Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
17 ottobre 2015 6 17 /10 /ottobre /2015 13:07

Ba Jin, i suoi primi scritti

 

Angel Pino

 

La sua prima opera, tra quelle che sono state conservate ad ogni modo, Ba Jin la pubblica nel 1921. È una professione di fede apertamente anarchica e il suo titolo, da solo, è già tutto un programma: "Come fondare una società veramente libera ed egualitaria". Ba Jin non ha che diciasette anni (è nato nel 1904) ed è a cento leghe dall'immaginare che la celebrità lo sta cercando, e ancor meno che è attraverso la letteratura che si distinguerà. Egli abita a Chengdu, la sua città natale (i suoi antenati sono originari di Jiaxing, nel Zhejiang), in una famiglia mandarinale di cui racconterà la storia nella sua trilogia del Torrente [1], frequenta da alcuni mesi la scuola speciale di lingue straniere del luogo, dove studia l'inglese, e è da quasi due anni che si impegna nei dibattiti di idee che hanno cominciato ad agitare la Cina con la tempesta del Movimento del 4 maggio (1919) – che fu, un'autentica "rivoluzione culturale".

Nel guazzabuglio delle dottrine che si rovesciano sul paese, provenienti dall'Occidente, Ba Jin, che non ha letto granché e non ha vissuto molto, si entusiasma per gli scritti di Kropotkin [2] e quelli di due altri autori, Léopold Kampf (1881- ?), un oscuro chimico polacco che ha tentato di dedicarsi al teatro con un'opera, Le Grand Soir, che apparentemente ha affascinato gli anarchici cinesi, e soprattutto Emma Goldman con la quale Ba Jin intratterrà una corrispondenza e i suoi articoli sull'amore e la famiglia, e infine sull'Unione sovietica, conobbero di colpo una grande risonanza [3]. È Emma, confiderà, che gli ha rivelato "le bellezze dell'anarchismo" [4]:

"Gli articoli di Goldman con i loro argomenti, la loro logica stringente, il loro sguardo penetrante, la loro ricca erudizione, il loro stile conciso, i loro accenti trascinanti, soggiogarono senza alcun sforzo il ragazzo di quindici anni che ero. Tanto più che, poco tempo prima, avevo letto anche due libelli molto forti e che la vita famigliare che conducevo da molti anni mi aveva ispirato un odio violento contro tutte le forze autoritarie e mi aveva spinto sulla strada della liberazione" [5].

Sarebbe tuttavia dar prova d'ingiustizia nei suoi confronti considerare che Ba Jin ha scoperto la questione sociale soltanto nei libri. Nella questione sociale, Ba Jin si è imbattuto dapprima nei suoi rapporti con i domestici che erano in servizio presso i suoi genitori, così come si ricorderà, settant'anni dopo, il vegliardo malato che sgrana i suoi "Ai figli della penna" [6], questa sequenza in forma di "testamento" [7]:

"Ricevo la portineria e la scuderia della nostra residenza di Chengdu. Alla luce di una candela fumante, seduto su un vecchio pagliericcio, ascoltavo senza fine i racconti di vite ferite, umiliate, che terminavano tuttavia sempre con la stessa frase, 'Il cuore dell'uomo è puro!". I portatori di portantine che vivevano nella scuderia aprivano i loro cuori al figlio di famiglia qual ero. [...] Ne ho passate di serate in questa scuderia senza cavalli, umida e scura! "Le persone della portineria vivevano meglio di quelli della scuderia. Oh! Non molto! Mi sentivo al mio agio tra di loro. Più tardi, ho capito che è in questa portineria e questa scuderia che ho incontrato i primi uomini il sui cuore era stato purificato dalla durezza della vita" [8].

Si potrebbe evocare ugualmente quella scena del suo primo romanzo, "Distruzione", nutrita di reminiscenze, in cui l'eroe, Du Daxin, descrive le zuppe che, ogni tanto, erano servite quotidianamente a mille o duemila persone nello yamen di suo padre, sotto-prefetto in un distretto della provincia dello Sichuan [9].

Questa coscienza diffusa della questione sociale ha provocato presso l'adolescente un senso di insoddisfazione:

"Avevamo dove alloggiare, ma questo non ci bastava; avevamo da mangiare, ma ciò non ci bastava; avevano di che vestirci, ma ciò non ci bastava; avevamo dei libri da leggere, ma ciò non ci bastava come sempre! Perché intorno a noi vi sono ancora molte, molte persone che non hanno dove alloggiare, nulla con cui vestirsi, nulla da mangiare e nulla da leggere. Ora queste persone sono precisamente coloro da cui dipendiamo per vivere" [10].

Un senso di insoddisfazione e di vergogna, quello di appartenere alla classe degli sfruttatori:

"Vediamo chiaramente, non possiamo non vedere che tutta la nostra felicità poggia sulle loro spalle. Noi, i nostri padri e i nostri antenati siamo stati gli uni e gli altri degli sfruttatori" [11].

E la convinzione, parallelamente, che la felicità deve essere condivisa da tutti per essere assaporata da ognuno:

"L'oscurità, l'oppressione, la sventura, la sofferenza, si dispiegano intorno a noi. In mezzo al nostro ridere si intrecciano il suono di innumerevoli pianti e lamenti. Sappiamo oramai a cosa somiglia l'attuale società. Affermiamo che dobbiamo uscire dal circolo della nostra felicità per andare verso il mondo esterno. Per entrare nelle vera vita! Vogliamo fare qualcosa, qualcosa d'utile: per sradicare questa oscurità, questa oppressione, per sradicare questo malessere e questa sofferenza, per riformare l'attuale società, per aiutare tutti gli uomini che sono intorno a noi e che soffrono. Vogliamo cercare la nostra felicità in quella della massa. Non vogliamo più far pesare sulle spalle degli altri il costo della nostra vita" [12].

Il malessere che egli prova di fronte alla sua estrazione, Ba Jin lo confesserà a Emma Goldman. Quest'ultima si darà da fare per decolpevolizzarlo:

"Tu dici che provieni da una vecchia famiglia benestante. Questo è senza importanza. Dei rivoluzionari attivi nascono spesso all'interno della classe borghese. Di fatto, nel nostro movimento, è il caso della maggioranza dei dirigenti: essi sono attenti alla questione sociale, non perché essi stessi vivono una situazione difficile ma perché non possono sopportare di assistere senza far nulla alle sofferenze delle masse. D'altronde, non è colpa tua se sei nato in una famiglia borghese: non scegliamo noi il luogo della nostra nascita. In compenso, possiamo organizzare noi stessi la nostra vita successiva. Ho notato che avevi la sincerità e la passione che convengono ai giovani ribelli. Ciò mi piace ciò. Questo genere di carattere è ancora più indispensabile nel momento attuale quando tante persone sono pronte a vendere la loro anima per un piccolo vantaggio - si incontrano casi simili ovunque. Anche l'interesse che hanno per un ideale sociale è superficiale e non esitano ad abbandonarlo alla prima difficoltà. È per questo che sono incantata di sapere che vi sono tra di voi dei giovani come te che riflettono sinceramente, che agiscono e che amano profondamente il nostro bel ideale..." [13].

Le preoccupazioni del giovane Ba Jin non sono puramente astratte. Sin dal 1919, sapiamo che egli cercò di entrare in relazione con dei compatrioti convertitisi come lui all'anarchismo, almeno con uno di essi, Zheng Peigang [14], un Cantonese che si è ritagliato una piccola reputazione creando, nella capitale, a fianco di Ou Shengbai (1893-1973) e di Huang Lingshuang (?-1982), la Società della verità (Shishe), un cenacolo che può essere orgoglioso di aver diffuso le tesi libertarie all'interno del Movimento della nuova cultura iniziato dagli studenti e professori dell'università di Pechino [15]. Il suo ingresso in politica, tuttavia, Ba Jin lo compì formalmente in un giornale pubblicato da poco dagli anarchici della sua città, Banyue [Quindicinale]. Ha raccontato i suoi inizi da militante:

"Un anno dopo il Movimento del 4 maggio [1919], abbiamo pubblicato un bisettimanale. In realtà, queste affermazioni sono un po' improprie, nella misura in cui non fui assolutamente uno dei fondatori della pubblicazione. La pubblicazione era all'incirca alla sua decima uscita quando scrissi una lettera alla sua redazione. Risposero, un membro della redazione si spostò di persona per venirmi a trovare, e diventammo amici. Mi invitarono a collaborare alla rivista, e più tardi ne divenni uno dei redattori" [16].

Perché Ba Jin non c'entra nulla con la nascita di Banyue. Sul suo incontro con il gruppo editoriale, è stato inoltre più preciso [17]. E' alla lettura del numero 14 della rivista che gli verrà voglia di farsi conoscere da coloro che la realizzavano. Il contatto avrà luogo nel febbraio del 1921, durante la seconda metà del mese, in una data che più simbolica non si può per colui che avrebbe tradotto in cinese le opere di Kropotkin, il cui pensiero orienterà il suo destino, almeno sino alla Liberazione, e che era stato appena inumato a Mosca.

Sfogliando questo numero della rivista, datato 15 febbraio 1921, Ba Jin si imbatte in un articolo, "Gli Scopi e il Programma della Società dell'adattamento" [18], che lo colpirà fortemente, per via del linguaggio in cui era scritto e che coincideva con quello che egli voleva leggere. Vi si parlava di sradicare il potere e di fare tabula rasa del sistema economico, di instaurare al suo posto un universo di mutuo sostegno, di amore, di libertà e di eguaglianza, di costruire in breve un mondo conforme agli interessi dell'umanità, una società guidata dal principio "Da ognuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo i suoi bisogni":

"Il mio cuore batteva forte, non riuscivo a calmarmi. Due pensieri contraddittori si scontrarono nel mio spirito per un momento. Tardi durante la notte udii il passo di mio fratello maggiore nella grande sala. Contro la mia volontà, presi della carta da lettera, la disposi sul tavolo e ascoltando il suono del vetro che si infrange scrissi al redattore di Banyue una lettera per entrare nella società, pregandoli di raccomandarmi [19].

Due giorni dopo giunse la risposta tanto attesa. Il responsabile di Banyue, Zhang Jianchu, invita Ba Jin a fargli visita a casa sua. Là, sono presenti tre o quattro persone, tra le quali Wu Xianyou (e cioè Yuan Shiyao e Liu Yanseng) [20]. Ba Jin confida ai suoi interlocutori le sue sofferenze e la sua disperazione, e questi cercano di confortarlo: la Società dell'adattamento (Shishe) esiste unicamente a Chongqing ma ne esisterà presto una, sorella gemella, a Chengdu, e i suoi nuovi amici l'accettano nei loro ranghi. Lo caricano di molti libelli e gli comunicano le coordinate della società di Chongqing (spedirà la sera stessa un plico al suo animatore, Chen Xiaowo [21]). Dopo tanti passi, sembra a Ba Jin che l'alba sia vicina:
"Quella piccola sala era diventata semplicemente un paradiso per me. Quelle due ore di conversazione avevano illuminato la mia anima. Ero come un battello danneggiato dalla tempesta che ha trovato un porto. Ero a casa mia, entusiasta e sorridente di felicità" [22].

Questa esperienza, per quanto infima fosse, per riprendere i suoi termini, avrà delle ripercussioni ulteriori sull'itinerario di Ba Jin. In quanto alla sua traiettoria politica, dapprima: la sua adesione a Banyue segna per Ba Jin l'inizio di un impegno che si prolungherà per più di un quarto di secolo. In quanto alla sua carriera letteraria, in seguito, poiché l'interessato pretende che non sarebbe mai diventato scrittore se non fosse diventato anarchico - inversamente, affermerà che la sua evoluzione prova al contrario che non era realmente anarchico all'inizio [23]. In entrambi i casi, Ba Jin incontrerà a Banyue delle personalità che eserciteranno su di lui un'influenza notevole, e i cui profili attraversano le sue opere narrative:
"... alcuni miei amici avevano uno spirito di sacrificio che non mancavano di commuovermi. Un amico dava spesso in pegno i suoi vestiti per la rivista, e per mettere in accordo il suo pensiero e i suoi atti, abbandonò i suoi studi per farsi apprendista presso un sarto. La sera, correva alla sede della rivista, le dita crivellate dalle punture d'aghi. Ero molto impressionato dalla sua forza morale" [24].

Quest'amico, Wu Xianyou, Ba Jin ha un giorno rivelato che egli lo considerava come uno dei suoi "maestri" [25], maestri dal punto di vista delle qualità morali s'intende, e che gli deve di aver capito ciò che erano lo spirito di sacrificio e l'abnegazione [26]. Wu Xianyou, che frequentava lo stesso edificio d'insegnamento, era agli occhi di Ba Jin la pietra di paragone del rivoluzionario, e Ba Jin confessa che amava accordare il suo comportamente sul suo: "Anch'io volevo lasciare la mia famiglia, andare nella società, in mezzo al popolo, diventare un rivoluzionario che cerca la felicità del popolo" [27]. Wu Xianyou, risoluto esperantista, creò nel 1925 una società di ricerca sull'esperanto a Chengdu, combinando dei corsi domenicali e dei tirocini accelerati d'estate [28]. Ha ispirato a Ba Jin uno dei protagonisti di "Torrente", Zhang Huiru, lo "Zhang Tel que Grâce" (Zhang Tale come la Grazia) della traduzione francese, l'amico dell'eroe Gao Juemin, "Gao Éveil du Peuple" (Gao Risveglio del Popolo".

Un altro dei membri del gruppo, Yuan Shiyao (1897-1928), servirà da modello a Ba Jin per un secondo personaggio della sua saga, un compagno simile a Juemin, Fan Jishun "Fan Héritier de la Vertu" (Fan Erede della Virtù). Studente della scuola normale superiore di Chengdu, Yuan Shiyao animava inoltre un notiziario studentesco, Xuesheng shao (L'Ondata studentesca). Influenzato, molto presto, dall'anarchismo, aderì al partito comunista cinese nel 1925, prima di morire, poco dopo, assassinato dal signore della guerra del Sichuan, Xiang Chuanyi. È ancora durante questo periodo, nell'inverno del 1921, ma al di fuori del circolo di Banyue e tramite di Chen Xiaowo, che Ba Jin farà la conoscenza, epistolare nell'immediato, di Lu Jianbo [29], futuro pilastro del movimento anarchico cinese, che desidera documentarsi sull'esperanto. Ba Jin e quest'ultimo condivideranno lo stesso tetto a Shanghai, nel 1925 [30], e Ba Jin scriverà la postfazione di una raccolta di suoi testi [31].

A loro imitazione, Ba Jin si istruisce e milita. Durante il 1° maggio 1921, contribuisce alle cerimonie di commemorazione e distribuisce per le strade dei volantini che inneggiano alla rivoluzione sociale [32]. Collabora anche alle attività della Società eguaglianza (Junshe), un'associazione segreta di studenti vicina a Banyue, e prende parte soprattutto alla discussione di un "Manifesto", la cui stesura originale è di Yuan Shiyao, che apparirà sul numero 21 di Banyue e dove si può leggere:

"A ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni. [...] Tutti devono avere gli stessi diritti e assumere gli stessi doveri, bisogna abolire le classi nobiliari e quelle contadine, di padroni e schiavi, di dominante e di dominato".

E, con degli argomenti che riprendono grosso modo il senso del discorso che Ba Jin pone in bocca di Li Jingshu al capitolo X di "Distruzione [33]:

"Noi crediamo che il mondo è fondato sull'amore e non sul crimine, detto altrimenti il mondo è fatto di cooperazione e non di competizione, l'amore è la disposizione naturale dell'umanità, è il fattore essenziale dell'evoluzione del mondo, si deve svilupparlo al massimo. Il crimine è un fenomeno patologico, esso minaccia l'evoluzione, dobbiamo annientarlo [...]. Dobbiamo realizzare con le nostre forze d'amore individuali il futuro mondo d'amore" [34].

Ba Jin non si accontenta di impegnarsi nella vita del gruppo e nei suoi bisogni ordinari, si aggrega al comitato di redazione di Banyue: il suo nome, di fatto il suo vero nome, Feigan, sarà incluso nella lista del gruppo sin dal mese di aprile. Concepita inizialmente come "una rivista del Movimento della nuova cultura", Banyue era già una rivista anarchica quando Ba Jin entra a farne parte – la trasformazione risale al numero 12 [35] –, ed è proprio in tal modo che Ba Jin si definisce allora [36]. Sono una manciata a incaricarsene, una decina di giovani, non più anziani di lui [37]. Retrospettivamente, Ba Jin minimizzerà la sua partecipazione: non avrebbe dispiegato per esse tutte le sue forze di cui era dotato, e il suo contributo al contenuto di Banyue rimarrà modesto [38].

Salvo errore, oltre a quello di cui ci siamo ora occupato, e che fu inserito nel numero 17, d'aprile 1921, Ba Jin ha redatto soltanto due testi per Banyue [39] (si recensisce un suo quarto articolo all'epoca, ma in un periodico di Chongqing [40]).

Il primo riguarda "Le caratteristiche dell'esperanto", datato maggio 1921 [41]. A Banyue, si è adepti della lingua universale, Wu Xianyou, Yuan Shiyao e Liu Yanseng per lo meno [42]. Ora, se non sappiamo esattamente quanto quest'ultimi la conoscessero, Ba Jin, non possedeva a quell'epoca che una conoscenza molto approssimativa dell'idioma inventato da Zamenhof, e la descrizione che ne dà qui è come il metodo semplificato di "trompinette" elaborato da Boris Vian, "assolutamente insufficiente". Il fatto è che egli non dispone nemmeno di un manuale introduttivo e le sue informazioni non sono che di seconda mano, da un articolo ripreso da una rivista di Shanghai. Dovrà aspettare il 1924, durante il suo soggiorno a Nanchino, per dedicarsi seriamente all'esperanto [43].

L'altro si intitola "Gli IWW e i lavoratori cinesi", datato giugno 1921 [44]. Ba Jin non si risparmia in elogi verso il sindacato americano:

"Ciò di cui i lavoratori cinesi hanno più bisogno oggi, è un'organizzazione di lavoratori [...], un grande raggruppamento di lavoratori rivoluzionari che distruggerebbe il sistema dello 'Stato', del 'governo', della 'legge', rovescerebbe il capitalismo, che è il principale nemico dei lavoratori, e ridarebbe ai lavoratori la proprietà degli strumenti di produzione e dei loro prodotti" [45].

Secondo Ba Jin, Banyue, benché manchevole in fin dei conti, aveva acquisito un uditorio non disprezzabile:

"La nostra rivista si vendeva abbastanza bene all'epoca. Ogni numero era esaurito in meno di quindici giorni. Ma i conti non erano facili da tenersi ed è per questo che numero dopo numero perdevano del denaro. Di modo che per ogni numero, non potevamo che fare stampare un migliaio di copie e non avevamo i mezzi per effettuare delle ristampe" [46].

Ma le cose si risolveranno ben presto in qualche modo. Nel luglio del 1921, mentre a Shanghai, sia detto di sfuggita, viene istituito il partito comunista cinese, Banyue – che aveva già subito i fulmini della censura [47], - sarà definitivamente proibito, mentre stava per festeggiare il suo primo anniversario, per aver raccomandato i capelli corti per le donne" [48]. Due articoli, dello stesso autore, trattano del problema, e se la prendono con il controllo delle forze feudali e religiose sulle donne criticando la proibizione fatta verso coloro che si pettinano a modo loro: "In cosa può nuocere alle usanze il fatto che le ragazze si taglino i capelli? Non è più offensivo di quando gli uomini hanno tagliato la loro treccia e quando le donne hanno smesso di bendarsi i piedi" [49]. Sono completati dalla testimonianza di una donna del Sichuan, che ha dato l'esempio sacrificando la sua capigliatura. Banyue sarà, di conseguenza, la prima delle riviste uscite dal 4 maggio a essere proscritte dal Sichuan.

Ba Jin e i suoi compagni non sono disposti a ottemperare senza reagire, e fanno stampare clandestinamente un ultimo numero 50 nel quale, per la penna di Yuan Shiyao, sono riportati tutti i dettagli del caso. Ecco dunque i redattori di Banyue privati di tribuna. Nel mese di agosto, delle persone di Chengdu che progettano di creare un mensile, ma non sanno come fare, offrono loro di unirsi a essi. Wu Xianyou, Zhang Shiqian, e Ba Jin si imbarcano nell'avventura [51] prima di accorgersi che si sta tentando di manipolarli. Jingqun [Le Masse in alerta] non andrà oltre il numero inaugurale, di settembre 1921, che contiene tuttavia un articolo di Ba Jin sul patriotismo, ampiamente ripreso da Bakunin [52].

Durante il mese di ottobre, Ba Jin si ritira dall'impresa. Trascorsi sei mesi, nasce una nuova pubblicazione, sempre a Chengdu, appena meno effimera della precedente, di cui Ba Jin è questa volta il responsabile e che è domiciliata presso la sua abitazione. Si tratta di Pingmin zhi sheng [La Voce della gente del popolo], e Wu Xianyou ne fa parte. Il primo numero verrà proibito alla vendita. Ba Jin vi darà, nel mese di marzo, un articolo su Tolstoi, di sua propria iniziativa una "selezione di citazioni" [53], che si estende su due numeri e sarà più o meno censurato. L'ultimo numero verrà interamente dedicato a un omaggio all'eroica figura del pantheon anarchico cinese, Liu Shifu [54]. Vi sono riprodotti i famosi dodici divieti della Società del cuore (Xinshe) [55].

Già, Ba Jin si esprime altrove. Durante il corso degli anni che vanno dal 1921 al 1923 (intervallo durante il quale lascia Chengdu per Shanghai poi Nanchino), e dal 1923 al 1927 (alla vigilia di imbarcarsi, a metà febbraio, per la Francia), sotto la sua vera identità o sotto delle identità prese in prestito [56], Ba Jin disperde i suoi scritti: delle poesie, un genere al quale rinuncerà in seguito; in riviste la cui impostazione è unicamente circoscritta al campo letterario, e dei testi politici affidati alle riviste letterarie cinesi più importanti del momento [57], come Minzhong [La Campana del popolo], una pubblicazione di Canton la cui longevità fu eccezionale [58], Xuehui [Confluente del sapere] [59] o Chunlei [Temporale di primavera] (1923-1924), il portavoce della Società della realtà (Zhenshe) del Guangdong.

Partecipa insieme a Lu Jianbo e altri, al lancio di Minzhong [Le Masse], nel settembre 1925, una rivista di Shanghai che è un nodo di comunicazione tra i libertari del Sud, propone degli articoli di volgarizzazione e fornisce delle informazioni sulle organizzazioni autoctone o straniere [60]. Alla rinfusa, una cronologia di Osugi Sakae (1885-1923), il teorico anarchico giapponese; degli studi sui martiri di Chicago o quelli di Tokyo; sui nichilisti russi. Ba Jin, per di più, traduce enormemente: Kropotkin, Emma Goldman, Alexander Berkman, Proudhon, Errico Malatesta, Rudolf Rocker [61]. Quando rientra dalla Francia, nel 1928, dove è stato d'aiuto, di nuovo, nel far nascere una pubblicazione libertaria di lingua cinese basata a San Francisco, Pingdeng [L'Eguaglianza] – è lui che ne redigerà l'editoriale di presentazione [62] –, ha da poco portato a termine Distruzione. D'ora in poi, Li Feigan si cancellerà di fronte allo scrittore Ba Jin. Per quasi due decenni, il propagandista libertario e il romanziere coabiteranno.

Le righe che stiamo per leggere non richiedono nessun particolare commento: "... all'epoca," ha precisato il loro autore, "non ero che un bambino che amava esprimere i propri sentimenti, negavo audacemente, fondandomi sulla mia sola intuizione, l'esistenza di tutto l'attuale sistema sociale..." [63]. Sulla sua intuizione, ma anche su Kropotkin di cui cita una parola e di cui percepiamo profilarsi l'ombra in molti punti: così, le nozioni di "vera eguaglianza" e di "vera libertà", che costituiscono la trama del testo, sembrano essere tratte da "Ai giovani". Non v'è nulla di che stupirsi. Ba Jin, che ha rivendicato l'eredità del principe anarchico [64] - di cui si fa spiegare la biografia e la filosofia da Max Nettlau (1865-1944) in in persona [65] –, ha spesso evocato l'impressione prodotta su di lui da quest'opuscolo. Ne realizzerà anche una versione cinese [66], sulla cui intestazione saranno poste queste parole:

"Ci prepariamo a marciare verso il mondo esterno, a marciare verso la vera via. Ma numerose strade si aprivano davanti a noi, e su ognuna di esse si trovava un lavoro che ci era possibile compiere. Allora, posti all'incrocio delle vie abbiamo esitato. Nessuno veniva a mostrarci la strada da seguire. I nostri padri e i nostri fratelli maggiori erano già distesi sul loro letto di morte. "È allora che un libricino è apparso sotto i nostri occhi, come un amico vicino ci ha spiegato ogni cosa, con parole che potevamo comprendere e che non contenevano nessun inganno. Leggendolo, abbiamo sentito un raggio di luce illuminare i nostri cervelli" [67].

E se ha da allora minimizzato quest'ascendente, arguendo che era soprattutto un figlio del 4 maggio piuttosto che un figlio di Kropotkin [68] è bel e bene come un kropotkiniano che si definirà a lungo:

"Noi, gli anarchici, non abbiamo capi spirituali, non siamo i discepoli di un uomo qualunque esso sia, perché l'ideale anarchico non è la creazione di un individuo in particolare. Ma, grosso modo, acconsento che mi si ritenga un Kropotkiniano. [Naturalmente, accade che io sia in disaccordo con l'opinione di Kropotkin su questa o quell'altra questione]. Il che vuol dire che credo ai principi dell'anarchismo così come Kropotkin li ha esposti. È per questo che poco tempo dopo aver letto questo libro alcuni hanno l'impressione che vi sono delle differenze, addirittura delle opposizioni, tra il mio anarchismo e la maggior parte delle pubblicazioni anarchiche cinesi, gliene chiedo perdono perché non sono che un kropotkiniano" [69].

 

ANGEL PINO

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

1. Questa trilogia comprende Jia [Famiglia] (1931), Chun [Primavera] (1938) e Qiu [Autunno] (1940).

[2] Vedere a questo proposito, l'intervista accordata, nell'ottobre del 1987, alla rivista Xin wenxue shiliao [Materiali per la storia della nuova letteratura], (n° 3, agosto 1988), ripreso in Ba Jin quanji [Opere complete di Ba Jin], Pechino, Renmin wenxue chubanshe, vol. 19, 1993, p. 672.

[3] Come pone in risalto Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, Berkeley e Los Angeles (California), University of California Press, 1991, p. 179. La rivista di Emma Goldman, "Mother Earth", soprattutto, sarà seguita dalle anarco-femministe cinesi: cfr. Peter Zarrow, Anarchism and Chinese Political Culture, New York, Columbia University Press, 1990, p. 147.

[4] Ba Jin, "Xinyang yu huodong" [Fede e Azione] (1935), in Ba Jin quanji, vol. 12, 1989, p. 404.

[5] Ibid., p. 405. I "due libretti molto forti" sono l'opera teatrale di Kampf e Ai giovani di Kropotkin.

[6] Esistono, in francese, due scelte di questi testi, di cui non si contano più, oramai, le edizioni cinesi: Ba Jin, Au gré de ma plume, tradotto dal cinese da Pan Ailian, Pechino, éditions Littérature chinoise, coll. "Panda", 1992; Pa Kin, Pour un musée de la "Révolution culturelle", testi scelti, annotati e presentati da Angel Pino, Parigi, Bleu de Chine, 1996.

[7] "Dare il proprio cuore ai lettori", 3 febbraio 1979, traduzione francese in Ba Jin, Au gré de ma plume, p. 41. [8] "Che io divenga terra" (29 giugno 1983), in Ba Jin, Au gré de ma plume, pp. 141-142.

[9] Pa Kin, Distruzione, traduzione dal cinese, introduzione e note di Angel Pino e Isabelle Rabut, Parigi, Bleu de Chine, 1995, pp. 103-104.

[10] Ba Jin, «"Gao qingnian" xu» [Prefazione a "Ai giovani"], (aprile 1935), in Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, p. 162. Si tratta qui, sicuramente, del testo di Kropotkin.

[11] Ibid., p. 162.

[12] Ibid., pp. 162-163.

[13] Ba Jin, "Xinyang yu huodong", pp. 403-404.

[14] Zheng Peigang (1890-1970), noto anche con lo pseudonimo di Ke Lao, ha ricordato la cosa molto più tardi. Cfr. "Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo de ruogan shishi" [Alcuni fatti storici sull'anarchismo in Cina], Guangzhou wenshi ziliao [Materiali storici e letterari su Canton], Canton, n° 7, aprile 1963.

[15] Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, p. 15. Più in generale, sul posto dell'anarchismo nel Movimento del 4 Maggio, vedere Nohara Shiro, "Anarchism in the May Fourth Movement", Libero International, nn. da 1 a 4, da gennaio 1975 ad aprile 1976 (adattamento francese a cura di Jean-Jacques Gandini, Aux sources de la révolution chinoise, les anarchistes: contribution historique de 1902 à 1927, Lione, Atelier de création libertaire, 1986).

[16] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan" [Un'infima esperienza] (1935), in Ba Jin quanji, vol. 12, 1989, p. 408.

[17] Ba Jin, "Wode younian" [La mia infanzia] (agosto 1936), in Ba Jin quanji, vol. 13, 1990, p. 9 e seguenti.

[18] "Shishe de yiqu he dagang" [Gli scopi e il Programma della Società dell'adattamento], (10 agosto 1920), Banyue, n° 14, 15 febbraio 1921; ripreso in Ge Maochun, Jiang Jun e Li Xingzhi (a cura di), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan [Scelta di documenti sul pensiero anarchico], Pechino, Beijing daxue chubanshe, 1984, vol. 2, pp. 527-530. All'occorenza, per adattamento si deve intendere una risposta "all'insieme dei bisogni dell'umanità".

[19] Ba Jin, "Wode younian", pp. 9-10. "Une brochure de Pierre Kropotkine, sur ces entrefaites, me tint un langage d'une clarté inouïe". Cfr. Victor Serge, Mémoires d'un révolutionnaire (1901-1941), Le Seuil, Paris, 1951. pp. 14 -15.

[20] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", [Cronache dei rapporti di Ba Jin con l'esperanto (1918-1994)], in Xu Shanshu, "Ba Jin yu shijieyu" [Ba Jin e l'esperanto], Pechino, Zhongguo shijieyu chubanshe, p. 377.

[21] Chen Xiaowo (il cui vero nome era Chen Muqin), vecchio membro del partito social (Shehuidang) creo la Società dell'adattamento nel 1920. Originario del Sichuan, avrebbe avuto una certa influenza nella provincia. Sostenitore della collaborazione tra anarchici e comunisti, si pensa che abbia finito con l'aderire al partito comunista cinese.

[22] Ba Jin, "Wode younian", p. 10. "Un libricino di Piotr Kropotkin, nel frattempo, mi tenne un linguaggioo di una chiarezza incredibile". Cfr. Victor Serge , Mémoires d'un révolutionnaire (1901-1941), Le Seuil, Parigi, 1951, pp. 14-15.

[23] Nell'intervista già citata, a Xin wenxue shiliao, Ba Jin dichiara: "Se non avessi creduto all'anarchismo a quell'epoca, non avrei probabilmente scritto nessun romanzo" (cfr. Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 672). E in un'altra intervista, accordata a Tan Xingguo: "A dir il vero, se fossi stato davvero anarchico, non avrei scritto romanzi. La vera rivoluzione reclama l'azione. Vi erano delle contraddizioni nel mio pensiero: da una parte, avevo l'opinione che vi erano cose più importanti dell'arte, dall'altra non potevo rinunciare all'arte" (cfr. Tan Xingguo, Ba Jin de shengping he chuangzuo [Ba Jin, La sua vita e la sua opera], Chengdu, Sichuan renmin chubanshe, 1983, pp. 293-294; ripreso in Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 518).

[24] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.

[25] Secondo sua madre, che gli insegnò l'amore e il vecchio Zhou, un portatore di palanchino, che gli insegnò la dirittura. Cfr. Ba Jin, "Wode jige xiansheng" [Alcuni dei miei maestri] (settembre 1936), in Ba Jin quanji, vol. 13, 1990, p. 15 seguenti.
[26] Ibid., p. 19.
[27] Ba Jin, "'Ba Jin xuanji' houji" [Postfazione alle Opere scelte di Ba Jin], 7 septembre 1979, in Ba Jin quanji, vol. 17, p. 35.
[28] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", p. 377.

[29] Lu Jianbo, nato nel 1904 come Ba Jin e dello Sichuan come lui, entrerà infine nel partito comunista cinese. Sul suo periodo anarchico, durante il quale fonda molte riviste, tra cui Minfeng [l'Avanguardia del popolo], e diverse organizzazioni, tra cui la Federazione dei giovani anarco-comunisti di Cina e una Società per lo studio del sindacalismo, vedere: Jiang Jun, "Lu Jianbo xiansheng zaonian de wuzhengfu zhuyi xuanchuan huodong jishi" [Cronaca delle attività di propaganda anarchica di gioventù di M. Lu Jianbo], in Ge Maochun, Jiang Jun e Li Xingzhi (a cura di, Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 1009-1022. Si noterà che Lu Jianbo collaborò a La Revista Blanca, la celebre rivista anarchica di lingua castillana, a partire dal 1926 (cfr. Vladimir Muñoz, Contribución a la historia del anarquismo español: correspondencia selecta de Federico Urales, s.l., Espoir, s.d., pp. 26-28), e che ha avuto uno scambio epistolare con Victor García (cfr. Escarceos sobre China, Mexico, Tierra y Libertad, 1962, pp. 141-142, 145-146 et 165-166). Secondo le ultime notizie, se non è morto, era professore di storia all'università del Sichuan e membro dell'Associazione mondiale degli esperantisti.

[30] Cfr. Lu Jianbo, "Huiyi suoji" [Schegge di memoria], citato da Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)".

[31] Cfr. Ba Jin, "'Xin zi' houji" [Postfazione a la Parola cuore], 20 giugno 1947, in Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 345-348. L'opera di Lu Jianbo è uscita a Shanghai, nel 1947, presso Wenhua shenghuo chubanshe. Ba Jin, parlando del suo amico, scrive: "Un giovane pieno di energia", "dotato di una grande forza morale", "che mostra di avere grandi talenti", "è un rivoluzionario pronto a sacrificarsi per il suo ideale".

[32] Cfr. Li Cunguang, "Ba Jin zhuyi nianbiao [Quadro cronologico delle opere e delle traduzioni di Ba Jin], in: Ba Jin quanji, vol. 26, 1994, p. 516.

 

 

 

 

 

 

[33] Ba Jin, Destruction, chap. X (l’Amour et la Haine), p. 99 sq.

[34] « Junshe xuanyan » [Manifeste de la Société Égalité], Banyue, n° 21, 1er juin 1921. Nous citons d’après Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 534-537.
[35] Sur Banyue et le groupe éditeur : Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, pp. 1061-1062 et 1077.
[36] Cfr. Ba Jin, « Wode younian », p. 10.

[37] Vedere l'intervista accordata da Ba Jin a una studentessa italiana di nome Margherita Biasco riprodotta in Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, cfr. p. 538.
[38] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.
[39] Cfr. Li Cunguang, "Ba Jin zhuyi liushinian mulu" [Catalogo delle operte e delle traduzioni realizzate da Ba Jin nella'rco di sessant'anni], Sichuan daxue xuebao [Rivista dell'Università del Sichuan], n° 12 ("Ricerche sugli scrittori nati nello Sichuan"), novembre 1981, p. 4.

[40] Feigan [Ba Jin], "Wuyi jinian ganyan" [Impressioni per commemorare il 1° Maggio], Rensheng zazhi [La Voce degli uomini], Chongqing, n° 2, aprile 1921; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 4-6.

[41] Feigan [Ba Jin], "Shijieyu (Esperanto) zhi tedian" [Le Caratteristiche dell'esperanto]; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 7-9.
[42] Cfr. Hou Zhiping, "Ba Jin yu shijieyu jishi (1918-1994)", p. 377.

[43] Ba Jin, "Yipian xuwen" [Una prefazione], 4 ottobre 1982), in Ba Jin quanji, vol. 16, 1991, p. 447. Ce texte Questo testo fa parte della serie desi Suixiang lu.

[44] Feigan [Ba Jin], "IWW yu Zhongguo laodongzhe" [Gli IWW e i lavoratorio cinesi]; ora in Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 10-13.
[45] Ibid., p. 12. Sugli IWW, vedere Larry Portis, IWW et Syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis, Parigi, Spartacus, 1985.
[46] Ba Jin, "Xiaoxiao de jingyan", p. 410.

47. Le riviste anarchiche sono allora perseguitate un po' ovunque. Cfr. i diversi testi ufficiali riprodotti nella raccolta di materiali intitolata Zhongguo wuzhengfu zhuyi he Zhongguo shehuidang [L'Anarchismo cinese e il partito sociale cinese], Nanjing, Jiangsu renmin chubanshe, 1981.

 

 


 

 

48. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », pp. 409-410.
49. Cité par Tang Jinhai et Zhang Xiaoyun, in Ba Jin nianpu [Chronologie de Ba Jin], Chengdu, Sichuan wenyi chubanshe, 1989, t. 1, p. 58.

50. La collection complète de Banyue compte vingt-quatre numéros. Cf. Ge Maochun, Jiang Jun et Li Xingzhi (éds), Wuzhengfu zhuyi sixiang ziliao xuan, vol. 2, p. 1077.

51. Entretien avec Tan Xingguo : Tan Xingguo, Ba Jin de shengping he chuangzuo, p. 289 (et Ba Jin quanji, vol. 19, 1993, p. 514).
52. Feigan [Ba Jin], « Aiguo zhuyi yu Zhongguoren dao xingfu de lu » [Le Patriotisme et la voie du bonheur pour les Chinois], Jingqun [les Masses en alerte], Chengdu, n° 1, septembre 1921. Désormais dans Ba Jin quanji, vol. 18, 1993, pp. 14-17.

 

 

 

 

53. Cf. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », p. 413. L’article, qui n’a pas été repris dans les Ba Jin quanji, était signé Feigan : « Tuo’ersitai de shengping he xuesho » [La Vie et la doctrine de Tolstoï] (Pingmin zhi sheng [la Voix des gens du peuple], nos 4 à 6, 1922), et il puisait ses informations dans une étude de Huang Lingshuang, « Vie et Œuvre de Tolstoï », Xin qingnian [Nouvelle Jeunesse], vol. 3, n° 1, 1er juin 1917, et Ziyou lu [Annales de la liberté], n° 1, juillet 1917 (cf. Tang Jinhai et Zhang Xiaoyun, Ba Jin nianpu, t. 1, p. 63).
54. Sur Liu Shifu (1884-1915), voir, par exemple, la notice que lui consacrent Yves Chevrier et Choi Hak-kin dans Lucien Bianco & Yves Chevrier (éds), la Chine : dictionnaire biographique du mouvement ouvrier international, Paris, Éditions ouvrières et Presses de la FNSP, 1985, pp. 422-423.

55. Cf. Robert A. Scalapino & George T. Yu, The Chinese Anarchist Movement, Berkeley (California), Center for Chinese Studies, Institute of International Studies, University of California, 1961, p. 36 (adaptation française dans : Jean-Jacques Gandini, Aux sources de la révolution chinoise, les anarchistes, p. 75).
56. Le pseudonyme sous lequel il s’est rendu célèbre, Ba Jin, n’a été utilisé par lui qu’à compter de 1928. Sur le sens de ce pseudonyme, et la fausse légende qui s’y attache (le « Ba » ne renvoie nullement à Bakounine), voir : Angel Pino, « Ba Jin, sur l’origine d’un nom de plume », Études chinoises, Paris, vol. IX, n° 2, automne 1990, pp. 61-74.

57. Pour un panorama des groupes et des publications anarchistes chinois de l’époque, cf. Arif Dirlik, Anarchism in the Chinese Revolution, p. 14 sq. On trouvera une collection des éditoriaux de présentation de la plupart d’entre elles dans Gao Jun, Wang Guilin et Yang Shubiao (éds), Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo [l’Anarchisme en Chine], Changsha, Hunan renmin chubanshe, Collection de documents sur l’histoire de la pensée anarchiste, vol. 1, 1984, p. 13 sq.
58. Minzhong fut fondée en juillet 1922 et elle paraîtra jusqu’en juillet 1927. Elle s’était notamment fixé pour tâche de présenter les œuvres des penseurs libres et des révolutionnaires du monde entier. Elle donnera des traductions des écrits de Proudhon, Bakounine, Kropotkine, Jean Grave, Osugi Sakae, ou Emma Goldman. Voir Lu Zhe, Zhongguo wuzhengfu zhuyi shigao [Esquisse d’une histoire de l’anarchisme chinois], Fuzhou, Fujian renmin chubanshe, 1990, pp. 279-281.
59. Xuehui était le supplément du Guofeng ribao [le Vent national], journal dirigé par Jing Meijiu, publié à Pékin de 1922 à 1925. Cf. Jing Meijiu, « Zui’an » [Affaires criminelles], in Xinhai geming ziliao leipian [Matériaux sur la révolution de 1911], Pékin, Zhongguo shehui kexue chubanshe, 1981, pp. 54-160. Sur Xuehui proprement dit, voir Lu Zhe, Zhongguo wuzhengfu zhuyi shigao, pp. 281-285.
60. Le nom de cette revue est, dans sa transcription romanisée, identique à celui de la précédente, mais la graphie du caractère zhong est différente. Il fait référence au vœu, formé par ses responsables, de « se tenir au milieu des masses ». On se reportera à leur profession de foi, signée par [Li] Feigan (Ba Jin, donc), [Lu] Jianbo et quatorze autres de leurs camarades : « (Shanghai) Minzhong she chuban “Minzhong” banyuekan xuanyan bing fu tougao jianzhang » [Manifeste du bimensuel les Masses édité par la Société Les Masses (de Shanghai), suivi du règlement concernant l’envoi des manuscrits], Minzhong, n° 13, septembre 1925 ; reproduit dans Gao Jun, Wang Guilin et Yang Shubiao (éds), Wuzhengfu zhuyi zai Zhongguo, pp. 78-79.

61. Pour le détail, on se reportera à Li Cunguang, « Ba Jin zhuyi liushinian mulu », pp. 4-7.
62. « Women de xuanyan (“Pingdeng” fakanci) » [Notre manifeste (éditorial de présentation de l’Égalité)]. Première publication (sans mention d’auteur) : Pingdeng, vol. 1, n° 1, juillet 1927. Le texte figure désormais dans Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 69-71. La revue, si on en juge par la collection conservée à l’Institut international d’histoire sociale d’Amsterdam, a eu au moins dix-huit livraisons : un numéro double, 17-18, est daté d’avril-mai 1929 (cf. Masao Nishikawa, « Japanische, Koreanische und Chinesische Periodika der Anarchisten und Sozialisten, 1905-1937 : Ein Bestandsverzeichnis des IISG, Amsterdam », in Bochumer Jahrbuch zur Ostasienforschung, Bochum, Studienverlag Dr. Norbert Brockmeyer, 1978, p. 492).

63. Ba Jin, « Xiaoxiao de jingyan », p. 409.
64. Sur le rapport de Ba Jin à Kropotkine : Hua Jian, « Kelupaotejin zhuyi de fuzaxing he Ba Jin qianqi sixiang de maodunxing » [La Complexité du kropotkinisme et les contradictions idéologiques de la première période de Ba Jin], Wenxue pinglun congkan [Collection de critique littéraire], n° 29 (numéro spécial sur la littérature contemporaine), s.l., Zhongguo shehui kexue chubanshe, 1987, pp. 244-257 ; « Lun Ba Jin yu Kelupaotejin » [Sur Ba Jin et Kropotkine], in Ai Xiaoming (éd.), Qingnian Ba Jin ji qi wenxue shijie [Le Jeune Ba Jin et son horizon littéraire], Chengdu, Sichuan wenyi chubanshe, 1989, pp. 297-314.

65. La lettre qu’il reçut du vieil érudit figure dans l’avant-propos, daté d’avril 1928, à la première partie de l’Éthique de Kropotkine que Ba Jin traduisit en France (Rensheng zhexue : qi qiyuan ji qi fazhan [la Philosophie de la vie : son origine et son développement], Shanghai, Ziyou shudian, septembre 1928) (cf. Ba Jin quanji, vol. 17, 1991, pp. 113-116). Elle est partiellement reprise dans la préface générale aux œuvres complètes de Kropotkine (Kelupaotejin quanji, vol. 2, Shanghai, Xinmin shudian, 1933), datée de mai 1935 et que Ba Jin a signée Heilang (ibid., pp. 158-160).
66. Kelupaotejin [Kropotkine], Gao qingnian [Aux jeunes gens], San Francisco, Pingshe, octobre 1937 (réédition : Shanghai, Pingming shudian chubanshe, janvier 1938). Le texte original de Kropotkine date de 1881. Nombreuses éditions en langues étrangères (cf. Max Nettlau, Bibliographie de l’anarchie [1897], Genève, Mégariotis Reprints, 1978, pp. 74-75) et rééditions.

67. Ba Jin, « “Gao qingnian” xu », p. 163. Et ailleurs, il note que cette brochure, au lendemain du Mouvement du 4 mai, a « ému je ne sais combien de jeunes Chinois » (« Xinyang yu huodong », p. 405). On rapprochera l’impression de Ba Jin à celle qui fut ressentie avant lui par un autre jeune anarchiste, Victor Serge (Kibaltchiche ; 1890-1947), à la lecture de ce même texte : « Une brochure de Pierre Kropotkine, sur ces entrefaites, me tint un langage d’une clarté inouïe. » Cf. Victor Serge, Mémoires d’un révolutionnaire (1901-1941), Paris, Le Seuil, 1951, pp. 14-15.

68. Voir l’entretien, déjà cité, accordé par Ba Jin, en octobre 1987, à la revue Xin wenxue shiliao, pp. 674-675.
69. « “Cong ziben zhuyi dao annaqi zhuyi” xu » [Préface à Du capitalisme à l’anarchisme]. Traduit d’après la version qui figure dans Ba Jin quanji, vol. 17, Pékin, 1991, p. 7. Voir aussi Feigan [Ba Jin], Cong ziben zhuyi dao annaqi zhuyi [Du capitalisme à l’anarchisme], Shanghai, Ziyou shudian, juillet 1930. Il s’agit d’une libre adaptation d’un ouvrage de Berkman : What is Communist Anarchism ? (New York, Vanguard Press, 1929), qui sera repris en 1936 sous le titre : Now and After : The ABC of Communist Anarchism (New York, Freie Arbeiter Stimme). Cf. Peter E. Newell, préface à : Alexander Berkman, ABC of Anarchism, Londres, Freedom Press, 1987.

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 11:05

Bombe Nazionali

axa10.png

PERLA DELLE ANTILLE


 

Uno scritto notevole di Zo d'Axa che analizza in modo ironicamente spregiudicato la guerra ispano-americana del 1898 intercorsa tra Spagna e Stati Uniti e che presenta delle inquietanti analogie con eventi a noi vicini, soprattutto l'autoattentato statunitense alle torri gemelle nel 2001 che hanno permesso a questo Stato gangsteristico, con la scusa di un complotto terroristico internazionale, di muovere guerra a molti stati mediorientali e asiatici, tutelando così i suoi interessi geopolitici nonché commerciali e finanziari.


 

 

La bomba lanciata, durante le persecuzioni indimenticabili, in Barcellona in stato di assedio, quando passava, trionfante, il maresciallo-garrotatore Campos [1], non è certamente comparabile al congegno patriottico e nazionale piazzato, in tempo di pace, secondo i consigli del generale Weyler [2], sotto la chiglia di una nave americana [3].

La piccola marmitta del generale compì meraviglie.

Nelle acque di Cuba, il Maine saltò in mille pezzi. 250 marinai bruciati, fatti a pezzi, annegati... Del fuoco, del ferro, il lenzuolo delle onde. Un avvertimento della Spagna:

Qui vi sono delle trappole per lupi di mare.

 

Poiché una nazione avvertita ne vale due, non bisogna meravigliarsi della pronta risposta americana. Messaggio del presidente, voto delle camere, ultimatum...

Gli obici sono in batteria.

E gli obici pioveranno sui porti soleggiati. Americani e Spagnoli tenteranno di avvicinarsi alle coste dove si stagliano le case bianche, dove fioriscono delle popolazioni. Le bombe cadranno a casosulle città e sulle case, nei sobborghi in cui i bambini giocano per le strade sugli ospedali in cui i malati saranno, con un sol colpo, guariti...

Sono le bombe civilizzate.

 

Un anno fa, di questi tempi, la Spagna, la Cattolica, bruciava un po' ovunque. A Barcellona, non era ancora il rogo; ma i colpi di fucile crepitavano.

Il consiglio di guerra, in seduta permanente, compiva esecuzioni sommariamente nei fossati di Montjuich. Si torturavano i prigionieri colpevoli di un opinione. Gli stivaletti dell'Inquisizione calzavano i piedi di nuovi martiri.

Si strappavano delle unghie. Si bruciavano carni al fuoco.

Dei monaci incappucciati circolavano con dei gendarmi, degli ufficiali e dei giudici, andavano di cella in cella a interrogare come si interrogava ai tempi rimpianti della Questione.

Nelle colonie, laggiù, nelle Filippine, A Cuba, la madre-patria covava i suoi piccoli.

Li covava a fuoco lento.

Si bruciavano vivi gli irregolari caduti nelle mani degli Spagnoli, dei regolari, dei secolari. Si reprimevano le sollevazioni degli indigeni spremuti sino in fondo,carichi d'imposte, morenti di fame, facendoli morire più velocemente con la spada e il bastone. Nei villaggi in cui, musica in testa, penetrava l'Esercito della Regina, giacevano, dopo il suo passaggio, cadaveri di donne violentate...

 

Contro i suoi figli ribelli, i suoi creoli, i suoi schiavi, i suoi negri, la Spagna cavalleresca sviluppava allegramente le sue qualità medievali

Cosa importavano le leggi di guerra? Questo codice della macelleria puerile e onesta.

 

Non vi è diritto di belligeranza per chi si rivolta nel proprio paese. Non più che per i liberi-pensatori, i repubblicani e altri anarchici della Metropoli, la Spagna tradizionale e papalina non si sentiva a disagio con i Cubani.

Quando non li si arrostiva, si fucilavano i prigionieri.

Non è così che si deve rispondere alla guerra dei partigiani?

 

Guerrilleros e flibustieri, i franchi tiratori dell'indipendnza erano buona carne da supplizio. I Cubani lo sanno così bne che quelli tra di loro caduti, vivi, in un'imboscata, cercavano un rifugio nel suicidio.

Uccidi! Viva la Spagna! Uccidi! para la Madona… Uccidi senza parole. Nessuna tregua per i partigiani- partigiani della Libertà.

L'America si commosse.

Si ignora come si commuovono gli Yankee. Perché se lal Spagna è cavalleresca, gli Americani sono filantropi. Brava gente! Soffrivano di vedere la desolazione diffusa in un paese vicino, su un ricco territorio così vicino, sulla perla di tutte le Antille.

E poi avevano forse da far dimenticare, con un intervento generoso, qualche errore del tempo passato? Pensavano senza dubbio al modo piuttosto radicale di cui un tempo braccavano il Pellirossa nelle praterie del Farwest. Quanti crimini odiosi da riscattare...

L'Americano è filantropo!

Non lo si dirà mai troppo invano: filantropo e metodista.

Una condotta esemplare, ora, una lezione di umanità cancellerebbe il tenace ricordo di questi massacri metodici di Pawnie, di  Apache, di Sioux, razze estinte, annientate sotto il fucile degli anglosassoni. Si placherebbe, nella piroga, sui grandi laghi, l'ombra dell'ultimo dei Mohicani [4].

L'America fece dunque alla Spagna ciò che in stile diplomatico si chiamano delle rappresentazioni.

In stile volgare si scriverebbe: l'America recitò la commedia.

 

Accadde l'incidente del Maine che diede la scintilla alle polveri.

Cuba non è nient'altro nella mischia che una preda che due popoli si contendono.

Gli Stati Uniti avevano un mezzo molto semplice di dimostrare, sin dall'inizio, la purezza delle loro intenzioni:

 

Spontaneamente, riconoscere Cuba libre [5].

Ci hanno pensato un po' tardi. Il Senato dice: sì. La Camera vacilla. Il Congresso cerca una formula. I giornali aggiungono che d'altronde si tratta, prima di ogni altra cosa, di pacificare vigorosamente.

Parlano della necessità di un governo stabile che assicurerebbe il "traffico"... Si sente l'asprezza della parola: dogane, dazi e royalty.

I filantropi sottintendono che, -essi soltanto- in fin dei conti, saranno capaci di far fruttare, nell'Isola, questo governo ideale.

La prova si farà a colpi di cannone.

Cuba, liberata dalla Spagna, sarà vassalla degli Stati Uniti.

 

In quanto alla regina reggente, al suo brillante seguito di cortigiani e di ministri, essi non ignorano affatto che la Spagna corre verso una formidabile sconfitta.

La loro cavalleria che fiuta le idee sovversive, la loro tracotanza poco maestosa lascerebbe, a questi hidalgo, una certa prudenza, se non sanno per certo che ogni occasione sarà buona alle parti dell'opposizione per buttare giù la loro regalità.

Una ritirata alle Antille, è, a Madrid, la rivoluzione.

Attraverso la forza oscura delle cose, i pseudo-padroni della Spagna sono travolti malgrado loro. Si ostineranno nel far valere i diritti illusori che essi possiedono sull'isola lontana che li maledisce.

Non eviteranno la batosta.

Eviteranno la Rivolta?

 

Correntemente la rivoluzione salutò il ritorno dei generali che lasciarono la loro ferramenta in mano al nemico vincitore.

L'eventualità è temibile a questo punto tanto che i tre re e gli imperatori, macellai dilettanti di popoli, non osano più lanciare i loro battaglioni.

Non si fidano del loro bestiame.

La guerra trascina e scatena. Si è annusato odore di sangue. Ci si è fatti sconfiggere per la principessa.

Il fucile serve per la Comune.

 

Che la guerra scoppi subito, si prolunghi o meno, o sia rinviata, la questione cubana è di quelle che una volta poste non si elude più.

Degli uomini vogliono liberarsi.

Gli insorti cubani sono lungi dall'avere l'ingenuità dei Cretesi dell'anno scorso. Quei sempliciotti non tentavano di scuotere il giogo del Sultano se non per diventare i sudditi del buon principe Giorgio di Grecia.

I Cretesi chiedono un re. I Cubani non chiedono nulla se non vivere liberi sotto il sole.

Hanno imparato a disprezzare le vane parole della vecchi Europa. Hanno la robusta energia di una Volontà che va per la sua strada.

Delle nazioni dette civilizzate possono ricorrere alla dinamite per contendersi questa preda di lusso. Gli obici, le mitragliatrici, possono tuonare oltre i mari. Le bombe sacre della patria possono uccidere delle donne e dei bambini...

La Spagna può accigliarsi, gli Stati Uniti possono sorridere, la bella perla delle Antille è perla che non si infilerà.

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

NOTE

 

[1] Il generale Martinez Campos represse nella sua lunga carriera di reazionario militare anche le sollevazioni a Cuba nel 1895 in qualità di Governatore di Cuba, gli scarsi risultati conseguiti però, portarono alla sua destituzione con il generale Valeriano Weyler.

[2] Il generale Valeriano Weyler che subentrò al generale Campos, fec deportare almeno 400 mila cubani inclusi donne, vecchi e bambini in campi di concentramento, provocando migliaia di decessi.

[3] Zo d'Axa si riferisce al celebre caso della corazzata USS Maine che gli Stati Uniti avevano inviato a L'Avana nel gennaio del 1898 con il motivo di proteggere gli interessi dei cittadini statunitensi che vi risiedevano. L'affondamento della nave da guerra nel febbraio del 1898, che provocò centinaia di vittime e su cui ancora oggi vi sono controversie riguardo alle cause, provocarono un'ondata guerrafondaia nell'opinione pubblica statunitense sostenuta dalla grande stampa conservatrice e filoimperialista, e infine l'intervento armato degli USA. Le ostilità che si protrassero dal mese di aprile sino agli inizi dell'agosto 1898 portarono ad una rapida e schiacciante vittoria degli Stati Uniti che si impadronirono oltre che di Cuba anche delle Filippine, Porto Rico e dell'isola di Guam.
[4] Alle atrocità commesse dagli Spagnoli sia in patria sia nelle colonie americane, che aiutarono il partito belligerante statunitense nella loro propaganda a muovere guerra alla Spagna, Zo d'Axa ricorda quelle commesse dalla popolazione di lingua inglese prima e dopo l'Indipendenza. Cita ironicamente allo scopo il titolo del famoso romanzo di James Fenimore Cooper L'ultimo dei Mohicani edito nel 1826.

[5] Cuba Libre. Zo d'Axa ironizza, come è tipico nel suo stile e temperamento, abusando dei doppi sensi, in questo caso legando il nome della dichiarazione d'intenti statunitense di voler rendere indipendente Cuba con quello di un drink che da allora sarebbe diventato famoso, il Cuba libre appunto. La leggenda vorrebbe che un barman cubano avesse mescolato la Coca Cola statunitense al rum, prodotto tipicamente cubano, unione simbolica delle due nazioni unite in guerra contro la Spagna. In origine il Cuba Libre era un cocktail a base di rum bianco, succo di lime, sciroppo di zucchero allungato con la cola.

 


 

LINK all'opera originale:

Les Feuilles

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
16 dicembre 2011 5 16 /12 /dicembre /2011 06:00

Associazione di Malfattori

 



axa3.jpg

ANCHE BILLOT…

 

Se abbiamo il tipo di spirito dei giornali di cui abbiamo parlato, fogli a titoloni molto parigini, con sottotitoli provocatori, oggi la nostra piccola carta svolazzerà attraverso la città, con in testa, queste parole:

 

Tutti Traditori

 

Non mancheremo di aggiungere, per precisare il nostro pensiero sugli scandali militari che una certa stampa solleva senza scrupoli:

 

La Patria in Pericolo

 

Come! Ecco dove siamo arrivato dopo ventisette anni [1] di sforzi, di lotte e di affari!... Il dubbio, l'orribile dubbio, s'insinua, penetra gli strati profondi, quei famosi strati, i veri e i falsi, invade il Popolo, rovescia l'Esercito.

I nostri confratelli i più rinomati, i più distinti, coloro che guadagnano più denaro e spendono più di spirito, non temono di coinvolgere nelle loro polemiche il capo supremo del nostro esercito, il generale Billot [2] stesso!

Dei giornalisti insospettabili come delle mogli dei cesari, degli scrittori seguiti dalle masse, insultano un ministro della guerra, un soldato!

Ma diventano dunque dei senza-patria, questi uomini che abbiamo appreso a leggere con rispetto, con fiducia? Cos'è successo? Che vento soffia? Quale vento li ha resi pazzi?

Hanno detto, e cito, ahimè:

"Billot è un bugiardo"

"Un incapace"

"Un rimbambito"

La mia penna si rifiuta di continuare le citazioni. Basta! Aria!

 

L'aria è pura, la strada è larga...

 

Basta! "Bugiardo, incapace, rimbambito"! Hanno detto questo, hanno detto di peggio. Hanno rovesciato l'oltraggio a piene colonne. Nessuno dei nostri capi è stato risparmiato: quando non era il generale Billot, era un altro generale di una capacità poco comune, era il generale Saussier!

Sì, il governatore di Parigi, quello che, in caso di sconfitta nell'Est, sarebbe la nostra ultima speranza: Saussier per tutti! [3].

Nulla li ferma- nemmeno gli agenti della Sicurezza dello Stato. Vanno, vengono, parlano, cianciano, mormorano e complottano come organizzatori di panico.

Le tirature salgono, la borsa scende.

Tutto questo perché un ebreuccio ha tradito- o non ha tradito.

Perché degli ufficiali hanno tradito- o non hanno tradito.

Inestricabile incubo. La mia testa vi si perde, l'emozione conquista il paese. L'ora è grave.

Si racconta, si insinua, si grida che gli ufficiali in causa che non si sono consegnati alla Germania, si sono lasciati comprare dal sindacato Dreyfus [4].

Le accuse in intrecciano, le invettive si urtano. Non si ode più che un vago brusio e questi epiteti come punti coronati:

Spia! Traditore! Venduto! Delatore!

Si lanciano dei nomi, si strappano dei gradi.

Tutto è sospetto, tutto e tutti.

Se c'è il sindacato della difesa, ci sono i sindacati dell'attacco.

Quanto fango! Quanto fango per l'uomo onesto che va a piedi, per il bravo piccolo ufficiale di fanteria... Quanto fango! Quanto fango! quanti sindacati- senza parlare di quello della pigrizia.


Questo deplorevole caso Dreyfus (tutti ripetono: deplorevole) non è così deplorevole insomma che per i retroscena che rivela. Non c'è più rispetto, non c'é più disciplina. Tutto passa...

Tutto passa come i documenti importanti del nostro gabinetto nazionale.

Il senso della gerarchia fila come un cavallo al trotto.

Il capitano dice al comandante:

-Sappiamo chi siete, canaglia!

Il comandante dice al colonnello:

-Vado a regolare il tuo conto.

Che spettacolo per lo straniero!

E tutto è noto, tutto è in vendita, come i segreti professionali. Lo spazio mi mancherebbe per darne lista, anche senza nessun commento, dei personaggi di cui ci si permette di consegnare la vita, le parole, i gesti, in pasto a malsane curiosità. I più onorevoli, i più leali soldati non vi sfuggono. Dal comandante-conte Esterhazy [5] sino al generale Mercier, passando per il colonnello Picquart, i comandanti de Saint-Morel e Forzinetti, il maggiore  de Rougemont, il controllore-generale Prioul,  ecc., ecc., bisognerebbe sfogliare l'Annuario.

E la mano trema, e il cuore si stringe.

Mi sembra di vedere la Bandiera impallidre... [6].

Oh! là là! il deplorevole caso.

Ciò che è più inquietante, è forse l'atteggiamento del pubblico.

Si avverte una pesante malevolenza.

Le cose più naturali, le più verosimili sono interpretate spiacevolmente, è a questo punto che delle persone sorridono quando il comandante Esterhazy ci racconta come una signora velata gli consegnò degli oggetti preziosi.

-Ma è del Gaboriau, si grida, del Montépin, del Richebourg [7].

-La conosciamo, la dama velata!

-È il signore bruno di Pranzini…

Silenzio, voi tutti! Vediamo, ammettete che una dama che non vuole essere riconosciuta metta una veletta sul suo viso. Questo, siete forzati a convenirne. Allora, cosa trovate di strano a che una dama prenda una vettura per salire sino al Sacré-Cœur [8]? Ciò accade ogni giorno. Allora ri-cosa? Tacete voi altri dunque, e fate il saluto militare.

Ci si affatiga nel ripetervi dei dettagli che, per la loro stessa precisione, hanno la fragranza del profumo della verità.

1° Vi si dimostra che la vettura era una Urbaine.

Non si inventano cose così.

2° Vi si strimpella che questa Urbaine era trainata da due cavalli grigi.

E cioè troppi quando gli omnibus ne sbattono tre per salire meno in alto?


Sfortunatamente, nel disdicevole caso, non tutto è così chiaro come il ruolo del comandante Esterhazy.

Vi sono delle reticenze, delle precauzioni, delle combinazioni.

L'intervento della dama velata è il solo fatto veramente netto e indiscutibile.

Su altri punti, l'inchiesta langue, le informazioni sono contradittorie, le conclusioni inamissibili... La riserva degli uni, la cattiva fede degli altri, lasciano il campo libero ad abominevoli imputazioni.

I rettili alzano la testa.

Questi ovipari, che covano una copia di cui si sa il prezzo a Berlino, ci hanno accusato di furto. Hanno fatto finta di credere che lo sdegnoso silenzio del governo significava che temevamo la luce delle spiegazioni. Hanno parlato di Ragion di Stato e di documento sottratto. Hanno osato mostrare la Francia frugare nel contenitore dei rifiuti dell'ambasciatore di Germania...

È una volgare calunnia.

Non avremmo avuto la prova del tradimento di Dreyfus se non impadronendoci di incartamenti per arrampicata e per effrazione.

I detti incartamenti non sarebbero della carta moneta; ma degli incartamenti contabili la cui produzione è altrettanto impossibile quanto quella dei biglietti di banca falsificati.

Saremmo degli svaligiatori.

Saremmo noi ad aver rubato dei documenti!...

E, oggi, taceremmo come dei criminali colti sul fatto. Dovremmo temere se non il bicorno del gendarme, per lo meno il casco a punta acuminata...

Avremmo paura.

Il sangue non fa che un giro- e lo fa molto velocemente- alla lettura di simili stupidità. L'effrazione, l'arrampicata, il furto sono dei procedimenti teutonici. Mai, in Francia, il Tedesco farà scuola.

E la paura non è figlia dei Galli.

In verità, lo scrivo: non siamo noi ad essere una Associazione di Malfattori!

L'ora è suonata di gridare forte che lòa Francia è sempre la Francia. E se qualcuno l'ha già ripetuto,


Tanto meglio! Chiodo martellato penetra che più a fondo.

Siamo pronti- pronti a tutto.

I complici o gli ingannati che, a parole velate, lasciano intendere che avremmo qualcosa da nascondere, perpetrano un'opera non patriottica. Si fanno l'eco di una menzogna.

 

È una baggianata che viene dalla Prussia.

Inoltre, come dice il signor Macdonald, duca di Tarente e ufficiale di riserva, in una poesia pubblicata di recente dal nostro audace confratello La Patria:


Il cuore è fatto per accorarsi.

Doppieremo il capo di questa crisi. L'anima del paese è in caserma, così come lo annunciava, l'altro ieri, nel Journal, il nostro maestro Armand Silvestre [9].

La parola è ai militari.

Hanno dei nomi definitivi. Il Figaro li raccoglie.

Il signor de Rodays fa parlare:

-Non siete stati sorpresi, chiede ai compagni di reggimento del comandante Esterhazy, non siete stati commossi nel vedere mischiati a questo triste dibattito  il nome del vostro compagno d'armi?

-Affatto, rispondono i compagni, il comandante era quel che si chiama un bisognoso... e allora... capite...

Non capisco, io. Non posso comprendere. Bisognerebbe essere un grafologo per interpretare queste linee lì nel loro senso preciso.

Esse proclamano un'enormità.

Esse urlano che un ufficiale povero è alla mercé del caso, che la paga è insufficiente se il ricco matrimonio non interviene. Esse strombazzano questo vergognoso dilemma: rilevare una dote o eleborare dei piani.

Menzogna e morte! Isola del diavolo! In nome della mia vecchia giberna! Sono queste parole di fellonia.

La Grande Muta [10] non ha detto questo.

Esigiamo una smentita. Protestate e rettificate. O domani qualche impertinente, dopo il Figaro, ripeterà per nuocere al prestigio delle Spalline:

-Quando non sgranocchiano pane bianco, questi signori si abbuffano di Tricolore. 


 


[Traduzione di Ario Libert]


 

 

 

NOTE

 

[1] ventisette anni. Zo d'Axa intende riferirsi alla sconfitta della guerra Franco-prussiana del 1870-71, prodromo dell'insurrezione democratico socialista della Comune di Parigi. 

[2] Il generale Jean-Baptiste Billot (1828-1907), all'epoca dei fatti figura di prestigio dell'esercito francese per aver partecipato alla spedizione messicana (1861-1867). Nominato nel 1869 capo di stato maggiore in Algeria. Durante la guerra franco-prussiana partecipa alle battaglie di Sarrebruck, Forbach, Borny e Noiseville. È eletto deputato nel 1871, dal 1875 senatore a vita, nel 1882 diventa ministro della guerra. Citato da Zola nel suo celebre editoriale J'accuse, che diede via al celebre affaire Dreyfus: " Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell'innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso". 

[3] Il generale Félix Gustave Saussier 1828-1905), partecipò alla campagna di Sebastopoli e poi a quelle d'Italia di Magenta e Solferino. Prese parte anche alla campagna del Messico con la Legione straniera. Ai tempi della guerra franco-prussiana dopo aver combattuto in alcune battagli è fatto prigioniero da Prussiani. A partire dal 1871 è attivo molte volte durante le numerose insurrezioni che scoppiano in Algeria. Nel 1884, è nominato Governatore militare di Parigi. Nel 1887, è candidato alle elezioni presidenziali senza alcun successo. Inoltre Saussier è omofono in francese a saucier, e cioè salsiera, da qui la frase apparentemente priva di senso nel contesto dell'articolo: Salsiera per tutti.

[4] Alfred Dreyfus, capitano dell'esercito francese, ebreo alsaziano, fu al centro del più grande scandalo politico sociale della Terza Repubblica. Nel 1894, infatti, fu accusato di aver consegnato ai Tedeschi dei documenti segreti e quindi condannato alla deportazione a vita per tradimento sull'isola del Diavolo di fronte alle coste della Guyana francese.La famiglia del capitano, tramite suo fratello Mathieu, tentò di provare la sua innocenza coinvolgendo il giornalista Bernard Lazare. Allo stesso tempo il colonnello Georges Picquart, capo del contro-spionaggio, constata nel 1896 che il vero traditore era il comandante Ferdinand Esterhazy. Lo Stato Maggiore però rifiutò di mutare la sentenza e traferì Picquart nell'Africa del Nord. Il cerchio dell'opinione pubblica convinta dell'innocenza di Dreyfus si va ampliando rapidamente. Nel 1898 Esterhazy è assolto con grande soddisfazione dei nazionalisti, mentre Émile Zola pubblica il suo noto articolo "J'accuse!" accolto favorevolmente da numerosi uomini di cultura, la Francia si divide in due. La prima sentenza passa in appello e porta ad una nuova condanna a dieci anni di lavori forzati per Dreyfus. Dreyfus dopo quattro anni di deportazione accetterà la grazia presidenziale. Soltanto nel 1906 la sua innocenza sarà ufficialmente riconosciuta. Riabilitato Dreyfus è reintegrato nell'esercito con il grado di comandante. Parteciperà alla Prima guerra mondiale. Morirà nel 1935.

[5] Il comandante-conte Marie Charles Ferdinand Walsin Esterhazy, è il comandante del 74° reggimento di fanteria, il cui tradimento fu all'origine del caso Dreyfus. Nato a Parigi nel 1847, si arruolò nella Legione straniera con cui prese parte alla guerra franco-prussiana del 1870. Iniziò le sue attività di spionaggio a favore dei Tedeschi nel 1894. Legato all'intendente militare von Schwartzkoppen, gli fornì delle informazioni, probabilmente per cancellare i suoi debiti.

 [6] La bandiera bianca era quella monarchica dei sostenitori della restaurazione borbonica.

[7] Émile Gaboriau (1832-73), giornalista e scrittore di romanzi di appendice che traevano ampia ispirazione dai fatti di cronaca di ambito criminale e giudiziario dando così vita al romanzo poliziesco. Xavier de Montépin (1823-1902), prolifico autore di drammi popolari e romanzi di appendice. Émile Richebourg (1833-1898), giunto a Parigi a 17 anni dall'Alta Marna, dopo vari mestieri approdò al giornale Le Figaro dove iniziò una brillante carriera di autore di romanzi d'appendice. 

[8] La basilica del Sacré-Cœur (Sacro Cuore), posta in cima alla collina di Montmartre, è l'edificio religioso di Parigi voluto dall'Assemblea nazionale del 1871 nel quadro di una riappacificazione nazionale a seguito degli eventi della Comune di Parigi... 

[9] Armand Silvestre (1837-1901), scrittore, poeta, librettista e critico d'arte, prolifico autore di opere erotiche e umoristiche.

[10] La Grande Muta (Grande Muette), è il nome che si dava per designare l'esercito che non aveva il diritto sino alla Liberazione (1945) all'espressione pubblica.


LINK:

Les Feuilles

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
3 aprile 2011 7 03 /04 /aprile /2011 06:00


Jaroslav Hašek

 

Hasek.jpg

 

di  Jean-Claude Polet

 

 

einaudi.jpegIl romanzo umoristico di Jaroslav Hašek Le avventure del buon soldato Chveïk al tempo della Grande Guerra è una delle opere più lette e tradotte della letteratura ceca. Riportò presso i lettori un successo immediato, ma il mondo accademico l'ha a lungo considerato come un'opera marginale, di un livello letterario basso e contrario alla morale. Cento anni dopo la nascita dell'autore, diventa chiaro che si tratta di un'opera che comprende diversi livelli semantici e che il suo significato, sia morale sia sul piano del pensiero, è universale.

hasek-1-edizione--1926.jpgAd un primo approccio, il romanzo si presenta come una satira che descrive in modo popolare l'affondamento dell'esercito austro-ungherese. L'idea geniale di fare di un idiota il personaggio di un romanzo di guerra fu sviluppata dall'autore in un'avventura picaresca, assurda e potenzialmente infinita il cui eroe principale è idiozia in quanto spiritus agens delle istituzioni sociali, come categoria ontologica e come problema filosofico. Per il suo antimilitarismo radicale, Hašek può essere accostato allo scrittore austriaco Karl Krauss ed il suo Gli ultimi giorni dell'umanità.

le-brave-soldat-schweik-joseph-lada.jpgCon la stessa lucidità, egli discerne l'assurdità grottesca ed atroce del meccanismo della guerra e la mostruosa ipocrisia della retorica bellica, giornalistica e clericale. La visione di Hašek non è tuttavia intellettuale, ma ricorderebbe piuttosto lo stile rude di Alfred Jarry. Il suo humour sorge da situazioni tipiche della vita del soldato e del guerriero e provoca una risata che contiene l'orrore: Le avventure del buon soldato Chveïk  meritano anche il titolo di opera più radicalmente antimilitarista ed anti-ideologica dell'epoca moderna.

34 6Il secolo intero impresse il suo segno sulla breve vita di Hašek. Nacque a Praga nella famiglia di un istitutore religioso fervente ed alcolista. Dopo la morte di suo padre, compì i suoi studi all'Accademia commerciale ed inaugura la sua carriera diventando impiegato di banca; ma ben presto l'abbandonò per una vita errante e da bohémien, viaggia in Austria-Ungheria ed all'estero; sin dal 1904, è redattore di un periodo anarchico, e la sua carriera artistica inizia con delle parodie di poesie liriche e di scenette di cabaret scritte in collaborazione e nelle quali recita egli stesso, spesso in ruoli di donna; diventa famoso quando fonda un partito patafisico chiamato “del progresso moderato nei limiti della legge”, e di cui guida in forma parodistica la campagna elettorale.

hasek.jpgCollabora con numerosi giornali, che vanno da fogli politici al Mondo degli animali; si dedica a mistificazioni ingegnose ed a scandali truculenti. Si lega ad amicizia con dei vagabondi e degli intellettuali: Lo scrittore František Langer, l'illustratore di Il buon soldato  Chveïk  Josef Lada e l'attore Emil Artur Longen ed i suoi compagni prenderanno la penna per apportare la loro testimonianza su di lui. Ma, benché sia già in vita diventato una leggenda della società praghese, la sua vita è piena di misteri e di miti. Come autore, Hašek matura non soltanto collaborando con dei periodici di cui riempie alcune pagine, ma anche raccontando delle storie nelle birrerie praghesi. Fonda anche nella letteratura ceca moderna il genere della tradizione orale, continuata in seguito ad esempio da Bohumil Hrabal. Hašek pubblicherà più di mille racconti e storie brevi romanzate con un centinaio di pseudonimi, come “Uno dei Maccabei” o “Benjamin Francklin”.

Hasek_jaroslav1915.jpgNel 1915, Hašek si arruola come volontario nell'Esercito imperiale e reale austro-ungarico; dopo alcuni mesi si fa fare prigioniero sul fronte della Galizia e, al campo di prigionia, si arruola nell'esercito cecoslovacco di Masarik dove lavora di nuovo come giornalista. Diverse volte, cambia le sue posizioni politiche, abbracciando anche delle idee radicalmente contraddittorie, passando da ammiratore a legionario della futura repubblica cecoslovacca, dopo di che, nel 1918, diserta la legione e raggiunge Mosca in condizioni mai interamente rivelate, aderisce al partito bolscevico ed è spedito come commissario rosso in Siberia.

Hasek_jaroslav1920.jpgNel 1921, ritorna a Praga con il compito rivoluzionario di organizzare di organizzare un movimento operaio in Boemia: per fortuna, preferisce tornare alla sua missione letteraria. Comincia a scrivere Le avventure del buon soldato  Chveïk  a puntate nel 1921; con un amico, fa stampare a sue spese il romanzo sotto forma di opuscoli che essi stessi vendono nelle birrerie, poi firma un contratto per terminare il romanzo e si ritira a Lipnice, ai confini della Boemia e della Moravia, dove, sino agli ultimi giorni della sua vita, si dedica di volta in volta alle bevute della birreria ed alla dettatura del “buon soldato”, che porta sino al termine della quarta parte (rimasta incompiuta).

good-soldier-svejk.jpgL'originalità del romanzo è evidente anche se è rimasto incompiuto (il giornalista Karel Vanek ha cercato senza successo di completare la parte in cui Sc'vèik è prigioniero in Russia). Chveïk è uno dei rari personaggi della letteratura del XX secolo ad essere riuscito ad uscire dal libro e vivere una vita autonoma; ciò è accaduto a prezzo di una deviazione semantica o più semplicemente di un equivoco.

svejk.jpgChveïk, nella sua vita paraletteraria è diventato un eroe o piuttosto un antieroe eponimo, il tipo di un furbo sempliciotto che difende la sua pelle attraverso un'obbedienza servile ed una finta stupidità; in ceco ha dato vita all'espressione "fare lo Chveïk", cioè simulare la stupidità per trarne profitto. È vero il contrario: il buon soldato di Hašek si distingue per l'assenza dell'istinto di conservazione: non cerca alcun successo per sé e non ride mai, limitandosi ad un sorriso innocente e beato.

svejk2.jpgL'autore lo paragona ad un Buddha, un Cristo ed un alieno; la sua attività principale è l'attività verbale, essa poggia sulla produzione di una molteplicità di digressioni, di esempi di parabole, di saggezza popolare e piccolo borghese, di cronache nere e di storielline che si raccontano in birreria, il tutto in quantità inesauribili. I discorsi irresistibili di Chveïk mancano di ogni scala di valore, ma producono un effetto pratico: Chveïk paralizza l'azione, provoca l'accanimento e la disperazione degli ufficiali, fa fallire dei piani di guerra. Chveïk è il discendente dei famosi sciocchi letterari come semplicissimus di Grimmelshausen e, allo stesso tempo, un precursore dei lemuri di Beckett.

Sc-veik_bis.jpgIl primo a riconoscere il genio di Hašek fu Max Brod (1884-1968), scrittore praghese di lingua tedesca, amico di Kafka, che non esitò a situare Il buon soldato Chveïk  sullo stesso piano dell'opera di Rabelais o di Cervantes. Contribuì a farlo adattare al teatro in un allestimento di Erwin Piscator a Berlino nel 1928, da cui la fama di Chveïk si propagò nel mondo intero. L'attualizzazione di Chveïk nella Seconda Guerra mondiale realizzata da Bertolt Brecht, è, contrariamente alla concezione di  Hašek, segnata ideologicamente.

stamp.jpgLa scrittura inimitabile di  Hašek parte da un senso raffinato dell'assurdo, da una lingua dialettale colorita e da un gergo militare ceco misto di tedesco ed ungherese; l'azione inizia con l'attentato di Sarajevo e la dichiarazione di guerra, e in un movimento lento dai circoli viziosi e strane spirali, porta il buon soldato ed il suo battaglione verso il fronte russo. È stato detto che  Hašek è un antipodo abbastanza complesso e problematico di Franz Kafka: se il lato nascosto del mondo letterario di Kafka è il comico, quello della commedia di  Hašek è la tragedia.


Jaroslav_Hasek_-_pomnik_v_Lipnici_nad_Sazavou_-_detail.jpgIl personaggio del soldato idiota Chveïk compare nell'opera di  Hašek dal 1911; l'autore, cosciente della grandezza della sua idea, giunge a poco a poco al principio estetico fondato sull'indifferenza e la non differenziazione semantica e di valore. Il lettore non ride tanto per di     Chveïk quanto per la catastrofe semantica che la sua "stupidità" scatena. Il romanziere Frantisek Halas ha definito il romanzo di  Hašek come dadaista; lo scrittore Ivan Olbracht parlava di una stupidità geniale; Jirí Voskovec e Jan Werich, due autori-attori del teatro di avanguardia tra le due guerre parlano dell'idiozia metafisica di  Hašek. 

 

Jean-Claude Polet  

 

 

Tratto da: Auteurs européens du premier XXe siècle: De la drôle de paix à la drôle de guerre (1923-1939)

Éditions De Boeck Université, Bruxelles, 2002.

PP. 22-24. 

 


 

[Traduzione di Ario Libert]  


 

LINK all'opera originale:

 Jaroslav Hašek 

LINK pertinente:

Michal Mares, Jaroslav Hašek, Da: "Come conobbi Franz Kafka"

 

 

 

 

LINK a un video You Tube in lingua ceca trailer del film tratto dal romanzo:


LINK ad un video You Tube, prima puntata su undici del film tratto dal romanzo, sottotitoli in inglese:



  01 di 11.

 
Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
14 novembre 2010 7 14 /11 /novembre /2010 08:00

 

 

  Note su un ultimo romanzo di B. Traven

 

Traven--01.jpg

  
di Théodore Zweifel 
 
 
 


Busto-dello-scrittore-Traven--Canessi-1966.jpgQUANDO appare Aslan Norval [1], nella primavera del 1960, B. Traven non ha pubblicato romanzi da ben venti anni. Esso sarà anche l'ultimo. Il manoscritto è stato oggetto di una presentazione nei BT-Mitteilungen(notiziario edito "in Messico e Zurigo" dal gennaio 1951 all'aprile del 1960- 36 numeri- per difendere l'opera di Traven e accessoriamente rifiutare ogni relazione tra Traven e il vecchio rivoluzionario di Monaco Ret Marut). Nel n° 29 della fine di marzo del 1958, leggiamo: "B. Traven, che molti hanno già così spesso ritenuto morto, ha appena scritto, dopo una lunga pausa, un nuovo libro. Questìo romanzo si intitola Aslan Norval; l'autore si impegna a rovesciare da cima a fondo il mondo intellettuale intristito, immerso in una confusione senza via di scampo, nel quale siamo tutti irrimediabilmente confinati e che si occupa quasi esclusivamente della guerra e della sua eventualità, allo scopo di dargli una nuova direzione, più universale di quella che ci ha oggi condotto ad esserne prigionieri".

Il manoscritto viaggiò a lungo da un editore all'altro senza essere trattenuto. Da una parte, il tedesco nel quale era stato redatto passava per essere maldestro; d'altra, la diffidenza nei confronti di "nuovi libri di Traven" era diventata generale per il fatto che in questa epoca brulicavano ogni genere di impostori e di falsari e che l'editore Kiepenheuer & Witsch aveva annunciato due "nuovi libri di Traven", cosa che si rivelò essere una pura falsificazione.

Josef Wieder, che era l'agente di Traven per l'Europa dal 1939, confidò a Johannes Schönherr, vecchio lettore-correttore della Gilda del libro Gutenberg, la cura di rimettere il manoscritto di Aslan Norval in valido tedesco.

L'azione del romanzo si svolge nel 1953-54, dopo la guerra di Corea e si svolge a New York et Washington. I protagonisti sono dei Nord-Americani dell'alta società. L'intrigo politico-sociale del romanzo ruota intorno ad un fantastico progetto di canale o di ferrovia capace di accorciare il traffico marittimo tra l'Atlantico ed il Pacifico.

La-mano-di-Traven--bronzo-dello-scultore-Federico-Canessi--.jpgQuesto libro, così differente per la sua tematica, il suo soggetto e la sua qualità letteraria delle precedenti opere di Traven, sollevò alla sua apparizione dei dubbi sulla paternità del suo autore. Traven stesso, in una lettera (firmata da sua moglie Rosa Elena Luján ma scritta in tedesco), scrisse al critico svizzero Max Schmid, il 9 giugno 1961: "...Da molti anni, si accusa T. di non aver che una corda al suo violino, che suona incessantemente sino alla sazietà, e di presentare un mondo, dalle forme molto limitate, in cui non ci sarebbero da una parte che dei poveri Indiani, ridotti in schiavitù e maltrattati, e degli esploratori brutali e dei succhiasangue dell'altro. Al pari di ogni essere umano, T. ha l'innegabile diritto di andare con il suo tempo per non rimanere indietro. Lo si dovrebbe lodare di saper scrivere a proposito di altre cose che di proletari indiani che, anche qui (in Messico), cominciano a sparire, anche se il fenomeno è ben più lento che negli Stati Uniti o in Europa. T. non è né un politico né un riformatore del mondo né un propagandista né un uomo di partito. È un narratore, e - cosa che egli ha spiegato in una rivista, trent'anni fa, egli racconta in quale modo egli veda le cose, le ha viste o crede di vederle. Ha scritto con il suo nome numerose storie poliziesche o di un genere molto vicino, che non sono state pubblicate sino ad ora che in inglese e che sen'altro nessuno, conoscendo che i suoi libri, avrebbe pensato siano stati scritti da lui. Ecco che ancora una volta egli scrive un libro mettendo in scena, invece di indigeni schiavi martirizzati, una donna bella ed intelligente che cerca a modo suo di risolvere il problema più scottante dell'attualità, la bomba atomica, e subito si spande la favola che T. non potrebbe, in nessun caso, aver scritto questo libro".

La storia: la ricchissima Aslan Norval, ventiquattro anni, è la moglie del magnate dell'industria, Holved Sythers, molto più vecchio di lei. È in preda ad una "pulsione", una "voluttà di creare" che la farà "quasi esplodere": vorrebbe "creare qualcosa di veramente grande, qualcosa che si vede da lontano, qualcosa che resta" secondo i termini del romanzo. È allora che incontra più o meno per caso su quel progetto di canale che ridurrà il traffico marittimo collegando  New York a San Francisco.

Si tratta di un progetto faraonico. Fondando la società per azioni Atlantic Pacific Transit Cooperation, Aslan Norval si tramuta in un personaggio pubblico. Poiché quest'impresa era precedentemente stata considerata come sospetta, Aslan Norval riesce ad essere citata davanti al Senato di Washington. L’udienza, che dura alcuni giorni, è trasmessa alla televisione. È quanto aspettava Aslan Norval: familiarizzata con i trucchi della messa in scena per aver lavorato in pre cedenza come tecnico cinematografico, ne fa un'attrazione con l'impiego di girls, carte, schizzi tecnici e cifre e riesce a scatenare un temporale in tutto il paese.

Le preoccupazioni sociali dell'autore si fanno allora chiare: "La sete di scoprire nuove armi mille volte più devastatrici di quelle che erano già state immagazzinate in quantità incredibili era diventata una vera malattia presso gli umani. Invece di costruire nuove scuole, nuovi ospedali, alloggi a buon mercato, nuove strade ferroviarie, nuove centralo idrauliche e nuovi mezzi di irrigazione in vista  di sradicare l'amara miseria di milioni di persone nei paesi poco sviluppati, si costruiscono ogni mese due mila nuove bombe all'idrogeno...".

La popolazione si entusiasma per il progetto di Aslan e non chied che di parteciparvi: "Il popolo , stanco dell'eterna propaganda del terrore, rivolgeva infine i suoi pensieri e le sue speranze verso qualcosa di positivo, per applicare la sua enorme forza creatrice e la sua inesauribile energia a nuovi campi di azione...".

Nella seconda parte del romanzo, l'autore polemizza contro i fautori di panico tratti dall'alta finanza e contro gli intrighi dei gruppi di interesse reazionari che spingono al bellicismo, di concerto con numerosi rappresentanti del governo e della stampa, per timore che i loro affari legati agli armamenti vadano alla rovina.

Alcuni mesi dopo l'audizione ancora indecisa davanti al Senato, assistiamo negli Stati Uniti ad una recrudescenza della disoccupazione: "Il numero di disoccupati che cresce ad un andamento incredibilmente rapido creava un clima di inquietudine. Il numero di dieci milioni e mezzo di disoccupati (anche se se ne ammettevano ufficialmente meno di cinque milioni) pesava come un incubo sulla vita economica del paese, ed ogni mese ci si avvicinava sempre più velocemente verso i dodici milioni. Cosa fare per mettere un termine a questa crescita? È allora che Aslan Norval si ritrovò ancora al centro dell'interesse pubblico. Il suo progetto risolverebbe in gran parte la questione della disoccupazione per molti anni, anche nel caso in cui in cui si dovessero smobilitare centinaia di migliaia di soldati diventati inutili".

Nell'intenzione confessata dell'autore di mettere in rilievo un lav oro pacifico di edificazione si sovrappongono nel libro degli intrighi erotici che disorientarono i lettori abituali di Traven. Si tratta dell'avventura amorosa di Aslan Norval con un giovane sergente del corpo dei Marines, che lei utilizza come "cavia" per quel che lei chiama una "vivisezione"; ed il risultato è la "rivalorizzazione" della sua relazione di coppia con suo marito più anziano. Ad un editore a cui il manoscritto era stato proposto e che lo rifiutò per il motivo che "l'autore cerca di trattenere l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima riga a colpi di scene erotiche", Traven replicò: "Questo libro non è di natura erotica dalla prima all'ultima riga. È questa una sottovalutazione che mi ferisce profondamente. In verità, il libro è da un capo all'altro, dalla prima all'ultima riga, privo del minimo contenuto pornografico. Tutti i personaggi presentati sono fatti di carne e di sangue, di una sana e fresca normalità. Ed è per questa ragione e per nient'altro che essi pensano e parlano di nient'altro che di desideri e di piaceri erotici. Non è tuttavia colpa mia. Tutta la colpa è di quegli uomini e donne del mio libro che, non appena ho dato loro vita, mi sono sfuggiti, non mi hanno obbedito e, di conseguenza, fanno e dicono ciò che piace loro. Dia detto di sfuggita, tutti gli esseri umani che appaiono nei miei libri parlano senza mezzi termini e non si nascondono dietro una foglia di fico. Cosa posso farci? Sono contrario ad ogni censura. Ed è per questo che mi si potrebbe trattare da impostore se esercitassi una censura contro ciò che dicono e fanno gli uomini e le donne dei miei libri" (BT-Mitteilungen n° 33, fin mars 1959).

 ziegelbrenner1---1917.jpgA parte gli episodi erotici, ritroviamo in questo romanzo i ragionamenti che Marut enunciava già nell'articolo "Ricostruzione, no! Rifondazione!" che apriva nel 1917 il primo numero del Ziegelbrenner: "Il capitalismo sotto la sua attuale forma non può che condurre alla guerra. Le cose vanno fondamentalmente in modo diverso quando l'umanità è portata ad approfondire le sue idee, a cambiare il suo modo di pensare [...]. Ed è perché tutti gli uomini pensano denaro che il denaro ed il capitalismo costituiscono oggi il solo potere, un potere decisivo e dei più influenti [...]. Se si offrisse agli uomini una vita più motivata, più ricca, più gradevole; se il loro lavoro fosse una gioia e non il mezzo per assicurare con pena il loro cibo; se si desse agli uomini ogni possibilità di esercitare le loro piene facoltà e di utilizzare i loro talenti, invece di lasciarli inaridire, nessuna isteria guerriera avrebbe il minimo successo, in nessun paese [...]. Dopo la guerra, non si tratterrà più di ricostruire a colpo sicuro il passato; perché è precisamente il passato che ha apportat o questa indicibile sofferenza che pesa sull'umanità. Ciò che occorrerà, è una rifondazione completa, totale dei nostri pensieri e del nostro modo di pensare. La pigrizia spirituale è il male più terribile, un male ben più rave che di sbagliarsi. Un pensiero falso può essere rimesso sulla buona strada; la pigrizia spirituale è irrimediabile. Se, prima della guerra, pensavamo: "Nella vita, è il denaro  la cosa più importante!", dopo la guerra dovremo pensare: "Nella vita è il lavoro la cosa più importante!" (Der Ziegelbrenner n° 1, 1er septembre 1917). 

Sono le stesse idee che Aslan Norval precisa, ma con altri termini. "Non è a quel pezzo di carta che è un'azione che le persone comune credono così come essi credono, diciamo, al potere d'acquisto di un biglietto da diecimila dollari. Un pezzo di carta. E la maggior parte del tempo terribilmente sporco. È la fede nel valore invisibile del lavoro e della produzione che si esprime in questo pezzo di carta" (Aslan Norval). In entrambi i casi, l'autore il punto di vista di un riformatore sociale: mira a cambiare l'educazione morale dell'uomo, traendo la popolazione dal letargo in cui l'ha fatto cadere il bellicismo e la paura della guerra e guidando i suoi pensieri verso un lavoro socialmente utile e sensato.

L'amica Esperanza Lopez MateosSecondo il suo biografo Rolf Recknagel [2], è del tutto possibile che B. Traven abbia voluto, con questo rimanzo, erigere una stele a Esperanza López Mateos che fu sua collaboratrice a partire dal 1939. Era "una donna piena di energia, di una grande efficienza e di un'attività esuberante" e dopo la sua morte, nel 1951. "non sappiamo più nulla di B. Traven. Non il minimo libro di quest'autore appassionato è apparso per parlarci delle sue preoccupazioni o dei suoi progetti letterari", scriveva il quotidiano Excelsior del 5 novembre 1957. È in queste circostanze che Traven ruppe il suo lungo silenzio annunciando Aslan Norval. Infatti, Recknagel considera che vi è come una rottura nella produzione letteraria di Traven dopo il 1946 [3 quando appare, tradotto dal tedesco da Esperanza López Mateos, Una canasta de cuento mexinanos (aveva già tradotto Puente en la selva [Ponte nella giungla], edito nel 1941 in Messico). È anche durante questo stesso anno che John Huston incontra, con il progetto di girare Il tesoro della Sierra Madre, all'hotel Reforma de Mexico, il "rappresentante" di B. Traven il cui biglietto da visita è così redatto:
Hal Croves
Traduttore
Acapulco



Théodore Zweifel


[1] Presso Kurt Desch S.P.A., di Monaco.

[2]  Rolf Recknagel, B. Traven, Beiträge zur Biographie, Lipsia, Verlag Philipp, 1965.

[3] Durante gli anni 50, infatti, appaiono negli Stati Uniti diveri racconti che escono dal registro abituale delle storie che mettono in scena degli indios: tra gli altri His Wife’s Legs, nella rivista "Accused" (New York, jgiugno 1956) ; An Unexpected SolutionCeremony Slithly Delayed in The Saint, in "Detective Magazine" (New York, ottobre 1957).

 

LINK al post originale:

Notes sur un dernier roman

 

 

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
29 settembre 2010 3 29 /09 /settembre /2010 08:28

    traven-copia-1.gif

Marut/Traven

l’uomo d'ombra era un uomo di luce

 

 

di Pierre Afuzi 

 

traven3Da Shakespeare, Sade e Lautréamont, gli scrittori senza volto esercitano un potere di fascinazione quasi incoercibile. Nel caso di Marut /Traven, questa assenza a innanzitutto generato una moltiplicità di ritratti immaginari. Ma è l'enigma di una identità tenuta segreta durante i lunghi anni di un successo crescente che ha devastato il mondo giornalistico-letterario- di cui d'altronde l'autore aveva ben poca stima.

i-raccoglitori-di-cotone.jpgLa caccia a Traven comincia poco dopo la pubblicazione nel 1925, nella rivista tedesca progressista Vorwärts [Avanti!], di un racconto e del suo romanzo Die Baumwollpflücker[I raccoglitori  di cotone] a puntate. E non si fermerà alla sua morte avvenuta il 26 marzo 1969 in Messico. Nel frattempo le ipotesi più fantasiose sono circolate nel mondo dei piccoli investigatori dilettanti, spesso create dallo stesso romanziere che non esitava ad inventarne delle nuove.

La storia scritta dell'umanità si ancora nel sangue- l'epopea di Gilgamesh rilucerà ancora per molto tempo-, poi miti e leggende si saziano di fantasmi. A questo proposito, l'itinerario che porta dal pubblicista rivoluzionario Ret Marut allo scrittore indigenista B. Traven è di una singolare esemplarità, che attraversa i soprassalti del XX secolo di così triste memoria e che è sfociato in un XXI secolo poco attraente.

Possiamo vedere nel romanziere di Ponte nella giungla o di Il dottore dei banditi, un uomo che ha passato una gran parte della sua vita "a sviare i sospetti"- per meglio affondare le prove come se fossero chiodi. Il primo, Rolf Recknagel (B. Traven. Beiträge zur Biographie, Lipsia, 1966 e 1971; Berlino, 1977; Lipsia, 1982; Francoforte, 1983), ha identificato senza alcun dubbio B. Traven con Ret Marut. Più di recente, l'opera di Karl S. Guthke (B. Traven. Biographie eines Rätsels, Francoforte, Olten, Vienna, 1987), se non ha potuto elucidare del tutto il mistero delle sue origini, essa solleva ampi veli che lo scrittore avventuriero aveva pudicamente- e prudentemente- gettato sulla sua vita.

Allora? Bruno? Berick ? Belzebu? Irritante iniziale, questa B. Possiamo leggere in quei  Communiqués de BT [Communicati di BT] che Traven stesso faceva pubblicare in Svizzera, dal suo amico Josef Wieder negli anni 50 (con il pretesto di combattere le leggende che si accumulavano, ma nel contempo tessendo una ragnatela per catturare le mosche), questa precisazione: "Il nome dell'autore. Molte edizioni in lingua straniera, ed anche degli articoli di giornali hanno cambiato, per delle ragioni che ci risultano incomprensibili, il nome dell'autore in "Ben", "Beno", "Bruno" o "Bernard". Traven non si chiama né Ben né Beno, Bruno o Bernard, e non desidera impiegare come nome se non la semplice lettera "B"(BT-Mitteilungen, n° 1, janvier 1951).

traven_deathship08.jpgNel 1926, in una lettera alla "Guilde Gutenberg" accompagnando il manoscritto di Totenschiff [La nave dei morti] dichiarava: "Colui che postula un impiego come sorvegliante notturno o di accendi lumi si vede richiedere un curriculum vitæda trasmettere in un certo arco di tempo. Ma da un lavoratore che crea delle opere intellettuali, non si dovrebbe mai esigerlo. È scortese. Lo si incita a mentire. Soprattutto se crede, per delle ragioni buone o cattive, che la sua vera vita potrebbe deludere gli altri. Ciò non vale per me. La mia vita personale non deluderebbe. Ma essa non riguarda che me e tengo a che sia così. Non per egoismo. Ma perché non riguarda che me e ci tengo a che sia così. Non per egoismo. Ma perché desidero essere il mio giudice in ciò che concerne i miei affari personali. Mi piacerebbe dirlo molto chiaramente. La biografia di un creatore non ha la minima importanza. Se non si riconosce l'uomo con le sue opere, delle due cose una: o l'uomo non vale nulla oppure le sue opere. È per questo che l'uomo creatore non dovrebbe avere altra biografia che le sue opere. È nelle sue opere che egli espone alla critica la sua personalità e la sua vita".

D'ora in poi, ritroviamo sotto la sua penna paradossi di questo genere: 

L'uomo celebre. - La celebrità di qualcuno, chiunque esso sia, ha come base una brutale trasgressione della ragione. Perché gloria e celebrità non sono nulla di più che l'essere riconosciuti dalla maggioranza. E secondo l'espressione di uno dei più grandi filosofi, la maggioranza ha sempre torto (Frankfurter Zeitung, 18 maggio 1913).

E per introdurre infine qualche elemento di questa avventurosa, curiosa e lacunaria biografia, riprendiamo qui delle citazioni utilizzate come epigrafi: "Life is worth more than any book one can write" [La vita vale molto di più di qualunque libro uno possa scrivere], (Hal Croves, uno degli pseudonimi di Traven); "Ese lugar común de que “lo más interesante de su obra, es su propia vida" a nadie se le puede aplicar más justamente que a B. Traven", [È un luogo comune che "la cosa più interessante della sua opera, è la sua vita" non si possa applicare a nessuno altro come a B. Traven], (Luis Spota, giornalista messicano che riuscì a stanare lo scrittore nel 1948).

L’esatta identità, la data ed il luogo di nascita dell'uomo Traven rimarranno forse per sempre segreti, anche perché ha egli stesso lasciato capire di ignorarli. Le "certezze" che si possono avere, riassunte a poche cose sono:

 

1882.- Nasce il 25 febbraio a San Francisco di Ret Marut, figlio di William Marut e di Helene, nata a Ottarrent (secondo quanto da egli sostenuto alle autorità di Düsseldorf e di Monaco).

1890.- Nasce il 5 marzo a Chicago da Traven Torsvan, figlio di Burton Torsvan e Dorothy, nata Croves (secondo dell enote biografiche che egli fece circolare a partire dagli anni 40).

1907.- Ret Marut è ingaggiato come attore al teatro municipale di Essen per la stagione 1907-1908.

1908.- Amministratore e primo attore a Suhl e Ohrdruf, in Turingia. Membro della compagnia Hansen Eng.

1909.- Attore al teatro municipale di Crimmitschau, nel dipartimento di Chemnitz, dove Marut incontra Elfriede Zielke. Soggiorno a Berlino.

1910-1911.- Con Elfriede Zielke, Marut fa parte della compagnia di berlino "Neue Bühne", compagnia itinerante che si produce durante questa stagione in piccole sale della pomerania, della Prussia orientale e occidentale, della Posnania e della Silesia.

1912.- Per le tre stagioni che seguono sino al 1915, Marut lavora al teatro di Düsseldorf che ha acquistato grande risonanza sotto la direzione di Louise Dumont-Lindemann e Gustav Lindemann. Vi redige il giornale del teatro, Masken, ed è redattore presso la Scuola di arte drammatica. Prime pubblicazioni nei giornali dove si firma Ret Marut o Artum.

1914.- Separazione da Elfriede Zielke.

1915.- Marut abbandona la compagnia e Düsseldorf. L'11 novembre, è a Monaco, dove si fa registrare come Americano, studente di filosofia. Il 24, Irene Mermet, ex studentessa delal Scuola di arte drammatica di Düsseldorf diventerà la sua collaboratrice.

1916.- Publicazione, con il nome di Richard Maurhut, della novella An das Fraülein von S... per le Edizioni I. Mermet di Monaco.

1917.- Apparizione del primo numero di Der Ziegelbrenner, datato 1° settembre; "responsabile di pubblicazione, di redazione e per il contenuto: Ret Marut, Monaco. Edizione: 'Der Ziegelbrenner', Munich 23".

1918.- Proclamazione il 7 novembre della Repubblica di Baviera. Alla metà di dicembre, Marut diffonde "La Rivoluzione comincia" ed organizza due conferenze su questo soggetto.

1919.- Dopo l'assasinio, il 21 febbraio, di Kurt Eisner, Marut è nominato al dipartimento della stampa del consiglio centrale. Il 7 aprile viene proclamata la Repubblica dei consigli di Baviera. Marut è direttore del dipartimento della stampa e porta parola della "commissione preparatoria per la costituzione del tribunale rivoluzionario"; fa parte del comitato di propaganda del governo dei consigli. Il 1° maggio, le guardie bianche entrano a Monaco. Repressione generale. Arresto di Marut, che riesce a fuggire. È iscritto il 23 maggio sulla lista delle persone ricercate dalla polizia di Baviera per alto tradimento.

1920.- Marut ed Irene Mermet soggiornano nella regione di Colonia. Essi hanno allacciato dei contatti con il circolo intellettuale che gravita intorno alla coppia di scrittori Carl Oskar e Käthe Jatho e gli artisti raggruppati intorno al pittore Franz W. Seiwert (1894-1933). Der Ziegelbrenner continua ad apparire con la menzione "Edizione del Ziegelbrenner in Germania".

1921.- In dicembre, ultimo numero di Ziegelbrenner.

1923.- In estate, Marut lascia il continente. In agosto, è a Londra. Il 30 novembre, è arrestato per aver contravvenuto alla legge sulla dichiarazione obbligatoria degli stranieri e detenuto a Brixton. I resoconti verbali indicano che si è dichiarato con i nomi di Otto Feige, Albert Otto Max Wienecke, Adolf Rudolf Feige, Barker e Arnolds.

1924.- Marut è rilasciato il 15 febbraio. In marzo, richiede all'ambasciata americana la sua registrazione come cittadino degli Stati Uniti d'America, che gli è rifiutata. Si imbarca il 23 aprile come fuochista sulla nave Hegre ; due giorno dopo la Hegresalpa per Tenerife, Marut non è a bordo. Durante l'estate, Marut sbarca sulla costa messicana. Si legge nel suo diario, alla data del 28 luglio: "The Bavarian of Munich is dead". Prende in affitto un padiglione in legno a 50 km a nord di Tampico, dove vivrà e lavorerà  frequentemente sinbo al 1931.

1925.- In febbraio appare un racconto firmato B. Traven nel Vorwärts, poi il suo romanzo Die Baumwollpflücker vi esce a puntate dal 22 giugno al 16 luglio (22 fascicoli). Il 15 settembre, Ernst Preczang, lettore alla Gilda Gutenberg, fondata nel 1924, accetta la pubblicazione del romanzo e si informa su altro manoscritti. Il 19 ottobre, conferma che Das Totenschiff sarà publicato.

1926.- Traven partecipa come fotografo, con il nome di Torsvan, che egli oramai porterà stando in Messico- alla spedizione dell'archeologo Juan Enrique Palacios nel Chiapas: è al seguito di una squadra di 30 persone che si mette in cammino il 21 maggio. Traven li lascerà alla fine di giugno a San Cristóbal per penetrare a fondo da solo nel paese sino alla fine di agosto. Das Totenschiffè il primo libro di Traven ad apparire alla Gilda Gutenberg in aprile; un po' più tardi sarà pubblicato Der Wobbly, versione aumentata di Die Baumwollpflücke. L'8 agosto, Traven propone alla Gilda il manoscritto di Der Schatz der Sierra Madre, [Il tesoro della Sierra Madre], che viene accettato.

1927.- Pubblicazione di de Der Schatz der Sierra Madre, poi di Die Brücke im Dschungel [Il ponte nella giungla]. Traven segue, alla Universidad Nacional de Mexico, i corsi estivi di lingua, civiltà e storia messicane. Soggiorno nel Chiapas.

1928.- Viaggio nel Chiapas da gennaio a giugno: visita delle tribù dei Lacandoni alla frontiera guatelmateca ed alle rovine maya di Chichen Itza. Corsi dell'università estiva sulla letteratura latino americana e la storia della civiltà messicana. Edizione alla Gilda del suo volume di novelle Der Busch e della sua relazione di viaggio Land des Frühlings, illustrata con foto sue.

1929.- La Gilda pubblica Die Brücke im Dschungel e Die weiβe Rose [La Rosa Blanca]. Continua a seguire i corsi estivi all'università e riparte dalla metà di dicembre a marzo 1930 nelle regioni inesplorate del Chiapas.

1930.- Traven ottiene il 12 luglio un permesso di soggiorno intetsato a nome di Traven Torsvan, americano, ingegnere. Si installa in una piccola casa sulle terre di Parque Cachú près ad Acapulco, dove la Messicana María de la Luz Martínez fa dell'alboricultura e gestisce un albergo. Alla fine dell'anno, Traven ritorna nel Chiapas.

1931.- Pubblicazione con la Gilda Gutenberg dei due primi romanzi del "ciclo della caoba", Der Karren [La carretta] e Regiereung. Il notiziario della Gilda annuncia in giugno che sono già state vendute 100.000 copie di Totenschiff. Traven lascia il subungalow di Tampico e torna in ottobre nel Chiapas.

1932.- La rivista a bis z, a cui Franz W. Seiwert e Heinrich Hoerle hanno svolto una parte importante, offre nel mese di maggio agli "amici di Traven" degli esemplari invenduti di Ziegelbrenner.

1933.- Il 2 maggio, l'immobile della Gilda Gutenberg a Berlino è occupata dalle SA e l'edizione passa nelle mani dei nazisti. Traven gli toglie tutti i suoi diritti per trasferirli alla filiale di Zurigo, il cui collaboratore svizzero Josef Wieder diventa il rappresentante di Traven. Vi pubblica Der Marsch ins Reich der Caoba.
 
1934.- The Death Ship appare presso Alfred A. Knopf a New York e presso Chatto & Windus a Londra.
 
1935.- Pubblicazione di Die Troza e Die Rebellion der Gehenkten[La rivolta degli impiccati]. Il quaderno di aprile del notiziario della Gilda è dedicato al giubileo "10 anni di Traven".
 
1939-1940.- Traven si separa dalla Gilda, da cui Josef Wieder lascia la direzione. Il suo ultimo libro è pubblicato in svedese (Djungelgeneralen, presso Holmström) prima di essere edito dall'esiliato Albert de Lange ad Amsterdam: Ein General kommt aus dem Dschungel.
 
1941.- Una rappresentazione drammatica di La Rebelión de los colgados ottiene un grande successo a Moralia, nel Michoacán. Esperanza López Mateos traduce in spagnolo Die Brücke im Dschungelqui per essere pubblicato in Messico. Negli anni seguenti, tradurrà sette altri libri di Traven e ottiene il copyright dei suoi libri. La Warner Brothers acquista i diritti di Der Schatz der Sierra Madre.
 
1942.- Traven si fa consegnare una carta d'identità a nome di Traven Torsvan.
 
1944.- Il nome di Hal Croves che Traven utilizzerà in seguito per farsi passare per il suo proprio impresario fa la sua comparsa in una lettera ad Esperanza López Mateos datata 29 settembre.
 
1945.- Traven pubblica nel numero di novembre-dicembre della rivista Estudios sociales edita in Messico, un articolo, un articolo intitolato "La Terza Guerra mondiale".
 
1946.- John Huston incontra Hal Croves in Mexico e Acapulco per parlere del film.
 
1947.- Le riprese di The Treasure of the Sierra Madreiniziano in primavera a Tampico. Hal Croves participa attivamente in quanto rappresentante
dell'autore del romanzo, ma si respinge di essere identificati con B. Traven.
 
1948.- Il film esce, ottiene critiche entusiastiche e tre oscar. In luglio, il giornalista messicano Luis Spota scopre Traven as Acapulco. Il 7 agosto, il giornale Mañanarivela a carattere cubitali che l'albergatore Berik Traven Torsvan è il famoso B. Traven. Torsvan fa pubblicare diverse smentite. Preczang invia a Traven una lettera di Irene Zielke in cui quest'ultima afferma che egli è suo padre e che non si tratta d'altri che di Ret Marut. Nella sua risposta, Traven nega di essere Marut.

1950.- Macario è pubblicato con la Gilda di Zurigo.

1951.- Fine gennaio appare il primo numero dei BT-Mitteilungen, bollettino fotocopiato di informazione- o di disinformazione- su Traven, di cui si occupa Josef Wieder e che è indirizzato alle agenzie letterarie. Il 3 settembre, Traven ottiene la nazionalità messicana. Esperanza López Mateos si suicida.

1952.- Rosa Elena Luján diventa la collaboraztrice di Traven.

1954.- Si gira in Messico La rebelión de los colgados, sceneggiatura di Hal Croves, che partecipa alle riprese in quanto rappresentante di B. Traven. Il film è proiettato in anteprima il 28 agosto alla Biennale di Venezia. Alla fine dell’estate, viaggio con Rosa Elena Luján in Europa (Anversa, Venezia, Parigi, Amsterdam).

1956.- Il copyright di Traven passa à Rosa Elena Luján.

1957.- Il 16 maggio, Rosa Elena Luján e Hal Croves si sposano a San Antonio, in Texas. Traven si trasferisce ad Acapulco. È là, al 353 di via Durango, ch è ubicata la sede della Literary Agency R. E. Luján, che gestisce i diritti di Traven. Rosa Elena Luján si incarica di tradurre in spagnolo gli anni seguenti le sue altre opere, di cui assembla anche due raccolte di racconti.

1959.- Macario, sceneggiatura di Hal Croves, è girato in Messico. Il 14 settembre, Traven si fa operare a Berlin per dei problemi di sordità. Il 1° ottobre, si rappresenta a Amburgo, al City Theater, in presenza dei coniugi Hal Croves, il film Das Totenschiff, coproduzione della Ufa e delle Producciones José Kohn, coreografia di Georg Tressler, sceneggiatura di Hans Jacoby.

1960.- Aslan Norvalest pubblica presso Desch l'ultimo numero dei BT-Mitteilungenparaît in avril. Josef Wieder muore. È Theo Pinkus, a Zurigo, che rappresenterà Traven per i paesi di lingua tedesca ed i paesi sedicenti socialisti.

1961.- Riprese di Die weiβe Rose (sceneggiatura Philip Stevenson).

1963.- Gerd Heidemann cerca le tracce di Traven in Messico per la rivista Stern.

1969.- Traven si spegne il 26 marzo verso le ore 18.00. Secondo le sue ultime volontà, le sue ceneri sono disperse nel Chiapas. Due giorni dopo, la sua vedova comunica alla stampa che suo marito era veramente l'attore, scrittore e rivoluzionario.

 

Non si sa bene cosa si potrebbe aggiungere ad una vita così pienamente compiuta, che ha saputo conservare in tutti i suoi aspetti questo "senso dell'umano" proclamato nella sua giovinezza. Perché si tratta innanzitutto di un uomo onesto, fedele ai suoi ideali di libertà assoluta; ed è il senso del suo impegno in favore dei popoli indigeni, dimenticati, del Messico, impegno con il quale si riallaccia con quella parte proletaria oramai vinta in Europa.

Al di fuori dei motivi legittimi che Marut/ Traven aveva di rimanere fisicamente nascosto, è deliberatamente che egli ingarbuglia le piste ricorrendo a molti pseudonimi. Tuttavia, questo pseudonimato in qualche modo professionale gli serve a svelarsi nella sua opera, contro tutti i divismi che conducono al tradimento. Perché sin dalla sua epoca, sembrava incredibili scrivere con tanto successo rifiutando di mostrarsi. Agli occhi di un pubblico infatti pronto a calpestarsi per andare davanti ad un microfono o davanti ad un obiettivo, chiunque non voglia apparire è presto trattato con sospetto. Per definizione- spettacolare, potremmo dire.  

Pierre Afuzi

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
4 settembre 2010 6 04 /09 /settembre /2010 20:55

FRANZ JUNG

 

Franz_Jung.jpg

Franz Jung

 

 

 

"È la contraddizione che costituisce la vera forza della pretesa degli esseri umani alla vita".

 

 

Otto-Gross.jpg
Otto Gross

La Germania dal 1900 al 1945 ha vissuto tra i conflitti, le rivoluzioni ed i rovesci economici. Fu con l'Austria un crogiolo di idee e di uomini straordinari. Franz Jung ne è un esempio. Leggere la sua biografia, è percorrere l'Europa e rivivere la stoiria di mezzo secolo. Franz Jung era ovunque e la sua vitalità non si è mai affievolita. Questo amico di Otto Gross ha avuto una vita molto tumultuosa ed ha sostenuto numerose persone del mondo intellettuale e politico. Egli ammirava Otto Gross e fu, anch'egli, un grande contestatore di quest'inizio secolo. Jung e Gross erano due personaggi molto diversi con un'educazione, degli studi e delle attività che non dovevano avvicinarli. Adolescente, Gross non ha mai conosciuto la fame, la miseria e dover lottare per vivere come Franz Jung.

Famiglia-di-Franz-Jung.jpg
La famiglia di Franz Jung

Franz Jung è stato attirato da Gross dalla sua teoria della psicanalisi e dalla sua volontà di cambiare il mondo. Otto Gross catturava, ma indubbiamente, non era attaccato ai suoi amici, né alle sue mogli ed ai suoi figli. Otto Gross amava convincere, parlare e cosa più importante per lui era quella di far circolare le sue idee. Nel suo libro "Der Weg nach Unten" [La strada verso verso il basso], Franz Jung ci racconta la sua vita, una vita attaccata a nulla e fatta di numerose avventure. Franz Jung ha sempre voluto ricercare l'ideale attraverso i suoi incontri ed i suoi impegni, un ideale di voler far cambiare la vita. Vediamo in questo inizio secolo il lancio di numerose correnti di idee e l'apparizione dei primi partiti politici. Franz Jung partecipò a numerose pubblicazioni impegnate politicamente in Germania. Fu militante del movimento Spartakus e fu uno dei primi membri del KPD (Partito comunista tedesco). Infine fu uno dei creatori del movimento Dada di Berlino. Alla morte di Otto Gross, Franz Jung rimpiangerà più tardi di non averlo aiutato di più. Jung terminò dicendo che non fu, senza dubbio, che un pedone sulla scacchiera delle combinazioni intellettuali di Gross.

 

Die Aktion, Pfemfer
Die Aktion, la rivista espressionista fondata da Franz Pfemfert

Legato ai movimenti anarchici, lavorò alle riviste "Der Sturm" e "Die Aktion". "Der Sturm" la cui figura di punta era Herwarth Walden, scrittore e mercante di quadri, era la rivista degli espressioniti. "Die Aktion", fondata a Franz Pfemfert, militò contro la guerra e gli scrittori e poeti che si facevano i cantori del patriottismo. In die Aktion, troviamo Richard Öhring e Ludwig Rubiner, scrittore espressionista e futuro fervente comunista. Karl Otten, Kurt Hiller, Carl Einstein e alcuni editori come Fischer, Wolff e Rowohlt. Questa rivista era molto attiva nel campo dell'arte espressionista.

Dadaista con Georges Grosz, essa darà a questo movimento di rivolta artistica una svolta sempre più rivoluzionaria. Grosz lo descrive come un personaggio alla Rimbaud, come un avventuriero che non indietreggiava davanti a nulla e con il suo carattere propriamente tirannico. Era un grande bevitore e la sua ora di gloria fu quando dirottò un cargo in pieno mare Baltico, costringendo l'equipaggio a far rotta per Leningrado. Offrì la nave ai Russi. Grosz racconta che Jung era sempre circondato da una milizia di uomini che gli avevano giurato fedeltà in vita e in morte: "Quando era ubriaco, ci sparava addosso con il suo revolver come i cow boy sugli indiani. Era uno degli uomini più intelligenti che abbia mai incontrato, ma anche uno dei più sfortunati".

 

 

 

 

Jung--manifestedada1918.jpg
  Manifesto dada del 1918

Il Manifesto Dada dell'aprile 1918 fu firmato da Jung con Tristan Tzara, Georges Grosz, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck, Gerhard Preisz e Raoul Hausmann. Quest'ultimo ricorda nel suo libro Courrier Dada la sua amicizia per Franz Jung. Essi fondarono con Otto Gross e Richard Öhring "Die Freie Strasse" nel 1915-1916, rivista gratuita per divulgare una psicanalisi nuova formulata da Otto Gross. Queste idee erano basate su di una psicanalisi non freudiana e contro Carl Gustav Jung. Questa rivista era finanziata all'inizio da Franz Jung poi da Hausmann. Solatanto dieci numero apparvero, i numeri 9 e 10 sotto la direzione di Hausmann. Essa scomparve nel 1920 alla morte di Otto Gross. In queste riviste furono pubblicati i primi testi ed incisioni Dada. Nel marzo 1918, egli organizzò nella propria abitazione il Club dada di Berlino. Organizzò dodici serate e mattinate. Hülsenbeck publicò presso le edizioni Freie Strasse Club Dada. Questo club raggruppava Hülsenbeck, Hausmann poi Grosz, Heartfield, Mehring, Baader e Golyscheff.

Gustav_Landauer.jpgNella sua biografia, Franz Jung ci racconta i suoi anni giovanili nel suo villaggio natale di Neisse nell'Alta Slesia  ed i suoi anni rossi sulla strada verso la Russia. Bisogna leggerlo questo libro perché sono rimasto colpito dalla vita di un tale uomo. È sin dalla sua più giovane età, una rivolta permanente contro la civiltà tradizionale. La materialità non contò nella sua vita, la convinzione delle sue idee gli faranno percorrere il mondo in condizioni spesso dure. Giunto nel 1911 a Monaco, conobbe la Schwabing. Otto Gross era partito per Ascona con i suoi adepti Leonhard Frank, Karl Otten e Edouard Schiemann. Durante il soggiorno a Monaco, Gross e Jung si incontrarono. Gross progettava di fondare un'università libera a partire dalla quale avrebbero condotto l'attacco contro la civiltà attuale che fa sì che ognuno per sopravvivere  sia obbligato di vivere a spese dell'altro.

musham.jpgLe idee comuniste iniziavano il loro cammino negli spiriti di Gross e di Jung. Costoro credevano che il solo modo per dare felicità all'uomo fosse costruire una nuova civiltà. Questo periodo fra le due guerre fu oggetto di grandi movimenti di idee che spesso condussero questi uomini ad adottare le tesi comuniste e molti si ritrovarono successivamente in Russia o nella Germania dell'Est come Johannes R. Becher che fu Ministro della Cultura nella RDT nel 1954 e Schiemann che Franz Jung ritrovò a Mosca. Franz Jung fece parte del gruppo d'azione TAT con Gustav Landauer e l'anarchico Erich Mühsam. Psicologia ed anarchismo furono due temi maggiori che animarono e riunirono la maggior parte dei personaggi che ho evocato.

 

 

Franz Jung lancia una campagna per liberare Otto Gross

 

Jung--Revolution.jpgFranz Jung svolse un grande ruolo nella campagna per la liberazione di Otto Gross nel 1913. Nella rivista "Die Revolution" del 20 dicembre, scrisse un articolo sul padre di Otto: Der bekannte Kriminalprofessor Hans Gross. Numerose altre testimonianze manifestano un sostegno quasi europeo a Otto Gross: Ludwig Rubiner, Blaise Cendrars, Erich Mühsam, Simon Guttmann, Johannes R. Becher, Ernst Blass, Jakob von Hoddis, Alfred Lichtenstein, René Schickele, Peter Baum, Else Lasker-Schüler, Erich Unger eRichard Hülsenbeck.

Jung--Hans_Gross.jpgIl 9 novembre 1913, Otto Gross era stato arrestato a Berlino al domicilio di Franz Jung e portato da tre poliziotti in un manicomio austriaco. Quest'arresto era sicuramente opera di suo padre. Quest'ultimo sperava ancora di ricondurre suo figlio sulla strada dell'ortodossia paterna. Fu l'inizio del profondo laceramento tra padre e figlio, tutto stava per essere distrutto. Il padre, non sapendo cosa fare, applicò i temi che aveva insegnato e senza un briciolo di sentimento, ordinò il collocamento di Otto in un manicomio per esservi definitivamente internato.

Jung-Franz.jpgSuo padre ragionava in quanto giudice istruttorio e non più padre. Per contro, cercò di salvare la famiglia di Otto. Otto era stato accolto da Franz, e così sua moglie e la madre di quest'ultima. Senza aiuti economici, Otto voleva rifarsi una nuova vita come medico e ricercatore scientifico. Scriveva molti articolli per riviste. Franz Jung poté contrattaccare dimostrando che Hans Gross, autriaco, aveva fatto appello all'apparato poliziesco di Stato per risolvere un conflitto privato: quali sono i diritti degli stranieri nella Germania prussiana? Ecco della benzina gettata sul fuoco e Franz Jung si conquistò la fiducia di numerosi editorialisti dei grandi giornali. Otto Gross fu condotto al manicomio di Troppau in Silesia.

Hans Gross passò per un uomo che doveva, più di suo figlio, seguire una seduta di psicanalisi. Franz Jung andò molto a fondo nella sua offensiva perché spedì mille numeri della rivista a Graz conquistando persone ed ambienti che potevano contribuire alla rovina dell'impresa di Hans Gross. La stampa si allineò ed hans Gross indietreggiò annunciando che suo figlio era andato a fare una cura di disintossicazione e che poteva uscirne quando lo desiderava. Franz Jung andò a Troppau nel maggio del 1914 e vi fu rivevuto, come dice egli stesso come un ministro. Ricondusse Gross a Berlino. Egli scrisse allora il suo romanzo Kamaraden.

 

Il caso Otto Gross dalle memorie di Franz Jung

 

Ecco ciò che Franz  Jung scrisse nella sua biografia sulla sua azione nella campagna di liberazione di Otto Gross:

 

Jung--cover.jpg"È nel corso di quest'ultimo anno prima della guerra che organizzai la campagna per la liberazione di Otto Gross. Il padre di Gross, professore all'università di Graz ed autore di un Manuale del Giudice Istruttore diventato un'opera classica di fama internazionale, si era messo in testa di ricondurre suo figlio sulla strada di un'esistenza borghese: sarebbe diventato un professore all'università e con la forza se necessario. So poche cose sui fatti antecedenti, Otto Gross stesso aveva l'abitudine di non parlarne che in modo molto generico ed ampio come di rapporti conflittuali tra padre e figlio. Un articolo sulla figura del padre, che si riproponeva di pubblicare in una rivista di psicanalisi, sembra essere stata la scintilla che diede fuoco alle polveri: partendo da un'analisi del sadismo nella funzione sociale del giudice istruttore, egli procedeva a delle associazioni con l'autore del libro succitato ed i riflessi sadici corrispondenti nel suo atteggiamento verso la famiglia e suo figlio. Il manoscritto cadde casualmente tra le mani del padre di Gross oppure si fece in modo che gli giungesse, secondo la versione di Otto, che nutriva sospetti nei confronti delle persone del suo ambiente.

Jung--Der-Sprung-aus-der-Welt.jpgÈ su questo sfondo di reciprova avversione latente che si produsse la rottura completa. Il padre, che non aspettava forse che un pretesto di questo genere, usò dell'autorità di cui dispone un professore di diritto famoso, nell'intenzione di spezzare definitivamente suo figlio. Aveva chiesto in precedenza, ad un altro discepolo eretico di Freud, lo Zurighese Carl Gustav Jung, di effettuare una valutazione medica, nella quale quest'ultimo avrebbe caratterizzato il suo collega Otto Gross come pericoloso psicopatico. E, appoggiandosi su di essa, il professore aveva sollecitato dalle autorità della polizia berlinesi l'arresto di Gross ed il suo trasferimento alla frontiera austriaca dove sarebbe stato accolto dagli sbirri che egli aveva mobilitato.

Jung--Die-Rotewoche.jpgGiunto da poco a Berlino in cui, non potendo più contare su di un aiuto finanziario della sua famiglia, voleva cominciare una nuova vita, Otto Gross viveva presso di noi, Margot e sua madre, che si occupavano della casa, si dedicavano a lui ed è proprio qui che lo arrestarono nel novembre del 1913. Non avevo sino ad allora accordato una grande attenzione ai suoi contrasti con suo padre e la sua famiglia. Pensavo dapprima di aiutarlo a rimettersi in piedi e a procurarsi poco a poco una clientela poi incoraggiarlo nella redazione dei lavori scientifici per i quali avevamo già trovato un editore. "Die Aktion" pubblicò anch'esso diversi articoli che egli aveva scritto per Pfemfert. Sembrava risalire lentamente la china e si stava facendo nuovi amici. Per superare le profonde depressioni nelle quali egli ricadeva di tanto in tanto, occorreva della comprensione e della simpatia, della disponibilità ed una grande pazienza: ora, un numero sorprendente di persone gravitavano intorno alla rivista anche tra coloro che si erano sino ad allora tenuti abbastanza distanti da essa, si mostravano disposti a testimoniare.

Jung--Die-Technik-des-Glucks.jpgIl brutale attacco di suo padre mi aveva anche allarmato su tutto un altro piano. Quest'ultimo aveva infatti dichiarato, per dare maggior peso alla sua richiesta di espulsione presso la polizia berlinese, che suo figlio si trovava tra le mani di pericolosi elementi anarchici, verosimilmente di una banda di imbroglioni decisi ad utilizzare antiche ricerche di Otto sull'omosessualità per sottarargli del denaro a lui, il padre. Menziono tutto ciò in modo  un po' più dettagliato per mostrare che ero ancora capace, all'epoca, di replicare e di impiegare a questo scopo tutti i mezzi possibili e che mi sembravano appropriati. Questo semplice fatto mi ha dato una certa sicurezza che ho custodito a lungo e questa campagna può in una certa misura essere considerata come una svolta che esercitò un'influenza determinante sugli anni successivi della mia vita.

Jung--Saul.jpgIl metodo scelto dal padre di Gross offriva una buona possibilità di contrattacco. Infatti, la domanda di espulsione rappresentava un incongruo tentativo per influenzare le autorità poliziesche di un paese straniero, legalmente tenute a seguire la procedura determinata preliminare per ogni misura di questo genere. Forte della sua autorità, il professore credeva di poterla ignorare e la polizia prussiana l'aveva confermato nella sua supposizione. Non occoreva nient'altro per fare di questo caso una questione fondamentale di politica interna: quali sono i diritti degli stranieri nella Germania prussiana? Aggiungete a ciò che i sospetti invocati dal professore Gross erano molto vaghi e che egli non si era nemmeno dato la pena di provarli, non fosse che per un gesto qualsiasi.Jung--Die-Rotewoche--front.jpg

 Guadagnai alla mia causa, con questo diversivo nel campo della politica interna e delle relazioni giuridiche tra l'Austria e la Prussia, gli editorialisti dei grandi giornali borghesi, che presero presto l'affare in mano. La campagna si trasformò in un avalanga e si estese alle riviste che misero in risalto i rapporti tra padre e figlio e la manifesta volontà del primo di regolare un conflitto privato, limitato al quadro famigliare facendo appello all'apparato poliziesco dello Stato. L'evocazione della psicanalisi infine, che cominciava appena ad acquistare un diritto di cittadinanza a quest'epoca, contribuì a versare benzina sul fuoco. Il professore fu presto presentato da ogni parte come un personaggio che aveva senz'altro più bisogno di suo figlio di essere trattato da uno psicanalista, nell'interesse della sicurezza pubblica. In quanto a quest'ultimo, lo si era nel frattempo rinchiuso in un ospedale psichiatrico a Troppau.

Jung--Sophie.jpgAvevo ottenuto a mio favore da J. R. Becher che egli mettesse a mia disposizione la rivista Révolution, che egli stampava a Monaco con Bachmair. La riempii di indirizzi e di contributi di poeti e scrittori del mondo intero in favore del diritto dell'individuo ad una vita personale, contro la pericolosa ostinazione dell'autorità paterna. Si contestava al professore la capacità di insegnare, si denunciava la vergogna che ciò rappresentava per la scienza del diritto sul piano internazionale e si invitavano gli studenti delle università austriache a manifestare. Feci di più: avendo accumulato centinaia di indirizzi dall'elenco di Graz, così come in quelli dei caffè di questa città e di Vienna, delle università, delle biblioteche e delle librerie, spedii più di mille esemplari del n° 1 di Révolution, cercando di attaccare e rovinare il professore sul suo stesso terreno. Quando la campagna fu ripresa tra l'opinione pubblica austriaca e che la Neue Freie Presse se la prese in un editoriale con il professore Gross, quest'ultimo ammainò la bandiera. Fece sapere che si trattava di un malinteso, che Otto Gross si era recato di buon grado all'ospedale psichiatrico per sottoporsi ad una cura di disintossicazione e che poteva uscirne quando avesse voluto. Un telegramma dell'ospedale mi invitò a recarmi  a Troppau-vi andai, fui ricevuto come un ministro del governo di Vienna in visita di ispezione e portai via Otto Gross, che era nel frattempo passato dalla categoria di incurabile a quella di interno trattante.

Jung_Proletarier_Cover.jpgNon mi dilungherò più su questo caso. Nel corso degli anni di guerra che seguirono e durante i quali Otto Gross fu mobilitato come medico, militare, la nostra amicizia si smussò e finì con lo spezzarsi completamente on seguito ad una serie di circostanze esterne. È con lui che ho fatto per la prima volta in vita mia l'esperienza di un agrande e profonda amicizia e mi sarei sacrificato senza esitare per lui. Tuttavia, non eravamo probabilmente che esteriormente e, strettamente parlando, nemmeno particolarmente vicini l'uno all'altro. Vi era da parte mia quel mmisto di rispetto e fede, quel bisogno di credere e di venerare, di ricevere e di elaborare che non cessava di inculcarci. Per lui in compenso, non ero forse molto più di un pedone che egli poteva spostare sulla scacchiera delle sue combinazioni intellettuali. Inoltre, non era facile, in particolare nel quadro di una vita in comune, seguire il corso delle sue idee, sulle quali gli effetti nocivi della sua dipendenza dall'oppio e dalla cocaina proiettavano la loro ombra. Occorreva un po' di immaginazione per aiutare Gross e non è senza un amaro senso di colpevolezza che ho riconosciuto più tardi che non era stato possibile aiutarlo.

Jung--Proletarier--front.jpgOtto Gross è, letteralmente, morto di fame sulla strada, nei primi mesi caotici che seguirono alla guerra. I vostri amici possono penetrare una o forse due volte di notte in una farmacia, pistola alla mano, per prelevarne dell'oppio, ma ciò non può diventare la regola. Gross si è sentito abbandonato e non ha più avuto la forza di cercare qualcuno presso cui avrebbe potuto rifugiarsi per un po' di tempo. Si trascino una notte in un passaggio condannato che portava ad un deposito e vi rimase steso al suolo. Fu ritrovato due giorni dopo; non era più possibile curare la polmonite che aveva contratto, aggravata da una sotto alimentazione totale, e morì il giorno dopo. È così che esplose, si spense e sparì la stella di un grande avversario dell'ordine sociale... I tempi non erano maturi, la canaglia dei satolli era ancora troppo numerosa. L'individuo è, ancora per il momento, impotente contro il suo destino".

  

Cläre Jung racconta:

 

JUng-Clare.jpgQuando Gross visse presso di noi, un altro invitato della casa l'operaio Knackstedt doveva spesso andare a cercare della droga di notte (senza dubbio rubandola dalle farmacie). Quando Otto Gross si è presentato presso noi alla fine della guerra, era ancora in uniforme, sua madre non gli aveva voluto dare degli indumenti civili. Gross litigò in seguito con Franz Jung e dovette abbandonare la casa. Gross ebbe l'impressione che era diventato un assistito.

- A Monaco, Richard Öhring conobbe il Dr. Otto Gross che lavorava a quei tempi presso Kräpelin. Richard Öhring fu trasformato da questa relazione con Franz Jung, Otto Gross e Erich Mühsam.

Jung--Clare---Franz.jpg- Nell'ottobre 1919, giunse a Berlino e vidi un uomo affaticato e moralmente rovinato. Otto Gross aveva l'impressione che la sua fine fosse vicina. Mettere le sue sole forze senza voler sopravvivere. Mi dettò il suo lavoro perché voleva ancora scrivere degli articoli ma tutto diventava incomprensibile. Cadeva in depressione e piangeva o sprofondava in uno stato semi-incosciente sotto l'effetto della droga da cui era molto dipendente. Le sue ultime frasi prima della sua ospedalizzazione furono a proposito di un lavoro che dovevamo fare insieme: furono rassicuranti: "Das gibt mir wieder neuen Auftrieb" e "Ich kämpfe nur noch um mein Leben".

Si ammalò. Si credette ad una influenza. Fu portato in un ospedale per ricevere delle cure adeguate e riposare. Un raffreddore unitamente ad una grande spossatezza, alla droga ed al suo troppo severo regime vegetariano ebbero ragione delle sue ultime forze. Morì alcuni giorni dopo al sua ospedalizzazione.

 

Opere di Otto Gross e Franz Jung:

Alcuni libri di Jung furono scritti basandosi su idee di Otto Gross e nel corso dei loro incontri.
  Otto Gross fondò con lui la rivista Sigyn che trattava dei problemi psicologici dell'Anarchismo.

Fine 1913, essi progettano di creare una rivista dal nome "Organ für psychologische Probleme des Anarchismus".

"Kameraden  (Camerati)" libro scritto nel 1913 ricordo del suo ritorno con Otto dal manicomio di Troppau, fu oggetto di un articolo di Otto Gross intitolato "Über Destruktionssymbolik" (La simbolica della distruzione).

Nel 1915, il romanzo "Sophie. Der Kreuzweg de Demut(Sophie. La strada di croce della sottomissione) ricorda il suicidio del pittore Sophie Benz, l'amica di Otto Gross.

 Nel 1916, il romanzo "Die Telepathen" (I Telepati) fu scritto a partire da appunti di Otto Gross durante il loro incontro a Troppau e la psicanalisi di Anton Wenzel Gross. Nel 1921, Franz Jung pubblicò una nuova versione di "I Telepati" con il nome di "Der Fall Gross" (Il Caso Gross). Da parte sua Otto Gross relazionò questa psicanalisi nel suo articolo "Drei Aufsätze über den inneren Konflikt" (Tre studi sul conflitto interiore) nel 1920.

Nel 1921, in Olanda, sulla base di appunti di Otto Gross, Franz Jung cominciò a redigere una specie di biografia del suo amico "Von geschlechtlicher Not zur sozialen Katastrophe". 

jung, il libro 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Segnaliamo volentieri il romanzo breve di Jung edito dall'editore Chersi di Brescia, Il Libro dell'imbecille edito nel 1912, (a cui segue un altro breve romanzo dello stesso JUng, La settimana rossa dotato di nove illustrazioni di Georg Grosz).

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Franz Jung

 

 

LINK a opere originali, molte illustrate, di Franz Jung:

 

Arbeitsfriede

Hunger an der Wolga

Opferung

Proletarier

Die rote Woche

Saul

Sophie

Der Sprung aus der Welt

Die Technik des Glücks 

   

 

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
19 giugno 2010 6 19 /06 /giugno /2010 06:00

  La Spagna e il donchisciottismo

 

Cervantes, libro 1946

 

 di Albert Camus

 

DonChisciotte--Frontespizio--Dore.jpgNel 1085, durante le guerre di riconquista, Alfonso VI, re attivo che ebbe cinque mogli di cui tre Francesi, prese la moschea di Toledo agli Arabi. Informato che questa vittoria era stata resa possibile da un tradimento, fece restituire la moschea ai suoi avversari, poi riconquistò con le armi Toledo e la Moschea. La tradizione spagnola brulica di tratti simili che non sono soltanto tratti d'onore, ma, più significativamente, delle testimonianze sulla follia dell'onore.

DonChisciotte--Madrid.jpgAll'altra estremità della storia spagnola, Unamuno, davanti a chi deplorava i deboli contributi della Spagna alla ricerca scientifica, ebbe questa risposta incredibile di sdegno e di umiltà: "Spetta a loro inventare". Loro erano le altre nazioni. In quanto alla Spagna, aveva la sua scoperta propria che, senza tradire Unamuno, possiamo chiamare la follia dell'immortalità.

DonChisciotte--Picasso.jpgIn questi due esempi, tanto nel re guerriero quanto nel filosofo tragico, incontriamo allo stato puro il genio paradossale della Spagna. E non è strano che all'apogeo della sua storia, questo genio paradossale si sia incarnato in un'opera essa stessa ironica, di un'ambiguità categorica, che doveva diventare il vangelo della Spagna e, con un paradosso supplementare, il più grande libro di un'Europa eppure intossicata dal suo razionalismo.

DonChisciotte--Daumier.jpgLa rinuncia sdegnosa e leale alla vittoria rubata, il rifiuto testardo delle realtà del secolo, l'inattualità infine, eretta in filosofia, hanno trovato in Don Chisciotte un ridicolo e reale portaparola. Ma è importante notare che questi rifiuti non sono passivi. Don Chisciotte si batte e non si rassegna mai. "Ingegnoso e temibile", secondo la vecchia traduzione francese, è il combattimento perpetuo. Questa inattualità è dunque attiva, essa stringe senza tregua il secolo che rifiuta e lascia su di esso i suoi segni. Un rifiuto che è il contrario di una rinuncia, un onore che si inginocchia davanti all'umiltà, una carità che prende le armi, ecco ciò che Cervantes ha incarnato nel suo personaggio deridendolo con una derisione essa stessa ambigua, quella di Molière nei confronti dell'Alceste, e che persuade meglio di una predica esaltata. Perché è vero che Don Chisciotte fallisce nel secolo ed i valetti lo beffano. Tuttavia, quando Sancho governa la sua isola, con il successo che sappiamo, lo fa ricordandosi dei precetti del suo maestro di cui i due più grandi sono d'onore: "Fai gloria, Sancho, dell'umiltà del tuo lignaggio; quando si vedrà che non te ne vergogni, nessuno penserà di fartene vergognare"; e di carità: "...Che quando le opinioni saranno in equilibrio, che si ricorra piuttosto alla misericordia".

DonChisciotte--Dali.jpgNessuno negherà che queste parole d'onore e di misericordia hanno oggi un aspetto patibolare. Si sospetta di esse nelle botteghe di ieri; e, in quanto ai carnefici di domani, abbiamo potuto leggere sotto la penna di un poeta di servizio un bel processo del Don Chisciotte considerato come un manuale dell'idealismo reazionario. In verità, quest'inattualità non ha smesso di crescere e siamo giunti oggi al vertice del paradosso spagnolo, a quel momento in cui Don Chisciotte è gettato in prigione e la sua Spagna fuori di Spagna.

DonChisciotte--Puerto-Lapice.jpgCerto, tutti gli Spagnoli possono richiamarsi a Cervantes. Ma nessuna tirannia non ha mai potuto reclamarsi al suo genio. La tirannia mutila e semplifica ciò che il genio riunisce nella complessità. In materia di paradosso, preferisce Bouvard e Pecuchet a Don Chisciotte che, dopo tre secoli, non ha smesso anche lui do essere esiliato tra noi. Ma quest'esilio, per lui solo, è una patria che rivendichiamo come nostra.

DonChisciotte--da-Lost-in-la-Mancha.jpgCelebriamo dunque, questa mattina, trecentocinquanta anni di inattualità. E li celebriamo con quella parte della Spagna che, agli occhi dei potenti e degli strateghi, è inattuale. L'ironia della vita e la fedeltà degli uomini hanno fatto sì che questo solenne anniversario sia posto tra noi nello spirito stesso del chisciottismo. Esso riunisce, nelle catacombe dell'esilio, i veri fedeli della religione di Don Chisciotte. È un atto di fede in colui che Unamuno chiamava già Nostro Signore Don Chisciotte, patrono dei perseguitati e degli umili, egli stesso perseguitato nel regno dei mercanti e delle polizie. Coloro che, come me, condividono da sempre questa fede, e che non hanno anche nessuna altra religione, sanno d'altronde che essa è una speranza allo stesso tempo che una certezza. La certezza che ad un certo grado di ostinazione la sconfitta culmina in vittoria, la sfortuna arde con gioia e che l'inattualità stessa, mantenuta e spinta al suo termine, finisce con il diventare attualità.

Ma per questo bisogna andare sino in fondo, bisogna che Don Chisciotte, come nel sogno del filosofo spagnolo, scenda sino agli inferi per aprire le porte agli ultimi degli infelici. Allora, forse, in quel giorno in cui secondo le commoventi parole del Chisciotte "la vanga e la zappa si accorderanno con l'errante cavalleria", i perseguitati e gli esiliati saranno infine riuniti ed il sogno emaciato e febbrile della vita trasfigurato in questa realtà ultima che Cervantes ed il suo popolo hanno inventato e ci hanno trasmesso in eredità affinché la difendessimo, inesauribilmente, sino a quando la storia e gli uomini si decidano a riconoscerla e salutarla.

 

DonChisciotte--Mulini-di-La-Mancha.jpg

 

Albert Camus

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

L'Espagne e le Donquichottisme

 

LINK pertinente:

Morvan Lebesque, Albert Camus e il teatro

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
29 marzo 2010 1 29 /03 /marzo /2010 15:41



Un commosso ritratto di Camus in quanto autore autore teatrale in occasione della sua tragica morte da parte di un amico ed estimatore. L'articolo apparve in una rivista libertaria famosa in Francia e testimonia di una certa consonanza del pensiero del grande poligrafo d'oltralpe con i principi libertari. Avremo modo prossimamente di testimoniarlo in modo ancora più approfondito attraverso saggi sull'autore di L'uomo in rivolta e articoli scritti dal medesimo per la stessa rivista che ospitò la presente rivista.

Albert Camus ed il teatro


Camus--Spooner.jpg


di Morvan Lebesque

Il teatro è un'illusione, cioè il contrario di una menzogna.

Camus aveva istintivamente capito ciò ed è per questo che la sua opera doveva parzialmente esprimersi sulla scena. Forse aveva quel "gusto di prova" che hanno le parole quando non si accontentano di collocarsi sulla carta, ma passano in bocca all'uomo, all'attore, di colui che è sul palcoscenico e si rivolge alla folla. La carta, come il letto, porta tutto.

Il linguaggio parlato si affronta, esso con delle esigenze.

Un'immagine all'inizio, un'immagine alla fine.

La prima è una fotografia resa pubblica: rappresenta Albert Camus mentre recita la parte di Olivier le Daim, in Gringoire di Théodore de Banville, con la truppa di Radio-Algeri, nel 1935. Gringoir è un classico del teatro amatoriale: poco autori, pochi commedianti che non l'abbiano frequentato a ventidue anni. La seconda immagine non è, ahimè! che la mia memoria. Nel settembre del 1959, Camus effettuava la tournée a Suresnes. Avevo dei motivi per andarlo a vedere per chiedergli dei suoi progetti. Quale teatro gli avrebbe offerto Malraux? Mi rispose che non ne sapeva nulla, ma che ad ogni modo, poiché ora era animatore e regista, avrebbe scelto il "grande spazio". Lo spazio, il pubblico più vasto e la più grande portata drammatica. Non sono degli autori in camera, sono degli Shakespeare che ci occorrono. Così era l'uomo: vedere in grande e conoscere bene il proprio mestiere.

Non credo che egli abbia mai affrontato alcun compito senza misurarlo in sé dalla A alla Z. Il letterato che lancia unn messaggio al mondo ignora attraverso quali umili mani questo messaggio deve innanzitutto passare. Camus conosceva quelle mani: il proto, il linotipista, il correttore erano suoi amici. In teatro, prima di scrivere una riga, aveva imparato a dirigere un gruppo, a spiegare il senso delle repliche agli attori, a regolare dei movimenti e delle illuminazioni. Nel 1952, quando chiesi ad un giovane attore, Jean Négroni, quali erano i due registi che egli stimava come i migliori, egli mi rispose senza esitare: Vilar e Camus. Quest'ultimo nome mi meravigliò: non conoscevo allora che lo scrittore. Ma l'anno successivo, al Festival di Angers, vidi il regista di spettacoli e compresi che Négroni aveva ragione.

Il teatro "scritto" di Camus è un fedele riflesso della sua opera. Le sue due prime opere teatrali Caligola e Il Malinteso ci apparivano come delle illustrazioni viventi di Lo Straniero e di Il mito di Sisifo. L'assurdo, desus ex machina infernale, organizza l'assassinio di Jan per mano della sorella Martha sotto lo sguardo indifferente di un destino silenzioso. L'assurdo ("Gli uomijni muoiono e non sono felici") conduce logicamente Caligola a volere la lina, cioè ad accordarsi il potere di fare tutto, a varcare in qualche modo il muro del suono dell'impossibile. Universale è la derisione: e quindi, l'uomo in tutto ciò, conserva la sua possibilità. Quale possibilità di essere uomo, sino (ed a causa) la finitezza, la contingenza, la disperazione. Allora sorgono dei veri eroi: Diego, il rivoltoso di Stato d'assedio, i Giusti Kaliayer e Dora. In essi, possiamo riconoscerci. In essi, possiamo accettare la sconfitta, il malinteso, la morte. Non fossero vissuti che un istante, quest'istante, di fronte ad un'insondabile auterità, testimonia della necessità dell'Uomo. Nati e morti dai casi, non siamo tuttavia dei casi.

No: non era un "caso", quello che l'assurdo aspettava  all'angolo di un platano sulla strada di Sens. E la prova: la sua morte ci ha mutilato.Da quasi due mesi, mi sveglio quasi ogni mattino dicendomi che non è vero: la mia memoria si accanisce a censurare quell'istante. Ma è vero, Camus è morto. E non è un lutto quello che porto, è la perdita di un braccio o di un occhio che ho subito. Camus, come per migliaia di altre persone, mi era indispensabile. Ora, lo conoscevo poco piuttosto che molto. Non ho di lui che alcune lettere ed una foto che ci ritrae entrambi. È dunque perfettamenteesatto che l'uomo può essere necessario poiché Camus ci era necessario. Che possa mancare al mondo poiché gli manca?

Mi si scuserà di non scrivere ora, sul suo teatro, una "dissertazione": le poche righe che gli ho dedicato sopra mi sembrano per ora sufficienti. Più tardi, più tardi, renderemo a quest'opera un omaggio più completo e più degno- anche se imperfetto, credo [1]. Il teatro scritto di Camus appartiene a tutta questa generazione ed alle generazioni future.

Oggi, non voglio evocare che un ultimo ricordo: tre anni fa, Camus adottò per il Festival di Angers una commedia drammatica di Lope de Vega Il Cavaliere di Olmedo. La rappresentazione, ammirevolmente gestita da lui, si svolse davanti alle mura del castello in una dolce notte d'estate. Tra gli attori la signora Sylvie, la signorina Dominique Blanchar, i signori Joris, Woringer, Herbanet, ma non Camus che tuttavia fu un attore ammirevole. Cos'è Il Cavaliere di Olmedo?

È una storia semplice, quella di un giovane molto bello, molto nobile, molto puro, che una sera va ad assistere, in una città della Spagna, ad una festa. Compare, e ciò basta: la più bella ragazza del paese si innamora di lui. È la felicità: non una di quelle mediocri "felicità" che ingannato l'impazienza dell'umanità, ma l'istante di bellezza cara a Keats, che è una gioia per sempre. Ahimè! gli spasimanti della giovane non possono sopportare quest'idillio. Approfittando della notte, aspettano alla svolta della strada il cavaliere che ritorna a casa e lo assassinano. Non vi saranno nozze e mai più feste ad Oviedo. Tutto qui. Un uomo è giunto, troppo bello, troppo nobile: ha fatto un giro in città e lo hanno ucciso.

Non doveva essere l'ultimo spettacolo di Camus. L'inverno seguente, il manifesto dei Mathrins portava anche il suo nome, unito a quello di Faulkner, altro Premio Nobel, e nel 1959, metteva in scena I Demoni al Théatres Antoine. Ma quando penso a lui, sono le immagini notturne del Cavliere di Olmedo che mi perseguitano. Camus è venuto, Camus passato tra noi e ce lo hanno ucciso.

L'assurdo è come i non amati di Lope de Vega: non ntollera un re tra gli uomini.


Morvan Lebesque

Le Monde Libertaire 1960


[Traduzione di Ario Libert]



[NOTE]

Tre anni dopo l'autore del presente articolo avrebbe dato alle stampe  un libro sul grande scrittore e filosofo francese: Camus par lui-même, Seuil, coll. Écrivains de toujours, 1963, N. d. T.).




LINK al post originale:
Albert Camus et le théatre

 

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento
11 febbraio 2010 4 11 /02 /febbraio /2010 09:23
Saggio notevole questo di Michael Lowy. Invito soprattutto i lettori a procurarsi gli studi originali di questo ricercatore su Kafka di maggiori dimensioni e più riccamente articolati editi dalla casa editrice Eleuthera. Kafka, una delle più importanti figure della letteratura dell'intero XX secolo, una lettura doverosa per chi si consideri libertario. La complessa personalità e la profonda umanità dello scrittore sono poi a se tematiche degne di essere approfondite per meglio apprezzare l'opera e l'uomo Kafka. È per questo che abbiamo ritenuto doveroso allegare una breve ma ben mirata bibliografia in fondo al saggio.

Franz Kafka ed il socialismo libertario
kafka--caricatura-di-Levine.gif



Michael Löwy


Kafka-a-13-anni.jpgVa da sé che non si può ridurre l'opera di Kafka ad una dottrina politica, qualunque essa sia. Kafka non produce dei discorsi, ma crea degli individui e delle situazioni ed esprime nella sua opera delle opinioni, degli atteggiamenti, un'atmosfera. Il mondo simbolico della letteratura è irriducibile al mondo discorsivo delle ideologie: l'opera letteraria non è un sistema concettuale astratto, sull'esempio delle dottrine filosofiche o politiche, ma creazione di un universo immaginario concreto di personaggi e cose [1]. Tuttavia, ciò non impedisce di esplorare i passaggi, le passerelle, i legami sotterranei tra il suo spirito antiautoritario, la sua sensibilità libertaria, le sue simpatie per l'anarchismo da una parte ed i suoi principali scritti dall'altra. Questi passaggi ci aprono un accesso privilegiato a ciò che potremo chiamare il paesaggio interno dell'opera di Kafka. Le inclinazioni socialiste di Kafka si sono manifestate molto presto: secondo il suo amico di gioventù e compagno di liceo Hugo Bergmann, la loro amicizia si era un po' raffreddata durante il primo anno scolastico (1900-1901), perché "il suo socialismo ed il mio sionismo erano troppo forti" [2]. Di quale socialismo si tratta?

Kafka-a-18-anni.jpgTre testimonianze di contemporanei cechi documentano la simpatia che lo scrittore praghese aveva per i socialisti libertari cechi e la sua partecipazione ad alcune delle loro attività. Agli inizi degli anni 30, nel corso delle sue ricerche in vista della redazione del romanzo Stefan Rott (1931), Max Brod raccolse delle informazioni da uno dei fondatori del movimento anarchico ceco, Michal Kacha. Esse concernono la presenza di Kafka alle riunioni del Klub Mladych (club dei Giovani), organizzazione libertaria, antimilitarista ed anticlericale, frequentata da molti scrittori cechi (S. Neumann, Mares, Hasek). Integrando queste informazioni- che gli furono "confermate da altre parti"- Brod scrive nel suo romanzo che Kafka "assisteva spesso, in silenzio, alle sedute del circolo". Kacha lo trovava simpatico e lo chiamava "Klidas" che  significa "il silenzioso" o più esattamente seguendo il gergo ceco "colosso di silenzio", Max Brod non ha mai posto in discussione la veridicità di questa testimonianza, che citerà di nuovo nella sua biografia su Kafka [3] .
Kafka-a-26-anni-.jpgLa seconda testimonianza è quella dello scrittore anarchico Michal Mares, che aveva fatto la conoscenza di Kafka in strada (erano vicini di casa). Secondo Mares- il cui documento fu pubblicato da Klaus Wagenbach nel 1958-, Kafka era venuto, su suo invito, ad una manifestazione contro l'esecuzione di Francisco Ferrer, l'educatore libertario spagnolo, nell'ottobre 1909. Nel corso degli anni 1910-12, avrebbe assitito a delle conferenza anarchiche sull'amore libero, sulla Comune di Parigi, sulla pace, contro l'esecuzione del militante parigini Liabeuf, organizzate dal Club dei Giovani, dall'associazione "Vilem Körber" (anticlericale ed antimilitarista) e dal Movimento anarchico ceco. Avrebbe anche, in diverse occasioni, pagato cinque corone di cauzione per far liberare il suo amico dalla prigione. Mares insiste, in modo analogo a Kacha, sul silenzio di Kafka: "A mia conoscenza, Kafka non apparteneva ad nessuna di queste organizzazioni anarchiche, ma aveva per esse le forti simpatie di un uomo sensibile ed aperto ai problemi sociali. Tuttavia, malgrado l'interesse che egli aveva per queste riunioni (vista la sua assiduità), non interveniva mai nelle discussioni".

Michal-Mares.jpgQuest'interesse si sarebbe manifestato anche nelle sue letture- le Parole di un ribelle di Kropotkin (regalo dello stesso Mares), così come degli scritti dei fratelli Reclus, di Bakunin e di Jean Grave- e nelle sue simpatie: "Il destino dell'anarchico Ravachol o la tragedia di Emma Goldmann che editò Mother Earth lo toccavano particolarmente..." [4] . Questa testimonianza era apparsa nel 1946, in una rivista ceca, sotto una versione un po' diversa, senza attirare l'attenzione [5] . Ma è dopo la sua pubblicazione in appendice di un notevole libro di Klaus Wagenbach sulla giovinezza di Kafka (1958)- la prima opera a mettere in luce i legami dello scrittore con gli ambienti libertari praghesi- che provocherà una serie di polemiche, miranti a porre in questione la sua credibilità.

kafka--madre.gifIl terzo documento sono le Conversazioni con Kafka di Gustav Janouch, apparso in prima edizione nel 1951 ed in una seconda, considerevolmente ampliata, nel 1968. Questa testimonianza, che si riferisce a degli scambi con lo scrittore praghese nel corso degli ultimi anni della sua vita (a partire dal 1920), suggerisce che Kafka conservava la sua simpatia per i libertari. Non soltanto qualifica gli anarchici cechi come uomini "molto gentili ed allegri", così "gentili ed amichevoli che si  trova obbligato a  credere ad ognuna delle loro parole", ma le idee politiche e sociali che egli esprime nel corso di queste conversazioni rimangono fortemente segnate dalla corrente libertaria. Ad esempio, la sua definizione del capitalismo come "un sistema di rapporti di dipendenza" in cui "tutto è gerarchizzato, tutto è incatenato" è tipicamente anarchica, per la sua insistenza sul carattere autoritario di questo sistema- e non sullo sfruttamento economico come fa il marxismo. Anche il suo atteggiamento scettico verso il movimento operaio organizzato sembra ispirato dalla diffidenza libertaria verso i partiti e le istituzioni politiche: dietro gli operai che sfilano "avanzano già i segretari, i burocrati, i politici professionali, tutti i sultani moderni di cui essi preparano l'accesso al potere... La rivoluzione sfuma, rimane soltanto allora la melma di una nuova burocrazia. Le catene dell'umanità torturata sono in carta ministeriale" [6].

Max-Brod.jpgNella sua seconda edizione (1968), ritenuta riprodurre la versione completa delle sue note, perdute nel dopoguerra e ritrovate più tardi. Janouch riporta il seguente scambio con Kafka: "Avete studiato la vita di Ravachol? Sì! E non soltanto quella di Ravachol, ma anche la vita di diversi autori anarchici. Mi sono tuffato nelle biografie e le idee di Godwin, di Proudhon, di Stirner, di Bakunin, di Kropotkin, di Tucker e di Tolstoj; ho frequentato diversi gruppi, assistito a delle riunioni, in breve ho investito in quest'affare molto tempo e denaro. Ho preso parte nel 1910 alle riunioni che tenevano gli anarchici cechi in una taverna di Karolinental chiamata "Zum Kanonenkreuz", in cui si riuniva il circolo anarchico detto Circolo dei Giovani... Max Brod mi accompagnò molte volte a queste riunioni, che in fondo non gli piacevano affatto, [...] Per me, si trattava di una cosa molto seria. Ero sulle tracce di Ravachol. Esse mi portarono in seguito ad Erich Mühsam, ad Arthur Holitscher ed all'anarchico viennese Rudolf Grossman [7] Cercavano tutti di realizzare la felicità degli uomini senza la Grazia. Li capivo. Tuttavia [...] non potevo continuare a lungo a camminare al loro fianco" [8]. 
Secondo l'opinione più diffusa dei commentatori, questa seconda versione è meno credibile della prima, soprattutto per la sua origine misteriosa (degli appunti perduti e ritrovati). Bisogna aggiungere, nel caso specifico che ci interessa, un errore evidente: Max Brod, di sua propria ammissione, non soltanto non ha mai accompagnato il suo amico alle riunioni del club anarchico, ma ignorava tutto della sua partecipazione alle attività dei libertari praghesi. L'ipotesi suggerita da questi documenti - l'interesse di Kafka per le idee libertarie - è confermata da alcuni riferimenti nei suoi scritti intimi.

Krop--Il-mutuo-appoggio.pngAd esempio, nel suo diario troviamo questo imperativo categorico: "Non dimenticare Kropotkin!"; e, in una lettera a Max Brod del novembre del 1917, manifesta il suo entusiasmo per un progetto di rivista (Foglio di lotta contro la volonta di potenza) proposto dall'anarchico freudiano Otto Gross [9]. Senza dimenticare lo spirito libertario che sembra  ispirare alcune delle sue dichiarazioni; ad esempio, la piccola osservazione caustica che egli fece un giorno a Max Brod, riferendosi al suo luogo di lavoro, l'Ufficio delle assicurazioni sociali (dove degli operai vittime di incidenti venivano a rivendicare i loro diritti): "Come sono umili questi uomini... Vengono a sollecitarci. Invece di prendere l'edificio d'assalto e mettere tutto a soqquadro, vengono a sollecitarci" [10].
Otto-Gross.gifÈ molto probabile che queste diverse testimonianze- soprattutto le due ultime- contengano delle inesattezze e delle esagerazioni. Klaus Wagenbach stesso riconosce (a proposito di Mares) che "alcuni dettagli sono forse falsi" o per lo meno "esagerati". Allo stesso modo, secondo Max Brod, Mares, come molti altri testimoni che hanno conosciuto Kafka, "tende ad esagerare", soprattutto per quanto concerne l'estensione dei suoi legami di amicizia con lo scrittore. In quanto a Janouch, se la prima versione dei suoi ricordi dà l'impressione "di autenticità e di credibilità", perché  essi "recano dei segni distintivi dello stile con il quale Kafka parlava", la seconda gli sembra molto meno degna di fiducia [11].
Ma una cosa è constatare le contraddizioni o le esagerazioni di questi documenti ed un'altra è il respingerli in blocco, qualificando come "pura leggenda" le informazioni sui legami tra Kafka e gli anarchici cechi. È l'atteggiamento di alcuni specialisti, tra i quali Eduard Goldstücker, Hartmut Binder, Ritchie Robertson ed Ernst Pawel- il primo un critico letterario comunista ceco e gli altri tre altri tre autori di biografie di Kafka di cui non si può negare il valore. Il loro tentativo di evincere l'episodio anarchico nella vita di Kafka merita di essere discussa nel dettaglio, nella misura in cui essa ha delle implicazioni politiche evidenti. Secondo E. Goldstücker- molto noto per i suoi sforzi miranti a "riabilitare" Kafka in Cecoslovacchia nel corso degli anni 60- i ricordi di Mares riediti da Wagenbach "appartengono al regno della finzione". Il suo argomento centrale, è che non è concepibile che dei rivoluzionari, degli anarco-comunisti, abbiano accettato nelle loro riunioni "un uomo che non conoscevano" e che per di più rimaneva sempre in silenzio (secondo Kacha e Mares).

 

KachaOra, ciò che Goldstücker sembra stranamente dimenticare, è che Kafka non era uno "sconosciuto" ma, al contrario, personalmente conosciuto da due dei principali organizzatoti di queste riunioni: Michal Kacha e Michal Mares (così come da altri partecipanti come Rudolf Illowy, il suo vecchio amico di studi al liceo). Tuttavia- in modo un po' contraddittorio con quanto detto detto in precedenza- Goldstücker finisce con l'ammettere la partecipazione di Kafka a delle attività anarchiche, sostenendo semplicemente che questa partecipazione non sarebbe durata alcuni anni come affermato da Mares, ma sarebbe stata limitata alla sua presenza ad "alcune riunioni". Ora, poiché Mares stesso non menziona concretamente che cinque riunioni, non si vede bene perché per quale ragione Goldstücker respinge categoricamente anche la sua testimonianza [12]. Hartmut Binder, autore di una biografia dettagliata e molto erudita di Kafka, è quello che sviluppa in modo più energico la tesi  secondo la quale i legami tra Kafka e gli ambienti anarchici praghesi siano una "leggenda" che appartiene "al regno dell'immaginazione". Klaus Wagenbach è accusato di aver utilizzato delle fonti "che erano in accordo con la sua ideologia" (Kacha, Mares et Janouch), ma che "mancano di credibilità o sono anche delle falsificazioni deliberate" [13].

Kafka--padre.pngIl primo problema con questo tipo di ragionamento è il seguente: perché le tre testimonianze considerate "poco credibili" coincidono nell'affermazione dei legami tra Kafka ed i libertari? Perché non troviamo delle testimonianze "fittizia" sulla partecipazione ripetuta di Kafka a delle riunioni sioniste, comuniste o socialdemocratiche? È difficile da comprendere- tranne immaginare una cospirazione anarchica- perché vi sarebbero unicamente delle "falsificazioni" in questa precisa direzione. Ma esaminiamo da più vicino gli argomenti di Binder- la cui diatriba contro Wagenbach non è priva di motivi "ideologici".

kafka-e-max-brod.jpgA suo parere, il semplice fatto che Brod non abbai saputo di queste pretese attività soltanto alcuni anni dopo la morte di Kafka, da parte di Michal Kacha, un vecchio membro  di questo movimento anarchico [...] testimonia contro la credibilità di questa informazione. Perché è quasi inimmaginabile che Brod, che a quest'epoca intraprese due viaggi di vacanze con Kafka e che lo incontrava quotidianamente [...], abbia potuto ignorare l'interesse del suo migliore amico per il movimento anarchico". Ora, se ciò è "quasi inimmaginabile" (constatiamo comunque che il "quasi" lascia un margine al dubbio), come mai il principale interessato, cioè Max Brod stesso, considerava quest'informazione come perfettamente attendibile, poiché l'ha utilizzata anche nel suo romanzo Stefan Rott che nella biografia del suo amico? La stessa cosa vale per un altro argomento di Binder: "ascoltare, in una birreria fumosa, delle discussioni politiche di un gruppo che agiva al di fuori della legalità... è una situazione inimmaginabile per la personalità di Kafka". Eppure, questa situazione non aveva nulla di strano agli occhi di Max Brod, che conosceva tuttavia qualcosa della personalità di Kafka. Comunque, nulla nell'opera di Kafka lascia intendere che egli avesse un rispetto così superstizioso per la legalità! [14].
ZadruhaPer tentare di sbarazzarsi una volta per tutte della testimonianza di Michal Mares, Binder si riferisce con insistenza ad una lettera di Kafka a Milena, in cui definisce Mares come "qualcuno incontrato per strada". Sviluppa il ragionamento seguente: Kafka sottolinea espressamente che la sua relazione con Mares è soltanto quella di un  Gassenbekanntschaft (conoscenza di strada). Questa è l'indicazione più netta che Kafka non ha mai partecipato ad una riunione anarchica" [15]. Il meno che si possa dire è che tra la premessa e la conclusione c'è un non sequitur evidente! Tutto ciò che si può dedurre dalla lettera di Kafka a Milena, è che Mares ha, nella sua testimonianza del 1946, probabilmente esagerato i legami di amicizia tra Kafka e lui, ma non c'è alcuna contraddizione tra le loro relazioni episodiche e la partecipazione di Kafka a delle riunioni anarchiche dove si trovavano, tra gli altri, il giovane Mares.

kafka--01.jpgAnche se la loro conoscenza si limitava a degli incontri nella strada (la casa di Kafka era vicina al luogo di lavoro di Mares), ciò non avrebbe impedito a Mares di passargli dei volantini e degli inviti per delle riunioni e manifestazioni, di constatare la sua presenza in alcune delle sue attività ed anche di omaggiarlo, all'occasione, con un esemplare del libro di Kropotkin [16]. Mares possiede, come prova materiale dei suoi legami con Kafka, una cartolina postale inviata dallo scrittore, datata 9 dicembre 1910. Egli afferma- ma è un'asserzione impossibile da verificare- che aveva ricevuto diverse lettere dal suo amico "scomparse durante le numerose perquisizioni effettuate a casa mia durante quest'epoca". Binder prende atto dell'esistenza di questo documento, ma partendo dal fatto che la cartolina era indirizzata a "Joseph Mares" (e non Michal) pensa di possedere ora una nuova prova delle "finzioni" del testimone: sarebbe del tutto inverosimile che un anno dopo aver fatto la conoscenza di Mares e partecipato insieme a diverse serate del Klub Mladych, Kafka "non conosca il suo nome". Ora, quest'argomento non regge, per una ragione molto semplice: secondo gli editori tedeschi della corrispondenza tra Kafka e Milena, il vero nome di Mares non era Michal ma... Joseph [17].

kafka--sorelle--1898.jpgIn quanto a Janouch, se Binder respinge come pura invenzione la versione del 1968 delle sue memorie, il riferimento agli anarchici in quella del 1951 gli sembra "possa essere basata su un vero ricordo". Ma si sbriga nel ridurla a poca cosa, assimilandola al passaggio menzionato della lettera a Milena: la conoscenza "per strada", del poeta Michal Mares. Ora, nella conversazione riportata da Janouch si parla di "anarchici" al plurale, "così gentili e così amabili", il che suppone che Mares sia lungi dall'essere il solo militante libertario incontrato da Kafka [18]. L'insieme della discussione di Hartmut Binder a questo proposito dà la penosa sensazione di un deliberato e sistematico tentativo- che fa di ogni erba un fascio- per eliminare dall'immagine di Kafka la macchia nera che sarebbe- in una visione politica conservatrice- la sua partecipazione a delle riunioni organizzate dai libertari praghesi.

Yichzak-Lowy--attore-Yddish-amico-di-Kafka.jpgQualche anno dopo, nella sua biografia di Kafka- opera comunque meritevole di interesse- Ernst Pawel difende in modo evidente le stesse tesi di Binder: si tratta "di sotterrare uno dei grandi miti" collegati alla persona di Kafka, e cioè "la leggenda di un Kafka cospiratore in seno al gruppo anarchico ceco del Klub Mladych". Questa leggenda sarebbe dovuta "ai fertili ricordi dell'ex-anarchico Micha Mares che, nelle sue memorie un po' fantasiose pubblicate nel 1946, descrive Kafka come un amico ed un compagno che partecipava a delle riunioni e a delle manifestazioni anarchiche". "La storia di Mares, sulla quale Gustav Janouch avrebbe in seguito anch'egli ricamato, si ritrova in diverse biografie di Kafka, che ce lo presentano come un giovane cospiratore e come un compagno di strada del movimento libertario ceco. Questo racconto è quindi completamente smentito da tutto quanto sappiamo della sua vita, dai suoi amici e dal suo carattere. Già poco credibile come cospiratore, come avrebbe potuto ed anche voluto dissimulare il suo impegno a degli amici intimi che egli vedeva tutti i giorni?" [19].

kafka-AAAair-w.png
La "leggenda" è tanto più facile da smentire in quanto non corrisponde ad alcuna delle fonti in questione: né Kacha (non menzionato da Pawel), né Mares o Janouch- ed ancor meno Wagenbach- hanno mai preteso che Kafka fosse un "cospiratore in seno al gruppo anarchico". Mares insiste esplicitamente sul fatto che Kafka non era membro di alcuna organizzazione. Inoltre, non si tratta di "cospirazione" ma di partecipazione a delle riunioni che erano, nella maggior parte dei casi, aperte al pubblico. In quanto alla "dissimulazione degli amici intimi", cioè Max Brod, abbiamo già mostrato l'inanità di questo argomento. Ernst Pawel fornisce una ragione supplementare in appoggio alla sua tesi: è "inconcepibile" che "qualcuno che aveva quasi uno status di funzionario" sia sfuggito all'attenzione degli informatori della polizia. Ora, i fascicoli della polizia praghese "non contengono la minima allusione a Kafka" [20]. L'osservazione è interessante, ma l'assenza di un nome negli archivi dellal polizia non è mai stata in sé una prova sufficiente della non partecipazione, Inoltre, è poco probabile che la polizia disponesse del nome di tutti coloro che assitevano a delle riunioni pubbliche organizzate dai diversi club libertari: essa si interessava agli "agitatori", ai dirigenti di queste associazioni, piuttosto che alle persone che vi assistevano in silenzio... Tuttavia, Pawel si distingue da Binder per la sua disponibilità a riconoscere la validità dei fatti suggeriti da queste testimonianze, in una versione più attenuata: "La verità è più prosaica. Kafka conosceva effettivamente Mares [...] e senza dubbio ha potuto assistere a delle riunioni o a delle manifestazioni pubbliche, in quanto osservatore interessato. Le sue inclinazioni socialiste sono attestate da Bergmann e da Brod [...]. Negli anni che seguirono, sembra anche essere stato interessato dall'anarchismo filosofico e non violento di Kropotkin e di Alexandre Herzen" [21].

kafka--via-abitazione.jpgNon siamo così distanti dalle conclusioni di Wagenbach... Esaminiamo ora il punto di vista di Ritchie Robertson, autore di un notevole saggio sulla vita e l'opera dello scrittore ebreo praghese. A suo parere le informazioni fornite da Kacha e Mares devono essere "trattate con scetticismo". I suoi principali argomenti a questo proposito sono ripresi da Goldstücker e da Binder: coma mai un gruppo che si riunisce segretamente accetterebbe al suo interno un visitatore silenzioso "il quale, per il poco che ne sapevano, poteva essere una spia?" Come era possibile che Brod non sapesse nulla della partecipazione del suo amico a queste riunioni? Quale valore possiamo attribuire alla testimonianza di Mares, considerando che non era che una Gassenbekanntschaft di Kafka? In breve, "per tutte queste ragioni l'assitenza a delle riunioni anarchiche sembra essere proprio una leggenda". Inutile ritornare su queste obiezioni, di cui ho già mostrato sopra la poca consistenza. Ciò che è del tutto nuovo ed interessante nel libro di Robertson, è il tentativo di proporre un'interpretazione alternativa delle idee politiche di Kafka, che non sarebbero, secondo lui, né socialiste né anarchiche, ma romantiche. Quel romanticismo anticapitalista che non sarebbe né di sinistra né di destra [22]. Ora se l'anticapitalismo romantico è una matrice comune a certe forme di pensiero conservatrici e rivoluzionarie- ed in questo senso supera la tradizionale divisione tra destra e sinistra-, ciò non di meno gli stessi autori romantici si situano chiaramente ad un polo o l'altro di questa visione del mondo: il romanticismo reazionario o il romanticismo rivoluzionario [23].

Kafka--statua-Praga.jpgInfatti, l'anarchismo, il socialismo libertario, l'anarcosindacalismo sono un esempio paradigmatico di "anticapitalismo romantico di sinistra". Di conseguenza, definire il pensiero di Kafka come romantico. il che mi sembra del tutto pertinente- non significa affatto che non sia "di sinistra", concretamente un socialismo romantico di tendenza libertaria. Come presso tutti i romantici, la sua critica della civiltà moderna è intrisa di nostalgia per il passato, rappresentato ai suoi occhi dalla cultura yiddish delle comunità ebraiche dell'Europa dell'Est. Con un'intuizione notevole, André Breton scriveva: "Benché sincronizzata al momento presente, [il pensiero di Kafka] gira simbolicamente all'indietro gli aghi dell'orologio della sinagoga di Praga" [24]. L'interesse per l'episodio anarchico nella biografia di Kafka (1909-1912),  è che esso ci offre una delle chiavi più illuminanti per l alettura dell'opera- in particolare degli scritti a partire dall'anno 1912. Dico una delle chiavi perché il fascino di quest'opera viene anche dal suo carattere squisitamente polisemico, irriducibile ad ogni interpretazione univoca. L'ethos libertario si esprime in diverse situazioni che stanno nel cuore dei suoi principali testi letterari, ma innanzitutto dal modo radicalmente critico in cui è rappresentato il volto ossessivo ed angosciante della non-libertà: l'autorità. Come ha ben detto André Breton, "nessuna opera milita tanto contro l'ammissione di un principio sovrano estraneo a colui che pensa" [25].

Kafka--il-Processo--fotogramma.jpgUn anti-autoritarismo di ispirazione libertaria attraversa l'insieme dell'opera romanzesca di Kafka in un movimento di "spersonalizzazione" e di reificazione crescenti: dell'autorità paternale e personale verso l'autorità amministrativa ed anonima [26]. Ancora una volta, non si tratta di una qualsiasi dottrina politica, ma di uno stato d'animo e di una sensibilità critica- la cui arma principale è l'ironia, l'umorismo, quell'umorismo nero che è, secondo André Breton "una rivolta superiore dello spirito" [27]. Quest'atteggiamento ha delle radici intime e personali nel suo rapporto con il padre. L'autorità dispotica del pater familias è per lo scrittore l'archetipo stesso della tiranni politica. Nella sua Lettera al padre del 1919, Kafka ricorda: "Assumesti ai miei occhi il carattere enigmatico che hanno i tiranni il cui diritto non si fonda sulla riflessione, ma sulla loro propria persona". Confrontato con il trattamento brutale, ingiusto ed arbitrario degli impiegati di suo padre, si sente solidale con le vittime: "Ciò mi rese la bottega insopportabile, mi ricordava troppo la mia propria situazione nei tuoi confronti... È per questo che prendevo inevitabilmente la parte del personale..." [28].

Kafka_Das_Schloss_1926.jpgLe principali caratteristiche dell'autoritarismo negli scritti letterari di Kafka sono: 1) L'arbitrario: le decisioni sono imposte dall'alto, senza giustificaione- morale, razionale, umana- nessuna, spesso formulando delle esigenze smisurate ed assurde verso la vittima; 2) l'ingiustizia: la colpevolezza è considerata- a torto- come evidente, andante da sé senza necessità di prova e le punizioni sono totalmente sproporzionate alla "colpa" (inesistenza o banale). Nel suo primo scritto importante, La Condanna, del 1912, Kafka pone in scena unicamente l'autorità paterna; è anche uno dei suoi rari scritti in cui l'eroe (Georg Bendemann) sembra sottomettersi del tutto e senza resistenza alla condanna autoritaria: l'ordine intimato dal padre a suo figli di gettarsi nel fiume! Comparando questo racconto con Il Processo, Milan Kundera osserva: "La somiglianza tra le due accuse, colpevolezza ed esecuzioni tradisce la continuità che lega l'intimo 'totalitarismo' familiare a quello delle grandi visioni di Kafka" [29]. Nei due grandi romanzi Il Processo e Il Castello, si tratta invece di un potere "totalitario" perfettamente anonimo e invisibile.

Kafka_Der_Prozess_1925.jpgAmerica, del 1913-14, costituisce a questo proposito un'opera intermedia: i personaggi autoritari sono a volte delle figure paterne (il padre di Karl Rossmann e lo zio Jakob) a volte degli alti amministratori dell'Albergo (il Capo del personale ed il Portiere in capo). Ma anche quest'ultimi conservano un aspetto di tirannia personale, associante la freddezza burocratica con un dispotismo individuale meschino e brutale. Il simbolo di questo autoritarismo punitivo sorge sin dalla prima pagina del libro: demistificante la democrazia americana, rappresentata dalla celebre statua della Libertà all'entrata del porto di New York, Kafka sostituisce nella sua mano la torcia con una spada... In un mondo senza giustizia, la forza nuda, il potere arbitrario regna sovrana. La simpatia dell'eroe va alle vittime di questa società: come l'autista del primo capitolo, esempio della "sofferenza di un povero uomo sottomesso ai potenti", o la madre di Teresa, spinta al suicidio dalla fame e dalla miseria. Trova degli amici e degli alleati da parte dei poveri: Teresa stessa, lo studente, gli abitanti del quartiere popolare che rifiutano di consegnarlo alla polizia- perché, scrive Kafka in un commento rivelatore: "gli operai non sono dalla parte delle autorità" [30].

Kafka_Amerika_1927.jpgDal punto di vista che qui ci interessa, la grande svolta nell'opera di Kafka è il racconto Nella colonia penale, scritta poco dopo America. Vi sono pochi testi nella letteratura universale che presentano l'autorità sotto un volto così ingiusto e criminale. Non si tratta del potere di un individuo- i Comandanti (vecchio e nuovo) non svolgono che un ruolo secondario nel racconto- ma di quello di un meccanismo impersonale. Il quadro del racconto è il colonialismo... francese. Gli ufficiali ed i comandanti della colonia sono francesi, mentre gli umili soldati, gli scaricatori di porto, le vittime che devono essere giustiziati sono degli "indigeni" che "non capiscono una sola parola di francese". Un soldato "indigeno" è condannato a morte da degli ufficiali la cui dottrina giuridica riassume in poche parole la quintessenza dell'arbitrio: "La colpevolezza non deve mai eesere messa in dubbio!" La sua esecuzione deve essere compiuta da una macchina da tortura che scrive lentamente sul suo corpo con degli aghi che lo perforano scrivendo: "Rispetta i tuoi superiori". Il personaggio centrale del racconto non è né il viaggiatore che osserva gli avvenimenti con una muta ostilità, né il prigioniero, che non reagisce affatto, né l'ufficiale che presiede l'esecuzione , né il Comandante della colonia. È la Macchina stessa. Tutto il racconto ruota intorno a questo sinistro apparecchio (Apparato), che sembra sempre più, nel corso della spiegazione molto dettagliata che l'ufficiale dà al viaggiatore, essere una fine in sé. L'Apparecchio non è là per giustiziare l'uomo, è piuttosto quest'ultimo che è là per l'Apparecchio, per fornire un corpo sul quale esso possa scrivere il suo capolavoro estetico, la sua iscrizione sanguinaria illustrata di "molti florilegi ed abbellimenti". L'ufficiale stesso non è che un servo della Macchina e, alla fine si sacrifica egli stesso a questo insaziabile Moloch [31].

Felice-and-Kafka--1917.jpgA quale "Macchina del potere" concreta, a quale "Apparato d'autorità" sacrificatore di vite umane, pensava Kafka? Nella Colonia penale è stata scritta nell'ottobre del 1914, tre mesi dopo lo scoppio della Grande Guerra... In Il Processo e Il Castello, ritroviamo l'autorità come "apparato" gerarchizzato, astratto, impersonale: i burocrati, qualunque sia il loro carattere brutale, meschino o sordido, essi non sono che gli ingranaggi di questo meccanismo. Come ossserva con acutezza Walter Benjamin, Kafka scrive dal punto di vista del "cittadino moderno che si sa consegnato ad un apparato burocratico impenetrabile la cui funzione è controllata da istanze che restano sfumate anche ai suoi organiesecutivi, a maggior ragione per coloro che ne sono manipolati" [32].

Dora-Diamant.pngL'opera di Kafka è nel contempo profondamente radicata nel suo ambiente praghese- come osserva André Breton, "sposa tutti i fascini, i sortilegi" di Praga [33]- e perfettamente universale. Contrariamente a ciò che si pretende spesso, i suoi due grandi romanzi non sono una critica del vecchio Stato imperiale austro-ungarico, ma dell'apparato statale in quanto ha di più moderno: il suo carattere anonimo, impersonale, in quanto sistema burocratico alienato, "cosificato", autonomo, trasformato in fine a se stesso. Un passaggio di Il Castello è particolarmente chiarificatore di questo punto di vista: è quello- piccolo capolavoro di umorismo nero- in cui il sindaco del villaggio descrive l'apparato ufficiale come una macchina autonoma che sembra lavorare "per se stessa": "Si direbbe che l'organismo amministrativo non può sopportare la tensione, l'irritazione che è durata per anni a causa dello stesso affare, forse infima in se stessa inoltre, e che esso pronunci da se stesso il verdetto senza ricorrere ai funzionari" [34]. Questa profonda intuizione del meccanismo burocratico come ingranaggio cieco, in cui i rapporti tra individui diventano una cosa, un oggetto indipendente, è uno degli apsetti più moderni, più attuali, più lucidi dell'opera di Kafka. L'ispirazione libertaria è iscritta nel cuore dei romanzi di Kafka, che ci parla dello Stato- sia esso sotto la forma dell'"amministrazione" o della "giustizia"- come di un sistema di dominio impersonale che schiaccia, soffoca o uccide gli individui. É un mondo angosciante, opaco, incomprensibile, in cui regna la non-libertà.

Milena-Jesenska--1896-1944-.jpgSi è spesso presentato Il Processo come un'opera profetica: l'autore avrebbe previsto, con la sua immaginazione visionaria, la giustizia degli Stati totalitari, i processi nazisti o staliniani. Bertolt Brecht, compagno di strada dell'URSS, osservava, in una conversazione con Walter Benjamin a proposito di Kafka nel 1934 (prima dei processi di Mosca): "Kafka non ha che un solo problema, quello dell'organizzazione. Ciò che lo ha afferrato, è l'angoscia di fronte allo Stato formicaio, il modo in cui gli uomini si alienano essi stessi attraverso le forme della loro vita comune. Ed ha previsto certe forme di questa alienazione, come ad esempio i metodi della GPU" [35]. Senza mettere in dubbio la pertinenza di quest'omaggio alla chiaroveggenza dello scrittore praghese, bisogna tuttavia ricordare che Kafka non descrive nei suoi romanzi degli Stati "d'eccezione": una delle più importanti idee- la cui parentela con l'anarchismo è evidente- suggerita dalla sua opera, è la natura alienata e oppressiva dello Stato "normale", legale e costituzionale. Sin dalle prime righe di Il Processo, è detta chiaramente: "K. viveva in uno Stato di diritto (Rechtstaat), la pace regnava ovunque, tutte le leggi erano in vigore, chi osava dunque assalirlo nella sua casa?" [36].

Kafka--Metamorfosi--1916_Die_Verwandlung_1916_Orig_-Pappban.jpgCome i suoi amici anarchici praghesi, sembra considerare ogni forma di Stato, lo Stato in quanto tale, come una gerarchia autoritaria e  liberticida. Lo Stato e la sua giustizia sono anche, per la loro natura intima, dei sistemi menzogneri. Niente illustra meglio ciò del dialogo, in Il Processo, tra K. e l'abate a proposito dell'interpretazione della parabola sul guardiano della legge. Per l'abate, "dubitare della dignità del guardiano, sarebbe dubitare della Legge"- argomento classico di tutti i rappresentanti dell'ordine. K. obietta che se si adotta questa opinione, "bisogna credere tutto ciò che dice il guardiano", il che gli sembra impossibile: "No, dice l'abate, non siamo obbligati di credere vero tutto quel che dice basta che si tenga il necessario. Triste opinione, dice K., essa eleverebbe la menzogna all'altezza di una regola del mondo" [37]. Come fa osservare molto giustamente Hannah Arendt nel suo saggio su Kafka, il discorso dell'abate rivela "la teologia segreta e la credenza intima dei burocrati come credenza nella necessità per sé, i burocrati essendo in ultima analisi dei funzionari della necessità" [38].

Kafka--La-metamorfosi--1916--frontespizio.jpgInfine, lo Stato e i Giudici amministrano meno la gestione della giustizia che la caccia alle vittime. In un'immagine che è comparabile a quella della sostituzione della torcia della libertà con una spada in America, vediamo in Il Processo un quadro del pittore Titorelli che si presume rappresentare la dea della Giustizia trasformarsi, quando l'opera è ben illuminata, in celebrazione della dea della Caccia. La gerarchia burocratica e giuridica costituisce un'immensa organizzazione che secondo Joseph K., la vittima di Il Processo, "non soltanto utilizza dei guardiano venali, degli ispettori e dei giudici d'istruttoria stupidi... ma che mantiene anche tutta una magistratura di alto rango con il suo indispensabile corteo di valletti, di scribi, di gendarmi ed altri ausiliari, forse anche di carnefici, non indietreggio davanti alla parola" [39]. In altre parole: l'autorità dello Stato uccide. Joseph K. farà l'incontro dei carnefici nell'ultimo capitolo del libro, quando due funzionari lo mettono a morte "come un cane". Il "cane" costituisce presso Kafka una categoria etica- se non metafisica: è descritto così colui che si sottomette servilmente alle autorità, qualunque esse siano. Il commerciante Block inginocchiato ai piedi dell'avvocato è un esempio tipico: "Non era più ora un cliente, era il cane dell'avvocato. Se quest'ultimo gli avesse ordinato di entrare sotto il letto strisciando e di abbaiare come dal fondo di una tana, lo avrebbe fatto con piacere". La vergogna che deve sopravvivere a Joseph K. (ultime parole di Il Processo) è quella di essere morto "come un cane", sottometetndosi senza resistenza ai suoi carnefici. È anche il caso del prigioniero di Nella colonia penale, che non cerca nemmeno di fuggire e si comporta con una sottomissione "canina" (hündisch) [40].

kafkasgrab_33-W.jpgIl giovane Karl Rossmann, in America, è l'esempio di qualcuno che tenta- senza mai riuscirvi- di resistere alle "autorità". Ai suoi occhi non diventano cani che "coloro che vogliono esserlo". Il rifiuto di sottomettersi e di strisciare come un cane appare così come il primo passo verso il camminare eretti, verso la libertà. Ma i romanzi di Kafka non hanno "eroi positivi", né di utopie future: ciò di cui si tratta, è di mostrare, con ironia e lucidità, la facies ippocratica della nostra epoca. Non è un caso se la parola "kafkiano" è entrata nel linguaggio corrente: essa designa un aspetto della realtà sociale che la sociologia o la scienza politica tendono ad ignorare, ma che la sensibilità libertaria di Kafka era meravigliosamente riuscita a captare: la natura oppressiva ed assurda dell'incubo burocratico, l'opacità, il carattere impenetrabile ed incomprensibile delle regole della gerarchia statale, così come essi sono vissuti dal basso e dall'esterno- contrariamente alla scienza sociale che si è limitata generalmente ad esaminare la macchina burocratica dall'"interno" o in rapporto a quelli "dall'alto" (lo Stato, le autorità, le istituzioni): il suo carattere "funzionale" o "disfunzionale", "razionale" o "pre-razionale" [41].

La scienza sociale non ha ancora elaborato un concetto per questo "effetto d'oppressione" del sistema burocratico reificato, che costituisce senza dubbio uno dei fenomeni più caratteristici delle società moderne, quotidianamente vissuto da milioni di uomini e di donne. Aspettando, questa dimensione essenziale della realtà sociale continuerà ad essere designata in riferimento all'opera di Kafka.


Michael Löwy


[Traduzione di Ario Libert]



BIBLIOGRAFIA di base.

Michael Löwy, Kafka, sognatore ribelle, Eleuthera, Milano, 2007.
Max Brod, Kafka, Mondadori, Milano, 1956.
Remo Cantoni, Kafka, Ubaldini, Roma, 1970.
Klaus Wagenbach, Kafka, gli anni della giovinezza (1883-1912), Einaudi, Torino, 1979.
Michal Mares, Come ho conosciuto Kafka, in: Wagenbach, pp. 205-211.
Gilles Deleuze/ Félix Guattari, Kafka, per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano, 1975.
Guattari, Sessantacinque sogni di Franz Kafka, Cronopio, Napoli, 2008
Anders Günter, Kafka. Pro e contro, Gabriele Corbo Editore, Ferrara, 1989.
Camus, L'espoir et l'absurde dans l'oeuvre de Franz Kafka, in: Le Mythe de Sysife, Gallimard Paris, 1991, [Il mito di Sisifo, Bompiani].
Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka, Guanda , Parma, 1991.
Robert Crumb/ David Zane Mairowitz, Kafka, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.
Guido Crepax, Il Processo di Franz Kafka, Piemme, Casale Monferrato, 1999 (versione a fumetti del romanzo di Kafka).

Refractions-3.jpg

Copertina della rivista da cui è stato tratto questo saggio





NOTE

[1] Cfr. Lucien Goldmann, Matérialisme dialectique et histoire de la littérature, [Materialismo dialettico e storia della letteratura], Recherches dialectiques, Paris, Gallimard, 1959, pp. 45-64.

[2] Hugo Bergmann, Erinnerungen an Franz Kafka, in Franz Kafka Exhibition (catalogue), The Jewish National and University Library, Jérusalem, 1969, p. 8.
[3] Max Brod, Franz Kafka, pp. 135-136; [Tr. it.: Kafka, Mondadori, Milano, 1956].
[4] Michal Mares, Comment j'ai connu Franz Kafka, publicato in appendice in Klaus Wagenbach, Franz Kafka. Années de jeunesse (1883-1912), Paris, Mercure de France, 1967; [Tr. it. in: Kafka, gli anni della giovinezza (1883-1912), Einaudi, Torino, 1979, pp. 205-211].
[5] Michal Mares, Setkani s Franzem Kafkou, Literarni Noviny, 15, 1946, p. 85 e seguenti. Questa versione- nella quale sarebbe Kafka stesso ad essere liberato su cauzione- è citata nell'altro libro di Klaus Wagenbach, Franz Kafka ins Selbstzeugnissen und Bilddokumenten, Hambourg, Rowohlt, 1964, p. 70.
[6] G. Janouch, Kafka m'a dit, Paris, Calmann-Lévy, 1952.
[7] Meglio conosciuto con il suo pseudonimo di Pierre Ramus (n.d.r.).
[8] G. Janouch, Conversations avec Kafka, Paris, Maurice Nadeau, 1978, [tr. it.: Conversazioni con Kafka, Guanda, Parma, 1991].
[9] Franz Kafka, Diaries et Briefe, Fischer Verlag, 1975, p. 196, [tr. it.: Confessioni e diari, Mondadori, Milano, 1976; Lettere, Mondadori, Milano, 1988; Lettere a Felice, Mondadori, Milano, 1972; Lettere a Milena, Mondadori, Milano, 1960. Vedere su Kafka et Otto Gross, G. Baioni, Kafka, Letteratura ed Ebraismo, Torino, Einaudi, 1979, pp. 203-205.
[10] M. Brod, Kafka.
[11] Vedere K. Wagenbach, Franz Kafka. Gli anni della giovinezzaFranz Kafka in Selbstzeugnissen (1964), p. 70, e anche Max Brod, Streitbares Leben 1884-1968, Munich-Berlin-Vienne, F. A. Herbig, 1969, p. 170, e Über Franz , Francfort, Fischer Bücherei, p. 190.
[12] E. Goldstücker, «Über Franz Kafka aus der Prager Perspektive 1963», in Goldstücker, Kautman, Reimann (ed.), Franz Kafka aus Prager Sicht, Prague, 1965, pp. 40-45. Goldstücker aggiunge un altro argomento: "La principale ragione del mio scetticismo sulla leggenda di un contatto prolungato ed intimo di Kafka con gli anarco-comunisti, è il fatto che in nessuna parte nell'opera di Kafka ritroviamo dei segni che fosse familiarizzato con i loro pensieri". Il suo atteggiamento verso la classe operaia non era quello del "socialismo moderno" ma quello dei socialisti utopici "ben prima di Marx". Alcune osservazioni su questo strano ragionamento: a) il termine "anarco-comunismo" è lungi dall'essere adeguato nel descrivere questi club dagli orientamenti molto diversi andanti dall'anarco-sindacalismo al pacifismo libertario; b) l'anarchismo non si definisce attraverso un atteggiamento comune tra la classe operaia (differenti posizioni esistono a questo proposito nella tradizione libertaria) ma attraverso il suo rifiuto di ogni autorità e dello Stato come potere istituito; c) la dottrina anarchica era nata prima di Marx e non è in rapporto alla sua opera che si è costituito il socialismo libertario.
[13] H. Binder, Kafka-Handbuch, Bd 1. Der Mensch und seine Zeit, Stuttgart, Alfred Kröner, 1979, pp. 361-362.
[14] Ibid. pp. 362 -363. L'idea che Kafka possa nascondergli certe informazioni non avva nulla di strano per Brod, che sottolinea nella sua autobiografia: "Al contrario di me, Kafka era di natura chiusa e non apriva a nessuno, nemmeno a me, l'accesso della sua anima; sapevo benissimo che teneva per sé delle cose importanti", Max Brod, Streitbares Leben, pp. 46-47.
[15] H. Binder, Kafka-Handbuch 1, p. 364. Cf. Kafka, Lettres à Milena, Paris, Gallimard, 1988, p. 270, [Lettere a Milena, Mondadori, Milano, 1960].
[16] Secondo Binder, «se Mares gli avesse veramente dato Le parole di un ribelle di Kropotkin, non si sarebbe trovato nel Diario di Kafka la seguente nota: "Non dimenticare Kropotkin!" Di nuovo, si capisce difficilmente il rapporto tra il fatto menzionato e la strana conclusione di Binder. Il solo aspetto della testimonianza di Mares che sembra poco compatibile (e ancora) con la lettera di Kafka a Milena, è l'episodio della cauzione che Kafka avrebbe pagato per la sua liberazione.
[17] M. Mares, in Wagenbach, Franz Kafka. Années de jeunesse, p. 254 ; H. Binder, Kafka Handbuch 1, pp. 363-364 ; F. Kafka, Briefe an Milena, Francfort, S. Fischer Verlag, 1983, p. 336 (n.d.l.r.).
[18] H. Binder, op. cit., p. 365.
[19] E. Pawel, Franz Kafka ou le cauchemar de la raison, Paris, Seuil, 1988, p. 162.
[20] E. Pawel, ibid., p. 162.
[21] Ibid., pp. 162-163. In un altro capitolo del libro, Pawel si riferisce a Kafka come ad un "anarchico metafisico molto poco dotato per la politica di partito", definizione che mi sembra del tutto pertinente. In quanto ai ricordi di Janouch, Pawel li considera come "plausibili" ma "soggetti a cauzione" (p. 80).
[22] R. Robertson, Kafka. Judaism, Politics and Literature, Oxford, Clarendon Press, 1985, pp. 140-141 : "Se si effettua una ricerca sulle inclinazioni politiche di Kafka, è infatti, un'errore pensare in termini dell'antitesi abituale tra sinistra e destra. Il contesto più appropriato sarebbe l'ideologia che Michael Löwy ha definito come "anticapitalismo romantico" [...]. L'anticapitalismo romantico (per adottare il termine di Löwy, anche se "anti-industrialismo" sarebbe più esatto) ha diverse versioni..., ma come ideologia generale trascende l'opposizione tra sinistra e destra". Robertson si riferisce qui al mio primo tentativo di rendere conto del "romanticismo anticapitalista", in un libro su Lukacs, ma c'è un malinteso evidente nella sua interpretazione della mia ipotesi.
[23] Ho tentato di analizzare il romanticismo nel mio libro Pour une sociologie des intellectuels révolutionnaires. L'évolution politique de Lukacs 1909-1929, Paris, PUF, 1976, [Per una sociologia  degli intellettuali rivoluzionari. L'evoluzione politica di Lukacs 1909-1929], citato da R. Robertson dalla traduzione inglese pubblicata a Londra nel 1979) e più recentemente, con il mio amico  Robert Sayre, in , Paris, Payot, 1992, [Rivolta e melanconia. Il romanticismo a contro-corrente della modernità].
[24] André Breton, presentazione di Kafka nel suo Anthologie de l'humour noir, Paris, Le Sagittaire, 1950, p. 263, [Tr. it.: Antologia dell'Humour nero, Einaudi, Torino, 1970.
[25] André Breton, Anthologie de l'humour noir, p. 264.
[26] Per un'analisi più dettagliata dell'anarchismo e del romanticismo nell'opera di Kafka rinvio al mio libro Rédemption et Utopie. Le judaïsme libertaire en Europe centrale, Paris, PUF, 1988, capitolo 5 [Redenzione e utopia. Il giudaismo libertario in Europa centrale, Tr. it.: Bollati Boringhieri, Torino, 1992].
[27] André Breton, Paratonnerre, introduction à l'Anthologie de l'humour noir, [Antologia dell'humour nero, Einaudi, Torino, 1970].
[28] Franz Kafka, Lettre au père, 1919, [Lettera al padre, Mondadori].
[29] Milan Kundera, Quelque part là-derrière, le Débat, n° 8, juin 1981, p. 58.
[30] Franz Kafka, Amerika, Francfort, Fischer Verlag, 1956, p. 15, 161.
[31] Franz Kafka, In der Strafkolonie, Erzählung und kleine Prosa, New York, Schocken Books, 1946, [Nella colonia penale, Tr. it.: in Kafka, Racconti, Mondadori, Milano, 2001, pp. 285-318].
[32] Walter Benjamin, , 1938, in Correspondance, Paris, Aubier, 1980, II, p. 248.
[33] André Breton, Anthologie de l'humour noir [Antologia dell'Humour nero, Einaudi, Torino, 1970.
[34] Kafka, Il castello.
[35] Cfr. W. Benjamin, Essais sur Brecht, Paris, Maspero, 1969, p. 132.
[36] Kafka, Der Prozess, Francfort, Fischer Verlag, 1979, p. 9.
[37] Kafka, Il processo.
38] H. Arendt, Sechs Essays, Heidelberg, Lambert Schneider, 1948, p. 133.
[39] Il processo.
[40] Il processo  e  Nella colonia penale.
[41] Come sottolinea con perspicacia Michel Carrouges: "Kafka abdica il punto di vista corporativo degli uomini di legge, queste persone istruite e ben educate che credono di capire il perché delle cose della legge. Li considera, al contrario, essi e la loro legge, dal punto di vista della massa dei miserabili assoggettati che subiscono senza capire. Ma poiché rimane Kafka, egli eleva quest'ignoranza ordinariamente ingenua all'altezza di un'ironia superiore, straripante di sofferenza ed umorismo, di mistero e di lucidità. Smaschera tutto quel che c'è di ignoranza umana nel sapere giuridico e di sapere umano nell'ignoranza degli aserviti". (M. Carrouges, Dans le rire et les larmes de la vie, Cahiers de la compagnie M. Renaud-J.-L. Barrault, Paris, Julliard, ottobre 1957, p. 19).

 

LINK al post originale:
Franz Kafka et le socialisme libertaire

Repost 0
Published by Ario Libert - in Scrittori libertari
scrivi un commento