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31 maggio 2016 2 31 /05 /maggio /2016 05:00

Il laboratorio popolare e i manifesti di maggio 68

Nei manuali scolastici, sulle riviste o nei numerosi libri pubblicati sugli avvenimenti, si trovano dei manifesti in cui il rosso e il nero dominano. La maggior parte sono delle serigrafie uscite dall'Atelier populaire (Laboratorio popolare) e cioè la scuola delle Belle Arti di Parigi, esse riprendono gli slogan della strada, diffondono le idee del maggio 68...

Questi manifesti sono in qualche modo i documenti che testimoniano il meglio dell'effervescenza libertaria di questo momento storico. Chi sono gli artisti che hanno realizzato questi manifesti? Come funzionava l'Atelier populaire? Quali sono le tecniche impiegate?

La Scuola delle Belle Arti, la saggia, l'addormentata è investita dagli studenti il 14 maggio 68. Per due giorni, delle assemblee generali riorganizzano la scuola che assume il nome di Atelier populaire. Contrariamente alle idee ricevute, questo periodo è caratterizzato da una reale organizzazione, necessaria alla produzione in massa di manifesti. Le prime assemblee definiscono i nuovi orientamenti dell'istituzione: riorganizzare il sistema educativo, stabilire un legame con gli scioperanti e utilizzare l'arte come uno strumento di propaganda.


 
 

Si decide di affiggere all'ingresso della scuola il seguente testo: "Lavorare nell'Atelier populaire, è sostenere concretamente il grande movimento dei lavoratori in sciopero che occupano le loro officine contro il governo gaullista anti-popolare. Mettendo tutte le sue capacità al servizio della lotta dei lavoratori, ognuno in questo Atelier lavora per essa, perché si apre attraverso la pratica al potere educatore delle masse popolari".

Il primo manifesto è una litografia intitolata: U sines - U niversités - U nion (Fabbriche, Università, Unione).

La litografia, vecchia procedura di riproduzione non permetteva tuttavia di produrre rapidamente e con un alto numero di copie dei manifesti. Durante l'asssemblea del 14 maggio, l'artista Guy de Rougemont propone di utilizzare la serigrafia. Quasi del tutto sconosciuta in Francia, questa tecnica non era considerata abbastanza nobile e precisa da numerosi artisti che preferivano la litografia o l'incisione.

In cosa consiste la serigrafia?

Il libro Atelier populaire, présenté par lui-même pubblicato da UUU nel 1968 spiega concretamente le diverse tappe allo scopo senz'altro di diffonderne la tecnica al maggior numero possibile.

Per semplificare il discorso, la serigrafia si ispira allo stencil. Consiste nel coprire le parti che non si vogliono stampare di una seta (in origine durante il magio 68 si utilizzava il nylon molto meno costoso). La seta si tende su un telaio di legno e un raschietto serve a stendere l'inchiostro che attraversa e si spande nei luoghi non otturati. I Manifesti di maggio 68 avrebbero quasi tutti utilizzato questa tecnica contraddistinta dalla sua semplicità: assenza di sfumature, mono o bicromia (la maggior parte delle volte)... impomgono un'estetica un pò ingenua alla produzione. Si hanno molti manifesti che non sono altro di fatto che del testo... il che li imparenta ai graffiti che si moltiplicano sui muri di Parigi durante questo periodo.

Molto rapidamente i laboratori producono molte migliaia di manifesti al giorno.

Come sono riusciti gli studenti a produrre così tanti manifesti?

 

L'Atelier populaire si compone di fatto di un laboratorio in cui si concepiscono i manifesti e molti altri in cui li si realizzano: laboratori di serigrafia (il più importante), di litografia, di stencil e una camera oscura.

Un'assemblea generale composta da militanti e artisti si riunisce quotidianamente. Durante quest'assemblea generale, si scelgono i progetti democraticamente dopo dibattito.

I progetti di manifesti sono generalmente fatti in comune dopo un'analisi della situazione politica e degli avvenimenti della giornata o dopo delle discussioni alle porte delle fabbriche. Due domande sono poste in genere: l'idea politica è giusta? ll manifesto tramette bene quest'idea?

Poi i progetti accettati sono realizzati dai gruppi degli Atelier che si riuniscono notte e giorno. Si sono anche costituite decine di gruppi di affissatori, a cui si devono aggiungere quelli dei comitati d'azione di quartiere e dei comitati di sciopero delle fabbriche.

Le responsabilità all'interno dei laboratori non doveva essere che provvisoria e dunque variabile a secondo della necessità. Così l'Atelier populaire divenne un'istituzione aperta e democratica che attirò più di 300 artisti e migliaia di studenti che davano una mano più o meno puntualmente.

(Foto tratte dal libro Mai 68, les mouvements étudiants en France e dans le monde, BDIC,1988)

Chi sono gli attori di questa formidabile produzione?

 

E' difficile citare dei nomi poiché la maggior parte dei manifesti non sono firmati. Questa cosa non era nello spirito dei tempi. Sventura all'artista che avesse avuto la tracotanza di firmare la sua opera. Citeremo alcuni artisti che più tardi hanno attestato la loro partecipazione in questa esperienza abbastanza unica:Gérard Fromanger, Guy de Rougemont, Julio le Parc (membro del GRAV: groupe de recherche et d'art visuel)...

Degli artisti cechi parteciperanno anch'essi a questi laboratori... essi saranno secondo, secondo Fromanger) all'origine dei manifesti che denunciarono l'invasione sovietica nell'agosto 1968.

Esiste un'estetica peculiare ai manifesti di maggio 1968?

Come abbiamo già detto, i limiti tecnici della serigrafia avevano influenzato profondamente la forma di questi manifesti.

Eppure, emerge da questa produzione concentrata in un luogo, in un tempo e da un gruppo di artisti (che discutono molto), una specie di vera e propeia unità originale.

I manifesti sono per la maggior parte delle volte testuali e manoscritti. Gli slogan, i messaggi che sono ritrascritti sono caratterizzati da una profonda spontaneità scaturita indubbiamente in parte dagli slogan scanditi per le strade. Fromanger racconta anche che gli operai, gli studenti venivano agli AG per proporre o far valutare le loro idee. I manifesti afferrano così la freschezza del movimento e diffondono rapidamente le parole d'ordine così come le tematiche: De Gaulle, i CRS e la loro violenza, la libertà, gli scioperi nelle fabbriche, ecc...

Analizzando la maggior parte dei manifesti, si constatano dunque delle ricorrenze: un'immagine che colpisce accoppiata ad un testo breve e vigoroso. Si gioca con delle forme, dei disegni semplici con colori uniformi. Il testo si trova in alto o in basso all'immagine. L'aspetto elementare della realizzazione, e l'umorismo o la ferocità degli slogan contribuiscono a dare un'impressione di forza e di efficacia dei messaggi veicolati. In tal modo i manifesti hanno svolto un ruolo nella mobilitazione e nella diffusione delle idee risolutamente libertarie di quelle settimane.

 

Quelle immagini efficaci e belle oggi pullulano non più sui muri delle nostre città ma sui siti e i blog della rete. Non dubitiamo che di qui a poco il marchandising vi ficcherà il naso con la costruzione di tazze, magliette, cartelle scolastiche per i nostri liceali alla ricerca di icone e messaggi un po' sovversivi ma non troppo!


 
 
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21 ottobre 2015 3 21 /10 /ottobre /2015 05:00

L'insurrezione di Kronstadt e il destino della Rivoluzione russa

 

Anton Ciliga

La Révolution prolétarienne : revue mensuelle syndicaliste communiste

 

Introduzione

Lo scambio di lettere tra Trotsky e Wendelin Thomas (uno dei leader del sollevamento dei marinai tedeschi nel 1918, attualmente membro della Commissione americana d'inchiesta sui processi di Mosca) a proposito del posto da dare nella storia agli avvenimenti di Kronstadt del 1921, ha provocato un'autentica discussione internazionale. Ciò testimonia dell'importanza del problema. D'altra parte, se è più particolarmente oggi che ci si occupa di Kronstadt, non è per caso: una analogia, e anche un legame diretto, tra ciò che è accaduto a Kronstadt diciasette anni fa, e i recenti processi di Mosca, non sono molto evidenti.

Kronstadt's rebel battleship The Petropavlovsk

Oggi assistiamo all'assassinio dei capi della Rivoluzione d'Ottobre; nel 1921, furono le masse di base di questa rivoluzione ad essere decimate.

Sarebbe possibile oggi disonorare e sopprimere i capi dell'Ottobre senza che la minima protesta si levi nel paese, se questi capi non avevano essi stessi, a colpi di cannone, obbligato i marinai di Kronstadt a tacere e così gli operai della Russia intera?

La risposta di Trotsky a Wendelin Thomas mostra che, sfortunatamente, Trotsky — che è, insieme a Stalin, il solo dei capi dell'Ottobre che sia ancora in vita tra coloro che hanno effettuato la repressione di Kronstadt — si rifiuta attualmente, ancora, a guardare il passato oggettivamente. Per di più nel suo articolo: "Beaucoup de bruit autour de Cronstadt" [Molto rumore intorno a Kronstadt], allarga ancor più il fossato tra la massa lavoratrice e lui; egli non esita, dopo aver ordinato il loro bombardamento nel 1921, a presentare oggi gli uomini di Kronstadt come "degli elementi completamente demoralizzati, degli uomini che portavano eleganti pantaloni allo sbuffo e si conciavano alla maniera dei protettori".

No non è con tali accuse, che puzzano di obitorio burocratico da cento passi, che si può portare un utile contributo agli insegnamenti da trarre dalla grande rivoluzione russa.

Per determinare l'influenza che ha avuto Kronstadt sulla sorte della Rivoluzione, si deve, evitando ogni questione personale, portare la propria attenzione su tre questioni fondamentali:

1° in quale contesto si è verificata la rivolta di Kronstadt?

2° quali erano gli scopi di questo movimento?

3° Attraverso quali mezzi gli insorti tentarono di raggiungere i loro scopi?

Le masse e la burocrazia nel 1920-21

Tutti sono ora d'accordo nel riconoscere che nel corso dell'inverno 1920-21, la Rivoluzione russa viveva un momento particolarmente critico: l'offensiva in Polonia era terminata con la sconfitta di Varsavia, nessuna rivoluzione sociale scoppiava nell'Europa occidentale, la Rivoluzione russa rimaneva isolata, la carestia e la disorganizzazione si impadronivano dell'intero paese; il pericolo della restaurazione borghese bussava alle porte della rivoluzione. In questo momento critico, le diverse classi e partiti che esistevano all'interno del campo rivoluzionario presentarono ognuno le loro soluzioni per risolvere la crisi.

Il governo sovietico e le sfere superiori del partito comunista applicarono il loro programma del rafforzamento del potere della burocrazia. L'attribuzione ai "Comitati esecutivi" dei poteri attribuiti sino ad allora ai soviet, la sostituzione della dittatura della classe con quella del partito, lo spostamento dell'autorità all'interno stesso del partito, dai suoi membri ai suoi quadri, la sostituzione al doppio potere della burocrazia e degli operai nelle fabbriche del solo potere dell'apparato, tutto ciò doveva "salvare la Rivoluzione!". È in questo momento che Bucharin pronunciò la sua arringa a favore del "bonapartismo proletario". "Limitandosi egli stesso", il proletariato avrebbe per così dire facilitati la lotta contro la controrivoluzione borghese.

Così si manifestava già l'enorme sufficienza, quasi messianica, della burocrazia comunista.

Il IX e il X congresso del partito comunista, così come l'intervallo di un anno che li separò, trascorsero sotto il segno di questa nuova politica. Lenin ne fu il rigido ideatore e Trotsky l'esecutore. La burocrazia preveniva la restaurazione borghese... eliminando i tratti proletari della rivoluzione.

La formazione della "Opposizione operaia" all'interno del partito, appoggiata, non soltanto dalla frazione proletaria del partito, ma anche dalla grande massa degli operai senza partito, il grande sciopero generale del proletariato di Pietrogrado poco prima della rivolta di Kronstadt, e infine questa insurrezione stessa, tutto ciò esprimeva le aspirazioni delle masse che sentivano, più o meno chiaramente, che una "terza persona" stava attentando alle sue conquiste. Il movimento dei contadini poveri di Makhno in Ucraina fu, nell'insieme, la conseguenza delle stesse resistenze. Quando si esaminano, con la prospettiva storica di cui disponiamo ora, le lotte del 1920-1921, si è colpiti nel vedere che queste masse disperse, affamate e indebolite dalla disorganizzazione economica, hanno tuttavia trovato in se stesse la forza di formulare con tanta precisione la loro posizione sociale e politica, e difenderla, allo stesso tempo, contro la burocrazia e contro la borghesia.

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Il programma di Kronstadt

Per non accontentarci, come Trotsky, di semplici affermazioni, sottoponiamo ai lettori la risoluzione ch esservi da programma al movimento di Kronstadt. La riproduciamo per intero, in ragione della sua enorme importanza storica. Essa fu adottata il 28 febbraio dai marinai della corazzata "Petropavlovsk" e accettata in seguito da tutti i marinai, soldati e operai di Kronstadt.

"Dopo aver ascoltato il rapporto dei rappresentanti degli equipaggi inviati a Pietrogrado dalla assemblea generale dei marinai della flotta per esaminare la situazione, è stato deciso quanto segue:

1) di procedere immediatamente alla rielezione a scrutinio segreto dei soviet, dato che i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini. A questo scopo dovrà svolgersi prima una libera propaganda elettorale affinché le masse operaie e contadine possano essere onestamente informate.

2) di esigere la libertà di parola e di stampa per gli operai e per i contadini, per gli anarchici e per i socialisti di sinistra.

3) di esigere libertà di riunione per i sindacati operai e per le organizzazioni contadine.

4) di convocare entro il 10 marzo 1921 una assemblea generale degli operai, dei soldati rossi e dei marinai di Kronstadt e di Pietrogrado.

5) di rilasciare tutti i prigionieri politici socialisti e tutti gli operai e i contadini, i soldati rossi e i marinai, arrestati in occasione di diverse agitazioni popolari.

6) di eleggere una commissione incaricata di esaminare i casi di tutti i detenuti trattenuti nelle prigioni e nei campi di concentramento.

7) di abolire tutte le "sezioni politiche" [1] perché d'ora in poi nessun partito deve avere dei privilegi per la propaganda delle sue idee, né ricevere la minima sovvenzione dallo stato per tale scopo. Al loro posto, noi proponiamo che siano elette in ogni città delle commissioni di Cultura e di Educazione finanziate dallo Stato.

8) di abolire immediatamente tutti gli sbarramenti militari [2].

9) di uniformare le razioni alimentari per tutti i lavoratori, salvo per coloro che esercitano mestieri particolarmente insalubri e pericolosi.

10) di abolire tutti i reparti speciali comunisti nelle unità dell'esercito, e la guardia comunista nelle fabbriche e nelle miniere. In caso di necessità questi corpi di difesa potranno essere designati dalle compagnie nell'esercito e dagli operai nelle fabbriche.

11) di dare ai contadini la piena libertà di azione per ciò che concerne le loro terre, e il diritto di allevare il bestiame, a condizione che compiano il loro lavoro, senza l'impiego di lavoratori salariati.

12) di chiedere a tutte le unità dell'esercito e ai compagni delle scuole di cadetti [3] di solidarizzare con noi.

13) di esigere che questa risoluzione sia largamente diffusa dalla stampa.

14) di designare una commissione mobile incaricata di controllare questa diffusione.

15) Autorizzare la produzione artigianale libera purché non impegni il lavoro salariato.

Sono queste delle formule rozze, alcune anche insufficienti, ma che sono tutte impregnate dello spirito dell'Ottobre, e non vi sono calunnie al mondo che possano far dubitare del legame intimo esistente tra questa risoluzione e l'opinione che guidava gli espropriatori del 1917.

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La profondità dei principi che animano questa risoluzione è mostrata dal fatto che è ancora ampiamente attuale. Si può, infatti, opporla tanto bene sia al regime di Stalin del 1938 sia a quello di Lenin del 1921. Vi è anche di più: le esigenze proprie di Trotsky contro il regime di Stalin non sono che la riproduzione, timida è vero, delle rivendicazioni di Kronstadt. D'altronde, quale altro programma, per quanto poco socialista sia, potrebbe essere opposto all’oligarchia burocratica se non quelli Kronstadt e dell’Opposizione operaia?

facsimile

La parte iniziale della risoluzione mostra lo stretto legame che esisteva tra i movimenti di Pietrogrado e di Kronstadt. Il tentativo di Trotsky di opporre gli operai di Pietrogrado a quelli di Kronstadt allo scopo di consolidare la leggenda del carattere controrivoluzionario del movimento di Kronstadt urta con Trotsky stesso: nel 1921, Trotsky, infatti, perorando la necessità nella quale si era trovato Lenin di sopprimere la democrazia all'interno dei soviet e del partito, accusava le grandi masse, nel partito e al di fuori del partito, di simpatizzare con Kronstadt. Ammetteva dunque in quel momento che, sebbene gli operai di Pietrogrado e dell’Opposizione operaia non fossero giunti sino alla resistenza a mano armata, la loro simpatia almeno andava Kronstadt.

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L'affermazione di Trotsky secondo la quale “l'insurrezione sarebbe stata ispirata dal desiderio di ottenere una razione privilegiata” è ancora più atroce. Così, è uno di quei privilegiati del Cremlino, per i quali le razioni erano molto superiori a quelle degli altri, che osa lanciare un simile rimprovero, e ciò a degli uomini che, nel paragrafo 9 della loro risoluzione, richiedevano esplicitamente l’uguaglianza della razione! Questo dettaglio mostra fino a che punto l’accecamento burocratico di Trotsky non ha limiti ed è disperato.

Gli articoli di Trotsky non si discostano di un solo passo dalla leggenda forgiata un tempo dal Comitato centrale del partito. Certo, Trotsky merita la stima del movimento operaio internazionale per avere rifiutato, a partire dal 1928, di continuare a partecipare alla degenerazione burocratica e alle nuove “epurazioni” destinate a privare la Rivoluzione di tutti i suoi elementi di sinistra; preferì, essere eliminato egli stesso. Merita ancora più di essere difeso contro la calunnia e gli attentati di Stalin. Ma tutto ciò non dà a Trotsky il diritto di insultare le masse lavoratrici del 1921. Al contrario! Più di chiunque altro, Trotsky avrebbe dovuto fornire una  nuova valutazione dell’iniziativa presa da Kronstadt, iniziativa di un valore storico considerevole, iniziativa presa da militanti della base al fine di lottare contro la prima "epurazione" sanguinaria intrapresa dalla burocrazia.

L’atteggiamento dei lavoratori russi durante il tragico inverno del 1920-1921 testimonia un istinto sociale profondo e un nobile eroismo animarono le classi lavoratrici della Russia, non soltanto durante l'ascesa della Rivoluzione, ma anche durante la crisi che la pose in pericolo mortale.

Né i combattenti di Kronstadt, né gli operai di Pietrogrado, né i comunisti di rango, disponevano ormai più, è vero, nel corso di quell'inverno, di tanta energia rivoluzionaria come nel 1917-1919, ma tutto ciò che c'era ancora di socialista e di rivoluzionario in questa Russia del 1921, era la base a possederlo. Opponendosi a quest'ultima, Lenin e Trotsky, d’accordo con Stalin, con Zinoviev, Kaganovitch e altri, rispondevano ai desideri e servivano gli interessi dei quadri burocratici. Gli operai lottavano allora per il socialismo di cui la burocrazia perseguiva già la liquidazione. E’ qui che risiede il fondo del problema.

Kronstadt e la N.E.P.

Si crede abbastanza comunemente che Kronstadt esigesse l’introduzione della N.E.P.; questo è un profondo errore. La risoluzione di Kronstadt si pronunciava per la difesa dei lavoratori, non soltanto contro il capitalismo burocratico di stato, ma anche contro la restaurazione del capitalismo privato. Questa restaurazione era richiesta – contrariamente chea Kronstadt – dai socialdemocratici che la combinavano con un regime di democrazia politica. E furono Lenin e Trotsky che la realizzarono in gran parte, (ma senza democrazia politica) sotto la forma della N.E.P. La risoluzione di Kronstadt sosteneva tutto il contrario poiché si dichiarava contro il salariato nell’agricoltura e l’artigianato.

Questa risoluzione, e il movimento, al quale servì da base, tendevano all’alleanza rivoluzionaria dei proletari e dei contadini lavoratori, con gli ambienti più poveri delle campagne affinché la rivoluzione si sviluppasse verso il socialismo; la N.E.P. era, al contrario, l'unione dei burocrati con gli strati superiori del villaggio contro il proletariato, era l’alleanza del capitalismo di Stato e del capitalismo privato contro il socialismo. La N.E.P. è tanto contro le rivendicazioni di Kronstadt quanto, ad esempio, il programma socialista rivoluzionario dell'abolizione del sistema di Versailles sorto dall'avanguardia del proletariato europeo è opposto all’abrogazione del trattato di Versailles così com'è stato realizzato da Hitler.

Ecco, infine, un’ultima accusa correntemente diffusa: delle iniziative come quella di Kronstadt potevano indirettamente scatenare le forze della controrivoluzione. È possibile infatti che anche ponendosi sulla base della democrazia operaia, la rivoluzione sia infine fallita, ma quel che è certo, è che essa è perita, e che è perita per la politica dei suoi dirigenti: la repressione di Kronstadt, la soppressione della democrazia operaia e sovietica da parte del X Congresso del partito comunista russo, l’eliminazione del proletariato dalla gestione dell’industria, l’introduzione della N.E.P significavano già la morte della Rivoluzione.

È precisamente alla fine della guerra civile che si produsse la divisione della società post-rivoluzionaria in due gruppi fondamentali: le masse lavoratrici e la burocrazia. Nelle sue aspirazioni socialiste e internazionaliste la rivoluzione russa fu soffocata; nelle sue tendenze nazionaliste, burocratiche, di capitalismo di Stato, essa si sviluppò e si consolidò.

È a partire da qui e su questa base che ogni anno, sempre più nettamente, l'amoralità bolscevica, così spesso citata, acquisì lo sviluppo che doveva condurre ai processi di Mosca. La logica implacabile delle cose si era manifestata: quando dei rivoluzionari, tali soltanto a parole, compiono, nei fatti, i compiti della reazione e della controrivoluzione, devono ricorrere ineluttabilmente alla menzogna, alla calunnia e alla falsificazione. Questo sistema della menzogna generalizzata è la conseguenza, non la causa, della separazione del partito bolscevico dal socialismo e dal proletariato.

Mi permetto, per corroborare quanto sopra sostenuti, di citare delle testimonianze su Kronstadt di uomini che ho incontrato nella Russia dei Soviet.

- Quelli di Kronstadt? Ebbero perfettamente ragione; sono intervenuti per difendere gli operai di Pietrogrado; si trattò di un tragico malinteso che Lenin e Trotsky, invece di intendersi con loro, sferrarono lor battaglia, mi diceva, mi diceva, nel 1932, Dch., che, nel 1921, era operaio senza partito a Pietrograd e che conobbi al confino politico di Verkhnié-Ouralsk come trotskysta.

- È una frottola che dal punto di vista sociale, nella Kronstadt del 1921 vi fosse una popolazione diversa da quella del 1917, mi diceva in prigione un altro pietrogradese, Dv., che, nel 1921, era membro della Gioventù Comunista, e fu incarcerato nel 1932 come "decista".

Ebbi anche l'occasione di conoscere uno di coloro che avevano effettivamente partecipato al sollevamento di Kronstadt. Era un vecchio meccanico della marina, comunista sin dal 1917, che aveva attivamente preso parte alla guerra civile, diretto per un certo periodo una Ceka di provincia da qualche parte sul Volga, e si trovava nel 1921 a Kronstadt in qualità di commissario politico, sulla nave da guerra "Marat" (ex "Petropavlovsk"). Quando lo vidi, nel 1930, nella prigione di Leningrado, aveva trascorso da poco otto anni alle isole Solovetski.

I mezzi di lotta

I lavoratori di Kronstadt perseguivano degli scopi rivoluzionari lottando contro i tentativi reazionari della burocrazia e servendosi di mezzi propri e onesti. Per contro, la burocrazia diffamava odiosamente il loro movimento, pretendendo che fosse diretto dal generale Kozlovski. Quelli di Kronstadt, in effetti, volevano discutere onestamente come compagni sulle questioni controverse con i rappresentanti del governo. La loro iniziativa ebbe dapprima un carattere difensivo – è per questa ragione che non occuparono per tempo Oranienbaum, sulla costa di fronte a Kronstadt.

Sin dall’inizio, i burocrati di Pietrogrado impiegarono il sistema degli ostaggi arrestando le famiglie dei marinai, soldati dell'armata rossa e operai di Kronstadt che abitavano a Pietrogrado, perché alcuni commissari di Kronstadt - di cui nessuno venne fucilato - erano stati arrestati. La detenzione degli ostaggi fu portata a conoscenza di Kronstadt tramite dei volantini lanciati da un aereo.

Nella sua risposta per radio, Kronstadt il 7 marzo dichiarò "di non voler imitare Pietrogrado perché ritiene che un atto del genere, anche effettuato in un accesso di odio disperato, è il più vigliacco da tutti i punti di vista. La storia non ha ancora conosciuto simile procedura". (Izvestia del Comitato Rivoluzionario di Kronstadt, 7 marzo 1921). Il nuovo apparato dirigente capiva molto meglio dei "ribelli" di Kronstadt il significato della lotta sociale che cominciava, la profondità dell'antagonismo di classe che li separava dai lavoratori. È in tutto ciò che risiede la tragedia di tutte le rivoluzioni nel periodo del loro declino.

Ma quando venne imposto a Kronstadt il conflitto militare, quest'ultima trovò ancora in sé la forza di formulare le parole d’ordine della "terza rivoluzione" che è da allora il programma del socialismo Russo dell'avvenire [4].

Bilancio

Ci sono delle ragioni per pensare che essendo dato il rapporto di forze del proletariato e della borghesia, del socialismo e del capitalismo esistente in Russia e in Europa all’inizio del 1921, la lotta per lo sviluppo socialista della rivoluzione russa era destinata alla sconfitta. In queste condizioni, il programma socialista delle masse non poteva vincere; bisognava aspettarsi il trionfo della controrivoluzione dichiarata o camuffata sotto l’aspetto di una degenerazione (come poi è accaduto).

Ma una simile concezione dei processi della rivoluzione russa non sminuisce affatto, nel campo dei principi, l'importanza storica del programma e degli sforzi delle masse lavoratrici. Al contrario, questo programma costituisce il punto di partenza da cui comincerà il nuovo ciclo dello sviluppo rivoluzionario e socialista. Infatti, ogni nuova rivoluzione non comincia sulla base su cui iniziò la precedente, ma partendo dal punto in cui la rivoluzione precedente ha subito una sconfitta mortale.

L’esperienza della degenerazione della rivoluzione russa pone di nuovo davanti alla coscienza del socialismo internazionale un problema sociologico estremamente importante: perché nella rivoluzione russa, come nelle altre due grandi rivoluzioni precedenti: quella inglese e francese, è dall'interno che la controrivoluzione ha trionfato nel momento in cui le forze rivoluzionarie si esaurivano, e per mezzo dello partito rivoluzionario stesso (“epurato”, è vero, dai suoi elementi di sinistra)?

Il marxismo riteneva che la rivoluzione socialista, una volta cominciata o si sarebbe assicurata uno sviluppo graduale e continuo che l’avrebbe condotta al socialismo integrale, oppure sarebbe andata incontro a una sconfitta che si sarebbe manifestata sotto forma di una restaurazione borghese.

Il complesso della rivoluzione russa pone in un modo del tutto nuovo il problema del meccanismo della rivoluzione socialista. Questa questione deve diventare primaria nella discussione internazionale. In questa discussione, il problema di Kronstadt può e deve avere un posto degno di essa.

 

Ante Ciliga

 

NOTE

 

[1] "Politotdiel": sezioni politiche del partito comunista esistenti nella maggior parte delle istituzioni dello Stato.

[2] "Zagraditelnyé otriady": distaccamenti polizieschi creati ufficialmente per lottare contro l'agiotaggio, ma che in fin dei conti confiscavano tutto ciò che la popolazione affamata, operai compresi, portavano dalle campagne per il consumo personale.

[3] "Koursanty": allievi ufficiali.

[4] Un'opera d'insieme si Kronstadt, contenente dei documenti essenziali su queste giornate storiche, è stato scritto da Ida Mett. La sua pubblicazione apporterebbe, a mio parere, un contributo adeguato alla discussione internazionale che si sta attualmente sviluppando.

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2 maggio 2014 5 02 /05 /maggio /2014 07:07

LA FESTA DELL'ALIENAZIONE!

alienazione-festa-dell-.jpg

Parigi 1° maggio 1977, ore 16:05

 

Un'idea paralizza per 25 minuti 500 burocrati e 100.000 coglioni

 

La polizia sindacale è una volta di più messa in scacco dalla verità. Mentre il sinistro convoglio s'incamminava come ogni anni da 40 anni verso un tetro destino e che i kapo mafiosi si trovavano all'altezza dell'hôtel Sully, in rue Saint Antoine, uno striscione di 15 metri, grazie a un ingegnoso meccanismo, si dispiegava istantaneamente e maestosamente 12 metri sopra la testa dei ricattatori sindacali e della loro clientela. Stormiva fieramente al vento e colpisce di stupore i grugni avvinazzati dei gorilla del servizio d'ordine.

 Reca semplicemente, in lettere alte un metro, perfettamente leggibili dalle 100.000 persone ammassate da piazza St Paul a piazza della Bastiglia, la verità di questo assembramento subumano: FESTA DELL'ALIENAZIONE!

 Là dove il nemico si credeva, indubbiamente, ridiventato invincibile, abbiamo trovato il punto derisoriamente debole: i gorilla CGTisti si sono rivelati totalmente impotenti di fronte all'onnipotenza dell'idea. Un'idea trionfa impunemente con sobrietà ed eleganza (per 800 franchi alcolici compresi). Immobilizza per 25 minuti [1] il ridicolo corteo e genera un fantastico sventolio dando così al nemico modo di assaporare la sua prossima sconfitta. Succedendo agli strepiti derisori dei programmi comuni, sbraitando i loro abituali slogan, uno stupefacente silenzio di 1000 metri di lunghezza si abbatte sulla grottesca coorte. Le majorette s'immobilizzano una coscia all'aria, sperdute. Ma soprattutto, grazie all'ingegnoso meccanismo [2] di collocamento che non richiedeva che l'intervento di una sola persona, abbiamo potuto assaporare, in mezzo al pubblico e alle carogne stesse, la disfatta stupefatta, smorta e rabbiosa, delle nostre vittime. Alcuni di noi avevano spinto persino la preoccupazione all'anonimato sino ad indossare infamanti tesserini identificativi C.G.T.

 Abbiamo dunque potuto constatare e apprezzare un franco movimento di simpatia, di approvazione e di liete discussioni tra il pubblico situato sul marciapiede e che la baldracca sindacale non riuscì a soffocare. Una buona cinquantina di fotografi amatori dotati di magnifici apparecchi giapponesi hanno mitragliato per tutto il tempo l'infamia che sovrastava tutto questo disordine.

 Abbiamo riso molto. A dir poco. Noi soltanto sapevamo perché eravamo lì. Non abbiamo subito nessuna perdita, non un solo graffio, e tutte le foto sono venute bene. Grazie. Burocrati l'avete presa nel culo e lo prenderete ancora,

 

SOWETO. LISBONA. DAKAR. ROMA. PARIGI... 


Alla prossima occasione!



[1] Abbiamo dunque immobilizzato la merda sindacale 25 volte più a lungo della valvola di sicurezza della piattaforma Ecofisk non immobilizzasse la merda nera.

 

[2] Non era tuttavia ancora il sapere assoluto: se, oltre alla solida catena con tanto di lucchetto che terminava il cavo e che ha dato del filo da torcere all'acrobata sindacale, avessimo messo del sapone nero sul palo della luce, lo striscione avrebbe retto 30 minuti di più e oltre alle truppe regolari della burocrazia, è tutta la feccia sinistroide e dei piccoli sindacati della vita quotidiana che sarebbe passata sotto il nostro giogo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

La fête de lìaliénation!

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10 ottobre 2012 3 10 /10 /ottobre /2012 05:00
Storia della bandiera rossa
bandiera-rossa.jpg

di Pierre Souyri


Maurice DOMMANGET, Histoire du drapeau rouge des origines à la guerre de 1939 [Storia della bandiera rossa dalle origini alla guerra del 1939], Parigi, 1967, Librairie de l’Étoile, 502 pp.


Il libro di Dommanget è il risultato di molto lavoro; perché non era un piccolo compito quello di rintracciare, attraverso migliaia di manifestazioni e di scioperi, la storia dell'adozione dello stendardo rosso da parte del movimento operaio. Esistevano su questo argomento degli studi parziali, di cui alcuni sono dovuti allo stesso Dommanget, ma non anche degli studi sistematici e generali; e Dommanget avrà l'occasione di rettificare non pochi errori di dettaglio commessi dai suoi predecessori.

Dommanget non si è limitato di fare, con molta erudizione, un vasto censimento degli episodi e degli eventi nel corso dei quali la bandiera rossa compare e a mostrare che quest'ultimo, nel corso delle fasi di radicalizzazione del movimento operaio, tende a far scomparire le bandiere nazionali che riappaiono, al contrario, nelle manifestazioni operaie, quando gli antagonismi sociali si affievoliscono. Ha mostrato - ed è senz'altro l'aspetto più interessante del suo libro - che lo stesso significato della bandiera rossa ha una storia.

È inutile tentare di far risalire l'origine della bandiera rossa all'insurrezione di Spartaco o alle sollevazioni contadine (jacqueries) del XIV secolo. È nella Rivoluzione francese che si trovano le sue vere origini: un drappo rosso è allora issato dalle autorità municipali - in applicazione di una legge del 21 ottobre 1789 - per ingiungere ai raggruppamenti popolari di dover disperdersi quando l'ordine sociale è giudicato minacciato. Lo stendardo rosso che è allora odiato dagli strati popolari come il simbolo della repressione borghese, comincia a cambiare di campo dopo il 10 agosto 1792: in certi ambienti rivoluzionari l'idea appare, per un momento, di aborrirla come segno di repressione delle misure contro-rivoluzionarie. Ma è soltanto più tardi che, lentamente, tra il 1830 e il 1848, è adottata dalle società rivoluzionarie e le classi lavoratrici, non più per significare una volontà di terrorizzare l'avversario e di tornare al 1793, come crede la borghesia, ma come segno della potenza popolare e delle aspirazioni alla giustizia sociale e alla riconciliazione dei popoli. Lo sviluppo del movimento operaio in Europa poi negli altri continenti, la formazione delle internazionali socialiste e le prime rivoluzioni nproletarie ne faranno altro che precisare la simbolica dello stendardo rosso, di cui l'essenziale era già stabilito nel 1848. 

A mano a mano che si è popolarizzata, la bandiera rossa, si è tuttavia caricata di un'enorme potenza emotiva. Suscita presso la borghesia, che non smetterà mai di vedervi un simbolo sinistro di sangue e di caos, dei sentimenti di orrore e di odio, e occorreranno innumerevoli polemiche affinché i manifestanti operai possano assicurarsi il diritto di dispiegarla senza esporsi a delle persecuzioni giudiziarie. All'opposto, lo stendardo rosso, e il colore rosso stesso, suscitano presso i militanti socialisti dei sentimenti che vanno a volte sino ad una adorazione feticistica. Non esistono soltanto le pagine ditirambiche, di Vallès e di Gorki ad esempio, sulla bandiera rossa e degli inni che le sono state dedicate in alcuni paesi, e di cui Dommanget fornisce la traduzione in appendice al suo libro... l'idolatria del rosso ha assunto a volte degli aspetti sbalorditivi, come testimoniano alcuni banchetti in cui erano rossi anche la tovaglia, i tovaglioli, i piatti, i boccali di vino, i pomodori, i gamberi, i filetti al sangue, ecc. È evidente che il movimento operaio ha spesso assorbito delle mentalità e dei comportamenti ripresi dal campo religioso e dai nazionalismi: lo stile delle cerimonie organizzate dallo Stato sovietico lo mostra chiaramente.

Ma come mai in fin dei conti, il proletariato ha adotatto la bandiera rossa preferendola ad ogni altra e soprattutto alla bandiera nera che, sin dalla monarchia di luglio, è apparsa nella regione di Reims, poi a Lione, come emblema della rivolta operaia, per non più essistere infine che unita al rosso negli stendardi dell'anarco-sindacalismo spagnolo, e non del P.O.U.M. come sostiene, erroneamente, Dommanget? La simbolica dei colori fornisce i primi elementi di una risposta: il colore dei lutti e delal disperazione, il nero, non poteva senz'altro non espriemere tanto quanto il rosso ciò che il movimento operaio teso all'avvenire portava in sé di ottimismo e di volontà costruttiva. Ma si dovrebbe anche, per conseguire una vera spiegazione, riuscire a render conto di questa simbolica dei colori stessa e per questo, come suggerisce Dommanget, procedere ad una esplorazione, che resta da intraprendere, dell'inconscio collettivo delel masse popolari.

 

 

Pierre Souyri

 

 

[Traduzione di Ario Libert] 

 

 

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Histoire du drapeau rouge

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30 aprile 2012 1 30 /04 /aprile /2012 05:00
Quali sono le origini del primo maggio?

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di Rosa Luxemburg

Articolo pubblicato sul giornale polacco Sprawa Robotnicza nel 1894.


La felice idea di utilizzare la celebrazione di una giornata di riposo proletaria come un mezzo per ottenere la giornata di lavoro di 8 ore [1] è nata dapprima in Australia. I lavoratori decisero nel 1856 di organizzare una giornata di arresto totale dal lavoro, con delle riunioni e degli svaghi, allo scopo di manifestare per la giornata di 8 ore. La data di questa manifestazione doveva essere il 21 aprile. All'inizio, i lavoratori australiani avevano previsto ciò unicamente per il 1856. Ma questa prima manifestazione ebbe una tale ripercussione sulle masse proletarie d'Australia, da stimolarle e portarle a nuove campagne, che fu deciso di rinnovare questa manifestazione ogni anno.
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Di fatto, cosa potrebbe dare ai lavoratori più coraggio e più fiducia nelle loro proprie forze di un blocco di massa del lavoro che essi stessi hanno deciso? Cosa potrebbe dar più coraggio agli eterni schiavi delle fabbriche e delle officine del raduno delle proprie truppe? Dunque, l'idea di una festa proletaria fu rapidamente accettata e, dall'Australia, cominciò a espandersi ad altri paesi sino a conquistare l'insieme del proletariato mondiale.
I primi a seguire l'esempio degli australiani furono gli Stati uniti, Nel 1886 essi decisero che il 1° maggio sarebbe stata una giornata universale di sospensione del lavoro. Quel giorno, 200.000 di loro abbandonarono il lavoro e rivendicarono la giornata di 8 ore. Più tardi, la polizia e le persecuzioni legali impedirono per anni ai lavoratori di rinnovare manifestazioni di questa ampiezza. Tuttavia, nel 1888 essi rinnovarono la loro decisione fissando la prossima manifestazione al 1° maggio 1890.
Nel frattempo, il movimento operaio in Europa si era rafforzato e animato. La più forte espressione di questo movimento intervenne al Congresso dell'Internazionale Operaia nel 1889 [2]. A questo Congresso, costituito da 400 delegati, fu deciso che la giornata di 8 ore doveva essere la prima rivendicazione. Al che, il delegato dei sindacati francesi, il lavoratore Lavigne [3] di Bordeaux, propose che questa rivendicazione si esprimesse in tutti i paesi con la sospensione dal lavoro universale. Il delegato dei lavoratori americani attirò l'attenzione sulla decisione dei suoi compagni di fare sciopero il 1° maggio del 1890, e il Congresso fissò per questa dta la festa proletaria universale.
In questa occasione, come trenta anni prima in Australia, i lavoratori pensavano verosimilmente a una sola manifestazione. Il Congresso decise che i lavoratori di tutti i paesi manifestassero insieme per la giornata di 8 ore il 1° maggio 1890. Nessuno parlò della ripetizione della giornata senza lavoro per gli anni successivi. Naturalmente, nessuno poteva prevedere il successo brillante che quest'idea avrebbe avuto e la velocità con la quale essa sarebbe stata adottata dalle classi lavoratrici. Tuttavia, fu sufficiente manifestare il 1° maggio una volta soltanto affinché tutti capissero che il 1° maggio doveva essere una istituzione annuale e perenne.
Il 1° maggio rivendicava l'instaurazione della giornata di 8 ore. Ma anche dopo che questo scopo fu raggiunto, il 1° maggio non fu abbandonato.
 Finché durerà la lotta dei lavoratori contro la borghesia e le classi dominanti, finché tutte le rivendicazioni non saranno soddisfatte, il 1° maggio sarà l'espressione annuale di queste rivendicazioni. E, quando sorgeranno giorni migliori, quando la classe operaia del mondo avrà conquistato la sua liberazione, allora probabilmente anche l'umanità festeggerà il 1° maggio, in onore delle lotte accanite e delle numerose sofferenze del passato. 

 


NOTE

[1] L’uso era allora una giornata di lavoro di almeno 10-12 ore al giorno.
 
[2] Si tratta del primo congresso della II Internazionale.

[3] Raymond Lavigne (1851- 1930), militante politico e sindacalista.


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2 maggio 2011 1 02 /05 /maggio /2011 06:00
 I Martiri di Chicago

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Alle origini del Primo Maggio


 
Il 1° maggio 1886, la pressione sindacale permette a circa 200.000 lavoratori americani di ottenere la giornata di otto ore. Ma altri, meno fortunati, circa 340.000, devono far sciopero  per forzare il loro datore di lavoro a cedere. Il 3 maggio, una manifestazione fa tre morti tra gli scioperanti della società McCormick Harvester, a Chicago. Una marcia di protesta ha luogo il giorno seguente ed in serata, mentre la manifestazione si disperde ad Haymarket Square, non restano che 200 manifestanti di fronte ad altrettanti poliziotti. È allora che esplode una bomba davanti alle forze dell'ordine. Fa una quindicina di morti tra le fila della polizia.

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Alle origini del 1° maggio

Fondata nel 1881, l'antenato diretto della AFL [2], la FOTLU [2]  raggruppa gli operai qualificati (degli uomini, bianchi e americani di provenienza) e non conta che 50.000 aderenti. Ma durante un congresso decide di porre in primo piano delle sue rivendicazioni la giornata di otto ore e di considerare la data del 1° maggio 1886 per una manifestazione di massa. Comincia allora un'immensa campagna di propaganda che rafforza l'organizzazione. Sin dall'aprile del 1886, alcune imprese accordano anche ai loro salariati la giornata delle otto ore senza diminuzione di salario: 200.000 lavoratori circa beneficeranno di una riduzione di lavoro.
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Nel 1886, i Cavalieri del Lavoro (fondata nel 1868 con forti riferimenti massonici [3]) raduna tutti i lavoratori a livello di una località, Bianchi e Neri, donne e uomini, Americani di "starto" ed immigranti: operai qualificati e non, essi rappresentano più di 700.000 aderenti. Gli aderenti dell'Ordine svolsero il ruolo principale nello sciopero del 1° maggio 1886, benché la direzione dell'Ordine l'avesse condannata. I responsabili ed i militanti dei Cavalieri del Lavoro furono le principali vittime della repressione dopo il massacro di Haymarket, benché la direzione dell'Ordine abbia rifiutato di intervenire in favore dei condannati di Chicago. I Cavalieri del Lavoro sarebbero in seguito andati rapidamente declinando.

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L'iniziativa degli operai americani non avrebbe avuto che un debole ripercussione nel paese ed all'estero senza gli avvenimenti tragici di Chicago che commossero il mondo intero. Sicuri dell'impunità, le milizie padronali provocavano degli incidenti sanguinosi. Il 3 maggio, degli operai che manifestavano davanti alla fabbrica di macchine agricole Mac Cormick, a Chicago sono fatti bersaglio di colpi sparati dalla polizia privata, la battaglia che ne consegue fa numerose vittime.

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Gli scioperanti sono soprattutto di origine tedesca e, nel loro giornale "Arbeiter Zeitung" compare il seguente appello: "Schiavi in piedi! La guerra di classe è iniziata. Degli operai sono stati fucilati ieri davanti allo stabilimento Mac Cornick. Il loro sangue grida vendetta. Il dubbio non è più possibile. Le bestie feroci che ci governano sono avide del sangue dei lavoratori, ma i lavoratori non sono bestiame da abbattere. Al terrore bianco, risponderanno con il terrore rosso. Meglio morire che vivere nella miseria. Poiché ci sparano, rispondiamo in modo che i nostri padroni ne conservano a lungo il ricordo. La situazione ci costringe ad impugnare le armi".

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La sera del 4 maggio, più di 15.000 operai si recano sulla piazza del fieno (Haymarket) per manifestare pacificamente. Vengono pronunciati dei discorsi, soprattutto da Spies, Parsons, Fielden. La folla si ritira, quando un centinaio di guardie nazionali caricano con violenza. Una bomba, lanciata non si sa da dove, cade in mezzo alle forze di polizia, uccidendone sette e ferendone gravemente una sessantina. Le autorità procedono a degli arresti tra gli agitatori dello sciopero ed i redattori dell'Arbeiter Zeintung": Auguste Spies, nato in Assia (Germania), nel 1855; Samuel Fielden, suddito inglese, nato nel 1846; Oscar Neebe, nato a Filadelfia, nel 1846; Michel Schwab, nato a Mannhelm (Germania), nel 1853; Louis Lingg, nato in Germania, nel 1864; Adolphe Fischer, nato in Germania, nel 1856;  Georges Engel, nato in Germania, nel 1835; Albert Parsons, Americano, nato nel 1847.

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Il verdetto è emesso il 17 maggio. Gli otto accusati sono condannati all'impiccagione. Una misura di grazia interviene per Schwab e Fielden, la cui pena è commutata all'ergastolo, e per Neebe, la cui pena è ridotta a quindici anni di prigione. L'11 novembre 1887, gli altri sono messi a morte, a parte Lingg che si è suicidato. Sei anni dopo, un altro governatore dell'Illimois John Altgeld, proclama l'assoluta innocenza dei condannati: "Una tale ferocità non ha precedenti nella storia. Considero come un dovere in queste circostanze e per le ragioni sopra esposte, di agire conformemente a queste conclusioni e ordino oggi, 26 giugno 1893, che si pongano in libertà senza condizioni Samuel Fielden, Oscar Neebe e Michel Schwab".

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Spies, Lingg, Engel, Fischer e Parsons sono riabilitati. L'idea americana è ripresa dagli altri lavoratori degli altri paesi. Nel 1899, a Parigi, durante un congresso internazionale, una proposta che richiede "l'organizzazione di una grande manifestazione internazionale a favore della riduzione delle ore di lavoro che sarà fatta ad una data fissa, la stessa per tutti" è adottata e la data è quella scelta dai lavoratori americani. Il 1° Maggio assume allora nel mondo intero il significato di una giornata di rivendicazione dei lavoratori di fronte alla società capitalista.


haymarket-monumento-moderno-di-Mary-Brogger--2004.jpgHaymarket, opera di Mary Brogger del 2004 
a memoria dei tragici avvenimenti del 1886.


HaymarketMartyrs.jpgI martiri di Haymarket da una pubblicazione del 1887.

OLT


[Traduzione di Ario Libert]



NOTE

[1] American Federation of Labor (Federazione Americana del Lavoro- AFL).

[2] Federazione dei Mestieri Organizzati e dei Sindacati dei Lavoratori.

[3] Il Noble and Holy Order of the Knights of Labor (Nobile e santo ordine dei cavalieri del lavoro).


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2 febbraio 2010 2 02 /02 /febbraio /2010 17:40
Maggio 68: l'inizio di una lotta prolungata?
68--13mai1968.jpg13 maggio 1968


di Hélène Hernandez


68-intox_050.jpgTra marzo e giugno, Le Monde Libertaire ha dedicato da una a due pagine ogni settimana a delle testimonianze degli attori del maggio 68. Che essi fossero famosi o sconosciuti poco importa, degli individui hanno voluto affidare i loro percorsi alle colonne del giornale oppure alle frequenze di Radio-Libertaire. Non abbiamo fatto che dare la parola a coloro che non si riconoscevano nella "Generazione 68" quella di quegli autoritari del PCF e dei suoi accoliti (UNEF, UEC) ma che formarono, insieme ad altri, alcuni milioni di lavoratori, di liceali, di studenti in sciopero con la speranza di cambiare la vita.

 

68aff_capital.jpgMAGGIO 68, dieci milioni di individui in sciopero: studenti, liceali, contadini, lavoratori, giovani, donne, immigrati... Dieci milioni di individui in sciopero allo stesso tempo, la Francia paralizzata, i poteri politici, istituzionali, sindacali contestati ed indeboliti. La forza di milioni di individui pronta a distruggere tutto per tutto reinventare. Non soltanto, migliaia di studenti hanno fatto l'esperienza, per la prima volta, della lotta di classe a fianco degli operai, come testimoniano ancora i manifesti dell'Atelier populaire de l'Ecole des beaux-arts  [Laboratorio popolare della Scuola di belle arti] di Parigi, ma altri strati della popolazione come i contadini, per lo meno la sua parte attiva, hanno potuto ritrovare l'azione comune e la solidarietà con la classe operaia. Una simbiosi rara che lascia delle tracce.


68aff_presse.jpgCiò che fu nuovo nel 1968, fu il campo rivendicativo molto ampio della popolazione. Non si trattava più di sempiterne rivendicazioni concernenti gli aumenti salariali o la riduzione del tempo di lavoro, ma di una rivolta, di una rivoluzione per alcuni, per cambiare la vita! È la volontà di modificare la vita quotidiana che si afferma come posta politica, di trasformare le relazioni tra gli individui, compresi e soprattutto le relazioni di potere. La gioventù, tanto operaia quanto studentesca, rivendica la sua dignità, quella di essere riconosciuta, quella della sua responsabilizzazione sociale nel momento in cui lo sviluppo economico gli apre un mercato di consumo che l'autorità morale, portata dai genitori e la scuola, gli proibiscono.

l_an_01.jpgNon può, allora, per esistere, che rimettere in causa il potere, i poteri. E se lo permette! In primo luogo, sorge un altro modo di comunicazione. La parola si libera, piccante, irriverente, spesso derisoria, si affranca dalla verticalità: l'informazione non può che circolare verso il basso come nelle nostre società autoritarie o dal basso verso l'alto come in quelle rivendicate dai "rivoluzionari" di ogni genere (trotskisti, maoisti, d'altronde autoritari)? Ma sì, certo, ed ognuno reinventa, rivivifica i circuiti orizzontali. Quale forza sovversiva! È l'Anno 01 di Gébé: Aprite gli occhi, spegnete la tele. Quei dieci anni di gaullismo, quella guerra d'Algeria mal digerita, quella del Vietnam, non potevano allora che andare a pezzi. Disegno di Wolinski edito in L'Enragé, anche il Partito comunista ne farà le spese. È la fine dei mandarini, di tutti i mandarini. La crisi dell'UEC e dell'UNEF uccide il "padre": il P.C.F. è liquidato come partito dominante.
188.gifUno spazio di libertà si apre allora, spazio di libertà che il movimento anarchico non ha saputo afferrare... Una volta soppresse queste catene- non dimentichiamo quelle della sessualità, che cominciarono a cedere sin dal 1967 durante l'occupazione della cada delle ragazze, alla Cité-U di Naterre- l'individuo poteva rinascere. Non l'individuo egoista degli anni grigi, ma l'individuo autonomo che si diluisce nel collettivo. Per la sua volontà e la sua capacità a rompere la monotonia ed il conformismo, il movimento affascina, tanto più che permette ad ognuno di essere protagonista, che gli riconosce il diritto alla parola. Le nozioni e funzioni di partito e dell'Ufficio politico sono indebolite a profitto di quelle del movimento e dell'assemblea generale. Il piacere di rimettere in causa il principio di delega del potere e della parola, di rimettere in causa il potere ed il potere degli uomini è ampiamente condiviso [2].



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Un grande, quanto vergognoso,  documento storico dell'opportunismo e camaleontismo squisitamente stalinista, o se si preferisce riformista, sindacalista, socialdemocratico, ecc., è rappresentato dal celeberrimo quanto famigerato manifesto riportato qui sopra: "Il PCF contro le violenze. Di tutti i partiti d'opposizione al potere gollista che combatte da 10 anni. IL PARTITO COMUNISTA FRANCESE è stato il solo, SIN DALL'INIZIO, a denunciare pubblicamente le agitazioni, le provocazioni e le violenze dei gruppi di estrema sinistra, anarchici, maoisti o trotskysti, che fanno il gioco della reazione. VOTATE COMUNISTA".


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Di tutt'altro tenore questo manifesto di intonazione libertaria: "Né Dio né padroni. ATTENZIONE! Il movimento di sciopero spontaneo rischia di essere fermato da riforme emananti dai sindacati sclerotizzati e dai partiti politici di sinistra. RIFIUTIAMO IL PARLAMENTARISMO. Generalizziamo l'occupazione delle fabbriche con sequestro delle direzioni padronali. Formiamo dei comitati di sciopero di base. PREPARIAMO LA GESTIONE DIRETTA".
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114.gifQueste forme di organizzazione e di lotta, molto leggere ed aperte, permisero l'emergere di rivendicazioni nuove. Dei movimenti Specifici prenderanno forma, molto spesso a partire dal 1970-71, come prolungamento del 1968 in quanto alle rivendicazioni da sviluppare e da sostenere, ma anche om quanto allo spirito "festivo" e caloroso di ;aggio 68. Il diritto alla differenza si afferma e si amplifica nel corso delle lotte degli omosessuali o delle donne. La morale della Chiesa, ma anche quella della famiglia, sono decimate. Al di là delle lotte per essere padroni del loro corpo- (libertà e gratuità della contraccezione e dell'aborto, denuncia degli stupri, ecc.), le donne aprono il dibattito sul lavoro- domestico ed il patriarcato. La famiglia e le relazioni con i bambini si ritrovano profondamente modificati. L'espressione esplode sui muri sono forma di manifesti, di graffiti o di scritte, sulla stampa (con soprattutto l'apparizione di Charlie-hebdo) e rovescia i metodi pedagogici ed educativi: le scuole diventano miste, le ragazze hanno infine il diritto di portare i pantaloni e le tavole sono poste ad "U" o in cerchio per permettere degli scambi più egualitari.

68-Lenrage_N7.jpgLa messa in causa del potere si estende sino all'esercito; i soldati si organizzano in comitati e l'obiezione di coscienza trova uno statuto. Cambiare la vita si traduce anche con vivere meglio: rifiuto di costruire delle centrali nucleari, creazione di reti di distribuzione di prodotti alimentari biologici, lotta contro i coloranti, ricerca di un'altra relazione  tra curanti e curati allo scopo di diventare padroni della propria salute, movimenti antipsichiatrici ed anticarcerari... Il sindacalismo si apre allora alla vita quotidiana e non più soltanto a ciò che accade nell'impresa; le unioni locali interprofessionali appaiono come un vivaio che rilega l'impresa ai diversi aspetti della vita quotidiana (sessualità, famiglia, educazione, trasporto, mensa, urbanizzazione, ecc.). Risorge la nozione di autogestione, ma dissimulando l'ambiguità tra cogestione e gestione diretta: avrebbe meritato di essere esplicitata, allora, per chiarire i dibattiti sindacali. Le immersioni di Maggio 68, anche se non approderanno del tutto, anche se lasciano molte tracce o anche se furono recuperati, dimostrano bene l'aspirazione a privilegiare le rivendicazioni qualitave su quelle quantitative. Ed è perché si tratta di cambiare la vita, dunque di fare la rivoluzione, che Maggio 68 fu un pericolo per i poteri costituiti.

68_nonburaucr.jpgEssi sparirono temporaneamente di fronte alla marea contestataria, sotto i lanci di pietre e di fronte alle barricate di reciproco aiuto e di solidarietà. Ma ripresero tutti il loro ruolo, alla fine, appena intaccati: il governo lasciando la polizia, mobilitando l'esercito ed offrendo il regale premio dell'urna, il Partito comunista francese "solo" partito della classe operaia opponendosi ad ogni saldamento possibile tra operai e studenti affinché le velleità di lotte insieme (già sensibili negli anni precedenti) non vengano a sostituire gli scioperi stagionali concertati, i "socializzati di buona tinta" che convocano Charlétiy allo scopo di ritrovare fiato per la loro crisi, la sequela di organizzazioni di estrema sinistra incapaci di federare queste esperienze, i sindacati che stravolgono le parole d'ordine verso degli aumenti di salari lasciati, la CGT sempre sotto la tutela del PCF, la CFDT barcamenandosi con il movimento ed accettando l'autogestione rafforzando e centralizzando i suo apparato, il patronato che sembrerà cedere con i "capetti" lasciando introdurre la sezione sindacale nell'impresa ma che riconquisterà questo poco di spazio lasciato ai lavoratori con tutti i mezzi di integrazione all'impresa. Ogni istituzione contribuirà a far uscirà il paese dalla crisi politica, sociale e culturale per porlo sulla strada della democrazia borghese e consensuale: gli accordi di Grenelle svenderanno il qualitativo per il quantitativo.


68-Lenrage_N3.jpg Altri paesi, altri continenti conobbero, dal 1964 (Berkeley negli Stati Uniti) all'ottobre 1968 (Italia), dei movimenti sociali contestatari di grande ampiezza, delle scosse furono conosciute tardivamente... Di fatto, a parte qualche eccezione, i movimenti non si influenzarono direttamente, anche se il fermento rivoluzionario si appoggiava su degli elementi comuni o simili: la radicalizzazione intorno alla lotta contro la guerra del Vietnam o la ricerca di un più grande controllo della propria vita. Il vecchio mondo fu scosso, ma senza la congiunzione di tutti questi eventi, poté resistere ed assimilare.

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Al di là dei nuovi valori, dei nuovi modi di pensare, persistono nel movimento operaio, delle risorgenze di forme di organizzazione e di lotta. Dei movimenti si sviluppano per l'affermazione della dignità di ogni individuo, come nei ghetti neri del Sud Africa e si organizzano secondo dei principi dell'azione diretta e del rifiuto di delega al potere (Solidarnosc) o in organizzazioni anarcosindacaliste (marinai e scaricatori di GIbilterra, COR in Brasile), in tutta indipendenza di fronte al potere politico (SMOT in URSS) o al di fuori di ogni struttura sindacale riconosciuta (COBAS in Italia). Compresi, in Francia, le velleità di rivendicazioni uniformi, come a SNECMA e presso Chausson, in cui il lancio di monete da 20 centesimi verso il grugno dei capi e dei padroni in risposta ad un aumento salariale di 0,20F dà speranza, di fronte al marasma politico, di un nuovo spazio da conquistare.


Hélène Hernandez Groupe Pierre Besnard 1988



[Traduzione di Ario Libert]


LINK:
Mai 68: le début d'une lutte prolongée?

LINK pertinenti:
Maurice Joyeux, Mai 68: sous les plis du drapeau noir

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24 luglio 2009 5 24 /07 /luglio /2009 11:40
Maggio 68: sotto le pieghe della bandiera nera

Maurice Joyeux


Ho sotto gli occhi il numero speciale di Le Monde Libertaire e non posso impedirmi di trascrivere le prime frasi dell'editoriale che scrissi allora, con il titolo a cui ho dato oggi a quest'articolo: "I distinti  teorici sono caduti con il culo a terra, avevano annerito le pagine delleriviste specializzate per spiegarci il processo di evoluzione che, infallibilmente, avrebbe condotto il proletariato dalle fabbriche  ad una presa di coscienza della sua alienazione. Avevano discusso sull'unione dei lavoratori e delle classi medie, sulle virtù dello strumento parlamentare, sui nuovi valori morali che si stavano evidenziando dalla società industriale. Un pugno di giovani con la testa piena di sogni generosi, il cuore enorme, sono usciti tumultuosamente dalla loro scuola e tutta questa prosa sapiente è apparsa in piena luce con il suo carattere derisorio".

 

Sì, le organizzazioni classiche del movimento operario, dall'estrema sinistra alla sinistra accademica, caddero con il culo a terra! Anche noi d'altronde! La Federazione anarchica si dibatteva allora in difficoltà diventate classiche e che consistevano una volta di più a far fronte a degli elementi desideranti, attraverso il marxismo, politicizzare il nostro movimento. Dei militanti, che formano un gruppo alla facoltà di Nanterre, erano usciti dall'organizzazione e costituivano, insieme ad altri, essi stessi in dissidenza con le loro organizzazioni, il gruppo 22 marzo. Due riviste, "Socialisme ou Barbarie" e poi "L'Internationale situationiste" li segnarono profondamente.

Questa "dissidenza" in cui certi vollero vedere una scissione che non riguardò che una quindicina di militanti, era nata dal rifiuto da parte della Federazione anarchica di accettare un programma basato sulla "pianificazione" che rompeva con il federalismo e che raggiungeva il materialismo storico di cui d'altra parte tutti gli "anarchici" del gruppo del 22 marzo facevano il loro piatto forte e che si reclamavano palesemente alle opere giovanili di Marx. Se si dà un'occhiata a quel che alcuni sono diventati o meglio ancora a quanto essi scrivono ancora oggi, quando sono rimasti nel movimento anarchico, si ha il diritto di sorridere!

È vero, e l'ho scritto nel mio libro sulla rivolta della gioventù; che avremmo dovuto essere più attenti a questo movimento giovanile che, dopo la liberazione, contestava le organizzazioni classiche, comprese le organizzazioni dell'estrema sinistra.

Questo stato di spirito era già stato percepito attraverso gli Alberghi della Gioventù, attraverso le organizzazioni di giovani in lotta contro la guerra d'Algeria, attraverso il movimento Cittadini del mondo, animato da Garry Davis, attraverso la rivolta degli studenti comunisti contro il loro partito, che abbiamo sostenuto al quartiere latino così come abbiamo sostenuto tutte le altre rivolte della gioventù. Tuttavia, come tutti gli altri, perdemmo il treno!

Credo che fummo confrontati con un triplo problema che non sapemmo risolvere.

La Federazione anarchica viveva sulle acquisioni teoriche risalenti all'ultimo secolo e tutti gli sforzi di rinnovamento si urtavano con un conservatorismo tradizionale delle organizzazioni che hanno una lunga storia. Dei giovani intellettuali si erano resi conto di questa stagnazione e sognavano di introdurre presso noi i principi di un'economia marxista supposta incontestabile, che aveva conquistato l'Università. Quando si sarebbe dovuto trarre da noi stessi, cioè dai nostri principi, gli elementi di una evoluzione teorica necessaria, sognarono di sposare insieme la morale e l'arte di vivere degli anarchici con il materialismo dialettico, il che portava forzatamente ad un vicolo cieco l'uno dipendendo dall'altro. Coloro che tentarono di introdurre  questo rinnovamento nei nostri ambienti e che facevano parte insieme a Maurice Fayolle e alcuni altri compagni  al gruppo Louise Michel, si scontrarono allora con il pericolo di politicizzazione della Federazione anarchica e si dimisero. Ma se è vero che salimmo sul treno in marcia fummo presenti durante l'intero mese di questo maggio di contestazione.

È dopo il galà del gruppo Louise Michel, alla Mutualité, in cui per la prima volta Léo Ferré cantò la sua canzone les anarchistes, che i militanti risalendo verso rue Gay-Lussac si batterono tutta la notte a fianco degli studenti. Vedemmo la Federazione anarchica con le sue bandiere nere alla testa dell'immenso corteo che attraversò Parigi  da la Répubblique a Denfert-Rochereau. Durante l'occupazione della Sorbona, i suoi militanti si installarono in una serie di edifici che davano su rue St-Jacques. Erano presenti la notte in cui i CRS tentarono di asfissiare gli occupanti e quelli che erano presenti si ricordano di Suzy Chevet e delle militanti che lanciavano i secchi d'acqua nel cortile per far cadere i gas. Furono sulle barricade, erano alla Borsa quando essa fu incendiata, erano a Charlety... Per parte mia, partecipavo a numerosi incontri anarchici, ad Assas con Morvan Lebesque e Maurice Laisant, alla Sorbona, a Censier, ecc.

Abbiamo corso, abbiamo parlato, poi abbiamo riflettuto su questa "festa" che ci portava non sapevamo dove, condotta da non sapevamo chi! Ed è da questa esperienza che la Federazione anarchica decise di non partecipare a dei moviemnti di massa nella misura in cui non fosse stata informata degli scopi e del carattere degli organizzatori. Poi la "festa" terminò.

 

Cosa ne resta?

 

Gli uomini, innanzittutto? Gli uomini sono gli uomini, la maggior parte sono stati recuparati, sia da partiti sia da professioni nobili e maggio 1968 non è più per essi che un ricordo che si racconta tra il dolce e la frutta.

 

Dove sono tutti quei giovani che giudicavano la Federazione anarchica troppo organizzata, troppo centralizzata? Dopo aver gettato la loro rabbia in faccia a papa, al professore ed alla società, sono incappati nella Federazione anarchica e sono andati a riconvertirsi nei partiti o in organismi di Stato su cui vomitavano. Sì, gli uomini sono gli uomini ma noi siamo sempre qui, nella lotta libertaria!

Per le idee, è un'altra cosa. Maggio 68 ha assestato un colpo fatale all'ideologia dei partiti di sinistra ed alla loro teoria marxista. Contestando il marxismo ufficiale dei partiti politici e ripiegandosi sul Marx delle opere giovanili, maggio 68 ha messo in moto un processo irreversibile. Gli uomini si sono messi a riflettere e oggi Stalin, Lenin, Mao, Castro e molti altri hanno sgomberato il Pantheon rivoluzionario in cui si credevano installati per l'eternità allorché Marx è ridotto a dimensioni che sono quelle di tutti gli economisti del secolo XIX e nient'altro.

Infine, maggio 68 ha rovesciato i rapporti che gli uomini intrattenevano tra di loro e di tutte le formule meravigliose che i giovani inventarono, ce n'è una che ha superato il tempo delle barricade e che si rivela ogni giorno più vero, è quella che proclamava:


"Ce n'est qu'un début, continuons le combat!".

 

Maurice Joyeux

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Mai 68: sous les plis du drapeau noir

LINK interni al blog concernenti scritti di Maurice Joyeux:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS


LINK interni su Maurice Joyeux:
Jaqueline Lamant, Maurice Joyeux, 1910-1991

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Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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8 luglio 2009 3 08 /07 /luglio /2009 17:14
Resistenze anarchiche in URSS
 negli anni 20 e 30






Abbasso il marxismo, abbasso la repubblica dei soviet,
Abbasso le cellule dei bolscevichi.
Crediamo fermamente alla violenza,
Alla solidarietà delle nostre canzoni e alle nostre baionette.
Abbasso, abbasso mormorano le foreste e le steppe,
Spezzeremko le catene del comunismo
E questo sarà la nostra ultima lotta.

[Canzone anarchica popolare... dei gulag]





Lo schiacciamento definitivo degli anarchici russi è comunemente datato al 1921. Quell'anno, il movimento Makhnovista è vinto dall'Armata Rossa e la Comune di Kronstadt, ultimo bastione dello spirito libertario del 1917, è annegato nel sangue da Trotsky e consorti.
La maggior parte delle opere che si occupano dell'anarchismo in Russia e della sua storia, si fermano a questa data o non trattano che molto superficialmente gli anni successivi, senza mai andare oltre il 1937, anno che vede la sparizione delle grandi figure della rivoluzione. Ma l'attività degli anarchici in URSS non ha mai cessato sino ai giorni nostri, benché molto ridotta e che spesso, a causa della natura stessa del regime sovietico, il suo teatro abituale fu la prigione o il gulag.
Dopo il 1921, ogni propaganda anarchica è severamente repressa, tranne alcune eccezioni tollerate dal regime e destinate a conferirgli un'immagine liberale: le librerie e le edizioni Golos Truda di Mosca e di Pietrogrado, la Croce Nera anarchica ed il museo Kropotkin. Le edizioni Golos Truda pubblicano così le opere complete di Bakunin e un libro di Alexis Borovoï sull'anarchismo in Russia. Il museo Kropotkin apre nel 1921, dopo la morte del celebre anarchico, nella sua casa di Mosca, su iniziativa di un gruppo di anarchici e della sua vedova. Infine una organizzazione, la Croce Nera, che ha come  scopo di fornire aiuti agli anarchici imprigionati, è anch'essa tollerata, ma la sua attività è molto debole. Le sue istituzioni sono autorizzate dal potere sovietico unicamente perché esso vi trova dell'interesse. Esse non esistono o non sono attive che a Leningrado e a Mosca, vetrine dell'URSS per l'estero.
In provincia niente è possibile: la letteratura anarchica, tollerata a Mosca, vi è proibita. Ad esempio, le opere di Kropotkin sono sequestrate a Jaroslav, dei libri di Golos Truda a Kharkov. La Ceka poi il G.P.U. li utilizzano per individuare più facilmente i simpatizzanti anarchici. Vi sono in permanenza degli informatori alla Croce Nera e tutti i visitatori del museo Kropotkin sono fotografati a loro insaputa [1]. Sia quel che sia, il loro margine di azione sarà sempre limitato. Nel 1926 Golos Truda pubblica un opuscolo per il 50° anniversario della morte di Bakunin con l'autorizzazione della censura. Ma alla sua uscita, il G.P.U. lo confisca e brucia. Uno dei membri di Golos Truda, Ukhin, è arrestato poi confinato a Tashkent per aver diffuso degli esemplari di questo opuscolo (il motivo esatto della condanna è "distribuzione di letteratura illegale" [2]. Con l'affermarsi del potere di Stalin , queste istituzioni legali a poco a poco diventeranno inutili. La Croce Nera è dissolta sin dal 1925 ed i suoi principali animatori imprigionati. Le librerie di Mosca e di Leningrado sono chiuse nel giugno del 1929 a seguito di una ondata di arresti che colpisce gli ambienti anarchici. Il motivo ufficiale di questa retata è la pubblicazione di un libro, La dittatura bolscevica ed il punto di vista anarchici [3]. Il museo Kropotkin è chiuso nel 1938, alla morte della sua vedova. Ma i suoi principali animatori erano già scomparsi durante le grandi purghe [4].
Parallelamente all'attività legale, un'attività clandestina prosegue malgrado la costante sorveglianza del G.P.U. Se ne trova l'eco per gli anni 1922-23 sia a Pietrogrado sia a Mosca nelle cronache della repressione, che si possono leggere nei giornali libertari esteri.
Nel 1924, un gruppo anarchico relativamente attivo esiste tra gli operai di Pietrogrado, ma deve cessare la sua attività quando la sua esistenza è scoperta dalla polizia politica [5]. Lo stesso anno, Nicolas Lazarevich organizza con qualche altro operaio anarchico un gruppo anarco-sindacalista alla fabbrica Dynamo di Mosca che pubblica molti volantini (contro gli abbassamenti dei salari, contro l'accordo economico tra l'Inghilterra e l'URSS, contro le campagne tayloriste, presentando sempre un'alternativa sindacalista-rivoluzionaria). I volantini sono diffusi la notte sui banchi da lavoro delle officine, incollati sui manifesti ufficiali, letti in pubblico o trasportati sotto il mantello. Il gruppo è infine individuato e smantellato dagli arresti [6]. Anche in provincia, un'attività clandestina persiste. In Ucraina, esistono  molti gruppi a quest'epoca nelle città e tra i contadini, Alcuni pubblicano dei volantini. Nel 1924, il "Gruppo di anarchici del sud della Russia" fa giungere un lungo documento sulla situazione ai loro compagni esiliati. È la loro sola attività conosiuta [7]. Questa debole propaganda sembra quindi aver avuto qualche risultato: l'ondata di scioperi che scuote Mosca e Pietrogrado nell'agosto e settembre del 1923 è dovuta in gran parte ai menscevichi, ma in molti casi agli anarchici.
Come regola generale, i gruppi di cui conosciamo l'esistenza sono quelli scoperti dalla polizia segreta. Ne smantellerà sino agli inizi degli anni trenta, e in seguito ci sarà un'interruzione di una quindicina di anni. Nel 1925, un gruppo anarchico composto di sarti è esiliato da Mosca per aver condotto una lotta contro gli "specialsiti" di una fabbrica, protestando essenzialmente contro gli alti salari attribuiti a quest'ultimo [8]. Alla fine dell'estate del 1926, un gruppo di molte decine di anarchici viene arrestato a Leningrado per propaganda illecita [9]. Nel maggio del 1928, una cinquantina di operai libertari della stessa città sono arrestati in seguito alla circolazione di un volantino anarchico [10]. Nel 1930, un gruppo anarchico è smantellato a Tcheliabinsk: disponeva di una tipografia clandestina che pubblicava dei testi anarchici, stranieri soprattutto e intratteneva delle relazioni con l'estero [11].
Esiste inoltre una notevole attività individuale. In occasione dell'affare Sacco e Vanzetti, sfruttato a fondo dalla propaganda comunista, alcuni anarchici si manifestano: Nicola Beliaeff e Arterne Pankratoff, in esilio a Qyzylorda nel Turkestan, sono tratti in arresto poi deportati in Siberia, per aver preso la parola in un meeting. Essi protestavano che un campo dell'aviazione fosse stato chiamato con i nomi di Sacco e Vanzetti, quando gli anarchici erano imprigionati e perseguitati [12]. Un altro anarchico, Warchavski, è imprigionato alla stessa epoca perché possiede degli opuscoli, editi clandestinamente in occasione della loro esecuzione, che denunciavano lo sfruttamento del caso da parte del regime sovietico. Si conosce anche l'attività di Ivan Kologriv, scaricatore di porto anarchico condannato nel 1930 per agitazione antimilitarista [13].Nel 1931, Bestoujev, anarchico bolscevico (cioè sostenitore critico del regime) è licenziato dalla sua impresa, perché rifiuta, conformemente alle sue opinioni anarchiche, di partecipare all'elezione del soviet locale [14].
L'attività di anarchici in libertà non supera l'inizio degli anni 30. Prima delle stesse grandi purghe staliniane che decimeranno i rivoluzionario (e non soltanto essi), le sole informazioni che riescono a filtrare in URSS riguardano gli anarchici che sono in prigione o in esilio. E quando, di nuovo, un'attività anarchica avrà luogo fuori dai campi, verso la fine degli anni 40, sarà non concernerà più dei fatti riguardanti i veterani del 1917 ma, al contrario, giovani nati nella Russia sovietica.
Il sistema repressivo collaudato dai comunisti ha naturalmente portato la maggior parte dei militanti anarchici attivi in prigione, in deportazione o in esilio. Ma essi non hanno abbandonato la lotta, anche se lo scopo non era più la rivoluzione, ma la resistenza all'arbitrio penitenziario. Essi partecipano, insieme alle correnti socialiste della Rivoluzione, socialisti rivoluzionari e socialdemocratici, alla lotta per conservare i vantaggi dello statuto di prigioniero politico ereditato dallo zarismo: niente lavoro forzato, corrispondenza libera, circolazione libera nel campo ad ogni ora del giorno e della notte.
A partire dal 1921, i prigionieri politici vengono internati alle isole Solovki, nel mar Bianco, in un antico monastero. Sono radunate qui tutte le correnti politiche perseguitate all'epoca e dunque numerosi anarchici. Essi hanno in quest'epoca lo stesso statuto dei tempi dello zarismo. Nel dicembre del 1923, quando l'arcipelago è tagliato fuori dal resto del mondo dall'inverno, alcuni diritti sono soppressi: limitazione della corrispondenza e diverse altre cose, di cui soprattutto il permesso di uscire dagli edifici dopo le sei di sera. Come forma di protesta, dei volontari socialisti rivoluzionari ed anarchici progettano di uscire sin dal primo giorno dopo le sei di sera. Ma prima della stessa ora del coprifuoco, i soldati sparano sui prigionieri che stanno fuori. Si contano sei morti e diversi feriti. Dopo questo "incidente", il regime politico viene mantenuto. Alla fine del 1924, nuove minacce pesano sullo statuto politico. Tutte le frazioni politiche si accordano di nuovo per esigere l'evacuazione dall'arcipelago prima dell'arresto della navigazione, minacciando di effettuare uno sciopero della fame collettivo. Mosca respinge l'ultimatum e lo sciopero comincia. Tutte le persone valide lo effettuano. Dei medici scelti tra i detenuti sorvegliano ogni scioperante della fame. Ma le autorità che sono indifferenti a questo sciopero si accontentano ad aspettare. Dopo quindici giorni, dei dissensi si fanno sentire tra i partecipanti che sono numerosi e le correnti diverse. Un voto segreto si pronuncia per la fine dello sciopero. Non è una vittoria, senza essere una sconfitta: il regime politico sarà mantenuto [15].
Durante la primavera del 1925, le Solovki sono evacuate. Nei fatti, si tratta di una manovra delle autorità per spezzare la resistenza. Gli "starostats" (prigionieri eletti per ogni frazione politica ed incaricati di parlamentare con le autorità) sono internati nei campi di solamento di Tobolsk, mentre il resto dei prigionieri è incarcerato nei campi di isolamento di Verkhny-Uralsk. La Ceka applica la norma "dividere per regnare" moltiplicando i luoghi di detenzione: oltre Tobolsk e Verkhny-Uralsk, esistono altri campi di isolamento politici a Iaroslav, Verkhné-Udinsk Suzdal, in più le isole Solovki sono riutilizzate come campo sin dal 1926, senza contare i numerosi luoghi di deportazione o di relegazione in Siberia o in Asia centrale [16]. Possediamo alcuni dati numerici su queste prigioni: vi erano a Verkhny-Uralsk, nel 1927, 200 prigionieri di cui 80 socialdemocratici, 60 anarchici e 38 socialisti sionisti, il resto era apartitico. A Verkhny-Uralsk, nel 1928, sono internati 189 detenuti di cui 30 anarchici. All'arivo di Ciliga in questa prigione nel 1930, si rilevano 140 comunisti (trotskysti) contro 50 anarchici e socialisti. Alla sua partenza nel 1933, vi sono 180 comunisti contro 80 anarchici e socialisti [17].
La storia della resistenza anarchica nelle prigioni non è più che una successione di provocazioni dell'amministrazione penitenziaria e di repressioni. Nel 1926, Grigoriev, contadino anarchico, tenta di suicidarsi con il fuoco perché non sopporta più d'essere isolato in una cellula e di essere privato da ogni attività. Uno sciopero della fame di sette giorni è portato avanti da altri detenuti, invano, affinché sia messo nella stessa cellula dell'anarchico Kalimassov. Grigoriev riuscirà al suo secondo tentativo  di suicidio [18]. Lo stesso anno, a Tobolsk, i guardiani provocano gli anarchici della cellula n°6 rifiutando loro di condurli ai lavandini come ogni mattina. Per protestare, nel pomeriggio essi rovesciano le tinozze piene in corridoio. La cellula si dichiara collettivamente resposabile di quest'atto, tutti vengono puniti ed uno sciopero della fame ha inizio. Il nono giorno, il direttore revoca la punizione, ma poiché occorrono dei colpevoli, due prigionieri vengono trasferiti a Mosca. Essi pagano per gli altri: accusati di disobbedienza, sono inviati alle Solovki [19]. Questi due esempi tra tanti altri illustrano perfettamente il clima che regnava allora nelle prigioni sovietiche.
La maggior parte dei detenuti evacuati dalle isole Solovki nel 1925 si è ritrovata a Verkhny-Uralsk. La resistenza per il mantenimento dello statuto politico prosegue, malgrado le sconfitte: la circolazione tra le cellule è vietata; gli "starostats" vengono rieletti, ma essi non possono più entrare in contatto con i detenuti di altre cellule oltre la loro. La divisione ostacolò la lotta. Verso il 1928, un nuovo sciopero della fame ha luogo in seguito ad un incidente. Ma l'atmosfera non è più la stessa che alle Solovki. Un'intervento delle guardie, che percuotono gli scioperanti, provoca la fine del movimento che non ha ottenuto nulla [20]. Nell'aprile del 1931, una sentinella spara su un detenuto trotskysta in piedi davanti alla finestra della sua cellula e lo ferisce gravemente. I 150 detenuti comunisti iniziano uno sciopero della fame ed alcuni anarchici si associano per solidarietà. In capo ad una settimana, lo sciopero è sospeso per lasciare il tempo a Mosca di rispondere alle rivendicazioni. La risposta non giungendo in capo a due mesi, il movimento riprende e dopo undici giorni termina vittoriosamente. Ciliga, che ha partecipato a questo sciopero, menziona anche altri due tentativi di lotta nell'estate del 1929 e nel febbraio del 1930 che sono stati repressi con la forza ed un altro ancora nel maggio del 1933, represso anch'esso. Egli parla degli anarchici come di prigionieri pronti a sostenere non importa quale gruppo per lottare contro l'amministrazione. È tra di loro che vi erano più decessi durante gli scioperi della fame [21].
I magri vantaggi che restano ai prigionieri politici si sfilano progressivamente. Sin dal 1934 ad esempio, i libri proibiti da molto tempo in URSS, ma ancora tollerati nelle prigioni politiche, sono confiscati: Trostsky, Bakunin, Kropotkin per quel che riguarda gli autori politici [22]. Nel gennaio del 1937 si svolge nel campo d'isolamento di Iaroslav l'ultimo sciopero della fame collettivo dei prigionieri politici delle Solovki. Gli ultimi superstiti presentano le loro rivendicazioni di sempre: elezioni di "starostats", libera circolazione tra le cellule, ecc. Dopo quindici giorni di sciopero, essi vengono nutriti artificialmente, ma ottengono alcuni vantaggi che saranno sottratti alcuni mesi dopo. È l'ultima manifestazione collettiva degli anarchici, dei socialisti-rivoluzionari e dei socialdemocratici imprigionati durante la rivoluzione [23].
La solidarietà tra gli anarchici e le correnti socialiste è molto forte in prigione come al confino. Questa lunga lotta condotta unitariamente per quasi quindici anni ne è la prova. Vi sono altri casi di aiuto reciproco: ad esempio a Tchimkent, sino all'inizio degli anni 30, i relegati socialisti-rivoluzionari, socialdemocratici ed anarchici alimentano una cassa segreta per i loro compagni del Nord. In effetti, se si trova facilmente del lavoro a Tschimkent, anche quando si è relegati, è del tutto differente nel nord siberiano dove numerosi deportati non hanno alcun mezzo di sussistenza [24].

 

 

Iztok N°1 e riedito dai Cahiers du vent du ch'min



NOTE

[1] La situation actuelle en Russie, [La situazione attuale in Russia], in: Revue anarchiste, 1924.
[2] Le Libertaire, 10-6- 27.

(3) Le Libertaire, 12-10-29.
(4) La situation actuelle en Russie, Paul Avrich, Les anarchistes russes, [Gli anarchici nella rivoluzione russa, La Salamandra, Milano, 1976].
(5) La situation actuelle en Russie.
(6) Nicolas Lazareviteh, Ce que j'ai vécu en Russie [Quel che ho vissuto in Russia].
(7) La situation actuelle en Russie.
(8) Le Libertaire, 9-10 25.

(9) Le Libertaire, 21 4 27.

(10) Le Libertaire. 10 8 28.
(11) Anta Ciliga. Au pays du mensonge déconcertant [Nel paese della grande menzogna, Jaka Book, Mialno].
(12) Le Libertaire, 01 5 28.

(13) Le Libertaire, numero speciale, febbraio 1931.

(14) Le Libertaire, 24 4 31.
(15) Alexandre Soljénitsyne, L'archipel du goulag, [Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano].
(16) Le Libertaire, 20.5-27.
(17) Idem e Ante Ciliga, Nel paese della grande menzogna.
(18) Le Libertaire, 04 3 27

(19) Le Libertaire, 27-5-27.
(20) Arcipelago Gulag.

(21) Nel paese della grande menzogna.
(22) Idem. (23) Arcipelago Gulag.

(24) Idem.



[Traduzione di Ario Libert]

 


LINK al post originale:
Résistence anarchiste en URSS 1920-30



LINK pertinenti alla tematica trattata:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La Makhnovishina
La rivoluzione spartachista

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19 giugno 2009 5 19 /06 /giugno /2009 17:11

La Makhnovishina

makhnov

di Y. B.

 

 

1917petrogradsoviet assemblyQuando scoppia la rivoluzione russa, i partiti politici non svolgono alcun ruolo. La popolazione prende in mano il suo destino organizzando liberi soviet (o consigli) di operai, contadini e soldati. Ma per gestire la società, si pose un problema. Due soluzioni erano possibili: trasmettere al potere politico la rivoluzione in corso o incoraggiare l'auto-organizzazione delle masse.


lenin8Gli anarchici e con loro alcuni socialisti-rivoluzionari (populisti) hanno sostenuto questa seconda strada. La loro influenza cresceva da quando avevano partecipato ai combattimenti contro lo zarismo. Lenin dirige nel 1918 un partito bolscevico allora in pieno sbaraglio. Chiama i suoi militanti a prendere il potere "altrimenti l'ondata di anarchia presente può diventare più forte di noi". Insegue gli eventi per raggiungere lo slancio popolare. Dopo la presa del Palazzo d'Inverno (sede del governo moderato) nell'ottobre del 1917 e la liquidazione del parlamentarismo, l'imposture non tarda ad esplodere. I bolscevichi confiscano la rivoluzione. Creano un nuovo Stato burocratico e poliziesco. Eppure era un anarchico, Jelezniakov, che aveva preso l'iniziativa di cacciare i deputati per cedere il potere ai soviet. Per Lenin, non c'è c'era nessun problema!


Le Guardie nere


A Mosca e nelle principali città, gli anarchici avevano creato delle unità di autodifesa: le Guardie Nere. Esse potevano tener testa la Ceka, la polizia politica dei bolscevichi. Di conseguenza, nell'aprile del 1918, quest'ultimi lanciarono un attacco a sorpresa contro i locali delle Guardie Nere. Il giorno seguente, il quartiere dove erano scoppiati i combattimenti offriva un aspetto terribile: i colpi di cannone avevano trasformato le case in rovine, tra gli immobili a pezzi e le mura crollate, nei cortili e sulle strade, giacevano dappertutto dei cadaveri. Dappertutto, si potevano vedere anche dei resti insanguinati di corpi umani, teste, braccia, intestini o orecchie ed il sangue scorreva lungo i canali di scolo dei marciapiedi. Il governo bolscevico aveva trionfato" [1]. Vi furono molte decine di morti e centinaia di arresti. Di fronte alla protesta popolare, Lenin e Trotsky dovettero liberare degli anarchici ma le organizzazioni furono proibite. Da quel momento l'esistenza del movimento si svolse nella clandestinità o in galera.


Nestor Makhno


Un solo movimento conservava la sua libertà: quello di Makhno in Ucraina, Nestor Makhno è nato nel 1889 da una famiglia di contadini poveri. Lavora nelle fattorie del suo villaggio (guliai-Pole), poi come operaio. Nel 1906, Makhno aderisce al gruppo anarchico locale. Partecipa a delle azioni contro i ricchi (industriali, grandi proprietari) ma il gruppo è scoperto e arrestato. Makhno è condannato a morte ma rifiuta di chiedere la grazia: Non possiamo chiedere nulla a quel delinquente dello zar... questi criminali ci hanno condannato a morte, che ci appendano dunque. Alla fine, la sua giovane età lo salva da una esecuzione. Marcisce in carcere prima di essere liberato dalla rivoluzione. Diventa responsabile di un soviet di contadini e di un sindacato di operai. Alla testa degli abitanti del villaggio, pratica l'espropriazione dei grandi proprietari per dare i loro beni al popolo. Makhno diventa un nuovo Robin Hood nello spirito dei contadini.


Quando il governo bolscevico cede l'Ucraina ai Tedeschi ed agli Austriaci, Makhno deve fuggire e recarsi a Mosca. Vi incontra Lenin che gli spiega che gli anarchici perseguitati sono in realtà dei banditi. Alla fine dell'incontro, Lenin afferma che Makhno è il solo "vero " anarchico! Makhno lascia il dittatore preoccupato per il futuro della rivoluzione. Incontra anche degli intellettuali anarchici di cui deplora la mancanza di energia.


Di ritorno in Ucraina, Makhno scopre che gli Austriaci hanno ucciso parte della sua famiglia e bruciato la sua casa. Subito, crea un gruppo di partigiani, combattenti sotto la bandiera nera. I partigiani portano dei duri colpi al nemico. Essi attaccano sempre di sorpresa, spariscono grazie alla complicità dei contadini che nascondono i loro cavalli. Presto la reputazione di Makhno è tale che numerosi gruppi si uniscono a lui. Però, mai ne sarà il capo. Lui e tutti gli ufficiali della "Makhnovishina" sono eletti e revocabili dai loro uomini. Un vero spirito libertario vi regna... Nel novembre 1918, l'Ucraina è evacuata dagli Austro-Tedeschi e Makhno tiene a bada le armate bianche zariste. Può incoraggiare le pratiche libertarie. Dei congressi regionali di contadini e di insorti coordinano l'attività economica. I combattenti sono sotto lo stretto controllo della popolazione. I contadini non si esimono dall'effettuare delle critiche, comprese a Makhno stesso. Quest'ultimo preferisce sostenere le aspirazioni dei contadini piuttosto che di imporre loro una dottrina. Un anarchismo istintivo traspariva chiaramente in tutte queste intenzioni della classe contadina lavoratrice d'Ucraina, i quali esprimono un odio non dissimulato per ogni autorità statale, sentimento accompagnato da una netta aspirazione a liberarsene [2].

 

L’azione di Kovalevich

 

Altrove in Russia , la situazione si aggrava. I bolscevichi arrestano, torturano e giustiziano gli oppositori. Un ferroviere chiamato Kovalevich era responsabile sindacale a Mosca. Perseguitato dal regime, si era rifugiato in Ucraina. Quando rientra nella capitale. è accompagnato da un gruppo di operai armati che diventano una organizzazione clandestina. Nei loro volantini, chiamano ad una nuova rivoluzione contro i bolscevichi. Rispondendo alla violenza con la violenza, fanno saltare l asede del partito comunista il 25 settembre 1919. Saranno uccisi dalla polizia o si faranno esplodere per non arrendersi. Dopo questo atto, la repressione si intensifica. Makhno acquistando troppa influenza in Ucraina, il regime bolscevico ha deciso di distruggerlo. Come poteva tollerare questo progetto di dichiarazione dei makhnovisti?: Consideriamo che, in un futuro vicino, tutte le classi lavoratrici (...) procederanno da sé all'organizzazione della loro vita professionale, economica, sociale e culturale, a partire da principi liberi, senza la tutela, la pressione e la dittatura di qualche personalità, partito o potere che sia" [3].

 I bolscevichi scatenano le ostilità arrestando i delegati dei soviet. Trotsky avrebbe dichiarato che era meglio consegnare l'intera Ucraina a Denikin (generale zarista) che dare possibilità alla makhnovishina di svilupparsi. Una taglia è posta sulla testa di Makhno. L'Armata rossa e la guerriglia si affrontano in una vera guerra. Ma se Trotzky preferiva la peggiore delle reazioni a Makhno, eccolo servito: un generale zarista, Wrangel, riorganizza le armate bianche ed invade l'Ucraina. Respinge i bolscevichi. Lenin prepara un'eventuale evacuazione ndi Mosca! I bolscevichi propongono a Makhno un'alleanza. Questi accetta per neutralizzare il nemico prioritario. La makhnovishina riporta una vittoria contro Wrangel, permettendo all'Armata rossa di vincerlo. Subito, Trotzky rompe la tregua e lancia l'offensiva contro Makhno. I suoi principali ufficiali sono catturati a sorpresa e fucilati. La popolazione è terrorizzata. Le unità makhnoviste si battono uno contro cento e spariscono a poco a poco. Makhno riuscirà a resistere sino al 1921. Ma finisce con l'isolarsi. È talmente ricoperto di ferite che i suoi ultimi uomini lo trasportano in barella!

 Le calunnie

Rifugiato a Parigi, Makhno diventa operaio e conduce un avita di miseria, Muore nel 1935 consunto dalla malattia ed anche dal rimorso, Infatti, i servizi segreti sovietici divulgarono delle calunnie di cui alcune hanno avuto grande successo. Così Makhno fu accusato di atti antisemiti, di pogrom. Eppure era facile provare che degli ebrei avevano occupato delle cariche importanti nell amakhnovishina. Makhno protestò in molti articoli contro queste calunnie: Ogni tentativo di pogrom o di saccheggio fu da noi soffoccato sul nascere. Coloro che si resero colpevoli di tali atti furono sempre fucilati sul posto [4]. E citava degli esempi precisi, cosa che non facevano mai i suoi accusatori. Malgrado ciò le voci sono durate a lungo e non è che di recente che è stat smentita del tutto.

 Da parte ebraica, non si crede più a queste calunnie. Una recente pubblicazione, a Gerusalemme, basata sulla Encyclopedia Judaica riabilita Makhno [5]. Nell'URSS stessa, la riabilitazione è anche qui cominciata. Nelle riviste dell'Armata rossa, si fa l'elogio dello stratega Makhno quando sino a poco prima era giudicato un bandito! Anche gli storici revisionano il loro punto di vista. La rivista dell'Unione degli scrittori dell'URSS, Literaturnaja Gazeta, ha realizzato un importante numero monografico su Makhno nel febbraio 1989. Certo, il cosacco anarchico veniva criticato, ma questa volta come avversario politico e non come un bandito antisemita. L'aspetto più sorprendente della riscoperta di makhno è il suo successo presso dei gruppi di rock sovietici. Spesso contestatori, i musicisti si servono del suo ricordo per criticare i regime comunista.

 Il ricordo del cosacco anarchico resta vivo in URSS. Questo potrebbe far rinascere la speranza rivoluzionaria in questo paese. L'epopea dei Makhnovisti non ha finito di nutrire il sogno di libertà.


Da: "Le soleil Noir", n° 1, 1990.

 


NOTE:

 

[1] R. Rocker, I soviet traditi dai bolscevichi, Parigi, 1973, p. 27.

[2]  Makhno, Il grande Ottobre in Ucraina, in: La lotta contro lo Stato ed altri scritti, Parigi, 1984.

[3] Cit. da: A. Skirda, I Cosacchi della libertà, Parigi, 1989.

[4] Makhno, La makhnovishina e l’antisemitismo, in op. cit.

[5] Israel Pocket Library, Anti-Semitism, Keter Books, Jérusalem, 1974.

 

 

[Traduzione di Ario Libert] 

Link al post originale:

La Makhnovishina 

 

LINK pertinenti alla tematica trattata:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La rivoluzione spartachista
 
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Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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