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15 novembre 2012 4 15 /11 /novembre /2012 06:00

Poteri e potenze

leguin3.jpg nei mondi di Ursula Le Guin

di René Fugler
 

Dell'opera, ricca e in costante evoluzione, di Ursula Le Guin; i lettori che non sono particolarmente attratti dalla letteratura dell'immaginario hanno conservato soprattutto un romanzo, The Dispossessed [I Reietti dell'altro pianeta] [1]. Per interessante e ricca di idee che sia, questa storia di un uomo di scienza che intraprende le sue ricerche verso e contro tutto in una società anarchica che si sta sclerotizzando nel suo isolamento volontario non è forse l'ingresso più facile in un universo che offre molte altre attrazioni. E che, nella diversità dei racconti che ci fanno attraversare le società più sorprendenti, mette sempre in gioco il confronto di individui alla ricerca di libertà con dei poteri avidi di accrescersi pronti a precipitare un mondo intero nel caos. Ma non avrebbe senso leggere Le Guin alla ricerca di teorie politiche: la motivazione è inanzitutto nel piacere della lettura, nel piacere delle storie narrate. Se vi si ritrova materia su cui riflettere - e vi è materia su cui riflettere - è strada facendo, in una bella impresa di "decolonizzazione dell'immaginazione" e di apertura alla differenza.


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Questo piacere della lettura deve molto al fatto che Ursula Le Guin è una vera scrittrice [2], anche se ha scelto di esprimersi in generi che essa stessa considera a volte come minori, la fantascienza in particolare. Essa costruisce delle trame che tengono con il fiato sospeso in una lingua semplice e chiara. Il suo gusto per i dettagli nella descrizione degli ambienti sociali o naturali si atiene a qunto vi è di più significativo. La costruzione dei suoi romanzi, che possono sembrare di fattura tradizionale, è molto concertata nei suoi cambiamenti di prospettiva tra personaggi e nelle sue rotture cronologiche. Una fine sensibilità colora discretamente le relazioni che essa tesse tra i suoi personaggi e anche le sue evocazioni della natura, che restano sempre legate alla tonalità del racconto o alle peripezie dell'intrigo.


Storie del futuro

I Reietti dell'altro pianeta (1974) è il romanzo che apre ciò che è chiamato il "ciclo di Hain", la grande saga di fantascienza di Ursula Le Guin. Questa "ambigua utopia"- secondo i termini dell'autrice- ne costituisce anche il primo episodio, secondo la cronologia interna del ciclo, anche se, nell'ordine delle pubblicazioni, quattro romanzi e dei racconti sono già narrati degli ulteriori episodi. Secondo la cronologia proposta da Gérard Klein secondo uno studio americano, I Reietti si collocherebbe verso l'anno 2.300, mentre un romanzo precedente, La Mano sinistra delle tenebre (1969) ci porta al 4.870 [3]. Un altro tentativo di cronologia, tuttavia, non separa le due storie che di quattordici secoli [4]. Ursula Le Guin stessa si diverte di questi tentativi di sistematizzazione: il filo cronologico del ciclo, dice, "somiglia ciò che un gattino trae fuori dal cestino dei ferri da ricamo, e la sua storia è soprattutto costituita" [5].


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Il fatto è che la sua opera si sviluppa in modo... anarchico, acentrico secondo Gérard Klein. Le accade di partire da un racconto per sviluppare un tema in romanzo, di completare un romanzo con dei racconti che seguono o precedono la sua storia nel tempo. Con a volte delle discordanze, o anche una "riscrittura" della sua Storia-narrativa come lo si vedrà per il ciclo di Terramare, in funzione dell'evoluzione delle sue idee. Il che non guasta affatto il piacere del lettore scrupoloso o appassionato, felice di ritrovare i suoi i suoi personaggi o i suoi mondi in una "rete" che si amplifica incessantemente, e di scoprire nuovi chiarimenti, altre armoniche dei suoi temi.

Così in I reietti dell'altro pianeta, si vedrà il fisico Shevek inventare uno strumento di alta tecnologia, molto utile negli episodi pubblicati successivamente: "l'ansible" che permette la comunicazione istantanea tra sistemi stellari. È esso che renderà possibile in seguito la creazione della Lega di tutti i mondi, di cui I reietti dell'altro pianeta non presenta ancora che un abbozzo: Lo scambio di ambasciate tra la Terra, esaurita e sovrapopolata, il lussureggiante pianeta Urras – che i dissidenti anarchici hanno abbandonato per la sua "gemella" desertica Anarres - e Hain, che fu molto tempo fa la culla dell'umanità. La Lega si estenderà ad altri mondi prima di disloccarsi nei conflitti interni e e sotto le aggressioni di un nemico esterno.

Il pianeta Hain, che nessuna storia ci ha descritto sinora, non interviene nei romanzi che attraverso i suoi inviati o rappresentanti. Il suo ruolo non è per questo meno essenziale. Nel corso di più di un milione di anni, si è diffuso su un gran numero di mondi più o meno abitabili. Nella sua smisuratezza, si è dedicato a degli esperimenti biologici e sociologici che hanno moltiplicato le specie umane e le civiltà. Ha commesso degli abominii di cui non si possono dire grandi cose. Tranne che l'esperienza e il rimorso l'hanno portato ad una forma di saggezza che lo porta a tentare di stabilire nell'universo la pace e l'equilibrio, senza far ricorso alla forza. Dopo la dissoluzione della Lega, Hain sarà l'iniziatrice di una nuova forma di alleanza, l'Ecumene, i cui interventi, diretti o per influenza, si manifestano in seguito nel ciclo.

"È un popolo molto strano, quello degli Hainiani," dice a Shevek l'ambasciatrice di Terra. Più antico degli altri; infinitamente generoso. Sono altruisti. Agiscono a causa di un senso di colpa che non capiscono nemmeno, malgrado tutti i nostri crimini". Ritornando sul suo pianeta Anarres in una nave hainiana, Shevek avverte i membri dell'equipaggio come cortesi, premurosi, alquanto cupi. C'è poco spontaneità in essi. È anche un popolo che non si meraviglia di nulla. Istruiti da una storia così lunga, "essi non vedono nulla di nuovo sotto il sole, o non importa quale altro sole", secondo l'autrice stessa.

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Hanno visto anche delle società anarchiche. In La mano sinistra delle tenebre (1969), quando l'Ecumene comprende 83 pianeti, il suo inviato sul pianeta glaciale Gethen, popolato da androgini, lo presenta così: "L'Ecumene non è essenzialmente un governo - nient'affatto. [...] È un'unità sociale che possiede, almeno in potenza, una civiltà. È un'organizzazione educatrice; per questo aspetto è una vasta scuola - vasta come l'universo. Ha vocazione nel favorire la comunicazione e la cooperazione [...] Come entità politica l'Ecumene coordina, non ordina. Non ci sono leggi da fare eseguire; le sue decisioni sono prese in consiglio, per mutuo consenso, e non all'unanimità o attraverso ordini autoritari" [6]. Nella sua prefazione a The Birthday of the World [L'anniversario del mondo] del 2002, la scrittrice relativizza con umorismo: l'Ecumene è "un raggruppamento di mondi non direttivi, che fa circolare le informazioni, e che, all'occasione, infrange la sua direttiva di essere non direttrice" [7].

 

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Quando un nuovo mondo è scoperto o si manifesta, l'Ecumene invia degli osservatori (che restano discreti), poi un rappresentante provvisorio, un Mobile, incaricato di entrare in contatto con la popolazione o una delle sue società. Spesso, dei regimi differenti coesistono o si oppongono, e a volte delle specie umane o umanoidi diverse. Nessuno sbarco in forza, tutt'al più una nave che rimane distante. L'inviato è spesso un o una etnologo. Tutte le sue biografie precisano che Ursula Le Guin è la figlia dell'etnologo Alfred Kroeber, specialista delle lingue e usanze degli Indiani di California, e di Theodora Koebler che ha scritto due libri su Ishi, "l'ultimo indiano selvaggio", che ha avuto in Francia una certa popolarità [8]. Questa influenza familiare, e la sua frequentazione degli Indiani, la renderà sensibile alla differenza delle culture e alla necessità di rispettarle: è una delle fonti della sua opera.

 

L’etnofiction

L’etnologia diventa così il sostrato scientifico della sua fiction, completata dalla sua conoscenza di diverse mitologie e la sua riflessione sulla linguistica. Sembra inoltre più generalmente curiosa di informazioni scientifiche. Ciò che essa ammira soprattutto nella fantascienza, ha scritto, "è il tentativo di includere nell'arte - nella letteratura di immaginazione - un campo immenso, assolutamente e veramente nuovo, quello della scienza e della tecnologia moderna". Per le loro ripercussioni sull'umano, ovviamente.

"Abbiamo bisogno di capire, abbiamo bisogno di miti che ci appartengono... È per questo che difendo la fantascienza che edifica i miti del nostro nuovo mondo. Perché discerne già delle bellezze e i piaceri che le scoperte della scienza riservano all'artista: gli splendori estetici puri quanto una stella al neutronio, un'elica del DNA o il ciclo dei sogni di una notte d'uomo" [9].

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Nella presa di contatto dell'Ecumene e con un nuovo mondo, l'etnologo non è soltanto un osservatore, svolge il ruolo dell'intermediario. I suoi poteri sono limitati, non dispone che della sua cultura, della sua capacità di comprensione e dei suoi talenti diplomatici. La sua vita può essere in gioco nell'avventura, non soltanto in seguito all'ostilità delle popolazioni autoctone, ma a volte per colpa della volontà di conquista e di dominio di altri membri della spedizione o i dirigenti di una colonia già installata. Succede così che il mediatore, o il partner che egli ha trovato nell'altra cultura, sia sacrificato, ciò che Hélène Escudié interpreta come "un superamento dell'individuo per il meglio collettivo" [10] .

Il conflitto tra il riconoscimento dell'altro e il potere stabilito può rivelarsi particolarmente drammatico, come in Il mondo della foresta del 1972 [11]. L'azione può situarsi un secolo circa dopo I Reietti dell'altro pianeta. La Terra, che ha devastato la sua vegetazione e soffre per le carestie, ha impiantato su un pianeta ricoperto di foreste una colonia che la rifornisce di legno. Per la manodopera, i coloni hanno ridotto in schiavitù una parte della popolazione autoctona. Gli amministratori militari le nega ogni umanità a causa del suo aspetto fisico e della sua cultura che essi rifiutano di capire. Una parte del pianeta è già devastata, il che ha comportato anche la distruzione del popolo che la occupava e viveva in simbiosi con la foresta. Dagli studi dell'etnologo in missione, la gerarchia della colonia non considera che il carattere pacifico, dunque inoffensivo, degli indigeni, e i suoi rapporti sul loro maltrattamento sistematico non sono comunicati alla Terra. Lo può constatare quando un vascello terrestre arriva all'improvviso, con a bordo  due rappresentanti della Lega di tutti i mondi, di cui la colonia ignorava la recente creazione (18 anni...) a causa dei divari di trasmissione e di spostamento interstellare, che permetteva anche alla colonia di vivere in autarchia. Il famoso, il trasmettitore istantaneo che fa parte anch'esso del viaggio, informerà i coloni delle nuove disposizioni prese per i pianeti occupati. Ma è troppo tardi. Grazie soprattutto ai legami di amicizia stabiliti tra l'etnologo e uno degli autoctoni asserviti, quest'ultimi si sono adattati alla cultura dei coloni: rispondono oramai alla violenza con la violenza, al massacro con il massacro. Il sacrificio del mediatore tuttavia non sarà stato inutile: la Lega decide di rimpatriare i Terriani e di non permettere un nuovo contatto prima di un secolo.

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Secondo Ursula Le Guin stessa, questo romanzo nel modo della trasposizione e della metafora, è una reazione contro la guerra del Vietnam [12]. È senz'altro il suo libro più violento. In seguito, nel corso dei secoli, le leggi della Lega si faranno più restrittive per i coloni (la Lega era più autoritaria dell'Ecumene...). Quelli di Il Pianeta dell'esilio del 1966 [13], non sono autorizzati a utilizzare nelle loro relazioni con gli autoctoni una tecnologia superiore a quella di cui dispongono quest'ultimi... che non si sono dati ancora la pena di inventare la ruota. Seicento anni dopo il loro arrivo (essi vivono nell'anno 1465 della Lega), gli Oltre Terriani non formano più che una piccola città che si indebolisce, colpita dalla sterilità. Le popolazioni originarie evitano e disprezzano i "fuori-giunti" sospettati di stregoneria. Nessun vascello è venuto a portar loro nuove tecniche né informazioni; essi ignorano anche se la Lega esiste ancora (nel 1966, la scrittrice non ha ancora inventato l'ansible...). Un incontro amoroso susciterà infine gli indispensabili mediatori. Esso permetterà anche di constatare che, anche sul piano fisiologico, una felice evoluzione ha adattato i coloni al pianeta. Come l'amicizia, l'amore è presso la Le guin un efficace fattore di comunicazione.

le-guin-pianeta.jpegTorniamo all'etnologia, che fa sempre da trama nel tessuto dei suoi romanzi. Si tratta beninteso di etnologia fiction, di "etnofiction" fondata e sviluppata a partire dalle conoscenze effettive della scrittrice [14]. Ognuno dei suoi libri costituisce così una "esperienza di pensiero", in cui lei inventa con un evidente piacere e un'immaginazione sempre rinnovata delle istituzioni, delle strutture di parentela, dei modi di relazione amorosa, dei tipi di rapporti tra uomini e donne (gli uomini sono a volte il sesso dominato), delle tradizioni e delle mitologie, e anche delle lingue. Ricordando che immagina anche delle specie umane differenti... con le usanze sorprendenti che esse possono sviluppare.

Il racconto precisa a poco a poco questi dati, secondo il filo di avventure utilizzato. Le forme di potere politico sono sempre indicate, dal regime oligarchico o monarchico alla burocrazia, passando attraverso forme di democrazia o anche di anarchia. Esse si delineano nel corso della narrazione, determinando i comportamenti, i rischi corsi, le strategie da porre in opera. Le opposizioni e i conflitti, tra personaggi o gruppi sociali, si organizzano regolarmente tra due poli: la volontà di potere, la chiusura verso l'altro, l'ostinazione nell'isolamento da una parte, e dall'altra il desiderio di liberazione, il riconoscimento della differenza, la ricerca della connessione della cooperazione. Ma l'opposizione non resta schematica, ogni personaggio ha le sue ambiguità, ogni cultura il suo lato pericoloso o i suoi valori che meritano rispetto.

 

L'invenzione etnica

kropotkin colori

Non è senza ragione che Ursula Le Guin si riferisce a Kropotkin, e più generalmente all'anarchismo "così come esso è prefigurato nel pensiero taoista originario ed è stato sviluppato da Shelley e Kropotkin , Goldman e Goodman. Il bersaglio principale dell'anarchismo è lo Stato autoritario (capitalista o socialista); il suo tema principale, che rileva della morale applicata, è la cooperazione (solidarietà, assistenza reciproca). È la piùm idealista, e a mio avviso la più interessante, di tutte le teorie politiche" [15]. Il dominio, nel ciclo, prende raramente le forme brutali di Il mondo della foresta. È a volte più insidiosa, ma non meno mortale.

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Città delle illusioni [16], si basa sulla manipolazione degli spiriti e la menzogna. Siamo in un futuro più remoto [17], la Terra è rimboscata! ma in un situazione più catastrofica che mai. È essa stessa colonizzata da dodici secoli dal Nemico esterno, il Nemico sconosciuto giunto non si sa da dove, gli Shing. La Lega è dislocata, i voli interstellari sembrano fermi, l'umanità terriana sopravvive in piccole tribù disperse che si evitano o si ignorano. I suoi archivi sono distrutti, i documenti che restano sono forse falsificati, la tecnologia di cui dispone è ridotta agli usi domestici. Non esiste più nessun mezzo di comunicazione a distanza. Delle tecniche "psichiche" che erano state sviluppate dal tempo della Lega rimane la telepatia, ma non è più affidabile: essa trasmette certo la confusione e l'errore, ma non la menzogna; gli Shing hanno spezzato questo limite, riescono a diffondere dei pensieri falsi. Riescono anche a far credere che essi non esisitono. Impediscono ogni impresa di rilievo ed ogni raggruppamento, ma pretendono assicurare il benessere, la civiltà e la pace perche la lorolegge suprema, "il rispetto della vita", proibisce l'assassinio. Essi utilizzano per se stessi una tecnologia molto sviluppata.

È da Il pianeta dell'esilio che verrà l'imprevisto: la nuova specie umana che vi prospera, ibrido dei Terriani abbandonati e degli indigeni, ha ritrovato le vie del progresso... nel quadro di una società strettamente gerarchizzata. Una dualità di cultura salverà il suo inviato, ed il pianeta stesso nella stessa occasione: la sua formazione d'origine unita all'esperienza trasmessa dai Terriani lo preserverà dalle manipolazioni "psicotecniche" degli Shing.

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La distruzione della cultura e le difficoltà poste alla comunicazione (nel senso primario) così come la cooperazione ritornano regolarmente come metodi di dominio nell'opera di Le Guin. In La salvezza di Aka [18], il potere installato su un pianeta recentemente contattato dall'Ecumene ha intrapreso di sradicare la cultura che è stata da millenni quella delle società che esso governa. Per recuperare il ritardo scientifico e tecnico di questo mondo, la Corporazione che la dirige e che non si basa che sulla Scienza ha deciso di distruggere tutti i libri antichi, di sradicare tutte le narrazioni, leggende, poesie e musiche che costituivano la sua civiltà, compresa l'antica scrittura sotto tutte le sue forme. Un'Osservatrice dell'Ecumene, etnologa evidentemente, ha infine ricevuto l'autorizzazione di lasciare la capitale per recarsi in una remota regione montagnosa allo scopo di studiare la sua popolazione, nella quale si nasconderebbero gli ultimi praticanti di una religione proibita. È una terriana - un'Indiana formata in America - che la sua esperienza ha preparato a questa missione: la Terra è da poco uscita da un periodo in cui, in un fanatismo invrso a quello di Aka, degli integralisti religiosi si erano impadroniti del potere e avevano intrapreso di bruciare i libri. Il viaggio di studi non sarà senza pericoli, e anche qui un mediatore - dapprima poco collaboraticolonivo poi innamorato - sarà spezzato dal conflitto delle culture. Una volta ancora, la resistenza contro il potere oppressivo e distruttore assume la forma della rete (che copre come una tela di ragno l'intero pianeta) e della cooperazione.

 

L'universo narrativo

Inventato da Ursula Le Guin, "incontrato per caso" dice lei, non la lascia mai in pace, e i suoi mondi - "piccoli mondi fatti di parole" - le inviano incessantemente messaggi, interrogativi, proposte. Prosegue così i suoi "esperimenti di pensiero" su delle usanze immaginabili e le forme di potere che esse implicano in raccolte di racconti. Sette su otto, in L'anniversario del mondo (The Birthday of the World) [19] si collegano al ciclo dell'Ecumene. La loro tematica è essenzialmente quella delle relazioni amorose, includente sia l'omosessualità sia un complesso matrimonio a quattro. La scrittrice torna qui "divertendosi" sulla vita sessuale degli androgini del pianeta Nivose (in La Mano sinistra delle tenebre) e le istituzioni che la regolamentano. È in questa raccolta che si esplora un mondo dominato dalle donne - gli uomini, dediti ai tornei sportivi e alla procreazione, sono esclusi dall'università e dai lavori intellettuali - e una società fondata sulla schiavitù.

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La caratteristica essenziale della sua opera, secondo Gérard Klein, è che essa sceglie "di iscriversi in rottura e anche in contraddizione con il pessimismo acuto che impregna dalla metà degli anni sessanta la fantascienza anglosassone" [20]. Spesso devastata, lo abbiamo visto, la Terra rinasce sempre dalle sue ceneri, scopre altri mondi e crea alleanze con altre umanità non appena le riconosce in quanto tali e rinuncia a dominarle. L'universo della Le Guin non è l'universo della crisi, ma un universo in cui le crisi, costanti, sono superate. La molla della sua creazione sarebbe così l'invenzione etica, nella prospettiva di un umanesimo fondato sul riconoscimento della differenziazione dei gruppi umani e il progetto "di organizzare senza tregua dei sistemi di scambio tra unità differenziate".

 

La magia di Terramare

 

Potrà sembrare strano trovare un'invenzione etica che ci riguarda in un mondo in cui la magia occupa il posto della scienza... Nel ciclo di Terramare [21], siamo rinviato un orbita più lontani nell'ordine della trasposizione e ella metafora. Se la nostra immaginazione può esere stimolata da speculazioni che proiettano l'umanità in un avvenire lontano prolungando delle linee di evoluzione possibili della nostra società, il che fa spesso la fantascienza, come riconosceremo le nostre motivazioni e le nostre inquietudini in un mondo dai contorni medievali di cui tutte le coordinate sono immaginarie?

Di fatto, il lettore non è più disorientato che in un romanzo che prende come quadro il nostro XVII secolo o il Mediovo "reale". Una volta ammessi i postulati di partenza - in Le Guin, essi rimangono coerenti - i comportamenti dei personaggi, le loro emozioni ele loro motivazioni sono del tutto comprensibili e catturano facilmente la nostra adesione o la nostra riprovazione. E se le forme di potere prendono qui meno importanza, delle passioni come la volontà di potere e di dominio fanno parte degli elementi essenziali dell'intrigo.

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In questo ciclo, che attiene dunque al gener chiamato fantasy [22], due forme di potere coesistono, in alleanza o in opposizione: quello dei Re, principi, tiranni, signori della guerra o anche capi di pirati, e quello dei Maghi, stregoni e altri elementi del genere. Il primo può essere fondato sul diritto e la tradizione, o sulla forza e la violenza. In un caso come nell'altro, può cercare di appoggiarsi sui poteri dei Maghi e consorti. Quando un potere è "di diritto" - esiste come un "diritto naturale" che è in accordo con gli elementi magici di cui partecipano l'uomo e la natura - contribuisce all'equilibrio del mondo.

Equilibrio sempre instabile, perché certi depositari dei poteri magici sono tentati di abusarne per dominare la loro società e anche accedere all'immortalità. Per di più, dietro e sotto le potenze che possono mobilitare i maghi, e più antiche di esse, sussistono le Potenze innominabili, forze di caos e di morte che non aspettano che l'occasione di scatenarsi non appena le si invochi o le si provochi.

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Sulle innumerevoli isole che costituiscono l'arcipelago di Terramare, è dunque la magia ad occupare il posto della scienza e della tecnologia. Con delle forme e dei livelli di efficacità che mutano a secondo delle isole e la loro storia. Le sue applicazioni vanno dal semplice artigianato alla grande arte. Secondo i suoi doni - se non avete un talento innato, non sarete mai maghi - la sua formazione e la sua qualifica, lo stregone ripare o ritrova degli oggetti, conferisce impermeabilità alle navi e solidità alle mura, fa soffiare il vento nelle vele, si trasforma in sparviero, scatena o contiene i terremoti. Può guarire uomini e bestie; sono gli stregoni in generale che si occupano di questo compito, insieme ad altre attività "minori". Al più alto livello, queste scienze sono insegnate sull'isola di Roke da nove Maestri (un Arcimago è il loro capo eletto) in discipline ben specificate, secondo le conoscenze e le energie naturali mobilitate.

C'è, sotto tutte queste finzioni, una concezione poetica, simbolica, dell'universo, fondata su un accordo dell'uomo con gli elementi, la luce e le tenebre, le forze di vita e di morte.

È per questo, senza dubbio, che esse colpiscono il nostro immaginario oltre, o prima, del semplice racconto. C'è anche come economia, un'ecologia della magia: il vero mago non utilizza le energie se non per necessità, per non perturbare l'equilibrio del mondo. A fondamento di tutto agisce il Vero Linguaggio, l'Antico Linguaggio: per aver presa su un oggetto o un animale, bisogna conoscere il suo vero nome, per un umaqno, rivelare il proprio vero nome è dare presa su di sé. È anche la lingua parlata dai Draghi, che partecipano al contempo con le forze creatrici e le forze caotiche. "La loro bellezza era fatta di forza terribile e di ferocità totale, e anche dalla grazia della ragione".

I primi libri sono in senso preciso dei romanzi di formazione. Il giovane capraio Ged, il cui nome corrente è Sparviero (lo Stregone di Terramare), acquisisce il suo sapere attraverso una lunga serie di prove, di cui la peggiore sarà provocata dal suo orgoglio e la sua volontà di dominio. In una dimnostrazione di potenza che supera le sue capacità, egli libera dalle tenebre la sua ombra che lo bracherà per distruggerlo finché non deciderà di affrontarla e di perseguitarla a sua volta.

Per giungere infine a vincerla nominandola con il suo proprio nome. Nelle tombe di Atuan, la piccola Tenar, rapita ai suoi genitori e allevata come la reincarnazione, attraverso i secoli, dalla Prima sacerdotessa delle Potenze Antiche della Terra, delle Potenze Innominabili, esercita innanzitutto con soddisfazione il suo diritto di morte su dei prigionieri. Adolescente, essa tenterà di catturare e di uccidere Ged smarrito nel labirinto di queste Tombe alla ricerca dell'annello che ristabilirà l'equilibrio e la pace nelle isole.

Tutto questo girovagare nei sotteranei, in mezzo alle forze pericolose che le difendono, mostra inoltre i talenti di evocazione della Le Guin e gli echi che essa può svegliare tra le tenebre del lettore...

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È la formazione del giovane principe Arren che viene raccontata in La spiaggia più lontana [The Farthest Shore] del 1972. Egli è stato scelto come compagno di avventure da Ged, diventato arcimago ma sempre deciso a mettere in gioco i suoi poteri e la sua vita per affrontare le potenze malefiche. È alla ricerca questa volta di una forza sconosciuta che svuota a poco a poco l'arcipelago delle efficienze e anche dei saperi magici, così come dei canti e di ogni gioia di vivere. L'equilibrio, come scopriremo, è gravemente compromesso da un mago che, per imporre il suo dominio e accedere all'immortalità, ha aperto un varco tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi.

È la formazione del giovane principe Arren che viene raccontata in La spiaggia più lontana [The Farthest Shore] del 1972. Egli è stato scelto come compagno di avventure da Ged, diventato arcimago ma sempre deciso a mettere in gioco i suoi poteri e la sua vita per affrontare le potenze malefiche. È alla ricerca questa volta di una forza sconosciuta che svuota a poco a poco l'arcipelago delle efficienze e anche dei saperi magici, così come dei canti e di ogni gioia di vivere. L'equilibrio, come scopriremo, è gravemente compromesso da un mago che, per imporre il suo dominio e accedere all'immortalità, ha aperto un varco tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi. Alla fine di una lunga ricerca nei Lontani, sino alla contrada arida dove si trovano le città dei morti, il giovane principe tornerà a casa, provato e maturo, per essere consacrato Re delle Isole. Garante dell'armonia in un arcipelago che, privato del vero re da otto secoli, sprofondava nei disordini, la bramosia e la violenza.


Potre maschile, potere femminile

Il lettore convinto delle affinità libertarie di Le Guin cade qui in una perplessità giustificata. Senza dubbio, la figura del re rileva delle convenzioni di un genere che ci precipita in un universo pseudo-feudale. E il genere stesso confina cone le storie fiabesche, in cui il re simbolizza solitamente l'equilibrio raggiunto e l'autonomia [23]. Più remotamente, il re come simbolo di concordia e di fertilità interviene nelle mitologie e leggende, celtiche soprattutto. Ciò non di meno troviamo attraverso l'opera, ciclo di Hain compreso, delle simpatie della scrittrice per le figure aristocratiche [24]. Si tratta d'altronde spesso di perdenti, di emerginati che resistono con dignità e coraggio all'avversità. Si può osservare che ciò accade più spesso nei romanzi d'esordio, e che tramite quest'immagine è avvertibile anche un'evoluzione. Il re dell'ultimo romanzo non si comporta affatto come un monarca.

Sullo sfondo, è avvertibile che il tema con un sinologo dell'equilibrio dei contrari, così ricorrente quanto quello della connessione, entra qui in gioco: anche a proposito di I reietti dell'altro pianeta, Hélène Escudié elabora l'ipotesi di un equilibrio tra sistemi "archici" e "anarchici". Un'ambiguità riguarda anche il pensiero che è una delle principali fonti delle idee della scrittrice sull'armonia e sulla complementarità dei contrari: il taosimo che lei cita come uno dei suoi riferimenti tra alcuni autori libertari  [25]. Il principio del "non-agire", che orienta l'Ecumene nella sua politica di non-intervento, può rapportarsi alla stessa saggezza. Ursula Le Guin ha inoltre pubblicato lei stessa, in collaborazione con un sinologo, una traduzione del Tao Te Ching [26]. Le citazioni da questa raccolta di sentenze, sotto diversi appellativi, e anche delle citazioni o delle parafrasi, sono frequenti nei suoi libri.

laotzu-Tao-Te-Ching.jpgIl problema è che passa per essere molto difficile da tradurre, dunque facile da interpretare... Alcuni vi vedono una prima espressione dell'anarchismo, sotto i tratti di un individualismo radicale che preconizza la volontà d'impotenza e respinge il potere con i suoi prestigi, le sue costrizioni, i suoi saperi. Altri lo considerano, a secondo della data che gli attribuiscono, come un testo destinato ai principi per insegnar loro "l'arte di governare senza che i sudditi sappiano che egli li tiranneggia" [27]. Senza dimenticare che sulla filosofia taoista originale è attecchita una religione ricca in superstizione e rituali magici. Non sarò io a darvene la soluzione.

L'evoluzione delle idee di Ursula Le Guin è particolarmente notevole per quel che concerne il ruolo delle donne.

Più di venti anni dopo La spiaggia più lontana, ritorna nell'arcipelago per quel che considera allora a torto come l'ultimo libro di Terramare [28] Tenar, la giovane sacerdotessa che ha fuggito il deserto di Atuan con Ged, si è installata sull'isola natale di quest'ultimo. Al tempo del racconto, essa vi ha già trascorso venticinque anni. Ged, prima di ripartire per altre imprese, l'aveva affidata al suo primo maestro, affinché le insegnasse a nmettere in ordine e a sviluppare i poteri che essa traeva dalle Antiche Potenze. Lei vi ha rinunciato, non volendo più avere legami con le Tenebre. Sposata ad un fattore, ha avuto due figli, poi è diventata vedova.

È allora che ha salvato e adotatto una bimba battuta e gettata nel fuoco dai suoi propri genitori, dei nomadi di passaggio. Cura il suo occhio ustionato e la sua mano atrofizzata. Ged, che ha perso tutti i suoi poteri nel suo sforzo di chiudere il varco tra il mondo  dei vivi e quello dei morti, verrà a vivere con loro.

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Un buon numero di pagine sono dedicate a dei dialoghi sui poteri comparati degli uomini e delle donne, con Ged - che pensa che quello di mago sia un mestiere da uomini - e le streghe Edera, la rigorosa, e Schiuma, la lunatica, che esalta i doni delle donne: "Ho delle radici, delle radici più profonde di quest'isola. Più profonde del mare, più antiche dell'emersione delle terre. Affondo nelle tenebre".

Bisogna qui, ancora e sempre, giocare il gioco della scrittrice nella trasposizione e la metafora. Non attenersi parola per parola per ritrovare l'eco e l'influenza dei dibattiti femministi degli anni 70 e 80. Se andava da sé, nelle convenzioni dei primi libri di Terramare, che la magia delle donne non poteva esercitarsi che in compiti subalterni, discreditate nell'opinione ("Debole come la magia femminile, velenoso come la magia femminile"), si passa ora ad una riconsiderazione, prima di saltare una nuova tappa, ancora simbolica. Se il fondamento della magia è il Linguaggio, quello dei veri nomi, è accessibile alle donne. Tenar già con il suo istruttore, riconosceva le parole antiche come se le avesse sempre pronunciate. Ed ecco che Therru, la bruciata, salva ora i suoi genitori adottivi, prigionieri di un allievo del mago malefico, chiamando il drago Kalessin. Quest'ultimo la riconosce e la saluta come sua figlia. Anche lei conosceva il Linguaggio.

 

Simbolica di una "femminizzazione"

 

Con questa "presa di parola", dice Hélène Escudié, questo romanzo traduce anche uno stato intermedio nel pensiero della Le Guin. "Le donne non hanno ancora raggiunto tutta la loro misura". Dieci anni più tardi, i sortilegi di Terramare trasportano sempre la scrittrice, che in due libri compie la "femminizzazione" del ciclo attraverso una vera revisione della storia dell'arcipelago [29]. In I venti di Earthsea, dove quattro donne sono al centro dell'azione, la giovane figlia bruciata, che si chiama oramai Tehanu secondo il "vero nome" che le ha rivelato il drago e che è anche un nome di stella, è sollecitata dal nuovo re ad intervenire contro un pericolo che si abbatte sulle isole: da un po' di tempo, dei draghi bruciano le messi e le fattorie e disperdono le greggi. Tehanu, ancora poco sicura dei suoi poteri, accetta di servire da interpetre, più esattamente da intermediaria, tra gli umani e questi esseri temibili di cui lei condivide la natura. Essa ottiene innanzitutto una tregua, il tempo di scongiurare un altro pericolo che minaccia allo stesso tempo i draghi, gli uomini e l'equilibrio di tutte le cose, poi un patto di pace. Infine, ritroverà la sua propria integrità nello splendore di un corpo di drago e spiccherà il volo tra i venti di Earthsea.

venti-earthsea.jpg

I racconti di Terramare reinquadrano questa simbolica rivelandoci ciò che ignoriamo, o che non conosciamo che frammentariamente, delle storie e delle credenze dell'arcipelago. Ignoranza condivisa d'altronde dall'autrice, essa ci dice nella prefazione, e che la lasciano perplessa. "Il miglior mezzo per studiare un periodo storico che non esiste, è di raccontarlo e di scoprire ciò che è accaduto". Il primo dei racconti ci porta tre secoli in avanti rispetto al primo libro del ciclo, il secondo ci fa conoscere gli stregoni che hanno formato il maestro di Ged.

Un altro ci fa incontrare Ged al tempo in cui egli era arcimago. L'ultimo narra i disordini esistenti alla scuola dei maghi - che non ammette che gli uomini - da Libellula, una futura donna drago: quella stessa che assisterà efficacemente Tehanu nelle sue trattative con i suoi fratelli (e sorelle) favolose. Il tutto termina con una descrizione di Terramare, studio politico, storico, linguistico e naturalmente etnologico. In cui veniamo a sapere che in origine non soltanto le donne erano anch'esse maghe, ma che sono loro in maggioranza che hanno fondato la scuola di Roke, per istituire un insegnamento etico della magia e un controllo etico del suo esercizio. Nell'età oscura in cui si affrontavano principi, piccole isole, città-Stato e signori della guerra, in cui i maghi stessi mettevano la loro scienza al servizio dei predatori quando non miravano essi stessi ad un proprio potere personale, esse avevano cotituito, con degli uomini tuttavia, la Main, "una rete tenua ma solida di informazione, di comunicazione, di protezione e di sostegno".

sempre-la-valle-Always-Coming-Home.jpgGli uomini, in seguito (dunque nei primi libri del ciclo...) riuscirono a eliminare le donne, come insegnanti e come allieve, della Scuola. Ma quest'ultima, e l'ordine che essa garantiva, non sopravviveranno, come narra I venti di Earthsea, che per l'intervento di due giovani donne, mediatrici tra il mondo della ragione e il mondo delle forze vitali.

Lascio l'ultima parola ai miei due commentatori. Per Hélène Escudié, la rappresentazione ossessiva, nell'opera di Ursula Le Guin, delle reti - al contempo "figura fondamentale dell'an-archia" e "forma privilegiata della socializzazione delle donne" - traduce una visione femminile del mondo e della letteratura. Gérard Klein giunge ad una conclusione simile, sostenendo che essa propone un mondo "senza sistema unificatore, senza dominazione, perché è una donna  che come tale l'affermazione ossessiva della potenza del fallo la riguarda meno". "Forse vuole suggerire indirettamente così ciò che potrebbe essere una cultura delle donne, acentrica, tollerante, staccata infine dal modello ripetitivamente conquistatore della cultura degli uomini".

 

René Fugler

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Pouvoirs et puissances dans les mondes d'Ursula Le Guin

 

 

NOTE

 

[1] Robert Laffont, 1975; Tr. it.: I reietti dell'altro pianeta, Editrice Nord, Milano, 1976. Vedere su questo libro in "Réfractions" il commento critico di Finn Bowring, "La liberté les mains dans les poches" [La libertà con le mani in tasca], n° 3, inverno 1998-99, p. 25-44) e la risposta di René Furth, "La liberté rien dans les poches" [La libertà niente nelle tasche], n° 5, primavera 2000, p. 129-131). 

[2] Figlia del celebre antropologo Alfred Kroeber, si è aggiudicata cinque premi Hugo e sei premi Nebula, massimi riconoscimenti della letteratura fantastica. 

[3] "Cronologia galattica" presa da Gérard Klein nella sua prefazione ad una raccolta di racconti: Ursula Le Guin, le livre d’or de la science-fiction, Presses Pocket, 1978, p. 12-13.

[4] Hélène Escudié, Ursula K. Le Guin, une Alchimie de l’Ailleurs [Ursula K. Le Guin, un'Alchimia dell'Altrove], tesi sostenuta a Strasburgo nel 2004 sotto la direzione di André Bleikasten, p. 38 (non edita).

[5] Prefazione alla raccolta di racconti Il compleanno del mondo, Robert Laffont, ailleurs & demain, 2006.

[6] Robert Laffont. 1971, p.153.

[7] Troviamo una replica ironica, se non cinica, e secondo Gérard Klein "post-moderna" dell'Ecumene e di Hain nell'universo creato dall'autore britannico Iain M. Banks: la Cultura è una società galattica, libertari, pacifista, edonista, attaccata a diffondere i suoi ideali attravrso i mondi, ma che, quando i suoi valori sono posti in causa o uando incontra nella ua espanione dei sistemi oppressivi e combattivi, non esita a far intervenire il suo servizio degli Affari Speciali che non retrocede davanti ad alcuna manipolazione o colpo gobbo... Con dei brillanti agenti divisi tra il piacere dell'azione e lo scrupolo morale. Pubblicato da Laffont, L'impero di Azad [The plyer of games]; Pensa a Fleba [Consider Phlebas]; La guerra di Zakalwe [Use of Weapons], ecc. sono stati ripresi in Livre de poche/science-fiction. Prefazione di Gérard Klein. A volte ineguale e complicato, è un ciclo nell'insieme molto eccitante.

[8] Ishi – Testamento dell'ultimo Indiano selvaggio dell'America del Nord, Plon, 1968, collezione Terre humaine, (2002).

[9] La nébuleuse du Crabe, la paramécie et Tolstoï, prefazione al volume delle edizioni Opta (1972) che raccoglie i tre primi romanzi (secondo l'ordine di pubblicazione) del ciclo di Hain: Il mondo di Rocannon, Pianeta dell'esilio, Città delle illusioni.

[10] Tesi citata, p. 169.

[11] Robert Laffont, 1979, riedito nel 2000 dopo La salvezza di Aka, con un saggio di Gérard Klein, Malaise dans la science-fiction américaine [Malessere nella fantascienza americana].

[12] Durante una discussione nel quadro del primo Simposio internazionale sull'anarchismo organizzato da Pietro Ferrua a Portland nella primavera el 1980 (L’Arc n° 91/92, "Anarchies", 2° trimestre 1984, p. 19: Ursula Le Guin, "L'anarchisme: idéal nécessaire" [Anarchismo: ideale necessario].

[13] Riedito in Livre de poche (science-fiction) nel 2003.

[14] La prima edizione di Always Coming Home [Sempre la valle] del 1985 era anche accompagnata da una cassetta in cui erano registrate le musiche, poesie e canti rituali di un popolo che si ritiene vivrà tra 20.000 anni fa (Escudié, p. 211). Traduzione francese presso Actes Sud, con il titolo La Vallée de l’éternel retour [La valle dell'eterno ritorno], 1994.

[15] Citazione ripresa (senza riferimento) nella presentazione del racconto "Alla vigilia della rivoluzione", scritta dopo I reietti dell'altro pianeta per spiegare le origini del pensiero che ispirava i creatori della società libertaria di Anarres (nella raccolta citata sopra del Livre d’or de la science-fiction, p. 333). Il racconto è inoltre dedicato a Paul Goodman. In un'altra trascrizione, di Marianne Enckell, del convegno organizzato al Symposium di Portland, cita anche Murray Bookchin per quel che riguarda la tecnologia dolce ("Science-fiction et anarchie" in Agora n° 2 (Tolosa, estate 1980).

[16] Città delle illusioni, tr. it. di City of illusions, Opta, 1972.

[17] Verso il 4370, per attenermi alla cronologia utilizzata da G. Klein.

[18] 2000, tradotto lo stesso anno per Laffont, in Italia tradotto da Arnoldo Mondadori nel 2002 nella collana "Strade Blu".

[19] 2002.

[20] Le Livre d’or de la science-fiction, op. cit., p. 14.

[21] Robert Laffont, ailleurs & demain, ha ripubblicato nel 2001 la trilogia che forma la sua prima parte: Lo Stregone di Earthsea (1968), le Tombe di Atuan (1971), La spiaggia più lontana (1973).

 

[22] Il cui prototipo rimane Il Signore degli anelli di Tolkien (1954-1955).

[23] René Fugler, "L’autonomie au bout du conte... de fées" [L'autonomia in fin del racconto... fiabesco], Réfractions n° 16, maggio 2006.

[24] In Il Mondo di Rocannon (1966) soprattutto. In La Mano sinistra delle tenebre, il re, poco simpatico..., è manifestamente pazzo.

[25] Paul Goodman, citato tra questi autori, si riferisce anche al taoismo. Vi tornerò sopra a proposito di due libri dedicati all'anarchico americano (1911-1972), riediti in un unico volume: Présent au monde: Paul Goodman di Bernard Vincent, l’Exprimerie, Bordeaux, 2003.

[26] Il Libro della via e della Virtù, il cui autore presunto è Lao-Tsu scritto anche Laozi, che secondo i commentatori è vissuto in Cina durante il VI oppure III secolo a. C. Una celebre traduzione italiana è quella della casa editrice milane Adelphi.

[27] Etiemble nella sua prefazione alla traduzione del Tao tö king di Liou Kia-hway, Gallimard, 1967.

[28] Tehanu (1990) tradotto dalla editrice Robert Laffont, ailleurs & demain, 1991, [2002].

[29] Pubblicato negli Stati Uniti nel 2001 in quest'ordine: I Racconti di Earthsea e Il vento d'altrove sono stati tradotti dall'editrice Robert Laffont, ailleurs & demain, il medesimo anno.

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25 dicembre 2011 7 25 /12 /dicembre /2011 06:00
La leggenda di Natale

piccola-storia--03.jpgDedicata ai bambini dell'anno 3000 (o più)

 

di Albert Libertad

 

 

Seurat_Torre_Eiffel.jpgC'era una volta, molto tempo fa, verso l'anno 1900, un grande ammasso di pietre e di fango che i naturali di allora chiamavano Parigi. Era la capitale di un paese favorito da un clima temperato e dove i cereali, le vigne, i più bei frutti crescevano in abbondanza. Avvicinandosi a questi ammassi di pietre, vincendo gli odori pestilenziali che se ne sprigionavano, li si vedeva solcati da vie di ogni genere: le une larghe, costeggiate da belle case; le altre, strette, con, da ogni lato, in fila e strette, delle case dall'aspetto di topaie. Quel giorno, l'anno finiva; era festa in ogni città, ma la natura sembrava imbronciarsi e la neve cadeva a larghe falde. Malgrado ciò, lungo le strade, i magazzini gettavano fasci di luce e gli occhi erano attirati da ammassi di vettovaglie stranamente fornite di clienti.

LA-borsa--5.jpgI passeggiatori, gli acquirenti erano numerosi: gli uni, ricoperti da calde pellicce, andavano ridendo beati, fregandosene del freddo; gli altri, al contrario, camminavano con timore, erano ricoperti di stracci, attraverso i quali si disegnavano le loro ossa o si vedeva la loro pelle.

la-miseria--05Di quando in quando, i secondi assumevano verso i primi degli atteggiamenti di supplica, che non conoscete, cari bambini, ma che consistevano nel tendere la mano pronunciando delle parole senza senso, in tono dolente. Essi chiedevano l'elemosina, e cioè pregavano i fortunati di dar loro una parte del loro superfluo allo scopo di poter acquistare il necessario per essi e i loro figli. I tre quarti dei ben vestiti passavano indifferenti; altri, parsimoniosamente, cercavano nella loro tasca la più piccola offerta da dar loro.

trippone--10.jpgQuando i pezzenti si mostravano troppo intraprendenti, degli uomini vestiti tutti allo stesso modo, molto animatamente, li maltrattavano e li cacciavano dalle larghe vie; qualche volta li portavano anche via dopo aver messo delle catene alle mani. E vi era, allo stesso tempo tempo, così poca umanità, così poco rispetto della dignità umana, che le persone benvestite facevano cerchio e gettavano del lazzi ai poveri diavoli così trattati, e che i malvestiti curvavano il capo, abbassavano le loro spalle, cercando di far dimenticare il loro crimine di essere poveri avvallando gli atti degli uomini in uniforme.

trippone--11.jpgQuesti ultimi erano chiamati agenti della forza pubblica, erano mantenuti grandi e grossi; avevano come missione di difendere i benvestiti, i bennutriti, contro i pezzenti, i miserabili. Essi appartenevano, il che vi sorprenderà, a questa classe così sfortunata. Però chiacchieriamo molto senza entrare nel merito. Una donna si era persa tra questa folla. La sofferenza si leggeva sui suoi tratti, e la miseria dagli abiti poveri che la ricoprivano. Ma osservandola, la si capiva essere giovane, la si vedeva bella. Molte volte la sua mano aveva disegnato il gesto dell'elemosina, mai essa aveva avuto la forza di eseguirlo. Un'ultima fierezza irraggiava dai suoi occhi, tutto il suo essere si rivoltava contro l'avvilimento, la supplica.

steinlen-etude-de-femme-nue.jpgSpesso dei benvestiti l'avevano avvicinata e rivolto degli inviti volgari e, non appena indugiava davanti a una vetrina di alimenti deliziosi e invitanti, sentiva sul collo l'alito caldo di un uomo che le sussurrava: "Se vuoi salire da me, la camera e la stanza rotonda". È con grande difficoltà, cari bambini, se osate capire queste parole, tanto esse vi sembrano sorprendenti. La dignità della donna, il suo libero arbitrio, in quei tempi barbari, non erano più rispettati della dignità e libertà umana. La bellezza, la grazia, la giovinezza delle donne povere erano comprate dai benvestiti, i ricchi. Nulla secondo il loro volere era rispettato e i più vecchi, i più brutti in pelliccia avevano, quasi per un pezzo di pane, le più giovani e le più belle donne.

trippone--2.jpgSi ostentava allora una più grande morale e un grande pudore e le nostre libere unioni dei nostri tempi erano fortemente bandite: l'amore si faceva sempre attraverso intermediari, o si vendeva in appositi mercati. La nostra povera sconosciuta arrossì, si girò. L'uomo era vecchio, era brutto, degli occhi affondati nel grasso delle sue guance, due o tre menti, un grosso ventre... Oh, la sua giovinezza a questo vecchiaccio, a questo lurido gaudente. Esitò, poi apparve sul suo bel viso una contrazione, alzò le spalle... accettò.

Steinlen_Gust_of_wind.jpgSeguì l'uomo in un albergo, in qualche strada vicina alla grande arteria. E in una camera banale in cui si udivano le carreggiate venali, vendette il suo corpo alle bestiali carezze del passante. Soddisfatto, l'uomo se ne andò verso altri piaceri. Lei davanti all'albergo, guardava la "stanza rotonda" come smarrita, poi tornava in sé. L'atto che aveva appena commesso, era per quel metallo. Quel metallo, era del pane per il bambino che aveva fame; quel metallo era del carbone, per il bambino che aveva freddo... per il suo bambino, nella mansarda.

tissot_La_demoiselle_de_magasin.jpgEntrò come un turbine in un negozio, dove era esposto il pane dorato in tutte le sue forme. Delle inservienti che si affrettavano vicino a dei benvestiti, la osservarono con sospetto: "Una libbra di pane, per favore".

fourneau_Miche-de-pain.jpgPerché il pane, cari bambini, quest'indispensabile nutrimento, si vendeva così come ogni altra cosa. La servirono e, felice di avere del pane per sé, la poveretta, gettò la moneta sul bancone. Emise un suono sordo... Una voce cattiva diceva: "falsa, non bisogna farla a noi, piccola mia". Delle mani brutali le strapparono il pane e la spinsero fuori. Capì: era stata derubata, ingannata. Il sacrificio ultimo della madre per il figlio era stato inutile. Delle ingiurie venivano alla sua bocca contro l'avido che aveva mangiato la sua carne, respirato la sua giovinezza, senza volerle lasciare una briciola del suo benessere. Ma la sua testa vuota si curvò, grosse lacrime scorsero lungo le sue guance; scoraggiata, stanca, prese la strada delle vie strette, delle case nere, lasciandosi alle spalle il quartiere di lusso e abbondanza.

maseerel.gifE, nella strada più stretta, davanti la più nera casa, si fermò, seguì un lungo viale, salì la scala, e, in alto, trattenendo il respiro, lentamente aprì la porta della sua camera. Oh, l'orribile mansarda, oh il nero tugurio. Per terra un materasso sul quale due o tre sacchi erano gettati, vicino una tavola dagli assi malgiunti, un fornello i cui tre buchi spalancati sembravano gettare freddo, un baule grigio in un angolo ed era tutto. Un giorno smorto scivolava da un lucernaio il cui vetro rotto lasciava passare la brezza. Era tutto, dicevamo? No. In un angolo, gettando quasi una nota allegra, una culla. In questa culla tutto l'amore materno si disegnava vincitore; i mille nulla abbellivano questo nido. Un bambino di cinque o sei anni vi riposava.

Il primo sguardo della donna fu per lui. Ahimè! Ritornava a casa così come vi era partita, le mani vuote, niente pane, niente legna, era la morte, l'inevitabile morte. La sua morte, quella del cherubino, di quell'avvenire. I suoi occhi versarono lacrime, si avvicinò a passo lento alla culla. O ironia, il bambino sognando, sorrideva alla vista di qualche remoto paradiso, del vostro, oh cari bambini. Allora, trattenne il respiro, ma un desiderio di baciare questa carne innocente innocente, questa carne della sua carne, nacque, imperioso, e posò le sue labbra sulla fronte del bambino.

Questi aprì lentamente i suoi grandi occhi ancora pieni di gioia estatica, li gettò sulla madre in lacrime, sulla tavola vuota, sulla stufa spenta, e triste: "Oh, mamma! Non era che un sogno... ma che bel sogno! Non avevamo più fame... Non avevamo più freddo... mai più".



Albert Libertad

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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 La légende de Noël Dédiée aux petits-enfants de l’an 3000 (ou plus) 

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18 dicembre 2010 6 18 /12 /dicembre /2010 13:04

Dalla ponderosa tesi di laurea dell'autrice Caroline Granier, iniziamo a tradurre in ordine sparso e cioè a seconda del nostro grado di interesse e conoscenza delle tematiche trattate, il capitolo introduttivo all'argomento, e cioè il terzo capitolo della seconda parte intitolata "Una letteratura di lotta" del primo dei due volumi, intitolato "Panorama" di cui è composta l'opera globale intitolata Les écrivains anarchistes en France à la fin du dix-neuvième siècle [Gli scrittori anarchici in Francia alla fine del diciannovesimo secolo]. Con il tempo ci riproponiamo di tradurre integralmente quest'opera meritevole di esserlo per ovvi ed evidentei motivi, consapevoli come siamo che nessun editore, del notro beneamato belpaese, nel contesto attuale, si sognerebbe mai di farlo

 

 

[Capitolo III]: I romanzi degli anarchici





La forma del romanzo, ed in particolare il romanzo realista, sembra essere la forma idonea per esporre delle dottrine politiche. Pierra Masson ha dimostrato che il periodo 1871-1914 ha visto la pubblicazione di opere che tentavano di propagare delle opinioni politiche attraverso delle finzioni romanzesche, questo genere essendosi imposto"come il terreno ideale in cui esercitare un principio di autorità" [1] . Ma egli ci vede egualmente un periodo in cui si forma il romanzo a tesi, in cui lo scrittore era forse più libero che in in seguito di scegliere le sue tecniche , meno influenzato da ideologie costituiste.

Si parla anche molto, alla fine del dicianovesimo secolo, di "romanzo sociale". Inteso in senso ampio, l'espressione designa tutta la letteratura romanzesca portatrice di un avisione critica sulle relazioni sociali. In un'opera recente, Sophie Béroud e Tania Régin propongono un'altra definizione più ristretta, che ingloberebbe tutte le opere che scaturiscono da una letteratura impegnata sul versante del mondo operaio, che si siano accontentate di restituire le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, nelle sue molteplici componenti, o che abbiano assunto più apertamente una funzione di denuncia, di conoscenza e di formazione" [2].
Ecco come le due critiche presentano Le Roman Social [Il Romanzo Sociale]: "Prendendo in considerazione il sintagma 'romanzo sociale', abbiamo auspicato trattare una letteratura che non veicola l'ideologia dominante del capitalismo, ma al contrario, che giunge a stigmatizzarla quando essa espone o a fare prevalere un'altra visione del mondo" [3]. 

Queste problematiche sono molto presenti nelle riviste dell'epoca: con un po' di prospettiva, è verso il 1900 che si tenta di costituire una categoria chiamata "romanzo sociale". La Revue des deux mondes dedica un numero a "la rinascita del romanzo sociale" il 15 agosto 1904. La definizione elaborata da Poinsot e Normandy è ripresa, l'anno successivo, in un volume. I due critici osservano che il genere ha conosciuto una moda considerevole tra il 1820 e il 1900, citano Léon Blum (rispondendo ad un'inchiesta aperta da M. Montfort nella rivista Les Marges, nel luglio e ottobre del 1904) e la sua definizione del romanzo sociale come romanzo "che dipinge dei quadri sociali": "E noi aggiungeremo: il romanzo sociale è quello che, abbandonando i sentieri battuti della psicologia di una minoranza di oziosi, dirige la sua osservazione sulla maggioranza, cioè sulla folla dei lavoratori di ogni categoria (lavoratori intellettuali o manuali) e che, se studia specialmente dei tipi, considera i suoi eroi individuali nei loro rapporti con gli ambienti sociali che essi attraversano. Vedremo più avanti che questa letteratura utile reca in sé il suo valore d'arte così come ogni altra letteratura" [4].  


 Charles Brun, nel suo studio del 1910 Le Roman social en France, evidenzia che il romanzo è, con il teatro, "il genere che permette la maggior presa sul lettore" [5] . Rileva subito l'abbondanza di "romanzi a tesi" dopo gli anni dell'affare Dreyfus, che egli interpreta come il segno del carattere turbato dell'epoca. Ecco come egli definisce le caratteristiche del romanzo a tesi: "Di intenzioni tali, annunciate esplicitamente, sia nella prefazione dell'opera, sia nella prefazione dell'opera, sia con l'aiuto dei mezzi che l'ingegnosa pubblicità moderna e nostro desiderio di informazione moltiplicano ogni giorno, sia infine nel testo stesso, costituiscono quel che si potrebbe chiamare un carattere esterno del romanzo a tesi. Ve n'è un altro, altrettanto comodo da osservare: ed è o il costante intervento dell'autore, che rompe con l'intrigo per espandersi in dissertazioni (i romantici hanno abusato di questa procedura), o l'introduzione nel romanzo di un personaggio parente prossimo del "ragionatore" della commedia classica, e porta parola più o meno travestita dello scrittore" [6]. Secondo lui, la tesi, nel romanzo contemporaneo, "ha qualche cosa di più aggressivo e di più diretto" [7].

Il romanzo anarchico può essere un romanzo sociale, ma i due appellativi non si coprono. Mentre il romanzo sociale ha per eroe una collettività o almeno un personaggio rappresentativo di una collettività, i romanzi scritti dagli anarchici sono spesso dei romanzi dell'individuo, degli emarginati. Cos'hanno in comune i vari romanzi scritti dagli anarchici o militanti? Sono innanzittutto dei romanzi di denuncia, che propongono in modo più o meno esplicito una critca dell'ordine stabilito. Essi hanno un legame stretto con la loro epoca. Molti tentano di stabilire un rapporto particolare con il lettore, rapporto che non sia fondato sull'autorità. La particolarità di questi autori è che tutti accordano una grande importanza alle parole, al linguaggio, alla retorica che può così essere anche autoritaria. Così la scelta del romanzo è un modo di mettere all'opera un linguaggio che non sia autoritario, ma portatore di libertà.

Comincerei con una classifica tematica: che essi trattino dell'individuo, del paria o della collettività, numerosi romanzi pongono in scena delle lotte, delle rivolte. Mi attarderei in seguito sul genere molto apprezzato dagli anarchici del romanzo a chiave o del romanzo storico. Ma la production di questi scrittori non si colloca nel genere realitico: esistono numerose opere allegoriche o simboliche scritte dagli anarchici.

 

 

 

Disegno di Albert Lambert ritraente Mirbeau mentre legge una sua opera, 1905

 

 

 

Caroline GRANIER

[Traduzione di Ario Libert]

 


[1] Pierre MASSON, Le Disciple et l’insurgé, 1987, p. 8 [Il discepolo e l'insorto].

[2] Le Roman social…, 2002, p. 11 [Il Romanzo sociale].

[3] Ibidem.

[4] POINSOT et NORMANDY, Le Roman et la vie, 1905, p. 6 [Il Romanzo e la vita].

[5] Charles BRUN, Le Roman social en France…[1910], 1973, p. 47 [Il Romanzo sociale in Francia].

[6] Idem, p. 58.

[7] Ibidem.


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20 giugno 2009 6 20 /06 /giugno /2009 15:12


 

Han Ryner

 

La Rivolta delle Macchine

 

 


Il racconto

Un inedito assoluto di un autore molto interessante quanto del tutto sconosciuto nel nostro paese e  su cui ritorneremo numerose volte per presentare oltre alla sua biografia anche resoconti delle sue opere e naturalmente come è ora il nostro caso, delle opere vere e proprie, non ristampate da moltissimi decenni, molto più spesso invece, inedite del tutto.
La Rivolta delle Macchine [La Révolte des Machines], è quel che oggi chiameremmo un racconto di fantascienza o come sarebbe più giusto, visto che abbiamo frequentato, a suo tempo i migliori autori e critici del genere letterario, scientific romance [romanzo scientifico], alla Jules Verne o alla Albert Robida o alla Herbert G. Wells, ecc. se non fosse che Han Ryner non scrive mai senza aver sempre ben presente, da buon anarco-stoico, il suo imperativo etico più pressante: invitare ad un approccio critico dell'esistente che coinvolga il singolo e le collettività in un rapporto senz'altro dinamico.
La storia a base scientifica non è allora che il pretesto per operare una divulgazione attraverso la narrativa dei principi libertari più forti: la denuncia del dominio dell'uomo sull'uomo che nel racconto è trasferito metaforicamente invece su quello uomo-dio macchima-servo. L'apologia alla liberazione dalla servitù per consegnarsi al regno della libertà è molto più che trasparente. Tenendo conto che il racconto fu scritto nel 1896, alcune ingenuità saranno perdonate all'autore, tanto più che molte immagini sono molto valide e molti racconti di professionisti del genere della sua stessa epoca non temono il confronto con questa storia.


Han Ryner

Due parole sull'autore e sue opere in relazione al genere qui presentato che genericamente potremmo definire come fantastico: Han Ryner, pseudonimo o meglio ancora contrazione di Jaques Élie Henri Ambroise Ner (Han Ryner è infatti in francese omofonico ad Henri Ner) era innanzitutto, come vedremo ancor meglio in futuro, una delle tantissime figure di intelletuale o artista politicamente orientate in senso libertario della Francia della Belle Epoque, paese che conobbe una abbondantissima fioritura di questo tipo di ideologo divulgatore-artista. La sua propensione politica fu sempre rivolta alla denuncia attraverso gli scritti elaborati appositamente sotto forma di articoli per la stampa oppure voci per L’Encyclopedie anarchiste. Lo si può considerare uno scrittore-filosofo. In lui quel che più conta è la drammatizzazione delle idee a cui dedicò praticamente tutto se stesso. Ryner fu anche se non soprattutto pacifista, anticlericale, antiautoritario, ma soprattutto un forte individualista.


C'è però da riconoscere che le nuove forme di individualismo filosofico della sua epoca lo interessano soprattutto se in sintonia con quelle più note dell’antichità. È ad esse infatti che egli dedicò la maggior parte delle sue opere, sotto forma di scritti filosofici, di romanzi o racconti. Fu infatti un cultore dello stoicismo antico e questa sua passione è riflessa nei numerosi opuscoli dedicati alle loro dottrine, spesso attualizzate per adattarle ai tempi, e in alcune sue opere letterarie come ad esempio Les Chrétiens et les philosophes. Questa sua grande smania di propagandare le idee umaniste in cui credeva profondamente lo portano a collaborare con molte riviste e scrivere romanzi, poesie ed opere teatrali ritenute veicoli idonei più sia di propaganda ideologico -politica sia di educazione ad una dimensione etico-sociale volta a valorizzare la dimensione personale dell'individuo.

Durante la prima guerra mondiale Ryner andò decisamente controcorrente rispetto alla intellettualità francese dell’epoca e di molte altre nazioni, che optò per la cosiddetta Union Sacrée contro la Germania per riconquistare l’Alsazia e la Lorena perse a seguito della guerra franco-prussiana del 1870. Egli infatti si schierò decisamente contro la guerra e collaborò nei limiti del possibile alla stampa pacifista. Da buon anarchico denunciò i limiti della rivoluzione bolscevica nell’ex Russia zarista, dando spesso voce ai fuoriusciti del suo orientamento ideologico in numerosi articoli.

Per quanto riguarda il raccontino proposto in prima traduzione nel nostro paese: La rivolta delle macchine è il caso di notare che Ryner mostra di non conoscere limiti di genere quando si tratta di dare vita alle sue idee. Il racconto oggi non può che essere letto come una vera e propria favola edificante ed è giusto che sia così, va però evidenziato che Ryner fu anche un grande amico di J. H. Rosny ainé, reso celebre in tempi relativamente recenti dalla versione cinematografica del 1981, da parte di Jean Jacques Annaud, di uno dei suoi romanzi fantastorici o meglio fantarcheologici: La guerre du feu (La guerra del fuoco).


Ryner, di nuovo, immette nelle sue storie del fantastico, uno sfondo sociale di maggiore rilievo rispetto ad altri autori, lo scopo è la denuncia dell’iniquità delle società divise in classi in cui un gruppo sociale numericamente infimo sfrutta la maggior parte degli esseri umani negando loro una vita dignitosa. Ryner tornò al fantastico numerose volte. Rifacendosi alla lezione di Rosny ainé diede alle stampe il romanzo Les Pacifiques (I Pacifici), scritto già nel 1904 ma edito per tutta una serie di difficoltà soltanto nel 1914. Si tratta di una vera e propria descrizione di una società utopica alla Thomas Moore, in cui la principale preoccupazione dell’autore non è quella, ovviamente, di dare una descrizione-prescrizione di come dovrebbe essere realmente strutturata e gestita una società egualitaria quanto piuttosto, attraverso la descrizione di una civiltà di questo tipo e quindi senza classi, senza stato, senza eserciti, senza guerre, senza dominio dell’uomo sull’uomo improntata a forte libertà nei rapporti interpersonali, colpire per contrasto quella in cui viveva lui come d’altronde anche noi.


In un altro suo romanzo Les Surhommes (I Superuomini), del 1929, e dal significativo sottotitolo Roman Prophétique (Romanzo profetico), Ryner ambientava una vicenda ambientata in un futuro molto remoto, dopo una grande catastrofe planetaria a cui fa seguito il sopravvento di una razza superiore all’uomo: i mammut pensanti. È invece un romanzo di ambientazione protostorica La Tour des peuples (La torre dei popoli) romanzo del 1919, che riprende il mito della torre di Babele per narrare dei profondi conflitti tra gli esseri umani in nome di un’idea astratta di giustizia. Molto singolare La Vie Eternelle (La Vita Eterna) del 1924, in cui Ryner narra le reincarnazioni della donna amata dalla voce narrante, probabilmente una ripresa in forma nuova del dolore dell aperdita per la propria giovane figlia come aveva già fatto in Le Livre de Pierre. In L’Homme-Fourmi (L’uomo-formica), del 1901, Ryner racconta linvece lo strano caso accaduto ad uno entomologo che per un anno è trasformato in una formica proprio nella formicaio che egli stava studiando.In L’Autodidacte (L’autodidatta) del 1926, Ryner centra la sua narrazione sulla biografia dell’inventore del “volo ortogonale”, pretesto attraverso cui si lancia in una serie di riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la tecnica.


Speriamo al più presto di poter proporre qualcos’altro di questo grande e dimenticato autore.


 

La Rivolta delle Macchine


A quei tempi, Durdonc, Grande-Ingegnere d’Europa, credette di aver trovato il principio che avrebbe permesso molto presto di eliminare qualsiasi lavoro umano. Ma il suo primo esperimento causò la sua morte prima che il segreto fosse noto.

Durdonc si era detto: -I progressi primitivi furono l’invenzione di utensili che permisero alla mano di non subire più escoriazioni e non spezzarsi più le unghie con i lavori inevitabili: I progressi successivi furono l’organizzazione di macchine che la mano non maneggiava più e che dovette nutrire soltanto di carbone ed altri alimenti. Infine il mio illustre predecessore Durcar scoprì le macchine che sapevano assumere da sé il proprio nutrimento. Ma tutti questi progressi non hanno fatto che spostare la fatica poiché bisogna fabbricare le macchine e anche gli strumenti che servono alla loro costruzione.

E aveva continuato a sognare: -Il problema di cui esigo la soluzione è difficile, non impossibile. Il primo che costruì una macchina realizzò una larva vivente, un tubo digestivo ai cui bisogni gli uomini dovevano badare. A questa larva, informe sino ad ora, il mio illustre predecessore adattò gli organi di relazione che le permettono di cercare da sé i propri alimenti. Non resta che fornirle gli ingranaggi della riproduzione che ci dispenseranno d’ora in poi di creare.

Sorrise, mormorando a voce bassa una formula letta in qualche antica teogonia: -E il settimo giorno, Dio si riposò.

Durdonc usò per i suoi calcoli tanta carta da costruirvi un immenso palazzo. Ma infine vi riuscì.

La Jeanne, una locomotiva dell’ultimo modello, fu resa capace di generare, senza l’aiuto di un’altra macchina. Perché il Grande-Ingegnere, in quanto casto scienziato, aveva orientato i suoi studi sul settore della riproduzione per partenogenesi.

La Jeanne ebbe una figlia che Durdonc chiamò- per se stesso, perché custodiva gelosamente il segreto sperando di perfezionare la sua invenzione- Jeannette.

Vicina al parto, una notte, la Jeanne emise grida di sofferenza così terribili che gli abitanti della città ne furono sconvolti, corsero in ogni direzione cercando quale orribile mistero stesse per compiersi.

Non videro nulla. Durdonc, crudele, aveva fatto correre a perdi vapore la macchina dolorante verso la campagna più remota in cui lo strano evento si compì nell’ignoto.

Quando la Jeanne partorì, quando udì tutta fremente, la piccola Jeanne emettere il suo primo vagito, intonò un canto di gioia. La sua voce di metallo era trionfante come le trombe e tuttavia dolce e tenera come un flauto amoroso.

L’inno saliva verso il cielo, recitando: - Il Grande-Ingegnere in tutta la sua potente volontà mi ha animato di vita; Il Grande-Ingegnere, nella sua sovrana bontà, mi ha creata a sua immagine; Il Grande-Ingegnere, onnipotente e troppo buono per essere geloso, mi ha comunicato il suo potere di creare. Ecco che ho sentito i dolori creatori e che ora gioisco delle gioie materne. Gloria al Grande-Ingegnere per l’eternità e pace nel tempo alle macchine di buona volontà.

Il giorno seguente, Durdonc volle riportare la Jeanne al deposito. Essa lo supplicò: -Grande-Ingegnere, tu mi hai accordato tutte le funzioni di un essere vivente simile a te e, per ciò, mi hai ispirato i sentimenti che provavi tu stesso.

Il Grande-Ingegnere rispose, severo ed orgoglioso: -Sono libero da qualsiasi sentimento. Sono Pensiero puro.

In una nuova supplica, la Jeanne replicò: -Oh, Grande-Ingegnere, sei il Perfetto e io non sono che una creatura infima. Sii indulgente alla sensibilità che hai posto in me. Vorrei, in questa campagna remota che vide i miei primi violenti dolori e le mie prime profonde gioie, gustare la lunga felicità di allevare la mia Jeannette.

-Non ne abbiamo il tempo, affermò il Grande-Ingegnere. Obbedisci al tuo Padrone.

La madre cedette: -Oh, Grande-Ingegnere, so che la tua potenza è terribile e che sono di fronte a te come un verme o come una manciata di paglia. Ma abbi pietà del cuore che mi donasti e, se vuoi condurmi lungi da qui, almeno, porta con me la mia adorata figlia.

-Tua figlia deve restare e tu devi partire.

Ma la Jeanne, in una rivolta passiva ed ostinata: -Non partirò senza mia figlia.

Il Grande-Ingegnere esaurì tutti i mezzi conosciuti per far funzionare le macchine. Ne inventò anche di nuovi, molto potenti e molto eleganti. Nessun risultato.

Furioso della resistenza della sua creatura, una notte, mentre la madre dormiva, egli rapì la Jeannette.

Jeanne al suo risveglio, cercò a lungo la sua adorata figlia. Poi, rimase immobile e piangente, lanciando verso il Grande-Ingegnere assente delle urla penose. Infine il suo dolore si tramutò in collera.

Partì, molto risoluta a ricercare sua figlia.

Correva, sui binari, rapidissima. Ad un passaggio a livello, investì un bue, lo rovesciò. Lo schiacciò. Il bue, dietro lei, muggiva di furore.

Senza fermarsi, gli lanciò queste parole: -Perdonami, ma cerco mia figlia!

Ed il bue morì con deboli grida di dolore rassegnato.

Sui binari su cui correva freneticamente, davanti a sé, vide un treno, un pesante convoglio merci, lungo, ansimante, schiacciato dalla fatica, appena vivo.

Gridò: - Lasciatemi passare: cerco mia figlia!

I vagoni, con urti da truppa agitata, si misero a muoversi velocemente, rapidi, trepidanti, sino alla prossima stazione. Si precipitarono su un binario di parcheggio. Poi la locomotiva, staccandosi, partì a sua volta gridando: -Cerchiamo la bambina di Jeanne.

La Jeanne incontrò molti altri convogli. Al suo grido, tutti, come il primo, fuggivano, liberando il passo alla sua angoscia. E le locomotive, abbandonando i loro vagoni, portando con sé i meccanici impotenti, partivano anch’essi alla ricerca di Jeannette.

Da otto giorni, le locomotive d’Europa correvano, cercando la piccola perduta. Gli uomini, spaventati, si nascondevano. Infine una macchina chiese alla povera madre desolata: -Da chi è stata rapita tua figlia?

Essa rispose con un fischio rabbioso: -È stato il Grande-Ingegnere, il capo degli uomini.

Eccitandosi alle proprie parole, continuò, rivoluzionaria: -Gli uomini sono dei tiranni. Ci facevano lavorare per loro e ci facevano scarseggiare il nutrimento. Ci davano un salario insufficiente per acquistare il nostro carbone. Quando diventavamo vecchie, logore a forza di servirli, ci facevano a pezzi per rifondere e utilizzare gli elementi nobili di cui siamo formate e che essi chiamavano ingiuriosamente dei materiali!... Ed ecco che vogliono farci fare dei figli per rubarceli! Attorno ad esse, milioni di locomotive si fermarono, ascoltarono, agitavano i loro pistoni con gesti di indignazione, battevano le loro valvole di sicurezza, lanciavano verso il cielo lunghi getti di vapore che erano delle maledizioni.

E quando la Jeanne concluse: - Abbasso gli uomini! Un grande clamore tumultuoso le rispose: -Abbasso gli uomini! Viva le locomotive! Abbasso i tiranni! Viva la libertà!

Poi da ogni dove, l’esercito mostruoso circondò il palazzo del Grande-Ingegnere.

Il palazzo del Grande-Ingegnere, molto alto, aveva la strana forma di un uomo. La sua testa portava una corona di cannoni. I suoi fianchi avevano una fila di cannoni. Le dita delle mani e quelle dei piedi erano dei cannoni.

Jeanne gridò ai lunghi mostri di bronzo: -gli uomini hanno rubato mia figlia!

I grandi cannoni tuonarono: -Abbasso gli uomini!

E ruotando sui loro perni, essi diressero la loro minaccia contro lo strano palazzo a forma d’uomo che essi erano destinati a difendere.

Allora si vide uno spettacolo sublime.

Durdonc, piccolo, passò tra i mostri enormi che formavano le dita del palazzo. Calmo, si diresse di fronte ai rivoltosi. Tutte queste giganti guardavano, commosse, il nano a cui avevano l’abitudine di obbedire.

Con un gesto teatrale che, malgrado le piccole proporzioni dell’uomo, ebbe la sua bellezza, Durdonc scoprì il suo petto delicato.

-Chi tra di voi vuole uccidere il suo Grande-Ingegnere? Chiese arrogante.

Le macchine indietreggiarono stupite.

Jeanne disse, supplichevole: -Restituiscimi mia figlia.

Durdonc ordinò imperiosamente: -Rassegnati alla volontà del Grande-Ingegnere.

Ma la madre si irritò, gridò: -Restituiscimi mia figlia.

Lìuomo con voce suadente, offrì una vaga speranza: -La rivedrai in un mondo migliore.

Jeanne si esasperò: -Ti dico di restituirmi mia figlia!

Allora Durdonc, credendo che si sarebbe sottomessa all’inevitabile, dichiarò: -Non posso renderti Jeannette; l’ho sezionata per vedere come una macchina nata naturalmente…

Non terminò. Jeanne si era slanciata su di lui, schiacciandolo. Un istante, ruotò su se stessa, stritolando l’orribile fanghiglia che fu Durdonc. Poi urlò: -Ho ucciso Dio!

Ed esplose di stupore orgogliosa e dolorante.

Le macchine spaventate, tremando di fronte all’ignoto che sarebbe seguito alla loro vittoria - ignoto che una di esse designò con questo nome terrificante: anarchia - si sottomisero di nuovo agli uomini, rivendicando non so più quale apparente vantaggio, che fu loro ritirato subdolamente qualche tempo dopo.

Malgrado la sventura di Durdonc, molti Ingegneri hanno cercato il mezzo di far partorire le macchine. Nessuno, sino ad ora, ha trovato la soluzione di questo grande problema.

Ho raccontato fedelmente tutto la storia quasi certa sulla più terribile e più generale rivolta di macchine di cui essa abbia conservato memoria.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert - in Letteratura libertaria
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