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1 settembre 2013 7 01 /09 /settembre /2013 05:00

DELLA CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀincisione Proudhon

O

 

PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA

 

Capitolo primo

 

§ II. — La religione causa di lassismo e sterilità

 

45. Osservate l'antico Egitto, invischiato nelle sue superstizioni e nei suoi geroglifici, consumarsi venti secoli nell'immobilismo; l'impero d'Oriente, da Costantino sino all'ultimo Paleologo, inabissarsi nelle dispute teologiche; il Medioevo piegato sotto la feudalità e la fede, e sbarazzantesi della sua ruggine se non scuotendo l'una e l'altra; le nazioni maomettane, dapprima floride, e uccise alla lunga dal fatalismo; gli Indù rassegnati all'oppressione purché si rispettino le loro pagode, e la morale lassista dei gesuiti, e le missioni del Paraguay, e il governo del Papa. Comparate questi greggi umani con la Grecia artista e filosofa, Roma legislatrice, la giovane America, suddivisa in cento diversi culti, prova che essa non tiene a nessuno di essi; l'Europa moderna, in cui la Chiesa, rispettata come una reliquia, non sussiste se non per via del piacere della scienza, che non degna di occuparsi di essa, e in cui la società marcia alla conquista dell'ordine abbandonando le credenze cattoliche: e ditemi se non vi sembra che religione e libertà, religione e scienza, religione e usanze, religione e progresso, siano cose antipatiche, o per lo meno essenzialmente eterogenee?

Penetrate più a fondo, e senza occuparvi delle persone, comparate anche la Politique tirée de l’Écriture sainte [La Politica tratta dalla santa Scrittura]; il Télémaque [Telemaco] con il Contrat social [Contratto sociale; l'Inquisizione con i Parlamenti; l'Università con l'antica Sorbona, Enrico IV e Richelieu con il cardinale Fleuri e Luigi XV; la prima metà del regno di Luigi, la Repubblica e la Restaurazione: e dite ancora e, dopo questi esempi, il genio politico abita con il pensiero religioso?

46. Lo spirituale è incapace di dare delle regole di condotta per il temporale: questo è così vero, che la Religione non ha mai saputo applicare le proprie massime. Da dove viene il fatto che il cristianesimo non ha potuto realizzare la sua legge di carità e di fratellanza? Se non dal fatto che, l'espressione di questa legge essendo del tutto mistica, invece di vedervi un principio che la riflessione doveva sviluppare, i fedeli non vi trovarono che un precetto divino al quale la ragione doveva sottomettersi. Sempre, nella sfera religiosa, l'indivisibilità dell'idea, la simbolizzazione del concetto, il fatto grezzo, e la lettera che uccide, opprimono il pensiero e impediscono l'analisi. Ammiro i primi cristiani: avidi di martirio, pronti a consegnare le loro ricchezze, umili, ferventi, austeri, entusiasti, l'instaurazione dell'eguaglianza sarebbe costata loro meno di tutte le loro virtù e non avrebbe fatto una vittima: non seppero capirlo. Invece di cercare dettagliatamente la regola dei diritti e dei doveri, si fermano a contemplare questa bella, ma infruttuosa parola: Amatevi l'un l'altro, amate il prossimo come voi stessi; e presto, in mancanza di teoria e di organizzazione, l'amore e la fraternità sparirono. Per un certo periodo si tentò la comunità: presto giunse il disgusto, e mentre l'eroismo della fede e lo zelo della propaganda andavano crescendo, si lasciarono perdere le agapi. In nessuna parte il cristianesimo ha realizzato le sue idee: Siriani, Arabi, Armeni, Ebrei, Persiani, Drusi, in mezzo ai quali è passato, sono rimasti ciò che erano. Ma, oh profondità dello spirito di religione! perché la vita comune si trovò ad essere impraticabile, la si giudicò troppo perfetta per la moltitudine: la difficoltà di compiere il precetto fu respinta sulla corruzione della natura; e i conventi, luoghi di intrighi e di gelosie, di tristezza e di noia, furono riservati per gli eletti. Da quel momento, si convenne che gli uomini, eguali davanti a Dio, non potevano esserlo sulla terra; un'eternità di delizie fu promessa in cambio delle privazioni di quaggiù, e l'elemosina avara, sostituì la dolce fratellanza. In compenso, si inventò la teologia, che ha dannato più cristiani di quanto la carità ne abbia nutriti.

47. "È impossibile", esclama Herder, "immaginare quanto il pensiero umano fu per molto tempo alterato, e quale impronta la croce lasciò sulla fronte dei popoli. Per molti secoli i pisciculi christiani nuotarono in acque torbide; il più ingegnoso dei popoli della terra, i Greci, cambiati da mille anni di avversità, perfidi, ignoranti, superstiziosi, diventarono i miserabili schiavi dei sacerdoti e dei monaci, appena capaci di capire il genio dei loro antenati. Così finì il primo e il più brillante Stato della cristianità: possa mai più ricomparirne un altro!".

48. Lungi dall'avere in se stessa qualche forza evolutiva e creatrice, la religione non ha potuto vivere che appropriandosi della politica profana e delle leggi civili.

Il cristianesimo è del tutto romano: non ho bisogno di dire che prendo questo nome in un altra accessione di quello catechistico. La fraternità primitiva non potendo mantenersi, si dovette procedere in altro modo nel governo della Chiesa; ci si modellò sulla repubblica. Ogni vescovo divenne una specie di proconsole, con i suoi tenenti, i suoi questori, i suoi edili, i suoi legati e la sua milizia. Dei sinodi simularono le deliberazioni del senato, e non produssero meno disordini; l'elezione dei vescovi da parte del popolo, normale agli inizi, rappresentò i comizi, mentre l'imposizione delle mani ricordava la trasmissione dei fasci. Infine, vi fu un imperatore ecclesiastico, e, quando l'impero venne diviso, ve ne furono due. Questo movimento d'imitazione si estese a tutto: encicliche, stravaganti, canoni, decretali, definizioni, ricordarono i decreti del popolo, i senatus-consultes, gli editti del pretore, e i rescritti dell'imperatore: la diplomazia pontificia e la gerarchia ecclesiastica furono riprese da quelle dei cesari. Si giunse sino alla vecchia formula sacer esto, della legge delle dodici tavole, che riapparvero nell'anathema sit, attraverso cui si preluse tante volte al supplizio degli eretici.

 49. A poco a poco, la morale del Vangelo si modificò sulla giurisprudenza: mentre i primi Padri, i greci soprattutto, imbevuti di idee essene e platoniche, vantano la comunità, si elevano contro il tuo e il mio, propagano l'eguaglianza civile; i latini mantengono e consacrano la proprietà, l'affitto delle terre, e si limitano a chiamare usura l'interesse del denaro [5]. - Un passo del Vangelo mal inteso fa condannare il divorzio: la Chiesa supplisce presto a questa lacuna stabilendo una massa di impedimenti risolutivi. Attraverso una finzione teologica, non infrangeva il matrimonio, sosteneva che non vi era stato matrimonio. - Infine, la monogamia, insegnata dal Vangelo, trovò un potente strumento nelle usanze greche e romane: non lo si è ancora notato. La monogamia era un'istituzione latina, esistente molto prima della predicazione di Gesù: e quando delle sette cristiane, originarie dell'Oriente, si misero ad attaccare il matrimonio, la famiglia, la procreazione dei figli, e a praticare una disgustosa promiscuità, l'unità e la santità del matrimonio trovarono il loro più fermo sostegno nelle Chiese della Gallia e dell'Italia.

50. Oggi, come un tempo, il cristianesimo prende in prestito da ogni direzione, assimilando ciò che ritiene convenirgli; e con quale discernimento, buon Dio! Dai filosofi prende la logica; dai geologi chiede delle conferme favorevoli alla Genesi; dai filologi, una teoria delle lingue che confermi la storia di Babele [6]; dai geometri, la verifica delle misure dell'arca di Noè; dai chimici, di provare che l'oro soluto sia potabile, allo scopo di salvare la verosimiglianza della leggenda del vitello d'oro; dagli astronomi, una spiegazione del miracolo di Isaia, che fece, dicono, retrogradare l'ombra di un gnomone, mentre il sole continuava ad avanzare [7]: permette ai frenologi di dire che le teste del Cristo e della Vergine sono l'ideale della bellezza unita alla saggezza, e della maternità unita al pudore; ma li condanna quando essi fanno delle facoltà e delle passioni il risultato dell'organismo.

Il cristianesimo, in una parola, non capisce, non ammette la scienza se non come dimostrazione dei suoi miti. Purché la storia esalti i trionfi della Chiesa, che la morale parafrasi il catechismo, che il governo sia il braccio visibile del potere spirituale; purché l'arte serva ad elevare dei templi e imbandire altari, il cristianesimo incoraggerà lo studio. Oltre ciò, esso giudica la scienza inutile; e non è raro udire dei sacerdoti, dei sacerdoti la cui missione è insegnare, accusare il governo di imprudenza perché moltiplica le scuole e propaga l'istruzione.

Come oserebbe ancora il cristianesimo far mostra di originalità e di progresso? E cosa vogliono dire coloro che parlano di sviluppare i suoi principi?... Una religione ha dei principi?

51. Si sviluppa in questo periodo, all'interno del cattolicesimo, un movimento straordinario. I sacerdoti hanno udito i rimproveri che si elevano contro di loro da ogni parte, di ostinazione nei pregiudizi utilizzati, di resistenza alla ragione, di contraddizione nei confronti dei tempi; rimproveri molto ingiusti, davvero, perché l'opposizione alle idee suppone la comprensione delle idee, e l'ordine è lettera morta per ogni dogmatismo religioso. Non confondiamo la forza d'inerzia con la negazione filosofica. Ed ecco che i sacerdoti si inquietano, sentono la loro fede vacillare, interrogano la scienza, che si è fatta senza di loro e che li supera, osservano le oscillazioni di questa politica di cui non capiscono nulla, e si sforzano di far girare a loro profitto delle rivoluzioni che essi non hanno previsto, e che li investono nel loro vortice. Ecco che i sacerdoti si danno da fare a predicare rinnovamento e riforma! Ma, poiché non hanno proceduto insieme alla civiltà, e che non è dato a nessuno superare gli intervalli stabiliti dalla natura, i sacerdoti, nei loro progetti riformisti, si trovano a essere i più arretrati tra tutti gli uomini. Alcuni di loro, stanchi dell'immobilismo cristiano, si distaccano bruscamente dalla Chiesa, e abiurano la loro fede: ma tutti, ortodossi e dissidenti, soggiogati da molto tempo dalla forma religiosa, e che si immaginano sin dai primi passi aver percorso un immenso cammino, intraprendono risolutamente di ricostruire la società su un piano che essi credono nuovo, e che non è che una forma morta, o pronta a svanire. Sotto tutte le logore forme dei vecchi sistemi politici, c'è in questo momento cospirazione dell'impotenza sacerdotale contro la realizzazione dell'ordine. Del resto, sempre lo stesso dogmatismo, coperto dai grandi nomi di Dio, Provvidenza, Tradizione, Autorità; sempre lo stesso stile, quello degli oracoli. Per terminarne la descrizione, non posso fare cosa migliore che di imitarli.

52. Ecco cosa sostiene lo Spirito d'ordine, il Genio dalle ali di fiamma, che veglia sui destini della Francia:

Figlio dell'uomo!

Scrivi al sacerdote Lacordaire, ultramontano: "Come! Parli di libertà, figlio di Domenico! Annunci un nuovo secolo, tu discepolo del carnefice dei miei primi eletti! Ma, puoi raccogliere il sangue sparso da sette secoli, resuscitare una razza sterminata, trarre i proscritti di Innocenzo e di Gregorio dai roghi di Monfort e di Castelnu?... Il sangue innocente grida verso me contro la Chiesa! Un tempo essa impiegò il ferro e il fuoco contro i buoni uomini; e ora le massime dei buoni uomini sono sulla sua bocca! Ma giuro per il sangue dei martiri, la fraternità non provverrà dalla Chiesa, e non avrò per l'orgogliosa che disprezzo e beffe: Ridebo et subsannabo".

53. Scrivi all'abbate di Genoude, legittimista: "Quando il popolo richiedeva la libertà, perché gridaste all'insolenza? Quando protestava di fronte alla legge, perché rispondeste con la minaccia? Quando volle porre ordine nella Chiesa e nello Stato, perché l'accusaste di usurpazione? E ora voi parlate di ordine, di costituzione, di libertà! Istruitevi, uomini dei secoli antichi; marciate al suono dei miei passi, veterani di una regalità di cui non mi sovvengo più: sono io ad aver infranto lo scettro del grande re, proscritto la sua razza, diminuiti i suoi nobili e i suoi sacerdoti, perché essi rifiutavano di avviarsi sul mio cammino... Chi sei dunque tu per far mentire al destino? Le tue rivelazioni giungono troppo tardi; la tua politica è una menzogna: voltati, cieco, e cammina".

54. Scrivi all'abbate de Lamennais, democratico: "Conosco le tue opere, angelo di contraddizione, leggo tutti i tuoi libri. Per vent'anni difendesti il Cristo e la sua Chiesa, per vent'anni distruggerai la tua opera. Le tue collere contro gli indifferenti e gli increduli mi hanno rallegrato; dicevo allora: Tu sarai incredulo e indifferente. Ti sei fatto l'emulo e l'avversario di Rousseau: è per questo che ti sei fermato a Rousseau. Urlavi come il Vangelo: Che colui che non ascolta la Chiesa sia considerato come pagano e pubblicano; dici ora come Rousseau: Che colui che non ascolta l'assemblea del popolo sia considerato ribelle. Combattesti la legittimità della ragione; invochi la libertà del pensiero. Dici al popolo: Siete schiavi; i vostri padroni sono infami, stupidi e codardi; non avete né religione né morale; la vostra dissoluzione è vicina. E quando il popolo richiede la regola delle usanze, tu gli racconti delle parabole; quando cerca le condizioni dell'ordine e della libertà, gli rispondi che è sovrano. Non hai aggiunto nulla al tuo modello: la tua filosofia tace dove iniziano le difficoltà, sacerdote un tempo con il cuore, sacerdote oggi con la ragione, sacerdote sempre.

55. Scrivi all'abate Constant, comunista: "Chi ti ha incaricato di dire le mie giustizie e di profetizzare in mio nome l'incendio e la carneficina?... Sventurato! Fai delle rivelazioni perché non puoi sostenere il lavoro che dà l'intelletto; chiami al martirio, e non c'è altro martirio che quello della pazienza. Invochi la pace, la fratellanza, l'amore: e il tuo cuore è pieno di fiele, le tue labbra sono piene di bava e le mani grondano sangue; i tuoi canti d'amore sono dei canti licenziosi. Sventurata vittima del sacerdozio, anima smarrita da orribili letture, non ti imputo la tua follia: ma tieni per te le tue empie visioni, o ti porrò in fronte il segno di Caino, affligerò il tuo cuore e il verme della tua coscienza non morirà. Taci.

56. Scrivi all'abbate Pillot, ateo: "Sono il principe dei geni posti di fronte al trono di Dio. Ma tu dici: È l'idea di Dio che genera la schiavitù; la libertà non conosce affatto Essere supremo. La vita e la morte dell'uomo sono come la vita e la morte della belva: cittadini! distruggete questi templi, questi castelli e questi tuguri: costruitevi delle dimore comuni; abbasso il tuo e il mio, abbasso tutto ciò che eleva, abbasso! - E io, sono lo Spirito d'ordine e di libertà; ho fondato le religioni allo scopo di eccitare il pensiero attraverso il simbolo: e erigerò altri templi al mio Dio; rivelerò all'uomo un nuovo patto; darò i castelli dei re a delle società di uomini liberi; cambierò i tuguri in solitudini di delizie; e i principi saranno i migliori al lavoro, e i sacerdoti angeli di perfezione. Religione e Monarchia sono parole di promessa: il Dio dell'umanità avrebbe parlato invano?

57. Scrivi all'abate Châtel, antipapa: "Ti ho fatto sacerdote della canaglia, affinché tu serva da esempio agli ambiziosi e ai ciarlatani. Sei stato il tuo primo inganno, l'inganno della tua ignoranza e del tuo orgoglio. Credevi che a nome della libertà, il popolo in massa accorresse al tuo altare, e che saresti diventato il prontefice della Francia ragionatrice. Ti sei sbagliato, temerario! le tue mascherate fanno pietà, i tuoi scandali sollevano il disgusto. Lo sai, e ti ostini: ma più ti innalzi in impudenza, più il tuo cuore si inabissa; e più sento raddoppiare la mia gioia.

58. Scrivi al Vescovo Affre, dinastico: "Se ti consegnassi i figli del popolo, parla, cosa insegneresti loro? Le scienza? non te ne occupi affatto; la Storia? non ha alcun senso per te; la morale? quella di Loyola o di Giansenio? non ne avete altre; la politica? chiami con questo nome i sogni di Ildebrando o i complotti dei Medici o dei Borgia? l'eguaglianza? secondo te, non c'è uguaglianza che per l'elemosina [8]; le lingue? non capisci nemmeno le scritture... Insegnerai loro il rosario. Ascolta: i tuoi catechismi, le tue processioni, le tue elemosine, le tue confraternite e i tuoi talismani, valgono meno ai miei occhi di questo adagio: chi lavora, prega.

59. Abbandoniamo questo stile, di cui abbiamo tanto abusato, e che non è adatto che a far divertire bambini e donne.

Tutti questi uomini sono usciti dal santuario; tutti sono stati formati alla scuola mistica, priva di intelligenza e immobile del clero; del tutto privi del genio inventivo e organizzatore, saturi di frasi orientali e accozzaglia teologica, si dicono o si credono rivelatori. Abituati alle figure e alla pompa dei libri ebraici, essi scambiano per idee grandiose l'esaltazione dei loro sentimenti; perché sono violentemente commossi, si immaginano che la loro intelligenza sia forte, e sempre, dopo magnifiche orazioni, ricadono, senza idee, nell'atonia e l'impotenza [9].

 

NOTE
 

[5] Vedere Bossuet, Traité de l’usure; La Luzerne, du Prêt de commerce; Gousset, notes au Dictionnaire de Théologie de Bergier, ecc.

[6] Vedere la conclusione del Discours de Cuvier sur les Révolutions du globe, e le opere dei dottori Bucklaud e Wiseman.

[7] Bible vengée di Duclot.

[8] Mandamento dell'arcivescovo di Parigi sulle inondazioni del Rodano.

[9] E evidenziamolo bene: questo vizio o difetto d'intelligenza che abbiamo segnalato nel sacerdote, non proviene dalla natura, ma dal mestiere. Dove trovare un'immaginazione più ricca, un'eloquenza più patetica, un arte stilistica più esperta se non nel signor de Lamennais? Quale uomo sembrava maggiormente destinato di lui nel rappresentare il suo secolo? Ma la religione ha per sempre compresso questa grande anima, occupandola con i suoi mostri e l esue chimere.

[10] Fu una singolare controversia, quella sollevata dal signor de Lamennais nel suo Essai sur l'indifférence en matière de religion. Impegnarsi nel voler provare a Cicerone, Bruto, Scipione, Attico, Cesare, Orazio, Virgilio, Mecene, che essi avevano torto di ridersela di Plutone e delle Eumenidi, della nascita di Minerva e dell'incarnazione di Bacco; che Cerbero con la sua tripla testa poteva anche divorarli, e che vi sarebbe stata per loro un'eternità di pene nel Tartaro, se essi continuavano a beffarsi degli auguri e dei sacrifici, a trascurare le abluzioni e le ferie; mentre avrebbero goduto della visione beatifica nell'Eliseo, se essi si mostravano umili e ferventi adoratori di Ammone; che un uomo ragionevole non poteva trascurare così preziosi interessi, e che la cosa, tralasciando tutto il resto, doveva essere al più presto esaminata: un simile pensiero, dicevo, sarebbe stato il colmo del delirio, se la buona fede del sacerdote non avesse scusato lo scrittore. Quanta erudizione, quanta eloquenza e calore d'anima, che lusso di ragionamento, furono dispiegati in questa inconcepibile disputa! Il sacerdozio fu commosso; i libertini tremarono, i letterati ammirarono il talento dell'oratore, e il mondo rise molto. Poteva darsi, infatti, una più stupefacente alleanza della ragione e dell'assurdo? E ammirate la forza delle cattive influenza! Occorsero venti anni a questo vigoroso genio per capire che un uomo onesto poteva benissimo non andare alla messa, non fare mai pasqua, violare le prescrizioni della Chiesa e morire senza sacramenti, nella più perfetta sicurezza di coscienza. Coloro che hanno il timore del diavolo sono sicuramente posseduti! C'è voluto maggior sforzo al signor de Lamennais, per abbandonare il cattolicesimo che per comporre tutte le sue opere; quest'abiura non ha fatto meno scalpore, ed è forse in questo che l'illustre convertito ha avuto torto.

Quando in seguito il signor de Lamennais, guarito dalla sua febbere cattolica, apostolica e teocratica, volle lavorare alla causa della libertà, già non era più tempo: il saio del sacerdote aderiva alal sua pelle come la camicia avvelenata del centauro sulle spalle d'Ercole. Cambiando indumento, il signor de Lamennais non cambiò metodo; e se qualcosa può turbare i suoi ultimi anni, sarà il rimpianto di essere stato cristiano troppo a lungo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK alle parti precedenti dell'opera:
Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. Definizioni. 00 di 23

Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. La Religione. 01 di 23

 

LINK all'opera in Wikisource Francese:

De la Création de l'Ordre dans l'Humanité

 

LINK all'opera del 1873 contenuta nel III volume delle Opere Complete di Proudhon:

De la Création de l’Ordre dans l’Humanité

 

 

LINK di approfondimento sulla figura e l'opera di Proudhon:

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 01 di 02

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 02 di 02

Fawzia Tobgui, Articolazione tra diritto e Stato nel sistema politico di Proudhon

Hervé Trinquier, Pierre-Joseph Proudhon, padre dell'anarchismo?

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1 luglio 2013 1 01 /07 /luglio /2013 05:00
Ossessione
1898

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Durand, uscendo dal suo palazzo, un sorriso compiaciuto sulle labbra, ebbe un lieve sussulto, leggendo un minuscolo manifesto:


  Mentre crepiamo di fame per le strade, Il borghese ha palazzi dove alloggiare. Morte ai borghesi! Viva l'anarchia!  

Poi ridacchiò, e urlò al portiere: "Togliete queste idiozie dalla porta". Ed il suo sorriso tranquillo ritornò quando vide, gloriosi nella loro nullità, due piedipiatti passeggiare. Ma si fermò, così come d'altronde fecero anch'essi. Dei volantini rossi risaltavano sul bianco crudo del muro:


  Gli sbirri sono i bulldog del borghese Morte ai piedipiatti! Viva l'anarchia!  

I piedipiatti si usurarono le unghie nel grattar via questi volantini e Durand se ne andò pensieroso. Quando, all'angolo del viale, un chiasso di squilli e tamburi si fece udire e da lontano apparvero due battaglioni, si sentì protetto ed emise un sospiro di sollievo. La truppa gli passò davanti ed egli si tolse il cappello; in quell'istante, come un volo di farfalle, fluttuò nell'aria una moltitudine di quadrati di carta; indifferentemente, lesse:


  L'esercito è una scuola del crimine.
Viva l'anarchia!

Alcuni di questi pezzi di carta volarono sui soldati, altri li coprirono; l'ossessione lo riprese, si sentì come schiacciato da queste leggere farfalle. Si sedette al suo solito posto per assumere il boccale o l'aperitivo consueto, e sulla tavola era collocata anche un'etichetta:


  Dai, ingozzati, verrà giorno in cui l'odio ci renderà cannibali.  
  Viva l'anarchia!  

Ridacchiò, ma questa volta non ammucchiò piatto su piatto. Alzandosi, si diresse rapidamente verso l'angolo della via X, dove gli sfruttatori richiedono degli operai, e machinalmente cercò con gli occhi il suo manifesto pubblicitario, era ricoperto e vi si leggeva:


   Lo sfruttatore Cosa o Macchina richiedono i vostri figli per avvilirli, Le vostre figlie per violentarle, voi e le vostre mogli  Per sfruttarvi. Attenzione parigini. Viva l'anarchia!   

Scosse la testa e si recò verso il suo ufficio. Si leggeva su una targa: "Durand e Cia, società a capitale 2 milioni", ma sopra, l'esasperante critica diceva la sua opinione:


  Il capitale è il prodotto del lavoro rubato E accumulato dai suoi parassiti. Viva l'anarchia!  

Lo strappò rapidamente. Sbrigò in fretta alcuni affari e, per distrarsi, pensò di andare a trovare la sua amante. Strada facendo, acquistò un mazzo di fiori che egli le offrì. Lei gli sorrise, vedendo tra i fiori un bigliettino: "Dei versi, ora?" gli disse.


  La prostituzione è lo sfogo del eccesso dei borghesi Dal figlio del povero si ricava lo schiavo e dalla sua figlia la cortigiana Viva l'anarchia!  

Gli lanciò il suo mazzo di fiori in faccia e lo cacciò di casa. Umiliato, affaticato, rientrò alla propria abitazione; la porta aveva ripreso il suo aspetto consueto. Ora, rentrando nel soggiorno, sua moglie disse: "Guarda questo vaso di porcellana che ho appena comprato, un'occasione". Lui lo prese, lo girò, rigirò; un foglio cadde:


  Il lusso del borghese è pagato dal sangue del povero. Viva l'anarchia!  

E questo "Viva l'anarchia!" e quei rimproveri aspri, tutto ciò volteggiava intorno a lui e, quella sera, non vide sua moglie, per timore di trovare, in un luogo segreto e folto, un foglietto dove avrebbe potuto leggere: 

  

   Il matrimonio, è prostituzione.

   Viva l'anarchia!



Albert Libertad

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

Obsession

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6 agosto 2012 1 06 /08 /agosto /2012 05:00

DELLA CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀ


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O


PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

 

§ I. — La Religione impotente nello scoprire l'ordine.

 

 

24. La Religione è ostile alla scienza e al progresso: questa proposizione, che si potrebbe credere dettata dall'empietà e dall'odio, è quasi un articolo di fede.

Una cosa è credere, dice un teologo, un'altra giudicare ciò che merita credenza: Aliud credere, aliud judicare esse credendum. Ciò significa che il primo è dell'uomo, e il secondo di Dio o dell’autorità che egli ha divinamente designato per insegnare agli uomini. — Qual è la regola della fede? chiede un altro. È di attenersi a ciò che  è stato creduto da tutti, dappertutto e sempre: Quod ab omnibus, quod ubique, quod semper.

Ecco dunque, da una parte, la fede opposta al ragionamento; dall'altra, l'immobilità nella fede prescritta. Si era già separato lo spirituale dal temporale; non restava più che separarlo dal razionale, e fare della scienza dell'uomo, della società, di Dio stesso, una cosa di tradizione. Quando si è giunti a ciò, si deve morire: non si ha più nulla da fare al mondo e da dire agli uomini.

Ma questo non riguarda che la morale e la teodicea (e non è poca cosa, poiché la morale abbraccia l'economia politica e la famiglia, e la teodicea risulta dalle più alte conclusioni della metafisica): bisogna mostrare che l'antipatia della religione per la scienza è generale.

25. Alcuni spiriti elitari si sono immaginati ai giorni nostri che fecondando con la scienza i resti ancora palpitanti del cattolicesimo, si opererebbe una felice rivoluzione nella società, mentre allo stesso tempo si servirebbe la Religione. Ci si è potuto convincere della profonda ripugnanza di quest'ultima per il movimento e il pensiero. Dei cristiani, troppo premurosi per il riposo della loro fede, offrivano di porre al servizio della religione tutto ciò che abbiamo acquisito dalla scienza storica, economica, naturale: - e il papa ha disapprovato il signor de Lamennais, imposto il silenzio al signor Bautain; le teorie progressive e tendenziali del signor Buchez allarmano i fogli cattolici; il Signor de Genoude comincia a dispiacere per il suo monarchismo semi-democratico e la sua fede gallicana; l'abate Lacordaire, ispirato nei suoi sermoni dalle idee del secolo quanto dalla Bibbia, è sembrato pericoloso. Preti imprudenti, che vi credete saggi! Volete piacere agli uomini di religione? Non imparate nulla, non parlate, tappatevi le orecchie, bruciate tutti i vostri libri, e recitate il vostro breviario.

Questo è per l'applicazione della scienza alla teologia: quello per la scienza in sé. 

26. Nulla di nuovo sotto il sole, ripetono i predicatori dell'Ecclesiaste, come se si trattasse del fatto, e non dell'osservazione. Essi non sanno, questi declamatori, che agli occhi del fisico la natura è sempre nuova, e che, per lo storico filosofo, ogni giorno apporta delle novità. -Ho visto tutto, esclama il preteso Saggio, e ho detto: Tutto è vanità. E quando percorrete il sommario della sua scienza, vi accorgete che non ha visto nulla, tranne i suoi eunuchi e le mogli. Tuttavia non serve di più al vescovo autore delle Oraisons funèbres [Orazioni funebri] per sistemare la scienza, la sola realtà accessibile all'uomo, l'unica fonte della sua felicità, tra le cose vane e desolanti [1].

 

27. Dialogo tra un Teologo e un Ragionatore:

"Teologo: Il maestro disse.

Ragionatore: Il maestro si è sbagliato".

Commento di J.-B. Say:

"La saggezza dei secoli non è altro che l'ignoranza dei secoli".

Gli abitanti di Minorca, invece di innestare i loro alberi come lo vedevano fare dagli Inglesi, risposero che nessuno sapeva meglio di Dio come gli alberi dovessero crescere. Sotto Luigi XI, la peste e la carestia avevano svuotato la Francia, il solo rimedio che si seppe opporre a questi mali fu di ordinare delle preghiere e delle processioni. Empirismo, usanze, rispetto dell'antica fede, religione e superstizione, è sempre lo stesso fine di non ricevere opposto alla scienza, la stessa cocciutaggine. L'uomo la cui fede è invincibile somiglia all'animale posto in un ambiente deossigenato: respirando soffoca.

 

28. Ma se, secondo la definizione che ne abbiamo data, la Religione non è che la prima impressione prodotta sullo spirito dell'uomo dallo spettacolo della natura, sembra che essa non escluda necessariamente l'esame, come mai dunque accade che ovunque si sia preteso consacrare per sempre le invenzioni religiose?

A lungo è stato di moda attribuire questa congiura ai preti e ai re: niente è più ingiusto.

 

29. La Religione, tentando a modo suo di rendere ragione delle cose, esprimendosi attraverso figure e allegorie, e assecondata in ciò dalla viva immaginazione di società giovani, produsse sin dall'origine vaste epopee cosmogoniche, e tutto un mondo di fantasmi. Incapace di osservare e di definire, essa si rifugiava nel simbolismo. Ora cos'è il simbolo se non la materializzazione dell'idea? Una specie di geroglifico al posto di formule. Cosa prova se non l'impotenza di generalizzare e di astrarre, l'oppressione dello spirito attraverso il fatto della sostanza.

 

30. Non è più il vapore che produce il tuono,

è Giove in armi per spaventar la terra.

 

Ha detto il poeta della ragione. Tutti i fatti naturali, psicologici e sociali, sono stati ritagliati dalla Religione dallo stesso stampo. Così,

Gli sconvolgimenti del globo furono un diluvio inviato per lavare i crimini del genere umano.

L'origine del male,- la mela di Eva e lo scrigno di Pandora.

Lo spirito di conquista,- dei giganti nati dai rapporti tra degli angeli e delle donne.

Le rivoluzioni degli imperi, - la statua di nabucodonosor [2].

Le cause della rovina di un popolo, - il festino di Baldassar.

La legislazione, - gli oracoli del Sinai, e le riposte della ninfa Egeria.

Il pudore coniugale, - Giunone sul monte Ida, Maria vergine e madre insieme.

I tre regni della Natura, Dio in tre persone.

La diversità degli idiomi, - la torre di Babele.

La parola, - il Verbo, seconda persona della Trinità.

La riforma sociale, - l'iniziazione attraverso il bagno.

La fraternità di tutti gli uomini, l'eucaristia o manducazione di Dio.

La teoria dei delitti e delle pene, - le chiavi di san Pietro.

La sanzione delle leggi, - il Poul-Serrho, o il giudizio universale [3].

 

31. Queste furono le prime composizioni attraverso le quali lo spirito umano, saggiando le proprie forze, rispondeva alle grandi questioni di cosmogonia e di antropologia. I miracoli e teofanie erano parte essenziale di questi racconti, di cui gli attori, astrazioni personificate, rivestirono delle forme fantastiche, simili a quei mostri di cui gli artisti del medioevo caricavano le loro sculture: sfingi, draghi, leoni alati, chimere, centauri, demoni, ecc.

Ora, questa era la base, non soltanto delle credenze, ma della morale e delle leggi. Che si giudichi, sin d'allora, se queste leggende o miti erano cari ai popoli, e preziosi ai legislatori! Con quale disprezzo si dovette accogliere i primi che furono del parere di metterne in dubbio la realtà! Chi siete, uomini nuovi, si diceva loro, per sostituire i pensieri del vostro cuore alla parola di Dio, alla fede dei nostri padri? I nostri padri sono stati testimoni di questi miracoli; hanno ricevuto queste rivelazioni; e sappiamo che per Dio nulla è impossibile...

Quanto dovette fortificarsi successivamente la fede religiosa, quando si vide la filosofia stessa fallire nella soluzione dei problemi che essa accusava alla Religione di camuffare!


32. Il simbolismo, lungi dall'essere una risposta ai problemi di cui parlo, non ha fatto, per così dire, che metterli in scena. Un errore molto comune dei nostri tempi è di immaginare che questi miti nascondono una filosofia profonda e alte formule metafisiche, mentre essi attestano l'impotenza stessa del pensiero, e la nullità della scienza.

Più si scaverà lo spirito del dogma e delle tradizioni, più ci si convincerà che la Religione gira perpetuamente in un circolo di idee concrete prive di profondità e di generalità; più si vedrà, cosa singolare! che la Religione non capisce nulla dei suoi stessi misteri e delle sue cerimonie, che essa si ignora da sé così come ignora il fine dell'uomo e lo scopo della Società.

33. Qual è il senso del sacrificio? La necessità del'espiazione dopo il delitto, e l'elevazione del cuore alla vista della natura, in segno di riconoscenza e di amore. Idee sublimi, che il progresso delle scienze non fa che sviluppare sempre più. Chi crederebbe che i nostri sacerdoti siano su questo punto più progrediti dei selvaggi?

Il selvaggio distrugge il suo idolo quando non può ricavarne nulla, in Omero, gli eroi cercano di ottenere i favori degli dei con promesse solenni; nel Pentateuco, vediamo il dio degli Ebrei regolare egli stesso la sua parte di torte e di carni. Oggi la piccola messa costa 15 soldi, la grande messa 3 franchi; ovunque il sacrificio è equiparato a uno scambio, di cui il sacerdote è l'agente. Certo è lungi dal mio pensiero rimproverare ai curati le loro modiche tariffe, che essi stessi spesso disdegnano, e maledicono come una simonia: ma che il popolo giunga a pensare che Dio non vende i suoi doni, fa piovere sui fedeli e sui miscredenti, accoglie allo stesso modo nella sua misericordia le anime per cui si offrono delle messe e quelle che non ne hanno, e che davanti a lui la devozione è nulla senza le opere: allora addio alle messe salariate, addio ai profitti di fabbriche e al commercio delle sacrestie.

34. Ecco, sul sacrificio, la dottrina del più profondo degli scrittori cattolici: "La fede ci insegna che è stata necessaria, per cancellare il peccato inerente alla natura dell'uomo, una vittima Teandrica. Forse gli ideatori dei sacrifici umani avevano imparato questa verità da qualche tradizione incerta, e i riti che ci ripugnano non erano da parte loro che un tentativo per trovare questa vittima".

Quando l'uomo, dice Benjamin Constant, ha sacrificato tutto ciò che è dato offrire, piante, frutti, animali, l'uomo, il piacere, il pudore, la virtù stessa, finisce con l'immolare i suoi dei.

35. Cos'è la preghiera? una meditazione, spesso già pronta, che l'uomo rozzo, ignorante, distratto, senza idee collegate, impara a ripetere, e sulla quale la sua debole intelligenza si appoggia per elevarsi a pensieri consolanti e generosi. La preghiera, in breve, per degli spiriti poco esercitati, è un ausilio della riflessione, un inizio di filosofia. I sacerdoti ne hanno fatto una salmodia noiosa: rosario, litanie, antifone, ghirlande di Oremus e di Ave Maria, con remissione delle pene temporali e ipoteche per l'altra vita.

Ciò che la Religione racchiude di profondo e di divino, La Religione non lo sa: e perché? sempre perché essa si rinchiude nel simbolo, nel senso letterale, e non può passare dal concreto all'astratto.

36. Ho segnalato l'incuria della Religione nei confronti della scienza e la sua ignoranza di sé stessa: vediamo come essa intende la società. Prendo gli esempi presso gli Ebrei, in primo luogo, perché il sacerdozio figurava presso loro come corpo politico, e parte preponderante della nazione; e poi perché il nostro clero riconosce Aaron e i leviti come suoi predecessori.

Sennacherib, dopo una sconfitta, morì assassinato: è Jehovah che l'ha colpito.... Sempre, secondo i redattori della Bibbia, Jehovah punisce, sempre uccide. Non venne loro mai allo spirito di cercare le cause delle catastrofi di cui sono testimoni nella mancanza di unità e di centralizzazione, nell'assenza di costituzione politica e di garanzie, nelle gelosie di piccoli popoli che il loro comune interesse doveva unire: simili idee sono troppo profane per lo stile degli uomini di Dio, troppo timide per l'altezza dello loro concezioni. Ai loro occhi, il male che si verifica è necessariamente una prova che Dio è irritato: dunque, guai al vinto! Damasco cade: anatema a Damasco. Tiro è vinta: anatema a Tiro. Babilonia perisce: anatema a Babilonia. Moab è minacciata: anatema a Moab. La Samaria e Gerusalemme soccombono a loro volta; oh! il sacerdote patriota retrocederà davanti al suo argomento parricida! no, no; è Jehovah che ha ucciso il suo popolo infedele; anatema alla Samaria, a Gerusalemme; anatema!

37. Si vuole un campione dei lumi profetici sulle cause della corruzione dei costumi, i bisogni della società, e la tendenza degli spiriti? Apro Isaia: "Udite, o cieli, e ascolta, o terra, perché l'Eterno ha parlato".

Bene: cos'ha detto quest'ultimo?

"Ho allevato dei figli e li ho fatti crescere, ma essi si sono ribellati contro di me.

Il Bue conosce il suo proprietario e l'asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non ha conoscenza e il mio popolo non ha intendimento.

Guai, nazione peccatrice, popolo carico di iniquità, razza di malfattori, figli che operano perversamente...". 

Il resto è su questo tono. Meravigliatevi poi che i profeti non abbiano raccolto che sdegno; che le loro lamentazioni siano state disprezzate da tutto quanto non era devoto e si occupava poco degli interessi del culto. Crediamo di possedere i documenti più preziosi della letteratura ebraica, mentre non abbiamo altro che omelie da missionari. Le scritture pubbliche e le opere profane sono perite: i sacerdoti, per l'energia della loro funzione sopravvisuti alla rovina generale, ci hanno conservato le loro rapsodie, che dovettero nascondere nell'arca del loro dio. Quando giudichiamo le usanze e lo spirito degli Ebrei secondo la Bibbia, è come se ragionassimo della politica di Richelieu basandoci sui Sermons di Bourdaloue e il Petit Carême di Massillon.

 

38. Tuttavia, attraverso questo flusso di prosopopee e di ingiurie, si intravedono qua e là alcune verità.

 

"I tuoi governanti sono degli imbroglioni e dei ladri, che amano i regali e ricercano le caraffe di vino".

Il sacerdozio, come tutti i partiti ambiziosi, si sforza di catturare la benevolenza del popolo, attaccando i disordini e gli sprechi del governo. Il segreto è volgare, ed esige poco ingegno: ma dei principi, delle leggi, dei mezzi, dei rimedi, non chiedetene ai profeti; non conoscono altro che convertire e far penitenza.

39. Interrogate ora i loro successori: dopo tremila anni dicono le stesse cose, tremila anni non hanno loro insegnato nulla.

"Nessuna istituzione," dice de Maistre, "Può durare se essa non è fondata sulla religione". Altri hanno osservato, al contrario, che un popolo è tanto meno politico e legislatore, quanto più è religioso.

Ma cosa intende con religione? I comandamenti della Chiesa, i sette sacramenti, l'astinenza del venerdì e il riposo della domenica, con la sottomissione al principe e al clero. Ora, cosa vi è di comune tra l'organizzazione del lavoro e la comunione pasquale? tra la divisone dei poteri e il culto della Madonna? tra la libertà di stampa e la confessione auricolare? tra la scatola degli agnus e il problema della ripartizione delle ricchezze?...

"Se la scienza," aggiunge il teosofo, "non viene posta dopo la religione, saremo abbrutiti dalla scienza". Vuole dire che non avremo più religione. Ma quale pericolo vi sarebbe se i preti, invece dei sacramenti, parlassero un po' di eguaglianza; invece della remissione dei peccati, insegnassero la remissione dalle usure; invece di cantare nel latino dei vespri desueti, lavorassero a moralizzare i teatri; invece di confraternite, organizzassero delle società scientifiche e letterarie? Ignorano che più l'uomo lavora, meno penitenze gli occorrono; che più ragiona, meno ha bisogno di pregare? Che i sacerdoti ci mostrino infine, con una dimostrazione decisiva, l'efficacia delle loro pratiche: dopo diciotto secoli non è troppo presto.

40. Incapace di penetrare la ragione delle cose, la religione è più impotente anche a realizzare l'ordine nella società. L'umanità, ghermita sin dalla culla dalla religione, è cresciuta e si è sviluppata sotto le sue ali; ma il progresso della sua intelligenza, il perfezionamento dei suoi costumi e il miglioramento della sua sorte, l'uomo non lo deve affatto alla sua nutrice; in nessuna parte la religione ha parlato alla ragione.

Ovunque appare la religione, non è mai come principio organizzatore, ma come mezzo per padroneggiare le volontà. Indifferente alla forma del governo, e cioè all'ordine politico, la religione consacra ciò che il legislatore gli chiede di consacrare; maledisce ciò che gli prescrive di maledire: la ragion di Stato fa la legge, la religione sanziona questa legge, imprime il rispetto e il terrore, esige l'obbedienza.

41. In India, la religione condivide con la nobiltà e la regalità i privilegi di casta, mentre in Grecia canta la libertà e l'eguaglianza. Subalterna in Egitto ad un governo occulto che essa finge di dominare; a Roma non serve che a santificare i decreti del foro e la politica del senato: là oppressiva e misteriosa parlante un linguaggio sovrumano; qui servile, ridotta a un vuoto cerimoniale e a delle funzioni culinarie.

42. In Cina, dove lo spirito pubblico, malgrado l'isolamento della nazione, ha fatto così notevoli progressi, non si conoscono, da una remota antichità, né culto ufficiale né religione di Stato. La società susiste là, da più di 2.000 anni, inalterabile nella sua forma, senza sacerdoti, senza dogma, senza altare, senza sacrificio [4].

Tuttavia, questo sviluppo prematuro della ragione ha nuociuto al progresso dei Cinesi tanto quanto avrebbe potuto fare una religione positiva: lo spirito, troppo presto liberato dall'avvolgimento religioso, è sprofondato in una sofistica inestricabile, e, perso in un oceano di sottigliezze e di minuzie, malgrado belle scoperte, non ha mai potuto elevarsi alla vera scienza.

43. Mosè può essere considerato come l'inverso di Confucio. Invece di sottrarre completamente lo Stato all'influenza religiosa, egli fece delle sue istituzioni politiche la religione stessa. Per lui, Dio o la legge, doveva essere un tutto. Il risultato fu un'immobilità assoluta: malgrado gli elementi più ricchi e i germi più preziosi, l'idea di una rivelazione divina che blocca ogni sviluppo (chi avrebbe osato toccare l'opera di Dio?), il sistema mosaico perì a causa del movimento e della vita.

44. In quanto a Gesù, il suo ruolo di distruttore della religione non è equivoco: sgrida i devoti, sbeffeggia i sacerdoti, pretende che la religione sia fatta per l'uomo, non l'uomo per la religione, dando da intendere che, quando la religione è inutile, conviene sbarrazzarsene.

Ma quando lo si vide prescrivere di dare a Cesare quel che è di Cesare, e dichiarare che il suo regno non è di questo mondo; mantenere una vecchia formula d'iniziazione, istituire in forma di sacrificio un pasto commemorativo, parlare della sua dottrina con i termini metaforici di nutrimento e di beveraggio, opponendo così figura a figura, e parabola a parabola: invece di capire che si trattava di una riforma sociale, in opposizione a un cambiamento politico o religioso, si pensò che fosse venuto a portare un nuovo dogma, dei misteri più profondi, delle nuove cerimonie; e da moralista popolare quale egli era, se ne fece ben presto un rivelatore, un dio. Gli sforzi del Galileo per staccare la società dalle fasce della superstizione divennero i materiali di una nuova superstizione; e il più audace dei ragionatori fu trasformato in taumaturgo e in mitologo. Un simile malinteso è quasi incredibile: esso è attestato in ogni versetto del Vangelo. Non ho timore nel dirlo: è la mania religiosa che ha falsato il cristianesimo e perso il frutto di questa immensa rivoluzione. Ma il secolo non era maturo; i tempi non erano ancora giunti; lo spirito umano non poteva ancora procedere se non con l'aiuto di miti e simboli. Se, tre secoli prima, la riforma tentata da Socrate non riuscì, è perché Socrate rimase Socrate; per farsi ascoltare dagli uomini, occorreva che Gesù Cristo si facesse Dio.

 

 

 

 

NOTE


  1. [1] Nell'ultimo ritiro di un seminario di provincia, l'argomento principale degli interventi è stato il pericolo per i sacerdoti e l'inutilità della scienza. Un filosofo del paese aveva forse torto di dire loro: Non sapete nulla?
  2. [2] È dal Capitolo II di Daniele, che Bossuet ha preso il tema del Discours sur l’histoire universelle [Discorso sulla storia universale].
  3. [3] Ho detto, definendo la Scienza, che essa è l'interpretazione dei simboli religiosi. Gli esempi citati nel testo mostrano qual è il senso di questa affermazione. La scienza non nega affatto le verità sostenute dalla religione, come l'esperienza di Dio, i principi della morale, ecc.; essa respinge soltanto il modo in cui la religione ne dà conto, e i ricami che essa vi aggiunge. Così la scienza ammette che la continenza è necessaria alla pace delle famiglie, alla felicità dei matrimoni, al perfezionamento delle persone: ma essa è poco coinvolta da queste considerazioni religiose, come ad esempio, che i nostri corpi sono i tempi del Santo Spirito; che Gesù Cristo è voluto nascere da una vergine e morire vergine; che attraverso la sua verginità la madre di Dio è diventata la più perfetta delle creature; che il celibato è uno stato più santo del matrimonio; che la devozione a Maria è un eccellente mezzo per conservare la purezza, ecc. Tutta questa parte teologica è posta dalla scienza nel rango dei simboli; e, mentre il volgo non vi vede che uno strumento della religione, lo chiamo, io, esclusivamente religione. Del resto, dichiaro che non sostengo nulla in questo capitolo, che non si professi pubblicamente nell'università.
  4. [4] Gli onori alla memoria di Confucio e degli antenati, onori considerati dai Cinesi stessi come semplicemente commemorativi, non sono delle ceriomonie religiose. Ma, cosa singolare! mentre il papa considerava come religione le cerimonie cinesi, l'imperatore Kangxi avendo ordinato di informarlo sulle prediche dei missionari, il tribunale dei riti dichiarò da parte sua che la setta cristiana non era una religione!
  5. [5] Vedere Bossuet,Traité de l’usure[Trattato dell'usura]; La Luzerne, Du Prêt de commerce [Sul prestito commerciale]; Gousset, notes au Dictionnaire de Théologie de Bergier [Note al Dizionario di Teologia di Bergier], etc.
  6. [6] Vedere la conclusione del Discours de Cuvier sur les Révolutions du globe [Discorso di Cuvier sulle Rivoluzioni del globo] e le opere dei dottori Bucklaud e Wiseman.
  7. [7] Bible vengée [La Bibbia vendicata] di Duclot.
  8. [8] Mandamento dell'arcivescovo di Parigi sulle innondazioni del Rodano.

  1. [9] Ed evidenziamolo bene: questo vizio o difetto d'intelligenza che abbiamo appena segnalato nel sacerdote, non proviene dalla natura, ma dal mestiere. Dove trovare un'immaginazione più ricca, un'eloquenza più patetica, un'arte di stile più esperta, che in de Lamennais? Quale uomo sembrò mai, più di lui, destinato a rappresentare il suo secolo? Ma la religione ha per sempre compresso questa grande anima, occupandola con i suoi mostri e le sue chimere.
  2. Fu una singolare controversia, quella sollevata dade Lamennais nel suo Essai sur l’indifférence en matière de religion [Saggio sull'indifferenza in materia di religione]. Tentare di provare a Cicerone, Bruto, Scipione, Attico, Cesare, Orazio, Virgilio, Mecenate, che essi avevano torto di ridere di Plutone e delle Eumenidi, della nascita di Minerva e dell'incarnazione di Bacco; che Cerbero con la sua tripla gola poteva divorarli, e che avrebbero subito per l'eternità delle pene nel Tartaro, se essi continuavano a farsi beffe degli auguri e dei sacrifici, a trascurare le abluzioni e le santificare i giorni festivi; mentre avrebbero goduto della visione beatifica nei Campi Elisi, se si fossero mostrati umili e ferventi adoratori di Amon; che un uomo ragionevole non poteva trascurare così preziosi interessi, e che la cosa, prima di ogni altra, essere esaminata al più presto: un simile pensiero, dico, sarebbe stato il colmo del delirio, se la buona fede del sacerdote non avesse scusato lo scrittore. Quanta l'erudizione, quanta eloquenza e calore d'animo, che lusso di ragionamento, furono dispiegati in questa incredibile disputa!

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. chaleur d’âme, quel luxe de raisonnement, furent déployés dans cette inconcevable dispute ! Le sacerdoce fut ému ; les libertins tremblèrent, les littérateurs admirèrent le talent de l’orateur, et le monde rit beaucoup. Se pouvait-il, en effet, une plus étonnante alliance de la raison et de l’absurde ? Et admirez la force des mauvaises influences ! Il fallut vingt ans à ce vigoureux génie pour comprendre qu’un honnête homme pouvait très-bien ne pas aller à la messe, jamais ne faire ses pâques, violer les prescriptions de l’Église et mourir sans sacrements, dans la plus parfaite sécurité de conscience. Ceux que possède la crainte du diable sont bien possédés ! Il en a coûté de plus grands efforts à M. de Lamennais, pour quitter le catholicisme que pour composer tous ses ouvrages ; cette abjuration n’a pas fait moins d’éclat, et c’est peut-être en quoi l’illustre converti a eu tort.
     Quand ensuite M. de Lamennais, guéri de sa fièvre catholique, apostolique et théocratique, voulut travailler à la cause de la liberté, déjà il n’était plus temps : le froc du prêtre tenait à sa chair comme la chemise empoisonnée du centaure aux épaules d’Hercule. En changeant de cotte, M. de Lamennais ne changea pas de méthode ; et si quelque chose peut troubler ses dernières années, ce sera le regret d’avoir été chrétien trop longtemps.

 

  1. [10] Cette assertion n’a plus rien d’effrayant, après la distinction que nous avons faite de la loi morale et du symbole religieux : celle-là, éternelle et absolue ; celui-ci, variable, transitoire, et n’ayant pour objet que de donner momentanément à la morale une sanction et une base. Or, la science nouvelle doit suppléer partout la religion, et faire mieux que sa devancière ; à cette condition seule, les conclusions que nous allons poser sont légitimes. Ainsi, que les âmes timorées se rassurent. Eh ! qui donc aujourd’hui oserait attaquer la morale ? mais, en revanche, qui se soucie des symboles ? Les pères envoient-ils leurs enfants au catéchisme pour y apprendre à théologiser, ou bien pour y puiser des principes de probité et de politesse ? Toute la question est là.

  2. [11] Ce paragraphe n’est, du reste, que la conclusion d’un raisonnement dont on trouvera les prémisses dans le dernier ouvrage de M. Edgar Quinet, du Génie des Religions. Dans cet écrit, auquel on ne saurait reprocher qu’un trop grand luxe de style, le savant professeur, après avoir montré les religions antiques tombant les unes sur les autres, s’est arrêté tout à coup au christianisme : on comprend les motifs de cette réserve.

  3. [12] La cessation du culte suit la même marche qu’a suivie autrefois son établissement ; elle commence par les villes, centres de population et foyers de lumières, et s’étend de proche en proche dans les campagnes. On sait que le polythéisme subsista chez les paysans, ou païens, pagani, longtemps encore après la reconnaissance officielle du catholicisme dans tout l’Empire.
  4. [13] Titre d’un ouvrage de M. Jouffroy. — Dans ses œuvres posthumes, ce philosophe a confirmé, relativement à la religion, toutes les opinions qu’il avait émises dans ses précédentes publications. Il en résulte que M. Jouffroy admet comme vérités philosophiques, c’est-à-dire, démontrables, mais non comme vérités révélées ou inaccessibles à la raison, les théorèmes de métaphysique enveloppés sous les dogmes religieux, et que ces dogmes eux-mêmes, pris dans leur sens littéral, il les rejette. En d’autres termes, M. Jouffroy, séparant de la religion les vérités générales que suppose la religion, accepte les unes et nie la réalité de l’autre.

  5. [14] Les philosophes y mettent plus de façons et moins de franchise : ils croient, ou font semblant de croire que Dieu s’est révélé à Abraham, à Moïse, aux prophètes, et que la divinité était immanente en Jésus ; mais ils soutiennent en même temps que Dieu s’est révélé aussi aussi à Platon, à Bouddha, à Luther, et que tous les hommes sont pleins du Saint-Esprit. Or, si tout est miracle, incarnation et révélation dans la société, il n'y a plus ni révélation, ni incarnation, ni miracle.

  6. [15] « La religion de l’avenir sera toute scientifique, dit M. Damiron ; ce sera la découverte rationnelle de l’inconnu par le connu, de l’invisible par le visible. Elle ne se prêchera plus ; elle s’enseignera, se démontrera, au lieu de s’imposer. Ce n’est plus que de cette manière que se forment aujourd’hui, en quoi que ce soit, les idées et les croyances ; et il n’y aura pas d’exception pour les idées et les croyances religieuses. De même donc qu’au temps de la première, de la seconde et de la troisième révélation, c’eût été un contre-sens et une étrange anomalie que la théologie eût été plus philosophique que les autres sciences ; de même aujourd’hui ce serait une inconséquence et une contradiction qu’elle restât étrangère à leurs procédés et à leurs progrès. On sera donc théologien, comme on sera physicien et philosophe ; ou plutôt le théologien se formera du physicien et du philosophe… C’est alors que viendront les conclusions que la science universelle doit mettre à même de tirer relativement à l’être duquel émane toute action, toute vie, tout mouvement… ; et toute une religion sortira du sein de cette vaste philosophie. »

  7.  Ainsi, selon M. Damiron, il y aura une quatrième révélation, comme il y en a eu une première, une deuxième et une troisième: or, comme la quatrième révélation sera toute scientifique, et cependant tout humaine, tandis que les trois premières révélations n’eurent rien de scientifique, c’est-à-dire de vrai, quoique divines, il s’ensuit que la révélation de la raison est au-dessus des révélations prophétiques et miraculeuses ; qu’elle les abolit toutes, les déclarant insuffisantes et même fausses.
     De plus, comme rien ne sera cru qui ne soit démontré, il y aura une vertu théologale de moins, la foi, partant plus de religion, selon l’Apôtre. Et puisqu’à l’égard de l’avenir, le grand inconnu étant dégagé, comme dit M. Damiron, la science aura conquis la certitude, il n’y aura plus lieu de pratiquer la seconde vertu théologale, l’espérance, partant plus de religion. Et comme les rapports des hommes entre eux seront fixés par une science, la charité, aujourd’hui troisième vertu théologale, ne sera plus vertu, mais plaisir ; en sorte qu’au lieu de religion, nous aurons les joies de la fraternité, en un mot, la béatitude, objet de toute religion. Les théologiens acceptent-ils la religion de M. Damiron?

  8. [16] L’erreur capitale de la secte saint-simonienne a été, dans une nation philosophe, de vouloir tout ramener au sentiment et à la foi, et de se poser comme église et sacerdoce, tandis qu’elle devait considérer sa mission comme un professorat. Jusqu’à présent l’intelligence est née du sentiment et de la passion : désormais c’est le contraire qui aura lieu ; l’intelligence produira l’enthousiasme et la foi, la passion et le sentiment. La secte de Saint-Simon a été punie de sa méprise par l’ine

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

LINK alla parta precedenta dell'opera:
Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. Definizioni, 00 di 23

 

 

 

LINK della presente opera in Wikisource Francese:

De la Création de l'Ordre dans l'Humanité

 

LINK della presente opera nell'edizione del 1873  delle Opere Complete di Proudhon, Vol. III:

 De la Création de l’Ordre dans l’Humanité

 

 

LINK interni al presente blog di approfondimento alla figura e all'opera di Proudhon:

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 01 di 02

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 02 di 02

Fawzia Tobgui, Articolazione tra diritto e Stato nel sistema politico di Proudhon

Hervé Trinquier, Pierre-Joseph Proudhon, padre dell'anarchismo?

Édouard Jourdain, Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale, 01 di 02

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Published by Ario Libert - in Classici Libertari
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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 06:00

LE CONFESSIONI DI UN RIVOLUZIONARIO

Courbet-ritratto-diProudhon

PER SERVIRE ALLA STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO


 

Levabo ad cœlum manum meam, et dicam:

Vivo ego in æternum.


Solleverò la mia mano al cielo, e dirò:

La Mia Idea è immortale. 


Deuteronomio, XXXII, 40.

 


 

I.

 

CONFITEOR.

 

Che i re si coalizzino da un capo all'altro d'Europa contro le nazioni;

Che il vicario di Gesù Cristo lanci l'anatema alla libertà;

Che i repubblicani cadano schiacciati sotto le mura delle loro città:

La Repubblica resta l'ideale delle società, e la libertà oltraggiata riappare presto, come il sole dopo l'eclisse.

Sì, siamo vinti e umiliati; sì, grazie alla nostra indisciplina, alla nostra incapacità rivoluzionaria, eccoci tutti dispersi, imprigionati, disarmati, muti. La sorte della democrazia europea è caduta dalle nostre mani civiche a quelle dei pretoriani.

Ma la guerra di Roma è più giusta e più costituzionale?

Ma l'Italia, l'Ungheria, la Polonia, perché protestano in silenzio, sono cancellate dall'elenco delle nazioni?

Ma, democratici-socialisti, abbiamo smesso di essere il partito dell'avvenire, partito che conta oggi la metà della Francia?

Ma voi, borghesi afflitti, che non si cessa di incitare contro di noi, e di cui il nostro disastro consuma la rovina, siete più dinastici, più gesuiti, più cosacchi?...

Da quattro mesi, li guardo nel loro trionfo, questi ciarlatani della famiglia e della proprietà; li seguo a vista nei vacillamenti della loro ebbrezza; e, ad ogni gesto, ad ogni parola che sfugge loro, mi dico: sono perduti!

Non dubitatene, amici: se la Rivoluzione è stata dopo febbraio aggiornata incessantemente, è perché l'educazione della nostra giovane democrazia lo esigeva. Non eravamo maturi per la libertà; la cercavamo là dove essa non è, dove non può mai trovarsi. Sappiamo comprenderla ora, e, attraverso la nostra intellezione, essa esisterà.

Repubblicani, volete abbreviare la vostra prova, riconquistare il timone, ridiventare presto gli arbitri del mondo? Vi chiedo come sforzo di non occuparvi più, sino a nuovo ordine, della Rivoluzione. Non la conoscete affatto: studiatela. Lasciate fare soltanto alla Provvidenza: mai, attraverso il consiglio dei mortali, essa non fu sulla strada migliore. Rimanete immobili, qualsiasi cosa accada; concentratevi nella vostra fede, e guardate, con il sorriso del soldato sicuro della vittoria, i vostri superbi trionfatori.

Sciocchi! Piangono quanto hanno fatto per trent'anni per la libertà! Chiedono perdono a Dio ed agli uomini per aver combattuto diciotto anni la corruzione! Abbiamo visto il capo di Stato, esclamare, colpendosi il petto: Peccavi! Che abdichi dunque, se ha tanto rimorso per i cinque milioni e mezzo di voti che gli ha valso la Repubblica!... Non sa che la soddisfazione, così come la ferma risoluzione, è parte essenziale della PENITENZA?

Poiché tutti si confessano, e che distruggendo le nostre stampe non si è messo il sigillo sulle nostre scrivanie, voglio, anch'io, parlare ai miei concittadini con l'amarezza della mia anima. Ascoltate la rivelazione di un uomo che sbagliò a volte, ma che fu sempre fedele. Che la mia voce si elevi sino a voi, come la confessione del condannato, come la coscienza dalla prigione.

La Francia è stata data da esempio alle nazioni. Nella sua umiliazione come nelle sue glorie, essa è sempre la regina del mondo. Se si solleva, i popoli si sollevano con essa; se si abbassa, essi crollano. Nessuna libertà può essere conquistata senza essa; nessuna congiura del dispotismo prevarrà contro di lei. Studiamo dunque le cause della nostra grandezza e della nostra decadenza, affinché siamo fermi, in avvenire, nelle nostre risoluzioni, e che i popoli, sicuri del nostro appoggio, formino con noi, senza timore, la santa alleanza della Libertà e dell'Eguaglianza.

Ricercherò le cause che hanno portato tra noi le sventure della democrazia, e che ci impediscono di realizzare le promesse che abbiamo fatto per essa. E, poiché il cittadino è sempre l'espressione più o meno completa del pensiero dei partiti, poiché le circostanze hanno fatto di me, debole e sconosciuto, uno degli originali della Rivoluzione democratica e sociale, dirò, senza nulla dissimulare, quali idee hanno diretto la mia condotta, quali speranze hanno sostenuto il mio coraggio. Effettuando la mia confessione, farò quella di tutta la democrazia. Degli intriganti, nemici di ogni società che non paga i loro vizi, di ogni morale che condanna il loro libertinaggio, ci hanno accusato di anarchia e di ateismo; altri, le mani piene di rapine, hanno detto che predichiamo il furto. Metterei la nostra fede, la fede democratica e sociale, a confronto con quella di questi uomini di Dio; e si vedrà da quale parte è il vero spirito dell'ordine e della religione, da quale prate l'ipocrisia e la rivolta. Ricorderò ciò che abbiamo tentato di fare per l'emancipazione dei lavoratori; e si vedrà da quale parte sono i parassiti e i saccheggiatori. Dirò, per quel che mi riguarda, le ragioni della politica che avrei preferito, se mi fosse stato dato di farne prevalere una; esporrò i motivi di tutti i miei atti, confesserò i miei errori; e se qualche viva parola, se qualche pensiero ardito mi sfugge dalla penna infuocata, perdonatemela, Oh fratelli miei, come a un peccatore umiliato. Qui, non esorto né consiglio, compio di fronte a voi il mio esame di coscienza. Possa esso darvi, come a me stesso, il segreto delle vostre miserie e la speranza di un migliore avvenire!


 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK alla Prefazione della presente opera di Proudhon:

Pierre-Joseph Proudhon, Le confessioni di un rivoluzionario per servire alla storia della Rivoluzione di febbraio

 

 

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Les Confessions d'un révolutionnaire

 

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Les Confessions d'un révolutionnaire

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12 febbraio 2012 7 12 /02 /febbraio /2012 06:00

Le Confessioni di un rivoluzionario

Courbet-ritratto-diProudhon

per servire alla storia della Rivoluzione di Febbraio

 

 

di Pierre-Joseph Proudhon

 

 

PREFAZIONE DELLA TERZA EDIZIONE

 

Cos'è il governo? Cos'è Dio? 
(Tratto da La Voix du Peuple, 5 novembre 1849.)

 

Cos'è il governo? Qual è il suo principio, il suo oggetto, il suo diritto? Questa è incontestabilmente la prima domanda che si pone l'uomo politico.

Ora, a questa domanda apparentemente così semplice, e di cui la soluzione sembra così facile, accade che soltanto la fede possa rispondere. La filosofia è altrettanto incapace di dimostrare il Governo quanto provare Dio. L'Autorità, come la divinità, non è affatto materia di sapere; è, lo ripeto, materia di fede.

Quest'esame conciso, così paradossale al primo sguardo, eppure così vero, merita alcuni sviluppi. Cercheremo, senz'alcun apparato scientifico, di farlo capire.

Il principale attributo, il tratto segnaletico della nostra specie, dopo il PENSIERO, è la credenza, e, prima di ogni cosa, la credenza in Dio. Tra i filosofi, gli uni vedono in questa fede in un Essere superiore una prerogativa dell'umanità, altri vi scoprono una debolezza. Qualunque sia il merito o il demerito della credenza nell'idea di Dio, è certo che l'inizio di ogni speculazione metafisica è un atto di adorazione del Creatore: è quanto la storia dello spirito umano, presso tutti i Popoli, constata in modo invariabile.

Ma cos'è Dio? Ecco cosa richiede subito, e con un movimento irresistibile, il credente ed il filosofo. E, come corollario di questo primo interrogativo, si pongono immediatamente quest'ultimo: Qual è, tra tutte le religioni, la migliore? Infatti, se esiste un Essere superiore all'Umanità, deve esistere anche un sistema di rapporti tra quest'Essere e l'Umanità: qual è dunque questo sistema? La ricerca della migliore religione è il secondo passo che fa lo spirito umano nella Ragione e nella Fede.

A questa doppia domanda, nessuna risposta possibile. La definizione della Divinità sfugge all'intelligenza. L'Umanità è stata di volta in volta feticista, idolatra, cristiana e buddista, ebraica e maomettana, deista e panteista: ha adorato di volta in volta le piante, gli animali, gli astri, il cielo, l'anima del mondo, ed infine, se stessa: ha errato di superstizione in superstizione, senza poter afferrare l'oggetto della sua credenza, senza giungere a determinare il suo Dio. Il problema dell'essenza e degli attributi di Dio e del culto che gli conviene, come una trappola tesa alla sua ignoranza, tormenta l'Umanità sin dalla sua origine. I Popoli si sono scannati per i loro idoli, la società si è esaurita nell'elaborazione delle sue credenze, senza che la soluzione sia progredita di un sol passo.

Il deista, il panteista, così come il cristiano e l'idolatra, è ridotto alla pura fede. Si direbbe anche, ed è il solo progresso che abbiamo fatto in questo studio, che ripugni alla ragione conoscere e sapere Dio: non ci è dato che di credervi. Ed è per questo che in ogni epoca, e sotto tutte le religioni, si sono incontrati un piccolo numero di uomini, più arditi degli altri, che, non comprendendo Dio, hanno assunto al parte di negarlo: si è dato loro  il nome di spiriti forti o di atei.

Ma è evidente che l'ateismo è ancora meno logico della fede. Il fatto primitivo, inconfutabile, della credenza spontanea nell'Essere supremo sussiste sempre, ed il problema che questo fatto implica ponendosi inevitabilmente, l'ateismo non poteva essere accettato come soluzione. Lungi che testimoniasse della forza dello spirito, non provava che la sua disperazione. Così ne è dell'ateismo come del suicidio: non è stato abbracciato che da una minoranza. Il Popolo l'ha sempre avuto in orrore.

Le cose erano così. l'Umanità sembrava posta eternamente tra una questione insolubile ed una negazione impossibile, quando, sulla fine dell'ultimo secolo, un filosofo, Kant, tanto notevole per la sua profonda pietà, quanto per l'imcomparabile potenza della sua riflessione, intraprese ad affrontare il problema teologico in modo del tutto nuovo.

Non si chiese più, come tutti avevano fatto prima di lui: Cos'è Dio? e qual è la vera religione? Di una questione di fatto egli fece una questione di forma, e si disse: Da dove giunge il fatto che io credo in Dio? Come, in virtù di cosa si produce nel mio spirito quest'idea? Qual è il punto di partenza e lo sviluppo? Quali sono le sue trasformazioni, e, all'occorrenza, la sua decrescita? Come, infine, è, nell'anima religiosa, le cose, le idee, si producono?

Questo fu il piano di studi che egli si propose, su Dio e la Religione, il filosofo di Kœnigsberg. Rinunciando ad inseguire ulteriormente il contenuto, o la realtà dell'idea di Dio, si mise a fare, se così posso dire, la biografia di quest'idea. Invece di prendere, come un anacoreta, come oggetto delle sue meditazioni, l'essere di Dio, egli analizzò la fede in Dio, così come gliela offriva un periodo religioso di seimila anni. In una parola, egli considerò nella religione, non più una rivelazione esterna e sovranaturale dell'Essere infinito, ma un fenomeno della nostra comprensione.

Da quel momento l'incanto fu spezzato: il mistero della religione fu rivelato alla filosofia. Ciò che cerchiamo e che VEDIAMO in Dio, come diceva Malebranche, non è affatto quell'essere, o per meglio dire, quell'entità chimerica, che la nostra immaginazione ingrandisce incessantemente, e che, per ciò stesso deve essere tutto secondo la nozione che se ne fa il nostro spirito, non può nella realtà essere nulla: è il nostro proprio ideale, l'essenza pura dell'Umanità.

Ciò che il teologo persegue, a sua insaputa, nel dogma che egli insegna, non sono i misteri dell'infinito: sono le leggi della nostra spontaneità collettiva ed individuale. L'anima umana non si percepisce affatto dapprima attraverso la contemplazione riflessa del suo io, così come l'intendono gli psicologi; si percepisce fuori da sé, come se essa fosse un essere diverso posto di fronte a sé: è questa immagine rovesciata che essa chiama Dio.

Così, la morale, la giustizia, l'ordine, le leggi, non sono più cose rivelate dall'alto, imposte al nostro libero arbitrio da un cosiddetto creatore, sconosciuto, inintelligibile; sono cose che ci sono peculiari ed essenziali come le nostre facoltà ed i nostri organi, come la nostra carne ed il nostro sangue. In breve: Religione e Società sono termini sinonimici; l'Uomo è sacro per se stesso come se fosse Dio. Il Cattolicesimo ed il Socialismo, identici in fondo, non differiscono che per la forma: così si spiegano al contempo, ed il fatto primitivo della credenza in Dio, e l'innegabile progresso delle religioni.

Ora, ciò che Kant ha fatto quasi sessanta anni fa per la Religione: ciò che aveva fatto in precedenza per la Certezza; ciò che altri prima di lui avevano tentato per la Felicità o il Bene Supremo, la Voix du Peuple [1] si propone di intraprendere per il Governo.

Dopo la credenza in Dio, quella che occupa il maggior spazio nel pensiero generale, è la credenza nell'Autorità. Ovunque esistano degli uomini raggruppati in società, troviamo un rudimento di religione, un rudimento di potere, l'embrione di un governo. Questo fatto è così primitivo, così universale, così irrecusabile quanto quello delle religioni.

Ma cos'è il Potere, e qual è la miglior forma di Governo? Perché è chiaro che se noi riuscissimo a conoscere l'essenza e gli attributi del potere, sapremmo allo stesso tempo quale è la miglior forma da dargli, qual è, tra tutte le costituzioni, quella perfetta. Avremmo in tal modo risolto uno dei due grandi problemi posti dalla Rivoluzione di Febbraio: avremmo risolto il problema politico, principio, mezzo o scopo, - non pregiudichiamo niente, - della riforma economica.

Ebbene! Sul Governo così come sulla Religione, la controversia dura dall'origine delle società, e con così poco successo. Tanti governi quante sono le religioni, tante teorie politiche quanti sono i sistemi di filosofia: e cioè, nessuna soluzione. Più di duemila anni prima di Montesquieu e Machiavellli, Aristotele, raccogliendo le diverse definizioni di governo, le distingueva secondo le sue forme: patriarchie, democrazie, oligarchie, aristocrazie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, teocrazie, repubbliche federative, ecc. Dichiarava, in una parola, il problema insolubile. Aristotele, in materia di governo, così come in materia di religione, era scettico. Non aveva fede né in Dio né nello Stato.

E noi che, in sessanta anni, abbiamo utilizzato sette o otto specie di governi; che, appena entrati in Repubblica, siamo già stanchi della nostra Costituizione; noi, per cui l'esercizio del potere non è stato, dalla conquista dei Galli da parte di Giulio Cesare sino al ministro dei fratelli Barrot, che la pratica dell'oppressione e dell'arbitrio; noi infine che assistiamo in questo momento ai saturnali dei governi dell'Europa, abbiamo dunque più fede di Aristotele? Non è tempo che usciamo da questa infelice carreggiata, e che invece di esaurirci ulteriormente alla ricerca del miglior governo, della migliore organizzazione da dare all'idea politica, poniamo la domanda, non più sulla realtà, ma sulla legittimità di questa idea?

Perché crediamo al Governo? Da dove viene, nella società umana, quest'idea di Autorità, di Potere; questa finzione di una Persona superiore, chiamata lo Stato?

Come si produce questa finzione? Come si sviluppa? Qual è la sua legge evolutiva, la sua economia?

Non accade per il Governo la stessa cosa come per Dio e l'Assoluto, che hanno così a lungo e così infruttuosamente occupato i filosofi? Non sarebbe anche una delle concezioni primigenie della nostra comprensione, alle quali diamo a torto il nome di idee, e che, senza realtà, senza realizzazione possibile, non esprimono che un indefinito, non hanno in quanto essenza che l'arbitrio?

E poiché, relativamente a Dio e alla Religione, si è già trovato, attraverso l'analisi filosofica, che sotto l'allegoria dei suoi miti religiosi, l'Umanità non persegue altro che il suo proprio ideale, non potremmo cercare anche ciò che essa vuole sotto l'allegoria dei suoi miti politici? Perché infine, le istituzioni politiche, così differenti, così contraddittorie, non esistono né in se stesse né per se stesse; così come i culti, esse non sono affatto essenziali alla società, sono delle formule o combinazioni ipotetiche, per mezzo delle quali la civiltà si mantiene in un'apparenza d'ordine, o per meglio dire, cerca l'ordine. Qual è dunque, ancora una volta, il senso nascosto di queste istituzioni, lo scopo reale dove va a svanire il concetto politico, la nozione di governo?

In poche parole, invece di vedere nel governo, con gli assolutisti, l'organo e l'espressione della società; con i dottrinari, uno strumento d'ordine, o piuttosto di polizia; con i radicali, un mezzo di Rivoluzione: cerchiamo di vedervi semplicemente un fenomeno della vita collettiva, la rappresentazione esterna del nostro diritto, l'educazione di alcune delle nostre facoltà. Chissà che non scopriamo allora che tutte queste formule governative, per le quali i popoli e i cittadini si scannano tra di loro da sessanta secoli, non siano che una fantasmagoria del nostro spirito, che il primo dovere di una ragione libera è di rinviarle ai musei e alle biblioteche?

Questa è la domanda posta e risolta in Confessioni di un Rivoluzionario, e di cui la Voix du Peuple si propone, con l'aiuto dei fatti che gli forniscono e il potere e i partiti che se lo contendono, di dare giorno per giorno il commento.

Allo stesso modo della Religione, il Governo è una manifestazione della spontaneità sociale, una preparazione dell'Umanità a uno stato superiore.

Ciò che l'Umanità cerca nella Religione e che chiama Dio, è se stessa.

Ciò che il cittadino cerca nel Governo e chiama Re, Imperatore o Presidente, è ancora se stesso, è la LibertÀ. 

Fuori dall'Umanità, nessun Dio; il concetto teologico non ha senso: -Fuori dalla libertà, nessun governo; il concetto politico è senza valore.

La miglior forma di Governo, come la più perfetta delle religioni, presa in senso letterale, è un'idea contraddittoria. Il problema non è di sapere come potremmo essere meglio governati, ma come potremmo essere più liberi. La libertà adeguata  identica all'ordine, ecco tutto ciò che contiene di reale il potere e la politica. Come si costituisce questa libertà assoluta, sinonimo d'ordine? Ecco cosa ci insegnerà l'analisi delel diverse formule dell'autorità. Per tutto il resto, non ammettiamo meno il governo dell'uomo per l'uomo, quanto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo...

Così, il percorso che ci proponiamo di seguire, trattando la questione politica e preparando i materiali di una revisione costituzionale, sarà la stessa che abbiamo seguito sino ad oggi trattando la questione sociale. La Voix du Peuple, completando l'opera dei due giornali suoi predecessori, sarà fedele ai loro errori.

Cosa dicevamo, in questi due fogli, caduti uno dopo l'altro sotto i colpi della reazione e dello stato d'assedio?

Non chiediamo affatto, come lo avevano fatto sino ad allora i nostri predecessori e nostri confratelli: Qual è il miglior sistema di comunità? La migliore organizzazione della proprietà? o ancora: qual è la cosa migliore la proprietà o la comunità? La teoria di Saint-Simon o quella di Fourier? Il sistema di Louis Blanc o quello di Cabet?

Sull'esempio di Kant, poniamo così la domanda: Perché l'uomo possiede? Come si acquista la proprietà? Come si perde? Qual è la legge della sua evoluzione e della sua trasformazione? Dove va? Cosa vuole? Cosa infine rappresenta? Perché appare a sufficienza, per l'intreccio indissolubile di beni e di mali che l'accompagnano, per l'arbitrio che costituisce la sua essenza (jus utendi et abutendi) e che è la condizione sine qua non della sua integralità, che essa non è ancora, così come la Religione e il Governo, che un'ipotesi, o meglio, un'ipotiposi della Società, e cioè una rappresentazione allegorica di una concezione della nostra intelligenza.

Com'è, che in seguito, l'uomo lavora? Come si stabilisce la comparazione dei prodotti? Come si avviene la circolazione nella società? A quali condizioni? Secondo quali leggi?

E la conclusione di tutta questa monografia della proprietà è stata la seguente: La proprietà indica funzione o attribuzione; la comunità, reciprocità d'azione: l'usura, sempre decrescente, identità del lavoro e del capitale.

Per operare la liberazione e la realizzazione di tutti questi termini, sino ad ora avvolti sotto i vecchi simboli proprietari, cosa occorre? Che i lavoratori si garantiscano gli uni agli altri il lavoro e gli sbocchi; a questo scopo, che essi accettino, come moneta, le loro reciproche obbligazioni.

Ebbene! Noi diciamo oggi: La libertà politica risulterà per noi, come la libertà industriale, dalla nostra mutua garanzia. È garantendo gli uni agli altri la libertà, che faremo a meno di questo governo, la cui destinazione è di simboleggiare il motto repubblicano: Libertà, Eguaglianza, Fraternità, lasciando alla nostra intelligenza la cura di trovarne la realizzazione. Ora, qual è la formula di questa garanzia politica e liberale? Attualmente, il suffragio universale; più tardi, il libero contratto...

Riforma economica e sociale, attraverso la garanzia reciproca del credito;

Riforma politica, attraverso la transazione delle libertà individuali:

Questo è il programma della Voix du peuple.

La Rivoluzione avanza, gridava ieri, a proposito del messaggio di Luigi Bonaparte, un foglio assolutista. Questa gente non vede la Rivoluzione che nelle catastrofi e i colpi di Stato. Diciamo a nostra volta: Sì, la rivoluzione avanza, perché ha trovato degli interpreti. Le nostre forze possono fallire nel compito: la nostra devozione, mai!

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

 

[1] La Voix du Peuple essendo stata soppressa, dopo alcuni mesi di esistenza, dall'autorità di polizia e forza di baionette, gli studi che questo giornale aveva promesso ai suoi lettori sono stati necessariamente aggiornati. Una prima pubblicazione è apparsa da poco con questo titolo: Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo. Un volume in-18°, inglese, Parigi, luglio 1851, Fratelli Garnier.

 

 

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24 gennaio 2012 2 24 /01 /gennaio /2012 06:00

Han Ryner

petit manuel


Manualetto individualista

 


Han Ryner


Ho adottato la forma delle domande e delle risposte molto comoda per un’esposizione rapida. Essa non esprime nessuna esigenza dogmatica. Non c’è qui un maestro che interroga ed un discepolo che risponde. C’è un individualista che si interroga. Ho voluto indicare sin dalla prima riga che si tratta di un dialogo interiore. Mentre il catechismo chiede «Siete cristiano?», io dico: «Sono un individualista?». Ma, se esteso, il procedimento andrebbe incontro ad inconvenienti e, una volta evidenziata la mia intenzione, mi sono ricordato che il soliloquio impiega frequentemente la seconda persona.

 

Si troveranno alla rinfusa in questo opuscolo delle verità certe- ma la cui certezza non si può scoprire che dentro se stessi. - e delle opinioni probabili. Vi sono problemi che ammettono diverse risposte. Altri- eccetto la soluzione eroica, che si può consigliare soltanto quando tutto il resto è crimine- non hanno soluzione soddisfacenti e le quasi risposte che propongo non sono superiori alle altre. Il lettore che non sapesse iniziare e, approvando le verità, trovare delle probabilità analoghe alle mie probabilità e spesso più armoniose a se stesso, sarebbe indegno, del nome di individualista.


In mancanza di sviluppo o per altri motivi, lascerò spesso insoddisfatto lo spirito anche il più fraterno. Non posso raccomandare agli uomini di buona volontà che la lettura assidua del manuale di Epitteto. Là, meglio che altrove, si trova la risposta alle nostre inquietudini e ai nostri dubbi. Là, più che altrove, colui che è capace del vero coraggio, attingerà il coraggio.

 


Ad Epitteto, ed anche ad altri, ho preso in prestito delle formule, senza credere sempre necessario indicare i miei debiti. In un lavoro del genere qui presentato, le cose importano, non la loro origine e si mangia più di un frutto senza chiedere al giardiniere il nome del fiume o del ruscello che feconda il suo giardino.




1. Dell’individualismo e di alcuni individualisti



stendhal.jpgSono un individualista.

Intendo con individualismo la dottrina morale che, non appoggiandosi su nessun dogma nessuna tradizione nessuna volontà esterna, fa appello unicamente alla coscienza individuale.

Si è spesso dato il nome di individualismo a forme di dottrine destinate a coprire con una maschera filosofica l’egoismo lassista o l’egoismo dominatore ed aggressivo.


nietzsche.jpgUn esempio di individualismo lassista può essere offerto dalla figura di Montaigne. Mentre tutti coloro che estendono alle relazioni tra gli uomini la legge brutale della lotta per la sopravvivenza possono essere fatti rientrare nel novero dell’individualismo dominatore ed aggressivo, come ad esempio Stendhal e Nietzsche.

socrate-di-Lisippo.jpgPossiamo considerare esempi di veri individualisti personaggi come Socrate, Epicuro, Gesù, Epitteto. Socrate non insegnava una verità esterna a coloro che lo ascoltavano, ma insegnava loro a trovare la verità in se stessi. Morì condannato dalle leggi e dai giudici, assassinato dallo Stato, martire dell’individualismo. Lo si accusava di non onorare gli dei che lo Stato onorava e di corrompere la gioventù, cioè di professare opinioni sgradite al potere.

epicuro.jpgEpicuro, sotto la sua elegante apatia, fu un eroe. Seneca chiamava Epicuro “un eroe travestito da donna”. Egli di positivo liberò i suoi discepoli dal timore degli dei o di Dio che è l’inizio della pazzia. Sua grande virtù fu la temperanza. Egli distingueva tra i bisogni naturali ed i bisogni immaginari. Mostrò che servivano ben poche cose per soddisfare la fame e la sete, per difendersi dal caldo e dal freddo e si liberò da tutti gli altri bisogni, cioè da quasi tutti i desideri e da quasi tutti i timori che schiavizzano gli uomini. Morì a seguito di una lunga e dolorosa malattia proclamando di essere perfettamente felice. Non conosciamo il vero Epicuro in quanto dei discepoli infedeli hanno coperto con i loro vizi la sua dottrina, così come si nasconde un’ulcera sotto un mantello rubato. Epicuro non è colpevole di quel che gli hanno fatto dire falsi discepoli, non si è mai colpevoli della stupidità o perfidia altrui. Ogni parola di verità, se è ascoltata da molti uomini, è trasformata in menzogna dai superficiali, dagli astuti e dai ciarlatani.

cristo_barbuto_IVsecolo.jpgGesù visse libero ed errante, estraneo ad ogni legame sociale. Fu nemico dei sacerdoti, dei culti esteriori e, in generale, di tutte le organizzazioni. Morì perseguitato dai sacerdoti, abbandonato dall’autorità giudiziaria, inchiodato sulla croce dai soldati. E, con Socrate, la più celebre vittima della Religione, il più illustre martire dell’individualismo. Non conosciamo il vero Gesù, in quanto i sacerdoti hanno crocefisso la sua dottrina come il suo corpo. Hanno trasformato in veleno la bevanda vivificante. Sulle parole falsificate del nemico delle organizzazioni e dei culti esteriori, hanno fondato la più organizzata e la più pomposamente vuota delle religioni.

Gesù non è colpevole di ciò che i discepoli ed i sacerdoti hanno fatto della sua dottrina. Non si è mai responsabili della stupidità o perfidie altrui.


epitteto.jpgEpitteto, lo stoico, sopportò coraggiosamente la povertà e la schiavitù. Fu perfettamente felice nelle situazioni più penose per gli uomini ordinari. Il suo discepolo Arriano ha raccolto alcune delle sue parole in un libretto intitolato Manuale di Epitteto, la cui nobiltà precisa e senza cedimenti, la sua semplicità priva di ciarlataneria me lo rendono molto più prezioso dei Vangeli. Il Manuale di Epitteto è il più bello e liberatore di tutti i libri.

zenonecizio.jpgNella storia sono esistiti anche altri individualisti ma quelli che ho citato sono i più puri ed i più facili da capire e se non cito i cinici come Antistene e Diogene è perché la dottrina cinica non è che l’embrione di quella stoica. In quanto a Zenone di Cizio, il fondatore dello stoicismo e che non ho nemmeno nominato, la sua vita fu ammirevole e, secondo le testimonianze antiche non smise mai di somigliare alla sua filosofia. Ma oggi è meno noto di coloro che ho citato. Non nomino lo stoico Marco Aurelio perché fu imperatore.

cartesio.jpgDescartes fu un individualista intellettuale. Non fu abbastanza nettamente un individualista morale. La sua vera morale sembra sia stata stoica. Ma non osò renderla pubblica. Fece conoscere soltanto una “morale provvisoria” in cui si raccomanda di obbedire alle leggi e costumi del suo paese, il che è contrario all’individualismo. Sembra d’altronde aver mancato di coraggio filosofico in altre circostanze. La vita di Spinoza fu ammirevole. Egli viveva sobriamente, di un po’ di grano di avena o di un po’ di zuppa al latte. Rifiutando la carne che gli si offriva, guadagnò sempre il cibo con un lavoro manuale. La sua dottrina morale è un misticismo stoico. Ma, troppo esclusivamente intellettuale, egli professa una strana politica assolutista e non riserva contro il potere che la libertà di pensare. Il suo nome fa d’altronde pensare ad una grande potenza metafisica più ancora che ad una grande bellezza morale.


2. Preparazione all’individualismo pratico


Non è sufficiente proclamarsi individualista. Una religione può accontentarsi dell’adesione verbale e di alcuni gesti di adorazione. Una filosofia pratica che non sia affatto praticata non è nulla. Le religioni possono mostrare più indulgenza delle dottrine morali perché le divinità delle religioni sono dei monarchi potenti. Salvano i fedeli attraverso grazie e miracoli. Accordano la salvezza in cambio della legge, di certe parole rituali e di certi gesti convenuti. Possono anche tenermi in conto gesti che non ho fatto fare e di parole che non ho fatto pronunciare che da mercenari.

Per meritare realmente il nome di individualista devo porre tutti i miei atti in accordo con il mio pensiero, accordo meno arduo di quanto non sembri perché l’individualista che comincia è trattenuto dai falsi beni e le cattive abitudini. Non si libera senza qualche lacerazione. Ma il disaccordo tra i suoi atti ed il suo pensiero gli è più arduo di tutte le sue rinunce. Ne soffre come il musicista soffre per una mancanza di armonia. Il musicista non vorrebbe, per nessuna cosa al mondo, trascorrere al propria vita in mezzo a suoni sgradevoli. Allo stesso modo la mancanza di armonia è per me la peggiore di tutte le sofferenze.

Lo sforzo per porre la propria vita in accordo con il proprio pensiero si chiama virtù, essa non necessità di alcuna ricompensa in quanto la virtù è premio a se stessa. Ciò significa che se penso ad una ricompensa, non sono virtuoso. La virtù ha come prima particolarità il disinteresse e la virtù disinteressata crea la felicità. La felicità è lo stato d’animo che si sente perfettamente libero da ogni servitù estranea ed in perfetto accordo con se stessa. Il saggio ha sempre bisogno di sforzi e di virtù. E sempre attaccato dall’esterno. Ma la felicità non esiste, in effetti, che nell’anima in cui non vi sia più lotta interiore.

Nella ricerca della saggezza non si è infelici. Ogni vittoria, in attesa della felicità, produce la gioia. Volendo distinguere tra gioia e felicità a titolo di esempio si potrebbe sostenere che la gioia è la consapevolezza che si sta procedendo verso la felicità. Un essere pacifico, costretto a lottare, riporta una vittoria che lo avvicina alla pace: prova gioia. Giunge infine ad una pace che nulla può turbare: è felice.

E raro che si possa tentare senza imprudenza la perfezione immediata. Gli impazienti corrono il rischio di regredire e scoraggiarsi. Per prepararsi alla perfezione conviene andare da Epitteto passando per Epicuro. Bisogna innanzitutto porsi dal punto di vista di Epicuro e distinguere i bisogni naturali dai bisogni immaginari. Quando saremo capaci di respingere praticamente tutto ciò che non è necessario alla vita; quando disprezzeremo il lusso e le mollezze, quando assaporeremo la voluttà fisica che scaturisce dai nutrimenti e dalle bevande semplici; quando il nostro corpo conoscerà tanto bene quanto la nostra anima la bontà del pane e dell’acqua: potremo allora progredire ulteriormente.

Non resterebbe da capire che, anche privati di pane ed acqua, saremmo felici; che, nella malattia più dolorosa e più priva di soccorsi, saremmo felici; che, anche morendo nei supplizi ed in mezzo alle ingiurie di tutti, saremmo felici. Questo vertice di saggezza è accessibile a tutti gli uomini di buona volontà che provano un’attrazione naturale verso l’individualismo. Il cammino intellettuale che porta a questo vertice è la dottrina stoica dei veri beni e dei veri mali. La si chiama anche la dottrina delle cose che dipendono da noi e delle cose che da noi non dipendono. Le nostre opinioni, i nostri desideri, le nostre inclinazioni, le nostre avversioni, in una parola tutte le nostre azioni interiori appartengono alle cose che dipendono da noi. Le cose che non dipendono da noi riguardano ad esempio il corpo, le ricchezze, la reputazione, le distinzioni, cioè tutte le cose che non appartengono al numero delle nostre azioni interne.

Le caratteristiche delle cose che dipendono da noi sono libere per natura, nulla può fermarle o fungere per loro da ostacolo. Le caratteristiche delle cose che non dipendono sono di essere deboli, schiavistiche, soggette a molti ostacoli ed inconvenienti ed totalmente estranee all’uomo. L’altro nome delle cose che non dipendono da noi è detto anche delle cose indifferenti perché nessuna di esse è un vero bene o un vero male. Colui che scambia le cose indifferenti per dei beni o per dei mali trova ovunque degli ostacoli, è afflitto, turbato, si lamenta delle cose e degli uomini. Prova anzi un più grande male ancora: è schiavo dei desideri e del timore.

Chi sa praticamente che le cose che non dipendono da noi sono indifferenti, è invece libero. Nessuno può forzarlo a fare quel che non vuole fare o impedirlo di fare ciò che vuole. Non ha da lamentarsi di nulla e di nessuno. Le cose esterne, come la malattia, la prigione, la povertà possono diminuire la libertà del mio corpo e dei miei movimenti. Non sono degli impedimenti per la mia volontà, se non ho la follia di voler ciò che non dipende da me.

La dottrina di Epicuro è sufficiente per tutto il corso della vita se posseggo le cose necessarie alla vita stessa e se mi comporto bene. Mi restituisce la gioia degli animali che non si creano delle preoccupazioni e dei mali immaginari. Ma, nella malattia o nella fame, non bastano più.

La dottrina di Epicuro può essere sufficiente per le relazioni sociali correnti. Mi libera da ogni tiranno che non hanno potere che sul mio superfluo. Non è più sufficiente se il tiranno può privarmi del pane; se può mettermi a morte o ferire il mio corpo. Chiamo tiranno chiunque, agendo sulle cose indifferenti, come le mie ricchezze o il mio corpo, pretende di agire sulla mia volontà. Chiamo tiranno chiunque cerca di modificare il mio stato d’animo con mezzi diversi alla persuasione ragionevole.

Qualunque sia il mio presente, ignoro l’avvenire. Ignoro se la grande aggressione in cui l’epicureismo non basta più non mi costringa a qualche deviazione nella mia vita. Devo dunque, sin da quando ho raggiunto la saggezza epicurea, lavorare a fortificarmi ulteriormente, sino all’invulnerabilità stoica. Nella tranquillità, potrei vivere serenamente e sobriamente come Epicuro, ma con lo spirito di Epitteto. Proporsi un modello come Socrate, Gesù o Epitteto non è utile alla perfezione perché devo realizzare la mia armonia, non quella di un altro

Vi sono due specie di doveri: i doveri universali ed i doveri personali. I primi sono quelli che si impongono ad ogni uomo saggio mentre i doveri personali quelli che si impongono particolarmente a me. Sono un essere particolare che si trova in situazioni particolari. Ho un certo grado di forza fisica, di forza intellettuale e posseggo un certo grado di ricchezze. Ho un passato da continuare. Devo lottare contro un destino ostile o collaborare con un destino favorevole. Tranne alcune eccezioni, i doveri universali sono dei doveri d’astensione. Quasi tutti i doveri d’azione sono dei doveri personali. Anche in circostanze rare in cui l’azione si impone a tutti, il dettaglio dell’azione porterà il segno dell’agente, sarà come la firma dell’artista morale. Il dovere personale non può contraddire il dovere universale. È come il fiore che non può crescere se non sulla pianta.

I miei doveri personali non sono quelli di Socrate, Gesù o Epitteto, non somiglia loro affatto se non conduco una vita apostolica.. I miei doveri personali e quelli universali mi sono insegnati dalla mia coscienza, è essa che mi dice ciò che mi aspetterei da ogni uomo saggio, dicendomi ciò che devo esigere da me. Non vi sono doveri difficili per il saggio. Prima che io abbia raggiunto la saggezza, il pensiero di Socrate, di Gesù, di Epitteto, mi sarà forse utile nei momenti di difficoltà. Ma non mi rappresenterò mai questi grandi individualisti come dei modelli. Me li raffigurerò come dei testimoni. E desidererei che essi non biasimino la mia condotta.

Ogni colpa riconosciuta come tale prima di essere commessa che la si consideri leggera o grave è grave. Teoricamente, per giudicare la mia situazione o quella d’altri nella via della saggezza, posso distinguere tra colpe gravi e colpe leggere. Chiamerò colpa leggera quella che Epitteto biasimerebbe e che Epicuro non biasimerebbe affatto e chiamerei colpa grave quella che biasimerebbe anche l’indulgenza di Epicuro.



3. Delle relazioni degli individui tra loro

 

 

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La formula dei doveri verso gli altri è: “Amerai il tuo prossimo come te stesso e amerai il tuo Dio sopra ogni cosa”. Il prossimo sono gli altri uomini, dotati di ragione e di volontà, sono più vicini a me stesso degli animali i quali ultimi hanno in comune con me la vita, la sensibilità, l’intelligenza. Questi caratteri comuni mi creano dei doveri verso gli animali: di non farli soffrire, di evitare loro sofferenze inutili e di non ucciderli senza necessità. L’assenza di ragione e di volontà presso gli animali, che non fa di loro delle persone, mi dà il diritto di servirmi di loro nella misura delle loro forze e di trasformarli in strumenti.

Non ho il diritto di considerare una persona come un mezzo. Ogni persona è uno scopo, un fine. Non posso che chiedere alle persone che dei servizi che esse mi accordano liberamente, per benevolenza o in cambio di altri servizi. Non vi sono razze inferiori. L’individuo nobile può fiorire in tutte le razze. Eccetto il pazzo, ogni uomo è capace di ragione e di volontà. Però molti non ascoltano che le loro passioni e non hanno che capricci. È tra di essi che si incontrano coloro che hanno la pretesa di comandare. Con questi individui incompleti non posso farmi degli strumenti. Li devo considerare come dei bambini bloccati nel loro sviluppo, ma in cui l’uomo forse domani si sveglierà. Gli ordini di coloro che hanno la pretesa di comandare non possono essere che capricci di bambini o fantasie di pazzi.

Devo amare il prossimo come me stesso. Queste parole significano allo stesso modo in cui io mi devo amare. E io mi devo amare così come insegna la seconda parte della formula che recita: “Amerai il tuo Dio sopra ogni cosa”. Dio ha molti sensi: ha un senso differente in ogni religione o metafisica e ha un senso morale. Dio è il nome della perfezione morale e nella formula d’amore, il possessivo TUO: “Tu amerai il TUO Dio”, il mio Dio, è la mia perfezione morale.

Al di sopra di ogni cosa devo amare la mia ragione, la mia libertà, la mia armonia interiore, la mia felicità, perché sono questi gli altri nomi di Dio. Il mio Dio esige che gli sacrifichi i miei desideri ed i miei timori esige che io disprezzi i falsi beni e che io sia “povero di spirito”. Esige anche che io sia pronto a sacrificargli la mia sensibilità e, se necessario, la mia vita. Nel mio prossimo amerò dunque il suo Dio, cioè la sua ragione, la sua armonia interiore, la sua felicità. Verso la sensibilità del mio prossimo ho gli stessi doveri che verso la sensibilità degli animali o verso la mia: non creerò né negli altri né a me inutili sofferenze.

Non posso creare attivamente della sofferenza utile. Ma alcune astensioni necessarie avranno come conseguenza della sofferenza negli altri o in me. Non devo sacrificare di più il mio Dio alla sensibilità altrui che alla mia sensibilità. I miei doveri verso la vita altrui consistono nel non dover ne uccidere ne ferire il mio prossimo. Si ha diritto di uccidere nel caso della legittima difesa, sembra che la necessità crei il diritto di uccidere. Ma, quasi sempre, se sono abbastanza bravo, conserverò il sangue freddo che permette di salvarsi senza uccidere. L’astenersi dalla difendersi durante un attacco, è, in effetti, in questo caso, il segno di una virtù superiore, la vera soluzione eroica. Di fronte alla sofferenza altrui vi sono delle astensioni ingiustificate equivalenti a cattive azioni. Se lascio morire chi posso salvare senza commettere un crimine, sono un vero assassino. Una citazione di Bossuet può illustrare ciò: "questo ricco inumano ha spogliato il povero perché non l’ha rivestito, lo ha sgozzato crudelmente perché non l’ha nutrito".

La sincerità è il mio primo dovere verso gli altri e verso me stesso, la testimonianza che il mio Dio esige come un sacrificio continuo, come una fiamma che non devo mai lasciare spegnere. La più sincerità più necessaria è la proclamazione delle mie certezze morali. Al secondo posto la sincerità nell’espressione delle mie opinioni. L’esattezza nell’esposizione dei fatti è meno importante delle due grandi sincerità filosofica e delle opinioni. Il saggio ciò malgrado l’osserva.

Vi sono tre tipi di menzogne. La prima è la menzogna maliziosa, che ha come scopo il nuocere ad altri e che è un crimine ed una vigliaccheria. La menzogna ufficiosa, è la seconda, è quella che ha per scopo la mia utilità o quella d’altri. Quando la menzogna ufficiosa non contiene nessun elemento nocivo, il saggio non la biasima negli altri ma la evita per sé. Vi sono dei casi in cui la menzogna ufficiosa potrebbe imporsi se potesse salvare la vita a qualcuno. In questo caso, il saggio potrebbe proferire una menzogna non concernente che i fatti. Ma quasi sempre, invece di mentire, rifiuterà di rispondere.

Il terzo tipo di menzogna è la menzogna scherzosa che il saggio si proibisce perché essa sacrifica ad un gioco l’autorità della parola che, conservata, può qualche volta essere utile ad altri.

Il saggio non si proibisce nessuna narrazione ammessa e gli può accadere di raccontare delle parabole, delle fiabe, dei simboli o dei miti.

Le relazioni tra l'uomo e la donna devono essere , come tutte le relazioni tra persone, assolutamente libere da entrambe le parti. Esse devono esprimere una reciproca sincerità.

Il reciproco amore è la più bella cosa tra quelle indifferenti, la più vicina all'essere una virtù. Fa la nobiltà del baciare. Se il bacio senza amore è l'incontro di due desideri e di due piaceri, non costituisce una colpa.


4. Della Società

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Ho delle relazioni non soltanto con degli individui isolati, ma anche con diversi gruppi sociali e, in modo generale, con la società.

La società è la riunione degli individui per un'opera comune che può essere buona a certe condizioni. Essa lo sarà se, per reciproco amore o per amore dell'opera, gli operai agiscono del tutto liberamente, e se i loro sforzi si raggruppano e si sostengono in una coordinazione armoniosa.

Di fatto, l'opera sociale non ha alcun carattere di libertà. Gli operai vi sono subordinati gli uni agli altri. I loro sforzi non sono i gesti spontanei ed armoniosi dell'amore, ma i gesti disarmonici della costrizione. Da questo carattere dell'ordine sociale concludo che l'opera sociale è cattiva.

Il saggio considera la società come un limite. Si sente sociale così come si sente mortale. Considera i limiti come delle necessità materiali e li subisce fisicamente con indifferenza.

Per colui che è in cammino verso la saggezza, i limiti costituiscono dei pericoli perché chi non distingue ancora praticamente, con una sicurezza incrollabile, le cose che dipendono da lui e le cose indifferenti, rischia di tradurre le costrizioni materiali in costrizioni morali.

L'individualista imperfetto di fronte alla costrizione sociale deve difendere contro di essa la sua ragione e la sua volontà. Respingerà i pregiudizi che essa impone agli altri uomini, si proibirà di amarlo o di odiarlo; si libererà progressivamente di ogni timore e di ogni desiderio nei suoi confronti; si volgerà verso la perfetta indifferenza, che è la saggezza di fronte alle cose che non dipendono da lui.

Il saggio si proibisce ogni speranza, anche di una società migliore, pone in evidenza che i saggi sono rari in ogni epoca e che non c'è progresso morale. Il saggio fa notare che i progressi materiali hanno per oggetto di accrescere i bisogni artificiali degli uni ed il lavoro degli altri. Il progresso materiale gli appare come un peso crescente che affonda sempre più l'umanità nel fango e nell'afflizione.

L'invenzione di macchine perfezionate ha sempre aggravato il lavoro. Lo ha reso più penoso e meno armonioso. Ha sostituito l'iniziativa libera ed intelligente con una precisione servile e temibile. Ha fatto dell'operaio, un tempo padrone sorridente degli utensili, lo schiavo tremante della macchina.

La macchina che moltiplica i prodotti non diminuirà la quantità di lavoro da effettuare da parte dell'uomo perché l'uomo è avido e la follia dei bisogni immaginari cresce a misura che la si soddisfa. Più lo stolto ha delle cose superflue  e più vuole averne.

Il saggio non esercita un'azione sociale. Il saggio pone in evidenza che, per esercitare un'azione sociale, bisogna agire sulle masse e che non si agisce affatto sulle masse attraverso la ragione, ma con le passioni. Non si crede in diritto di sollevare le passioni degli uomini. L'azione sociale gli appare come una tirannia e si astiene dal prendervi parte.

Il saggio sa che queste parole: "la felicità del popolo" non hanno alcun senso. La felicità è interiore ed individuale; non si può produrla che in se stessi.

Il saggio sa che l'oppresso che si lamenta aspira a diventare oppressore. Lo soccorre nei limiti dei suoi mezzi ma non crede alla salvezza attraverso l'azione comune.

Il saggio evidenzia che le riforme cambiano i nomi delle cose, non le cose stesse. Lo schiavo è diventato il servo, poi il salariato. Non si è riformato che il linguaggio. Il saggio resta indifferente a queste questioni di filologia.

L'esperienza prova al saggio che le rivoluzioni non hanno mai risultati durevoli. La ragione gli dice che la menzogna non si confuta con la menzogna e che la violenza non si distrugge con la violenza.

Il saggio considera l'anarchia come un'ingenuità. L'anarchico crede che il governo è il limite della libertà. Spera, distruggendo il governo, di elargire la libertà.

Il vero limite non è il governo ma la società. Il governo è un prodotto sociale come un altro. Non si distrugge un albero tagliando uno dei suoi rami.

La società è inevitabile come la morte. Sul piano materiale, la nostra potenza è debole contro tali limiti. Ma il saggio distrugge in sé il rispetto ed il timore della società così come distrugge in sé il timore della morte. È indifferente alla forma politica e sociale dell'ambiente in cui vive così come è indifferente al genere di morte che lo aspetta.

Il saggio sa che non si distrugge né l'ingiustizia sociale né l'acqua del mare. Ma si sforza di salvare un oppresso da una giustizia particolare, così come si getta in acqua per salvare un annegato.



5. Delle relazioni sociali

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Il lavoro è una legge naturale aggravata dalla società in tre modi:


1° Essa dispensa arbitrariamente un certo numero di uomini da ogni lavoro e getta la loro parte del fardello sugli altri uomini;


2° Essa impiega molti uomini in lavori inutili, a delle funzioni sociali;


3° Essa moltiplica presso tutti e soprattutto presso i ricchi i bisogni immaginari ed impone al povero l'odioso lavoro necessario alla soddisfazione di questi bisogni.

La legge del lavoro è naturale perché il mio corpo ha dei bisogni naturali che soltanto i prodotti del lavoro soddisferanno. Il solo lavoro che si possa considerare tale è il lavoro manuale. Il solo bisogno naturale delle nostre facoltà intellettuali, è l'esercizio. Lo spirito resta sempre un bambino felice che ha bisogno di movimento e di gioco.
Lo spettacolo della natura, l'osservazione delle passioni umane ed il piacere delle conversazioni basterebbero ai bisogni naturali dello spirito.

Non condanno l'arte, la scienza e la filosofia. Simili all'amore, essi sono nobili finché restano disinteressati. Nell'arte, nella scienza, nella filosofia, nell'amore, la voluttà che provo nel dedicarmici non deve essere pagata da colui che gusta la voluttà di ricevere.

Se vi sono degli artisti che creano con difficoltà e degli scienziati che ricercano con fatica, non vedo perché queste povere persone non vi si astengono.

Dallo scienziato e dall'artista, così come dall'innamorato o dall'innamorata, la natura esige un lavoro manuale poiché essa impone loro, così come agli altri uomini, dei bisogni materiali.

L'infermo ha anch'egli dei bisogni materiali ma non si può avere nei suoi confronti la crudeltà di imporgli una una cosa di cui egli è incapace, ma non considero come infermità la bellezza del corpo o la potenza del pensiero.

L'individualista lavorerà dunque con le sue mani per quanto gli è possibile, perché la società ha reso difficile l'obbedienza alla legge naturale. Non c'è lavoro manuale remunerativo per tutti. Di solito, ci si sveglia all'individualismo troppo tardi per fare l'apprendistato di un mestiere naturale. La società ha rubato a tutti, per consegnarlo a qualcuno, il grande strumento del lavoro naturale, la terra.

L'individualista può dunque, nello stato attuale delle cose, vivere di un bisogno che egli non considera come un vero lavoro. Può anche essere un funzionario, ma non può acconsentire ad ogni genere di funzioni. Egli si asterrà da ogni funzione dell'ordine amministrativo, dell'ordine giudiziario o dell'ordine militare. Non sarà prefetto o poliziotto, ufficiale, giudice o carnefice, perché l'individualista non può essere del numero dei tiranni sociali. Egli potrà accettare le funzioni che non nuocciono agli altri. Al di fuori delle funzioni retribuite dal governo, vi sono delle carriere nocive da cui l'individualista si asterrà, come dal furto, la banca, lo sfruttamento delle donne, lo sfruttamento dell'operaio.

Nelle sue relazioni con i suoi inferiori sociali, l'individualista rispetterà le loro personalità e la loro libertà. Non dimenticherà mai che il dovere professionale è una finzione, ed il dovere umano la sola realtà morale. Non dimenticherà mai che le gerarchie sono delle follie e agirà naturalmente, non socialmente, con degli uomini che la menzogna sociale afferma essere suoi inferiori, ma di cui la natura ha fatto i suoi eguali.

L'individualista eviterà dall'astenersi dalle relazioni esteriori con i suoi inferiori sociali che potrebbero offenderli. Ma li vedrà poco, per timore di trovarli socievoli e non naturali; e cioè per timore di trovarli servili, infastiditi o ostili.

Con i suoi colleghi o i suoi confratelli, l'individualista sarà cortese e servizievole. Ma, per quanto sarà in suo potere farlo senza ferirli, eviterà la loro conversazione per difendersi contro due veleni sottili: lo spirito di corpo e l'abbrutimento professionale.

Con i suoi superiori sociali l'individualista non dimenticherà che le loro parole trattano quai sempre di cose indifferenti. Ascolterà con indifferenza e risponderà il meno possibile. Non farà obiezioni. Non indicherà dei metodi che gli sembreranno migliori. Eviterà ogni discussione inutile, perché di solito il superiore sociale è un bambino vanitoso ed irritabile.

Se il superiore ordina non più una cosa indifferente, ma un'ingiustizia o una crudeltà, l'individualista si rifiuterà di obbedire. La disobbedienza non gli farà correre dei pericoli perché diventare lo strumento dell'ingiustizia e del male, è la morte della ragione e della libertà. Ma la disobbedienza all'ordine ingiusto non mette in pericolo che il corpo e le risorse materiali, che sono nel numero delle cose indifferenti.

Davanti all'ordine l'individualista dirà mentalmente al capo ingiusto: Sei l'incarnazione moderna del tiranno. Ma il tiranno non può nulla contro il saggio.

L'individualista spiegherà il suo rifiuto di obbedire se crede che il capo sociale sia capace di capire e tornare sul proprio errore, cosa di cui che quasi sempre, il capo sociale è incapace.

Davanti ad un ordine ingiusto, il rifiuto di obbedire è il solo dovere universale. La forma del rifiuto dipende dalla mia personalità

L'individualista considera la massa come una delle più brutali tra le forze naturali. In una massa che non sta compiendo del male si sforza di non sentirsi in conformità con essa e di non lasciarsi annegare, nemmeno per un momento, la sua personalità per rimanere un uomo libero. Perché in qualunque istante, un imprevisto può far scattare la crudeltà della massa, e colui che avrà cominciato a sentire come essa, colui che farà veramente parte della massa faticherà molto nel doversi sganciare nel momento dello slancio morale.

L'individualista che si trova tra la massa che cerca di compiere un'ingiustizia o una crudeltà, si opporrà con tutti i mezzi nobili o indifferenti all'ingiustizia o alla crudeltà. In queste circostanze il saggio non ricorrerà alla menzogna, alla preghiera o alla adulazione.

Il saggio potrà rivolgere alla massa, come ad un bambino quegli elogi che sono l'involucro ironicamente amabile dei consigli. Ma saprà che il limite è incerto e l'impresa pericolosa. Vi si azzarderà solo se è molto sicuro non soltanto della fermezza della sua anima, ma anche della sottigliezza della sua parola.

Il saggio non si appellerà mai nei tribunali perché ciò si fa per interessi materiali ed indifferenti, ciò significa sacrificare all'idolo sociale e riconoscere la tirannia. Vi è inoltre viltà nel chiamare al proprio soccorso la potenza di tutti.

Il saggio se è accusato, potrà, secondo il proprio carattere, dire la verità oppure opporre alla tirannia sociale lo sdegno ed il silenzio.

Se l'individualista si riconosce colpevole confesserà la propria colpa reale e naturale, la distinguerà nettamente dalla colpa evidente e sociale per il quale lo si perseguita. Aggiungerà che la sua coscienza gli infligge per la sua vera colpa il vero castigo. Ma la società, che non agisce che sulle cose indifferenti, gli infliggerà, per la sua colpa evidente, una punizione evidente.

Se il saggio accusato è innocente davanti alla propria coscienza e colpevole davanti alle leggi, spiegherà come il suo crimine legale è un'innocenza naturale. Confesserà il suo disprezzo per la legge, quest'ingiustizia organizzata e questa impotenza che non può nulla su si noi, ma soltanto sul nostro corpo e le nostre ricchezze, cose indifferenti.

Se il saggio accusato è innocente davanti alla propria coscienza e colpevole davanti alla legge, potrà soltanto proclamare la sua innocenza reale. Se si degna di spiegare le sue due innocenze, dichiarerà che soltanto la prima gli importa.

Il saggio non rifiuterà mai la sua testimonianza davanti ai tribunali civili nei confronti del debole oppresso.

Il saggio testimonierà [en correctionnelle] e davanti alle assise, se conosce una verità utile all'accusato

Se il saggio conosce una verità nociva all'accusato tacerà, perché una condanna è sempre un'ingiustizia ed il saggio non si rende complice di un'ingiustizia.

Una condanna è sempre un'ingiustizia perché nessun uomo ha il diritto di infliggere la morte ad un altro uomo o di farlo rinchiudere in prigione.

La società, unione di individui, non può avere un diritto che non si trovi in nessun individuo. Degli zero addizionati, per quanto numerosi essi siano, danno sempre zero come totale.

Il diritto di legittima difesa non dura più a lungo dell'attacco stesso.

Il saggio, chiamato a far parte di una giuria, potrà rifiutarsi di farvi parte oppure vi acconsentirà. In quest'ultimo caso risponderà sempre NO alla prima domanda: L'accusato è colpevole? Questa risposta non sarà mai una menzogna perché la domanda del presidente deve essere così tradotta: Volete voi che infliggiamo una pena all'accusato? Sono obbligato a rispondere NO, perché non ho il diritto di infliggere condanne a nessuno.

Ogni appello alla violenza è un male. Ma il duello è un male minore dell'appello in giustizia perché non è una viltà, non grida al soccorso e non impiega contro uno la forza di tutti.



6. Dei sacrifici agli idoli

 

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Posso lasciare con indifferenza gli idoli del mio tempo e del mio paese e prendere le cose indifferenti. Il mio Dio è proclamato dalla mia coscienza non appena essa è la mia voce e non più un eco. Ma gli idoli sono opera della società. Il mio Dio non desidera che il sacrificio delle cose indifferenti. Gli idoli esigono il sacrificio di me stesso.


Gli idoli proclamano come virtù le bassezze più servili, disciplina ed obbedienza passiva. Esse esigono il sacrificio della mia ragione e della mia volontà.

Non contenti di voler distruggere ciò che è loro superiore e che non ho mai il diritto di abbandonare, gli idoli vogliono che io sacrifichi ciò che non mi appartiene in alcun modo, la vita del mio prossimo.

Il vero Dio è eterno ed immenso. È sempre e ovunque che devo obbedire alla mia ragione. Ma gli idoli variano con il tempo ed i paesi.

Un tempo, mi si chiedeva di sopprimere la mia ragione e di uccidere il mio prossimo per la gloria di non so quale Dio estraneo ed esteriore a me o per la gloria del Re. Oggi, mi si chiedono gli stessi sacrifici abominevoli per l'onore della Patria. Domani, li si esigerà forse per l'onore della Razza, del Colore o della Parte del Mondo.

L'idolo evita per quanto possibile di cambiare nome. Ma cambia spesso. In un paese vicino, l'idolo Patria era la Prussia; oggi sotto lo stesso nome, l'idolo è la Germania. Chiedeva al Prussiano di uccidere il Bavarese. Più tardi, chiederà al Prussiano ed al Bavarese di uccidere il Francese. Il Savoiardo ed il Nizzano rischiavano nel 1859 di inchinarsi davanti ad una patria a forma di stivale; i casi della diplomazia fanno loro adorare una patria esagonale. Il Polacco esita tra un idolo morto ed un idolo vivo; l'Alsaziano tra due idoli viventi, che pretendono allo stesso nome di Patria.

I principali idoli attuali in alcuni paesi sono il Re o l'Imperatore; in altri, una cosa fraudolenta chiamata Volontà del Popolo. Dappertutto l'Ordine, il Partito politico, la Religione, la Patria, la Razza, il Colore della pelle. Non bisogna dimenticare l'opinione pubblica con i suoi mille nomi, dal più enfatico, l'Onore, sino al più trivialmente basso, il Cosa diranno gli altri.

Il colore della pelle è un idolo pericoloso, soprattutto quello bianco. Gli succede di unire in uno stesso culto Francesi, Tedeschi, Russi ed Italiani e di ottenere da tutti quei nobili sacerdoti il sacrificio sanguinario di un gran numero di Cinesi.

Il razzismo bianco è esso a fare dell'intera Africa un inferno. È esso che ha distrutto gli Indiani d'America e che fa linciare i neri. Gli adoratori del Colore bianco della pelle offrono oltre a del sangue al loro idolo anche molte lodi. Ma quando esige un crimine, la liturgia chiama questo crimine una necessità della Civiltà e del Progresso. Soprattutto quando si allea alla Religione. A questi Alleati si devono le guerre mediche, le conquiste dei Saraceni, le Crociate, il massacro degli Armeni, l'antisemitismo.

Oggi l'idolo più esigente e più universalmente rispettato è la Patria, le cui esigenze più particolari sono il servizio militare e la guerra. L'individualista può essere un soldato in tempo di pace, finché non gli si ordina nessun crimine. Il saggio in tempo di guerra non dimentica mai l'ordine del vero Dio, della Ragione: Non ucciderai. E preferisce obbedire a Dio che agli uomini.

La coscienza universale ordina raramente degli atti determinati. Comporta quasi sempre delle difese. Proibisce di uccidere o di ferire il suo prossimo e su questo punto, non dice nulla di più. I metodi sono indifferenti o costituiscono i doveri personali.

Il saggio può rimanere in tempo di guerra un soldato, se è ben sicuro di non lasciarsi trascinare ad uccidere o a ferire. Il rifiuto formale e manifesto ad obbedire a degli ordini sanguinari può diventare un dovere severo, se il saggio, se per il suo passato, o per altre ragioni, si trova in una di quelle situazioni che attirano l'attenzione. Se il suo atteggiamento rischia di scandalizzare o di edificare, può trascinare al tri uomini verso il bene o verso il male.

Il saggio non spara sull'ufficiale che dà un ordine sanguinario, egli non uccide nessuno. Sa che il tirannicidio è un crimine così come ogni omicidio volontario.



7. Dei rapporti della morale e della metafisica

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I rapporti della morale e della metafisica sono concepiti in tre modi: 1° La morale è una conseguenza della metafisica, una metafisica in atto; 2° La metafisica è una necessità ed un postulato della morale; 3 la morale e la metafisica sono indipendenti l'una dall'altra.

La dottrina che fa dipendere la morale dalla metafisica è pericolosa. Essa appoggia il necessario sul superfluo, il certo sull'incerto, la pratica sul sogno. Trasforma la vita morale in un sonnambulismo tremante di timori e speranze.

La dottrina che fonda la metafisica sulla verità morale, sembra innanzitutto dare tutto alla morale. In realtà, se si presenta come altra cosa che un metodo di fantasia, se ha la pretesa di condurre alla certezza, essa è menzogna ed immoralità intellettuale, poiché afferma come realtà ciò che non possono essere che desideri e speranze.

La concezione che rende la morale e la metafisica indipendenti l'una dall'altra è la sola sostenibile dal punto di vista morale. È ad essa che bisogna attenersi nella pratica. Teoricamente, le due prime concezioni non racchiudono nessuna parte di verità. False moralmente, esse esprimono un'opinione metafisica probabile. Esse significano che tutte le realtà si reggono e che vi sono tra l'uomo e l'universo degli stretti rapporti.

L'individualismo sembra poter coesistere con le metafisiche più diverse. Sembra che Socrate ed i Cinici abbiano avuto qualche del disprezzo per la metafisica. Gli Epicurei sono materialisti. Gli Stoici sono panteisti.

Considero le dottrine metafisiche in generale come dei bei poemi e mi piacciono per la loro bellezza. La bellezza dei poemi metafisici risiede in due condizioni: 1° deve essere considerata come una spiegazione possibile ed ipotetica, non come un sistema di certezze e non deve negare i poemi vicini; 2° deve spiegare ogni cosa con un armoniosa riduzione all'unità.

Nei confronti delle metafisiche affermative, dobbiamo generosamente spogliarle delle bruttezze e del sudiciume dell'affermazione, per considerarle come dei poemi e dei sistemi da sogno. Le metafisiche dualiste sono delle spiegazioni provvisorie, delle semi-metafisiche. Non vi sono delle metafisiche vere; ma le sole vere metafisiche sono quelle che approdano ad un monismo.

L'individualismo non è la morale assoluta. È soltanto il più forte metodo morale che conosciamo, la più imprendibile cittadella della virtù e della felicità. L'individualismo non è adatto a tutti gli uomini, ve ne sono a cui l'asprezza ripugna invincibilmente. Costoro devono scegliere un altro metodo morale.

Posso sapere se l'individualismo è adatto alla mia natura dopo un tentativo leale, se mi sento infelice; se non sento di essere nel vero rifugio; se sono turbato dalla pietà per me stesso e per gli altri, devo rifuggire dall'individualismo, perché questo metodo, troppo forte per la mia debolezza, mi condurrebbe all'egoismo o allo scoraggiamento.

Se sono troppo debole per il metodo individualista, mi creerò una vita morale attraverso un altro metodo, con l'altruismo, l'amore, la pietà.

Questo metodo morale non mi condurrà a delle azioni diverse dalle azioni dell'individualista. Gli esseri veramente morali compiono tutti le stesse azioni e soprattutto si astengono tutti dalle stesse azioni. Ogni essere morale rispetta la vita degli altri uomini; nessun essere morale si preoccupa di guadagnare delle ricchezze inutili, ecc.

L'altruista che tentò inutilmente con il metodo individualista si dirà: devo compiere lo stesso cammino. Ho abbandonato soltanto l'armatura troppo pesante per me e che mi attirava dalla sorte e dagli uomini dei colpi troppo violenti. Ed ho preso il bastone del pellegrino. Ma mi ricorderò sempre che posseggo questo bastone per sostenermi, non per colpire altri.

 

 

Han Ryner

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK ad un blog dedicato integralmente a Han Ryner:
Han Ryner (1861-1938)

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Published by Ario Libert - in Classici Libertari
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1 gennaio 2012 7 01 /01 /gennaio /2012 06:00

DELLA  CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀ


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O


PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA

 

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DEFINIZIONI

 

 

 

1. Chiamo ORDINE ogni disposizione seriale o simmetrica.

L'ordine suppone necessariamente divisione, distinzione, differenza. Ogni cosa indivisa, indistinta, non differenziata, non può essere concepita come ordinata: queste nozioni si escludono reciprocamente [1].

2. Le idee di intelligenza  e di causa finale sono estranee alla concezione dell'ordine. Infatti, l'ordine può apparirci come risultato non previsto di proprietà inerenti alle diverse parti di un tutto: l'intelligenza non può, in questo caso, essere assegnata come principio d'ordine. -D’altronde, può esistere nel disordine una tendenza o fine segreto: la finalità non potrebbe tuttavia essere presa come carattere essenziale dell'ordine.

Dopo di che, la considerazione dell'universo, dal punto di vista in cui l'hanno afferrato Bossuet, Fénelon, Cicerone, non è affatto un argomento dell'esistenza di Dio; non più del disordine sociale, così come esso ci è presentato dalla storia, non prova la Provvidenza.

3. L'ordine è la condizione suprema di ogni persistenza, di ogni sviluppo, di ogni perfezione.

4. L'ordine, nelle sue diverse manifestazioni, essendo serie, simmetria, rapporto, è sottoposto a delle condizioni alle quali può essere scomposto, e che ne sono come il principio immediato, la forma, la ragione, il metro. Queste condizioni sono quelle che chiamiamo leggi.- Così, assumendo il cerchio come un tutto ordinato, l'eguaglianza fissa del raggio generatore sarà la legge. Nella serie aritmetica 3, 5, 7, 9, 11 ……., la legge o ragione è 2.

5. L’espressione di una legge, o la sua descrizione, è una formula.

6. Ogni legge vera è assoluta  non eccettua nulla: l'ignoranza o l'inezia dei grammatici, moralisti, giureconsulti ed altri filosofi, ha immaginato soltanto il proverbio Nessuna regola è senza eccezione. La mania di imporre delle regole alla natura, invece di studiare le proprie, ha confermato più tardi quest'aforisma dell'ignoranza. -Nelle scienze matematiche e naturali, è ammesso che ogni legge che non comprenda l'universalità dei fatti è una legge falsa, una legge nulla: la stessa cosa vale per tutte le altre scienze.

7. L'ordine non è affatto qualcosa di reale, ma soltanto di formale; è l'idea inscritta nella sostanza, il pensiero espresso in ogni collezione, serie, organismo, genere e specie, come la parola nella scrittura.

8. L'ordine è tutto ciò che l'uomo può sapere dell'universo.

Considerando la creazione secondo le tre categorie di sostanza, causa, relazione, troviamo che gli esseri, percettibili soltanto per noi attraverso i rapporti che sosteniamo con essi, ci restano impenetrabili nella loro sostanza; che le cause, inafferrabili nel loro principio e la loro origine, non ci lasciano intravedere che la successione dei loro effetti. I rapporti delle cose, l'ordine ed il disordine, il bello ed il brutto, il bene ed il male, ecco tutto ciò che cade sotto l'osservazione dell'uomo, tutto ciò che è oggetto della sua scienza.

Delle tre facce dell'universo, una soltanto ci è dunque intelligibile: le altre due sono, da parte nostra, oggetto di una fede circa, fatale. L'ontologia, in quanto scienza delle sostanze e delle cause è impossibile [2].

9. Non conosciamo degli esseri che i loro rapporti: tuttavia, poiché è necessario, per i bisogni della scienza, di distinguere sotto ognune delle sue facce questo grande tutto che chiamiamo UNIVERSO, si sono dati dei nomi speciali alle cose note ed alle ignote, alle visibili ed alle invisibili, a quelle che si conoscono ed a quelle che si credono.

Così chiamiamo sostanza la materia, qualunque essa sia, di ogni serie, di ogni organizzazione; il principio di ogni inerzia o resistenza. In un orologio, ad esempio, la sostanza è il ferro, il rame, in una parola i diversi materiali con cui quest'orologio è costituito [3].

10. Intendiamo con causa la forza primitiva che determina un cambiamento di stato, una produzione d'ordine o di disordine, in una parola un movimento- I filosofi, per abuso di linguaggio, considerando i diversi termini di una sequenza mobile come causa gli uni nei confronti degli altri, hanno creduto di potere, con l'aiuto di queste pretese cause seconde, elevarsi sino alla conoscenza delle prime. Ma è facile vedere come, scambiando dei rapporti per delle cause, essi si facciano delle illusioni. La causa che fa muovere l'ago di un orologio, secondo il loro modo di vedere, è una ruota che gira; la causa che fa girare la ruota è una catena arrotolata su di un perno; la causa che fa girare la catena è un peso che la tira; la causa che fa cadere il peso è la forza di gravità; la causa della gravità... è sconosciuta. Ora, tutte queste cause sono i termini di una sequenza meccanica prodotta nel campo della forza, come un poliedro di cera o d'avorio è un ordine geometrico prodotto nel campo della sostanza. Così come la materia non cambia con le forme che gli si dà e gli usi ai quali li si destina; allo stesso modo la forza non varia, e cioè non si classifica, secondo le serie di cui può essere il substratum, il soggetto. L'errore non è dunque affatto nel nominare la sostanza e la causa [4]; ma soltanto nell'aspirare a conoscerle e pretendere di spiegarle.

11. Proprietà, qualità, modo e fenomeno sono altrettante espressioni correlative di sostanza e di causa, e servono a designare in cosa l'una e l'altra siano percettibili, e cioè l'ordine ed il disordine che esse pretendono.

12. Secondo queste nozioni, l'ordine, o ciò che vi è di puramente formale nella natura, essendo la sola cosa accessibile alla ragione, l'unico oggetto della scienza, diventa con ciò stesso la sola REALTÀ per la ragione. C'è un ordine, o sistema naturale dei corpi celesti, dimostrato da Newton;

Un sistema delle piante, riconosciuto da Jussieu;

Un sistema di zoologia, di cui Cuvier è il principale inventore;

Un sistema di chimica, che Lavoisier ha più o meno completamente formulato;

Un sistema di numerazione, ammesso sin dalla più remota antichità;

Dei sistemi di composizione molecolare, di riproduzione organica, di cosmogonia, di grammatica, di arte e di letteratura, ancora poco conosciuti, ma che tendono ad emergere dai veli che li ricoprono ed a costituirsi in modo assoluto.

Allo stesso modo esiste un sistema naturale di economia sociale, intravisto o presentito dai legislatori, che si sono sforzati di conformarvi le loro leggi: sistema che ogni giorno l'umanità realizza e che mi propongo di riconoscere.

13. L'ordine si produce, negli esseri inorganici o privi di ragione, in virtù di forze inconsce, cieche, infallibili, e secondo delle leggi sconosciute ad essi; -negli esseri dotati di ragione, in virtù di forze che si sentono, attraverso questa ragione che esse sono soggette a deviare, e secondo delle leggi che questi esseri sono chiamati a conoscere.

In altri termini, gli esseri rozzi obbediscono alle loro leggi senza averne l'intelligenza: l'Umanità non si organizza che attraverso la conoscenza riflessa, e, se posso dirlo in tal modo, attraverso l'elaborazione che essa fa da se delle proprie leggi.

Ora, questa intelligenza delle nostre leggi, non l'otteniamo in modo istantaneo e attraverso una percezione macchinale, ma attraverso un lungo sforzo di contemplazione, di ricerca e di metodo. Da qui tre grandi epoche nella formazione della conoscenza umana, la Religione, la Filosofia, la Scienza.

14. Chiamo  RELIGIONE l'espressione istintiva, simbolica e sommaria attraverso la quale una società nascente manifesta la sua opinione sull'ordine universale.

In altri termini, la Religione è l'insieme dei rapporti che l'uomo, nella culla della civiltà, immagina esistere tra lui, l'Universo e DIO, l'Ordinatore supremo.

Da un punto di vista meno generale, la Religione è in ogni cosa il presentimento di una verità.

Il principio di ogni religione è il sentimento; il suo carattere essenziale, la spontaneità; le sue prove, delle apparizioni e dei prodigi; il suo metodo, la fede. La dimostrazione analitica e la certezza razionale sono l'opposto dello spirito religioso.

Da ciò consegue che la Religione è di natura immobile, sognatrice, intollerante, refrattaria alla ricerca e allo studio, che ha orrore della scienza così come delle novità e del progresso. Perché dubitare o filosofare agli occhi della religione, è porsi volontariamente nella disposizione vicina a non credere più; ragionare, è pretendere di scoprire i segreti di Dio; speculare, è abolire in sé i sentimenti di ammirazione e di amore, di candore e di obbedienza che sono peculiari del credente; è gravare come insufficiente la rivelazione primitiva, indebolire le aspirazioni dell'anima verso l'infinito, sciogliersi dalla Provvidenza e sostituire all'umile preghiera di Filemone la rivolta di Prometeo.

15. Intendo con FILOSOFIA questa aspirazione a conoscere, questo movimento dello spirito verso la scienza che succede alla spontaneità religiosa e si pone come antitesi della fede: aspirazione e movimento che non sono ancora né scienza né metodo, ma indagine dell'una e dell'altro. Da qui il nome di filosofia, amore o desiderio della scienza: da qui anche la sinonimia primitiva delle parole filosofo e scettico, cioè ricercatore.

Il principio della Filosofia è l'idea di causalità; il suo carattere speciale, la superstizione; il suo procedimento, la sofistica: ne spiegherò il meccanismo e il mistero [5].

16. La religione e la filosofia hanno in comune il fatto che abbracciano l'universo nelle loro contemplazioni e nelle loro ricerche, il che toglie loro ogni specialità e con ciò stesso ogni realtà scientifica; che nelle loro elucubrazioni o fantasie esse procedono a priori, senza posa discendendo, con un certo artificio retorico, dall ecause agli effetti, o risalendo dagli effetti alle cause, e fondandosi costantemente, l'una sull'idea ipotetica e indeterminata di Dio, dei suoi attributi, dei suoi disegni; l'altra su delle generalità ontologiche, sprovviste di consistenza e di fecondità.

Ma la religione e la filosofia differiscono, nel fatto che la prima, produce spontaneamente, opere a volte di un momento, è per sua natura immutabile e non riceve modificazione che per l'influenza di cause estranee: mentre l'altra, produce curiosità e riflessione, varia a secondo degli oggetti, cambia secondo l'esperienza, e d estende sempre il cerchio delle sue idee, rettificando i suoi procedimenti ed i suoi metodi, finisce con il dissolversi nella scienza.

17. Chiamo SCIENZA la comprensione, chiara, completa, certa e ragionata dell'ordine.

Il carattere proprio della Scienza è, al contrario della religione e della filosofia, di essere speciale, e, secondo questa specialità, di aver un metodo d'invenzione e di dimostrazione che esclude il dubbio e non lascia nulla all'ipotesi.

Relativamente alla religione e alla filosofia, la Scienza è l'interpretazione dei simboli della prima, la soluzione dei problemi posti dalla seconda.

Su alcune parti del suo vasto campo, la Scienza non fa ancora altro che spuntare; su altri, si sta elaborando; su quasi tutti, non ci è dato di compierla. Ma, così come possiamo acquisirla, la Scienza basta all'esercizio della nostra ragione, al compimento della nostra missione terrestre, agli immortali speranze delle nostre anime.

Ovunque la Scienza non ha piantato le sue prime pietre miliari, vi è religione o filosofia, e cioè ignoranza o deluzione [6].

18. Chiamerò METAFISICA la teoria universale e suprema dell'ordine, teoria i cui metodi peculiari delle diverse scienze sono altrettante applicazioni speciali. Così la geometria e l'aritmetica sono due dipendenze della metafisica, che dà ad ognuna di esse la certezza e le abbraccia nella sua generalità.

L'oggetto della metafisica è: 1° di fornire dei metodi ai rami di studi che ne sono mancanti, e di conseguenza di creare la scienza là dove la religione e la filosofia la chiamano;

2° Di dimostrare il criterio assoluto della verità;

3° Di fornire delle conclusioni sullo scopo comune delle scienze, e cioè sull'enigma di questo mondo, e l'ulteriore destino del genere umano [7].

19. Intendo  con PROGRESSO la marcia ascensionale dello spirito verso la Scienza, attraverso le tre epoche consecutive di Religione, Filosofia, e Metafisica o metodo.

Di conseguenza, il Progresso non si occupa dell'accumulazione delle scoperte che il tempo porta in ogni specialità, ma della costituzione e della determinazione stessa delle scienze.

L'osservazione del Progresso, in molti casi, è indispensabile alla scoperta dell'Ordine: ecco perché faremo procedere i nostri elementi di metafisica con una rivista sommaria della religione e della filosofia [8].

 

COROLLARI ALLE DEFINIZIONI

 

20. Non possiamo né penetrare le sostanze né afferrare le cause: ciò che percepiamo della natura è sempre, in fondo, legge o rapporto, nulla più. Tutte le nostre conoscenze sono in definitiva delle percezioni dell'ordine o del disordine, del bene o del male; tutte le nostre idee delle rappresentazioni di cose intelligibili, partendo, dagli elementi di calcolo e di metodo. Le nostre stesse sensazioni non sono che una veduta più o meno chiara di rapporti sia esterni, sia interni, sia simpatici. Vedere e udire sono una sola e stessa cosa: ne abbiamo una prova impressionante nei sogni. Di modo che, l'io non possedendo realmente, in qualche modo che si avvicini agli oggetti attraverso i sensi, non penetrando e non assimilando nulla, la gioia per noi, il godimento, la più alta felicità si riducono a una visione. L'uomo ha un bel darsi da fare: la sua vita è tutta intellettuale; l'organismo e ciò che vi accade non sono che i mezzi che rendono questa visione possibile.

Nella nostra condizione attuale, la troppo debole energia delle nostre facoltà non ci permette che in parte di supplire attraverso la comprensione alle sensazioni; ma chi sa se, in un altro sistema di esistenza, il piacere e il dolore non sarebbero per noi delle cose puramente intelligibili, e di cui la percezione, non avendo bisogno di nessuna eccitazione organica, non dipenderebbe più che da un atto della volontà?

Ma scartiamo la psicologia.

21. Concepiamo un momento in cui l'Universo non sia che un tutto omogeneo, identico, indifferenziato, un caos in breve: la Creazione ci apparirà sotto l'idea di separazione, distinzione, circospezione, differenza; l'Ordine sarà la serie, e cioè la forma, le leggi e i rapporti, secondo i quali ogni essere creato si separerà dal tutto indiviso. Qualunque cosa siano dunque e la Natura dividente e la Natura divisa, la causa efficiente e la materia, l'agente e il paziente, non possiamo nulla negare, nulla affermare né dell'uno né dell'altro. Lo spirito involontariamente li suppone e si slancia sino ad essi: questo slancio dell'intelligenza ci rivela una realtà sostanziale e una realtà causatrice, e vedremo più tardi come, senza conoscerli mai, possiamo acquisire la certezza di queste due realtà. Ma la nostra scienza non rimane non di meno limitata all'osservazione dell'ordine, dei rapporti e delle leggi: di conseguenza ogni disputa sull'eternità della materia o della sua estrazione dal nulla; sull'efficacia della causa prima per produrre questa estrazione e il modo dell'atto creatore; sull'identità o la non-identità della forza produttrice e della cosa prodotta, della causa e del fenomeno, dell'io e del non-io, deve essere bandita dalla scienza e abbandonata alla religione e alla filosofia.

Per la nostra intelligenza, in una parola, creare è produrre dell'ordine: in questo senso, possiamo dire che la creazione non si è limitata ai sei giorni di Mosè e che l'opera del settimo giorno, il più grande dei lavori dell'eterno Poeta, l'ordine nella società, è in corso di compiersi.

La produzione dell'ordine, questo è l'oggetto della metafisica.

22. Posto di fronte alle cose e messo in rapporto con l'Ordine universale o il Mondo, dapprima l'Uomo si meraviglia e adora; a poco a poco la sua curiosità si sveglia, e si mette a dettagliare il grande tutto di cui l'aspetto in un primo momento lo soggioga, gli toglie la riflessione e il pensiero.

Ben presto l'opinione della sua attività personale facendogli distinguere la forza dalla sostanza e il fenomeno dalla causa, dopo aver adorato la Natura, l'Uomo si dice che il mondo che ammira non è che un effetto; che non è affatto quella causa intelligente che cercano il suo cuore e il suo pensiero; ed è allora che la sua anima si slancia oltre il visibile e affonda nella profondità dell'infinito.

L'idea di Dio nell'uomo è l'oggetto di un'infaticabile lavoro, incessantemente rettificato, incessantemente ripreso. Quest'Essere supremo, l'uomo lo tratta come tutti gli altri esseri sottoposti al suo studio: vuole penetrarlo e nella sua sostanza e nella sua azione, e cioè in ciò che le creature stesse hanno di più impenetrabile. Da qui quella moltitudine di mostri e di idoli che lo spirito umano ha decorato con il nome di divinità e che la fiamma della scienza deve far svanire per sempre.

Determinare attraverso il metodo universale, sui dati di tutte le scienze e dopo le riforme successive che avrà subito l'idea di Dio passando attraverso la religione e la filosofia, ciò che la ragione può affermare dell'Essere sovrano che la coscienza crede e distingue dal mondo, ma che nulla gli fa percepire, ecco ciò che deve, cio che può essere una teodicea.

23. Religione, Filosofia, Scienza; la fede, il sofisma e il metodo: questi sono i tre momenti della conoscenza, le tre epoche dell'educazione del genere umano.

Consultate la storia: ogni società inizia con un periodo religioso; interrogate i filosofi, gli scienziati, coloro che pensano e che ragionano: tutti vi diranno che sono stati, durante una certa epoca, e più o meno per un certo periodo, religiosi. Si sono viste delle nazioni immobilizzarsi nelle loro credenze primitive; per quest'ultime nessun progresso. -Si incontrano tutti i giorni degli uomini ostinati nella loro fede, benché molto illuminati tuttavia: per essi nessuna scienza politica, niente idee morali, nessuna intelligenza dell'uomo. Delle opinioni, delle contemplazioni, dei terrori e dei sogni, ecco la loro condivisione.

Altri, dopo aver fatto alcuni passi, si fermano ai primi lucori filosofici; oppure, spaventati dall'immensità del compito, disperano di avanzare e si riposano nel dubbio: è la categoria degli illuminati, dei mistici, dei sofisti, dei mentitori e dei vili.


 

 

NOTE

 

[1] Secondo gli eclettici, l'ordine è l'unità nella molteplicità. Questa definizione è giusta: tuttavia mi sembra che si potrebbe criticarla per il fatto traduce la cosa ma non la definisce. Cos'è che produce l'unità nella molteplicità? La serie, la simmetria.

[2] Gli animali sono al di sotto della condizione dell'uomo; essi non percepiscono i rapporti delle cose, non sanno nulla. ciò che accade in loro, e che scambiamo per intelligenza, non è che un istinto perfezionato dall'abitudine, una specie di sogno provocato dall'ambiente circostante, e che non suppone né mediazione né scienza. Come per il sonnambulo, il pensiero degli animali non è conosciuto; è organico e spontaneo, ma non cosciente o riflesso.

[3] Essenza ha piuttosto rapporto con la disposizione e lo scopo che ha la materia, e si intende dell'insieme delle parti, non degli elementi costituenti della cosa. La sostanza di un orologio può essere la stessa di quello di un girarrosto: ma l'essenza della primo consiste in una combinazione il cui scopo è di segnare le divisioni del tempo; l'essenza del secondo è semplicemente di produrre un movimento di rotazione continuo, senza periodicità. 

[4] Vedere oltre, capitolo III, § 7. 

[5] La filosofia, così intesa, è quella che il signor Auguste Comte chima metafisica. (Nota dell’editore: Le note dell'editore che si troveranno nel corso dell'opera erano state aggiunte da Proudhon stesso in una nuova edizione pubblicata nel 1849). 

[6] La statuaria, presso gli antichi, scriveva sulle sue opere la parola faciebat, lavorava, per indicare che essi non le consideravano mai come compiute: così l'amico della verità, sempre in guardia contro il sofisma e l'illusione, può dirsi filosofo; sapiente, mai. Ma la vanità moderna ha reso la denominazione di filosofia ambiziosa e quella di sapiente modesta: i sapienti di oggi non si stimano se non si credono filosofi; la parte più pura della scienza, essi la chiamano filosofia.

[7] La metafisica è ciò che il signor Auguste Comte chiama filosofia positiva (Nota dell’editore).

[8] Quando nel corso di quest'opera mi servo delle parole sacerdoti, filosofi, uomini di potere, ecc., non designo affatto con questi nomi delle classi di cittadini e non creo nessuna categorie di persone. Estendo oltre ai personaggi astratti, che considero unicamente dal punto di vista del loro stato, dei pregiudizi che sono loro peculiari, del carattere e delle abitudini che danno all'uomo: non descrivo delle realtà, né faccio il processo a degli individui.

Così, benché lo spirito religioso sia contrario alla scienza, alla carità e al progresso, so che vi sono dei sacerdoti molto occupati nelle scienza, molto tolleranti, e singolarmente progressisti: oso anche dire che il clero, non fosse che per la difesa delle sue dottrine, è tra tutte le corporazioni la più curiosa in fatto di scienze, e che la maggior parte dei nostri sacerdoti cominciano a non essere più sacerdoti.

Allo stesso modo, nonostante l'ontologia e la sofistica, che essi sono incaricati ad insegnare, non mancano filosofia che se la ridono della filosofia, e scienziati soltanto a parole: affermo anche che oggi ogni filosofo onesto non è del tutto filosofo.

Ho bisogno di dire che gli agenti del potere, malgrado il loro carattere ufficiale di conservatori e di borghesi sono, per spirito e la tendenza delle loro funzioni, molto vicini alla democrazia e l'eguaglianza? Confesso, in quanto a me, che sono del numero di coloro che, a torto o a ragione, non hanno potuto sbarazzarsi, nei confronti della borghesia, di alcune prevenzioni o diffidenze: riconosco volentieri tuttavia che molte cose avvengono in un senso tutt'altro che riformista, e che in molti casi la borghesia può dirsi più progressista del socialismo.

Infine, per completare quest'apologia, bisognerà convenire che ci sono dei ricercatori dalle abitudini detestabili e di un carattere odioso? Ma a cosa serve ricordare il male, quando vi sono molte cose buone da dire? No, non ho nulla da scusarmi presso gli uomini, poiché non faccio la guerra che ai pregiudizi. Gli uomini sono buoni, benevoli, eccellenti; non mi vorranno mai male: non temo che i loro pregiudizi e i loro costumi.

In questo periodo di poteri mal definiti, di istituzioni manchevoli, di leggi equivoche e di scienze false, avevo bisogno di fare questa dichiarazione.

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

LINK all'opera presente in Wikisource Francese:

De la Création de l'Ordre dans l'Humanité

 

LINK all'opera del 1873 contenuta nel III volume delle Opere Complete di Proudhon:

 De la Création de l’Ordre dans l’Humanité 

 

 

 

LINK di approfondimento alla figura e all'opera di Proudhon:

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 01 di 02

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 02 di 02

Fawzia Tobgui, Articolazione tra diritto e Stato nel sistema politico di Proudhon

Hervé Trinquier, Pierre-Joseph Proudhon, padre dell'anarchismo?

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21 settembre 2011 3 21 /09 /settembre /2011 05:00

Dieci assassinii per un soldo

 

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Altro superbo articolo di Zo d'Axa, molto attuale: l'uso a scopo di distrazione di massa di fatti scabrosi trattati dalla stampa senza vergogna con particolari macabri e raccapriccianti. Profitti gonfiati a dismisura da una parte dalle vendite che arrivano a triplicare e rincretinimento ulteriore delle già non sveglie masse proletarie o piccolo borghesi, per non parlare appunto dell'ottima utilità garantita dal non parlare o approfondire i crimini e gli scandali del potere che a memoria d'uomo non sono mai mancati. A rimediare a tutto ciò provvede l'autore di questo breve articolo di giornalismo impegnato e militante, che sbeffeggia con un inizio ad effetto la stampa sensazionalistica di ogni epoca e riporta alle sue coordinate sociali, e non ad un piano astratto ed ineffabile, la genesi sociale di queste figure di criminali. Sarcasmo e sdegno come al solito sono felicemente intrecciati dall'autore che firma un altro piccolo capolavoro di giornalismo impegnato e di denuncia, praticamente quasi della vera e propria letteratura.

 

 

ORRIBILI DETTAGLI 

 

 

In un lago di sangue, la bella giovane ragazza era distesa, i capelli sciolti, la gola nuda. L'ombra ostile della sera si appesantiva già sulla parte alta degli alberi, mentre all'incrocio delle strade, in un cespuglio profondo, un lembo di gonna aveva appeso la sua nota chiara.

Eh! Lettore, non voi mio compagno per cui una mezza parola basta; ma tu, signore, ma tu, mio bravo, che avete sganciato il soldo perché il nostro titolo sanguina, dimmi, buonuomo, ti piace?... La giovane bella ragazza, la gola nuda, i capelli sciolti, il lago di sangue...

Ebbene, peggio per voi! peggio per voi tutti dotati di fiuto, coloro che si adescano con gli stupri ed i suicidi, il sangue, le lacrime, tanto peggio per voi, clienti, pubblico, non dirò come la giovane ragazza perse la sua gonna prima della vita...

Tre puntini, tutto qui.

Ma parlerò dell'immonda cucina della Stampa a titoloni rossi, giornali delle tre o della sera, e della quarta edizione. Domandate le ultime notizie! Leggete i titoli in grassetto. Richiedete il menù del giorno:


 

Antipasto

 

RAGAZZINA UCCISA

GLI INFANTICIDI A PARIGIA

SCANDALO! SCANDALO!

 

 

Arrosto


GRANDE INCENDIO - ELENCO DEI MORTI

IL FUOCO RIPRENDE

NUOVI FERITI, NUOVI MORTI

 

 

Dessert

 

MINACCE DI GUERRA

LE COMPLICAZIONI IN ORIENTE

ULTIMATUM ALL'INGHILTERRA

CONGEGNI E BOMBE.

 

 

 

Ogni giornale porta il suo piatto, dà la sua nota. Do, mi, sol, do, l’accordo perfetto- l’accordo di do, dei mastri-cantori e mastri-truffatori di false notizie. Cucina pepata, carni sanguinolenti, carne da omicidio e autopsia - con contorni di pettegolezzi.

Richiedete i giornali della sera!

Un uomo che chiamano già, nel mondo speciale della Mezzaluna, la Provvidenza dei Giornalisti, è quel Vacher [1] le cui imprese riempiono le colonne delle gazzette.

Si sa che un monomane si vanta di aver ucciso, mutilato, stuprato ragazze e ragazzi secondo i suoi percorsi. Bisaccia in spalla e coltello pronto, la rabbia nel petto, ci viene mostrato mentre fa il suo giro di Francia. È un'esibizione di pregio. La pubblicità è di lusso. Ci si ingegna.

A quando il cinematografo?

Persone comuni piuttosto cupe, articolisti e giornalisti, trovano la vena, ritrovano brio.

I cronisti si ringagliardiscono.

Questi bricconi che credono di saper scrivre perché spalmano della marmellata, si leccano i baffi deponendo. Dopo Troppmann [2], nulla di così vasto, di così coinvolgente. Gli scribacchini scuotono il torpore della loro anemia cerebrale. Hanno dell'immaginazione. Ogni giorno aggiungono un capitolo, un nuovo episodio al dramma, un osso in più al rosario. Si sovraffaticano e perdono la nozione della distanza e del tempo. A sentire la stampa, Vacher uccideva, la mattina, a Marsiglia, stuprava a Bordeaux verso mezzogiorno e, la sera, vicino a Roubaix, mutilava un giovane pastore.

Che stomaco!

La cosa migliore, è che Vacher, quando lo si interroga, sembra assumere la parte del giudice che vuole prendere la sua:

- Sì, sì, sono stato io a massacrare la signorina e questa vecchia di cui mi parlate ed anche il ragazzo e poi anche quest'altro, se la mia memoria mi aiuta. Cosa volte? è più forte della mia volontà. Non posso resistere al desiderio di fare ogni giorno delle vittime. Del resto, sono un pazzo cosciente...

Il sarcasmo di tale replica sfugge senza dubbio al finto giudice. I magistrati dovrebbero tuttavia comprendere- essi che vedono ovunque dei colpevoli, degli individui da colpire, essi che si avventano sull'imputato come sulla preda- che essi sono dei Vacher [3] a modo loro.

Soltanto, essi non sono coscienti...

 

Squartciatore e ammazza bambini, cari confratelli, preparano così, nel raccoglimento degli uffici di giudici istruttori, l'orrifica lista dei crimini;

 

Ai piccoli giornalisti essi danno la pastura.

 

Non sono dieci assassinii come, qui, molto modestamente annunciamo in bella vista. Il recordman che batte Lacenaire [4] di molte lunghezze ne confessa venti per ora.

Senza fare conti, noterei che l'omicidio dell'inizio ebbe luogo in un cantone dell'Isère che sporca il nome di un cattivo signore: Vacher uccise innanzitutto Beaurepaire [5].

Vacher, Beaurepaire: le parole si affiancano bene.

Ciò che costituirà comunque, per il celebre Vacher, una circonstanza attenuante, sono i raccomandabili antecedenti.

Lo squartatore fu un buon soldato.

Le sue prime armi furono felici. Arruolato volontario, divenne presto sottufficiale. Disprezzato dai suoi uomini, amato dai suoi capi, poteva sognare le Spalline.

L'avvenire si apriva.

La sua passione anche per il corpo a corpo, la corporatura ed i tratti di punta tradivano una bella furia molto utilizzabile nelle colonie.

Perché operò in Francia?

Se avesse capito la sua vocazione, e come dovevano utilizzarsi "Le Forze Malvagie"! In Dahomey, nel Tonchino, nel Madagascar, si sarebbe coperto di gloria.

Sarebbe stato il generale Duchêne o il governatore Galliéni.

Spagnolo, sarebbe stato Weyler.

Ma basta parlare di militari. E non parliamo più di Vacher. Così ogni attualità non è che un pretesto da pensare.

Il caso del sottufficiale arrabbiato ci interessa piuttosto per il modo in cui lo si utilizza. La cultura del gusto del sangue - la cultura per via della stampa.

Questa è più che attualità. È dello ieri, dell'oggi, di domani.

I giornali addebiteranno, sempre tanti assassinii per un soldo. Senza voler altro che la ricetta, sempre porranno la parola che seduce il volgo. E sempre riporteranno i dettagli delle atrocità e violenze rilevate, seguendo la formula, del letamaio sentimentale.

Nelle gazzette un po' facoltose abitualmente si danno cento soldi allo scrittore della casa che trova il più bell'occhiello.

È grazioso: l'Uccisore di Pastori? È poetico e pittoresco?... Questa sera troveranno altre cose.

Conoscono l'arte di sistemare i resti degli assassinati. Agghindano le ragazzine inaridite, le pastorelle fatte a pezzi.

Sono dei Watteau di barriera che agghindano, per il popolo, i buoni coltelli a ghiera.

 

Zo d'Axa

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

NOTE

 

[1] Joseph Vacher. Serial killer vagabondo che uccise più di 11 vittime intorno alla zona di Lione tra il 1894-97, prediligendo ragazzine e pastorelli, sgozzandoli e asportandone spesso degli organi interni. Fu ghigliottinato il 31 dicembre 1898.

[2] Jean-Baptiste Troppmann. Autore dello sterminio di una famiglia, avvenuto nel 1869, composta dai due genitori e dei loro sei figli, per cercare di impossessarsi delle loro ricchezze. Il caso fece scalpore non soltanto per l'efferatezza del crimini in sé, ma perché coincise con l'epoca delal grande diffusione dei giornali quotidiani stampati a basso prezzo e ricchi di illustrazioni, anche a colori. Fu ghigliottinato il 18 gennaio 1870.

[3] Zo d'Axa gioca, com'è nel suo stile, sul significato del cognome del pluriomicida Vacher, e cioè Vaccaro, ottenendo un superbo doppio senso: non soltanto insulta con quel epiteto i giudici ma identificandoli con l'assassino, li reputa anch'essi degli assassini.

[4] Pierre-François Lacenaire. Figura romantica di criminale e di assassino-poeta cinico, che suscitò molto scalpore all'epoca e che scrisse in carcere le sue memorie. La sua figura ispirò molti scrittori tra cui Sthendal, Victor Hugo, Dostoevskij. Trasformò il suo processo in una tribuna teatrale interessando in tal modo i giornali dell'epoca che se ne occuparono a fondo. Durante la sua esecuzione pretese di essere ghigliottinato con la faccia rivolta verso la lama.

[5] Beaurepaire. Piccolo comune della regione del Rodano, il cui nome è traducibile in italiano come Belriparo.

 

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Les Feuilles

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15 settembre 2011 4 15 /09 /settembre /2011 05:00

LA PRIMA AI PROPRIETARI

 

 

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Nel disegno sono raffigurati in sintesi tutti gli elementi di base dell'articolo di Zo d'Axa: l'ufficiale giudiziario (huissier), gli sfrattati, anziani e bambini, gettati sul lastrico, il più piccolo dei quali, una femminuccia, seduta sul pavimento regge tra le mani le bandiere della Francia e quella della Russia zarista, protagoniste della Duplice intesa su cui l'autore satireggia in modo a dir poco superbo. (Disegno di Steinlen).

 

 

 

L'ACCORDO FRANCO-RUSSO

 

 

Un proprietario patriota ha appena avuto una buona idea: in onore della Santa Russia, ha dato, ai suoi inquilini poveri, ricevuta del mese di ottobre- primo trimestre dall'Alleanza! [1].

- Vanno benissimo, egli dice, i Te Deum, le ovazioni, i complimenti ed i brindisi ed i discorsi; ma poiché la Francia esulta, che tutto va bene, che si è felici, esige celebrare l'istante con qualche fatto assolutamente eccezionale. I San-Cyriani, usciti quest'anno, danno alla loro promozione un nome russo: è il saluto della Spada. Noi altri, i buon borghesi saluteremo con il Portafoglio- e sarà l'accordo Franco-Russo.

Una misura per nulla. Un accordo di grazia. Che tratto di genio.

Che tratto di unione.

L'idea deve fare la sua strada, essere adottata, essere acclamata. La data sarà gloriosa. E forse per molto tempo non si suonerà più l'inno russo se non quando ci si ricorderà del bel gesto durante un ricevimento.

È l'abbandono dei privilegi. Dopo la notte del 4 agosto: la notte d'ottobre...

 

Proprietariuccio, più lotta e mi dà un bacio...

 

 

Bisognerebbe non aver mai lasciato un semestre in sospeso presso il proprio portinaio per non essere affatto commosso sino alle lacrime dall'iniziativa di questo bravo proprietario- di cui naturalmente ignoro l'indirizzo ed il nome- ma che, è certo, non sarà da nessuno chiamato il signor Vautour.

Si pronuncerà signor Colombo, lo si chiamerà piccolo padre.

Ed i poveri diavoli minacciati di sfratto, i cittadini che gli ufficiali giudiziari della Patria si dispongono a spogliare,  la quinta sul cortile, le mansarde, riconosceranno all'alleanza cosacca dei vantaggi apprezzabili.

Una volta, l'accordo sarà loro clemente.

Non li si deporterà dall'isba.

La decisione eroica dei notabili affittuari di immobili avrebbe d'altronde, per se stessi, un lato fruttuosamente pratico.

Essa permetterebbe loro, a buon conto, di fare mostra di carità.

E si sa che il popolo mite batte ancora e sempre le mani a questo sport della borghesia.

Di fatto, la tanto famosa alleanza di cui dobbiamo essere felici e fieri non era ancora coincisa che con il pane più caro per i poveri.

La carestia russa è contagiosa.

L'alleanza o la misalleanza di Marianna e di Nicola, la Marsigliese e lo knut ed i lampioni ed i petardi lasciavano trasognati le persone delle nozze.

Ed i ventri incavati diffidavano di questo blocco sfarinato.

Ma ecco che si dice:

-C'è un errore. Un malinteso. Da domani il pane diminuirà, e, se non sarà del tutto gratuito, oggi l'accordo lo sarà. La Francia è grande e noi siamo fieri. Viva l'imperatore e la repubblica!

Assaporiamo dunque queste buone parole aspettando i prestiti russi- questi panama dell'avvenire.

Quanti saranno, i signori ben ispirati e concilianti, che porgeranno ai loro clienti bisognosi o squattrinati la ricevuta non pagata?

Immagino che una piccola campagna- campagna sorridente e scettica, forzerebbe molto facilmente anche le cattive volontà.

Si predicherà questa crociata?

Se l'alleanza significa qualcosa, è che i soldati dello zar salvaguarderanno all'occasione la fortuna, la terra ed i beni dei signori nostri proprietari.

A quest'ultimi effettuare alcune spese.

Si richiede loro un'amnistia per i locatari sfortunati- per tutti quelli che non hanno da fare che i rudi e valorosi cosacchi.

Un'amnistia generale.

Nessun anziano scaraventato sulla strada! Allora che risuoni l'eco delle gioie ufficiali- nessun bambino portato al Deposito.

È troppo domandare e, lo confesso, non lo chiedo seriamente: bisogna che gli asservibili siano anche tagliati su misura.

Prima che i pezzenti abbiano capito, altre lacrime devono scorrere sotto il ponte. Deve scorrere anche del sangue...

Create, create dei Vagabondi!

I sogni dei senza fissa dimora si precisano, si acutizzano e sono lucidi.

Che la menzogna di solidarietà, ogni giorno appaia più fragrante.

Vendete i mobili, prendete gli stracci!

E se mancate di bandiere, alle facciate delle vostre case, fate stormire le lenzuola dei poveri tra del rosso e del blu...

 

 

 

 

Nota dell'Editore

 

Le pagine riunite qui furono pubblicate, testi e disegni, sotto forma di manifesto, nel corso degli anni 1898 e 1899. Senza regolare periodicità, secondo l'indicazione dell'epigrafe, esse apparvero ad ogni occasione. A volte La Feuille terminava con delle brevi note, polemiche d'attualità effimere che non ci sono sembrate dover trovar posto in questo volume. Citeremo soltanto questo frammento di qualcuna di esse che, nel primo Feuille, d'Axa scrisse a mo' di programma:


"... Anche noi parleremo al popolo, e non per adularlo, promettergli mari e monti, fiumi, frontiere naturali, e nemmeno una repubblica propria o dei candidati leali; e nemmeno una rivoluzione prefigurante il paradiso terrestre...

Tutte queste antiche antifone si salmodiano astutamente- qui parleremo chiaro.

Nessuna promessa, nessun inganno. Parleremo di diversi fatti, mostreremo le cause latenti, indicheremo dei perché.

E sveleremo i trucchi e chiameremo i truccatori, persone politiche e di sacco, gente di lettere- tutti me ne frego.

Diremo delle cose molto semplici e lo diremo semplicemente...".



Zo d'Axa

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 

NOTE

 

[1] L'Alleanza. D'axa intende riferirsi all'Alleanza franco-russa, nota anche come duplice intesa. Si trattava di un accordo di collaborazione stipulato tra la Francia e l'Impero russo che rimase in vigore dal 1892 al 1917. Quest'accordo sanciva che i due paesi dovevano sostenersi reciprocamente se fossero stati attaccati da uno dei paesi della Triplice Alleanza: Impero tedesco, Austria-Ungheria e Regno d'Italia. In senso ampio si trattava di una cooperazione militare, economica e finanziaria tra le due potenze.

[2] D'Axa si riferisce al celebre sieur Vautour, letteralmente signor Avvoltoio, protagonista di una celebre vaudeville, rappresentata nel 1805 al Teatro Montansier, opera di Désaugiers, il cui protagonista è appunto un proprietario affittuario duro ed esigente.

[3] Panama del futuro. D'Axa si riferisce al celebre scandalo relativo alla costruzione del canale di Panama che durante la Terza Repubblica travolse a partire del 1889 molti politici ed industriali, mandando in rovina quasi centomila risparmiatori.

 

 

 

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Published by Ario Libert - in Classici Libertari
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