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25 dicembre 2011 7 25 /12 /dicembre /2011 06:00
La leggenda di Natale

piccola-storia--03.jpgDedicata ai bambini dell'anno 3000 (o più)

 

di Albert Libertad

 

 

Seurat_Torre_Eiffel.jpgC'era una volta, molto tempo fa, verso l'anno 1900, un grande ammasso di pietre e di fango che i naturali di allora chiamavano Parigi. Era la capitale di un paese favorito da un clima temperato e dove i cereali, le vigne, i più bei frutti crescevano in abbondanza. Avvicinandosi a questi ammassi di pietre, vincendo gli odori pestilenziali che se ne sprigionavano, li si vedeva solcati da vie di ogni genere: le une larghe, costeggiate da belle case; le altre, strette, con, da ogni lato, in fila e strette, delle case dall'aspetto di topaie. Quel giorno, l'anno finiva; era festa in ogni città, ma la natura sembrava imbronciarsi e la neve cadeva a larghe falde. Malgrado ciò, lungo le strade, i magazzini gettavano fasci di luce e gli occhi erano attirati da ammassi di vettovaglie stranamente fornite di clienti.

LA-borsa--5.jpgI passeggiatori, gli acquirenti erano numerosi: gli uni, ricoperti da calde pellicce, andavano ridendo beati, fregandosene del freddo; gli altri, al contrario, camminavano con timore, erano ricoperti di stracci, attraverso i quali si disegnavano le loro ossa o si vedeva la loro pelle.

la-miseria--05Di quando in quando, i secondi assumevano verso i primi degli atteggiamenti di supplica, che non conoscete, cari bambini, ma che consistevano nel tendere la mano pronunciando delle parole senza senso, in tono dolente. Essi chiedevano l'elemosina, e cioè pregavano i fortunati di dar loro una parte del loro superfluo allo scopo di poter acquistare il necessario per essi e i loro figli. I tre quarti dei ben vestiti passavano indifferenti; altri, parsimoniosamente, cercavano nella loro tasca la più piccola offerta da dar loro.

trippone--10.jpgQuando i pezzenti si mostravano troppo intraprendenti, degli uomini vestiti tutti allo stesso modo, molto animatamente, li maltrattavano e li cacciavano dalle larghe vie; qualche volta li portavano anche via dopo aver messo delle catene alle mani. E vi era, allo stesso tempo tempo, così poca umanità, così poco rispetto della dignità umana, che le persone benvestite facevano cerchio e gettavano del lazzi ai poveri diavoli così trattati, e che i malvestiti curvavano il capo, abbassavano le loro spalle, cercando di far dimenticare il loro crimine di essere poveri avvallando gli atti degli uomini in uniforme.

trippone--11.jpgQuesti ultimi erano chiamati agenti della forza pubblica, erano mantenuti grandi e grossi; avevano come missione di difendere i benvestiti, i bennutriti, contro i pezzenti, i miserabili. Essi appartenevano, il che vi sorprenderà, a questa classe così sfortunata. Però chiacchieriamo molto senza entrare nel merito. Una donna si era persa tra questa folla. La sofferenza si leggeva sui suoi tratti, e la miseria dagli abiti poveri che la ricoprivano. Ma osservandola, la si capiva essere giovane, la si vedeva bella. Molte volte la sua mano aveva disegnato il gesto dell'elemosina, mai essa aveva avuto la forza di eseguirlo. Un'ultima fierezza irraggiava dai suoi occhi, tutto il suo essere si rivoltava contro l'avvilimento, la supplica.

steinlen-etude-de-femme-nue.jpgSpesso dei benvestiti l'avevano avvicinata e rivolto degli inviti volgari e, non appena indugiava davanti a una vetrina di alimenti deliziosi e invitanti, sentiva sul collo l'alito caldo di un uomo che le sussurrava: "Se vuoi salire da me, la camera e la stanza rotonda". È con grande difficoltà, cari bambini, se osate capire queste parole, tanto esse vi sembrano sorprendenti. La dignità della donna, il suo libero arbitrio, in quei tempi barbari, non erano più rispettati della dignità e libertà umana. La bellezza, la grazia, la giovinezza delle donne povere erano comprate dai benvestiti, i ricchi. Nulla secondo il loro volere era rispettato e i più vecchi, i più brutti in pelliccia avevano, quasi per un pezzo di pane, le più giovani e le più belle donne.

trippone--2.jpgSi ostentava allora una più grande morale e un grande pudore e le nostre libere unioni dei nostri tempi erano fortemente bandite: l'amore si faceva sempre attraverso intermediari, o si vendeva in appositi mercati. La nostra povera sconosciuta arrossì, si girò. L'uomo era vecchio, era brutto, degli occhi affondati nel grasso delle sue guance, due o tre menti, un grosso ventre... Oh, la sua giovinezza a questo vecchiaccio, a questo lurido gaudente. Esitò, poi apparve sul suo bel viso una contrazione, alzò le spalle... accettò.

Steinlen_Gust_of_wind.jpgSeguì l'uomo in un albergo, in qualche strada vicina alla grande arteria. E in una camera banale in cui si udivano le carreggiate venali, vendette il suo corpo alle bestiali carezze del passante. Soddisfatto, l'uomo se ne andò verso altri piaceri. Lei davanti all'albergo, guardava la "stanza rotonda" come smarrita, poi tornava in sé. L'atto che aveva appena commesso, era per quel metallo. Quel metallo, era del pane per il bambino che aveva fame; quel metallo era del carbone, per il bambino che aveva freddo... per il suo bambino, nella mansarda.

tissot_La_demoiselle_de_magasin.jpgEntrò come un turbine in un negozio, dove era esposto il pane dorato in tutte le sue forme. Delle inservienti che si affrettavano vicino a dei benvestiti, la osservarono con sospetto: "Una libbra di pane, per favore".

fourneau_Miche-de-pain.jpgPerché il pane, cari bambini, quest'indispensabile nutrimento, si vendeva così come ogni altra cosa. La servirono e, felice di avere del pane per sé, la poveretta, gettò la moneta sul bancone. Emise un suono sordo... Una voce cattiva diceva: "falsa, non bisogna farla a noi, piccola mia". Delle mani brutali le strapparono il pane e la spinsero fuori. Capì: era stata derubata, ingannata. Il sacrificio ultimo della madre per il figlio era stato inutile. Delle ingiurie venivano alla sua bocca contro l'avido che aveva mangiato la sua carne, respirato la sua giovinezza, senza volerle lasciare una briciola del suo benessere. Ma la sua testa vuota si curvò, grosse lacrime scorsero lungo le sue guance; scoraggiata, stanca, prese la strada delle vie strette, delle case nere, lasciandosi alle spalle il quartiere di lusso e abbondanza.

maseerel.gifE, nella strada più stretta, davanti la più nera casa, si fermò, seguì un lungo viale, salì la scala, e, in alto, trattenendo il respiro, lentamente aprì la porta della sua camera. Oh, l'orribile mansarda, oh il nero tugurio. Per terra un materasso sul quale due o tre sacchi erano gettati, vicino una tavola dagli assi malgiunti, un fornello i cui tre buchi spalancati sembravano gettare freddo, un baule grigio in un angolo ed era tutto. Un giorno smorto scivolava da un lucernaio il cui vetro rotto lasciava passare la brezza. Era tutto, dicevamo? No. In un angolo, gettando quasi una nota allegra, una culla. In questa culla tutto l'amore materno si disegnava vincitore; i mille nulla abbellivano questo nido. Un bambino di cinque o sei anni vi riposava.

Il primo sguardo della donna fu per lui. Ahimè! Ritornava a casa così come vi era partita, le mani vuote, niente pane, niente legna, era la morte, l'inevitabile morte. La sua morte, quella del cherubino, di quell'avvenire. I suoi occhi versarono lacrime, si avvicinò a passo lento alla culla. O ironia, il bambino sognando, sorrideva alla vista di qualche remoto paradiso, del vostro, oh cari bambini. Allora, trattenne il respiro, ma un desiderio di baciare questa carne innocente innocente, questa carne della sua carne, nacque, imperioso, e posò le sue labbra sulla fronte del bambino.

Questi aprì lentamente i suoi grandi occhi ancora pieni di gioia estatica, li gettò sulla madre in lacrime, sulla tavola vuota, sulla stufa spenta, e triste: "Oh, mamma! Non era che un sogno... ma che bel sogno! Non avevamo più fame... Non avevamo più freddo... mai più".



Albert Libertad

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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 La légende de Noël Dédiée aux petits-enfants de l’an 3000 (ou plus) 

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18 dicembre 2010 6 18 /12 /dicembre /2010 13:04

Dalla ponderosa tesi di laurea dell'autrice Caroline Granier, iniziamo a tradurre in ordine sparso e cioè a seconda del nostro grado di interesse e conoscenza delle tematiche trattate, il capitolo introduttivo all'argomento, e cioè il terzo capitolo della seconda parte intitolata "Una letteratura di lotta" del primo dei due volumi, intitolato "Panorama" di cui è composta l'opera globale intitolata Les écrivains anarchistes en France à la fin du dix-neuvième siècle [Gli scrittori anarchici in Francia alla fine del diciannovesimo secolo]. Con il tempo ci riproponiamo di tradurre integralmente quest'opera meritevole di esserlo per ovvi ed evidentei motivi, consapevoli come siamo che nessun editore, del notro beneamato belpaese, nel contesto attuale, si sognerebbe mai di farlo

 

 

[Capitolo III]: I romanzi degli anarchici





La forma del romanzo, ed in particolare il romanzo realista, sembra essere la forma idonea per esporre delle dottrine politiche. Pierra Masson ha dimostrato che il periodo 1871-1914 ha visto la pubblicazione di opere che tentavano di propagare delle opinioni politiche attraverso delle finzioni romanzesche, questo genere essendosi imposto"come il terreno ideale in cui esercitare un principio di autorità" [1] . Ma egli ci vede egualmente un periodo in cui si forma il romanzo a tesi, in cui lo scrittore era forse più libero che in in seguito di scegliere le sue tecniche , meno influenzato da ideologie costituiste.

Si parla anche molto, alla fine del dicianovesimo secolo, di "romanzo sociale". Inteso in senso ampio, l'espressione designa tutta la letteratura romanzesca portatrice di un avisione critica sulle relazioni sociali. In un'opera recente, Sophie Béroud e Tania Régin propongono un'altra definizione più ristretta, che ingloberebbe tutte le opere che scaturiscono da una letteratura impegnata sul versante del mondo operaio, che si siano accontentate di restituire le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, nelle sue molteplici componenti, o che abbiano assunto più apertamente una funzione di denuncia, di conoscenza e di formazione" [2].
Ecco come le due critiche presentano Le Roman Social [Il Romanzo Sociale]: "Prendendo in considerazione il sintagma 'romanzo sociale', abbiamo auspicato trattare una letteratura che non veicola l'ideologia dominante del capitalismo, ma al contrario, che giunge a stigmatizzarla quando essa espone o a fare prevalere un'altra visione del mondo" [3]. 

Queste problematiche sono molto presenti nelle riviste dell'epoca: con un po' di prospettiva, è verso il 1900 che si tenta di costituire una categoria chiamata "romanzo sociale". La Revue des deux mondes dedica un numero a "la rinascita del romanzo sociale" il 15 agosto 1904. La definizione elaborata da Poinsot e Normandy è ripresa, l'anno successivo, in un volume. I due critici osservano che il genere ha conosciuto una moda considerevole tra il 1820 e il 1900, citano Léon Blum (rispondendo ad un'inchiesta aperta da M. Montfort nella rivista Les Marges, nel luglio e ottobre del 1904) e la sua definizione del romanzo sociale come romanzo "che dipinge dei quadri sociali": "E noi aggiungeremo: il romanzo sociale è quello che, abbandonando i sentieri battuti della psicologia di una minoranza di oziosi, dirige la sua osservazione sulla maggioranza, cioè sulla folla dei lavoratori di ogni categoria (lavoratori intellettuali o manuali) e che, se studia specialmente dei tipi, considera i suoi eroi individuali nei loro rapporti con gli ambienti sociali che essi attraversano. Vedremo più avanti che questa letteratura utile reca in sé il suo valore d'arte così come ogni altra letteratura" [4].  


 Charles Brun, nel suo studio del 1910 Le Roman social en France, evidenzia che il romanzo è, con il teatro, "il genere che permette la maggior presa sul lettore" [5] . Rileva subito l'abbondanza di "romanzi a tesi" dopo gli anni dell'affare Dreyfus, che egli interpreta come il segno del carattere turbato dell'epoca. Ecco come egli definisce le caratteristiche del romanzo a tesi: "Di intenzioni tali, annunciate esplicitamente, sia nella prefazione dell'opera, sia nella prefazione dell'opera, sia con l'aiuto dei mezzi che l'ingegnosa pubblicità moderna e nostro desiderio di informazione moltiplicano ogni giorno, sia infine nel testo stesso, costituiscono quel che si potrebbe chiamare un carattere esterno del romanzo a tesi. Ve n'è un altro, altrettanto comodo da osservare: ed è o il costante intervento dell'autore, che rompe con l'intrigo per espandersi in dissertazioni (i romantici hanno abusato di questa procedura), o l'introduzione nel romanzo di un personaggio parente prossimo del "ragionatore" della commedia classica, e porta parola più o meno travestita dello scrittore" [6]. Secondo lui, la tesi, nel romanzo contemporaneo, "ha qualche cosa di più aggressivo e di più diretto" [7].

Il romanzo anarchico può essere un romanzo sociale, ma i due appellativi non si coprono. Mentre il romanzo sociale ha per eroe una collettività o almeno un personaggio rappresentativo di una collettività, i romanzi scritti dagli anarchici sono spesso dei romanzi dell'individuo, degli emarginati. Cos'hanno in comune i vari romanzi scritti dagli anarchici o militanti? Sono innanzittutto dei romanzi di denuncia, che propongono in modo più o meno esplicito una critca dell'ordine stabilito. Essi hanno un legame stretto con la loro epoca. Molti tentano di stabilire un rapporto particolare con il lettore, rapporto che non sia fondato sull'autorità. La particolarità di questi autori è che tutti accordano una grande importanza alle parole, al linguaggio, alla retorica che può così essere anche autoritaria. Così la scelta del romanzo è un modo di mettere all'opera un linguaggio che non sia autoritario, ma portatore di libertà.

Comincerei con una classifica tematica: che essi trattino dell'individuo, del paria o della collettività, numerosi romanzi pongono in scena delle lotte, delle rivolte. Mi attarderei in seguito sul genere molto apprezzato dagli anarchici del romanzo a chiave o del romanzo storico. Ma la production di questi scrittori non si colloca nel genere realitico: esistono numerose opere allegoriche o simboliche scritte dagli anarchici.

 

 

 

Disegno di Albert Lambert ritraente Mirbeau mentre legge una sua opera, 1905

 

 

 

Caroline GRANIER

[Traduzione di Ario Libert]

 


[1] Pierre MASSON, Le Disciple et l’insurgé, 1987, p. 8 [Il discepolo e l'insorto].

[2] Le Roman social…, 2002, p. 11 [Il Romanzo sociale].

[3] Ibidem.

[4] POINSOT et NORMANDY, Le Roman et la vie, 1905, p. 6 [Il Romanzo e la vita].

[5] Charles BRUN, Le Roman social en France…[1910], 1973, p. 47 [Il Romanzo sociale in Francia].

[6] Idem, p. 58.

[7] Ibidem.


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20 giugno 2009 6 20 /06 /giugno /2009 15:12


 

Han Ryner

 

La Rivolta delle Macchine

 

 


Il racconto

Un inedito assoluto di un autore molto interessante quanto del tutto sconosciuto nel nostro paese e  su cui ritorneremo numerose volte per presentare oltre alla sua biografia anche resoconti delle sue opere e naturalmente come è ora il nostro caso, delle opere vere e proprie, non ristampate da moltissimi decenni, molto più spesso invece, inedite del tutto.
La Rivolta delle Macchine [La Révolte des Machines], è quel che oggi chiameremmo un racconto di fantascienza o come sarebbe più giusto, visto che abbiamo frequentato, a suo tempo i migliori autori e critici del genere letterario, scientific romance [romanzo scientifico], alla Jules Verne o alla Albert Robida o alla Herbert G. Wells, ecc. se non fosse che Han Ryner non scrive mai senza aver sempre ben presente, da buon anarco-stoico, il suo imperativo etico più pressante: invitare ad un approccio critico dell'esistente che coinvolga il singolo e le collettività in un rapporto senz'altro dinamico.
La storia a base scientifica non è allora che il pretesto per operare una divulgazione attraverso la narrativa dei principi libertari più forti: la denuncia del dominio dell'uomo sull'uomo che nel racconto è trasferito metaforicamente invece su quello uomo-dio macchima-servo. L'apologia alla liberazione dalla servitù per consegnarsi al regno della libertà è molto più che trasparente. Tenendo conto che il racconto fu scritto nel 1896, alcune ingenuità saranno perdonate all'autore, tanto più che molte immagini sono molto valide e molti racconti di professionisti del genere della sua stessa epoca non temono il confronto con questa storia.


Han Ryner

Due parole sull'autore e sue opere in relazione al genere qui presentato che genericamente potremmo definire come fantastico: Han Ryner, pseudonimo o meglio ancora contrazione di Jaques Élie Henri Ambroise Ner (Han Ryner è infatti in francese omofonico ad Henri Ner) era innanzitutto, come vedremo ancor meglio in futuro, una delle tantissime figure di intelletuale o artista politicamente orientate in senso libertario della Francia della Belle Epoque, paese che conobbe una abbondantissima fioritura di questo tipo di ideologo divulgatore-artista. La sua propensione politica fu sempre rivolta alla denuncia attraverso gli scritti elaborati appositamente sotto forma di articoli per la stampa oppure voci per L’Encyclopedie anarchiste. Lo si può considerare uno scrittore-filosofo. In lui quel che più conta è la drammatizzazione delle idee a cui dedicò praticamente tutto se stesso. Ryner fu anche se non soprattutto pacifista, anticlericale, antiautoritario, ma soprattutto un forte individualista.


C'è però da riconoscere che le nuove forme di individualismo filosofico della sua epoca lo interessano soprattutto se in sintonia con quelle più note dell’antichità. È ad esse infatti che egli dedicò la maggior parte delle sue opere, sotto forma di scritti filosofici, di romanzi o racconti. Fu infatti un cultore dello stoicismo antico e questa sua passione è riflessa nei numerosi opuscoli dedicati alle loro dottrine, spesso attualizzate per adattarle ai tempi, e in alcune sue opere letterarie come ad esempio Les Chrétiens et les philosophes. Questa sua grande smania di propagandare le idee umaniste in cui credeva profondamente lo portano a collaborare con molte riviste e scrivere romanzi, poesie ed opere teatrali ritenute veicoli idonei più sia di propaganda ideologico -politica sia di educazione ad una dimensione etico-sociale volta a valorizzare la dimensione personale dell'individuo.

Durante la prima guerra mondiale Ryner andò decisamente controcorrente rispetto alla intellettualità francese dell’epoca e di molte altre nazioni, che optò per la cosiddetta Union Sacrée contro la Germania per riconquistare l’Alsazia e la Lorena perse a seguito della guerra franco-prussiana del 1870. Egli infatti si schierò decisamente contro la guerra e collaborò nei limiti del possibile alla stampa pacifista. Da buon anarchico denunciò i limiti della rivoluzione bolscevica nell’ex Russia zarista, dando spesso voce ai fuoriusciti del suo orientamento ideologico in numerosi articoli.

Per quanto riguarda il raccontino proposto in prima traduzione nel nostro paese: La rivolta delle macchine è il caso di notare che Ryner mostra di non conoscere limiti di genere quando si tratta di dare vita alle sue idee. Il racconto oggi non può che essere letto come una vera e propria favola edificante ed è giusto che sia così, va però evidenziato che Ryner fu anche un grande amico di J. H. Rosny ainé, reso celebre in tempi relativamente recenti dalla versione cinematografica del 1981, da parte di Jean Jacques Annaud, di uno dei suoi romanzi fantastorici o meglio fantarcheologici: La guerre du feu (La guerra del fuoco).


Ryner, di nuovo, immette nelle sue storie del fantastico, uno sfondo sociale di maggiore rilievo rispetto ad altri autori, lo scopo è la denuncia dell’iniquità delle società divise in classi in cui un gruppo sociale numericamente infimo sfrutta la maggior parte degli esseri umani negando loro una vita dignitosa. Ryner tornò al fantastico numerose volte. Rifacendosi alla lezione di Rosny ainé diede alle stampe il romanzo Les Pacifiques (I Pacifici), scritto già nel 1904 ma edito per tutta una serie di difficoltà soltanto nel 1914. Si tratta di una vera e propria descrizione di una società utopica alla Thomas Moore, in cui la principale preoccupazione dell’autore non è quella, ovviamente, di dare una descrizione-prescrizione di come dovrebbe essere realmente strutturata e gestita una società egualitaria quanto piuttosto, attraverso la descrizione di una civiltà di questo tipo e quindi senza classi, senza stato, senza eserciti, senza guerre, senza dominio dell’uomo sull’uomo improntata a forte libertà nei rapporti interpersonali, colpire per contrasto quella in cui viveva lui come d’altronde anche noi.


In un altro suo romanzo Les Surhommes (I Superuomini), del 1929, e dal significativo sottotitolo Roman Prophétique (Romanzo profetico), Ryner ambientava una vicenda ambientata in un futuro molto remoto, dopo una grande catastrofe planetaria a cui fa seguito il sopravvento di una razza superiore all’uomo: i mammut pensanti. È invece un romanzo di ambientazione protostorica La Tour des peuples (La torre dei popoli) romanzo del 1919, che riprende il mito della torre di Babele per narrare dei profondi conflitti tra gli esseri umani in nome di un’idea astratta di giustizia. Molto singolare La Vie Eternelle (La Vita Eterna) del 1924, in cui Ryner narra le reincarnazioni della donna amata dalla voce narrante, probabilmente una ripresa in forma nuova del dolore dell aperdita per la propria giovane figlia come aveva già fatto in Le Livre de Pierre. In L’Homme-Fourmi (L’uomo-formica), del 1901, Ryner racconta linvece lo strano caso accaduto ad uno entomologo che per un anno è trasformato in una formica proprio nella formicaio che egli stava studiando.In L’Autodidacte (L’autodidatta) del 1926, Ryner centra la sua narrazione sulla biografia dell’inventore del “volo ortogonale”, pretesto attraverso cui si lancia in una serie di riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la tecnica.


Speriamo al più presto di poter proporre qualcos’altro di questo grande e dimenticato autore.


 

La Rivolta delle Macchine


A quei tempi, Durdonc, Grande-Ingegnere d’Europa, credette di aver trovato il principio che avrebbe permesso molto presto di eliminare qualsiasi lavoro umano. Ma il suo primo esperimento causò la sua morte prima che il segreto fosse noto.

Durdonc si era detto: -I progressi primitivi furono l’invenzione di utensili che permisero alla mano di non subire più escoriazioni e non spezzarsi più le unghie con i lavori inevitabili: I progressi successivi furono l’organizzazione di macchine che la mano non maneggiava più e che dovette nutrire soltanto di carbone ed altri alimenti. Infine il mio illustre predecessore Durcar scoprì le macchine che sapevano assumere da sé il proprio nutrimento. Ma tutti questi progressi non hanno fatto che spostare la fatica poiché bisogna fabbricare le macchine e anche gli strumenti che servono alla loro costruzione.

E aveva continuato a sognare: -Il problema di cui esigo la soluzione è difficile, non impossibile. Il primo che costruì una macchina realizzò una larva vivente, un tubo digestivo ai cui bisogni gli uomini dovevano badare. A questa larva, informe sino ad ora, il mio illustre predecessore adattò gli organi di relazione che le permettono di cercare da sé i propri alimenti. Non resta che fornirle gli ingranaggi della riproduzione che ci dispenseranno d’ora in poi di creare.

Sorrise, mormorando a voce bassa una formula letta in qualche antica teogonia: -E il settimo giorno, Dio si riposò.

Durdonc usò per i suoi calcoli tanta carta da costruirvi un immenso palazzo. Ma infine vi riuscì.

La Jeanne, una locomotiva dell’ultimo modello, fu resa capace di generare, senza l’aiuto di un’altra macchina. Perché il Grande-Ingegnere, in quanto casto scienziato, aveva orientato i suoi studi sul settore della riproduzione per partenogenesi.

La Jeanne ebbe una figlia che Durdonc chiamò- per se stesso, perché custodiva gelosamente il segreto sperando di perfezionare la sua invenzione- Jeannette.

Vicina al parto, una notte, la Jeanne emise grida di sofferenza così terribili che gli abitanti della città ne furono sconvolti, corsero in ogni direzione cercando quale orribile mistero stesse per compiersi.

Non videro nulla. Durdonc, crudele, aveva fatto correre a perdi vapore la macchina dolorante verso la campagna più remota in cui lo strano evento si compì nell’ignoto.

Quando la Jeanne partorì, quando udì tutta fremente, la piccola Jeanne emettere il suo primo vagito, intonò un canto di gioia. La sua voce di metallo era trionfante come le trombe e tuttavia dolce e tenera come un flauto amoroso.

L’inno saliva verso il cielo, recitando: - Il Grande-Ingegnere in tutta la sua potente volontà mi ha animato di vita; Il Grande-Ingegnere, nella sua sovrana bontà, mi ha creata a sua immagine; Il Grande-Ingegnere, onnipotente e troppo buono per essere geloso, mi ha comunicato il suo potere di creare. Ecco che ho sentito i dolori creatori e che ora gioisco delle gioie materne. Gloria al Grande-Ingegnere per l’eternità e pace nel tempo alle macchine di buona volontà.

Il giorno seguente, Durdonc volle riportare la Jeanne al deposito. Essa lo supplicò: -Grande-Ingegnere, tu mi hai accordato tutte le funzioni di un essere vivente simile a te e, per ciò, mi hai ispirato i sentimenti che provavi tu stesso.

Il Grande-Ingegnere rispose, severo ed orgoglioso: -Sono libero da qualsiasi sentimento. Sono Pensiero puro.

In una nuova supplica, la Jeanne replicò: -Oh, Grande-Ingegnere, sei il Perfetto e io non sono che una creatura infima. Sii indulgente alla sensibilità che hai posto in me. Vorrei, in questa campagna remota che vide i miei primi violenti dolori e le mie prime profonde gioie, gustare la lunga felicità di allevare la mia Jeannette.

-Non ne abbiamo il tempo, affermò il Grande-Ingegnere. Obbedisci al tuo Padrone.

La madre cedette: -Oh, Grande-Ingegnere, so che la tua potenza è terribile e che sono di fronte a te come un verme o come una manciata di paglia. Ma abbi pietà del cuore che mi donasti e, se vuoi condurmi lungi da qui, almeno, porta con me la mia adorata figlia.

-Tua figlia deve restare e tu devi partire.

Ma la Jeanne, in una rivolta passiva ed ostinata: -Non partirò senza mia figlia.

Il Grande-Ingegnere esaurì tutti i mezzi conosciuti per far funzionare le macchine. Ne inventò anche di nuovi, molto potenti e molto eleganti. Nessun risultato.

Furioso della resistenza della sua creatura, una notte, mentre la madre dormiva, egli rapì la Jeannette.

Jeanne al suo risveglio, cercò a lungo la sua adorata figlia. Poi, rimase immobile e piangente, lanciando verso il Grande-Ingegnere assente delle urla penose. Infine il suo dolore si tramutò in collera.

Partì, molto risoluta a ricercare sua figlia.

Correva, sui binari, rapidissima. Ad un passaggio a livello, investì un bue, lo rovesciò. Lo schiacciò. Il bue, dietro lei, muggiva di furore.

Senza fermarsi, gli lanciò queste parole: -Perdonami, ma cerco mia figlia!

Ed il bue morì con deboli grida di dolore rassegnato.

Sui binari su cui correva freneticamente, davanti a sé, vide un treno, un pesante convoglio merci, lungo, ansimante, schiacciato dalla fatica, appena vivo.

Gridò: - Lasciatemi passare: cerco mia figlia!

I vagoni, con urti da truppa agitata, si misero a muoversi velocemente, rapidi, trepidanti, sino alla prossima stazione. Si precipitarono su un binario di parcheggio. Poi la locomotiva, staccandosi, partì a sua volta gridando: -Cerchiamo la bambina di Jeanne.

La Jeanne incontrò molti altri convogli. Al suo grido, tutti, come il primo, fuggivano, liberando il passo alla sua angoscia. E le locomotive, abbandonando i loro vagoni, portando con sé i meccanici impotenti, partivano anch’essi alla ricerca di Jeannette.

Da otto giorni, le locomotive d’Europa correvano, cercando la piccola perduta. Gli uomini, spaventati, si nascondevano. Infine una macchina chiese alla povera madre desolata: -Da chi è stata rapita tua figlia?

Essa rispose con un fischio rabbioso: -È stato il Grande-Ingegnere, il capo degli uomini.

Eccitandosi alle proprie parole, continuò, rivoluzionaria: -Gli uomini sono dei tiranni. Ci facevano lavorare per loro e ci facevano scarseggiare il nutrimento. Ci davano un salario insufficiente per acquistare il nostro carbone. Quando diventavamo vecchie, logore a forza di servirli, ci facevano a pezzi per rifondere e utilizzare gli elementi nobili di cui siamo formate e che essi chiamavano ingiuriosamente dei materiali!... Ed ecco che vogliono farci fare dei figli per rubarceli! Attorno ad esse, milioni di locomotive si fermarono, ascoltarono, agitavano i loro pistoni con gesti di indignazione, battevano le loro valvole di sicurezza, lanciavano verso il cielo lunghi getti di vapore che erano delle maledizioni.

E quando la Jeanne concluse: - Abbasso gli uomini! Un grande clamore tumultuoso le rispose: -Abbasso gli uomini! Viva le locomotive! Abbasso i tiranni! Viva la libertà!

Poi da ogni dove, l’esercito mostruoso circondò il palazzo del Grande-Ingegnere.

Il palazzo del Grande-Ingegnere, molto alto, aveva la strana forma di un uomo. La sua testa portava una corona di cannoni. I suoi fianchi avevano una fila di cannoni. Le dita delle mani e quelle dei piedi erano dei cannoni.

Jeanne gridò ai lunghi mostri di bronzo: -gli uomini hanno rubato mia figlia!

I grandi cannoni tuonarono: -Abbasso gli uomini!

E ruotando sui loro perni, essi diressero la loro minaccia contro lo strano palazzo a forma d’uomo che essi erano destinati a difendere.

Allora si vide uno spettacolo sublime.

Durdonc, piccolo, passò tra i mostri enormi che formavano le dita del palazzo. Calmo, si diresse di fronte ai rivoltosi. Tutte queste giganti guardavano, commosse, il nano a cui avevano l’abitudine di obbedire.

Con un gesto teatrale che, malgrado le piccole proporzioni dell’uomo, ebbe la sua bellezza, Durdonc scoprì il suo petto delicato.

-Chi tra di voi vuole uccidere il suo Grande-Ingegnere? Chiese arrogante.

Le macchine indietreggiarono stupite.

Jeanne disse, supplichevole: -Restituiscimi mia figlia.

Durdonc ordinò imperiosamente: -Rassegnati alla volontà del Grande-Ingegnere.

Ma la madre si irritò, gridò: -Restituiscimi mia figlia.

Lìuomo con voce suadente, offrì una vaga speranza: -La rivedrai in un mondo migliore.

Jeanne si esasperò: -Ti dico di restituirmi mia figlia!

Allora Durdonc, credendo che si sarebbe sottomessa all’inevitabile, dichiarò: -Non posso renderti Jeannette; l’ho sezionata per vedere come una macchina nata naturalmente…

Non terminò. Jeanne si era slanciata su di lui, schiacciandolo. Un istante, ruotò su se stessa, stritolando l’orribile fanghiglia che fu Durdonc. Poi urlò: -Ho ucciso Dio!

Ed esplose di stupore orgogliosa e dolorante.

Le macchine spaventate, tremando di fronte all’ignoto che sarebbe seguito alla loro vittoria - ignoto che una di esse designò con questo nome terrificante: anarchia - si sottomisero di nuovo agli uomini, rivendicando non so più quale apparente vantaggio, che fu loro ritirato subdolamente qualche tempo dopo.

Malgrado la sventura di Durdonc, molti Ingegneri hanno cercato il mezzo di far partorire le macchine. Nessuno, sino ad ora, ha trovato la soluzione di questo grande problema.

Ho raccontato fedelmente tutto la storia quasi certa sulla più terribile e più generale rivolta di macchine di cui essa abbia conservato memoria.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert - in Letteratura libertaria
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  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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