Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
26 settembre 2012 3 26 /09 /settembre /2012 05:00

La feccia dell'umanità

disoccupati1.jpg

di Paul Mattick

 

Questo articolo è stato scritto durante la crisi del 29, quando la disoccupazione negli USA, Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali raggiunse e in alcuni casi superò il 30%. La versione originale, titolata “The scum of humanity”, comparve sulla rivista International Council Correspondence nel marzo del 1935. Nella versione originale l'articolo compare senza firma. Sia per il contenuto come per lo stile il testo è chiaramente attribuibile a Paul Mattick, editore della rivista. Di fatto l'articolo è presente come tale nella bibliografia di Paul Mattick preparata con la collaborazione di Paul Mattick figlio. Nell'originale le distinte parti del testo erano semplicemente numerate.

Una persona poco abituata a problemi politici che assista a riunioni di lavoratori, eccettuate quelle dei disoccupati, probabilmente rimarrà sorpresa dal fatto che la maggior parte dei presenti non fa parte degli strati più poveri del proletariato. I lavoratori meglio organizzati sono infatti gli appartenenti alla cosiddetta "aristocrazia operaia", che copre una posizione sociale che si trova fra le classi medie e il proletariato in senso stretto. Le organizzazioni sindacali di questi strati difendono gli interessi fondamentali dei propri membri, proporzionando loro vantaggi immediati, e non sono capaci di politicizzare i propri aderenti in una direzione socialista, ma d'altronde neppure ci provano. D'altra parte, il movimento operaio radicale può solo offrire ai propri aderenti soddisfazioni ideologiche, non vantaggi materiali.

crisi29.jpg

È precisamente per questo motivo  che è incapace di raggiungere gli strati veramente impoveriti del proletariato. Questa parte per la sua stessa condizione di miseria si vede obbligata a preoccuparsi solamente dei propri interessi più incalzanti e diretti se non vuole lasciare la vita stessa. Per questo motivo i movimenti politici radicali della classe operaia oscillano fra due poli della popolazione lavoratrice, l'aristocrazia operaia e il lumpenproletariato. Il peso dell'organizzazione viene portato da elementi che pur non facendosi illusioni di un'impossibile avanzamento personale nell'attuale società, mantengono un livello di vita tale che gli permette di dedicare denaro, tempo ed energie a sforzi i cui frutti, in forma di miglioramento materiale delle proprie condizioni, rimangono differiti a un futuro incerto. Questi militanti si confrontano alla società attuale a partire dal riconoscimento del suo necessario cambiamento, pur risultando loro possibile viverci dentro. L'attività del movimento operaio radicale in tempi non rivoluzionari è diretta fondamentalmente alla trasformazione dell'ideologia dominante. L'agitazione e la propaganda esigono sacrifici materiali ma in cambio non proporzionano vantaggi materiali. I membri attivi delle organizzazioni operaie devono avere del tempo a propria disposizione. Sono militanti che confidano in un trasformazione in senso rivoluzionario delle masse, ma che nel frattempo fanno il possibile per avvicinare il giorno del cambiamento e si dedicano ad educare, discutere, filosofare.

feccia1.jpg

Gli elementi della classe operaia che simpatizzano con queste idee ma che per le proprie condizioni vitali non hanno la possibilità di aspettare, si vedono continuamente rifiutati da queste organizzazioni. Le fluttuazioni della militanza nel movimento radicale non sono il risultato di false politiche o di mancanza di tatto della burocrazia nei rapporti con i membri non ancora ideologicamente stabili. Sono il risultato anche della crescente pressione di uno strato sempre maggiore di lavoratori impoveriti a "limitare le proprie mire". Le attività del movimento dal quale si aspettano aiuto possono solo proporzionargli parole e un qualcosa in cui perder tempo. Non solo non li aiuta ma rende più difficoltosa la lotta individuale per la sopravvivenza, una lotta che si fa ogni giorno più difficile, che richiede sempre più tempo e più sforzi psicologici quanto più si estende la miseria nella società e quanto più l'individuo vi affonda. Indipendentemente da quanta propaganda socialista abbiano assorbito, le proprie condizioni di esistenza li spingono ad agire in maniera opposta alle proprie convinzioni e come risultato di questo agire si ha che prima o poi queste convinzioni si dissolvono, perché si rivelano "inutili nella pratica". Questa è una delle ragioni per cui il movimento politico della classe operaia si spezza nei periodi di recessione e funziona meglio in tempi di riattivazione economica. Perciò, a partire dalla propria "esperienza", una gran parte del movimento operaio ha preso una posizione apertamente ostile contro l'idea che l'impoverimento delle masse è sinonimo di diffusione delle idee rivoluzionarie.

feccia2.jpg
A chi sostiene la teoria dell'impoverimento si segnala ripetutamente e appassionatamente l'esistenza del lumpenproletariato come prova che l'impoverimento rende le masse apatiche e non rivoluzionarie e che le mette in contrapposizione al proletariato piuttosto che in disposizione di servirlo, in quanto la classe dominante spesso si serve del lumpen per le proprie necessità. Il movimento operaio di conseguenza si adopera con grande zelo nel migliorare la condizione economica dei lavoratori, considerando che in questo modo si eleva la coscienza di classe del proletariato. Di fatto, nel periodo di crescita della società capitalista il miglioramento del livello di vita del proletariato è stata parallela alla crescita dei sindacati e delle organizzazioni politiche operaie e dal rafforzamento della coscienza politica dei lavoratori. Ma questa coscienza, come le organizzazioni stesse, non erano rivoluzionarie. Per questo motivo, la teoria dell'aumento del livello di vita del proletariato come mezzo per l'avanzata rivoluzionaria è stata smentita tanto quanto la teoria della pauperizzazione. La difficoltà fu risolta mediante l'assurda argomentazione che l'attitudine reazionaria dei lavoratori organizzati era il risultato delle sue direzioni reazionarie. La contraddizione che implica il combattere l'impoverimento e al tempo stesso considerarlo necessario si considerava lesiva per l'esistenza dell'organizzazione. Le masse non possono essere attratte dall'organizzazione se non ricevono alcuna promessa.

feccia-1929_panic_on_wall_street.jpg
La convinzione, basata in una lettura superficiale dei fenomeni, che l'impoverimento rende le masse reazionarie invece che rivoluzionarie, e la ripugnanza verso il lumpenproletariato visto come manifestazione vivente di questa “verità” è stata durante molto tempo la caratteristica comune del movimento politico della classe operaia e ancor oggi compare nel dibattito politico quando si tratta di spiegare l'aiuto che la classe dominante riesce a reclutare nel campo del proletariato. Lo scarso grado di organizzazione e il sottosviluppo della coscienza di classe nei disoccupati tende in apparenza a smentire la teoria dell'impoverimento. Lo stesso accade con la funzione che compie il lumpen nella società. Certo, è questa “feccia dell'umanità” che, in alleanza con la piccola borghesia e agli ordini del capitale monopolista che gremisce le file del fascismo. Gli elementi che il movimento fascista attrae dalla cerchia della classe operaia si aspettano e ottengono vantaggi che in ogni caso sono immediati, per quanto siano piccoli. Questi elementi non si legano a nessun movimento per motivi ideologici, che sorpassano di molto le loro ambizioni e possibilità. Che i vantaggi siano di carattere puramente temporale non preoccupa affatto questi elementi che, come è ovvio, vivono  “alla giornata”. Rimproverarli con l'accusa di tradimento verso la propria classe è semplicemente attribuirgli la possibilità di una coscienza e di un insieme di convinzioni che costituiscono un lusso escluso dalla loro stessa forma di vita. Essi agiscono per i propri interessi più immediati, e a questo proposito, perfino la maggior parte dei lavoratori accettano in gran parte il fascismo, passivamente o attivamente, per non pregiudicare se stessi. Chi passerà prima o dopo nel campo del nemico di classe viene determinato dal grado di impoverimento di ogni individuo. Tralasciando tutto ciò, la ricerca delle scienze sociali in quasi tutti i paesi dimostra che la forma delle tendenze rivoluzionarie è legata all'impoverimento generale delle masse. Queste ricerche si concentrano esclusivamente sugli ultimi anni e per questo motivo l'unica cosa che indicano è che inizialmente l'impoverimento si associa con il regresso delle tendenze rivoluzionarie.

feccia-Borsa-New-York-1929.jpg

Lumpenproletariato e organizzazioni operaie

Il concetto di lumpenproletariato non è in nessun modo un concetto chiaramente delimitato. I gruppi comunisti a sinistra del movimento operaio ufficiale parlamentarista e sindacalista hanno dato a questo concetto una tale ampiezza da farlo diventare praticamente un insulto per qualificare tutti gli elementi che in virtù della propria situazione di classe dovrebbero naturalmente essere definiti come proletariato, ma che svolgono un qualche servizio per la classe dominante. In questa concezione, l'elemento lumpen non è composto tanto dalla “feccia dell'umanità” quanto dai “fiori e panna”, vale a dire, dalla burocrazia del movimento operaio. In questo tipo di definizione si riflette l'odio diretto verso i venduti e coscientemente si tralascia che il tradimento è più il prodotto dello sviluppo storico che frutto dell'interesse personale dei leaders corrotti.
feccia-disoccupati.gif
Ma secondo l'idea più estesa nel movimento operaio, il termine lumpenproletariato include i molti elementi che stanno alla base della società attuale e che sono messi in lotta direttamente contro i lavoratori; ad esempio guardie giurate e vigilanti, provocatori, spie, crumiri, etc. Nonostante questo, per il movimento operaio riformista che lotta per ottenere il potere nell'attuale società questi elementi perdono il proprio carattere di lumpenproletariato non appena la burocrazia riformista riesce a partecipare del governo. Le guardie diventano così “compagni in uniforme”; gli agenti della polizia segreta degni cittadini che proteggono il paese dalla minacciosa anarchia; e i crumiri, “lavoratori, tecnici dell’emergenza”. Un cambio di governo è sufficiente per cancellare da questi elementi l'etichetta di lumpen.
feccia-disoccupati2.jpg
I teppisti e i repressori della società esistente o di qualunque altra società di classi contrapposte non possono essere inclusi propriamente nel concetto di lumpenproletariato, in quanto risultano completamente necessari alla pratica sociale. Questo ragionamento non è applicabile ai crumiri, ma in realtà andrebbero esclusi anche questi dai lumpen in quanto, come diceva Jack London, “con rare eccezioni, siamo tutti crumiri”. Di fatto, il crumiro può essere criticato solo dal punto di vista di un ordine sociale che ancora non esiste. Per il momento si comporta in totale accordo con la pratica sociale, che pur avendo convertito la produzione in un processo intensamente sociale, non ammette altra regola se non la ricerca dell'interesse privato. Il crumiro non ha ancora compreso né sperimentato abbastanza nella pratica che sono precisamente le sue necessità individuali quelle che dovrebbero portarlo all'azione collettiva. Non è ancora abbastanza disilluso dell'improduttività degli sforzi destinati a “trovarsi un posto al sole” a partire dalle basi della società presente. Spera di assicurarsi dei privilegi per la sua maggior capacità di adattamento alla pratica sociale e solamente dall'inutilità dei suoi sforzi potrà convincersi che in realtà sta rimanendo ai margini della società, per quanto si sforzi di farsi giustizia. Anche se i lavoratori si vedono costretti a lottare contro i crumiri, questi non possono essere considerati lumpenproletariato.

feccia-Sommosse-di-fronte-alla-borsa-di-New-York.jpg

Siccome le relazioni di produzione capitaliste servono per far avanzare lo sviluppo generale umano per un certo periodo storico, questi “elementi basici della società” appartenenti alla classe operaia devono essere considerati elementi produttivi, al di là del loro parassitismo e della loro ostilità con i lavoratori. Se la capacità produttiva della società si moltiplica ad un ritmo vertiginoso per le relazioni di mercato e di competizione, i mezzi per salvaguardare e promuovere queste relazioni devono essere considerati strumenti produttivi. E si può opporre a questi mezzi solo chi si oppone alla società stessa. La funzione di entrambi i gruppi del proletariato, quello direttamente produttivo e quello indirettamente produttivo, che garantiscono la sicurezza della società, differiscono nella forma ma non nel principio, servono gli stessi scopi. Il rovesciamento della società esistente mostrerebbe una volta per tutte che il concetto di lumpentroletariato è applicabile solamente agli emarginati della società che sono accettati dalla nuova società come i resti della vecchia: i girovaghi e i delinquenti che pur essendo frutto dell'attuale società che costantemente li nega e li utilizza, dovranno essere combattuti anche nella nuova società. Questi elementi non sono altri se non quelli abitualmente considerati come “feccia dell'umanità”: vagabondi, “sanguisughe”, prostitute, profittatori, delatori, ladri, truffatori, ecc.


Lumpenproletariato e capitalismo

Quando ancora si poteva negare che la disoccupazione è un fenomeno sociale normale perchè le temporanee riprese occultavano il fatto che questo fenomeno è inseparabile dall'attuale sistema, una gran parte della criminologia borghese sosteneva che le attività e le tendenze delittuose negli strati inferiori della popolazione erano dovute innanzitutto all'oziosità. Questa visione era diffusa anche in alcuni circoli operai e dei lavoratori organizzati che avendo introiti relativamente regolari guardavano con non poco disprezzo gli accattoni che vagano per le città e per le strade. L'origine di questa “oziosità”, se questo termine può realmente servire a descrivere qualcosa, non era motivo di preoccupazione per chi dava questi giudizi. Il movimento socialista, ovviamente, ne attribuiva la responsabilità all'attuale società. Nonostante ciò, quando i socialisti avevano l'opportunità pratica di combattere questo fenomeno, non sapevano far altro che utilizzare il codice penale del diritto borghese.

feccia-1929-cash-car.jpg
La miseria, il lumpentroletariato e la delinquenza non sono il risultato delle crisi capitaliste. Le crisi possono spiegare solo il grande aumento di questi fenomeni. La disoccupazione accompagna tutto lo sviluppo del capitalismo ed è necessario nell'attuale sistema produttivo per mantenere i salari e le condizioni di lavoro a livelli bassi corrispondenti alle esigenze di un'economia che genera profitti. Anche se la disoccupazione di per se non spiega l'egemonia del capitale sui lavoratori, spiega invece il rafforzamento di quell'egemonia. Indipendentemente dall'effetto provvidenziale che ha l'esercito industriale di riserva sul tasso di guadagno ottenuto dalle diverse aziende, l'esistenza stessa di questo esercito ha le sue motivazioni nelle leggi economiche che determinano il funzionamento della società capitalista. La tendenza dell'accumulazione di capitalista che da un lato produce capitale superfluo e un eccesso di popolazione dall'altro si è convertita in una dolorosa realtà. Essendo questo il suo funzionamento bisogna per forza ammettere, seppur anche solo a denti stretti, che la disoccupazione non potrà mai essere eliminata del tutto. Così gli sforzi vengono diretti poco a combatterla e più a diminuire i pericoli che implica per la società. Perciò assistiamo alle vigorose discussioni sulla riforma del sistema penale, che sono riflesso dei cambiamenti verificabili nel mercato del lavoro.

feccia-hooverville.jpeg
Addirittura H. L. Menken, in un recente numero di Liberty ha proposto di introdurre nel sistema penale statunitense pratiche simili a quelle presenti in Cina, vale a dire l'eliminazione fisica senza limitazioni dei delinquenti con o senza prova di colpevolezza, una forma di giustizia abituale nei paesi dove esiste un sovrapopolamento cronico. In Germania si discute di reintrodurre le punizioni corporali, già in voga durante il Medioevo, in quanto le prigioni non sono più efficaci come strumenti di dissuasione e la forza-lavoro gratuita dei detenuti non può più essere utilizzata. La maggiore povertà risultante dalle crisi persistenti e dalla disoccupazione su grande scala toglie terreno al castigo, perché la vita in carcere non è molto peggiore dell'esistenza fuori da essa. I delinquenti sono sempre di più, fatto che aumenta ulteriormente la brutalità dei castighi e rende impossibile una riforma degli interni delle prigioni. Come ha detto George Bernard Shaw, “quando si guarda agli strati più poveri e oppressi della nostra società si trovano condizioni di vita tanto miserabili che risulta impossibile amministrare una prigione umanamente senza rendere la vita del delinquente migliore di quella di molti cittadini liberi. Se la prigione non è peggiore dei quartieri malfamati in quanto a degrado umano, questi quartieri si svuoteranno e si riempiranno le carceri.” Di modo che il castigo legale non è solo barbaro e si vede spinto verso una maggiore brutalità, ma le sue stesse istituzioni si convertono in nidi di delinquenza, come provano le statistiche che dimostrano come la maggior parte delle persone che sono state in prigione vengono dopo la conclusione della pena nuovamente incarcerate.
feccia-1929.jpeg
In ogni modo, l'imbestialimento degli esseri umani, fenomeno legato allo sviluppo della società capitalista e che ha la sua massima espressione nella crescita del lumpenproletariato, non trova le sue origini solamente nella disoccupazione e nell'impoverimento di massa. Come diceva Marx, l'accumulazione di ricchezza in un polo della società non implica solamente la miseria nel polo opposto, ma l'accumulazione di fatiche, schiavitù, ignoranza, brutalità e degrado morale. Nelle condizioni lavorative del capitalismo, il lavoro si converte in puro e semplice lavoro forzato, indipendentemente da quanto “liberi” possano essere i lavoratori per altri aspetti. Anche fuori dall'ambito lavorativo, il lavoratore non appartiene a se stesso, ma semplicemente recupera la propria capacità di lavoro per il giorno seguente. Vive in libertà puramente per rimanere in condizioni di realizzare i propri lavori forzati e arriva così a deumanizzarsi completamente, a non avere alcuna relazione volontaria col proprio lavoro che diventa mero oggetto, pura appendice del meccanismo produttivo. Sperare che questi lavoratori, in queste condizioni, ottengano qualche tipo di piacere dal proprio lavoro è completamente illusorio. Ciò che cercheranno di fare è tutto il possibile per uscire da queste condizioni per affermarsi come esseri umani. A lungo andare, queste circostanze tendono ad “animalizzarli”.
feccia-bambini.jpeg
Con un potere esterno, mezzi coercitivi e semplice uso della forza è impossibile liberarsi del lumpenproletariato od ottenere una diminuzione della criminalità. La questione centrale è mantenere o creare negli esseri umani la disposizione psichica per occupare il posto che gli corrisponde nella società e il proprio stile di vita e questo si fa via via meno possibile. La mancanza di coscienza sociale e di adattabilità sociale da parte dei delinquenti è suscettibile di altre spiegazioni, che vanno oltre la “pigrizia”. Certo, esistono una gran quantità di teorie secondo le quali i difetti fisici e mentali sarebbero le ragioni fondamentali per le azioni criminali degli esseri umani. È innegabile che i fattori psicobiologici devono essere tenuti in considerazione per capire le inclinazioni criminali. Risulta ovvio però che la teoria che ha più da offrire in quanto a comprensione di questo fenomeno è la teoria politica e socioeconomica. I fattori biologici e psicologici contribuiscono a determinare le azioni coscienti e incoscienti degli esseri umani ma gli effetti di questi fattori risultano completamente modificati quantitativamente e qualitativamente a causa dei loro effetti sociali. Gli impulsi degli individui sono soggetti tanto alla situazione socioeconomica come alla situazione di classe a cui appartengono. In una società che garantisce una maggiore importanza ai ricchi e ai proprietari, gli impulsi narcisisti, ad esempio (come ha dimostrato lo psicologo Erich Fromm) devono portare ad un'enorme intensificazione del desiderio di possesso. E se nel contesto dell'attuale società queste tendenze non possono essere soddisfatte per vie “normali”, cercheranno la propria soddisfazione nella delinquenza. Anche se questi impulsi appaiono associati a difetti fisici o psichici, questi possono essere spiegati solo in connessione con la società e con il contesto di classe esistente. La delinquenza, in maggior parte diretta contro le leggi della proprietà, può essere compresa solo prendendo in considerazione la totalità del processo sociale. Anche gli altri tipi di delitti sono determinati se non direttamente, indirettamente dalla situazione sociale e politica. Deduciamo così che potranno essere modificati sostanzialmente o essere totalmente eliminati solamente con un cambiamento della società in cui avvengono.
feccia-fila.jpeg
Non c'è prova più concreta dell'importanza del fattore economico per spiegare la delinquenza che il suo enorme aumento in epoca di crisi economiche. Come conseguenza delle depressioni i più deboli mentalmente e fisicamente fra i poveri si ritrovano a percorrere la strada della delinquenza. Di fatto, molte volte non rimane loro altra possibilità. Che il fattore socioeconomico risulti essenziale si evince pure dal fatto che ad esempio gli abusi sessuali su minori risultano molto più frequenti nelle famiglie di disoccupati rispetto alle famiglie con una vita economica stabile. Come si può spiegare la decadenza della famiglia o altri fattori di incremento della criminalità nella società attuale a partire da fattori biologici o psicologici? E il veloce aumento della prostituzione durante le crisi? Negli USA, le ricerche sull'influenza dell'ambiente di vita nella delinquenza, hanno dimostrato che la maggior parte dei soggetti provengono da quartieri degradati delle città e da famiglie che vivono “alla giornata”. La ricerca ha mostrato anche che la maggior parte dei delitti viene commessa contro la proprietà e che la maggior parte dei delinquenti sono “di intelligenza normale”. I giovani che vagano senza meta e senza obiettivi attraverso gli Stati del paese e per le strade sono in condizioni ideali per deviare verso il lumpenproletariato e integrarvisi permanentemente. Non hanno opportunità e nella loro disillusione decidono di trovare soddisfazioni vitali con qualunque mezzo, vale a dire, con i mezzi delittivi che costituiscono ancora una via aperta. “Ci riprenderemo ciò che è nostro”, dicono a se stessi. E i loro eroi non sono gli eroi rispettabili dell'attuale società, ma i Dillinger [1]. Jack London volle caratterizzare i vagabondi come lavoratori demoralizzati, ma la maggior parte di questi giovani non ha mai lavorato. La demoralizzazione precede il loro ingresso nel mondo del lavoro e quanto più rimangono disoccupati più perdono la capacità di adattarsi al ritmo della vita sociale.
feccia-Child-asleep-in-a-box--Hooverville--1933.JPG
Come aveva compreso William Petty molto tempo fa, “è meglio per la società bruciare il lavoro di mille persone che permettere che queste mille persone perdano la propria capacità lavorativa per inattività”. Ma non solo dal punto di vista dei guadagni ma anche dal punto di vista della sicurezza sociale, il sistema attuale divora se stesso quando, anche contro la propria volontà, nega ai lavoratori la possibilità di mantenersi occupati. Solo attraverso la vendita della propria forza-lavoro i lavoratori possono esistere come tali. Tutta la loro vita dipende dalle volubili oscillazioni del mercato del lavoro. Liberarsi dalle costrizioni e dalle possibilità del mercato è possibile solo nel caso in cui si esca dalle fila della classe lavoratrice. A chi viene meno la possibilità del salto alla classe media, possibilità che è sempre stata eccezionale e che oggi è praticamente inesistente, non rimane altra possibilità che l'integrazione nel lumpenproletariato, opzione che solo in casi contati è scelta volontaria ma che risulta inevitabile a segmenti sempre maggiori della classe operaia. Anche se ci fosse la volontà di farlo, non è fattibile dare ai disoccupati condizioni di vita adatte a degli esseri umani, come nemmeno è possibile darle ai delinquenti in quanto altrimenti la pressione per lavorare perderebbe gran parte della propria forza e aumenterebbe il potere dei lavoratori per resistere nella lotta salariale, e consideriamo pure che spesso anche lavoratori che ricevono assistenza sociale cercano di migliorare i propri mezzi di sussistenza attraverso la delinquenza. In ogni caso, anche nei paesi con sussidi di disoccupazione una porzione maggiore o minore dei lavoratori permane esclusa da questa compensazione non può evitare, anche se gradualmente, di cadere nel lumpenproletariato.
feccia-mensa.jpeg
Chiunque risulti emarginato dal processo lavorativo perde la propria capacità e possibilità di lavorare di nuovo. Si consideri ad esempio il caso di qualcuno che sia stato disoccupato per tre o quattro anni. Per questa persona risulterà estremamente difficile occupare di nuovo il proprio posto nella vita economica. Data la crescente razionalizzazione del processo produttivo, non solo psicologica ma anche fisicamente sarà difficile che possa resistere alla maggior domanda di rendimento. Per questo motivo gli imprenditori rifiutano quasi sempre i lavoratori che siano stati disoccupati per vari anni, verso i quali hanno un'attitudine scettica, alla quale contribuisce l'aspetto miserabile e trasandato del richiedente. Una volta raggiunto un certo livello di miseria, non c'è possibile ritorno alla routine del lavoro giornaliero. Rimane allora solo la possibilità di sotto-nutrirsi attraverso l'elemosina e il lento deterioramento nelle strade delle grandi città. Rimane solo l'ubriachezza per cercare di cancellare il non senso della propria esistenza; o il salto nelle fila del sotto-mondo, che porta inevitabilmente alla prigione e alla morte violenta.

Impoverimento e rivoluzione

Se l'impoverimento che ha luogo fra le masse nel corso dello sviluppo capitalista fosse uniforme e riguardasse l'insieme della classe operaia in modo omogeneo, il risultato sarebbe lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria delle masse. I lumpenproletari sarebbero così tanti che l'esistenza stessa del lumpenproletariato sarebbe impossibile. Le attività lumpen degli individui si manifesterebbero solo in modo collettivo. L'esistenza individuale parassitaria o l'espropriazione individuale si eliminerebbero da se stesse, visto che non è possibile che una maggioranza viva di sotterfugi o di furto senza spezzare completamente le basi stesse della società. Il fatto che il lumpenproletariato sia possibile solo come minoranza è uno dei segni del suo carattere tragico. Come risultato dell'esistenza minoritaria rimane ai lumpenproletari solo la possibilità di vivere di sotterfugi o di delinquenza. In paesi in guerra, ad esempio, dove anche a scapito delle differenze salariali o di introiti la scarsità di beni di prima necessità come gli alimenti produce un livello di vita più o meno uniforme nella massa della popolazione, è più probabile che si produca una situazione rivoluzionaria che in tempi e situazioni dove l'impoverimento ha luogo per tappe o mediante salti bruschi. Fin tanto che il lumpenproletariato si origina non solo indiretta ma anche direttamente dalle relazioni esistenti, il fattore predominante all'impoverimento va ricercato nelle leggi cieche che lo fanno sorgere.
feccia-1937.jpg
Il lumpenproletariato prende forma dall'impoverimento inizialmente associato all'espansione del sistema economico e la fine di questa espansione lo condanna a rimanere minoranza, anche se può essere minoranza in crescita, per molto tempo. Siccome la fase di auge sociale è molto rapida e il suo declino molto lento, una parte della popolazione lavoratrice risulta esposta a condizioni di impoverimento alle quali può rispondere solo in forma lumpen e alle quali si deve piegare. Sono queste “vittime” di un lento processo di declassamento sociale che inizialmente non spinge gli individui a trasformarsi in rivoluzionari ma in forze principalmente negative. Al posto di soluzioni rivoluzionarie le vie d'uscita che appaiono possibili sono individuali e necessariamente antisociali. Di modo che il lumpenproletariato può liberarsi da se stesso dalla propria situazione solo attraverso la propria crescita, che è allo stesso tempo indice del processo di avanzamento rivoluzionario che si diffonde nella società. La forma di vita del lumpenproletariato deve diventare modo di vita di una parte dell'umanità tanto grande da non permettere all'individuo nessun tipo di vita, nemmeno all'interno del lumpenproletariato.
Come si è detto, l'apparenza superficiale sembra smentire la teoria dell'impoverimento. Considerando semplicemente l'attitudine psicologica dei disoccupati, per non parlare già di lumpen, produce orrore la penuria spiritale di questi elementi (a meno che l'osservatore si autoinganni, fenomeno che spesso viene considerato adeguato a effetti agitatori). Liberati dalla fatica che imbruttisce, risultano ancora più incapaci di prima di sviluppare una coscienza rivoluzionaria. Le loro conversazioni si limitano agli argomenti più elementari quali il successo e sport e non hanno relazione alcuna con la propria situazione. Scansano quasi con timore il riconoscimento della propria situazione e delle sue conseguenze politiche.
L'effetto che ha l'impoverimento sui disoccupati si può dividere in due tipi. Una piccola percentuale non si abbatte di fronte alla nuova situazione. Non sono ancora stati lontani dal lavoro per abbastanza tempo o risultano protetti dall'abisso da alcuni risparmi. Si elevano sopra se stessi, si impegnano nel trovare un impiego e hanno ancora speranze nel futuro dal quale si aspettano un miglioramento della propria condizione. L'intensità con la quale si sforzano di non sprofondare esclude questo gruppo più o meno completamente dall'attività politica. La loro principale attività è obbligatoriamente quella della salvaguardia dei propri interessi più immediati, non hanno la possibilità di dedicare le proprie energie a più ambiti simultaneamente. Allo stesso tempo, la gran massa dei disoccupati (che come conseguenza del tempo in cui sono rimasti senza lavoro hanno abbandonato il primo tipo) vive nel più profondo stato di rassegnazione e mancanza di energia. Non si aspettano nulla dalla vita. Neppure la fantasia gli permette di avere qualche speranza. Niente suscita il loro interesse e non sono capaci di applicarsi in qualche attività. Hanno lasciato da parte le caratteristiche dell'umanità vivente, vegetano e sono coscienti che piano piano stanno affondando. Da quest'enorme massa grigia sorge la piccola percentuale dei completamente disperati che si integrano ai lumpen o in poco tempo lasciano la vita. La disperazione e l'amarezza confinano con la pazzia e le vittime o si trascinano o si imbarcano in furiose liti come animali terrorizzati. Tanto velocemente la società si libera di loro, ecco che i posti rimasti vacanti vengono occupati da elementi che nascono dalla massa grigia dei rassegnati che a loro volta vengono sostituiti da elementi dei gruppi ancora integri.

Indipendentemente da cosa si possa dire sulla teoria dell'impoverimento, tutte le argomentazioni cadono di fronte all'impoverimento reale che attualmente si sta manifestando e al quale non si può mettere freno nel contesto della società attuale. Se la teoria dell'impoverimento è falsa, anche la rivoluzione è improbabile. Nonostante ciò, è ancora molto probabile che l'impoverimento sia rimasto finora senza conseguenze rivoluzionarie visibili solo perché ha riguardato sempre solo minoranze. Una grande massa di impoveriti per la sua stessa ampiezza deve svilupparsi in una forza rivoluzionaria. In questo, l'abolizione del proletariato in quanto tale, è al tempo stesso la fine del lumpenproletariato, anche se questa scomparsa non è mai immediata. Risulta eliminato solo il terreno per il suo sviluppo. L'ideologia lumpen sorge come risutato della vita lumpen e si manifesterà ancora per molto tempo come una delle eredità indesiderabili del proletariato, fino a quando le nuove relazioni abbiano cambiato l'umanità al punto che le tradizioni ideologiche si trovino solo nei libri di storia e non nella testa degli esseri umani.

Alla luce di tutto ciò bisogna affermare che l'impoverimento è una condizione necessaria per la rottura rivoluzionaria e allo stesso tempo va combattuto giorno per giorno nella pratica. Questo non è contraddittorio, perché sono proprio i tentativi dentro i confini del capitalismo di diminuire la povertà ad avere in realtà l'effetto di aumentarla. Entrare in questo paradosso però ci porterebbe al campo dell'economia. Rimaniamo semplicemente con l'affermazione che nel lumpenproletariato i lavoratori possono vedere solo il ritratto del loro futuro, a meno che i loro sforzi per cambiare le relazioni di produzione esistenti procedano ad un ritmo maggiore. Solo la visione ristretta della piccola borghesia può guardare con disprezzo il lumpenproletariato. Per gli stessi lavoratori, la “feccia dell'umanità” non è altro che l'altra faccia della medaglia che si suole ammirare e chiamare civilizzazione capitalista. Solo la fine di questa porterà con se l'altra.

PAUL MATTICK
[A cura di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

La feccia dell'umanità

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
16 settembre 2012 7 16 /09 /settembre /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920

Copertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione totalitaria leninista del mutamento sociale e storico, centrata sul ruolo onnipotente del partito messianico e dell'intervento provvidenziale e "scientifico" dello Stato.

 

di HERMAN GORTER

 

Il parlamentarismo

 

 

Resta ancora da difendere la sinistra sulla questione del parlamentarismo [10]. La linea di sinistra, anche in questa questione, si basa sulle stesse considerazioni generali e teoriche prese in esame nella questione sindacale: isolamento del proletariato, enorme potenza del nemico, necessità per la massa di elevarsi all'altezza dei suoi compiti, di non fidarsi, inanzitutto, che di se stessa, ecc. Non ho bisogno di esporre un'altra volta tutte queste ragioni.

Ma ce ne sono altre ancora più importanti di quelle addotte per la questione sindacale.

Innanzitutto: gli operai, e in generale, le masse lavoratrici dell'Europa occidentale sono completamente sotto l'influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese. E questo a un livello molto più alto rispetto agli operai dell'Europa orientale. Da noi l'ideologia borghese si è impadronita dell'intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. E' all'interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi.

Il compagno Pannekoek descrive molto correttamente questa situazione nella rivista "kommunismus" di Vienna.

"L'esperienza tedesca si colloca di fronte al grande problema della rivoluzione nell'Europa occidentale. In questi paesi il modo di produzione borghese e la secolare cultura altamente sviluppata che gli è legata hanno inciso profondamente sul modo di sentire e di pensare delle masse popolari. In tal modo il loro carattere intimo e spirituale è completamente diverso da quello degli operai delle regioni orientali che non hanno mai conosciuto il dominio borghese. Ed è qui che risiede, inanzitutto, la differenza del corso rivoluzionario dell'Est, rispetto all'Ovest dell'Europa. In Inghilterra, Francia, Olanda, Scandinavia, Italia, Germania, fioriva, fin dal Medioevo, una forte borghesia sulla base d'una produzione piccolo-borghese e di capitalismo primitivo. E quando il feudalesimo fu rovesciato, si sviluppò anche nelle campagne una forte ed indipendente classe di contadini, la quale fu anche padrona della sua piccola economia. Su tale base si è sviluppata la vita spirituale borghese, in una solida cultura nazionale. Accadde così innanzitutto negli Stati marittimi come l'Inghilterra, la Francia, che marciarono alla testa dello sviluppo capitalistico. Il capitalismo, mediante l'assoggettamento dell'intera economia alla sua direzione, legando anche le fattorie più sperdute al campo dell'economia mondiale, nel corsi del XIX secolo, ha elevato il livello di questa cultura nazionale, l'ha migliorato, e con le sue armi spirituali di propaganda - la stampa, la scuola e la chiesa - ha forgiato su tale modello il cervello popolare, sia che si tratti della masse proletarizzate da esso attierate nella città sia che si tratti di quelle lanciate nelle campagne.

"Queste considerazioni sono valide non soltanto per i paesi in cui il capitalismo è nato, ma anche, benché con forme un pò diverse, per l'Australia e l'America, dove gli europei hanno fondato nuovi Stati, così come per i paesi dell'Europa centrale quali la Germania, l'Austria e l'Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico ha potuto innestarsi sulla vecchia economia arretrata e sulla cultura piccolo-borghese. Il capitalismo trovò, penetrando nei paesi dell'Europa orientale, un materiale tutto diverso e di altre tradizioni. In Russia, in Polonia, in Ungheria e nei paesi a est dell'Elba, non c'era una classe borghese abbastanza forte da dominare, per tradizione, la vita spirituale. La situazione agraria - grande proprietà fondiaria, feudalesimo patriarcale, comunismo di villaggio - dava il tono all'ideologia".

In questo brano il compagno Pannekoek, posto di fronte al problema ideologico, ha colpito il bersaglio giusto. Molto meglio di quanto noi avessimo mai fatto, egli faceva emergere sul terreno ideologico la differenza tra l'Europa orientale e quella occidentale, e ha dato, da questo punto di vista, la chiave di una tattica rivoluzionaria per l'Europa occidentale.

Se si stabilisce il legame tra tutto ciò e la causa materiale della potenza nemica, e cioè con il capitale finanziario, allora l'intera tattica diventa chiara.

Ma si può dire di più a proposito del problema ideologico. La libertà borghese, la potenza del parlamento, sono state, nell’Europa occidentale, una conquista delle generazioni precedenti, degli antenati nelle loro lotta liberatrice; conquiste utilizzate dai possidenti ma realizzate dal popolo. Il ricordo di queste lotte costituisce ancora una tradizione profondamente radicata nel sangue del popolo. Una rivoluzione, in effetti, è il ricordo più profondo di un popolo. La convinzione che l'essere rappresentati in parlamento costituisce una vittoria, è inconsciamente qualcosa come una forza immensa e tranquilla. Questo è vero in particolare nei paesi più vecchi della borghesia in cui hanno avuto luogo lotte lunghe e frequenti per la libertà; in Inghilterra, in Olanda e in Francia. E anche, ma in misura minore, in Germania, in Belgio e nei paesi scandinavi. Un abitante dei paesi dell'Est non può probabilmente immaginarsi quale forza può avere questa convinzione.

Per di più gli operai qui hanno lottato, spesso per molti anni, per il suffragio universale e lo hanno conquistato nella lotta; o direttamente o indirettamente. Questa vittoria ai suoi tempi ebbe dei risultati. Si pensa e si sente generalmente che avere dei rappresentanti nel parlamento borghese delegare ad essi i propri interessi, costituisca un progresso e una vittoria. Non bisogna sottovalutare la forza di questa ideologia.

E, infine, la classe operaia dell'Europa occidentale è caduta, con il riformismo, sotto i colpi dei parlamentari che l'hanno portata alla guerra, all'alleanza con il capitalismo. Questa influenza del riformismo è anch'essa colossale Per tutte questa cause l'operaio è diventato lo schiavo del parlamento al quale delega ogni cosa. In prima persona non agisce più [11].

Viene la rivoluzione. Ora l'operaio deve fare tutto in prima persona. Deve lottare da solo con la sua classe contro il formidabile nemico,deve condurre la lotta più terribile che si sia vista al mondo. Nessuna tattica da capi può aiutarlo. Tutte le classi formano una barriera compatta davanti a lui, e nessuna è dalla sua parte. Se invece si fa rappresentare in parlamento dai suoi capi o da altre classi, è minacciato dal grande pericolo di ricadere nella sua vecchia debolezza lasciando agire i capi, delegando tutto al parlamento, confinandosi nella finzione secondo la quale altri possono fare la rivoluzione al suo posto, perseguendo delle illusioni e restando bloccato nell'ideologia borghese.

Questo atteggiamento delle masse di fronte ai capi è anch'esso molto ben descritto dal compagno Pannekoek: "Il parlamentarismo è la forza tipica della lotta con uno strumento da capi, che fa giocare alle masse un ruolo secondario. La sua pratica consiste nel fatto che dei deputati, delle personalità particolari, conducano una lotta fondamentale. Essi devono, di conseguenza, destare nelle masse l'illusione che altri possono sostenere la lotta al loro posto. Una volta si credeva che i capi avrebbero potuto ottenere delle riforme importanti per gli operai attraverso la via parlamentare, e aveva anche corso l'illusione che i parlamentari avrebbero potuto realizzare la rivoluzione socialista con misure legislative. Oggi che il parlamentarismo ha un aspetto più modesto, si mette avanti l'argomento che i deputati possono fare una forte propaganda per il comunismo in parlamento. ma sempre l'importanza decisiva è attribuita ai capi. Naturalmente in questa situazione sono i funzionari che dirigono la politica, magari sotto la mascheratura democratica delle discussioni e risoluzioni dei congressi. La storia della socialdemocrazia è, da questo punto di vista, una lezione degli sforzi iniziali fatti affinché i membri del partito determinano da soli la linea politica. Laddove il proletariato lotta sulla via parlamentare, tutto ciò è inevitabile fino a quando le masse non avranno creato delle organizzazioni adatte ala loro azione, vale a dire laddove la rivoluzione deve ancora arrivare. Ma non appena le masse entrano in scena in prima persona, per decidere e per agire, i misfatti del parlamentarismo sovraccaricano la bilancia.

"Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone le forze. Tutto ciò che rafforza nuovamente la concezioni tradizionali è nocivo. Il lato più solido, più tenace, di questa mentalità è proprio costituito dallo stato di dipendenza nei confronti dei dirigenti ai quali gli operai delegano la soluzione di tutte le questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo inevitabilmente tende a paralizzare l'azione delle masse necessarie per la rivoluzione.

"Che si pronuncino dei bei discorsi per ridestare l'attenzione rivoluzionaria! L'attività rivoluzionaria non trae il suo alimento da frasi simili, ma soltanto dalla necessità dura e difficile e quando non c'è altra via d'uscita.

"La rivoluzione inoltre esige qualcosa di più della lotta delle masse che rovescia un sistema governativo, di una battaglia che sappiamo non poter essere artificialmente provocata ma soltanto originata dai bisogni profondi delle masse. La rivoluzione esige che il proletariato prenda nelle sue mani le grandi questioni della ricostruzione sociale, le più difficili decisioni, che il proletariato entri al completo nel movimento creativo. E ciò è impossibile, se innanzitutto l'avanguardia, poi masse sempre più larghe, non prendano le cose nelle loro mani, non si considerino responsabili, non si mettano a studiare, a fare propaganda, a lottare, a pensare, a osare ed eseguire fino in fondo. Ma tutto ciò è difficile e penso; fino a che la classe operaia è portata a credere alla possibilità di una strada più facile in cui altri agiscono al suo posto conducendo l'agitazione da una tribuna altolocata, prendendo decisioni, dando il segnale per l'azione, facendo leggi, fino ad allora essa esiterà e resterà passiva, sotto il peso della vecchia mentalità e delle vecchie debolezze".

Gli operai dell'Europa occidentale devono agire innanzitutto in prima persona e non soltanto sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico: occorre ripetere questo mille volte e, se è necessario, anche centomila, un milione di volte (e chi non ha compreso e non ha tratto questa lezione degli avvenimenti seguiti al novembre del 1918 è un cieco anche se si tratta di voi, compagno). Giacché essi sono soli e nessuna astuzia dei capi potrebbe aiutarli. E' da loro stessi che deve uscire la massima forza d'impulso. Qui, per la prima volta a un livello più elevato che non in Russia, l'emancipazione della classe operaia sarà opera degli operai stessi. E' per questo che i compagni della sinistra hanno ragione quando dicono ai compagni tedeschi: non partecipate alla elezioni, boicottate il parlamento; occorre che voi stessi facciate ogni cosa sul piano politico; voi operai non vincerete fino a che non agirete in questo modo; vincerete soltanto se agirete così per due, cinque, dieci anni e se vi sforzerete uno ad uno, gruppo a gruppo, di città in città, di provincia in provincia, e infine in tutto il paese, come partito, come unione, come consigli di fabbrica, come massa, come classe. Attraverso l'esempio e la lotta sempre rinnovata, attraverso le disfatte, succederà che la grande maggioranza di voi formerà un blocco e dopo aver frequentato questa scuola, potrebbe formare una massa grande e omogenea.

Ma i compagni, gli estremisti della KAPD avrebbero commesso un grosso sbaglio se avessero sostenuto questa linea soltanto a parole, come propaganda. In questa questione politica la lotta e l'esempio sono ancora più importanti che nella questione sindacale.

I compagni della KAPD erano nel loro pieno diritto e obbedivano ad una necessità storica quando si separarono dalla Spartakusbund, scindendosi da essa o meglio dalla sua Centrale nel momento in cui quest'ultima non voleva più tollerare quel tipo di propaganda. In effetti il proletariato tedesco e gli operai dell'Europa occidentale avevano bisogno, innanzitutto di schiavi politici, che in questo mondo di oppressi dell'Europa occidentale, sorgesse un gruppo che fosse di esempio, un gruppo di liberi lottatori, senza capi, vale a dire senza capi del vecchio tipo. Senza deputati in parlamento.

E ciò ancora una volta non perché sia bello o buono di per sé, o perché è eroico è meraviglioso, ma perché il popolo lavoratore tedesco e occidentale è solo in questa terribile lotta e non può sperare in alcun aiuto dalle altre classi o dall'intelligenza dei capi. Una sola cosa può sostenerlo: la volontà e la decisione delle masse, uomo per uomo, donna per donna, insieme.

A questa tattica fondata su ragioni così profonde, si oppone la partecipazione al parlamento che può solo nuocere a questa giusta linea; e il danno è infinitamente maggiore del piccolo vantaggio della propaganda (attraverso la tribuna parlamentare). E a causa di ciò la sinistra respinge il parlamentarismo.

Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe quindi nociva [12].

Senza dubbio un lavoro simile della sinistra durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovranno aspettare ancora per molto tempo. Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell'Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la sua fiducia in se stessa, saranno soddisfatti di questa tattica.

Compagno, conoscete tutto l'individualismo borghese dell'Inghilterra, la sua libertà borghese, la sua democrazia parlamentare, cosi come si sono sviluppate durante sei o sette secoli? Cosi come sono: infinitamente differenti dalla situazione russa? Sapete come queste idee siano profondamente radicate in ogni individuo, ivi compresi i proletari, in Inghilterra e nelle sue colonie? Conoscete questa struttura unificata in un immenso complesso? La sua importanza generale nella vita sociale e personale? Io credo che nessun russo, nessun europeo dell'Est, le conosce. Se voi le conoscete, ammirerete allora quegli operai inglesi che osano porsi radicalmente contro questo immenso edificio, contro la più grande costruzione politica del capitalismo nel mondo intero.

Per arrivare a questa altezza, se questa è pienamente cosciente, non occorre forse un senso rivoluzionario altrettanto sviluppato di quello di chi ha rotto per primo con lo zarismo? Questa rottura con tutta la democrazia inglese significa già la rivoluzione inglese in embrione.

Infatti questa azione viene compiuta con la massima decisione cosi come deve essere in questa Inghilterra forte di un passato storico gigantesco e di potenti tradizioni. Proprio perché rappresenta la forza maggiore (è proporzionalmente il più forte del mondo) il proletariato inglese si erge all'improvviso davanti alla borghesia più forte del mondo, si erge con tutta la sua forza e respinge subito l'intera democrazia inglese benché nel suo paese non sia ancora giunta la rivoluzione.

Tutto questo è stato già realizzato dalla sua avanguardia, dalla sinistra, cosi come in Germania dall'avanguardia tedesca, la KAPD. E perché lo ha fatto? Perché sa che la classe operaia inglese è isolata, che nessuna classe in tutta l'Inghilterra l'aiuterà e che il proletariato, in prima persona innanzitutto, e non attraverso i suoi capi, deve lottare e vincere con la sua avanguardia [13].

Il proletariato inglese mostra, con l'esempio della sua avanguardia, in che modo vuole lottate: da solo contro tutte le classi dell'Inghilterra e delle sue colonie.

E ancora come l'avanguardia tedesca: dando l'esempio. Creando un partito comunista che respinga il parlamento, grida a tutta la classe operaia dell'Inghilterra: rompete con il parlamento, simbolo della potenza capitalista. Formate il vostro partito e le vostre organizzazioni di fabbrica. Basatevi soltanto sulle vostre forze.

Questo doveva infine venir prodotto in Inghilterra, questa fierezza e questo orgoglio operaio nati all'interno del capitalismo più sviluppato, E ora che questa azione è iniziata, diventa un blocco di granito.

Fu una giornata storica, compagni, quella in cui, nell'assemblea del mese di giugno, fu fondato il primo partito comunista che ruppe con tutta la costituzione e l'organizzazione dello Stato in vigore da oltre sette secoli. Avrei voluto che Marx ed Engels fossero presenti. Credo che avrebbero provato un immenso piacere se avessero potuto vedere questi operai inglesi respingere lo Stato inglese, prototipo di tutti gli Stati borghesi del mondo, centro e fortezza del capitale mondiale già da molti secoli, dominatore di un terzo dell'umanità; se avessero potuto vedere gli operai respingere questo Stato e il suo parlamento.

Costituisce una ragione di più per l'applicazione di questa tattica in Inghillterra il fatto che il capitalismo inglese è pronto a sostenere il capitalismo in tutti gli altri paesi e che non esiterà certamente a far affluire da tutte le patti del mondo le truppe d'intervento contro qualsiasi proletariato straniero e, in particolare, contro il suo, La lotta del proletariato inglese è dunque una lotta contro il capitale mondiale. Ragione di più perché il capitalismo inglese dia l'esempio più alto e più chiaro, perché sostenga in modo esemplare la causa del proletariato mondiale con la lotta e con l'esempio [14].

Dovrebbe sempre esistere un gruppo che trae tutte le conseguenze della sua posizione nella lotta. I gruppi di questo tipo sono il sale dell'umanità.

Ma ora, dopo aver difeso sul piano teorico l'antiparlamentarismo, devo occuparmi nei dettagli della vostra difesa del parlamentarismo. Vai lo difendete per l'Inghilterra e la Germania. Ma la vostra argomentazione è applicabile soltanto alla Russia (e a rigore a qualche altro paese dell'Europa orientale), ma non all'Europa occidentale. E su questo punto, come ho già detto, che commettete sbagli. A causa di questa falsa concezione, voi vi trasformate da capo marxista in capo opportunista. A causa di questa concezione, voi, capo marxista radicale per la Russia e probabilmente per qualche altro paese dell'Europa orientale, cadete nell'opportunismo quando c'è di mezzo l'Europa occidentale. E la vostra tattica spingerebbe l'intero Occidente alla sconfitta se venisse accettata. E quello che voglio dimostrare respingendo nei dettagli la vostra argomentazione.

Compagno, mentre leggevo lo sviluppo dei vostri argomenti, ero costantemente perseguitato da un ricordo.

Mi sembrava di essere tornato al congresso del vecchio partito socialpatriota olandese e di ascoltarvi un discorso di Troelstra. Quando costui dipingeva agli operai i grandi vantaggi della politica riformista, quando parlava degli operai che non erano socialdemocratici e che avremmo dovuto portare a noi mediante compromessi. Quando parlava delle alleanze che potevamo fare (transitoriamente beninteso...) con i partiti di questi operai; quando parlava delle «divisioni» tra i partiti borghesi che bisognava utilizzare. E’ più o meno cosi, anzi esattamente così, parola per parola, che voi, compagno Lenin, parlate a noi dell'Europa occidentale!!!

Dovetti spesso prendere la parola a nome dell'opposizione durante gli anni che hanno preceduto il 1909, anno della nostra espulsione.

E mi ricordo come noi, i compagni marxisti, fossimo seduti in fondo alla sala, in piccolo numero, quattro o cinque: Henriette Roland-Holst, Pannekok e alcuni altri. Troelstra si espresse come fate voi, fu persuasivo, trascinante. E mi ricordo anche come in mezzo al tuono degli applausi, delle brillanti frasi riformiste e delle calunnie contro i marxisti, gli operai della sala si girarono per contemplare questi « idioti », questi asini e questi imbecilli infantili, cosi come li aveva qualificati Troelstra, e cosi come fate voi parola più parola meno. E in questo modo che, probabilmente, sono andate le cose al congresso dell'Internazionale di Mosca, quando voi avete parlato contro i marxisti «di sinistra». Lui, Troelstra — alla pari di voi — espose le sue idee con tanta persuasione, tanta logica, che io stesso pensai per un momento che forse aveva ragione.

noMa sapete quello che pensai allora ascoltando quando cominciavo a dubitare di me stesso? Avevo un mezzo che non mi ingannava mai. Si trattava d'un punto del programma del partito: Tu devi sempre agire e parlare in modo da destare e fortificare la coscienza di classe degli operai. Mi chiesi allora la coscienza di classe degli operai viene rafforzata da quello che dice quest'uomo oppure no? E capii subito che la risposta era negativa e che, di conseguenza, avevo ragione io.

Ho provato la stessa cosa leggendo il vostro opuscolo. Ascoltavo i vostri argomenti opportunisti a favore dell'alleanza con i partiti non comunisti, del compromesso con i borghesi. Mi sentivo trascinato. Tutto sembrava cosi brillante, cosi chiaro e bello, e cosi logico nella vostra esposizione. Ma poi mi sono ripetuto, come una volta, la domanda che da qualche tempo ho imparato ad opporre agli opportunisti del comunismo: quello che dice questo compagno è fatto per stimolare la volontà delle masse verso l'azione, verso la rivoluzione, quella vera, nell'Europa occidentale, si o no? E la mia testa e il mio cuore hanno risposto contemporaneamente di no al vostro opuscolo.

Allora, compagno Lenin, ho saputo immediatamente, con tutta la certezza che un uomo può avere, che voi avete torto.

Penso di raccomandare questo mezzo ai compagni della sinistra. Compagni, in tutte le lotte difficili contro i comunisti opportunisti, lotte che ci attendono in tutti i paesi (qui in Olanda durano già da tre anni), se volete sapere se avete ragione e perché, ponetevi la domanda che io mi sono posto.

Voi, compagno, vi servite nella vostra lotta contro di noi soltanto di tre argomenti, che appaiono sempre o isolati o mischiati gli uni agli altri, nel vostro opuscolo. Eccoli;

1) utilità della propaganda nel parlamento per la conquista degli operai e degli elementi piccolo-borghesi;

2) utilità dell'azione parlamentare per lo sfruttamento delle «divisioni» tra i partiti e per il compromesso con questi o quelli;

3) esempio della Russia in cui questa propaganda e questi compromessi hanno dato cosi eccellenti risultati.

Altri argomenti non ne avete. Mi accingo ora a rispondere ai tre punti, nell'ordine.

Esaminiamo il primo argomento, quello della propaganda in parlamento. Questo argomento è di peso assai scarso. Infatti gli operai non comunisti, e cioè i socialdemocratici, i cristiani e i sostenitori di altre tendenze borghesi, di solito non sanno nulla attraverso i loro giornali di quelli che possono essere i nostri interventi parlamentari. Noi li tocchiamo soltanto con le nostre riunioni, i nostri opuscoli e i nostri giornali.

Noialtri — parlo spesso a nome della KAPD — li influenziamo soprattutto con l'azione (in tempi di rivoluzione, cioè in tempi come quelli che stiamo vivendo). In tutte le città e in tutti i villaggi di qualche importanza, essi ci vedono al lavoro. Vedono i nostri scioperi, le nostre battaglie di strada, i nostri Consigli. Capiscono le nostre parole d'ordine. Ci vedono marciare all’avanguardia. Ecco la migliore propaganda, quella decisiva per eccellenza. Ma essa non si fa in parlamento,

Gli operai non comunisti, gli elementi piccolo-borghesi e piccolo-contadini possono dunque essere agevolmente raggiunti, senza ricorrere alla lezione parlamentare. Qui devo confutare in modo particolare un brano dell'opuscolo sulla «malattia infantile» che dimostra chiaramente fino a dove, compagno, vi conduce l'opportunismo.

Secondo voi il fatto che gli operai passino in massa al partito degli indipendenti e non al partito comunista, è la conseguenza dell'atteggiamento negativo dei comunisti di fronte al parlamento. Cosi le masse operaie di Berlino sarebbero state pressoché conquistate alla rivoluzione con la morte dei nostri compagni Liebknecht e Rosa Luxemburg, e con gli scioperi coscienti e le battaglie di strada dei comunisti. Non sarebbe mancato altro che un discorso del compagno Levi in parlamento! Se costui avesse pronunciato tale discorso, gli operai sarebbero passati dalla nostra parte e non nel campo equivoco degli indipendenti!! No, compagno, questo non è vero; gli operai sono andati inizialmente verso l'equivoco perché temevano ancora la rivoluzione, quella che non ammette equivoci. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà procede con esitazione.

Siate prudente, compagno. Guardate dove già vi conduce l'opportunismo.

Il vostro primo argomento è senza valore.

E se noi riteniamo che la partecipazione al parlamento (durante la rivoluzione in Germania, in Inghilterra e in tutta l'Europa occidentale), rafforza negli operai l'idea che i capi ci sapranno fare, e indebolisce l'idea che gli operai stessi devono fare tutto da soli, vediamo come questo argomento non solo non significa nulla di buono, ma è, addirittura, molto dannoso.

Passiamo al secondo argomento; l'utilità dell'azione parlamentare (in periodo rivoluzionario) per approfittare delle divisioni tra i partiti e fare compromessi con questo o quel partito.

Per confutare questo argomento (in particolare per quanto riguarda l'Inghilterra e la Germania, ma anche, in generale per l'intera Europa occidentale), devo entrare nei dettagli un po' più di quanto non ho fatto per la prima questione. Una cosa del genere mi rimane difficile di fronte a voi, compagno Lenin; e tuttavia occorre farla. L'intera questione dell'opportunismo rivoluzionario (giacché si tratta qui non più dell'opportunismo nel riformismo ma nella rivoluzione) è per noi dell'Europa occidentale una questione di vita o di morte. In se stessa la confutazione è facile. Abbiamo criticato già cento volte questo argomento quando Troelstra, Henderson, Bernstein, Legien, Renaudel, Vandervelde, ecc..., in una parola, tutti i socialpatrioti se ne servivano. Già Kautsky, quando era ancora Kautsky, l'aveva confutato. Si trattava dell'argomento fondamentale dei riformisti. E mai avremmo pensato di doverlo combattere in voi. E tuttavia dobbiamo tarlo. Cosi sia!

Il vantaggio conferito dall'utilizzazione parlamentare delle «divisioni» è insignificante cosi come sono state insignificanti, dopo molti anni e decine di anni, queste stesse «divisioni». Tra i partiti della grande borghesia, come in quelli della piccola borghesia, ci sono soltanto divisioni insignificanti. E’ cosi in Germania e in Inghilterra. Questa realtà non data dalla rivoluzione, ma risale a molto tempo prima, all'epoca dello sviluppo lento. Tutti i partiti, ivi compresi quelli della piccola borghesia e dei piccoli contadini, si sono schierati già da molto tempo contro gli operai.

Le divergenze che hanno sull'atteggiamento da assumere verso gli operai (e a causa di cio verso altre questioni) sono diventate minime, sono spesso addirittura scomparse.

Ciò è innegabile, in teoria e in pratica. E’ cosi in Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra.

La teoria ci insegna che il capitale è concentrato nelle banche, nei trust e nei monopoli in modo formidabile.

In effetti, in occidente e particolarmente in Inghilterra e in Germania, queste banche, trust e cartelli hanno integrato quasi tutto il capitale dei diversi rami dell'industria, del commercio, dei trasporti, e perfino in gran parte dell'agricoltura. A causa di ciò l'intera industria, piccola o grande, tutti i trasporti, piccoli o grandi, l'intero commercio, piccolo o grande, e la maggior parte dell'agricoltura, di quella grande e di quella piccola, sono diventati completamente dipendenti dal grande capitale. E si incorporano in esso.

Il compagno Lenin dice che il piccolo commercio, il piccolo trasporto, la piccola industria e l'agricoltura oscillano tra il capitale e gli operai. Ciò è falso. Era vero nel caso della Russia e una volta anche da noi. Ora però nell'Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra essi dipendono cosi completamente dal grande capitale che non oscillano più. Il piccolo bottegaio, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, sono del tutto subordinati alla potenza dei trust, dei monopoli, delle banche. Questi ultimi li riforniscono di merci e di crediti. Perfino il piccolo contadino dipende, con la sua cooperativa e le ipoteche, dai trust, dai monopoli e dalle banche.

Compagno, questa parte della mia dimostrazione della va-lidità della linea di sinistra è la più importante; da essa dipende qualsiasi tattica per quanto riguarda l'Europa e l'America.

Compagno, di quali parti sono composti questi strati inferiori che si trovano vicini al proletariato? Da negozianti, artigiani, impiegati subalterni e piccoli contadini.

Esaminiamoli dunque nell'Europa occidentale. Venite con me, compagno, non soltanto in un grande magazzino — qui la dipendenza dal grande capitale è evidente — ma in una modesta bottega dell'Europa occidentale, in mezzo ad un quartiere di proletari poveri. Che cosa vedete? Tutte o quasi tutte queste merci, abiti, generi alimentari, attrezzi, combustibili, ecc. non soltanto sono prodotti della grande industria, ma molto spesso sono distribuiti dai trust. E questo non è vero soltanto per le città ma anche nella campagna. I piccoli commercianti sono, già ora per la maggior parte, dei depositari del grande capitale. In particolare del capitale finanziario.

Chi sono gli impiegati subalterni? Nell'Europa occidentale sono per la maggior parte dei servitori del grande capitale o dello Stato e degli enti locali i quali ultimi dipendono, a loro volta, dal grande capitale e, dunque, in ultima analisi, dalle banche. La percentuale degli impiegati dello strato più vicino al proletariato, posto direttamente alle dipendenze del grande capitale, è molto grande nell'insieme dell'Europa occidentale, enorme in Germania e in Inghilterra, cosi come negli Stati Uniti e nelle colonie inglesi.

Gli interessi di questi strati sono dunque legati agli interessi del grande capitale, e quindi, delle banche.

Ho già parlato dei contadini poveri e abbiamo visto che per il momento non sono suscettibili di essere conquistati dal comunismo per via dei motivi che ho già ricordato e anche per il fatto che essi sono alle dipendenze del grande capitale per quanto riguarda i loro macchinari, le loro vendite e le loro ipoteche.

Che cosa ne consegue, compagno? Che la società e lo Stato moderno europeo-occidentale (e americano) formano un grosso complesso strutturato fino alle sue branche e ai suoi rami più lontani, e che è dominato, messo in movimento, e regolato interamente dal capitale finanziario; che la società è qui un corpo organizzato, organizzato sul modello capitalista ma pur tuttavia organizzato; che il capitale finanziario è il sangue di questo corpo che scorre in tutti i membri e li nutre; che questo corpo è un tutto organico e che tutte le sue parti devono a questa unità la loro estrema vitalità in modo che tutte gli restano attaccate fitto alla morte reale. Tutte eccetto il proletariato che è quello che crea il sangue, il plusvalore.

A causa di questa dipendenza di tutte le classi dal capitale finanziario e dalla potenza formidabile di cui dispone, tutte le classi sono ostili alla rivoluzione e il proletariato è solo.

E poiché il capitale finanziario è la potenza più elastica e duttile del mondo, e sa centuplicare ulteriormente la sua influenza con il credito, riesce a tenere legati la classe, la società e lo Stato capitalistici, anche dopo questa terribile guerra, dopo la perdita di migliaia di miliardi, e in una situazione che ci appare già come la sua bancarotta.

Esso, al contrario, riesce a unire più strettamente tutte le classi attorno a sé (con l'eccezione del proletariato) e organizza la loro lotta comune contro il proletariato. Questa potenza, questa elasticità questo mutuo sostegno di tutte le classi, sono capaci di sussistere ancora per molto tempo dopo lo scoppio della rivoluzione.

Certamente il capitale è terribilmente indebolito. La crisi arriva e, con essa, la rivoluzione. E io credo che la rivoluzione sarà vittoriosa. Ma esistono due cause che mantengono ancora la solidità del capitalismo: sono la schiavitù spirituale delle masse e il capitale finanziario.

La nostra tattica deve dunque prendere per base l'importanza decisiva di questi fattori.

Esiste infine un'altra causa grazie alla quale il capitale finanziario organizzato realizza l'unione di tutte le classi della società di fronte alla rivoluzione. Si tratta del gran numero dei proletari. Tutte le classi pensano che se potessero ottenere dagli operai (che in Germania sono più di venti milioni) giornate lavorative di dieci, dodici e quattordici ore, sarebbe ancora possibile uscire dalla crisi. Anche su questo terreno formano un fronte unico.

Questa è la situazione economica dell'Europa occidentale.

In Russia il capitale finanziario non raggiungeva questo livello di potenza e, di conseguenza, le classi borghesi e piccolo-borghesi non erano solidali. Esistevano divisioni al loro interno. E per questo che là il proletariato non era solo.

In queste cause economiche risiede la base dei fatti politici. E per questi motivi che nell'Europa occidentale le classi inferiori di cui abbiamo parlato, votano come schiavi sottomessi per i loro padroni, per i partiti della grande borghesia e aderiscono a questi partiti. I ceti medi non hanno, per cosi dire, dei loro partiti in Germania e in Inghilterra, né ce li hanno, in generale, nell'Europa occidentale.

Le cose erano già andate molto avanti, in questa direzione, prima della rivoluzione e prima della guerra. Ma la guerra ha accentuato questa tendenza in una misura formidabile con lo sciovinismo e l'union sacrée. Ma soprattutto con la gigantesca concentrazione di tutte le forze economiche. E la rivoluzione ha cominciato a imprimere a questo sviluppo una estrema intensità: raggruppamento di tutti i partiti della grande borghesia e avvicinamento alla loro politica di tutti gli elementi piccolo-borghesi e piccolo-contadini (la rivoluzione russa non è scoppiata per nulla: ora si sa ovunque quello che c'è da aspettarsi).

Riassumendo: grande borghesia, agrari, classe media, contadini medi, strati inferiori della borghesia e dei contadini, formano tutti insieme un blocco contro gli operai in Europa occidentale, e soprattutto in Germania e in Inghilterra. Grazie al monopolismo, alle banche, ai trust, all'imperialismo, alla guerra e alla rivoluzione, tutti si sono accordati su questo terreno. La proletarizzazione, è vero, ha fatto dei progressi enormi per via della guerra. Ma tutto (quasi tutto) ciò che non è proletario, si aggrappa con forza ancora maggiore al capitalismo, lo difende con le armi alla mano se occorre e combatte il comunismo.

Compagno, devo ripetere qui l'osservazione già fatta a proposito della questione contadina (primo capitolo). Io so molto bene che non dipende da voi ma dai poveri uomini del nostro partito il fatto di non avere la forza di orientare la tattica derivante dalle linee generali, di subordinarla a piccole manovre particolari, e di concentrare l'attenzione sui frammenti degli strati in questione che ancora sfuggono alla dominazione, alla malia del grande capitale.

Non contesto che esistano tali frammenti, ma dico che la verità concreta, la tendenza generale nell'Europa occidentale, consiste nell'integrazione di questi strati nella sfera del grande capitale, Ed è su questa verità generale che deve fondarsi la nostra tattica!

Io non contesto neanche che possano ancora verificarsi delle divisioni. Affermo soltanto questo: la tendenza è, e resterà ancora per molto tempo durante la rivoluzione, quel a dell'union sacrée e pretendo che sia meglio, per gli operai dell'Europa occidentale, concentrare la loro attenzione più su questo blocco delle classi nemiche che sulle loro divisioni. Infatti qui spetta a loro, agli operai, in primo luogo, il compito di fare la rivoluzione e non ai loro capi e ai loro delegati nei parlamenti.

Non dico neanche, qualunque sia l'uso che i poveri di spirito possano fare delle mie parole, che ci sia identità tra gli interessi reali di queste classi inferiori e quelli del grande capitale. So bene che le prime sono oppresse da quest'ultimo. Affermo solo questo: queste classi si legano ancora più fortemente di prima al grande capitale perché anche esse vedono ora la rivoluzione proletaria prospettarsi come un pericolo.

Per esse il dominio del capitale significa una certa sicurezza, la possibilità di avanzare, di migliorare la loro situazione, o quantomeno, la fede in questa possibilità. Oggi il caos minaccia tutto ciò, ma la rivoluzione significa innanzitutto un caos ancora più completo. E’ per questo che stanno dalla parte del capitale nel suo tentativo di mettere fine al caos con tutti i mezzi, di aumentare la produzione, di obbligare gli operai ad accrescere il lavoro e a subire pazientemente una vita di privazioni. Per queste classi la rivoluzione proletaria nell'Europa occidentale è il rovesciamento e la distruzione di ogni ordine, di ogni sicurezza della vita, per quanto modesta possa essere. A causa di ciò esse sono tutte dalla parte del capitale e ci resteranno ancora per molto tempo, anche durante la rivoluzione.

Devo infatti far notare ancora una volta che sto parlando della tattica da seguire durante l'inizio e il corso della rivoluzione. So che alla fine della rivoluzione, quando la vittoria sarà vicina e il capitalismo frantumato, le classi di cui parlo verranno verso di noi. Ma noi dobbiamo stabilire la nostra tattica per l'inizio e per la durata della rivoluzione e non per la sua fine.

Dunque, secondo la teoria, tutto quanto ho detto finora, non poteva essere diverso. Secondo la teoria queste classi dovevano restare unite. Questo è certo dal punto di vista teorico. Lo è anche nella pratica: ecco quello che sto ora per dimostrare.

Già da molti anni tutta la borghesia, tutti i partiti della borghesia nell'Europa occidentale, ivi compresi quelli di cui fanno parte i piccolo-borghesi e i piccolo-contadini, hanno smesso di fare alcunché a favore degli operai. Essi si sono tutti schierati come nemici del movimento operaio, a favore dell'imperialismo e della guerra.

Già da molti anni non esisteva più alcun partito in Inghilterra, in Germania, nell'Europa occidentale, utile alla causa operaia. Tutti combattevano questa classe e in ogni questione [15].

La legislazione del lavoro era abrogata, la regolamentazione peggiorata. Venivano promulgate leggi antisciopero e approvate imposte sempre più alte.

L'imperialismo, il colonialismo, il navalismo e il militarismo erano sostenuti da tutti i partiti borghesi, compresi quelli piccolo-borghesi. Le differenze tra liberale e clericale, conservatore e progressista, grande e piccolo borghese, andavano sparendo.

Tutto quello che i socialpatrioti e i riformisti dicevano dei disaccordi tra i partiti, delle divisioni utilizzabili — un piatto che voi, Lenin, riscaldate oggi — era già una barzelletta. Era una barzelletta in tutti i paesi dell'Europa occidentale. E lo si è ben visto nel luglio-agosto del 1914.

Fin da allora essi erano tutti d' accordo. E in pratica sono diventati ancora più uniti per via della rivoluzione.

Uniti contro la rivoluzione e, per questo, in ultima analisi, contro gli operai, perché soltanto la rivoluzione può recare un miglioramento reale a tutti gli operai. Contro la rivoluzione tutti i partiti si mettono d' accordo senza divisioni.

E poiché in seguito alla guerra, alla crisi e alla rivoluzione, tutte le questioni sociali è politiche sono praticamente legate con quella della rivoluzione, queste classi sono finalmente d'accordo su tutte le questioni, e si erigono contro il proletariato su tutti i terreni, nell’Europa occidentale.

In breve, anche praticamente, il trust, il monopolio, la grande banca, l'imperialismo, la guerra, la rivoluzione, hanno saldato tutte le classi di grandi e piccoli borghesi e tutte le classi contadine dell'Europa occidentale, in un blocco antioperaio [16].

Si tratta dunque di una certezza, nella pratica cosi come nella teoria. Nella rivoluzione nell'Europa occidentale, e soprattutto in Inghilterra e in Germania, non c'è da fare affidamento sull'esistenza di «divisioni» di qualche importanza tra le classi in questione.

Devo qui aggiungere qualche cosa di personale. Voi criticate il Bureau di Amsterdam; citate un tesi del Bureau. Tra parentesi tutto quello che ne dite è inesatto. Ma voi dite anche che prima di condannare il parlamentarismo il Bureau di Amsterdam aveva il dovere di fare un'analisi dei rapporti di classe e dei partiti politici in modo da giustificare questa condanna. Scusatemi, compagno, ma questo non rientrava nei doveri del Bureau. Il fatto su cui si basa la nostra tesi, il fatto cioè che tutti i partiti borghesi, dentro e fuori del parlamento, sono da molto tempo e continuano a restare i nemici unanimi degli operai, che essi non manifestano divisioni interne su questo punto, è già da lunga data una cosa provata e generalmente ammessa dai marxisti, almeno in Europa occidentale. Non dovevamo perciò metterci ad analizzare una cosa del genere.

Al contrario: spettava a voi il compito di provare che esistono "divisioni" importanti e tra questi partiti politici, a voi che volete portarci all'opportunismo.

Volete portarci a fare dei compromessi nell'Europa occidentale. Quello che Troelstra, Henderson, Scheidemann, Turati ecc., non hanno realizzato ai tempi dell'evoluzione, voi volete farlo nell'epoca della rivoluzione. Siete voi che dovete provare che ciò è possibile.

Dovete dare non delle prove russe, cosa che in verità è troppo comoda, ma prove europeo-occidentali. Voi avete soddisfatto questo dovere nella maniera più penosa. Nulla di sorprendente giacché avete assimilato, quasi esclusivamente, la esperienza della Russia, cioè di un paese molto arretrato, e non l'esperienza moderna europeo-occidentale.

Non trovo in tutto il vostro opuscolo, che ha per contenuto proprio la questione della tattica, oltre agli esempi russi dei quali mi occuperò presto, che due esempi europeo-occidentali: il putsch di Kapp in Germania, e, in Inghilterra, il governo di Lloyd George-Churchill con l'opposizione di Asquith.

Pochissimi esempi e tra i più penosi, veramente, quando si tratta di dimostrare che esistono realmente delle divisioni tra i partiti borghesi, e in particolare tra i partiti socialdemocratici.

Se ci fosse mai stato bisogno di dimostrare che non esistono divisioni importanti tra i partiti borghesi (qui si tratta anche dei partiti socialdemocratici) di fronte agli operai, dutante la rivoluzione, il putsch di Kapp darebbe questa dimostrazione. I kappisti si guardarono bene dal compiere rappresaglie, dall'uccidere o imprigionare i democratici, i centristi e i socialdemocratici. E quando costoro tornarono al potere, si astennero rigorosamente dal castigare, uccidere o imprigionare i kappisti, I due partiti anzi rivaleggiarono in ardore nell'uccidere i comunisti.

Il comunismo allora era ancora troppo debole: solo per questo i due partiti non organizzarono un dittatura comune. La prossima volta, quando il comunismo sarà più forte, essi organizzeranno una dittatura comune.

Spettava o spetta ancora a voi, compagno Lenin, di dimostrare come i comunisti avrebbero potuto utilizzare le divisioni (?) in parlamento: naturalmente in modo da procurare vantaggi agli operai. Era vostro dovere indicare che cosa i deputati comunisti avrebbero dovuto dire per mostrare questa divisione agli operai e per utilizzarla; naturalmente con lo scopo di non fortificare i partiti borghesi. Voi non potete farlo perché non esiste alcuna seria divisione tra questi partiti durante la rivoluzione. Ora è proprio di questo che stiamo parlando. Ed era vostro dovere dimostrare che, se si fossero manifestate divisioni del genere in casi particolari, sarebbe stato più vantaggioso attirare l'attenzione degli operai su di esse anziché sulla tendenza generale all'union sacrée.

Era ed è vostro compito, compagno, prima di dirigerci, di dirigere noi nell'Europa occidentale, dimostrare dove sono queste «divisioni» in Inghilterra, nell'Europa occidentale.Neanche que

sto potete fare. Parlate di una «divisione» tra Churchill, Lloyd George ed Asquith, che gli operai dovrebbero utilizzare. Ciò è completamente penoso. Non voglio neanche discuterne con voi. Perché ognuno sa che da quando il proletariato industriale ha una qualche forza in Inghilterra, le «divisioni» di questo genere sono state e sono quotidianamente provocate artificiosamente dai partiti e dai capi della borghesia per ingannare gli operai, per attirarli da una parte all'altra e viceversa, all'infinito, mantenendoli cosi eternamente deboli e subordinati. A tale fine qualche volta fanno addirittura entrare due avversari (?) nello stesso governo. Lloyd George e Churchill. E il compagno Lenin si lascia catturare in questa trappola quasi centenaria! Vuole persuadere gli operai inglesi a basare la loro tattica su questo inganno! All'epoca della rivoluzione! ... Ma domani i Churchill, Asquith e Lloyd George si uniranno contro la rivoluzione e allora voi, compagno, avrete ingannato e indebolito il proletariato inglese con una illusione. Voi, compagno, avevate il dovere di dimostrare, non con un linguaggio generico, magnifico e brillante (come fate nel vostro ultimo capitolo), ma esattamente, concretamente, con degli esempi, con fatti molto dettagliati e molto chiari quali sono in fin dei conti i conflitti e le differenziazioni -non russi, né insignificanti o artificiali- ma reali, importanti, europeo-occidentali. Questo non lo fate in nessun punto del vostro opuscolo. Fino a quando non ci darete queste prove noi non vi crederemo.

Quando ce le darete, vi risponderemo. Fino a quel momento vi diremo: si tratta di pure illusioni che servono soltanto a ingannare gli operai e a portarli su una strada sbagliata. La verità è, compagno, che voi sbagliate nel porre sullo stesso piano la rivoluzione russa e la rivoluzione nell'Europa occidentale. A vantaggio di chi? E dimenticando che esiste negli Stati moderni, vale a dire europeo-occidentali (e nordamericani), una potenza che è al di sopra delle diverse categorie di capitalisti— proprietari fondiari, industriali e commercianti — il capitale finanziario. Questa potenza, che è identica all'imperialismo, unisce in un sol blocco tutti i capitalisti e con essi i piccolo borghesi e i contadini.

Ciononostante vi resta ancora qualcosa da rispondere. Voi dite: «Esistono divisioni tra i partiti operai e i partiti borghesi. E da queste noi possiamo trarre profitto». Ciò è esatto.

Bisogna innanzitutto riconoscere che le divisioni tra socialdemocratici e borghesi erano ridotte quasi a zero durante la guerra e la rivoluzione, tanto che, generalmente, sono scomparse. Ciò detto, è e resta possibile l'esistenza di una divisione del genere. E forse si presenterà ancora. Dobbiamo perciò parlarne. Tanto più che a questo proposito voi invocate il governo inglese «puramente» operaio Tomas-Henderson-Clynes, ecc., contro Sylvia Pankhurst in Inghilterra, e il governo eventuale «puramente socialista» di Ebert-Scheidemann-Noske-Hilferding-Crispien-Cohn contro il Partito comunista operaio tedesco [17].

Voi dite che la vostra tattica, che valorizza agli occhi dei proletari i governi operai e che stimola la loro formazione, è la tattica chiara e vantaggiosa, mentre la nostra che si oppone alla loro formazione è la tattica dannosa.

No, compagno! La nostra posizione di fronte all'eventualità di un governo «puramente» operaio, oppure del governo di coalizione tra partiti operai e borghesi — lo spiraglio si allarga in crepa — è anch' essa molto chiara e molto vantaggiosa per la rivoluzione.

E’ possibile che noi lasceremmo in piedi un governo del genere per qualche tempo. Ciò potrebbe essere necessario e costituire un progresso del movimento. In questo caso, se non ci è ancora possibile andare oltre, noi lo lasceremo sopravvivere, lo criticheremo col massimo di severità e lo rovesceremo, non appena possibile, per sostituirlo con un governo comunista.

Ma non collaboreremo a instaurare un simile governo con l'azione parlamentare ed elettorale, non lo faremo proprio noi, nell'Europa occidentale e in piena rivoluzione.

Non collaboreremo con un governo del genere perché nell'Europa occidentale gli operai sono soli nella rivoluzione. per questo che tutto -  ascoltate bene - tutto, dipende qui dalla volontà d'azione degli operai, e dalla loro chiarezza di idee. Ora la vostra tattica, questo compromesso a favore degli Scheidemann, degli Henderson, Crispien, e di questi o di quelli dei vostri amici — che si tratti di un indipendente inglese, di un comunista opportunista dello Spartakusbund o di un membro del British Socialist Party, fa lo stesso — la vostra tattica nel parlamento, e fuori del parlamento, è buona soltanto a confondere le idee degli operai facendo loro eleggere qualcuno che essi sanno già in anticipo essere un furbo; al contrario, la nostra tattica li illumina indicando il nemico come nemico. E per questo che nell'Europa occidentale, nella nostra situazione, noi adottiamo questa tattica e respingiamo la vostra, anche se dovessimo, a causa di ciò, passare nell'illegalità, perdere la rappresentanza in parlamento e sacrificare per una volta la possibilità di utilizzare le "divisioni"esita (nel parlamento?!).

Il vostro consiglio è ancora uno di quei consigli che provocano confusioni e determinano illusioni.

Ma allora, e i membri dei partiti socialdemocratici? Degli Indipendenti? Del Labour Party? Dell'Indipendente Labour Party? Non bisogna cercare di conquistarli?

Ebbene gli operai e i membri piccolo-borghesi di questi partiti noi, la sinistra, vogliamo conquistarli (nell’Europa occidentale) con la nostra propaganda, le nostre riunioni e la nostra stampa; e, più ancora, col nostro esempio, le nostre parole d'ordine e la nostra azione nelle aziende. Ciò nel corso della rivoluzione. Quelli che non saranno conquistati in questo modo, attraverso Ia stampa, l'azione, la rivoluzione, sono perduti fin da ora, in qualsiasi modo e devono soltanto andare al diavolo.

Questi partiti socialdemocratici, partiti indipendenti, partiti laburisti e simili, in Inghilterra e in Germania sono formati da operai e da piccolo-borghesi. Noi possiamo far venire dalla nostra parte i primi, conquistare poco a poco tutti gli operai. Ma non avremo che un numero ristretto di piccolo-borghesi, e i piccolo-borghesi, al contrario dei piccolo-contadini, non hanno una grande importanza economica. Quei pochi che verranno a noi, saranno stati conquistati con la propaganda, ecc...

Ma il maggior numero — ed è su questo che si basano Noske e consorti — è parte integrante del capitalismo e si stringe sempre di più attorno ad esso a mano a mano che la rivoluzione avanza. Siamo divisi dai partiti operai, dagli indipendenti, dai socialdemocratici, dal Labour Party, ecc., abbiamo spezzato il contatto con essi, perché non li sosteniamo alle elezioni? No, al contrario; cerchiamo di stabilire un contatto con questi partiti ogni volta che sia possibile. Ad ogni occasione li invitiamo all'azione comune: allo sciopero, al boicottaggio, all'insurrezione, alle battaglie di strada e soprattutto alla formazione di consigli operai, di organizzazioni di fabbrica. Li cerchiamo ovunque. Ma non più, come accadeva prima, sul terreno parlamentare. Quest'ultima tattica appartiene, nell'Europa occidentale, ad un'epoca superata. Noi li cerchiamo nell’officina, nelle organizzazioni e nella strada. E là che li si può oggi raggiungere; è là che noi conquistiamo gli operai. Questa è la nuova tattica che succede alla pratica socialdemocratica. E’ la pratica comunista.

Voi, compagni, pretendete di spingere i socialdemocratici, gli indipendenti ed altri nel parlamento e nel governo per dimostrare che sono dei furbi. Volete utilizzare il parlamento per dimostrare che esso non è buono a nulla.

Ciascuno alla sua maniera: voi prendete gli operai con un modo pieno di malizia; li spingete verso il nodo scorsoio e li lasciate impiccare. La nostra maniera, invece, è quella che li aiuta ad evitare la corda. Facciamo questo perché qui è possibile farlo. Voi seguite la tattica dei popoli contadini, noi quella dei popoli industriali. Non c'è in queste parole alcuna ironia, né sarcasmo. Io ammetto che la vostra via è stata corretta da voi. Ma soltanto voi non dovete imporci — sia nelle piccole questioni, sia in quelle grandi come le questioni dei sindacati e del parlamentarismo — l'applicazione di ciò che è buono in Russia ma disastroso qui. Devo infine farvi un'altra critica: voi dite e sostenete ad ogni occasione che la rivoluzione nell'Europa occidentale è impossibile fino a quando le classi inferiori vicine al proletariato non saranno state sufficientemente scosse, neutralizzate o conquistate. Poiché ho ora dimostrato che esse non possono essere scosse, neutralizzate o conquistate nella prima fase della rivoluzione, quest'ultima risulterebbe impossibile, se si ammettesse che la vostra tesi è corretta (questa osservazione mi è già stata rivolta da parte vostra e, tra gli altri, dal compagno Zinov'ev). Ma per fortuna la vostra affermazione in questa questione di estrema importanza — in questa alternativa che decide della rivoluzione — non si basa su alcunché di serio. Prova soltanto, una volta di più, che voi vedete ogni cosa con gli occhi dell'Europa dell'est. Dimostrerò questo nell'ultimo capitolo.

Credo di aver cosi dimostrato che il vostro secondo argomento a favore del parlamentarismo scaturisce in massima parte dall'ingegno opportunista e che da questo punto di vista anche il parlamentarismo deve essere sostituito con un'altra forma di lotta, sprovvista di certi inconvenienti e dotata dei massimi vantaggi.

Ammetto infatti che la vostra tattica possa dare qualche vantaggio. Il governo operaio può recare qualcosa di buono, e anche una maggiore chiarezza. Anche in un regime di illegalità la vostra tattica, può risultare vantaggiosa. Lo riconosciamo. Ma cosi come un tempo dicevamo ai revisionisti e ai riformisti: -Mettiamo lo sviluppo della coscienza degli operai al di sopra di ogni altra cosa, anche al di sopra dei vantaggi immediati-, oggi diciamo a voi, Lenin, e ai vostri compagni e alla destra: -Mettiamo al di sopra di ogni altra cosa la crescita delle masse nella volontà d'azione-. E’ a questo fine, come un tempo a quell'altro, che tutto deve essere indirizzato nell'Europa occidentale. E guardiamo allora se ha ragione la sinistra... o Lenin! Non ho alcun dubbio. Noi avremo la meglio su di voi e, al tempo stesso, dei Troelstra, Henderson, Reandel e Legien.

Mi occupo ora del vostro terzo argomento: gli esempi russi. Li citate varie volte. Un tempo li ho ammirati. Sono sempre stato con voi, fin dal 1903. Anche quando non conoscevo i vostri obiettivi precisi — le comunicazioni erano impedite — come al tempo della pace di Brest-Litovsk, vi ho difeso con i vostri argomenti. La vostra tattica fu certamente notevole per quanto riguarda la Russia ed è grazie ad essa che i russi hanno vinto. Ma ciò significa qualcosa per l'Europa occidentale? Nulla, o molto poco, secondo me. Siamo d'accordo per quel che riguarda i soviet, la dittatura del proletariato, come strumenti per la rivoluzione e l'edificazione. E anche la vostra tattica verso gli Stati stranieri è stata — almeno fino ad oggi — un esempio per noi. Ma diverso è il discorso per la vostra tattica nei paesi europeo-occidentali. E ciò è naturale.

Come potrebbero essere mai identiche la tattica da applicare nell'Europa orientale e quella per l'Europa occidentale? La Russia è un paese provvisto di una agricoltura largamente preponderante, di un capitalismo industriale che solo in parte è altamente sviluppato e che, nel suo insieme, resta relativamente molto piccolo. Per giunta era in gran parte alimentato dal capitale straniero. Nell’Eurapa occidentale, soprattutto in Germania e in Inghilterra, è vero il contrario. Da voi le vecchie forme del capitale sussistono sulla base del capitale usurario; da noi si registra la preponderanza quasi esclusiva del capitale finanziario altamente sviluppato. Da voi: residui feudali, vestigia addirittura dell'epoca delle tribù e della barbarie. Da noi, soprattutto in Inghilterra e in Germania: un insieme — agricoltura, commercio, trasporti, industria — diretto dal capitalismo più avanzato, Da voi: enormi sopravvivenze della schiavitù, contadini poveri, classe rurale media pauperizzata. Da noi: relazioni dirette dei contadini poveri con la produzione moderna, con i trasporti, la tecnica e gli scambi; classi medie della città e della campagna — anche negli strati più bassi — in contatto diretto con i grandi capitalisti

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
1 settembre 2012 6 01 /09 /settembre /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920.gifCopertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione totalitaria leninista del mutamento sociale e storico, centrata sul ruolo onnipotente del partito messianico e dell'intervento provvidenziale e "scientifico" dello Stato.

 

 

HERMAN GORTER

 

 

II - La questione sindacale

 

Dopo aver fissato queste basi teoriche generali voglio ora tentare di dimostrare anche nell'applicazione alle questioni particolari che la sinistra in Germania e in Inghilterra ha, generalmente, ragione. In particolare nelle questioni sindacale e parlamentare.

Innanzitutto vediamo la questione dei sindacati.

"Così come il parlamentarismo esprime il potere intellettuale dei capi sulle masse operaie. Il movimento sindacale incarna il loro dominio materiale. I sindacati costituiscono, in regime capitalista, le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato, e a tale titolo Marx, fin dall'inizio, ha fatto emergere la loro importanza. Nel capitalismo sviluppato e a maggior ragione nell'epoca imperialista, i sindacati sono diventati sempre di più delle associazioni gigantesche che rivelano la stessa tendenza di sviluppo mostrato in altri tempi dall'apparato statale borghese. In quest'ultimo si è formata una classe di impiegati, una burocrazia che dispone di tutti gli strumenti di governo dell'organizzazione (denaro, stampa, designazione dei sottoposti); spesso le prerogative dei funzionari si estendono ancora più oltre in modo che, da servitori della collettività, essi diventano i padroni e s'identificano con l'organizzazione. I sindacati convergono anch'essi con lo Stato e con la sua burocrazia in quanto, malgrado la democrazia che dovrebbe regnarvi, pongono i loro membri in una situazione in cui non possono far prevalere la loro volontà contro il funzionarismo; contro l'apparato abilmente allestito con regolamenti e statuti, qualsiasi ribellione si spezza prima che possa distruggere le alte sfere.

"È soltanto con una lunga perseveranza, a tutta prova, che un'organizzazione perviene qualche volta, dopo anni, a un relativo successo, dovuto generalmente a un cambiamento di persone. In questi ultimi anni, prima della guerra e dopo, si è così arrivati - in Inghilterra, in Germania, in America - a delle rivolte di militanti che fanno degli scioperi di loro propria iniziativa, contro la volontà dei capi e contro le risoluzioni dell'associazione stessa. Che una cosa del genere possa succedere del tutto naturalmente, e apparire come tale, dimostra che l'organizzazione, lungi dall'essere la collettività dei membri, si presenta come un qualcosa di completamente estraneo. Gli operai non sono sovrani nella loro associazione, ma sono da essa dominati come da una forza estranea contro cui possono ribellarsi, benché questa forza estranea sia uscita da loro stessi. Ecco un altro punto in comune con lo Stato. Poi, quando la ribellione si calma, la vecchia direzione torna in sella e sa mantenersi nonostante l'odio e l'amarezza impotente delle masse perché si appoggia sull'indifferenza e sulla mancanza di chiaroveggenza, di volontà omogenea e di perseveranza di queste masse, e perché si basa sulla necessità intrinseca di un sindacato come unico mezzo che hanno gli operai di trovare, nell'unificazione, le forze per battersi contro il capitale.

"Lottando contro il capitale, contro le tendenze del capitale assolutiste e generatrici di miseria, limitando queste tendenze e rendendo di conseguenza possibile l'esistenza della classe operaia, il movimento sindacale ha scelto di adempiere ad un compito nel capitalismo ed è diventato lui stesso, per questa via, un elemento della società capitalistica. Ma dal momento che la rivoluzione ha inizio, il proletariato in quanto da membro della società capitalistica si tramuta nel suo distruttore, cozza contro il sindacato come contro un ostacolo.

"Quello che Marx e Lenin hanno detto a proposito dello Stato: e cioè che la sua organizzazione, con tutto quel che può contenere di democrazia formale, lo rende inidoneo a servire come strumento per la rivoluzione proletaria, vale dunque anche per le organizzazioni sindacali. La loro potenza controrivoluzionaria non può essere annientata, Né attenuata con un cambiamento di persone, con la sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinitra o con rivoluzionari.

"È la stessa forma organizzativa che rende le masse pressocché impotenti e che non consente loro di fare del sindacato uno strumento obbediente alla loro volontà. La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questo organismo, vale a dire rovesciando da cima a fondo questa forma organizzativa affinché ne esca qualcosa di completamente diverso.

"Il sistema del consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale, non soltanto di formare i nuovi organi politici del proletariato contro il capitalismo, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le discussioni nel partito in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza  rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituta con un'altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto! (Anton Pannekoek).

I sindacati, per loro natura, non sono armi buone per la rivoluzione nell'Europa occidentale. Anche se non fossero diventati strumenti del capitalismo, se non fossero nelle mani dei traditori e se - nelle mani di qualunque capo si preferisca - non fossero, per loro natura, destinati a fare dei loro membri degli schiavi e degli strumenti passivi, essi, cionondimeno, sarebbero inutilizzabili.

I sindacati sono troppo deboli per la lotta, per la rivoluzione contro il capitale organizzato al livello più alto quale è quello dell'Europa occidentale, e contro il suo Stato. L'uno e l'altro sono ancora troppo potenti per i sindacati. I sindacati sono ancora in parte delle associazioni di mestiere e basterebbe questo fatto a impedire loro di fare la rivoluzione. E nella misura in cui sono associazioni di categoria, non si appoggiano direttamente sulle fabbriche, sulle officine, e ciò provoca la loro debolezza. Infine, sono più delle società di mutuo soccorso - prodotto dell'epoca piccolo-borghese - che dei raggruppamenti di lotta.

La loro organizzazione era già sufficiente per la lotta prima che la rivoluzione non fosse alle porte; per la rivoluzione nell'Europa occidentale tale organizzazione è inidonea a qualsiasi servizio. Infatti le fabbriche, gli operai delle fabbriche, non fanno la rivoluzione nelle associazioni di mestiere o di categoria, ma nelle officine. Per giunta i sindacati sono organi dal lavoro lento, estremamente complicati, buoni soltanto per i periodi di evoluzione . Ed è con questi miserabili sindacati i quali, come si è visto, devono in ogni caso essere distrutti, che si vuol fare la rivoluzione... Gli operai hanno bisogno di armi per la rivoluzione in Europa occidentale. Le sole armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale sono le organizzazioni di fabbrica. Le organizzazioni di fabbrica unite in una grande unione.

Gli operai europeo-occidentali hanno bisogno delle armi migliori. Dal momento che sono soli e perché non ricevono alcun aiuto. E per questo hanno bisogno di organizzazionidi fabbrica. In Germania e in Inghilterra, immediatamente, perché là la rivoluzione è più imminente. E anche negli altri paesi al più presto possibile, non appena potremo ottenerle.

Non vi serve a nulla dire, compagno Lenin, che in Russia avete agito in questo o quel modo. Infatti, innanzitutto non avevate in Russia organizzazioni così cattive come sono molti sindacati da noi. Voi avevate delle organizzazioni di fabbrica. In secondo luogo lo spirito degli operai era più rivoluzionario. In terzo luogo l'organizzazione dei capitalisti era debole. E così lo Stato. Infine, cosa fondamentale da cui tutto dipende, voi potevate ricevere un aiuto. Non avevate dunque bisogno delle armi migliori tra le migliori. Noi siamo soli e abbiamo perciò bisogno di tutte le armi migliori. Senza di esse non vinceremo e subiremo una disfatta dopo l'altra.

Ma ci sono altre basi, morali e materiali, che dimostrano che noi abbiamo ragione.

Immaginatevi, compagno, la situazione esistente in Germania prima della guerra e durante la guerra: i sindacati, unici e troppo deboli strumenti, sono completamente nelle mani dei capi come delle macchine inerti; e questi capi li sfruttano a vantaggio del capitalismo. Poi viene la rivoluzione. I sindacati sono utilizzati dai capi e dalla massa dei membri come un'arma contro la rivoluzione. È con il loro aiuto, con il loro appoggio, con l'azione dei loro capi e in parte anche con quella dei loro membri, che la rivoluzione è assassinata. I comunisti vedono i loro fratelli fucilati con l'aiuto dei sindacati. Gli scioperi a favore della rivoluzione sono psezzati. Credete, compagno, che sia possibile agli operai rivoluzionari di continuare a restare in organizzazioni simili? Se per giunta sono anche  degli oggetti troppo deboli per servire la rivoluzione! Mi sembra che sia psicologicamente impossibile. Che cosa avreste fatto voi come membro di un partito politico, del partito menscevico, per esempio, se questo si fosse comportato in quel modo nella rivoluzione? Sicuramente avreste fatto la scissione (se non l'avevate fatta prima)... Ma voi direte: si trattava di un partito politico, per un sindacato la cosa è diversa. Io credo che vi sbagliate. Nella rivoluzione, fino a quando dura la rivoluzione, ogni sindacato, perfino ogni gruppo operaio, gioca un ruolo da partito politico per o contro la rivoluzione.

Ma, direte ancora - e lo dite nel vostro opuscolo - che questi moti sentimentali devono essere superati a vantaggio dell'unità e della propaganda comunista. Vi dimostrerò che ciò era impossibile in Germania, durante la rivoluzione. Con esempi concreti. Infatti dobbiamo considerare la questione anche da un punto di vista concreto e unilaterale... Supponiamo che ci fossero in Germania 100.000 portuali, 100.000 metallurgici e 100.000 minatori veramente rivoluzionari. Essi vogliono scioperare, battersi, morire per la rivoluzione. Gli altri milioni, no. Che cosa devono fare i 300.000? Innanzitutto unirsi tra loro, formare una lega per la battaglia. Voi siete d'accordo su questo: gli operai non possono far nulla senza organizzazione. Ma una nuova lega in presenza delle vecchie associazioni equivale a una scissione reale se non formale. Anche nel caso in cui i sostenitori del nuovo raggruppamento dovessero restare membri delle vecchie organizzazioni. Ma ecco poi che i membri della nuova organizzazione hanno bisogno di una stampa, di riunioni, di locali, di funzionari retribuiti. Tutto ciò costa molto denaro. E gli operai tedeschi non possiedono quasi nulla. Per far vivere la nuova associazione essi sono obbligati, anche se non ne avessero voglia, ad abbandonare la vecchia. Considerando dunque le cose in modo concreto, quello che voi prescrivete, caro compagno, è impossibile.

Ma esistono altre e migliori ragioni materiali. Gli operai tedeschi che sono usciti dai sindacati, che vogliono distruggere i sindacati, che hanno creato le organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia, si sono trovati in piena rivoluzione. Bisogna lottare immediatamente. La rivoluzione  era arrivata. I sindacati non vollero lottare. A che, dunque, in un momento simile mettersi a dire: restate nei sindacati, propagandate le vostre idee, perché così diventerete sicuramente i più forti e avrete la maggioranza. Tutto ciò sarebbe molto carino se non si tenesse conto che il soffocamento delle minoranze è una regola (cosa questa che la sinistra non domanderebbe di meglio che di dimostrare se soltanto ne avesse il tempo). Ma non c'era tempo da perdere. C'era la rivoluzione, e c'è ancora.

Gli operai non possono sopportare sempre di essere fucilati dai sindacati e hanno bisogno di lottare.

A causa di ciò i sinistri hanno creato l'Unione generale operaia. E poiché ritengono che la rivoluzione in Germania non sia ancora finita e che, anzi, andrà molto più lontano, fino alla vittoria, essi tengono duro.

Compagno Lenin! Se nel movimento operaio si formano  due tendenze opposte, può esistere una scelta diversa dalla lotta? E se questi orientamenti sono molto diversi, opposti  l'uno all'altro, si può forse evitare la scissione? Conoscete forse un'altra via d'uscita? Esiste qualcosa di più contraddittorio della rivoluzione rispetto alla controrivoluzione?

Per questi motivi il KAPD e l'Unione generale operaia hanno pienamente ragione.

In ultima analisi, compagno, queste scissioni, queste chiarificazioni non sono sempre state delle buone cose per il proletariato? E non ci si accorge di ciò sempre in un secondo tempo? In questo campo io ho qualche esperienza. Quando eravamo ancora nel partito socialpatriota non avevamo alcuna influenza. Quando ne siamo stati espulsi avevamo, all'inizio, poca influenza. Ma dopo cominciammo ad avere molta influenza e poi, rapidamente, moltissima influenza. E voi, voi bolscevichi, come vi siete trovati, compagno, dopo la scissione? Molto bene mi sembra. Accadde così: prima in pochi, poi in molti. Il fatto che un gruppo, inizialmente piccolo finché si vuole, si trasformi in qualcosa di grande, dipende completamente dallo sviluppo politico ed economico. Se la rivoluzione continuerà in Germania, si può sperare che l'importanza e l'influenza dell'Unione operaia diventeranno preminenti. L'Unione operaia non deve lasciarsi intimidire dai rapporti numerici: 70.000 contro 7.000.000. Gruppi più piccoli di questo sono poi diventati i più forti. E i bolscevichi sono tra questi!

Perché le organizzazioni di fabbrica e dei luoghi di lavoro, e l'Unione operaia che si basa su questa rete organizzativa e che è formata dai suoi membri, sono certamente delle armi eccellenti, insieme ai partiti comunisti? Perché sono le sole buone armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale?

Perché in esse gli operai sono infinitamente più attivi che non nei vecchi sindacati; perché in esse gli operai hanno in mano i dirigenti e, quindi la linea politica; e perché gli operai controllano l'organizzazione di fabbrica, e, attraverso di essa, l'intera nazione.

Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce una unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell'Unione per l'intero Stato.

Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola unione operaia.

Si tratta, come si vede, di una organizzazione completamente orientata verso la rivoluzione.

Si può constatare anche che in questo caso l'operaio, ogni operaio, ha in mano un potere. Infatti egli elegge nel suo luogo di lavoro i suoi uomini di fiducia e ha, attraverso costoro, un'influenza diretta sul distretto e sull'unione su scala nazionale. C'è una centralizzazione forte ma senza eccessi. L'individuo, con la sua organizzazione diretta, l'organizzazione di fabbrica, ha una grande potenza. Egli può revocare in qualsiasi momento i suoi uomini di fiducia, sostituirli e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte. C'è individualismo ma non troppo.

Infatti le istanze centrali, i consigli regionali e il consiglio nazionale hanno una grande autorità. Individuo e direzione hanno proprio la qualità di potere che è necessario e possibile avere nell'Europa centrale, nell'attuale periodo che è quello dell'esplosione della rivoluzione.

Marx scrisse che, in regime capitalistico, il cittadino è, di fronte allo Stato, un'astrazione, una cifra. La stessa cosa può dirsi per le vecchie organizzazioni sindacali. La burocrazia, l'intera essenza dell'organizzazione, forma un universo superiore che sfugge all'operaio passandogli sulla testa come una nuvola nel cielo. L'operaio, di fronte ad essa, è una cifra, un'astrazione. Per essa l'operaio non è neanche l'uomo nella fabbrica; non è un essere vivente che vuole e che lotta. Sostituite, nei vecchi sindacati, una burocrazia consolidata con personale nuovo e in poco tempo vedrete anche quest'ultimo acquisire lo stesso carattere che lo innalzerà, lo allontanerà, lo distaccherà dalla massa. Novantanove su cento saranno dei tiranni schierati a fianco della borghesia. Questo scaturisce dalla natura stessa dell'organizzazione.

Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l'operaio stesso che decide della tattica e dell'orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i suoi capi non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l'officina, sono anche la sua base di organizzazione.

Egli è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, l'artefice e il padrone del suo destino, e poiché ciò vale per tutti, la massa scatena e dirige la sua lotta. Molto di più, infinitamente di più, in ogni caso, di quanto non fosse possibile nelle vecchie organizzazioni economiche sia riformiste che sindacaliste [4].

Poiché fanno degli individui e, di conseguenza, delle masse, gli agenti diretti della lotta, i suoi dirigenti e i suoi sostenitori, le nuove organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia sono veramente le armi migliori per la rivoluzione, le armi di cui abbiamo bisogno nell'Europa occidentale, per rovesciare, senza ricevere aiuti, il capitalismo più potente di tutto il mondo.

Ma, compagno, questi sono ancora dei deboli argomenti in confronto all'ultima e fondamentale questione che è legata strettamente ai principi cui ho alluso all'inizio. Questa ragione è decisiva per il KAPD e per il partito di opposizione in Inghilterra: questi partiti vogliono elevare di molto il livello di coscienza delle masse e degli individui in Germania e in Inghilterra.

Secondo loro per fare questo c'è un solo mezzo. E io vorrei chiedervi ancora una volta se voi conoscete un metodo diverso nel movimento operaio. Questo mezzo consiste nella formazione, nell'educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri.

Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell'esempio e dell'azione.

I compagni della sinistra credono possibile, con il loro piccolo gruppo in lotta contro il capitalismo e i sindacati, condurre i sindacati dalla loro parte o perlomeno, giacché la cosa non è impossibile, spostarli a poco a poco su posizioni migliori.

Una cosa del genere può essere realizzata soltanto con l'esempio. Per elevare il livello rivoluzionario degli operai tedeschi, queste nuove formazioni - le organizzazioni di fabbrica - sono dunque assolutamente indispensabili.

Come i partiti comunisti si erigono davanti ai partiti socialpatrioti, così anche la nuova formazione, l'Unione operaia, deve schierarsi di fronte al sindacato [5].

Per trasformare le masse asservite al riformismo e al socialpatriottismo, soltanto l'esempio può servire.

Mi occupo ora dell'inghilterra, della sinistra inglese. L'Inghilterra è dopo la Germania il paese più vicino alla rivoluzione. Non perché la situazione sia là già rivoluzionaria, ma perché il proletariato inglese è particolarmente numeroso e la situazione economica del capitalismo è sviluppata al massimo livello. Là c'è bisogno soltanto di un forte impulso per far cominciare la battaglia che può concludersi soltanto con una vittoria. È questo quello che pensano, che sanno quasi istintivamente gli operai più avanzati dell'Inghilterra (così come anche noi lo sentiamo); e dal momento che avvertono tutto ciò essi hanno fondato là, come in Germania, un nuovo movimento... che si delinea e procede per tentativi, proprio come in Germania: il movimento Rank and File, delle masse autodirette, senza capi o quasi [6].

Questi movimenti assomigliano molto all'Unione operaia tedesca con le sue organizzazioni di fabbrica.

Avete notato, compagno, che questo movimento è sorto soltanto nei due paesi più avanzati? E all'interno della classe operaia stessa? E in diverse località? [7]. Ciò costituisce di per sé la prova di una spontaneità irresistibile.

In Inghilterra questo movimento, questa lotta contro i sindacati è quasi più necessaria che in Germania. Le Trade Unions inglesi non sono soltanto strumenti nelle mani dei dirigenti per sostenere il capitalismo, ma sono attrezzi ancora più inutilizzabili, ai fini rivoluzionari, dei sindacati tedeschi. La loro formazione risale ai tempi della piccola guerra, ciascuno per sé, spesso fino all'inizio del XIX secolo o anche fino al XVIII secolo. In Inghilterra non esistono forse delle industrie che comprendono  venticinque unioni sindacali, che si dispuno accanitamente i loro aderenti?

Organizzazioni di questo genere bisogna evitare di combatterle, di scinderle, di annientarle? Se si è contro le unioni operaie, si deve essere anche contro gli Shop Stewards, gli Shop Committees e le Industrial Unions. Se si è a favore di quest'ultimi lo si deve essere anche per le prime giacché i comunisti hanno in entrambi gli stessi scopi.

Questa nuova corrente nel movimento trade-unionistico potrà essere utile alla sinistra comunista in Inghilterra per annientare i sindacati inglesi, quali sono oggi, e per sostituirli con nuovi strumenti della lotta di classe utilizzabili nella rivoluzione. Le stesse ragioni che abbiamo portato per il movimento tedesco, sono valide anche in questo caso.

Ho letto nella lettera del Comitato esecutivo della Terza Internazionale al KAPD che l'esecutivo è a favore degli IWW d'America a condizione che questa organizzazione non sia ostile alla politica e all'adesione al partito comunista. E questi IWW non sono obbligati ad entrare nei sindacati americani! Tuttavia l'esecutivo è contro l'Unione operaia in Germania, e la vuole costringere a fondersi con i sindacati benché essa sia comunista  e collabori con il partito  politico.

E voi compagno Lenin, voi siete a favore del Rank and File in Inghilterra (il quale, tuttavia, provoca già una scissione e organizza molti comunisti che vogliono la distruzione dei sindacati!), ma siete invece ostile all'Unione operaia in Germania.

Io non posso non vedere l'opportunismo nel vostro atteggiamento e in quello del Comitato Esecutivo. E quel che è peggio, un opportunismo sbagliata.

Naturalmente la sinistra comunista in Inghilterra, poiché la rivoluzione non ce l'ha ancora davanti, non può spingersi tanto lontano quanto la sinistra in Germania. Non può ancora organizzare il Rank and File Movement in tutto il paese con basi di massa e con finalità immediatamente rivoluzionarie. Ma la sinistra inglese prepare tutto questo. E non appena la rivoluzione  sarà arrivata gli operai abbandoneranno in massa le vecchie organizzazioni inidonee allal rivolzuione e affluiranno nelle organizzazioni di fabbrica e d'industria.

Essi vi affluiranno per il fatto stesso che la sinistra comunista si sviluppa innanzitutto nel movimento nella misura in cui si sforza di propagandare le idee comuniste. Sul suo esempio  molti operai si sono già innalzati a un livello superiore [8]. E qauesto è, come in Germania, lo scopo essenziale.

L'Unione generale operaia (AAU) e il Rank and File Movement, appoggiandosi entrambi sulle fabbriche, sui luoghi di lavoro, e soltanto su di essi, sono i precursori dei consigli operai, dei soviet. La rivoluzione nell'Europa occidentale sarà molto più difficile e per il fatto stesso che si svilupperà con lentezza, conoscerà un lunghissimo periodo di transizione in cui i sindacati saranno fuori servizio e in cui i soviet non saranno ancora pronti. Questo periodo di transizione sarà caratterizzato dalla lotta contro i sindacati attraverso la loro trasformazione e la loro sostituzione con organizzazioni migliori. Voi non avrete di che essere inquieto su questo punto: noi avremo il tempo per fare questo!

Insisto nel dire che ciò non accadrà perché noi estremisti lo vogliamo ma perché la rivoluzione esige questa nuova forma organizzativa senza la quale non può vincere.

Coraggio, dunque, Rank and File Movement in Inghilterra e Unione operaia in Germania! Voi siete i precursori dei soviet in Europa. Coraggio! Voi siete le prime organizzazioni adatte a condurre la lotta insieme ai partiti comunisti, contro il capitalismo nell'Europa occidentale, la lotta della rivoluzione!

Compagno Lenin voi volete obbligarci, volete obbligare noi dell'Europa occidentale - noi che siamo privi di alleati di fronte ad un capitalismo tuttora potente, estremamente organizzato (organizzato in tutte le branche e in tutti i sensi) e bene armato, un capitalismo che può essere battuto solo con le armi migliori - a utilizzare armi cattive. Volete imporre i miserabili sindacati proprio a noi che vogliamo organizzare la rivoluzione nelle fabbriche e sulla base delle fabbriche. La rivoluzione in Occidente non può essere organizzata che sulla base delle fabbriche e nelle fabbriche, deve per forza essere così perché è nelle fabbriche che il capitalismo è tanto organizzato in tutti i sensi, economicamente e politicamente, e perché gli operai non hanno (al di fuori del partito comunista) alcuna solida arma (i russi erano armati e avevano con loro i contadini poveri. Quello che le armi e i contadini poveri erano per i russi devono esserlo per noi, al momento attuale, la tattica e l'organizzazione). E in un momento del genere voi siete a favore dei sindacati. Mentre noi siamo obbligati, per mitivi psicologici e materiali, in piena rivoluzione, a lottare contro i sindacati, voi volete impedirci di condurre tale lotta. Noi siamo costretti a lottare con la scissione e voi ci ostacolate. Noi vogliamo formare dei gruppi capaci di dare l'esempio come unico metodo per dimostrare al proletariato che cosa vogliamo, e voi ci proibite di dare l'esempio. Noi vogliamo elevare il livello del proletariato occidentale e voi, ci mettete i bastoni tra le ruote.

Non volete la scissione né altre organizzazioni, né, di conseguenza, l'elevazione a un livello superiore.

E perché?

Perché volete avere nella Terza Internazionale i grandi sindacati e i grandi partiti.

Tutto ciò ci appare opportunismo, come opportunismo della peggiore specie [9].

Vi comportate ora, nella Terza Internazionale, in modo completamente diverso da quanto facevate nel partito boslcevico. Quest'ultimo fu conservato molto "puro" e forse lo è ancora. Invece nell'Internazionale bisogna accogliere, secondo voi, in tutta fretta quelli che sono comunisti per metà, per un quarto o anche per un ottavo.

È una maledizione che pesa sul movimento operaio: non appena ha ottenuto un certo "potere" esso tende ad aumentarlo con mezzi contrari ai principi. Anche la socialdemocrazia era "pura" all'inizio in quasi tutti i poaesi. La maggior parte degli attuali socialtraditori erano dei veri marxisti. Le masse furono conquistate con la propaganda marxista. Ma subito dopo aver raggiunto una certa potenza, i capi abbandonarono le masse.

Attualmente voi e la Terza Internazionale vi comportate come un tempo fece la socialdemocrazia. Naturalmente oggi la cosa non avviene più nei limiti nazionali ma su scala internazionale. La rivoluzione russa ha vinto per la "purezza", per la fermezza nei principi. Attualmente il proletariato dispone di un certo "potere". Occorerebbe ora estendere questo potere su tutta l'Europa. Ed ecco che si abbandona la vecchia tattica!

Invece di applicare ora a tutti gli altri paesi questa tattica sperimentata, e di rafforzare così dall'interno la Terza Internazionale, si compie un voltafaccia e, alla pari della socialdemocrazia di una volta, si passa all'opportunismo. Ecco che si fa passare tutto: i sindacati, gli indipendenti, il centro francese, una porzione del Labour Party.

Per salvare le apparenze del marxismo si pongono delle condizioni da sottoscrivere! Kautsky, Hilferding, Thomas ecc. vengono messi all'indice. Ma le grandi masse, il quadro medio, sono accettati, e tutti i mezzi sono buoni per spingerli ad entrare nell'Internazionale. Per rafforzare ulteriormente il centro si escludono gli "estremisti", a meno che non vogliano passare al centro! I migliori rivoluzionari, quali il KAPD, sono così esclusi!

E una volta unita la grande massa con una linea centrista, ci si sbrana tutti insieme sotto la disciplina di ferro, sotto capi messi alla prova in un modo tanto straordinario.

Per andare dove? Nel baratro.

A che cosa servono i principi obbligatori, le brillanti tesi della Terza Internazionale se, nella pratica, si è opportunisti?

Anche la Seconda Internazionale aveva i più bei principi ma è spronfondata nella pratica.

Noi estremisti non vogliamo che questo accada. Vogliamo innanzitutto formare nell'Europa occidentale, così come fecero un tempo i bolscevichi in Russia, dei nuclei solidissimi, molto coscienti e fortissimi (anche se inizialmente molto piccoli). E quando li avremo formati, li ingrandiremo. Ma su un terreno sempre più solido, sempre più forte, sempre più "puro". Soltanto in questa maniera possiamo vincere nell'Europa occidentale. È per questo che respingiamo tutta la vostra tattica, compagno Lenin.

Voi dite, compagno, che noialtri membri della Commissione di Amsterdam abbiamo dimenticato o non abbiamo imparato le lezioni delle rivoluzioni precedenti. Ebbene! compagno, io mi ricordo benissimo di un fatto che ha caratterizzato le rivoluzioni del passato. È il seguente: i partiti di "estrema sinistra" vi hanno sempre giocato un ruolo eminente, di primo piano. Si ricordino la rivoluzione olandese contro la Spagna, la rivoluzione inglese, quella francese, quella della Comune e le due rivoluzioni russe.

Attualmente nello sviluppo del movimento operaio si presentano, nella fase rivoluzionaria europeo-occidentale, due correnti: quella radicale e quella opportunista. Non possono pervebire a una buona tattica, all'unità, se non con la lotta reciproca. Ma la corrente radicale è di gran lunga la migliore anche se in qualche faccenda di secondo piano si spinge troppo oltre. E voi, compagno Lenin, sostenete la corrente opportunista!

E non è tutto! L'esecutivo di Mosca, i capi russi di una rivoluzione che ha vinto con l'aiuto di un esercito di milioni di contadini poveri, vogliono imporre la loro tattica al proletariatio dell'Europa occidentale che invece è solo.

E per far questo essi, così come voi, spezzano la migliore corrente dell'Europa occidentale!

Quale stupidità bestiale, e soprattutto quale dialettica! Quando la rivoluzione scoppierà nell'Occidente europeo voi vedrete che cosa ne sarà della vostra tattica onirica! Ma il proletariatao ne farà allora le spese.

Voi, compagno, e l'esecutivo di Mosca, sapete che i sindacati sono delle potenze controrivoluzioanrie. Ciò risulta chiaramente dalle vostre tesi. Ciononostante volete conservarli. Sapete anche che l'Unione operaia, e cioè le organizzazioni di fabbrica, il Rank and File Movement sono organizzazioni rivoluzionarie. Dite voi stesso, nelle vostre tesi, che le organizzazioni di fabbrica devono essere e sono il nostro scopo. Ciononostante volete soffocarle. Volete soffocare le organizzazioni nelle quali gli operai, ogni operaio, e di conseguenza la massa, può sviluppare forze e potenza, e volete conservare le organizzazioni in cui la massa è uno strumento passivo nelle mani dei capi. In questo modo volete prendere il controllo dei sindacati, metterli sotto il controllo della Terza Internazionale.

Perché volete questo? Perché seguite questa cattiva tattica? Perché volete avere le masse attorno a voi, quali esse siano e prima di ogni altra cosa. Perché voi ritenete che soltanto alla condizione di avere le masse sottomesse con una disciplina ferma e centralizzata (in modo comunista, semicomunista o per nulla comunista...) voi stessi, cioè i capi, arriverete alla vittoria.

In breve: perché conducete una politica da capo.

La politica da capo non è la politica che vuole capi e centralizzazione (senza dei quali non si può ottenere nulla così come  non si può ottenere nulla senza il partito), ma è la politica che riunisce le masse senza consultarle per sentire le loro convinzioni e le loro opinioni, e che pensa che i capi possono vincere soltanto se hanno le grandi masse attorno a loro.

Ma questa politica, che voi e l'esecutivo attualmente portate avanti nella questione sindacale, non avrà successo nell'Occidente europeo. Infatti il capitalismo è ancora troppo potente e il proletariato è troppo ridotto alle sue sole forze. Tale politica fallirà come quella della Seconda Internazionale.

Qui gli operai devono diventare potenti innanzitutto da soli, e solo in seguito grazie a voi capi. Qui il male, la politica da capo, deve essere distrutto alle radici.

Con la vostra tattica nella questione sindacale, voi e l'esecutivo di Mosca, avete dimostrato con successo che se non cambiate, la tattica stessa, non potrete dirigere la rivoluzione nell'Europa occidentale.

Voi dite che la sinistra quando pretende di applicare la sua tattica sa soltanto far chiacchiere. Ebbene, compagno, la sinistra ha finora avuto poche o nessuna occasione di agire in altri paesi. Ma osservate soltanto la Germania, considerate la tattica e l'attività del KAPD al momento del putsch di Kapp e di fronte alla rivoluzione recalcitrante, e sarete obbligato a ritirare le vostre parole.

 

 

NOTE

 

[4] Naturalmente occorre comprendere che questo nuovo rapporto tra individualismo e centralismo non è dato come un fatto pienamente realizzato, ma come una realtà in formazione, un processo che si potrà sviluppare e completare soltanto attraverso la lotta.

[5] La vostra osservazione sarcastica sull'Unione operaia che non può essere neanch'essa senza macchia, non ci fa un grande effetto perché è giusta solo in quanto l'Unione operaia deve lottare per ottenere miglioramenti in regime capitalistico mentre non è giusta per quanto riguarda la lotta rivoluzionaria dell'Unione.

[6] Gli Shop Committees, Shop Stewards e, in modo particolare nel Galles le Industrial Unions.

[7] Dire che in Germania questo movimento è stato provocato "dall'alto" è una calunnia.

[8] Voi ci propinate a questo punto compagno, alla pari di altri che l'hanno fatto tanto spesso, il solito argomento in base al quale i comunisti abbandonando i sindacati perdono il contatto con le masse. Ma il contatto migliore non si realizza forse tutti i giorni nelle fabbriche? E tutte le fabbriche non sono già ora diventate già qualcosa di più di un luogo di contatto, ma qualcosa di simile a un centro decisionale? In che modo, agendo in questo modo, gli "estremisti" potrebbero perdere il contatto con le masse?

[9] Il seguente esempio può dare un'idea del caos in cui questo opportunismo ci porta: esistono dei paesi in cui a fianco dei sindacati riformisti, essitono delle organizzazioni sindacali che, pur essendo cattive, lottano meglio dei sindacati stessi. Le tesi di Mosca chiedono l'entrata di queste organizzazioni sindacaliste nelle grandi organizzazioni riformiste. In tal modo obbligano spesso i comunisti a trasformarsi in "pompieri", come per esempio in Olanda. Ma c'è di più: l'Unione operaia tedesca è condannata perché si pone sul terreno della scissione. Ma che cosa fa l'internazionale? Essa fonda una nuova Internazionale sindacale...

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

LINK della presente opera di Gorter in varie lingue:

 

olandese:

Open brief aan partijgenoot Lenin

spagnolo:

Carta abierta al camarada Lenin

inglese:

Open Letter to Comrade Lenin

tedesco:

Offener Brief an den Genossen Lenin

francese:

Lettre ouverte au camarade Lénine

 

 

 

LINK pertinenti alla tematica consiliarista: 

Paul Mattick, La leggenda di Lenin, 1935

Charles Reeve, Paul Mattick

Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?

Rosa Luxemburg, Discorso sul programma

Lelio Basso, Introduzione a: "Rosa Luxemburg, una vita per il socialismo", 1973

Martine-Lisa Rieselfeld, B. Traven

(C.L.E.A), La guerra dei socialismi

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
25 agosto 2012 6 25 /08 /agosto /2012 05:00

Kropotkin sul mutuo appoggio

 

Paul Mattick

kropotkin.jpg

Questa nuova pubblicazione dello scritto di Kropotkin sul mutuo appoggio, pubblicato la prima volta a cavallo del secolo, non solo soddisfa il bisogno per la sua utilità, ma - in qualche misura - aiuta anche a combattere l'attuale neo-malthusianesimo e i rinnovati, anche se inutili, tentativi di presentare la concorrenza capitalistica come una "legge di natura", ispirati alla convinzione di Huxley che in natura e nella società la lotta per l'esistenza sia di uno contro tutti; Kropotkin ha dimostrato che sia nel mondo animale sia nella società umana è piuttosto l’aiuto reciproco che assicura l'esistenza e fare progressi.

Thomas_Henry_Huxley.jpg

mutualismo-coccodrillo-e-piviere.jpg

Quanto sostenuto da Huxley passa sotto il nome di darwinismo sociale-. "la sopravvivenza del più adatto". Il successo nella società in questo modo deriverebbe dalla selezione naturale.

Non ci si può fare niente e non è necessaria nessuna scusa in quanto la natura è né morale né immorale ma a-morale.

Certo, si cerca di sfidare la "legge naturale" attraverso l'istituzione di un ordine sociale finalizzato a mitigare la lotta di tutti contro tutti. Eppure questo è poco plausibile per il futuro perché la popolazione tende a superare i mezzi di sussistenza, e quindi la lotta per la sopravvivenza continua a distruggere il debole.

mutualismo-gobius-gamberetto.jpgKropotkin non rispose all'argomento malthusiano di Huxley, anche se è l'unico che Huxley ha portato a sostegno delle sue opinioni. Invece Kropotkin, ha descritto le forme di mutuo appoggio osservati nel mondo animale e vari tipi di collaborazione sociale, nel corso della storia dell'uomo. Questo lo ha fatto in modo eccellente, in modo che il libro - a prescindere dalla sua finalità specifica - è un importante studio del comportamento animale e dell'evoluzione della socialità umana. Egli stesso sotto l'influsso del darwinismo, Kropotkin ha voluto correggere la sua interpretazione capitalisticamente - determinata e parziale, che ha visto solo la concorrenza come strumento della sopravvivenza trascurando il fattore molto più importante del mutuo appoggio. Non ha ripreso l'argomento malthusiano perché pensava che i "controlli naturali esistenti alla sovrappopolazione l’avessero reso irrilevante". 

mutualismo-pagliaccio-anemone.JPGQuesto gioca a favore dei "darwinisti sociali", che non fanno distinzione tra società e natura, vedono in tutte le miserie sociali manifestazione di una "legge naturale". Essi insistono sul fatto che, anche se la lotta per l'esistenza non può essere caratterizzata da l'immancabile lotta accanita per i mezzi di sussistenza, tuttavia il pauperismo e la fame, come anche la carestia e la peste, devono essere considerati come "controlli naturali a un eccesso di popolazione". Dal loro punto di vista, la riduzione della sofferenza umana, causata da qualsivoglia ragione, si contrappone ai necessari "controlli naturali" alla sovrappopolazione.

mutualismo-ippopatamo-bufaghe.jpgKropotkin non rispose all'argomento malthusiano, perché anche lui non distingue abbastanza chiaramente tra società e natura. Proprio come per i darwinisti sociali la competizione è istintiva sia per gli uomini e gli animali, così per Kropotkin il mutuo appoggio è un "istinto morale" di "origine pre-umana" e una "legge di natura." Questo non gli impedì, tuttavia, di rendere parola d'ordine, il mutuo appoggio, che ci arriva "dal bosco, dalla foresta, dal fiume, dall'oceano," nelle fondamenta delle nostre "concezioni etiche" in modo da garantire "una più alta evoluzione della nostra specie". Sembra, quindi, che le "leggi naturali" per essere veramente efficaci abbiano bisogno del supporto o del rifiuto degli uomini.

kropotkin coloriL'osservazione rivela che vi è sia la concorrenza sia il mutuo appoggio all'interno e tra le diverse specie. Mutuo appoggio che, ovviamente, è la migliore strada per la sopravvivenza per le specie, la cui sopravvivenza dipende dall'aiuto reciproco, così come la competizione. Per molto tempo, tuttavia, la sopravvivenza nel mondo animale non è dipesa dalla pratica della mutualità o della concorrenza, ma è stata determinata dalla decisione degli uomini su quali specie avrebbero dovuto vivere e prosperare e quali sarebbero dovute essere sterminate. Qualunque "legge naturale" possa esistere rispetto al mondo animale, è annullata dalle "leggi" fatte dall’uomo che forma la "natura" alle proprie esigenze o capricci. "Natura allo stato naturale" per così dire, dove "le leggi naturali" potrebbero governare ha bisogno oggi di essere preservata e protetta da leggi nazionali e internazionali. Ovunque l’uomo ha il potere, le "leggi della natura" rispetto alla vita animale cessano di esistere.

darwinSe questo è vero per il mondo animale, quanto più questo deve essere vero per l'uomo stesso. Sebbene Marx fosse un grande ammiratore di Darwin, Marx ha richiamato l'attenzione sul fatto che la "natura" viene continuamente modificata dalle attività degli uomini, e (contro il malthusianesimo in particolare) che nessuna "legge naturale" governa la crescita della popolazione. La mutevole struttura sociale, non la "legge naturale", determina se c'è "sovrappopolazione" oppure no, e se in conseguenza di questa sovrappopolazione, o indipendentemente da essa, è il mutuo appoggio o la concorrenza che caratterizza i rapporti sociali. "La sovrappopolazione" e la fame e la miseria ad essa associata, non sono prodotti della natura, ma prodotti degli uomini, o piuttosto di rapporti sociali che escludono un'organizzazione sociale della produzione e della vita in generale tale da abolire il problema della sovrappopolazione con il problema della fame.

Marx.jpgLa "sovrappopolazione" di cui parla Huxley, non è quella relativa ai mezzi di sussistenza, ma rispetto alle esigenze di accumulazione del capitale, è un prodotto del modo di produzione capitalistico e non di una "legge di natura".

A dire il vero, la "sovrappopolazione" sembra esistere in vaste aree del mondo dove le popolazioni sono sottoposte a carestie, inondazioni e a mezzi di produzione arretrati. Anche se questa condizione può non essere costruita dall'uomo, è in ogni caso mantenuta dagli uomini, in modo da garantire posizioni di privilegio all'interno di rapporti sociali esistenti, o di rapporti di forza internazionali, o di entrambi simultaneamente. La "sovrappopolazione" non è la causa ma il risultato di questi tentativi di arrestare lo sviluppo sociale, come si può vedere dal fatto che, ovunque la fame viene eliminata la popolazione tende a diminuire. Ma anche se non fosse così, esistono per un tempo molto lungo ampie opportunità per un aumento della produzione in grado di nutrire una popolazione mondiale molte volte la sua dimensione attuale.  

sardine.jpgNon è in realtà la "sovrappopolazione" che preoccupa le classi dominanti. Piuttosto è vero il contrario, come si evince dagli sforzi frenetici per aumentare la popolazione al primo segno del suo declino tendenziale, dal fatto che il controllo delle nascite è un crimine, e dal mantenimento di condizioni che favoriscono un notevole aumento del masse impoverite. Le condizioni di miseria per le masse sono un prerequisito per la ricchezza e la particolare posizione sociale delle classi dominanti.

Anche se è bene sapere che c’è almeno altrettanto mutuo appoggio che competizione nella natura e nella società, questo non è sufficiente a far cambiare le abitudini degli uomini e modificare le relazioni sociali. Per coloro che traggono profitto dalle condizioni attuali non importa se si tratta di "naturale" o "innaturale", il "migliore" o il "peggiore" metodo per la sopravvivenza della specie. L'umanità non è un loro problema. Per coloro che creano i profitti può essere bello sapere che il mutuo appoggio praticato nei loro stessi ambienti attesti i loro alti concetti etici e di comportamento naturale, ma questo non li ferma dallo sfruttare. Tutta la polemica tra Huxley e Kropotkin è in un certo senso fuori luogo - non tocca i temi rilevanti della società, vale a dire che il "mutuo appoggio" in una società umana presuppone l'abolizione dei rapporti di classe.

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920.gif

Copertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione e prassi totalitaria leninista.

 

Premessa

 

Vorrei attirare la vostra attenzione, compagno Lenin, la vostra e quella del compagno lettore, sul fatto che questo opuscolo è stato scritto durante la marcia vittoriosa dei russi su Varsavia.

Vorrei anche scusarmi con voi e con il lettore per le numerose ripetizioni. Poiché la tattica dei "sinistri" è sconosciuta agli operai di quasi tutti i paesi, non ho potuto evitare le ripetizioni.

H. G.

 

 

I - MASSE E CAPI

 

Caro compagno Lenin,

 

ho letto il vostro opuscolo sull'estremismo nel movimento comunista. Ne ho tratto molti insegnamenti, come da tutte le vostre opere. Ve ne sono riconoscente, insieme, certamente, a molti altri compagni. Molte tracce e molti germi di questa malattia infantile che, senza dubbio, si trovavano anche in me, sono stati scacciati e certamente lo saranno ancor più nel futuro. La stessa cosa può essere affermata per quello che voi dite sulla confusione che la rivoluzione ha causato in molte teste: si tratta d'un giudizio giustissimo. Lo so: la rivoluzione è arrivata così improvvisa e così imprevista! La vostra opera sarà per me un nuovo stimolo a far dipendere sempre e innanzitutto il mio giudizio su tutte le questioni tattiche, ivi compresa quelle della rivoluzione, soltanto dalla situazione reale, dai rapporti di forza reali tra le classi, quali si manifesteranno politicamente ed economicamente.

lenin-l'estremismo-mosca

Un'edizione in lingua italiana dell'opera di Lenin, stampata a Mosca, Stalin vivente, nel 1950 dalle Edizioni in lingue estere di L'Estremismo, malattia infantile del comunismo.

 

Dopo avere letto il vostro opuscolo, ho pensato: tutto questo è giusto.

Ma quando, a testa riposata, mi sono domandato a lungo se ora avrei dovuto smettere di sostenere questa sinistra e di scrivere articoli per il KAPD e per il partito dell'opposizione in Inghilterra, sono stato costretto a rispondere negativamente.

Ciò sembra contraddittorio. Ma la contraddizione deriva, compagno, dal fatto che il vostro punto di partenza nell'opuscolo non è giusto. Avete torto, secondo me, per quanto riguarda il parallelismo tra la rivoluzione nell'Europa dell'ovest e la rivoluzione russa, per quanto riguarda le condizioni della rivoluzione nell'Europa dell'ovest, in altri termini per quanto riguarda il rapporto di forza tra le classi; a causa di ciò, voi non conoscete il terreno di sviluppo della sinistra, dell'opposizione. E quindi l'opuscolo appare corretto se si adotta il vostro punto di partenza; se lo si respinge (ed è quello che si deve fare), allora l'intero opuscolo è falso. Poiché tutti i giudizi che voi date, gli uni erronei, gli altri radicalmente falsi, confluiscono nella condanna del movimento di sinistra, particolarmente in Germania e in Inghilterra, e poiché io, pur senza essere d'accordo su tutti i punti con questo movimento, come sanno i suoi capi, resto pienamente deciso a difenderlo, credo di agire nel modo migliore rispondendo al vostro opuscolo con una difesa della sinistra. Ciò mi darà l'occasione non soltanto di rivelare il suo terreno di sviluppo, di provare il suo diritto all'esistenza e le sue attuali caratteristiche, qui nell'Europa dell'Ovest, nella fase attuale, ma anche - e questo è forse anche importante - di combattere le rappresentazioni capovolte che prevalgono in merito alla rivoluzione europeo-occidentale, soprattutto in Russia. L'una e l'altra cosa hanno la loro importanza; sia la tattica europeo-occidentale che quella russa dipendono dalla concezione della rivoluzione nell'Europa occidentale.

Avrei volentieri eseguito questo compito al congresso di Mosca, ma non sono stato in condizioni di parteciparvi.

In primo luogo devo rifiutare due delle vostre critiche che possono fuorviare l'opinione dei compagni e dei lettori. Voi parlate con ironia e con sarcasmo dell'inerzia ridicolmente puerile di questa lotta in Germania a proposito di "dittatura dei capi o delle masse", "del vertice o della base", ecc.

Che problemi del genere non dovrebbero esistere, siamo perfettamente d'accordo. Ma non siamo d'accordo con l'ironia. Perché, disgraziatamente, si tratta di questioni ancora aperte nell'Europa occidentale. In effetti noi abbiamo in Europa occidentale, in molti paesi ancora, dei capi uguali a quelli che c'erano nella Seconda internazionale, siamo ancora alla ricerca di veri capi che non cercano di dominare le masse e non le tradiscono; fino a quando non li avremo, vogliamo che tutto si faccia dal basso verso l'alto, e attraverso la dittatura delle masse stesse. Piuttosto che avere in montagna una guida che mi conduce nell'abisso, preferisco non averne. Quando avremo trovato i veri capi, potrà cadere questa ricerca. Perché allora massa e capo saranno tutt'uno. È questo, e nient'altro, che vogliamo dire, noi, la sinistra tedesca e quella inglese.

gorter-risposta-all-estremismo-di-lenin-savelli-1970.png

Prima edizione italiana dell'opera riproposta in questo post, edita dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Savelli di Roma a cui si devono tra le prime riproposte di autori editoriali di autori o tematiche bandite dalle varie chiese leniniste italiane.

 

E la stessa cosa vale anche per la vostra seconda critica, in base alla quale il capo deve formare con la massa e la classe un tutto omogeneo. Noi siamo completamente d'accordo. C'è solo il problema di trovare e di educare capi simili, che siano veramente uniti alla massa. Trovarli ed educarli, è una cosa che le masse, i partiti politici e i sindacati potranno fare soltanto con una lotta estremamente difficile condotta anche al proprio interno. Ciò vale anche per quanto concerne la disciplina di ferro e il centralismo rafforzato. Noi vogliamo tutto questo ma soltanto dopo aver trovato i veri capi, e non prima. Su questa durissima battaglia che viene attualmente condotta, con il massimo sforzo, in Germania e in Inghilterra, la vostra ironia non può che avere un'influenza nefasta. Con questo sarcasmo voi fate il gioco degli elementi opportunisti della Terza Internazionale. Perché è proprio uno dei mezzi con i quali alcuni elementi della Lega di Spartaco e del BSP in Inghilterra, e anche dei partiti comunisti di numerosi altri paesi, riescono ad ingannare gli operai dicendo loro che tutta la questione della massa e del capo è un non-senso, "è assurda e puerile". Con questa frase della disciplina di ferro e della centralizzazione, essi schiacciano l'opposizione. Voi mascherate il lavoro degli elementi opportunisti.

Non dovete fare questo, compagno. In Europa occidentale siamo ancora nello stadio della preparazione. Si dovrebbe sostenere quelli che lottano e non quelli che comandano.

Ma questo lo dico solo en passant. Vi ritornerò sopra ancora nel corso della mia lettera. Esiste una ragione più profonda per la quale non posso essere d'accordo con il vostro opuscolo. È la seguente: quando noialtri, marxisti dell'Europa occidentale, leggiamo i vostri opuscoli, i vostri studi e i vostri libri, c'è, in mezzo all'ammirazione e al consenso per tutto quanto avete scritto, un momento in cui quasi sempre diventiamo molto prudenti nella lettura, un momento sul quale attendiamo chiarimenti più dettagliati e successivamente, non avendo trovato questi chiarimenti, non accettiamo le vostre tesi senza grosse riserve. È il punto nel quale parlate degli operai e dei contadini poveri, ne parlate molto, molto spesso. E sempre parlate di queste due categorie come di fattori rivoluzionari nel mondo intero. E mai, stando almeno a quanto io ho letto, fate emergere chiaramente e distintamente la grandissima differenza che esiste in questo campo tra la Russia da un lato (e alcuni paesi dell'Europa orientale) e, dall'altro lato, l'Europa dell'ovest (vale a dire la Germania, la Francia, l'Inghilterra, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera e i paesi scandinavi, forse anche l'Italia). E pertanto, secondo me, la base materiale delle divergenze di valutazione che vi separano da quella che viene chiamata la sinistra in Europa occidentale, per quanto concerne la tattica nelle questioni sindacale e parlamentare, sta proprio nella differenza che esiste, su tale punto, tra la Russia e l'Europa dell'ovest.

Conoscete bene, naturalmente, quanto me, questa differenza, ma non ne avete tratto le conclusioni per quanto riguarda la tattica in Europa occidentale, stando almeno a quanto ho letto dei vostri scritti. Avete trascurato di esaminare queste conclusioni e, a causa di ciò, il vostro giudizio sulla tattica in Europa occidentale è sbagliato.

Ciò è stato e resta tanto più pericoloso in quanto ovunque, in Europa occidentale, quella vostra frase è ripetuta meccanicamente in tutti i partiti comunisti, anche da parte di marxisti. Sembrerebbe addirittura, stando ai giornali, riviste e opuscoli comunisti e alle riunioni pubbliche, che, all'improvviso, è imminente in Europa occidentale una rivolta dei contadini poveri. Non si fa notare la grande differenza con la Russia. E di conseguenza il giudizio è falsato, così come è fuorviato il proletariato. Giacché voialtri in Russia avete una immensa classe di contadini poveri e avete vinto con il loro aiuto, presentate le cose come se in Europa occidentale anche noi avremo, in prospettiva, lo stesso aiuto. E giacché voialtri in Russia avete vinto con quell'aiuto, presentate le cose come se soltanto con questo aiuto si possa vincere anche qui. Con il vostro silenzio su questa questione per quel che riguarda l'applicazione di tale tattica all'Europa occidentale, voi presentate le cose come le ho ora esposte, e tutta la vostra tattica scaturisce da questa concezione.

Ma tale concezione non è veritiera. Esiste una formidabile differenza tra la Russia e l'Europa occidentale. In linea generale, l'importanza dei contadini poveri come fattore rivoluzionario, diminuisce passando dall'est all'ovest. In Asia, in Cina e in India, questa classe sarebbe assolutamente determinante se dovesse scoppiare una rivoluzione. In Russia rappresenta per la rivoluzione un fattore indispensabile ed essenziale. In Polonia e in qualche altro Stato dell'Europa meridionale e centrale, costituisce ancora un atout importante per la rivoluzione, ma poi, più si va verso l'ovest e più la si vede ergersi ostile di fronte alla rivoluzione.

La Russia aveva un proletariato industriale di sette-otto milioni di operai. Ma i contadini poveri erano circa 25 milioni (mi scuserete le eventuali inesattezze nelle cifre perché ho dovuto basarmi sulla memoria del momento che la lettera era urgente). Quando Kerenskij si rifiutò di dare la terra ai contadini poveri, voi sapevate che costoro sarebbero venuti per forza dalla vostra parte, non appena avessero preso coscienza della situazione. Questo non è e non sarà il caso dell'Europa occidentale; una situazione simile non esiste nei paesi dell'Europa occidentale che ho citato.

La situazione dei contadini poveri nell'Europa occidentale è completamente diversa da quella della Russia. Benché sia a volte terribile, non lo è da noi altrettanto che da voi. Qui i contadini poveri possiedono un pezzetto di terra come agricoltori o come proprietari. I mezzi di circolazione assai sviluppati consentono ad essi di vendere spesso qualche cosa. Nelle circostanze più difficili hanno spesso di che nutrirsi. Gli ultimi decenni hanno apportato loro qualche miglioramento. Essi ora sono in grado di esigere alti prezzi in periodi di guerra e di dopoguerra. Sono indispensabili perché i generi alimentari possono essere importati soltanto in proporzione assai ridotta. Possono perciò mantenere alti i prezzi. Sono sostenuti dal capitalismo. Il capitale li sosterrà fino all'ultimo. La situazione dei contadini poveri da voi era molto più terribile. A causa di essa, da voi, i contadini poveri avevano anche loro un programma politico rivoluzionario ed erano organizzati in un partito rivoluzionario, nel partito dei socialisti rivoluzionari. Qui non c'è neanche un caso del genere. E oltre a questo, esisteva in Russia una enorme quantità di beni che potevano essere redistribuiti, grandi proprietà fondiarie, beni della corona, terre demaniali, beni monastici. Ma che cosa i comunisti dell'Europa occidentale possono offrire ai contadini poveri per portarli alla rivoluzione, per legarseli?

C'erano in Germania (prima della guerra) quattro-cinque milioni di contadini poveri (con un massimo di due ettari di terra). Viceversa soltanto otto-nove milioni di ettari venivano sfruttati razionalmente da grandi aziende (con più di 100 ettari). Se i comunisti dividessero tutto ciò i contadini poveri continuerebbero ad essere contadini poveri, perché sette-otto milioni di operai agricoli vorrebbero avere anch'essi qualche cosa. Ma non potrebbero neanche dividerle tutte perché le conserverebbero per una coltivazione di tipo moderno (Le tesi di Mosca sulla questione agraria lo confermano).

Quindi i comunisti in Germania non hanno alcun mezzo, a parte alcuni territori relativamente piccoli, per attirare a sé i contadini poveri. Infatti le aziende medie e piccole non saranno certamente espropriate. Del tutto analoga è la situazione dei quattro-cinque milioni di contadini poveri della Francia; lo stesso vale per la Svizzera, il Belgio, l'Olanda e in due paesi scandinavi (per la Svezia e la Spagna non possiedo alcun dato statistico. Ovunque dominano le aziende piccole e medie. E anche in Italia la questione è ancora da valutare bene. Per non citare l'Inghilterra dove non ci saranno più di cento o duecentomila contadini poveri.

Le cifre dimostrano che nell'Europa occidentale esiste un numero relativamente piccolo di contadini poveri. Di conseguenza le truppe ausiliare, seppure esistessero, sarebbero di scarsissima consistenza. 

D'altra parte la promessa che, in regime comunista, i contadini non dovrebbero pagare canoni di affitto e rendite ipotecarie non può allettarli dal momento che con il comunismo essi vedono arrivare la guerra civile, la scomparsa dei mercati e la devastazione.

I contadini poveri dell'Europa occidentale, a meno che non giunga una crisi molto più terribile di quella attualmente esistente in Germania, una crisi che per il suo carattere disastroso superi tutte quelle che l'hanno preceduta, resteranno dunque con il capitalismo fino a quando quest'ultimo avrà un filo di vita.

Gli operai dell'Europa occidentale sono completamente soli. Infatti soltanto uno strato molto esiguo della piccola borghesia povera li aiuterà. E quest'ultima è economicamente insignificante. Gli operai dovranno portare da soli il peso della rivoluzione. Ecco la grande differenza con la Russia.

Forse, compagno Lenin, direte che questo era anche il caso della Russia. Anche in Russia il proletariato ha fatto da solo la rivoluzione. È soltanto dopo la rivoluzione che sono venuti i contadini poveri. Ciò è vero, ma la differenza resta formidabile.

Voi sapevate, compagno Lenin, che i contadini sarebbero sicuramente e presto venuti dalla vostra parte. Sapevate che Kerenskij non poteva né voleva dare loro la terra. Sapevate che non avrebbero sostenuto Kerenskij per molto tempo. Avevate la parola d'ordine "la terra ai contadini" con la quale potevate rapidamente trascinarli, in pochi mesi, dalla parte del proletariato. Noialtri, invece, siamo sicuri che ovunque, nei limiti del prevedibile e sul continente dell'Europa occidentale, i contadini sosterranno il capitalismo.

Voi forse direte che senza dubbio nella Germania non esiste una grande massa di contadini poveri pronta ad aiutarci, ma che migliaia di proletari attualmente ancora legati alla borghesia, verranno certamente dalla nostra parte. E che di conseguenza il posto dei contadini poveri russi, da noi sarà preso dai proletari. In tal modo giungeranno egualmente dei rinforzi.

Questa concezione è ugualmente erronea nel suo insieme. La differenza con la Russia resta enorme.

Infatti i contadini russi sono venuti dalla parte del proletariato dopo la vittoria sul capitalismo. Ma quando gli operai tedeschi, ancora influenzati dal capitalismo, verranno al comunismo, allora la lotta contro il capitalismo comincerà per davvero.

Per il fatto che c'erano contadini poveri, a causa di ciò e soltanto di ciò, i compagni russi hanno vinto. E la vittoria si è consolidata e rafforzata dal giorno in cui i contadini hanno cambiato posizione. Dal fatto che gli operai tedeschi sono collocati ancora nelle file del capitalismo, non se ne può trarre alcunché di utile per la vittoria, e quando essi passeranno a noi, allora la vera battaglia sarà solo all'inizio.

La rivoluzione russa è stata terribile per il proletariato durante i lunghi anni della sua preparazione. Precaria resta anche ora dopo la vittoria. Ma essa era facile nel momento stesso in cui aveva luogo, proprio a causa dei contadini. Da noi è tutto diverso; è proprio il contrario. Nella fase preparatoria, la rivoluzione è facile, e dopo sarà facile. Ma la rivoluzione nel suo attuarsi sarà terribile. Probabilmente più terribile di qualsiasi precedente rivoluzione giacché il capitalismo, che era debole da voi, che dominava soltanto da poco la feudalità, il medioevo e la barbarie, da noi è forte, potentemente organizzato e solidamente radicato. Quanto agli strati inferiori delle classi medie, quanto ai piccoli contadini e ai contadini poveri, questi elementi che stanno sempre dalla parte del più forte, sosterranno il capitalismo fino alla sua fine definitiva, all'eccezione di uno strato esiguo senza importanza economica.

La rivoluzione in Russia ha vinto con l'aiuto dei contadini poveri. Ciò deve essere ricordato qui, in Europa occidentale e ovunque nel mondo. Ma gli operai nell'Europa occidentale sono soli. Non si deve mai dimenticare questo in Russia.

Il proletariato in Europa occidentale è solo. Ecco la verità. E su ciò, su questa verità, deve essere basata la nostra tattica. Ogni tattica che non è basata su tale verità, è sbagliata e conduce il proletariato a gravi disfatte.

Anche la pratica dimostra la veridicità di questa affermazione. In effetti non soltanto i contadini dell'Europa occidentale non hanno programma e non rivendicano la terra, ma, ora che il comunismo si avvicina, essi non si muovono per niente.

Ma naturalmente questa affermazione non deve essere presa in senso assoluto. Esistono, come ho già detto, alcuni territori dell'Europa occidentale in cui domina la grande proprietà e in cui, di conseguenza, è possibile trovare tra i contadini degli alleati del comunismo. Esistono altri territori in cui, a causa delle circostanze locali, ecc., i contadini potranno essere conquistati. Ma questi territori sono relativamente poco numerosi.

Il senso della mia affermazione non è neanche quello per cui perfino nella fase finale della rivoluzione, quando tutto sprofonda, nessun contadino verrà dalla nostra parte. Ma noi dobbiamo determinare la nostra tattica considerando l'inizio e lo sviluppo della rivoluzione. Dunque il modo di essere e la tendenza generale delle circostanze sono, nella situazione specifica, quelle che ho detto. Ed è su di esse soltanto che si può e si deve basare una tattica [1].

Ne consegue in primo luogo - e ciò deve essere detto insistentemente e chiaramente - che nell'Europa occidentale la vera rivoluzione, vale a dire il rovesciamento del capitalismo così come la costruzione e il mantenimento stabile del comunismo è attualmente possibile soltanto nei paesi in cui il proletariato  da solo è abbastanza forte nel confronto con tutte le altre classi, e chiunque in Germania, in Inghilterra, e in Italia, giacché là è possibile l'aiuto dei contadini poveri. Con la propaganda, l'organizzazione e la lotta. La rivoluzione stessa non potrà aver luogo se non quando l'economia sarà stata talmente rovinata dalla rivoluzione negli Stati più grandi (Russia, Germania, Inghilterra) che le classi borghesi saranno sufficientemente indebolite.

Voi sicuramente mi concederete che non possiamo mettere a punto la nostra tattica basandoci su avvenimenti che forse accadranno (aiuto dell'esercito russo), insurrezione indiana, crisi terribile senza precedenti, ecc.).

Che voi non abbiate dunque visto questa verità sul ruolo dei contadini poveri, costituisce il vostro grande errore, compagno. Ed è lo stesso errore dell'esecutivo di Mosca e del congresso internazionale.

Andiamo oltre. Che cosa significa attualmente, dal punto di vista della tattica, in questo isolamento del proletariato occidentale (così differente dalla situazione del proletariato russo), il fatto che esso non può aspettarsi un aiuto da nessuna parte, da nessun'altra classe?

Ciò significa che da noi gli sforzi richiesti alle masse dalla situazione sono ancora più grandi rispetto alla Russia.

E, in secondo luogo, che l'importanza dei capi è proporzionalmente più piccola.

Si trovano davanti ad un capitalismo molto più forte di quello che hanno avuto di fronte i russi, e sono senza armi. I russi erano armati.

Infatti le masse russe, i proletari, prevedevano con sicurezza e constatavano già durante la guerra - in parte sotto i loro occhi - che i contadini si sarebbero schierati dalla loro parte. I proletari tedeschi, per non parlare che di loro, sanno di aver contro tutto il capitalismo tedesco con tutte le classi.

I proletari tedeschi, senza dubbio, erano, già prima della guerra, dai 19 ai 20 milioni su una popolazione di 70 milioni di persone. Ma essi sono soli di fronte a tutte le altre classi.

La rivoluzione esige dunque da ogni proletario tedesco, da ogni individuo, ancora più coraggio e spirito di sacrificio di quanto ne ha chiesto ai russi.

Ciò deriva dai rapporti economici, dai rapporti di classe in Germania, e non da una qualunque teoria o fantasia di rivoluzionari romantici o di intellettuali.

Nella misura in cui l'importanza della classe aumenta, si riduce in proporzione l'importanza dei capi. Ciò non vuol dire che non dobbiamo avere i migliori capi possibili: i migliori tra i migliori non sono ancora abbastanza buoni e noi li stiamo proprio cercando. Ciò significa soltanto che rispetto all'importanza delle masse, quella dei capi diminuisce.

Se, come avete fatto voi, si deve conquistare con sette o otto milioni di proletari un paese di centosessanta milioni di abitanti, allora sì che l'importanza dei capi è enorme. Infatti per vincere con così pochi uomini un numero talmente grande, occorre dare un posto preminente alla tattica. Quando, come avete fatto voi, compagni, si conquista con una truppa talmente ridotta, ma con un appoggio ausiliario, un paese tanto grande, allora, quello che conta è, innanzitutto, la tattica del capo. Quando avete iniziato la lotta, compagno Lenin, con quel piccolo esercito di proletari, è stata soprattutto la vostra tattica che, al momento propizio, ha scatenato le battaglie e conquistato i contadini poveri.

Ma in Germania? Là la tattica più intelligente, la massima chiarezza di idee, il genio stesso del capo non è l'essenziale, né il fattore principale. Là, inesorabilmente, le classi sono schierate: una ha contro tutte le altre. Là il proletariato deve decidere da solo, come classe. Con la sua potenza, con il suo numero. Ma la sua potenza, di fronte a un nemico tanto formidabile e a una superiorità di organizzazione e di armamento tanto schiacciante, è fondata soprattutto sulla sua qualità.

Voi eravate schierati davanti alle classi possidenti russe come David davanti a Golia. David era piccolo ma aveva un'arma sicuramente mortale. Il proletariato tedesco, inglese, europeo-occidentale è di fronte al capitalismo come un gigante di fronte a un gigante. Per esso tutto dipende dalla propria forza. La forza del corpo e soprattutto quella dello spirito.

Non avete osservato, compagno Lenin, che non esistono dei "grandi" capi in Germania? Si tratta sempre di uomini ordinari. Ciò dimostra già che questa rivoluzione deve essere innanzitutto opera delle masse e non dei capi.

Dal mio punto di vista, sarà qualcosa di grandioso, di più grande di qualsiasi cosa sia mai avvenuta fino ad oggi. E sarà un'indicazione di quello che sarà il comunismo.

Questo accadrà in Germania, questo accadrà anche in tutta l'Europa occidentale. Infatti ovunque il proletariato è solo.

Sarà la rivoluzione delle masse, non perché è bene o bello, o ben ideato da qualcuno, ma perché la cosa è condizionata dai rapporti economici e di classe [2].

Da questa differenza tra Russia ed Europa occidentale scaturisce quanto segue:

1) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti occidentali della Lega di Spartaco o quelli del PC d'Inghilterra che sono d'accordo con voi, dite che una lotta sulla questione capo o masse è un non-senso, non soltanto avete torto di fronte a noi che cerchiamo ancora un capo, ma avete torto perché questa questione ha, da noi, un'importanza completamente diversa rispetto a quanto possa avere da voi.

2) Quando venite a dirci: capo e massa devono formare un tutt'uno, non vi sbagliate soltanto perché noi cerchiamo proprio di arrivare a questa unità, ma anche perché questa ha da noi una importanza maggiore rispetto a quanto possa avere da voi.

3) Quando venite a dirci: deve esserci nel partito comunista una disciplina di ferro e una centralizzazione assoluta, militare, non vi sbagliate soltanto in quanto noi cerchiamo effettivamente di arrivare ad una disciplina di ferro e a una forte centralizzazione, ma in quanto questa questione ha, da noi, un significato diverso rispetto a quanto possa avere da voi.

4) Quando venite a dirci: in Russia abbiamo agito in questa o quella maniera (per esempio dopo l'offensiva di Kornilov o in occasione di un altro episodio), in questo o quel periodo noi partecipavamo al parlamento, oppure restavamo nei sindacati, dovete sapere che ciò non vuol dire assolutamente nulla e non implica per niente che tale tattica possa o debba essere applicata qui, giacché i rapporti di classe nell'Europa occidentale, nella lotta e nella rivoluzione, sono completamente diversi da quelli russi.

5) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti dell'Europa occidentale, pretendete di imporci una tattica che era perfettamente giusta in Russia - per esempio una tattica basata e calcolata coscientemente o incoscientemente sul fatto che i contadini poveri o altri strati di lavoratori si sarebbero presto schierati dalla vostra parte, sul fatto che, in altri termini, il proletariato non era solo, ebbene, questa tattica che ci prescrivete e che è anche applicata da noi, può condurre il proletariato occidentale soltanto alla sua perdita e a disfatte terribili.

6) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o gli elementi opportunisti dell'Europa occidentale, quali la centrale della Lega di Spartaco in Germania e il BSP in Inghilterra, volete imporci qui, nell'Europa occidentale, una tattica opportunista (l'opportunismo ha sempre come base degli elementi estranei pronti in qualsiasi momento ad abbandonare il proletariato), commettete uno sbaglio.

L'isolamento, la mancanza di rinforzi in prospettiva e, di conseguenza, la maggiore importanza della massa e la minore importanza relativa dei capi, ecco le basi generali sulle quali deve fondarsi la tattica nell'Europa occidentale.

Queste basi, né Radek, quando era in Germania, né l'esecutivo dell'Internazionale di Mosca, né voi stesso, se devo stare ai vostri scritti, le avete comprese.

Su queste basi (l'isolamento del proletariato e la predominanza delle masse e degli individui) riposa la tattica del KAPD, del partito comunista di Sylvia Pankhurst (almeno sino ad oggi) e della maggioranza del Bureau di Amsterdam dell'IC che è stato nominato a Mosca.

Per queste ragioni essi tentano soprattutto di elevare le masse come unità e come somma di individui, a un grado molto più alto di maturazione, di educare i proletari, uno ad uno, per farne dei lottatori rivoluzionari mostrando ad essi con chiarezza (non soltanto con la teoria, ma soprattutto con la pratica) che tutto dipende dalle proprie forze, che essi non devono attendersi nulla dall'aiuto esterno di altre classi, e poco soltanto dai loro capi.

Teoricamente, dunque, se non si tiene esageratamente conto dei pettegolezzi e delle questioni personali, dei dettagli e delle aberrazioni, come quelle di Wolfheim e di Laufenberg, che sono inevitabili all'inizio di un movimento, la concezione dei partiti e dei compagni prima indicati è del tutto giusta e la vostra offensiva è sbagliata da cima a fondo [3].

Se si va dall'est all'ovest dell'Europa, si attraversa, ad un certo punto, una frontiera economica. Questa è tracciata dal Baltico al Mediterraneo, all'incirca da Danzica a Venezia. È la linea di divisione di due mondi. Ad ovest di questa linea il capitale industriale, commerciale e bancario, unificato nel capitale finanziario sviluppato al massimo grado, domina in modo quasi assoluto. Lo stesso capitale è altamente organizzato e si concentra nei più solidi governi e Stati di tutto il mondo.

Ad est di questa linea non esiste né questo immenso sviluppo del capitale concentrato dell'industria, del commercio, dei trasporti, delle banche, né il suo dominio quasi assoluto, né, di conseguenza, lo Stato moderno solidamente edificato.

Sarebbe quindi un miracolo se la tattica del proletariato rivoluzionario all'ovest di questa frontiera fosse la stessa che all'est.

 

II - La questione sindacale

 

Dopo aver fissato queste basi teoriche generali voglio ora tentare di dimostrare anche nell'applicazione alle questioni particolari che la sinistra in Germania e in Inghilterra ha, generalmente, ragione. In particolare nelle questioni sindacale e parlamentare.

Innanzitutto vediamo la questione dei sindacati.

"Così come il parlamentarismo esprime il potere intellettuale dei capi sulle masse operaie. Il movimento sindacale incarna il loro dominio materiale. I sindacati costituiscono, in regime capitalista, le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato, e a tale titolo Marx, fin dall'inizio, ha fatto emergere la loro importanza. Nel capitalismo sviluppato e a maggior ragione nell'epoca imperialista, i sindacati sono diventati sempre di più delle associazioni gigantesche che rivelano la stessa tendenza di sviluppo mostrato in altri tempi dall'apparato statale borghese. In quest'ultimo si è formata una classe di impiegati, una burocrazia che dispone di tutti gli strumenti di governo dell'organizzazione (denaro, stampa, designazione dei sottoposti); spesso le prerogative dei funzionari si estendono ancora più oltre in modo che, da servitori della collettività, essi diventano i padroni e s'identificano con l'organizzazione. I sindacati convergono anch'essi con lo Stato e con la sua burocrazia in quanto, malgrado la democrazia che dovrebbe regnarvi, pongono i loro membri in una situazione in cui non possono far prevalere la loro volontà contro il funzionarismo; contro l'apparato abilmente allestito con regolamenti e statuti, qualsiasi ribellione si spezza prima che possa distruggere le alte sfere.

"È soltanto con una lunga perseveranza, a tutta prova, che un'organizzazione perviene qualche volta, dopo anni, a un relativo successo, dovuto generalmente a un cambiamento di persone. In questi ultimi anni, prima della guerra e dopo, si è così arrivati - in Inghilterra, in Germania, in America - a delle rivolte di militanti che fanno degli scioperi di loro propria iniziativa, contro la volontà dei capi e contro le risoluzioni dell'associazione stessa. Che una cosa del genere possa succedere del tutto naturalmente, e apparire come tale, dimostra che l'organizzazione, lungi dall'essere la collettività dei membri, si presenta come un qualcosa di completamente estraneo. Gli operai non sono sovrani nella loro associazione, ma sono da essa dominati come da una forza estranea contro cui possono ribellarsi, benché questa forza estranea sia uscita da loro stessi. Ecco un altro punto in comune con lo Stato. Poi, quando la ribellione si calma, la vecchia direzione torna in sella e sa mantenersi nonostante l'odio e l'amarezza impotente delle masse perché si appoggia sull'indifferenza e sulla mancanza di chiaroveggenza, di volontà omogenea e di perseveranza di queste masse, e perché si basa sulla necessità intrinseca di un sindacato come unico mezzo che hanno gli operai di trovare, nell'unificazione, le forze per battersi contro il capitale.

"Lottando contro il capitale, contro le tendenze del capitale assolutiste e generatrici di miseria, limitando queste tendenze e rendendo di conseguenza possibile l'esistenza della classe operaia, il movimento sindacale ha scelto di adempiere ad un compito nel capitalismo ed è diventato lui stesso, per questa via, un elemento della società capitalistica. Ma dal momento che la rivoluzione ha inizio, il proletariato in quanto da membro della società capitalistica si tramuta nel suo distruttore, cozza contro il sindacato come contro un ostacolo.

"Quello che Marx e Lenin hanno detto a proposito dello Stato: e cioè che la sua organizzazione, con tutto quel che può contenere di democrazia formale, lo rende inidoneo a servire come strumento per la rivoluzione proletaria, vale dunque anche per le organizzazioni sindacali. La loro potenza controrivoluzionaria non può essere annientata, Né attenuata con un cambiamento di persone, con la sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinistra o con rivoluzionari.

"È la stessa forma organizzativa che rende le masse pressoché impotenti e che non consente loro di fare del sindacato uno strumento obbediente alla loro volontà. La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questo organismo, vale a dire rovesciando da cima a fondo questa forma organizzativa affinché ne esca qualcosa di completamente diverso.

"Il sistema del consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale, non soltanto di formare i nuovi organi politici del proletariato contro il capitalismo, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le discussioni nel partito in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza  rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituta con un'altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto! (Anton Pannekoek).

I sindacati, per loro natura, non sono armi buone per la rivoluzione nell'Europa occidentale. Anche se non fossero diventati strumenti del capitalismo, se non fossero nelle mani dei traditori e se - nelle mani di qualunque capo si preferisca - non fossero, per loro natura, destinati a fare dei loro membri degli schiavi e degli strumenti passivi, essi, cionondimeno, sarebbero inutilizzabili.

I sindacati sono troppo deboli per la lotta, per la rivoluzione contro il capitale organizzato al livello più alto quale è quello dell'Europa occidentale, e contro il suo Stato. L'uno e l'altro sono ancora troppo potenti per i sindacati. I sindacati sono ancora in parte delle associazioni di mestiere e basterebbe questo fatto a impedire loro di fare la rivoluzione. E nella misura in cui sono associazioni di categoria, non si appoggiano direttamente sulle fabbriche, sulle officine, e ciò provoca la loro debolezza. Infine, sono più delle società di mutuo soccorso - prodotto dell'epoca piccolo-borghese - che dei raggruppamenti di lotta.

La loro organizzazione era già sufficiente per la lotta prima che la rivoluzione non fosse alle porte; per la rivoluzione nell'Europa occidentale tale organizzazione è inidonea a qualsiasi servizio. Infatti le fabbriche, gli operai delle fabbriche, non fanno la rivoluzione nelle associazioni di mestiere o di categoria, ma nelle officine. Per giunta i sindacati sono organi dal lavoro lento, estremamente complicati, buoni soltanto per i periodi di evoluzione. Ed è con questi miserabili sindacati i quali, come si è visto, devono in ogni caso essere distrutti, che si vuol fare la rivoluzione... Gli operai hanno bisogno di armi per la rivoluzione in Europa occidentale. Le sole armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale sono le organizzazioni di fabbrica. Le organizzazioni di fabbrica unite in una grande unione.

Gli operai europeo-occidentali hanno bisogno delle armi migliori. Dal momento che sono soli e perché non ricevono alcun aiuto. E per questo hanno bisogno di organizzazioni di fabbrica. In Germania e in Inghilterra, immediatamente, perché là la rivoluzione è più imminente. E anche negli altri paesi al più presto possibile, non appena potremo ottenerle.

Non vi serve a nulla dire, compagno Lenin, che in Russia avete agito in questo o quel modo. Infatti, innanzitutto non avevate in Russia organizzazioni così cattive come sono molti sindacati da noi. Voi avevate delle organizzazioni di fabbrica. In secondo luogo lo spirito degli operai era più rivoluzionario. In terzo luogo l'organizzazione dei capitalisti era debole. E così lo Stato. Infine, cosa fondamentale da cui tutto dipende, voi potevate ricevere un aiuto. Non avevate dunque bisogno delle armi migliori tra le migliori. Noi siamo soli e abbiamo perciò bisogno di tutte le armi migliori. Senza di esse non vinceremo e subiremo una disfatta dopo l'altra.

Ma ci sono altre basi, morali e materiali, che dimostrano che noi abbiamo ragione.

Immaginatevi, compagno, la situazione esistente in Germania prima della guerra e durante la guerra: i sindacati, unici e troppo deboli strumenti, sono completamente nelle mani dei capi come delle macchine inerti; e questi capi li sfruttano a vantaggio del capitalismo. Poi viene la rivoluzione. I sindacati sono utilizzati dai capi e dalla massa dei membri come un'arma contro la rivoluzione. È con il loro aiuto, con il loro appoggio, con l'azione dei loro capi e in parte anche con quella dei loro membri, che la rivoluzione è assassinata. I comunisti vedono i loro fratelli fucilati con l'aiuto dei sindacati. Gli scioperi a favore della rivoluzione sono spezzati. Credete, compagno, che sia possibile agli operai rivoluzionari di continuare a restare in organizzazioni simili? Se per giunta sono anche  degli oggetti troppo deboli per servire la rivoluzione! Mi sembra che sia psicologicamente impossibile. Che cosa avreste fatto voi come membro di un partito politico, del partito menscevico, per esempio, se questo si fosse comportato in quel modo nella rivoluzione? Sicuramente avreste fatto la scissione (se non l'avevate fatta prima)... Ma voi direte: si trattava di un partito politico, per un sindacato la cosa è diversa. Io credo che vi sbagliate. Nella rivoluzione, fino a quando dura la rivoluzione, ogni sindacato, perfino ogni gruppo operaio, gioca un ruolo da partito politico per o contro la rivoluzione.

Ma, direte ancora - e lo dite nel vostro opuscolo - che questi moti sentimentali devono essere superati a vantaggio dell'unità e della propaganda comunista. Vi dimostrerò che ciò era impossibile in Germania, durante la rivoluzione. Con esempi concreti. Infatti dobbiamo considerare la questione anche da un punto di vista concreto e unilaterale... Supponiamo che ci fossero in Germania 100.000 portuali, 100.000 metallurgici e 100.000 minatori veramente rivoluzionari. Essi vogliono scioperare, battersi, morire per la rivoluzione. Gli altri milioni, no. Che cosa devono fare i 300.000? Innanzitutto unirsi tra loro, formare una lega per la battaglia. Voi siete d'accordo su questo: gli operai non possono far nulla senza organizzazione. Ma una nuova lega in presenza delle vecchie associazioni equivale a una scissione reale se non formale. Anche nel caso in cui i sostenitori del nuovo raggruppamento dovessero restare membri delle vecchie organizzazioni. Ma ecco poi che i membri della nuova organizzazione hanno bisogno di una stampa, di riunioni, di locali, di funzionari retribuiti. Tutto ciò costa molto denaro. E gli operai tedeschi non possiedono quasi nulla. Per far vivere la nuova associazione essi sono obbligati, anche se non ne avessero voglia, ad abbandonare la vecchia. Considerando dunque le cose in modo concreto, quello che voi prescrivete, caro compagno, è impossibile.

Ma esistono altre e migliori ragioni materiali. Gli operai tedeschi che sono usciti dai sindacati, che vogliono distruggere i sindacati, che hanno creato le organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia, si sono trovati in piena rivoluzione. Bisogna lottare immediatamente. La rivoluzione  era arrivata. I sindacati non vollero lottare. A che, dunque, in un momento simile mettersi a dire: restate nei sindacati, propagandate le vostre idee, perché così diventerete sicuramente i più forti e avrete la maggioranza. Tutto ciò sarebbe molto carino se non si tenesse conto che il soffocamento delle minoranze è una regola (cosa questa che la sinistra non domanderebbe di meglio che di dimostrare se soltanto ne avesse il tempo). Ma non c'era tempo da perdere. C'era la rivoluzione, e c'è ancora.

Gli operai non possono sopportare sempre di essere fucilati dai sindacati e hanno bisogno di lottare.

A causa di ciò i sinistri hanno creato l'Unione generale operaia. E poiché ritengono che la rivoluzione in Germania non sia ancora finita e che, anzi, andrà molto più lontano, fino alla vittoria, essi tengono duro.

Compagno Lenin! Se nel movimento operaio si formano  due tendenze opposte, può esistere una scelta diversa dalla lotta? E se questi orientamenti sono molto diversi, opposti  l'uno all'altro, si può forse evitare la scissione? Conoscete forse un'altra via d'uscita? Esiste qualcosa di più contraddittorio della rivoluzione rispetto alla controrivoluzione?

Per questi motivi il KAPD e l'Unione generale operaia hanno pienamente ragione.

In ultima analisi, compagno, queste scissioni, queste chiarificazioni non sono sempre state delle buone cose per il proletariato? E non ci si accorge di ciò sempre in un secondo tempo? In questo campo io ho qualche esperienza. Quando eravamo ancora nel partito socialpatriota non avevamo alcuna influenza. Quando ne siamo stati espulsi avevamo, all'inizio, poca influenza. Ma dopo cominciammo ad avere molta influenza e poi, rapidamente, moltissima influenza. E voi, voi bolscevichi, come vi siete trovati, compagno, dopo la scissione? Molto bene mi sembra. Accadde così: prima in pochi, poi in molti. Il fatto che un gruppo, inizialmente piccolo finché si vuole, si trasformi in qualcosa di grande, dipende completamente dallo sviluppo politico ed economico. Se la rivoluzione continuerà in Germania, si può sperare che l'importanza e l'influenza dell'Unione operaia diventeranno preminenti. L'Unione operaia non deve lasciarsi intimidire dai rapporti numerici: 70.000 contro 7.000.000. Gruppi più piccoli di questo sono poi diventati i più forti. E i bolscevichi sono tra questi!

Perché le organizzazioni di fabbrica e dei luoghi di lavoro, e l'Unione operaia che si basa su questa rete organizzativa e che è formata dai suoi membri, sono certamente delle armi eccellenti, insieme ai partiti comunisti? Perché sono le sole buone armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale?

Perché in esse gli operai sono infinitamente più attivi che non nei vecchi sindacati; perché in esse gli operai hanno in mano i dirigenti e, quindi la linea politica; e perché gli operai controllano l'organizzazione di fabbrica, e, attraverso di essa, l'intera nazione.

Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce una unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell'Unione per l'intero Stato.

Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola unione operaia.

Si tratta, come si vede, di una organizzazione completamente orientata verso la rivoluzione.

Si può constatare anche che in questo caso l'operaio, ogni operaio, ha in mano un potere. Infatti egli elegge nel suo luogo di lavoro i suoi uomini di fiducia e ha, attraverso costoro, un'influenza diretta sul distretto e sull'unione su scala nazionale. C'è una centralizzazione forte ma senza eccessi. L'individuo, con la sua organizzazione diretta, l'organizzazione di fabbrica, ha una grande potenza. Egli può revocare in qualsiasi momento i suoi uomini di fiducia, sostituirli e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte. C'è individualismo ma non troppo.

Infatti le istanze centrali, i consigli regionali e il consiglio nazionale hanno una grande autorità. Individuo e direzione hanno proprio la qualità di potere che è necessario e possibile avere nell'Europa centrale, nell'attuale periodo che è quello dell'esplosione della rivoluzione.

Marx scrisse che, in regime capitalistico, il cittadino è, di fronte allo Stato, un'astrazione, una cifra. La stessa cosa può dirsi per le vecchie organizzazioni sindacali. La burocrazial'intera essenza dell'organizzazione, forma un universo superiore che sfugge all'operaio passandogli sulla testa come una nuvola nel cielo. L'operaio, di fronte ad essa, è una cifra, un'astrazione. Per essa l'operaio non è neanche l'uomo nella fabbrica; non è un essere vivente che vuole e che lotta. Sostituite, nei vecchi sindacati, una burocrazia consolidata con personale nuovo e in poco tempo vedrete anche quest'ultimo acquisire lo stesso carattere che lo innalzerà, lo allontanerà, lo distaccherà dalla massa. Novantanove su cento saranno dei tiranni schierati a fianco della borghesia. Questo scaturisce dalla natura stessa dell'organizzazione.

Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l'operaio stesso che decide della tattica e dell'orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i suoi capi non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l'officina, sono anche la sua base di organizzazione.

Egli è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, l'artefice e il padrone del suo destino, e poiché ciò vale per tutti, la massa scatena e dirige la sua lotta. Molto di più, infinitamente di più, in ogni caso, di quanto non fosse possibile nelle vecchie organizzazioni economiche sia riformiste che sindacaliste [4].

Poiché fanno degli individui e, di conseguenza, delle masse, gli agenti diretti della lotta, i suoi dirigenti e i suoi sostenitori, le nuove organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia sono veramente le armi migliori per la rivoluzione, le armi di cui abbiamo bisogno nell'Europa occidentale, per rovesciare, senza ricevere aiuti, il capitalismo più potente di tutto il mondo.

Ma, compagno, questi sono ancora dei deboli argomenti in confronto all'ultima e fondamentale questione che è legata strettamente ai principi cui ho alluso all'inizio. Questa ragione è decisiva per il KAPD e per il partito di opposizione in Inghilterra: questi partiti vogliono elevare di molto il livello di coscienza delle masse e degli individui in Germania e in Inghilterra.

Secondo loro per fare questo c'è un solo mezzo. E io vorrei chiedervi ancora una volta se voi conoscete un metodo diverso nel movimento operaio. Questo mezzo consiste nella formazione, nell'educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri.

Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell'esempio e dell'azione.

I compagni della sinistra credono possibile, con il loro piccolo gruppo in lotta contro il capitalismo e i sindacati, condurre i sindacati dalla loro parte o perlomeno, giacché la cosa non è impossibile, spostarli a poco a poco su posizioni migliori.

Una cosa del genere può essere realizzata soltanto con l'esempio. Per elevare il livello rivoluzionario degli operai tedeschi, queste nuove formazioni - le organizzazioni di fabbrica - sono dunque assolutamente indispensabili.

Come i partiti comunisti si erigono davanti ai partiti socialpatrioti, così anche la nuova formazione, l'Unione operaia, deve schierarsi di fronte al sindacato [5].

Per trasformare le masse asservite al riformismo e al socialpatriottismo, soltanto l'esempio può servire.

Mi occupo ora dell'Inghilterra, della sinistra inglese. L'Inghilterra è dopo la Germania il paese più vicino alla rivoluzione. Non perché la situazione sia là già rivoluzionaria, ma perché il proletariato inglese è particolarmente numeroso e la situazione economica del capitalismo è sviluppata al massimo livello. Là c'è bisogno soltanto di un forte impulso per far cominciare la battaglia che può concludersi soltanto con una vittoria. È questo quello che pensano, che sanno quasi istintivamente gli operai più avanzati dell'Inghilterra (così come anche noi lo sentiamo); e dal momento che avvertono tutto ciò essi hanno fondato là, come in Germania, un nuovo movimento... che si delinea e procede per tentativi, proprio come in Germania: il movimento Rank and File, delle masse autodirette, senza capi o quasi [6].

Questi movimenti assomigliano molto all'Unione operaia tedesca con le sue organizzazioni di fabbrica.

Avete notato, compagno, che questo movimento è sorto soltanto nei due paesi più avanzati? E all'interno della classe operaia stessa? E in diverse località? [7]. Ciò costituisce di per sé la prova di una spontaneità irresistibile.

In Inghilterra questo movimento, questa lotta contro i sindacati è quasi più necessaria che in Germania. Le Trade Unions inglesi non sono soltanto strumenti nelle mani dei dirigenti per sostenere il capitalismo, ma sono attrezzi ancora più inutilizzabili, ai fini rivoluzionari, dei sindacati tedeschi. La loro formazione risale ai tempi della piccola guerra, ciascuno per sé, spesso fino all'inizio del XIX secolo o anche fino al XVIII secolo. In Inghilterra non esistono forse delle industrie che comprendono  venticinque unioni sindacali, che si disputano accanitamente i loro aderenti?

Organizzazioni di questo genere bisogna evitare di combatterle, di scinderle, di annientarle? Se si è contro le unioni operaie, si deve essere anche contro gli Shop Stewards, gli Shop Committees e le Industrial Unions Se si è a favore di quest'ultimi lo si deve essere anche per le prime giacché i comunisti hanno in entrambi gli stessi scopi.

Questa nuova corrente nel movimento trade-unionistico potrà essere utile alla sinistra comunista in Inghilterra per annientare i sindacati inglesi, quali sono oggi, e per sostituirli con nuovi strumenti della lotta di classe utilizzabili nella rivoluzione. Le stesse ragioni che abbiamo portato per il movimento tedesco, sono valide anche in questo caso.

Ho letto nella lettera del Comitato esecutivo della Terza Internazionale al KAPD che l'esecutivo è a favore degli IWW d'America a condizione che questa organizzazione non sia ostile alla politica e all'adesione al partito comunista. E questi IWW non sono obbligati ad entrare nei sindacati americani! Tuttavia l'esecutivo è contro l'Unione operaia in Germania, e la vuole costringere a fondersi con i sindacati benché essa sia comunista  e collabori con il partito  politico.

E voi compagno Lenin, voi siete a favore del Rank and File Movement in Inghilterra (il quale, tuttavia, provoca già una scissione e organizza molti comunisti che vogliono la distruzione dei sindacati!), ma siete invece ostile all'Unione operaia in Germania.

Io non posso non vedere l'opportunismo nel vostro atteggiamento e in quello del Comitato Esecutivo. E quel che è peggio, un opportunismo sbagliata.

Naturalmente la sinistra comunista in Inghilterra, poiché la rivoluzione non ce l'ha ancora davanti, non può spingersi tanto lontano quanto la sinistra in Germania. Non può ancora organizzare il Rank and File Movement n tutto il paese con basi di massa e con finalità immediatamente rivoluzionarie. Ma la sinistra inglese preparare tutto questo. E non appena la rivoluzione  sarà arrivata gli operai abbandoneranno in massa le vecchie organizzazioni inidonee alla rivoluzione e affluiranno nelle organizzazioni di fabbrica e d'industria.

Essi vi affluiranno per il fatto stesso che la sinistra comunista si sviluppa innanzitutto nel movimento nella misura in cui si sforza di propagandare le idee comuniste. Sul suo esempio  molti operai si sono già innalzati a un livello superiore [8]. E questo è, come in Germania, lo scopo essenziale.

L'Unione generale operaia (AAU) e il Rank and File Movement, appoggiandosi entrambi sulle fabbriche, sui luoghi di lavoro, e soltanto su di essi, sono i precursori dei consigli operai, dei soviet. La rivoluzione nell'Europa occidentale sarà molto più difficile e per il fatto stesso che si svilupperà con lentezza, conoscerà un lunghissimo periodo di transizione in cui i sindacati saranno fuori servizio e in cui i soviet non saranno ancora pronti. Questo periodo di transizione sarà caratterizzato dalla lotta contro i sindacati attraverso la loro trasformazione e la loro sostituzione con organizzazioni migliori. Voi non avrete di che essere inquieto su questo punto: noi avremo il tempo per fare questo!

Insisto nel dire che ciò non accadrà perché noi estremisti lo vogliamo ma perché la rivoluzione esige questa nuova forma organizzativa senza la quale non può vincere.

Coraggio, dunque, Rank and File Movement in Inghilterra e Unione operaia in Germania! Voi siete i precursori dei soviet in Europa. Coraggio! Voi siete le prime organizzazioni adatte a condurre la lotta insieme ai partiti comunisti, contro il capitalismo nell'Europa occidentale, la lotta della rivoluzione!

Compagno Lenin voi volete obbligarci, volete obbligare noi dell'Europa occidentale - noi che siamo privi di alleati di fronte ad un capitalismo tuttora potente, estremamente organizzato (organizzato in tutte le branche e in tutti i sensi) e bene armato, un capitalismo che può essere battuto solo con le armi migliori - a utilizzare armi cattive. Volete imporre i miserabili sindacati proprio a noi che vogliamo organizzare la rivoluzione nelle fabbriche e sulla base delle fabbriche. La rivoluzione in Occidente non può essere organizzata che sulla base delle fabbriche e nelle fabbriche, deve per forza essere così perché è nelle fabbriche che il capitalismo è tanto organizzato in tutti i sensi, economicamente e politicamente, e perché gli operai non hanno (al di fuori del partito comunista) alcuna solida arma (i russi erano armati e avevano con loro i contadini poveri. Quello che le armi e i contadini poveri erano per i russi devono esserlo per noi, al momento attuale, la tattica e l'organizzazione). E in un momento del genere voi siete a favore dei sindacati. Mentre noi siamo obbligati, per motivi psicologici e materiali, in piena rivoluzione, a lottare contro i sindacati, voi volete impedirci di condurre tale lotta. Noi siamo costretti a lottare con la scissione e voi ci ostacolate. Noi vogliamo formare dei gruppi capaci di dare l'esempio come unico metodo per dimostrare al proletariato che cosa vogliamo, e voi ci proibite di dare l'esempio. Noi vogliamo elevare il livello del proletariato occidentale e voi, ci mettete i bastoni tra le ruote.

Non volete la scissione né altre organizzazioni, né, di conseguenza, l'elevazione a un livello superiore.

E perché?

Perché volete avere nella Terza Internazionale i grandi sindacati e i grandi partiti.

Tutto ciò ci appare opportunismo, come opportunismo della peggiore specie [9].

Vi comportate ora, nella Terza Internazionale, in modo completamente diverso da quanto facevate nel partito bolscevico. Quest'ultimo fu conservato molto "puro" e forse lo è ancora. Invece nell'Internazionale bisogna accogliere, secondo voi, in tutta fretta quelli che sono comunisti per metà, per un quarto o anche per un ottavo.

È una maledizione che pesa sul movimento operaio: non appena ha ottenuto un certo "potere" esso tende ad aumentarlo con mezzi contrari ai principi. Anche la socialdemocrazia era "pura" all'inizio in quasi tutti i paesi. La maggior parte degli attuali socialtraditori erano dei veri marxisti. Le masse furono conquistate con la propaganda marxista. Ma subito dopo aver raggiunto una certa potenza, i capi abbandonarono le masse.

Attualmente voi e la Terza Internazionale vi comportate come un tempo fece la socialdemocrazia. Naturalmente oggi la cosa non avviene più nei limiti nazionali ma su scala internazionale. La rivoluzione russa ha vinto per la "purezza", per la fermezza nei principi. Attualmente il proletariato dispone di un certo "potere". Occorrerebbe ora estendere questo potere su tutta l'Europa. Ed ecco che si abbandona la vecchia tattica!

Invece di applicare ora a tutti gli altri paesi questa tattica sperimentata, e di rafforzare così dall'interno la Terza Internazionale, si compie un voltafaccia e, alla pari della socialdemocrazia di una volta, si passa all'opportunismo. Ecco che si fa passare tutto: i sindacati, gli indipendenti, il centro francese, una porzione del Labour Party.

Per salvare le apparenze del marxismo si pongono delle condizioni da sottoscrivere! Kautsky, Hilferding, Thomas ecc. vengono messi all'indice. Ma le grandi masse, il quadro medio, sono accettati, e tutti i mezzi sono buoni per spingerli ad entrare nell'Internazionale. Per rafforzare ulteriormente il centro si escludono gli "estremisti", a meno che non vogliano passare al centro! I migliori rivoluzionari, quali il KAPD, sono così esclusi!

E una volta unita la grande massa con una linea centrista, ci si sbrana tutti insieme sotto la disciplina di ferro, sotto capi messi alla prova in un modo tanto straordinario.

Per andare dove? Nel baratro.

A che cosa servono i principi obbligatori, le brillanti tesi della Terza Internazionale se, nella pratica, si è opportunisti?

Anche la Seconda Internazionale aveva i più bei principi ma è sprofondata nella pratica.

Noi estremisti non vogliamo che questo accada. Vogliamo innanzitutto formare nell'Europa occidentale, così come fecero un tempo i bolscevichi in Russia, dei nuclei solidissimi, molto coscienti e fortissimi (anche se inizialmente molto piccoli). E quando li avremo formati, li ingrandiremo. Ma su un terreno sempre più solido, sempre più forte, sempre più "puro". Soltanto in questa maniera possiamo vincere nell'Europa occidentale. È per questo che respingiamo tutta la vostra tattica, compagno Lenin.

Voi dite, compagno, che noi membri della Commissione di Amsterdam abbiamo dimenticato o non abbiamo imparato le lezioni delle rivoluzioni precedenti. Ebbene! compagno, io mi ricordo benissimo di un fatto che ha caratterizzato le rivoluzioni del passato. È il seguente: i partiti di "estrema sinistra" vi hanno sempre giocato un ruolo eminente, di primo piano. Si ricordino la rivoluzione olandese contro la Spagna, la rivoluzione inglese, quella francese, quella della Comune e le due rivoluzioni russe.

Attualmente nello sviluppo del movimento operaio si presentano, nella fase rivoluzionaria europeo-occidentale, due correnti: quella radicale e quella opportunista. Non possono pervenire a una buona tattica, all'unità, se non con la lotta reciproca. Ma la corrente radicale è di gran lunga la migliore anche se in qualche faccenda di secondo piano si spinge troppo oltre. E voi, compagno Lenin, sostenete la corrente opportunista!

E non è tutto! L'esecutivo di Mosca, i capi russi di una rivoluzione che ha vinto con l'aiuto di un esercito di milioni di contadini poveri, vogliono imporre la loro tattica al proletariato dell'Europa occidentale che invece è solo.

E per far questo essi, così come voi, spezzano la migliore corrente dell'Europa occidentale!

Quale stupidità bestiale, e soprattutto quale dialettica! Quando la rivoluzione scoppierà nell'Occidente europeo voi vedrete che cosa ne sarà della vostra tattica onirica! Ma il proletariato ne farà allora le spese.

Voi, compagno, e l'esecutivo di Mosca, sapete che i sindacati sono delle potenze controrivoluzionarie. Ciò risulta chiaramente dalle vostre tesi. Ciononostante volete conservarli. Sapete anche che l'Unione operaia, e cioè le organizzazioni di fabbrica, il Rank and File Movement sono organizzazioni rivoluzionarie. Dite voi stesso, nelle vostre tesi, che le organizzazioni di fabbrica devono essere e sono il nostro scopo. Ciononostante volete soffocarle. Volete soffocare le organizzazioni nelle quali gli operai, ogni operaio, e di conseguenza la massa, può sviluppare forza e potenza, e volete conservare le organizzazioni in cui la massa è uno strumento passivo nelle mani dei capi. In questo modo volete prendere il controllo dei sindacati, metterli sotto il controllo della Terza Internazionale.

Perché volete questo? Perché seguite questa cattiva tattica? Perché volete avere le masse attorno a voi, quali esse siano e prima di ogni altra cosa. Perché voi ritenete che soltanto alla condizione di avere le masse sottomesse con una disciplina ferma e centralizzata (in modo comunista, semicomunista o per nulla comunista...) voi stessi, cioè i capi, arriverete alla vittoria.

In breve: perché conducete una politica da capo.

La politica da capo non è la politica che vuole capi e centralizzazione (senza dei quali non si può ottenere nulla così come  non si può ottenere nulla senza il partito), ma è la politica che riunisce le masse senza consultarle per sentire le loro convinzioni e le loro opinioni, e che pensa che i capi possono vincere soltanto se hanno le grandi masse attorno a loro.

Ma questa politica, che voi e l'esecutivo attualmente portate avanti nella questione sindacale, non avrà successo nell'Occidente europeo. Infatti il capitalismo è ancora troppo potente e il proletariato è troppo ridotto alle sue sole forze. Tale politica fallirà come quella della Seconda Internazionale.

Qui gli operai devono diventare potrenti innanzitutto da soli, e solo in seguito grazie a voi capi. Qui il male, la politica da capo, deve essere distrutto alle radici.

Con la vostra tattica nella questione sindacale, voi e l'esecutivo di Mosca, avete dimostrato con successo che se non cambiate, la tattica stessa, non potrete dirigere la rivoluzione nell'Europa occidentale.

Voi dite che la sinistra quando pretende di applicare la sua tattica sa soltanto far chiacchiere. Ebbene, compagno, la sinistra ha finora avuto poche o nessuna occasione di agire in altri paesi. Ma osservate soltanto la Germania, considerate la tattica e l'attività del KAPD al momento del putsch di Kapp e di fronte alla rivoluzione recalcitrante, e sarete obbligato a ritirare le vostre parole.

 

III - Il parlamentarismo

 

Resta ancora da difendere la sinistra sulla questione del parlamentarismo [10]. La linea di sinistra, anche in questa questione, si basa sulle stesse considerazioni generali e teoriche prese in esame nella questione sindacale: isolamento del proletariato, enorme potenza del nemico, necessità per la massa di elevarsi all'altezza dei suoi compiti, di non fidarsi, inanzitutto, che di se stessa, ecc. Non ho bisogno di esporre un'altra volta tutte queste ragioni.

Ma ce ne sono altre ancora più importanti di quelle addotte per la questione sindacale.

Innanzitutto: gli operai, e in generale, le masse lavoratrici dell'Europa occidentale sono completamente sotto l'influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese. E questo a un livello molto più alto rispetto agli operai dell'Europa orientale. Da noi l'ideologia borghese si è impadronita dell'intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. E' all'interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi.

Il compagno Pannekoek descrive molto correttamente questa situazione nella rivista "kommunismus" di Vienna.

"L'esperienza tedesca si colloca di fronte al grande problema della rivoluzione nell'Europa occidentale. In questi paesi il modo di produzione borghese e la secolare cultura altamente sviluppata che gli è legata hanno inciso profondamente sul modo di sentire e di pensare delle masse popolari. In tal modo il loro carattere intimo e spirituale è completamente diverso da quello degli operai delle regioni orientali che non hanno mai conosciuto il dominio borghese. Ed è qui che risiede, inanzitutto, la differenza del corso rivoluzionario dell'Est, rispetto all'Ovest dell'Europa. In Inghilterra, Francia, Olanda, Scandinavia, Italia, Germania, fioriva, fin dal Medioevo, una forte borghesia sulla base d'una produzione piccolo-borghese e di capitalismo primitivo. E quando il feudalesimo fu rovesciato, si sviluppò anche nelle campagne una forte ed indipendente classe di contadini, la quale fu anche padrona della sua piccola economia. Su tale base si è sviluppata la vita spirituale borghese, in una solida cultura nazionale. Accadde così innanzitutto negli Stati marittimi come l'Inghilterra, la Francia, che marciarono alla testa dello sviluppo capitalistico. Il capitalismo, mediante l'assoggettamento dell'intera economia alla sua direzione, legando anche le fattorie più sperdute al campo dell'economia mondiale, nel corsi del XIX secolo, ha elevato il livello di questa cultura nazionale, l'ha migliorato, e con le sue armi spirituali di propaganda - la stampa, la scuola e la chiesa - ha forgiato su tale modello il cervello popolare, sia che si tratti della masse proletarizzate da esso attierate nella città sia che si tratti di quelle lanciate nelle campagne.

"Queste considerazioni sono valide non soltanto per i paesi in cui il capitalismo è nato, ma anche, benché con forme un pò diverse, per l'Australia e l'America, dove gli europei hanno fondato nuovi Stati, così come per i paesi dell'Europa centrale quali la Germania, l'Austria e l'Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico ha potuto innestarsi sulla vecchia economia arretrata e sulla cultura piccolo-borghese. Il capitalismo trovò, penetrando nei paesi dell'Europa orientale, un materiale tutto diverso e di altre tradizioni. In Russia, in Polonia, in Ungheria e nei paesi a est dell'Elba, non c'era una classe borghese abbastanza forte da dominare, per tradizione, la vita spirituale. La situazione agraria - grande proprietà fondiaria, feudalesimo patriarcale, comunismo di villaggio - dava il tono all'ideologia".

In questo brano il compagno Pannekoek, posto di fronte al problema ideologico, ha colpito il bersaglio giusto. Molto meglio di quanto noi avessimo mai fatto, egli faceva emergere sul terreno ideologico la differenza tra l'Europa orientale e quella occidentale, e ha dato, da questo punto di vista, la chiave di una tattica rivoluzionaria per l'Europa occidentale.

Se si stabilisce il legame tra tutto ciò e la causa materiale della potenza nemica, e cioè con il capitale finanziario, allora l'intera tattica diventa chiara.

Ma si può dire di più a proposito del problema ideologico. La libertà borghese, la potenza del parlamento, sono state, nell’Europa occidentale, una conquista delle generazioni precedenti, degli antenati nelle loro lotta liberatrice; conquiste utilizzate dai possidenti ma realizzate dal popolo. Il ricordo di queste lotte costituisce ancora una tradizione profondamente radicata nel sangue del popolo. Una rivoluzione, in effetti, è il ricordo più profondo di un popolo. La convinzione che l'essere rappresentati in parlamento costituisce una vittoria, è inconsciamente qualcosa come una forza immensa e tranquilla. Questo è vero in particolare nei paesi più vecchi della borghesia in cui hanno avuto luogo lotte lunghe e frequenti per la libertà; in Inghilterra, in Olanda e in Francia. E anche, ma in misura minore, in Germania, in Belgio e nei paesi scandinavi. Un abitante dei paesi dell'Est non può probabilmente immaginarsi quale forza può avere questa convinzione.

Per di più gli operai qui hanno lottato, spesso per molti anni, per il suffragio universale e lo hanno conquistato nella lotta; o direttamente o indirettamente. Questa vittoria ai suoi tempi ebbe dei risultati. Si pensa e si sente generalmente che avere dei rappresentanti nel parlamento borghese delegare ad essi i propri interessi, costituisca un progresso e una vittoria. Non bisogna sottovalutare la forza di questa ideologia.

E, infine, la classe operaia dell'Europa occidentale è caduta, con il riformismo, sotto i colpi dei parlamentari che l'hanno portata alla guerra, all'alleanza con il capitalismo. Questa influenza del riformismo è anch'essa colossale Per tutte questa cause l'operaio è diventato lo schiavo del parlamento al quale delega ogni cosa. In prima persona non agisce più [11].

Viene la rivoluzione. Ora l'operaio deve fare tutto in prima persona. Deve lottare da solo con la sua classe contro il formidabile nemico,deve condurre la lotta più terribile che si sia vista al mondo. Nessuna tattica da capi può aiutarlo. Tutte le classi formano una barriera compatta davanti a lui, e nessuna è dalla sua parte. Se invece si fa rappresentare in parlamento dai suoi capi o da altre classi, è minacciato dal grande pericolo di ricadere nella sua vecchia debolezza lasciando agire i capi, delegando tutto al parlamento, confinandosi nella finzione secondo la quale altri possono fare la rivoluzione al suo posto, perseguendo delle illusioni e restando bloccato nell'ideologia borghese.

Questo atteggiamento delle masse di fronte ai capi è anch'esso molto ben descritto dal compagno Pannekoek: "Il parlamentarismo è la forza tipica della lotta con uno strumento da capi, che fa giocare alle masse un ruolo secondario. La sua pratica consiste nel fatto che dei deputati, delle personalità particolari, conducano una lotta fondamentale. Essi devono, di conseguenza, destare nelle masse l'illusione che altri possono sostenere la lotta al loro posto. Una volta si credeva che i capi avrebbero potuto ottenere delle riforme importanti per gli operai attraverso la via parlamentare, e aveva anche corso l'illusione che i parlamentari avrebbero potuto realizzare la rivoluzione socialista con misure legislative. Oggi che il parlamentarismo ha un aspetto più modesto, si mette avanti l'argomento che i deputati possono fare una forte propaganda per il comunismo in parlamento. ma sempre l'importanza decisiva è attribuita ai capi. Naturalmente in questa situazione sono i funzionari che dirigono la politica, magari sotto la mascheratura democratica delle discussioni e risoluzioni dei congressi. La storia della socialdemocrazia è, da questo punto di vista, una lezione degli sforzi iniziali fatti affinché i membri del partito determinano da soli la linea politica. Laddove il proletariato lotta sulla via parlamentare, tutto ciò è inevitabile fino a quando le masse non avranno creato delle organizzazioni adatte ala loro azione, vale a dire laddove la rivoluzione deve ancora arrivare. Ma non appena le masse entrano in scena in prima persona, per decidere e per agire, i misfatti del parlamentarismo sovraccaricano la bilancia.

"Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone le forze. Tutto ciò che rafforza nuovamente la concezioni tradizionali è nocivo. Il lato più solido, più tenace, di questa mentalità è proprio costituito dallo stato di dipendenza nei confronti dei dirigenti ai quali gli operai delegano la soluzione di tutte le questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo inevitabilmente tende a paralizzare l'azione delle masse necessarie per la rivoluzione.

"Che si pronuncino dei bei discorsi per ridestare l'attenzione rivoluzionaria! L'attività rivoluzionaria non trae il suo alimento da frasi simili, ma soltanto dalla necessità dura e difficile e quando non c'è altra via d'uscita.

"La rivoluzione inoltre esige qualcosa di più della lotta delle masse che rovescia un sistema governativo, di una battaglia che sappiamo non poter essere artificialmente provocata ma soltanto originata dai bisogni profondi delle masse. La rivoluzione esige che il proletariato prenda nelle sue mani le grandi questioni della ricostruzione sociale, le più difficili decisioni, che il proletariato entri al completo nel movimento creativo. E ciò è impossibile, se innanzitutto l'avanguardia, poi masse sempre più larghe, non prendano le cose nelle loro mani, non si considerino responsabili, non si mettano a studiare, a fare propaganda, a lottare, a pensare, a osare ed eseguire fino in fondo. Ma tutto ciò è difficile e penso; fino a che la classe operaia è portata a credere alla possibilità di una strada più facile in cui altri agiscono al suo posto conducendo l'agitazione da una tribuna altolocata, prendendo decisioni, dando il segnale per l'azione, facendo leggi, fino ad allora essa esiterà e resterà passiva, sotto il peso della vecchia mentalità e delle vecchie debolezze".

Gli operai dell'Europa occidentale devono agire innanzitutto in prima persona e non soltanto sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico: occorre ripetere questo mille volte e, se è necessario, anche centomila, un milione di volte (e chi non ha compreso e non ha tratto questa lezione degli avvenimenti seguiti al novembre del 1918 è un cieco anche se si tratta di voi, compagno). Giacché essi sono soli e nessuna astuzia dei capi potrebbe aiutarli. E' da loro stessi che deve uscire la massima forza d'impulso. Qui, per la prima volta a un livello più elevato che non in Russia, l'emancipazione della classe operaia sarà opera degli operai stessi. E' per questo che i compagni della sinistra hanno ragione quando dicono ai compagni tedeschi: non partecipate alla elezioni, boicottate il parlamento; occorre che voi stessi facciate ogni cosa sul piano politico; voi operai non vincerete fino a che non agirete in questo modo; vincerete soltanto se agirete così per due, cinque, dieci anni e se vi sforzerete uno ad uno, gruppo a gruppo, di città in città, di provincia in provincia, e infine in tutto il paese, come partito, come unione, come consigli di fabbrica, come massa, come classe. Attraverso l'esempio e la lotta sempre rinnovata, attraverso le disfatte, succederà che la grande maggioranza di voi formerà un blocco e dopo aver frequentato questa scuola, potrebbe formare una massa grande e omogenea.

Ma i compagni, gli estremisti della KAPD avrebbero commesso un grosso sbaglio se avessero sostenuto questa linea soltanto a parole, come propaganda. In questa questione politica la lotta e l'esempio sono ancora più importanti che nella questione sindacale.

I compagni della KAPD erano nel loro pieno diritto e obbedivano ad una necessità storica quando si separarono dalla Spartakusbund, scindendosi da essa o meglio dalla sua Centrale nel momento in cui quest'ultima non voleva più tollerare quel tipo di propaganda. In effetti il proletariato tedesco e gli operai dell'Europa occidentale avevano bisogno, innanzitutto di schiavi politici, che in questo mondo di oppressi dell'Europa occidentale, sorgesse un gruppo che fosse di esempio, un gruppo di liberi lottatori, senza capi, vale a dire senza capi del vecchio tipo. Senza deputati in parlamento.

E ciò ancora una volta non perché sia bello o buono di per sé, o perché è eroico è meraviglioso, ma perché il popolo lavoratore tedesco e occidentale è solo in questa terribile lotta e non può sperare in alcun aiuto dalle altre classi o dall'intelligenza dei capi. Una sola cosa può sostenerlo: la volontà e la decisione delle masse, uomo per uomo, donna per donna, insieme.

A questa tattica fondata su ragioni così profonde, si oppone la partecipazione al parlamento che può solo nuocere a questa giusta linea; e il danno è infinitamente maggiore del piccolo vantaggio della propaganda (attraverso la tribuna parlamentare). E a causa di ciò la sinistra respinge il parlamentarismo.

Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe quindi nociva [12].

Senza dubbio un lavoro simile della sinistra durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovranno aspettare ancora per molto tempo. Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell'Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la sua fiducia in se stessa, saranno soddisfatti di questa tattica.

Compagno, conoscete tutto l'individualismo borghese dell'Inghilterra, la sua libertà borghese, la sua democrazia parlamentare, cosi come si sono sviluppate durante sei o sette secoli? Cosi come sono: infinitamente differenti dalla situazione russa? Sapete come queste idee siano profondamente radicate in ogni individuo, ivi compresi i proletari, in Inghilterra e nelle sue colonie? Conoscete questa struttura unificata in un immenso complesso? La sua importanza generale nella vita sociale e personale? Io credo che nessun russo, nessun europeo dell'Est, le conosce. Se voi le conoscete, ammirerete allora quegli operai inglesi che osano porsi radicalmente contro questo immenso edificio, contro la più grande costruzione politica del capitalismo nel mondo intero.

Per arrivare a questa altezza, se questa è pienamente cosciente, non occorre forse un senso rivoluzionario altrettanto sviluppato di quello di chi ha rotto per primo con lo zarismo? Questa rottura con tutta la democrazia inglese significa già la rivoluzione inglese in embrione.

Infatti questa azione viene compiuta con la massima decisione cosi come deve essere in questa Inghilterra forte di un passato storico gigantesco e di potenti tradizioni. Proprio perché rappresenta la forza maggiore (è proporzionalmente il più forte del mondo) il proletariato inglese si erge all'improvviso davanti alla borghesia più forte del mondo, si erge con tutta la sua forza e respinge subito l'intera democrazia inglese benché nel suo paese non sia ancora giunta la rivoluzione.

Tutto questo è stato già realizzato dalla sua avanguardia, dalla sinistra, cosi come in Germania dall'avanguardia tedesca, la KAPD. E perché lo ha fatto? Perché sa che la classe operaia inglese è isolata, che nessuna classe in tutta l'Inghilterra l'aiuterà e che il proletariato, in prima persona innanzitutto, e non attraverso i suoi capi, deve lottare e vincere con la sua avanguardia [13].

Il proletariato inglese mostra, con l'esempio della sua avanguardia, in che modo vuole lottate: da solo contro tutte le classi dell'Inghilterra e delle sue colonie.

E ancora come l'avanguardia tedesca: dando l'esempio. Creando un partito comunista che respinga il parlamento, grida a tutta la classe operaia dell'Inghilterra: rompete con il parlamento, simbolo della potenza capitalista. Formate il vostro partito e le vostre organizzazioni di fabbrica. Basatevi soltanto sulle vostre forze.

Questo doveva infine venir prodotto in Inghilterra, questa fierezza e questo orgoglio operaio nati all'interno del capitalismo più sviluppato, E ora che questa azione è iniziata, diventa un blocco di granito.

Fu una giornata storica, compagni, quella in cui, nell'assemblea del mese di giugno, fu fondato il primo partito comunista che ruppe con tutta la costituzione e l'organizzazione dello Stato in vigore da oltre sette secoli. Avrei voluto che Mar

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
3 agosto 2012 5 03 /08 /agosto /2012 05:00

Notevole testo di critica ideologica scritto da Paul Mattick nel 1935! ed edito in "Western socialist", rivista che aveva come sottotitolo la seguente dicitura: "Giornale di Socialismo Scientifico dell'Emisfero Occidentale" [Journal of Scientific Socialism in the Western Hemisphere], stampato a Boston dal 1939 dal Workers’ Socialist Party e il Partito socialista del Canada. Il WSP assunse nel 1947 il nome di World Socialist Party per evitare la confusione con il suo quasi omonimo partito trotskysta. Paul Mattick abitava allora a Boston. 

 

La leggenda di Lenin


lenin-mummia.jpg


di Paul Mattick


Più gialla e più coriacea diventa la pelle mummificata di Lenin, e più alto diventa il numero determinato statisticamente di visitatori al mausoleo di Lenin, meno la gente si preoccupa del vero Lenin e della sua significatività storica. Sempre più monumenti vengono eretti alla sua memoria, sempre più pellicole vengono fuori nelle quali lui è la figura centrale, sempre più libri scritti su di lui, e i pasticceri russi modellano dolci in forme che somigliano alla sua figura. E ancora lo sbiadirsi delle facce dei Lenin di cioccolata è associato alla poca chiarezza e all’improbabilità delle storie che vengono raccontate su di lui. Sebbene l’Istituto Lenin di Mosca potrebbe pubblicare la raccolta dei suoi lavori, questi non hanno più nessun significato in confronto alle leggende fantastiche che si sono formate attorno al suo nome. Appena la gente incominciò a preoccuparsi dei bottoni del colletto di Lenin, cessarono anche di preoccuparsi delle sue idee. Ognuno quindi si modella il proprio Lenin, e se non alla sua stessa immagine, in ogni caso secondo i propri desideri. Come la leggenda di Napoleone sta alla Francia e la quella di Federico alla Germania, così la leggenda di Lenin sta alla nuova Russia.

Lenin-monumento-in-Yalta.jpg

 

Come la gente una volta si rifiutava assolutamente di credere alla morte di Napoleone, così sperò nella risurrezione di Federico, così in Russia ancor oggi ci sono contadini secondo i quali il nuovo "piccolo padre Zar" non è morto ma continua a indulgere il suo insaziabile appetito richiedendo a loro addirittura nuovi tributi. Altri accendono lumini eterni sotto la foto di Lenin: per loro lui è un santo, un redentore al quale si prega per un aiuto. Milioni di occhi fissano milioni di queste foto, e vedono in Lenin l’equivalente russo di Mosé, San Giorgio, Ulisse, Ercole, Dio o il Diavolo. Il culto di Lenin è diventato una nuova religione davanti la quale anche l’ateismo comunista felicemente si genuflette: rende la vita più facile in ogni aspetto. Lenin appare a loro come il padre dell’Unione Sovietica, l'uomo che rese possibile la vittoria della rivoluzione, il grande leader senza il quale loro stessi non esisterebbero. Ma non solo in Russia e non solo nella leggenda popolare, ma anche a una larga parte dell’intellighenzia marxista in tutto il mondo, la rivoluzione russa è diventata un evento mondiale addirittura così strettamente unito al genio di Lenin che si ha l’impressione che senza di lui la rivoluzione e quindi la storia mondiale avrebbe probabilmente potuto prendere un corso essenzialmente diverso. Una genuina e obiettiva analisi della rivoluzione russa, tuttavia, rivelerà immediatamente l’insostenibilità di tale idea.

Lenin Karpov


"L’affermazione che la storia è fatta dai grandi uomini è da un punto di vista teorico completamente infondata". Queste sono le parole con le quali Lenin stesso dà il via alla leggenda che insiste nel fare di lui l’unico responsabile del "successo" o del "crimine" della rivoluzione russa. Egli considerava la guerra mondiale determinante in merito alla diretta causa del suo scoppio e per il tempo del suo verificarsi. Sì; senza la guerra, dice, "la rivoluzione sarebbe stata probabilmente posticipata di decenni". L’idea che lo scoppio e il corso della rivoluzione russa dipese in grandissima misura da Lenin necessariamente implica una completa identificazione della rivoluzione con la presa del controllo del potere da parte dei bolscevichi. Trotsky ha rimarcato l’effetto che l’intero credito per il successo della rivolta di Ottobre appartiene a Lenin; contro l’opposizione di tutti i suoi amici di partito, la risoluzione per l’insurrezione fu portata avanti da lui solo. Ma la presa del potere da parte dei bolscevichi non diede alla rivoluzione lo spirito di Lenin; al contrario, Lenin aveva talmente adattato se stesso alle necessità rivoluzionarie che praticamente egli eseguì completamente il compito della classe che lui apparentemente combatteva. Di sicuro spesso si afferma che con la presa del potere statale da parte dei bolscevichi la rivoluzione originariamente democratico-borghese fu senz’altro convertita in una socialista-proletaria. Ma è davvero possibile per chiunque credere seriamente che un singolo atto politico sia capace di rimpiazzare un intero sviluppo storico; che sei mesi – da febbraio a ottobre – siano sufficienti per formare i presupposti economici di una rivoluzione socialista in un paese che stava soltanto cercando di liberarsi dai suoi vincoli feudali e assolutisti, con lo scopo di dare più libero gioco alle forze del capitalismo moderno?

 

trotsky-sanGiorgio.jpg
Fino alla rivoluzione, e in stragrande misura anche oggi, il ruolo decisivo nello sviluppo economico e sociale della Russia fu giocato dalla questione agraria.

Su 174 milioni di abitanti prima della guerra, solo 24 milioni vivevano nelle città. Per ogni migliaia di lavoratori retribuiti, 719 erano occupati nell’agricoltura. Malgrado la loro enorme importanza economica, la maggioranza dei contadini conducevano ancora vite miserabili. La causa della loro situazione deplorabile era l’insufficienza di terra. Lo Stato, la nobiltà e i grandi proprietari terrieri assicuravano a loro stessi con brutalità asiatica un irragionevole sfruttamento della popolazione.

 

Marianne-Werefkin--Contadino-russo-con-pelliccia--Olio-su-t.jpg

 

Dall’abolizione della servitù della gleba (1861) la scarsità di terra per le masse contadine era stata costantemente la questione attorno alla quale tutto il resto girava nella politica interna russa. Formò l’oggetto principale di tutti i tentativi di riforma, che vide in questo la forza motrice dell’imminente rivoluzione, la quale dovette essere sviata. La politica finanziaria del regime zarista, con le sue nuove imposte di tassazione indiretta, peggiorarono le condizioni dei contadini ancor di più. Le spese per l’esercito, la flotta, l’apparato statale arrivarono a proporzioni gigantesche; la porzione più grande del budget statale andò a propositi improduttivi, i quali rovinarono totalmente la fondazione economica dell’agricoltura. “Terra e Libertà” era la necessaria richiesta rivoluzionaria dei contadini. Sotto questa parola d’ordine si verificarono una serie di rivolte contadine che presto, nel periodo che va dal 1902 al 1906, assunsero una portata significativa. In combinazione con i movimenti di sciopero di massa dei lavoratori che prendevano luogo allo stesso momento, esse produssero un tale violento scompiglio nel cuore dello Zarismo che quel periodo potrebbe invero essere denotato come una “prova generale” per la rivoluzione del 1917. La maniera in cui lo Zarismo reagì a queste ribellioni è illustrata nel modo migliore dall’espressione del vice governatore della provincia di Tambov Bogdanovich: “Pochi arrestati, i più sono stai passati per le armi”. E uno degli ufficiali che aveva preso parte alla soppressione dell’insurrezione scrisse: “Tutto attorno a noi, spargimenti di sangue; ogni cosa in fiamme; abbiamo sparato, abbattuto, pugnalato.” Fu in questo mare di sangue e fiamme che nacque la rivoluzione del 1917.

 

Lenin-e-i-contadini-di-W.-Serow.jpg

 


Nonostante le sconfitte, la pressione dei contadini crebbe di più e più minacciosa. Portò alle riforme di Stolipin, che comunque, erano solo gesti vuoti, pieni di promesse che in realtà non aggiunsero alla questione agraria un singolo passo avanti. Ma una volta dato il mignolo, si vorrà presto prendere l’intero braccio. L’ulteriore peggioramento della situazione dei contadini durante la guerra, la sconfitta dell’esercito zarista al fronte, le crescenti rivolte nelle città, la caotica politica zarista, nella quale ogni ragione fu gettata a mare, il dilemma generale per tutte le classi della società, portò alla rivoluzione di febbraio, che prima di tutto fece emergere la situazione violenta della questione agraria; la quale era stata una questione calda per mezzo secolo. Il suo carattere politico, tuttavia, non era stato inculcato a questa rivoluzione dal movimento contadino; questo movimento semplicemente gli diede il suo grande potere. Nel primo annuncio del Comitato Esecutivo Centrale del Consiglio (soviet) dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo la questione agraria non fu neppure menzionata. Ma i contadini presto imposero la loro presenza all’attenzione del nuovo governo.

 

Serow2.jpg


Stanchi di aspettare il governo per agire in merito alla questione agraria, in aprile e maggio del 1917 le masse contadine deluse incominciarono ad appropriarsi della terra da sole. I soldati al fronte, timorosi di non aver modo di prendere il loro pezzo nella nuova distribuzione, abbandonarono le trincee e si precipitarono nei loro villaggi. Portandosi le armi dietro, comunque, e così non dando altra scelta al nuovo governo di reprimerli. Tutti i suoi appelli al sentimento di nazionalità e sacralità degli interessi russi non erano di alcuna utilità contro l’urgenza delle masse di ottenere alla fine i loro bisogni economici. E questi bisogni comprendevano la pace e la terra. Fu detto a quel tempo che i contadini che venivano implorati di rimanere al fronte, altrimenti i tedeschi avrebbero occupato Mosca, erano alquanto indecisi e risposero agli emissari di governo: “E che cos’è quello per noi? Che diamine, noi veniamo dal Governatorato di Tamboff”.

 

lenin8.jpg
Lenin e i bolscevichi non inventarono lo slogan vincente “Terra ai contadini”; piuttosto, essi accettarono che la vera rivoluzione contadina proseguisse indipendentemente da loro. Usando a loro favore il vacillante atteggiamento del regime di Kerensky, che sperava ancora di essere in grado di accomodare la questione agraria per mezzo di una discussione pacifica, i bolscevichi vinsero il favore dei contadini e furono così in grado di scacciare il governo di Kerensky e di assumere loro stessi il controllo del potere. Ma questo fu possibile per loro solo come agenti del volere contadino, sanzionando la loro appropriazione della terra, e fu solo attraverso il loro supporto che i bolscevichi furono in grado di mantenersi al potere.

 

lenin-e-la-guardia-rossa.jpg


Lo slogan “terra ai contadini” non ha nulla a che vedere con i principi comunisti. La frammentazione di un grande possedimento in un vasto numero di piccole imprese agricole indipendenti era una misura direttamente opposta al socialismo, e che poteva essere giustificata solo in virtù di una necessità tattica. I successivi cambiamenti nella politica contadina di Lenin e dei bolscevichi furono vani nell’apportare qualche cambiamento nelle necessarie conseguenze della sua politica opportunistica originale. Malgrado tutta la collettivizzazione, che fino ad ora è largamente limitata a lati tecnici del processo produttivo, l’agricoltura russa è ancor oggi in pratica determinata da interessi e motivi di economia privata. E questo implica l’impossibilità, anche in campo industriale, di approdare a non più di un’economia a capitalismo di Stato. Anche se questo capitalismo di Stato punta a trasformare completamente la popolazione agricola in salariati agricoli sfruttabili, questo obiettivo non è assolutamente possibile da ottenere in vista dei nuovi scontri rivoluzionari legati a tale avventura. La presente collettivizzazione non può essere considerata il compimento del socialismo.

lenin-oratore.jpg


Questo diventa chiaro quando si tiene in considerazione il fatto che osservatori della scena russa come Maurice Hindus ritengono possibile che "anche se i Soviet dovessero collassare, l’agricoltura russa rimarrebbe collettivista, con il controllo forse più nelle mani dei contadini che del governo". Comunque, anche se la politica agricola bolscevica dovesse portare al risultato desiderato, la situazione dei lavoratori rimarrebbe comunque inalterata. E neppure tale compimento sarebbe considerato una transizione al socialismo reale, in quanto questi elementi della popolazione ora privilegiati dal capitalismo di Stato difenderebbero i loro privilegi contro tutti i cambiamenti esattamente come i proprietari privati fecero prima al tempo della rivoluzione del 1917.

 

lenin-manifesto-prop.jpg


I lavoratori delle industrie formavano ancora una piccola minoranza della popolazione, ed erano coerentemente incapaci di imprimere alla rivoluzione russa un carattere conforme ai propri bisogni. Gli elementi borghesi che similmente combattevano lo zarismo retrocedettero davanti alla natura dei loro stessi compiti. Non potevano accedere alla soluzione rivoluzionaria della questione agraria, in quanto a un’espropriazione generale della terra avrebbe fatto seguito troppo facilmente l’espropriazione dell’industria. Né i contadini né i lavoratori li seguirono, e il destino della borghesia era deciso dalla temporanea alleanza tra questi ultimi gruppi. Non fu la borghesia ma i lavoratori a portare la rivoluzione borghese alla sua conclusione; il posto del capitalismo fu preso dall’apparato statale bolscevico sotto lo slogan leninista: “se capitalismo in ogni caso, allora facciamolo”. Di sicuro i lavoratori nelle città avevano rovesciato il capitalismo, ma solo allo scopo ora di convertire l’apparato del partito bolscevico nei loro nuovi padroni. Nelle città industriali la lotta dei lavoratori continuò sotto richieste socialiste, in modo apparentemente indipendente dalla rivoluzione contadina in corso allo stesso tempo ma in un senso decisivo determinato da quest’ultima. Le richieste rivoluzionarie originali dei lavoratori erano oggettivamente impossibili da portare a compimento. Dobbiamo riconoscerlo, i lavoratori erano in grado, con l’aiuto dei contadini, di vincere il potere statale per il loro partito, ma questo nuovo Stato presto assunse una posizione direttamente opposta a quella degli interessi dei lavoratori. Un’opposizione che persino oggi ha assunto forme che effettivamente permettono di parlare di uno "zarismo rosso": soppressione degli scioperi, deportazioni, esecuzioni di massa, e quindi anche la nascita di nuove organizzazioni illegali che conducono una rivolta comunista contro il presente finto socialismo. L’attuale discorso riguardo a un’estensione della democrazia in Russia, al pensiero di introdurre una sorta di parlamentarismo, alla risoluzione dell’ultimo congresso dei soviet in merito allo smantellamento della dittatura, tutto questo è meramente una manovra tattica progettata per compensare l’ultimo atto di violenza da parte del governo contro l’opposizione. Queste promesse non sono da prendere seriamente, ma sono un risultato della pratica leninista, la quale era sempre ben calcolata per funzionare in due direzioni allo stesso tempo nell’interesse della sua stessa stabilità e sicurezza. Lo zigzagare della politica leninista deriva dalla necessità di conformarsi costantemente all’avvicendamento delle forza di classe in Russia in modo tale che il governo possa sempre rimanere padrone della situazione. E così oggi si accetta ciò che si era respinto il giorno prima, o viceversa; un non principio è stato elevato a principio, e il partito leninista si concentra solo su una cosa, cioè, l’esercizio del potere di Stato ad ogni costo.

lenin-spazza-mondo.jpg

 

Qui, tuttavia, siamo interessati solo nel chiarire che la rivoluzione russa non fu dipendente da Lenin o dai bolscevichi, ma che l’elemento decisivo fu la rivolta contadina. E, su questo argomento, Zinoviev, ancora al potere a quel tempo e dalla parte di Lenin, aveva affermato durante l’undicesimo Congresso del Partito Bolscevico (marzo-aprile 1921): “Non fu l’avanguardia proletaria dalla nostra parte, ma il passaggio dalla nostra parte dell’esercito, perché noi chiedevamo la pace, che fu il fatto decisivo della nostra vittoria. L’esercito, comunque era formato da contadini. Se noi non avessimo avuto il supporto dei milioni di contadini soldati, la nostra vittoria sulla borghesia sarebbe stata fuori questione”. Il grande interesse dei contadini sulla questione della terra da un lato, e il minimo interesse da parte del governo dall’altro, permise ai bolscevichi di condurre una lotta vittoriosa per il governo.

I contadini erano abbastanza disponibili a lasciare il Cremlino ai bolscevichi, solo a patto che questi non interferissero con la loro lotta contro i grandi proprietari terrieri.

 

oleo-lenin.jpg

 

Ma anche nelle città, Lenin non fu il fattore decisivo nel conflitto tra capitale e lavoro. Al contrario, egli fu impotentemente trascinato dalla scia dei lavoratori, i quali nelle loro richieste e misure effettive andarono ben oltre i bolscevichi. Non fu Lenin che condusse la rivoluzione, ma la rivoluzione condusse Lenin. Però non prima della rivolta d’Ottobre Lenin restrinse le sue originarie e risolute richieste al controllo della produzione, e desiderava fermarsi con la socializzazione delle banche e dei trasporti; senza un’abolizione generale della proprietà privata, i lavoratori non diedero attenzione ulteriore ai suoi punti di vista e esporpriarono tutte le imprese. È interessante ricordare che il primo decreto del governo bolscevico fu diretto contro le espropriazioni selvagge e non autorizzate delle fabbriche per mezzo dei consigli dei lavoratori. Ma questi consigli (soviet) erano a quel tempo più forti dell’apparato di partito e obbligarono Lenin a emanare il decreto per la nazionalizzazione di tutte le imprese industriali. Fu solo sotto la pressione esercitata dai lavoratori che i bolscevichi acconsentirono a questo cambio nei loro piani. Gradualmente, attraverso l’estensione del potere statale, l’influenza dei consigli s’indebolì, fino ad arrivare alla situazione attuale in cui i consigli non servono altro che a scopi decorativi.


oleoLenin.jpg


Durante i primi anni della rivoluzione, sino all’introduzione della Nuova Politica Economica (New Economic Policy, NEP) (1921), ci fu di sicuro qualche sperimentazione in Russia in senso comunista. Questo, però, non è da accreditare a Lenin, ma a quelle forze che lo resero un camaleonte politico che una volta assumeva un colore reazionario e un’altra un colore rivoluzionario. Inizialmente nuove rivolte contadine contro i bolscevichi portarono Lenin a una politica più radicale, un’enfasi più forte agli interessi degli operai e dei contadini poveri che si erano ritrovati a mani vuote dopo la prima distribuzione della terra. Ma poi questa politica si dimostra un fallimento, in quanto i contadini poveri, i cui interessi sono quindi privilegiati, si rifiutano di appoggiare i bolscevichi e Lenin “rivolge il suo sguardo ancora verso i contadini medi”. In tal caso Lenin non ha scrupoli nel rafforzare da capo gli elementi di capitale privato, e gli alleati di prima, che sono ora cresciuti in modo indesiderato, vengono abbattuti con i cannoni, com’è avvenuto a Kronstadt.

 

kronstadt.jpg

 

Il potere, e niente di meno che il potere: è a questo che l’intera saggezza politica di Lenin si riduce infine. Il fatto che i modi con i quali si ottiene, i mezzi che portano al potere, determinano a loro volta la maniera in cui tale potere è applicato, era una materia che gli interessava poco. Il socialismo, per lui, era in ultima istanza semplicemente una sorta di capitalismo di Stato, seguendo il “modello del servizio postale tedesco”. E questo capitalismo di Stato colse sulla sua strada, perché in realtà non c’era null’altro da prendere.

Fu semplicemente una questione di chi sarebbe stato il beneficiario del capitalismo di Stato, e qui Lenin non diede la precedenza a nessuno. E pertanto George Bernard Shaw, tornando dalla Russia, fu alquanto corretto quando, in una lezione davanti alla Società Fabiana a Londra, affermò che “il comunismo russo non è niente più che la messa in pratica del programma fabiano che noi abbiamo predicato negli ultimi quarant’anni”.

 

Lenin-con-contadini---1959--di-Evdokiya-Usikova.jpg


Ancora nessuno, tuttavia, ha avuto il sospetto che i fabiani costituiscano una forza rivoluzionaria mondiale. E Lenin è di sicuro prima di tutto acclamato come un rivoluzionario mondiale, nonostante il fatto che il presente governo russo con il quale il suo “patrimonio” è amministrato diffonde smentite enfatiche quando la stampa pubblica articoli di brindisi russi alla rivoluzione mondiale. La leggenda della significatività mondiale rivoluzionaria di Lenin riceve il suo nutrimento dalla sua coerente posizione internazionale durante la guerra. Fu alquanto impossibile per Lenin a quel tempo concepire che una rivoluzione russa non avrebbe avuto ulteriori ripercussioni e sarebbe stata abbandonata a se stessa. C’erano due ragioni per questo punto di vista: primo, perché tale pensiero era in contraddizione con la situazione oggettiva risultante dalla guerra mondiale; e secondo, egli sosteneva che l’attacco delle nazioni imperialiste contro i bolscevichi avrebbe rotto la schiena della rivoluzione russa se il proletariato dell’Europa occidentale non fosse venuto in suo soccorso. La chiamata di Lenin per la rivoluzione mondiale era primariamente una chiamata in supporto e per il mantenimento del potere bolscevico. La prova che non fu molto più che questo è fornita dalla sua incoerenza in questa questione: in aggiunta alle sue richieste per la rivoluzione mondiale, allo stesso tempo venne fuori con il “diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi”, per la loro liberazione nazionale. Anche questa partita doppia proviene allo stesso modo dal bisogno giacobino dei bolscevichi di mantenere il potere. Con entrambi gli slogan le forze di intervento dei paesi capitalisti negli affari russi erano indebolite, in quanto la loro attenzione veniva deviata sui loro stessi territori e colonie. Ciò permise ai bolscevichi di respirare. Al fine di renderla più lunga possibile, Lenin istituì la sua Internazionale. Essa stabilì per se stessa un doppio compito: da una parte, subordinare i lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America alla volontà di Mosca; dall’altra, rafforzare l’influenza di Mosca sui popoli dell’Asia orientale. Il lavoro sul campo internazionale era modellato sul seguito del corso della rivoluzione russa. L’obiettivo era quello di combinare gli interessi dei lavoratori e dei contadini su scala mondiale e di controllarli attraverso i bolscevichi, per mezzo dell’Internazionale Comunista.

In questo modo almeno il potere statale bolscevico in Russia riceveva supporto; e nel caso in cui la rivoluzione mondiale dovesse diffondersi veramente, il potere sul mondo sarebbe a portata di mano. Anche se il primo progetto aveva avuto successo, allo stesso tempo il secondo non era stato ultimato. La rivoluzione mondiale non fu in grado di progredire come un’imitazione allargata di quella russa, e le limitazioni nazionali della vittoria in Russia necessariamente fecero dei bolscevichi una forza controrivoluzionaria sul piano internazionale. Perciò anche la richiesta della “rivoluzione mondiale” fu convertita nella “teoria di costruire il socialismo in un solo paese”. E questa non è una perversione di una posizione leninista – come Trotsky, per esempio, asserisce oggi – ma la conseguenza diretta di una pseudo politica di rivoluzione mondiale perseguita da Lenin stesso.

Era chiaro a quel tempo, addirittura a molti bolscevichi, che la restrizione della rivoluzione alla Russia avrebbe fatto della rivoluzione russa stessa un fattore per il quale la rivoluzione mondiale sarebbe stata impedita. Così, per esempio, Eugene Varga scrisse nel suo libro Problemi economici della dittatura del proletariato, pubblicato nell’Internazionale Comunista (1921): “Esiste il pericolo che la Russia possa essere eliminata come forza motrice della rivoluzione internazionale...Ci sono comunisti in Russia che si sono stancati di aspettare la rivoluzione europea e sperano di trarre il meglio dal loro isolamento nazionale... Con una Russia che considererebbe la rivoluzione sociale degli altri paesi come una materia con la quale non avrebbe niente a che vedere, i paesi capitalisti sarebbero in ogni caso in grado di vivere pacificamente con rapporti di buon vicinato. Sono lontano dal credere che il soffocamento della rivoluzione russa sarebbe in grado di fermare il progresso della rivoluzione mondiale. Ma quel progresso sarebbe rallentato”. E con l’inasprirsi delle crisi interne in Russia intorno al quel periodo, non ci volle molto tempo prima che tutti i comunisti, incluso Varga stesso, maturassero la sensazione di cui Varga qui si lamenta. Infatti, ancora prima, addirittura nel 1920, Lenin e Trotsky si presero la briga di arginare le forze rivoluzionarie d’Europa. La pace in tutto il mondo era necessaria al fine di assicurare la costruzione del capitalismo di Stato in Russia sotto gli auspici dei bolscevichi. Era sconsigliabile avere questa pace disturbata dalla guerra o da nuove rivoluzioni, in entrambi i casi un paese come la Russia sarebbe stato tirato in ballo di sicuro. Perciò, Lenin impose, con divisioni e intrighi, un corso neoriformista al movimento dei lavoratori dell’Europa Occidentale, un corso che portò alla sua totale dissoluzione. Fu con parole argute che Trotsky, con l’approvazione di Lenin, accese la sollevazione nella Germania Centrale (1921): “Noi dobbiamo dire chiaro e tondo ai lavoratori tedeschi che consideriamo questa filosofia dell’offensiva come il più grande pericolo e nella sua applicazione pratica come il più grande crimine politico”. E in altre situazioni rivoluzionarie nel 1923, Trotsky dichiarò al corrispondente del Manchester Guardian, ancora con l’approvazione di Lenin: “Noi siamo certamente interessati alla vittoria della classe dei lavoratori, ma non è per niente nel nostro interesse che scoppi la rivoluzione in Europa, la quale è dissanguata ed esausta, e che il proletariato riceva dalle mani della borghesia nient’altro che rovine. Noi siamo interessati nel mantenimento della pace”. E dieci anni dopo, quando Hitler salì al potere, l’Internazionale Comunista non mosse un dito per prevenirlo. Trotsky non è solo in errore, ma rivela una perdita di memoria risultante senza dubbio dalla perdita della sua uniforme, quando oggi caratterizza il fallimento di Stalin nell’aiutare la Germania comunista come un tradimento dei principi del leninismo. Questo tradimento fu costantemente praticato da Lenin, e da Trotsky stesso. Ma in accordo con un detto di Trotsky, la cosa importante è certamente non cosa viene fatto, ma chi lo fa.

Stalin è, in realtà, il discepolo migliore di Lenin, per quanto riguarda il suo atteggiamento nei riguardi del fascismo tedesco. I bolscevichi non si sono neanche certamente fermati dall’entrare in alleanza con la Turchia e dal fornire supporto politico ed economico al governo di quel paese anche quando le misure più aspre erano state prese contro i comunisti – misure che frequentemente eclissarono persino le azioni di Hitler.

StalinLeggeLenin.jpg


In visione del fatto che l’Internazionale Comunista nella misura in cui essa stessa continua a funzionare è meramente un’agenzia del settore turistico russo, in vista del collasso in tutti i paesi dei movimenti comunisti controllati da Mosca, la leggenda di Lenin il rivoluzionario mondiale è senza dubbio talmente indebolita che si potrebbe contare sulla sua scomparsa nel futuro prossimo. E di sicuro anche oggi i ruffiani dell’Internazionale Comunista non operano più con l’idea della rivoluzione mondiale, ma parlano della “Patria dei lavoratori”, dalla quale attingono il loro entusiasmo finché non sono forzati a viverci come lavoratori. Quelli che continuano ad acclamare Lenin come il rivoluzionario mondiale par excellence in realtà si entusiasmano per nulla più che i sogni politici di potere mondiale di Lenin, sogni che scemano nel nulla alla luce del giorno.

La contraddizione esistente tra la significatività storica reale di Lenin e quella che è generalmente ascritta a lui è più grande e allo stesso tempo più inscrutabile di quella di qualsiasi altro personaggio agente nella storia moderna. Abbiamo mostrato che non può essere considerato il responsabile del successo della rivoluzione russa, e anche che la sua teoria e pratica non può, come si fa spesso, essere apprezzata come d’importanza rivoluzionaria mondiale. Né, malgrado tutte le affermazioni contrarie, Lenin può essere considerato come uno che ha esteso o integrato il Marxismo. Nel lavoro di Thomas B. Brameld intitolato “Un approccio filosofico al comunismo”, recentemente pubblicato dall’Università di Chicago, il comunismo è ancora definito come “una sintesi delle dottrine di Marx, Engels e Lenin.” Non è solo in questo libro, ma anche in generale, e in particolare nella stampa del partito comunista, che Lenin è piazzato in tale relazione con Marx ed Engels. Stalin ha denotato il leninismo come il “marxismo nel periodo dell’imperialismo”. Tale posizione, tuttavia, ricava la sua unica giustificazione da un’infondata sopravalutazione di Lenin. Lenin non ha aggiunto al marxismo un singolo elemento che può essere giudicato come nuovo e indipendente. La prospettiva filosofica di Lenin è il materialismo dialettico come sviluppato da Marx, Engels e Plekhanov. È a questo che si riferisce in connessione con tutti i problemi importanti: è il suo criterio in ogni cosa e la sua corte d’appello finale. Nel suo principale lavoro filosofico, Materialismo ed Empirocriticismo, Lenin semplicemente ripete Engels tracciando le opposizioni dei diversi punti di vista filosofici intaccando la grande contraddizione: Materialismo contro Idealismo. Mentre per la prima posizione, la Natura è primaria e la Mente secondaria; per l’altra è vero esattamente l’opposto. Questa formulazione precedentemente nota è documentata da Lenin con materiale aggiuntivo proveniente dai vari campi di conoscenza. E così non si può pensare a un arricchimento essenziale della dialettica marxiana da parte di Lenin. Nel campo della filosofia, parlare di una scuola leninista è impossibile.

Nel campo dell’economia, inoltre, tale significatività indipendente non può essere ascritta a Lenin. Gli scritti economici di Lenin sono più marxisti di quelli di ogni altro suo contemporaneo, ma sono solo brillanti applicazioni delle dottrine economiche già esistenti associate al marxismo. Lenin non ebbe assolutamente idea di essere un teorico indipendente in materia economica; per lui, Marx aveva già detto tutto di fondamentale in questo campo. Siccome, per lui, era alquanto impossibile andare oltre Marx, si occupò solamente di provare che i postulati marxisti erano in accordo con lo sviluppo effettivo. Il suo principale lavoro in economia, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, è un'eloquente testimonianza di questo punto. Lenin non volle mai essere più di un discepolo di Marx, e pertanto è solo nella leggenda che si possa parlare della teoria del “leninismo”.

Lenin voleva soprattutto essere un politico pratico. I suoi lavori teorici sono quasi solo esclusivamente di natura polemica. Combattono i nemici teorici o altri nemici del Marxismo, che Lenin identifica con i suoi sforzi politici e quelli dei bolscevichi in generale. Per il Marxismo, la pratica decide sulla verità di una teoria. Come un professionista adoperandosi nell’attualizzare le dottrine di Marx, Lenin potrebbe effettivamente aver restituito al marxismo un enorme servizio. Tuttavia, ancora in riguardo al Marxismo, ogni pratica è sociale, e può essere modificata e influenzata dagli individui solo in misura davvero limitata, mai in modo decisivo. Non c’è dubbio che l’unione della teoria e della pratica, dell’obiettivo finale e delle concrete questioni del movimento, con le quali Lenin era costantemente preso, possa essere acclamata come un grande risultato. Ma il criterio per questo raggiungimento è il successo che lo attende, e quel successo, come abbiamo già detto, fu negato a Lenin. Il suo lavoro non solo fallì nel far progredire il movimento rivoluzionario mondiale; fallì anche nel formare i presupposti per una società davvero socialista in Russia. Il successo (che ebbe effettivamente) non lo portò vicino al suo obbiettivo, ma lo spinse più lontano. 

lenin1924.jpg
Le condizioni attuali in Russia e la presente situazione dei lavoratori nel mondo devono essere sufficienti per provare a ogni osservatore comunista che la presente politica “leninista” è solo l’opposto di quella espressa dalla sua fraseologia. E alla lunga tale condizione deve senza dubbio distruggere la leggenda artificialmente costruita di Lenin, in modo che la storia stessa possa mettere Lenin nel suo appropriato posto storico.

 

Paul Mattick

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

 

LINK al documento on line tratto dal sito consiliarista "Connessioni":

La leggenda di Lenin 


LINK di presentazione alla figura di Paul Mattick:

Charles Reeve, Paul Mattick

 

LINK ad una pagina multilingue dedicata agli scritti di Paul Mattick:

Paul Mattick Homepage

 

LINK a una pagina del MIA dedicata agli scritti in tedesco di Paul Mattick:

Paul Mattick

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
30 giugno 2012 6 30 /06 /giugno /2012 05:00

Riforma sociale o rivoluzione?

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Nota introduttiva  di Lelio Basso a:

Riforma sociale o rivoluzione?


luxemburg_sozialreform_oder_revolution.jpegLo scritto che segue di Rosa Luxemburg è il primo contributo teorico da lei dato come militante della socialdemocrazia tedesca dopo la sua venuta in Germania. Prima di allora aveva lavorato come socialista polacca e le sue collaborazioni a riviste e giornali tedeschi erano dedicate principalmente a problemi polacchi o, comunque, a problemi di politica estera, e anche la sua attività pratica, dopo il suo arrivo in Germania, era stata dalla socialdemocrazia tedesca indirizzata verso il lavoro in seno alle popolazioni polacche del Reich tedesco. Ma il Bernsteindebatte, il grande dibattito sorto in quel periodo attorno agli articoli pubblicati da Bernstein sulla Neue Zeit, doveva offrirle l’occasione di rivelare la sua preparazione teorica ma soprattutto il taglio dialettico della sua mente e la sua formidabile tempra di polemista.
  
bernstein eduardCome è noto, il Bernsteindebatte fu l’occasione che obbligò la socialdemocrazia tedesca a porsi esplicitamente - non però a risolvere - tutta una serie di problemi che esistevano indipendentemente da Bernstein e che si possono riassumere nella frattura fra le formulazioni teoriche ufficiali della socialdemocrazia e la sua reale attività pratica. In teoria la socialdemocrazia riconosceva il marxismo come sua dottrina ispiratrice, soprattutto per merito di Engels che da Londra seguiva attentamente il movimento e di Kautsky che dal 1883 dirigeva la rivista Neue Zeit e attraverso di essa conduceva la battaglia per il trionfo dell’ideologia marxista: fra i capi del partito W. Liebknecht era di formazione marxista, e A. Bebel, che ne fu il leader fino alla vigilia della prima guerra mondiale, pur essendo di formazione lassalliana, si era poi convertito al marxismo. Tuttavia, anche per alcune deficienze proprie al vecchio Engels e soprattutto a Kautsky, il marxismo assimilato dalla socialdemocrazia tedesca aveva perso gran parte del suo mordente dialettico e del suo vigore rivoluzionario, e a seconda delle circostanze o dei temperamenti esso veniva interpretato come messianismo rivoluzionario o come la teoria che giustificava la partecipazione alle elezioni e al lavoro pratico quotidiano. Il programma approvato al congresso di Erfurt del 1891 aveva tentato di conciliare la duplice esigenza, ponendo una accanto all’altra una parte teorica contenente affermazioni rivoluzionarie e una parte pratica contenente un programma minimo d’azione, ma senza riuscire a realizzare un nesso effettivo fra le due parti. Il programma minimo non serviva affatto a preparare la crisi rivoluzionaria ma piuttosto ad attenderla, mentre la parte teorica non riusciva a definire una strategia proletaria e lasciava nel vago la conquista del potere [1].

August BebelIl risultato di questa incapacità di saldare i due momenti fu che mentre il partito si dedicava sempre più intensamente all’attività pratica quotidiana, la prospettiva rivoluzionaria appariva sempre più campata per aria e astratta dalla realtà. Ancora negli anni intorno al ‘90 questa prospettiva era sembrata ai dirigenti socialdemocratici molto vicina, addirittura calcolabile con “matematica certezza” [2] e Bebel diceva al congresso di Erfurt: “Io sono convinto che la realizzazione dei nostri scopi è
così vicina che pochi sono in questa sala che non vivranno quei giorni”[3]. Tuttavia, poiché nello stesso tempo la socialdemocrazia rinunciava all’insurrezione di strada, la prospettiva rivoluzionaria rimaneva legata o a un crollo del sistema capitalistico determinato da una grave crisi economica, cioè a un meccanismo indipendente dall’azione del proletariato, o alla conquista di una maggioranza parlamentare.

bismarck.jpgSenonché la prima di queste due alternative sembrava dileguarsi proprio in quello stesso torno di tempo: la Germania stava allora attraversando un periodo di prosperità economica. Dal quarto posto che essa occupava fra i paesi industriali nel 1870, passava al terzo intorno al 1890 e al secondo intorno al 1900. Il volto economico dei paese mutava rapidamente: il processo di concentrazione celebrava i suoi trionfi nell’industria del ferro, dell’acciaio e del carbone, nonché nella chimica e nell’elettrotecnica, ponendo le basi di una politica imperialistica che doveva estrinsecarsi nel commercio estero, nelle conquiste coloniali, nella politica internazionale, nella corsa al riarmo. Contropartita di questa espansione capitalistica erano un aumento dei salari reali, che pur rimanevano bassi ma che comunque smentivano le teorie ancora di moda della miseria crescente, e lo sviluppo delle assicurazioni sociali, volute già prima da Bismarck, che presentavano alle masse la faccia paternalistica dello Stato. Le probabilità di una crisi economica catastrofica o anche di una crisi tout courtapparivano sempre minori agli stessi socialisti: la teoria marxista delle crisi sembrava ricevere un duro colpo. 

Franz MehringAgli occhi di molti una sola strada di accesso al potere si presentava come possibile: la conquista di una maggioranza parlamentare. Ancora nel 1893 Mehring aveva protestato nella Neue Zeit contro questa utopia: “L’idea che la maggioranza di un parlamento borghese, sia pure formata da operai coscienti, possa una volta aprire la strada alla società socialista, è come un coltello a cui manchi sia il manico che la lama. Solo quando la fede delle masse nel parlamentarismo borghese è morta del tutto, si apre la strada verso l’avvenire” [4].

Kautsky-copia-1Ma Kautsky aveva reagito [5] e lo stesso Engels aveva molto concesso agli entusiasmi parlamentaristici. L’esperienza doveva invece confermare il nocciolo di verità che era nella posizione di Mehring quando non la si intenda come rifiuto della lotta parlamentare ma come rifiuto di riconoscere in essa la via al socialismo. La parlamentarizzazione dei partiti socialisti ha indubbiamente contribuito in modo notevole al trionfo dell’opportunismo: per conquistare seggi parlamentari occorre infatti estendere l’influenza del partito a strati più vasti di popolazione e ciò avviene troppo spesso non conquistando la coscienza di questi strati al socialismo ma adattando il socialismo alla mentalità e ai bisogni pratici di questi strati. Ma se la parlamentarizzazione del partito allontanava, anziché avvicinare, la prospettiva socialista, essa permetteva tuttavia di conseguire, attraverso l’accresciuta influenza del partito, scopi più vicini.
Appaiono casi evidenti in questo periodo le due componenti fondamentali del revisionismo: da un lato la possibilità di sfruttare la congiuntura economica per conquistare miglioramenti del tenore di vita, e quindi un accresciuto interesse per gli scopi pratici immediati, per la lotta quotidiana; dall’altro la speranza di utilizzare le istituzioni rappresentative per accrescere l’influenza del partito sul potere politico. A misura che questi due tipi di azione sembrano incidere sempre più efficacemente nella realtà immediata e creano condizioni di vita sempre più tollerabili a larghi strati delle masse, la prospettiva rivoluzionaria viene perdendo di interesse e il movimento operaio orienta sempre più i suoi sforzi verso gli scopi immediati, all’interno cioè della società capitalistica: la subordinazione della socialdemocrazia al capitalismo, nonostante le professioni di fede ripetute di congresso in congresso, appare già allora evidente.

Quando Bernstein incominciò a scrivere i suoi articoli, la prassi del partito era già di fatto dominata dall’opportunismo. Di una svolta politica in senso possibilistico si era fatto portavoce il leader della socialdemocrazia bavarese, von Vollmar, fin dal 1891, con due discorsi in cui poneva l’accento proprio sui compiti immediati[6]: la socialdemocrazia, egli sosteneva, doveva rinunciare alle discussioni “teoriche” sul domani per concentrare tutta la sua forza “sulle cose immediate e più urgenti”, ma in pari tempo egli pagava il prezzo di questo suo possibilismo accettando la politica estera del governo, presentando la Triplice Alleanza come strumento di pace e lasciando intendere che in caso di guerra la socialdemocrazia avrebbe collaborato alla difesa del paese. Era già in nuce in questo discorso quella che sarà la linea del progressivo cedimento della socialdemocrazia fino alla capitolazione del 1914. Ma quando von Vollmar fu attaccato per le tesi sostenute, egli poté rispondere non senza fondamento che in realtà non aveva fatto altro che prospettare quella che era già la prassi del partito, giudizio che sarà confermato dalla più recente storiografia. “Il “revisionismo” è solo un debole riflesso di questa molteplice prassi riformistica. Non gli Schippel, Bernstein, Heine, Calwer e Hildebrand, ma i Vollmar, Grillenberger, Auer, Kloss, v. Elm, Legien, Leipart, Hué, Dr. Südekum, Ebert, Scheidemann, Keil e Löbe, non gli accademici revisionisti dei “Sozialistischen Monatshefte”, ma i segretari del lavoro e i dirigenti sindacali, i consiglieri comunali e i deputati dei Landtag, i portatori, in ultima analisi inattaccabili perché insostituibili, del lavoro politico di ogni giorno, determinavano il carattere del partito, che già prima del ‘900 si era mutato essenzialmente in un lavoro pratico di partito con alcune frasi rivoluzionarie non prese sul serio” [7].
Contribuivano a questa svolta in modo particolare le regioni meridionali dove l’industria era meno sviluppata e meno sviluppata quindi la classe operaia, e dove i voti dovevano essere pescati fra i piccoli borghesi e i contadini: per questo Vollmar, bavarese, si era fatto promotore di un programma agrario che tenesse conto degli interessi dei grossi e medi contadini. E a misura che il partito, grazie a questa sua politica di adattamento, acquisiva maggior forza elettorale e offuscava la sua originaria natura classista, affluivano ad esso nuovi ceti piccoloborghesi, attratti in parte dall’ambizione della carriera e del successo e in parte dalla funzione democratico-borghese che il partite obiettivamente assolveva. E fin dal 1892, appena due anni dopo la fine della legge eccezionale, Hans Müller poteva parlare di una lotta di classe all’interno della socialdemocrazia notando l’ingresso nel partito di elementi “senza nessun sentimento rivoluzionario e senza sensibilità proletaria, strati sociali che non solo non pensano ad eliminare radicalmente l’attuale ordinamento economico, ma che mirano a procurarsi all’interno di esso una posizione migliore" [8].
Sicché mentre i dirigenti del partito continuavano ad usare la terminologia tradizionale e a pagare il dovuto tributo verbale al marxismo, il partito subiva in quegli anni una trasformazione profonda sotto la pressione soprattutto degli eletti nelle assemblee locali, dei funzionari periferici e dei sindacalisti. E mentre al Landtag bavarese già nel 1894 il gruppo parlamentare arrivava a votare il bilancio, attirandosi il biasimo del successivo congresso nazionale del partito a Francoforte, nel Baden la socialdemocrazia locale dava vita al più avanzato esperimento di collaborazione con partiti borghesi al governo. Nello stesso tempo i sindacati cercavano di scuotersi di dosso la tutela ideologica e politica del partito; al congresso sindacale di Francoforte Theodor Leipart esprimeva un sentimento diffuso quando diceva: “Lasciateci tranquillamente entrare nella società borghese a rappresentare i nostri diritti e rivendicazioni come cittadini a parità di diritto, come fanno gli altri ceti e partiti” [9].Quanto più si abbandonava la prospettiva del socialismo proiettandola lontano nel tempo, tanto più si affermava logicamente la tendenza a migliorare le condizioni attuali: la scissione fra l’avvenire e il presente si faceva sempre più completa [10]. E naturalmente il funzionario medio del partito non si occupava che del presente che lo toccava da vicino [11].
Il processo era più lento ma non meno evidente in sede di parlamento nazionale dove il partito doveva fare i conti con le sue tradizioni, con la vigilanza dei militanti più coscienti, con le deliberazioni dei suoi congressi. Tuttavia anche in questa sede si sviluppava l’offensiva revisionistica contro la linea ufficiale del partito e si può dire che ad ogni campagna elettorale il desiderio di estendere la propria clientela elettorale provocasse nuove brecce non solo nella dottrina ma nella politica del partito. Cominciò Max Schippel sostenendo la necessità di votare le spese militari per non lasciare i soldati tedeschi esposti a maggiore pericolo in caso di guerra; in appoggio a questa tesi, Heine, deputato di Berlino, enunciò la teoria della “compensazione” per cui i socialdemocratici avrebbero dovuto negoziare il loro voto contro concessioni nel campo della politica sociale; Schippel ancora si fece sostenitore di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali. E nonostante che il partito in generale condannasse queste prese di posizione, lo spirito revisionistico che le animava finiva con il permeare di sé tutta l’attività quotidiana del partito, creando quella scissione ufficiale fra la dottrina e la pratica che Bernstein si propose appunto di colmare sottoponendo a revisione anche la dottrina marxista.
Ciò facendo peraltro egli provocava un conflitto aperto: se i dirigenti avevano potuto fin allora far finta di non vedere il carattere revisionistico della prassi e mascherare sotto le frasi tradizionali la frattura fra pratica e teoria, fra lotta quotidiana e scopo finale, fra presente e avvenire, che il programma di Erfurt non era riuscito a superare, la sortita di Bernstein sul terreno della dottrina li obbligava a prendere aperta posizione. Ciò del resto aveva visto chiaramente uno dei vecchi dirigenti, che nella direzione del partito rappresentava nettamente la tendenza di destra, Ignazio Auer, il quale scriveva a Bernstein: “Ritieni realmente possibile che un partito, che ha una letteratura vecchia di 50 anni, un’organizzazione vecchia di quasi 40 una tradizione ancora più vecchia, possa fare un tale mutamento in un batter d’occhio? (...) Mio caro Ede, quel che tu chiedi, non si vota neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività - persino quella svolta sotto la legge vergognosa - è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista. Un partito che deve fare i conti con le masse, non può essere assolutamente diverso” [12].
Anche Rosa Luxemburg fu invasa dal sacro fuoco della polemica: “Sono pronta a dare la metà della mia vita per questo articolo (contro Bernstein, n. d. L. B.), tanto ce l’ho con lui” scrive a Jogisches da Berlino il 2 agosto 1898 [14]. E mentre da un lato è premuta dalla fretta di scrivere perché altri non dica prima le cose che essa vuol dire (“bisogna lavorare in fretta perché tutto il lavoro sarà inutile se qualcuno lo farà prima di noi”, dice nella stessa lettera), dall’altro lato sente che bisogna contrapporre a Bernstein non argomenti marginali, come essa rimprovera a Plekhanov di aver fatto (“ho trascurato Bernstein, ed ecco che è già uscito Plekhanov e perciò devo ora lavorare senza fiato [...] Mi spiace soltanto che Pl. si sia limitato ai problemi che hanno minore importanza per il partito e di cui non intendevo occuparmi. Bisogna fare in fretta questo mio articolo; fra due settimane dovrà essere pronto”, lettera del 3 agosto 1898 a Jogisches, ibid.), ma tali da colpire al cuore il revisionismo, cioè “dimostrare positivamente che il capitalismo deve spaccarsi la testa” (lettera del 2 agosto cit.).
Tuttavia il lavoro non è facile: “diamine, è un gran lavoro, non si sa dove mordere per prima” (lettera del 4 o 5 luglio, ibid.): “la sera lavoro su Bernstein, che fulmini, che cosa difficile. Oh, mi fa male la testa!” (lettera del 10 luglio, ibid.). Ma quanto più sente le difficoltà, tanto più sente l’importanza e l’urgenza del suo articolo che deve permetterle l’ingresso a bandiere spiegate nella socialdemocrazia tedesca e in primo luogo conquistarle un mandato al prossimo congresso e permetterle di prendervi la parola: “se riuscirà il mio articolo su Bernstein, esso stesso sarà il mio mandato migliore e allora potrò andare tranquilla a Stoccarda” (lettera del 3 agosto, ibid.). Tuttavia alla difficoltà della materia si aggiunge anche la sempre cagionevole salute: “la penna mi cade proprio di mano; in parte è colpa della debolezza: dopo avere scritto una cartolina così, appena respiro, e le poche forze devo risparmiarle per l’articolo su Bern”. (lettera del 12 agosto, ibid.). E ancora: “Ti scrivo a letto, o piuttosto su un divano-letto, distesa - è già il quinto giorno che non posso alzarmi e non mangio proprio nulla. Oggi però comincio a sentirmi meglio - posso già bere il tè con latte e spero man mano di tornare in forma. Che mi arrabbi a causa di questa pausa nel lavoro puoi indovinarlo da te” (lettera del 2 settembre in Z pola walki 1962, n. 1 [17], pp. 145-182).

Finalmente il lavoro fu ultimato ma era troppo tardi per poter essere pubblicato nella Neue Zeit prima del congresso. “Allora mi sono messa e in due giorni ho scritto una serie di articoli per la Leipziger Volkszeitung” (lettera 17 settembre, ibid.). La serie apparve in sette numeri del giornale, dal 21 al 28 settembre, e fu una vera rivelazione per i marxisti tedeschi: Parvus, Schonlank, Clara Zetkin non esitarono a manifestare il loro entusiasmo. E prima ancora che la pubblicazione fosse terminata, la commissione stampa del partito approvava all’unanimità la nomina di Rosa Luxemburg alla direzione del quotidiano socialista di Dresda, la Sächsische Arbeiterzeitung.
Il dibattito rimbalzò dalla stampa al congresso di Stoccarda, ove Bebel, Kautsky, Schönlank, Clara Zetkin, la Luxemburg ed altri intervennero contro le teorie bernsteiniane che furono difese da von Vollmar, Heine, Gradnauer, Auer, ecc., e la decisione fu che il dibattito dovesse continuare sulla stampa. Fu allora che Bernstein presentò il suo punto di vista in forma organica nel suo libro Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (Stoccarda, 1899), che diede il via a un secondo dibattito nel quale Kautsky intervenne con il suo libro Bernstein und das sozialdemokratische Programm (Stoccarda, 1899) e Rosa Luxemburg con una seconda serie di 5 articoli che apparvero ancora nella Leipziger Volkszeitung dal 4 all’8 aprile 1899. Anche questa volta il successo fu notevole: gli articoli furono immediatamente riprodotti in una serie di giornali (Bergische Arbeitersstimme di Solingen, Der Weckruf di Essen, Aachener Volksblatt di Acquisgrana); Antonio Labriola e Guglielmo Liebknecht scrissero al giornate per ricevere a casa la collezione degli articoli, e prima che la serie fosse terminata l’editore Heinisch si offerse di pubblicarla in volume insieme alla prima serie e con l’aggiunta di una prefazione. L’autrice vi aggiunse altresì in appendice i suoi articoli sulla milizia e il militarismo e il libro fu pronto in capo a poche settimane, con il titolo Sozialreform oder Revolution? Una seconda edizione curata dall’autrice che vi apportò alcune modifiche apparve nel 1908 ed è su questa seconda edizione che è condotta la nostra traduzione.
Non crediamo di dover dare in questa sede un riassunto delle teorie bernsteiniane: in sostanza Bernstein partiva da una serie di statistiche e di dati empirici per attaccare la concezione marxista: negando la concentrazione capitalistica (egli vedeva nelle società anonime un fenomeno di diffusione e quindi di decentrazione capitalistica anziché di concentrazione), e la riduzione dei lavoratori alla condizione salariata attraverso la scomparsa delle classi medie indipendenti, egli negava i fondamenti oggettivi della rivoluzione socialista. Esclusi questi fondamenti oggettivi, Bernstein negava qualsiasi validità alla previsione marxista: per lui, al contrario, il capitalismo aveva trovato il modo di adattarsi alle necessità storiche, di liberarsi dalle crisi ricorrenti, e di assicurare la propria sopravvivenza eliminando a poco a poco le proprie difficoltà e i propri lati negativi. Compito del movimento operaio doveva quindi esser quello di utilizzare tutte le possibilità che gli si offrivano di migliorare la propria condizione di vita nell’ambito della società attuale, senza proporsi fini lontani: i sindacati, le cooperative e la democrazia parlamentare erano le armi che dovevano permettere questo graduale e sicuro, miglioramento. La tattica più acconcia per conseguire questi risultati doveva essere quella di appoggiare l’espansione economica capitalistica: in questo senso Bernstein è favorevole anche al colonialismo [15]. Naturalmente il miglioramento delle condizioni generali di vita, lo sviluppo della democrazia, la lotta contro i lati peggiori del capitalismo non potevano essere monopolio degli operai: non si trattava di una questione di classi ma di ideali democratici che non possono essere prerogativa di un solo ceto sociale. “Bisogna che la socialdemocrazia abbia il coraggio di emanciparsi dalla fraseologia del passato e di voler apparire ciò che attualmente essa è in realtà: un partito di riforme democratiche e socialiste” [16].
Come giustamente osserva Mehring, la risposta più efficace Bernstein l’ha avuta dalla storia. Accecato dalla prosperità di quegli anni, aveva dichiarato che difficilmente vi sarebbero state ancora delle crisi economiche generali, e viceversa una nuova crisi arrivò subito agli inizi del secolo; aveva annunciato che i sindacati avrebbero gradualmente espropriato i profitti a favore dei salari e invece si ebbe l’impetuoso sviluppo dell’accumulazione capitalistica; aveva suggerito alla socialdemocrazia di trasformarsi in un partito democratico che stringesse alleanze con la borghesia rimasta sana per migliorare progressivamente il regime e le elezioni del 1903 gli diedero una pesante risposta [17]. Se Mehring fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto aggiungere a queste considerazioni le esperienze successive: due guerre mondiali, la sconvolgente crisi economica del 1929 e anni successivi, infine la feroce dittatura nazista hanno fatto definitiva giustizia di tutte le illusioni e di tutti gli ottimismi revisionistici, mostrando quanto profonde radici abbiano le contraddizioni capitalistiche, quanto instabile sia la prosperità, quanto insicura la democrazia, quanto incerto il progresso sociale sul fondamento delle attuali strutture. In realtà le statistiche e i dati invocati da Bernstein a sostegno delle sue tesi erano talvolta insufficienti, talvolta male interpretati dall’autore, talvolta invece validi in relazione a una conclusione specifica, ma non era questo il difetto principale del libro; come doveva rimproverargli Rosa Luxemburg il difetto principale del libro era nel metodo, nelrifiuto della dialettica [18],nell’isolamento dei fatti, nell’incapacità di riconoscere in tal modo le tendenze di fondo contraddittorie della società capitalistica, e nella contrapposizione che ne derivava fra la realtà immediata e gli sviluppi futuri, fra la lotta quotidiana socialista e l’obiettivo rivoluzionario.

“Il compito di chiarire la relazione fra tattica riformistica e scopo rivoluzionario dei partito, - ha scritto Schorske, - spettò a una nuova venuta alla socialdemocrazia tedesca: Rosa Luxemburg (1871-1919). Questa giovane donna straordinaria era destinata a giocare un ruolo di primo piano nella rivitalizzazione della tradizione rivoluzionaria nella socialdemocrazia. Essa combinava una delle menti analitiche più penetranti del suo tempo con un calore immaginativo che fanno i suoi scritti unici nella letteratura marxista”.[19]E analogamente Frölich: “Chi conosce la letteratura socialista di quel tempo si stupirà sempre di nuovo della chiarezza con cui l’autrice vede dinanzi ai suoi occhi lo sviluppo sociale, della sua sovrana padronanza del marxismo e dell’originalità e pulsante vivacità con cui lo usa per i problemi attuali.
(...) Il pensiero tattico fondamentale di Rosa Luxemburg abbraccia in poche parole l’intera arte della politica rivoluzionaria: è necessario unire organicamente la soluzione dei compiti pratici quotidiani con lo scopo finale. Cioè considerare la lotta di classe come un compito della strategia politica. E questo era di grande importanza in un tempo in cui non si distingueva fra strategia e tattica, ma si contrapponevano gli uni all’altra i principi e la tattica e si dichiarava di pertinenza della tattica e con ciò si giustificava qualunque opportunismo, qualunque azione che contraddicesse ai principi” [20].
Il valore dello scritto di Rosa Luxemburg non è quindi tanto legato alla polemica contingente e parecchie delle sue affermazioni possono essere state- smentite dai fatti, parecchi dei suoi giudizi contraddetti dalla realtà. Il valore essenziale di questo scritto è nel metodo, e il metodo è tuttora valido, anzi più importante oggi che la pratica dell’opportunismo, battezzato come “realismo politico” o anche “politica delle cose”, ha devastato pressoché tutto il movimento operaio occidentale. Conseguenza logica dell’impostazione di Rosa Luxemburg era, come si vedrà, che il revisionismo e l’opportunismo sono una manifestazione del pensiero e della politica borghesi e che, come tali, non possono avere cittadinanza in seno alla socialdemocrazia. Perciò nella prima edizione dello scritto si chiedeva l’esclusione di Bernstein dal partito. Il congresso di Hannover del 1899, in cui il dibattito fu ripreso, votò una risoluzione proposta da Bebel che condannava le proposizioni bernsteiniane, negava che il partito dovesse rivedere le proprie dottrine, riaffermava la fedeltà alla lotta di classe e all’obiettivo della conquista del potere, ma in sostanza lasciava tutto come prima: il programma di Erfurt con le sue contraddizioni, la prassi riformistica nell’azione quotidiana e la presenza di Bernstein e dei revisionisti in seno al partito. Quando uscì la seconda edizione del libro, la domanda di esclusione di Bernstein dal partito non avrebbe più potuto proporsi: il revisionismo aveva di fatto conquistato il partito.

 

Lelio Basso

 

LINK allo scritto di Lelio Basso:

Nota introduttiva a: "Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

LINK allo scritto della Luxemburg:

Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

[A cura di Ario Libert]


 

NOTE

[1]
Secondo E. Matthias (Kautsky und der Kautskynismus, cit.), la parte teorica in quanto conteneva la dimostrazione, sia pure data in termini evoluzionistici e non marxisti, del futuro avvento del socialismo, aveva essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse e di tenerle con ciò legate al partito, che in pratica faceva solo la politica del giorno per giorno, una specie di surrogato dei paradiso dei credenti.

[2] F. ENGELS, Der Sozialismus in Deutschland in Die Neue Zeit, X (1891-92), 1, n. 19, pp. 580-589.

[3] Protokoll über die Verhandlungen des Parteitages der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands - Abgehalten zu Erfurt vom 14. bis 20. Oktober 1891, Berlino, 1891, p. 172. E ancora: “Noi non abbiamo da far altro che attendere il momento in cui il potere cadrà nelle nostre mani” (ibid.).

[4] Der neue Reichstag in Die Neue Zeit XI (1892-93), 2, fasc. 42.

[5] K. KAUTSKY, Der Parlamentarismus, die Volksgesetzgebung und die Sozialdemokratie, Stoccarda, 1893. 

[6] I discorsi furono pubblicati in opuscolo il cui titolo era appunto riferito ai compiti immediati: Über die nächsten Aufgaben der deutschen Sozialdemokratie. Zwei Reden gehalten am 1. Juni und 6. Juli in “Eldorado” zu München (Monaco, 1891).

[7] G. A. RITTER, op. cit., p. 187.

[8] H. MÜLLER, Der Klassenkampf in der deutschen Sozialdemokratie, Zurigo, 1892, p. 25.

[9] Protokoll des dritten Kongresses der Gewerkschaften Deutschlands. Abgehalten zu Frankfurt a.M. vom 8. bis 13. Mai 1899 (Amburgo, s.d., p. 113).

[10] G. A. RITTER, op. cit., p. 160, nota, ricorda che al congresso di Gottinga del sindacato lavoranti in legno un oratore ebbe a dire espressamente che, poiché lo Stato dell’avvenire non era da attendersi dall’oggi al domani, e noi dobbiamo metterci in grado di resistere nelle attuali condizioni”. V. anche nella lettera di Adler a Bebel dell’8 settembre 1903 in V. ADLER, Briefweehsel, cit., p. 421-22, l’accenno alla tendenza che si sviluppa nei lavoratori a “godersi tranquillamente quello che si è guadagnato, a poter vivere una buona volta come gli altri”.

[11] La socialdemocrazia ufficiale tedesca dell’anteguerra, il cui rappresentante era Augusto Bebel, univa così ad una grande attività politico-sociale un formale passivo radicalismo in tutti gli altri campi della vita pubblica. Il medio funzionario socialdemocratico non aveva nessun intrinseco rapporto con i problemi di politica estera e quelli militari, della scuola e della giustizia e nemmeno con quelli dell’economia in generale, specialmente riguardo alla questione agraria. Egli non immaginava mai che sarebbe venuto il giorno in cui lui, il socialdemocratico, avrebbe dovuto risolvere tutti questi problemi; a lui stava a cuore tutto ciò che si riferiva in senso stretto agli interessi professionali dell’operaio industriale e in ciò era abile ed attivo. Quello che, forse, subito dopo lo interessava era al più la questione del diritto elettorale” (A.ROSENBERG, Storia, cit., pp. 14-15).

[12] E. BERNSTEIN, Ignaz Auer, der Führer, Freund und Berater in Sozialistische Monatshefte, 1907, 1, p. 345.

[13] Cunow e Plekhanov nella Neue Zeit, Parvus nella Sächsische Arbeiterzeitung Mehring nella Leipziger Volkszeitung.

[14] In Z pola walki, 1961, n. 3, pp. 128-161.

[15] Poiché alcuni giornali sono andati più in là ancora e hanno dichiarato che il partito doveva condannare in tutte le circostanze e in principio l’acquisizione della baia (di Kiao-ciao, nd. L.B.), debbo dire che io non condivido assolutamente questo modo di vedere (E. BERNSTEIN, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stoccarda, 1899, p. 146). “Sotto questo punto di vista la socialdemocrazia non avrebbe assolutamente nulla da temere dalla politica coloniale della Germania. Poiché lo sviluppo delle colonie che la Germania ha conquistato (e di quelle che eventualmente dovesse conquistare ancora si può dire la stessa cosa) prenderà talmente tanto tempo che ancora durante lunghi anni non si potrà parlare di una influenza notevole sulle condizioni sociali della Germania, io dico che proprio per questa ragione la socialdemocrazia tedesca può guardare senza partito preso anche il problema delle colonie” (ibid., p. 149).

[16] Ibid., p. 165.

[17] F. MEHRING, Storia della socialdemocrazia tedesca, II, Roma, 1961, p. 762.

[18] Ciò che Marx e Engels hanno prodotto di grande, l’hanno prodotto non grazie alla dialettica hegeliana, ma malgrado essa” (Die Voraussetzungen, cit., p. 36).

[19] C. E. SCHORSKE, op. cit., p. 21.

[20] R. LUXEMBURG, GW, Bd. III: Gegen den Reformismus, eingeleitet und bearbeitet von Paul Frölich, p. 21.

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
2 giugno 2012 6 02 /06 /giugno /2012 05:00

Discorso sul programma 

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Discorso sul programma 

 

 

 

Nota introduttiva

 

di Lelio Basso


La rivolta popolare del 9 novembre e la caduta della monarchia ponevano finalmente anche in Germania in termini di attualità pratica i problemi della strategia rivoluzionaria su cui Rosa Luxemburg aveva lungamente discusso e su cui avrebbe dovuto ora sperimentare le sue qualità di dirigente politico. Uscita dal carcere, essa assunse la direzione della Rote Fahne, il quotidiano della Lega Spartaco, di cui erano apparsi fortunosamente due numeri il 9 e il 10 novembre, ma che iniziò le sue pubblicazioni regolari il 18 novembre e divenne subito, nelle mani della Luxemburg, uno strumento al tempo stesso di agitazione e di formazione di idee. Il tema di fondo della battaglia in corso era sul carattere della rivoluzione: socialista o no? Per la Luxemburg non vi era alcun dubbio [1]: la guerra mondiale era stata lo sbocco necessario della politica imperialistica e l’imperialismo era l’espressione normale del capitalismo giunto a un certo grado di sviluppo; l’alternativa perciò era fra una rivoluzione socialista o una continuazione della politica imperialistica di cui essa aveva già scritto, nella Juniusbroschüre, che avrebbe portato ad una dittatura e ad una nuova guerra mondiale.

luxemburg_Berlino_brandenburger_november_revolution.jpg

Solo una rivoluzione socialista avrebbe potuto impedire queste conseguenze, solo essa avrebbe potuto assicurare all’umanità uno sviluppo democratico e pacifico. D’altra parte era evidente che la classe operaia, pur avendo in parte sotto la guida della socialdemocrazia seguito la politica imperialistica, era la sola classe immune da responsabilità dirette e al tempo stesso quella che aveva dovuto subire le conseguenze e i sacrifici della guerra contro la quale era venuta intensificando la sua lotta: essa aveva perciò titoli a porre la sua candidatura al potere. Dietro al problema del carattere della rivoluzione appariva perciò subito il problema del potere: se la rivoluzione doveva avere natura e scopo socialisti il potere doveva passare interamente nelle mani dei lavoratori. Il 9 e il 10 novembre i comandi della macchina statale giacevano in pezzi: il kaiser aveva abdicato, il governo si era dimesso passando la direzione della cosa pubblica al capo della socialdemocrazia, l’esercito batteva in ritirata sconfitto, la grande borghesia aveva paura delle sue responsabilità e non osava alzar subito la testa. D’altra parte le masse operaie, scese in piazza e nelle strade, erano di fatto padrone in quei giorni del paese.

Sarebbe stato facile in quel momento proclamare la repubblica socialista, ciò che non avrebbe naturalmente evitato la resistenza della borghesia e la guerra civile ma avrebbe subito spinto le masse alla lotta per il consolidamento del potere. Ma i socialdemocratici, che si erano compromessi con la guerra imperialistica e che avrebbero avuto anch’essi dei conti da rendere al paese, si opposero recisamente a questi sviluppi e cercarono di sfruttare a proprio vantaggio la vittoria popolare. Il compromesso ch’essi raggiunsero il io novembre con il partito socialdemocratico indipendente [2] è in pratica la chiave dei futuri sviluppi. I socialdemocratici di destra ebbero infatti l’abilità di non negare lo scopo socialista della rivoluzione, con il che evitarono di mettersi in urto con l’aspirazione profonda delle masse e, in particolare, con il proletariato berlinese fortemente radicalizzato e diretto da socialisti indipendenti di sinistra, ma pretesero di affidarne l’attuazione ad una futura assemblea costituente, con il che guadagnavano il tempo necessario a consolidare l’alleanza con tutte le forze conservatrici e a salvare l’ordine costituito lasciando passare il momento più pericoloso della tempesta rivoluzionaria. Fu cosi che essi si opposero alla proclamazione immediata della repubblica sociale pur dichiarando che questa era il loro obiettivo di partito, e così pure si opposero a che tutto il potere fosse attribuito ai consigli degli operai e dei soldati perché ciò contraddiceva ai principi democratici.

Accettando il compromesso gli indipendenti arrestavano praticamente lo slancio rivoluzionario senza mettersi in condizione di utilizzare il tempo a proprio vantaggio. Nasceva così il 10 novembre il nuovo regime con un governo provvisorio (Rat der Volksbeauftragten) composto di tre socialdemocratici maggioritari (Ebert, Scheidemann e Landsberg) e tre indipendenti (Haase, Dittmann e Barth) di cui Ebert e Haase erano copresidenti, e con una giunta esecutiva (Vollzugsrat) nominata dall’assemblea dei rappresentanti degli operai e dei soldati, composta di sei membri per ciascuno dei due partiti, rappresentanti dei consigli operai, olre 12 rappresentanti dei soldati di Berlino, senza che fosse chiara la delimitazione delle sfere di competenza. In pratica la giunta esecutiva ebbe scarso o nessun potere effettivo e il governo rimase il solo effettivo detentore dell’autorità, ma in seno al governo si delineò la netta prevalenza dei socialdemocratici di destra, grazie ai legami ch’essi strinsero e agli appoggi che ottennero dalla burocrazia, dall’esercito e da tutte le forze conservatrici del paese. Né d’altra parte i socialisti indipendenti membri del governo opposero seria resistenza; anzi su alcuni temi di fondo, e per esempio sulla lotta contro i consigli operai, l’indipendente Barth non fu certo da meno dei maggioritari. Quella stessa diarchia di potere che due anni prima in Russia aveva portato i Soviet a rovesciare il governo provvisorio, si risolse invece rapidamente in Germania a beneficio del governo, anzi di un’ala di esso che riuscì a manovrare la situazione in modo da rimandare ogni riforma alla futura assemblea costituente e riuscì a preparare le condizioni per togliere alla stessa assemblea qualsiasi carattere di pericolosità rivoluzionaria [3].

Il problema rimase comunque aperto nelle settimane che seguirono il io novembre, e netta fu naturalmente la presa di posizione della Luxemburg in favore del potere alla classe operaia e contro l’assemblea costituente [4]. Ma, date le idee di Rosa Luxemburg sulla presa del potere e sulla dittatura del proletariato, essa non poteva immaginare la presa del potere come un semplice putsch: nella sua concezione doveva essere la maggioranza, anzi possibilmente la grande maggioranza, della classe operaia a conquistare il potere. Per cui il problema della conquista del potere da parte del proletariato s’intrecciava con l’altro della necessità di guadagnare ad una volontà rivoluzionaria la maggioranza dei lavoratori, cioè la necessità che gli spartachiani diventassero la guida effettiva del proletariato.
Ma nonostante la grande popolarità di cui godevano i leader della Lega Spartaco per il loro coraggioso atteggiamento contro la guerra, questa prospettiva era ben lungi dal realizzarsi: una leadership presso un proletariato che ha una lunga tradizione di organizzazione non si ottiene senza l’adesione di un vasto strato di quadri intermedi che sono quelli che di fatto mobilitano e guidano le masse. E i quadri intermedi erano rimasti legati all’organizzazione di partito: a Berlino in maggioranza al partito indipendente e alla sua ala sinistra rappresentata dai “revolutionäre Obleute”, nel resto della Germania, salvo qualche città, in prevalenza al vecchio partito. E così il problema della leadership da conquistare in seno alla classe operaia si trasformava nel problema della collocazione degli spartachiani: tendenza autonoma all’interno del partito indipendente, o partito separato? Rosa Luxemburg e Leo Jogisches propendevano piuttosto per la prima soluzione: Rosa diffidava dell’estremismo rivoluzionario staccato dalle masse, temeva i colpi di mano e le avventure; credeva viceversa nella capacità delle masse di educarsi attraverso la lotta e voleva poter rimanere in contatto permanente con esse durante lo sviluppo della lotta stessa [5].

 

I mesi di novembre e dicembre sono perciò caratterizzati da una complessa battaglia che si articola in questo modo: lotta per il potere ai consigli degli operai e dei soldati e contro la convocazione della costituente, lotta per dare un contenuto socialista agli obiettivi della rivoluzione e quindi contro il governo che vi si oppone, lotta per portare il partito socialista indipendente su queste posizioni, infine lotta all’interno dello stesso gruppo spartachista contro le tendenze estremistiche e contro le avventure, prima che una certa maturazione rivoluzionaria si fosse prodotta in seno alla classe lavoratrice. Purtroppo nessuno di questi obiettivi poté essere raggiunto. Il primo congresso dei Consigli degli operai e dei soldati tedeschi (Berlino, 16-21 dicembre), nel quale i socialdemocratici maggioritari ebbero la maggioranza assoluta e gli spartachiani non ebbero che una rappresentanza insignificante (288 socialdemocratici e go indipendenti di cui io spartachiani e poco più di un centinaio di altri) approvò la convocazione dei comizi elettorali per la costituente al 19 gennaio, accettando praticamente la propria autoliquidazione voluta dal governo. Naturalmente in quelle condizioni era difficile dare obiettivi socialisti alla rivoluzione se non attraverso una graduale intensificazione della battaglia e una graduale elevazione della coscienza e della maturità delle masse, ma questa battaglia trovava ostacolo in seno al partito socialista indipendente, diviso fra una corrente estremista che si appoggiava sugli operai berlinesi e una maggioranza oscillante che tendeva a mantenere l’alleanza di governo con i socialdemocratici di destra e quindi a condividerne le responsabilità controrivoluzionarie. Le quali si accrebbero notevolmente quando cominciò l’offensiva governativa contro le forze di sinistra che diede luogo a scontri violenti fra forze di governo e la divisione popolare di marina nei giorni 23 e 24 dicembre. “Poiché i leader del partito socialista indipendente rimanevano assolutamente passivi di fronte all’attacco ai marinai da parte del governo e non mostravano alcuna intenzione di ritirarsi dal governo, la Lega Spartaco fu costretta a rompere completamente con i leader del partito socialista indipendente. Tuttavia fu indirizzata una lettera al comitato centrale che criticava la politica del partito e richiedeva la convocazione di un congresso. Si domandava una risposta entro il 25 dicembre ( ...) Dato che i leader del partito socialista indipendente il 25 dicembre non avevano ancora inviato alcuna risposta, ma d’altra parte, avevano dichiarato il 24 su Freiheit [6], che, date le difficoltà di viaggio e comunicazione e la campagna elettorale, non era possibile convocare il congresso, fu deciso di riunire una conferenza nazionale della Lega Spartaco il 29 dicembre, in cui la Lega avrebbe dovuto decidere il proprio atteggiamento nei confronti della crisi del partito indipendente, del programma, dell’assemblea costituente e della conferenza internazionale socialista di Berna” [7].

La conferenza si riunì in forma privata il 29 dicembre con 83 delegati per deliberare sulla costituzione di un partito separato, che fu effettivamente decisa, dopo breve dibattito, con soli 3 voti contrari. Vi furono divergenze di opinione circa il nome: Jogisches e Luxemburg preferivano “Partito socialista operaio”, altri “Partito comunista”, in definitiva fu adottato il nome di “Partito comunista di Germania (Lega Spartaco)” [8]. Il 30 dicembre la conferenza proclamò ufficialmente la costituzione del nuovo partito e si trasformò in congresso di fondazione dello stesso. Fu nella seconda giornata del congresso, e cioè il 3I dicembre, che Rosa Luxemburg, relatrice sul programma, pronunciò il discorso che qui è tradotto dal testo pubblicato successivamente in opuscolo [9]. 
Il discorso espone con molta chiarezza il complesso delle idee che Rosa Luxemburg aveva sostenuto nel corso delle precedenti settimane: programma di realizzazione socialista secondo l’insegnamento di Marx “in cosciente opposizione” al programma di Erfurt, cioè “alla separazione delle rivendicazioni immediate cosiddette minime (...) dallo scopo finale socialista considerato come un programma massimo”, denuncia delle illusioni sul carattere e la volontà socialista dei due partiti governativi (socialdemocratico maggioritario e indipendente) e dimostrazione del loro carattere controrivoluzionario e della loro funzione di restaurazione capitalistica; necessità di passare a una seconda fase rivoluzionaria, liberata da ogni illusione miracolistica, in cui il proletariato deve mirare a rafforzare progressivamente il potere pubblico attraverso i consigli costruendone e rafforzandone l’organizzazione dal basso verso l’alto e contemporaneamente deve estendere e sviluppare le sue rivendicazioni economiche e politiche in un intreccio continuo e in una spirale ascendente che serva anche a rinsaldare la coscienza di classe e la capacità democratica dei lavoratori. Nel quadro di questo discorso s’intende meglio il significato della posizione che essa aveva assunto e difeso il giorno prima, insieme con Liebknecht, Jogisches ed altri, rimanendo però soccombente nel voto, circa la partecipazione alle elezioni della costituente. [10].
Essa era profondamente convinta, e anche questa volta gli avvenimenti le han dato tragicamente ragione, che non sussistessero le condizioni per una conquista violenta del potere in Germania dove gli spartachiani erano minoranza e dove, al di fuori di Berlino, il vecchio ordine era rimasto ancora in gran parte in piedi e le campagne non erano affatto conquistate alla rivoluzione. Perciò essa considerava che si dovesse contare su uno sviluppo ancora piuttosto lungo del processo rivoluzionario nel corso del quale la coscienza rivoluzionaria delle masse avrebbe dovuto maturare, e riteneva che la lotta elettorale per l’Assemblea costituente sarebbe stata un momento di questo processo di maturazione; rifiutarlo significava implicitamente rinunciare a una strada e propendere per l’altra, quella dell’assalto violento. Per la stessa ragione essa sarà contraria, nei giorni della rivolta in cui perderà la vita, alla parola d’ordine “via il governo Ebert-Scheidemann”, che le sembrava una parola d’ordine non suscettibile ancora di raccogliere sufficienti consensi in Germania e capace quindi di gettare il proletariato in un vicolo cieco. Purtroppo, per le strane contraddizioni dei congressi, si approvò alla unanimità il programma proposto dalla Luxemburg, ma si decise una linea politica contraria: la non partecipazione alle elezioni con lo sbocco tragico delle giornate di gennaio quando i lavoratori rivoluzionari di Berlino si lasciarono trascinare dalla provocazione governativa e furono sanguinosamente battuti. Il pericolo che Rosa Luxemburg aveva dal novembre in poi paventato e denunciato, cioè il prevalere dell’estremismo avventuristico sulla strategia rivoluzionaria, che corrispondeva al disegno degli Ebert e dei Scheidemann per frustrare la rivoluzione socialista, si verificò in pieno [11].
Lelio Basso

NOTE

[1] "L’abbattimento del dominio capitalistico, la realizzazione dell’ordine socialista: questo e nulla di meno è il tema storico della presente rivoluzione” (Der Anfang in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS Il, p. 594).
[2] Il Partito socialdemocratico indipendente di Germania (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands) era stato fondato al congresso di Gotha (5-8 aprile 1917) da parte dei socialisti dissidenti dalla politica bellicista del partito che erano stati già dagli organi direttivi dichiarati fuori del partito. La destra del nuovo partito era formata da Kautsky e Bernstein; all’estrema sinistra erano gli spartachisti che aderirono non senza esitazioni e polemiche interne ma conservarono una propria autonomia di gruppo. Al centro erano uomini come Haase e Ledebour. La linea del partito non fu rivoluzionaria ma piuttosto centrista; tuttavia le maestranze berlinesi e i loro capi, che militavano fra gli indipendenti, presero una posizione rivoluzionaria.
[3] Sul conflitto di poteri in questo periodo in Germania cfr. la  ricostruzione di H. E. FRIEDLANDER, Conflict of revolutionaryauthorithy: Provisional Government vs. Berlin Soviet, November-December 1918, in International Review of Social History, 1962, 1962, 2, pp. 163-176.
[4] Cfr. in particolare gli articoli Die Nationalversammlung e Nationalversammlung oder Räteregierung, in Rote Fahne, rispettivamente del 20 novembre e 17 dicembre 1918, ora in ARS, 11, rispettivamente pp. 603 e 640.
[5] L’opposizione della Luxemburg alla scissione è stata spesso criticata come una delle cause dell’insuccesso della rivoluzione tedesca. E certo la mancanza di un partito autonomo rivoluzionario, creato da tempo e già organizzato con i propri quadri, ha pesato negativamente sugli sviluppi della situazione. Tuttavia il problema è meno semplice di come sia comunemente presentato. Infatti nelle condizioni della socialdemocrazia tedesca, partito unico della classe operaia, una scissione era estremamente difficile da realizzare e non è detto che una scissione prematura non portasse ad un isolamento maggiore. I rivoluzionari di Brema che non aderirono al partito degli indipendenti e rimasero autonomi non riuscirono a costituire un partito e probabilmente gli spartachiani, anche se fossero rimasti fuori del partito, non avrebbero fatto più di quanto con una organizzazione autonoma entro il partito hanno potuto fare mantenendo i contatti con le masse dei socialisti indipendenti. Finché la Luxemburg ha potuto sperare che l’ondata rivoluzionaria avrebbe trascinato queste masse non ha voluto rompere con il partito, anche perché temeva il rischio delle avventure disperate. La scissione significava rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria immediata, e nel dicembre 1918 questa rinuncia non appariva ancora giustificata. Ma dal momento che si apriva un nuovo capitolo, con un partito nuovo, bisognava avere il tempo di lottare lungamente per poter acquistare maggiore influenza fra le masse di quanta il nuovo partito ne avesse alle sue origini. Donde la convinzione della Luxemburg che bisognasse partecipare alle elezioni e la sua contrarietà all’insurrezione di gennaio, ma le sue opinioni non prevalsero.
[6] Freiheit era il titolo del giornale organo dei socialisti indipendenti. 
[7] W. PIECK, The Founding of the Communist Party of Germany in International Press Correspondence, IX (1929), n. 1.
[8] Ibid. Erano presenti al congresso, oltre agli 83 delegati, 3 rappresentanti della Lega rossa dei soldati, un rappresentante della gioventù e 16 ospiti.
[9] R. LUXEMBURG, Rede zum Programm gehalten auf Gründungsparteitag der Kommunistischen Partei Deutschlands (Spartakusbund) am 29-31 Dezember 1918 zu Berlin, (Berlino, 1919).
[10] La tesi partecipazionista era la tesi del comitato centrale. “Ma le ragioni e le argomentazioni avanzate a favore della partecipazione non convinsero la maggioranza dei delegati che espressero invece la convinzione che quello non era tempo per elezioni e che la lotta contro l’Assemblea nazionale doveva esser portata avanti per mezzo di scioperi di massa e mitragliatrici; la partecipazione alle elezioni, si sosteneva, avrebbe solo confuso i lavoratori e li avrebbe distratti dalla lotta. Quando la questione fu messa ai voti, solo 15 furono in favore della partecipazione e 62 contrari. I compagni Luxemburg e Jogisches furono molto delusi di questo risultato; essi vedevano in questo atteggiamento una mancanza di comprensione per i compiti del partito e temevano che la prevalenza di questi sentimenti avrebbe portato a un pericoloso sviluppo del partito. Ma essi non permisero che questo si trasformasse in una scissione dei partecipanti alla conferenza, perché erano convinti che i membri del partito si sarebbero presto accorti dell’errore della loro decisione” (W. PIECK, art. cit.).
[11] "Essi (i Scheidemann e gli Ebert) con piena coscienza e chiarezza di propositi distorcono i nostri scopi socialisti in avventura sottoproletaria, per trarre in inganno le masse" (Das alte Spiel in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS, II, p. 599).

 

LINK allo scritto delal Luxemburg:

Discorso sul programma

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
13 aprile 2012 5 13 /04 /aprile /2012 05:00

Al collegamento sottostante il lettore potrà leggere L'autodifesa che Rosa Luxemburg pronunciò nel febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. Preziosa testimonianza di quanto centrale fosse, nel pensiero e nell'azione politica autenticamente marxista e libertaria della sinistra socialdemocratica, l'antimilitarismo, così come la denuncia del colonialismo e dell'imperialismo, al contrario del puro e semplice collaborazionismo dell'apparato partitico socialdemocratico tedesco.

Qui sotto al collegamento allo scritto di Rosa Luxemburg abbiamo fatto seguire la nota introduttiva ad esso tratta dalla grande antologia dei suoi scritti, editi con il titolo di Scritti politici, nel 1967 dalla casa editrice dell'allora partito comunista italiano Editori Riuniti, e curati da Lelio Basso, il massimo conoscitore della grande studiosa e attivista politica tedesca.

 

Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l'accusa di incitamento alla diserzione

 

Luxemburg francobollo 1974


 

Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte

Nota introduttiva

di Lelio Basso

 

Abbiamo ampiamente illustrato nell’introduzione l’importanza che il militarismo assumeva nella concezione generale che Rosa Luxemburg aveva della società capitalistica e delle prospettive rivoluzionarie, e abbiamo messo in rilievo i contributi originali ch’essa apportò alle idee correnti in seno alla socialdemocrazia. Questa aveva ereditato le tradizioni democratiche che vedevano nel militarismo e negli eserciti stanziali un punto d’appoggio della reazione e vi contrapponevano l’idea della milizia popolare, così come erano ostili alla guerra in nome di un generico pacifismo; sfuggiva ad esse, e sfuggiva alla socialdemocrazia tradizionale, il preciso significato di classe del militarismo. Come abbiamo visto Rosa Luxemburg mise in rilievo, accanto alle tradizionali accuse al militarismo, bastione della reazione e fautore di guerra, la funzione economica che esso esercitava anche in tempo di pace, in quanto offriva con il riarmo uno sbocco supplementare alla produzione capitalistica e quindi un mezzo sicuro di accrescimento della domanda globale, e di incremento del profitto. In questo senso il militarismo diventava un momento necessario dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica per controbilanciare gli squilibri tradizionali del mercato, cosa come al tempo stesso diventava strumento della politica di conquista di nuovi mercati coloniali, anch’essa momento necessario dello sviluppo imperialistico. La lotta contro il militarismo e contro la guerra in preparazione era perciò per Rosa Luxemburg una precisa esigenza di classe del proletariato, tanto pili che, come si è visto, essa vedeva nella futura guerra la matrice di quella crisi politica da cui avrebbe potuto nascere la spinta rivoluzionaria e il crollo della società capitalistica. Ma poiché ogni rivoluzione esige una larga partecipazione di masse coscienti, e la coscienza si acquista solo attraverso l’esperienza e la lotta, l’impegno antimilitarista diventava un momento necessario della preparazione rivoluzionaria: senza questa preparazione, il momento della crisi sarebbe sopravvenuto egualmente ma avrebbe trovato, come trovò, il proletariato impreparato al suo compito. E ciò tanto più che, seguendo in questo Engels, essa pensava che il successo finale della rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi non tanto con una vittoria del popolo armato contro l’esercito ma con un passaggio dei soldati dalla parte del popolo, e ciò presupponeva nei soldati una coscienza e maturità politica capaci di liberarli dal sistema dell’ubbidienza cadaverica imposta loro dai regolamenti e dalla prassi militari. A questo fine era pure necessario un lungo periodo di lotte educatrici che trascinassero soprattutto la gioventù: la propaganda antimilitarista doveva quindi rompere la separazione fra esercito e popolo e porre invece le premesse di una alleanza.

Ma la socialdemocrazia tedesca, presa ormai soltanto dalle preoccupazioni dell’immediato e decisamente inserita nel sistema, non poteva affrontare una lotta a fondo di questa natura che avrebbe colpito al cuore il sistema stesso. Si continuava a votare in omaggio alla tradizione contro i bilanci militari, ma si giustificava questo voto solo richiamandosi al sistema della milizia. Si trascuravano in genere le questioni di politica internazionale o tutt’al più, se si affrontavano, si evitava di andare alla radice dei fatti limitandosi a perseguire le speranze di soluzioni pacifiche. Perciò le due risoluzioni fatte approvare da Rosa Luxemburg in sede di congressi internazionali, quella di Parigi del 1900 e quella di Stoccarda del 1907, dovevano rimanere lettera morta per la socialdemocrazia tedesca. Fu quasi soltanto Karl Liebknecht a farsi promotore di un’azione concreta e decisa contro il militarismo e di un’intensa propaganda fra la gioventù, proponendo una serie di mozioni ai congressi di Brema (1904), Iena (1905) e Mannheim (1906), che incontrarono in generale l’ostilità di Bebel nonostante che Liebknecht invocasse appunto la risoluzione luxemburghiana del congresso internazionale di Parigi, teoricamente obbligatoria anche per la socialdemocrazia tedesca. Il 12 ottobre 1907 Liebknecht fu processato e condannato a un anno e mezzo di prigione per il suo scritto Militarismo e antimilitarismo, sconfessato da Bebel in pieno Reichstag.

Del resto dopo la sconfitta elettorale del 1907, dopo le cosiddette “elezioni ottentotte”, la preoccupazione principale dei dirigenti socialdemocratici fu di liberare il partito dall’accusa di “antinazionale”, raddoppiando in zelo patriottico. Nella prima discussione del bilancio militare dopo le elezioni, si ebbe al Reichstag il primo discorso importante di Noske, il futuro “uomo forte” della repressione antioperaia del dopoguerra, il quale non esitò ad affermare che i socialisti erano interessati ad assicurare l’organizzazione militare necessaria alla difesa del paese e che essi volevano un popolo libero e culturalmente più avanzato per garantire una Germania più forte. Questo discorso fu oggetto di un acceso dibattito al congresso di Essen (1907) dove la divisione di fondo fra le due tendenze del partito apparve abbastanza chiara: chi considerava più importante la lotta contro l’imperialismo condannava Noske, chi si preoccupava di più delle elezioni e dei problemi immediati, era disposto a compromessi con l’imperialismo e accettava anche il militarismo. Il gruppo dirigente del partito era schierato su queste ultime posizioni, con la sola riserva della preoccupazione di Bebel di mantenere l’unità del partito e di non rinnegare apertamente le dottrine tradizionali: ciò fece si che di compromesso in compromesso si arrivasse, come sbocco naturale, alla capitolazione del 4 agosto 1914.Momento importante di questo cammino fu appunto il rifiuto della lotta antimilitarista, per giustificare la quale si minimizzava la aggressività dell’imperialismo; così al congresso internazionale di Stoccarda (1907), Bebel affermò che “nei circoli influenti della Germania quasi nessuno vuole la guerra” [1]; così all’epoca della seconda crisi marocchina (1911) la socialdemocrazia tedesca si oppose a qualunque azione internazionale negando che vi fosse pericolo di guerra; così si oppose, in Germania, a un’organizzazione autonoma della gioventù, voluta da Liebknecht, Zetkin, Ludwig Frank, per timore che fosse preda della propaganda antimilitarista; così infine nel 1913 il gruppo parlamentare si pronunciò con 52 voti contro 37 e 7 astenuti per il voto favorevole ad una proposta del governo che istitutiva una nuova tassa per accrescere le spese degli armamenti: come disse allora Fritz Geyer, uno dei leader del gruppo dei deputati oppositori, il governo tedesco sapeva ormai che poteva spingere la politica di riarmo grazie ai fondi che gli procuravano i voti socialdemocratici. Il vecchio slogan “a questo sistema né un uomo né un soldo” cessava di guidare la tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca, e prendeva il sopravvento l’altro che già correva dal 1907 “nell’ora del pericolo non pianteremo in asso la patria” [2].

Ma nella stessa misura in cui i progressivi cedimenti della direzione e dei parlamentari socialdemocratici incoraggiavano il governo imperiale nella sua corsa verso la guerra, facendo svanire lo spauracchio di una ferma opposizione delle masse [3], nella stessa misura s’intensificava l’agitazione antimilitarista della sinistra socialista, in particolare di Liebknecht e della Luxemburg, pienamente coscienti del pericolo imminente di guerra. Nel corso di un intenso giro di propaganda nella seconda metà del settembre 1913, Rosa Luxemburg pronunciò il giorno 26 un discorso a Bockenheim, presso Francoforte sul Meno, e successivamente a Fechenheim. Manca il resoconto stenografico del discorso, di cui fu pubblicato un breve riassunto nella Volksstimme di Francoforte [4]. La polizia non assisteva alla riunione, ma un redattore del giornale evangelico-nazionale Frankfurter Warte, tale Henrici, sulla base di suoi appunti stenografici, denunciò l’oratrice a cagione della frase: “Se si pretende da noi che leviamo l’arma omicida contro i nostri fratelli francesi e altri fratelli stranieri, noi dichiariamo: ‘no, non lo facciamo’“ [5]. La procura di Stato di Francoforte elevò l’imputazione di incitamento dei soldati alla disubbidienza e il processo fu celebrato dinanzi alla II sezione penale del tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. All’inizio del dibattimento Rosa Luxemburg, interrogata dal presidente, riconobbe di aver pronunciato le parole incriminate ma ne contestò l’interpretazione che era stata data dall’accusa. E al termine del processo, dopo che i suoi due difensori Kurt Rosenfeld e Paul Levi ebbero esaminato l’accusa sotto l’aspetto giuridico, l’imputata pronunciò la sua autodifesa politica, che fu pubblicata in extenso, insieme a un resoconto del processo, nell’opuscolo intitolato Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse - Rosa Luxemburg vor der Frankfurter Strafkammer - Ausführlicher Bericht über die Verhandlung am 20. Februar 1914 (Francoforte sul Meno). La presente traduzione è condotta su questo testo.

La sentenza fu di condanna a un anno di prigione, che Rosa Luxemburg scontò poi durante la guerra. Ma essa non era nuova a processi e a carcerazioni [6] e la condanna non smorzò il suo impegno antimilitarista: anzi l’accentuò. Due giorni dopo la condanna ebbero luogo a Francoforte e Hanau grandi manifestazioni di protesta, in cui Rosa Luxemburg pronunciò discorsi fortemente polemici. “II procuratore di Stato - essa disse - ha motivato la gravità della misura della pena dicendo che io avevo voluto colpire il nerbo vitale dello Stato odierno. (...) Vedete, il nerbo vitale dello Stato odierno non è il benessere delle masse, non l’amore della patria, non l’insieme della civiltà, no, sono le baionette. (...) Uno Stato, il cui nerbo vitale è lo strumento di morte, è maturo per essere rovesciato (...) Noi lotteremo da mattina a sera con tutte le nostre forze contro questo nerbo vitale. Avremo cura di reciderlo quanto più presto possibile” [7] Nel corso di una ulteriore grandiosa manifestazione a Friburgo in Brisgovia, la Luxemburg pronunciò un nuovo importante discorso il cui testo è conservato pressoché integrale: un accenno agli “innumerevoli drammi” che si svolgono nelle caserme tedesche fu invocato dal ministro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, per sollecitare dalla procura di Stato di Berlino una nuova incriminazione a carico di Rosa Luxemburg [8], che peraltro non giunse fino alla sentenza [9]. 

 

Lelio Basso
[A cura di Ario Libert]

NOTE

[1] Int. Soz.-Kongr., cit., p. 83.

[2] Cfr. E. SCHORSKE, op. cit., pp. 284 sgg. 

[3] La ricca documentazione e l’ampia memorialistica che oggi possediamo su quel periodo della storia tedesca hanno permesso di stabilire come la classe dirigente, nelle sue decisioni sulla pace e sulla guerra, considerasse la presenza di una classe operaia combattiva e decisa a opporsi alla guerra come un elemento importante che frenava le sue mire aggressive. Lo stesso Scheidemann nelle sue Memoiren eines Sozialdemokraten, I, Dresda, 1928, p. 235, dice che “l’immensa maggioranza del popolo era senza alcun dubbio incondizionatamente contro la guerra”. Tuttavia i dirigenti socialdemocratici preferirono non utilizzare la loro forza reale contro la guerra e mettersi d’accordo con il potere. SCHORSKE, op. cit., attribuisce questa decisione a una serie di fattori: paura dei rigori della legge (scioglimento delle organizzazioni, provvedimenti antisocialisti, ecc.), timore di una vittoria russa e timore di perdere l’appoggio delle masse, timore anche che la guerra e la rivitalizzazione del movimento russo consentissero all’interno del partito una ripresa del “gruppo di Rosa” (lettera di Ebert in Schrifte, I, Dresda, 1926, p. 309), tutti fattori che in realtà si possono esprimere nell’unico motivo del desiderio di identificarsi con la società tedesca in generale, di integrarsi nel sistema. Sempre secondo Schorske, il bisogno di sfuggire alla condizione di paria in cui erano stati tenuti dalla pressione della classe dirigente e dalla loro stessa intransigenza era entrato in conflitto decisivo con il vecchio ethos dell’opposizione perenne allo Stato borghese: il desiderio di uno status e di un riconoscimento in seno all’ordine esistente erano ormai troppo forti. Era questo del resto il punto d’approdo naturale della politica condotta nei decenni precedenti.

II 29 luglio 1914 il deputato socialdemocratico Albert Südekum, membro della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Bethmann Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Hermann Müller, Bartel e R. Fischer, assicurava che non erano programmate azioni di lotta. (La lettera è stata riprodotta, insieme con la risposta del cancelliere, da D. FRICKE e H. RADANDT, Neue Dokumente über die Rolle Albert Südekums in Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1956, n. 4, p. 757. Sulla figura di Südekum v. L. VALIANI, Il PSI nel periodo della neutralità in Annali Feltrinelli, 1962, p. 283, nota 77). Nella seduta del ministero prussiano del 30 luglio Bethmann Hollweg poté assicurare che non vi sarebbero stati scioperi né generali né parziali. (Cfr. W. BARTEL, op. cit., p. 125). Il giorno successivo il ministero della guerra comunicò al comando supremo che “secondo un’informazione sicura il partito socialdemocratico è fermamente deciso a comportarsi come si addice ad ogni tedesco in queste circostanze. Considero mio dovere far conoscere questa notizia affinché le autorità militari ne tengano conto nelle loro misure” (ibid., p. 168). I dirigenti del sindacato per parte loro si misero in contatto con il ministero degli interni ed ebbero la risposta che non sarebbero stati disturbati se non avessero disturbato, a seguito di che decisero di sospendere qualunque agitazione o sciopero già in corso e raggiunsero in questo senso un accordo con i datori di lavoro. Questa decisione non poté non avere i suoi effetti sui deputati socialdemocratici, di cui un quarto circa erano funzionari sindacali.

Si vedano anche i resoconti dei colloqui del deputato socialdemocratico Cohen con il sottosegretario Wahnschaffe in KUCZYNSKY, Der Ausbruch des ersten Weltkrieges und die deutsche Sozialdemokratie, Berlino, 1957, pp. 207 sgg.

[4] N. 277 del 27 settembre 1913. Il testo del giornale è ora riprodotto nel volume Rosa Luxemburg in Kampf gegen den deutschen Militarismus, Berlino, 1960, pp. 25-26.

[5] Nel volume citato alla nota precedente è riprodotta una comunicazione segreta del ministro prussiano degli interni al Regierungspräsident di Wiesbaden, in data 4 marzo 1914, in cui si criticano le autorità di polizia di Francoforte per non aver esercitato una diretta sorveglianza di polizia sul comizio di Rosa Luxemburg in Bockenheim. “Io sono piuttosto dell’opinione che le autorità di polizia di Francoforte abbiano sottovalutato l’effetto che la Luxemburg è solita ottenere con i suoi discorsi sui partecipanti alle riunioni. I suoi discorsi appassionati fanno di regola una forte impressione sull’uditorio, e questa circostanza, unita alla considerazione che l’oratrice è nota come rappresentante delle concezioni più radicali della socialdemocrazia” avrebbero richiesto un controllo diretto della polizia sulle espressioni dell’oratrice (op. cit., pp. 60-61).

[6] Nella biografia della Luxemburg Paul Frölich (Rosa Luxemburg - Gedanke und Tat, cit., p. 100) riferisce che essa era stata processata per un articolo in cui incitava i polacchi delle zone sotto occupazione tedesca a resistere all’opera di snazionalizzazione e germanizzazione promossa dal governo tedesco, ma aggiunge di non aver potuto trovare a quale pena fosse stata condannata. Nel luglio 1904 fu condannata a 3 mesi di carcere per offese all’imperatore, ma fu liberata per amnistia poco prima di aver terminato di scontare la pena. Dal 4 marzo al 28 luglio 1906 fu imprigionata dalle autorità zariste a Varsavia. Il 12 dicembre 1906 fu nuovamente condannata dal tribunale di Weimar a due mesi di carcere per eccitamento alla violenza per il discorso pronunciato al congresso di lena sullo sciopero di massa: scontò la pena dal 12 giugno al 12 agosto 1907. La condanna a un anno inflittale dal tribunale di Francoforte fu scontata dal 18 febbraio 1915 al 18 febbraio 1916. Un successivo processo iniziato contro di lei a Berlino non giunse a conclusione (v. nota 3). Il 10 luglio 1916 fu, nuovamente arrestata per misura di sicurezza a causa dello stato di guerra e trattenuta in carcere per tutta la durata della guerra: fu liberata dagli operai l’8 novembre 1918 alla vigilia della caduta del Kaiser.

[7] Cfr. Rosa Luxemburg im Kampf gegen den deutschen Militarismus, cit., pp. 81-84.

[8] Ibid., pp. 91-107.

[9] Del processo si tennero le prime tre udienze avanti il Tribunale di Berlino il 29 e 30 giugno e il 3 luglio: centinaia di soldati si offersero per testimoniare la verità delle accuse di maltrattamenti ai soldati mosse dalla Luxemburg contro il regime militare e il processo minacciò così di diventare un terribile atto d’accusa contro il militarismo tedesco, tanto che si preferì sospenderlo dopo la terza udienza e rinviarlo a nuovo ruolo, senza però riprenderlo in seguito. Una caricatura del Wahre Jaktob del 25 luglio 1914, alla vigilia della guerra, intitolata appunto “Il militarismo sul banco degli accusati” mostra un tribunale presieduto da Rosa Luxemburg in atto di giudicare il militarismo tedesco mentre ai due lati stanno file interminabili di soldati in vesti di testimoni: nelle prime file sono i cadaveri dei soldati uccisi dai maltrattamenti. Il resoconto del processo, quale fu dato dai giornali del tempo, si trova ora nel volume citato alle note precedenti, pp. 142-157, 162-173, 183-194.

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento
1 febbraio 2012 3 01 /02 /febbraio /2012 06:00

La condanna del "comunismo" autoritario

da parte di Michail Bakunin 

Bakunin

 

Il nostro debito nei confronti di Michail Bakunin è molteplice.

 

Ma ce n'è uno che è tra tutti il più importante. I comunisti libertari della fine del XX secolo gli devono soprattutto, ben oltre le sue polemiche con Marx, superandole ad ampie falcate, di aver letto in un futuro ben più lontano ciò che un giorno sarebbe stato il bolscevismo. Certo, per fare ciò, si è mostrato eccessivo, spesso ingiusto, nei confronti del suo contemporaneo, il fondatore del socialismo detto scientifico.Tutt'al più alcuni tratti autoritari e contaminati di statismo erano evidenziabili in Marx, benché non manifestantesi che allo stato embrionario. Il colpo di forza del congresso dell'Aja del 1872 che escluse Bakunin dall'Internazionale aggrava queste velleità. Bakunin, nella sua polemica, se la prende meno con il suo rivale che con lo Stato popolare (Volksstaat) dei lassalliani e socialdemocratici, che Marx e Engels impiegarono troppo tempo a respingere.

 

marx_engels_congresso_aja_1872.jpgCongresso dell'Aja del 1872 che oppose le componenti marxista e anarchica della prima Internazionale (quadro di A. Rieznikov, nel più puro spirito oleografico sovietico).


herzen_e_Ogarev_1861.jpgMa, avendo individuato l'embrione, Bakunin ha avuto la divinazione geniale della sua escrescenza futura. Così che la sua critica smisurata e un po' tendenziosa si troverà giustificata a posteriori quando essa si applicherà agli epigoni abusivi di Marx. La prescienza di Bakunin in quanto alle divinazioni perverse, prima di diventare mostruose, di ciò che prenderà impropriamente il nome di "marxismo", merita dunque da parte nostra un grande inchino.

Bakunin NadarPrima ancora di polemizzare con l'ispiratore della prima Internazionale, il profeta russo aveva messo in guardia contro il "comunismo" autoritario. Sin dal 19 luglio 1866, in una lettera a Alekandr Herzen e a Nikolai Ogarëv, discutendo con i suoi due corrispondenti come se si trattasse di una sola persona, Bakunin scriveva: "Tu che sei un socialista sincero e devoto, certamente, saresti pronto a sacrificare il tuo benessere, tutta la tua fortuna, la tua stessa vita, per contribuire alla distruzione di questo Stato, la cui esistenza non è compatibile né con la libertà né con il benessere del popolo. O allora, fai del socialismo di Stato e visto che sei capace di riconciliarti con questa menzogna più vile e più temibile che abbia generato il nostro secolo: il democratismo ufficiale e la burocrazia rossa" [1].

proudhon-dSulla condanna del "comunismo" autoritario, Bakunin riprendeva le invettive del suo maestro Proudhon. Al secondo congresso della Lega della pace e della libertà, a Berna, a fine settembre del 1868, prima di rompere con questa emanazione del liberalismo borghese, affermava: "Detesto il comunismo [autoritario], perché esso è la negazione della libertà e non posso concepire nulla di umano senza libertà. Non sono affatto comunista perché il comunismo concentra e fa assorbire tutte le potenze della società nello Stato, perché sfocia necessariamente nella centralizzazione della proprietà tra le mani dello Stato [...]. Voglio l'organizzazione della società e della proprietà collettiva o sociale dal basso verso l'alto, per la via della libera associazione, e non dall'alto verso il basso per mezzo di qualsiasi autorità. Ecco in che senso sono collettivista e nient'affatto comunista" [2].

prima_internazionale_1864.gifTuttavia Bakunin è diventato membro locale, a Ginevra, dell'Associazione internazionale dei lavoratori dal luglio 1868 e ha scritto a Gustave Vogt, presidente della Lega della pace e della libertà, in settembre: "Non possiamo né dobbiamo ignorare l'immenso e utile portata del congresso di Bruxelles [della Prima Internazionale]. È un grande, è il più grande avvenimento dei nostri giorni e, se siamo noi stessi dei sinceri democratici, dobbiamo non soltanto desiderare che la Lega internazionale degli operai finisca con l'abbracciare tutte le associazioni operaie dell'Europa e dell'America, ma dobbiamo cooperarvi con tutti i nostri sforzi, perché essa può costituire oggi la vera potenza rivoluzionaria che deve cambiare la faccia del mondo" [3].

Marx.jpgCon questo slancio, Bakunin scrive a Marx, il 22 dicembre 1868: "Non conosco più altra società, altro ambiente che il mondo dei lavoratori. La mia patria ora è l'Internazionale di cui tu sei uno dei principali fondatori. Vedi dunque, caro amico, che sono tuo discepolo e sono fiero di esserlo". Marx fa subito sapere di passarlo in silenzio. Apro dunque una parentesi, per chiuderla velocemente.

Al suo ritorno in Europa occidentale, dopo i suoi lunghi anni di prigionia in Russia, Bakunin aveva fatto sue le idee anarchiche, improntate a Proudhon, benché sviluppate in un senso più rivoluzionario. Ma questa nuova convinzione si era sovrapporta presso lui a un gusto inveterato per la clandestinità delle cospirazioni. Egli aveva raccolto in qualche modo l'eredità del babuvismo, della carboneria, del blanchismo e più ancora delle attività segrete appropriate alla lotta contro il dispotismo zarista. Internazionalsita nell'anima, egli aveva cospirato in diverse "Fraternità" internazionali da cui reclutava gli affidati in diversi paesi latini.

bakuninL'ultima in data di queste iniziative sarà, nel 1868, all'indomani della sua rottura con la Lega della pace e della libertà, l'Alleanza internazionale della democrazia socialista, organizzazione, egli sosteneva, "semi segreta e semi pubblica", e che serviva di fatto da copertura a una società più ristretta e segreta: L'Organizzazione rivoluzionaria dei fratelli internazionali. Fatto ciò, Bakunin, sinceramente attratto dal movimento operaio, sollecitò l'adesione della sua Alleanza all'Internazionale (AIT). La diffidenza di Marx e del suo nucleo del Consiglio generale di Londra non era del tutto senza motivazione. Infatti, la candidatura dell'Alleanza, nuova versione delle società segrete fomentate da Bakunin, poteva far apparire quest'ultima come "destinata a diventare un'Internazionale nell'Internazionale" [5].

babeuf.jpgCome giunse Bakunin a conciliare le sue opzioni ferocemente antiautoritarie con questo tentativo appena mascherato di "entrismo"? Ecco la giustificazione che egli si faceva scrupolo di esporre negli statuti segreti dell'Alleanza, di cui una copia cadde tra le mani del Consiglio generale dell'AIT a cui Marx dettava legge: "Quest'organizzazione esclude ogni idea di dittatura e di potere dirigente tutelare. Ma per l'instaurazione stessa di questa alleanza rivoluzionaria e per il trionfo della rivoluzione contro la reazione, è necessario che nell'ambiente dell'anarchia popolare che costituirà la vita stessa e tutta l'energia della rivoluzione, l'unità del pensiero e dell'azione rivoluzionaria trovi un organo (...), una specie di stato-maggiore rivoluzionario composto da individui devoti, energici, intelligenti, e soprattutto amici sinceri, e non ambiziosi né vanitosi, del popolo capaci di servirsi di intermediari tra l'idea rivoluzionaria e gli istinti popolari [...]. Per l'organizzazione internazionale in tutta l'Europa, cento rivoluzionari fortemente e seriamente alleati bastano" [6].

marx karl, LevineLa dissonanza tra democrazia diretta e elitismo rivoluzionario era già notevole presso i babuvisti [7]. La si ritroverà ai nostri in certe controversie comuniste libertarie.

Chiusa questa parentesi, ritorniamo alla richiesta di adesione dell'Alleanza all'AIT. Il Consiglio generale di Londra comincia con il reagire molto sfavorevolmente. Nella sua seduta del 22 dicembre 1868, considera "che la presenza di un secondo corpo internazionale operante all'interno e posto fuori dall'Associazione internazionale dei lavoratori sarebbe il mezzo più infallibile della disorganizzazione e, di conseguenza, dichiara che l'Alleanza internazionale della democrazia socialista non è ammessa come ramo dell'Associazione internazionale dei lavoratori". La sentenza è redatta per mano di Marx. Ma, alcuni mesi dopo, il 9 marzo 1869, sotto la penna dello stesso Marx, il Consiglio generale, ripensandoci, non vede più alcun ostacolo alla "conversione delle sezioni dell'Alleanza in sezioni dell'Internazionale": L'Alleanza accetta queste condizioni ed è dunque ammessa [8].

incisione ProudhonBakunin assiste al congresso di Basilea dell'Internazionale, nel settembre del 1869, e fa blocco con i sostenitori di Marx contro gli epigoni degenerati di Proudhon che sostengono la proprietà individuale contro la proprietà collettiva.

Non sarà che due anni più tardi che le relazioni si faranno tese; alla conferenza di Londra che si apre il 17 settembre 1871, Marx svela un autoritarismo incompatibile con le opzioni libertarie di Bakunin. In poche parole, Marx tenta di accrescere i poteri del Consiglio generale di Londra, Bakunin vorrebbe ridurli. Uno vuole centralizzare, l'altro decentrare. L'ultima conseguenza sarà il congresso dell'Aja, all'inizio di settembre 1872, in cui Marx, attraverso procedure sleali e per mezzo di falsi mandati, riuscì ad escludere Bakunin e il suo amico James Guillaume, poi a relegare il Consiglio generale dell'Internazionale negli Stati Uniti.

guillaume.jpgÈ allora che Bakunin, indignato da questo atto di forza, si scatena davvero contro Marx e il "comunismo" autoritario. Questa rabbia ci vale le imprecazioni che oggi ci sembrano profetiche, poiché al di là degli intrighi marxiani essa pone in causa e denuncia tutto un processo che, ben dopo la morte di Bakunin e di Marx, riveste una singolare attualità.

Innanzitutto Bakunin presagisce ciò che un giorno sarà, sotto il termine ingannevole di dittatura del proletariato, la dittatura del partito bolscevico. In una lettera al giornale La Liberté di Bruxelles, scritta da Zurigo il 5 ottobre 1872, tuona contro la confisca del movimento rivoluzionario da parte di una cricca di capi: "Pretendere che un gruppo di individui, anche il più intelligente e i meglio intenzionati, sarà capace di diventare il pensiero, l'anima, la volontà dirigente e unificatrice del movimento rivoluzionario e dell'organizzazione economica del proletariato di tutti i paesi, è una tale eresia contro il senso comune e contro l'esperienza storica, che ci si domanda con stupore come un uomo così intelligente come Marx abbia potuto concepirla" [9].

E Bakunin continua a vaticinare: "Non ammettiamo nemmeno come transizione rivoluzionaria, né le Convenzioni nazionali, né le Assemblee costituenti, né i governi transitori, né le dittature sedicenti rivoluzionarie; perché siamo convinti che la rivoluzione [...] quando si trova concentrata tra le mani di alcuni individui che governano, diventa inevitabilmente e immediatamente la reazione".

La fatale esperienza di una potente Internazionale affondata dalla volontà arbitraria di un solo uomo porta Bakunin a diffidare da un'internazionale autoritaria come lo sarà, molto più tardi, quella della III Internazionale sotto la guida bolscevica: cosa dire di un amico del proletariato, di un rivoluzionario che pretende di voler seriamente l'emancipazione delle masse e che,  ponendosi come dirigente e arbitro supremo di tutti i movimenti rivoluzionari che possono scoppiare in diversi paesi, osa sognare l'asservimento del proletariato di tutti questi paesi a un pensiero unico, sbocciato dal suo cervello?

Bakunin non ci ripensa. L'accecamento di Marx gli sembra inconcepibile: "Mi chiedo come faccia a non vedere che l'instaurazione di una dittatura universale, collettiva o individuale, di una dittatura che necessiterebbe in qualche modo che un ingegnere sia a capo della rivoluzione mondiale, che regola e dirige il movimento insurrezionale delle masse in tutti i paesi così come si dirige una macchina, che l'instaurazione di una simile dittatura basterebbe da sé per uccidere la rivoluzione, per paralizzare e falsare tutti i movimenti popolari".

E il genere di dittatura che Marx ha esercitato sul Consiglio generale di Londra porta Bakunin a temere che un tale esempio si amplifichi e assuma delle proporzioni aberranti: "E cosa pensare di un congresso internazionale che, nel cosiddetto interesse  di questa rivoluzione, impone al proletariato di tutto il mondo civilizzato un governo investito di poteri ditattoriali, con il diritto inquisitoriale e pontifico di sospendere delle federazioni regionali, di proibire nazioni intere in nome di un principio sedicente ufficiale e che non è altro che il pensiero di Marx, trasformato dal voto di una maggioranza fittizia in una verità assoluta?".

proudhon idee generale de la revolution L'anno successivo, nel 1873, ancora scottato per la disavventura dell'Aja, Bakunin redige un libro intitolato Stato e Anarchia dove approfondisce le sue riflessioni e precisa le sue invettive [10]. Il filo conduttore del suo ragionamento è, come dubitarne?, le pagine di  Idée générale de la Révolution au XIXè siècle [Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo] del suo maestro Proudhon. Con e dopo di lui, Bakunin pone la domanda: "Se il proletariato diventa la classe dominante, ci chiediamo, esso dominerà? (...). Chi dice Stato dice necessariamente dominio e, di conseguenza, schiavitù (...). Da qualunque angolazione ci si ponga, si giunge allo stesso esecrabile risultato: il governo dell'immensa maggioranza delle masse popolari da parte di una minoranza privilegiata. Ma questa minoranza, dicono i marxisti, si comporrà di operai. Essi sono, certamente, dei vecchi operai, ma che non appena saranno diventati dei governanti, smetteranno di essere degli operai e si porranno a guardare il mondo proletario dall'alto dello Stato, non rappresenteranno più il popolo, ma se stessi e la loro pretesa a governarli".

E Bakunin scende in guerra contro la pretesa del socialismo autoritario di essere "scientifico". Non sarà nient'altro che il governo dispotico delle masse proletarie da una nuova e molto ristretta aristocrazia di veri o pretesi uomini di scienza. Il popolo non essendo colto, sarà interamente liberato da preoccupazioni governative e del tutto integrato nel gregge dei governati [11].

politburo.jpgAltrove, Bakunin si compiace nel dipingere sotto i tratti particolarmente sgradevoli questo Stato futuro dalle pretese scientifiche e che somiglia come un fratello a quello dell'URSS di oggi: "Ci sarà un governo eccessivamente complicato, che non si accontenterà di governare e di amministrare le masse politicamente,[...], ma che ancora li amministrerà economicamente, concentrando nelle sue mani la produzione e la giusta ripartizione delle ricchezze, la coltivazione della terra, l'edificazione e lo sviluppo delle fabbriche, l'organizzazione e la direzione del commercio, infine l'applicazione del capitale alla produzione da parte del solo banchiere, lo Stato. Tutto ciò esigerà una scienza immensa e molte teste straripanti di cervello in questo goveno. Sarà il regno dell'intelligenza scientifica, il più aristocratico, il più dispotico, il più arrogante e il più spregevole di tutti i regimi" [12].

Lenin KarpovMa il dispotismo in questione sarà durevole Per Bakunin: "I marxisti si consolano all'idea che questa dittatura sarà temporanea e di breve durata. Secondo essi, questo giogo statale, questa dittatura è una fase di transizione necessaria per giungere all'emancipazione totale del popolo: l'anarchia o la libertà rimane lo scopo, lo Stato o la dittatura il mezzo. Così per liberare le masse popolari, si dovrà cominciare con l'asservirle (...). A ciò essi ci rispondono che nessuna dittatura può avere altro fine che di durare il più a lungo possibile" [13]. 

Si crederebbe in anticipo a una confutazione libertaria di Stato e Rivoluzione del "compagno" Lenin [14]!

Bakunin è giunto sino a presentire il regno degli apparatčiks. In un testo del marzo 1872, prima ancora del colpo di forza dell'Aia, egli annunciala nascita "di una borghesia poco numerosa e privilegiata, quella dei direttori, rappresentanti e funzionari dello stato cosiddetto popolare" [15].

Infine, in uno scritto datato novembre-dicembre 1872, che fungerà da conclusione, Bakunin accuserà Marx di aver "quasi assassinato l'Internazionale con il suo criminale tentativo dell'Aia" e porrà come condizione per essere ammessi nell'Internazionale detta antiautoritaria, che sopravviverà al colpo di forza la seguente condizione: "Capire che, poiché il proletario, il lavoratore manuale, l'uomo di fatica, è il rappresentante storico dell'ultimo schiavismo sulla terra, la sua emancipazione è l'emancipazione di tutti, il suo trionfo è il trionfo finale dell'umanità, e che, di conseguenza, l'organizzazione della potenza del proletariato di tutti i paesi [...] non può avere come scopo la costituzione di un nuovo privilegio, di un nuovo monopolio, di una classe o di un nuovo dominio" [16].

Bakunin era un comunista libertario ante litteram!

 

 

 

Daniel Guérin

 

[Traduzione di Ario Libert]


NOTE:


[1] Corrèspondance de Mikhail Bakounine, lettres à Herzen e à Ogarev [Corrispondenza di Mikhail Bakunin, lettere a Herzen e a Ogarev], éd. Perrin, 1896; in: Archives Bakounine.

[2] Sotto la direzione la direzione di Jacques Freymond, La première Internationale [La prima internazionale], op. cit., 1, p. 451.

[3] Ibidem, p. 450.

[4] Ibidem, I, p. 451 E. Kaminski, Bakounine, la vie d'un révolutionnaire [Bakunin, la vita di un rivoluzionario], op. cit.

[5] Les prétendues scissions dans l'Internationale, [Le pretese scissioni nell'internazionale], in: Bakounine, Œuvres complètes, vol. VI, [Opere complete], Champ libre,  p. 271.

[6] "L'Alliance de la démocratie socialiste et l'Association internationale des travailleurs" [L'Alleanza della democrazia socialista e l'Associazione internazionale dei lavoratori], in: Freymond, op. cit., 11, pp. 474-475.

[7] Cfr. Bourgeois et bras nus, 1792-1795, Gallimard, 1973, pp. 312-313; Les Nuits rouges, 1998.

[8] Procès-verbaux du Conseil général de la 1è Internationale, 1868-1870 [Verbali del Consiglio generale della I Internazionale],   in: Freymond, op. cit., 11, pp. 262-264 e 272-273.

[9] Lettre au journal 'La Liberté' 5 octobre 1872 [Lettera al giornale La Liberté], in: Bakounine, Œuvres complètes, vol. III, p. 147.

[10] Bakounine, Etatisme et Anarchie [Stato e anarchia], 1873, in: Œuvres complètes, vol. IV.

[11] Lettre au journal 'La Liberté', op. cit.

[12] Bakounine, Ecrits contre Marx [Scritti contro Marx], in: Œuvres complètes, Vol III, p. 204.

[13] Etatisme et Anarchie [Stato e anarchia], op. cit., pp. 346-347.

[14] Lenin, L'Etat et la Révolution [Stato e rivoluzione], op. cit.

[15] L'Allemagne et le communisme d'Etat [La Germania e il comunismo di Stato], in: Bakounine, Œuvres Complètes, vol. III, p. 118.

[16] Ecrit contre Marx [Scritti contro Marx], op. cit., pp. 182-183.

 



LINK al post originale:

La condamnation du "communisme" autoritaire par M. Bakounine 

 

LINK interno a una breve presentazione di Daniel Guerin:

Daniel Guerin 1904-1988

 

LINK ad un saggio pertinente presente in un sito sulfureo:

Pier Carlo Masini, Il conflitto fra Marx e Bakunin in un'opera di Franz Mehring

Repost 0
Published by Ario Libert - in Marxismo libertario
scrivi un commento

Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
  • Contatti

Link