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12 settembre 2015 6 12 /09 /settembre /2015 05:53

Dizionario anticapitalista: "L'autogoverno".

 

Jacques Dubart


Il 9 agosto 2003, nello Stato messicano del Chiapas, l'Esercito zapatista di Liberazione Nazionale decretava la nascita dei 'consigli del buon governo' in cinque zone territoriali sotto il suo controllo. Si tratta di fatto di strutture di autogoverno", ci dice la Rete di informazione e di solidarietà con l'America latina (Risal).

La questione dell'autogoverno, dell'autogestione generalizzata potremmo anche dire, si pone quando un popolo in lotta prende i propri affari tra le sue mani e si organizza per gestire la vita quotidiana, mentre il potere capitalistico viene delegittimato, minacciato, destabilizzato o addirittura in via di liquidazione. L'autogoverno inizia con l'organizzazione delle masse in lotta per la loro liberazione e sfocia sulla progressiva strutturazione di nuove istituzioni politiche e la reintegrazione delle vecchie classi dominanti all'interno del corpo sociale, a mano a mano che viene instaurata l'eguaglianza economica all'interno della società.


Così, nato da una rivoluzione, e cioè all'interno di grandi mobilitazioni sociali, associate ad ampi dibattiti, al coinvolgimento del maggior numero tra le ex classi dominate, l'autogoverno è il contrario di una dittatura, anche se gli ex capitalisti, privati delle loro prerogative, sono temporaneamente esclusi dalle strutture politiche.

L'autogoverno è all'intersezione di due grandi strutture. Da una parte l'organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nelle unità di produzione autogestite dove essi decidono dell'organizzazione del lavoro, della distribuzione delle ricchezze create, degli investimenti necessari. D'altra parte l'organizzazione dei cittadini all'interno dei comuni per decidere le esigenze in termini di attrezzature e di servizi collettivi.

spartachismo, assemblea operai e soldati a Berlino, novembr

È una logica di democrazia diretta che instaura la preminenza della base della società nell'elaborazione delle politiche. Ma è anche la coordinazione federale di queste strutture di base, in modo bicefalo, per settore economico e per regione, per permettere le decisioni collettive al livello più adatto, non appena le questioni superano il quadro locale.

È una rottura con la logica statale. Le grandi decisioni risultano dapprima dai dibattiti alla base e i delegati, compresi e soprattutto a livello centrale, sono incaricati della loro attuazione. L'autogoverno si stabilizzerà attraverso nuove istituzioni politiche in coerenza con una società senza classi e senza Stato, proibendo la proprietà privata dei mezzi di produzione collettivi e favorendo dunque l'organizzazione collettiva della produzione.


Sin da subito è fondamentale sperimentare e popolarizzare i modi di funzionamento e l'organizzazione specifici dell'auto-governo della società, sia all'interno delle organizzazioni rivoluzionarie sia nel movimento sociale e in tutte le sue dimensioni. Questa sperimentazione può permettere di preparare la dinamica di autogoverno che può nascere da una crisi rivoluzionaria.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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19 agosto 2015 3 19 /08 /agosto /2015 15:59
Un editore per il socialismo libertario
 
Jean Michel Kay
 

La storia di una corrente politica non può mai limitarsi a quella delle sue organizzazioni, o allo studio della sua dottrina, a meno che esse non abbiano mai avuto la minima influenza al di fuori di se stessa. Ma è difficile identificare una tale corrente, se non si è dotata di nessuna organizzazione permanente e non ha prodotto nessuna dottrina strutturata. È tuttavia l'esistenza di una simile corrente che vi proponiamo come oggetto di ricerca, prendendo come filo conduttore l'attività di un editore militante a partire dagli anni 30 del XX secolo.

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Il campo di ricerca qui proposto è che in certi momenti della storia sociale contemporanea della Francia, e senza dubbio altrove in Europa, è apparso nel movimento sociale una corrente che supera l'antagonismo teoricamente paralizzante tra i sostenitori del "socialismo di Stato" e quelli del "socialismo senza Stato". Questa corrente non ha espressione organizzativa permanente; non ha teorici riconosciuti, non ha dato la luce ad una dottrina formalizzata. Il motivo che si darà per queste assenze è che questa corrente non è sorte che in periodi di forte mobilitazione, che non ha avuto che raramente il tempo di dotarsi di un'espressione politica propria, e che la teorizzazione di ciò che essa esprime non può essere realizzata che a posteriori.

Questa corrente, per comodità, la chiamiamo "socialismo libertario". Questo appellativo non ha legittimità storica; è utilizzata da Daniel Guérin come titolo della prima raccolta di testi attraverso il quale egli chiama alla riconciliazione coloro che chiama "fratelli gemelli, fratelli nemici" [1]; egli utilizzerà in seguito i termini "marxismo libertario", poi "comunismo libertario". Ma all'epoca in cui sarebbe apparso questo socialismo libertario di cui evochiamo l'esistenza, il comunismo libertario è senz'alcuna ambiguità l'obiettivo che si danno la CNT e la FAI spagnole, ed è essenziale non confonderli.

È attraverso l'esistenza sorprendentemente durevole di una casa editrice di tipo particolare, poggiante per cinquant'anni sull'attività di un uomo, René Lefeuvre, ma che gli è sopravvissuta, che pretendiamo affrontarla. Pensiamo che le caratteristiche di questa casa editrice - i Cahiers Spartacus – ne fanno un utile strumento per rivelare questa corrente e legittimarla come oggetto di studio. Elenchiamo queste caratteristiche:

 

* si tratta di una casa editrice militante, e cioè che persegue degli scopi politici precisi

* si tratta di una casa editrice senza scopo di lucro, e guidata dall'unica preoccupazione di pubblicare i testi che gli sembrano importanti di mettere a disposizione del pubblico a cui mira

* si tratta di una casa editrice indipendente, nel senso che non è sottoposta al controllo di un'organizzazione politica

* infine, si tratta di una casa editrice che vive di mecenatismo: di conseguenza, se essa non è sottoposta ad alcun criterio di rendimento e rimane indipendente da ogni organizzazione politica, non può vivere se non trova dei lettori che acquistano le sue pubblicazioni. Vedremo che non è sempre stato così.

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Il socialismo libertario di cui vogliamo parlare non appare come corrente politica che dopo la rivoluzione d'Ottobre. Essi si definisce ricavando le lezioni dalla rivoluzione del 1917 e dalle sue conseguenze; è antistalinista in un modo diverso di come lo sono gli anarchici, i trotskysti o anche i comunisti dei consigli, la cui esperienza è d'altronde praticamente sconosciuta in Francia durante l'epoca di cui stiamo trattando. Le sue opzioni politiche possono riassumersi così:

— L'evoluzione della società non può essere capita che attraverso l'analisi delle lotte di classe; gli antagonisti di classe, le crisi che subiscono le classi dominanti, non potranno essere eliminate solo se quest'ultime strappano il potere politico ed economico alle classi dominanti per esercitarlo se stessi.

— Lo Stato capitalista è lo strumento del dominio di queste classi dominanti; in quanto tale, esso deve essere distrutto; ma la sopravvivenza delle classi, le necessità dell'organizzazione delle attività sociali significano che delle istituzioni politiche rimarranno necessarie a differenti livelli geografici.

— La nazione è il quadro d'esercizio del potere della borghesia, non è esso che permetterà la costruzione del socialismo; il socialismo libertario è per essenza internazionalista.

— i sostenitori del socialismo libertario sanno che i sindacati sono diventati delle istituzioni della società capitalista; essi considerano tuttavia che in molti casi la partecipazione all'azione sindacale è il mezzo principale che i lavoratori hanno per prendere parte all'azione collettiva e gestire la lotta di classe.

— i partiti sono necessari per formulare analisi e proposte, darsi dei mezzi collettivi per la formazione e l'azione; ma nessuno può pretendere di esercitare da solo il potere: "La dittatura del proletariato non può essere esercitata da un solo settore del proletariato, ma da tutti i settori, senza eccezione. Nessun partito operaio, nessuna centrale sindacale ha il diritto di esercitare nessuna dittatura" [2].

Infine, i socialisti libertari non fanno della partecipazione o della non partecipazione alle elezioni e dell'esercizio delle funzioni elettive una questione di principio. Ma l'avvento e la permanenza al governo attraverso il processo elettorale di una coalizione di partiti, qualunque essa sia, non possono essere degli scopi in sé.

Un militante editore

Su richiesta di suo padre, artigiano muratore in un villaggio della Bretagna, René Lefeuvre diventa egli stesso muratore. Questa vita rurale non lo soddisfa; benché non abbia compiuto degli studi di scuola superiore, è un lettore assiduo e curioso. A 20 anni, dovendo effettuare il suo servizio militare, fa in modo di essere assegnato a Parigi, dove giunge nel 1922 e in cui risiederà - tranne che durante gli anni della guerra - sino alla sua morte avvenuta nel 1988.

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Per quel che ne sa, e malgrado l'immagine ributtante che ne danno i conservatori che influenzano l'opinione pubblica nella sua regione d'origine, è attratto dalla Rivoluzione russa e le realizzazioni dell'Unione sovietica. Legge il Bulletin communiste edito da Boris Souvarine, che ne dà conto ma che non dissimulerà i dibattiti che iniziano a lacerare il Comitato esecutivo dell'Internazionale, di cui è membro, e la direzione del Partito comunista sovietico.

L'esclusione di Boris Souvarine dal partito comunista francese, di cui era stato uno dei fondatori, e l'approfondimento da parte di quest'ultimo della sua comprensione della natura di classe del regime sovietico, contribuiranno al consolidamento da parte di René delle sue proprie concezioni politiche: appoggiandosi sulle nozioni di classe e di sfruttamento  utilizzate da Marx, Souvarine afferma sin dalla fine degli anni 20 che una nuova classe dominante sfruttatrice si sta costituendo in Unione sovietica attraverso il dominio sullo Stato. Denuncia inoltre l'invenzione da parte dei dirigenti sovietici di una dottrina leninista; infine, respinge ciò che avverte in Trotsky - di cui aveva difeso per principio il diritto di difendere delle posizioni differenti da quelle della maggioranza nell'esecutivo dell'Internazionale - come una volontà di riprodurre le analisi e il comportamento del PC sovietico [3].

René partecipò saltuariamente al Circolo comunista Marx e Lenin (Cercle communiste Marx et Lénine) creato da Boris Souvarine nel 1926, che raggruppava membri dell'opposizione o esclusi dal PC. Questo Circolo diventò nel 1930 il Circolo comunista democratico (Cercle communiste démocratique), che si diede come scopo di "mantenere, prolungare e vivificare la tradizione democratica e rivoluzionaria del marxismo" e di "ricercare attivamente i germi del rinnovamento del pensiero e dell'azione rivoluzionarie".

La sua dichiarazione d'intenti precisa ancora: "Con Marx e Engels anche, il Circolo si definisce democratico, intendendo con ciò soprattutto restaurare contro i falsi comunisti che la negano e i falsi socialisti che la degradano una nozione inseparabile dell'idea rivoluzionaria. I comunisti e i socialisti della scuola marxista hanno a lungo portato, in politica, il semplice nome di "democratici" prima di chiamarsi "socialdemocratici". La critica marxista della realizzazione del principio democratico in regime capitalista centra le contraddizioni della pratica, non il principio stesso, e dimostra l'impossibilità di acquisire una vera democrazia politica senza basarla sull'eguaglianza economica [4].

Sino al 1928, René lavora come artigiano muratore; poi grazie ai corsi per corrispondenza che ha seguito in Bretagna, ottiene un posto di commesso in un impresa di rivestimenti, il che gli libererà del tempo per altre attività. Aderisce allora agli Amis de Monde, e ne diventò il segretario. Fondato nel 1928 da Henri Barbusse, membro del Partito comunista dal 1923, Monde [5] doveva essere "un giornale settimanale di grande informazione letteraria, artistica, scientifica, economica e sociale che cercava di dare un quadro oggettivo dell'attualità". Ma la sua creazione è l'espressione di un disaccordo tra Henri Barbusse e L'Internazionale comunista del terzo periodo, quello in cui la socialdemocrazia, definita "socialfascista", è diventata il nemico principale.

Nel 1926, l'Internazionale aveva chiesto a Henri Barbusse di creare un'associazione internazionale degli scrittori rivoluzionari. A questo progetto, che non avrebbe riunito che degli scrittori membri dei partiti comunisti o già vicini ad essi, Barbusse oppone la creazione di un "centro di pubblicazioni" - molto più di un giornale - per giungere a un "raggruppamento intellettuale universale" [6]. Tra i contributori di Monde, troveremo dunque, oltre a degli autori comunisti, compresi sovietici, dei vecchi comunisti e anche dei socialisti, il che varrà a Monde una condanna durante il secondo congresso degli scrittori rivoluzionari che si tenne a Kharkov nel novembre 1930. Monde è accusato di essere "un giornale senza principi direttori, che sin dall'inizio, aveva assunto una posizione anti-marxista", di caratterizzarsi per il "confusionismo", di avere per collaboratori "degli agenti del trotskysmo, dei socialdemocratici, dei radicali borghesi, dei pacifisti", in breve di essere ostile all'ideologia proletaria. È da notare che, già nell'aprile del 1930, Pierre Naville, primo rappresentante ufficiale del trotskysmo in Francia, aveva qualificato Monde in Lutte de classes di "raccoglitore di rifiuti di ciò che gli ambienti politico-letterari piccolo borghesi producono di più malsano, di più confuso e in definitiva di più anti-proletario".

Monde non è dunque una pubblicazione del partito comunista, anche se Henri Barbusse non può tollerarvi delle denunce del regime sovietico. Agli Amis de Monde è assegnato un ruolo ambizioso: non soltanto di sostenere la diffusione del giornale, ma di contribuirvi attraverso delle informazioni, dei servizi. Quando, nel 1930, René Lefeuvre ne diventa segretario, questa associazione informale raggruppa circa 800 membri; Lucien Laurat [7], che fa parte della redazione di Monde.  Monde, anima un gruppo di economia politica che studia in particolare Il Capitale.

Gli Amis desiderano che altri gruppi, su altri temi, vengano creati, e René vi si dedicherà con tutte le sue capacità. Sempre alla ricerca per se stesso di nuove conoscenze, è anche appassionato dalla trasmissione delle conoscenze, attraverso l'educazione popolare, che saranno per lui il vero obiettivo delle sue edizioni. Si costituiscono allora dei gruppi che si dedicano agli studi sociali, alla storia del movimento operaio, all'architettura, all'esperanto, così come un gruppo teatrale; René organizza anche delle sedute di cinema, delle visite a delle gallerie d'arte.

Dopo due anni di funzionamento dei gruppi di studio, i loro membri vollero pubblicare in modo regolare il risultato dei loro lavori; René ne fu incaricato. Propose Spartacus come titolo di questa nuova pubblicazione; fu scelto Masses, in riferimento al New Masses americano.

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L'orientamento iniziale di Masses non poteva essere molto differente da quella di Monde e la dichiarazione d'intenti presente nel primo numero, datato gennaio 1933, affermava in particolare: "Una cultura rivoluzionaria si oppone alla cultura borghese. Nella grande lotta, questa cultura è un'arma". E anche: "Difenderemo, contro le calunnie borghesi, lo sforzo fatto dall'URSS per edificare una società senza classi, opponendo la verità alla menzogna".

Gli avvenimenti modificheranno in parte il progetto editoriale di Masses. Questo primo numero comprende degli articoli sull'architettura, la sociologia, il teatro, e dei testi sull'unità operaia. Il secondo numero pubblica inoltre un racconto di Rustico [8] nel quale l'autore dà conto delle azioni e dello stato d'animo dei militanti rivoluzionari comunisti di Berlino che egli ha raggiunto nell'ottobre 1932, persuaso dell'imminenza in Germania di uno scontro decisivo tra la reazione e le masse rivoluzionarie. Il terzo numero, datato marzo 1933, rende omaggio a Karl Marx per il cinquantesimo anniversario della sua morte con, in particolare, l'inizio di un'esposizione della tesi centrale di L'Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg. Masses è una pubblicazione mensile di venti pagine, di formato medio, dall'impaginazione piuttosto ben spaziata, con alcune illustrazioni, una cura particolare è data a quella della copertina.

I redattori di Masses sono essenzialmente dei giovani membri dei gruppi di studio. Ma un cambiamento avverrà rapidamente nella composizione della redazione: nel maggio del 1933, Masses rende nota una comunicazione del Circolo comunista democratico (Cercle communiste démocratique) annunciando che Victor Serge, che viveva in Unione sovietica dal 1919, era stato arrestato. Faceva parte degli scrittori che sostenevano Monde. In luglio, Masses pubblica una lettera di una lettera di Victor Serge in cui espone i principi della sua opposizione al regime. René Lefeuvre richiede: "Che le fonti autorizzate facciano conoscere al proletariato d'occidente le ragioni che hanno valso a Victor Serge la punizione subita e perché gli si rifiuta da anni il passaporto che gli è necessario per uscire dalla Russia". Queste affermazioni sono le più moderate, se le si raffronta a quelli del Circolo comunista democratico. Nello stesso numero anche una nuova relazione di Rustico, sui mesi da gennaio a marzo 1933 che hanno portato alla vittoria dei nazisti, alla dichiarazione di fuorilegge del partito comunista e alla repressione dei suoi militanti. Masses non pubblica le lettere di lettere di Rustico nelle quali mette in causa le direzioni del partito comunista e dell'Internazionale; tutto ciò è troppo per i redattori membri del partito comunista. In un comunicato pubblicato da L'Humanité, denunciano le posizioni a favore di Victor Serge, pubblicate, secondo loro, contro il parere della redazione, e la "polemica relativa agli avvenimenti della Germania" e avvertono i lettori "che la rivista Masses è destinata a diventare uno strumento tra le mani dei controrivoluzionari". Essi dovranno allora lasciare la redazione.

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Nei numeri seguenti, compaiono delle nuove firme; sono quelle di militanti provenienti dalle opposizioni di sinistra del partito comunista, tra cui alcuni, come Marcel Body [9], hanno un'esperienza importante. Avendo Masses lanciato un'inchiesta sul fascismo tedesco, Kurt Landau vi apporta il suo punto di vista, così come lo fanno un rappresentante del SAP, e un altro dei gruppi comunisti operai tedeschi, proveniente dalle organizzazioni comuniste dei consigli. Masses diventa molto meno l'espressione dei gruppi di studi e soprattutto quella di militanti che cercano delle risposte alle sfide del momento. L'attualità, compresi i dibattiti all'interno della SFIO, e la riflessione teorica vi hanno un posto preponderante. Nel gennaio del 1934 – 15° anniversario – Masses pubblica l'ultimo articolo di Rosa Luxemburg e l'ultimo discorso di Karl Liebknecht. Nel maggio del 1934, così come aveva fatto per il tema del fascismo, la redazione lancia un'inchiesta sulla dittatura del proletariato e della democrazia, consegnando alla riflessione un estratto di La Rivoluzione russa di Rosa Luxemburg. Il contributo di Amilcare Rossi [10] esce sul numero seguente, il 18°, nel giugno 1934. Ma gli altri contributi non saranno pubblicati: sul numero 19, che sarà anche l'ultimo, è annunciato che saranno oggetto di un numero speciale che non è invece mai uscito.

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Se René Lefeuvre è stato costretto a sospendere l'uscita di Masses, è perché avendo perso il suo lavoro di commesso, non ha più avuto modo di pagarne le spese. Gli Amis de Monde sono stati colpiti dalla rottura tra comunisti e oppositori; Monde stesso, malgrado due primi anni prosperi, conosce delle difficoltà finanziarie. Inoltre, René ha trovato un nuovo ambiente militante: insieme ad altri redattori di Masses, ha aderito al partito socialista nell'agosto del 1934.

È a prima vista sorprendente che dei militanti rivoluzionari, che si richiamano al marxismo, entrino in un tale partito, il cui radicamento operaio è significativo soltanto in alcune regioni, e che si occupa soprattutto delle elezioni. Ma la SFIO ha subito alcune scosse importanti nel corso dei mesi precedenti: ha rinunciato all'alleanza con il partito radicale, che partecipa a un governo di Unione nazionale; la sua ala destra è stata espulsa, ma il dibattito sulla pianificazione che ha contribuito a introdurre nel partito conduce quest'ultimo a dibattere un programma d'azione. Inoltre, la corrente di sinistra, la Bataille socialiste, diretta da Jean Zyromski e Marceau Pivert, e favorevole all'unità d'azione con i comunisti, ha perduto la sua ala più pacifista. Inoltre, sentendosi impegnato in una competizione con i fascisti, si è messo a sviluppare nuove forme di organizzazione e d'azione: movimenti giovanili, gruppi di autodifesa in uniforme, gruppi d'intervento, rinnovo e diversificazione delle forme di propaganda. Infine, Trotski ha anche ordinato ai suoi sostenitori francesi, i bolscevico-leninisti, di entrare nella SFIO, il che essi fanno nell'agosto del 1934.

Ma sono gli avvenimenti sanguinari del febbraio 1934 e le loro conseguenze che hanno convinto René e i suoi compagni ad unirsi all'organizzazione socialista. Il 6 febbraio, la mattina stessa della manifestazione antiparlamentare di estrema destra, Marcel Cachin scriveva su L'Humanité: "Non possiamo lottare contro il fascismo senza lottare anche contro la socialdemocrazia". Se, il 12 febbraio, i militanti di sinistra i erano uniti negli scioperi e nelle manifestazioni, non era grazie alle direzioni nazionali dei partiti. La Bataille socialiste, si dichiara favorevole all'unità. Nel maggio 1934, l'Internazionale comunista cambia politica, e sprona al fronte unico con i socialisti. Il 27 luglio, un patto viene firmato tra i due partiti. Aimé Patri [11], sull'ultimo numero di Masses, si inganna forse sulle ragioni di questo mutamento di rotta dell'Internazionale: "È la classe operaia francese che spontaneamente e manifestando con i suoi atti le sue aspirazioni unitarie che ha obbligato l'I.C. così come la sezione francese della I.O.S. a tenerne conto". Sia quel che sia, per i militanti, è la speranza di un'azione infine efficace, attraverso l'unità realizzata alla base, in comitati di vigilanza.

Pubblicando Masses, René Lefeuvre era stato formato alle tecniche dell'edizione dagli operai della stampa, e potrà oramai

 

 

avait été formé aux techniques de l’édition par les ouvriers de l’imprimerie, et il pourra désormais aussi gagner sa vie comme correcteur d’épreuves. En décembre 1934, avec des membres de la dernière équipe de Masses, il lance un hebdomadaire : Spartacus, pour la culture révolutionnaire et l’action de masse. Dans le premier numéro, il est précisé que Masses continue, mais uniquement sous forme de numéros spéciaux. Le premier de ces numéros – ce sera le seul – est une brochure sur la Commune de Berlin de 1918 – 1919 réalisée par André [12]. et Dori Prudhommeaux, contenant pour l’essentiel le programme de la Ligue Spartacus et le discours sur ce programme de Rosa Luxemburg. Pour René, il est essentiel de faire connaître les écrits politiques de Rosa Luxemburg, très peu traduits et diffusés en France. Cette préoccupation apparaît nettement dans les articles de Spartacus.

André Prudhommeaux, qui a été brièvement membre du parti communiste, a fait partie en 1929 - 1930 des « Groupes ouvriers communistes », inspirés par le communisme de conseils allemand, en relation avec Karl Korsch et rejetant le léninisme. Il a enquêté en Allemagne, y est allé chercher des documents ; en 1930, sa Librairie ouvrière, à Paris, a publié en brochure la Réponse à Lénine rédigée par Herman Gorter en 1920 pour réfuter les tactiques que l’Internationale naissante imposait aux partis communistes occidentaux. En 1933, il est l’un des animateurs en France du Comité de soutien à Marinus Van der Lubbe, l’incendiaire du Reichstag. L’effondrement du mouvement ouvrier allemand le fera s’éloigner des marxistes et devenir libertaire. À partir de 1936 il se consacrera à la défense de la révolution espagnole, en restant critique à l’égard de la participation de la CNT au gouvernement. Militant, éditeur et imprimeur (installé à Nîmes, il a fondé une imprimerie coopérative), il fournira à René des textes, des conseils pour l’organisation de ses éditions et s’emportera parfois devant la lenteur de celui-ci à les mettre en pratique.

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Spartacus ne tiendra pas le rythme hebdomadaire prévu ; en avril 1935, le huitième numéro reconnaît que Spartacus est au mieux un mensuel…Le dernier numéro, le dixième, paraît en septembre 1935 : il n’a que quatre pages et dénonce l’exclusion des trotskystes des Jeunesses socialistes, pour lesquelles il revendique l’autonomie par rapport à la direction de la SFIO.

En mai 1935, un traité d’assistance mutuelle est signé entre la France et l’Union soviétique. Staline « comprend et approuve pleinement la politique de défense nationale faite par la France… ». Le parti communiste s’aligne rapidement sur cette nouvelle orientation de l’Internationale, se réapproprie le drapeau tricolore et la Marseillaise. Le spectre d’une nouvelle Union sacrée qui, en 1914, a envoyé le peuple au massacre, resurgit.

Cette nouvelle situation politique aggrave les dissensions qui existent depuis longtemps au sein de la Bataille socialiste : sur l’unité avec le parti communiste, sur la défense nationale, sur les formes de l’action militante, Zyromski et Pivert représentent deux orientations distinctes. Pivert est contre une éventuelle réunification avec le parti communiste, il rejette la défense nationale en régime capitaliste. En octobre 1935, Marceau Pivert prend l’initiative de rassembler les courants de gauche de la SFIO : c’est la naissance de la Gauche révolutionnaire, qui se définit par des refus et une perspective – celle de la révolution socialiste – plus que par une doctrine, qui reste à préciser. Elle réunit divers petits groupes, dont celui des animateurs de Spartacus, des socialistes révolutionnaires, autrefois exclus de la SFIO parce que partisans de l’unité d’action avec le parti communiste, et des anciens de celui-ci. Surtout, elle attire les secteurs les plus jeunes, les plus combattifs, du Parti. Cette nouvelle tendance de la SFIO va se doter d’un bulletin mensuel du même nom, La gauche révolutionnaire ; René Lefeuvre en est chargé ; il en tiendra aussi la rubrique syndicale, au moment même où la CGT se réunifie.

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René a cherché à relancer Masses en remplaçant dans La gauche révolutionnaire les articles concernant la vie interne de l’organisation par des articles de doctrine ou d’histoire du mouvement ouvrier, mais cette formule a déplu à un certain nombre de militants. En 1934, il avait défini un programme de publication destiné à « armer idéologiquement les masses prolétariennes et les préparer à la lutte sur tous les terrains » : une revue comme Masses, paraissant plus fréquemment, rendant mieux compte des luttes quotidiennes et plus attrayante ; des brochures approfondissant les problèmes actuels ; des brochures d’histoire révolutionnaire. C’est au deuxième volet de ce programme qu’il va se consacrer. Non seulement il faut répondre aux nécessités de l’heure, mais la Librairie du travail [13], l’éditeur qui, depuis vingt ans, est une référence, un point d’ancrage pour les révolutionnaires, est en grande difficulté ; elle cessera d’ailleurs son activité en 1937. Les thèmes que vont aborder ces brochures, les Cahiers Spartacus dénommés « nouvelle série », sont effectivement brûlants : la réalité du régime soviétique, la perspective d’une nouvelle guerre, le soutien à apporter à la révolution espagnole.

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Le premier Cahier Spartacus, paru en octobre 1936, s’intitule 16 fusillés, avec pour sous-titre Où va la révolution russe ? Il contient des textes de Victor Serge, enfin libéré et rentré en France dans l’été ; le premier d’entre eux raconte le plus spectaculaire des procès de Moscou, qui a débouché sur l’exécution de Zinoviev, Kamenev, Smirnov et d’autres dirigeants bolcheviks. Ils sont suivis par deux textes s’élevant contre la politique de « non-intervention » en Espagne, et notamment contre le refus du gouvernement français de fournir des armes aux républicains espagnols. La brochure suivante, en novembre, offre, sous le titre Union sacrée 1914 -193… des extraits du premier volume du très important Le mouvement ouvrier pendant la guerre d’Alfred Rosmer qui vient de paraître à la Librairie du Travail. On y trouve aussi des textes sur l’unité syndicale et les collectivisations en Espagne, tirés de L’Espagne socialiste, organe en français du POUM, dont la Gauche révolutionnaire se sent proche ; et aussi un commentaire sur la parution du Staline, aperçu historique du bolchevisme, de Boris Souvarine, et de La révolution trahie de Trotski. Le mois suivant, sous une couverture des Cahiers Spartacus, on trouve la brochure de Jean Prader [14], Au secours de l’Espagne socialiste, également publiée par la Librairie du Travail. René Lefeuvre l’accompagne de l’autorisation de la publier donnée par Marceau Pivert, car Prader y critique l’attitude de la Gauche révolutionnaire, et aussi d’un cri d’alarme de Julian Gorkin du secrétariat international du POUM attirant l’attention sur les crimes que préparent les staliniens en Espagne. Cette brochure ne se contente pas de donner les arguments, et un point de vue, pour ou contre la politique de « non-intervention » ; elle aborde aussi la douloureuse question de l’attitude à adopter face à la guerre, question qui va miner les militants dans les années qui suivent.

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La brochure suivante contient la première édition en français depuis 1922 de La Révolution russe de Rosa Luxemburg dans une nouvelle traduction de Marcel Ollivier [15].. Viendront ensuite le programme de la Gauche révolutionnaire et sa réponse à la menace de dissolution dont elle fait l’objet, puis, en mars 1937, les textes sur la Catalogne révolutionnaire publiés au même moment dans ses Cahiers de Terre libre par André Prudhommeaux. Elle comprend un premier texte d’André et Dori Prudhommeaux sur l’armement du peuple dans la révolution espagnole, et Que sont la CNT et la FAI ?, un texte rédigé par le groupe DAS de Barcelone dans le but de contrecarrer la propagande stalinienne dans le mouvement ouvrier. En juin, Les Cahiers Spartacus publient sous le titre Le Guépéou en Espagne le témoignage de Marcel Ollivier sur les journées de mai 1937 à Barcelone. Jusqu’en novembre 1938, René publiera ainsi quinze brochures.

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Jusqu’alors, René Lefeuvre et ses camarades n’ont eu pratiquement aucun contact avec les anarchistes et leurs doctrines ; on rappellera que Rosa Luxemburg, dans ses écrits du début du siècle, n’avait pas de mots assez durs pour eux. René les trouvait difficiles à situer, leurs groupes étaient fermés. C’est la reconnaissance du rôle moteur joué dans les premiers mois de la révolution espagnole par les comités de la CNT et les nécessités de la solidarité révolutionnaire internationale qui amenèrent René à diffuser ces textes. En 1938, il publiera un autre Cahier de Terre libre, un recueil de textes de Camillo Berneri.

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Les désaccords grandissants entre la majorité de la SFIO et la Gauche révolutionnaire aboutissent à la dissolution de celle-ci en avril 1937 ; René prend en charge le nouveau mensuel de la tendance, les Cahiers rouges. Au congrès de Royan, en juin 1938, les animateurs de la tendance se résolvent à la scission et fondent le Parti socialiste ouvrier et paysan (PSOP). Pour René, et il n’est pas le seul, c’est un échec car le nouveau parti ne rassemble qu’une minorité de ceux qui soutenaient la Gauche révolutionnaire, dont l’influence allait croissant. Le PUP [16] ayant rejoint la SFIO après les élections de 1936, c’est le PSOP qui est désormais l’organisation française du Bureau international pour l’unité socialiste révolutionnaire, qui crée en septembre 1938 le Front ouvrier international contre la guerre, qui appelle au défaitisme révolutionnaire ; mais, comme Prader l’avait fait remarquer dans un numéro de Spartacus, cette position, prônée en son temps par Lénine, n’évite pas la guerre.

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René Lefeuvre assure alors l’édition de l’hebdomadaire du PSOP, Juin 36. En janvier 1939, il lance une nouvelle génération de Masses, dont il publiera trois numéros. Lors de la mobilisation, malgré une condamnation à six mois de prison pour les prises de position du PSOP, il est incorporé. Il sera fait prisonnier et passera cinq ans en Allemagne.

 

NOTE

 

[1] Jeunesse du socialisme libertaire, Marcel Rivière, Parigi, 1959.

[2] Andres Nin, dirigente del Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM), citato da René Lefeuvre nella sua presentazione dei testi di André e Dori Prudhommeaux riuniti con il titolo Catalogna 1936-1937Cahiers Spartacus, n° 6, marzo 1937.

[3] Su Boris Souvarine, vedere ad esempio Jean-Louis Panné, Boris Souvarine, Robert Laffont, Parigi, 1993.

[4] Cercle communiste démocratique (Circolo comunista democratico), Déclaration et Statuts, Librairie du travail, Parigi, 1931, citato da Critique sociale, Les vies de Boris Souvarine, www.critique-sociale.info, 2008.

[5] Su Monde, vedere ad esempio Bernard Frederik, Confrontation entre Henri Barbusse et le Komintern, Fondazione Gabriel Péri, 2006 e Guessler Normand, Henri Barbusse and his Monde (1928-1935), Journal of Contemporary History, 1976, 11.

[6] L'Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari (AEAR), sezione francese della Unione internazionale degli scrittori rivoluzionari, verrà infine nel 1933.

[7] 

 

 

 

 

 

ion internationale des écrivains révolutionnaires, sera finalement créée en 1933.

[7] Otto Maschl (1898-1973). Communiste autrichien, il est correspondant à Berlin de l’Humanité de 1921 à 1923 à la demande de Boris Souvarine, puis jusqu’en 1927 professeur d’économie à Moscou pour l’Internationale, avec laquelle il rompt.

[8] Hippolyte Etchebehere (1900-1936), militant révolutionnaire argentin, exclu du parti communiste en 1925 pour son soutien à l’Opposition de gauche. Responsable d’une colonne de miliciens du POUM, il meurt en août 1936 en combattant les franquistes. Son témoignage sur la prise du pouvoir par les nazis reste disponible (1933 : la tragédie du prolétariat allemand, Spartacus, Paris, 2003).

[9] 1894-1984. Typographe, il se passionne pour la lecture et apprend le russe ; il fait partie pendant la première guerre mondiale de la mission militaire française en Russie. En 1918, il refuse de participer aux opérations militaires contre les soviétiques et se joint au Groupe communiste français à Moscou. Il travaille plusieurs années pour l’Internationale puis, opposé au régime, revient en France en 1927 et après une année d’opposition à l’intérieur du parti communiste, il fonde à Limoges une Union des travailleurs révolutionnaires

[10] Angelo Tasca, l’un des fondateurs du parti communiste italien. Membre de l’exécutif de l’Internationale communiste en 1929, puis exclu. Il était membre du comité de rédaction de Monde.

[11] André Ariat (1904-1983). Enseignant, il avait été membre du parti communiste, puis de groupes d’opposition, du Cercle communiste Marx et Lénine et des premiers groupes trotskystes et dernièrement du groupe de la Gauche communiste, avec Alfred Rosmer et Kurt et Katia Landau.

[12] 1902-1968. Il donne à Masses quelques articles sous le pseudonyme de Jean Cello. Il utilisera également celui d’André Prunier

[13] Voir Marie-Christine Bardouillet, La Librairie du Travail, François Maspéro, Paris, 1977.

[14] Édouard Labin (1910-1982). Membre des jeunesses communistes, il en est exclu en 1930 ; Après un passage à la Ligue communiste, il rejoint le Cercle communiste démocratique. Il adhère à la SFIO en 1934.

[15] Aaron Goldenberg (1896-1993). Il est délégué par les Jeunesses socialistes au IIe congrès de l’Internationale, et participe ensuite au IVe congrès. Il travaille jusqu’en 1928 pour l’Institut Marx-Engels et l’Internationale, notamment avec D. Riazanov, B. Souvarine et V. Serge, et manifeste son opposition aux orientations et aux méthodes adoptées par cette dernière. Il s’éloigne ensuite du parti communiste

[16] Parti d’unité prolétarienne, formé en 1930 par l’union de plusieurs groupes d’exclus du parti communiste. Disposait dans certaines villes d’une implantation électorale non négligeable.

 

 

 

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14 agosto 2015 5 14 /08 /agosto /2015 05:00

Pietro Gori

Pietro Gori nacque a Messina il 14 agosto 1865 da Francesco, originario dell'isola d'Elba, cospiratore risorgimentale e comandante del presidio di artiglieria di Messina, e da Giulia Lusoni, discendente da una nobile famiglia di Rosignano Marittimo. Compiuti gli studi classici a Livorno, il Gori si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pisa, dove fu allievo prediletto del grande criminalista Franco Ferrara.

Da studente abbracciò le idee libertarie e nel 1887 diede alle stampe l'opuscolo Pensieri ribelli (poi in Opere complete, La Spezia 1911-12; nuova ed. Milano 1947-48, come gli altri titoli citati) che gli valse un processo, nel quale fu difeso da Enrico Ferri, uscendone assolto.

Nel 1889 si laureò, con il massimo dei voti e la lode, con una tesi di sociologia criminale intitolata significativamente La miseria e il delitto. Nel 1890 il Gori fu arrestato a Livorno e condannato a un anno di carcere come istigatore del grande sciopero scoppiato il 1° maggio; il verdetto venne poi annullato dalla Cassazione quando il Gori aveva ormai scontato quasi per intero la pena. Sottoposto a uno stretto controllo di polizia, decise di trasferirsi a Milano, dove Filippo Turati lo accolse nel suo studio e lo aiutò nell'attività professionale, instaurando con lui un rapporto di stima e amicizia al di là delle profonde divergenze politiche.

Nel 1891, dal 4 al 6 gennaio, Gori prese parte al congresso di Capolago, promosso da Errico Malatesta e Amilcare Cipriani per dar vita al Partito socialista anarchico rivoluzionario, di cui divenne uno dei principali esponenti e propagandisti. Nello stesso anno tradusse e curò la prima edizione integrale del Manifesto del partito comunista Karl Marx e Friedrich Engels e fondò e diresse a Milano il periodico "socialista anarchico" L'amico del popolo: tutti i ventisette numeri del giornale vennero sequestrati procurandogli denunce e arresti. Sempre nel 1891 partecipò al congresso operaio di Milano come rappresentante della Federazione cappellai del lago Maggiore.

In quella sede Gori presentò un ordine del giorno in favore della linea libertaria, astensionista e antiparlamentare, che si contrapponeva a quello della maggioranza, guidata da Turati, favorevole al metodo legalitario e alla partecipazione socialista alle elezioni. Era il preannuncio di quel che avvenne l'anno successivo al congresso di Genova, allorché Gori rivendicò per gli anarchici la libertà di svolgere la loro propaganda tra i socialisti: "Perché - disse - ci mettete alla porta? Dove voi sarete, là vi seguiremo". Replicò Turati: "Voi non ci seguirete. Noi non vi metteremo alla porta. Soltanto noi siamo stanchi di voi e ci separiamo" (Zangheri, p. 477).

L'esito del congresso del 1892, che sancì la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani (poi Partito socialista italiano) e la sconfitta degli anarchici, amareggiò particolarmente Gori, il quale, contrario alle tendenze individualiste e al metodo violento, riteneva che il vero socialismo non potesse non essere anarchico. Nell'agosto 1893 partecipò al congresso internazionale socialista di Zurigo, al quale intervennero anche Turati, Anna Kuliscioff e Antonio Labriola e ne venne espulso, insieme con Cipriani. All'inizio del 1894 fu tra i fondatori della rivista La lotta sociale, la cui pubblicazione venne sospesa dopo il sequestro del primo numero.

In questo periodo Gori scrisse, oltre ad alcuni opuscoli propagandistici, opere poetiche (Alla conquista dell'avvenire, Prigioni e battaglie) e drammi teatrali (Senza patria e Proximus tuus) che ottennero vasti consensi di critica e di pubblico. Al tempo stesso si affermava come grande penalista dall'oratoria trascinante, protagonista di quasi tutti i principali processi politici che vedevano gli anarchici sul banco degli imputati.

Tra essi vi fu Sante Caserio, difeso da Gori davanti al tribunale di Milano prima che, il 24 maggio 1894 a Lione, pugnalasse a morte il presidente della Repubblica francese Sadi Carnot. Per quella difesa giudiziaria Gori, unico degli esponenti libertari più rappresentativi ancora in Italia, venne additato come ispiratore dell'attentato di Lione.

Per sfuggire all'ondata repressiva che investì gli anarchici anche Gori fu costretto a riparare all'estero. Si stabilì a Lugano, dove continuò a svolgere attività politica facendo della sua casa un ritrovo di altri esuli, tra i quali A. Cabrini e G. Podrecca. Dopo aver subito un misterioso attentato senza conseguenze, nel gennaio 1895 venne arrestato insieme con altri fuorusciti, trattenuto in carcere per due settimane e quindi espulso dalla Svizzera. Questa amara esperienza gli ispirò Addio Lugano, il più celebre tra gli inni da lui composti. Dopo brevi soggiorni in Germania e in Belgio raggiunse Malatesta a Londra e, al suo fianco, partecipò alle lotte dei lavoratori inglesi.

A Londra Gori tenne conferenze e strinse amicizia con noti esponenti dell'anarchismo internazionale come Piotr Kropotkin, Louise Michel, Sébastien Faure e Charles Malato.

Le persistenti difficoltà a procurarsi mezzi di sostentamento lo indussero ad accogliere l'invito dell'agitatore socialista olandese Domela Niewenhuis a recarsi ad Amsterdam, ma poco dopo, avendo problemi con una lingua completamente sconosciuta, decise di rientrare a Londra. Da lì s'imbarcò come semplice marinaio sulla "Neuland", navigando per i mari del Nord prima di approdare a New York, dove amici e compagni lo convinsero ad abbandonare la nave.

Iniziò allora un'intensissima attività di conferenziere e di propagandista politico attraverso le principali città degli Stati Uniti e del Canada. Tenne più di 400 conferenze, trattando di politica, poesia, cultura, filosofia, morale, geografia, facilitato dalla padronanza delle lingue francese, inglese e spagnola. A Paterson, roccaforte anarchica del New Jersey, contribuì alla fondazione della rivista La Questione sociale, pubblicò e fece rappresentare il bozzetto sociale in un atto Primo maggio.

la questione sociale

 

Nel luglio 1896 si recò a Londra per partecipare, quale rappresentante delle Trade Unions nordamericane, al congresso operaio internazionale che ripropose il duro scontro tra socialisti e anarchici e sancì la definitiva sconfitta di questi ultimi. Le amarezze politiche e il peso della frenetica attività concorsero al peggioramento della salute di Gori, minata dalla tisi. Subito dopo la conclusione del congresso venne colto da un grave esaurimento nervoso e ricoverato in un ospedale londinese. Grazie all'interessamento dei deputati G. Bovio e M. R. Imbriani poté rientrare in Italia per curarsi, ottenendo la commutazione della condanna al domicilio coatto, ancora pendente su di lui, nell'obbligo di risiedere all'isola d'Elba. Dopo una breve convalescenza, nel 1897 Gori si trasferì a Milano dove riaprì lo studio legale.

 

Tornò nelle aule di giustizia a difendere i suoi compagni di fede, tra i quali Malatesta, e riprese a collaborare con i giornali anarchici.

Nel 1898, all'inaugurazione del monumento ai martiri delle Cinque giornate di Milano, Gori, acclamato dalla folla, improvvisò un discorso non autorizzato; tale intervento figurò fra i principali capi d'accusa nel processo che seguì i moti popolari scoppiati nel corso di quello stesso anno. Il Gori venne condannato a 12 anni di carcere, in contumacia, dal momento che aveva già provveduto a espatriare. Raggiunta Marsiglia s'imbarcò per Madera e successivamente per il Sudamerica, soggiornando a Santos, a Rio de Janeiro e infine a Buenos Aires.

 

Qui tenne corsi di sociologia criminale all'università, fondò e diresse la rivista Criminologia moderna, alla quale collaborarono tra gli altri C. Lombroso, G. Ferrero ed E. Ferri. Fu tra i promotori della Federacion obrera regional argentina e, grazie al suo impulso, l'anarchismo argentino uscì dalla fase individualistica e venne definendosi come socialismo anarchico per volgersi infine verso il comunismo anarchico. Dopo aver tenuto acclamate conferenze anche in Uruguay, Paraguay e Cile, Gori, per incarico della Sociedad cientifica argentina, effettuò, insieme con il pittore A. Tommasi e il poeta C. Pascarella, una vasta esplorazione dell'Estremo australe, con esiti di grande interesse antropologico e geografico. Gori continuava intanto a interessarsi alle vicende italiane e quando, dopo il regicidio compiuto da Gaetano Bresci, montò una nuova ondata antianarchica scrisse l'opuscolo La nostra utopia, nel quale giustificava l'attentato.

Image illustrative de l'article Fédération ouvrière régionale argentine

 

Nel 1903, grazie all'amnistia che cancellava la pena del 1898, fece ritorno in Italia. Nello stesso anno fondò con Luigi Fabbri la rivista Il Pensiero, sulla quale ebbe modo di esprimere in modo organico la sua concezione del socialismo, dell'anarchismo e della lotta sindacale. Dopo aver compiuto nuovi viaggi in Egitto e in Palestina, sui quali riferì in un nuovo giro di conferenze, Gori, colpito anche da un malattia tropicale, si ritirò nuovamente all'isola d'Elba dove fu l'animatore dello sciopero dei minatori e tra i promotori della Camera del lavoro aderente all'Unione sindacale italiana.

 

Pietro Gori morì a Portoferraio l'8 gennaio 1911.

 

Giuseppe Sircana

 

 

Monumento a Pietro Gori al cimitero di Rosignano Marittimo

 

 

 

 

Fonti e Bibliografia

 

Oltre al già ricordato volume delle Opere complete, si veda ancora: Scritti scelti, a cura di G. Rose, Cesena 1968. V. Mazzoni, Pensieri. Ricordi ed opere di Pietro Gori, Pisa 1922; La vita e l'opera di Pietro Gori nei ricordi di Sandro Foresi, Milano 1948 (il volume comprende Ultime battaglie. Lettere e scritti inediti di Pietro Gori e Notizie biografiche su Pietro Gori di L. Fabbri); Commemorando Pietro Gori nel 40° della morteRoma, 1950; G. Manacorda, Il movimento operaio attraverso i suoi congressi (1853-1892)Roma, 1953, ad indicemA. Borghi, Mezzo secolo di anarchia, Napoli, 1954, ad indicem; C. Molaschi, Pietro GoriMilano, 1959 (nuova ed. Pescara 1999); E. Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, Milano, 1959, ad indicem; Rosignano a Pietro Gori, Cecina 1960; L. Cortesi, La costituzione del Partito socialista italianoMilano 1962, ad indicem; La corrispndenza di Marx e Engels con italiani 1848-1895, a cura di G. Del Bo, Milano 1964, ad indicem; A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma 1965, ad indicem; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma 1966, ad indicemG. Dinucci, Pietro Gori e il sindacalismo anarchico in Italia all'inizio del secolo, in Movimento operaio e socialista, XIII (1967), 3-4, pp. 289-301; L. Briguglio, Il Partito operaio italiano e gli anarchici, Roma 1969, ad indicem; Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo, Torino 1971, ad indicem; D. Perli, I congressi del Partito operaio italiano, Padova 1972, ad indicemV. Emiliani, Gli anarchici, Milano 1973, ad indicem; P. C. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano 1974, ad indicem; R. Paris, L'Italia fuori d'Italia, in Storia d'Italia (Einaudi), IV, Dall'Unità a oggi, 1, Torino 1975, ad indicem; P. C. Masini, I leaders del movimento anarchicoBergamo 1980, pp. 115-125; Centro studi P. Gobetti - Istituto di storia della Resistenza in Piemonte, Un'altra Italia nelle bandiere dei lavoratori, Torino 1980, ad indicem; O. Bayer, L'influenza dell'emigrazione italiana nel movimento anarchico argentinoin Gli Italiani fuori d'Italia, a cura di B. Bezza, Milano 1983, pp. 531 s., 537, 541 ss.; M. Antonioli, Pietro Gori o la breve stagione del del cavaliere errante, in Annali dell'Istitutodi storia della Facoltà di magistero dell'Università di Firenze, III (1982-84), pp. 109-133; A. Dadà, L'anarchismo in Italia: fra movimento e partito, Milano 1984, ad indicem; G. Ferro, Protagonisti del movimento socialismo socialista in Italia, Roma 1992, s. v.; M. Antonioli, Pietro Gori il cavaliere errante dell'anarchia, Pisa, 1995; R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, II, Dalle prime lotte nella Valle Padana ai fasci siciliani, Torino, 1997, ad indicemIl movimento operaio italiano. Dizionario biografico, II, ad vocem; L. Bettini, Bibliografia dell'anarchismo, I, 1-2, Firenze, 1972-76, ad indicem.

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22 luglio 2015 3 22 /07 /luglio /2015 13:12
1872: Saint-Imier, culla dell'anarchismo

È qui che tutto è iniziato... La domenica del 16 settembre 1872 si è aperta nel borgo svizzero di Saint-Imier un congresso internazionale di cui si può dire, a posteriori, che segnò la nascita del movimento anarchico organizzato. Ma non fu un congresso anarchico.

Convocato in tutta fretta, dopo la scissione avvenuta alcuni giorni prima al quinto congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori (A.I.T) all'Aia, esso raccoglie una quindicina di delegati spagnoli, svizzeri, italiani e francesi, quest'ultimi residenti in Svizzera. Molti dei partecipanti provengono dall'Aia, dove insieme a Belgi e Olandesi hanno difeso la “dichiarazione della minoranza” a favore dell'autonomia e del federalismo. Son passati per Amsterdam e Bruxelles, accolti calorosamente dalle sezioni operaie di queste città, poi per Zurigo dove hanno tenuto una riunione con Bakunin, la sezione slava della città e alcuni Italiani.

Quest'ultimi avevano costituito una federazione dell'Internazionale, un mese prima, che aveva dichiarato immediatamente di rompere “ogni solidarietà con il Consiglio generale di Londra, affermando ancor più la sua solidarietà economica con tutti i lavoratori” e proponendo lo svolgimento di un “congresso generale anti-auroritario” in Svizzera. I Giurassiani avrebbero preferito un'Internazionale che raggruppasse i lavoratori di tutti i paesi e di tutte le tendenze; ma la maggioranza del congresso dell'Aia aveva espulso James Guillaume e cercò di espellere Adhémar Schwitzguébel: non restava che andare avanti separatamente.

Già l'anno precedente, la Federazione giurassiana aveva affermato la sua autonomia al congresso di Sonvilier (un villaggio vicino a Saint-Imier), che dichiarava che “la società futura non deve essere nient'altro che l'universalizzazione dell'organizzazione che l'Internazionale si sarà data” [1]. Malgrado questo riconoscimento del grande compito della AIT, ciò le varrà i fulmini di Marx e dei suoi amici del comitato centrale di Londra.

Max Nettlau [2] distingue in questo momento tre tendenze, o per meglio dire, tre sfumature tra gli anti-autoritari: “Cafiero e i suoi compagni volevano innanzitutto l'affermazione, la propaganda e la realizzazione delle idee anarchiche attraverso l'azione rivoluzionaria e non si preoccupavano affatto di coloro che professavano delle idee meno avanzate.

James Guillaume e i Giurassiani volevano la solidarietà di tutte le federazioni dell'Internazionale nella lotta contro il capitale e il padronato e l'autonomia di ognuna nella scelta delle idee e della tattica da seguire.

A Bakunin la propaganda e l'azione nel senso delle idee anarchiche erano care innanzitutto, ma si allineò alla tattica di non isolarsi dal resto, o piuttosto dal gran numero, dagli operai, purché la libertà di ciascuno fosse rispettata” [3].

Nettlau aggiunge che “dalle discussioni di Zurigo e del Congresso internazionale di Saint-Imier risultarono due organizzazioni internazionali, una pubblica, tra federazioni dell'Internazionale, che aveva come base la solidarietà economica e l'autonomia in fatto di idee e di tattica; l'altro segreto, tra le federazioni nettamente anti-autoritarie o anarchiche, o, più esattamente, tra quelle di quelle federazioni che erano già in relazioni private con Bakunin e i suoi compagni”.

Le risoluzioni

Le risoluzioni adottate a Saint-Imier sono note: la prima riafferma i principi di autonomia e di federalismo, “prima condizione dell'emancipazione dei lavoratori”; la seconda conclude un “patto di amicizia, di solidarietà e di mutuo sostegno” tra le organizzazioni rappresentate; la terza dichiara fieramente “che la distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato” [4].

La quarta risoluzione è citata meno spesso: “la libertà e il lavoro sono la base della morale, della forza, della vita e della ricchezza dell'avvenire... Tuttavia il lavoro non può esercitarsi liberamente senza la proprietà delle materie prime e di tutto il capitale sociale, e non può organizzarsi se l'operaio, emancipandosi dalla tirannia politica ed economica, non conquista il diritto di svilupparsi completamente in tutte le sue facoltà. Ogni Stato, e cioè ogni governo ed ogni amministrazione delle masse popolari, dall'alto in basso, essendo necessariamente fondato sulla burocrazia, sugli eserciti, sullo spionaggio, sul clero, non potrà mai instaurare la società organizzata sul lavoro e sulla giustizia, poiché per la natura stessa del suo organismo è spinto fatalmente ad opprimere il primo e a negare la seconda […].

L'organizzazione libera e spontanea del lavoro dovendo essere quella che si deve sostituire all'organismo privilegiato e autoritario dello Stato politico, sarà, una volta stabilita, la garanzia permanente del mantenimento dell'organismo economico contro l'organismo politico... Lo sciopero è per noi un mezzo prezioso di lotta, ma non ci facciamo alcuna illusione sui suoi risultati economici. L'accettiamo come un prodotto dell'antagonismo tra il Lavoro e il Capitale, avente necessariamente come conseguenza di rendere gli operai sempre più coscienti dell'abisso esistente tra la Borghesia e il Proletariato, di rafforzare l'organizzazione dei lavoratori e di preparare, per mezzo delle semplici lotte economiche, il Proletariato alla grande lotta rivoluzionaria e definitiva che, distruggendo ogni privilegio e ogni distinzione di classe, darà all'operaio il diritto di godere del prodotto integrale del suo lavoro, e attraverso ciò i mezzi di sviluppare nella collettività tutta la sua forza intellettuale, materiale e morale.

La commissione propone al Congresso di nominare una Commissione che dovrà presentare al prossimo Congresso un progetto di organizzazione universale della resistenza,e dei quadri completi della statistica del lavoro nei quali questa lotta attingerà la sua luce”.

L'internazionale anti-autoritaria

Un anno più tardi, sarà uno dei temi importanti del congresso “federalista” di Ginevra, vero congresso operaio. Belgi, Olandesi, Spagnoli, addirittura alcuni Inglesi si aggiungono al nucleo iniziale, relazionano sui conflitti e i successi nei loro paesi, evocano la possibilità dello “sciopero universale”, mentre Guillaume, applaude, pensa che la statistica saprà sostituire la scienza del governo.

Per cinque anni, avente come unico principio un patto di solidarietà e di autonomia, come solo organo un ufficio di corrispondenza, le sezioni di mestiere e le federazioni si scambieranno delle informazioni, si sosteranno reciprocamente, affronteranno senza astio né preoccupazione di egemonia le questioni dell'organizzazione futura della società, della partecipazione o non alla politica, della propaganda e dell'azione, affrontare la repressione e le crisi economiche.

Il Le Bulletin de la Fédération jurassienne, [Bollettino della Federazione giurassiana] da quattro a otto pagine redatte spesso da operai orologiai, pubblicate in 600 copie nel villaggio di Sonvilier, diffonde delle corrispondenze dell'Europa e delle Americhe, la meta delle copie sono spedite all'estero; centinaia di lettere testimoniano la permanenza della sua attività [5].

File:Bulletin de la Fédération Jurassienne.png

Nascita dell'anarchismo…

Allo stesso tempo, parallelamente, l'idea di un movimento anarchico prende corpo. La parola circolava sia tra i suoi sostenitori sia tra i suoi avversari, l'Utopia faceva parte degli obiettivi di molti gruppi.

Nel settembre del 1871, la Federazione spagnola dell'Internazionale dichiarava “che la vera repubblica democratica federale è la proprietà collettiva, l'anarchia e la federazione economica, e cioè la libera e universale federazione delle libere associazioni di operai agricoli e industriali” [6].

Nella primavera del 1873, sono gli Italiani che affermano che “l'anarchia, per noi, è il solo mezzo affinché la Rivoluzione sociale sia un fatto, affinché la liquidazione sociale sia completa, […] affinché le passioni e bisogni naturali, riprendano il loro stato di libertà, compiendo la riorganizzazione dell'umanità sulle basi della giustizia” [7].

Vecchi compagni in compenso, come Benoît Malon, affermano l'impossibilità del “programma anarchico”. Ma Guillaume svi si oppongono fermamente: non vi è teoria anarchica, c'è una teoria collettivista, egli sostiene. Le federazioni del Belgio e dei Paesi Bassi abbondano in questo senso.

In Svizzera...

Nel febbraio del 1876, in un testo edito a Ginevra, François Dumartheray annuncia la prossima uscita di un “libello che tratta di comunismo anarchico”. È la prima volta che apparirva questo termine.

Il 3 marzo 1877, Élisée Reclus dà a Saint-Imier una conferenza sull'anarchia e lo Stato: dopo aver ridotto al loro reale valore le menzogne borghesi sulla parola “anarchia”, spiega il significato scientifico di questa parola, e come dobbiamo rapportarvici. Ha passato in rassegna le diverse forme di Stato – lo Stato teocratico, monarchico, aristocratico e infino lo Stato popolare -, e ha dimnostrato come quest'ultimo, “volendo il governo del popolo per il popolo, sfociasse nelel sue conseguenze logiche, se fosse stato realmente praticato, nell'anarchia […], quell'orizzonte di libertà che desideriamo per la società umana”.

Eccoci qua: anarchici, e fieri di esserlo [8]. In cinque anni, dal settembre del 1872 all'estate del 1877, il movimento anarchico ha assunto la sua identità e una vita propria. Qualificare come anarchici dei movimenti o dei militanti anteriormente a quet'ultima data è dunque un anacronismo.

Tutto è accaduto in Svizzera, grazie anche all'accoglienza di stranieri e di rifugiati politici nel paese: una situazione che, ahimè, è molto cambiata nel corso del tempo, e non soltanto nei confronti degli anarchici.

e fine dell'Internazionale

L'Associazione internazionale dei lavoratori, in quanto a esse, è moribonda. Il ramo “centralista” ha tenuto un ultimo congresso fantasma a Filadelfia, nel 1876; il ramo “federalista”, dopo un tentativo di riunire l'insieme del movimento operaio a Gand, nel 1877, si stanca dei congressi e delle corrispondenze.

Questi anni vedono anche la formazione dei partiti socialisti di tutte le sfumature e dei sindacati riformisti, il ripiegamento sulle organizzazioni nazionali, il passaggio di militanti da una corrente all'altra.

In quanto agli anarchici, fieri di esserlo, danno la priorità ai loro gruppi, al loro movimento dove tutto resta da inventare. Alche qui, occorrerà una lunga gestazione e molti tentativi.

Che senso ha oggi ricordare tutto ciò? Se non vi fosse stato il congresso di Saint-Imier nel settembre del 1872, non ci sarebbe stata la riunione internazionale anarchica che si sarebbe svolta in questo stesso villaggio, non ci sarebbe stata la cooperativa Espace noir (Spazio nero) per accoglierci. Anche se il movimento attuale non un granché a vedere con quello di più di un secolo fa: Schwitzguébel, che predicava la temperanza, sarebbe stato infastidito dalla quantità di birra che vi è stata consumata; Malatesta, che organizzava delle insurrezioni, sarebbe stato deluso nel vedere cos'è diventata l'ideologia “insurrezionalista”; Max Nettlau vi avrebbe trovato più speranza? Egli scriveva nel 1922: “Se si vuole cercare di trarre profitto dagli insegnamenti di Saint-Imier nel 1872, si potrebbe cercare di ristabilire una vera Internazionale su questa base:

solidarietà nella lotta economica contro il capitalismo;

solidarietà nella lotta contro l'autorità, lo Stato;

solidarietà nel rifiuto assoluto della guerra e delle oppressioni nazionaliste;

autonomia completa sul terreno delle idee e della tattica, il che implica il non intervento negli affari degli altri e il rifiuto di ogni monopolio e di ogni dittatura”.

Marianne Enckell (Centro internazionale di ricerche sull'anarchismo, Losanna).

La Prima internazionale

1864: Conferenza di Londra, adozione del Preambolo.

1866: Primo congresso a Ginevra, adozione degli statuti.

1867: Congresso della Lega per la pace e la libertà, poi 2° congresso a Losanna.

1868: 3° congresso a Bruxelles.

1869: 4° congresso a Basilea.

1870: Nessun congresso per via della guerra tra Francia e Prussia.

1871: Nessun congresso per via della repressione seguita alla Comune di Parigi; conferenza a Londra.

1872: 1-8 settembre, 5° congresso all'Aia in Olanda; 15-16 settembre, Congresso anti-autoritario a Saint-Imier (Svizzera).

1873: Due congressi a Ginevra, quello del ramo anti-autoritario seguito da quello del ramo detto centralista.

1876: Ultimo congresso del ramo centralista a Filadelfia.

1877 Ultimo congresso del ramo anti-autoritario a Verviers.

1922: Il 15 settembre, commemorazione del cinquantesimo anniversario del congresso di Saint-Imier. A dicembre, un congresso a Berlino rifonda l'Associazione internazionale dei lavoratori, anarco-sindicalista.

 

NOTE

[1] Circolare a tutte le federazioni dell'Internazionale, La Révolution sociale, Ginevra, 14 dicembre 1871.

[2] Max Nettlau (1865-1944), militante anarchico austriaco e storico dell'anarchismo.

[3] Max Nettlau, “Les Origines de l’Internationale anti-autoritaire”, Le Réveil anarchiste, Ginevra, 16 settembre 1922 (anno XXII, n° 597). Il giornale sarà presto accessibile in rete sul sito del Cira.

[4] Bulletin de la Fédération jurassienne n° 17-18, 15 settembre 1872 (di fatto, 1° ottobre 1872).

[5] Gli archivi della Federazione giurassiana sono soprattutto conservati ad Amsterdam (Istituto internazionale di storia sociale), e in parte anche a Neuchâtel (Fondi James Guillaume, Archivi dello Stato di Neuchâtel).

[6] Citato da Mathieu Léonard, L’Emancipation des travailleurs, [L'emancipazione dei lavoratori], Parigi, 2011, p. 293.

[7] Bulletin de la Fédération jurassienne, 1° aprile 1873.

[8] Amedeo Bertolo, “Venezia e dintorni”, Volontà, 3/1984.

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19 luglio 2015 7 19 /07 /luglio /2015 05:00

I meriti di Roman Rosdolsky. A proposito di "Genesi del Capitale di Karl Marx"

Anselm Jappe

 

È raro ai nostri giorni vedere un lavoro marxista essere tradotto, venduto, letto e discusso, trentaquattro anni dopo la sua prima pubblicazione. Eppure, è esattamente quel che accade oggi in Brasile con "Genesi e struttura del "Capitali" di Karl Marx" [1]. Malgrado si tratti di un libro molto erudito, quest'ultimo non vale unicamente come semplice archivio storico, ma costituisce anche una guida molto attuale per capire l'opera di Marx.

Le poche informazioni biografiche disponibili sull'autore ci fanno credere che la sua vita non è stata particolarmente fortunata: sembra essere stato sempre la persona sbagliata nel posto sbagliato. Nato nel 1888 in Galizia, una regione storica della Polonia), aderisce alle idee socialiste durante la prima guerra mondiale. Collabora all'edizione delle opere complete di Marx e Engels a Mosca quando Stalin decide, nel 1931, di porre fine a questo progetto. Trovandosi in Polonia durante l'occupazione nazista, è fatto prigioniero in un campo di concentramento e emigra infine negli Stati Uniti dove, all'epoca, la vita non era molto facile per un erudito marxista. Ricorda ad esempio la difficoltà nel reperire dei testi da studiare.

Rimane sconosciuto durante la sua vita e muore nel 1967, poco prima della rinascita mondiale di un marxismo intellettuale eterodosso che lo avrebbe probabilmente affascinato. Il suo libro, al quale ha dedicato evidentemente molto tempo, almeno 20 anni, di solitarie meditazioni, è stato pubblicato in Germania nel 1968 e in seguito tradotto in molte lingue. Ha fortemente influenzato la parte teorica più avanzata della nuova sinistra.

Il merito personale di Rosdolsky è tanto più notevole in quanto egli non poteva appoggiarsi su alcun lavoro marxista dell'epoca e ha piuttosto fondato le sue conclusioni sulla sola lettura dei testi di Marx. Di fatto, il suo libro non è nemmeno un'interpretazione, ma piuttosto un esame molto vicino del testo. Rosdolsky scompare quasi del tutto dietro il suo oggetto di studio; pochi marxisti sono stati così vicini a Marx, attraverso analisi minuziose vertenti al contempo sulla critica dell'economia politica e le aspirazioni filosofiche e politiche.

Il libro di Rosdolsky esamina un grande manoscritto di Marx, scritto nel 1857/58, i “Grundrisse”. Pubblicato per la prima volta nel 1939, ebbe all'epoca un impatto limitato, considerato come un semplice schizzo o uno schema del “Capitale” e, di conseguenza, di minor importanza di quest'ultimo.

Il libro di Rosdolsky è quindi il primo esame organico del “Grundrisse”, il suo grande merito è di mostrare come questo manoscritto deve alla dialettica hegeliana della forma e del contenuto, in particolare quando si tratta del valore. È per questo rilievo che Rosdolsky può essere considerato – anche se rimane prudentemente, su numerosi aspetti, nel marxismo tradizionale [2] – un precursore di coloro che oggi mettono in discussione la merce, il lavoro, il valore e il denaro, lo Stato, il mercato e la politica, ecc.

Desideriamo porre l'accento su alcune delle sue migliori analisi. Egli riprende soprattutto una categoria ancora ignorata all'epoca, quella del “lavoro astratto”, e sottolinea che essa non è identica a quella di “lavoro necessario”, perché si rivolge all'aspetto quantitativo del problema piuttosto che al suo aspetto qualitativo. Rosdolsky è stato non soltanto uno dei primi a porre in evidenza l'importanza del valore in Marx, ma ha anche molto bene riassunto il suo ruolo nei differenti livelli dell'analisi di Marx.

La sua acuta coscienza della dialettica tra la forma e il contenuto l'ha portato a una piena comprensione della “contraddizione tra l'impulso illimitato di valorizzazione del capitale e il potere limitato di consumo della società capitalista” (Rosdolsky, edizione tedesca, p. 393). Distanziandosi qui esplicitamente dal marxismo tradizionale, egli ammette di conseguenza l'impossibilità di far corrispondere uso concreto e valore astratto.

A differenza del marxismo tradizionale, Rosdolsky non vede nelle contraddizioni apparenti della realtà capitalista delle semplici mistificazioni, ma l'espressione di contraddizioni reali. Ciò è molto importante per capire il feticismo della merce non come un fenomeno che appartiene unicamente alla sfera della coscienza, ma come un fenomeno ben reale.

Opponendosi in modo esplicito ai “manuali di economia marxista”, Rosdolsky afferma che il feticismo della merce e la formazione del denaro sono “i due aspetti diversi di una sola e stessa realtà: nella produzione mercantile, “la capacità della merce ad essere scambiata” esiste “a fianco di essa, come un oggetto […], come qualcosa di distinto da se stessa”, “non immediatamente identica” ad essa; il valore deve dunque autonomizzarsi di fronte alle merci” (Rosdolsky, edizione francese, p. 180). In altri termini, Rosdolsky riscopre il fatto che, per Marx, il raddoppiamento della realtà sociale costituisce il fondamento della logica del valore.

Ciò che è incredibile per l'epoca, prima del 68, è anche il fatto di ricordare che Marx non ha scritto una “economia politica” perché si tratta anche di una categoria feticcio. La differenza tra la genesi storica e la genesi logica del capitale è stata presentata negli anni 70 da altri come l'ultimissima scoperta, mentre era già stata posta in evidenza da Rosdolsky [3].

Quest'ultimo sottolinea anche che l'accumulazione primitiva è un elemento costitutivo del rapporto capitalista e, di conseguenza, che è “contenuta nel concetto di capitale”; il capitolo del “Capitale” sull'accumulazione primitiva non è dunque soltanto una digressione storica, come credeva anche Rosa Luxemburg (Rosdolsky, edizione francese, p. 358).

Rosdolsky non si avventura quasi mai sul terreno delle conseguenze pratiche della teoria marxista. Ma ha scoperto quegli aspetti di Marx che ispirano oggi i tentativi per rompere con la logica del valore. Rosdolsky non è forse mai stato così attuale di quando ha posto in risalto – è stato probabilmente il solo a farlo – l'importanza di quelle pagine dei “Grundrisse” che annunciano che lo stesso sviluppo del capitalismo distruggerà il valore – e dunque il lavoro - come fondamento della società capitalista. Oggi, numerosi sono quelli che cercano quelle pagine. Egli le chiama, con una passione giustificata, le “riflessioni che - malgrado Marx le abbia scritte più di cento anni fa – non potete leggere oggi che con emozione perché esse contengono una delle visioni più audaci dello spirito umano” (Rosdolsky, edizione tedesca, p. 500).

 

Anselm Jappe

Fortaleza (Brasile), 10 febbraio 2002

(Apparso sulla rivista "O Povo", Fortaleza, Brasile)

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] In Francia, soltanto il primo tomo è stato tradotto e edito come Roman Rosdolsky, La Genèse du "Capital" chez Karl Marx. I. Méthodologie. Théorie de l’argent. Procès de production (tr. Dal tedesco di Jean-Marie Brohm e Catherine Colliot-Thélène), François Maspéro, 1976 (il secondo tomo sembra essere stato tradotto integralmente da J.-M. Brohm ma non è mai stato pubblicato sinora).

[2] Per la critica del valore, il “marxismo tradizionale” (Postone) o il “marxismo del movimento operaio” (Kurz), designano un marxismo che fa una critica del capitale dal punto di vista del lavoro, e che lascia dunque da parte la critica marxiana del valore, del denaro, della merce e del lavoro, accettando tacitamente o esplicitamente la loro eterna esistenza. Questo marxismo accettando il quadro muto della produzione capitalista, non cerca allora che a promuovere la distribuzione di queste stesse categorie, invece di mettere in questione il valore della merce e dunque il lavoro, come principio regolatore come principio regolatore della produzione e della vita sociale.

[3] Per un riassunto su questa questione vedere Anselm Jappe, “Les Aventures de la marchandise. Pour une nouvelle critique de la valeur” [Le avventure della merce. Per una nuova critica del valore], Denoël, 2003, pp. 89-95.

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15 luglio 2015 3 15 /07 /luglio /2015 05:00

Storia della corrente comunista libertaria

Una manifestazione durante gli anni 70.

Periodo di formazione (1872-1901)

1872: il congresso di Saint-Imier, dopo la scissione della Prima Internazionale, è considerato come uno degli atti fondatori del socialismo antiautoritario.
1883: A Lione, il processo dei Settanta è il primo processo spettacolare condotto contro l'anarchismo.

1893-1900: Contro la socialdemocrazia, convergenza con il socialismo antiparlamentare. Mentre il socialismo riformista, sul modello tedesco, impone il proprio modello nella Seconda Internazionale, l'anarchismo si allea con la sinistra socialista per proporre un'altra via.
1898: una prima vittoria contro gli antisemiti. Il Caso Dreyfus vede un'ondata reazionaria in Francia, cementata dall'antisemitismo, il militarismo e il cattolicesimo. I rivoluzionari contendono la strada all'estrema destra, e infliggono loro un'umiliazione nel gennaio 1898.

Osmosi con il sindacalismo rivoluzionario (1901-1913)

1906: la Carta di Amiens determina l'orientamento sindacalista rivoluzionario della CGT.
1907: il congresso anarchico internazionale cerca di chiarire le relazioni con il sindacalismo, e chiama alla creazione di federazioni anarchiche unite da un'Internazionale.

GIF - 6.9 ko1909: L'esecuzione di Francisco Ferrer solleva le masse contro la Chiesa cattolica. La morte del grande pedagogo anarchico ha una risonanza nel mondo intero. In Francia, l'immensa dimostrazione del 17 ottobre 1909 segna una svolta nella pratica francese della manifestazione di strada.
1910: Morire a Biribi! Salviamo Rousset! Il caso Aernoult-Rousset, in cui si coinvolge tutto il movimento anarchico, sindacale e socialista, pone in luce la barbarie delle colonie militari del nord Africa (Chiamati Biribi).
1911: la Rivoluzione messicana è comunista? È la domanda che agita il movimento libertario francese, e non soltanto, nel 1911-1912.
1911: Agadir, la guerra è già qui. La crisi marocchina dell'estate spinge l'Europa sulla soglia della guerra. Mentre il movimento operaio manifesta per la pace, gli anarchici minacciano chiaramente di “sabotare la mobilitazione” in caso di guerra.
1912: La CGT in sciopero generale contro la guerra. La guerra dei Balcani minaccia di incendiare tutto il continente. Mentre i socialisti organizzano un grande congresso pacifista a Basilea, anarchici e sindacalisti rivoluzionari preparano uno sciopero generale contro la guerra, il 16 dicembre 1912.
1913: Inizi di ammutinamenti nelle caserme. Il movimento operaio si oppone al progetto di allungare il servizio militare a tre anni. Dopo un'ondata di proteste tra i coscritti nel maggio 1913, il governo se la prende contro gli !antipatrioti”. Gli anarchici rimproverano allora la direzione della CGT di aver capitolato davanti alla repressione.

Opposizione alla guerra (1914-1918)

1914: Si poteva evitare la guerra? Nel luglio 1914, mentre la CGT è indebolita da due anni di repressioni e di sconfitte, il movimento operaio rivoluzionario è superato dalla rapidità degli eventi. La Federazione comunista anarchica si disgrega.

Perdita di influenza nel movimento operaio (1919-1934)


JPEG - 8.3 ko1919: I “grandi capi” della CGT sabotano la rivoluzione. Gli scioperi della metallurgia parigina, in giugno, potevano essere il preludio di una rivoluzione proletaria? È ciò che pensano gli anarchici e sindacalisti che criticano la direzione oramai riformista della CGT.
1922: A Saint-Étienne, gli “anarco-sindacalisti” perdono la CGTU. Nel dicembre del 1921, la CGT crolla e i sindacati fondano la CGTU. Ma al suo interno, libertari e filocomunisti si oppongono sul progetto sindacale. I primi sono posti in minoranza al I congresso confederale, nel giugno 1922, a Saint-Étienne.
1926-1927: Il caso Sacco e Vanzetti. Mentre l'Unione anarchica è emarginata dal PCF, essa svolge un ruolo propulsore in una grande campagna politica per salvare due anarchici italo-americani dalla sedia elettrica.
1927: l'anarchismo tenta il rinnovamento. Il congresso dell'Unione anarchica adotta la Piattaforma organizzativa dei comunisti libertari proposta da Makhno, Archinov e i libertari russi in esilio. Ma questo sforzo di chiarificazione non basta a risolvere la crisi dell'UA.

Ritorno in Francia e speranze deluse (1934-1939)


JPEG - 9.1 ko1934-1937: gli anarchici e il Fronte popolare. Dopo aver partecipato all'unità d'azione antifascista nel 1934, l'Unione anarchica denuncia, nel Fronte popolare (PS-PCF-Partito radicale), la preparazione di una nuova unione patriottica sotto gli auspici del patto Laval-Staline.
1936-1939: gli anarchici francesi di fronte agli errori della rivoluzione spagnola. La scelta strategica della CNT di entrare nel governo repubblicano provoca vivi dibattiti nel movimento libertario internazionale.
Alle origini della bandiera rossa e nera. Le sue origini sono molteplici, ma sembra che la bandiera rossa e nera sia stata inventata dalla CNT nel 1931, e popolarizzata nel mondo intero all'epoca della Rivoluzione spagnola.
1938: Gli anarchici, né “pro Monaco” né “anti Monaco”. Nel settembre 1938, la Germania nazista, l'Italia fascista, La Francia e il Regno Unito si accordano, a Monaco , per smembrare la Cecoslovacchia, in nome “della pace”. In Francia, contro i “difensisti” e i “pacifisti integrali”, l'Unione anarchica mantiene la sia linea pacifista rivoluzionaria.
1939: La SIA non abbandona la lotta. In sostegno ai brigatisti spagnoli, gli anarchici francesi hanno animato una struttura antifascista di massa – sino a 15.000 aderenti uomini e donne: la Solidarité internationale antifasciste (Solidarietà internazionale antifascista, SIA).

Guerra fredda e decolonizzazione (1945-1962)

1947: Lo sciopero Renault infiamma la Francia. Poiché il PCF è al governo, la CGT impedisce ogni conflitto sociale in nome della ricostruzione della patria. Un gruppo di operai rivoluzionari – anarchici, trotskisti, consiliari -riuscirà tuttavia a far fermare l'officina Renault di Billancourt, scatenando la lotta di classe nel resto del paese.
1948: Gli anarchici si uniscono di malgrado alla CGT-Forza operaia. Contro la CGT-Mosca e la CGT-Washington (Forza operaia), gli anarchici cercano di sviluppare la CNT. Poi, più ampiamente, un polo sindacalista autonomo. I loro scacchi successivi li conduce infine a unirsi alla CGT-FO, dove essi ed esse beneficano di un margine di manovra.


GIF - 7.6 ko1953: la Federazione anarchica si trasforma in Federazione comunista libertaria al termine di una lunga lotta di tendenza che ha opposto i sostenitori della Sintesi ai sostenitori della Piattaforma, sostenuta da Georges Fontenis.
1954: insurrezione algerina dell'”Ognisanti rossa”. La Federazione comunista libertaria è la prima organizzazione francese, insieme a un partito trotskista, a impegnarsi a fianco degli indipendentisti. Uno dei suoi militanti, Pierre Morain, sarà il primo prigioniero politico francese della guerra d'Algeria. La FCL scomparirà sotto i colpi della repressione, così come, nella stessa Algeria, il Movimento libertario nord-africano.
1955: una scissione della FCL, i gruppi anarchici di azione rivoluzionaria (GAAR), animati da militanti come Guy Bourgeois, si impegnano essi stessi nella lotta anticolonialista. Conosceranno successivamente una originale traiettoria, molto caratterizzata dall'antimperialismo.

Dinamica degli “anni 68” (1968-1980)


GIF - 7.1 ko1968: Dopo un decennio di marasma, il movimento anarchico si risolleva. Il sollevamento generale di maggio-giugno 1968 dà un nuovo impulso all'estrema sinistra. L'Organizzazione rivoluzionaria anarchica (ORA) viene a formarsi. Ad essa si unisce un militante che avrà una grande influenza sul comunismo libertario contemporaneo: Daniel Guérin.
1976: In seguito a un'esclusione dell'ORA, si costituisce la Union des travailleurs communistes libertaires (Unione dei lavoratori comunisti libertari).
Mentre la prospettiva di una rivoluzione imminente si allontana, la UTCL investe la sua energia nelle sinistre sindacali eredi del Maggio 68.

Periodo contemporaneo (1981 ai nostri giorni)

1986: I coordinamenti degli scioperanti apre una nuova era. Gli anni 1986-1989 sono caratterizzati da un ritorno in forza dell'auto-organizzazione delle lotte, appoggiate soprattutto dalla sinistra CFDT, di cui la UTCL è parte notevole. Alla fine la CFDT escluderà i suoi sindacati combattivi, qualificati come “pecore nere”, che in seguito formeranno i sindacati SUD.
1991: Fondazione di Alternative libertaire. Al termine di un processo di aggregazione (dal risultato modesto), la UTCL e il Collettivo giovani libertari si auto dissolvono all'interno di una nuova struttura: Alternative libertaire, dotata di un mensile che, anch'esso, ha la sua storia peculiare.
1995: Alternative libertaire nella lotta. Il movimento del Dicembre 95 è l'occasione, per i militanti uomini e donne di AL, di spingere all'auto-organizzazione deigli scioperanti e alla rottura nei confronti della confederazione CFDT.

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6 luglio 2015 1 06 /07 /luglio /2015 22:00

Compagno Benjamin Péret

Benjamin Peret

"Condoglianze nazionali", "Morto per la Francia", "Partito dei fucilati", "Martiri di Chicago": i popoli, le sette, le tribù, i partiti hanno gusto per la necrologia. Sanno trarre il massimo di profitto dal più piccolo cadavere non appena possono incollargli l'appellativo di denominazione controllata "Francese", "P.C.F.", "Veterano del 121° fanteria"…

La stampa libertaria, in generale, non fa eccezione, ahimè! a questa ginnastica sentimental-politica, e il posto che essa dedica ai: "Possa il tuo sacrificio non essere stato vano, Albert..." e ai "Le giovani generazioni sapranno mostrasi degne del tuo esempio, Eugène…" a detrimento degli articoli e studi di propaganda e di educazione, testimonia più dell'invecchiamento della corrente anarchica che del suo dinamismo. Questo è, per lo meno, il nostro punto di vista sull'argomento.

Eppure un uomo è appena morto, che noi amavamo. I nostri lettori che non lo conoscevano devono sapere che hanno appena perso un compagno.

Benjamin Péret, poeta-militante rivoluzonario, è morto all'ospedale Boucicaut, a Parigi, il 18 settembre 1959.

Naturalmente, Péret è più conosciuto come poeta surrealista che come militante rivoluzionario, ma fu entrambe le cose - indissolubilmente.

Quelli tra di noi che attraverso il surrealismo hanno abbandonato le sponde borghesi per approdare all'Anarchia sanno chi era Péret poeta.

Il surrealismo, scoperto da Breton, Péret e qualcun altro rischiando un occhio nella breccia che la bomba Dada aveva fatto sul muro del conformismo borghese, è nato circa 40 anni fa.

Péret aveva 20 anni allora, 20 anni.

Dopo aver preso le distanze dal nichilismo, molto presto i surrealisti sono presenti nel movimento rivoluzionario.

"Aprite le prigioni! Licenziate l'esercito!" gridano sin dal 15 gennaio 1925 dal secondo numero di "La Révolution Surréaliste".

Péret è di quelli che, volendo un'applicazione concreta delle loro posizioni politiche, entrano nel 1927 nel Partito comunista.

E' anche insieme a Breton, di quelli, meno numerosi, la cui etica rivoluzionaria non può accomodarsi agli zigzag e compromessi del P.C.

Abbandonerà il partito, lasciandovi Eluard e Aragon che vi trarranno ottimi affari.

Péret, parallelamente ai suoi testi poetici, firma una gran numero di proclami del gruppo surrealista:

  • Contro l'Esposizione coloniale del 1931 quando viene arrestato un militante annamita.

  • Per la solidarietà operaia internazionale con la rivoluzione spagnola del 1931.

  • Contro la razionalizzazione del lavoro alle officine Renault.

  • Per l'unità d'azione contro il fascismo, il 6 febbraio 1934.

Sin dal 20 luglio 1936, Péret è tra coloro che apportano la loro adesione totale alla rivoluzione operaia spagnola, moltiplicando gli appelli alla formazione di milizie proletarie, denunciando il tradimento costituito dal "non-intervento".

Infine, Péret prenderà il suo posto nella Colonna Durruti, diventerà un miliziano della C.N.T.-F.A.I

Dopo la guerra, il gruppo surrealista collabora per un certo periodo con "Le Libertaire" della Federazione Anarchica. Congiuntamente a Breton, Schuster, Valorbe, Legrand, ecc., che ci portavano dei testi poetici o di critica artistica, Péret ci dava uno studio La Révolution et les Syndicats (n° 321 a 326 incluso), contributo importante alla comprensione dei problemi operai del dopoguerra.

Péret vi analizzava la funzione contro-rivoluzionaria dei sindacati degenerati, assorbiti dal capitalismo e opponeva loro quella, rivoluzionaria, dei consigli operai eletti sul luogo di lavoro e revocabili ad ogni momento.

Più recentemente, aveva tenuto a formularci le sue critiche  sul nostro n° 7-8 (Le Nationalisme), sollecito com'era per una collaborazione costruttiva delle diverse tendenze rivoluzionarie (vedere la sua lettera apparsa con le iniziali B.P. sul n° 9 dalle pagine 89 a 92).

Péret si richiamava alla tendenza marxista "comunista dei Consigli".

Ciò non può in alcun modo impedirci di considerarlo come uno dei nostri (che non ci si metta in bocca l'ingiuria di vedere in questo un tentativo di annessione!).

Dei nostri, non tanto perché aveva combattuto sotto la bandiera nera e rossa in Spagna, quanto perché tutta la sua vita, fu un militante della libertà, sapendo ad ogni momento in ogni campo, riconoscerla, combattere i suoi errori, denunciarle le sue mancanze.

Péret era il tipo stesso d'uomo di cui la rivoluzione ha maggior bisogno. Senza illusioni, lucido, credeva alla Vita, alla "vera vita", sfuggendo all'ottimismo dei fanatici così come alla disperazione dei nichilisti. Solido.

Parlare della rivoluzione con Péret, e il vostro pessimismo o il vostro entusiasmo si scioglieva, si cristallizzava in un lingotto di convinzione tranquilla ma intrattabile.

Se Rivoluzione e Poesia erano per lui indissolubilmente legate, è perché Benjamin Péret vedeva nella poesia "il vero soffio dell'uomo", "la fonte di ogni conoscenza e questa conoscenza stessa"; "Qui la chiamano amore, là libertà, altrove scienza" diceva, e infatti era grazie a questa concezione e al libero esercizio dl suo spirito, che in quanto vero poeta seppe con coerenza e senza fallo, darci l'immagine di un uomo in cui tutta la potenza creatrice e liberatrice ha saputo manifestarsi.

In un epoca in cui, per poco o molto denaro, degli artisti si mettono a disposizione delle mode correnti; in cui, per un po' d'"onore", dei militanti operai si siedono al tappeto verde delle comissioni paritarie; in cui, per un posto "permanente", dei rivoluzionari ingannano la Rivoluzione rimanendo nel Partito comunista, un ragazzo come Péret, è una ventata d'aria pura.

Perché se la sua modestia, la sua povertà, la sua dignità l'hanno privato di una grande risonanza, non per questo l'opera poetica resta una delle più belle che vi siano.

E se essa è ancora troppo poco nota, troppo poco riconosciuta, è perché la borghesia e la sua stampa lo circondarono con un muro di silenzio, sapendo che Péret non era dell ostesso legno di cui erano fatti gli Aragon e i Dalì...

Più vicino a noi, all'interno stesso del movimento libertario, alcune "personalità" "anarchiche" farebbero bene a meditare l'esempio di Péret. Lui aveva del genio, loro non hanno nemmeno del talento. Lui non coltivava l'"io" come una pianta preziosa. Lui era Operaio del Libro (eh sì!) mentre loro sono a volte padroncini o commercianti. Nelle assemblee di militanti operai lui ascoltava, lui, e quand interveniva, era fraternamente, con concisione e chiarezza, come un compagno... mentre i nostri piccoli "pensatori" coltivano il genere paternalistico, scelgono le loro parole nel vocabolario dei chierici dei noati, giocano all'"élite", si pavoneggiano...

Sì, Péret, che lezione, per tutta quella gente! Ma più ancora che fonte per noi dove andare a ritrovare, quando la speranza ci abbandona, con il gusto maturo della libertà, la forza di lottare per essa - sempre e ovunque.

In verità, vi diciamo, compagni che non avete avuto la fortuna di conoscere Péret: era davvero qualcuno l'autore di "Je ne mange pas de ce paiun-là" [Di quel pane non ne mangio].

Mai lo ha fatto.

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12 giugno 2015 5 12 /06 /giugno /2015 05:00

Con Marx, contro il lavoro

lavoro-lewis_Hine.jpg

Anselm Jappe

 

A proposito di Moishe Postone, Temps, travail et domination sociale. Une réinterprétation de la théorie critique de Marx [Tempo, lavoro e dominio sociale. Una reinterpretazione della teoria critica di Marx], trad. O. Galtier e L. Mercier, Mille et une nuits, Parigi, 2009, 591 pp.; Isaac I. Roubine, Essais sur la théorie de la valeur de Marx [Saggi sulla teoria del valore di Marx, Feltrinelli, Milano, 1976], trad. J.-J. Bonhomme, Éditions Syllepse, Paris, 2009, 335 pagine. 


Temps travail et domination socialeAssumendo come parola d'ordine la liberazione del lavoro, la fine dello sfruttamento, i marxisti tradizionali hanno trascurato il fatto che Marx conduce una critica non soltanto dello sfruttamento capitalista, ma del lavoro stesso, così come esiste nella società capitalista. Da allora, non si tratta di rimettere al centro il lavoro, ma al contrario di criticare il posto centrale assunto dal lavoro in questo sistema, in cui esso determina tutti i rapporti sociali. È questo l'oggetto della rilettura di Marx operata in Temps, travail et domination sociale [Tempo, lavoro e dominio sociale] da Moishe Postone.

 

Roubine.pngVi sono a volte delle felici coincidenze nell'editoria. Così, la collana Mille et une nuits (Fayard) ha pubblicato la traduzione francese di Temps, travail et domination sociale. Une réinterprétation de la théorie critique de Marx [Tempo, lavoro e dominio sociale. Una reinterpretazione della teoria critica di Marx] di Moishe Postone, pubblicato negli Stati Uniti nel 1993,mentre le edizione Syllepse hanno ripubblicato Essais sur la théorie de la valeur de Marx [Saggi sulla teoria del valore di Marx] di Isaac I. Rubin, la cui edizione russa risale al 1924 e l'edizione francese precedente (presso Maspéro, e esaurita da molto tempo) al 1978. Così il pubblico francofono ha in un sol colpo a sua disposizione due dei pilatri più importanti- si potrebbe quasi dire anche il punto di partenza e il punto di arrivo provvisorio- di una rilettura di Marx basata sulla critica del lavoro astratto e del feticismo della merce [1].

 

Isaak-Rubin-1910Eppure non si potrebbe immaginare vite così diverse da quelle di questi due autori: mentre l'Americano Postone, dopo degli studi di filosofia in Germania presso degli eredi di Adorno, trascorre piacevoli giorni come professore a Chicago, partecipa a numerosi colloqui su Marx e vede il suo libro tradotto in diverse lingue, la vita del Russo Rubin è stata drammatica: nato nel 1885, aderì alla Rivoluzione e divenne professore di economia a Mosca. Arrestato nel 1930 e condannato come "menscevico" a cinque anni di deportazione, è arrestato di nuovo nel 1937, quando il terrore stalinista è al suo culmine, e sparisce- non si sa nemmeno esattamente dove, quando ne come. Era allora sconosciuto in Occidente. Attraverso le misteriose vie della storia, un esemplare della sua principale opera giunse trent'anni più tardi tra le mani del militante d'estrema sinistra americano Freddy Perlman che la tradusse in inglese e la pubblicò nel 1969 presso la sua famosa casa editrice Black and Red. Questa traduzione in inglese servì da base alle edizioni pubblicate successivamente in diverse lingue europee, e alcuni altri libri di Rubin furono anche inseguito scoperti e tradotti. Tuttavia, con la generale diminuzione d'interesse per una lettura rigorosa dell'opera di Marx dopo gli anni 70, cadde di nuovo nell'oblio.

 

marx karl, LevineTrent'anni più tardi, tutti i media sono d'accordo: Marx è di ritorno. La sua "morte" proclamata verso il 1989, non fu che un'ibernazione che non è durata che un decennio. Oggi, Marx è di nuovo all'onore nei colloqui; è stato eletto "il più grande filosofo della storia" dagli auditori della BBC; il Papa lo cita e milioni di elettori votano per dei partiti che si richiamano a lui. Ma cosa si nasconde dietro questa stupefacente resurrezione, inspiegabile per i seguaci di Popper, di Hayek e di Furet? La risposta sembra evidente: le devastazioni che il mercato scatenato produce, il divario tra ricchi e poveri che cresce di nuovo, la crisi economica che minaccia numerose esistenze, anche nei paesi "sviluppati". Marx appare allora come colui che lo aveva sempre detto: la moderna società non è assolutamente armoniosa, ma si fonda sull'antagonismo di classe, il lavoro è sempre sfruttato dal capitale, e coloro che non possiedono che la loro forza lavoro non possono resistere che associandosi in vista di ottenere una regolazione politica del mercato. Una tale critica del capitalismo non può che portare che a richiedere un nuovo modello di regolazione di tipo socialdemocratico e keynesiano (di cui la realizzazione resta abbastanza improbabile). La critica del capitalismo si fa più spesso in nome del lavoro: bisogna soprattutto che coloro che lavorano ricevano in cambio una giusta somma di denaro.

 

exit GermaniaQuesto "ritorno di Marx" sulla scena mediatica ed elettorale si è dunque rivelata essere soprattutto un ritorno del marxismo più tradizionale, appena riverniciato. Ma si sviluppano anche altre forme di critica sociale ispirate al pensiero di Marx. Da vent'anni, si assiste all'elaborazione di una critica del capitalismo centrato sui concetti di merce, di lavoro astratto e del feticismo che ne deriva. In Germania, il movimento della "critica del valore" si è formata a partire delle riviste Krisis (dal 1987) e Exit (dal 2004). Il suo autore più noto è Robert Kurz [2]. Moishe Postone [3] ha sviluppato nello stesso periodo, e indipendentemente, una lettura di Marx spesso simile. Le 600 dense pagine di Temps, travail et domination sociale rappresentano manifestamente la realizzazione di una vita, un'opera alla quale l'autore ha dedicato due decenni di riflessione. Molto rigoroso, questo libro riprende continuamente i suoi temi centrali, assumendo il rischio di una certa ripetitività. Poco preoccupato dell'eleganza delle sue formule, è sempre di una perfetta chiarezza e non evita nessuno dei problemi che solleva. In rapporto agli scritti di Robert Kurt, il libro di Postone ha un oggetto più ristretto: la reinterpretazione della teoria di Marx (che ha tuttavia, di sicuro, conseguenze più vaste). Ma su questo argomento, è già diventato un riferimento inevitabile, soprattutto nel mondo anglosassone: i marxisti "tradizionali", presi in considerazione ad ogni pagina del suo libro, si sono visti obbligati a discutere a lungo le sue tesi e tentare di confutarle [4].

 

La vera critica marxiana del lavoro 

postoneDov'è lo scandalum del libro di Postone? La sua interpretazione di Marx è spesso all'esatto opposto di quelle proposte durante più di un secolo da quasi tutti i marxisti (anche se egli instaura un dialogo, tuttavia molto critico, con Georg Lukács, Rubin, la Scuola di Francoforte e Lucio Colletti). La sua ricostruzione del "cuore" della critica marxiana [5] del capitalismo – che Postone distingue dalla critica che lo stesso Marx ha rivolto alle forme empiriche che il capitalismo ha potuto assumere durante il XIX secolo – si fonda su questa tesi: per Marx, il lavoro non costituisce il punto di vista a partire dal quale criticare il capitalismo: è esso stesso oggetto della critica. Fondandosi quasi esclusivamente sulla critica dell'economia politica formulata da Marx nelle sue opere della maturità - sopratutto i Grundrisse  [6]Il Capitale [7] – Postone afferma che Marx non ha tentato di stabilire delle leggi generali del divenire storico. Le sue analisi non si riferiscono che al solo modo di produzione capitalista: "L'idea che il lavoro costituisce la società e che è la fonte di ogni ricchezza non si riferisce alla società in generale, ma alla sola società capitalista (o moderna)" (p. 17). E' soltanto nella società che il lavoro diventa la mediazione sociale generale, perché non è che in essa che il lavoro possiede una doppia natura, nel contempo lavoro concreto e lavoro astratto.

grundrisse01.jpgA causa della grande confusione che regna a questo proposito anche tra le persone considerate come dei marxisti titolati, bisogna sottolineare che il "lavoro astratto" in senso marxiano non ha nulla a che vedere con il "lavoro immateriale" e che il lavoro astratto e il lavoro concreto non sono due generi di lavoro distinti, né due fasi dello stesso lavoro. Nel capitalismo, ogni lavoro ha due aspetti: da un lato, è uno dei numerosi lavori concreti, che producono uno dei numerosi valori d'uso, ognuno diverso dagli altri. Ma ogni lavoro è allo stesso tempo un semplice dispendio di tempo di lavoro, di energia umana. Questo tempo speso non conosce che differenze quantitative: a volte si è lavorato un'ora, a volte tre. È questo dispendio di tempo che determina il valore di una merce. Il valore si presenta sotto la forma di una certa quantità di denaro. Il lato puramente temporale, astratto del lavoro non è dunque una semplice operazione mentale, ma diventa reale nel prezzo che decide finalmente del destino di una merce. Nella società capitalista, il lato astratto, e dunque monetario, prevale del tutto sul lato concreto, come l'utilità o la bellezza di un oggetto, il che significa anche che è l'aspetto temporale del lavoro a dominare. Nella società capitalista, gli uomini sono anche dominati dalle astrazioni.

marx, il CapitaleSecondo Postone, Marx aveva concepito la sua analisi del lavoro astratto, della merce, del valore e del denaro come una vigorosa critica di queste categorie che costituiscono la base del capitalismo - e di esso soltanto. Tuttavia, i marxisti tradizionali hanno creduto di vedere qui la descrizione di un fatto ontologico e transtorico, valido universalmente, e non si sono da allora più interessati che alla distribuzione di queste categorie, e dunque alla ripartizione del plusvalore [8]. Il mercato e la proprietà giuridica dei mezzi di produzione , con la strutture di classe ineguale che ne deriva, rappresentano per il marxismo tradizionale il livello più profondo del sistema capitalista, un livello che si nasconderebbe dietro l'eguaglianza apparente che regna nello scambio delle merci.

La critica di Marx, secondo Postone, è ben più radicale: per Marx, il mercato e la proprietà giuridica dei mezzi di produzione sono dei fenomeni dipendenti dalla sfera della distribuzione. Ora, la sua vera critica riguarda la produzione. La caratteristica principale della produzione nel regime capitalista è di essere strutturato dalla doppia natura del lavoro. La critica marxiana tende dunque a superare il ruolo stesso del lavoro nella società moderna. Nelle società precapitaliste, il lavoro è creazione di ricchezza materiale [9] dall'azione dell'uomo sulla natura, e questa ricchezza è in seguito redistribuita secondo delle relazioni sociali stabilite su altre basi oltre il lavoro (queste basi non essendo tuttavia necessariamente giuste, o razionali: esse possono ad esempio essere tratte dalla tradizione o da gerarchie stabilite esse stesse dalla forza). La ricchezza materiale, presa in sé, "non costituisce i rapporti tra gli uomini né determina la sua propria distribuzione. L'esistenza della ricchezza in quanto forma dominante di ricchezza sociale suppone l'esistenza di forme non camuffate per i rapporti sociali che la mediatizzano" (p. 230).

lavoro-Lewis-Hine-Midnight_at_the_glassworks.jpgNel capitalismo, il lavoro è per di più creatore di valore, dunque in grado di misurare gli apporti dei produttori particolari. Il valore è un rapporto sociale espresso attraverso delle merci, e le relazioni tra le merci dipendono dal rapporto sociale che esse incarnano. È ciò che Marx chiama il "feticismo della merce". La produzione di ricchezza materiale e di valore non coincidono del tutto: gli aumenti della produttività, dovuti alla tecnica, fanno sì che una quantità crescente di ricchezza materiale sia prodotta in meno tempo. Essa contiene dunque meno valore, perché quest'ultimo è determinato esclusivamente in funzione del tempo speso, e contiene dunque anche meno plusvalore e meno profitto.

lavoro-Lewis-Hine-skyboy.jpegIn una società postcapitalista, il lavoro non sarebbe più la misura della ricchezza sociale, dunque non strutturerebbe più i rapporti sociali. Una tale rivoluzione è effettivamente resa possibile oggi, secondo Postone, con la sostituzione del lavoro umano con le macchine, che fa sì che oramai la ricchezza materiale sia prodotta in piccola parte attraverso il tempo di lavoro diretto. Questo divario sempre più ampio tra produzione di ricchezza materiale e produzione di valore è la causa profonda della crisi del capitalismo. Quest'ultimo diventa semplicemente anacronistico in quanto alla sua base, il lavoro che crea valore, perde la sua importanza. "In altri termini, il superamento del lavoro concreto effettuato dal proletariata" (p. 51) in modo che "il sovraprodotto non è più creato dapprima attraverso il lavoro umano immediato" (p. 67). Per il marxismo tradizionale, al contrario, il lavoro è sempre, in ogni società, il principio che struttura la vita sociale. Nel capitalismo, questo ruolo del lavoro sarebbe occultato, mentre apparterebbe al socialismo gettarvi luce. Si tratterebbe dunque, in questa visione, di far trionfare il lavoro, concepito come eterno rapporto del lavoratore con la natura, su quelli che parassitano dall'esterno, in quanto proprietari dei mezzi di produzione. Da allora, si è potuto pensare che la collaborazione creata nelle fabbriche costituiva un modello per la società comunista, e che si trattava semplicemente di liberare il lavoro dal suo sfruttamento da parte dei capitalisti.

 

lavoro-Lewis-Hine-Child_coal_miners_-1908-.jpgAl contrario, Postone afferma che la "teoria dovrà contemporaneamente liberarsi dalle concezioni evoluzioniste della storia e dall'idea secondo la quale la vita sociale degli uomini si fonda su un principio ontologico che 'viene a sé' nel corso dello sviluppo storico: ad esempio, il lavoro nel marxismo tradizionale o l'agire comunicativo nei recenti lavori di Habermas" (p. 39). Non è che nel capitalismo che un solo principio omogeneo - il lavoro, non come insieme di lavori concreti, ma in quanto massa globale di lavoro senza qualità - regge tutta la vita sociale, ponendosi come obiettivo, naturale e eterno. Nelle altre società, le diverse sfere della vita obbediscono a delle logiche differenti, e i rapporti non "possono essere impiegati a partire da un unico principio strutturante e non annettono alcuna logica storica necessaria immanente" (p. 124). Esiste sempre qualche forma di"lavoro" come produzione di ricchezza materiale, ma non è che nel capitalismo che troviamo un lavoro che si basa e di mediatizza esso stesso, costituendo così una forma totale di mediazione sociale. Il problema non è il supposto carattere "strumentale" di ogni lavoro (come pretende Habermas), in quanto il rapporto con la natura. Non è "naturale" al lavoro produrre del valore, non è che il lavoro astratto a farlo, e quest'ultimo, in quanto "astrazione reale", e non come semplice generalizzazione mentale, non esiste che nel capitalismo.

lavoro-disoccupati.jpgNel capitalismo, non sono soltanto il rapporto con la natura, ma anche i rapporti tra gli uomini ad essere mediati attraverso il lavoro; questi due aspetti della vita sociale sono saldati. "La funzione sociale unica del lavoro sotto il capitalismo non può apparire direttamente come un attributo del lavoro perché il lavoro, in e per sé, non è un'attività socialmente mediatizzante; soltanto un rapporto sociale non camuffato può apparire come tale. La funzione storicamente specifica del lavoro non può apparire che oggettivata, che in quanto valore sotto le sue diverse forme (merce, denaro, capitale)" (P. 250). Così, le forme oggettivate del lavoro, la merce e il capitale, sono delle "forme astratte e impersonali [che] non velano soltanto ciò che si considera tradizionalmente come i rapporti sociali "reali" del capitalismo, e cioè i rapporti di classe; esse sono i rapporti reali del capitalismo che strutturano la sua traiettoria dinamica e la sua forma di produzione(p. 19-20).

lavoro-Charlot.gifIl dominio di una classe su un'altra è ancora oggi considerata come il cuore della teoria di Marx dalla maggior parte di coloro che si dicono marxisti, compresi coloro che non attribuiscono più un ruolo predominante agli operai industriali. Secondo Postone, questo dominio è reale, ma non è che un fenomeno superficiale, appartenente alla sfera del mercato e della distribuzione. "Nell'analisi di Marx, il dominio sociale non consiste, al suo livello fondamentale, nel dominio degli uomini sugli altri uomini, ma nel dominio degli uomini da parte di strutture sociali astratte a cui gli stessi uomini danno vita" (p. 53-54). Le forme feticiste non mistificano il lavoro come vera fonte di ogni ricchezza, ma sono delle forme apparenti necessarie di una realtà in cui i rapporti delle persone sono dei rapporti tra cose. Postone torna così su tre concetti del marxismo "critico" (introdotti soprattutto da Georg Lukács in Storia e coscienza di classe, del 1923): la totalità, il soggetto e l'alienazione. La caratteristica del capitalismo, e soltanto di esso, è di avere una sostanza omogenea, una totalità, e cioè il lavoro. Questa totalità è dunque, secondo Postone, da abolire e non da realizzare. Il vero soggetto nel capitalismo non è né l'umanità né il proletariato, ma la forma oggettivata del lavoro: il capitale. Si tratta dunque di superare questo soggetto, e non di farlo trionfare: "L'appello alla piena realizzazione del Soggetto non significa che la piena realizzazione di una forma sociale alienata" (p. 125).

Non è la teoria della "morte del soggetto", ma l'affermazione di una vera soggettività non può costituirsi se non superando la forma-soggetto generata dal lavoro in quanto mediazione sociale oggettivata. Superare l'"alienazione" non significa allora restaurare un soggetto già esistente dietro delle mistificazioni, un soggetto che, anche oppresso e nascosto, si situerebbe, per essenza, oltre il rapporto capitalista. Per il marxismo tradizionale, il proletariato era un tale soggetto. Per il Marx di Postone, "superare l'alienazione significa abolire il Soggetto che si muove e si fonda esso stesso (il capitale) e la forma lavoro che costituisce ed è costituita dalle strutture dell'alienazione; ciò permetterebbe al'umanità di appropriarsi di ciò che è stato creato sotto una forma alienata. Superare il Soggetto storico permetterebbe per la prima volta agli uomini di diventare i soggetti delle loro pratiche sociali" (p. 331).

Si deve riconoscere che è il lavoro stesso ad essere alienato quando non è soltanto un rapporto con la natura, ma anche una mediazione sociale oggettivata: "Ogni teoria che pone che il proletariato in quanto Soggetto implica che l'attività costituente il Soggetto sia da realizzare, e non da abolire. Da cui deriva che l'attività stessa non può essere vista come alienata. Nella critica fondata sul "lavoro", l'alienazione si radica necessariamente fuori dal lavoro, nel suo controllo attraverso un altro concreto: la classe capitalista(p. 129).

 

Tempo astratto e tempo concreto

 

Postone dedica una lunga digressione storica alla nascita del "tempo astratto". Quest'ultimo non è "naturale", è la causa e la conseguenza dello sviluppo capitalista. Mentre il tempo concreto dipendente", tempo astratto, che nasce in Europa alla fine del Medio Evo e non esiste altrove, è un flusso vuoto, "una variabile indipendente; costituisce un quadro indipendente all'interno del quale il movimento, gli avvenimenti o l'azione avvengono. Questo tempo è divisibile in unità non qualitative, costanti, uguali" (p. 300) [10]. Il tempo astratto è dunque costituito socialmente (invece di essere, come voleva Kant, un a priori trascendentale), ma si presenta come un dato oggettivo. Domina i produttori e i capitalisti stessi, imponendo loro in quali tempio essi devono realizzare la loro produzione per non cadere al di sotto dello standard di produttività stabilito dalla logica temporale del valore [11]. Per illustrarlo, si può riferirsi a un esempio dato da Marx: dopo l'invenzione del mestiere del tessitore a vapore all'inizio della Rivoluzione industriale, il tempo socialmente necessario per produrre una data quantità di tela è scesa da un'ora a mezz'ora. L'artigiano tradizionale che continuava a impiegare un'ora per tessere la sua tela vedeva tuttavia il suo "valore" ridotto a mezz'ora, e crepava di conseguenza di fame. La tela era rimasta uguale come ricchezza materiale, ma in quanto ricchezza sociale, era ridotta della metà. La subordinazione dell'aspetto concreto della produzione alla sua sola dimensione temporale è per Postone l'"espropriazione" fondamentale che "precede logicamente il tipo di espropriazione sociale concreta associata alla proprietà privata dei mezzi di produzione", essa "fondamentalmente non ne deriva(p. 153).

 

La totalità capitalista non è la vittoria completa del tempo astratto, ma l'unità contraddittoria del tempo astratto e del tempo concreto. I progressi della produttività ridefiniscono l'ora sociale, che a sua volta ridefinisce il livello di base della produttività. È una corsa-inseguimento, un effetto "valanga" che crea da se - anche prima del dinamismo introdotto dall'opposizione delle classi - il carattere dinamico e unidirezionale del capitalismo. Né il rapporto tra l'uomo e la natura, né i rapporti sociali hanno necessariamente un tale carattere: le società precapitaliste tendevano a riprodursi a lungo identicamente. Contenendo questa dialettica delle due forme temporali, il capitalismo contiene anche una logica direzionale che crea anche, oltre ai disastri ai quali essa conduce, la possibilità di uscirne, a differenza delle forme sociali precedenti. È il dinamismo stesso del capitalismo che spinge verso questo superamento, e non un fattore esterno o un attore che, come il proletariato, è ritenuto far parte di un'essenza atemporale situata fuori della logica capitalista: "La dialettica delle forze produttive e dei rapporti di produzione [...] è dunque una dialettica delle due dimensioni del capitale, e non quella del capitale e di forze che gli sarebbero esterne" (p. 515).

 

Il "vero Marx"

 

Ci si può domandare perché Postone vuole assolutamente presentare la sua interpretazione di Marx come una restaurazione del "vero Marx", piuttosto che di ammettere l'ambiguità del discorso marxiano originale: se, con la sua critica delle categorie fondamentali della socializzazione mercantile, Marx è stato effettivamente in anticipo sui suoi tempi - all'epoca, queste categorie erano ancora ampiamente intrecciate ad elementi feudali -, rimane che, con un'altra parte della sua opera, Marx ha egualmente costituito le basi del "marxismo tradizionale". Robert Kurz ne tiene soprattutto conto, distinguendo un Marx "essoterico" e un Marx "esoterico": "Si tratta della parte della sua opera - quantitativamente molto ridotta - in cui egli analizza il valore, il nucleo quasi invisibile - soprattutto alla sua epoca - del capitalismo". È chiaro ad ogni modo che l'elaborazione parallela, a partire dal 1980, di forme simili di una critica basata sui concetti di "lavoro astratto" e di "feticismo della merce" indica che queste categorie sono diventate più direttamente visibili che in precedenza.

Il caso di Rubin è tanto più notevole, perché ha lavorato da solo ed è stato un precursore quasi inspiegabile. Quando si considera la poca chiarezza, già menzionata, che regna ancora oggi tra i marxisti intorno a nozioni come "lavoro astratto" e "feticismo delle merce", non si può che rimanere sbalorditi di fronte alla precisione di alcune analisi di Rubin, ancora più sbalorditive se si considera che non sembra aver conosciuto il "marxismo occidentale" che gli era contemporaneo (Storia e coscienza di classe, di Lukács, era uscito l'anno precedente l'edizione di Saggi sulla teoria del valore) e che i Grundrisse e gli altri manoscritti preparatori di Il Capitale non erano stati ancora pubblicati. Rubin comincia dicendo che la teoria del feticismo non è una bizzarria metafisica di Marx (come doveva sostenere ancora Althusser mezzo secolo più tardi), e nemmeno che designava una mistificazione dello sfruttamento, ma che costituisce piuttosto una teoria generale dei rapporti di produzione dell'economia capitalista. Essa si troverebbe anche alla base di tutto il "sistema economico" di Marx, e soprattutto della sua teoria del valore. Il feticismo non è soltanto un fenomeno di coscienza sociale, ma dell'essere sociale stesso, sostiene Rubin: nessun altro marxista della sua epoca vi era giunto, e si deve conoscere l'indifferenza e anche la confusione dei migliori tra di loro di fronte a questa questione per apprezzare l'acutezza di Rubin.

Il valore, il denaro e il capitale, non "velano" i rapporti sociali di produzione: li organizzano e diventano il vero legame sociale. Rubin si oppone anche alla ontologizzazione dello scambio di equivalenti: lo "scambio" non è una realtà transtorica, ma caratterizza il solo capitalismo. Tra le officine di una fabbrica, così come nei modi di produzione pre- o postcapitalisti, non vi è "scambio" basato su un'equivalenza del valore dei prodotti scambiati. L'oggetto vi circola sulla base dei rapporti che gli uomini hanno già costruito - non è lo scambio che crea questi rapporti. I rapporti di produzione tra le persone si stabiliscono sulla base della distribuzione sociale delle cose e in riferimento ad esse, ma non attraverso le cose stesse.

Nel capitalismo, è al contrario il movimento delle cose (dei fattori della produzione) che stabilisce i rapporti tra gli uomini. Rubin annuncia dunque chiaramente che una società basata sul valore, il denaro e il capitale è necessariamente feticista, nel senso in cui l'uomo è dominato  dai suoi propri prodotti. Sottolinea il ruolo centrale che ha per Marx, e soprattutto per la sua teoria del valore, la distinzione tra il processo tecnico-materiale (ciò che Postone chiama la "ricchezza materiale") e la sua forma sociale. Ricorda che non è il lavoro in quanto tale che crea il valore, ma soltanto il lavoro organizzato in una certa forma sociale: il lavoro astratto. Nel processo di produzione, il lavoro del produttore di merci è privato, concreto, qualificato e individuale, ma nel suo valore di scambio, questo lavoro diventa sociale, astratto, semplice e socialmente necessario. Tra queste quattro determinazioni, è il lavoro astratto che svolge il ruolo centrale, perché non è che così che il lavoro diventa sociale.

Se Rubin ha alcune difficoltà per determinare il senso della categoria marxiana di "lavoro astratto", riesce a giungere tuttavia all'essenziale: è precisamente il lavoro senza qualità, senza determinazioni sociali e storiche, il lavoro e basta che diventa nel capitalismo una categoria sociale e il centro della vita sociale. E' soltanto diventando astratto che il lavoro privato diventa sociale, ma così stanno le cose nel capitalismo. Nelle società precapitalistiche, al contrario, i lavori sono sociali nella loro forma naturale e particolare, come elementi necessari di un tutto, e non in quanto parti equivalenti di una massa di lavoro sociale indifferenziato.

Questa attenzione al carattere astratto e anonimo della coercizione esercitata dal valore - in un'epoca in cui il proletariato in senso classico era al suo apogeo, in Unione sovietica come altrove - conduce Rubin a vedere nell'ineguaglianza delle classi la conseguenza piuttosto che la causa del valore mercantile. Egli afferma che la teoria marxiana del valore non trascura totalmente le classi, ma che le tratta a partire dall'eguaglianza delle parti principali dello scambio. La teoria del valore, il cui punto di partenza è l'eguaglianza delle merci scambiate è indispensabile, assicura, per spiegare la società capitalista e l'ineguaglianza che vi regna. Così, negli anni 70 del XX secolo, si è visto gli autori delle prefazioni del libro di Rubin sentire la necessità di prendere le loro distanze di fronte a tali eresie.

Nel suo saggio "La sostanza del capitale", uscito nel 2004 sul primo numero della rivista tedesca Exit! da lui diretta, Robert Kurz pesa i meriti e i limiti rispettivi dei contributi di Rubin e di Postone. Se entrambi sono tra i rari autori a capire la centralità del concetto di "lavoro astratto" e a riferirlo alla sola società capitalista, essi conservano tuttavia ancora un concetto transtorico e ontologico del "lavoro". Eppure, non è che con la modernità che ci si è abituati a far entrare nelle attività umane le più disparate, e che obbediscono alle logiche temporali più differenti, nella sola categoria del "lavoro" e che si concepiscono tutte queste attività come una massa di "lavoro sociale". In una società postcapitalista, così come nelle società precapitaliste, il concetto stesso di "lavoro" non ha senso, perché non esiste che una molteplicità di attività che non possono essere riferite ad un'unica sostanza, omogenea, di cui esse sarebbero delle articolazioni. Kurz rimprovera a Postone di accontentarsi di analizzare il ruolo storicamente unico del lavoro nel capitalismo, senza porsi la questione di sapere se si può parlare di "lavoro" nel quadro di altre società.

Tuttavia, le differenze tra Rubin, Postone e Kurz sembrano di poca importanza di fronte a ciò che li separa dai marxisti tradizionali per i quali la sola forma di emancipazione nel capitalismo è e resterà sempre la lotta tra i gruppi sociali costituiti da questo stesso capitalismo, senza che sia mai affrontata una critica delle categorie fondamentali. Nelle loro repliche alla critica del valore, essi hanno già dimostrato la pertinenza dell'aneddoto riportato da Kurz nel suo articolo: un contadino chiede a un ingegnere di spiegargli il funzionamento di una macchina a vapore. L'ingegnere fa degli schemi e gli mostra dove si mette il combustibile, dove esce il vapore, come il calore diventa movimento e tutto il resto. Il contadino lo ascolta e dice infine: "Ho capito, ma dov'è il cavallo?".

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Articolo apparso in La Revue internationale des livres et des idées (Rili), n° 13, settembre-ottobre 2009.

    

 

* Anselm Jappe insegna filosofia. È soprattutto l'autore di Guy Debord; Les Aventures de la merchandise. Pour une nouvelle critique de la valeurLes Habits neufs de l'Empire: remarques sur Negri, Hardt e Rufin (con Robert Kurz); L'Avant-garde inacceptable - Réflexions sur Guy Debord.

 

NOTE

 

[1] Mi permetto di ricordare che il mio libro Le aventures de la marchandise. Pour une nouvelle critique de la valeur (Parigi, Denoël, 2003) dava un ampio spazio all'uno e all'altro.

[2] Alcune delle sue opere sono state tradotte Lire Marx (Parigi, La Balustrade, 2005) è un'antologia commentata degli scritti su Marx, Avis aux naufragés (Parigi, Lignes, 2005) e Critique de la démocratie balistique (Parigi, Mille et une nuits, 2006) sono delle raccolte di articoli. Il Manifeste contre le travail del gruppo Krisis (Parigi, Lignes, 2002, UGE, 10/18, 2004) ha conosciuto un'ampia diffusione.

[3] Di lui, era già uscito in francese Face à la mondialisation, Marx est-il devenu muet? (La Tour d’Aigues, L’Aube, 2003) che riunisce tre saggi di cui uno (Logique de l’antisémitisme) era precedentemente circolato in alcune traduzioni francesi.

[4] Costoro gli hanno anche dedicato un intero numero della rivista marxista inglese Historical Materialism (n° 12, vol. 3, 2004) e un importante colloquio a Londra.

[5] "Marxiano" (riferito a Marx stesso) è dunque qui da distinguersi da "marxista".

[6] L'opera preparatoria di Il Capitale, scritto nel 1857-1858, pubblicato per la prima volta nel 1939, ricca di intuizioni non sempre sviluppate in Il Capitale (pubblicato nel 1867) e di cui lo studio ha ispirato, a partire dal 1960, numerosi studi tra i più innovativi  dell'opera di Marx.

[7] E' da notare tuttavia che Postone non suppone affatto una qualche "rottura epistemologica" tra il primo e il secondo Marx.

[8] La pianificazione non è il contrario del capitalismo, ma soltanto del mercato; essa è sempre una forma di distribuzione del valore.

[9] Questo concetto di "ricchezza materiale" include, naturalmente, i servizi e i prodotti "immateriali". Comprende tutti i valori d'uso e si oppone alla "forma-valore". Una casa e un'ora di insegnamento sono, in questo senso, entrambe delle "ricchezze materiali".

[10] Queste analisi sono sicuramente da accostare a quelle sviluppate da E. P. Thompson in Temps, travail et capitalisme industriel, edito nel 1967 sotto forma di articolo. Questo testo fa ammirevolmente notare le conseguenze della trasformazione del tempo vissuto in tempo astratto, precisamente misurabile, in vista del suo massimo rendimento. Postone lo cita inoltre a pagine 298 del suo libro.

[11] Ne deriva quest'altra evidenza: finché la "ricchezza sociale" è determinata dalla spesa diretta del tempo di lavoro, la crescita economica, anche senza mercato né proprietà privata, genererà inevitabilmente degli aumenti di produttività molto superiori alla crescita della ricchezza sociale, con le conseguenze ecologiche che ne derivano.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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21 maggio 2015 4 21 /05 /maggio /2015 05:00

La Guerra Civile in Francia

 

Karl Marx

 

III

 

All'alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: "Vive la Commune!". Che cos'è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi?

"I proletari di Parigi," diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo, "in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l'ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari... Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro destini, impossessandosi del potere governativo".

Ma la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini. Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura - organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica - trae la sua origine dai giorni della monarchia assoluta, quando servì alla nascente società delle classi medie come arma potente nella sua lotta contro il feudalesimo. Il suo sviluppo però fu intralciato da ogni sorta di macerie medioevali, diritti signorili, privilegi locali, monopoli municipali e corporativi e costituzioni provinciali.

La gigantesca scopa della Rivoluzione francese del secolo decimottavo spazzò tutti questi resti dei tempi passati, sbarazzando così in pari tempo il terreno sociale dagli ultimi ostacoli che si frapponevano alla costituzione di esso dell'edificio dello stato moderno, elevato sotto il I impero, il quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna.

Durante i successivi regimes il governo, posto sotto il controllo parlamentare, cioè sotto il controllo diretto delle classi possidenti, non diventò solamente l'incubatrice di enormi debiti pubblici e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni, esso non solo diventò il pomo della discordia tra fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società.

A misura che il progresso dell'industria moderna sviluppava, allargava, accentuava l'antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, lo stato assunse sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe.

Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello stato risultava in modo sempre più evidente. La rivoluzione del 1830, che fece passare il potere dai grandi proprietari fondiari ai capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli operai ai loro antagonisti più ristretti. I borghesi repubblicani che avevano preso il potere statale in nome della rivoluzione di febbraio, se ne valsero per i massacri di giugno, allo scopo di convincere la classe operaia che la repubblica "sociale" significava repubblica che assicurava la loro soggezione sociale, e per convincere la massa monarchica della classe borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva tranquillamente lasciare ai borghesi "repubblicani" le cure e gli emolumenti del governo.

Dopo la loro unica eroica impresa di giugno i repubblicani borghesi dovettero però retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del "partito dell'ordine", combinazione formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe appropriatrice nel loro antagonismo ormai aperto con le classi produttrici. La forma più adatta per il loro governo comune fu la repubblica parlamentare, con Luigi Bonaparte presidente.

Esso fu un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberato insulto alla "vile multitude". Se, come diceva Thiers, la repubblica parlamentare era il regime che "meno divideva [le differenti frazioni della classe dirigente]", essa apriva un abisso tra questa classe e l'intero corpo della società, escluso dalle sue ristrette file. Gli impedimenti posti ancora al potere statale sotto i precedenti regimi dalle divisioni fra le frazioni della classe dirigente, furono rimossi dalla loro unione; ed ora, in vista della minaccia di sollevamento del proletariato, esse usarono del potere dello stato, senza riguardi e con ostentazione, come strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro.

Nella loro ininterrotta crociata contro le masse dei produttori esse furono costrette, però, non solo ad attribuire all'esecutivo poteri di repressione sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare la loro stessa fortezza parlamentare - l'Assemblea nazionale - di tutti i suoi mezzi di difesa contro l'esecutivo, l'uno dopo l'altro. L'esecutivo, nella persona di Luigi Bonaparte, le mise alla porta. Il frutto naturale della repubblica del "partito dell'ordine" fu il II impero.

L'impero, con un colpo di stato per certificato di nascita, il suffragio universale per sanzione e la spada per scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori non direttamente impegnati nella lotta tra capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentismo, e, insieme con questo, l'aperta sottomissione del governo alle classi possidenti; pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente, pretendeva di unire tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l'unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto la facoltà di governare la nazione e il proletariato non l'aveva ancora acquistata.

Esso fu salutato in tutto il mondo come il salvatore della società. Sotto il suo dominio, la società borghese, libera da preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato; la sua industria e il suo commercio assunsero proporzioni colossali; la truffa finaziaria celebrò orgie cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo da una ostentazione sfacciata di lusso esagerato, immorale, abietto. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il vero e proprio vivaio di tutta la sua corruzione.

La sua decomposizione e la decomposizione della società che esso aveva salvato vennero messe a nudo dalla baionetta prussiana, ben disposta per conto suo a trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L'imperialismo è la più prostituita e insieme l'ultima forma di quel potere statale che la nascente società della classe media aveva incominciato ad elaborare come strumento della propria emancipazione dal feudalesimo, e che la società borghese in piena maturità aveva alla fine trasformato in strumento per l'asservimento del lavoro al capitale.

La Comune fu l'antitesi diretta dell'impero. Il grido di "repubblica sociale", col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di febbraio, non esprimeva che una vaga aspirazione a una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe. La Comune fu la forma positiva di questa repubblica.

Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era sorta in armi contro il tentativo di Thiers e dei rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo trasmesso loro dall'impero. Parigi poteva resistere solo perchè, in conseguenza dell'assedio, si era liberata dell'esercito, e lo aveva sostituito con una Guardia nazionale, la cui massa era composta di operai. Questo fatto doveva, ora, essere trasformato in un'istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell'esercito permanente e la sostituzione ad esso del popolo armato.

La Comune fu composta dai consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti dalla classe operaia. La Comune doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo. Invece di continuare a essere l'agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune, revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello stato scomparvero insieme con i dignitari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà privata delle creature del governo centrale. Non solo l'amministrazione municipale, ma tutte le iniziative già prese dallo stato passarono nelle mani della Comune.

Sbarazzarsi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza materiale del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza della repressione spirituale, il "potere dei preti", sciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto enti possidenti. I sacerdoti furono restituiti alla quiete della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della chiesa e dello stato. Così non solo l'istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le avevano imposto i pregiudizi di classe e la forza del governo. I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro abietta soggezione a tutti i governi che si erano succeduti, ai quali avevano, di volta in volta, giurato fedeltà, per violare in seguito il loro giuramento. I magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili come tutti gli altri pubblici funzionari.

La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il regime comunale, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il posto anche nelle provincie all'autogoverno dei produttori. In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo, e che nei distretti rurali l'esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia nazionale, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i loro affari comuni mediante un'assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi momento e legato al mandat impératif (istruzioni formali) dei suoi elettori. Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in malafede ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili. L'unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescienza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante nella società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare il popolo nel parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il suffragio individuale serve a ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda. Ed è ben noto che le associazioni di affari, come gli imprenditori singoli, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente come mettere a ogni posto l'uomo adatto, e se una volta tanto fanno un errore, sanno rapidamente correggerlo. D'altra parte, nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.

E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei Comuni medioevali, che prima precedettero questo stesso potere statale e poi ne divennero sostrato. La Costituzione della Comune è stata presa a torto per un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai girondini, quella unità delle grandi nazioni, che se originariamente è stata realizzata con la forza politica, è ora diventata un potente fattore della produzione sociale. L'antagonismo tra la Comune e il potere statale è stato preso a torto per una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione. Speciali circostanze storiche possono aver impedito in altri paesi lo sviluppo classico della forma borghese di governo che si è avuta in Francia e possono aver permesso, come in Inghilterra, di completare i grandi organi centrali dello stato con corrotti consigli parrocchiali, con consiglieri comunali trafficanti, feroci custodi della legge dei poveri nelle città e magistrati virtualmente ereditari nelle campagne. La Costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia. La classe media francese delle provincie vide nella Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo ceto aveva avuto sul paese sotto Luigi Filippo, e che, sotto Luigi Napoleone, era stato soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle città. In realtà la Costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. La esistenza stessa della Comune portava con sè come conseguenza naturale la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello stato ormai diventato superfluo. Soltanto nella testa di un Bismarck - il quale, quando non è preso dai suoi intrighi di sangue e di ferro, ama sempre ritornare al vecchio mestiere così adatto al suo calibro mentale di collaboratore del Kladderatatsch [1] (il Punch di Berlino) - soltanto in una testa così fatta poteva entrare l'idea di attribuire alla Comune di Parigi l'ispirazione a quella caricatura della vecchia organizzazione municipale francese del 1791 che è la Costituzione municipale prussiana, la quale riduce le amministrazioni cittadine alla funzione di ruote puramente secondarie della macchina poliziesca dello stato prussiano. La Comune fece una realtà dello slogan delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionalismo statale. La sua esistenza stessa supponeva la non esistenza della monarchia che, in Europa, almeno, è l'abituale zavorra e l'indispensabile maschera del dominio di classe. Essa forniva alla repubblica la base per vere istituzioni democratiche. Ma né il governo a buon mercato né la "vera repubblica" erano la sua meta finale, essi furono solo fatti concomitanti.

La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro.

Senza quest'ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La comune doveva dunque servire da leva per svelare le basi economiche su cui riposa l'esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. Con l'emancipazione del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo cessa di essere un attributo di classe.

E' un fatto strano: nonostante tutto il gran parlare e l'immensa letteratura degli ultimi sessant'anni sull'emancipazione del lavoro, non appena gli operai, in un paese qualunque, prendono decisamente la cosa nelle loro mani, immediatamente si leva tutta la fraseologia apologetica dei portavoce della società presente, con i suoi due poli di capitale e schiavitù del salario (il proprietario fondario è ora soltanto il socio passivo del capitalista), come se la società capitalista fosse ancora nel suo stato più puro di verginale innocenza, con i suoi antagonismi non ancora sviluppati, con i suoi inganni non ancora sgonfiati, con le sue meretricie realtà non ancora messe a nudo. La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l'espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato. Ma questo è comunismo, "impossibile" comunismo! Ebbene, quelli tra i membri della classi dominanti che sono abbastanza intelligenti per comprendere la impossibilità di perpetuare il sistema presente - e sono molti -sono diventati gli apostoli seccanti e rumorosi della produzione cooperativa. Ma se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno, se essa deve subentrare al sistema capitalista; se delle associazioni cooperative unite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine all'anarchia costante e alle convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione capitalistica; che cosa sarebbe questo o signori, se non comunismo, "possibile" comunismo?

La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre Par dècret du peupleSa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese. Pienamente cosciente della sua missione storica e con l'eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia può permettersi di sorridere delle grossolane invettive dei signori della penna e dell'inchiostro, servitori dei signori senza qualificativi e della pedantesca protezione dei benevoli dottrinari borghesi, che diffondono i loro insipidi luoghi comuni e le loro ricette settarie col tono oracolare dell'infallibilità scientifica.

Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione; quando per la prima volta semplici operai osarono infrangere il privilegio governativo dei "loro superiori naturali", e, in mezzo a difficoltà senza esempio, compirono l'opera loro con modestia, con coscienza e con efficacia - e la compirono per salari il più alto dei quali era appena il quinto di ciò che, secondo un'alta autorità scientifica, è il minimo richiesto per il segretario di un consiglio scolastico in una metropoli - il vecchio mondo si contorse in convulsioni di rabbia alla vista della Bandiera Rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, sventolante sull'Hotel de Ville.

Eppure, questa fu la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino della grande maggioranza della classe media parigina - artigiani, commercianti, negozianti - eccettuati soltanto i ricchi capitalisti. La Comune li aveva salvati con un regolamento sagace del problema che è causa eterna di contrasti all'interno stesso della classe media, il conto del dare e avere [2].

Questa stessa parte della classe media, immediatamente dopo aver aiutato a schiacciare la insurrezione operaia del giugno 1848, era stata sacrificata ai suoi creditori dall'Assemblea nazionale, senza tante cerimonie. Ma questo non era il solo motivo per cui ora queste classi medie si schieravano attorno alla classe operaia. Esse sentirono che vi era una sola alternativa: o la Comune o l'impero, sotto qualsiasi nome questo potesse ripresentarsi. L'impero le aveva rovinate economicamente con lo sperpero delle ricchezze pubbliche, con le truffe finanziarie su larga scala che esso aveva favorito, con l'impulso dato all'accelerazione artificiale della concentrazione del capitale e con la concomitante espropriazione di una grande parte del loro ceto. Le aveva soppresse politicamente, le aveva scandalizzate moralmente con le sue orge, aveva offeso il loro volterianismo affidando l'istruzione dei loro figli ai Frères Ignorantins [3], aveva rivoltato il loro sentimento nazionale di francesi precipitandoli a capofitto in una guerra che per le rovine provocate aveva lasciato un solo compenso: la scomparsa dell'impero. Di fatto, dopo l'esodo da Parigi di tutta l'alta bohème bonapartista e capitalista, il vero partito dell'ordine della classe media si era presentato nelle sembianze dell'Union républicaine, schierandosi sotto le bandiere della Comune e difendendola dalle premeditate falsificazioni di Thiers.

Se la riconoscenza di questa grande massa della classe media resisterà alle difficili prove odierne, il tempo solo lo mostrerà.

La Comune aveva perfettamente ragione di dire ai contadini che "la sua vittoria era la sola loro speranza". Di tutte le menzogne escogitate da Versailles e riprese come un'eco dai gloriosi giornalisti europei penny-a-liner, una delle più colossali fu che i rurali rappresentassero i contadini francesi. Basta pensare all'amore del contadino francese per gli uomini a cui, dopo il 1815, aveva dovuto pagare il miliardo di indennità. Agli occhi del contadino francese la sola esistenza di un grande proprietario fondario è di per se stessa una violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel 1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra l'imposta addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora lo avevano fatto in nome della rivoluzione, mentre ora avevano fomentato una guerra civile contro la rivoluzione, per far cadere sulle spalle dei contadini il peso principale dei cinque miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani. La Comune, d'altra parte, dichiarò in uno dei suoi primi proclami che le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che ne erano stati i veri autori. La Comune avrebbe liberato il contadino dall'imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le odierne sanguisughe, il notaio, l'avvocato, l'usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati eletti da lui e davanti a lui responsabili; lo avrebbe liberato dalla tirannide della garde champetre [4], del gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito all'instupidimento ad opera dei preti l'istruzione illuminata del maestro elementare. Il contadino francese è, sopratutto, un calcolatore. Egli avrebbe trovato assolutamente ragionevole che la retribuzione dei sacerdoti, invece di essere estorta dagli agenti delle imposte, dipendesse solo dalla azione spontanea ispirata dai sentimenti religiosi dei parrocchiani. Questi erano i grandi benefici immediati che il governo della Comune - ad esso solo - offriva ai contadini francesi. E' dunque del tutto superfluo diffondersi qui sugli altri problemi più complicati, ma di vitale importanza, che soltanto la Comune era capace di risolvere e nello stesso tempo costretta a risolvere in favore del contadino, come per esempio quello del debito ipotecario, che pesa come un incubo sul suo piccolo appezzamento di terreno, quella del proletariat foncier (proletariato rurale) di giorno in giorno in aumento per questa ragione e della sua espropriazione che è messa in atto con la forza, a un ritmo sempre più rapido dallo stesso sviluppo dell'agricoltura moderna e dalla concorrenza dell'azienda agricola capitalista.

Il contadino francese aveva eletto Luigi Bonaparte presidente della repubblica, ma il partito dell'ordine creò l'impero. Quel che il contadino francese desidera veramente, incominciò a mostrarlo nel 1849 e nel 1850, contrapponendo in suo maire [5] al prefetto del governo, il suo maestro di scuola al prete del governo e se stesso al gendarme del governo. Tutte le leggi fatte dal partito dell'ordine nel gennaio e febbraio 1850 furono misure di repressione aperta contro il contadino. Il contadino era bonapartista perchè ai suoi occhi la grande Rivoluzione, con i suoi vantaggi per lui, era personificata in Napoleone. Come avrebbe potuto questa illusione, rapidamente crollata sotto il II impero (e per la sua stessa natura ostile ai rurali), resistere all'appello della Comune agli interessi vitali e ai bisogni urgenti dei contadini?

I rurali - ed era questa, di fatto, la loro apprensione principale - sapevano che tre mesi di libere comunicazioni tra Parigi della Comune e le provincie avrebbero portato a una insurrezione generale dei contadini. Di qui la loro preoccupazione di stabilire attorno a Parigi un cordone poliziesco come se si fosse trattato di impedire il diffondersi della peste bovina.

Se la Comune era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale, era in pari tempo un governo internazionale in tutto il senso della parola, poichè era governo di operai e campione audace della emancipazione del lavoro. Sotto gli occhi dell'esercito prussiano, che aveva annesso alla Germania due provincie francesi, la Comune annettè alla Francia gli operai di tutto il mondo. Il II impero era stato la festa della furfanteria cosmopolita, le canaglie di tutti i paesi essendo accorse al suo appello per prender parte alle sue orge e al saccheggio del popolo francese. In questo momento stesso, braccio destro di Thiers è Ganesco, l'immondo valacco, e il suo braccio sinistro è Makovski, la spia russa: la Comune ammise tutti gli stranieri all'onore di morire per una causa immortale. Tra la guerra esterna perduta per il suo tradimento e la guerra civile provocata dalla sua cospirazione con l'invasore straniero, la borghesia aveva trovato il tempo di manifestare il suo patriottismo organizzando battute di caccia poliziesche contro i tedeschi in Francia. La Comune fece di un operaio tedesco il suo ministro del lavoro. Thiers, la borghesia, il II impero, avevano continuamente ingannato la Polonia con rumorose professioni di simpatia, mentre in realtà la tradivano e la abbandonavano alla Russia, di cui facevano il sordido servizio. La Comune onorò i figli eroici della Polonia ponendoli a capo dei difensori di Parigi. E per dare chiaramente rilievo alla nuova èra della storia ch'essa era consapevole di iniziare, la Comune sotto gli occhi dei prussiani conquistatori da una parte, e dell'esercito bonapartista condotto da generali bonapartisti dall'altra, abbattè il simbolo colossale della gloria militare, la colonna Vendome. La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l'abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l'imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d'indennizzo, tutte le fabbriche e i laboratori chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s'erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro. Le misure finaziarie della Comune, notevoli per la loro sagacia e moderazione, non potevano andare al di là di quanto fosse compatibile con la situazione di una città assediata. Considerando le ruberie colossali commesse ai danni della città di Parigi, sotto la protezione di Haussmann, dalle grandi compagnie finanziarie e dai grandi appaltatori, la Comune avrebbe avuto titoli, per confiscarne le proprietà, incompatibilmente più validi di quelli che avesse Napoleone per confiscare le proprietà della famiglia d'Orléans. Gli Hohenzollern e gli oligarchi inglesi, che hanno tratto entrambi una buona parte delle loro tenuta dal saccheggio delle chiese, furono naturalmente molto scandalizzati dal fatto che la Comune non ricavasse più di 8000 franchi dalla secolarizzazione dei beni ecclesiastici.

Mentre il governo di Versailles, appena ripreso un pò di coraggio e di forza, ricorreva contro la Comune ai mezzi più violenti; mentre esso sopprimeva la libera espressione delle opinioni in tutta la Francia, arrivando sino a proibire le riunioni di delegati delle grandi città; mentre esso assoggettava Versailles e il resto della Francia a uno spionaggio che sorpassava di gran lunga quello del II impero; mentre faceva bruciare dai suoi gendarmi inquisitori tutti i giornali stampati a Parigi e censurava tutte le lettere da e per Parigi; mentre l'Assemblea nazionale i più timidi tentativi di dire una parola in favore di Parigi erano soffocati da urla sconosciute persino alla chambre introuvable del 1816; mentre Versailles conduceva dal di fuori una guerra selvaggia e all'interno di Parigi tentava di organizzare corruzione e complotti, non avrebbe la Comune tradito vergognosamente la sua missione se avesse affrettato di osservare tutte le convenzioni e le apparenze del liberismo, come in tempi di perfetta pace? Se il governo della Comune fosse stato dello stesso stampo di quello del signor Thiers, non vi sarebbero stati meno pretesti di sopprimere i giornali del partito dell'ordine a Parigi che di sopprimere quelli della Comune a Versailles.

Certo però era cosa irritante per i rurali che, nel momento in cui essi dichiaravano il ritorno della chiesa solo mezzo di salvezza per la Francia, la miscredente Comune dissotterrasse gli strani misteri del convento del Picpus e quelli della chiesa di San Lorenzo [6]. Era una satira contro Thiers il fatto che, mentre egli copriva di gran croci i generali bonapartisti come riconoscimento della loro capacità di perdere battaglie, firmar capitolazioni e farsi le sigarette a Wilhelmshohe, la Comune destituisse e arrestasse i suoi generali al minimo sospetto di negligenza nell'adempimento dei loro doveri. L'espulsione dalla Comune e l'arresto di uno dei suoi membri che vi si era introdotto con nome falso, e aveva scontato a Lione sei giorni di prigione per bancarotta semplice, non era forse un deliberato insulto scagliato contro il falsario Favre, che continuava ad essere ministro degli esteri della Francia, a vendere la Francia a Bismarck, a dettare ordini all'incomparabile governo belga? Ma ciononostante la Comune non pretendeva all'infallibilità, attributo invariabile di tutti i governi del vecchio stampo. Essa rendeva pubblici i suoi atti, le sue parole, essa rendeva noti al pubblico tutti i suoi difetti.

In tutte le rivoluzioni si intrufolano, accanto ai loro rappresentanti autentici, individui di altro conio; alcuni sono superstiti e devoti di rivoluzioni passate, che non comprendono il movimento presente, ma conservano una influenza sul popolo per la loro nota onestà e per il loro coraggio, o per la semplice forza della tradizione; altri non sono che schiamazzatori i quali, a forza di ripetere anno per anno la stessa serie di stereotipe declamazioni contro il governo del giorno, si sono procacciata la fama di rivoluzionari della più bell'acqua. Anche dopo il 18 marzo vennero a galla alcuni tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a rappresentare parti di primo piano. Nella misura del loro potere, essi furono di ostacolo all'azione reale della classe operaia, esattamente come uomini di tale specie avevano ostacolato lo sviluppo di ogni precedente rivoluzione. Questi elementi sono un male inevitabile: col tempo ci si sbarazza di loro; ma alla Comune non fu concesso tempo.

Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della Parigi meretricia del II impero! Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dai latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure e senza nessun servizio di polizia. "Non sentiamo più parlare - diceva un membro della Comune - di assassinii, furti e agressioni. Si direbbe davvero che la polizia abbia trascinato con sé a Versailles tutti i suoi amici conservatori". Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori, gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e sopratutto della proprietà. Al posto loro ricomparvero alla superficie le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e devote come le donne dell'antichità. Parigi lavoratrice, pensatrice, combattente, insanguinata, raggiante nell'entusiasmo della sua iniziativa storica, quasi dimentica, nella incubazione di una nuova società, dei cannibali che erano alle sue porte!

Di fronte a questo nuovo mondo di Parigi, il vecchio mondo di Versailles - questa Assemblea di iene di tutti i regimi defunti, legittimisti e orleanisti, avidi di nutrirsi del cadavere della nazione - con un codazzo di repubblicani antidiluviani, che sanzionavano con la loro presenza nell'Assemblea la rivolta dei negrieri, si rimettevano per il mantenimento della loro repubblica parlamentare alla vanità del senile ciarlatano che era alla loro testa, e facevano la caricatura del 1789 tenendo le loro riunioni spettrali nel Jeu de Paume. Eccola, questa Assemblea, la rappresentante di tutto ciò che in Francia era morto, puntellato e mantenuto con un sembiante di vita unicamente dalle spade dei generali di Luigi Bonaparte! Parigi, tutta la verità; Versailles, tutta la menzogna, e questa menzogna sprigionata dalla bocca di Thiers.

 

Thiers dice a una deputazione di sindaci della Seine-et-Oise: "Potete contare sulla mia parola, alla quale non ho mai mancato". Dice all'Assemblea stessa che "era l'Assemblea più liberamente eletta e più liberale che la Francia avesse mai avuta", dice alla sua soldatesca variopinta ch'essa era " l'ammirazione del mondo e il più bell'esercito che mai avesse avuto in Francia", dice alle provincie che il borbardamento di Parigi da lui ordinato era un mito: "Se alcuni colpi di cannone sono stati tirati, non è stato per opera dell'esercito di Versailles, ma degli insorti , i quali volevano far credere che combattevano, mentre non osavano mostrare il naso". E dice ancora alle provincie che "l'artiglieria di Versailles non bombarda Parigi; la cannoneggia soltanto". Dice all'arcivescovo di Parigi che le pretese esecuzioni e rappresaglie attribuite alle truppe di Versailles sono fantasie. Dice a Parigi che era soltanto ansioso di "liberarla dai ripugnanti tiranni che l'opprimevano" e che di fatto la Parigi della Comune era "solo un pugno di criminali".

La Parigi del signor Thiers non era la Parigi reale della "vile moltitude", era una Parigi spettrale, la Parigi dei franchi truffatori, la Parigi dei boulevards, maschi e femmine: la Parigi ricca, capitalista, coperta d'oro, infingarda, che ora ingombrava, coi suoi lacchè, coi suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes, Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain; che considerava la guerra civile soltanto come una gradevole diversione; che seguiva lo sviluppo della battaglia coi boccoli, contava i colpi di cannone e giurava sul suo onore e su quello delle sue prostitute che lo spettacolo era allestito molto meglio di quanto non si usasse al teatro delle Porte St. Martin. Gli uomini che cadevano erano veramente morti, le grida dei feriti eran grida sul serio; e tutto l'assieme, poi, era così intensamente storico! Questa è Parigi del signor Thiers, come la emigrazione di Coblenza [7] era la Francia del signor De Calonne.

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Kladderadatsch, settimanale satirico-umoristico, fondato a Berlino nel 1848.

[2] Il 18 aprile la Comune pubblicò un decreto di moratoria triennale dei debiti.

[3] Frati Ignorantini, ordine religioso.

[4] Guardia campestre.

[5] Sindaco.

[6] Nel convento di Picpus furono trovate donne trattenute dai monaci sotto l'accusa di pazzia e destinate ad essere violentate e sepolte vive. Nella chiesa di S. Lorenzo furono rinvenuti scheletri di donne che già avevano subìto quella sorte.

[7] Dove, scoppiata la rivoluzione del 1789, i fuggiaschi costituiscono il principale centro della reazione aristocratica.

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30 aprile 2015 4 30 /04 /aprile /2015 05:00
La Società, il Pensiero e il Cervello [1]
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Eduardo Colombo

Il cervello è nel cranio, ma il pensiero è nel mondo


Viviamo in un'epoca di regressione ideologica e concettuale che ci avvicina ad una nuova età delle tenebredualista, spirituale, in cui si rafforza una metafisica delle "forme sostanziali", o delle "sostanze immateriali", o delle "essenze separate", incorporee? Coloro che assimilano ogni critica dell'ideologia scientista - e la sua pretesa all'oggettività, sequela di un realismo ingenuo -, al post-modernismo, e vedono nel post-modernismo un'ideologia anti-scientifica, sembrano temerlo.

Allora, stiamo regredendo di molti secoli, oppure è una falsa impressione? Invertendo la prospettiva, direi che stiamo assistendo, sicuramente, a una regressione da alcuni decenni, conseguenza di un effetto perverso degli enormi avanzamenti scientifici soprattutto in genetica molecolare, e nelle neuroscienze. Ma non è molto grave. È l'eterna tendenza ciclica della storia.

Bricmont ci dice: "Una parte della critica delle scienze si è spostata sulla critica di nozioni come l'oggettività e la razionalità. Si ha a volte l'impressione, quando leggiamo alcuni testi filosofici legati a questa tendenza, che si è arretrati di alcuni secoli per ricadere nell'idealismo in cui tutto non è che rappresentazione, discorso, linguaggio e in cui il reale non esiste che racchiuso tra virgolette. Contro questa procedura, si devono incessantemente ripetere alcune evidenze: non sono gli uomini che hanno creato il mondo, ma il mondo che ha prodotto gli uomini; quest'ultimi sono comparsi a seguito di una evoluzione che è stata possibile soltanto perché il nostro universo possiede una certa struttura fisico-chimica. Ed è il cervello che produce il pensiero, non il contrario".

Le braccia mi cadono di fronte a una verità così forte e solida. Per contro il mio spirito rimane vivo, e mi chiedo: il problema non starebbe altrove? [2].

Il cervello che produce il pensiero ha bisogno del suo prodotto per conoscere qualcosa. Esso, da solo, frutto dell'evoluzione naturale, "sa" sicuramente molte cose, ma non conosce le cose che sa, non ha intellezione del mondo umano. Per avere questo tipo di conoscenza riflessiva, il cervello dell'uomo deve imparare a parlare, ed ha bisogno di qualcuno che glielo insegni. Da solo, rimane idiota.

ippocrate.jpgInoltre, per sapere che è il cervello che pensa, bisogna pensarlo. Non lo si è saputo in ogni tempo. Il primo, forse, ad aver lasciato nella storia una traccia di quest'idea fu Alcmeone di Crotone [VI-V secolo] [3], che considerava che l'egemonico (hegemonikon o parte direttiva dell'anima, coscienza o intelletto) aveva la sua sede nel cervello. Dopo di lui, Ippocrate di Cos [460-370 a. C.] pensava anche egli che il cervello era l'organo centrale della ragione, malgrado un'antichissima tradizione che poneva nel diaframma (phrenos) la sede dell'anima o dell'intelligenza, da cui la frenite antica (delirio e febbre), denominazione nosografica sopravvissuta per molti secoli. Ippocrate ci ha lasciato la descrizione seguente delle funzioni cerebrali: "Si deve sapere che, da una parte, i piaceri, le gioie, le risate e i giochi, dall'altra, i dispiaceri, le pene, lo scontento e i pianti non ci giungono da lì (il cervello). È con esso soprattutto che pensiamo, capiamo, vediamo, ascoltiamo... È ancora con esso che siamo pazzi, deliriamo, che i timori e i terrori ci assediano..." [4].

Oggi, la conoscenza del sistema cerebrale si è sviluppata considerevolmente, soprattutto negli ultimi vent'anni. Sappiamo molto sulla sua struttura e le sue funzioni malgrado la sua enorme complessità. Esso contiene circa cento miliardi di neuroni e la corteccia, apparsa recentemente durante l'evoluzione, è formata da trenta miliardi di neuroni e un milione di miliardi di sinapsi. Grosso modo, due diversi tipi di sistemi si articolano nella struttura del sistema nervoso, l'uno, più primitivo dal punto di vista evolutivo, è l'insieme costituito dal tronco cerebrale e il sistema limbico. Da esso dipendono l'appetito, i comportamenti sessuali e di difesa apparsi nel corso dell'evoluzione; si trova legato ai sistemi endocrini e neuro vegetativo. L'altro è il sistema talamo-corticale che è apparso più tardi nell'evoluzione naturale per occuparsi della categorizzazione del mondo esterno all'organismo.

La coscienza, e a partire da essa, ciò che chiamiamo intellezione, significato, intenzionalità, sono delle proprietà del cervello umano. Non esiste sostanza "cosciente" distinta dalla sostanza cerebrale [5].

Francis_Crick.pngMa i veri problemi cominciano a partire da qui. Francis Crick, riconosce che, malgrado tutto, "il cervello non contiene abbastanza neuroni per codificare il numero praticamente infinito di oggetti concepibili". Aggiunge che l'informazione fornita, ad esempio, dagli stimoli che ricevono i nostri occhi è ambiguo. "Non è sufficiente per permetterci di interpretarla in termini di oggetti nel mondo reale" [6]. Detto altrimenti, il sistema neuronale "deve aver ricevuto, o aver acquisito, delle ipotesi integrate indicanti come interpretare al meglio i dati ricevuti" [7].

Edelman.jpgEdelman chiama "coscienza" primaria un tipo di esperienze fenomeniche che si manifestano in tutti gli organismi animali nelle loro relazioni con l'ambiente, esperienze che sono limitate a un intervallo situato intorno al presente in atto e che sono sprovvisti del concetto di sé e della discriminazione passato / futuro.

Per contro, ciò che chiamiamo abitualmente coscienza è l'apparizione, nel lungo cammino evolutivo degli ominidi [8], della possibilità di fare la differenza tra modelli concettuali-simbolici" (che includono, ad esempio, l'oggetto del desiderio come un segno o simbolo) l'esperienza percettiva in corso. E cioè, la possibilità di separare l'oggetto mentale (segno o simbolo) dall'oggetto dell’esperienza immediata. Questa differenziazione esige dei repertori cerebrali capaci di ritardare le risposte, e implica la creazione di un concetto del passato e del futuro che "libera l'individuo dalla tirannia dell'istante presente e degli avvenimenti che avvengono in tempo reale" [9].

cervello.jpgAllora, le funzioni superiori del cervello richiedono, per intervenire al contempo con il mondo circostante e con altre persone, un linguaggio. La cognizione umana si caratterizza attraverso questa capacità di acquisire la padronanza di una lingua e attraverso la possibilità di attribuire delle credenze e dei desideri all'altro. Come dice Davidson, "nell'impossibilità di poter interpretare le parole degli altri, una creatura non può avere dei pensieri". Si potrebbe affermare, dunque, che un individuo che non appartenesse a una comunità socio-linguistica non potrebbe essere accreditato di autentici pensieri" [10].

Questo ci porta a riconoscere in un ampio ambito psichico quel contenuto semantico al quale riserviamo il nome di "mentale", e che implica l'intenzionalità o la capacità di significare che acquisisce l'espressione dell'atto o dell'avvenimento psichico - la parola o il gesto come espressione del pensiero e viceversa - quando è capito come un segno che informa qualcuno di qualcosa. Il criterio che definisce il mentale è il significato. E il significato nasce nell'atto sociale. Esige una relazione triadica: almeno due interlocutori e un messaggio da interpretare. Il soggetto intenzionale mira all'oggetto con il gesto o la parola, ma la relazione tra il gesto e l'oggetto, ad esempio, si stabilisce soltanto se essa è interpretata o capita come tale da colui a cui il gesto è destinato. L'interiorizzazione o soggettivazione di questa relazione trina costituisce i nostri pensieri [11].

Ora, la nostra prima evidenza richiede di essere corretta o completata: non è il cervello che produce il pensiero, ma i cervelli.

Possiamo di conseguenza adottare l'ipotesi seguente: l'emergere di strutture cerebrali aventi delle capacità al contempo linguistiche e intenzionali, o di significato, ha costituito una svolta nel'evoluzione filogenetica dei sistemi biologici.

parantropus.png

I primi uomini fanno la loro comparsa durante gli importanti cambiamenti climatici che la terra conobbe tra i 3 e 2,5 milioni di anni fa. Homo habilis e i parantropi sono più encefalizzati dei loro antenati australopitechi, e lo studio dei calchi endocranici suggerisce la presenza delle differenziazioni delle zone motrici del linguaggio: le aree di Broca e di Wernicke sull'emisfero sinistro [12]. Tuttavia, come fa notare Pascal Picq, "da quando è stata posta in evidenza un'area di Wernicke nei scimpanzè, la relazione tra l'anatomia cerebrale e l'uso del linguaggio" resta una condizione necessaria, ma non più sufficiente [13].


Homo-Erectus.jpgL'Olduvaiano è la prima cultura litica conosciuta, ad essa appartengono i ciottoli intagliati che compaiono tra i 2,6 e 2,3 milioni di anni fa. L'avvento dell' Homo ergaster segna il declino degli altri ominidi, ma, benché più tardivo, coesiste con Homo habilis per molte centinaia di migliaia di anni. Quasi un milione di anni sono trascorsi prima che appaiano le bifacciali caratteristiche della cultura acheuleana. È verso 1,4 milioni di anni fa che Homo ergaster comincia a utilizzare il fuoco, Homo habilis è già scomparso, e spetterà a Homo erectus a padroneggiarlo e di continuare il compito, il che farà per 1,5 milioni di anni.

A partire dal musteriano o paleolitico medio, periodo compreso tra i 120.000 e i 35.000 anni fa, si svilupperà la tecnica detta di "Levallois" che consiste nel separare da un blocco di silicio un grande frammento, scegliendo un piano da colpire e con l'aiuto di un percussore, frammento che è in seguito lavorato per ottenere lo strumento desiderato. Questa tecnica presuppone dei contenuti cognitivi complessi dipendenti dall'uso di un sistema simbolico che permette la prefigurazione dello strumento e della sua finalità. Gli uomini di Neanderthal e di Cro-Magnon sono dei rappresentanti di questo periodo. Circa 30.000 anni fa gli ultimi Neandertaliani spariscono. Rimane soltanto Homo sapiens segnato dalla diversità delle popolazioni e delle culture. Questi esemplari del genere Homo sono gli uomini moderni, le loro caratteristiche anatomiche rimangono praticamente immutate da 100.000 anni, tranne il fatto che i primi Homo sapiens erano più robusti e più encefalizzati.

Per due milioni e mezzo di anni i nostri antenati hanno lavorato la pietra in modo continuativo, e hanno ottenuto, lentamente, alcune acquisizioni tecniche coerenti con le modalità proprie alla selezione naturale, che ha bisogno di centinaia di millenni per cambiare le popolazioni eliminando alcuni geni e promuovendone altri. E poi si è prodotto come una specie di decollo biologico. Essi avevano acquisito le capacità cerebrali, l'apparato di fonazione necessario, la mano e lo strumento, e, nell'atto sociale di scambio, essi hanno inventato un sistema di comunicazione simbolico, un sistema di segni, capace di accumulare le esperienze individuali e di trasmetterle senza passare attraverso la memoria della specia. È questo artefatto extra-biologico, questo sistema significativo [14], che ha loro permesso di guardare l'esperienza presente nella prospettiva dell'esperienza passata e dell'aspettativa futura. La cognizione si fece significativa e intenzionale. Gli uomini stabiliscono delle convenzioni tra di loro, creano delle norme e istituiscono la loro società. Istituzione e significato sono irriducibili al biologico.

Così, in soli 35.000 anni, essi sono passati - o noi siamo passati - dalla classificazione della lavorazione della pietra di Levallois” ai microprocessori, alla clonazione dei mammiferi e ai viaggi extraterrestri.

Ciò detto, se accettiamo che gli uomini hanno costruito e modellato il loro pensiero nell'interazione del sociale, dobbiamo concepire anche che il pensiero umano, per costituirsi in quanto tale, ha dovuto separarsi, discriminare, opporre, riunire, organizzare e riconoscere come oggetti discreti e differenti, - indicandoli e nominandoli -, i dati percettivi. Alle origini greche della razionalità occidentale muthos e logos si confondono, sono racconti, discorsi, prima che lógos opponendosi al mito, venga a designare il discorso coerente, l'enunciazione sensata, comprensibile e trasmissibile. Dopo Cicerone, ratio traduce il termine greco logos. Si evidenzia in tal modo un processo di razionalità che ha la pretesa dell'efficacia o della verità, e che si basa su degli enunciati che possono essere criticati e difesi, e cioè, fondati. La razionalità permette di spiegare e giustificare (sì che crediamo essere) la verità: a rendere ragione. Ma, la ragione non è, sicuramente, una facoltà del cervello, né un'entità esterna al processo storico di costruzione  della razionalità [15]. Come sostiene Hilary Putnam: "Le nostre norme e modelli di assertibilità [16] sono dei prodotti storici, evolvono con il tempo".

Nella nostra era, per tutto il XVII secolo - da Bruno a Newton - la fisica, che dopo Einstein chiamiamo "classica", ha dovuto, per costituirsi in quanto "scienza", trasformare i quadri di pensiero e le categorie interpretative tradizionali ben oltre la fisica stessa: una solidarietà epistemica univa l'astronomia e la magia, il mondo celeste e il mondo sub-lunare, l'immobilità della Terra, gli interessi della Chiesa, la posizione dell'Uomo nella natura. Per far nascere la scienza moderna, la lettura diretta del libro della natura non era sufficiente, i sensi potevano ingannarci, e l'osservazione è sempre limitata dalla credenza, direi anche, dipendente da essa.

La "rivoluzione" copernicana esigette un modo diverso di vedere le cose di tutti i giorni perché l'esperienza sensoriale contraddiceva in modo "evidente" l'idea che la Terra si sposta su un'orbita intorno al sole. E' così che Galileo ha potuto scrivere: "La mia meraviglia è senza limiti quando penso che Aristarco e Copernico furono capaci di dare alla ragione la precedenza sui sensi, al punto che a disprezzo di quest'ultimi, la prima divenne padrona delle loro credenze".

Dopo Keplero e Newton, e il successo della meccanica calcolabile [17], la fisica apparve come il modello di base delle scienze della natura, e, allora, la causalità nomologica elimina definitivamente le cause finali e altre invenzioni metafisiche. Il XX secolo penetra profondamente nella conoscenza della struttura intima della materia, ma ecco che le fondamenta materiali del mondo umano, macroscopicamente situate tra le piccole cellule degli organismi viventi e il sistema solare, cominciano ad entrare in un circolo senza fine. "Non appena la struttura submicroscopica della materia non può più essere descritta né rappresentata altrimenti che attraverso un'equazione, ecco che la fisica "disciplina di base" sembra appoggiarsi anch'essa soltanto sulla matematica. (...) Il modello fisico delle scienze della natura rinvia al modello matematico del fisico: la scala della gerarchia delle scienze si chiude. Il livello inferiore, base e fondamento, si appoggia su qualcosa che sembra procedere dal livello più elevato, quello delle strutture logico-matematiche del pensiero, oggetto esso stesso della psicologia, fondata sulla fisiologia, essa stessa fondata sulla biologia molecolare, essa stessa sulla chimica e la fisica, essa stessa sulla logica matematica, ecc." [18].

In breve, la struttura della realtà materiale non si dà direttamente nell'esperienza o l'osservazione, deve essere pensata, concepita e dimostrata, e la scienza, le conoscenze disponibili in un momento della storia, le teorie, partecipano alla configurazione del "fatto" che esse esplorano. Una mappa della realtà non è la realtà. Come direbbe Magritte "Questa non è una pipa". Werner Heisenberg scrisse: "Le leggi naturali che nella teoria dei quanta formuliamo matematicamente non riguardano più le particelle elementari propriamente dette, ma la conoscenza che ne abbiamo noi" [19]. I pionieri della meccanica quantistica proporranno un "principio di indeterminatezza" o "di indeterminazione" enunciato da Heisenberg nel 1927, e riconoscere la rottura che sopraggiunge tra il sistema (di cui si parla) e l'osservatore nei campi delle reazioni subatomiche della materia.

Se, ora, ritorniamo su i cervelli che pensano tutte queste cose, diventa chiaro che essi lo pensano all'interno di una struttura di senso che è istituita (istituzionale), storica e olistica [20]. Il significato o l'intenzionalità che, come abbiamo segnalato, è prodotta nell'atto sociale, non può essere ridotto a uno stato interno del cervello, né assimilato alle condizioni materiali della sua espressione [21]. In questa formulazione del problema - c'è bisogno di dirlo? - non vi è nulla di spirituale, né l'introduzione surrettizia di una qualunque res cogitans, vi è soltanto il riconoscimento del fatto che il cervello lavora con dei segni o dei simboli che, nello scambio, producono gli effetti di comprensione e di significazione.

Lo sviluppo della biologia inizia verso la metà del XX secolo con l'identificazione del DNA come base della specificità presso gli eucarioti. Nel 1953, James Watson e Francis Crick pubblicano il famoso modello della doppia catena elicoidale, e il progresso che ne conseguì, basato sulle potenti tecniche della biologia molecolare, non ha smesso di accelerare.

Lo stesso progresso si è prodotto nello svelamento delle funzioni del cervello e delle molteplici connessioni che collegano il sistema talamocorticale, il cervelletto, l'ippocampo e i gangli della base, così come i nuclei specifici noradrenergici, dopaminici, ecc., tra di loro. All'inizio degli anni 70 le tecniche di mappatura cerebrale sono venute a dare manforte all'espansione delle nostre conoscenze: la tomografia a raggi X assistita dal computer, la tomografia ad emissione di positroni (TEP) e la Imaging a risonanza magnetica (IRM) ci chiariscono sulle modificazioni dell'attività cerebrale durante l'esecuzione dei diversi compiti.

E' allora la stessa efficacia dei progressi scientifici che inizia a distillare, con la sua retorica persuasiva, una specie d'effetto perverso o negativo, trascinando il discorso sociale in una regressione di alcuni decenni, contribuendo senza volerlo, alla deriva reazionaria di un pensiero unico che si impone con il blocco immaginario neoliberale. Lasciamo da parte la manifesta efficacia dell'invocazione dei geni per assicurare il finanziamento dei programmi di ricerca stessi, e le conseguenze che hanno sul pubblico i partenariati che si stabiliscono tra la scienza e il commercio, la genetica e il mercato [22]. Ad ogni modo, non sfuggiamo sulla stampa quotidiana e sulle riviste di divulgazione scientifica, alla pubblicazione periodica della scoperta di un nuovo gene che spiega il comportamento degli uomini nella sessualità (quella degli uomini o quella dei ratti, non è importante), o nel gusto, o nella scelta del colore del vestito per il matrimonio, se matrimonio vi è, o nella biancheria intima di pizzo se non vi è matrimonio. Avete anche diritto di sapere quale parte del cervello è programmata per darvi delle idee religiose. Io, non ho ancora letto grazie a quale area del cervello sono ateo.

Più seriamente, le "scienze umane" si lasciano sedurre a loro volta, anche loro, e tendono a raccogliersi in laboratorio. In psicologia, nelle scienze cognitive, in sociologia, una procedura "atomista" si generalizza: si parte dalla molecola per andare a cercare l'intenzionalità (o la coscienza) e non la si trova. Si ignora così la dimensione istituzionale del comportamento umano e l'articolazione particolare tra i cervelli e il mondo della significazione.

Di conseguenza, e sfortunatamente, la nostra epoca diventa ricettiva alle idee che Edward Wilson espresse alla fine degli anni 70. Il clima intellettuale di allora permetteva una critica facilmente comprensiva delle sue estrapolazioni. Oggi si dimentica che l'ideologia rampante che s'impone è biologizzante e riduzionista e, come ieri, - anche se il linguaggio di oggi è più sofisticato e sembra relegare in un campo un po' caricaturale quest'espressione di pochi decceni fa, - ha tendenza a dare questo: "Le nostre società sono fondate su degli imperativi mammiferi, l'individuo opera dapprima per la riuscita della sua propria riproduzione, poi per quella della sua parentela immediata" [23].

"Il destino dell'uomo è di sapere". Coloro che non seguono l'evoluzione dei determinismi biologici non hanno avvenire. "I luddisti [24] e gli anti-intellettuali (sic!) non padroneggiano le equazioni differenziali della termodinamica né i parametri biochimici delle malattie. Essi vivono in capanne di paglia e muoiono giovani" [25]. Il mondo di "Mikhail Bakunin, l'anarchico, [è] biologicamente impossibile" [Ibid., p. 293]. Attraverso oscuri determinismi biologici, gli uomini amano l'autorità e si sottopongono volontariamente e rispettosamente ai capi carismatici. Allora, un anarchico è un mammifero teratologico.

 

Edoardo Colombo

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] da: "Réfractions", n° 13.

[2] E' possibile parlare del mondo umano senza utilizzare delle distinzioni come "le braccia", (il corpo), e "lo spirito", (il mentale)? Questa distinzione non implica necessariamente un dualismo ontologico, o separazione cartesiana tra res cogitans res extensa.

[3] I Presocratici. Bibliothèque de La Pléiade, Gallimard, Parigi, 1988. Alcmeone / Teofrasto, p. 219-220, e Aezio, p. 220.

[4] Ippocrate: “Sulla malattia sacra”. Citato da Ilza Veith, Histoire de l’hystérie, Seghers, Parigi, 1973.

[5] Vedere Gerald M. Edelman: Biologie de la conscience, Ed. Odile Jacob, Parigi, 1992. E anche Gerald M. Edelman e Giulio Tononi: Comment la matière devient conscience, Ed. Odile Jaob, Parigi, 2000.

[6] Ibid., p. 51.

[7] Ibid., p. 53.

[8] Gli ominidi sono rappresentati da due sottofamiglie attuali: gli hominini (uomo) e i panina (scimpanzè, gorilla, bonobo).

[9] Edelman, Gerald M.: Biologie de la ConscienceOp. cit., p. 174.

[10] Jacob, Pierre: Pourquoi les choses ont-elles un sens? Ed. Odile Jacob, Parigi, 1997, p. 16. Vedere anche Donald Davidson: "Les événements mentaux", In: Actions et événements, PUF, Parigi, 1993. Per la distinzione conscio / inconscio vedere E. Colombo: Le refoulement e l'Inconscient ou l'activité inconsciente. Su Internet (in spagnolo): http://www.aperturas.org

[11] "Pensare" appartiene alla categoria dei verbi che possiamo chiamare "atteggiamenti proposizionali" tali che "dubitare che", "credere che", "volere che", "augurare o desiderare che", appellativo che ha il vantaggio di ricordarci, ad esempio, che "il desiderio" ha sempre come obiettivo un "oggetto", che è necessariamente desiderio di qualcosa, che contiene una relazione (o contenuto semantico) espressa dalle proposizioni complettive introdotte da "che".

[12] Piveteau, Jean: L'apparition de l'hommeO.E.I.L., Parigi, 1986, p. 97. Vedere Aux origines de l'humanité, sotto la direzione di Yves Coppens e Pascal Picq, Fayard, Parigi, 2001, p. 278. Vedere anche Au commencement était l'homme. De toumai à Cro-MagnonOdile Jacob, Parigi, 2003, p. 80.

[13] Picq, Pascal: Au commencement était l'homme. De toumai à Cro-MagnonOdile Jacob, Parigi, 2003, p. 99.

[14] La relazione che stabilisce il segno con gli "oggetti" forma un sistema, un "codice" socialmente istituito, e se l'abbiamo chiamato sistema significativo è per segnare la relazione significativa di tipo circolare che delimita e identifica (costruisce) l'oggetto con il segno che lo designa, costituendo inoltre il segno su questa identificazione.

[15] Vedere John Dewey: Logique. La théorie de l'enquete, PUF, 1967, p. 67.

[16] Asserire una proposizione, è dire che la si ritiene vera. "Asseribilità garantita", termine di Dewey.

[17] Vedere Henri Atlan: "Du code génétique aux codes culturels", I. Physique et biologie. In L'Univers philosophgique, PUF, Parigi, 1989.

[18] Ibid., p. 421.

[19] Heisenberg, Werner: La nature dans la physique contemporaine, [1955]. Egli conclude così: "L'impiego del metodo trasforma il suo oggetto e di conseguenza il metodo non può più separarsi dal suo oggetto".

[20] L'olismo è una posizione antiriduzionistica che include le parti nel tutto. Per l'olismo epistemologico, nessun enunciato isolato dal suo contesto semantico ha un senso preciso e univoco.

[21] Per delle ragioni complesse che sarebbero lo sviluppo delle idee espresse in questo articolo - e che qui non è il caso di esplicitarle -, sono piuttosto d'accordo cone le teorie esternaliste del mentale. Le teorie che postulano l'identità del mentale e del cerebrale sono dell'ordine del materialismo riduzionista o, al limite, eliminativista, (in quest'ultimo caso, non vi è nulla da ridurre perché il mentale non esiste). Possiamo pensare che le modifiche che si verificano in diverse zone del cervello ricevendo e trattando un messaggio significativo (noetico) e non soltanto sensoriale, esauriscano la dimensione intenzionale? In altro termini, se potessimo leggere gli scambi elettro-chimici inter-neuronali, riusciremmo a decifrare il messaggio? Non lo credo, perché il significato è olistico, un pensiero - il contenuto proposizionale di un pensiero o di un atto mentale - dipende da migliaia di altri pensieri che non sono presenti in atto.

[22] Vedere, per sapere cos'è un gene, il libro di Evelyn Fox Keller: Le siècle du gèneGallimard, Parigi, 2003.

[23] Wilson, Edward O., L'humaine nature. Essai de sociobiologie, Stock, Parigi, 1979, p. 282.

[24] Luddismo: Movimento di distruzione delle macchine [1811 - 1813] in Inghilterra. Questo tipo di azione diretta era punibile con la pena di morte dalla legge del 1812. Il 13 gennaio 1813 furono giustiziati tre operai condannati dal tribunale di York. Tre giorni dopo salirono sul patibolo altri quindici. Erano tutti giovanissimi.

[25] Ibid., p. 292.

[26] Ibid., p. 293.

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