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28 settembre 2016 3 28 /09 /settembre /2016 05:00

La scintilla

68retour_moutons.gif

Gabriel Culioli

 

Maggio 68... Già vent'anni! Ah, li vedo, lo sento, quelli che, in nome di se stessi stanno per appropriarsi dei resti gloriosi del movimento: filosofi che non avevano visto nulla ma capito tutto, giornalisti che non avevano capito nulla ma visto tutto; poliziotti superati da un presente affrettato, scavarsi un passaggio nella Storia con il manganello sollevato in aria; e i qui presenti militanti, dimentichi del tempo e dei luoghi, installati ora nei salotti benestanti della società, che scrivono senza fine su una generazione che essi modellano, triturano, torturano per meglio farle sposare le forme scatologiche della loro ambizione e della loro buona coscienza...

In questo corteo funebre si troveranno, fianco a fianco per meglio abbracciare la sua spoglia, tutti quelli che sconvolgevano l'esaltazione di quel mese di maggio, il suo galloppo da cavallo pazzo, e quelli che si sfiatarono a volerlo seguire.

E infine, vi saranno quelli che amo, che conserveranno queste giornate di primavera soleggiate così come sono, senza cercare di accappararsi. Tutti quelli per cui esse resteranno il simbolo dell'assoluta libertà, uno spirito del tempo, un gusto di ciliegia, una macchia rossa su una realtà grigia... Tre lettere e due cifre, quasi una matricola e tuttavia un'apertura verso il cielo per un Icaro resuscitato...

Allora oggi, venti anni dopo, i capelli grigi e l'aspetto fiacco, mi sgolo ancora "Morte ai coglioni!" a tutti quelli che affermano, ma per il ricordo soltanto: "L'abbiamo tanto amata la rivoluzione". Evviva quelli che a piedi, a cavallo o in una (piccola) automobile, la faranno veramente la Rivoluzione. Merda ai gratta-sottigliezze che, in Francia e altrove non fanno incessantemente che annegare la fiamma della speranza lamentandosi che l'immaginazione deve abbracciare il ragionevole, che si devono uccidere i sogni che volano più in alto della realtà e far rendere l'anima all'utopia.

Di avvenire in avvenire, banda di ipocriti inamiditi nei vostri colletti duri tanto falsi quanto i vostri ricordi, la realtà raggiungerà il sogno e la si conquisterà, la Grande Sera [1]. L'alba, infine, cesserà di essere una tentazione. Anche il sole, compagni, si alza a calci in culo...

Ecco, ho scaricato la mia bile sugli inventori di generazione e i recuperatori di ogni genere. Strano preambolo per insegnarvi  come sono stato la miccia che ha scatenato l'esplosione di Maggio. Venni anni oramai, e sono il solo a conoscere la verità. Occupavo all'epoca una posizione allo stesso tempo mobile ed elevata... Ma vado troppo di fretta e brucio le tappe. Cominciamo dall'inizio e cioè dalla fine del movimento.

Il 21 giugno 1968 ebbe luogo una riunione di cui fui l'unico testimone, involontario è vero. Il futuro ministro dell'interno Marcellin aveva riunito molti informatori. Voleva sapere la verità sull'origine della rivolta, sulla scintilla che aveva incendiato la pianura, per dirla come i maoisti.

Chi non conosceva Marcellin si è perso molto. Fisicamente l'uomo era di una insignificanza rara, come molti di questi esseri dell'ombra di cui non ci si chiede a volte se non si facciano il bagno con l'impermeabile acrilico. Degli occhi semi nascosti da palpebre dagli ammortizzatori usati, una bocca molliccia prolongata da ina cicca sudicia, e soprattutto un'ossessione continua per il complotto comunista. Alla maniera delle bestie cornute, mugiva alla vista del rosso e caricava. La sua immensa ossessione del complotto ed il suo fascino per la cosa poliziesca erano bastati a rassicurare una borghesia vacillante sin nelle sue fondamenta per la rivolta di Maggio. Ma questo elemento mezzo Javert [2] fulminava: gli sfuggiva un elemento per capire la meccanica di Maggio, quell'elemento che avrebbe giustificato i suoi ditirambi collerici riguardanti il direttore d'orchestra.

Quel giorno, aveva riunito la cellula speciale che infiltrava i movimenti di estrema sinistra. I quattro ispettori coinvolti erano tutti presenti: Gardénal, che si occupava della Federazione degli Studenti Rivoluzionari [ ], tendenza "lambertista" [ ] della quarta Internazionale [ ]; Léon, dislocato presso la Gioventù Comunista Rivoluzionaria [ ], vicino alla quarta Internazionale; Schmidt, membro del Partito comunista; e Joseph incaricato della Unione delle Gioventù Comuniste marxiste-leniniste.

 

"Signori, cominciò Marcellin, dopo le mie informazioni, l'occupazione della Sorbona da parte delle forze dell'ordine è iniziata in seguito a un malinteso. L'ispettore Janvier, allora preposto al servizio di igiene della prefettura di Parigi, era stato inviato nel cortile della Sorbona, in civile. Aveva come misssione di sorvegliare il posto e di indicare se i luoghi potevano essere occupati senza incidente. Meno di dieci manifestanti e saremmo entrati, più di dieci e avremmo bloccato le uscite allo scopo di parlamentare con essi. L'ispettore doveva agitare due volte il suo fazzoletto rosso se l'operazione era realizzabile e non fare nulla se gli estremisti erano più numerosi.

"Alle ore quindici, l'ispettore agitò due volte il suo fazzoletto, poi l'agitò come un forsennato. Ritenendo che il segnale fosse chiaro, il commandante dei CRS ordinò un assalto massiccio e immediato della facoltà, e i nostri uomini si incontrarono faccia a faccia con più di cento individui armati di mazze da picconi.

"Quando gli fu chiesto di spiegare il suo gesto insensato, Janvier raccontòche un volatile aveva defecato sui suoi abiti e che aveva perciò preso il suo fazzoletto per asciugarsi. Comprendendo troppo tardi il suo errore, aveva allora cercato di porvi rimedio, attizzando così ancor più l'incendio che aveva appena acceso. Fu ovviamente retrocesso di grado. Ritrovammo le sue tracce durante la notte del 27 maggio, su una barricata. Pretendeva di trovarsi là per sgraffignare delle informazioni. Sperava di poter così riabilitarsi. Parlò di complotto, di caso, di destino crudele. Da parte mia, credo che quest'uomo fu uno dei personaggi determinanti del vasto complotto internazionale che ha provocato Maggio 68. Una pedina forse, ma che svolse il ruolo di detonatore. In effetti, come credere al caso, quando comonicia una rivoluzione mentre il presidente della Repubblica e il Primo ministro si trovano all'estero? Io accuso il comunismo internazionale e la sua strategia internazionale, accuso il SDS  [3] tedesco e la Tricontinentale [4] di averci attirato nel vespaio della Sorbona...

"Se vi ho riunito oggi, è per conoscere la vostra opinione, a voi che siete stati immersi in questo bagno putrido di lebbra e di caos, a voi ai quali rendo omaggio per il vostro senso dell'abnegazione e del sacrificio. Chi vuole la parola?".

 

Marcellin si raddrizzò e accese il suo vecchio mozzicone giallastro. Percorse il gruppetto e designò con il mento il poliziotto infiltrato presso i "lambertisti".

- Gardénal, cosa si racconta tra i vostri grandi dormitori?

Lo sbirro si grattò il cavallo dei calzoni con ostentazione. Indossava una giacca di cuoio nero e sotto nulla. Dei ciuffi di peluria sgorgavano dal collo. Spostò la sua gomma da masticare dall'altro lato della mandibola e tagliò viuolentemente l'aria con la sua mano sinistra sino a giustapporla alla sua mano destra:

- Io, signore, quel che credo, è che tutto questo è una gran cazzata. Si deve guardare piuttosto la verità in faccia. La giovinezza, voleva la rivolta. Voleva battersi. Avremmo potuto organizzare una manifestazione davanti al Palais Bourbon. E' ciò che chiedevano la FER e i gruppi Révolte: centomila giovani davantio il Parlamento. Invece di questo, i "pablisti" della Gioventù comunista rivoluzionaria hanno preferito diluire il movimento in uno sperpero piccolo borghese... E' per questo che i dirigenti della FER hanno preso le loro responsabilità e hanno domandato ai giovani di non partecipare alla notte delle barricate...".

Marcellin scosse la testa:

- Se ho ben capito, non è colpa vostra? Ne terremo conto più tardi. Ma Janvier?".

Gardénal spostò virilmente il suo congelatore genetico respirando rumorosamente:
- L'ispettore Janvier? Una cosa insignificante nella giostra della Storia. Non conosco. Andate piuttosto a vedere dalla parte dei "pabs" della JCR.

- Indicate il vostro collega, Léon, disse Marcellin. Léon, cosa dite? Ma soprattutto, cercate di parlare chiaramente, come tutti. A volte ho l'impressione di essere caduto in un agguato teso dagli estremisti. I vostri accenti e le vostre espressioni mi fanno venire i brividi alla schiena...

Léon, ispettore di seconda classe. Ventidue anni. Capelli lunghi alla Che Guevara... Voce alta e chiara...

- L'ispettore cardénal ha l'onestà di riconoscere che l'organizzazione da lui infiltrata non c'entra affatto con gli avvenimenti. Avrebbe potuto comunque evitare di andare a dormire, quella sera del 9 maggio. Avrebbe saputo molte cose rimanendo per la strada. Per quanto ne so, la JCR ha partecipato a fondo al movimento. Ognuno di voi conosce Bensaid, Krivine e compagnia. Ci hanno creduto fermamente. Ma da qui a considerarli come dei padrini... Credete veramente, signore, che basti schiacciare un bottone per fare scendere tutta la gioventù per la strada? Credete veramente che sia possibile scatevare lo sciopero generale attraverso la sola magia della manipolazione?..."

- Ma Janvier? Lo interruppe Marcellin.

- Sconosciuto al battaglione, rispose Léon. Mai sentito parlare. E anche ammettendo che l'ispettore sia stato la creazione di un vasto complotto, l'attore principale degli avvenimenti, fu per noi, la polizia!

- Non ho chiesto la vostra opinione, ma quella dell'organizzazione in cui siete infiltrato per conto dello Stato.

Léon sbuffò con irritazione:

- Lo so, signore, lo so. Mi atterrò dunque alla stretta relazione dei fatti. Il 3 maggio, avebndo saputo che gli studenti della Sorbona erano tra le nostre mani, dei liceali membri della JCR risalgono il boulevard Saint-Michel gridando "Liberate i nostri compagni!". Sono venti all'inizio, poi altri li raggiungono. Alla Sorbona, il servizio d'ordine studentesco è armato di manganelli, per difendersi contro il gruppo fascista Occident diretto dai signori Madelin, Longuet e Robert. Quando i nostri carri vogliono lasciare la Sorbona con gli studenti arrestati, è troppo tardi. La piazza è neradi folla. I veicoli sono attaccati e i nostri uomini reagiscono maldestramente. Sprangano con la durezza e la mancanza di discernimento appresi in Algeria. Il giorno seguente, tranne l'UNEF e la JCR, le organizzazioni politiche condannano l'azione degli studenti arrestati e sprangati. La solidarietà si organizza ovunque. E poi viene la notte delle barricate, dove tutto viene rovesciato... Di fronte all'ampiezza della repressione, i partiti e i sindacati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Le Grand Soir.

http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/mots_0243-6450_1989_num_19_1_1467

[2] Javert è un personaggio del romanzo di Victor Hugo "I Miserabili" e nemico del protagonista Jean Valjean e che si suiciderà quando capirà che quest'ultimo è un uomo buono.

 

[3] SDS

 

[4] Tricontinentale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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26 febbraio 2012 7 26 /02 /febbraio /2012 06:00

Dopo il superbo e terribile racconto centrato sugli avvenimenti del maggio 68 parigino di Thierry Jonquet, I ragazzi del 16..., proponiamo un racconto improntato ad un fine umorismo linguistico quasi intraducibile ma che non per questo non merita di esserlo.

 

 

Omaggio allo sbirro ignoto

 

di Maj Käffer

 

Sin dalla seconda manganellata, si era messo a parlare, parlare, parlare. Non c'era modo di fermarlo. È indubbiamente per questo che ho continuato a colpire. Non avevo davanti a me uno di quegli arrabbiati, uno di quegli sporchi studenti pieni di soldi, ma un povero tipo come me che si guadagnava il pane sgobbando.

la_lutte_continue-copia-1.jpg

Riuscì lo stesso a dirmi come era giunto a schiaffare delle iscrizioni sui muri. Era stupido da far piangere. Lavorava in una piccola tipografia e il 25 aprile aveva annaffiato la sua prima paga con degli amici. Troppo annaffiato senz'altro, perché si era risvegliato il giorno dopo sotto un portico in un quartiere sconosiuto. Aveva alzato gli occhi sulla lastra del nome della via, fissata relativamente bassa, frugando nel contempo lle sue tasche alla ricerca di una sigaretta. Lesse con sorpresa: RUE DIEU [1] e la sua mano si chiuse, non su delle cicche, ma su un pennarello. Macchinalmente, estrasse il coso dalla sua tasca e, a grandi lettere, scrisse sotto la lastra È MORTO.

la_lutte_continue.jpg

Alcuni giorni dopo, nel quartiere latino, aveva visto le numerose affissioni sui muri, le pensiline e i basamenti delle statue. Provò anche lui il bisogno di lasciare dei messaggi all'intera città. Lavorava coscienziosamente durante la giornata, ma giunta la sera, partiva per il quartiere Latino dove dava libero sfogo alla sua mania. Mi confessò di non aver mai lanciato sanpietrini e nemmeno di aver avuto voglia di farlo.

Eravamo al 13 di maggio del 1968, era quasi mezzanotte e lo avevo colpito davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, era ricaduto e il suo slogan, incompiuto, aveva assunto un senso ironico: NI DIEU , NI MAI... [2].

ni-dieu-ni-maitre.jpg

Furioso davanti a questo pietoso, quest'altro me stesso, per poco non lo uccidevo. Mi ero fermato in tempo vedendo brillare un lampo di odio nel suo sguardo. La sua bocca insanguinata mormorò: "Ci rivedremo da qui a vent'anni e...". Perse conoscenza e fuggii gettando via il manganello.

Siamo al 13 maggio del 1988, è quasi mezzanotte e sto per colpirlo davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, ricade e il suo slogan rimane incompiuto...

Ma gira su se stesso. Riconosco il suo volto e il suo sguardo carico di odio. Di già, la sua mano, armata di un solido coltello, mi lacera le budella. La mia vista si annebbia; ho appena il tempo di leggere il suo graffito: CE N'EST QU'UN DEBUT; CON... [3].

ce_n-est_qu-un_debut.jpg

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Titolo originale: "Hommage au flic inconnu".

 

NOTE

[1] La strada ha ricevuto nel 1867 al tempo della sua creazione il nome del generale Dieu (Dio), morto per le conseguenze delle sue ferite ricevute alla battaglia di Solferino del 1859. "Dio è morto", famoso aforisma contenuto nella celebre opera di Nietzsche La gaia scienza e che si ritrova anche in Così parlò Zarathustra.

[2] Ni dieu ni maître, il celebre slogan anarchico né Dio né padroni. Nel racconto il suo troncamento suona come: né Dio né maggio (mai).

[3] Forse il più celebre slogan del maggio parigino: Ce n'est qu'un début, continuons le combat [Non è che un inizio, continuiamo la lotta]. Nel racconto il troncamento di questo slogan dà come significato: Non è che un inizio, coglione...

 

Nota autobiografica dell'autore tratta dal libro:


Questo giovane (molto giovane) autore è nato il 13 maggio 19.. durante uno spostamento forzato dei suoi genitori. Atavismo obbliga, lo si vedrà in molti paesi intorno al mondo dove eserciterà alcuni mestieri, tra i quali venditore di cassette pornografiche, animatore radio, critica di film, guida turistica... I suoi studi sono caotici. Ma la scrittura lo afferra da sempre (si dice che ha saputo scivere prima di saper leggere...) e ha accumulato un numero impressionante di manoscritti tra cui un notevole Whittington, Discepolo di Stirner, ahimè sparito durante un ciclone e un eccellente Cheney, Il Puritano nero, ahimè distrutto in un incendio. Lo si sospettò un tempo di essere lo scrittore fantasma di Rika Zaraï, il che è naturalmente falso.

Il 13 maggio 1958, alzò le spalle.

Il 13 maggio 1968, era molto occupato a scrivere... sui muri.

Il 13 maggio 1988: dov'è? In capanna o ricercato dalla polizia?

 

LINK a un racconto del genere:

Thierry Jonquet, I ragazzi del 16...

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26 gennaio 2011 3 26 /01 /gennaio /2011 11:45
Un superbo racconto del 1988, tratto da un'opera collettanea in occasione del ventennale del maggio '68, da cui prossimamente tradurremo anche altri racconti interessanti come questo che presentiamo. Una storia molto amara e che a distanza di altri venti anni dal fatidico evento si rivela macabramente profetico. L'autore, vincitore di numerosi premi per la sua produzione narrativa poliziesca, definita in Francia noir, un genere di derivazione dall'americana hard boiled school, che in lui, come in molti autori francesi si manifesta in genere intriso di un graffiante sarcasmo verso la realtà sociale ed istituzionale che tendono a contestare in modo  nemmeno troppo velato. Jonquet, è morto il 9 agosto 2009. Il racconto, come il lettore avrà modo di accorgersi ad un certo punto del suo dipanamento, presenta un'ambientazione geografica molto strana, anche se quella temporale non scherza affatto, anzi, è proprio da quest'ultima che scaturisce, come il lettore avrà modo di vedere, tutta la sua carica drammatica.

 

 

I ragazzi del 16...
 


A Vergeat

jonquet-cubetto.jpg
di Thierry Jonquet

47.gifEra disteso sulla schiena ed il suo respiro- rauco, incerto, così debole che si vedeva appena la nuvoletta di umidità uscire dalle sue labbra- sollevava il petto ad intervalli irregolari. A tratti, la macchina si imballava e tossiva violentemente, senza tuttavia aprire gli occhi. Le sue vecchie mani macchiate di chiazze nerastre graffiavano allora la coperta prima di ricadere, inerti, lungo il corpo.

Stava morendo. Lo aveva annunciato agli altri, la vigilia. Era uno di quei giorni di gennaio, scuro e piatto, in cui i ragazzi si sentivano di umore scontroso ed evitavano di parlare, come se il silenzio permettesse di scacciare l'arrivo della notte.

-Compagni, aveva detto, domani, vi lascio...

Lo avevano guardato, sorpresi, prima di alzare le spalle. Gianni, François, Dietrich, Jimmy, Abdel, Vladimir, Sven ed anche i due inseparabili, Farouk e Juan, nessuno tra loro aveva prestato attenzione alle sue parole. Parlava così tanto, il Vecchio.

68retour_moutons.gifIl Vecchio: tutti avevano dimenticato il suo nome. Anche lui. A volte diceva di chiamarsi Daniel a volte Henri o Alain; non aveva alcuna importanza. E questa sera era lì, allungato in mezzo a loro, in agonia.

Gianni si dava da fare in cucina. Ne uscì con una caffettiera fumante. Distribuì delle tazze, spazzò via allo scopo il disordine che ingombrata il tavolo. Juan e Faruk avevano gli occhi incollati sulla scacchiera e spostarono il gioco con mille precauzioni; un alfiere nero cadde al suolo.  Allora,
si accese una discussione animata: Juan giurava che occupava F6 prima dell'incidente, mentre Faruk affermava che era in F4... Sven li riprese indicando loro il Vecchio che giaceva sul suo letto. Sven godeva di una grande autorità. Faruk arrossì, sconcertato, un po' vergognoso, ed abbandonò la partita.

68, 13mai1968Faruk voleva molto bene al Vecchio: conosceva un sacco di cose di cui nessuno qui aveva mai sentito parlare e provava un grande piacere a raccontare quando tutti erano riuniti la sera. L'inverno, si restava in casa, ma l'estate, quando il sole tardava a scomparire sotto la linea dell'orizzonte, i tipi del 12  e del 15 venivano a volte anche quelli del 27, con i quali, tuttavia, c'erano un mucchio di problemi...

Faruk prese il suo violino e suonò una di quelle vecchie melodie zigane che il Vecchio amava tanto. Sven cantò. La sua voce gutturale sovrastava sgraziatamente la melodia nostalgica. Gli occhi chiusi, calmo, il Vecchio sorrise.

- Me ne vado, ragazzi, sussurrò.

- Dici stupidaggini! borbottò Dietrich. Ci seppellirai tutti!

68lut continu Il Vecchio sorrise e girò la testa verso Gianni.

- Canta, disse, canta, Gianni, la canzone che ti ho insegnato...

Gianni posò la sua tazza e, aggrottando la fronte, si ricordò le parole che il Vecchio canticchiava spesso. Delle parole di cui nessuno avrebbe potuto precisare il senso.

68aff presseAvanti popolo, alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa...

-Così, Gianni, balbettò il Vecchio, così, piccolo, continua!

Bandiera rossa deve trionfar
Bandiera rossa deve trionfar...*


-E tu, François, canta anche tu! chiese il Vecchio, sollevandosi. Juan piegò un cuscino e lo mise dietro le spalle del vegliardo affinché stesse più comodo.

François si raschiò la gola ed intonò La Pelle du Gros Mine Terne**, di cui non aveva mai saputo ricordare che una sola strofa. Il Vecchio gli aveva ripetuto le parole, sino a martellargli il cranio, ma tutto ciò non significava nulla: cos'era questa storia di un obeso dall'aspetto pallido? Il "Grosso" soprannominato "Aria pallida"? Cosa faceva con la sua "Pala"? François cantò.

68aff capitalA Londres, à Paris, Budapest et Berlin,
Prenez le pouvoir, bataillons ouvrier,
Prenez votre revanche, bataillons ouvrier! ***

François cantava senza convinzione. Allondrappariggibuddappestateabberlino prendettil poterebbattaglionopperai!

I ragazzi del 16 non ci capivano niente, nemmeno Vladimir, che eppure aveva molto vagabondato. Indubbiamente, si trattava di prendere qualcosa, ma cosa potevano mai significare quelle formule lambiccate,
londrappariggibuddapestateabberlino? ilpoterebbattaglionopperai?

Un linguaggio incomprensibile da donnicciola, degli abracadabra da veggente, ecco cos'erano, le canzoni del Vecchio, sosteneva Abdel, il più giovane della banda, un giovinastro che non aveva paura di niente! Abdel non voleva bene al Vecchio. Non glielo si rimproverava, era così tanto difficile.

68-intox 050-Non ci capisci niente, Eh, Abdel? sghignazzò il Vecchio.

-No, ammise Abdel e la tua magia, mi innervosisce!

-Ma non è magia, protestò il Vecchio, si cantava questo, un tempo, per le strade, tutti insieme. Londra! Parigi! Budapest! Berlino!  Ah, sarebbe lungo da spiegare...

Vi fu un momento di silenzio. Gli occhi del vecchio brillavano di una luce strana: quella stessa che tutti avevano visto quando recitava le sue storie, alla vigilia.

Vladimir aveva una tenerezza particolare per la storia di Lanarchico - era il nome dell'eroe, nessuno conosceva il suo cognome - incontrava una studentessa una sera di primavera, e malgrado una nebbia magica che faceva piangere, Lanarchico e la sua bella si amavano tra le rovine di una città immaginaria. Faruk preferiva la storia di Sonacotra, il cattivo principe che tormentava i suoi sudditi e li rinchiudeva dentro gabbie insalubri...

68 nonburaucrC'era anche la meravigliosa avventura di Ma-ô, l'uomo giallo che incendiava la pianura con una sola scintilla. E quella di Leon, cacciato dal suo regno da un orribile despota, e che conservava un cuore puro malgrado tante atrocità... Il Vecchio non si stancava mai di raccontare. Aveva tante storie nella testa...

Erano là, i ragazzi del 16, tutti intorno a colui che stava morendo.

-Sono l'ultimo, diceva spesso.

-L'ultimo di cosa? chiedevano alcuni.

-L'ultimo del mese di Maggio... rispondeva. Sono morti tutti: è passato tanto tempo! Avevo venti anni... Ne ho centododici...

68-.jpgLo ascoltavano, inteneriti, senza cercare di lacerare il mistero delle sue parole. A volte, proferiva delle massime assurde. Quando giungeva la primavera, quando, da lontano, i ciliegi si ricoprivano di rami rosa, gridava a squarciagola: Vivere senza tempi morti, godere senza impedimenti, ho-ho-ho-chi-minh, che-che-guevara, ci-erree-esse-esse-esse! Cose senza capo e coda, degli sproloqui da nonnetto!

-È stregoneria, vi dico, brontolava Abdel, il Vecchio ci attirerà delle gran rogne!

68--sii-giovane.jpgErano tutti abituati a tali eccentricità. Gli accadeva a volte di incidere con il coltello alcune delle sue formule cabalistiche su una tavola raccolta per strada. Il Vecchio sapeva scrivere... era l'unico. Sopra il suo letto troneggiava una lastra di quercia sulla quale aveva lavorato molte ore. Juan vi si avvicinava spesso e palpava il legno secco con i polpastrelli delle dita; Juan sognava di imparare a tracciare delle parole, anche lui, malgrado le spiegazioni del Vecchio, vi era mai riuscito.

-È VIETATO VIETARE, articolava a fatica il Vecchio, staccando le sillabe per meglio farsi capire. Juan guardava, attento: il tracciato del legno, delle curve, incrostato nelle nervature della lastra di quercia, congegnato secondo un principio occulto, restava indecifrabile. No, Juan non capiva...

68--ritmi-forsennati.jpgIl Vecchio rabbrividì nella sua cuccetta. Dietrich, Vladimir e Sven si avvicinarono. Il Vecchio rantolava.
-Datemelo...
Dietrich si chinò e, frugando sotto il letto, afferrò presto un pacchetto avvolto in tela incatramata. Sciolse lo spago e liberò il contenuto: un cubetto di granito grigio che il Vecchio afferrò con pugno fermo. 
-È uno di quelli veri, ragazzi! affermò con la sua voce tremante. Un cubetto di Maggio!

68--moutons.jpgTutti lo guardavano con pietà: trascinava la pietra come una reliquia da così tanto tempo. Quando la loro piccola comunità si installava in nuove aree, il Vecchio non faceva altro che cercare di nascondere il suo cubetto dagli sguardi indiscreti. Aveva spesso spiegato ai suoi compagni che si trattava di un'arma e che la sua vita, secondo lui, il Vecchio, somigliava a quella pietra: una pietra che non sarebbe mai servita a costruire un palazzo, una chiesa, una prigione... ma una pietra che si poteva lanciare contro i propri nemici!

68--la-bellezza.jpg-Como tu, piedra pequeña come tu... salmodiava il Vecchio e Juan aveva allora male alla testa. Nella sua memoria mutilata brillava un sole fatale e le parole che pronunciava il Vecchio svegliavano in lui dei sogni incerti; Juan si lasciava cullare dall'eco di una lingua dimenticata e tuttavia così vicina.
Alle due del mattino, il Vecchio si spense stringendo il cubetto di porfido sul cuore. Sven applicò uno speccio vicino alla bocca del vegliardo per verificare che non respirava più.
-Inch Allah... mormorò Abdel, senza sapere da dove proveniva questa formula.
Dietrich sollevò la coperta sul viso del morto, e tutti andarono a dormire. Era tardi.
Il giorno seguente, alle sei, le urla delle guardie risuonarono nella baracca 16. Gli stivali chiodati colpirono con gioia il culo dei ritardatari: Abdel si prese un cazzotto in un occhio ed uscì nel freddo zoppicando.

68--ingranaggi.jpgJuan, Abdel, Sven e Dietrich e gli altri - il 16 al gran completo, tranne il Vecchio! - si tenevano ora sull'attenti, sulla grande piazza dell'appello. Uno spesso manto di neve ricopriva il suolo. La giornata cominciava male: i ragazzi del 27 erano arrivati primi, per arraffare un supplemento di zuppa, come sempre...
-Non ce n'è, brontolò François, un giorno o l'altro, bisognerà spaccargli il muso per insegnar loro a vivere!
Quando l'altoparlante troneggiante sulla torretta sbraitò i suoi ordini, si incamminarono, il piccone in spalla, la maschera a gas sollevata sopra il naso.
Sven si volse e, nel grande viale del Campo, vide la squadra sanitaria sollevare il cadavere del Vecchio su una carretta trainata da due Robot-Scavatori...
jonquet-lager.jpg


Thierry Jonquet
[Traduzione di Ario Libert]


NOTA autobiografica tratta dall'antologia citata sull'autore del racconto: 

jonquet.jpgSono nato il 9 gennaio 1954 a Parigi. 1,65m, 75 kg (dunque qualcuno di troppo). Ho incontrato i trotskisti - questi spaccacapelli in quattro! - nell'autunno del 1968. Non li ho più lasciati da allora, ma diserto molto spesso le riunioni. Ho avuto un percorso professionale caotico, cioè incoerente. Oggi, sono scrittore, sceneggiatore all'occasione. Passioni? Elsa, mia figlia, Solange, sua madre.  Ed anche le acque blu dove ballano i pesci-luna. Titoli (tra i tanti): La  Bête et la  Belle; Mygalle; Du passé faissons table rase, Mémoire en cage, Comedia.

 
*In italiano nel testo.

** L'appel du Comintern, cioè l'Appello del Comintern, la grafia riportata nel racconto si tradurrebbe come: La Pala del Grosso volto pallido.

*** A Londra, a Parigi, Budapest e Berlino,/ Prendete il potere, battaglioni operai,/ Prendete la vostra rivincita, battaglioni operai!
 
LINK all'inno presente in You Tube: L'Appel du Comintern
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Published by Ario Libert - in Antologia
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