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30 novembre 2016 3 30 /11 /novembre /2016 11:02

 Karl Korsch un amico marxista dell'anarchismo

A. R. Giles-Peters

Karl Korsch (1886-1961), che è oggi riscoperto dalla "nuova sinistra", era uno dei maggiori teorici del comunismo di sinistra. Dei tre maggiori teorici del marxismo degli anni 20 – Gramsci, Lukacs e Korsch – Korsch è immediatamente quello che presenta maggior interesse per gli anarchici e anche, io credo, il marxismo superiore.

I marxisti degli anni 20 hanno un interesse per gli anarchici che è di un ordine molto differente da quelli di tutti gli altri periodi. La ragione è che, per un breve periodo dopo la prima guerra mondiale, il marxismo fu una teoria rivoluzionaria come non lo era più stato dopo Marx e come non lo è più stato in seguito (lasciando da parte il suo uso come ideologia per delle rivoluzioni, essenzialmente, di contadini nazionalisti).

Durante questo breve periodo, la rivoluzione russa servì da punto di allineamento per degli intellettuali di sinistra di tutte le sfumature del rosso e del nero e quest'ultimi si unirono a dei lavoratori anarchici e socialisti di una tempra sindacalista per formare le basi dei nuovi partiti della Terza Internazionale.

Con l'eccezione della Spagna, le organizzazioni anarchiche e sindacaliste persero ovunque del terreno di fronte a questi nuovi partiti che evolsero rapidamente verso delle organizzazioni socialiste di Stato burocratiche interessate attraverso il controllo del movimento della classe operaia.

Durante questa evoluzione gli anarchici, i sindacalisti e i socialisti di sinistra che avevano considerato come vera la promessa iniziale della Rivoluzione Russa furono isolati, eliminati e scartati dall'organizzazione superiore del Partito dall'accesso alla classe operaia che sola poteva sostenere un movimento rivoluzionario. Karl Korsch fu una delle vittime di questo processo.

Benché Gramsci sia stato un sostenitore dei consigli operai, e che in prigione abbia avuto tendenza ad associarsi con dei sindacalisti, egli non divenne un oppositore di sinistra al Komintern. Le ragioni sembrano essere, innanzitutto, che il problema italiano non era la rivoluzione ma la difesa contro il fascismo; in secondo luogo, che Gramsci era opposto all'estremismo astratto di Bordiga che era collegato con l'ultra-sinistra tedesca; e in terzo luogo, che la prigionia di Gramsci lo ha tenuto al sicuro e isolato dalle convulsioni del movimento internazionale.

I casi di Korsch e Lukacs sono più chiari. Lukacs era membro di un gruppo borghese marginale, l'intelligentsia ebraica, in un paese semi-feudale, l'Ungheria. Prima del 1917 i suoi centri d'interesse erano soprattutto la letteratura benché sia stato influenzato da Szabo, un intellettuale che traeva il suo sindacalismo da Sorel.

Non è sorprendente che la sua posizione iniziale in quanto rivoluzionario sia stata utopistica e astrattamente di ultra-sinistra, più tardi la sua evoluzione verso una posizione di “destra”, quasi socialdemocratica (“Tesi di Blum”, 1929) era molto ragionevole dato che l'Ungheria smise di essere feudale soltanto nel 1945. Da un'altra parte, il suo compromesso con lo stalinismo, del tutto parziale e “non sincero” come ha preteso che sia stato, è duro da perdonare.

La conoscenza del movimento operaio da parte di Korsch era, alla fine della guerra, di un tutt'altro ordine di quello di Lukacs. Formato in diverse università in economia, diritto, sociologia e filosofia, divenne dottore in giurisprudenza nel 1911 e andò in Inghilterra dove raggiunse la società Fabiana e studio i movimenti sindacalisti e quello delle associazioni socialiste.

Era già opposto all'ortodossia marxista che definiva il marxismo come una negazione del capitalismo attraverso la nazionalizzazione, vedeva l'avvento del socialismo come inevitabile e concepiva il marxismo come una pura “scienza” separata dalla pratica del movimento operaio.

La sua opposizione a questa ortodossia orienta l'attenzione di Korsch verso la preoccupazione Fabiana per la preparazione degli individui al socialismo attraverso l'educazione e verso l'accento sindacalista posto sull'attività cosciente dei lavoratori come base al contempo della rivoluzione e della gestione di una economia socialista.

Sin dai suoi primissimi articoli pose l'accento sul ruolo della coscienza nella lotta per il socialismo e sull'importanza dell'auto-attività della classe operaia.

Dopo la guerra sviluppò le sue idee mettendo a punto dei progetti per la socializzazione associato al controllo operaio.

All'inizio della prima guerra mondiale, Korsch fu arruolato nell'esercito tedesco e andò al fronte, ma era contro la guerra e, benché ferito due volte, non portò mai delle armi.

Accolse favorevolmente la formazione del movimento socialista anti-guerra e aderì dopo la guerra al Partito Socialista Indipendente (USPD).

Sempre opposto al marxismo “ortodosso” o “revisionista”, credeva durante quest'epoca che una terza corrente, il “socialismo pratico”, era stato formato ed era rappresentato da Luxemburg e Lenin. Per questa tendenza la transizione al socialismo era un “atto umano cosciente”.

Korsch divenne sufficientemente leninista nel 1924 per vedere l'atto rivoluzionario come quello di un partito rivoluzionario di massa ma vedeva sempre il partito come un mezzo per approdare a una democrazia diretta dei consigli operai.

Benché si unisse con la maggioranza della USPD il Partito Comunista (KPD), argomentò contro le 21 condizioni di affiliazione di Mosca; in particolare si oppose alla richiesta di un'organizzazione parallela illegale che sarebbe stata fuori dal controllo delle masse del partito. Malgrado le sue riserve, Korsch divenne rapidamente un leader del KPD. Diventò l'editore del giornale del partito e deputato al Reichstag.

Dovette ciò alla sua superiorità teorica dovuta al fatto che, benché abbia sempre respinto il “marxismo” socialdemocratico, che era stato portato nel corso dei suoi studi di diritto a vedere la società e l'economia come le basi dei sistemi legali e, durante la breve liberazione del marxismo dall'ortodossia, i suoi studi filosofici, sociologici ed economici precedenti gli furono molto utili.

Tuttavia la situazione cambiò presto; dopo il 1923 era evidentemente nell'ala sinistra del KPD; nel 1924 il suo libro del 1923, Marxismo e filosofia, fu denunciato alla riunione dell'esecutivo dell'Internazionale Comunista ed egli fu allontanato dal suo posto editoriale nel 1925; nel 1926 fu escluso dal KPD.


Secondo Mattick, Korsch aveva sempre una posizione critica verso lo Stato russo emergente ma agli inizi della rivoluzione russa, quando tutte le forse della reazione erano dispiegate contro di esso, credeva che un rivoluzionario doveva sostenerlo.

Inoltre, benché la rivoluzione russa doveva essere una rivoluzione capitalista (la sua missione era quella di sviluppare il capitale e il proletariato nella Russia sottosviluppata), ciò aveva ancora un significato rivoluzionario se la breccia nel sistema mondiale poteva essere esteso verso ovest, in Germania.

Non appena la Russia ebbe raggiunto il suo compromesso con la Germania e altri poteri capitalisti ed ebbe trasformato L'Internazionale Comunista in uno strumento della politica estera per i suoi obiettivi nazionali, un rivoluzionario doveva rompere con la Russia.

Così nel 1926 egli raggiunse la “Sinistra Risoluta” - un gruppo di estrema sinistra opposto alla nuova burocrazia russa e al suo alleato tedesco lo SPD.

Era stato in contatto con Sapronov del gruppo “Centralismo democratico” all'interno del Partito russo che credeva che il proletariato russo doveva rompere con i bolscevichi.

Nella sua opera del 1923, Marxismo e filosofia, Korsch tentava di “restaurare” la posizione marxista su questo argomento allo stesso modo, e per gli stessi obiettivi rivoluzionari, in cui Lenin aveva restaurato la posizione marxista sullo Stato in Stato e rivoluzione (un libello denunciato come “anarchico” dagli altri bolscevichi).

Di fatto ciò che egli fece fu di dimostrare come il marxismo era diventato un'ideologia del movimento operaio: per Korsch il marxismo, sia quello di prima del 1848 nella sua forma filosofica o dopo il 1848 nella sua forma “scientifica”, non fu né una scienza né una filosofia, era la coscienza teorica di una pratica rivoluzionaria proletaria oppure un'ideologia “marxista” non collegata a una pratica oppure dissimulante una pratica contro-rivoluzionaria.

Tutto questo era posto in un contesto di violento attacco contro il marxismo ortodosso di Kautsky, e di conseguenza, diceva Korsch, era contro la seconda Internazionale e a favore della terza Internazionale. Sostenendo queste cose, Korsch calpestava del tutto questa ortodossia marxista, tedesca o russa, socialdemocratica o bolscevica, prendendo ciò molto a cuore.

Nel 1930, quando Korsch si pose il problema di scrivere un'anti-critica, era ben al corrente di quanto era accaduto nel frattempo. A sua insaputa, era stato ritenuto “colpevole” di deviazione nei confronti dell'ortodossia marxista-leninista emergente, basata su Kautsky e Plekhanov.

Per i russi esisteva quindi una filosofia marxista materialista (esposta in Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin) e anche una scienza marxista che, seguendo Kautsky, doveva essere apportata al proletariato dall'esterno da parte di intellettuali borghesi (come esposto nel Che fare? di Lenin). Così ciò che Korsch aveva pensato fosse una nuova, terza corrente nel marxismo era giusto una nuova variante ideologica della vecchia ortodossia marxista.

Le caratteristiche speciali del bolscevismo erano semplicemente un riflesso dei compiti speciali che l'ideologia aveva da compiere nella Russia sottosviluppata. La scoperta della natura ideologica della teoria comunista e la rovina di tutti i movimenti operai marxisti rivoluzionari di fronte alla controrivoluzione implicavano una rivalutazione del marxismo.

Per Korsch la teoria marxista era l'espressione generale del movimento rivoluzionario esistente. Durante i periodi controrivoluzionari il marxismo poteva essere ulteriormente sviluppato nel suo contenuto scientifico ma non appena il marxismo era sviluppato come una pura scienza separata dalla sua connessione con il movimento proletario, esso tendeva a diventare un'ideologia.

Così il legame tra la teoria e la pratica non aveva nulla a che vedere con l'applicazione di una scienza ma significava semplicemente che la teoria la coscienza articolata di un movimento rivoluzionario pratico.

Ristabilire il legame richiedeva l'esistenza di un movimento rivoluzionario proletario e la depurazione dal marxismo di tutti i suoi elementi ideologici e borghesi.

Il solo movimento che rispondeva alla descrizione nell'Europa degli anni 30 era il movimento anarchico spagnolo, così Korsch, continuando il suo lavoro sulla teoria marxista, studiò anche Bakunin e il movimento anarchico.

Nella sua opera del 1923, Korsch aveva insistito sul fatto che il marxismo primitivo era una continuazione, in un nuovo contesto, della teoria rivoluzionaria della borghesia, sopratutto della tradizione idealistica tedesca.

Nelle sue “Tesi su Hegel e la rivoluzione” del 1930, tornò su questa questione e rivalutò allo stesso tempo le teorie hegeliane e marxiste. La filosofia hegeliana non era che la filosofia rivoluzionaria della borghesia; era la filosofia della fase finale della rivoluzione e dunque anche una filosofia della restaurazione.

Così il metodo dialettico non è il principio puramente rivoluzionario immaginato dai marxisti. Così anche la creazione di una teoria della rivoluzione proletaria sulla base di una dialettica “materializzata” è soltanto una fase transitoria del movimento operaio.

Il marxismo non è la teoria di una rivoluzione proletaria indipendente ma la teoria di una rivoluzione così come essa si sviluppa al di fuori della rivoluzione borghese e questa teoria mostra le sue origini: essa è ancora impregnata di teoria rivoluzionaria borghese, e cioè di giacobinismo.

Ciò significa che la politica marxista rimane all'interno dell'orbita della politica borghese.

Come dice Korsch nelle sue “Dieci tesi sul marxismo oggi”, scritto nel 1950, il marxismo aderisce incondizionatamente alle forme politiche della rivoluzione borghese. La rottura con la politica borghese è stata portata soltanto dai movimenti anarchici e sindacalisti nella forma della rottura con la politica in quanto tale.

Soltanto questi movimenti erano ancora rivoluzionari nella pratica. Per Korsch la loro importanza consisteva nel fatto che essi conservassero ancora l'ideale, sacrificato ovunque, della solidarietà di classe al di là degli interessi materiali immediati e che si basassero essi stessi sull'auto-attività della classe operaia come espressa nel principio dell'azione diretta.

Quando la guerra civile spagnola esplose nel 1936, Korsch sostiene i tentativi dei militanti della CNT per introdurre l'autogestione operaia in opposizione con la linea politica dei socialisti di destra, degli stalinisti e dei repubblicani borghesi.

Questo sviluppo di una posizione sindacalista opposta alla posizione dell'ortodossia socialista marxista era parallela a una reinterpretazione del marxismo.

Benché Korsch rimase un marxista, la sua visione del marxismo diventava sempre più critico.

Nel 1960 aveva completamente respinto il marxismo come sola teoria della rivoluzione proletaria e aveva fatto di Marx uno, tra gli altri, dei numerosi precursori e promotori del movimento socialista operaio.

Nel 1961 stava lavorando a uno studio su Bakunin e credeva allora che la base di un atteggiamento rivoluzionario durante l'epoca borghese moderna sarebbe dovuto essere un'etica che Marx avrebbe respinto come “anarchica”.

Nelle sue “Dieci tesi” del 1950 aveva criticato anche la sopravvalutazione dello Stato come strumento della rivoluzione e la teoria del socialismo in due fasi attraverso la quale l'emancipazione reale della classe operaia è rimandata a un futuro indefinito.

Così egli respingeva esplicitamente gli elementi del marxismo che separavano quest'ultimo dall'anarchismo. L'opera della sua vita è allo stesso tempo un'esposizione e una critica del marxismo da una posizione politica vicina all'anarchismo. Benché, come Korsch stesso l'abbia dimostrato, il marxismo non sia sufficiente per un movimento rivoluzionario moderno, uno studio del marxismo di Korsch permette di preservare i migliori elementi dell'eredità del movimento operaio classico. 

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5 ottobre 2016 3 05 /10 /ottobre /2016 05:00

La Comune asturiana

Tra le personalità appartenenti alla reazione spagnola, il più avveduto era sicuramente Gil Robles. Il leader della CEDA comprese che la problematica spagnola non era di tipo politico ma sociale e che il pericolo imminente di una profonda rivoluzione proletaria era pronto a concretizzarsi in qualsiasi momento. E la ragione di ciò stava nel fatto che, anche se la CNT non era riuscita con la sua linea radicale a scatenare la rivoluzione, aveva però saputo alimentare un clima prerivoluzionario permanente.

Tutta la strategia politica di Gil Robles era tesa proprio a interrompere questo processo facendolo abortire e proprio questo fu ciò che fece il 5 ottobre, ponendo il Partito socialista di fronte al dilemma tra l'accettare il ministero cedista o lo scendere in piazza. L'accortezza di Gil Robles si tradusse nel saper scegliere il momento giusto in cui provocare la rivoluzione in Spagna, senza mettere in pericolo i privilegi della classe dirigente. Su che cosa contava Gil Robles rischiando di attizzare situazioni sicuramente molto difficili da manovrare? Sulla stessa complessità spagnola, che aveva creato i suoi supposti nemici, trasformando un problema sociale in un problema politico. Così facendo, coloro che si ritenevano avversari di Gil Robles diventavano di fatto suoi alleati oggettivi.

I baschi, riducendo il loro problema a una questione di competenze, allontanavano il progetto rivoluzionario perché neutralizzavano l'azione delle masse operaie. Identico fenomeno, ma più grave, avvenne nella regione catalana, e abbiamo visto in quale maniera operasse la Generalitat de Catalunya nei riguardi del movimento operaio, ossia della CNT. Quanto al Partito socialista, frenando la sua base operaia e impedendo la formazione di un'autentica alleanza tra la CNT e la UGT, creava le condizioni per la logica sconfitta proletaria.

L'epicentro del pericolo per Gil Robles stava nelle Asturie, perché in quella regione esistevano proprio le condizioni di base per una rivoluzione proletaria: un socialismo più rivoluzionario che nel resto della Spagna, una CNT non logorata da movimenti sovversivi e l'unione di forze operaie in un'alleanza che specificava chiaramente che il suo obiettivo rivoluzionario, essendo nel fondo essenzialmente sociale, comprendeva quello politico di sostituire il sistema capitalista e statale con un sistema socialista basato sulla democrazia operaia diretta. Il concretizzarsi delle condizioni rivoluzionarie nelle Asturie obbligava Gil Robles a fare abortire questa insurrezione, per evitare che, per contagio, si andassero creando nel resto della Spagna situazioni simili. La tattica impiegata dai socialisti e dai catalanisti favorì il compito della reazione di soffocare la rivoluzione asturiana. Tutte le chiacchiere riguardo al fatto se a Barcellona, dopo la sconfitta catalanista, la CNT poteva essersi impadronita della situazione, rimasero semplici chiacchiere. I rivoluzionari autentici erano stati collocati dal potere della Generalitat di fronte a tre possibilità: rimanere al di fuori della rivolta (ed era quello che voleva la Generalitat); prendervi parte, come auspicava il manifesto del Comité regional (ma questo implicava, dopo lo scontro tra la polizia di Dencàs e i lavoratori del Sindicato de la Madera, aprire il fuoco contro i catalanisti per poter poi attaccare le forze dell'esercito nelle caserme); oppure, dopo la sconfitta, lanciarsi avventurosamente contro un esercito che già teneva strategicamente il capoluogo, rafforzato da unità scelte, richiamate dall'Africa e sbarcate a Barcellona il pomeriggio del 7 ottobre. La CNT optò di fatto per la prima alternativa e, dopo la resa dei catalanisti, mise in salvo la maggior quantità di armi possibile, cercando di evitare che si producesse un massacro tra i lavoratori, che era l'obiettivo di Gil Robles in Catalogna.

La profonda rivoluzione che si scatenò nelle Asturie il 5 ottobre deve essere interpretata come la prova generale di quello che avrebbe potuto essere la rivoluzione in Spagna sotto l'alleanza rivoluzionaria delle forze operaie. Nonostante la sconfitta militare dei lavoratori asturiani, fu una grande vittoria proletaria che ebbe enormi ripercussioni nel movimento operaio spagnolo.

Gli effetti della rivolta socialista in Spagna rimasero ben presto limitati a nuclei e propositi che non furono raggiunti neppure in parte. A Bilbao, il Partido nacionalista vasco (PNV) predicò l'astensione. Il suo organismo sindacale, la STV, consigliò agli operai di andare al lavoro solo se non incontravano difficoltà o pericoli. Insisteva che nessuno si impegnasse in iniziative non concordate con la STV. A Bilbao venne indetto lo sciopero più o meno generale, ma passivo. Nelle località vicine - Portugalete, Hernani, Eibar, ecc. - si costituirono dei comitati rivoluzionari e si giunse a scontri armati.

A Madrid lo sciopero fu generale: chiusero i negozi, i giornali non uscirono e la circolazione stradale si fermò del tutto. Il 5 e il 6 la città visse momenti di tensione: i dimostranti si scontrarono con la polizia nei quartieri proletari - Cuatro Caminos, Tetuán, Atocha, Delicias, ecc. - e tentarono di assaltare le Poste centrali e la stessa Dirección general de Seguridad, il che provocò sparatorie sulla Gran Via, in calle de Alcalá e alla Puerta del Sol. Ma, come era sempre accaduto in precedenza ai socialisti in tutte le loro rivolte, appena cominciò la lotta il loro stato maggiore venne catturato, questa volta nello studio del pittore socialista Luis Quintana, dove avevano stabilito il quartier generale. Con quell'arresto l'insurrezione rimase acefala e il moto rivoluzionario poteva dunque considerarsi ormai fallito. Tuttavia, le notizie che arrivavano dalle Asturie parlavano di violenti combattimenti e il governo cominciò a prendere le sue misure a riguardo.

Alle 21, il ministro degli Interni, Eloy Vaquero, parlò per radio diffondendo il consueto comunicato caratteristico di tutti i governi in situazioni simili: «La tranquillità regna sulla Spagna»; il che non impedì che il governo si riunisse frettolosamente alle 23 per studiare la situazione. La prima disposizione fu di instaurare la censura sulla stampa e il presidente del Consiglio dichiarò ai giornalisti «che si era in presenza di una sollevazione rivoluzionaria, che costringeva il governo a dichiarare nelle Asturie lo stato di guerra».

Il giorno 6 il governo di Lerroux estendeva lo stato di guerra su tutta la Spagna e ordinava al generale Batet di soffocare i disordini catalanisti a Barcellona. Per dare maggior forza alle cose, Lerroux parlò per radio annunciando che sarebbe stato implacabile contro gli anarchici asturiani e i separatisti catalani. Il ministro della Guerra del gabinetto Lerroux, Diego Hidalgo, diede incarico al generale Franco di preparare un piano di attacco alle Asturie. E alle due del mattino del 7 ottobre, dopo aver conferito col generale Batet che gli annunciò che per le sei del mattino la rivolta catalana sarebbe stata liquidata, il ministro della Guerra se ne andò a dormire, lasciando al generale Franco e al tenente colonnello Yagüe il compito di studiare la maniera più efficace per liquidare la rivolta asturiana.

Nella giornata del 7 ottobre, Lerroux ricevette numerose persone che gli offrirono il loro incondizionato appoggio in quei momenti difficili. Tra di essi c'era José Antonio Primo de Rivera, per il quale Lerroux provava «vivissima simpatia». Nella notte, il governo si riunì di nuovo e il ministro della Guerra, a conclusione del Consiglio dei ministri, dichiarò che «nelle Asturie gli sforzi uniti degli eserciti di terra e di mare stavano per raggiungere i loro obiettivi». Il ministro degli Interni, da parte sua, affermò che «la totale sottomissione dei ribelli asturiani era questione di ore».

Il pomeriggio del 9 si riunirono le Cortes, in assenza dei deputati della sinistra. Il governo ricevette i complimenti per la sua rapidità d'azione. E in quel luogo si disse, tra le quinte, che quello stesso giorno a Barcellona Manuel Azaria era stato arrestato e rinchiuso su una nave ormeggiata nel porto di quella città. La rivolta organizzata dal Partito socialista, senza guida fin dall'inizio, si poteva considerare fallita, ma ciò che era fallito nel resto di Spagna aveva subito assunto nelle Asturie le proporzioni di una profonda rivoluzione proletaria. La rivolta era iniziata alle tre del mattino del giorno 5, con l'attacco da parte di un gruppo di lavoratori con candelotti di dinamite a tutte le caserme della Guardia Civil della regione mineraria. Verso mezzogiorno erano cadute nelle mani dei lavoratori 23 caserme della Guardia Civil con tutte le loro armi. La caserma di Mieres si arrese con le sue 45 guardie e il 6 ottobre capitolarono le caserme della Rebolleda, Santullano e Sama.

A Oviedo gli operai non erano riusciti a impadronirsi della città, ma si lottava contro la Guardia Civil e l'esercito. Il comandante militare decretò lo stato di guerra e cominciò a inviare truppe nella zona dove i rivoluzionari resistevano o addirittura erano completamente padroni della situazione. Vennero così inviate Guardias de Asalto a Manzaneda, occupata dai rivoluzionari, ma non poterono raggiungere il loro proposito in quanto glielo impedì una colonna di lavoratori che si difendeva a Armatilla, a Pico del Castillo e dall'altra parte della valle, a Santianes.

Nel frattempo, le colonne operaie che si erano rapidamente organizzate avanzavano su Oviedo per entrare nel capoluogo. A Gijòn si combatteva per le strade e i lavoratori riuscirono a controllare completamente il quartiere di Cimadevilla, erigendo barricate alle sue entrate.

Ad Avilés i rivoluzionari erano padroni della situazione e occuparono le officine del gas e la centrale elettrica.

A La Felguera, nella cui fabbrica di armi lavoravano tremila operai, in maggioranza appartenenti alla CNT, si ordinò alla Guardia Civil di arrendersi e al suo rifiuto si mise sotto assedio la caserma, che cadde nelle mani dei minatori allo scoccare della mezzanotte. Gli abitanti, padroni della situazione, diffusero un manifesto, intestato CNT-FAI e firmato dal Comitato rivoluzionario, che diceva:

La rivoluzione sociale ha vinto a La Felguera; il nostro dovere è di organizzare la distribuzione e il consumo nella dovuta forma. Chiediamo a tutti buonsenso e prudenza. Esiste un Comitato di distribuzione, a cui si deve rivolgere chiunque abbia necessità [1].

In tutta la valle di Turón venne proclamata la Repubblica socialista, che assunse caratteri antiautoritari nelle zone a orientamento anarchico e carattere burocratico in quelle a orientamento marxista; in questo senso, la rivoluzione asturiana gettò le basi della coesistenza dei due sistemi. Uno studio accurato dei rapporti che si stabilirono nei quindici giorni di vita di questa Repubblica socialista sarebbe di notevole importanza come esperienza inedita di convivenza rivoluzionaria.

Il 5 il governo, da Madrid, aveva ordinato al generale Bosch, comandante militare di León, di partire con le sue truppe verso le Asturie. Poiché il trasferimento dei soldati non poteva avvenire col treno, perché il ponte di Los Fierros era stato fatto saltare, si dovettero utilizzare dei camion; ma, al suo arrivo, la truppa composta da due reggimenti di fanteria venne bloccata a Vega del Rey dalla resistenza operaia che, ben protetta, creò in quella località un fronte che tenne per due settimane. La stessa cosa accaduta al generale Bosch accadde al generale López Ochoa che, partendo dalla Galizia verso le Asturie, verrà fermato dalla resistenza operaia nella gola di Peñaflor.

Il giorno 8 le colonne operaie che accerchiavano Oviedo si lanciarono all'attacco e una di esse entrò attraverso il quartiere di San Lázaro, dopo aver sgominato una compagnia di Guardias de Asalto, al Caño del Aguila. Occupata la collina del convento de las Adoratrices, vennero accolti con grida di entusiasmo dalle donne di quei quartieri operai. Da un altro settore della città entrarono gruppi di minatori che, aprendosi il passo con candelotti di dinamite per le calles Fierro, Santo Domingo e Guillermo Estrada, si impadronirono alle due e mezzo del pomeriggio del Comune. Per le calles Leopoldo Alas e Arzobispo Guisasola, i carabineros tentarono di fermare l'avanzata di una colonna di minatori al comando del sergente Diego Vázquez, ma furono travolti dai candelotti di dinamite e dalle grida di "Viva la Rivoluzione sociale!". Alle tre del pomeriggio, questa colonna era completamente padrona del quartiere e occupava l'ospedale. La riunificazione di tutte le colonne di minatori impegnate nell'attacco a Oviedo fece indietreggiare i suoi difensori, che si rifugiarono nella caserma Pelayo e nella cattedrale. Caduta nelle mani dei minatori, la fabbrica di armi rivelò il suo contenuto: 21.000 fucili, trecento fucili mitragliatori e numerose mitragliatrici.

Nelle Asturie, mentre ancora si combatteva, i rivoluzionari cominciarono immediatamente a organizzare la vita sotto forme differenti, ossia secondo un socialismo caro alla popolazione, che aboliva la proprietà privata dichiarandola collettiva. I centri metallurgici erano caduti nelle mani dei lavoratori e così la fabbrica di armi di Trubia, le fabbriche di La Felguera e altre intensificarono la produzione, soprattutto di munizioni, riuscendo a fabbricare trentamila cartucce al giorno a La Felguera. Tuttavia, ben presto sarebbe emersa l'insufficienza della produzione per le migliaia di combattenti che erano pronti a morire per la Comune asturiana.

A Oviedo si installò il Comitato provinciale rivoluzionario, che teneva i contatti coi diversi comitati rivoluzionari dei paesi, ma nel costituirlo nacque già il primo screzio tra socialisti e anarchici. L'alleanza firmata tra UGT e CNT stabiliva, naturalmente, che la direzione della lotta spettasse a entrambe le organizzazioni, mentre la Federación socialista asturiana, approfittando della situazione, costituì il Comitato provinciale in base alla sua sola rappresentanza, estendendola poi al Partito comunista, che non era né firmatario del patto rivoluzionario né rappresentativo nella regione. Le preoccupazioni che gli anarchici di La Felguera avevano riguardo alla sincerità rivoluzionaria dei socialisti, venivano confermate. Alla vigilia dell'insurrezione, si era tenuto un plenum confederale a Gijón, nel corso del quale si erano scontrati i punti di vista dei militanti locali e di quelli di La Felguera. I primi, ferventi sostenitori dell'Alianza, credevano fermamente nella sincerità rivoluzionaria dei socialisti; i secondi ne dubitavano; e si pronunciarono contro ogni patto o impegno precedente. Il loro punto di vista era l'unità sulla base del fatto rivoluzionario compiuto.

Il comitato rivoluzionario di Gijón, considerando che il neonato Comitato provinciale di Oviedo costituiva il tallone d'Achille della Comune asturiana, vi inviò dei rappresentanti, per stabilire il contatto col Comitato provinciale e ottenere armi e munizioni, «con risultati nulli», scrive Peirats [2].

Nei paesi, i comitati rivoluzionari si costituirono in due modi differenti: nei luoghi di influenza libertaria vennero nominati mediante assemblea; mentre in quelli di influenza socialista furono i comitati del partito a fungere da esecutivi. Anche i bandi e i proclami dei paesi avevano significato differente: i libertari chiamano la popolazione alla solidarietà e alla concordia per portare avanti la lotta; i socialisti "ordinavano e comandavano", annunciando misure draconiane per chi non si sottometteva alle direttive del comitato. Nonostante queste differenze, l'ondata rivoluzionaria, sospinta dall'entusiasmo collettivo, dilagò in tutta la regione, senza entrare in troppe discussioni, considerate inutili di fronte ai gravi pericoli che già nascevano e crescevano nella regione rivoluzionaria.

A Madrid, le notizie che giungevano al Ministero della Guerra erano disastrose: il generale Bosch non avanzava di un passo e anche il generale López Ochoa era bloccato. Per fortuna (pensavano al governo) il generale Franco, prevedendo tali difficoltà, aveva impartito l'ordine di imbarco per Gijón alle truppe della Legione straniera e ai regulares di stanza in Marocco. Il Marocco, ancora; cancro della Spagna. Appena proclamata la Repubblica, il 14 aprile 1931, i movimenti marocchini avevano chiesto la loro autonomia e un'amministrazione propria, ma la delegazione inviata da Tetuàn a Madrid non riuscì a convincere delle sue giuste richieste il governo social-repubblicano. E questo governo mise in pratica, se possibile, una politica di colonizzazione ancor più brutale di quella che aveva realizzato la monarchia appena deposta... Di che cosa potevano lagnarsi in ottobre i socialisti se Franco faceva rientrare le truppe dal Marocco e se tra queste c'erano truppe indigene che si accanivano, e con ragione, contro gli spagnoli? Non erano forse gli spagnoli a mantenere la colonizzazione in Marocco? Il generale Franco utilizzava, dunque, per la repressione, ciò che la Repubblica aveva lasciato in piedi. Non era quindi Franco il responsabile dell'istituzionalizzazione della repressione con truppe marocchine, ma tutto ciò era conseguenza della politica dei socialisti e dei repubblicani che avevano istituzionalizzato la colonizzazione.

Le navi da guerra Libertad, Jaime I e Miguel de Cervantes, cariche di truppe africane, fecero rotta per Gijón. Il primo ad arrivare fu l'incrociatore Libertad, che iniziò il 7 ottobre un intenso cannoneggiamento, proteggendo così lo sbarco di un battaglione di fanteria della Marina. Gli abitanti di Gijón, ben fortificati, fermarono l'avanzata dei soldati a Serin. Ma mancavano di armi e munizioni e il Comitato provinciale non pareva allarmarsi per la grave situazione di Gijón. Il Comitato rivoluzionario si mise in contatto con La Felguera, chiedendo munizioni, armi e uomini, ma nonostante il rapido aiuto ricevuto, dinanzi all'intenso cannoneggiamento e agli sbarchi delle truppe (regulares del Marocco, Legione straniera e 8° Battaglione di Cazadores de Africa), il 10 ottobre, dopo tre giorni e tre notti di battaglia infernale, Gijón dovette cedere. Da quel momento, perduta la zona del litorale cantábrico, come avevano previsto quelli di Gijón, la Comune asturiana aveva le ore contate. López Ochoa, fermato a Grado, deviò la sua marcia verso Avilés per piombare su Oviedo. Truppe da sbarco, composte dal Tercio e da regulares, passarono attraverso El Musel sotto la protezione della flotta.

Come conseguenza della caduta di Gijón e dell'avanzata delle truppe controrivoluzionarie, il giorno 11 venne ordinata, su decisione del Comitato provinciale rivoluzionario, la ritirata generale, dando per fallita la rivolta; ordine che incontrò una viva opposizione da parte dei combattenti. Da quella data si cominciò a concedere un certo credito alle forze della CNT. José Maria Martínez, ispiratore dell'Alianza nelle Asturie, morì in missione per il Comitato provinciale rivoluzionario, a Sotiello, il 12 ottobre.

Le truppe controrivoluzionarie, visto il ravvivarsi della resistenza, vennero assistite dall'aviazione, che cominciò con dei bombardamenti che provocarono un tremendo massacro. Gli aerei gettarono anche dei volantini che invitavano alla resa:

Ribelli delle Asturie, arrendetevi! È l'unico modo per salvarvi la vita: la resa senza condizioni e la consegna delle armi entro ventiquattr'ore. La Spagna intera, con tutte le sue forze, è contro di voi, disposta a schiacciarvi senza pietà, come giusta punizione per la vostra criminale pazzia [...]. Tutto il danno che vi hanno inferto i bombardamenti e le armi delle truppe non sono altro che un semplice avvertimento di quanto avrete, implacabilmente, se prima del calare del sole non avrete rinunciato alla ribellione e consegnato le armi. Dopo di che, vi attaccheremo fino a distruggervi senza tregua né perdono3.

Nonostante queste minacce, i rivoluzionari asturiani continuarono a combattere fino al giorno 18, quando il Comitato provinciale rivoluzionario mise fine alla resistenza con un manifesto in cui si dice che, «dopo aver dimostrato la capacità delle masse lavoratrici [...], si ritiene necessaria una pausa nella lotta». Ma si dichiara anche: «Questa ritirata è considerata onorevole, perché è un'interruzione del cammino», visto che «il proletariato si può sconfiggere, ma mai vincere». Lo spirito di questo manifesto è impregnato delle parole scritte da Karl Liebknecht, alla vigilia del suo assassinio: «Vi sono sconfitte che sono vittorie e vittorie che sono più disonorevoli delle sconfitte».

La vittoria che il governo riportò sui rivoluzionari asturiani fu la più vergognosa delle vittorie, perché non seppe neppure rispettare la sola e unica condizione che i minatori avevano posto prima di arrendersi: che le truppe mercenarie non occupassero la regione asturiana. E il generale Arande, dopo aver dato la sua "parola d'onore", offrì le Asturie come bottino di guerra con "carta bianca" alla Legione straniera e ai regulares...

NOTE

[1] J. PEIRATS, La CNT nella rivoluzione spagnola, cit.

[2] Ibid.

[3] Per la rivoluzione nelle Asturie, si possono consultare le seguenti opere: M. VILLAR, El anarquismo en la revolución de Asturias, Barcelona, «Solidaridad Obrera», 1935 [nuova ed.: Madrid, Fundación de estudios libertarios A. Lorenzo, 1994. N.d.C.]; S. DE MADARIAGA, España, cit.; A. RAMOS OLIVEIRA (autore socialista), Historia de España, siglos xixy XX, Barcelona, Grijalbo, 3 voli.; V. ALBA (simpatizzante del POUM), La Alianza Obrera. Historia y análisis de una táctica de unidad en España, Madrid, Júcar, 1978; F. SOLANO PALACIO (anarchico), La revolución de Octubre. Quince días de comunismo libertario, Barcelona, «Tierra y Libertad», 1936 [nuova ed.: Madrid, Fundación de estudios libertarios A. Lorenzo, 1994. N.d.C.] e il socialista R. LLOPIS, Octubre 34. Estampas de la revolución española. Ciudad de Mexico-Parigi, Tribuna, s.d.

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30 settembre 2016 5 30 /09 /settembre /2016 05:00

Maximilien Rubel, marxista anti-bolscevico

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(Necrologia uscita sul Socialist standard di giugno 1996).

 

Risultati immagini per maximilien rubel livresMaximilien Rubel è morto alla fine di febbraio, non era semplicemente uno specialista di Marx, era anche qualcuno che ha voluto il socialismo nel vero senso di una società di proprietà comune e di controllo democratico nella quale, come Marx lo concepiva, le due grandi espressioni dell'alienazione umana, il denaro e lo Stato, sarebbero sparite.

Ha così identificato e denunciato nei suoi scritti i dirigenti della Russia capitalista di Stato e i loro ideologi così come i grandi deformatori delle idee di Marx.

Risultati immagini per maximilien rubel marx without mythLa sua ambizione, sul piano accademico, era di produrre un'edizione definitiva degli scritti di Marx purgata dalle deformazioni e commenti tendenziosi delle edizioni provenienti da Mosca e Berlino est.

A differenza di molti altri, Rubel non è stato sotto la cappa del regime capitalista di Stato in Russia. In altri termini, non è mai stato un membro o simpatizzante del partito comunista. Di fatto, egli proveniva dalla tradizione marxista della vecchia minoranza nella socialdemocrazia europea.

Rubel era nato nel 1905 a Czernowitz, che faceva allora parte dell'impero austro-ungarico (e più tardi, regione della Romania, dell'impero russo e ora dell'Ucraina), ed è in Austria che incontrerà la prima volta le idee di Marx. Ricevette l'influenza di Max Adler che, prima della prima guerra mondiale, era stato di quei socialdemocratici che cercavano di completare la critica del capitalismo con una dimensione morale basata sull'imperativo "categorico" di Kant: il socialismo era qualcosa che gli operai dovevano instaurare per delle ragioni morali piuttosto che qualcosa che andavano inevitabilmente instaurare per delle ragioni economiche. Era una posizione controversa ma Rubel l'ha optata e l'ha espressa nei suoi propri scritti. Nel 1931 si è trasferito a Parigi dove ha vissuto il resto della sua vita.

Risultati immagini per Maximilien RubelRubel era l'autore di molti libri e articoli su Marx, soprattutto in francese ma alcuni in inglese. Sono tutti interessanti, anche se la loro lettura è a volte difficile. Raccomandiamo in particolar modo i testi scelti di Marx e di Engels che ha edito insieme a Tom Bottomore (Karl Marx: Selected Writing in Sociology and Social Philosophy; edito presso Penguins) e la sua biografia di Marx che egli ha scritto insieme a Margaret Manale Marx Without Myth. Ha anche contribuito a Non-Market Socialism in the 19th & 20th Centuries edito insieme a John Crump.

In francese vi è la raccolta dei suoi articoli editi nel 1974 con il titolo Marx critique du marxisme (tr. it.: Marx critico del marxismo, Cappelli, 1981), Rubel argomenta sul fatto che Marx non era un marxista. In due sensi. In primo luogo, le proprie concezioni di Marx erano in conflitto con ciò che si è generalmente chiamato il "marxismo" (bolscevismo, leninismo, stalinismo, trotskysmo, ecc.). Rubel ha combattuto energicamente contro "il mito della rivoluzione socialista d'Ottobre" che ha visto, non come la conquista del potere politico attraverso l'auto-attività della classe operaia, preludio al socialismo, ma come la conquista del potere politico da parte del partito bolscevico, preludio allo sviluppo del capitalismo in Russia sotto gli auspici dello Stato.

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La seconda ragione che faceva dire a Rubel che Marx non era un marxista era che Marx non aveva fondato una scuola di pensiero che si richiamava a lui, perché un corpus che si richiamava a un individuo era contrario a tutto il suo approccio e alla sua analisi. Ironicamente, benché Rubel si sia sempre rifiutato di considerarsi un marxista, i suoi scritti hanno espresso le concezioni di Marx con maggior precisione da parte di coloro che si sono detti marxisti.

Rubel ha evidenziato che sin dai suoi primi scritti socialisti della metà degli anni 40 del XIX secolo, Marx aveva considerato il denaro e lo Stato come due espressioni dell'alienazione umana, e aveva auspicato la loro sparizione come una caratteristica determinante della società libera che era l'alternativa al capitalismo.

Marx, ha detto Rubel, ha visto questa società senza denaro, senza patrie, senza classi come realizzabile da parte dell'auto-attività indipendente degli stessi operai, il che includerebbe la trasformazione del voto come strumento di emancipazione; in altri termini, la posizione di Marx era che lo Stato, in quanto strumento di classe posto al di sopra della società, dovrebbe essere soppresso dall'azione politica democratica. Marx non era contro la partecipazione dei socialisti alle elezioni.

Risultati immagini per maximilien rubel libriSi tratta in tutta evidenza di un'interpretazione di Marx molto vicina alla nostra. Rubel conosceva il SPGB, aveva partecipato ad alcune delle nostre riunioni, era in relazione epistolare con alcuni dei nostri membri ed era abbonato al Socialist standart. Era apparentemente affascinato dalla nostra esistenza in quanto gruppo che aveva collegato molto strettamente la concezione di Marx del socialismo e della rivoluzione socialista. Non era d'accordo con la nostra posizione di concentrarsi esclusivamente su ciò che William Morris chiamava la "formazione dei socialisti" [1], e, influenzato dall'argomento specioso del "male minore", aveva votato alle elezioni presidenziali del 1981 in Francia.

Inutile dire che un anno dopo le elezioni il governo di Mitterand congelava i salari e riduceva le prestazioni sociali secondo le leggi economiche del capitalismo nelle quali i profitti e la ricerca dei profitti sono posti sopra ogni cosa. Non vi è male minore sotto il capitalismo, soltanto un grande male, il capitalismo stesso, come Rubel avrebbe dovuto sapere.

Rubel era nella tradizione di ciò che Paul Mattick ha chiamato il "marxismo anti-bolscevico" o "marxismo non leninista" e, attraverso i suoi scritti, contiunuerà a contribuire alla comprensione socialista necessaria prima che una società veramente socialista possa essere instaurata.

 

Adam Buick

 

[Traduzione di Ario Libert]

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28 settembre 2016 3 28 /09 /settembre /2016 05:00

La scintilla

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Gabriel Culioli

 

Maggio 68... Già vent'anni! Ah, li vedo, lo sento, quelli che, in nome di se stessi stanno per appropriarsi dei resti gloriosi del movimento: filosofi che non avevano visto nulla ma capito tutto, giornalisti che non avevano capito nulla ma visto tutto; poliziotti superati da un presente affrettato, scavarsi un passaggio nella Storia con il manganello sollevato in aria; e i qui presenti militanti, dimentichi del tempo e dei luoghi, installati ora nei salotti benestanti della società, che scrivono senza fine su una generazione che essi modellano, triturano, torturano per meglio farle sposare le forme scatologiche della loro ambizione e della loro buona coscienza...

In questo corteo funebre si troveranno, fianco a fianco per meglio abbracciare la sua spoglia, tutti quelli che sconvolgevano l'esaltazione di quel mese di maggio, il suo galloppo da cavallo pazzo, e quelli che si sfiatarono a volerlo seguire.

E infine, vi saranno quelli che amo, che conserveranno queste giornate di primavera soleggiate così come sono, senza cercare di accappararsi. Tutti quelli per cui esse resteranno il simbolo dell'assoluta libertà, uno spirito del tempo, un gusto di ciliegia, una macchia rossa su una realtà grigia... Tre lettere e due cifre, quasi una matricola e tuttavia un'apertura verso il cielo per un Icaro resuscitato...

Allora oggi, venti anni dopo, i capelli grigi e l'aspetto fiacco, mi sgolo ancora "Morte ai coglioni!" a tutti quelli che affermano, ma per il ricordo soltanto: "L'abbiamo tanto amata la rivoluzione". Evviva quelli che a piedi, a cavallo o in una (piccola) automobile, la faranno veramente la Rivoluzione. Merda ai gratta-sottigliezze che, in Francia e altrove non fanno incessantemente che annegare la fiamma della speranza lamentandosi che l'immaginazione deve abbracciare il ragionevole, che si devono uccidere i sogni che volano più in alto della realtà e far rendere l'anima all'utopia.

Di avvenire in avvenire, banda di ipocriti inamiditi nei vostri colletti duri tanto falsi quanto i vostri ricordi, la realtà raggiungerà il sogno e la si conquisterà, la Grande Sera [1]. L'alba, infine, cesserà di essere una tentazione. Anche il sole, compagni, si alza a calci in culo...

Ecco, ho scaricato la mia bile sugli inventori di generazione e i recuperatori di ogni genere. Strano preambolo per insegnarvi  come sono stato la miccia che ha scatenato l'esplosione di Maggio. Venni anni oramai, e sono il solo a conoscere la verità. Occupavo all'epoca una posizione allo stesso tempo mobile ed elevata... Ma vado troppo di fretta e brucio le tappe. Cominciamo dall'inizio e cioè dalla fine del movimento.

Il 21 giugno 1968 ebbe luogo una riunione di cui fui l'unico testimone, involontario è vero. Il futuro ministro dell'interno Marcellin aveva riunito molti informatori. Voleva sapere la verità sull'origine della rivolta, sulla scintilla che aveva incendiato la pianura, per dirla come i maoisti.

Chi non conosceva Marcellin si è perso molto. Fisicamente l'uomo era di una insignificanza rara, come molti di questi esseri dell'ombra di cui non ci si chiede a volte se non si facciano il bagno con l'impermeabile acrilico. Degli occhi semi nascosti da palpebre dagli ammortizzatori usati, una bocca molliccia prolongata da ina cicca sudicia, e soprattutto un'ossessione continua per il complotto comunista. Alla maniera delle bestie cornute, mugiva alla vista del rosso e caricava. La sua immensa ossessione del complotto ed il suo fascino per la cosa poliziesca erano bastati a rassicurare una borghesia vacillante sin nelle sue fondamenta per la rivolta di Maggio. Ma questo elemento mezzo Javert [2] fulminava: gli sfuggiva un elemento per capire la meccanica di Maggio, quell'elemento che avrebbe giustificato i suoi ditirambi collerici riguardanti il direttore d'orchestra.

Quel giorno, aveva riunito la cellula speciale che infiltrava i movimenti di estrema sinistra. I quattro ispettori coinvolti erano tutti presenti: Gardénal, che si occupava della Federazione degli Studenti Rivoluzionari [ ], tendenza "lambertista" [ ] della quarta Internazionale [ ]; Léon, dislocato presso la Gioventù Comunista Rivoluzionaria [ ], vicino alla quarta Internazionale; Schmidt, membro del Partito comunista; e Joseph incaricato della Unione delle Gioventù Comuniste marxiste-leniniste.

 

"Signori, cominciò Marcellin, dopo le mie informazioni, l'occupazione della Sorbona da parte delle forze dell'ordine è iniziata in seguito a un malinteso. L'ispettore Janvier, allora preposto al servizio di igiene della prefettura di Parigi, era stato inviato nel cortile della Sorbona, in civile. Aveva come misssione di sorvegliare il posto e di indicare se i luoghi potevano essere occupati senza incidente. Meno di dieci manifestanti e saremmo entrati, più di dieci e avremmo bloccato le uscite allo scopo di parlamentare con essi. L'ispettore doveva agitare due volte il suo fazzoletto rosso se l'operazione era realizzabile e non fare nulla se gli estremisti erano più numerosi.

"Alle ore quindici, l'ispettore agitò due volte il suo fazzoletto, poi l'agitò come un forsennato. Ritenendo che il segnale fosse chiaro, il commandante dei CRS ordinò un assalto massiccio e immediato della facoltà, e i nostri uomini si incontrarono faccia a faccia con più di cento individui armati di mazze da picconi.

"Quando gli fu chiesto di spiegare il suo gesto insensato, Janvier raccontòche un volatile aveva defecato sui suoi abiti e che aveva perciò preso il suo fazzoletto per asciugarsi. Comprendendo troppo tardi il suo errore, aveva allora cercato di porvi rimedio, attizzando così ancor più l'incendio che aveva appena acceso. Fu ovviamente retrocesso di grado. Ritrovammo le sue tracce durante la notte del 27 maggio, su una barricata. Pretendeva di trovarsi là per sgraffignare delle informazioni. Sperava di poter così riabilitarsi. Parlò di complotto, di caso, di destino crudele. Da parte mia, credo che quest'uomo fu uno dei personaggi determinanti del vasto complotto internazionale che ha provocato Maggio 68. Una pedina forse, ma che svolse il ruolo di detonatore. In effetti, come credere al caso, quando comonicia una rivoluzione mentre il presidente della Repubblica e il Primo ministro si trovano all'estero? Io accuso il comunismo internazionale e la sua strategia internazionale, accuso il SDS  [3] tedesco e la Tricontinentale [4] di averci attirato nel vespaio della Sorbona...

"Se vi ho riunito oggi, è per conoscere la vostra opinione, a voi che siete stati immersi in questo bagno putrido di lebbra e di caos, a voi ai quali rendo omaggio per il vostro senso dell'abnegazione e del sacrificio. Chi vuole la parola?".

 

Marcellin si raddrizzò e accese il suo vecchio mozzicone giallastro. Percorse il gruppetto e designò con il mento il poliziotto infiltrato presso i "lambertisti".

- Gardénal, cosa si racconta tra i vostri grandi dormitori?

Lo sbirro si grattò il cavallo dei calzoni con ostentazione. Indossava una giacca di cuoio nero e sotto nulla. Dei ciuffi di peluria sgorgavano dal collo. Spostò la sua gomma da masticare dall'altro lato della mandibola e tagliò viuolentemente l'aria con la sua mano sinistra sino a giustapporla alla sua mano destra:

- Io, signore, quel che credo, è che tutto questo è una gran cazzata. Si deve guardare piuttosto la verità in faccia. La giovinezza, voleva la rivolta. Voleva battersi. Avremmo potuto organizzare una manifestazione davanti al Palais Bourbon. E' ciò che chiedevano la FER e i gruppi Révolte: centomila giovani davantio il Parlamento. Invece di questo, i "pablisti" della Gioventù comunista rivoluzionaria hanno preferito diluire il movimento in uno sperpero piccolo borghese... E' per questo che i dirigenti della FER hanno preso le loro responsabilità e hanno domandato ai giovani di non partecipare alla notte delle barricate...".

Marcellin scosse la testa:

- Se ho ben capito, non è colpa vostra? Ne terremo conto più tardi. Ma Janvier?".

Gardénal spostò virilmente il suo congelatore genetico respirando rumorosamente:
- L'ispettore Janvier? Una cosa insignificante nella giostra della Storia. Non conosco. Andate piuttosto a vedere dalla parte dei "pabs" della JCR.

- Indicate il vostro collega, Léon, disse Marcellin. Léon, cosa dite? Ma soprattutto, cercate di parlare chiaramente, come tutti. A volte ho l'impressione di essere caduto in un agguato teso dagli estremisti. I vostri accenti e le vostre espressioni mi fanno venire i brividi alla schiena...

Léon, ispettore di seconda classe. Ventidue anni. Capelli lunghi alla Che Guevara... Voce alta e chiara...

- L'ispettore cardénal ha l'onestà di riconoscere che l'organizzazione da lui infiltrata non c'entra affatto con gli avvenimenti. Avrebbe potuto comunque evitare di andare a dormire, quella sera del 9 maggio. Avrebbe saputo molte cose rimanendo per la strada. Per quanto ne so, la JCR ha partecipato a fondo al movimento. Ognuno di voi conosce Bensaid, Krivine e compagnia. Ci hanno creduto fermamente. Ma da qui a considerarli come dei padrini... Credete veramente, signore, che basti schiacciare un bottone per fare scendere tutta la gioventù per la strada? Credete veramente che sia possibile scatevare lo sciopero generale attraverso la sola magia della manipolazione?..."

- Ma Janvier? Lo interruppe Marcellin.

- Sconosciuto al battaglione, rispose Léon. Mai sentito parlare. E anche ammettendo che l'ispettore sia stato la creazione di un vasto complotto, l'attore principale degli avvenimenti, fu per noi, la polizia!

- Non ho chiesto la vostra opinione, ma quella dell'organizzazione in cui siete infiltrato per conto dello Stato.

Léon sbuffò con irritazione:

- Lo so, signore, lo so. Mi atterrò dunque alla stretta relazione dei fatti. Il 3 maggio, avebndo saputo che gli studenti della Sorbona erano tra le nostre mani, dei liceali membri della JCR risalgono il boulevard Saint-Michel gridando "Liberate i nostri compagni!". Sono venti all'inizio, poi altri li raggiungono. Alla Sorbona, il servizio d'ordine studentesco è armato di manganelli, per difendersi contro il gruppo fascista Occident diretto dai signori Madelin, Longuet e Robert. Quando i nostri carri vogliono lasciare la Sorbona con gli studenti arrestati, è troppo tardi. La piazza è neradi folla. I veicoli sono attaccati e i nostri uomini reagiscono maldestramente. Sprangano con la durezza e la mancanza di discernimento appresi in Algeria. Il giorno seguente, tranne l'UNEF e la JCR, le organizzazioni politiche condannano l'azione degli studenti arrestati e sprangati. La solidarietà si organizza ovunque. E poi viene la notte delle barricate, dove tutto viene rovesciato... Di fronte all'ampiezza della repressione, i partiti e i sindacati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Le Grand Soir.

http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/mots_0243-6450_1989_num_19_1_1467

[2] Javert è un personaggio del romanzo di Victor Hugo "I Miserabili" e nemico del protagonista Jean Valjean e che si suiciderà quando capirà che quest'ultimo è un uomo buono.

 

[3] SDS

 

[4] Tricontinentale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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30 giugno 2016 4 30 /06 /giugno /2016 11:57

Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale

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La posta in gioco intorno a una critica del liberalismo 
 

Edouard Jourdain

 

Evitare le aporie schmittiane con Proudhon

Proudhon, e questo molto prima di Schmitt, poneva il problema della resistenza del teologico-politico alla modernità malgrado la proclamazione del diritto umano che egli situa nel 1789 [15]: "Il grande valore delle costituzioni politiche, [...] sopratutto la separazione dei poteri, e cioè la distinzione di due nature, né più né meno, nel governo, natura legislativa e natura esecutiva, come nel Gesù Cristo, Dio, e l'uomo insieme: è sorprendente che nel fondo della nostra politica troviamo sempre la teologia" [16].

Questa denuncia della permanenza del teologico-politico si iscrive innanzitutto in una prospettiva di difesa del diritto al quale il governo può sottrarsi: "Il governo, istituito in apparenza e con una comune buona fede per servire da organo del diritto, possiede inoltre il privilegio di fare, in caso di necessità, astrazione dal diritto e di non essere diretto che dalla ragion di Stato; che così, mandatario della Giustizia, è superiore alla Giustiza; che di conseguenza, più invecchia, più, spinto dalla necessità, accumula sulla sua testa iniquità e avanza verso la sua rovina" [17].

Così lo Stato, in ciò che conserva di attributi teologico politici, rimane "un regime di dispensazioni, di eccezioni, di favoritismi, in cui la nozione del giusto e dell'ingiusto svanisce sotto il miracolo" [18].

Qui non è soltanto il diritto ad essere oltraggiato, è anche la morale che in Proudhon è in una certa misura legata a quest'ultima. Nel 1848, Proudhon fa l'esperienza dello stato d'assedio che egli critica in questi termini:"Lo stato d'assedio, è, tra altre cose, la sospensione della giustizia e delle garanzie legali, e la concentrazione di tutti i poteri nelle mani dell'autorità militare. Sospensione della giustizia e delle leggi! Ciò significa, Monsignori, sospensione della morale" [19].

Morale e politica non sono del tutto dissociabili in Proudhon, il che lo distingue dalla tradizione machiavellica, reinvestita in parte dai marxisti, o ancora dalle teorie come quella di Derrida per cui la Giustizia di dissocia dal diritto positivo. Se la Giustizia per Proudhon non può essere realizzata nella sua totalità, ciò non toglie che le istituzioni e il diritto sono chiamati a incarnarla progressivamente. Là dove Proudhon, dunque, di distingue dalla maggior parte degli autori radicali che riprendono Schmitt, è nella sua volontà di rompere con il teologico-politico, che esso sia di ordine contro-rivoluzionario o sedicente rivoluzionario nel senso in cui quest'ultimo conserva lo stesso schema assolutista. In effetti se presso gli autori in questione possiamo ritrovare una critica della trascendenza, ritroviamo raramente una critica dell'assoluto. Questo è particolarmente flagrante quando ci si occupa alla teorizzazione dell'assolutismo, con una forma che si vuole democratica, nella lettura di Spinoza fatta da Negri. In quest'ultimo, il rifiuto violento di ogni mediazione lo porta ad affermare l'"essere" o il "divino" come "produzione infinita di potenza", giustificando così l'arbitrio assoluto di una politica in cui le singolarità si fondono in una moltitudine che risulta da una negazione della pluralità. Come scrive Negri: "Il mondo è l'assoluto. Siamo schiacciati con felicità su questa pienezza, non possiamo frequentare che questa circolarità sovrabbondante di sensi e di esistenze". "Hai pietà di tutto perché tutto è a te, Signore amico della vita / Tu di cui il soffio imperituro è in ogni cosa" (Libro della saggezza, 11, 26 - 12,1) [...]. Questo è il contenuto dell'essere e della rivoluzione [20].

E' precisamente ciò che rimproverava Proudhon a Spinoza: partire da Dio, dall'assoluto, per fondare una politica il cui sostegno metafisico la predispone ad assumere una forma dispotica [21]. Questa critica dell'assoluto potrebbe avvicinare Proudhon alle tesi di Blumenberg che su questo punto è stato particolarmente virulento verso Schmitt. Anche l'assoluto, reinvestito dalla modernità in una logica immanente, si traduce politicamente nella "democrazia assoluta" che s'incarna soprattutto in un governo della moltitudine o delle masse che costituisce per Proudhon un pericolo fondamentale: Si confonde troppo spesso il governo della moltitudine, della massa (oclocrazia) con la Democrazia. Grave errore... L'oclocrazia, o governo della moltitudine, è quello che agita attraverso masse, attraverso suggestioni subitanee e collettive... Quando si sa di cosa le moltitudini sono capaci, ci si rivolge con disperazione verso l'aristocrazia o la monarchia... In Francia, sotto forme contrarie, è l'oclocrazia che, dal 1789, sotto il nome di opinione, corrente d'opinione, fa tutto il male... Questa sovranità della massa, escludendo ogni riflessione, ogni riserva, ogni discernimento, ogni discussione, è la più orribile delle tirannie" [22].

Qui senza dubbio risiede l'aporia sulla quale hanno urtato la maggior parte dei teorici di una democrazia sedicente "radicale", confondendo democrazia e governo delle masse la cui sola capacità politica è la mobilitazione e la lotta senza che sia pensato il principio di autonomia. Sono allora privilegiati gli scioperi o le manifestazioni ma molto meno le procedure di democrazia diretta come le aveva potuto sviluppare Hannan Arendt o anche Cornélius Castoriadis.

Questi due autori, che hanno sviluppato chiaramente una teoria politica antitotalitaria in rottura con il marxismo, restano in effetti sospetti agli occhi degli "schmittiani di sinistra" che li citano soltanto raramente (questo è il caso soprattutto di Castoriadis). Il fatto è che per Proudhon le nozioni di limite e di equilibrio delle forze sono concetti politici fondamentali per pensare la libertà (la qual cosa egli svilupperà soprattutto nella sua teoria del federalismo). Presso la maggior parte degli autori che riprendeono Schmitt, il conflitto e la violenza fondano il diritto senza che vi sia questione di contratto o di morale.

Questa tradizione intellettuale, scaturita al contempo dal marxismo e da un nietzschismo che ha segnato con la sua impronta la corrente filosofica detta "post-moderna", è suscettibile di incontrare Schmitt in un realismo in cui la violenza dei rapporti sociali costituisce la verità nascosta dietro le convenzioni liberali. Ora se Proudhon prende atto dei rapporti di forza e della violenza che strutturano il politico, non per questo egli non concepisce la possibilità di rompere con questa violenza non appena non la si considera come una violenza bruta ma come un fenomeno che si accompagna con le categorie del diritto, della morale e della giustizia; il che gli permette di considerare la possibilità del contratto a valle. Così, per Schmitt, l'interesse del socialismo risulta dal fatto che egli si è interessato particolarmente al problema della condivisione e della distribuzione, il che suppone che egli si pone la questione primordiale della "condivisione". Egli distingue tuttavia essenzialmente due dottrine che non hanno lo stesso valore ai suoi occhi: quella di Proudhon e quella di Marx. "Proudhon argomenta soprattutto per mezzo delle categorie del diritto e della giustizia, con un forte patos morale. E' per questo che il suo socialismo è essenzialmente una teoria della condivisione e della ripartizione" [23].

Marx, al contrario, si è attenuto a una concezione materialista della storia e dei rapporti di forza che lo hanno condotto a definire "lo sviluppo della società borghese come uno stato contraddittorio di divisione" [24].

Qui il vantaggio di Marx, secondo Schmitt, è nel suo realismo che lo porta a far succedere gli stati della appropriazione, della divisione e della produzione secondo un certo ordine, mostrando così il ruolo della violenza della storia e adattandovisi, potremmo dire, a motivo del solo fatto che essa costituisce una necessità di ordine teleologico. Così Schmitt, contro il moralismo di un Proudhon, afferma che "L'appropriazione, la divisione e la produzione il cui valore e posto variano secondo i casi strutturano ogni sistema economico, giuridico e sociale sino al momento in cui, durante delle trasformazioni spesso sorprendenti, ridiventano dei fenomeni violenti" [25].

Da questo momento, il pericolo di una tale analisi consiste nel giustificare la violenza da un punto di vista teleologico in cui la finalità politica risulta ineluttabilmente da una ascesa agli estremi di cui la guerra è l'orizzonte necessario: da Lenin a Schmitt non vi è dunque che un passo se si considera che la dialettica amico-nemico deve approdare a un'egemonia dell'uno sempre minacciato dall'esistenza dell'altro [26].

Il principio leninista secondo il quale non si può fare a frittata senza rompere le uova, ripreso da Zizek, non vuol dire che la rottura dei vasi sia inevitabile: le uova rappresentano la sostanza di una frittata che è tanto più bella quanto più uova si rompono. Proudhon prende la guerra sul serio allo stesso modo del fenomeno religioso, si distingue tuttavia da Hegel a cui rimprovera di non vedere in essa né moralità né immoralità ma soltanto un fatto storico e necessario [27].

Hegel ammirava Napoleone e la sua forza di conquistatore, la vedeva come una necessità, ma il patriottismo tedesco non poteva adottare questo punto di vista. Per Proudhon, la ragione della guerra non è la ragione della necessità, e la forza non costituisce tutto il diritto. Secondo lui, all'inizio, la guerra produce il Diritto perché la guerra è giustiziera, il guerriero è dunque "sacro per la difesa del diritto, per la punizione del crimine e la protezione del debole: questa è la prima forma della giustizia nella società" [28].

Il conflitto in senso ampio, superando la dimensione militarista votata a scomparire o per lo meno a restringersi considerevolmente sotto i colpi della Giustizia, suppone la lotta tra gli uomini, il che è da una parte "inevitabile" e dall'altra "bene": "Da una parte, ciò è inevitabile. E' impossibile, infatti, che due creature, in cui la scienza e la coscienza sono progressive, ma che non procedono alla stessa velocità; che, su ogni cosa, partono da punti di vista differenti, che hanno degli interessi opposti e lavorano ad estendersi all'infinito, siano mai del tutto d'accordo. La divergenza delle idee, la contraddizione dei principi, la polemica, lo scontro delle opinioni, sono l'effetto certo della loro vicinanza. D'altra parte, ciò è un bene. E' attraverso la diversità delle opinioni e dei pareri, e attraverso l'antagonismo che essa genera, che si crea, al di sopra del mondo organico, speculativo e affettivo un nuovo mondo, il mondo delle transazioni sociali, mondo del diritto e della libertà, mondo politico, mondo morale. Ma, prima della transazione, vi è necessariamente la lotta; prima del trattato di pace, il duello, la guerra, e ciò sempre, ad ogni istante dell'esistenza" [29].

Se ben compresa la legge dell'antagonismo, il conflitto non deve più approdare a un'ascesa agli estremi che avrebbe come conseguenza la formazione di un'egemonia che avrebbe come funzione la soppressione coercitaiva di ogni conflitto. Essa deve al contrario permettere la possibilità della formazione di una ragione pubblica in cui l'equilibrio delle forze [30], che suppone la riappropriazione da parte dei cittadini della cosa pubblica e da parte dei produttori e consumatori della cosa economica (attraverso ciò che Proudhon chiama la "democrazia industriale"), procede dall'eliminazione di ogni possibilità di assolutismo.

Così la pace non è definita negativamente come un'assenza di guerra ma come la ragione della guerra trasfigurata dalla Giustizia, dando in tal modo un contenuto positivo alla legge dell'antagonismo che non può più degenerare in distruzione e in massacro: "la pace non è la fine dell'antagonismo, il che vorrebbe dire in effetti la fine del mondo, la pace è la fine del massacro, la fine del consumo improduttivo degli uomini e delle ricchezze. Tanto e più della guerra, la pace, la cui essenza è stata sinora mal compresa, deve diventare positiva, reale, formale.

La pace, dando alla legge dell'antagonismo la sua vera formula e la sua alta portata, ci fa presentire anticipatamente ciò che sarà la sua potenza organica" [31].

Questa concezione della pace permette a Proudhon di affrontare al contempo una teoria della deliberazione, del contratto, della Giustizia, in altri termini del Diritto considerato in modo positivo. Proudhon, contrariamente alla maggior parte degli estremisti di sinistra che riprendono Schmitt, concepisce la possibilità del contratto e di una teoria e di una teoria della Giustizia valutando da una parte che la forza non fa del tutto il diritto, che la forza ben compresa suppone l'assenza del suo abuso e di conseguenza un equilibrio generalizzato dei poteri. Se considera la violenza originaria che tuttavia non è tutto, considera la possibilità di rompere con essa concependo un contratto a valle e non a monte così come esserlo sin da quando, come in Hobbes, è ridotto allo stato di mito. Prendendo coscienza delle loro difficoltà e dell'immanenza della Giustizia, sono gli esseri collettivi stessi che decidono della normalità, così l'ordine sociale secondo Proudhon  è il frutto di un costruttivismo giuridico che si oppone sia al decisionismo assolutista dello Stato sia a un normativismo universalista anch'esso trascendente. "Il diritto è per ognuno la facoltà di esigere dagli altri il rispetto della dignità umana nella sua persona; il dovere, l'obbligo per ciascuno di rispettare questa dignità negli altri" [32].

Diritto e dovere si inscrivono dunque in un rapporto di natura egualitaria, motivati da un'eguaglianza nello scambio che è la base di ogni relazione. Da questi rapporti risultano, a partire dal postulato dell'equivalenza della dignità umana, l'equivalenza delle condizioni di lavoro e l'equivalenza di accesso al politico. Così, "la ragione collettiva si riduce, come l'algebra, attraverso l'eliminazione dell'assoluto, a un sistema di risoluzioni e di equazioni, il che equivale a dire che non vi è veramente, per la società, sistema. Non è tanto un sistema, infatti, nel senso che si attribuisce ordinariamente a questa parola, quanto un ordine nel quale tutti i rapporti sono dei rapporti di eguaglianza; dove non esiste né primato né obbedienza, né centro di gravità o di direzione; in cui la sola legge è che tutto si sottopone alla Giustizia, e cioè all'equilibrio" [33].

Qui Gurvitch sviluppa la filosofia di Proudhon affermando che un rinnovamento del pensiero giuridico contemporaneo suppone innanzitutto la dimostrazione che l'autonomia dell'idea di diritto è staccata dai principi individualisti che "non rappresentano che una deformazione unilateralmente universalista" [34].

La reciprocità e le relazioni tra gli esseri collettivi costituiscono così lo spessore giuridico a partire dal quale è concepibile di concepire l'ordine sociale: "L'interdipendenza dei doveri e delle reciproche pretese forma nel suo intreccio l'ordine sociale. E' l'intreccio delle reciprocità giuridiche, supponendo la "realtà degli altri io", in quanto centri delle pretese e dei doveri interdipendenti, che danno al diritto in generale il carattere di un fenomeno essenzialmente legato alla vita sociale" [35].

Affinché questa vita sociale sia resa possibile, si deve dunque ammettere che ogni diritto è nella sua essenza positivo, e di conseguenza, che la forza obbligatoria dei diritti e dei doveri poggiano su delle autorità stabilite comuni (e non sulla diversità delle coscienze giuridiche). L'eccezione e l'arbitrio fanno così posto alla giustizia e all'autonomia in una prospettiva di rottura con il teologico-politico. Così il federalismo, politico o economico, è sempre più di un contratto, è una istituzione stabile che conduce una "vita giuridica propria, distinta dalle relazioni tra i suoi membri e regolata dal suo proprio diritto autonomo, il diritto sociale della totalità da essa costituita" [36].

Questa filosofia politica e giuridica non può inscriversi che in una filosofia della storia distinta da ogni messianesimo e da ogni teleologia, da ogni visione apocalittica, rivoluzionaria e contro-rivoluzionaria, e supera la contesa dei moderni e degli antimoderni, perché la giustizia rimane sempre in fondo a ogni civiltà e ogni epoca, approfondendo incessantemente se stessa. Allo stesso modo la rivoluzione non ha fini, essa realizza a poco a poco la giustizia il cui compimento totale è impossibile, in quanto l'uomo si pone sempre sempre più questioni di quanto possa risolverne.

 

Edouard Joudain

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

[15] La più grande opera di Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, [Tr. it. parziale, Torino, Utet, 1968] è interamente dedicata a questa opposizione tra Diritto umano, consacrato dalla rivoluzione francese, e diritto divino, il cui principio è meglio incarnato dalla Chiesa cattolica.

[16] Proudhon, Confessions d'un révolutionnaire, 1848; 1997, p. 176.

[17] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo I, Garnier Frères, 1858, pp. 385-386.

[18] Ibid., pp. 439-440.

[19] Ibid. p. 442.

[20] Negri, Spinoza subversif, Paris, Kimé, 1992, p. 10.

[21] Sull'interpretazione marxista di Spinoza e le sue differenze con la teoria di Proudhon, vedere Daniel Colson, "Lectures anarchistes de Spinoza, in "Réfractions", n. 2, primavera 1998, disponibile in rete sul sito della rivista.

[22] Citato da Pierre Haubtmann in Proudhon (1849-1855), Beauchesnes, 1997, p. 229.

[23] Carl Schmitt, "Prendre/ Partager/ Paître. La question de l’ordre économique et social à partir du nomos", (1953), in: La guerre civile mondiale, Ere, 2007, p. 59.

[24] Ibid.

[25] Ibid., p. 61. A ciò egli aggiunge una nota a piè di pagina venendo a confermare le intuizioni di Marx insistendo sulla dimensione della "presa": "La storia universale è una storia del progresso - o forse soltanto della trasformazione - dei mezzi e dei metodi  della presa: della presa di terre dei tempi nomadici e feudali agrari e delle prese di mari dei secoli XVI e XVII, alle prese industriali dell'epoca industriale e tecnica con la loro distinzione tra regioni sviluppate, sino alle prese dello spazio aereo del presente. Il rigetto del colonialismo che riguarda oggi i popoli europei è il rigetto della presa, vedere a questo proposito il capitolo 24 del Capitale, in particolare la seconda osservazione su questo capitolo nel quale Karl Marx cita con piacere la "conversazione pedagogica" di Goethe:

Il maestro: Dimmi, ragazzo mio, da dove provengono queste ricchezze? Non puoi essertele procurate da solo.

- Il ragazzo: Esse provengono da Papa.

- Il maestro di scuola: E lui, da dove le ha prese?

- Il ragazzo: Dal nonno.

- Il maestro di scuola: Ma come! Da dove sono giunte a tuo nonno?

- Il ragazzo: le ha rubate" Ibid., p. 63.

[26] La differenza tra Lenin e Schmitt risulta tuttavia dalla differenza che Schmitt fa tra hostis e inimicus, cosa che Lenin non fa in quanto internazionalista per cui non vi è "esterno" per la Rivoluzione. Tuttavia questo accostamento ci sembra legittimo non appena trattiamo di politica interna dove in Schmitt questa differenza non esiste: lo Stato è sempre il prodotto di una guerra civile e deve prevenire ogni sedizione allo scopo di salvaguardare la sua esistenza.

[27] Proudhon al contrario, non disssocia mai la questione politica dalla questione morale di cui ci dice che "è la più grave di tutte e la più sublime". (De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo III, p. 398).

[28] Proudhon, La guerre et la paix, tomo 1, Tops / Trinquier, 1961, 1998, p. 67.

[29] Ibid., p. 64.

[30] In ciò Proudhon si pone come avversario radicale di ogni dialettica hegeliana che sfocia in una sintesi, così come a ogni sua metamorfosi che si ritrovano in Marx con la dialettica della lotta di classe che sfocia nella dittatura del proletariato o in Schmitt con la dialettica amico-nemico che sfocia nella dittatura dello Stato: "I termini antinomici non si risolvono allo stesso modo in cui i poli opposti di una pila elettrica non si distruggono. Il problema consiste non nel trovare la loro fusione che sarebbe la loro morte, ma il loro equilibrio, incessantemente instabile, variabile secondo lo sviluppo della società" (Proudhon, Théorie de la propriété, Lacroix, 1866, p. 52).

[31] La guerre et la paix, op. cit., tomo 2, p. 167.

[32] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo 1, pp. 182-183.

[33] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo 2, p. 392.

[34] Georges Gurvitch, L'idée du droit social, estratti in Qui a peur de l'autogestion?, 10/18, 1978, p. 122.

[35] Ibid., p. 221.

[36] Ibid. p. 322.

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31 maggio 2016 2 31 /05 /maggio /2016 05:00

Il laboratorio popolare e i manifesti di maggio 68

Nei manuali scolastici, sulle riviste o nei numerosi libri pubblicati sugli avvenimenti, si trovano dei manifesti in cui il rosso e il nero dominano. La maggior parte sono delle serigrafie uscite dall'Atelier populaire (Laboratorio popolare) e cioè la scuola delle Belle Arti di Parigi, esse riprendono gli slogan della strada, diffondono le idee del maggio 68...

Questi manifesti sono in qualche modo i documenti che testimoniano il meglio dell'effervescenza libertaria di questo momento storico. Chi sono gli artisti che hanno realizzato questi manifesti? Come funzionava l'Atelier populaire? Quali sono le tecniche impiegate?

La Scuola delle Belle Arti, la saggia, l'addormentata è investita dagli studenti il 14 maggio 68. Per due giorni, delle assemblee generali riorganizzano la scuola che assume il nome di Atelier populaire. Contrariamente alle idee ricevute, questo periodo è caratterizzato da una reale organizzazione, necessaria alla produzione in massa di manifesti. Le prime assemblee definiscono i nuovi orientamenti dell'istituzione: riorganizzare il sistema educativo, stabilire un legame con gli scioperanti e utilizzare l'arte come uno strumento di propaganda.


 
 

Si decide di affiggere all'ingresso della scuola il seguente testo: "Lavorare nell'Atelier populaire, è sostenere concretamente il grande movimento dei lavoratori in sciopero che occupano le loro officine contro il governo gaullista anti-popolare. Mettendo tutte le sue capacità al servizio della lotta dei lavoratori, ognuno in questo Atelier lavora per essa, perché si apre attraverso la pratica al potere educatore delle masse popolari".

Il primo manifesto è una litografia intitolata: U sines - U niversités - U nion (Fabbriche, Università, Unione).

La litografia, vecchia procedura di riproduzione non permetteva tuttavia di produrre rapidamente e con un alto numero di copie dei manifesti. Durante l'asssemblea del 14 maggio, l'artista Guy de Rougemont propone di utilizzare la serigrafia. Quasi del tutto sconosciuta in Francia, questa tecnica non era considerata abbastanza nobile e precisa da numerosi artisti che preferivano la litografia o l'incisione.

In cosa consiste la serigrafia?

Il libro Atelier populaire, présenté par lui-même pubblicato da UUU nel 1968 spiega concretamente le diverse tappe allo scopo senz'altro di diffonderne la tecnica al maggior numero possibile.

Per semplificare il discorso, la serigrafia si ispira allo stencil. Consiste nel coprire le parti che non si vogliono stampare di una seta (in origine durante il magio 68 si utilizzava il nylon molto meno costoso). La seta si tende su un telaio di legno e un raschietto serve a stendere l'inchiostro che attraversa e si spande nei luoghi non otturati. I Manifesti di maggio 68 avrebbero quasi tutti utilizzato questa tecnica contraddistinta dalla sua semplicità: assenza di sfumature, mono o bicromia (la maggior parte delle volte)... impomgono un'estetica un pò ingenua alla produzione. Si hanno molti manifesti che non sono altro di fatto che del testo... il che li imparenta ai graffiti che si moltiplicano sui muri di Parigi durante questo periodo.

Molto rapidamente i laboratori producono molte migliaia di manifesti al giorno.

Come sono riusciti gli studenti a produrre così tanti manifesti?

 

L'Atelier populaire si compone di fatto di un laboratorio in cui si concepiscono i manifesti e molti altri in cui li si realizzano: laboratori di serigrafia (il più importante), di litografia, di stencil e una camera oscura.

Un'assemblea generale composta da militanti e artisti si riunisce quotidianamente. Durante quest'assemblea generale, si scelgono i progetti democraticamente dopo dibattito.

I progetti di manifesti sono generalmente fatti in comune dopo un'analisi della situazione politica e degli avvenimenti della giornata o dopo delle discussioni alle porte delle fabbriche. Due domande sono poste in genere: l'idea politica è giusta? ll manifesto tramette bene quest'idea?

Poi i progetti accettati sono realizzati dai gruppi degli Atelier che si riuniscono notte e giorno. Si sono anche costituite decine di gruppi di affissatori, a cui si devono aggiungere quelli dei comitati d'azione di quartiere e dei comitati di sciopero delle fabbriche.

Le responsabilità all'interno dei laboratori non doveva essere che provvisoria e dunque variabile a secondo della necessità. Così l'Atelier populaire divenne un'istituzione aperta e democratica che attirò più di 300 artisti e migliaia di studenti che davano una mano più o meno puntualmente.

(Foto tratte dal libro Mai 68, les mouvements étudiants en France e dans le monde, BDIC,1988)

Chi sono gli attori di questa formidabile produzione?

 

E' difficile citare dei nomi poiché la maggior parte dei manifesti non sono firmati. Questa cosa non era nello spirito dei tempi. Sventura all'artista che avesse avuto la tracotanza di firmare la sua opera. Citeremo alcuni artisti che più tardi hanno attestato la loro partecipazione in questa esperienza abbastanza unica:Gérard Fromanger, Guy de Rougemont, Julio le Parc (membro del GRAV: groupe de recherche et d'art visuel)...

Degli artisti cechi parteciperanno anch'essi a questi laboratori... essi saranno secondo, secondo Fromanger) all'origine dei manifesti che denunciarono l'invasione sovietica nell'agosto 1968.

Esiste un'estetica peculiare ai manifesti di maggio 1968?

Come abbiamo già detto, i limiti tecnici della serigrafia avevano influenzato profondamente la forma di questi manifesti.

Eppure, emerge da questa produzione concentrata in un luogo, in un tempo e da un gruppo di artisti (che discutono molto), una specie di vera e propeia unità originale.

I manifesti sono per la maggior parte delle volte testuali e manoscritti. Gli slogan, i messaggi che sono ritrascritti sono caratterizzati da una profonda spontaneità scaturita indubbiamente in parte dagli slogan scanditi per le strade. Fromanger racconta anche che gli operai, gli studenti venivano agli AG per proporre o far valutare le loro idee. I manifesti afferrano così la freschezza del movimento e diffondono rapidamente le parole d'ordine così come le tematiche: De Gaulle, i CRS e la loro violenza, la libertà, gli scioperi nelle fabbriche, ecc...

Analizzando la maggior parte dei manifesti, si constatano dunque delle ricorrenze: un'immagine che colpisce accoppiata ad un testo breve e vigoroso. Si gioca con delle forme, dei disegni semplici con colori uniformi. Il testo si trova in alto o in basso all'immagine. L'aspetto elementare della realizzazione, e l'umorismo o la ferocità degli slogan contribuiscono a dare un'impressione di forza e di efficacia dei messaggi veicolati. In tal modo i manifesti hanno svolto un ruolo nella mobilitazione e nella diffusione delle idee risolutamente libertarie di quelle settimane.

 

Quelle immagini efficaci e belle oggi pullulano non più sui muri delle nostre città ma sui siti e i blog della rete. Non dubitiamo che di qui a poco il marchandising vi ficcherà il naso con la costruzione di tazze, magliette, cartelle scolastiche per i nostri liceali alla ricerca di icone e messaggi un po' sovversivi ma non troppo!


 
 
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30 aprile 2016 6 30 /04 /aprile /2016 05:00

La dichiarazione anarchica di Londra (aprile 1916)


Risposta del Gruppo anarchico internazionale di Londra al Manifesto dei Sedici

 

Presto saranno due anni che si è abbattuta sull'Europa il più terribile flagello che la storia abbia registrato, senza che nessuna azione efficace sia venuta a ostacolare la sua marcia. Dimentichi delle dichiarazioni di un tempo, la maggior parte dei capi dei partiti più avanzati, compresi la maggiora parte dei dirigenti delle organizzazioni operaie, alcuni per codardia, altri per mancanza di convinzioni, altri ancora per interesse, si sono lasciati assorbire dalla propaganda patriottica, militarista e bellica, che, in ogni nazione belligerante, si è sviluppata con un'intensità che basta a spiegare la situazione e la natura del periodo che attraversiamo.

In quanto al popolo, nella sua grande maggioranza, di la cui mentalità è formata dalla Scuola, la Chiesa, il reggimento, la stampa, e cioè ignorante e credulo, sprovvisto d'iniziativa, addestrato all'obbedienza e rassegnato a subire la volontà dei padroni che egli si dà, da quella del legislatore, sino a quella del segretario del sindacato, ha, sotto la spinta dei pastori dell'alto e del basso riconciliati nella più sinistra delle esigenze, marciato senza ribellione verso il mattatoio, trascinando con la forza della sua inerzia anche i migliori che si trovavano tra loro, che evitavano la morte per fucilazione rischiando la morte sul campo della carneficina.

Tuttavia, sin dai primi giorni, sin da prima della stessa dichiarazione di guerra, gli anarchici di tutti i paesi, belligeranti o neutri, tranne qualche rara eccezione, in numero così infimo che si poteva considerarli come trascurabili, prendevano nettamente posizione contro la guerra. Sin dall'inizio, alcuni dei nostri, eroi e martiri che si conosceranno più tardi, hanno scelto di essere fucilati, piuttosto che partecipare alle uccisioni; altri scontano, nelle carceri imperialiste o repubblicane, il crimine di aver protestato e tentato di svegliare lo spirito del popolo.

Prima del 1914, gli anarchici lanciavano un manifesto che aveva raccolto l'adesione di compagni del mondo intero, e che i nostri organi nei paesi in cui ancora esistevano. Questo manifesto mostrava che la responsabilità dell'attuale tragedia incombeva su tutti i governanti senza eccezione e sui grandi capitalisti, di cui sono gli emissari, e che l'organizzazione capitalista e la base autoritaria della società sono le cause determinanti di ogni guerra. E venivano a dissipare l'equivoco creato dall'atteggiamento di alcuni "anarchici sostenitori della guerra", più rumorosi che numerosi, tanto più rumorosi in quanto, servendo la causa del più forte, il loro nemico di ieri, il nostro nemico di sempre, lo Stato, era loro permesso, a loro soltanto, di esprimersi apertamente, liberamente.

Passarono dei mesi, trascorse un anno e mezzo e questi rinnegati continuavano tranquillamente, lontano dalle trincee, a lanciare appelli all'omicidio stupido e ripugnante, quando, il mese scorso, un movimento a favore della pace cominciò a precisarsi, i più noti tra di loro giudicarono di dover compiere un atto clamoroso, al contempo allo scopo di fungere da contrappeso a questa tendenza che voleva imporre ai governanti la cessazione delle ostilità, e perché si potesse credere, e far credere, che gli anarchici si erano allineati all'idea e al fatto della guerra.

Vogliamo parlare di quella dichiarazione pubblicata a Parigi, in La Bataille del 14 marzo firmata da Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Hussein Dey, Pierre Kropotkine, A. Laisant, F. Leve, Charles Malato, Jules Moineau, A. Orfila, M. Pierrot, Paul Reclus, Richard, S. Shikawa, M. Tcherkesoff, e alla quale ha applaudito naturalmente la stampa reazionaria.

Sarebbe facile ironizzare a proposito di questi compagni di ieri, addirittura indignarci per il ruolo svolto da loro, che l'età o la loro situazione particolare, o ancora la loro residenza, pone al riparo dal flagello e che, tuttavia, con una incoscienza o una crudeltà che anche alcuni conservatori dell'ordine sociale attuale non hanno, osano scrivere, allora che da ogni parte si vede la stanchezza e l'aspirazione alla pace, osano scrivere dicevamo, che parlare di pace nel momento attuale sarebbe l'errore più disastroso che si possa commettere e che sentenziano: Con coloro che combattono, riteniamo che non può esserci questione di pace. Ora sappiamo, ed essi stessi non lo ignorano, ciò che pensano coloro che combattono. Sappiamo ciò che desiderano coloro che vanno a morire per dirla meglio; pur non nascondendoci che le cause che generano la loro debolezza, li trascineranno forse a morire senza che essi abbiano tentato il gesto che li salverebbe. Noi, lasciamo i compagni di ieri ai loro nuovi amori.

Ma ciò che vogliamo, ciò a cui teniamo essenzialmente, è protestare contro il tentativo che essi fanno, di inglobare, nell'orbita delle loro povere speculazioni neo-statiste, il movimento anarchico mondiale e la filosofia anarchica stessa; è protestare contro il loro tentativo di solidarizzare con il loro gesto, agli occhi del pubblico non illuminato, l'insieme degli anarchici rimasti fedeli a un passato  che essi non hanno alcuna ragione di negare, e che credono, più che mai, alla verità delle loro idee.

Gli anarchicinon hanno dirigenti, e cioè dei condottieri. Inoltre, ciò che abbiamo qui affermato, non è soltanto che questi sedici firmatari sono un eccezione e che noi siamo la maggioranza, il che non ha che un'importanza relativa, ma che il loro gesto e le loro affermazioni non possono in alcun modo rapportarsi alla nostra dottrina di cui essi sono, al contrario, la negazione assoluta.

Non è qui il luogo di analizzare dettagliatamente, frase per frase, questa dichiarazione, per analizzare e criticare ognuna delle sue affermazioni. D'altronde essa è nota. Cosa vi troviamo? Tutte le stupidità nazionaliste che leggiamo, da quasi due anni, in una stampa prostituta, tutte le ingenuità patriottiche di cui un tempo si facevano beffe, tutti i luoghi comuni di politica estera con i quali i governi addormentano i popoli. Eccoli denunciare un imperialismo che ora scoprono unicamente presso i loro avversari. Come se fossero a conoscenza dei segreti dei ministeri, delle cancellerie e degli stati maggiori, essi i destreggiano con le cifre d'indennità, valutano le forze militari e rifanno, essi stessi, questi ex detrattori dell'idea di patria, la carta del mondo sulla base del diritto dei popoli e del principio delle nazionalità. Poi, avendo giudicato pericoloso parlare di pace, finché nonn si è, per impiegare la formula d'uso, schiacciato il solo militarismo prussiano, essi preferiscono guardare il pericolo in faccia, lontano dalle pallottole. Se consideriamo sinteticamente, piuttosto, le idee che la loro dichiarazione esprime, constatiamo che non vi è nessuna differenza tra la tesi che vi è sostenuta e il tema abituale dei partiti dell'autorità raggruppate, in ogni nazione belligerante, in Sacra Unione. Anch'essi, questi anarchici pentiti, sono entrati nella Sacra Unione per la difesa delle famose libertà acquisite, e non trovano nulladi meglio, per salvaguardare questa pretesa libertà dei popoli di cui si fanno i campioni, che di obbligare l'individuo a farsi assassino e a farsi assassinare per conto e a beneficio dello Stato. In realtà, questa dichiarazione non è opera di anarchici. Essa fu scritta da degli statisti che si ignorano, ma da degli statisti. E conseguenza di quest'opera inutilmente opportunista, nulla differenzia più questi ex compagni dai politici, dai moralisti e dai filosofi governativi, contro i quali essi avevano dedicato tutta la vita a combattere.

Collaborare con uno Stato, con un governo, nella sua lotta, foss'anche essa stessa priva di violenza sanguinaria, contro un altro Stato, contro un altro governo, scegliere tra due modi di schiavitù, che non sono che differenti superficialmente essendo il risultato dell'adattamento dei mezzi di governo allo stato evolutivo a cui è giunto il popolo che vi è sottomesso, ecco, certo, chi non è anarchico. A maggior ragione, quando questa lotta riveste l'aspetto particolarmente ignobile della guerra. Ciò che ha sempre differenziato l'anarchico dagli altri elementi sociali dispersi nei diversi partiti politici, nelle diverse scuole filosofiche o sociologiche, è il ripudio dello Stato, centro di tutte gli strumenti di dominio, centro di tutte le tirannie; lo Stato che è, per vocazione nemico dell'individuo, per il trionfo di chi l'anarchismo ha sempre combattuto, e di cui è fatto così buon mercato nell'attuale periodo, da parte dei difensori del diritto anch'essi situati, non lo dimentichiamo, da ogni lato della frontiera. Incorporandosi ad esso, volontariamente, i firmatari della dichiarazione hanno, allo stesso tempo, rinnegato l'anarchismo.

Noi, che abbiamo coscienza di essere rimasti nella linea retta di un anarchismo la cui verità non può essere cambiata per l'avvento di questa guerra, guerra prevista da lungo tempo, e che non è che la manifestazione suprema dei mali rappresentati dallo Stato e il capitalismo, ci teniamo a desolidarizzarci da questi compagni che hanno abbandonato le loro idee, le nostre idee, in una circostanza in cui, più che mai, era necessario proclamarle alte e fermamente.

Produttori della ricchezza sociale, proletari manuali e intellettuali, uomini dalla mentalità affrancata, siamo, di fatto e per volontà, dei senza patria. D'altronde, patria non è che il nome poetico dello Stato. Non avendo nulla da difendere nemmeno delle libertà acquisite che lo Stato non saprebbe darci, ripudiamo l'ipocrita distinzione delle guerre offensive e delle guerre difensive. Non conosciamo che delle guerre fatte tra governi, tra capitalisti, a prezzo della vita, del dolore e della miseria dei loro sudditi. L'attuale guerra ne è l'esempio evidente. Finché i popoli non vorranno procedere all'instaurazione di una società libertaria e comunista, la pace non sarà che la tregua utilizzata per preparare la guerra successiva, la guerra tra popoli che è in potenza nei principi d'autorità e di proprietà. Il solo mezzo per porre fine alla guerra, di prevenire ogni guerra, è la rivoluzione espropriatrice, la guerra sociale, la sola alla quale possiamo, in quanto anarchici, dare la vita. E ciò che non hanno potuto dire i sedici alla fine della loro dichiarazione, noi lo gridiamo: Viva l'Anarchia!

 

Il Gruppo internazionale anarchico di Londra

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7 marzo 2016 1 07 /03 /marzo /2016 06:00

Lucy Parsons, la ribelle

Risultati immagini per albert parsonsSi ricorda troppo spesso Lucy Parsons come "moglie di" Albert Parsons, una delle vittime della repressione del caso di Haymarket Square, giustiziato l'11 novembre 1887. Ora la sua lunga vita di lotta non testimonia che la nascita di un potente movimento sociale e sindacale negli Stati Uniti. Ne fu infatti un'attrice di primo ordine, sviluppando un anarco-sindacalismo che associava anticapitalismo, antirazzismo e antisessismo.

Nascita di una militante anarchica

Lucy è nata nel 1853 nel Texas. Meticcia, secondo la sua testimonianza, di un padre indiano Creek e di una madre messicana, senza dubbio anch'essa di origini afro-americane. Orfana a tre anni, un'infanzia da schiava. Incontra Albert Parsons nel 1870, un vecchio soldato confederato pentito. Si sposano illegalmente - le leggi razziste del Texas proibiscono il matrimonio "interrazziale". Militante contro il razzismo, Albert è esposto: è minacciato di impiccagione, si prende una pallottola nella gamba. Sua moglie e lui temono per la loro vita e fuggono Waco per Chicago, nel 1873.

Una città in cui impersa la miseria, la disoccupazione e in cui, di fronte all'ascesa delle rivendicazioni sociali, si esercita una repressione poliziesca spietata. Albert diventa tipografo ma il suo coinvolgimento nell'anarchismo pacifista lo porta a essere licenziato. Lucy apre una piccola bottega di sartoria per allevare i due bambini. Insieme alla sua amica Lizzie Swank, ospita delle riunioni di lavoratrici dell'indumento. Si impegna anche politicamente contro l'esclusione: quella dei senzatetto, dei disoccupati, dei mutilati... durante il Natale del 1885, guida una manifestazione di miserabili suonando le campane delle case borghesi. Si orienta verso il socialismo rivoluzionario e redige i suoi primi articoli (Socialist, Scribner's Magazine).

The first issue of Scribner's Magazine.

Nel 1883, lei e suo marito fondano l'International Working People’s Association (IWPA), e sviluppano l'anno successivo l'anarco-sindacalismo. Si arruolano l'anno seguente nei Knights of Labor, dove lavorano al federalismo delle lotte. Organizzano delle assemblee per la giornata di otto ore e contro le condizioni degradanti del lavoro. Scrivono numerosi articoli, sopratutto su The Alarm, l'organo del IWPA (fondato da Albert nel 1884. Lucy si differenzia dalle posizioni pacifiste di suo marito. Nell'articolo "To tramps", chiama i senzatetto all'azione diretta contro i ricchi. Sviluppa l'idea, allora molto sovversiva, che la donna deve emanciparsi dalla morsa sociale di casalinga attraverso la lotta sociale.


La svolta di Haymarket Square
Il 1° maggio 1886, Lucy ha mobilitato numerose lavoratrici e guida il corteo insieme ad Albert. Ne segue una brutale repressione. Il 4 maggio, durante la giornata di protesta, una bomba esplode e la polizia ne approfitta per arrestare sette anarchici. Per solidarietà con i suoi compagni e per denunciare l'ingiustizia che li colpisce, 
Albert si consegna alla polizia. Lucy, molto sorvegliata, è interrogata ma non incolpata. La "giustizia" pensa forse che la presenza diu una donna in tribunale può discolpare tutti gli altri. Lucy organizza allora la difesa degli incriminati, con un giro di conferenze (43 nel solo mese di febbraio, in 17 Stati!), dove rivelka un talento di oratrice eccezionale. Attira delle folle immense benché i poliziotti le interdicano - quando ci riescono - l'accesso alla tribuna. Nel proclamare l'innocenza degli incolpati, afferma la legittimità delle loro idee anarchiche, che contribuisce a popolarizzare.

Il processo, per ammissione del procuratore, è politico. Albert e quattro altri anarchici vengono impiccati venerdì 11 novembre 1887 (black Friday). Lucy porta i suoi figli a vedere Albert un'ultima volta ma viene arrestata, spogliata e gettata nuda insieme ad essi in una cella glaciale. Verrà liberata dopo l'esecuzione , malgrado le contestazioni.

Questo omicidio di Stato scatenò una immensa ondata di proteste nel movimento operaio e annunciò altre tragedie (come la sparatoria di Fourmies, il 1° maggio 1891 in Francia), ma anche delle vittorie decisive successivamente.

La lotta a tutto campo

Dopo un periodo di stagnazione, la determinazione rivoluzionaria di Lucy riprende il sopravvento. La sua vita si divide tra il suo duro lavoro di sarta, i suoi due figli e una lotta sociale e sindacale instancabile. Lucy scrive una biografia su Albert e degli articoli sui giornali libertari. Nel 1892, fa uscira il breve mensile anarco-comunista Freedom.

Sollecita un sindacalismo di base, di classe e di massa. Vede in esso l'alternativa necessaria all'illusione delle elezioni e del ricorso allo Stato. Denuncia come un'illusione le concessioni di rappresentatività accordate (soprattutto ai sindacati del mattatoi) nel 1888-1889. Di ritorno dall'Inghilterra dove ha incontrato la Lega socialista, milita per la libertà d'espressione che tanto manca in America. La polizia di Chicago, che non smette di proibirle la tribuna, la ritiene "più pericolosa di mille rivoltosi".

Nel 1905, Lucy Parsons è la seconda donna ad aderire alla International Workers of the World (IWW), sindacato in cui sviluppa l'azione diretta di massa, l'autogestione, lo sciopero generale, la revocabilità dei delegati. Collabora al Liberator, un organo di stampa. La sua influenza è determinate nello sviluppo dell'anarco-sindacalismo e nell'implicazione crescente delle donne nelle lotte sociali.

I successivi dieci anni sono soprattutto dedicati alle lotte contro l'esclusione. Organizza delle marce impressionanti per i senzatetto (nel 1914 a San Francisco) e i poveri (senzatetto e disoccupati, nel 1915 a Chicago). Nel 1916, partecipa alla campagna per Tom Mooney e Warren Billings (due sindacalisti ingiustamente accusati di un attentato dinamitardo, che saranno discolpati).

Si dedica anche, msoprattutto negli anni 1920-1930, alla lotta contro le discriminazioni razziali: denuncia i linciaggi negli Stati del sud, partecipa attivamente alla campagna vittoriosa contro l'esecuzione dei ragazzi di Scottsboro (nove giovani neri ingiustamente accusati dalle autorità giudiziarie di aver stuprato due giovani donne). Questa lotta accanita contribuisce a politicizzare i militanti neri d'America e prefigura i movimenti per i diritti civili che si svilupperanno più tradi.

Divergenze tra anarchici

Gli anni novante del XIX secolo in cui Lucy Parsons, persuasa dell'imminenza di una rivoluzione, si coinvolge a fianco dei lavoratori, sono anche paradossalmente quelli che la separano poco a poco da altre figure saleinti dell'anarchismo. Lotta contro il condizionamento sociale della donna ma difende anche il matrimonio e la famiglia. Pensa l'oppressione sessista all'interno della coppia come una conseguenza dello sfruttamento economico capitalista. Secondo lei, le riflessioni degli anarchici sul libero amore, a quei tempi molto di moda negli anni 90 del XIX secolo - e soprattutto difese da Emma Goldman – sono delle riflessioni delle classi medie e la priorità deve essere la lotta di classe che condiziona tutto.

Emma Goldman, che sviluppa un femminismo più radicale, accusa Lucy Parsons di aver costruito la sua popolarità sul suo solo marito e non la ricorda nelle sue Memorie che come "una giovane mulatta" comme « une jeune mulâtre » (a young mulatto) sposata da Albert Parsons, nata in una famiglia razzista del sud. Lucy accusa, quanto a lei, Emma Goldman, senza figli, di non capire la condizione delle donne povere, per la maggior parte madri.

Le si rimprovera anche di aver aderito nel 1927 alla International Labor Defense, un movimento originatosi dal Partito comunista che milita contro il razzismo, e di collaborare con la National Association for the Advancement of Colored People, che difende l'eguaglianza tra neri e bianchi, organizzazione anch'essa emanazione dei comunisti. Lucy, che esortava già i neri nel 1886 a sbarazzarsi dei partiti politici così come delle chiese, si dichiarava anarchica e non aveva cura dei petegolezzi. Ma gli anarchici americani, ancora poco impegnati nelle lotte antirazziste, capiscono male questa prossimità di fatto con il PC. Il fossato si amplia.

La storiografia ritiene che Lucy avrebbe infine aderito al Partito comunista nel 1939, alla vigilia della guerra, delusa dalla mancanza di organizzazione e coesione degli anarchici. Per far fronte all'ascesa del fascismo e del capitalismo. Tuttavia, alla morte di Lucy Parsons, il Partito comunista saluterà la militante senza dire che fosse membro del PC… il che, vista la sua popolarità, è per lo meno strano. Ma indubbiamente questa questione non ha molta importanza per capire la figura, molto pragmatica, di Lucy Parsons che diffidava delle etichette. Per lei, contavano soltanto le lotte concrete, contro tutte le oppressioni.

Lucy continua a partecipare a delle assemblee sino al 1941 dove difende, malgrado una vista in declino sino alla cecità, la libertà di espressione.

 

Una tragica fine


Lucy muore nell'incendio della sua abitazione di Chicago, il 7 marzo 1942, all'età di 89 anni. La nostra mancanza di conoscenza della sua opera non si spiega con il suo riserbo nel parlare di sé né attraverso le incomprensioni con alcuni anarchici americani.

La colpa è soprattutto della polizia, che ha fatto sparire la totalità delle sue numerose carte e 1500 libri, sequestrati nella sua abitazione prima della sua morte. Non avendo potuto farla tacere quando era viva, non restava che cancellare la sua memoria.

Le sue spoglie riposano vicino allo Haymarket Monument a Chicago, dove un parco porta il suo nome da molti anni.

La sua lotta rimane e non morirà mai. Lucy non diceva forse, nel 1937, all'età di 84 anni: "Oh, Miseria, ho bevuto alla coppa del dolore sino alla feccia, ma rimango una ribelle!".

 

Jean, gruppo Pavillon noir.

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28 febbraio 2016 7 28 /02 /febbraio /2016 16:55

Da più parti, si alzano delle voci che chiedono la pace immediata. C'è stato parecchio spargimento di sangue e distruzione a sufficienza, dicono, ed è tempo di finire le cose, in un modo o nell'altro. Più di chiunque, e per lungo tempo, noi e i nostri giornali siamo sempre stati contro ogni guerra di aggressione tra i popoli e contro ogni militarismo; e non ci importa l'uniforme che si indossa, imperiale o repubblicana. Quindi, siamo lieti di vedere le condizioni di pace che si discutono -se questo è possibile-, da parte dei lavoratori europei, riuniti in un congresso internazionale. Soprattutto il popolo tedesco, che si è lasciato ingannare nell'agosto 1914, che hanno davvero creduto alla propaganda di Stato, ovvero di combattere per la difesa del proprio territorio, e adesso hanno avuto il tempo di rendersi conto di aver sbagliato a imbarcarsi in una guerra di conquista.

Infatti, gli operai tedeschi, almeno nelle loro associazioni più o meno avanzate, devono capire ora che i piani per l'invasione della Francia, del Belgio e della Russia, erano stati a lungo preparate e che, se quella guerra non era scoppiata nel 1875, nel 1886, nel 1911 o nel 1913, era stato perché le relazioni internazionali non si presentavano così favorevoli, oltre chè i preparativi militari non erano sufficientemente completi nel promettere la vittoria alla Germania. (C'erano linee strategiche da completare, il canale di Kiel si era esteso e le grandi armi da assedio erano sempre più perfezionate). Ed ora, dopo venti mesi di guerra, con perdite spaventose, si dovrebbero rendere conto che le conquiste fatte dall'esercito tedesco non possono essere mantenuta, soprattutto perché devono riconoscere il principio (già riconosciuto dalla Francia nel 1859, dopo la sconfitta dell'Austria) che è la popolazione di ciascun territorio a esprimere il suo consenso in materia di annessione.

Se gli operai tedeschi cominciarono a capire la situazione come noi la intendiamo, e come ha già capito una minoranza debole dei social-democratici tedeschi -e se potevano farsi sentire dal loro governo-, ci potrebbe essere un terreno comune per iniziare le discussioni sulla pace. Ma allora essi dovrebbero dichiarare che rifiutano assolutamente di fare annessioni, o per approvarli; che essi rinuncino alla pretesa di raccogliere "contributi" dalle nazioni invase; che essi riconoscano il dovere dello stato tedesco nel riparare, per quanto possibile, i danni materiali causati dalla sua invasione agli stati confinanti, e che essi non pretendano di imporre condizioni di soggezione economica, sotto il nome di trattati commerciali. Purtroppo, non vediamo, finora, i sintomi di un risveglio, in questo senso, del popolo tedesco.

Alcuni hanno parlato della conferenza di Zimmerwald, ma quella conferenza mancava di un elemento essenziale: la rappresentazione degli operai tedeschi. Molto è stato fatto nel caso di alcuni tumulti che hanno avuto luogo in Germania, a causa del costo elevato degli alimenti. Ma ci si dimentica che tali eventi hanno sempre avuto luogo durante le grandi guerre, senza influenzare la loro durata. Inoltre, tutte le disposizioni adottate, in questo momento, dal governo tedesco, dimostrano che ci si sta preparando per nuove aggressioni in primavera. Ma come si sa, anche in primavera gli Alleati si opporranno con nuovi eserciti, dotati di attrezzature nuove, e con un'artiglieria molto più potente rispetto a quella precedente; e ciò funziona anche per seminare discordia all'interno delle popolazioni alleate. E impiega a tale scopo un mezzo vecchio come la guerra stessa: quella di diffondere la voce di una pace imminente, del quale si opporranno solo i militari e i fornitori degli eserciti. Questo è ciò che è stato applicato da Bülow e i suoi segretari, durante il suo ultimo soggiorno in Svizzera.

Ma a quali condizioni egli suggerisce la pace per concludere questa guerra?

La Neue Zuercher Zeitung ritiene che lo sa -e la gazzetta ufficiale, il Nord-deutsche Zeitung non è in contraddizione con esso- che la maggior parte del Belgio sarà evacuato, ma a condizione che non si ripeta quello che è stato fatto nell'agosto del 1914, quando si oppose al passaggio delle truppe tedesche. Quali saranno questi impegni? Le miniere di carbone del Belgio? Il Congo? Nessuno dice ciò. Ma un grande contributo annuale è già stato richiesto. Il territorio conquistato in Francia, verrà ripristinato, così come la parte della Lorena in cui si parla il francese. Ma in cambio, la Francia trasferirà allo Stato tedesco tutti i prestiti russi, il cui valore è pari a diciotto miliardi. Si tratta di un contributo di 18 miliardi che i lavoratori agricoli e industriali francesi dovranno rimborsare, in quanto sono quelli che pagano le tasse. Diciotto miliardi che corrispondono alla ricchezza di 10 dipartimenti: se verrà restituita tale cifra, tutto sarà rovinato e devastato.

Per quanto riguarda quello che si pensa in Germania, le condizioni della pace, un fatto è certo: la stampa borghese prepara la nazione per l'idea della pura e semplice annessione del Belgio e dei dipartimenti del nord della Francia. E, non c'è, in Germania, qualsiasi forza in grado di opporvisi. I lavoratori che avrebbero dovuto levare la loro voce contro la conquista, non lo fanno. I lavoratori sindacalizzati si lasciano condurre dalla febbre imperialista, e il Partito socialdemocratico, troppo debole per influenzare le decisioni del governo riguardante la pace, anche se ha rappresentato una massa compatta, si trova divisa su tale questione in due parti ostili, e la maggioranza del partito marcia con il governo. L'impero tedesco, sapendo che i suoi eserciti sono stati, per diciotto mesi, a 90 km da Parigi, e sostenuto dal popolo tedesco nei suoi sogni di nuove conquiste, non vede perché non dovrebbe trarre profitto da conquiste già fatte. E si crede in grado di dettare le condizioni di pace che permetteranno di usare i nuovi miliardi in contributi per nuovi armamenti, al fine di attaccare la Francia, quando lo ritiene opportuno, e di prendere le sue colonie, così come altre province, senza più temere alcuna resistenza.

Parlare di pace in questo momento, significa fare il gioco del partito tedesco ministeriale, quello di Bülow e dei suoi agenti. Da parte nostra, dobbiamo assolutamente rifiutare di condividere le illusioni di alcuni dei nostri compagni riguardanti le disposizioni pacifiche per via di coloro che dirigono i destini della Germania. Noi preferiamo guardare il pericolo in faccia e cercare quello che possiamo fare per scongiurare ciò. Ignorare questo pericolo, significa aumentarlo.

Noi siamo profondamente coscienziosi che l'aggressione tedesca sia una minaccia -una minaccia odierna-, che non solo va contro le nostre speranze di emancipazione, ma contro tutta l'evoluzione umana. Ecco perché noi, anarchici, anti-militaristi, nemici della guerra, partigiani appassionati della pace e della fraternità dei popoli, siamo disposti sul lato della resistenza, e perché non ci sentiamo obbligati a separare il nostro destino da quello del resto della popolazione. Noi non riteniamo che sia necessario insistere sul fatto che avremmo preferito vedere che la popolazione si prendesse cura per la propria difesa con le proprie mani. Ma visto che ciò è stato impossibile, con tutta la sofferenza che c'è stata, nulla è cambiato. E con coloro che combattono crediamo che non vi possa essere alcuna pace se la popolazione tedesca non torni nelle solide nozioni di diritto e di giustizia, rinunciando finalmente a servire uno strumento di dominio politico pan-tedesco e i relativi progetti. Non c'è dubbio che, nonostante la guerra, nonostante gli omicidi, non dobbiamo dimenticare che siamo internazionalisti, vogliamo l'unione dei popoli, la scomparsa delle frontiere. Ed è perché vogliamo la riconciliazione dei popoli, compreso col popolo tedesco, che pensiamo che si debba resistere a un'aggressore che rappresenta l'annientamento di tutte le nostre speranze di emancipazione.

Parlare di pace con partiti che per quarantacinque anni hanno reso l'Europa un vasto campo trincerato, e che vogliono dettare le loro condizioni, sarebbe l'errore più disastroso che si possa commettere. Per resistere ed abbattere i loro piani, bisogna preparare la strada per la popolazione tedesca sana e dargli i mezzi per liberarsi da quel partito. Lasciate che i nostri compagni tedeschi capiscano che questo è l'unico risultato vantaggioso per entrambe le parti e siamo pronti a collaborare con loro.

28 Febbraio 1916

Pressati dagli eventi di pubblicare questa dichiarazione, è stata comunicata alla stampa francese ed estera, solo sedici compagni, i cui nomi seguono, avevano approvato il testo: Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Petr Kropotkin, A. Laisant. F. Le Lève (Lorient), Charles Malato, Jules Moineau (Liegi), A. Orfila, Hussein Dey (Algeria), M. Pierrot, Paul Reclus, Richard (Algeria), Tchikawa (Giappone), W. Tcherkesoff.

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28 febbraio 2016 7 28 /02 /febbraio /2016 06:00
Il manifesto dei Sedici
 
Con quest'appellativo,
 
 
Sous cette appellation, on a désigné, dans le mouvement anarchiste, une déclaration datée du 28 février 1916, qui fut publiée pour la première fois dans le quotidien syndicaliste La Bataille, le 14 avril 1916. Le n°16 des publications de La Révolte et des Temps Nouveaux, du 15 octobre 1922, a reproduit in-extenso la dite déclaration, signée de quinze noms seulement ; cela provient de ce que Husseindey, le seizième signataire supposé, n’était, en réalité, que la localité (Algérie) habitée par l’un des signataires : Orfila. Ainsi, le trop fameux Manifeste des Seize aurait du se dénommer, à plus juste titre, le Manifeste des Quinze. Mais ce serait commettre une nouvelle erreur de ne voir, en cette déclaration, qu’une adhésion de quinze anarchistes. Les événements de l’époque firent que, lorsque cette déclaration fut communiquée à la presse française et étrangère, quinze camarades seulement approuvèrent le texte, pressé que l’on était de le publier ; dans le numéro du 14 avril 1916 de La Libre Fédération, périodique communiste-anarchiste, paraissant à Lausanne, une bonne centaine d’adhésions nouvelles venaient s’ajouter aux précédentes ; elles émanaient de camarades français, italiens (les plus nombreux), quelques-uns de Suisse, d’Angleterre, de Belgique et du Portugal. Certaines étaient suivies de ces deux mots curieux : « Aux Armées » ; une même, dont l’adresse était : 7, rue de la Halle, au Havre, était illisible.

Telle est l’histoire de cette déclaration appelée à soulever des polémiques violentes et à faire surgir des antagonismes qui, en 1933, persistent. Pour mieux situer ce Manifeste dans le cadre de l’évolution sociale du début du XXè siècle, on peut s’autoriser à le comparer, sur des plans différents, au Manifeste des 93 intellectuels allemands, qui, lui aussi, donna naissance à de nombreux commentaires, et dire que le premier fut au mouvement anarchiste ce que le second fut au monde « intellectuel ».

Le Manifeste des Seize - nous continuerons à le désigner ainsi - eut une répercussion considérable, qui se manifesta d’une façon véhémente dans toute l’action du mouvement anarchiste d’après-guerre. L’oubli est loin de s’en être emparé, pour l’envelopper d’indifférence, ou le remiser au musée des erreurs de doctrine ou de tactique envers un idéal. J’ignore si les générations de demain lui attribueront encore la même importance ; quoi qu’il en soit, et on le contestera difficilement, ce fut pour le mouvement anarchiste, une manifestation fort regrettable. Elle fut cause de divisions et de fractionnements dont le mouvement tout entier dut subir les contre-coups.

Le mouvement anarchiste, avant 1914-, était loin de rallier des masses organisées et disciplinées comme celles des partis politiques et des organisations ouvrières. Si des défections se produisirent parmi les adeptes de l’idéal anarchiste, on doit reconnaître en toute bonne foi que, proportionnellement, elles furent cependant minimes. Et l’on peut affirmer, sans prétention aucune, que l’idéal anarchiste reste ce qu’il n’a cessé d’être, sans être affaibli par des compétitions dont la variabilité est incompatible, et pour le moins contestable, avec la défense de son idéologie et de ses principes.

Dès le début de la guerre, quelques militants anarchistes, réfugiés en Angleterre, poursuivaient leur propagande dansFreedom, le journal anarchiste-communiste de Londres, fondé en 1886 par Kropotkine et Charlotte M. Wilson. Les trente-neuf années d’existence de ce journal en faisaient le doyen de la presse anarchiste du monde entier. Dans les numéros d’octobre, de novembre et de décembre 1914, une controverse animée s’engagea au sujet de la guerre. On y trouva une contribution pro-guerriste de Kropotkine, Tcherkesoff et Jean Grave d’une part, et celle des anti-guerristes : Malatesta et une grande partie des anarchistes anglais d’autre part. Kropotkine n’admettait guère que l’on pût avoir une idée opposée à celle défendue par les pro-guerristes et, logique avec lui-même, il mettait en exécution un point de vue jadis exprimé : qu’en cas de conflit entre la France et l’Allemagne, il prendrait position pour la France, qu’il trouvait plus évoluée et dont il craignait que la défaite n’entraînât une réaction internationale.

A quelques amis, lors d’un passage à Paris, en 1913, je pense, Kropotkine avait déclaré : « Et la guerre ? J’ai dit, lors d’un précédent passage à Paris, à un moment où il était, question de guerre aussi, que je regrettais d’avoir 62 ans et de ne pouvoir prendre un fusil pour défendre la France dans le cas où elle serait envahie ou menacée d’invasion par l’Allemagne. Je n’ai pas changé d’opinion sur ce point. Je n’admets pas qu’un pays soit violenté par un autre, et je défendrai la France contre n’importe quel pays d’ailleurs : Russie, Angleterre, Japon, aussi bien que contre l’Allemagne. » C’était là une profession de foi francophile doublée d’un romantisme révolutionnaire qui, si elle cadrait peu avec les écrits de l’auteur de « La Conquête du Pain » et des « Paroles d’un Révolté », pouvait s’harmoniser avec celui de « La Grande Révolution ». Mais, en ce cas, que devenait la fameuse « insurrection en cas de guerre », prônée par le mouvement anarchiste révolutionnaire ? Cette polémique entre les interventionnistes et les anti-guerristes provoqua bientôt une rupture dans le groupe de Freedom. Et, dépassant la mesure que se doit de garder une controverse courtoise, Tcherkesoff « alla même jusqu’à injurier grossièrement Keell en personne, parce que ce militant refusait de céder aux injonctions de la demi-douzaine (tout au plus) de Kropotkiniens qui voulaient mettre le journal au service de la guerre ». Pour dissiper la mauvaise impression produite par cette rupture violente, les anarchistes réfugiés à Londres, à cette époque, et, les camarades anglais éditèrent en langue anglaise, française et allemande, un manifeste signé par trente-six camarades, intitulé: « L’Internationale Anarchiste et la Guerre ».
 
 
L'Internationale Anarchiste et la Guerre
 
« L’Europe en feu, une dizaine de millions d’hommes aux prises, dans la plus effroyable boucherie qu’ait jamais enregistrée l’histoire, des millions de femmes et d’enfants en larmes, la vie économique, intellectuelle et morale de sept grands peuples, brutalement suspendue, la menace, chaque jour plus grave, de complications nouvelles, tel est, depuis sept mois, le pénible, angoissant et odieux spectacle que nous offre le monde civilisé. Mais, spectacle attendu, au moins par les anarchistes, car pour eux, il n’a jamais fait et il ne fait aucun doute - les terribles événements d’aujourd’hui fortifient cette assurance, - que la guerre est en permanente gestation dans l’organisme social actuel et que le conflit armé restreint ou généralisé, colonial ou européen est la conséquence naturelle et l’aboutissement nécessaire et fatal d’un régime qui a pour base l’inégalité économique des citoyens, repose sur l’antagonisme sauvage des intérêts et place le monde du travail sous l’étroite et douloureuse dépendance d’une minorité de parasites, détenteurs à la fois du pouvoir politique et de la puissance économique.

La guerre était inévitable ; d’où qu’elle vînt, elle devait éclater. Ce n’est pas en vain que depuis un demi-siècle, on prépare fiévreusement les plus formidables armements et que l’on accroît tous les jours davantage les budget de la mort. A perfectionner constamment le matériel de guerre, à tendre continûment tous les esprits et toutes les volontés vers la meilleure organisation de la machine militaire, on ne travaille pas à la paix. Aussi est-il naïf et puéril, après avoir multiplié les causes et les occasions de conflits, de chercher à établir les responsabilités de tel ou tel gouvernement. Il n’y a pas de distinction possible entre les guerres offensives et les guerres défensives. Dans le conflit actuel, les gouvernements de Berlin et de Vienne se sont justifiés avec des documents non moins authentiques que les gouvernements de Paris, de Londres, de Pétrograd ; c’est à qui de ceux-ci ou de ceux-là produira les documents les plus indiscutables et les plus décisifs pour établir sa bonne foi, et se présenter comme l’immaculé défenseur du droit et de la liberté, le champion de la civilisation.

La civilisation ? Qui donc la représente, en ce moment ? Est-ce l’État allemand, avec son militarisme formidable et si puissant, qu’il a étouffé toute velléité de révolte ? Est-ce l’État russe, dont le knout, le gibet et la Sibérie sont les seuls moyens de persuasion ? Est-ce l’État français, avec Biribi, les sanglantes conquêtes du Tonkin, de Madagascar, du Maroc, avec le recrutement forcé des troupes noires ? La France qui retient dans ses prisons, depuis des années, des camarades coupables seulement d’avoir parlé et écrit contre la guerre ? Est-ce l’Angleterre qui exploite, divise, affame et opprime les populations de son immense empire colonial ? Non. Aucun des belligérants n’a le droit de se réclamer de la civilisation, comme aucun n’a le droit de se déclarer en état de légitime défense.

La vérité, c’est que la cause des guerres, de celle qui ensanglante actuellement les plaines de l’Europe, comme de toutes celles qui l’ont précédée, réside uniquement dans l’existence de l’État, qui est la forme politique du privilège. L’État est né de la force militaire ; il s’est développé en se servant de la force militaire ; et c’est encore sur la force militaire qu’il doit logiquement s’appuyer pour maintenir sa toute puissance. Quelle que soit la forme qu’il revête, l’État n’est que l’oppression organisée au profit d’une minorité de privilégiés. Le conflit actuel illustre cela de façon frappante : toutes les formes de l’État se trouvent engagées dans la guerre présente : l’absolutisme avec la Russie, l’absolutisme mitigé de parlementarisme avec l’Allemagne, l’État régnant sur des peuples de races bien différentes avec l’Autriche, le régime démocratique constitutionnel avec l’Angleterre, et le régime démocratique républicain avec la France.

Le malheur des peuples qui, pourtant, étaient tous profondément attachés à la paix, est d’avoir eu confiance en l’État, avec ses diplomates intrigants, en la démocratie et les partis politiques (même d’opposition, comme le socialisme parlementaire) pour éviter la guerre. Cette confiance a été trompée à dessein, et elle continue à l’être, lorsque les gouvernements, avec l’aide de toute leur presse, persuadent leurs peuples respectifs que cette guerre est une guerre de libération.

Nous sommes résolument contre toute guerre entre peuples ; et, dans les pays neutres, comme l’Italie, où les gouvernants prétendent jeter encore de nouveaux peuples dans la fournaise guerrière, nos camarades se sont opposés, s’opposent, et s’opposeront toujours à la guerre, avec la dernière énergie. Le rôle des anarchistes, quels que soient l’endroit ou la situation dans lesquels ils se trouvent, dans la tragédie actuelle, est de continuer à proclamer qu’il n’y a qu’une seule guerre de libération : celle qui, dans tous les pays, est menée par les opprimés contre les oppresseurs, par les exploités contre les exploiteurs. Notre rôle, c’est d’appeler les esclaves à la révolte, contre leurs maîtres. La propagande et l’action anarchistes doivent s’appliquer avec persévérance à affaiblir et à désagréger les divers États, à cultiver l’esprit de révolte, et à faire naître le mécontentement dans les peuples et dans les armées.

A tous les soldats de tous les pays, qui ont la foi de combattre pour la justice et la liberté, nous devons expliquer que leur héroïsme et leur vaillance ne serviront qu’à perpétuer la haine, la tyrannie et la misère. Aux ouvriers de l’usine, il. faut rappeler que les fusils qu’ils ont maintenant entre les mains, ont été employés contre eux dans les jours de grève et de légitime révolte et qu’ensuite, ils serviront encore contre eux, pour les obliger à subir l’exploitation patronale. Aux paysans, montrer qu’après la guerre, il faudra encore une fois se courber sous le joug, continuer à cultiver la terre de leurs seigneurs et nourrir les riches. A tous les parias, qu’ils ne doivent pas lâcher leurs armes avant d’avoir réglé leurs comptes avec leurs oppresseurs, avant d’avoir pris la terre et l’usine pour eux. Aux mères, compagnes et filles, victimes d’un surcroît de misère et de privations, montrons quels sont les vrais responsables de leurs douleurs et du massacre de leurs pères, fils et maris.

Nous devons profiter de tous les mouvements de révolte, de tous les mécontentements, pour fomenter l’insurrection, pour organiser 1a révolution, de laquelle nous attendons la fin de toutes les iniquités sociales. Pas de découragement - même devant une calamité comme la guerre actuelle. C’est dans des périodes aussi troublées où des milliers d’hommes donnent héroïquement leur vie pour une idée, qu’il faut que nous montrions à ces hommes la générosité, la grandeur et la, beauté de l’idéal anarchiste ; la justice sociale réalisée par l’organisation libre des producteurs ; la guerre et le militarisme à jamais supprimés ; la liberté entière conquise par la destruction totale de l’État et de ses organismes de coercition. Vive l’Anarchie ! »

Londres, février 1915.
 
- Léonard d’Abbot, Alexandre Berckman, L. Bertoni, L. Bersani, G. Bernard, A. Bernado, G. Barrett, E. Boudot, A. Gazitta, Joseph J. Cohen, Henri Combes, Nestor Ciek van Diepen, F.-W. Dunn, Ch. Frigerio, Emma Goldman, V. Garcia, Hippolyte Havel, T.-H. Keell, Harry Kelly, J. Lemarie, E. Malatesta, A. Marquez, F. Domela-Nieuwenhuis, Noël Paravich, E. Recchioni, G. Rijnders, I. Rochtchine, A. Savioli, A. Schapiro, William Shatoff, V.-J.-C. Schermerhorn, G. Trombetti, P. Vallina, G. Vignati, L.-G. Wolf, S. Yanovsky.
 


 
Tandis que se déroulaient les douloureux événements qui, depuis août 1914, ensanglantaient le monde entier, faisant de lui un immense et horrifiant charnier, vers le début de l’année 1916, au moment même où il était question de paix, certains anarchistes éprouvèrent le besoin urgent d’affirmer leur position dans le conflit guerrier qui mettait aux prises tous les peuples d’Europe et d’Amérique.

De là est née cette déclaration qui, dans les milieux révolutionnaires et plus particulièrement chez les anarchistes, devait prendre le nom de « Manifeste des Seize ». Son promoteur était Jean Grave, théoricien anarchiste-communiste bien connu, auteur d’ouvrages doctrinaux, dont les principaux sont « La Société Mourante et l’Anarchie », « Réformes et Révolution », « La Société future », etc...
 
 
 


Voici le texte de la déclaration des Seize:

« De divers côtés, des voix s’élèvent, pour demander la paix immédiate. « Assez de sang- versé, assez de destruction », dit-on, « il est temps d’en finir d’une façon ou d’une autre ». Plus que personne, et depuis bien longtemps, nous avons été, dans nos journaux, contre toute guerre d’agression entre les peuples et contre le militarisme, de quelque casque impérial ou républicain il s’affuble. Aussi serions-nous enchantés de voir les conditions de paix discutées - si cela se pouvait - par les travailleurs européens, réunis en un congrès international. D’autant plus que le peuple allemand s’est laissé tromper en août 1914, et s’il a cru réellement qu’on le mobilisait pour la défense de son territoire, il a eu le temps de s’apercevoir qu’on l’avait trompé pour le lancer dans une guerre de conquêtes.

En effet, les travailleurs allemands, du moins dans leurs groupements plus ou moins avancés, doivent comprendre maintenant que les plans d’invasion de la France, de la Belgique, de la Russie, avaient été préparés de longue date et que, si cette guerre n’a pas éclaté en 1875, en 1880, en 1911, ou en 1913, c’est que les rapports internationaux ne se présentaient pas alors sous un aspect aussi favorable et que les préparatifs militaires n’étaient pas assez complets pour promettre la victoire à l’Allemagne (lignes stratégiques à compléter, canal de Kiel à élargir, les grands canons de siège à perfectionner). Et maintenant, après vingt mois de guerre et de pertes effroyables, ils devraient bien s’apercevoir que les conquêtes faites par l’armée allemande ne pourront être maintenues. D’autant plus qu’il faudra reconnaître ce principe (déjà reconnu par la France en 1859, après la défaite de l’Autriche) que c’est la population de chaque territoire qui doit exprimer si elle consent ou non à être annexée.

Si les travailleurs allemands commencent à comprendre la situation comme nous la comprenons, et comme la comprend déjà une faible minorité de leurs sociaux-démocrates, - et s’ils peuvent se faire écouter par leurs gouvernants - il pourrait y avoir un terrain d’entente pour un commencement de discussion concernant la paix. Mais alors ils devraient déclarer qu’ils se refusent absolument à faire des annexions, ou à les approuver ; qu’ils renoncent à la prétention de prélever des « contributions » sur les nations envahies, qu’ils reconnaissent le devoir de l’État allemand de réparer, autant que possible, les dégâts matériels causés par les envahisseurs chez leurs voisins, et qu’ils ne prétendent pas leur imposer des conditions de sujétion économique, sous le nom. de traités commerciaux. Malheureusement, on ne voit pas, jusqu’à présent, des symptômes du réveil, dans ce sens, du peuple allemand.

On a parlé de la conférence de Zimmerwald, mais il a manqué à cette conférence l’essentiel : la représentation des travailleurs allemands. On a aussi fait beaucoup de cas de quelques rixes qui ont eu lieu en Allemagne, à la suite de la cherté des vivres. Mais on oublie que de pareilles rixes ont toujours eu lieu pendant les grandes guerres, sans en influencer la durée. Aussi, toutes les dispositions prises, en ce moment, par le gouvernement allemand, prouvent-elles qu’il se prépare à de nouvelles agressions au retour du printemps. Mais comme il sait aussi qu’au printemps les Alliée lui opposeront de nouvelles armées, équipées d’un nouvel outillage, et d’une artillerie bien plus puissante qu’auparavant, il travaille aussi à semer la discorde au sein des populations alliées. Et il emploie, dans ce but, un moyen aussi vieux que la guerre elle-même : celui de répandre le bruit d’une paix prochaine, à laquelle il n’y aurait, chez les adversaires, que les militaires et les fournisseurs des armées pour s’y opposer. C’est à quoi s’est appliqué Bülow, avec ses secrétaires, pendant son dernier séjour en Suisse.

Mais à quelles conditions suggère-t-il de conclure la paix ?

La Neue Zuercher Zeitung croit savoir et le journal officiel, la Norddeutsche Zeitung, ne la contredit pas - que la plupart de la Belgique serait évacuée, rnais à condition de donner des gages de ne pas répéter ce qu’elle a. fait en août 1914, lorsqu’elle s’opposa au passage des troupes allemandes. Quels seraient ces gages ? Les mines de charbon belges ? Le Congo ? On ne le dit pas. Mais on demande déjà une forte contribution annuelle. Le territoire conquis en France serait restitué, ainsi que la partie de la Lorraine où on parle français. Mais, en échange, la France transférerait à l’État allemand tous les emprunts russes, dont la valeur se monte à dix-huit milliards. Autrement dit, une contribution de dix-huit milliards, qu’auraient à rembourser les travailleurs agricoles et industriels français, puisque ce sont eux qui paient les impôts. Dix-huit milliards, pour racheter dix départements, que, par leur travail, ils avaient rendus si riches et si opulents, et qu’on leur rendra ruinés et dévastés...

Quant à savoir ce que l’on pense en Allemagne des conditions de la paix, un fait est certain : la presse bourgeoise prépare la nation à l’idée de l’annexion pure et simple de la Belgique et des départements du Nord de la France. Et, il n’y a pas, en Allemagne, de force capable de s’y opposer. Les travailleurs, qui auraient dû élever leur voix contre les conquêtes, ne le font pas. Les ouvriers syndiqués, se laissent entraîner par la fièvre impérialiste, et le parti social-démocrate, trop faible pour influencer les décisions du gouvernement concernant la paix, même s’il représentait une masse compacte - se trouve divisé, sur cette question, en deux partis hostiles, et la majorité du parti marche avec le gouvernement. L’Empire allemand, sachant que ses armées sont, depuis dix-huit mois, à 90 kilomètres de Paris, et soutenu par le peuple allemand dans ses rêves de conquêtes nouvelles, ne voit pas pourquoi il ne profiterait pas des conquêtes déjà faites. Il se croit capable de dicter des conditions de paix qui lui permettraient d’employer les nouveaux milliards de contribution à de nouveaux armements, afin d’attaquer la France quand bon lui semblera, lui enlever ses colonies, ainsi que d’autres provinces, et de ne plus avoir à craindre sa résistance.

Parler de paix en ce moment, c’est faire précisément le jeu du parti ministériel allemand, de Bülow et de ses agents.

Pour notre part, nous nous refusons absolument à partager les illusions de quelques-uns de nos camarades, concernant les dispositions pacifiques de ceux qui dirigent les destinées de l’Allemagne. Nous préférons regarder le danger en face et chercher ce qu’il y a à faire pour y parer. Ignorer ce danger, serait l’augmenter.

En notre profonde conscience, l’agression allemande était une menace - mise à exécution - non seulement contre nos espoirs d’émancipation, mais contre toute l’évolution humaine. C’est pourquoi nous, anarchistes, nous antimilitaristes, nous, ennemis de la guerre, nous, partisans passionnés de la paix et de la fraternité des peuples, nous nous sommes rangés du côté de la résistance et nous n’avons pas cru devoir séparer notre sort de celui du reste de la population. Nous ne croyons pas nécessaire d’insister que nous aurions préféré voir cette population prendre, en ses propres mains, le soin de sa défense. Ceci ayant été impossible, il n’y avait qu’à subir ce qui ne pouvait être changé. Et, avec ceux qui luttent, nous estimons que, à moins que la population allemande, revenant à de plus saines notions de la justice et du droit, renonce enfin à servir plus longtemps d’instrument aux projets de domination politique pangermaniste, il ne peut être question de paix. Sans doute, malgré la guerre, malgré les meurtres, nous n’oublions pas que nous sommes internationalistes, que nous voulons l’union des peuples, la disparition des frontières. Et c’est parce que nous voulons la réconciliation des peuples, y compris le peuple allemand, que nous pensons qu’il faut résister à un agresseur qui représente l’anéantissement de tous nos espoirs d’affranchissement.

Parler de paix tant que le parti qui, pendant quarante-cinq ans, a fait de l’Europe un vaste camp retranché, est à même de dicter ses conditions, serait l’erreur la plus désastreuse que l’on puisse commettre. Résister et faire échouer ses plans, c’est préparer la voie à la population allemande restée saine et lui donner les moyens de se débarrasser de ce parti. Que nos camarades allemands comprennent que c’est la seule issue avantageuse aux deux côtés et nous sommes prêts à collaborer avec eux. » - 28 février 1916. »

Pressés par les événements de publier cette déclaration, lorsqu’elle fut communiquée à la presse française et étrangère, quinze camarades seulement, dont les noms suivent, en avaient approuvé le texte: Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Pierre Kropotkine, A. Laisant, F. Le Lève (Lorient), Charles Malato, Jules Moineau. (Liège), Ant. Orfila (Husseindey, Algérie), M. Pierrot, Paul Reclus, Richard (Algérie), Ichikawa (Japon), W. Tcherkesoff.
 


Dès le mois d’avril 1916, afin de contrecarrer l’impression que venait de produire cette déclaration dans les milieux d’ avant-garde et pour se situer vis-à-vis de ceux qui venaient d’adhérer à la Guerre du Droit en signant la déclaration dite des Seize, des militants réfugiés à Londres publièrent une protestation intitulée : « Déclaration anarchiste » et signée par le Groupe International Anarchiste, désavouant les Seize.

Cette déclaration était la suivante :

« Voici bientôt deux ans que s’est abattu sur l’Europe le plus terrible fléau qu’ait enregistré l’histoire, sans qu’aucune action efficace soit venue entraver sa marche. Oublieux des déclarations de naguère, la plupart des chefs des partis les plus avancés, y compris la plupart-des dirigeants des organisations ouvrières - les uns par lâcheté, les autres par manque de conviction, d’autres encore par intérêt - se sont laissé absorber par la propagande patriotique, militariste et guerriste, qui, dans chaque nation belligérante, s’est développée avec une intensité que suffisent à expliquer la situation et la nature de la période que nous traversons. Quant au peuple, dans sa grande masse, dont la mentalité est faite par l’école, l’église, le régiment, la presse, c’est-à-dire ignorant et crédule, dépourvu d’initiative, dressé à l’obéissance et résigné à subir la volonté des maîtres qu’il se donne, depuis celle du législateur, jusqu’à celle du secrétaire de syndicat, il a, sous la poussée des bergers d’en haut et d’en bas réconciliés dans la plus sinistre des besognes, marché sans rébellion à l’abattoir, entraînant, par la force de son inertie même les meilleurs parmi lui, qui n’évitaient la mort au poteau d’exécution qu’en risquant la mort sur le champ de carnage.

Toutefois, dès les premiers jours, dès avant la déclaration de guerre même, les anarchistes de tous les pays, belligérants ou neutres, sauf quelques rares exceptions, en nombre si infime, qu’on pouvait les considérer comme négligeables, prenaient nettement parti contre la guerre. Dès le début, certains des nôtres, héros et martyrs qu’on connaîtra plus tard, ont choisi d’être fusillés, plutôt que de participer à la tuerie ; d’autres expient dans les geôles impérialistes ou républicaines, le crime d’avoir protesté et tenté d’éveiller l’esprit du peuple.

Avant la fin de l’année 1914, les anarchistes lançaient un manifeste qui avait recueilli l’adhésion de camarades du monde entier, et que reproduisirent nos organes dans les pays où ils existaient encore. Ce manifeste montrait que la responsabilité de l’actuelle tragédie incombait à tous les gouvernants sans exception, et aux grands capitalistes, dont ils sont les mandataires, et que l’organisation capitaliste et la base autoritaire de la société sont les causes déterminantes de toute guerre. Et il venait dissiper l’équivoque créé par l’attitude de ces quelques « anarchistes guerristes », plus bruyants que nombreux, d’autant plus bruyants que, servant la cause du plus fort, leur ennemi d’hier, notre ennemi de toujours, l’État, il leur était permis, à, eux seuls, de s’exprimer ouvertement, librement.

Des mois passèrent, une année et demie s’écoula et ces renégats continuaient paisiblement, loin des tranchées, à exciter au meurtre stupide, et répugnant, lorsque, le mois dernier, un mouvement en faveur de la paix commençant à se préciser, les plus notoires d’entre eux, jugèrent devoir accomplir un acte retentissant, à la fois dans le dessein de contrecarrer cette tendance à imposer aux gouvernants la cessation des hostilités, et pour que l’on pût croire, et faire croire, que les anarchistes s’étaient ralliés à l’idée et au fait de la guerre.

Nous voulons parler de cette Déclaration publiée à Paris, dans La Bataille du 14 mars, signée de Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Hussein Bey, Pierre Kropotkine, A. Laisant, F. Le Levé, Charles Malato, Jules Moineaux, Ant. Orfila, M. Pierrot, Paul Reclus, Richard, S. Shikawa, W. Tcherkesoff, et à laquelle a applaudi, naturellement, la presse réactionnaire.

II nous serait facile d’ironiser à propos de ces camarades d’hier, voire de nous indigner du rôle joué par eux, que l’âge, ou leur situation particulière, ou encore leur résidence, met à l’abri du fléau, et qui, cependant, avec une inconscience ou une cruauté que même certains conservateurs de l’ordre social actuel n’ont pas, osent écrire, alors que de tous côtés se sent la lassitude et pointe l’aspiration vers la paix, osent écrire, disons-nous, que « parler de paix à l’heure présente, serait l’erreur la plus désastreuse que l’on puisse commettre » et qui tranchent : « Avec ceux qui luttent, nous estimons qu’il ne peut être question de paix ». Or, nous savons, et ils n’ignorent pas non plus, ce que pensent « ceux qui luttent ». Nous savons ce que désirent « ceux qui vont mourir » pour mieux dire ; tout en ne nous dissimulant pas que les causes qui engendrent leur faiblesse, les entraîneront peut-être à mourir sans qu’ils aient tenté le geste qui les sauverait. Nous, nous laissons ces camarades d’hier à leurs nouvelles amours.

Mais, ce que nous voulons, ce à quoi nous tenons essentiellement, c’est protester contre la tentative qu’ils font, d’englober, dans l’orbite de leurs pauvres spéculations néo-étatistes, le mouvement anarchiste mondial et la philosophie anarchiste elle-même ; c’est protester contre leur essai de solidariser avec leur geste, aux yeux du public non éclairé, l’ensemble des anarchistes restée fidèles à un passé qu’ils n’ont aucune raison de renier, et qui croient, plus que jamais, à la vérité de leurs idées.

Les anarchistes n’ont pas de leaders, c’est-à-dire pas de meneurs. Au surplus, ce que nous venons affirmer ici, ce n’est pas seulement que ces seize signataires sont l’exception, et que nous sommes le nombre, ce qui n’a qu’une importance relative, mais bien que leur geste et leurs affirmations ne peuvent en rien se rattacher à notre doctrine dont ils sont, au contraire, la. négation absolue.

Ce n’est pas ici le lieu de détailler, phrase par-phrase, cette Déclaration, pour analyser et critiquer chacune de ses affirmations. D’ailleurs elle est connue.

Qu’y trouve-t-on ? Toutes les niaiseries nationalistes que noue lisons, depuis près de deux années, dans une presse prostituée, toutes les naïvetés patriotiques dont ils se gaussaient jadis, tous les clichés de politique extérieure avec lesquels les gouvernements endorment les peuples. Les voila dénonçant un impérialisme qu’ils ne découvrent maintenant que chez leurs adversaires. Comme s’ils étaient dans le secret des ministères, des chancelleries et, des états-majors, ils jonglent avec les chiffres d’indemnité, évaluent les forces militaires et refont, eux aussi, ces ex-contempteurs de l’idée de patrie, la carte du monde sur la base du « droit des peuples », et du « principe des nationalités »... Puis, ayant jugé dangereux de parler de paix, tant qu’on n’a pas, pour employer la formule d’usage, écrasé le seul militarisme prussien, ils préfèrent regarder le danger en face, loin des balles. Si nous considérons synthétiquement, plutôt, les idées qu’exprime leur Déclaration, nous constatons qu’il n’y a aucune différence entre la thèse qui y est soutenue, et le thème habituel des partis d’autorité groupés, dans chaque nation belligérante, en « Union Sacrée ». Eux aussi, ces anarchistes repentis, sont entrés dans 1’ « Union Sacrée », pour la défense des fameuses « libertés acquises », et ils ne trouvent rien de mieux, pour sauvegarder cette prétendue liberté des peuples, dont ils se font les champions, que d’obliger l’individu à se faire assassin et à se faire assassiner pour le compte et au bénéfice de l’État. En réalité, cette Déclaration n’est pas l’oeuvre d’anarchistes. Elle fut écrite, par des étatistes qui l’ignorent, mais par des étatistes. Et rien, par cette œuvre inutilement opportuniste, ne différencie plus ces ex-camarades des politiciens, des moralistes et des philosophes de gouvernement, à la lutte contre lesquels ils avaient voué leur vie.

Collaborer avec un État, avec un gouvernement, dans sa lutte, fût-elle même dépourvue de violence sanguinaire, contre un autre État, contre un autre gouvernement, choisir entre deux modes d’esclavage, qui ne sont que superficiellement différents, cette différence superficielle étant le résultat de l’adaptation des moyens de gouvernement à l’état d’Evolution auquel est parvenu le peuple qui y est soumis, voilà, certes, qui n’est pas anarchiste. A plus forte raison, lorsque cette lutte revêt l’aspect particulièrement ignoble de la guerre. Ce qui a toujours différencié l’anarchiste des autres éléments sociaux dispersés dans les divers partis politiques, dans les diverses écoles philosophiques ou sociologiques, c’est la répudiation de l’État, faisceau de tous les instruments de domination, centre de toute tyrannie ; l’État qui est, par sa destination, l’ennemi de l’individu,, pour le triomphe de qui l’anarchisme a toujours combattu, et dont il est fait si bon marché dans la période actuelle, par les défenseurs du « Droit » également situés, ne l’oublions pas, de chaque côté de la frontière. En s’incorporant à lui, volontairement, les signataires de la Déclaration ont, en même temps, renié l’anarchisme.

Nous autres, qui avons conscience d’être demeurés dans la ligne droite d’un anarchisme dont la vérité ne peut avoir changé du fait de cette guerre, guerre prévue depuis longtemps, et qui n’est que la manifestation suprême de ces maux que sont l’État et le Capitalisme, nous tenons à nous désolidariser d’avec ces ex-camarades, qui ont abandonné leurs idées, nos idées, dans une circonstance où, plus que jamais, il était nécessaire de les proclamer haut et ferme.

Producteurs de la richesse sociale, prolétaires manuels et intellectuels, hommes de mentalité affranchie, nous sommes, de fait et de volonté, des « sans patrie ». D’ailleurs, patrie, n’est que le nom poétique de l’État. N’ayant rien a défendre, pas même des « libertés acquises » que ne saurait nous donner l’État, nous répudions l’hypocrite distinguo des guerres offensives et des guerres défensives. Nous ne connaissons que des guerres faites entre gouvernants, entre capitalistes, au prix de la vie, de la douleur et de la misère de leurs sujets. La guerre actuelle en est l’exemple frappant. Tant que les peuples ne voudront pas procéder à l’instauration d’une société libertaire et communiste, la paix ne sera que la trêve employée a préparer la guerre suivante, la guerre entre peuples étant en puissance dans les principes d’autorité et de propriété. Le seul moyen de mettre fin à la guerre, de prévenir toute guerre, c’est la révolution expropriatrice, la guerre sociale, la seule à laquelle nous puissions, anarchistes, donner notre vie. Et ce que n’ont pu dire les seize à la fin de leur Déclaration, nous le crions : Vive l’Anarchie !... - le groupe anarchiste international de londres. (Avril 1916.) »
 


D’autre part, dans un numéro de Freedom (avril 1916), Malatesta protesta personnellement contre les affirmations des Seize. Voici son article, intitulé :

« Anarchistes partisans du Gouvernement » :

« Un manifeste vient de paraître, signé par Kropotkine, Grave, Malato et une douzaine d’autres vieux camarades, dans lequel, se faisant l’écho des gouvernements de l’Entente, qui demandent la lutte à outrance et jusqu’à l’écrasement de l’Allemagne, ils ont pris position contre l’idée d’une « paix prématurée ». La presse capitaliste publie, avec une naturelle satisfaction, des extraits du manifeste, et annonce que c’est le travail des « dirigeants du mouvement anarchiste international ». Les anarchistes, presque tous restés fidèles à leurs convictions, se doivent de protester contre l’essai d’impliquer l’anarchisme dans la continuation d’une féroce boucherie, qui n’a jamais promis de bénéfice à la cause de la Justice et de la Liberté et qui, maintenant, se montre absolument stérile et sans résultat, même du point de vue des gouvernants, quel que soit le côté de la barricade qu’ils occupent.

La bonne foi et les bonnes intentions de ceux qui ont signé le Manifeste sont en dehors de toute question. Mais, si pénible qu’il soit d’incommoder de vieux amis qui ont rendu tant de services à la cause qui, dans le passé, nous fut commune, on ne peut, - au point de vue de la sincérité, et dans l’intérêt de notre mouvement d’émancipation - omettre de se séparer de camarades qui se considèrent capables de réconcilier les idées anarchistes et la collaboration avec les gouvernements et la classe capitaliste de certains pays, dans leur lutte contre les capitalistes et les gouvernants de certains autres pays.

Durant la guerre actuelle, nous avons vu des républicains se plaçant au service des rois, des socialistes faisant cause commune avec la classe dirigeante, des travaillistes servant les intérêts des capitalistes ; mais, en réalité, tous ces gens sont, a des degrés variables, des conservateurs, croyant en la mission de l’État, et leur hésitation peut se comprendre quand l’unique remède réside dans la destruction de chaque entrave gouvernementale et le déchaînement de la Révolution Sociale. Mais cette hésitation est incompréhensible dans le cas des anarchistes. Nous prétendons que l’État est incapable de tout bien. Tant au point de vue international qu’au point de vue des relations individuelles, il ne peut combattre l’agression qu’en se faisant lui-même l’agresseur ; il ne peut empêcher le crime qu’en organisant et en commettant de plus grands crimes encore. Même dans l’hypothèse - qui est loin d’être la vérité - que l’Allemagne serait seule responsable de la présente guerre, il est prouvé que si l’on s’en tient aux méthodes gouvernementales, on ne peut résister a l’Allemagne, qu’en supprimant toute liberté et. en ressuscitant la, puissance de toute les forces de la réaction.

Sauf la Révolution populaire, il n’y a pas d’autre voie de résistance à la menace d’une armée disciplinée, qu’en ayant une armée plus forte et plus disciplinée, de sorte que les plus rigides antimilitaristes, s’ils ne sont anarchistes, et s’ils sont effrayés de la destruction de l’État, sont inévitablement, conduits a devenir d’ardents militaristes. En fait, dans l’espoir problématique d’écraser le militarisme prussien, ils ont renoncé à tout l’esprit et, à toutes les traditions de la liberté, ils ont prussianisé l’Angleterre et la France ; ils se sont soumis au tsarisme ; ils ont restauré le prestige du trône chancelant d’Italie.

Des anarchistes peuvent-ils, un seul instant, accepter cet état de choses, sans renoncer a tout droit de s’intituler anarchistes ? Quant à moi, même la domination étrangère imposée par la force et menant à la révolte, est préférable a l’oppression intérieure acceptée humblement, presque avec reconnaissance, dans l’espoir que, par ce moyen, nous serons préservés d’un plus grand mal. I1 est vain de prétendre, comme le font les rédacteurs et signataires du Manifeste en question, que leur position est déterminée par des événements exceptionnels et que, la guerre une fois terminée, chacun retournera, dans son camp et combattra pour son propre idéal. Car, s’il est nécessaire, actuellement de travailler en harmonie avec le gouvernement et le capitalisme, pour se défendre contre « la menace germanique », ceci sera aussi nécessaire après que pendant la guerre. Quelque grande que puisse être la défaite de l’armée allemande - s’il est vrai qu’elle sera battue - il ne sera jamais possible d’empêcher les patriotes allemands de songer à la revanche et de la préparer ; et les patriotes des autres contrées, très raisonnablement, de leur propre point de vue, désireront se tenir prêts, de façon à ne plus être pris au dépourvu. Ceci signifie que le militarisme prussien deviendra une institution permanente et régulière dans tous les pays. Que diront alors les prétendus anarchistes qui, actuellement, désirent la victoire d’une des alliances en guerre ? S’intitulant antimilitaristes, iront-ils prêcher le désarmement, le refus du service militaire, et le sabotage de la défense nationale, uniquement pour devenir, au premier soupçon de guerre, des sergents recruteurs pour les gouvernements qu’ils auront essayé de désarmer et de paralyser ?

On dit que ces choses prendront fin, quand le peuple allemand se sera débarrassé de ses tyrans et aura cessé d’être une menace pour l’Europe, par la destruction du militarisme dans sa patrie. Mais si cela est, les allemands qui pensent, à bon droit, que la domination anglaise et française (pour ne pas parler de la Russie tsariste) ne sera pas plus agréable aux allemands que la domination germanique aux français et aux anglais, désireront d’abord attendre que les russes et les autres détruisent leur propre militarisme et voudront, entre temps, continuer à accroître leur armée. Et alors ? Pendant combien de temps faudra-t-il ajourner la Révolution ? Et l’Anarchie ? Devons-nous attendre éternellement que les autres commencent ?

La ligne de conduite des anarchistes est clairement indiquée par l’implacable logique de leurs aspirations.

La guerre aurait dû être empêchée par la Révolution, ou, du moins, en la faisant craindre par les gouvernements. La. force ou l’habileté nécessaires ont fait défaut. La paix doit être imposée par la Révolution, ou, du moins, en essayant de la faire. Actuellement, la force et l’habileté manquent.

Eh bien ! Il n’y a qu’un remède : faire mieux a l’avenir. Plus que jamais nous devons éviter tout compromis, approfondir l’abîme entre les capitalistes et les esclaves salariés, entre les gouvernants et les gouvernés ; prêcher l’expropriation de la propriété privée, et la destruction de l’État, qui sont les seuls moyens pour garantir la fraternité entre les peuples, et la Justice et la Liberté pour tous. Et nous devons nous préparer à accomplir ces choses. Entre temps, il me semble criminel de faire quoi que ce soit qui tende a prolonger la guerre qui assassine des hommes, détruit les richesses et, empêche la résurrection de la lutte pour l’émancipation. I1 me semble que prêcher « la guerre jusqu’au bout », c’est faire, en vérité, le jeu des gouvernants allemands qui trompent leurs sujets et enflamment leur ardeur à la lutte en les persuadant que leurs adversaires désirent écraser et asservir le peuple germanique.

Actuellement, comme toujours, que ceci soit notre devise : « A bas les capitalistes et les gouvernements, tous les capitalistes et tous les gouvernements ! ». Et, vivent les peuples, tous les peuples !...

Errico Malatesta".
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