti gli storici, anche quelli favorevoli ai bolscevichi, riconoscono che nel 1905 il partito bolscevico non aveva capito assolutamente niente del fenomeno dei soviet. L’apparizione di nuove forme di organizzazione aveva suscitato la diffidenza dei bolscevichi. Lenin afferma che i Soviet non erano:"né un parlamento operaio né un organo di autogoverno proletario". La cosa importante da notare è che gli operai russi non sapevano di accingersi a costituire dei soviet, tra di loro, solo una esigua minoranza conosceva l’esperienza della Comune di Parigi e tuttavia crearono un embrione di Stato Operaio, benché nessuno li avesse educati. La tesi kautskista-leninista infatti nega ogni possibilità per la classe operaia di creare qualcosa di originale se non è guidata dal partito-fusione-del-movimento-operaio-e-del-socialismo. Ora si nota che nel 1905. per riprendere la frase delle "Tesi su Feuerbach", "l’educatore ha bisogno lui stesso di essere educato".

Lenin tuttavia ha compiuto un lavoro rivoluzionario (si veda, tra l’altro, la sua posizione sulla guerra) al contrario di Kautsky. Ma in realtà, Lenin non fu rivoluzionario che contro la sua teoria della coscienza di classe. Prendiamo il caso della sua azione tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Lenin aveva lavorato più di quindici anni, a partire dal 1900, per creare una organizzazione d’avanguardia capace di realizzare l’unione del "socialismo" e del "movimento operaio", che raggruppasse "dirigenti politici", i "rappresentanti d’avanguardia capaci di organizzare il movimento e di dirigerlo". Ora, nel 1917, come nel 1905, questa direzione politica, rappresentata dal comitato centrale del partito bolscevico, si dimostra incapace per i compiti del momento, in ritardo rispetto alle attività rivoluzionarie del proletariato". Tutti gli storici, ivi compresi gli storici stalinisti e trotskysti, mostrano che Lenin dovette fare una battaglia lunga e difficile contro la direzione della sua organizzazione per far trionfare le sue tesi, e non ci sarebbe riuscito se non si fosse appoggiato agli operai del partito, l'avanguardia genuina organizzata nelle officine e all'interno o vicina ai circoli socialdemocratici. Si dirà che tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l’attività condotta per anni dai bolscevichi, sia nelle lotte quotidiane degli operai sia nella difesa e nella propaganda delle idee rivoluzionarie.

Effettivamente, la maggioranza dei bolscevichi, ed in primo luogo Lenin, con la loro propaganda e con la loro agitazione incessanti hanno contribuito alla sollevazione dell'ottobre 1917. In quanto militanti rivoluzionari hanno giocato un ruolo efficace, ma in quanto "direzione della classe", "avanguardia cosciente", sono stati in ritardo sul proletariato. La rivoluzione russa si è svolta contro le idee del "Che fare?" , e nella misura in cui queste idee sono state applicate (creazione di un organo dirigente della classe operaia ma separato da essa), si sono rivelate un freno e un ostacolo alla rivoluzione. Nel 1905, Lenin è in ritardo sulla storia perché si rifà alle tesi del "Che fare?". Nel 1917, Lenin partecipa al movimento reale delle masse russe e facendo ciò rigetta - nella pratica - la concezione sviluppata nel "Che fare?".

Se applichiamo a Kautsky e a Lenin il trattamento inverso di quello che essi hanno fatto subire a Marx, se limitiamo le loro concezioni alla lotta di classe invece di separarle da essa, il kautskysmo-leninismo appare come caratteristico di tutto un periodo della storia del movimento operaio dominato principalmente dalla II Internazionale. Dopo essersi sviluppato ed organizzato alla meno peggio, il proletariato si è trovato, sin dalla fine del XIX secolo, in una situazione contraddittoria. Possiede diverse organizzazioni il cui scopo è di fare la rivoluzione e nello stesso tempo è incapace di farla perché le condizioni non sono ancora mature. Il kautskysmo-leninismo è l’espressione e la soluzione di tale contraddizione; postulando che il proletariato, per essere rivoluzionario, deve passare per il cammino tortuoso della conoscenza scientifica, consacra e giustifica l’esistenza di organizzazioni capaci di inquadrare, dirigere e controllare il proletariato.

Così come è stato presentato, il caso di Lenin è più complesso di quello di Kautsky, nella misura in cui Lenin fu, per una parte della sua vita, rivoluzionario contro il kautskysmo-leninismo. D'altronde la situazione della Russia era totalmente differente da quella della Germania, che possedeva un regime pressoché di democrazia borghese dove esisteva un movimento operaio fortemente sviluppato ed integrato nel sistema. Al contrario, in Russia bisognava costruire tutto e la questione non era se si dovesse partecipare ad attività parlamentari, borghesi e sindacali riformiste poiché non esistevano affatto. In tali condizioni, Lenin poteva adottare una posizione rivoluzionaria malgrado le sue idee kautskyste. Tra l’altro bisogna anche sottolineare che, fino alla guerra mondiale, egli considerava la socialdemocrazia tedesca come un modello.

Nelle loro storie, riviste e corrette, del leninismo gli stalinisti ed i trotzkysti ci mostrano un Lenin capace di comprendere lucidamente e di denunciare, prima del 1914, il "tradimento" della socialdemocrazia e dell’Internazionale. Ciò è pura leggenda e bisognerebbe studiare bene la storia della II° Internazionale per dimostrare che non soltanto Lenin non la denunciò, me che, prima della guerra, non aveva affatto compreso il fenomeno della degenerazione della socialdemocrazia. Prima del 1914, Lenin fa anche l’elogio del partito socialdemocratico tedesco per aver saputo riunire il "movimento operaio" e il "socialismo" (cfr. Che fare?). Citiamo soltanto questi passi tratti dall’articolo necrologico "August Bebel" (che contiene d’altronde numerose superficialità ed errori di fondo sulla vita di questo "dirigente", di questo "modello di capo operaio" e sulla storia della II° Internazionale.

"Le basi della tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale), che non cede un pollice ai nemici, che non si lascia scappare la minima possibilità di ottenere un miglioramento, per quanto possa essere minimo, per gli operai, che, nello stesso tempo, si mostra intransigente sul piano dei principi e si orienta sempre verso la realizzazione dell’obiettivo finale, le basi di questa tattica furono messe a punto da Bebel…".

Lenin rivolgeva queste lodi alla "tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale),"intransigente sul piano dei principi"(!) nell’agosto del 1913. Quando un anno più tardi egli credette che il numero del "Vorwärts" (organo del partito socialdemocratico tedesco), che annunciava il voto favorevole ai crediti di guerra da parte dei deputati socialdemocratici, era un falso fabbricato dallo stato maggiore tedesco, egli manifestava soltanto l’illusione che aveva nutrito da tempo, in realtà dal 1900-1902 e dal Che fare?, sull’internazionale in generale e sulla socialdemocrazia tedesca in particolare. (Noi non consideriamo qui l’atteggiamento di altri rivoluzionari di fronte a questi problemi, ad esempio Rosa Luxemburg. Tale questione meriterebbe infatti uno studio dettagliato).

Abbiamo visto come Lenin avesse abbandonato nella pratica le tesi del Che fare? nel 1917. Ma l’immaturità della lotta di classe a livello mondiale, ed in particolare l’assenza di rivoluzioni in Europa, comportò il fallimento della rivoluzione russa. I bolscevichi si trovarono al potere con il compito di "amministrare la Russia" (Lenin), di portare a termine i compiti della rivoluzione borghese che non si era potuta verificare, ossia di assicurare, in effetti, lo sviluppo dell’economia russa, non potendo tale sviluppo che essere capitalista. Un obiettivo fondamentale fu di richiamare all’ordine la classe operaia – ed alcune opposizioni all’interno del partito. Lenin, che nel 1917 non aveva rinnegato esplicitamente il "Che fare?", riprende subito le concezioni "leniniste" che sole permettono il "necessario"inquadramento degli operai. I Centralismi Democratici, l’Opposizione Operaia ed il Gruppo Operaio sono schiacciati per aver negato "il ruolo dirigente del partito". Allo stesso modo la teoria leninista del partito viene imposta all’Internazionale. Dopo la morte di Lenin, Zinoviev, Stalin e tanti altri, dovevano svilupparla insistendo sempre più sulla "disciplina di ferro" , "l’unità di pensiero e l’unità di azione", mentre il principio sul quale poggiava l’Internazionale stalinizzata era lo stesso che era alla base dei partiti socialisti riformisti (il partito separato dai lavoratori che forniva loro la coscienza di ciò che erano) e chiunque rifiutasse la teoria leninista-stalinista cadeva nella "palude opportunista, socialdemocratica, menscevica,…" Da parte loro i trotzkysti s’agganciavano al pensiero di Lenin e recitavano Che fare? . La crisi dell’umanità non è altro che "la crisi della direzione" diceva Trotzky: occorreva dunque creare ad ogni costo una direzione. Supremo idealismo, la storia del mondo veniva spiegata con la crisi della sua coscienza.

In definitiva, lo stalinismo non doveva trionfare che nei paesi in cui lo sviluppo del capitalismo non poteva essere assicurato dalla borghesia, senza che le condizioni fossero unificate affinché il movimento operaio, successivamente, potesse distruggerle. Nell’Europa dell’Est, in Cina, a Cuba si è formato un gruppo dirigente nuovo, composto da quadri del movimento operaio burocratizzato, da vecchi specialisti o tecnici borghesi, talora da quadri dell’esercito o di vecchi studenti in sintonia col nuovo ordine sociale come in Cina. In ultima analisi, un tale processo non era possibile se non a causa della debolezza del movimento operaio. In Cina, per esempio, il sostrato sociale motore della rivoluzione fu la classe dei contadini, incapace di dirigersi da sola, non poteva che essere diretta dal "partito" . Prima della presa del potere, questo gruppo organizzato nel "partito" dirige le nasse e le "regioni liberate" se dovessero esservi; in seguito, esso prende nelle sue mani l’insieme della vita sociale del paese. Ovunque le tesi di Lenin sono state un potente fattore di burocratizzazione, infatti, secondo Lenin, la funzione di direzione del movimento operaio era una funzione specifica assicurata da alcuni "capi" organizzati separatamente dal movimento ed il cui ruolo era esclusivamente quello.Nella misura in cui preconizzava un corpo separato di rivoluzionari di professione capaci di guidare le masse, il leninismo è servito come giustificazione ideologica alla formazione di direzioni separate dai lavoratori. A questo livello il leninismo, fuori dal suo contesto originale, non è altro che una tecnica di inquadramento delle masse ed una ideologia che giustifica la burocrazia e sostiene il capitalismo: il suo recupero era storicamente necessario per lo sviluppo di nuove strutture sociali che rappresentano, esse stesse, una necessità storica per lo sviluppo del capitale. Man mano che il capitalismo si estende e domina l’intero pianeta, maturano le condizioni affinché vi sia la possibilità di una rivoluzione, l’ideologia leninista comincia a fare il suo tempo, nel vero senso della parola.

È impossibile prendere in esame la questione del partito senza riportarla alle condizioni storiche nelle quali è nato questo dibattito, in ogni caso, benché sotto forme differenti, lo sviluppo dell’ideologia leninista è determinato dall’impossibilità della rivoluzione proletaria. Se la storia ha dato ragione al kautskysmo-leninismo, se i suoi avversari non hanno mai potuto né organizzarsi durevolmente e nemmeno presentarne una critica coerente, ciò non è dovuto al caso: il successo del kautskysmo-leninismo è un prodotto della nostra epoca ed i primi attacchi seri – e pratici – contro di esso, segnano la fine di tutto un periodo storico. Per fare questo occorreva che il capitalismo si sviluppasse largamente su scala mondiale. La rivoluzione ungherese del 1956 ha suonato il rintocco di tutto un periodo di controrivoluzione, ma anche di maturazione rivoluzionaria. Nessuno sa quando questo periodo sarà definitivamente superato ma è certo che la critica delle tesi di Kautsky e di Lenin, prodotti di questa epoca, diventerà allora possibile e necessaria. Ecco perché abbiamo ritenuto importante ripubblicare "Le tre fonti del marxismo", l’Opera storica di Marx", per far conoscere meglio e comprendere maggiormente quella che fu e quella che è ancora l’ideologia dominante di tutto un periodo. Lungi dal voler dissimulare le idee che condanniamo e combattiamo, vogliamo, al contrario, diffonderle largamente, al fine di mostrare nello stesso tempo quanto siano state necessarie ed il loro limite storico.

Le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni di tipo socialdemocratico e bolscevico oggi sono superate. Per quanto riguarda l’ideologia leninista, oltre all’utilizzo che ne viene fatto dai burocrati al potere, lungi dall’avere un’utilità per i gruppi rivoluzionari che sostengono l’unione del socialismo e del movimento operaio, non può servire, sin da ora, ad altro che a cementare provvisoriamente l’unione di intellettuali mediocri e di lavoratori mediocremente rivoluzionari.

 

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Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

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23 settembre 2014 2 23 /09 /settembre /2014 05:00

François Kupka - Le Religioni

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[Traduzione di Ario Libert] 

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10 settembre 2014 3 10 /09 /settembre /2014 05:00

Mansoor Hekmat (1951-2002)

mansoor

Mansoor Hekmat, pseudonimo di Zhoobin Razani, il cui primo pseudonimo fu Nader

L'essere umano è il fondamento del socialismo. Il socialismè il movimentper restaurare la volontà cosciente dell'essere umano

M. Hekmat

 

Uno dei rari casi della sinistra iraniana a non sostenere l'orientamento islamico scaturito dalla Rivoluzione del 1978-79. Studente a Londra negli anni 70 dove era stato simpatizzante del Revolutionary Communist Group di David Yaffe, partecipa in Iran alla fondazione del Marxist Circle for Worker’s Emancipation e dell'Unione dei militanti comunisti (UCM, chiamata correntemente Sahand, 1978, che partecipa nel 1982 ad una conferenza della CWO "ultra-sinistra" a Londra) poi ad un rinnovamento del Partito comunista iraniano (1983, distinto dal Tudeh filo-sovietico che sostiene il regime di Khomeyni) con l'unificazione di Sahand con il gruppo curdoarmato ex-maoista Komala. Esce nel 1991 con i suoi amici da questo gruppo giudicato troppo "nazionalista di sinistra" [*] e fonda il Partito comunista operaio dell'Iran, che:

  • considera che non sono mai esistiti paesi socialisti, non avendo l'URSS e la Cina abolito il salariato e lo sfruttamento (se parla di capitalismo di Stato e considera che i bolscevichi erano limitati dalla cultura della II Internazionale, considera la Rivoluzione d'Ottobre come proletaria, tentando di costruire e difendere uno Stato operaio nei limiti storici del movimento reale dell'epoca. La lezione principale è soprattutto economica: se la classe operaia al potere non instaura la proprietà dei mezzi di produzione e non abolisce il salariato, il suo potere rimarrà provvisorio e sarà condannato alla sconfitta);

  • e che difende la laicità e i diritti delle donne, a partire da un'esperienza concreta dell'impostura del fronte anti-imperialista con la reazione teocratica (che i fedayin giustificavano con la teoria staliniana della rivoluzione per tappe come nella Cina degli anni 20).

Partecipa presto alla fondazione di un Partito comunista operaio dell'Iraq, i due partiti essendo sin dalle origini strettamente uniti. Rifugiato a Londra, Mansoor Hekmat muore di cancro nel luglio del 2002. I suoi sostenitori restano molto attivi nella diaspora iraniana e nel sindacalismo iracheno (si conosce meno bene il radicamento in Iran), le sue idee e la sua esperienza restano valide tra i sostenitori del “terzo campo” (né imperialismo USA, né islam politico) che si oppongono allo stesso tempo alla teoria della CIA della "guerra di civiltà" e quella del fronte anti-imperialista includente gli islamisti (che ha contaminato il trotskysmo occidentale).

 

NOTA

[*] Il Partico comunista dell'Iran da cui sono usciti gli hekmatisti esiste sempre, essenzialmente nel kurdistan iraniano dove ha ripreso l'appellativo Komala.

 

LINK al post originale:

Mansoor Hekmat

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3 settembre 2014 3 03 /09 /settembre /2014 05:00

Il comunismo operaio

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I partiti comunisti operai sono scaturiti da una corrente politica nata direttamente dall'esperienza della controrivoluzione iraniana e dal sostegno dato allora dal partito comunista Tudeh aKhomeiny e dalle guerre del Golfo, insieme al movimento dei consigli nel Kurdistan iracheno nel 1991, e al ruolo di borghesia intermediaria dei dirigenti islamici e nazionalisti Curdi nell'Irak occupato.

Essi sono la principale forza politica sia della sinistra iraniana in esilio che lotta contro la teocrazia per un regime socialista e laico, sia dell'opposizione civile nel caos iracheno (organizzandovi il Congresso delle libertà, l'Unione dei disoccupati e un'importante Federazione sindacale). Facendo riferimento a Mansoor Hekmat come al loro principaleteorico, innalzano la bandiera di un “terzo campo” di fronte all'imperialismo e l'islamismo. I loro principi sono:

  •  - Rifiuto di ogni forma di compromesso o di concessioni alle idee e ai movimenti reazionari, opposti ai diritti democratici e sociali, ostili all'eguaglianza uomini-donne, o fondati sulla pretesa superiorità di un paese, di una etnia o di una religione.

  • - Denuncia di ogni forma di totalitarismo, di burocrazia, di ogni confusione tra la messa in comune dei mezzi di produzione e la loro statizzazione, ogni illusione nella possibilità durevole di uno Stato provvidenza e, in modo generale, tutto ciò che contribuisce a prolungare l'esistenza della società di sfruttamento capitalista.

  • - Questa corrente si distingue con questa strategia del terzo campo dalle posizioni anti-imperialiste consuete dell'estrema sinistra, sostiene un rifiuto del capitalismo di Stato (una rivoluzione politica che non si prolungasse economicamente con la proprietà in comune e l'abolizione del salariato condurrebbe inevitabilmente ad una sconfitta come in Russia), e pone in primo piano la laicità e le libertà delle donne in un ambiente assalito dagli islamisti. Molte donne leader sono diventate inoltre loro propagandiste in Europa: Azar Majedi, Maryam Namazie, Houzan Mahmoud e Yanar Mohammed tra le più note.

 

LINK:

 Le communisme ouvrier

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29 agosto 2014 5 29 /08 /agosto /2014 05:00

Economia e politica nella Spagna rivoluzionaria*

 

I


Per un approccio realistico al lavoro costruttivo del proletariato in Catalogna e in altre parti della Spagna, non dobbiamo metter a confronto i suoi risultati con un qualche astratto ideale né con risultati raggiunti in condizioni storiche completamente diverse. Non c'è dubbio che i risultati effettivi della "collettivizzazione", anche in quelle industrie di Barcellona e delle città più piccole e dei villaggi della Catalogna ove può essere studiata nella sua forma migliore, è molto indietro rispetto alle costruzioni ideali delle teorie socialiste e comuniste ortodosse, e ancora più indietro rispetto ai sogni grandiosi di generazioni di sindacalisti rivoluzionari e operai anarchici in Spagna sin dai tempi di Bakunin.

Quanto alle analogie storiche, quello che ha compiuto la rivoluzione spagnola nel periodo iniziato con il rapido contrattacco degli operai rivoluzionari contro l'invasione di Franco e dei suoi sostenitori fascisti, nazionalsocialisti e democratici borghesi, e che ora sta rapidamente avvicinandosi alla fine, non dovrebbe essere paragonato a nulla di ciò che avvenne in Russia dopo l'ottobre 1917 e neppure con il periodo del cosiddetto "comunismo di guerra" (1918-1920), né con la fase seguente della NEP. In tutto il processo rivoluzionario iniziato con il rovesciamento della monarchia nel 1931 non c'è stato un solo momento in cui i lavoratori o un qualsiasi partito od organizzazione, che parlasse in nome dell'avanguardia rivoluzionaria dei lavoratori, abbia detenuto il potere politico. Ciò è vero non solo a livello nazionale ma anche regionale; vale persino per le condizioni prevalenti nella roccaforte sindacalista della Catalogna nei mesi successivi al luglio 1936, quando il potere del governo era diventato temporaneamente invisibile e la nuova e ancora indefinita autorità esercitata dai sindacati non assunse un preciso carattere politico. Tuttavia la situazione creata da queste condizioni non viene adeguatamente descritta come "dualismo di poteri". Segnò piuttosto una eclissi temporanea di ogni potere statale a causa della scissione tra la sua sostanza (economica) che era passata ai lavoratori e il suo involucro (politico), a causa dei vari conflitti interni tra le forze di Franco e quelle dei "lealisti", Madrid e Barcellona, e infine a causa del fatto decisivo che la funzione principale dell'apparato burocratico e militare di qualsiasi Stato capitalista è la repressione dei lavoratori e non poteva espletarsi in nessun modo contro i lavoratori in armi.

Non serve argomentare (come molti hanno fatto) che nelle molte fasi dello sviluppo rivoluzionario degli ultimi sette anni più di una volta ñ nellíottobre 1934, nel luglio 1936 e nel maggio 1937 ñ si è creata una "situazione oggettiva" in cui i lavoratori rivoluzionari uniti avrebbero potuto prendere il potere dello Stato, ma non lo fecero per scrupoli teorici o a cagione di una debolezza interna del loro atteggiamento rivoluzionario. Ciò può essere vero per le giornate del luglio 1936, quando gli operai anarchici e sindacalisti e le milizie di Barcellona invasero i depositi di armi del governo e oltre a ciò si rifornirono delle armi prese alla rivolta fascista sconfitta ñ così come può essere vero per le giornate di luglio del 1917, quando i lavoratori e soldati rivoluzionari di Pietrogrado scesero in piazza con le parole díordine bolsceviche "tutto il potere ai soviet" e "abbasso i ministri capitalisti" e nella notte tra il 17 e il 18 un riluttante Comitato centrale del Partito bolscevico fu costretto a ribaltare il suo precedente rifiuto di partecipare a un tentativo rivoluzionario "prematuro" e a fare appello unanimemente ai soldati e al popolo perché prendessero le armi e si unissero a quella che veniva ancora presentata come una "dimostrazione pacifica".

Contro coloro che oggi a ventíanni di distanza da quei fatti esaltano la saldezza rivoluzionaria della leadership bolscevica del 1917 a discredito della "caotica irresolutezza" manifestata nei dissensi e ondeggiamenti dei sindacalisti e anarchici spagnoli del 1936-í38, è assai opportuno ricordare che in quei giorni neri del luglio 1917, tre mesi prima della vittoria dellíOttobre rosso nella Russia sovietica, anche Lenin e il suo Partito bolscevico non furono capaci di trasformare in vittoria una situazione che S.B. Krassin (allora dirigente di uno stabilimento industriale, ma che in seguito sarebbe diventato bolscevico e avrebbe ricoperto uníalta carica nel governo sovietico) caratterizzò nel modo seguente: "Le cosiddette "masse", principalmente soldati e un certo numero di teppisti, si spostavano senza mèta per le strade per due giorni, sparandosi vicendevolmente, spesso per semplice paura, fuggendo al minimo allarme o voci, senza la più pallida idea di che cosa fosse in gioco" [1].

Ancora parecchio tempo dopo, quando il processo di glorificazione del bolscevismo vittorioso si era già affermato, ma era ancora possibile una moderata "autocritica" nei ranghi più alti del partito al governo, il commissario del popolo bolscevico Lunanarskij ricordò la situazione del luglio 1917 con le seguenti parole: "Siamo costretti ad ammettere che il partito non conosceva vie d'uscita dalla situazione difficile. Fu costretto a chiedere con una dimostrazione ai menscevichi e socialisti rivoluzionari qualcosa su cui essi non erano organicamente in grado di decidere e una volta messo a confronto con un rifiuto, che si aspettava, il partito non seppe come andare avanti; lasciò i dimostranti attorno al palazzo di Tauride senza un piano e diede tempo allíopposizione di organizzare le sue forze, mentre le nostre si stavano sfaldando, e di conseguenza andò incontro a una sconfitta temporanea con gli occhi ben aperti".

Le conseguenze immediate di quello che, analogamente all'accusa di mancanza di leadership rivoluzionaria rivolta ai sindacalisti spagnoli, può essere ritenuto "un fallimento" da parte del Partito rivoluzionario bolscevico dinanzi alla presa del potere in una situazione obiettivamente rivoluzionaria, furono negative per i bolscevichi russi del 1917, quanto lo furono per gli anarchici e sindacalisti spagnoli nel 1934 e 1936 e 1937. Il 18 luglio 1917 fu sollevata contro Lenin la malevola accusa che tutte le sue azioni dal suo arrivo in Russia, e particolarmente le dimostrazioni armate dei due giorni precedenti, fossero state segretamente guidate dal Quartier generale tedesco. Le sedi bolsceviche furono invase, furono chiusi i loro giornali. Kamenev e Trockij e numerosi altri bolscevichi furono arrestati. Lenin e Zinovíev si nascosero, e Lenin si trovava ancora nella clandestinità quando due mesi dopo mise in guardia i suoi compagni dal pregiudicare la loro indipendenza rivoluzionaria con un appoggio senza condizioni al governo di fronte popolare di Kerenskij contro la ribellione controrivoluzionaria del comandante in capo delle armate russe, generale Kornilov.

Così non si può onestamente affermare che gli operai spagnoli e la loro leadership rivoluzionaria sindacalista e anarchica abbiano mancato di prendere il potere politico a livello nazionale o anche regionale in Catalogna in condizioni in cui líavrebbe fatto un partito veramente rivoluzionario come quello bolscevico russo. Non ha senso accettare la tattica dei bolscevichi russi nel luglio del 1917 come "una politica cauta e realista" e denunciare la medesima politica come "una mancanza di preveggenza e decisione rivoluzionaria" quando viene ripetuta in condizioni esattamente analoghe dai sindacalisti in Spagna. Tanto varrebbe sottoscrivere la paradossale affermazione di Pascal di duecento anni fa: "Ciò che è vero da questa parte dei Pirenei è una menzogna dallíaltra parte".

Questo non vuol dire che le azioni rivoluzionarie degli operai catalani non siano state inceppate dal loro tradizionale atteggiamento di disinteresse per tutte le questioni politiche e non strettamente economiche e sociali. Anche le loro azioni più radicali nel settore della ricostruzione economica, intraprese in un periodo in cui essi apparivano e si ritenevano padroni assoluti della situazione, soffrivano della mancanza di quella coerenza e univocità di propositi con cui le misure economiche e politiche della dittatura bolscevica in Russia generarono furore e spavento a un tempo nei loro nemici in casa e in ogni nazione borghese del mondo. Nei resoconti borghesi delle condizioni della Spagna rivoluzionaria cíè molto poco di quel disagio con cui gli osservatori stranieri guardavano le presunte "atrocità" della rivoluzione bolscevica in Russia al tempo del "cordone sanitario" (persino il marxista rivoluzionario di un tempo, Karl Kautsky, ripeteva in quei giorni con convinzione, credo, le notizie che la dittatura bolscevica in Russia aveva coronato le misure di esproprio con "una socializzazione delle donne borghesi"). A confronto con quelle esagerazioni, nella storia della "collettivizzazione" spagnola fatta da un corrispondente speciale del "Times" di Londra allíarrivo del governo Negrín a Barcellona cíè persino un tocco di humour e una certa gioviale confidenza verso quello che il cronista chiama il persistente "individualismo" della gente spagnola. Líarrivo del nuovo governo centrale, egli scrive, "ha portato nuova vita a Barcellona. La grande città stava incominciando a declinare sotto il peso della collettivizzazione. La felicità non può essere collettivizzata in Spagna, dove líindividuo continua a rimanere padrone di se stesso. Un proprietario di hôtel che non poteva sopportare di essere cameriere nel proprio albergo, fa il cameriere altrove. Di un noto attore catalano si dice che, stanco di avere la parte principale sulla scena e una più umile nella busta-paga, abbia proposto di fare il cambio con un macchinista di scena dicendo: "Guadagnamo lo stesso: lasciami stare qui a tirare su il sipario mentre tu vai a tirare su il pubblico". È diventato un divertimento, anche se piuttosto meschino, tra il pubblico alle rappresentazioni nei cinema indicare professori del Conservatorio che suonano nella seconda fila della banda".

Persino il resoconto più complesso e molto più ostile fornito un mese più tardi dal corrispondente di Barcellona del "New York Times" era integrato da alcune fotografie piuttosto belle, illustranti la vita e il lavoro nelle "officine collettivizzate di Spagna", rese ancora più attraenti per i lettori adoratori dello Stato e speculatori di obbligazioni con líallegra annotazione: "Poiché i lealisti preferiscono il controllo dello Stato al controllo dei lavoratori e desiderano proteggere gli interessi stranieri in Spagna, la collettivizzazione come nella fabbrica di vestiti qui fotografata viene limitata". Con lo stesso spirito "l'uomo forte di Spagna" (il ministro della Difesa del governo lealista Indalecio Prieto, ora silurato) era fotografato e presentato ai lettori piccolo-borghesi dell"Evening Standard" del 7 marzo 1938 come un "proprietario di giornali, confortevolmente pingue, con un mento o due di riserva" e con una "passione per le anguille come unico lusso gastronomico", tra l'altro un uomo il cui "valore" è "riconosciuto persino dal generale Franco" e che è personalmente in ottimi rapporti personali con il "finanziatore del movimento di Franco", l'illustre Juan March.

Il fatto stesso che la CNT e la FAI siano state alla fine costrette a rovesciare la loro tradizionale prassi di non-intervento in politica sotto la pressione di crescenti amare esperienze, ha dimostrato a tutti, salvo che a qualche gruppo di anarchici stranieri (che anche ora rifiutano di sporcare la loro purezza antipolitica con un sostegno pieno e cordiale della lotta disperata dei loro compagni spagnoli!) la connessione vitale tra líazione economica e quella politica in ogni fase e soprattutto nella fase immediatamente rivoluzionaria della lotta di classe proletaria.

Questa è pertanto la prima e più importante lezione di quella fase conclusiva di tutta la storia rivoluzionaria del dopoguerra europeo che è la rivoluzione spagnola. Essa diventa ancor più importante e particolarmente impressionante se consideriamo la grande differenza tra il carattere del movimento della classe operaia spagnola e tutti gli altri tipi di lotte di classe proletaria in Europa e negli usa, così come si sono costituiti da ormai quasi tre quarti di secolo.

La validità di questa lezione non è sminuita dai contenuti relativamente moderati delle richieste politiche avanzate dalla cnt nella congiuntura attuale. Non cíè dubbio che la proposta di un "nuovo periodo costituzionale che sia sensibile alle aspirazioni popolari nella repubblica socialista e che sia democratico e federale" non chiede nulla che il governo di Fronte Popolare non possa, in linea di principio, decidere senza aver bisogno di rivoluzionare la politica borghese fin qui professata. Né la proposta di creare un "Consiglio economico nazionale su base politica e sindacale, con una rappresentanza eguale per la ugt socialdemocratica e la cnt sindacalista" sarebbe in grado di trasformare líattuale orientamento riformistico borghese del governo in uno rivoluzionario proletario. Ma qui di nuovo appare una stretta analogia tra la tattica seguita dai sindacalisti nella Spagna díoggi e la prassi osservata dal Partito bolscevico russo fino al fallimento della ribellione di Kornilov e anche dopo. Se questa analogia è vera, se possiamo mostrare che un partito rivoluzionario tanto politicizzato e ricco di esperienza politica, qual era il partito che realizzò líOttobre russo, non raggiunge la perfezione prima dellíavvento di una situazione storica completamente diversa, come possiamo aspettarci una tale capacità sovrumana e sovrastorica da un gruppo di rivoluzionari proletari con una mentalità non-politica e quasi del tutto privi di esperienza politica nelle condizioni arretrate della Spagna díoggi, dove la ribellione controrivoluzionaria del Kornilov iberico non è fallita ma si è diffusa vittoriosa in tutto il Paese e ora sta attaccando il cuore stesso della Spagna industriale, ultima roccaforte delle forze antifasciste e anticapitaliste, la provincia proletaria di Barcellona?

Dal punto di vista di una ricerca storica imparziale si può dimostrare ampiamente che la leadership bolscevica del 1917 non era affatto esente da quelle incertezze e imprevidenze che sono umanamente presenti in qualsiasi azione rivoluzionaria. Anche dopo la conclusione vittoriosa di quel capolavoro di strategia politica che i bolscevichi, condotti e guidati da Lenin, realizzarono nei giorni dellíaffare Kornilov nei mesi di agosto e settembre 1917, quando seguendo la più sagace delle istruzioni di Lenin essi si sforzarono "di combattere contro Kornilov, proprio come fanno le truppe di Kerenskij", senza appoggiare questíultimo, ma mettendo invece in luce "la sua debolezza", Lenin agiva ancora in base allíipotesi che il governo provvisorio fosse divenuto manifestamente così debole, dopo la sconfitta di Kornilov, da offrire líopportunità di uno sviluppo pacifico della rivoluzione con la sostituzione di Kerenskij da parte di un governo di socialisti rivoluzionari e menscevichi, responsabili di fronte ai soviet. I bolscevichi non avrebbero partecipato a un tale governo, ma si sarebbero "astenuti dallíavanzare immediatamente la richiesta del passaggio del potere al proletariato e ai contadini poveri, come anche dallíusare metodi rivoluzionari di lotta per la realizzazione di questa richiesta". Naturalmente suggerendo questa linea di azione nel suo famoso articolo del settembre 1917 Sui compromessi, Lenin non esibiva una integrità rivoluzionaria senza macchia, come fa ad esempio Stalin nella Russia díoggi o quegli anarchici negatori dello Stato nellíOlanda ultracapitalista d'oggi. Questo brano di storia reale mostra quanto poco gli epigoni di Lenin siano autorizzati a criticare le manchevolezze delle azioni sindacaliste nella Catalogna rivoluzionaria, per non parlare della ben nota ambiguità dellí"aiuto" dato ai lavoratori spagnoli nella prima e nelle altre fasi della loro lotta da parte dei comunisti e dallo Stato russo, sia in Spagna sia nel Comitato di non-intervento [2].

Cíè dunque uníombra pesante sul lavoro costruttivo operato dagli sforzi eroici e dai sacrifici degli operai rivoluzionari in tutte le regioni di Spagna dove la parola díordine sindacalista e anarchica della "collettivizzazione" è prevalsa su quelle socialdemocratiche e comuniste della "nazionalizzazione" e dellí"intervento statale". Tutto questo lavoro costruttivo è stato fatto solo in via preliminare. Il suo ulteriore progresso e la sua stessa esistenza dipendevano dal progresso del movimento rivoluzionario e, prima di tutto, da una sconfitta decisiva dellíattacco controrivoluzionario di Franco e dei suoi potenti alleati fascisti e parafascisti. Anche in questi ultimi tempi, quando la sconfitta del molto pubblicizzato nuovo esercito lealista ha già esposto líintrinseca debolezza del governo Negrín con tale evidenza che il principale rappresentante delle forze fasciste e capitaliste nel governo di Fronte Popolare, Indalecio Prieto, ha dovuto essere sbattuto fuori ingloriosamente e si è resa inevitabile una "ricostruzione" del governo orientata verso "sinistra", una vittoria allíultima ora delle forze proletarie rivoluzionarie raccolte in Barcellona ñ con o senza una ripetizione della insurrezione dei comunardi nella Parigi assediata del 1871 in questo stesso momento aumenterebbe immensamente l'importanza storica e pratica immediata del grande esperimento di una collettivizzazione proletaria autentica dellíindustria, iniziata e portata avanti dai lavoratori e dai loro sindacati negli ultimi due anni.

In mancanza di una tale favorevole svolta, la storia della collettivizzazione catalana qual è raccontata nel modo più imparziale ed efficace in un libretto pubblicato dalla cnt-fai non può pretendere a un merito maggiore di quanto ci hanno descritto Marx, Engels, Lissagaray e altri scrittori sugli esperimenti economici della Comune rivoluzionaria degli operai parigini del 1871. Questi sono parte del passato storico, così come lo sono i tentativi degli operai rivoluzionari italiani del 1920, annullati più tardi dalle orde di Mussolini sovvenzionate dai proprietari fondiari e dai capitalisti italiani in preda al panico, e i tentativi egualmente frustrati compiuti diverse volte tra il 1918 e il 1923 dalle avanguardie degli operai tedeschi e ungheresi. Analogamente i risultati temporanei più vasti e certo molto più famosi ottenuti dagli operai rivoluzionari russi nella fase di una reale sperimentazione comunista nel 1918-20 non ebbero alcuna importanza pratica per il successivo sviluppo della cosiddetta "costruzione socialista" nella Russia sovietica. Essi furono ben presto denunciati dai bolscevichi stessi come una mera "forma negativa" di comunismo, imposta a una riluttante leadership bolscevica dalle necessità della guerra e della guerra civile. Così il grande esperimento storico del cosiddetto "comunismo di guerra", che di fatto rappresentò un passo in avanti verso una società comunista molto più positivo delle misure di qualsiasi NEP o neo-NEP o altre varianti delle politiche non più socialiste e proletarie, che furono più tardi inaugurate dalle varie combinazioni della burocrazia post-leninista e stalinista, divenne un episodio negletto e dimenticato della storia passata proprio in quel Paese che anche oggi pretende di marciare alla testa del proletariato internazionale in virtù della cosiddetta "costruzione del socialismo in un solo Paese".

Anche prima di questa nuova svolta nella politica economica bolscevica, Lenin il 4 dicembre 1919, due anni dopo la completa conquista del potere statale, in un discorso pronunciato al i Congresso delle comuni agricole fece la seguente descrizione dei risultati ottenuti fino a quel momento dalla lotta dei bolscevichi per il comunismo: "Il comunismo è lo stadio più alto dello sviluppo del socialismo, quando la gente lavora perché si rende conto della necessità di lavorare per il bene comune. Sappiamo di non poter ora creare un sistema socialista ñ Dio voglia che possa essere in vigore nel tempo dei nostri figli o forse dei nostri nipoti".

"Servire la storia della rivoluzione" è il programma scritto in modo invisibile sulla prima pagina del rapporto fedele e completo sopra menzionato circa i risultati positivi ottenuti in campo economico dagli operai rivoluzionari di Barcellona e dai lavoratori industriali e rurali in molte cittadine catalane o nei remoti e dimenticati villaggi. "Servire la storia" significa per chi ha scritto tale rapporto, come per noi, lavoratori rivoluzionari di un brutto mondo travagliato dalla crisi e dal decadimento di tutte le forme dei "vecchi" movimenti operai socialisti, comunisti e anarchici, imparare dalle azioni e dagli errori della storia passata la lezione per il futuro, le vie e i modi per la realizzazione dei fini della classe operaia rivoluzionaria.


II


In un numero precedente di questa rivista [3] abbiamo cercato di confutare uno degli errori principali che celano alla classe operaia internazionale líimportanza particolare di quella nuova fase della rivoluzione spagnola iniziata con gli avvenimenti del 19 luglio 1936. Malgrado líaumento costante della letteratura sulla Spagna contemporanea, non abbiamo a tuttíoggi un resoconto completo di ciò che dal nostro punto di vista chiameremmo il contenuto reale delle attuali lotte nella Spagna rivoluzionaria. Naturalmente non ci si deve aspettare un siffatto lavoro di informazione da quei progressisti che continuano ancor oggi a interpretare líintensificarsi delle lotte di classe, delle guerre e guerre civili della storia contemporanea come espressioni di una battaglia ideologica tra un principio "fascista" e uno "democratico". Il contenuto effettivo della battaglia cosiddetta spirituale non è però meglio spiegato da quegli storici apparentemente obiettivi e realistici che trascurano gli aspetti di guerra civile degli attuali avvenimenti spagnoli (per tacere dei conflitti meno noti tra i vari gruppi del Fronte Popolare lealista) come di una fase assolutamente subordinata alla lotta tra i vari gruppi imperialisti che secondo loro costituisce líessenza di tutti gli sviluppi politici contemporanei su scala mondiale. Contro la superficialità sia "idealistica" che "realistica" degli storici borghesi, ancora una volta il lettore proletario è rimandato allíesauriente resoconto dei primi sette mesi di cosiddetta collettivizzazione nella Spagna rivoluzionaria pubblicato dai lavoratori spagnoli stessi con líesplicito proposito di rompere una congiura di silenzio e di distorsione per cui di tutti gli aspetti dei recenti avvenimenti spagnoli proprio questíultimo veramente rivoluzionario è stato quasi completamente eliminato2.

Per la prima volta da che il periodo rivoluzionario postbellico ha dato vita a vari esperimenti di socializzazione nella Russia sovietica, in Ungheria e in Germania, la lotta degli operai spagnoli contro il capitalismo ci mostra un nuovo tipo di transizione dai metodi capitalistici a quelli comunali di produzione raggiunta, anche se in modo incompleto, in una notevole quantità di forme. Il significato di questa esperienza rivoluzionaria non è attenuato neppure dal fatto che questi tentativi di economia libera, nuova, comunale sono stati nel frattempo annullati e distrutti. Gli obiettivi rivoluzionari dei lavoratori sono stati frustrati dallíesterno, dalla controrivoluzione avanzante, o dallíinterno dai pretesi alleati del fronte antifascista. I lavoratori sono stati costretti ad abbandonare i frutti della loro lotta sia mediante la repressione esplicita sia, più spesso, con il pretesto della "superiore necessità" di una disciplinata conduzione della guerra. In larga misura le conquiste rivoluzionarie furono sacrificate volontariamente dai loro stessi iniziatori nel vano tentativo di favorire in questo modo il fine principale della lotta comune contro il fascismo.

Ma anche così gli sforzi dei lavoratori sul fronte sociale ed economico non sono stati del tutto vani. La liquidazione violenta della Comune parigina del 1871 e più tardi delle rivoluzioni consiliari ungheresi e bavaresi, così come la più lenta e meno esplicita autoliquidazione del primo contenuto rivoluzionario del socialismo sovietico russo, non hanno annullato il significato di nessuno di quei grandi tentativi del passato di instaurare e provare un nuovo tipo di Stato per la transizione al socialismo. Analogamente la distruzione finale delle iniziative di socializzazione, descritte sopra, da parte di amici e nemici della Spagna odierna non toglie nulla allíimportanza storica del nuovo, libero tipo di produzione comunale tentata qui per la prima volta su larga scala. Lo studio di questo movimento, delle sue concezioni e dei suoi metodi, dei suoi successi e fallimenti e il conseguente riconoscimento della sua forza e della sua debolezza è quindi díimportanza costante per quella parte del proletariato internazionale rivoluzionario e con coscienza di classe, cui questo libro si rivolge espressamente e al quale offre una esposizione dettagliata di questo sforzo di emancipazione iniziato dalla classe operaia spagnola. Inoltre, questo rapporto fedele dei metodi e dei risultati della collettivizzazione nella provincia spagnola industrialmente più avanzata e autorizzato dalle principali organizzazioni operaie (la CNT sindacalista e la FAI anarchica) è díimportanza teorica generale quale fonte storica di primíordine. I curatori cercano per quanto è possibile di lasciare che "i rivoluzionari spagnoli parlino da sé". Oltre a un certo numero di commenti necessari a completare il quadro, la raccolta contiene documenti originali, decreti di espropriazione, rapporti di sindacati, statuti, risoluzioni ecc. e ancora resoconti, interviste, rapporti dei funzionari del movimento rivoluzionario sulle varie industrie e località. Questo carattere di fonte storica si accompagna coerentemente sia allo stile espositivo sia alla materia così da farne risultare un lavoro intensamente umano e nello stesso tempo rispondente ai criteri più rigorosi della obiettività scientifica. Queste semplici testimonianze e storie della gente comune di città e campagna, mai noiose o aride, nel loro pathos non attenuato da pretenziosi ritocchi, riproducono la voce della rivoluzione spagnola, líazione del proletariato così comíè, e unitamente al materiale documentario dànno autenticità e veridicità al lavoro. È quasi superfluo che alla fine del libro gli autori dichiarino: "Non si troverà né lode né calunnia, né esagerazioni né proteste [Ö] Abbiamo semplicemente dato modo al lavoratore spagnolo di dire al mondo intero ciò che ha fatto per mantenere e difendere la libertà e il benessere proprî".

Delle quattro parti del libro, la prima tratta del carattere generale della "nuova economia collettiva" e attraverso un breve excursus sulla "economia catalana" illustra la posizione dominante di Barcellona nel complesso dellíeconomia spagnola e il relativo ruolo decisivo degli operai industriali della Catalogna nelle lotte sociali della classe operaia spagnola. Nella seconda parte sono presentati i metodi e i risultati del lavoro collettivo nelle diverse branche dellíindustria. La terza e quarta parte offrono una descrizione per distretti geografici, città e villaggi, della crescita e del funzionamento di uníeconomia comunale più o meno completa.

A differenza dei vari "decreti di socializzazione" della storia europea recente, il decreto di socializzazione del Consiglio economico catalano del 10 ottobre 1936 non è che la legalizzazione di cambiamenti nellíindustria e nei trasporti quali erano già avvenuti di fatto. "Non contiene alcuna indicazione speciale che vada al di là dei limiti già posti dal movimento spontaneo dei lavoratori." Non ci furono lunghi studi sui "compiti e i limiti della collettivizzazione", non ci fu alcun gruppo di esperti studiosi, arbitrariamente scelti, privi di ogni autorità reale come la famosa Commissione speciale permanente della Rivoluzione di Febbraio del 1848 o la sua copia fedele della Commissione per la socializzazione in Germania nel 1918-19. Il movimento operaio spagnolo sindacalista e anarchico, ben preparato a questo compito da molti anni di continue discussioni tenute negli angoli più remoti del Paese, possedeva maggiori nozioni e una concezione realistica dei passi necessari per raggiungere il fine economico di quanto non avesse mostrato di possedere il movimento operaio sedicente "marxista" in situazioni analoghe in altre parti d'Europa.

È vero che in questa prima fase eroica il movimento spagnolo in certa misura trascurò di salvaguardare le nuove condizioni economiche e sociali che aveva conquistato. Anche questo errore iniziale, che poté essere rimediato solo parzialmente più tardi, era difficilmente evitabile in quelle situazioni. A eccezione dei Comitati delle milizie antifasciste, formati da rappresentanti stessi del movimento operaio libertario, non cíera allora né un'autorità esecutiva né un parlamento. Neppure vi erano grandi proprietari capitalisti da espropriare. Una parte considerevole delle maggiori imprese erano di proprietà del capitale straniero. I rappresentanti di questíultimo, come i grandi capitalisti locali, erano stati sostenitori più o meno espliciti dei generali ribelli. I due gruppi erano fuggiti non appena la ribellione di Franco a Barcellona fallì, quando addirittura non avessero già previsto in anticipo questa eventualità e avessero abbandonato il Paese ormai avviato alla guerra civile, come Juan March e François Cambo. Líoffensiva contro il capitale, iniziata dai lavoratori catalani immediatamente dopo la repressione della rivolta di Franco, era molto simile ad una guerra contro un nemico invisibile. I dirigenti delle grandi ferrovie, delle Compagnie dei trasporti urbani, delle Compagnie di navigazione del porto di Barcellona, i proprietari delle industrie tessili di Tarrasa e Sabadell erano spariti e, un fatto eccezionale, nell'impossessarsi dellíazienda tranviaria di Barcellona i lavoratori trovarono negli uffici della grande compagnia monopolistica un solo individuo tremante al quale in un impulso di magnanimità vennero risparmiate la vita e la libertà.

Così il proletariato catalano si installò come volle nelle fabbriche e negli uffici capitalistici che erano stati abbandonati dai loro padroni. Dopo la presa di possesso dei lavoratori le imprese collettivizzate funzionavano come "Società per azioni dellíeconomia capitalista". Le assemblee generali dei lavoratori procedevano alla elezione dei Consigli in cui erano rappresentate tutte le varie fasi della produzione ñ produzione in senso stretto, amministrazione, servizi tecnici ecc. Il collegamento permanente con il resto dellíindustria era mantenuto dai rappresentanti dei corpi centrali dei sindacati, che partecipavano anche alle sedute dei consigli. La direzione stessa degli affari era lasciata a un direttore scelto dai lavoratori di ciascuna fabbrica; nelle imprese più importanti tale scelta era subordinata al consenso del consiglio generale della rispettiva industria; non cíera motivo per cui non dovesse essere eletto chi in precedenza era stato proprietario, manager o direttore dellíimpresa socializzata.

Questa analogia esteriore non significa affatto che la collettivizzazione non avesse cambiato il sistema di produzione delle imprese industriali e commerciali. Essa dimostra semplicemente la relativa facilità con cui in circostanze fortunate, quali qui si presentarono, si possono ottenere profondi mutamenti nella direzione della produzione e nel pagamento dei salari senza grandi trasformazioni strutturali e organizzative. Una volta completamente eliminata la resistenza dei vecchi padroni dellíeconomia e della politica, i lavoratori in armi poterono procedere direttamente dai loro compiti militari a quelli costruttivi della trasformazione della produzione in ciò per cui si erano preparati è cosa che a molti osservatori era sembrata solo una smisurata illusione e una "utopia".

Anche per il problema, complicatissimo per il socialismo, della collettivizzazione dellíagricoltura, quei lavoratori avevano preparato un programma assolutamente realistico, senza esagerazioni, fretta o errori psicologici. La risoluzione sulla collettivizzazione della terra che era stata approvata dal congresso della CNT a Madrid nel giugno 1931 e che da allora, attraverso tutte le vicissitudini di un movimento rivoluzionario ora all'attacco ora in ritirata, era stata diffusa e accuratamente illustrata in tutto il paese da propagandisti anarchici e sindacalisti, fornì una guida pratica allíazione del luglio e dellíagosto 1936 dei lavoratori agricoli e piccoli affittuari lasciati completamente alla propria iniziativa senza impedimenti provenienti da nessuna autorità o tutela esterne. La forma concreta con cui questo compito venne risolto dai produttori agricoli stessi è illustrata da una risoluzione dellíassemblea plenaria dei lavoratori agricoli della Catalogna e dalle regolamentazioni e dai piani organizzativi adottati in seguito da essa in vari distretti e comuni nellíannata agricola 1936-37.

In questa sede possono essere discussi solo i punti principali dellíaccurata e dettagliata presentazione della collettivizzazione nelle industrie più importanti ñ trasporti, tessili, alimentari ecc. ñ che costituisce la seconda parte del libro. Questi capitoli mostrano non solo la nuova organizzazione sociale delle industrie ma mettono in rilievo con chiarezza i grandi successi iniziali della iniziativa economica e sociale del movimento operaio libertario per i lavoratori stessi e ancor più per il mantenimento e líespansione della produzione. Leggiamo dellíabolizione di condizioni di lavoro disumane, di aumenti salariali e riduzioni dellíorario di lavoro, di varie nuove forme di egualitarismo dei salari tra vari tipi di lavoratori, qualificati e non qualificati, maschi e femmine, adulti e ragazzi, di "salario unico" e "salario familiare". Vediamo come il problema dellíincremento del miglioramento della produzione in ogni industria assuma importanza crescente di settimana in settimana. Leggiamo di industrie completamente nuove ñ come quella ottica ñ create dalla rivoluzione stessa; di procedimenti usati in alcune branche industriali prive di materie prime impossibili da ottenere o non necessarie ai bisogni immediati, per convertirle rapidamente alla produzione dei materiali bellici più urgenti. Ci viene raccontata la commovente storia di quegli strati più poveri della classe lavoratrice che sacrificarono volontariamente le loro condizioni finalmente migliorate per sostenere la produzione bellica e aiutare le vittime della guerra e i profughi dalle zone occupate da Franco.

Ma non sono queste virtù negative di sacrificio e rinuncia dietro le quali in questi ultimi due anni osservatori stranieri più o meno partecipi hanno troppo spesso obliterato le grandi conquiste dei lavoratori rivoluzionari, ad attrarre il nostro interesse principale. In questo periodo iniziale della collettivizzazione spagnola il nostro interesse principale va al ruolo importante assunto dal tipo particolare di sindacato, rappresentato nel modo più caratteristico dai lavoratori della Catalogna e di Valencia, che fino allíepoca presente era disprezzato e criticato dai ricchi sindacati inglesi e dalle potenti organizzazioni marxiste dellíEuropa centrale e meridionale come una forma utopica destinata al fallimento in qualsiasi situazione critica. Queste formazioni sindacaliste, anticentralistiche e antipartitiche erano interamente basate sulla libera azione delle masse lavoratrici. Le loro attività di routine come di emergenza erano guidate sin dallíinizio non da una burocrazia professionale ma dallíélite dei lavoratori nelle rispettive industrie. Quella stessa élite cosciente, rappresentata dai comitati d'azione rivoluzionari creati dai lavoratori in lotta allíinterno e fuori dei sindacati per affrontare i vari problemi a mano a mano che sorgevano, fornì líiniziativa, la consistenza, líesempio e líazione per le conquiste fondamentali del nuovo periodo rivoluzionario. Questa lezione storica della collettivizzazione è d'importanza permanente per lo sviluppo organizzativo e tattico del movimento rivoluzionario.

Il vigore dell'atteggiamento anti-Stato del proletariato rivoluzionario spagnolo, libero da impedimenti organizzativi o ideologici autoimposti, spiega tutti i suoi sorprendenti successi di fronte a difficoltà schiaccianti. Spiega il fatto senza precedenti nellíesperienza europea che la collettivizzazione rivoluzionaria fu estesa sin dal principio e come cosa naturale allo Stato e alle imprese municipali così come alle aziende capitalistiche. A questo proposito interessantissimo è il resoconto della collettivizzazione del monopolio statale del petrolio e dei servizi pubblici (luce, acqua, energia). Anche la descrizione, per altri versi alquanto eccessiva, della rapida "collettivizzazione al cento per cento dei negozi di barbiere" e della egualmente riuscita "regolazione sociale del commercio ambulante" a Barcellona testimonia eloquentemente la capacità creativa peculiare di quella rivoluzione anche in un settore la cui stessa esistenza è in contraddizione con essa, sebbene contribuisca molto poco alla soluzione reale di problemi marginali per la rivoluzione proletaria, come sono quelli dell'artigianato e del commercio. I contributi reali della rivoluzione spagnola a questi problemi sono toccati solo indirettamente in rapporto al problema già menzionato della produzione agricola e nella discussione delle varie forme in cui è stata ottenuta la collettivizzazione su scala locale con misure che toccavano in grado maggiore o minore líintera produzione e modo di vita delle città più piccole e delle regioni rurali.

Il carattere non più teorico, ma meramente descrittivo di queste ultime parti non permette che in questa breve recensione si riporti anche una piccola parte del suo ricco contenuto. Ognuna di queste quattordici brevi narrazioni, in apparenza simili a bozzetti, ma che in realtà toccano tutti i problemi essenziali della società, riproduce le caratteristiche più o meno tipiche eppure peculiari della nuova vita nelle mutevoli condizioni locali basate sullo sviluppo generale del Paese. La descrizione ha inizio con la situazione industrialmente avanzata del centro tessile di Tarrasa, vicino alla capitale, con i suoi 40.000 abitanti di cui 14.000 operai, 11.000 dei quali organizzati nella sindacalista CNT, mentre il resto faceva parte della socialdemocratica UGT. Da qui attraverso vari stadi intermedi scende verso i villaggi più poveri, primitivi, piccoli e piccolissimi di Catalogna, Aragona, della Mancha, lontani da ogni cultura urbana e industriale e purtuttavia profondamente toccati dalla nuova vita. A questo punto i curatori osservano: "Notiamo continuamente che è stato compiuto un grande progresso veramente rivoluzionario nelle città e nei villaggi piccoli e con pochi abitanti, un progresso indubbiamente più importante che nelle città con maggiore popolazione". Questo elogio della semplicità e della povertà è in singolare contrasto con le idee materialistiche del movimento marxista, ma è stata a lungo una caratteristica di questa forma del movimento operaio che nelle trincee della guerra civile spagnola e nella pazienza egualmente eroica delle popolazioni sofferenti di Madrid, Barcellona e Valencia ha portato avanti la lotta della classe lavoratrice temporaneamente sconfitta nel resto d'Europa. Questo stesso sentimento tocca il suo apice nella descrizione conclusiva di una piccola città di campagna situata in una provincia scarsamente popolata della Mancha. Qui i lavoratori erano sempre stati privati di attrezzature moderne e di opportunità culturali. Tuttavia erano organizzati nei loro sindacati sin dal 1920 e furono tra i primi ad adottare in modo integrale la nuova vita del comunismo libertario. Rifacendosi a questa esperienza il libro termina con una commovente affermazione: "Membrilla è forse la città più povera della Spagna, ma è la più giusta".

 

NOTE

1 Questa e le citazioni seguenti sono tratte dalla storia documentaria di J. Bunyan e H.H. Fisher, The Bolshevik Revolution 1917-18, Stanford University Press, 1934.

2 A beneficio di quei comunisti veneratori di Stalin, che recentemente hanno incominciato ad apprendere la lezione delle grandi "purghe" in Russia, citiamo qui una frase della "Pravda" che attesta ciò che gli "amici" stalinisti facevano e intendevano fare in una Spagna completamente "bolscevizzata": "La purga della Catalogna da tutti gli elementi trozkisti e anarco-sindacalisti è già iniziata; questo compito è portato avanti con la stessa energia con la quale è stato compiuto in URSS" ("Pravda", 17 dicembre 1936).1 Si tratta del saggio precedente.   

3 Cfr. Collectivisations. L'oeuvre constructive de la révolution espagnole. Recueil de documents, Éditions cnt-fai, 1937, p. 244.

 

 

 

[Cura di Ario Libert]

 

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Economia e politica nella Spagna rivoluzionaria

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5 agosto 2014 2 05 /08 /agosto /2014 05:00

EMILIO COVELLI

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cafieroEmilio Covelli nacque a Trani, in provincia di Bari, il 5 agosto del 1846 da Francesco Paolo e da Carolina Soria, di agiate condizioni. Seguì gli studi secondari nel seminario di Molfetta, istituto ecclesiastico aperto anche ai laici e scuola fra le più rinomate del Mezzogiorno. Ebbe come compagno di studi il coetaneo Carlo Cafiero, di Barletta, che gli sarà più tardi anche compagno d'idee e di sventura.

Da un profilo biografico scritto dal Cafiero nel 1882 si ricava questo ritratto fisico e morale del Covelli: " al seminario, ove fummo educati insieme, egli riportò sempre il primo premio... Non solo non lo ricordo mai punito, ma mi sembra che egli imponesse una specie di rispetto e di riverenza ai superiori stessi. Parco nel parlare e nel gestire, egli possedeva la bella moderazione di un carattere mite, dolce, uguale, costente... La sua nera figura, angolosa e rannuvolata, il suo sguardo sospettoso e scrutatore, e persino il mutismo delle sue labbra, son tutte cose che incutono soggezione". Basso di statura, di carnagione scura, miope così lo descrive una scheda della polizia - fin da giovane soffrì di disturbi nervosi.

Duhring.jpgDopo essersi laureato in giurisprudenza all'università di Napoli, perfezionò i suoi studi a Heidelberg e a Berlino, frequentando nelal capitale tedesca le lezioni di Eugen Duhring, teorico di un socialismo non materialista e non classista e quindi in polemica con Marx e Engels. Fu proprio nel pubblicare sulla Rivista partenopea (1871-72) il suo primo scritto - una recensione dell'opera del During Storia critica dell'economia politica e del socialismo - che il Covelli prese ad esaminare, primo in Italia, Il Capitale di Marx e a discorerne positivamente. Nel 1874 egli tornò a trattare questi temi in un saggio su L'economia politica e la scienza che ha un suo posto nella prima letteratura del socialismo italiano. Sicolgono in questi scritti del Covelli alcuni spunti polemici contro il socialismo dottrinario e a favore del movimento sociale della classe lavoratrice e delle sue esperienze concrete (ad esempio, le organizzazioni di resistenza).

Spunti che si ritrovano sintetizzati in questo schizzo dello sviluppo storico del movimento: "Da prima il programma del proletariato era naturalmente utopistico; il presente è male, dunque tabula rasa; vogliamo invece il bene; facciamo quindi l'avvenire come noi stessi vogliamo. La realtà attuale si offriva come qualcosa di assolutamente intollerabile; non s'indagava quello che poteva naturalmente uscirne. Non si avevano idee di leggi sociali; e le istituzioni sociali sembravano puro risultato dell'arbitrio. Vennero le utopie di Saint-Simon, Fourier, Owen, ecc. Ma esse non si attuarono; onde l'operaio seguì naturalmente la via di lottare come poteva col presente per ricavarne il meno male possibile. Questa lotta nella vita pratica dette coll'andar del tempo de' risultati che influirono sulle concezioni de' pensatori e sull'indirizzo generale del socialismo, che venne quindi mutando d'aspetto".

malatestaCon questa preparazione di ricerche e di studi, a metà degli anni a metà degli anni Settanta, il Covelli si accostò all'Internazionale che era allora l'associazione in cui si organizzava il nascente movimento socialista in Italia, con prevalente indirizzo anarchico. Visitò a Locarno il vecchio amico Cafiero e s'iscrisse verso il 1875 alla sezione napoletana. Inseguito, mentre i maggiori esponenti dell'Internazionale come Cafiero e Malatesta, protagonisti del moto insurrezionale del Matese (1877) si trovavano in carcere, il Covelli fondò e diresse a Napoli il giornale L'Anrachia che fu la voce del

 

 

 

 

 

crisse verso il 1875 alla sezione napoletana. In seguito, mentre i maggiori esponenti dell'Internazionale come Cafiero e Malatesta, protagonisti del moto insurrezionale del Matese (1877) si trovavano in carcere, il Covelli fondò e diresse a Napoli il giornale L'Anarchia che fu la voce del movimento in quel difficile momento. Per la sua attività subì in questo periodo, sempre a Napoli, il primo arresto.

 

Successivamente, impegnatosi come membro della commissione di corrispondenza della Federazione italiana, venne arrestato e processato davanti al tribunale di Genova che lo assolse l'11 luglio 1879 insieme con altri coimputati fra i quali l'internazionalista fiorentino Gaetano Grassi. Appena liberato si rifugiò in Francia anche per sfuggire al processo in Corte d'appello che il 16 marzo 1880 lo condannò in contumacia a dieci mesi di carcere e dieci mesi di sorveglianza. Dopo aver incontrato a Parigi Carlo Cafiero, si portò in Inghilterra e da Londra il 17 novembre 1880 diffuse uno stampato dal titolo Redattori della Lotta! (La Lotta era il titolo di un giornale che avrebbe dovuto pubblicarsi a Bologna) nel quale manifestava violentemente il proprio dissenso dall'indirizzo evoluzionista enunciato da Costa nel programma della Rivista internazionale del socialismo: "Io credo che la rivoluzione non è l'organizzazione, in modo più o meno pacifico e legale, di un esercito che, all'ordine di uno o più capi, deve poi marciare all'assalto. In nessun paese la classe operaia è organizzata come in Inghilterra e non è meno preparata alla rivoluzione. La rivoluzione, parmi, è l'azione continua di eccitamento e di perpetrazione di ogni specie di reati contro l'ordine pubblico".

 

Queste posizioni sono sistematicamente sostenute sulla rivista anarchica I Malfattori che il Covelli pubblicò a Ginevra nel corso del 1881, contribuendo al passaggio dell'anarchismo a un indirizzo estremista, illegalista e per certi aspetti individualista. Il Covelli teorizzò anche il ricupero, anzi la funzione rivoluzionaria, degli emarginati sociali e degli spostati.

 

i malfattori
 

 

La-Plebe.jpgIn questa cornice ideologica va anche inquadrato l'atteggiamento del Covelli nei confronti della "svolta" di Andrea Costa. Se alla vigilia della lettera "agli amici di Romagna" del luglio 1879, il Covelli, intervenendo su La Plebe, aveva assunto una posizione abbastanza aperta, e se, alla vigilia delle elezioni politiche del novembre 1882, aveva tenuto un contegno distaccato ma non ostile ai mezzi legali (egli stesso, nuovamente detenuto a Genova, era portato in quella occasione candidato-protesta nel collegio di Monselice), attaccava in seguito e pubblicamente il neodeputato Costa (meeting di Parigi del 30 ottobre 1883) qualificandolo come "un rinnegato che ha accettato di essere deputato e triunviro della democrazia, mentre io ho rifiutato tutto, ed ho bramato la miseria, le persecuzioni, le calunnie per restare ciò che sono" (Protesta in Proximus tuus [Torino], 1º dicembre 1883).

 

Già in questo periodo però si hanno i primi segni di un'alterazione mentale che condusse il C. in manicomio: una prima volta a Como nel 1885. Dimesso dopo sette mesi riprese a viaggiare e verso la fine degli anni Ottanta lo troviamo a Corfù e a Costantinopoli. Si interessa alla sorte del suo amico Cafiero, anch'egli ricoverato in manicomio. All'inizio degli anni Novanta è nuovamente in Svizzera.

 

Qui entra in una pubblica discussione politica con il gruppo "I ribelli futuri" di Neuchâtel, a proposito di due sue proposte: una relativa alla "socializzazione della terra" intesa come "rivendicazione parziale" da portare avanti indipendentemente dai fini ultimi e generali che restano il comunismo e l'anarchia; l'altra per una maggiore attenzione ai problemi della società italiana "proponendo qualche provvedimento d'immediata attuazione, qualche mezzo eroico che valga a far cessare lo spettacolo vergognoso de' poveri italiani divenuti i pezzenti del mondo (L'Italiano all'estero, organo degli operai italiani in Svizzera, Losanna, 13 giugno 1891).

 

In tal modo anche il Covelli, come Cafiero, pur mantenendosi intransigente sulla questioni tattiche ("Né io vi propongo per ciò di entrare ne' Consigli comunali e ne' Parlamenti. Lo faccia chi vuole"), approdava ad un programma transitorio, modificando alquanto la primitiva rigidezza.

 

Dal 1892 al 1894 il Covelli rimase internato nel manicomio di Aversa e fra il 1904 ed il 1908, ad intervalli, in quello di Nocera Inferiore. Nel 1908, grazie ad aiuti raccolti con una sottoscrizione, poté tornare in Svizzera per trovare i vecchi compagni ma, fermato a Losanna, venne espulso una prima volta nel maggio 1908 per mendicità e una seconda volta nel gennaio 1909 per aver contravvenuto al decreto di espulsione. Dal 1909 al 1913 venne ricoverato per "monomania acuta" nel manicomio di Como, dal quale venne trasferito a quello di Nocera Inferiore (Salerno), dove morì il 2 novembre 1915.

 

Una lapide e un busto lo ricordano a Trani.

 

Pier Carlo Masini

 

[A cura di Ario Libert]

 

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Emilio Covelli

 

 

Fonti e Bibliografia

 

C. Cafiero, Un candidato protesta, in Tito Vezio (Milano), 15 ott. 1882; G. Francia, EC., in (Roma), novembre 1903, pp. 113-116; EC., in L'internazionale, Suppl.n. 36La Lotta, edito nell'occas. dei convegno di Imola, 7 sett. 1913; A. Lucarelli, Biografia di E. C., in Carlo Cafiero. Saggio di una storia documentaria del socialismo, Trani 1947, ad Indicem; P. C. Masini, La prima notizia del "Capitale" in Italia in uno scritto di E. C., in Movimento Operaio, Milano, dicembre 1950, pp. 431-436; G. Perillo, Internazionale e società affratellate nel Genovesato, in Il Movimento operaio e sociale in Liguria, luglio-agosto 1959, pp. 117-163; P. C. Masini, Biografie di "sovversivi" compilate dai prefetti del regno d'Italia, in, IV (1961), 13-14, pp. 575 s.; Id., Storia degli anarchici italiani 1862-1892, Milano, 1969, ad Indicem; Id., Cafiero, Milano, 1974, pp. 171, 328, 362: Il movimento operaio italiano, Dizionario biografico II, pp. 125-129 (con bibliografia); M. Spagnoletti, Riflessi del dibattito ideologico sull'azione degli anarchici pugliesi (1874-1884), in, XXXII (1979), pp. 295-335; Id. Emilio Covelli tra Marx e Bakunin, ibid., XXXV (1982), pp. 313-365.

 
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24 luglio 2014 4 24 /07 /luglio /2014 05:00

Un nuovo numero di "L'Assiette au Beurre" illustrato da Gustave Jossot, i cui meriti come autore di satira politica e sociale ma anche della mentalità e dei costumi correnti alla sua epoca, stanno riscuotendo sempre più credito nel suo stesso paese natio, tanto da aver meritato un certo numero di ristampe negli ultimi anni e anche una mostra a Parigi l'anno scorso. 

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[Traduzione di Ario Libert] 

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14 luglio 2014 1 14 /07 /luglio /2014 05:00

 

La Rivoluzione degiacobinizzata

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Daniel Guérin

La fine dello stalinismo ha aperto nel movimento socialista internazionale un grande dibattito sui problemi della democrazia. È in questa prospettiva che pubblichiamo il presente articolo di Daniel Guérin, benché non ne condividiamo tutte le tesi.

Les Temps  Modernes
 

sanculotti03.jpgIntorno a noi, oggi, tutto è rovine. Le ideologie che ci hanno ficcato in testa, i regimi politici che ci hanno fatto subire o fatto balenare davanti agli occhi vanno gli uni e gli altri in frantumi. Per riprendere l'espressione di Edgar Quinet [1], abbiamo smarrito i nostri bagagli.

Il fascismo, questa forma suprema e barbara del dominio dell'uomo sull'uomo, è affondato, poco più di dieci anni fa, in un bagno di sangue. E coloro che si erano aggrappati ad esso come ad un salvagente, che l'avevano chiamato alla riscossa contro i lavoratori, magari attraverso la punta delle baionette straniere, hanno perso molte penne nell'avventura e sono costretti, malgrado che gli conservino una segreta preferenza, di riporlo nel ripostiglio degli attrezzi.

sanculotto02.jpgIl meno che si possa dire, è che la democrazia borghese non è stata rinvigorita dal crollo del fascismo. Essa aveva d'altronde spianato la strada a quest'ultimo e si era mostrata incapace poi di sbarrargliela. Non ha più nessuna dottrina, nessuna fiducia in se stessa. Non è riuscita a ridare lustro al suo blasone utilizzando a suo profitto lo slancio delle masse popolari francesi contro l'hitlerismo. La "Resistenza" ha perso ogni ragione di essere dal giorno in cui è sparito ciò contro cui essa si batteva. La sua falsa unità si è presto disgregata. Il suo mito si è sgonfiato. I politici del dopoguerra sono stati i più penosi che abbiamo mai avuto. Hanno essi stessi volatilizzato la fiducia troppo credula di coloro che, contro Vichy, si erano, in mancanza di meglio, volti verso Londra. La democrazia borghese si è rivelata totalmente incapace di risolvere i problemi, le contraddizioni dell'anteguerra, contraddizioni ancor molto più insolubili di quanto non lo erano prima, una sedicente crociata intrapresa per trovar loro una soluzione. Non può più sopravviversi, all'interno, che come una caricatura vergognosa ed ipocrita dei metodi fascisti, all'esterno, con delle guerre coloniali ed anche con delle guerre di aggressione. Essa è, già dimissionaria. La sua successione è aperta.

Ed ecco che lo stalinismo, che si pretendeva e che molti credevano fatto di un metallo duro e durevole, che si pretendeva e che molti credevano fondato storicamente a sostituirsi alle forme moribonde (fasciste o "democratiche") del dominio borghese, affondare a sua volta nello scandalo delle ignominie rivelate dal rapporto Kruschiov, nell'orrore della repressione ungherese.

Ma un mondo che crolla è anche un mondo che rinasce. Lungi da noi lasciarci andare al dubbio, all'inazione, alla confusione, alla disperazione, è giunta l'ora per la sinistra francese di ricominciare da zero, di ripensare sin dalle loro fondamenta i suoi problemi, di rifare, come diceva Quinet, il proprio bagaglio di idee.

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Era già una preoccupazione di quest'ordine che, all'indomani della "liberazione", mi aveva incitato a risalire sino alla Rivoluzione francese [2]. se avevo insufficientemente rivelato il mio disegno, e se esso è dunque sfuggito, senza dubbio per colpa mia, a molti dei miei lettori e contraddittori, un critico britannico lo ha tuttavia intravisto: "Ogni generazione" egli scriveva "deve riscrivere la storia per se stessa. Se il XIX secolo in Europa occidentale fu il secolo della libertà, il presente secolo è quello dell'eguaglianza. Gli ideali gemelli della Rivoluzione francese, così a lungo separati dall'ascesa politica del liberalismo del XIX secolo, stanno per ricongiungersi. Questo accostamento, dettato dal corso degli avvenimenti e la direzione del processo storico stesso, pone delle nuove esigenze a tutti coloro che aspirano a descrivere e ad interpretare questo processo. Se gli ideali gemelli che la civiltà occidentale deve così ampiamente alla Rivoluzione francese sono destinati ad essere riconciliati nell'azione, essi devono certamente esserlo anche - e per prima cosa - nella descrizione degli storici della loro evoluzione". E questo critico anonimo trovava naturale che al momento in cui la Francia passa attraverso una fase di ricostruzione politica e sociale... "essa cerca di essere guidata da un'interpretazione sociale più sfaccettata della sua storia" [3].


Ma la necessaria sintesi delle idee di eguaglianza e di libertà che questo critico raccomandava in termini troppo vaghi e confusi non può e non deve essere tentata, a mio avviso, nel quadro ed a profitto di una democrazia borghese bancarottiera. Può esserlo e deve esserlo nel quadro del pensiero socialista, che rimane, malgrado tutto, il solo valore solido della nostra epoca. Il doppio fallimento del riformismo e dello stalinismo ci pone un dovere urgente di riconciliare la democrazia (proletaria) ed il socialismo, la libertà e la Rivoluzione.

Ora, precisamente, la grande Rivoluzione francese ci ha fornito i primi materiali di questa sintesi. Per la prima volta nella storia, le nozioni antagonistiche di libertà e costrizione, di potere statale e di potere delle masse si sono affrontate, chiaramente se non pienamente, nel suo immenso crogiolo. Da questa feconda esperienza sono scaturite, come ha ben visto Kropotkin [4], le grandi correnti del pensiero socialista moderno a partire dalle quali non potremo rifare il nostro bagaglio ideologico se non giungeremo- infine- a trovarne la corretta sintesi.

Il ritorno alla Rivoluzione francese è stato sino ad ora molto infruttuoso perché i rivoluzionari moderni, che l'hanno tutti studiata nei dettagli e con passione, non si sono preoccupati che di analogie superficiali, di punti di somiglianza formale con quella situazione, quel gruppo politico, quei personaggi del loro tempo. Sarebbe divertente ricapitolare tutte queste fantasie, a volte brillanti, a volte semplicemente assurde, sulle quali degli storici della Rivoluzione russa come Boris Suvarin, Erich Wollenberg e Isaac Deutscher, hanno avuto ragione di fare delle riserve [5]. Ma occorrerebbero pagine e pagine, e noi abbiamo meglio da fare. Per contro, se abbandonando il piccolo gioco delle analogie, cerchiamo di andare in fondo ai problemi e di analizzare il meccanismo interno della Rivoluzione francese, possiamo trarne degli insegnamenti molto utili alla comprensione del presente.

La democrazia diretta del 1793

Innanzitutto, la Rivoluzione francese è stata la prima manifestazione storica, coerente e su vasta scala, di un nuovo tipo di democrazia. Anche quelli tra i miei critici che, pur richiamandosi al marxismo, esitano ancora a seguirmi in tutte le mie conclusioni, hanno finito con l'ammettere, con Albert Soboul, che il “sistema politico di democrazia diretta” scoperto spontaneamente dai sanculotti era “del tutto differente dalla democrazia liberale così come la concepiva la borghesia” [6]. Aggiungerei: non soltanto “differente” ma, spesso, anche antitetica. La grande Rivoluzione non fu soltanto, come troppi storici repubblicani hanno creduto, la culla della democrazia parlamentare: per il fatto che essa era, allo stesso tempo di una rivoluzione borghese, un embrione di rivoluzione proletaria, essa recava in sé il germe di una nuova forma di potere rivoluzionario i cui tratti emergeranno nel corso delle rivoluzioni della fine del XIX e del XX secolo. Dalla Comune del 1793 a quella del 1871 e da quest'ultima ai soviet del 1905 e del 1917, la derivazione è evidente.

Non volendo ripetermi in modo eccessivo, preferisco rinviare il lettore alle pagine dell'“Introduzione” nelle quali, a proposito della Rivoluzione francese, ho analizzato le principali componenti del potere "dal basso", evidenziato le differenze essenziali tra democrazia borghese e democrazia proletaria, fatto la critica del parlamentarismo e tentato di approfondire il fenomeno della dualità dei poteri: potere borghese e potere delle masse.

Vorrei qui limitarmi a precisare sommariamente alcuni dei tratti generali della “democrazia diretta” del 1793. Se scendiamo nelle sezioni, nelle società popolari dell'anno II, si ha l'impressione di prendere un bagno vivificante di democrazia. L'epurazione periodica della società da se stessa, con ognuno che sale alla tribuna per offrirsi al controllo di tutti, la preoccupazione di assicurare l'espressione la più perfetta possibile della volontà popolare, di impedire il suo soffocamento da parte dei bravi parlatori e degli oziosi, di permettere alle persone che lavorano di abbandonare i loro strumenti senza sacrificio pecuniario e di partecipare così pienamente alla vita pubblica, di assicurare il controllo permanente dei mandatari da parte dei mandanti, di piazzare, nelle deliberazioni, i due sessi su un piede di eguaglianza assoluta [7], questi sono alcuni dei tratti di una democrazia realmente spinta dal basso in alto.

Il Consiglio generale della Comune del 1793- almeno sino alla decapitazione dei suoi magistrati da parte del potere centrale borghese- ci offre anche un notevole campionario di democrazia diretta. I membri del Consiglio sono i delegati delle loro rispettive sezioni, costantemente in collegamento con esse e sotto il controllo di coloro dei quali detengono i loro mandati, costantemente tenuti al corrente della volontà della “base” attraverso l'ammissione di delegazioni popolari alle sedute del Consiglio. Alla Comune, non si conosce l'artificio borghese della “separazione dei poteri” tra l'esecutivo ed il legislativo. I membri del Consiglio sono al contempo degli amministratori e dei legislatori. Questi modesti sanculotti non sono diventati dei politici professionali, sono rimasti gli uomini del loro mestiere, esercitandolo ancora, nella misura in cui glielo permettono le loro funzioni alla Casa Comune [Maison Commune], o pronti ad esercitarlo di nuovo non appena il loro mandato avrà fine [8].

Ma, di tutti questi tratti, il più ammirevole, è senz'altro la maturità di una democrazia diretta sperimentata per la prima volta in un paese relativamente arretrato, appena uscito dalla notte della feudalità e dell'assolutismo, ancora immerso nell'analfabetismo e l'abitudine secolare della sottomissione. Niente "anarchia", niente “casino” in questa gestione da parte del popolo, inedita ed improvvisata. Basta per convincersene sfogliare i verbali delle società popolari, i resoconti delle sedute del Consiglio generale della Comune. Vediamo la massa, come se fosse cosciente delle sue tendenze naturali all'indisciplina, animata dalla preoccupazione costante di disciplinarsi da sé. Essa ordina le proprie deliberazioni, richiama all'ordine coloro che sarebbero tentati di provocare il disordine. Benché nel 1793 la sua esperienza della vita pubblica sia del tutto recente, benché la maggior parte dei sanculotti (guidati, è vero, da piccolo borghesi istruiti) non sappiano ancora né leggere né scrivere, essa dà prova già di una propensione al self-government che ancora oggi i borghesi, ansiosi di conservare il monopolio della cosa pubblica, si ostinano, contro ogni evidenza, a negarle e che alcuni teorici rivoluzionari, imbevuti della loro “superiorità” intellettuale, hanno a volte tendenza a sottovalutare [9].


Democrazia diretta e avanguardia

Ma, allo stesso tempo, le difficoltà, le contraddizioni del self government fanno la loro apparizione. La mancanza d'istruzione ed il relativo ritardo della loro coscienza politica sono altrettanti ostacoli alla piena partecipazione delle masse alla vita pubblica. Tutto il popolo non ha la nozione dei suoi veri interessi. Mentre alcuni danno prova di una straordinaria lucidità per l'epoca, altri si lasciano facilmente sviare. La borghesia rivoluzionaria mette a profitto il prestigio che la sua lotta senza compromessi le vale contro le conseguenze dell'antico regime per inculcare ai sanculotti un'ideologia seducente ma fallace e che, di fatto, va incontro alle loro aspirazioni di piena eguaglianza. Se si sfogliano le voluminose raccolte dei rapporti degli agenti segreti del ministero dell'Interno [10], si vedono gli indicatori riferire dei discorsi uditi per strada, effettuati da uomini del popolo, e di cui il contenuto è a volte rivoluzionario, a volte controrivoluzionario. E questi discorsi sono consegnati alla rinfusa, come se fossero tutti, allo stesso titolo, le espressioni della vox populi, senza stabilire tra di loro una discriminazione né analizzare le loro contraddizioni evidenti.

La relativa confusione del popolo e soprattutto dei lavoratori manuali ancora privi di istruzione, lascia il campo libero a delle minoranze, più educate o più coscienti. È così che alla sezione della Casa Comune un piccolo nucleo “faceva fare tutto quel che voleva” alla società sella sezione “composta da un gran numero di massoni” [11]. In molte società popolari, malgrado tutta la fatica e tutte le precauzioni prese per assicurare il funzionamento più perfetto possibile della democrazia, delle “frazioni” guidano il gioco, in un senso o nell'altro e a volte si oppongono l'una all'altra. Ho esposto nel mio libro [12] come i Giacobini, non si fidassero delle assemblee generali delle sezioni che essi consideravano come poco sicure, lo infiltrano dall'interno, per mezzo di un pugno di uomini scelti con cura e retribuiti, con funzionari politici in qualche modo: i membri del comitato rivoluzionario locale. Questa “infiltrazione”, essi la esercitavano al contempo contro i loro avversari di destra e contro i loro avversari di sinistra. Ma, quando l'avanguardia estremista entrò in conflitto aperto con i Giacobini robespierristi, essa dovette creare, contro la frazione giacobina, una nuova frazione, più radicale: la società delle sezioni, ed una lotta molto viva si svolse tra le due frazioni per il controllo della sezione.

 In provincia, i funzionari locale erano, in teoria, elusi democraticamente dalle società popolari. Ma, in pratica, troppo spesso la piccola frazione che costituiva la cerchia immediata del rappresentante in missione faceva approvare dall'assemblea delle liste preparate in precedenza [13].

 Uno scrittore di destra, Augustin Cochin, ha scritto, ai nostri giorni, un intero libro [14] per tentare di provare che la democrazia diretta del 1793 non era che una caricatura di democrazia, perché, nelle società popolari, un “circolo interno” di alcuni agitatori faceva legge su una maggioranza passiva e conformista. Ma l’intenzione dell’autore è troppo evidente: egli cerca di calunniare la democrazia. L'accento è posto, non sulle sue imprese esplosive, ma sulle deficienze del suo noviziato. Inoltre, la questione non può essere affrontata in astratto. Manca alla dimostrazione troppo ingegnosa e troppo interessata di Augustin Cochin il criterio di classe. La democrazia non deve essere considerata soltanto nella sua forma, esse deve essere apprezzata in funzione di coloro al beneficio dei quali funziona: ogni volta che “frazione” è costituita da un'avanguardia audace, che guida e stimola una maggioranza timorata o che non ha ancora una coscienza chiara dei suoi interessi, l'intervento di questa minoranza è, in una certa misura, benefattrice.

 La grande lezione del '93, non è soltanto che la democrazia diretta sia fattibile, è anche che l'avanguardia di una società, quando essa è ancora una minoranza in rapporto alla massa del paese che essa trascina, non può evitare, in questa battaglia di vita o di morte qual è una Rivoluzione, di imporre la sua volontà alla maggioranza, innanzitutto, e di preferenza, con la persuasione, e, se la persuasione fallisce, con la costrizione. Qui, non volendo ripetermi, devo rinviare il lettore alla sezione dell'Introduzione dedicata alla "dittatura del proletariato" [15]. Ho tentato di dimostrare che è nell'esperienza stessa della Rivoluzione francese che Marx ed Engels hanno attinto questa famosa nozione, aggiungendovi io stesso il correttivo che abbiamo a che fare, in realtà, nel 1793, con due tipi di "dittatura" antitetiche: la "dittatura" borghese dall'alto, quella del governo rivoluzionario, dittatura popolare dal basso, quella dei sanculotti in armi, organizzati democraticamente nei loro club e nella Comune.

Su questo punto, tuttavia, il mio libro comportava una lacuna. Avrei dovuto precisare che la nozione di "dittatura del proletariato" non è veramente mai stata elaborata dai suoi autori. Senza pretendere, certo, come Kautsky, all'epoca in cui era diventato riformista, che non è nella loro opera che un Wörtchen, un parolina senza importanza, pronunciata occasionalmente (gelegentlich) [16], siamo obbligati di constatare che essi non l'hanno menzionata che raramente, ed ogni volta troppo brevemente, nei loro scritti. E quando, in particolare, essi la scoprono nella Rivoluzione francese, i termini che essi impiegano sono lungi dall'essere chiari [17], e sono discutibili. Infatti, i rivoluzionari dell'anno II, convinti com'erano della necessità di misure d'eccezione, del ricorso alla costrizione, aborrivano ad impiegare la parola dittatura. La Comune del 1793, come la sua continuatrice del 1871, voleva guidare e non “imporre la sua supremazia” [18]. Marat stesso, il solo rivoluzionario del suo tempo che si augurò la dittatura, era obbligato a ricorrere a delle precauzioni di linguaggio: egli chiedeva una "guida" e non un "maestro". Ma, anche sotto questa forma velata, scandalizzò i suoi fratelli d'arme e si attirò le loro vive proteste.

Che si capisca: la democrazia aveva appena emesso il suo primo vagito. Il tiranno era stato rovesciato da poco, la Bastiglia era stata rasa al suolo. La parola dittatura suonava male. Risvegliava l'idea di una specie di ricaduta nella tirannia, nel potere personale. Infatti, per degli uomini del XVIII secolo, nutriti di ricordi antichi, la dittatura aveva un suono preciso e temibile. Essi si ricordavano - e l'Encyclopédie era lì a ricordarglielo - che i Romani, "avendo cacciato i loro re, si videro obbligati, in tempi difficili, a creare, a titolo temporaneo, un dittatore che godeva di un potere più grande di quanto avessero mai avuto gli antichi re". Essi si ricordavano che, più tardi, l'istituzione degenerando, Silla e Cesare si erano fatti proclamare dittatori perpetui ed avevano esercitato una sovranità assoluta che andava, nel caso del secondo, sino a farsi sospettare di mire monarchiche. Essi non volevano né un nuovo monarca né un nuovo Cesare.

Della rivoluzione inglese, gli uomini del 1793 avevano un ricordo ancora più vivo. Come avrebbero potuto dimenticare che nel secolo precedente Oliver Cromwell, dopo aver rovesciato un sovrano assoluto, aveva usurpato il potere popolare, instaurato una dittatura ed anche tentato di farsi incoronare re? Essi si fidavano come della peste di un nuovo Cromwell e  fu alla vigilia del Termidoro, una delle loro lamentele contro Robespierre [19].

Infine, i sanculotti della base, gli uomini delle società popolari avevano una diffidenza istintiva verso la parola dittatura, perché quest'ultima non avrebbe tradotto che una parte della realtà rivoluzionaria: essi volevano innanzitutto convincere, aprire a tutti le porte della nascente democrazia, e non fecero ricorso alla costrizione che quando coloro che avrebbero voluto convincere ed ammettere nella democrazia risposero loro con il piombo.

Forse essi avevano l'intuizione che è sempre un errore prendere in prestito delle parole dal vocabolario del nemico. “Sovranità del popolo” è, come lo sottolineava già Henri de Saint-Simon [20], uno di questi prestiti spiacevoli. Il popolo, il giorno in cui si amministra da sé, non è il sovrano di nessuno. “Dispotismo della libertà” (formula che gli uomini del 93 arrischiarono a volte ad impiegare preferendolo a “dittatura”, perché aveva una risonanza più collettiva), “dittatura del proletariato”, non sono meno antinomici. Il genere di costrizione che l'avanguardia proletaria si trova obbligata ad esercitare sui controrivoluzionari è di una natura così fondamentalmente differente dalle forme di oppressione del passato ed è compensata da un grado così avanzato di democrazia per gli oppressi della vigilia che la parola dittatura giura con quella di proletariato.

Bakunin NadarQuesta è stata l'opinione dei collettivisti libertari tipo Bakunin, ben decisi a non trattare con i borghesi se quest'ultimi si pongono contro la Rivoluzione sociale, ma respingendo allo stesso tempo, in modo categorico, ogni parola d'ordine di “dittature sedicenti rivoluzionarie” [21]. In quanto ai riformisti, essi non respingono, soltanto le parole “dittatura del proletariato” ma anche ciò che è stato definito come valido nel loro contenuto. Anche per troppo tempo, i rivoluzionari che si richiamavano al marxismo non hanno osato porre delle riserve in quanto alle parole, per paura di vedersi sospettati di “opportunismo”.

babeuf.jpgL'imprecisione dei termini compare ancora più chiaramente se si risale alle fonti i babuvisti furono i primi a parlare di "dittatura" rivoluzionaria. Se ebbero il merito di trarre la netta lezione dalla sottrazione della rivoluzione da parte della borghesia, si sa che essi apparvero troppo tardi, in un'epoca in cui il movimento delle masse aveva reso l'anima. Minoranza minuscola e isolata, essi dubitarono della capacità del popolo a dirigersi, per lo meno nell'immediato. E si augurarono una dittatura, sia la dittatura di uno solo, sia quella di "mani saggiamente e fortemente rivoluzionarie" [22].

WilhelmWeitling.jpgIl comunista tedesco Weitling e il rivoluzionario francese Blanqui presero in prestito dai babuvisti questa concezione della dittatura. Incapaci di legarsi a un movimento di massa ancora embrionale, a un proletariato ancora troppo ignorante e demoralizzato per governarsi da sé, essi credettero che piccole minoranze audaci avrebbero potuto impadronirsi del potere per sorpresa e instaurare il socialismo dall'alto, per mezzo della centralizzazione dottrinaria più rigorosa, aspettando che il popolo sia maturo per dividere il potere con i suoi capi. Mentre l'idealista Weitling prendeva in considerazione una dittatura personale, quella di un "nuovo Messia", Blanqui, più realista, più vicino al movimento operaio nascente, parlava di "dittatura parigina", e cioè del proletariato parigino, ma, nel suo pensiero, il proletariato non era ancora capace di esercitare questa "dittatura" se non attraverso persona interposta, attraverso la mediazione della sua elite istruita, di Blanqui e della sua società segreta [23].

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Marx e Engels, benché opposti alla concezione minoritaria e volontaristica dei blanquisti, credettero dovere, nel 1850, fare a quest'ultimi la concessione di riprendere la loro celebre formula [24], giungendo, questo stesso anno, sino a identificare comunismo e blanquismo [25]. Senz'altro, nello spirito dei fondatori del socialismo scientifico, la costrizione rivoluzionaria sembra essere esercitata dalla classe operaia e non, come presso i blanquisti, da un'avanguardia distaccata della classe [26]. Ma essi non hanno mai differenziato in modo sufficientemente netto una tale interpretazione della "dittatura del proletariato" da quella dei blanquisti. Più tardi, Lenin, richiamandosi alo stesso tempo al "giacobinismo" e al "marxismo", inventerà la concezione della dittatura di un partito che si sostituisce alla classe operaia, agendo per procura e in suo nome e i suoi discepoli dell'Ural, andando sino in fondo alla sua logica, proclameranno chiaramente, senza essere sconfessati, che la dittatura del proletariato sarebbe una dittatura sul proletariato! [27].

Ricostituzione dello Stato

La doppia esperienza della Rivoluzione francese e della Rivoluzione russa ci insegna che tocchiamo qui un punto centrale di un meccanismo al termine del quale la democrazia diretta, il self-government del popolo, muta gradualmente, attraverso l'instaurazione della "dittatura" rivoluzionaria, nella ricostituzione di un apparato di oppressione del popolo. Beninteso, il processo non è assolutamente identico nelle due rivoluzioni. La prima è una rivoluzione essenzialmente borghese (benché contenente, già, un embrione di rivoluzione proletaria). La seconda è una rivoluzione essenzialmente proletaria (benché avente da compiere allo stesso tempo i compiti della Rivoluzione borghese). Nella prima, non è la "dittatura" dall'alto (che, tuttavia, aveva già fatto la sua apparizione), è la "dittatura" dall'alto, quella del "governo rivoluzionario" borghese che fornisce il punto di partenza di un nuovo apparato di oppressione. Nel secondo, è a partire dalla "dittatura" dal basso, quella del proletariato in armi, al quale, ben presto, si sostituisce il "Partito", che l'apparato di oppressione si è infine ricostituito. Ma nei due casi, malgrado questa differenza importante, un'analogia salta agli occhi: la concentrazione del potere, la "dittatura" sono presentate come il prodotto della necessità [28]. All'interno come all'esterno, la Rivoluzione è in pericolo. La ricostituzione dell'apparato di oppressione è invocato come indispensabile allo schiacciamento della contro-rivoluzione.

Non volendo ripetermi, mi limiterò qui a rinviare il lettore al capitolo [29] nel quale ho tentato di descrivere, dettagliatamente, il "rafforzamento del potere centrale" e mostrato come, alla fine del 1793, la borghesia si applicò nel distruggere con le proprie mani il regime essenzialmente democratico e decentralizzatore che, nella sua fretta nel sopprimere il centralismo rigoroso dell'antico regime, si era dato due anni prima.

La "necessità", il pericolo contro-rivoluzionario furono veramente il solo motivo di questo brusco voltafaccia? È quanto pretendono la maggior parte degli storici di sinistra. Georges Lefebvre afferma, nella sua critica del mio libro, che la Rivoluzione poteva essere salvata soltanto se il popolo era "inquadrato e commandato da borghesi". "Si dovevano radunare tutti gli sforzi della nazione a profitto dell'esercito; ciò non si poteva fare che per mezzo di un governo forte e centralizzato. La dittatura dall'alto... poteva riuscirvi; oltre alle capacità che gli sarebbero mancate, essa non avrebbe potuto far a meno di un piano d'insieme e di un centro esecutivo [30]. Albert Soboul valuta che la democrazia diretta dei sanculotti era, per via della sua "debolezza", impraticabile nella crisi che la Repubblica stava attraversando [31]. Prima di loro, Georges Guy-Grand, minimizzando la capacità politica dell'avanguardia popolare, aveva sostenuto: "Il popolo di Parigi non sapeva cosa fare delle sommosse. Le sommosse servono per distruggere, ed a volte si deve distruggere; ma demolire delle Bastiglie, massacrare dei prigionieri, puntare dei cannoni sulla Convenzione non bastava a far vivere un paese. Quando si dovette ricostruire i quadri, far funzionare le industrie e le amministrazioni, si dovette necessariamente ricorrere ai soli elementi disponibili che erano borghesi" [32].

Per la mia modesta parte, non credo di aver mai sottovalutato il contributo delle tecniche borghesi nella vittoria finale degli eserciti della Repubblica. Quando Georges Lefebvre mi rimprovera di non aver detto nulla sugli "ostacoli materiali", sulle "difficoltà nemiche" contro le quali urtavano gli approvvigionamenti, le produzioni di guerra, le forniture militari, ecc. [33], sono tentato di opporgli le pagine che ho dedicato a Robert Lindet [34], organizzatore di un "sistema metodico e quasi scientifico di requisizioni estendentisi a tutto il territorio nazionale", "tecnica" brillante che "assicurò l'approvvigionamento degli eserciti", e quelle in cui ammetto che la creazione di un potere forte, la centralizzazione amministrativa, l'organizzazione razionale e metodica delle requisizioni, delle produzioni di guerra, della condotta delle operazioni militari", "questa abbozzo di Stato totalitario, come si dice oggi" conferirono al governo rivoluzionario "una forza di cui nessun altra potenza d'Europa disponeva all'epoca [35]".

Ma non è certo soltanto attraverso queste tecniche e dall'alto che la Rivoluzione poteva essere salvata. Ho dimostrato, nel mio libro, che prima che questa centralizzazione rigorosa fosse instaurata, una collaborazione relativamente efficace si era istituita, alla base, tra l'amministrazione degli approvvigionamenti e le società popolari, tra il governo e i comitati rivoluzionari. Il rafforzamento del potere centrale soffocò e uccise l'iniziative dall'alto che era stato il nerbo della Rivoluzione. La tecnica borghese fu sostituita dalla foga popolare. La Rivoluzione perse la sua forza essenziale, il suo dinamismo interno [36].

D'altronde, confesso di non fidarmi molto di coloro che invocano il pretesto della "competenza" per legittimare, in periodo rivoluzionario, l'uso esclusivo e abusivo delle "tecniche" borghesi. Innanzitutto, perché gli uomini del popolo sono meno ignoranti, meno incompetenti di quanto, per i bisogni della causa, si voglia credere; poi, perché i plebei del 1793, quando erano sprovvisti di capacità tecniche, supplivano a questa mancanza attraverso il loro ammirevole senso della democrazia e l'alta coscienza che essi avevano del loro dovere verso la Rivoluzione; infine, perché le tecniche borghesi, ritenute indispensabili e insostituibili, misero troppo spesso a vantaggio della loro situazione per intrigare contro il popolo e anche stringere dei legami sospetti con dei controrivoluzionari. I Carnet, i Cambon, i Lindet, i Barère furono dei grandi commessi della borghesia, ma, credo di averlo dimostrato, nemici giurati dei sanculotti. In Rivoluzione, un uomo mancante di competenza ma devoto anima e corpo alla causa del popolo, assumesse delle responsabilità civili o militari, vale meglio di una competenza pronta a tradire [37].

Durante i circa sei mesi in cui sbocciò la democrazia diretta, il popolo diede prova del suo genio creativo; rivelò, anche se in modo ancora embrionale, che esistevano altre tecniche rivoluzionarie oltre a quelle della borghesia, di quelle dall'alto in basso. Furono senza dubbio infine quest'ultime che prevalsero perché, all'epoca, la borghesia aveva una maturità e un'esperienza che gli conferivano un'enorme preminenza sul popolo. Ma l'anno II della Repubblica, se si sa decifrare il suo messaggio, annuncia che le feconde potenzialità delle tecniche rivoluzionarie dal basso un giorno prevarranno, nella rivoluzione proletaria, sulle tecniche ereditate dalla borghesia giacobina.

Per terminare con questo punto, conservo la convinzione che il rafforzamento del potere centrale, operato alla fine del 1793, non aveva come unico obiettivo la necessità di comprimere la contro-rivoluzione. Se alcune delle disposizioni adottate trovano facilmente la loro giustificazione nella suddetta necessità, altre non possono spiegarsi che attraverso la volontà cosciente di reprimere la democrazia diretta dei sanculotti. Non è forse significativo, ad esempio, che il decreto del 4 dicembre 1793 sul rafforzamento del potere centrale sia coinciso con un affievolimento e non un aggravamento della severità nei confronti dei contro-rivoluzionari? Jaurès ha capito molto bene che questo decreto era, per una buona parte, una macchina da guerra contro gli "Hebertisti", e cioè, di fatto, contro l'avanguardia popolare [38]. Non è un caso che Albert Mathiez, abituato a "considerare la Rivoluzione dall'alto" [39], abbia tracciato un parallelo tra la "dura" dittatura del Comitato di salute pubblica del 1793 e quella del 1920 in Russia.

 

L'embrione di una burocrazia plebea

Per il fatto che la Grande Rivoluzione non fu che borghese e che essa si accompagnò ad un embrione di Rivoluzione proletaria, vi si vede apparire il germe di un fenomeno che assumerà tutta la sua ampiezza nella degenerazione della Rivoluzione russa: già nel 1793, la democrazia dal basso ha fatto nascere una casta di plebei che si sarebbe progressivamente differenziata dalla massa e la cui aspirazione era quella della confisca a loro profitto della Rivoluzione popolare. Ho cercato di analizzare la mentalità ambivalente di questi "plebei" presso cui la fede rivoluzionaria e gli appetiti materiali erano strettamente intrecciati. La Rivoluzione appariva loro, secondo l'espressione di Jaurès, "come un ideale e allo stesso tempo come una carriera". Essi servirono la rivoluzione borghese nello stesso tempo in cui se ne servirono. Robespierre e Saint-Just, come più tardi doveva farlo Lenin, denunciarono le ambizioni di questa burocrazia nascente e già invadente [40].

Albert Soboul, da parte sua, mostra (in uno studio ancora inedito) come i più attivi e i più coscienti dei sanculotti delle sezioni ottennero degli incarichi retribuiti. La preoccupazione di salvaguardare i loro interessi personali, oramai legati a quelli del potere, fece loro acquisire una mentalità conformista. Essi diventarono molto presto degli strumenti docili nelle mani del potere centrale. Da militanti si trasformarono in impiegati. Il loro assorbimento da parte dell'apparato dello Stato, nello stesso tempo in cui indebolì la democrazia all'interno delle sezioni, ebbe come risultato una sclerosi burocratica che privò l'avanguardia popolare di una buona parte dei suoi quadri.

Ma Soboul, la cui attenzione è soprattutto attratta dalla coesione delle forze montagnarde così come dai loro conflitti interni, non ha occhi che per i militanti la cui promozione li rese docili servitori del governo rivoluzionario borghese. Ho dimostrato che un certo numero di essi, coloro che ho chiamato i plebei hebertisti, entrarono in aperto conflitto con il Comitato di salute pubblica. Se il loro attaccamento al diritto borghese, alla proprietà borghese derivava dalle loro stesse brame, essi avevano tuttavia degli interessi particolari da difendere contro la borghesia rivoluzionaria. Quest'ultima, infatti, non voleva abbandonare loro che una parte quanto più ristretta della torta: innanzitutto perché questa enorme plebe budgettivora costava molto cara, e poi perché la borghesia diffidava della sua origine e del suo attaccamento popolare e, soprattutto, del sostegno ottenuto demagogicamente dai sobborghi allo scopo di occupare tutte le cariche, infine perché la borghesia intendeva conservare tra le mani dei suoi "tecnici" fidati il controllo del governo rivoluzionario. La lotta per il potere che oppose i plebei ai tecnici fu delle più vive e fu, in fin dei conti, risolta con la ghigliottina. Alcuni settori importanti, come il ministero della Guerra, i fondi segreti, le produzioni di guerra, ecc. furono la posta di questa rivalità. La battaglia per le produzioni di guerra è particolarmente rivelatrice perché qui, già due modi antagonistici di gestione economica si affrontarono: la libera impresa e ciò che oggi chiamiamo il "capitalismo di Stato". Se i plebei erano giunti ai loro scopi e se le produzioni di guerra erano state nazionalizzate, come essi lo richiedevano, una parte dei benefici della produzione, ambite e infine accaparrate dalla borghesia rivoluzionaria, finirono nelle loro tasche [41].

Non credo che Trotsky, non completamente informato, abbia del tutto ragione quando afferma che lo stalinismo "non aveva nessuna preistoria", che la rivoluzione francese non ha conosciuto nulla che somigliasse alla burocrazia sovietica, scaturita da un partito rivoluzionario unico e che affondava le sue radici nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione [42]. Penso, al contrario, che i plebei hebertisti annunciavano con più di un tratto i burocrati russi dell'era staliniana [43]. Ma, nel 1793, malgrado i loro tratti specifici fossero già relativamente manifesti, e che la parte di potere che essi si attribuivano non fosse trascurabile, essi non poterono prevalere sulla borghesia, che era la classe più dinamica, meglio organizzata, più "competente" e quella che meglio corrispondeva alle condizioni oggettive dell'epoca; ed è infine la borghesia, non i plebei, che operò, a suo esclusivo profitto, il "rafforzamento del potere centrale".

 

L'"anarchia" dedotta dalla Rivoluzione francese

Non appena terminata la Rivoluzione francese i "teorici" d'avanguardia, come si direbbe oggi, si immersero con passione ardente e una lucidità spesso notevole all'analisi dei suoi meccanismi e alla ricerca dei suoi insegnamenti. La loro attenzione si concentrò essenzialmente su due grandi problemi: quello della "Rivoluzione permanente" e quello dello Stato. Essi scoprirono, innanzitutto, che la grande Rivoluzione, per il fatto di essere stata borghese, aveva tradito le aspirazioni popolari e che doveva essere continuata sino alla liberazione totale dell'uomo. Essi ne dedussero, tutti quanti [44], il socialismo. Quest'aspetto del problema è stato esposto in dettaglio nel mio libro e non vi tornerò sopra. Ma alcuni di loro scoprirono anche che, nella Rivoluzione, un potere popolare di un nuovo genere, orientato dal basso verso l'alto, aveva fatto la sua comparsa storica e che era stato infine sostituito da un apparato di oppressione dall'alto verso il basso, potentemente ricostituito. E si chiesero con angoscia come il popolo avrebbe potuto in futuro evitare di vedersi sequestrare la sua Rivoluzione. Essi ne dedussero l'anarchia.

Il primo che, sin dal 1794, intravide questo problema fu l'Arrabbiato (Enragé) Varlet. Nel suo libricino edito molto prima di Termidoro, scrisse questa frase profetica: "Per ogni essere che ragiona, governo e rivoluzione sono incompatibili". E accusò il "governo Rivoluzionario" di avere, in nome della salute pubblica, "instaurato una dittatura" [45]. Questa è la conclusione, scrivono gli storici dell'anarchismo, che il primo degli Arrabbiati trasse dal 93, e questa conclusione è anarchica"[46]. Vi era tuttavia in questa illuminazione di genio, un errore, che questi storici omettono di rivelare. Benché il suo compagno di lotta, Jacques Roux, due anni prima, avesse ammesso che nelle circostanze rivoluzionarie si era "costretti a ricorrere a delle misure violente"[47], Varlet non seppe distinguere tra la necessità della costrizione rivoluzionaria, esercitata dal popolo in armi sui contro-rivoluzionari, e la dittatura esercitata da un'ampia parte contro l'avanguardia popolare da parte della borghesia rivoluzionaria. Ma vi era tuttavia nel suo libretto un pensiero profondo: una rivoluzione guidata dalle masse e un potere forte (contro le masse) sono due cose incompatibili [48].

Questa conclusione i babuvisti la trassero a loro volta: "I governanti," scriveva Babeuf, "non fanno delle rivoluzioni se non per continuare a governare. Noi ne vogliamo fare una per assicurare per sempre la felicità del popolo attraverso la vera democrazia".

buonarroti.jpgE Buonarroti, suo discepolo, prevedendo con una straordinaria prescienza, il sequestro delle future rivoluzioni da parte di nuove "elite", aggiungeva: "Se si formasse... nello Stato una classe esclusivamente dedita ai principi dell'arte sociale, delle leggi e dell'amministrazione, essa troverebbe presto il segreto di crearsi delle distinzioni e dei privilegi".

Buonarroti ne deduceva che soltanto la soppressione radicale delle ineguaglianze sociali, che soltanto il comunismo  avrebbe permesso di liberare la società dal flagello dello Stato: "Un popolo senza proprietà e senza i vizi e i crimini che essa genera... non necessiterebbe del bisogno del grande numero di leggi sotto le quali gemono le società civilizzate d'Europa" [49].

Ma i babuvisti non seppero trarre tutte le conseguenze di questa scoperta. Isolati dalle masse, essi si contraddirono, come abbiamo visto, reclamando, oltrettutto la dittatura di un solo uomo o di una "saggia" elite, il che farà scrivere, più tardi a Proudhon che "la negazione governativa che gettò un bagliore, presto soffocato, attraverso le manifestazioni... degli Arrabbiati e degli Hebertisti sarebbe scarturita dalle dottrine di Babeuf, se Babeuf avesse saputo ragionare e dedurre il suo proprio principio" [50].

È a Proudhon che spetta il merito storico di aver tratto dalla Rivoluzione francese un'analisi veramente approfondita del problema dello Stato. L'autore di Idée générale de la Révolution au XIX siècle [Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo] (1851) [51] si dedica, dapprima, ad una critica della democrazia borghese e parlamentare, della democrazia dall'alto, della democrazia attraverso decreti. Ne denuncia l'"inganno". Se la prende con Robespierre, avversario dichiarato della democrazia diretta. Sottolinea le insufficienze della costituzione democratica del 1793, punto di partenza senz'altro, ma compromesso bastardo tra democrazia borghese e democrazia diretta, che prometteva tutto al popolo e non gli dava nulla e che inoltre, presto promulgata, fu rinviata alle calende greche. E, penetrando al cuore del problema, dichiara, seguendo Varlet, che "proclamando la libertà delle opinioni, l'eguaglianza davanti alla legge, la sovranità del popolo, la subordinazione del potere al paese, la Rivoluzione ha fatto della società e del governo due cose incompatibili".

Afferma la "incompatibilità assoluta del potere con la libertà". E pronuncia una folgorante requisitoria contro lo Stato: "Nessuna autorità, nessun governo, anche popolare: la Rivoluzione è là... Il governo del popolo sarà sempre l'espediente del popolo... Se la Rivoluzione lascia sussistere il Governo da qualche parte, esso tornerà ovunque". E se la prende contro "i più arditi tra i pensatori", i socialisti "autoritari" che, pur ammettendo i misfatti dello Stato, "sono giunti a sostenere che il Governo era senz'altro un flagello... ma un male necessario". "Ecco perché", egli aggiunge, ... "le rivoluzioni più emancipatrici... sono sfociate costantemente in un atto di fede e di sottomissione al potere; perché tutte le rivoluzioni non sono servite che a ricostituire la tirannia". "Il popolo, invece di un protettore,... si dà un tiranno... Ovunque e sempre, il governo, per quanto popolare sia stato alla sua origine,... dopo essersi mostrato per un po' di tempo liberale,... è diventato a poco a poco eccezionale, esclusivo".

La centralizzazione operata a partire dal decreto del 4 dicembre 1793, egli la condanna con un lucido rigore. Questa centralizzazione, poteva essere comprensibile durante l'antica monarchia, ma "con il pretesto della Repubblica una e indivisibile, sottrarre al popolo la disponibilità delle proprie forze;... trattare da federalisti, e in quanto tali designare alla proscrizione coloro che si dicono favorevoli alla libertà e sovranità: equivale a mentire al vero spirito della Rivoluzione francese, alle sue tendenze più autentiche... Il sistema della centralizzazione, che ha prevalso nel '93..., non è altra cosa che quello della feudalità trasformata... Napoleone, che vi pose mano per ultimo, ne ha reso testimonianza". Più tardi Bakunin, suo discepolo, gli farà eco: "Strana cosa, questa grande Rivoluzione che, per la prima volta nella storia, aveva proclamato la libertà, non più soltanto quella del cittadino, ma dell'uomo, - che si faceva l'erede della monarchia che essa uccideva, aveva resuscitato allo stesso tempo questa negazione di ogni libertà: la centralizzazione e l'onnipotenza dello Stato" [52].

Ma il pensiero di Proudhon va oltre e più in fondo ancora. Insegna che l'esercizio della democrazia diretta, che le formule più ingegnose in vista di promuovere un autentico autogoverno del popolo per il popolo (confuzione dei poteri legislativo ed esecutivo, elezione e revocabilità dei funzionari reclutati dal popolo al proprio interno, controllo popolare permanente), che questo sistema "irreprensibile" in teoria "non incontra nella pratica una difficoltà". Infatti, anche in questa ipotesi optima, l'incompatibilità tra la società e il potere rischia di sussistere: "Se il popolo intero, a titolo di sovrano, diventa governo, si cerca invano dove saranno i governati... Se il popolo così organizzato per il potere, non ha effettivamente più nulla sopra di lui, chiedo cosa ha sotto?". Non vi è via di mezzo: si deve "o lavorare o regnare". "Il popolo in massa passando allo Stato, lo Stato non ha più la minima ragione d'essere, poiché non resta più popolo: l'equazione del governo dà come risultato zero".

Come uscire da questa contraddizione, da questo "circolo infernale"? Proudhon risponde che bisogna dissolvere il governo nell'organizzazione economica.

"L'istituzione governativa... ha la sua ragione nell'anarchia economica. La rivoluzione, facendo cessare quest'anarchia e organizzando le forze industriali, la centralizzazione politica, non ha più pretesti".

Tuttavia vi è in Proudhon una grave lacuna. Egli attacca lo Stato in astratto. Il suo utopismo piccolo borghese lo rende incapace di definire come e perché lo Stato si dissolverà nella "organizzazione economica". Si accontenta di alcune formule vaghe come la "solidarietà industriale", il "regno dei contratti". Aggrappandosi alla proprietà privata, nella quale crede di trovare la garanzia della libertà, è opposto, in principio, alla gestione collettiva [53] e francamente ostile al comunismo. È qui che il materialismo storico di Marx illumina e concretizza la critica proudhoniana dello Stato: il potere politico, è il potere organizzato di una classe in vista dell'oppressione di un'altra classe e soltanto il comunismo, sopprimendo le condizioni di produzione borghesi, porrà fine all'antagonismo di classe e, di conseguenza, abolirà lo Stato [54]. Anarchici e marxisti sono d’accordo sul deperimento finale di quest'ultimo [55].

 Tuttavia, i marxisti sostengono che lo stato non potrà essere abolito subito dopo la Rivoluzione proletaria, ma soltanto al termine di un periodo di transizione più o meno lungo. I libertari rispondono che resuscitare lo Stato all'indomani della presa del potere da parte dei lavoratori, equivale a instaurare una nuova forma di oppressione. Tra questi due antipodi, sottoposti, nella Prima Internazionale, alla pressione opposta dei bakuninisti e dei blanchisti, oscilla il pensiero di Marx ed Engels....

 

 

[Traduzione di Ario Liberti]

 



NOTE

[1] Edgar Quinet, La Révolution [La Rivoluzione], 1865, edizione del 1869, I, p. 8.

[2] La lutte de classes sous la Première République [La lotta di classe durante la Prima Repubblica], 2 vol., Gallimard, 1946.

[3] Times, Literary Supplement, 15 novembre 1946.

[4] Kropotkin, La Grande Révolution, 1909, p. 745; tr. it: La Grande Rivoluzione, Edizioni Anarchismo, Catania, 1975. La maggior parte degli storici del pensiero socialista hanno avuto il torto di non sottolineare abbastanza che queste correnti di pensiero sono nate non soltanto nel cervello degli ideologi del XIX secolo (essi stessi eredi dei filosofi del XVIII secolo), ma anche nell'esperienza vivente della lotta di classe, in particolare quella del 1793. Questa lacuna è particolarmente visibile nel capitolo sulla Rivoluzione francese con il quale G. D. H. Cole apre la sua monumentale Storia del pensiero socialista [A History of Socialist Thought, 1953, I); tr. it: Storia del pensiero socialista. I precursori (1789-1850), Laterza, Bari, 1967.

[5] Boris Souvarine, Stalin, 1935, p. 265; tr. it: Stalin, Adelphi, Milano, 1983. Erich Wollenberg, The Red Army, 2ed., Londra 1940, p. 78-80; Isaac Deutscher, Stalin, 1953, p. 7; tr. it. Stalin, Longanesi, Milano, 1969.

[6] Albert Soboul, Classes et Lutte de classes sous la Révolution française, Pensée, janvier-février, 1954; tr. it: Classi e lotta di classe durante la Rivoluzione francese.

[7] Cfr. tra gli altri Marc-Antoine Jullien alla Societé populaire de La Rochelle, 5 mars 1793 in: Edouard Lockroy, Une mission en Vendée, 1793, p. 245, 248 (Daniel Guérin, l, p. 177-178).

[8] Cfr. Paul Sainte-Claire Deville, La Commune de l'an II, 1946.

[9] Per non dovermi ripetere, mi astengo dall'esporre qui un altro aspetto della democrazia diretta e comunale del 1793: la federazione, non avendo altro da aggiungere a quanto già sostenevo nel mio libro (I, 34-37). Vorrei tuttavia precisare che è a questa fonte che Proudhon, poi Bakunin hanno attinto il loro federalismo libertario.

[10] Pierre Caron, Paris sous la Terreur, 6 volumi, di cui 4 già usciti.

[11] Ibid., VI (di imminente uscita) (obs. Boucheseiche, 29-3-94). 12.

[12] Daniel Guérin II, p. 74.

[13] Lockroy, op. cit., p. 45, 57.

[14] Augustin Cochin, La Révolution et la libre pensée [La Rivoluzione e il Libero pensiero], 1924.

[15] Daniel Guérin, I, p. 37-41. Questa sezione non ha trovato il gradimento di alcuni anarchici (Cfr. Le Libertaire, del 3 gennaio 1947).

[16] Karl Kautsky, La Dictature du Prolétariat, [La dittatura del proletariato, SugarCo, Milano, 1977], Vienna, 1918; - dello stesso autore Materialistische Geschichtsaufassung, 1927, II, p. 409 ; - Cfr. Lenin, La Révolution prolétarienne et le renégat Kautsky, 1918, ed. 1920; [tr. it. La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Opere scelte, Editori Riuniti - Edizioni Progress, Roma - Mosca, 1974.

[17] Così, nella sua Critica al Programma di Erfurt, 1891, Engels scrive che la Repubblica democratica è "la forma specifica della dittatura del proletariato, come l'ha già dimostrato la grande Rivoluzione francese".

[18] Daniel Guérin, I, p. 35-36, 20. Ibid., p. 39.

[19] Saint-Just avendo proposto che il potere fosse concentrato tra le mani di Robespierre, la prospettiva di una dittatura personale suscitò una protesta tra i suoi colleghi, e Robert Lindet avrebbe esclamato: "Non abbiamo fatto la Rivoluzione a profitto di uno solo". (Daniel Guérin, II; p. 273-274).

[20] Cit. da Daniel Guérin, I, p. 23.

[21] Bakunin, articolo apparso sull'Egalité del 26 giugno 1869 in Mémoire de la Fédération jurassienne..., Sonvillier, 1873, annesso; - (Oeuvres, edizione Stock) IV, p. 344; - "Programma dell'Organizzazione rivoluzionaria dei Fratelli internazionali" in L'Alliance Internationale de la Démocratie socialiste et l'Association Internationale des Travailleurs, Londres-Hambourg, 1873. Tuttavia Bakunin ammette che per "dirigere" la Rivoluzione, una "dittatura collettiva" dei rivoluzionari è necessaria, ma una "dittatura senza emblema, senza titolo, senza diritto ufficiale, e tanto più potente in quanto non avrà le forme del potere" (lettera a Albert Richard, 1870, in Richard, Bakounine et l'Internationale, éd. Lione, 1896).

[22] Philippe Buonarroti, Conspiration pour l'Egalité dite de Babeuf, 1828, p. 93, 134, 139, 140 (D. G., I, p. 40); [tr. it.: La Congiura per l'Eguaglianza detta di Babeuf, Einaudi, Torino, 1971].

[23] Kautsky, La dictature di prolétariat, [tr. it.: La dittatura del proletariato, SugarCo, Milano, 1977], cit. - Prefazione di V. P. Volguine ai Textes Choisis di Blanqui, 1955, p. 20, 41.

[24] Cfr. “Cahiers du bolchevisme”, 14 marzo 1933, p. 451.

[25] Marx, La lutte des classes en France, 1850, éd. Schleicher, 1900, p.147; [tr. it.: Rivoluzione e reazione in Francia (1848-1850), Einaudi, Torino, 1976].

[26] Maximilien Rubel, Pages choisies de Marx, 1948, p. L. note et 224-225.

[27] Cfr. Léon Trotsky, Nos Taches politiques, Genève, 1904 (in russo), [I nostri compiti politici, Samonà e Savelli, Roma, 1972], alcuni brani in: Deutscher, The Prophet Armed, Trotsky: 1879-1921, New York e Londra, 1954, p. 88-97; [tr. it.: Il profeta armato, Longanesi, Milano, 1956, 1983; Pgreco, Milano, 2011]. Conviene precisare che il pensiero di Lenin, in seguito, oscillerà tra una concezione blanquista e una concezione più democratica della "dittatura del proletariato".

[28] Cfr. Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle, 1851 (Oeuvres Complètes, Rivière) p. 126-127 [tr. it. parziale: L'idea della Rivoluzione nel XIX secolo, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2001]; - Deutscher, op. cit., p. 8-9 (secondo Albert Sorel).

[29] Daniel Guérin, II, p. 1-16.

[30] Georges Lefebvre, Annales Historiques..., aprile-Giugno 1947, p. 175.

[31] Albert Soboul, Robespierre and the Popular Movement of 1793-1794, in: Past and Present, maggio 1954; p. 6.

[32] Georges Guy-Grand, La démocratie et l'après-guerre, 1922 p. 230.

[33] Lefebvre, ibid., p. 177.

[34] Daniel  Guérin, I, p. 347, II, p. 22-23.

[35] Oggi, allo stesso modo, le critiche più severe della dittatura staliniana non contestano che delle tecniche analoghe hanno fatto dell'URSS, soprattutto sul piano atomico, una delle due più grandi potenze del mondo.

[36] Daniel Guérin, II, p. 22-23.

[37] Daniel Guérin I, p. 185, 188, 223.

[38] Daniel Guérin II, p. 3-7.

[39] Georges Lefebvre, Etudes sur la Révolution française, 1954, p. 21.

[40] Daniel Guérin, I, p. 251-256.

[41] Daniel Guérin, I, p. 255, 326 ; II, p. 125-128.

[42] Trotsky, Staline, 1948, p. 485, 556, 559-560; [tr. it.: Longanesi, Milano, 1947].

[43] Allo stesso modo, sul piano militare, una volta eliminate i generali dell'antico regime, traditori della Rivoluzione, quest'ultima fecero sorgere, accanto ai generali sanculotti, devoti ma spesso incompetenti, un nuovo tipo di giovani capi usciti dalle fila, capaci ma divorati dall'ambizione, e che più tardi, si faranno gli strumenti della reazione e della ditattura militare. In una certa misura, questi futuri marescialli dell'Impero sono la prefigurazione dei marescialli sovietici (D. G., I, p. 229-230).

[44] Ritroviamo l'espressione "rivoluzione permanente" sotto la penna di Bakunin come sotto quella di Blanqui e di Marx.

[45] Varlet, L'Explosion, 15 vendémiaire an III (D. G., II, p. 59).

[46] Alain Sergent e Claude Harmel, Histoire de l'Anarchie, 1949, p. 82.

[47] Jacques Roux, Publiciste de la République Française, n° 265 (D. G., I, p. 85).

[48] Daniel  Guérin, II, p. 59.

[49] Babeuf, Tribun du Peuple, II, 294, 13 aprile 1796; - Buonarroti, op. cit., p. 264-266 (D. G., II, p. 347-348). 53.

[50] Proudhon, Idée générale..., p. 195.

[51] Du principe d'autorité, p. 177-236.

[52] Bakunin, Oeuvres, I, ll.

[53] Tuttavia Proudhon ammette la gestione collettiva dei "grandi mezzi di produzione" come "ad esempio, le ferrovie" (Idée générale..., cit., p. 175). Bakunin, benché discepolo di Proudhon, si alleerà, contro i proudhoniani, al collettivismo della Prima Internazionale (congresso di Bruxelles, 1868). Tuttavia, ripudierà sempre il "comunismo di Stato".

[54] Manifesto comunista, 1847, Ed, Costes, 1953, p. 96-97; - Marx, “Neue Rheinische Zeitung”, 1850, in: Pages choisies, a cura di Rubel, 1948, p. 170.

[55] Bakunin, Oeuvres, IV, p. 250; Les prétendues scissions de l'Internationale, Londres, 5 mars 1872, p. 49; James Guillaume, L'Internationale: II, 1907, p. 298.

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6 luglio 2014 7 06 /07 /luglio /2014 05:00

Breve storia del movimento anarchico bulgaro

I precursori


Hristo_Botev.jpgIl movimento popolare nazional-rivoluzionario che combatté contro la dominazione turca e per la liberazione ebbe un carattere fondamentalmente contadino, sensibilmente influenzato da ideali vagamente socialisti. Il grande poeta nazionale Christo Botev (1848-1876), che ebbe un ruolo di protagonista in questo movimento, aveva studiato in Russia e si ispirò chiaramente agli ideali di Bakunin che egli espresse nella sua produzione poetica e nei suoi scritti giornalistici. Ebbe rapporti diretti con l’ala anti-autoritaria dell’Internazionale. Botev e alcuni suoi compagni del movimento nazional-rivoluzionario furono i primi libertari della Bulgaria. Egli fu, in un certo qual modo, il Byron bulgaro, il Petöfi ungherese, il nostro Salvochea e soprattutto il nostro Pisacane, con una notorietà maggiore, per esempio, di quella di Garibaldi in Italia.. Generazioni intere si sono sempre ispirate alla sua azione, al suo esempio di sacrificio nelle lotte sociali e liberatrici ; e non esiste, fino ai nostri giorni, un solo bulgaro che, indipendentemente dalla sua collocazione sociale e politica, non conosca a memoria e non reciti le sue poesie rivoluzionarie, alcune di ispirazione nettamente libertaria.

Sviluppo del movimento libertario

Paraskev_Stoyanov.jpegL’entusiasmo patriottico e le lotte politiche per la conquista del potere, come in ogni simile circostanza, ebbero il sopravvento sulle lotte specificamente sociali, nei primi anni successivi alla liberazione nazionale. Così, le idee socialiste non si manifestarono che verso il 1886-1887, quando Spiro Goulaptchev (1852-1918) ritornò dalla Russia e organizzò dei gruppi di studi sociali sul modello dei circoli cospirativi dei paesi in cui aveva compiuto i suoi studi superiori. Questi primi gruppi, in cui erano presenti, almeno all’inizio, libertari e marxisti, s’espressero unicamente e pacificamente attraverso la propaganda scritta. La formazione di gruppi di tendenza nettamente libertaria inizia verso il 1890. Uno tra i primi militanti di allora fu Paraskev Stojanov (1871-1941) che, nel 1890, firma, con Merlino, a Parigi una dichiarazione antimilitarista e deve, per questa ragione, abbandonare la Francia e trasferirsi in Italia, da cui viene in seguito espulso. Egli continua e termina i suoi studi di medicina in Romania dove fonda il movimento anarchico di quel paese. Rientrato in Bulgaria, continuò le sue attività. Allievo ed amico di Reclus, amico personale di Kropotkin e Malatesta, egli mantenne con loro e con altri militanti occidentali una regolare corrispondenza fino alla fine della sua esistenza, con l’incarico di professore della Facoltà di Medicina da lui fondata e di primario chirurgo in Bulgaria.


kilifarski_var.jpgIn questo periodo, il movimento libertario bulgaro, mentre si dichiara rivoluzionario, assume l’aspetto educazionistico, di proselitismo, di diffusione pacifica degli ideali, il cui rappresentante più famoso fu Nicola Stojnov (1862-1963), uomo colto che conosceva il russo ed il francese, sebbene fosse un modesto maestro elementare. Egli esercitò una grande influenza tra gli insegnanti ed i contadini. Fu lui, primo nel paese ad aderire al sindacalismo rivoluzionario, che fondò, con alcuni socialisti, l’Unione Nazionale degli Insegnanti, e con Varban Kilifarski (1879-1923) l’Unione Professionale dei Contadini. Fu anche il primo obiettore di coscienza della Bulgaria.

stoinov_2.jpgCon l’aiuto di Stojnov, Kilifarski e di qualche indipendente e socialista, Goulaptchev organizza a Rustciuk la prima casa editrice libertaria con la sua tipografia, a base cooperativa, che pubblica un gran numero di libri e di opuscoli, per la maggior parte tradotti dal russo e dal francese. Così, Goulaptchev, sebbene fin dall’inizio della sua attività di propagandista avesse avuto un orientamento ideologico nettamente libertario, lavorando in comune con dei socialisti, dà origine ad un movimento largamente socialista ed introduce il socialismo in Bulgaria con tutte le sue tendenze. La differenziazione e la scissione in questo movimento popolare non si ebbero che in seguito al Congresso Internazionale di Londra, nel 1896, in cui gli anarchici vennero espulsi ad opera dei marxisti. Goulaptchev pubblicò un resoconto dettagliato di questo Congresso e si allontanò dai socialisti nella gestione della casa editrice cooperativa dandole un carattere nettamente libertario.

Entrata dell’anarchismo nella storia del paese

Un altro aspetto precipuo dell’anarchismo bulgaro non tardò a manifestarsi e a fargli assumere un ruolo importante nella storia del paese. Dopo la Liberazione Nazionale, i contraddittori interessi delle potenze europee - Inghilterra, Francia e Russia soprattutto - portarono alla restituzione della Macedonia alla Turchia, sebbene essa fosse stata liberata in seguito alla guerra turco-russa. Con la ricostituzione della dominazione turca in Macedonia, il movimento nazionale rivoluzionario bulgaro riprese e rafforzò le sue attività. Qualche giovane militante anarchico, tra cui Varban Kilifarski, aderì a questo movimento. Ma l'adesione degli anarchici assunse una grande ampiezza nel 1898, quando la maggior parte dei membri del gruppo di Plovdiv, che studiavano a Ginevra, costituirono un circolo rivoluzionario e decisero di trasferirsi tutti in Macedonia per combattere. Questo circolo, divenuto celebre sotto il nome di "Cenacolo di Ginevra", diffuse, lo stesso anno, due giornali: "La voce del comitato rivoluzionario macedone" e "Vendetta". Quest’ultimo è considerato il primo giornale libertario in lingua bulgara. Questi militanti seguivano l’esempio di Botev, anch’egli ispirato alla linea ed ai consigli di Bakunin, che intendeva dare ad ogni movimento rivoluzionario di liberazione nazionale un carattere sociale.

Rabotnitcheska-Missal-pensee_ouvriere.jpg 
Testata del primo numero del settimanale "Rabotnitcheska Missal", organo della FACB (Federazione Anarchica Comunista Bulgara).

 

Gli anarchici ebbero un ruolo di prim'ordine in questo movimento, sfociato in una grande insurrezione nel 1903 allorché in Tracia, in particolare, venne instaurato e durò per un mese un regime di comunismo libertario. Tra le centinaia di anarchici rivoluzionari che vi lottarono, la storia ufficiale del paese ricorda ed onora un nome, quello di Michele Guerdjikoff (1877-1947).


Dopo la repressione dell’insurrezione, Guerdjikoff, Kilifarsk, Stojnov e altri militanti attivi si resero conto che quell’attività rivoluzionaria deviava, in un certo senso, la loro attenzione dall’obiettivo principale e diretto dell’anarchismo: la creazione di un movimento sociale ben organizzato e strutturato. A questo scopo pubblicarono innanzitutto il giornale "Società libera", nel 1907 e l’anno dopo "Anarchia", fondando parallelamente una grande casa editrice dallo stesso nome. Questa editrice pubblicò, per alcuni anni, la maggior parte delle opere importanti dei nostri teorici. Il giornale "Anarchia" contribuì alla fondazione di un gran numero di gruppi e portò avanti, per quattro anni, una campagna di propaganda per la costituzione di federazioni anarchiche. Un congresso costitutivo avrebbe dovuto aver luogo, ma le guerre dei Balcani, seguite dalla grande guerra del 1914, lo impedirono. Questa iniziativa non giunse a buon esito che alla fine della guerra quando, il 15, 16, 17 giugno 1919, ebbe luogo a Sofia il congresso costitutivo della Federazione Anarco-comunista di Bulgaria (F.A.C.B.).

Questo avvenimento storico fu preceduto, accompagnato e soprattutto seguito da una intensa attività rivoluzionaria pubblica e clandestina contemporaneamente, che diedero al movimento un altro aspetto rendendolo un importante fattore rivoluzionario nella vita sociale della Bulgaria. Il movimento si sviluppò e s’estese subito, grazie a moltissimi militanti energici e convinti ed a una serie di azioni rivoluzionarie che scrollarono il paese.

Lo sviluppo del movimento

La vita movimentata, la grande devozione agli ideali anarchici, l’attività febbrile ed il supremo sacrificio di un uomo eccezionale incarnano lo spirito rivoluzionario di quest’epoca - il suo nome è Georgi Sheitanov.

Gli anarchici portarono avanti un’intensa campagna antimilitarista e allo scoppio della guerra alcuni, tra cui Varban Kilifarski, espatriarono ed altri si rifiutarono di parteciparvi dandosi alla clandestinità. Tra questi ultimi, Sheitanov si distinse in modo particolare mantenendo una dura esistenza di illegalità per sedici anni, finendo assassinato nel 1925.

L’attività dei gruppi clandestini assunse un aspetto tale che i militari furono costretti ad aprire alcuni grandi processi, tra cui uno contro quaranta militanti. L'atto d’accusa riempiva 35 pagine (30.000 parole); esso costituì un documento ufficiale che riassumeva abbastanza correttamente la storia del movimento di quel periodo. Esso precisava che gli accusati "a causa della loro attività criminale di rifiuto e di demolizione rappresentano un grande e serio pericolo per l'ordine sociale costituito e per la sicurezza dello Stato, per l’esistenza del paese, per l’attuale regime e per la società contemporanea in genere ". Aggiungeva inoltre: " La cosa più triste e significativa è che la maggior parte degli imputati, membri dei gruppi anarchici, sono figli di insegnanti, di ispettori scolastici, i pastori ecclesiastici, i sotto-prefetti... figli di buone ed oneste famiglie... ".

Fu in quel periodo che vennero pubblicate decine di libri e di opuscoli, uscirono decine di giornali, furono organizzate centinaia di riunioni e di incontri, vennero tenuti cinque congressi nazionali (il quinto dei quali, il più importante, all’inizio del 1923, fu pubblico), numerosi scioperi, tutti riusciti, spesso accompagnati da azioni terroristiche, ecc, ecc...

Il colpo di Stato pro-fascista, nel giugno del 1923, interruppe per qualche anno le attività pubbliche, ma un movimento notevole di partigiani scosse il paese. Così, la semi-clandestinità continuò, con un aumento della repressione, fino al 1944, quando il paese venne "liberato" dall’Armata Rossa, che instaurò l'attuale regime bolscevico.

L’Anarco-Sindacalismo

Il movimento anarchico bulgaro, fin dagli inizi, si mostrò favorevole al sindacalismo rivoluzionario e cercò sempre la possibilità di penetrare nelle masse lavoratrici per organizzarvi dei sindacati. Ma trovò grosse difficoltà da parte dei marxisti costituitisi in partito politico, il quale in seguito si scisse e provocò delle divisioni all’interno della classe operaia. Così, il nostro movimento non riuscì mai a recuperare il ritardo su questo piano. I sindacati di ispirazione anarchica, creati in diverse industrie e soprattutto nella manifattura tabacchi, avanzarono di pari passo con i gruppi specifici e dimostrarono una forte combattività che assicurò loro il successo in tutte le azioni rivendicative. Molto spesso, i militanti anarchici erano del pari militanti sindacalisti, ma ci fu lo stesso una certa specializzazione nelle attività. Tuttavia, l’anarco-sindacalismo non assunse mai il carattere di una tendenza, di una dottrina separata. D’altra parte, l’anarchismo bulgaro si caratterizzò principalmente per la sua tendenza anarco-comunista, secondo l’orientamento organizzatore di Bakunin, Kropotkin e Malatesta.


Manol Vassev (1898-1958), tra i militanti nelle attività sindacali, si distinse in modo particolare, rappresentando lo spirito combattivo ed organizzatore del movimento. La sua vita di autentico lavoratore e di militante coerente con una popolarità conquistata a prezzo di innumerevoli persecuzioni, sofferenze e generosità, fu ed è tuttora d’esempio a tutta la classe operaia. Egli trascorse 22 anni in clandestinità, senza lasciare il lavoro in fabbrica, sotto il suo falso nome (in realtà si chiamava Jordan Sotirov). Conobbe pure la feroce persecuzione bolscevica, i loro campi di concentramento e le loro prigioni e terminò la sua vita coraggiosa di militante operaio in prigione, avvelenato dai carcerieri il giorno prima della sua liberazione.

L'anarchismo sotto il tallone bolscevico

Una conferenza nazionale della F.A.C.B. ebbe luogo nell’ottobre 1944, subito dopo l’arrivo al potere dei comunisti. Venne decisa la pubblicazione del vecchio settimanale "Pensiero Operaio" che fu sospeso dalle autorità al suo quarto numero. Esso non ricomparve che nel 1945 e fu sospeso definitivamente dopo il sequestro del suo ottavo numero (tiratura in costante aumento: 30.000 copie).


Il regime di relativa libertà durò poco. Moltissimi gruppi vennero ricostituiti ed aprirono i loro locali. Ma la repressione non tardò. Tutti i delegati presenti ad una conferenza nazionale pubblica, iniziata il 10 marzo 1945, vennero arrestati ed internati in un campo di concentramento. Il movimento libertario si vide costretto, ancora, a prendere la via della completa clandestinità. Cominciò la pubblicazione di un bollettino ciclostilato che uscì fino al 1948. Nell’agosto del 1946, la F.A.C.B. riuscì a tenere un congresso clandestino nel pieno centro di Sofia con la partecipazione di una cinquantina di delegati in rappresentanza di 40 unioni cantonali con 400 gruppi locali.

La repressione contro i libertari raggiunse il suo culmine con alcuni processi ed arresti in massa e con l’internamento in campo di concentramento di più di 600 militanti, due giorni prima del quinto Congresso del Partito Comunista Bulgaro, nel dicembre 1948. Dopo, nessuna manifestazione pubblica fu possibile. La vita normale dell’organizzazione s’interruppe. Non rimasero che i legami personali tra i militanti ed i rapporti sempre clandestini con i militanti in esilio che, da 25 anni, pubblicano una rivista mensile ("Notre Route") ed hanno stampato una trentina di opuscoli e di libri in bulgaro, qualcuno in francese, ecc.

Nonostante la repressione, il movimento anarchico bulgaro non è morto, né all’estero, né all’interno. Le sofferenze e la resistenza di centinaia di noti militanti hanno attirato grandi simpatie verso l’anarchismo da parte delle masse popolari.

 

G. R. Balkanski

 

[A cura di Ario Libert]

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Breve storia del movimento anarchico bulgaro

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 05:00

Un marxismo libertario?

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Miguel Chueca


Guerin.jpgParlare di marxismo libertario, è essenzialmente ricordare lo sforzo condotto da Daniel Guérin per tentare una sintesi tra le due correnti che si affrontarono all'interno della I Internazionale, dove non voleva vedere che dei "fratelli gemelli", separati da semplici "litigi di famiglia". La formula ha potuto essere utilizzata qua e là, lo è ancora oggi occasionalmente, ma nessuno ha fatto più dell'autore di Fascisme et grand capital [Fascismo e gran capitale] e La Lutte des classes sous la Première République [La lotta di classe durante la Prima Repubblica] per popolarizzarle e tentare di farne il punto di partenza di un rinnovamento del socialismo. È in una raccolta di testi apparsa poco dopo il 1968, con il titolo Pour un marxisme libertaire [Per un marxismo libertario] che Daniel Guérin si dedicò ad un tentativo che sembrava accordarsi abbastanza bene con il clima dei tempi che aveva visto le bandiere rosse e le bandiere nere fraternizzare sulle barricate del mese di maggio.

Guerin--fascismo-e-gran-capitale.jpgNella sua introduzione, Daniel Guérin poneva l'invenzione e l'uso di questa formula sul conto di alcuni studenti italiani, che gli avrebbero permesso di attaccare infine un'"etichetta" soddisfacente sul progetto al quale egli si identificava da molti anni, senza che avesse trovato ancora il nome più adatto per caratterizzarlo, il termine "socialismo libertario" al quale si era riferito sino ad allora non lo soddisfaceva a causa di un sostantivo che apparteneva, egli scriveva, "alla categoria delle parole disonorate".

guerin-Luttes.JPGCosa ricopriva la suddetta "etichetta"? In un testo del 1966, precisa che si tratta per lui di ristabilire i ponti tra queste "due varianti di uno stesso socialismo", riducendo - addirittura sopprimendo - il fossato che li separa da molti decenni, e che l'instaurazione del "formidabile apparato statale, dittatoriale e poliziesco" scaturito dalla rivoluzione d'Ottobre non ha fatto che scavare ancora di più. A leggerlo bene, si vede tuttavia che si è assegnato molto come compito di arricchire l'anarchismo con l'apporto del materialismo marxista che di rigenerare il socialismo e i marxismi  attraverso "l'iniezione di una buona dose di linfa anarchica", che permetterebbe loro di riannodarsi con lo spirito rivoluzionario delle origini. Il senso di questa procedura non ha d'altronde nulla di stupefacente poiché, come Daniel Guérin ricorda egli stesso, la sua formazione è marxista e che ha fatto i suoi primi passi all'interno della "famiglia" socialista, concretamente nella corrente della della SFIO diretta da Marceau Pivert.

Tra gli elementi che, nell'anarchismo, gli sembravano i più "utilizzabili" per una rinascita rivoluzionaria del socialismo, ritenne l'idea di associazione operaia, il federalismo e le pratiche del sindacalismo rivoluzionario. Così come, non insiste affatto troppo su ciò che il marxismo, da parte sua, potrebbe apportare al suo "fratello gemello", si capisce come molti abbiano visto nella sua proposta un allineamento sulle posizioni classiche dell'anarchismo e/o dell'anarcosindacalismo piuttosto che una vera "sintesi" tra l'uno e l'altro.

Si leggano le notazioni dedicate all'organizzazione della società post-rivoluzionaria: vi si vedrà quanto la visione di una sostituzione immediata degli ingranaggi dello Stato con una "confederazione di confederazioni" che raggruperebbe allo stesso tempo la "confederazione dei comuni" e quella dei "sindacati operai rivoluzionari" è debitrice agli schemi classici dell'anarcosindacalismo. Se non ci si interessa che ai soggetti reali di discordia tra le due tradizioni rivali, e cioè secondo lo stesso Daniel Guérin, "il ritmo di deperimento dello Stato all'indomani di una rivoluzione, [...] il ruolo delle minoranze (coscienti o dirigenti?) e [...] l'uso dei mezzi della democrazia borghese", appare abbastanza chiaramente che la "sintesi" si risolve, in tutti i casi, attraverso una scelta senza equivoco della posizione anarchica.

Non si farà torto a Daniel Guérin sostenendo che il suo tentativo di "superare" le due correnti all'interno di un "marxismo libertario" si è risolto in uno scacco. Gli anarchici, nella loro maggioranza, videro in esoo qualcosa come un matrimonio tra una e un coniglio. In quanto ai "marxisti", essi non si preoccuparono affatto di questa "linfa anarchica" che si proponeva loro perché la maggior parte di essi erano, molto evidentemente, refrattari  a rimedi di questo genere. Non poteva andare diversamente: riconciliare l'anarchismo con il Marx "anarchico" di La Guerra civile in Francia – o quello che, nel 1844, scriveva che "l'esistenza dello Stato e l'esistenza dell aservitù sono inseparabili" - è una petizione di principio, e se si tratta di farlo con il Marx "giacobino" che desidera centralizzare tutti i mezzi di produzione tra le mani dello Stato, è un'assurdità. Daniel Guérin, per primo, avrebbe riconosciuto questo scacco di buon grado quando, a una domanda che gli si pose molti anni dopo sul senso che egli dava alla formula, ammise che gli preferiva ora quella di "comunismo libertario", senza che avesse rinunciato tuttavia alla riconciliazione postuma di Marx e Bakunin. È tuttavia impossibile che non abbia visto a qual punto questa scelta non poteva che allontanare dalla "sintesi", perché la formula incaricata di sostituire questo "marxismo libertario" in cui aveva creduto di vedere tante poromesse vent'anni prima appartiene indubbiamente al solo tesoro della tradizione anarchica.

È tuttavia impossibile che non abbia visto sino a qual punto questa scelta non poteva che allontanarsi dalla "sintesi", poiché la formula incaricata di sostituire questo "marxismo libertariao" in cui aveva creduto di percepire tante promesse venti anni prima appartiene incontestabilmente al solo tesoro della tradizione anarchica.

 

Miguel Chueca

[traduzione di Ario Libert]


Un marxisme libertaire?

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