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30 novembre 2015 1 30 /11 /novembre /2015 06:00

Ricordi su Nestor Makhno

makhno_colori.gif

 

Ida Mett [1]

 

Alla vigilia della guerra, ho posto sulla carta i miei ricordi personali su Makhno così come l'ho conosciuto nel periodo di Parigi. Questi ricordi sono andati persi durante la guerra. Ora, avendo letto ciò che a questo soggetto ha scritto Volin nel suo libro sulla rivoluzione russa, mi decido a scrivere di nuovo questi brevi ricordi nell'interesse della verità storica.

Evidentemente si sarebbe dovuto conoscere Makhno durante l'epoca della sua "grandezza" laggiù, in Ucraina, per dare il suo ritratto completo. Ma in realtà, come sapere, quando si presentava sotto la sua reale luce - durante il periodo della sua gloria pan-ucraina o a Parigi in quanto emigrato povero in un paese straniero. Penso che la storia ha bisogno innanzitutto di verità, e giustamente, questa verità di un periodo della sua vita, cercherò di esporla.

All'epoca, durante la guerra civile, quando l'Ucraina era piena di leggende di ogni genere su Makno e la "makhnovishina", quando l'agenzia telegrafica "Rosta" annunciava tutti i giorni che era prigioniero dei rossi, io, giovane studentessa che sognava atti eroici e la vita in arci-libertà, immaginavo Makhno come una specie di bogatyr (eroe epico russo) - grande, forte, coraggioso, senza paura e senza calcolo - lottatore per la verità popolare. Mi ricordo anche che in Ucraina si diceva che Makno era un vecchio istruttore di scuola primaria. Ed ecco che nell'autunno 1925 giungo a Parigi e vengo a sapere che Makhno è anche lui a Parigi, e aspetto con impazienza l'occasione di vederlo. Poco tempo dopo ho avuto l'occasione di incontrarlo, era nella sua piccola camera d'albergo dove abitava con sua moglie e suo figlio. L'impressione era totalmente contraria all'immagine che mi sono fatta in precedenza: era un uomo di piccola taglia, magro, accanto a cui si poteva passare senza notarlo. Più tardi ho avuto l'occasione di incontrarlo spesso. E lui stesso e il suo ruolo nella guerra civile diventavano più comprensibili quando lo si conosceva da vicino.

Drapeau avec l'inscription « mort à tous ceux qui s'opposent à la liberté des travailleurs ! »

Avrei detto che l'essenziale del suo essere costituiva il fatto che era e rimaneva un contadino ucraino. Non era affatto un uomo incurante, al contrario, era nel profondo della sua anima un contadino economo, che conosceva perfettamente la vita di campagna e le speranze dei suoi abitanti.

Quando durante la sua prima giovinezza, divenne rivoluzionario e terrorista, esprimeva così lo spirito dominante della sua epoca e del suo ambiente - era figlio di una famiglia numerosa molto povera di un operaio agricolo. Insieme ad alcuni amici, si mise a costruire delle bombe nello stesso recipiente in cui sua madre era solita impastare. Grande fu il suo spavento quando essa vide il recipiente esplodere e saltar fuori dal grande forno. Presto, dopo questo piccolo incidente tragicomico, il giovane Makhno compì un attentato contro un funzionario della polizia locale e fu condannato a morte. Ma non aveva che diciassette anni e gli sforzi di sua madre riuscirono a mutare questa condanna in un imprigionamento a vita. Così egli rimase nella prigione di Butyrki sino alla rivoluzione del 1917.

Ora le prigioni di quest'epoca erano una specie di università rivoluzionaria. Spesso i giovani vi entravano ignorando quasi tutto delle teorie rivoluzionarie ed è in queste prigioni che essi acquisivano, dai compagni più vecchi e dagli intellettuali, delle conoscenze che mancavano loro. Anche Makhno imparò molte cose in prigione, ma avendo un carattere poco conciliante, era in perpetua lotta con le autorità penitenziarie il che gli valse di essere posto molte volte in cella di rigore e renderlo ancor più amareggiato. Mi sembra che dalla prigione di Butyrki egli abbia portato una certa dose di ostilità nei confronti degli intellettuali, verso cui manifestava anche un certo grado di gelosia. C'era in lui una vera e sana sete di sapere e una stima verso quest'ultimo. Raccontava spesso la leggenda diffusa in Ucraina su questo soggetto: sembra che una volta, ricevendo una delegazione di ferrovieri, Makhno avesse detto loro di non averne più bisogno, perché aveva intenzione di sostituire le ferrovie con dei "tatchankis" (carrette in uso in Ucraina). Guarda che delinquenti! cos'hanno inventato, si indignava.

È entrato a Butyrki nel 1908 o 1909 e verso il 1914 aveva già avuto il tempo di ascoltare molte cose e riflettere molto. Quando la guerra scoppia nel 1914, la maggior parte dei prigionieri politici di questa prigione sono diventati sostenitori della difesa nazionale; allora Makhno aveva composto da sé un volantino disfattista e l'aveva lanciato attraverso la prigione. Questo volantino cominciava con le parole: "Compagni, quando la smetterete di essere dei cretini?". Questo foglio ha avuto una certa risonanza e dei veterani della rivoluzione, come il socialista rivoluzionario Minor hanno iniziato la loro piccola inchiesta per sapere chi avesse osato redigere quell'appello. Quest'episodio mi è stato raccontato dallo stesso Makhno e confermato dal suo compagno di prigione, Piotr Arshinov.

La rivoluzione di febbraio 1917 ha aperto le porte anche a questo prigioniero che si ritrova in libertà all'età di venticinque anni. Armato di un certo bagaglio intellettuale acquisito all'università rivoluzionaria di Butyrki. Rimane molto poco a Mosca e si sbriga a tornare nel suo villaggio nativo di Guliai-Polie dove abitava tutta la sua famiglia, e presto il giovane rivoluzionario si getta nel radioso abisso dell'Ucraina rivoluzionaria.

Gode di una grande autorità tra i contadini del suo villaggio e organizza dei gruppi anarchici tra i contadini del luogo, di modo che quando più tardi cerca di scrivere una storia del movimento makhnovista, è a questi gruppi che riconosce il ruolo di iniziatore dei movimento dei partigiani e nega l'influenza su questo movimento di anarchici dall'esterno. Li chiama "artisti in tournée" e li accusa di non aver dato nulla al movimento. E se, secondo lui, il movimento aveva lo stesso un carattere anarchico, questo ruolo gli era dato personalmente da lui Makhno e dai gruppi di contadini organizzati da lui.

Makhno era un uomo onesto che desiderava il bene del popolo o fu un elemento fortuito capitato casualmente nella mischia? Credo che la sua benevolenza sociale fu sincera e fuori di dubbio. Era un politico dal talento innato e si lanciava in stratagemma che erano spesso sproporzionate con le sue conoscenze politiche limitate. Tuttavia credo che nel ruolo di vendicatore popolare egli fu perfettamente al suo posto. In quanto alla questione di sapere ciò che lui e la sua classe volevano e speravano, ciò era in effetti il punto debole del movimento makhnovista. Ma questo punto debole era comune a tutta la Russia contadina dei diversi campi. Essi volevano la libertà, la terra, ma come utilizzare queste due cose, era più difficile da stabilire. Questo stesso punto debole spiega in parte il fatto che il contadino russo non ha saputo più tardi opporsi risolutamente alla nuova servitù introdotta da Stalin.

Mi ricordo come Nestor Makhno espresse una volta in mia presenza un sogno che avrebbe voluto vedere realizzato. Era nell'autunno 1927, durante una passeggiata nel bosco di Vincennes. Il tempo era stupendo. Senza dubbio l'ambiente della campagna aveva poetizzato il suo stato d'animo e improvvisò il suo racconto sogno: Il giovane Mikhnienko (il vero nome di Makhno) ritorna nel suo villaggio natale di Guliai-Polie e comincia a lavorare la terra e condurre una vita regolare e pacifica, si risposa con una giovane del villaggio. Il suo cavallo è buono, i finimenti anche. La sera torna lentamente con sua moglie dalla fiera dove sono andati a vendere il loro raccolto. Ora stanno per portare dei regali acquistati in città. Era talmente appassionato dal suo racconto che aveva del tutto dimenticato di non essere a Guliai-Polie, ma a Parigi, che non aveva né terra né casa ne moglie. In realtà, non viveva con sua moglie in quegli anni, o più esattamente, non viveva di nuovo più, perché essi si separarono diverse volte e si rimettevano di nuovo insieme. Dio solo sa per quale ragione. Erano estranei l'uno l'altra moralmente e forse anche fisicamente. In questo periodo lei non lo amava certamente più e chissà se lo aveva mai amato. Era un'istitutrice ucraina, imparentata piuttosto con il movimento petlouriano, e non aveva nulla in comune con il movimento rivoluzionario.

Ho letto da qualche parte che Makhno divenne rivoluzionario per l'influenza di una istitutrice che dopo divenne sua moglie. È una pura invenzione. Sua moglie Galina Kouzmienko, l'aveva conosciuta quando egli era già il batko Makhno; era tentata dal ruolo di moglie dell'ataman onnipotente dell'Ucraina. Non era d'altronde l'unica donna che faceva la corte al batko. Quando era a Parigi mi raccontò che durante questo periodo della sua vita, le persone strisciavano davanti a lui e avrebbe potuto avere non importa quale donna, perché grande era la sua gloria, ma che in realtà, non aveva tempo da dedicare alla sua vita personale. Me lo raccontava per rifiutare la leggenda delle orge che sarebbero state organizzate a lui e per lui. Volin nel suo libro racconta le stesse fandonie. In realtà Makhno era un uomo vergine o piuttosto puro. In quanto ai suoi rapporti con le donne, direi che in lui si combinavano una specie di semplicità contadina e un rispetto per la donna, peculiare agli ambienti rivoluzionari russi dell'inizio del secolo. A volte si ricordava con un rimpianto sincero della sua prima moglie, una contadina del suo villaggio natio che aveva sposato dopo la sua liberazione nel 1917. Ha anche avuto un bambino da questo matrimonio, ma durante l'occupazione tedesca si nascondeva altrove e la moglie, informata da qualcuno che era stato ucciso, si sposò di nuovo. Il figlio era morto e non si sono più incontrati.

Sulla sua guancia destra Makhno aveva un'enorme cicatrice che arrivava sino alla bocca. È stata la sua seconda moglie a fargliela nel tentativo di ucciderlo mentre stava dormendo. Accadde in Polonia, e sembra che la cosa fosse in rapporto ad una storia che essa avrebbe avuto con un ufficiale petlouriano. Ignoro quale sia stata la causa immediata di questo atto. Molto spesso davanti a tutti, faceva del tutto per comprometterlo e ferirlo moralmente. Una volta in mia presenza, disse a proposito di una persona "era un vero generale, non come Nestor", volendo evidenziare il fatto che non lo considerava come tale. Eppure lei sapeva che durante la presenza di Makhno in Romania, il governo rumeno gli rese degli onori corrispondenti a questo rango.

A Parigi Galina Kouzmienko lavorava a volte come domestica a volte come cuoca e considerava che la natura l'aveva creata per una vita migliore. Nel 1926-1927 aveva scritto a Mosca chiedendo al governo di poter entrare in Russia. Per quanto ne sappia Mosca ha respinto questa richiesta. Mi sembra che successivamente viveva di nuovo maritalmente con Makhno. Non credo le abbia perdonato questa richiesta, credo piuttosto che hanno agito entrambi in virtù di una debolezza morale.

Dopo la morte di Makhno, è diventata mogli di Volin e insieme a quest'ultimo, aveva la più grande bruttura morale: entrambi hanno rubato da sotto il cuscino mortuario di Makhno il suo diario e lo hanno fatto sparire. Ora questo diario Makhno lo aveva scritto durante il periodo della sua emigrazione e vi affidava le sue opinioni suoi suoi compagni di idee e sulla loro attività: posso affermarlo, perché nel 1832 Makhno mi ha fatto sapere che avrebbe voluto avere la mia opinione su un episodio di cui ero stata testimone, ciò per verificare l'esattezza di quanto aveva scritto nel suo diario. Sembra che durante l'occupazione tedesca in Francia, Galina Kouzmienko era diventata intima con un ufficiale tedesco e poi è andata con sua figlia a Berlino dove è stata uccisa durante un bombardamento. Forse non è nemmeno vero e vive ancora da qualche parte, forse anche in Russia.

Makhno amava sua figlia appassionatamente. Non so quali fossero i loro rapporti alla fine della sua vita, ma quando sua figlia era piccola e si trovava sotto la sua sorveglianza, dava soddisfazione a tutti i suoi capricci; ma a volte, quando era nervoso la picchiava dopo di che si ritrovava a essere quasi malato all'idea stessa di aver fatto una cosa del genere. Sognava che diventasse un'intellettuale. Ho avuto occasione di vederla dopo la morte di Makhno; aveva diciasette anni e somigliava fisicamente molto a suo padre, ma non sapeva molte cose su di lui e non so se era molto curiosa di saperlo.

In quanto ai rapporti di Makhno con Volin, posso certificare che non soltanto egli non amava Volin, ma che non aveva per lui nessuna stima considerandolo un uomo senza valore e senza carattere. Mi disse molte volte che in Ucraina Volin si affrettava a fare degli inchini verso di lui e non osava esprimere un'opinione indipendente in presenza del bakto. Così nello stato maggiore makhnovista fu giustiziato un inviato dei rossi, un certo Polonski. Alcuni membri dello stato maggiore ne furono irritati. Ed ecco che viene fuori da qualche parte Volin. Gli si racconta quest'episodio, ma lui in risposta non fa che chiedere: e batko è d'accordo? Se sì non voglio nemmeno discutere la questione. Accadde che Makhno era nella camera vicina e in uno stato di semi ebbrezza. Ascoltando la conversazione  entrò nella stanza dove si trovava Volin e gli disse: allora sei d'accordo che si è fucilato un uomo senza aver domandato per quale ragione è stato giustiziato? E anche se il batko era d'accordo, non poteva ingannarsi, e se era ubriaco quando l'ha fatto fucilare, allora cosa dici? Volin non osò dire più nulla.

Per contro a Parigi, quando Makhno viveva in miseria e nell'abbandono, tutti criticava il suo passato e la sua attività in Ucraina, mentre laggiù le stesse persone non trovavano il coraggio per esprimere la loro opinione. Makhno era abbastanza intelligente per rendersene conto, e ripagava gli autori di queste critiche con un odio implacabile. D'altronde, quando gli si diceva la verità francamente sembrava offendersi, ma sono sicura che nel profondo della sua anima Makhno stimava tali persone perché era capace di una certa oggettività. Tuttavia per la mia esperienza personale avrei potuto dedurre il contrario: così mi è successo una volta di copiare a macchina le sue memorie.

Nel corso di questo lavoro ho constatato che dei dati di un interesse storico notevole sono state mischiate con di testi dei discorsi delle assemblee pronunciate durante i primi mesi della rivoluzione, che non contenevano nulla di originale e non meritavano dunque di essere citati. Chi e come erano stati registrati nel 1917 per poter essere citati testualmente? A quel tempo sono stati pronunciati discorsi simili a migliaia. Non ho evitato di dire a Makhno che benché le sue memorie siano molto interessanti, non si può in questo modo scrivere un libro, che si devono scegliere i fatti e documenti più importanti e concentrarli per poter farne un solo libro, mentre lui ne aveva già scritti due, e tuttavia non era ancora arrivato sino al movimento makhovista stesso, era ancora ai preliminari. Mi ha ascoltato attentamente, ma non ha mai seguito il mio consiglio. E' vero che non ero mai una grande diplomatica: gli ho detto - siete un grande soldato, ma non un grande scrittore. Chiedeta a qualcuno dei vostri amici, ad esempio Marie Goldsmith di concentrare le vostre memorie. Ma non soltanto non ha seguito il consiglio, ma non mi ha mai perdonato di avergli dato quest'ultimo. Può darsi tuttavia che negli ultimi anni della sua vita si sia ricordato del mio consiglio, perché accadde sfortunatamente ciò che ho previsto, il suo libro sul movimento makhnovista non è mai stato scritto. Infatti un amico francese aveva proposto a Makhno un aiuto materiale perché potesse scrivere le sue memorie, ma visto che non si prevedeva la fine di questo lavoro, l'amico aveva rinunciato al suo aiuto. Allora Makhno era obbligato a guadagnarsi da vivere e le memorie non sono state evidentemente terminate. Più tardi viveva in una miseria terribile che non lo disponeva a scrivere.

Makhno era antisemita? Non lo penso affatto. Credeva che gli Ebrei fossero un popolo capace e intelligente, forse era un po' geloso di loro, ma non aveva animosità nei suoi rapporti con gli Ebrei che conosceva. Era capace di essere amico di un Ebreo senza alcun sforzo di volontà. Quando lo si accusava di antisemitismo, ciò lo offendeva terribilmente e lo rendeva triste, perché era troppo legato nel suo passato all'ideologia internazionalista per non sentire tutta l'importanza di una tale accusa. Era fiero di aver fatto fucilare l'ataman Grigoriev e considerava che tutte le voci riguardanti i pogrom che avrebbero commesso i makhnovisti non erano che delle odiose invenzioni.

Quando mi domandavo perché un uomo come Makhno aveva di colpo durante la sua epoca una tale potenza, me lo spiegavo soprattutto con il fatto che era egli stesso arne della carne della classe contadina ucraina e anche perché era un grande attore e davanti alla folla si trasformava diventando irriconoscibile. Durante le riunioni ridotte non sapeva spiegarsi, cioè il suo modo solenne di spiegarsi era ridicolo in un ambiente intimo. Ma bastava che comparisse di fronte a un uditorio e diventava un grande oratore, eloquente e sicuro di sé. Cos' ho avuto l'occasione di vederlo ad una riunione pubblica organizzata a Parigi dal club del Faubourg in cui si discuteva la questione dell'antisemitismo mel movimento makhnovista. Ascoltandolo e soprattutto vedendolo ho capito la forza delal trasfigurazione posseduta da questo contadino ucraino.

Vi era tuttavia un altro tratto di carattere che spiegava senza dubbio la sua influenza sulla massa, è il suo coraggio fisico. Archinov affermava quand'era a Parigi, malgrado gli fosse molto ostile, che sotto le pallottole Makhno andava a spasso come una persone sotto la pioggia; Archimov considerava questo coraggio come una specie di anomalia psichica.

Durante gli anni di emigrazione Makhno fu colpito da una malattia tipica dei vecchi uomini famosi, che di colito sono incapaci di riadattarsi alla vita quotidiana e alle condizioni ordinarie. Sembrava che si arrabbiasse quando nessuno parlava di lui, e concedeva delle interviste ai giornalisti di ogni genere conoscendo perfettamente l'ostilità della maggior parte dei partiti e degli uomini verso di lui. Una volta un giornalista ucraino gli aveva richiesto un'intervista, e ciò avvenne tramite la mia mediazione. Gli sconsigliai di concedere quest'intervista prevedendo che il giornalista avrebbe deformato tutto e che lui non avrebbe avuto nessuna possibilità di difendere i suoi diritti. Il mio consiglio non fu evidentemente seguito e il giornalista pubblicò ciò che aveva trovato comodo per lui e nient'affatto ciò che gli aveva detto il vecchio Batko. Makhno si arrabbiò moltissimo, ma non credo che ciò gli servì da lezione.

Sarebbe riuscito a ridiventare di nuovo un piccolo uomo sconosciuto? Sognava certamente questo e cioè di ridiventare un semplice contadono ucraino, ma credo che era per sempre strappato da una simile vita.

Mi ricordo che un giorno abbiamo parlato con lui a proposito delle carriere dei generali sovietici Boudienny e Vorochilov. Makhno aveva per loro una stima professionale; mi sembrava anche che fosse in qualche modo geloso 

 

 

 

semblait même qu'il était en quelque sorte jaloux de leur carrière. Il n'est pas exclu que dans son cerveau rôdaient, sans le vouloir, des idées qu'il aurait pu lui aussi être un général de l'armée rouge. Cependant lui-même ne me l'a jamais dit. Au contraire, durant cette conversation il me disait que s'il retournait en Russie il aurait dû commencer à apprendre l'A.B.C. de l'art militaire régulier. Il faut considérer cette conversation comme un rêve exprimé oralement. Cependant je suis sûre que s 'il retournait en Russie il n'aurait pas pu rester deux jours sans rompre et se disputer avec les gouvernants, car au fond de son âme il était honnête et n'aurait pas pu se soumettre ni aux autorités hiérarchiques ni au mensonge social.

Makhno a connu de son vivant la collectivisation en Russie, mais j'ignore ce qu'il en pensait.

Makhno avait-il vraiment une croyance en l'anarchisme dont il se réclamait comme adepte? Je ne le crois pas. Il avait plutôt une espèce de fidélité aux souvenirs de sa jeunesse, quand l'anarchisme signifiait une croyance que tout peut être changé sur la terre et que les pauvres ont droit aux rayons de soleil. Les anarchistes que Makhno connaissait en Russie pendant la révolution, il les désapprouvait aussi bien parce qu'ils lui semblaient incapables et aussi parce qu'ils venaient dans la makhnovchtchina comme théoriciens en se montrant inférieurs comme courage à ces simples paysans ukrainiens qui peuvent donner à n'importe qui la leçon de courage corporel. Chez Kropotkine il critiquait âprement son patriotisme de 1914. J'aurais pu résumer en disant qu'il sentait parfaitement le manque de coordination de la pensée anarchiste avec la réalité de la vie sociale.

Makhno était-il un ivrogne comme le décrit Voline? Je ne le crois pas. Durant trois années à Paris je ne l'ai jamais vu ivre, et je le voyais très souvent à cette époque. J'ai eu l'occasion de l'accompagner en qualité d'interprète aux repas organisés à son honneur par des anarchistes étrangers. Il s'enivrait du premier petit verre, ses yeux brillaient et il devenait éloquent, mais vraiment ivre je ne l'ai jamais vu. On m'a dit que les dernières années de sa vie il avait faim, se laissa aller et peut-être à ce moment a-t-il commencé à boire, cela ne me semble pas exclu Mais en général à son organisme malade et affaibli il suffisait quelques gouttes d'alcool pour le rendre ivre. Etant ataman il a dû boire dans la même mesure que le fait un paysan ukrainien dans la vie quotidienne.

Comme un trait négatif de son caractère j'aurais pu indiquer son extrême incrédulité et sa méfiance, quoi que je ne pourrais pas affirmer que ces traits ne sont pas un résultat pathologique de son activité militaire pendant la guerre civile. Il était capable parfois de soupçonner même ses amis les plus proches. Aussi il arrivait que dans ses relations personnelles il n'était pas capable de distinguer entre les choses importantes et les petits détails.

Savait-il se reconnaître entre ses amis et ses ennemis? Je pense que quelque part intérieurement il savait les distinguer, mais à cause de son caractère acariâtre il était capable de se disputer avec des gens lui voulaient du bien. Son journal intime après sa qui mort est tombé entre les mains de deux de ses ennemis sa femme et Voline. Malgré sa méfiance il ne pouvait tout de même pas s'attendre à une pareille catastrophe.

 

Paris, février 1948

 

 

IDA METT

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

 

1 Osservazione: Ida METT scriveva abitualmente in russo. Questo testo è stato scritto originalmente in francese.

2 In: Le Monde libertaire.

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20 giugno 2011 1 20 /06 /giugno /2011 05:00

La rivoluzione russa

la revue anarchiste cover

di Alexander Berkman

 

III


Ciò che ho imparato, l'ho imparato a poco a poco, giorno dopo giorno, in diverse parti del paese. Ho avuto delle occasioni eccezionali per osservare e studiare. Ero in stretti rapporti con i capi del Partito Comunista, in contatto con quasi tutti i militanti, uomini e donne, ho partecipato alle loro attività, e ho viaggiato molto attraverso il paese nelle condizioni più favorevoli per prendere contatto personalmente con la vita degli operai e dei contadini. In un primo tempo, non potei credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Come in quegli specchi deformanti che vi restituiscono la vostra immagine orribilmente deformata, allo stesso modo la Russia sembrava riflettere la Rivoluzione come una spaventosa caricatura della vita nuova, la speranza del mondo. Non entrerò ora nella descrizione dettagliata delle mie prime impressioni, le mie indagini e così di seguito, che generarono la mia convinzione finale. Ho lottato senza riposo e con amarezza contro me stesso. Ho lottato per due anni. La cosa più dura è convincere chi non ha bisogno di essere convinto. E confesso che non avevo bisogno di essere convinto che la Rivoluzione, in Russia, era diventata un miraggio, un inganno pericoloso. Lottai a lungo e fermamente contro questa convinzione. Ma le prove si accumulavano e ogni giorno portava le testimonianze più odiose contro la mia volontà, la mia speranza e il sacro fuoco di ammirazione e di entusiasmo per la Russia che mi divorava. Ero convinto che la Rivoluzione Russa era stata assassinata.

 

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Come e da chi?

Alcuni scrittori hanno affermato che l'ascesa dei Bolscevichi al potere era dovuto a un colpo di mano, e dei dubbi sono stati espressi riguardo alla natura e l'importanza dell'evento dell'ottobre.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Dal punto di vista storico, il grande evento conosciuto con il nome di Rivoluzione d'ottobre era, nel senso più ampio, una rivoluzione sociale. Essa era caratterizzata da tutti i fattori essenziali di un tale cambiamento fondamentale. Era fatta, non da un partito politico, ma dalle masse stesse in un modo che trasformava radicalmente tutte le relazioni economiche, politiche e sociali esistenti sinora. Ma non ebbe luogo in ottobre.

Quel mese segnò la “consacrazione legale” e formale degli avvenimenti rivoluzionari che la precedettero. Durante le settimane ed i mesi che la precedettero, questa Rivoluzione si era estesa a tutta la Russia. Il proletariato delle città prendeva possesso dei magazzini e delle officine, mentre i contadini espropriavano le grandi proprietà e utilizzavano la terra per sé. Allo stesso tempo, dei comitati di operai, di contadini e dei Soviet si formarono ovunque nel paese, e allora cominciò il trasferimento successivo del potere dalle mani del governo provvisorio in quello dei Soviet; e fu il caso, dapprima di Pietrogrado, in seguito a Mosca: si estese velocemente alla regione del Volga, al distretto dell'Ural e alla Siberia. La volontà del popolo trovò la sua espressione nella formula: “Tutto il potere ai Soviet!” e andò espandendosi all'intero paese. La soluzione della situazione era fornita dal congresso dei Soviet del Nord, che proclamava: “Il governo di Kerensky deve andarsene; i Soviet sono il solo potere!”.

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Ciò accadeva il 10 ottobre 1917. Infatti, tutto il potere era già nelle mani dei Soviet. In luglio, il sollevamento di Pietrogrado contro Kerensky fu soffocato, ma nel mese di agosto, l'influenza degli operai rivoluzionari e della guarnigione fu abbastanza forte per impedire l'attacco tentato da Kornilov. Le forze del Soviet di Pietrogrado crebbero di giorno in giorno. Il 16 ottobre, formò il suo proprio Comitato Militare, il che era una sfida e una provocazione aperta contro il governo. Il Soviet, grazie al suo Comitato Militare Rivoluzionario si preparò a difendere Pietrogrado contro il governo della coalizione di Kerensky e contro un possibile attacco del generale Kaledin e dei suoi cosacchi contro rivoluzionari. Il 22 ottobre, tutto il proletariato di Pietrogrado, appoggiato solidalmente dalla guarnigione, fece un'imponente manifestazione attraverso tutta la città, contro il governo, e in favore di “Tutto il potere ai Soviet”. Il Congresso panrusso dei Soviet doveva aprirsi il 25 ottobre.

 

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Il governo provvisorio, vedendo la sua esistenza in eminente pericolo, fece ricorso a un'azione decisiva. Il 23 ottobre, il Soviet di Pietrogrado aveva ordinato al gabinetto Kerensky di sciogliersi entro ventiquattro ore.

Spinto all'esasperazione, Kerensky risolse - il 24 ottobre - di sopprimere la stampa rivoluzionaria, di arrestare i rivoluzionari militanti più in vista a Pietrogrado, e di sopprimere i commissari attivi del Soviet. Il governo si appoggiava sulle truppe “fedeli” e i nobili delle scuole militari studenti. Ma era troppo tardi, il tentativo di appoggiare il governo fallì. Nella notte dal 24 al 25 ottobre (dal 6 al 7 novembre), il governo di Kerensky fu sciolto pacificamente e senza spargimento di sangue e la supremazia esclusiva dei Soviet fu stabilita. Il partito comunista andò al potere. Era l'apogeo politico della Rivoluzione Russa.

 

Alexander Berkman

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

 LINK all'opera originale:

La Révolution Russe

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1 maggio 2011 7 01 /05 /maggio /2011 06:00

Il 1° Maggio

 

makhno nestor

Simbolo di un'era nuova nella vita e la lotta dei lavoratori

 

di Nestor Makhno

 

La giornata del primo Maggio è considerata nel mondo socialista come la festa del Lavoro. Si tratta di una falsa affermazione del 1° Maggio che ha talmente permeato la vita dei lavoratori che effettivamente in molti paesi, essi lo celebrano in tal modo. Infatti, il primo maggio non è un giorno di festa per i lavoratori.

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No, i lavoratori non devono, quel giorno rimanere nelle loro officine o nei campi. Quel giorno, i lavoratori di tutti i paesi devono riunirsi in ogni villaggio, in ogni città, per organizzare delle riunioni di massa, non per festeggiare quel giorno così come lo concepiscono i socialisti statalisti ed in particolare i bolscevichi, ma per contare le loro forze, per determinare le possibilità di lotta diretta contro l'ordine marcio, vile schiavista, fondato sulla violenza e la menzogna.

 


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Durante questo giorno storico già istituito, è più facile a tutti i lavoratori riunirsi e più comodo manifestare la loro volontà collettiva, così come discutere in comune tutto quanto riguarda le questioni essenziali del presente e del futuro. Sono più di quaranta anni che i lavoratori americani di Chicago e dei dintorni si riuniscono il primo Maggio. Ascoltarono là dei discorsi di numerosi oratori socialisti, e soprattutto quelli degli oratori anarchici, perché essi assimilavano le idee libertarie e si mettevano francamente dalla parte degli anarchici. I lavoratori americani tentarono quel giorno, organizzandosi, di esprimere la loro protesta contro l'infame ordine dello Stato e del Capitale dei possidenti.

È su questo che intervengono i libertari americani Spiess, Parsons ed altri. È allora che questo incontro fu interrotta da delle provocazioni di mercenari del Capitale e si e terminò con il massacro di lavoratori disarmati, seguito dall'arresto e dall'assassinio di Spiess, Parsons ed altri compagni. I lavoratori di Chicago e dei dintorni non si radunavano per festeggiare la giornata del primo Maggio. Si erano raddunati per risolvere in comune i problemi della loro vita e delle loro lotte. Anche oggi, ovunque i lavoratori si sono liberati dalla tutela della borghesia e dalla socialdemocrazia legate ad essa (indifferentemente menscevica o bolscevica) o tentano di farlo, essi considerano il 1° Maggio come l'occasione di un incontro per occuparsi dei loro affari diretti ed occuparsi della loro emancipazione.


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Essi esprimono, attraverso queste aspirazioni, la loro solidarietà e la loro stima nei confronti dei martiri di Chicago. Essi sentono dunque che non può essere per essi un giorno di festa. Così, il primo Maggio, a dispetto delle affermazioni dei "socialisti professionisti" che tendono a presentarlo come la festa del lavoro, non può esserlo per dei lavoratori coscienti. Il primo Maggio, è il simbolo di un'era nuova nella vita e nella lotta dei lavoratori, un 'era che presenta ogni anno per i lavoratori, nuove e sempre più difficili e decisive battaglie contro la borghesia, per la libertà e l'indipendenza che sono loro strappate, per il loro ideale sociale. 

 

Nestor Makhno

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

LINK:

Les Martyrs de Chicago - aux origines du 1er mai

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12 aprile 2011 2 12 /04 /aprile /2011 06:00

La rivoluzione russa

la revue anarchiste cover

 

di Alexander Berkman

 

II

 

Affinché il lettore possa capire bene quanto esporrò di seguito, credo sia necessario stabilire brevemente le disposizioni mentali che mi animavano all'epoca del mio arrivo in Russia.

Mi riferisco a due anni fa. Un governo, il “più libero della terra”, mi aveva fatto deportare, in compagnia di altri 248 uomini politici, dal paese nel quale ero vissuto per più di trent'anni. Protestai con veemenza contro il crimine morale perpetrato da una pretesa democrazia facente ricorso a dei metodi che essa aveva così violentemente attaccato durante l'autocrazia zarista. Stigmatizzai la deportazione di uomini politici come un oltraggio ai diritti più fondamentali dell'uomo, e la combattei per motivi di principio. Ma il mio cuore era contento. Quando scoppiò la Rivoluzione di febbraio, avevo desiderato andare in Russia, tuttavia l'affare di Mooney me lo aveva impedito: avevo ripugnanza a lasciare il campo di battaglia. In seguito, gli Stati Uniti mi imprigionarono e aprirono contro di me dei procedimenti penali per la mia opposizione contro la carneficina mondiale. Per due anni, l'ospitalità forzata delle prigioni federali impedì la mia partenza. Ne seguì la deportazione. Ho già detto che il mio cuore era contento. Parola troppo debole per esprimere la gioia debordante che riempiva tutto il mio essere alla certezza di visitare la Russia.

 

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La Russia! Stavo per rientrare nel paese che aveva fatto sparire l'impero degli Zar dal mappamondo, stavo per vedere il paese della Rivoluzione Sociale! Ci può essere una più grande gioia per qualcuno che, nella sua prima giovinezza, era stato un ribelle contro la tirannia, e che aveva intravisto nei vaghi sogni della giovinezza un mondo di umana fratellanza e di felicità, e di cui l'intera vita era stata consacrata all'avvento della Rivoluzione Sociale?

Il viaggio fu un vero pellegrinaggio. Benché fossimo dei prigionieri e trattati con severità militare, e che il “Budford” fosse una vecchia botte che faceva acqua da tutte le parti e mettesse costantemente in pericolo le nostre vite durante questa odissea di un mese, il pensiero che eravamo in rotta per il paese della Rivoluzione fertile (in promesse) mantenne tutta la compagnia dei deportati nel migliore umore e nel brivido dell'attesa del grande giorno che si avvicinava. Il viaggio fu lungo, molto lungo, e umilianti le pene che dovemmo sopportare: eravamo ammucchiati sotto il ponte, vivendo nell'umidità e in un'atmosfera marcia, e nutriti con magre razioni. La nostra pazienza era quasi al limite, ma il nostro coraggio irremovibile; e infine giungemmo a destinazione.

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Fu il 19 gennaio 1920, che mettemmo piede a terra sul suolo della Russia dei Soviet. Un sentimento di solennità, di rispetto mi sopraffece subito. È lo stesso sentimento che hanno dovuto provare i miei devoti antenati penetrando per la prima volta nel sancta sanctorum. Un grande desiderio si era impadronito di me, di inginocchiarmi e abbracciare questa terra irrorata dal sangue di generazioni di sofferenze e di martirio, irrorata di nuovo dai rivoluzionari trionfanti dei nostri giorni. Mai in precedenza, nemmeno quando fui restituito alla vita dopo le orribili tenebre di quattordici anni di prigione, ero stato così tanto emozionato, bruciando di desiderio di abbracciare l'umanità, di deporre il mio cuore ai suoi piedi, di sacrificare la mia vita mille volte, se soltanto ciò fosse stato possibile, al servizio della Rivoluzione Sociale. Fu il più grande giorno della mia vita.

Fummo accolti a braccia aperte. L'inno rivoluzionario, eseguito dall'orchestra rossa, ci salutò con entusiasmo nel momento in cui attraversammo la frontiera russa. Le acclamazioni dei difensori dai berretti rossi della Rivoluzione si moltiplicarono attraverso i boschi, risuonando lontano come rombi di tuono. Davanti il simbolo visibile della Rivoluzione Trionfante, rimanevo a capo chino. Ero commosso e fiero, ma tuttavia, mi sentivo piccolo davanti alla grandezza della manifestazione della Rivoluzione Sociale attuale. Quale profondità, quale grandezza vi si rivelavano, e quali immense possibilità si rivelavano alle sue prospettive!

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Ascoltavo la voce della mia anima: “Che la tua vita passata possa aver contribuito, anche se poco, alla realizzazione del grande ideale umano e a questo, che ne è l'inizio”. E ho avuto coscienza della grande felicità che mi era offerta di agire, di lavorare, di aiutare con tutto il mio essere a realizzare l'espressione rivoluzionaria completa di questo meraviglioso popolo. Hanno lottato e sono usciti vittoriosi dalla battaglia. Hanno proclamato la rivoluzione sociale: ciò significava che l'oppressione era cessata, che la sottomissione e lo schiavismo, i due flagelli dell'umanità, erano aboliti. La speranza di molte generazioni ed epoche si erano infine realizzate. La giustizia si era stabilita sulla terra, per lo meno sulla parte del tutto che comprendeva la Russia Sovietica, e oramai questa preziosa eredità non si sarebbe più persa.

 

Ma gli anni di guerra e di rivoluzione hanno esaurito il paese. C'è sofferenza e carestia, e grande bisogno di cuori intrepidi e virili volontà per agire e aiutare. Il mio cuore era pieno di gioia. Sì, mi dedicherò con tutto il mio essere al servizio del popolo. Ringiovanirò per ogni sforzo in avanti, nel compito più duro, per la crescita del benessere comune. Voglio dedicare tutta la mia vita alla realizzazione della grande speranza del mondo, alla Rivoluzione Sociale.

Al primo avamposto dell'esercito russo si organizza un formidabile incontro per darci il benvenuto. La grande sala, piena di soldati e di marinai, le donne in abiti religiosi sulla tribuna degli oratori, i loro discorsi, tutta questa atmosfera palpitante della Rivoluzione in azione... tutto ciò fece una grande impressione su di me. Esortato a dire qualcosa, ringraziao i compagni russi per il caloroso ricevimento fatto ai deportati d'America, mi complimentai per le lotte eroiche che essi sostenevano e dissi loro della grande gioia di trovarmi tra di loro. E in seguito, espressi tutto il mio pensiero in questa unica frase: “Cari compagni”, dissiloro, “non siamo venuti per insegnare, ma per imparare, per imparare e per aiutare”.

Ecco il mio ingresso in Russia, Ed ecco cosa provarono la maggior parte dei deportati, miei compagni.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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La Révolution Russe

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23 marzo 2011 3 23 /03 /marzo /2011 17:34

È ora la volta di una grande rivista anarchica e cioè  La Revue Anarchiste, che ebbe breve vita ma che produsse una grande mole di materiale interessante e soprattutto importante. Operando negli anni immediatamente successivi al primo dopoguerra, poté avvalersi di contributi di vecchi dirigenti e militanti di varie tendenze e soprattutto aprirsi a contributi internazionali di cui i più avvincenti restano quelli dei fuoriusciti anarchici russi che portarono in occidente le prime testimonianze e soprattutto le prime critiche e analisi sul regime totalitario sovietico: Berkmann, Kropotkin e Volin soprattutto, ma anche Emma Goldman.

La Revue Anarchiste era anche ricchissima di rubriche, che oltre ad occuparsi di tematiche attuali con una notevole profondità e competenza, effettuavano il punto su alcune tematiche sia teoriche sia di natura più storica miranti a valorizzare i contributi di figure note e meno note del movimento libertario. Di questa grande massa di dati ci occuperemo nei prossimi post di La Tradizione Libertaria. Consigliamo anche di cliccare sui link in fondo ai post per visionare la rivista on line di modo che si possa anche fruire della validità grafica della rivista nonché della sua pulizia tipografica.

 

La rivoluzione russa 

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di Alexander Berkman

 


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I

Sguardo sul passato e sull'avvenire


la-revue-anarchiste-cover.jpgÈ molto stupefacente vedere quanto siano poco conosciute al di fuori della Russia, la situazione attuale e le condizioni nelle quali si trova questo paese. Anche delle persone intelligenti, soprattutto tra gli operai, hanno le idee più confuse per quel che riguarda la Rivoluzione russa, il suo sviluppo e la sua situazione attuale sia politica sia economica e sociale. Se giudichiamo la Russia e gli avvenimenti che vi si sono svolti dopo il 1917, questo giudizio sarà molto incompleto, se non erroneo; benché la maggior parte delle persone prendano partito e parlano a favore o contro la Rivoluzione ed i bolscevichi, quasi nessuno possiede una conoscenza esatta e chiara dei fattori essenziali che vi si rapportano. In generale, le opinioni espresse - favorevoli o altre - sono basate su delle informazioni molto incomplete di cui si può contestare l'autenticità, e che sono spesso interamente false, informazioni riguardanti la Rivoluzione russa, il suo sviluppo e l'aspetto attuale del regime bolscevico. Ma le opinioni sostenute sono per la maggior parte, non soltanto fondate su dei dati imprecisi o falsi, ma anche oscurati - e a dir il vero snaturati - da sentimenti amichevoli, pregiudizi personali ed interessi di classe. In fondo è una profonda ignoranza che, sotto una forma o un'altra, caratterizza l'atteggiamento della grande maggioranza delle persone verso la Russia e gli avvenimenti di Russia.

 

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E tuttavia, la comprensione della situazione russa è di vitale importanza per il progresso ed il benessere futuro del mondo. Non si insiste mai troppo su questo punto. È dalla giusta valutazione della rivoluzione Russa, dal ruolo stato svolto dai bolscevichi e altri partiti e movimenti politici e delle cause che hanno portato alla presente situazione, in breve è dall'intera comprensione di tutto il problema che dipendono gli insegnamenti che trarremo dal grande avvenimento storico del 1917. Questi insegnamenti informeranno nel bene o nel male l'opinione e l'attività di una gran parte dell'umanità. Detto altrimenti, i cambiamenti sociali dell'avvenire - il lavoro e gli sforzi rivoluzionari che li precedono e li accompagnano - saranno profondamente influenzati dalla comprensione popolare di ciò che è realmente accaduto in Russia.

 

berckman--1917-Pietrogrado--assemblea-dei-soviet.jpg

È generalmente ammesso che la Rivoluzione Russa sia l'avvenimento storico più importante dopo la grande Rivoluzione Francese. Sono anche incline a credere che dal punto di vista delle sue conseguenza potenziali, la Rivoluzione del 1917 è il fatto più significativo nella storia di tutta l'umanità. È la sola Rivoluzione che aspirava de facto alla Rivoluzione sociale Mondiale; è la sola che ha presentemente, abolito il sistema capitalista su tutto un territorio ed ha cambiato da cima a fondo tutte le relazioni sociali esistenti sino ad allora. Un avvenimento di una così grande magnificenza umana e storica non deve essere giudicata dallo stretto punto di vista della parzialità. Nessun sentimento personale né pregiudizio dovrebbe deformare l'atteggiamento degli individui. Innanzitutto, ogni fase della Rivoluzione deve essere studiata con cura, senza espedienti né pregiudizi, tutti i fatti essere considerati senza pregiudizio, perché possiamo farci un'opinione giusta e precisa. Credo, ne ho la ferma convinzione, che soltanto, tutta la verità per quel che riguarda la Russia, può essere di immenso profitto.

 

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Sfortunatamente, ciò non è stato sino ad ora il caso, tranne qualche eccezione. Era del tutto naturale che la Rivoluzione Russa provocasse da una parte, l'antagonismo più strenuo e la difesa più appassionata dall'altra. Ma, la parzialità, da qualunque parte si manifesti, non è un giudice obiettivo. A dir il vero, la più odiosa menzogna così come delle ridicole storie favolose riguardanti la Russia sono state sparse e continuano ad esserlo, ancora oggi. Non possiamo, naturalmente, meravigliarci che i nemici della Rivoluzione russa, e della Rivoluzione in generale, e allo stesso modo i reazionari e i loro agenti, abbiano inondato il mondo con delle disinformazioni più velenose degli avvenimenti che succedono in Russia. Su di essi e la loro informazione, non ho più bisogno di spendere delle parole: è da tanto tempo che essi sono screditati agli occhi delle persone oneste ed intelligenti.

 

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È triste constatare che sono i sedicenti amici della Russia e della Rivoluzione Russa che hanno fatto più male alla Rivoluzione, al popolo Russo e ai migliori interessi delle masse di lavoratori del mondo con il loro zelo senza moderazione non tenendo conto della verità. Qualcuno per ignoranza, ma la maggior parte di quest'ultimi coscientemente e intenzionalmente hanno mentito con insistenza e passione, in contraddizione con tutti i fatti, con la falsa nozione che fa loro credere che così essi “aiutano la Rivoluzione”. Delle ragioni di “espedienti politici”, di "Diplomazia bolscevica”, di “necessità del momento” che essi allegavano e spesso dei motivi di considerazioni meno altruistiche, li hanno fatti agire in questo modo; essi hanno ignorato del tutto le sole considerazioni legittime di un onesto uomo, di un vero amico della Rivoluzione Russa, e dell'emancipazione dell'uomo - così come della storia veridica - che è il rispetto della verità. Vi furono degli uomini onorevoli, che furono delle eccezioni, sfortunatamente in piccolo numero e la cui voce si è quasi sempre persa nella passione delle interpretazioni scorrette, delle falsità e degli eccessi. Ma la maggior parte di coloro che visitarono la Russia mentirono del tutto sulla situazione di questo paese, - lo ripeto deliberatamente. Alcuni mentirono perché non sapevano nulla, perché non avevano avuto il tempo necessario né una vera occasione per studiare la situazione, di apprendere i fatti. Essi effettuarono dei viaggi, a volo d'uccello, trascorrendo dieci giorni a Mosca, non conoscendo la lingua, non vivendo mai a contatto diretto con la vita reale del popolo, non ascoltando e non vedendo altro ciò che dicevano e mostravano loro i ciceroni ufficiali interessati che li accompagnavano ovunque.

Pietrogrado--18-Giugno-1917.jpg

In molti casi, questi “storici della Rivoluzione” erano dei veri incompetenti, ingenui, sino al ridicolo. Essi erano così poco familiarizzati con tutto ciò che li circondava, che spesso non avevano il minimo sospetto che il loro affabile “interprete”, così avido di “mostrare e spiegare tutto”, era in realtà un membro del gruppo degli “uomini di fiducia”, specialmente designati per “guidare” i visitatori importanti. Molti di questi visitatori hanno successivamente parlato e scritto abbondantemente sulla Rivoluzione Russa con poca conoscenza eancor meno comprensione. Ve ne sono stati altri che avevano il tempo e l'occasione necessari, e qualcuno di essi tentarono realmente di compiere uno studio serio della situazione, non unicamente per i pettegolezzi della stampa. Durante il mio soggiorno di due anni in Russia, ho avuto l'occasione di incontrarmi personalmente con quasi tutti i visitatori stranieri, con le missioni dei sindacati e quasi tutti i delegati d'Europa, d'Asia, d'America e d'Australia, che si riunivano a Mosca per assistere al Congresso Internazionale comunista e al Congresso Rivoluzionario dell'Industria, che si tennero laggiù l'anno scorso. La maggior parte di loro potevano vedere e comprendere ciò che accadeva nel paese. Ma era, veramente, una rara eccezione che essi avessero una visione abbastanza netta e abbastanza coraggio per comprendere che soltanto tutta la verità poteva servire nel miglior modo gli interessi della situazione.

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Tuttavia, i diversi visitatori della Russia si preoccupavano, in generale, estremamente poco della verità, ed erano sistematicamente tali quando cominciarono ad “illuminare” il mondo. Le loro asserzioni sfioravano frequentemente un'idiozia criminale. Pensate, ad esempio, a George Lansbury (pubblicista del “Daily Herald” di Londra), che riporta che le idee di fratellanza, eguaglianza e di amore predicate da Gesù di Nazareth erano in corso di realizzarsi in Russia e che allo stesso tempo Lenin deplorava “la necessità del comunismo militare” imposto dall'intervento e dal blocco degli Alleati. “Considerate l'eguaglianza” che divideva la popolazione russa in 36 categorie, seguendo la razione ed i salari ricevuti. Un altro inglese, noto scrittore, esclamava enfaticamente che tutto sarebbe andato bene in Russia, se non vi fosse stata ingerenza da parte esterna... mentre interi distretti dell'Est, nel Sud e in Siberia, alcuni per estensione più vasti della Francia, erano in rivolta armata contro i Bolscevichi e la loro politica agraria. Altri scrittori lodavano il libero regime dei Soviet, mentre 18.000 dei suoi figli giacevano morti a Kronstadt, per aver lottato per la vittoria del libero regime dei Soviet.

 

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Ma perché dilungarsi su queste prostituzioni letterarie? Il lettore si ricorderà facilmente la folla di “pere” che negarono con forza l'esistenza stessa delle cose che Lenin cercava di spiegare come ineluttabili. So che molti dei delegati e altre persone credettero che se la situazione reale della Russia fosse conosciuta all'estero, si potrebbe forzare la mano ai reazionari d interventisti. Tuttavia, questa credenza non necessitava della rappresentazione della Russia come un vero Eldorado del lavoro. Ma il tempo in cui sarebbe potuto sembrare inopportuno parlare esplicitamente della situazione russa, è passato da mol. Questo periodo è terminato, relegato negli archivi della Storia con l'introduzione della “nuova politica agraria”. Ora è giunto per noi il tempo di trarre gli insegnamenti della Rivoluzione e di ricercare le cause del suo fallimento. Allo scopo di evitare gli errori che essa ha commesso (Lenin dice francamente che essi sono stati numerosi), e affinché possiamo adottare le sue migliori linee, dobbiamo conoscere tutta la verità sugli avvenimenti della Russia.

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È per questo che considero l'attività presente di alcuni lavoratori e altri uomini come positivamente criminale e un tradimento dei veri interessi dei lavoratori del mondo. Mi riferisco a quegli uomini e donne, di cui alcuni erano delegati ai congressi che ebbero luogo a Mosca nel 1921, e continuano sempre a propagare le “amabili” menzogne sulla Russia, e abusano le masse con delle rappresentazioni fantasiose delle condizioni di lavoro in questo paese e cercano anche di indurre i lavoratori di altri paesi a emigrare in massa in Russia. Essi rafforzano la spaventosa confusione mentale già esistente nello spirito del popolo, ingannano il proletariato con dei falsi rapporti riguardanti il presente e delle vane promesse in un prossimo avvenire. Continuano ad abusare gli spiriti sostenendo la pericolosa illusione che la Rivoluzione è sempre viva e dispiega un'attività continua in Russia. È una tattica delle più spregevoli. È, naturalmente molto facile per un leader americano dei lavoratori, giocando sull'elemento radicale, redigere dei rapporti entusiastici sulla condizione dei lavoratori russi, i quali sono mantenuti, a spese dello Stato al “Lux”, l'hotel più lussuoso in Russia. In verità, può affermare che non “si ha bisogno di denaro”, perché riceve tutto ciò che egli desidera, senza alcuna spesa? Sì, perché il Presidente dell'unione americana degli operai degli aghi non dovrebbe sostenere che gli operai russi godono interamente della libertà di parola? Ha cura di non menzionare che soltanto, i Comunisti e i loro “fedeli” vadano a parlare, mentre il distinto “visitatore” indaga sulle condizioni nelle fabbriche.

Che la Storia possa perdonarli... Io non posso farlo.

 

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Alexander Berckman


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[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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La Revue Anarchiste, n° 4

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11 maggio 2010 2 11 /05 /maggio /2010 12:05

La colonna Durruti

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 omaggio di Carl Einstein

 

 

Einstein, 04
 
L'elogio postumo di Durruti che segue, è dovuto alla penna di Carl Einstein, uno scrittore tedesco che combatté nella Colonna Durruti nel 1936. Questo testo era stato redatto per la radio della CNT/FAI, Radio Barcellona, e pubblicato nel Deutscher Informatlonsdienst der CNT-FAI, Barcellona, 1936, da H. Rudiger, un anarchico tedesco incaricato dell'informazione, Hans Magnus Enzersberger che cita questo opuscolo nella bibliografia del suo libro Der kurze Sommer der Anarchie,  [Tr. it.: La breve estate dell'anarchia, Feltrinelli, Milano, 1973] non riporta però questo testo dello scrittore tedesco. Carl Einstein, nato a Neuwied in Germania, nel 1885, morto in Francia nel 1940, era scrittore e storico dell'arte. È uno dei rappresentanti più importanti del movimento espressionista tedesco. Ha fatto conoscere l'arte africana in Germania (Negerplastik, 1915 e Afrikanische Plastik, 1921), il cubismo e la pittura di Picasso. Ha scritto un'opera rivoluzionaria per la comprensione delle arti plastiche e della pittura: L'An du siècle (1926). Nel 1928, si è stabilito in Francia, precedendo l'ondata di migrazione tedesca del 1933. Ha fondato con Georges Bataille e Michel Leiris la rivista Documents che apparve nel 1929 e nel 1930.

 

Durruti-poster.jpgLa nostra colonna apprese della morte di Durruti nella notte. Si parlò poco. Sacrificare la propria vita va da sé per i compagni di Durruti. Qualcuno dice a voce bassa Era il migliore di tutti. Altri gridarono nella notte Lo vendicheremo. La consegna del giorno seguente fu Venganza (vendetta).

 Durruti, quest'uomo straordinariamente obiettivo e preciso, non parlava mai di se stesso, della sua persona. Aveva bandito dalla grammatica la parola "io", questo termine preistorico.

Nella colonna Durruti, non si conosce che la sintassi collettiva. I compagni insegneranno agli scrittori a cambiare la grammatica per renderla collettiva. Durruti aveva avuto l'intuizione profonda della forza anonima del lavoro. Anonimato e comunismo non fanno che una sola cosa.

Il compagno Durruti viveva ad anni luce da tutta questa vanità da protagonisti di sinistra. Viveva con i compagni, lottava come compagno. La sua radiosità era il modello che ci animava. Non avevamo generali; ma la passione della lotta, la profonda umiltà di fronte alla Causa, la Rivoluzione, passavano dai suoi occhi benevolenti sino ai nostri cuori che non facevano che una sola con il suo, il quale continua a battere per noi sulle montagne.

Udremo per sempre la sua voce: Adelante, adelante!

Durruti non era un generale, era il nostro compagno. Ciò non era decorativo, ma in questa colonna proletaria, non si sfrutta la Rivoluzione, non si fa pubblicità. Non si pensa che ad una cosa: la vittoria e la Rivoluzione.

 

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Durruti a Bujaraloz prima della partenza per il fronte di M

Questa colonna anarco-sindacalista è nata in seno alla Rivoluzione. È essa sua madre. Guerra e Rivoluzione  non sono che una cosa sola per noi. Altri avranno la facoltà di parlarne con termini scelti o discuterne in astratto. La Colonna Durruti non conosce che l'azione, enoi siamo i suoi allievi. Siamo semplicemente concreti e crediamo che l'azione produce delle idee più chiare di un programma progressivo che evapora nella violenza del fare.

 La Colonna Durruti si compone di lavoratori, dei proletari venuti dalle fabbriche e dai villaggi. Gli operai di fabbrica catalani sono partiti in guerra con Durruti, i compagni della provincia li hanno raggiunti. Gli agricoltori ed i piccoli contadini hanno abbandonato i loro villaggi, torturati ed umiliati dai fascisti, hanno attraversato l'Ebro di notte.

La Colonna Durruti è cresciuta nel paese che ha conquistato e liberato. È nata nei quartieri operai di Barcellona, oggi comprende tutti gli strati rivoluzionari della Catalogna e dell'Aragona, delle città e delle campagne. I compagni della Colonna Durruti sono dei militanti della CNT-FAI.

DurrutiMolti di loro hanno pagato con pene detentive le loro convinzioni. I giovani si sono conosciuti alle Juventudes Libertarias. Gli operai agricoli ed i piccoli contadini che ci hanno raggiunti sono le madri ed i figli di coloro che sono ancora perseguitati laggiù. Essi guardano verso i loro villaggi. Molti dei loro parenti, padri e madri, fratelli e sorelle sono state assassinati dai fascisti.I contadini guardano verso la pianura, nei loro villaggi, con speranza e collera. Ma non lottano per il loro borgo né per i loro beni, essi si battono per la libertà di tutti.

Degli adolescenti, quasi dei bambini, sono fuggiti per venire da noi, degli orfani i cui genitori erano stati assassinati. Questi bambini si battono al nostro fianco. Parlano poco, ma hanno capito presto molte cose. La sera al bivacco, ascoltano i più anziani. Alcuni non sanno né leggere né scrivere. Sono i compagni che insegnano loro. La Colonna Durruti ritornerà dal campo di battaglia senza analfabeti.

È una scuola.

La Colonna non è organizzata né militarmente né in modo burocratico. È emersa in modo organico dal movimento sindacalista. È un'associazione social-rivoluzionaria, non è una truppa. Formiamo un'associazione di proletari asserviti e che si batte per la libertà di tutti. La Colonna è l'opera del compagni Durruti, che ha determinato il loro spirito ed incorraggiato la loro libertà di essere sino all'ultimo battito del cuore. I fondamenti della Colonna sono il cameratismo e l'autodisciplina. Lo scopo della loro azione è il comunismo, nient'altro.

Tutti, odiamo la guerra, ma tutti noi la consideriamo come un mezzo rivoluzionario. Non siamo dei pacifisti e ci battiamo con passione. La guerra- questa idiozia completamente superata- non si giustifica che attraverso la Rivoluzione sociale. Non lottiamo in quanto soldati, ma in quanto liberatori.

Einstein--cartcoldur_Jpino.jpgAvanziamo e prendiamo d'assalto, non per conquistare della proprietà ma per liberare tutti coloro che sono oppressi dai capitalisti e dai fascisti. La Colonna è un'associazione di idealisti che hanno una coscienza di classe. Sino al presente, vittorie e sconfitte servivano al capitale che mantenevano degli eserciti e degli ufficiali per assicurare ed ingrandire il suo profitto e la sua rendita. La Colonna Durruti serve il proletariato. Ogni successo della Colonna Durruti comporta la liberazione dei lavoratori, qualunque sia il luogo in cui la Colonna ha vinto. Siamo dei comunisti sindacalisti, ma conosciamo l'importanza dell'individuo; ciò significa: ogni compagno possiede gli stessi diritti e compie gli stessi compiti. Non c'è nessuno sopra gli altri, ognuno deve sviluppare ed obbedire al massimo la sua persona.

I tecnici militari consigliano, ma non comandano. Non siamo forse degli strateghi, ma certamente dei combattenti proletari. La Colonna è forte, è un fattore importante del fronte, perché è costituita da uomini che non perseguono che un sol scopo da molto tempo, il comunismo, perché si compone di compagni organizzati sindacalmente da molto tempo e che lavorano in modo rivoluzionario.

Einstein--durrut.jpgLa colonna è una comunità sindacalista in lotta.

I compagni sanno che essi lottano questa volta per la classe lavoratrice, non soltanto per una minoranza capitalista, l'avversario. Questa convinzione impone a tutti una autodisciplina severa.

Il miliziano non obbedisce, persegue insieme a tutti i suoi compagni la realizzazione del suo ideale, di una necessità sociale. La grandezza di Durruti però è dovuta giustamente al fatto che egli commandava raramente ma educava di continuo. I compagni venivano a trovarlo sotto la tenda quando rientrava dal fronte. Spiegava loro il senso delle misure che prendeva e discuteva con essi. Durruti non comandava, convinceva.

Funerali-di-Durruti.jpgSoltanto la convinzione garantiva un'azione chiara e risoluta. Da noi, ognuno conosce il motivo della sua azione e non fa che una sola cosa con essa. Ognuno si sforzerà dunque ad ogni costo di assicurare il successo alla sua azione. Il compagno Durruti ci ha dato l'esempio.

Il soldato obbedisce perché ha paura e si sente inferiore socialmente. Combatte per frustrazione. È per questo che i soldati difendono sempre gli interessi dei loro avversari sociali, i capitalisti. Questi poveri diavoli della parte fascista ce ne danno il pietoso esempio. Il miliziano si batte innanzitutto per il proletariato, vuole la vittoria della classe operaia. I soldati fascisti si battono per una minoranza in via di sparizione, il loro avversario, il miliziano per il futuro della sua classe. Il miliziano è dunque più intelligente del soldato. È un ideale e non la parata al passo d'oca che regola la disciplina della Colonna Durruti.

Funerali-di-Durruti2.jpgDove arriva la Colonna, si collettivizza. La terra è data alla comunità, i proletari agricoli, da schiavi dei cacicchi che erano, si trasformano in uomini liberi. Si passa dal feudalesimo al libero comunismo.

La popolazione è curata, nutrita e vestita dalla Colonna. Quando la Colonna sosta in un villaggio, essa forma una comunità con la popolazione. Un tempo ciò si chiamava Esercito e Popolo o più esattamente l'esercito contro il popolo. Oggi, che si chiama proletariato al lavoro ed in lotta, entrambi formano un'unità inseparabile.

La milizia è un fattore proletario, il suo essere, la sua organizzazione sono proletari e devono restarlo. Le milizie sono le rapp resentanti della lotta di classe.

Durruti--funerali--22-novembre-1936.jpgLa Rivoluzione impone alla Colonna una disciplina più severa di quanto non potrebbe farlo qualunque militarizzazione. Ognuno si sente responsabile del successo della Rivoluzione sociale. Quest'ultima forma il contenuto della nostra lotta che resterà determinata dalla componente sociale. Non credo che dei generali o un saluto militare possano insegnarci un atteggiamento più funzionale. Sono sicuro di parlare nel senso di Durruti e dei compagni.

Non neghiamo il nostro vecchio antimilitarismo, la nostra sana diffidenza contro lo schematismo militare che non ha apportato sinora che dei vantaggi ai capitalisti. È giustamente per mezzo di questo schematismo militare che si è impedito al proletario di formarsi in quanto soggetto e che lo si è mantenuto nell'inferiorità sociale. Lo schematismo militare aveva come scopo di spezzare la volontà e l'intelligenza del proletario. Finalmente, ed in ultimo luogo, lottiamo contro i generali ribelli.

La ribellione militare prova il dubbio valore della disciplina militare. Non obbediamo ai generali, perseguiamo la realizzazione di un ideale sociale che attribuisce una parte alla massima formazione dell'individualità proletaria. La militarizzazione, per contro, era un mezzo sino ad allora popolare per sminuire la personalità del proletario.

Compiremo tutto e con tutte le nostre forze le leggi della Rivoluzione.

La base della nostra Colonna, è la nostra reciproca fiducia e la nostra collaborazione volontaria. Il feticismo del comando, la fabbricazione di celebrità, lasciamole ai fascisti. Restiamo dei proletari in armi, che si sottomettono volontariamente ad una disciplina funzionale. Si capisce la Colonna Durrutise si è afferrato che essa resterà sempre la figlia e la protezione della Rivoluzione proletaria. La Colonna incarna lo spirito di Durruti e quello della CNT-FAI.

Durruti continua a vivere nella nostra Colonna.

Essa garantisce la sua eredità nella fedeltà. La Colonna lotta con tutti i proletari per la vittoria della Rivoluzione.

Onore al nostro compagno caduto nel combattimento.

Onore a Durruti.

 

 Carl Einstein 

 

 [Traduzione di Ario Libert]

 

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Esposizione in omaggio a Durruti. 26a Divisione. La 26a Divisione è il nome assunto dalla Colonna Durruti dopo la militarizzazione delle milizie.

 

LINK ad un video You Tube relativo ai funerali di Durruti:

L'ultimo saluto a Buenaventura Durruti

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1 gennaio 2010 5 01 /01 /gennaio /2010 16:23



1936, I taxi di Barcellona...

La sezione dei taxi di Barcellona è una di quelle in cui si è manifestata nel modo più evidente lo spirito costruttivo della classe operaia organizzata nella CNT.

Prima del 19 luglio, esisteva un gran numero di raggruppamenti di operai o proprietari di taxi.

Le rivalità, la corsa incoerente al profitto comportavano cattive condizioni di lavoro: dodici ore di seguito, senza retribuzione fissa e nessuna indennità in caso di malattia. ìIl 19 luglio, la totalità dei conducenti ed un gran numero di operai emancipati, aderivano alla CNT.

Quando la vita della città si fu a poco a poco normalizzata, alla fine del mese di settembre 1936, un primo servizio di urgenza fu rimesso in circolazione, con 200 vetture dipinte e decorate in rosso e nero.

Poi il servizio si normalizzò e la nuova riorganizzazione diede i suoi frutti nel gennaio 1937, 700 vetture incassavano giornalmente più di 80.000 peseta. Le restrizioni di benzina fecero abbassare i guadagni, il comitato di controllo cercò una formula per fabbricare un carburante che potesse sostituire la benzina. Giunse ad ottenerla grazie ad una formula presentata da un operaio e nuove vetture furono poste in circolazione. Ma la mia collettività, dopo le giornate di Maggio (1937) fu l'oggetto di provocazioni da parte dei comunisti, i conducenti molestati dai comunisti per demoralizzarli e trascinarli in conflitti violenti. Le denunce dei vecchi proprietari che dichiaravano che le loro vetture erano state loro rubate furono accolte, le requisizioni per le esigenze di guerra fecero rovinare l'industria e la sezione finalmente soppressa attraverso decreto governativo nel dicembre 1937.



 Tuttavia, le realizzazioni di questo sindacato sono uno dei migliori esempi della capacità e del senso dell'ordine di questi "fuori da ogni controllo". I lavoratori avevano stabilito i loro servizi amministrativi alla sala delle Cortès, in cui erano assicurati il controllo del lavoro effettuato  dagli autisti, gli operai dei garage e quelli dell'officina di riparazioni. Il dettaglio delle statistiche permettevano di rendersi conto subito da dove veniva il difetto del rendimento, le avarie di una vettura. Le vetture difettose erano immediatamente inviate al laboratorio per essere sistemate o riparate.

Una ricevuta era data all'autista quando consegnava il prospetto della giornata di lavoro, ed una al custode del garage per la quantità di olio o benzina di cui aveva bisogno. Le frodi erano rare, consistevano soltanto sul calcolo dell'aumento del 25% sui prezzi segnati sul contatore, ma questa differenza si ritrovavano sui fogli di ricapitolazione. Se il fatto si ripeteva per tre volte, la vettura veniva tolta all'operaio che doveva andare a lavorare in officina.

Per quanto riguarda le riparazioni, gli autisti, senza far ricorso ad alcun ingegnere, né chimico, avevano installato con i loro propri mezzi un laboratorio di riparazione e di costruzione in cui riuscivano non soltanto ad effettuare le riparazioni ordinarie, ma anche a costruire tutti i pezzi e gli utensili che erano loro necessari, compresi quelli che non erano stati mai fabbricati in Spagna. Con questa indipendenza nei confronti delle aziende internazionali di costruzioni in tempo di guerra erano riusciti a realizzare la loro emancipazione economica.

Le officine di riparazione e di costruzione erano ubicati in un ampio locale inutilizzato dall'esposizione universale. Una parte conteneva delle vecchie vetture, a causa della mancanza di materie prime, si utilizzava tutto ciò che poteva tornare utile. Il laboratorio costruiva il motore per intero, acquistava gli acciai speciali, ma effettuava tutti gli assemblaggi necessari. Aveva un forno a carbone. I pistoni un tempo importati si fabbricavano sul posto così come i cuscinetti a sfere che sino ad allora non erano mai stati fabbricati in Catalogna.

Con lo spirito di ricerca che li caratterizzava gli operai erano tutti dediti alla realizzazione di un'opera a beneficio della collettività.

I vericiatori erano naturalmente oggetto di speciali attenzioni: utilizzavano il latte mattina e sera ed il Comitato aveva fatto installare potenti ventilatori affinché il locale fosse perfettamente aerato. La fabbrica aveva delle docce, il suo refettorio, la sua infermeria, il suo medico particolare.

Infine alcuni slogan decoravano i muri:


Il timore è generato dalla limitazione della coscienza e della libertà


Anarchismo, simbolo di giustizia e libertà


La migliore propaganda è nell'esempio della tua condotta


Da: "Le Libertaire" del 12 luglio 1946

in occasione di un numero speciale dedicato alla rivoluzione libertaria spagnola




[Traduzione di Ario Libert]

LINK al post originale:
1936, Les taxi de Barcellone

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14 novembre 2009 6 14 /11 /novembre /2009 13:35

 





Blum in azione... contro la Spagna liberale e operaia


Prima pagina di Le Monde Libertaire del dicembre del 1936, da cui è stato tratto questo articolo.



di: Louis Lecoin

Da: Le libertaire - 11 Dicembre 1936


"Mentre Hitler e Mussolini inviano carri armati e armi a Franco, Blum e i socialisti ci inviano ambulanze e bende".
                                                                                                       J. Rosell (CNT FAI)



 




Conosciamo i fatti: Companys che era stao pregato dalla CNT, dall'UGT, dalla Fai e dal PSUC di recarsi presso il popolo di Parigi, non ha potuto compiere la sua missione, il governo francese del fronte popolare essendovisi opposto. Ci tengo a redigere ora una relazione di tutti gli incidenti concernenti l'organizzazione del nostro ultimo meeting al Velodromo d'Inverno di modo che né Blum né i suoi sottoposti possano avere la possibilità di attenuare attraverso menzogne l'odiosità del loro comportamento. Avevo pensato che l'arrivo di Companys, nelle condizioni progettate, doveva assumere, un'estrema importanza sia dal punto di vista popolare sia diplomatico e che il criminale blocco dei "pacifisti" all'acqua di rose non sarebbe sopravvissuto forse agli effetti della nostra manifestazione. Insisto nel credere che l emie previsioni non erano assurde ed i commenti fatti intorno al nostro meeting- di fatto sabotato dall'assenza di Companys- lo dimostrano ampiamente.

Sono contro la guerra, l'ho già provato all'occasione e lo proverò ancora.

Ma sono anche contro il blocco che soffoca una rivoluzione e fa massacrare il fiore di una nazione da tutta la feccia internazionale.


Un manifesto di solidarietà con la spagna antifascista del Comitato per la Spagna Libera. Le scritte recitano dall'alto in basso: "I Miliziani hanno freddo"; "Donne! Madri francesi! Aiutate l'esercito della libertà!"; "Portate o spedite indumenti, farmaci, viveri al Centro di Rifornimento delle Milizie Antifasciste di Spagna".


Non voglio salvare i "marocchini" dei ministri del Fronte Popolare tradendo gli interessi dei lavoratori spagnoli, mancando a questo primo compito dell'internazionale anarchica che ci comanda di correre in aiuto degli anarchici spagnoli il cui numero, forza, valore nella lotta, la saggezza nell'amministrazione economica, impongono al mondo intero almeno il rispetto se non l'entusiasmo.

Sono contro la guerra, ma non voglio che con la paura della guerra ci si mantenga nell'inazione più deleteria e che ci si interdica di prendere parte alla lotta che si svolge accanto a noi, al di là dei Pirenei.

Crepi il governo Blum, me ne frego! Ma che vivano i nostri compagni spagnoli, che vivano intensamente!



È in questo stato di spirito che, incaricato dal Comitato Spagna Libera, ho organizzato la manifestazione del 6 dicembre. Ciò non significa che abbia agito imprudentemente, né che non abbia preso tutte le precauzioni per evitare gli scogli che potevano sbarrare la strada di Parigi.

Lo si giudicherà.

Ho, più di quindici giorni prima del meeting, avvisato del suo svolgimento e del luogo, il partito socialista, il partito comunista, tutte le personalità (e molte altre) che ho considerato come oratori, nessuno mi ha fatto la minima obiezione, nessuno mi ha detto che la partecipazione di Companys comportava degli inconvenienti.

Dieci giorni prima del 6 dicembre, dei giornali hanno annunciato, alcuni in prima pagina, il nostro meeting senza che il governo mostrasse la minima reazione. Eppure conoscevano gli organizzatori del meeting poiché al momento della preparazione di quello di Ottobre, li avevano chiamati alla presidenza del consiglio per chieder loro di abbandonare i loro progetti di allora.

Mi decisi dunque di andare a Barcellona a prevenire il presidente Companys che la strada di Parigi era libera. Prima ottenni che l'ambasciatore di Spagna a Parigi, mi ricevesse. Esposi a quest'ultimo il senso della manifestazione del 6 dicembre. Volete, gli dissi ancora scrivere al presidente del consiglio di Francia ed al suo ministro agli affari esteri allo scopo di chieder loro un'audienza per il Signor Companys quando sarà a Parigi?

L'ambasciatore mi confermò che l'avrebbe fatto.

Potevo con più precauzione, preparare l'arrivo in Francia del Presidente Companys?

Potevo, poiché la manifestazione era diretta contro il blocco, contro la politica criminale del governo Blum, potevo chiedere a quest'ultimo di prenderla sotto la sua tutela?

Chi mi rimprovererà di non essermi preparato affatto a questo gioco in cui ero sicuro di perdere? È soltanto il venerdì mattina del 4 dicembre che fui messo a corrente delle intenzioni del governo e che vidi svolgersi la manovra.



ARMI PER LA SPAGNA ANTIFASCISTA


Il Signor Moch è stato incaricato di eseguire la macchinazione, fu aiutato da persone della Generalità. Appresi dal Signor Moch che il governo avrebbe interdetto il nostro meeting, che avrebbe piuttosto fatto arrestare il Signor Companys alla frontiera che lasciar parlare al Velodromo d'Inverno il presidente della Catalogna. Alla stessa ora, Companys era informato dal console di Francia a Barcellona delle buone disposizioni nei suoi confronti dal governo del Fronte popolare.

Companys ebbe il coraggio di partire lo stesso.

Arrivando alla frontiera, vi trovò dei poliziotti, delle guardie mobili ed un prefetto che gli comunicò che non poteva entrare in Francia che alla condizione di fermarsi a Tolosa e non proseguire verso Parigi soltanto dopo il 6 dicembre.

Companys ebbe la dignità di tornare indietro.

Perché il Signor Blum fece 48 ore prima della tenuta del nostro meeting questa sporca operazione?

Non c'è bisogno di essere un indovino per capirne le ragioni.

Venerdì e sabato un dibattito aveva luogo alla Camera dei deputati sufgli avvenimenti di Spagna e le loro conseguenze internazionali. Il Signor Blum temeva che i comunisti non votassero per lui e desiderando recuperare al centro-destra ciò che temeva di perdere all'estrema sinistra, diede delle indicazioni al Signor Flandrin interdendo a Companys il suo soggiorno.

E si vorrebbe in alcuni ambienti pacifisti che dovremmo essere in estasi davanti alla politica di Blum, andiamo!

E alcuni compagni anarchici esitano a lanciarsi nella difesa della rivoluzione spagnola perché il Signor Blum, i suoi agenti, la sua stampa vanno gridando in ogni luogo che impediscono la guerra. Poveri ingenui!

Ma non saremo ingannati, noi.


Noi marceremo sino in fondo contro il fascismo spagnolo, contro il fascismo internazionale e contro il governo francese i cui  negoziati mettono in pericolo allo stesso tempo la pace nel mondo e la rivoluzione iberica.

 

Louis Lecoin


 

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Caricatura di Léon Blum di Levine




[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
Blum en action... contre L'Espagne liberale et ouvrière


LINK a post di argomento pertinente:
Mika Etchebéhère. Sorella mia, mio capitano
Mika Etchebéhère, da: La mia guerra di Spagna, 1977
9 luglio 1936, La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
I taxi di Barcellona, da: "Le Libertaire" del 12 luglio 1946
DOCUMENTI. 1936/1939, banconote e altre monete edite durante la guerra civile in Spagna




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7 novembre 2009 6 07 /11 /novembre /2009 09:07

La mia guerra di Spagna 

Mika Etchebéhère (Michèle Feldman), Santa Fe, Argentina, 2 febbraio 1902 - Parigi, 7 luglio 1992. Commandante di una colonna del P.O.U.M. con il grado di capitano.


"Ciò che mi resta dell'anarchismo, è la mia incapacità a rispettare le gerarchie imposte e la mia fede nel circolo dell'eguaglianza". 

 



Uscito a trenta anni di distanza dai fatti narrati nel libro, e cioè nel 1976 presso l'editore parigino  Denoël  con il titolo Ma guerre d'Espagne à moi e tradotto l'anno successivo in Italia dalla casa editrice Bompiani come La mia guerra di Spagna, Le memorie della guerra civile spagnola di Mika Etchebéhère costituiscono un importante quanto interessante documento della vastissima memorialistica concernente la rivoluzione spagnola.

Per chi non la conoscesse, l'autrice non fu una storica, una giornalista o una scrittrice bensì una combattente sul fronte aragonese insieme a suo marito Hippolite ucciso mentre era al comando di una colonna del POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista [Partido Obrero de Unification Marxista], un'organizzazione che era stata anche filo-trotskista ai suoi esordi, fondata da Andreu Nin, più noto come Andrés Nin, che verrà, come tanti altri autentici combattenti contro ogni forma di totalitarismo, assassinato dal fascismo rosso che appestò la Spagna libertaria sin dal 1936.

Le parentesi quadrate con all'interno dei puntini:
[...], indicano dei tagli più o meno consistenti, mentre le parentesi quadrate numerate indicano il numero delle pagine dell'edizione italiana del 1977.
Miliziani a cavallo del P.O.U.M.


Capitolo I

Alla ricerca del combattimento




Madrid, luglio 1936. Lo sciopero dello stabilimento continua. [...] Nei cantieri si moltiplicano gli scontri e la notte echeggia dei colpi d'arma da fuoco. La destra vuol spezzare lo sciopero ad ogni costo. [...] Circolano voci sullo scontento che serpeggia fra i militari, alcuni generali sono stati trasferiti.

Viene assassinato il luogotenente Castillo, della Guardia d'Assalto, un corpo di polizia creato dal governo repubblicano per controbilanciare la Guardia Civile, odiata dagli operai e dalla gente di sinistra. Per le strade di Madrid c'è odore di polvere. Tutti sanno che la destra sta preparando un complotto, solo il governo pare ignorarlo; ma il popolo è sul chi vive e picchetti di operai vigilano in continuazione alla sede dei sindacati. La Puerta del Sol si gonfia di suoni; l'ansia si impadronisce di Madrid.

Un altro morto: stavolta si tratta di Calvo Sotelo, uno degli uomini più in vista della reazione. La gente dice che le Guardie d'Assalto hanno vendicato il luogotenente Castillo. [...]

Alla notizia della sollevazione militare in Marocco, alle Canarie, a Siviglia, il governo sembra stupito, mentre il popolo accoglie i fatti senza sorpresa e quasi con un senso di sollievo, perché, finalmente, l'ombra si dirada [...] [5].
  Mika, foto risalente all'inverno 1937-38

Tutta Madrid si precipita per le strade alla ricerca di un fucile.
Notte del 18 luglio. Titoli enormi sulle prime pagine delle edizioni speciali. Il governo assicura che è padrone della situazione, che i ribelli si arrenderanno da un momento all'altro [...].


Uomini e donne sono affluiti alla Puerta del Sol da tutti i quartieri, si sono fermati un momento davanti al Ministero degli Interni, sorpresi, e hanno ascoltato il messaggio, ripetuto mille volte, che parla di ordine, di calma e di lealtà [...].

Agli angoli delle strade le Guardie d'Assalto, in tuta da lavoro e con la carabine in mano, fermano le macchine e le perquisiscono. Si è saputo che parecchi reazionari sono già partiti portandosi via armi e denaro per andare a raggiungere i rivoltosi. Si instaura una legalità nuova, in cui la tessera del sindacato o di un partito di sinistra prende il posto della carta d'identità.
[...] Percorriamo distanze interminabili alla ricerca di qualche arma e il tempo registra sprazzi di felicità quando la mano si chiude su un revolver [6].

Gli uomini hanno dimenticato le sfumature che li separano e ora avanzano cantando tutti insieme, mescolando i diversi inni. È la lotta finale..., Alle barricate, alle barricate..., Venite, anarchici... Il pericolo comune cementa una vasta alleanza e spezza ogni barriera [...].

Il 19 luglio, è un giorno denso, raccolto, perché la gente sa con più chiarezza quel che succede in certe caserme di Madrid e nessuno ascolta più i discorsi ufficiali e la milizia è appena nata e i lavoratori formano pattuglie per le strade.

Sono a Madrid da cinque giorni appena. Hippo, mio marito, è arrivato due mesi prima di me. Nelle lettere che mi spediva a Parigi, mi descriveva il clima sempre più teso creato dai molti scioperi e dalle mosse della destra in seguito alla vittoria del Fronte popolare [7].

[...] Mio marito ed io siamo andati in Spagna a cercare ciò che avevamo creduto di trovare a Berlino nell'ottobre del 1932: la volontà di lotta della classe operaia contro le forze della reazione che si stavano trasformando in fascismo [...] Eravamo scesi in piazza coi comunisti durante quelle manifestazioni che tagliavano il respiro alla borghesia, tanto erano folte e ordinate, gravi e minacciose come un esercito alla vigilia del combattimento. I nostri canti rivoluzionari salivano al cielo livido di quel 15 gennaio 1933 il cui freddo micidiale abbatteva vecchi, donne e figli di scioperanti, gli stessi che sfilavano in corteo con lo stomaco scavato dalla fame e le vesti consunte da lunghi anni di miseria.
Ma in quelle cupe giornate che precedevano l'avvento di Hitler al potere, né il partito socialdemocratico, né quello comunista vollero scatenare la lotta per afferrarlo. E le loro truppe, educate da una lunga tradizione di disciplina politica, non prendevano in considerazione la possibilità di combattere in ranghi dispersi, senza o contro i loro capi, che avevano confuso e falsato ogni cosa. E la "notte dei lunghi coltelli" cadde sulla classe operaia più lucida, più addestrata e meglio armata alla lotta degli anni '30 [8].

Forse è una fortuna che in questo 18 luglio 1936 non ci siano in Spagna partiti politici così potenti. I comunisti sono una piccola minoranza e nelle file dei socialisti, più consistenti, si va delineando un'ala sinistra costituita soprattutto da giovani, più combattivi dei loro padri rifornisti. La forza decisiva appartiene alla Confederazione Nazionale del Lavoro, la potente C.N.T., i cui principi libertari sono gelosamente conservati dalla F.A.I., la Federazione Anarchica Iberica, una specie di piccola chiesa aperta solo ai puri fra i puri, suprema istanza di santa madre anarchia, eminenza rossa e nera. I suoi diktat apolitici non impediscono tuttavia agli operai della C.N.T di contribuire in larga misura alla vittoria del Fronte Popolare in occasione del 16 febbraio 1936 [9].

[...] "Non credi che prima sarebbe meglio passare da casa per vedere se Latorre ha trovato qualcosa? È molto probabile che i sindacati della U.G.T. siano già armati".

No, Latorre non ha ancora trovato niente, ma ha un'idea. Perché non andiamo a vedere dai compagni del P.O.U.M.? Non ne facciamo parte, ma è l'organizzazione che si avvicina di più al nostro piccolo gruppo di opposizione comunista.

Niente armi nelle sedi del P.O.U.M., ma molte speranze per l'indomani e forse per stasera stessa. Per terra e sulle panche della piccola sala si ammassano un centinaio di uomini e qualche donna; alcune hanno un aspetto un po' strano. Vengo a sapere che sono ragazze di una casa chiusa lì vicino, che vengono ad arruolarsi nella milizia [...] [10].

Aggregati a un nucleo di combattenti, riprendiamo il nostro cammino più sicuri, Delle macchine con le scritte C.N.T.-F.A.I., U.G.T., U.H.T. e con le canne dei fucili appoggiate alle portiere, passano strombazzando [...].
Passa un Camion pieno zeppo di giovani e di ragazze tutti vestiti con la stessa tuta da lavoro: la milizia ha trovato la sua prima uniforme.

La folla applaude e canta davanti a una chiesa in fiamme [...].

20 luglio. La caserma della Montaña è caduta dopo scontri sanguinosi e ora tutti possono entrare nel grande cortile vuoto dove alcune donne si contendono le ultime marmitte [11].

I compagni del P.O.U.M. che avevano partecipato all'assalto, erano tornati con un ben magro bottino: dei caschi, dieci fucili, un paio di centinaia di cartucce e una mitragliatrice senza affusto [...].

21 luglio 1936. Due autocarri, tre auto da turismo, cento uomini, trenta fucili e una mitragliatrice senza affusto issata con fierezza su uno dei camion, costituiscono la colonna motorizzata del P.O.U.M. comandata da Hyppolyte Etchebéhère, cittadino francese nato in Argentina da famiglia piccolo borghese, approdato alla lotta di classe prima per ragioni sentimentali, per aver visto con i propri occhi la guardia mobile di Buenos Aires annegare nel sangue uno sciopero dei metallurgici nel 1919, poi, in seguito, per convinzione profonda.

La nostra colonna si avvia alla ricerca di truppe del generale Mola, che pare stiano marciando su Madrid. Incontriamo sul cammino dei contadini che ci chiedono di andargli a prendere della farina a un mulino nelle vicinanze. Un camion parte a cerca farina [12].

 Madrid entra nella rivoluzione a passo di carica. Il denaro non ha quasi corso quando si tratta di rifornire la milizia. Le organizzazioni operaie, partiti o sindacati, firmano dei buoni d'acquisto che noi diamo ai commercianti in cambio delle loro merci, sottolineando le trattative di un baldanzoso U.H.P. Si requisiscono le automobili, le autorimesse, le belle case abbandonate dai ricchi in fuga o rifugiatisi nelle ambasciate. Il governo, impotente com'è a controllare il dramma che si svolge sulla scena, è scivolato dietro le quinte.

 All'alba del 22 luglio la nostra colonna, a piedi, raggiunge [13] una stazione di Madrid per unirsi a una formazione di circa quattrocento uomini agli ordini del capitano Martínez Vicente, un ufficiale di carriera dalle provate convinzioni repubblicane [...].

Questa colonna raccoglie tutte le tendenze politiche e sindacali. L'età dei partecipanti va dai sedici ai settant'anni. Il nostro treno ci mette delle ore a muoversi.
Il vetusto fasciame dei vagoni è sommerso dalle iscrizioni: "A morte il fascismo", "Viva il P.O.U.M.", "A Saragozza"... perché sembra che andiamo a Saragozza a soccorrere la città prigioniera dei rivoltosi [...].

Alla fine vien dato l'ordine di montare sui vagoni e quando si sente fischiare la locomotiva si alza una selva di grida gioiose, miste a canti rivoluzionari [14].
Approfittiamo di una lunga sosta del treno per andare a rifornirci. Con due giovani militanti del P.O.U.M., Carmen, di diciotto anni, e Emma, di appena sedici, e un miliziano armato, facciamo il giro del villaggio e ritorniamo carichi di vettovaglie [...].

A Guadalajara ci danno ordine di scendere [...]. Guadalajara è una città triste. Le milizie della C.N.T. ci hanno preceduto e ora gli uomini col berretto nero e rosso stanno agli angoli delle strade col fucile in mano. Sono loro che, due giorni fa, hanno preso d'assalto la caserma doi Globos [...].

I miliziani della C.N.T. hanno anche aperto le porte della [15] prigione, e, intorno alla caserma dove ci siamo appena installati, gironzolano uomini dall'aspetto strano. Quattro o cinque hanno già chiesto di essere ammessi, nella nostra colonna, dopo una rapida discussione li accettiamo [...].

L'inattività comincia a demoralizzare i nostri miliziani, tanto più che i giornali son pieni delle prodezze compiute dalle colonne che tengono la Sierra. Su questo grigiore, [...] cade una notizia la cui portata non sfugge ai militanti: il governo fissa la paga dei miliziani a dieci pesetas al giorno. Questo tentativo di riprendere in mano le formazioni che fanno capo solo ai partiti e ai sindacati non seduce gli apolitici, il cui numero cresce ogni giorno [...] [16].
Hippo diventa sempre più luminoso, sì, luminoso, come se una torcia gli bruciasse dentro [...].

La notte, quando siamo distesi fianco a fianco sui nostri pagliericci, gli tengo la mano sussurandogli antiche parole d'amore come una ninna nanna, finché ci addormentiamo. Spesso, senza che io gli chieda niente, mi fa la relazione delle sue giornate spossanti: è riuscito a costituire un tribunale rivoluzionario per impedire i paseos, le esecuzioni sommarie; ne fanno parte i rappresentanti delle diverse tendenze. Vengono organizzate spedizioni per procurarsi le armi. Sogna un'unificazione delle milizie in vista delle prossime operazioni militari. Ormai lo ascoltano, gli obbediscono, l'amano, deve poter contare sui propri uomini come su se stesso per farne un reparto eccezionale, il meglio organizzato, il più coraggioso e, nello stesso tempo, il più disciplinato...

I nostri camion e le nostre auto da turismo ci hanno raggiunto a Guadalajara, Stanotte partiamo per la guerra [17].

La colonna avanza a passo d'uomo, invisibile, a fari spenti, in uno strano silenzio, Stavolta andiamo in guerra. quella vera, coi cannoni puntati e senza canzoni e grida di battaglia. Un chiarore indeciso all'orizzonte ondulato ci rivela la piazzaforte di Atienza, un borgo medievale sparpagliato attorno al castello che si erge, altissimo, su uno sperone quasi conico. [...] La nostra artiglieria gli strappa qualche scheggia di pietra, qua e là. [...] Un aereo si alza nel cielo seminando il panico nelle nostre file. L'operazione è terminata.
Mi sveglio a tarda notte su un letto di ospedale con accanto un'infermiera che tenta di farmi bere. Ho ricordi confusi. Pare che abbia un ascesso in gola e quaranta di febbre. "Bisogna che mangi", dice l'infermiera, una ex suora che ha deposto l'abito per amore di un miliziano comunista.
Hippo è venuto a trovarmi. Abbiamo cambiato città e la colonna adesso è a Sigüenza. Hippo e i suoi miliziani hanno finalmente combattuto sul serio. Erano stati incaricati di portare munizioni alla città assediata dai franchisti, ma, invece di lasciarle nel luogo stabilito e di far marcia indietro, sono entrati col camion fin dentro la città, han preso gli assalitori di lato e han fatto più di sessanta morti, recuperando sul campo fucili e mitragliatrici. Dopo una simile impresa, il prestigio della colonna P.O.U.M. e il grande ascendente del suo capo sono assicurati [...].
 Sulla strada che va a Sigüenza, il grano si piega sotto il peso delle spighe troppo mature: il tempo della mietitura [18] è passato senza che la gente se ne accorgesse, come se il raccolto non fosse più affar loro [...] I ricchi han lasciato i poderi e han raggiunto i villaggi oltre le nostre linee. Le donne non sono partite tutte; rimaste a badare alla casa e alle bestie, si rintanano nelle stanze più nascoste, vestono di nero e, silenziose e cortesi, vendono volentieri pollo e prosciutto ai miliziani ricchi delle loro dieci peseta al giorno. Tanto ricchi da disprezzare la broda che passa la caserma [...].
Buona parte delle abitazioni della città è stata evacuata. L'ordine è di perquisirle, ma di prendere solo armi, munizioni , materassi, coperte e cibo. Il saccheggio sarà punito con la morte [...].
Dormiamo per terra, su dei materassi vicini, tenendoci a lungo la mano, ma divisi come non mai: Hippo chiuso nel suo universo di guerra, teso come un arco; io a disagio in mezzo a questo strano mondo di combattenti, così diversi dai rivoluzionari dei miei principi, perseguitata dall'idea fissa della morte di Hippo...
  
"Non farti ammazzare, caro, tu sei prezioso, indispensabile, sei il più importante, il più lucido, quello che ne sa di [19] più sulla rivoluzione [...].
Mika-Etchebehere-a-Siguenza-con-miliziani-del-POUM.jpgMika Etchebéhère a Siguenza con miliziani del POUM

La luce senza riflessi della notte morente schizza un paesaggio di Patinir. Di lontano, dalla parte del villaggio, si delineano masse appena un po' più scure. Da qualche tempo stiamo marciando a piedi, come tante ombre che si trascinano  ai margini del quadro. Nulla turba il silenzio. In piccoli gruppi gli uomini si disperdono fra i cespugli. Io e il medico andiamo alla ricerca di un posto adatto alle attrezzature di soccorso [...].
È arrivato il sole, e con lui i primi colpi sparsi di fucile, presto coperti da raffiche di mitraglia [...]. Il tiro si fa più nutrito da entrambe le parti, ma ancora nessun ferito. Dei miliziani dall'espressione impaurita vengono a chiederci dell'acqua. L'atmosfera si appesantisce. La nostra artiglieria tace. Un gruppo avanza verso di noi. Il vecchio Quintino trascina il fucile con passo greve e si strofina le guance inondate di lacrime.
"Che sventura, mio Dio, che sventura orribile, l'hanno ammazzato, hanno ammazzato il capo" [22].
"Non è vero," gridano i miliziani; "taci, è solo ferito, lo andiamo a prendere".
Quintino si rannicchia contro la mia spalla come un bambino molto vecchio, molto stanco , disarmato.
"È morto, è morto, siamo senza capo...".
Ripeto con lui, meccanicamente: "È morto, morto, morto", e dentro, nella testa, nelle viscere, tutto di me grida: "È morto, morto, morto; devo morire anch'io, dovrei essere già morta, non sopravvivergli neanche un istante".
Non piango, ma tremo così forte da non riuscire ad afferrare il grosso revolver, il suo, che qualcuno mi sta porgendo, insieme alla sua tessera di miliziano, alla penna stilografica e al tubetto di aspirina che portava addosso. L'Abissina si avvicina, col suo passo di danza, con gli occhi asciutti come me; mi si inginocchia davanti dicendo con voce sorda: "Poveretta. Tieni, tieni questo fazzoletto bagnato del suo sangue, l'ho raccolto dalle sue labbra. Ti giuro che non ha sofferto. È caduto come un albero abbattuto dal fulmine, sorridendo, gli occhi spalancati". [...].
 
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