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17 dicembre 2019 2 17 /12 /dicembre /2019 06:00

 

 

 

I Lucetti, ad Avenza, non erano ricchi e nemmeno benestanti, erano riusciti però a conquistare una decente tranquillità economica, per questo Gino poteva considerarsi un privilegiato rospetto ai coetanei. Loro finivano nei campi e attorno alle cave di Maemo. Se proprio erano fortunati, riuscivano a frequentare un paio d'anni di scuola, giusto il tempo per essere in grado di firmare i documenti e contare i soldi della paga. Lui arrivò alla licenza della sesta classe. Leggeva tutto quello che gli capitava sotto mano. Quello che non gli diedero gli insegnanti, se lo costruì da solo, con il disordine dell'autodidatta e l'entusiasmo del volontario. Anche il suo istinto a farsi opposizione - spirito di ribelle - non era una stranezza in quello spicchio di terra di Toscana perché la pensavano (quasi) tutti allo stesso modo. Contro il potere costituito e contro i poteri.

Essere "contro" negli anni turbolenti della prima monarchia non doveva essere davvero difficile. L'Unità d'Italia aveva lasciato immaginare il futuro romantico di una nazione affratellata. Il paese si trovò invece alle prese con una classe dirigente impreparata e inetta, arrogante e affamata di privilegi.

I ricchi, approfittando e truffando, riuscivano a realizzare speculazioni monetarie spudorate che li facevano diventare ancora più ricchi. Mentre i poveri, pur non avendo proprietà, si trovavano carichio di tasse da pagare e sprofondavano nella miseria, oltre il limite della sopravvivenza.

I governanti di allora - re in testa - godevano di privilegi, tutti - a cominciare dal re - consideravano lo Stato cosa loro. Non era necessario rubare: bastava prendere. E chi li contestava? I Savoia, tutti - il galantuomo, il buono e il sciaboletta - avevano 14 milioni di appannaggio, quanto il Kaiser di Germania che guidava la locomotiva economica d'Europa, ma più della Regina d'Inghilterra. Costavano una cifra do gran lunga superiore a quella sufficiente per mantenere la Casa Bianca di Washington. Ritiravano l'assegno senza pudore. A Roma abitavano nell'ex reggia dei Papi, il Quirinale. A Castelporziano disponevano di una spiaggia tutta per loro.

Distratti dagli assilli delle questioni di governo, non riuscivano a vedere i miserabili delle periferie delle città e gli abissi di indigenza delle campagne. Il re Umberto - caritatevole per definizione - in occasione di terremoti, innondazioni o altre calamità, era il primo ad accorrere sul posto per distribuire pacche sulle spalle ed era anche il primo a venirsene via e a dimenticare in fretta. Non riusciva a sospettare che il mondo potesse dividersi fra ricchi e poveri. Credeva che la vera differenza corresse fra chi sapeva andare a cavallo dritto in sella e chi ci stava ingobbito. Lui, di cavalli, ne aveva 1300, nelle scuderie dei palazzi di cui disponeva in ogni città. Tutte le mattine, anche con pioggia o neve, non rinunciava a cavalcare. Fino a dieci ore.

Non c'era tempo per leggere, considerava le arti una noia,

 

 

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11 agosto 2017 5 11 /08 /agosto /2017 05:00

La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa 

frontespizio Desjardins 01

Frontespizio dell'opera in due volumi sulla vita e le opere di Proudhon scritti da Arthur Desjardins nel 1896, da cui abbiamo tratto e tradotto il capitolo concernente la sua celebre opera in tre volumi La giustizia nella rivoluzione e nella chiesa, edito nel 1858. Va precisato che l'autore del presente ampio studio sulla vita e le opere di Proudhon era tutt'altro che un ammiratore del pensatore libertario francese. Magistrato e teorico del diritto, fu un membro di punta dello schieramento politico conservatore francese.


Proudhon non partecipò alle elezioni legislative del 1857. Gli era stata offerta la candidatura per Parigi, Lione e Saint-Étienne [1]. Sembra abbia esitato per alcuni giorni [2]. Perché finì con il sottrarsi a tante insistenze? Non volle lasciar credere che avesse disperato nel successo. “Avrei potuto essere eletto due volte,” scrisse il 30 giugno 1857, “il che sarebbe stato un caso unico per l'opposizione”. Il governo stesso avrebbe probabilmente, egli dice anche, “visto la mia candidatura con più piacere di quella del generale Cavaignac”. E poi, egli non è, dopo l'11 luglio 1848, “il candidato degli inquilini?” [3]. Ma il socialismo, “In quanto espressione completa della Rivoluzione,” non deve apparire in questa nuova lotta. “Gli atti del suffragio universale,” leggiamo in una lettera a Darimon, “sono i sacramenti della politica: non sono affatto i nostri. Nel 1848, l'attuale istituzione ha ricevuto il suo battesimo; il 1851 gli ha dato l'assoluzione; il 1852, la comunione; il 1857 gli somministrerà la cresima accompagnata, come sempre, da uno schiaffetto. Entro cinque anni, se non accade prima qualcosa, il governo avrà una malattia di crescita attraverso la quale dovrà ricevere l'Estrema Unzione... Tra tutte queste operazioni, a quale titolo il socialismo propriamente detto potrà intervenire?” [4].

Ma le elezioni sono molto meno favorevoli al regime imperiale di quanto i suoi stessi avversari potessero sperare. La Francia cominciava a riprendersi dalla paura che la demagogia gli aveva fatto provare e si sentiva meno riconoscente verso il protettore che si era scelta. Proudhon aspettava questo risveglio e smetterà di lavorare al matrimonio del secondo Impero con la rivoluzione sociale. La sua lettera del 12 luglio 1857 a Larramat è lucida quanto astiosa: “Il significato del voto a Parigi non è dubbio; è la riprovazione del regime imperiale. Tutte le grandi città hanno detto la stessa cosa; le pecore di campagna hanno soltanto belato al richiamo del padrone; vi è stato anche ovunque intimidazione e frode.  In poche parole: eravamo sotto il dispotismo, le elezioni hanno convertito questo dispotismo in una pura tirannia. L'adesione data il 20 dicembre 1851 è ritirata. In questa situazione, il conflitto tra il potere e il paese è inevitabile; è una questione di tempo, il tempo che occorre all'opinione pubblica per trarre, come ho fatto ora, la conclusione del voto”. Osava anche aggiungere: “Tratta questa conclusione, si può dire che il regicidio si erige minaccioso; questa è la logica, la fatalità dei fatti”.

In questo nuovo stato d'animo, predicherà l'astensione al corpo elettorale [5]. In quanto agli eletti, dovranno egualmente astenersi. Non possono, a meno di indebolire il significato del voto di Parigi, andare al corpo legislativo: “Sarebbe trasformare un voto quasi-insurrezionale, un voto di odio in un voto parlamentare” [6]. Ripeterà, il 10 dicembre: “Dei repubblicani del partito vinto, che si rispettano, non possono andare al 'corpo legislativo'”. Eletto, avrebbe declinato il giuramento senza nascondersi inoltre la sua incoerenza [7]. Si era fatto, ricordiamo, anatemizzare dai puri nel 1852 per aver manifestato delle intenzioni opposte [8] e si era beffato delle rosiere che rifiutavano il giuramento politico. Ma Proudhon eseguiva, si sa, questi cambiamenti di fronte con un'incomparabile facilità.

Da più di diciotto mesi, il riformatore meditava un'altra conversione: lavorava o credeva di lavorare alla sua “trasformazione completa”. Dal 1839 al 1852, scriveva a uno dei suoi corrispondenti [9] “Ho avuto quel che si chiama il mio periodo di critica: raccolgo i materiali di nuovi studi e mi dispongo a cominciare presto un nuovo periodo che chiamerei, se volete, il mio periodo positivo o di costruzione; esso durerà quanto il primo, da tredici a quattordici anni”. Sfortunatamente, confessava allo stesso tempo delle opinioni molto poco compatibili con questa evoluzione verso le serene regioni della scienza: “Provo,” egli aggiungeva, “terribili rabbie che gli ostacoli posti alla mia penna mi costringono a divorare e che mi soffocano”. Avviava in questa disposizione di spirito un libro di morale in cui contava di provare “che la Chiesa non conosce la prima 'parola della morale'”. Tuttavia è in buona fede che pretende di inaugurare la sua seconda maniera. È passato come un libellista quando voleva essere un critico; per un agitatore quando si limitava a chiedere giustizia; per un uomo di parte e di odio quando la sua veemenza non consisteva che nel respingere delle pretese mal fondate; il pubblico, che non ha seguito il cammino del suo pensiero, gli rimprovera di aver ispessito le tenebre e accumulato il dubbio là dove almeno si aveva il vantaggio di respirare e di vivere in tutta sicurezza: “Ecco dunque,” ripeteva un mese più tardi, “dove sono dopo tredici o quattordici  anni di critica o, se lo si preferisce, di negazione. Comincio il mio studio positivo, imparo la scienza, stabilisco ciò che chiamo la verità scientifica, o, come si dice volgarmente, dopo aver passato la prima parte della mia carriera a demolire, io  riedifico”. Le sue lettere del 5 giugno 1856 e del 13 gennaio 1857, a Darimon, sono quelle di un vecchio combattente che fa valere i suoi diritti al riposo: “decisamente, bisogna, lo sento troppo, che rinunci alla polemica e mi limiti ai lavori calmi della filosofia sociale pura... Sono stanco, più dello stesso pubblico, di sentirmi chiamare demolitore”. Questo linguaggio è stupefacente se si pensa che annuncia e precede la terribile opera su La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa.

Il cattivo stato della sua salute ritardò questa pubblicazione. “Da quasi due anni,” Scriveva a Bergmann il 2 gennaio 1857, “lavoro a un libro notevole di filosofia morale e, ogni trimestre, si creano nuovi contrattempi che ne ritardano la stampa”. Era stato molto colpito, nel marzo del 1856, da un'emorragia cerebrale , e i medici avevano prescritto il riposo; si era inoltre sentito egli stesso, per tre mesi, incapace di lavorare: per utilizzare questo tempo di riposo, aveva fatto un breve viaggio nella Franca-Contea. Dal mese di luglio, si era rimesso all'opera, ma senza poter fornire nei giorni migliori più della metà del lavoro di un uomo in salute. Sei settimane più tardi, le notizie non erano migliori, benché dovesse iniziare il 16 febbraio 1857 la consegna del suo manoscritto: “Un'inezia mi sconvolge il cervello e mi mette sui denti,” diceva a Daromon; “Mi corico alle dieci al massimo dopo una passeggiata silenziosa, che è diventata uno dei miei piaceri favoriti”. Entra, il 21 marzo, in nuovi dettagli sui suoi raffreddori, le sue flussioni e la decadenza del suo cervello; tuttavia la composizione del manoscritto è iniziata; si adula nel vedere, a prezzo di un lavoro accanito, i suoi tre volumi in-18° pubblicati nel mese di luglio, e questa speranza gonfia il suo petto. A crederlo, “Nessuna dottrina antica o moderna, nessuna scuola può dare un'idea di ciò che sia il suo lavoro”. “Non ho creduto,” egli continua, “che mi fosse possibile dimenticare i miei contemporanei e i miei contraddittori. Ai primi, parlo per quanto mi sia possibile la lingua dei ricordi; i secondi, li brucio”. (È così che Proudhon rinuncia alla polemica). “Sventura, oso dire in anticipo, tre volte sventura a chi si troverà classificato fuori dalla categoria rivoluzionaria di cui fornisco la dimostrazione; è perso senza speranza!”. Il 28 aprile, il nostro autore è sotto la febbre della stampa: mentre redige, revisiona e corregge le sue prove, il suo spirito è visitato dai sogni più dolci: la pubblicazione avrà luogo, secondo ogni probabilità, in agosto; si stampano 6.500 esemplari, di cui egli conta già 2.000 collocati attraverso sottoscrizione; se tutto va bene, trarrà da questa edizione dai 12.000 ai 14.000 franchi. “Credo,” scrive al suo amico Maurice, quest'opera destinata a un successo per almeno mezzo secolo. Non è ancora ciò che si chiama un libro classico né per la forma né per la sostanza; ma raduna già un buon numero delle condizioni di un libro da biblioteca. Così com'é, a meno di impedimento da parte dell'autorità superiore, se ne devono vendere, in cinquant'anni, alcune “centinaia di migliaia di copie”.

Proudhon si faceva molte illusioni. Innanzitutto l'opera non apparirà che nell'aprile del 1858. L'autore è incessantemente fermato dal suo esaurimento cerebrale, e il medico lo obbliga a prendere riposi su riposi. Alla fine di giugno, il primo volume è quasi stampato, il secondo sta per esserlo ben presto; ma bisogna scrivere o mettere in buona forma la seconda metà del terzo, e, per a questi scopo, sarebbero necessarie sei settimane di salute passabile. Esse non arrivarono. L'umore di Proudhon si adombrò, il suo carattere si inasprì di più: “Comincio a essere molto stanco della vita,” scriveva a Villaumé il 13 luglio 1857, “e non cerco che di dire ciò che ho sul cuore prima di morire; fatto ciò, dico: Malora a me e al genere umano”. Alcuni mesi dopo, si vede obbligato a rivolgere le sue scuse a uno dei suoi correligionari politici che ha, senza motivo plausibile, rozzamente insultato [10]. Dal 20 luglio al 5 agosto, era andato a cercare un po' di riposo a Dampierre-sur-salon, vicino a Gray, e si ha creduto per un po' che la sua salute migliorasse. Vana speranza! La malattia assume una nuova forma; ne dà, in una lettera del 15 ottobre, la descrizione penosa al dottor Cretin. Il giorno stesso in cui annuncia che il terzo volume sta per andare in stampa (il 3 novembre), constata che le sue forze si esauriscono ancora.

Inoltre, nel momento stesso in cui il successo gli sembra più probabile, non può difendersi da una certa inquietudine. Senza dubbio, a mano a mano che la stampa in francese progredisce, la si traduce e la si stampa in tedesco, ad Amburgo; In tal modo che in meno di otto giorni l'intera Europa sarà provvista del libro in tedesco e in francese, nel momento della vendita a Parigi di 4.000 esemplari dell'edizione francese, forse anche 4.000 dell'edizione tedesca saranno distribuite e al sicuro [11]. Ma comincia a chiedersi se questo libro non solleverà un temporale [12]. Su questo punto, cerca di ingannarsi egli stesso: “Siamo convinti che non accadrà nulla; se fosse diversamente, sarei, per la quinta o sesta volta, rovinato, e forse senza risorse”. Della qual cosa il governo non aveva nessuna preoccupazione. Tutta la sua corrispondenza riflette questa doppia opinione: l'ammirazione senza limiti che prova per questa nuova opera e la paura della proibizione governativa: “Oso credere che, per la prima volta, il pensiero profondo, sintetico della Rivoluzione sarà  evidenziato, mostrato completo e posto di fronte al vecchio mondo che ci governa e possiede. Ciò che vi annuncio è talmente formidabile che, una volta esposta l'idea, non capisco come il sistema esistente possa reggere ancora a lungo, ecc.”. Seducente prospettiva! Ma la medaglia ha il suo rovescio: “Sfortunatamente mi aspetto di sollevare molte proteste da parte della democrazia che, se non è bonapartista e gesuita, ammette tuttavia tutti i principi di cui lo sviluppo attraverso le età è sfociato nella feudalità, nell'Impero, nella teocrazia... È un'ultima burrasca da sostenere; dopo di che il mondo si classificherà, volente o nolente, hi quidema dextris, illi autem a sinistris” [13]. Quasi subito, infatti, la polizia effettua due visite indiscrete, la prima alla tipografia e l'altra al libraio, per sapere come comportarsi sulla natura di questa pubblicazione; essa aveva letto in una corrispondenza tedesca che Proudhon stava per pubblicare un libello irreligioso con il titolo: Le Bon Dieu au XIX siècle [Il Buon Dio nel XIX secolo] [14]. In quest'occasione, il nostro autore scrisse una lettera, allo stesso tempo ingegnosa e veemente, al signor X... (l'editore della corrispondenza non ha voluto designare in altro modo questo corrispondente), che ci sembra aver goduto di qualche credito nei consigli del governo imperiale: il governo ha un'etica, un'estetica, un catechismo a sé? La dinastia napoleonica, seguendo l'esempio delle due dinastie decadute, si crede interessata a sostenere e a riscaldare la vecchia tradizione pagano-cristiano-feudale e a far tornare indietro la società e la storia? Non basta ad uno scrittore mettere fuori questione la persona del principe, la sua dinastia, il suo governo, le sue intenzioni, il suo futuro, i diritti che ha sul paese e delle circostanze, ecc.? [15]. In quel momento scoppiò l'attentato di Orsini; il generale Espinasse fu nominato ministro dell'interno, una legge di sicurezza generale fu sottoposta alle camere e prontamente votata. Charles Edmond fece comunicare le sue apprensioni al nostro pubblicista arrabbiato, che pretendeva “molto lungi dall'aver paura”: “Il mio libro non è finito,” gli rispose Proudhon [16]; “non comparirà prima del prossimo marzo. È un buon momento: non vorrei lanciarlo nel mezzo dello schiamazzo della repressione, delle condanne e delle ghigliottine; ma, ristabilita la calma, sarà il momento; e a noi, ora, signor procuratore imperiale. Se voi e il vostro padrone, riuscite a farmi condannare, sareste ben arditi; ma io vi dichiaro morti...”.

L'ultimo visto si stampi fu dato il 9 aprile 1858  l'opera apparve, con un sottotitolo: Nuovi principi di filosofia pratica dedicati a Sua Eminenza il Cardinale Mathieu, Arcivescovo di Besançon.

Dei quattro studi che compongono il tomo I, il primo è intitolato: posizione del problema della giustizia. Esso inizia con otto pagine di lazzi amari rivolti al cardinale; perché Proudhon, anche con l'intenzione deliberata di scrivere un'opera scientifica, non può trascurare né di parlare di se stesso né di vendicare le sue ingiurie personali sulla schiena dei suoi contraddittori. Ora Eugène de Mirecourt aveva inserito nella sua collezione di quadri viventi la biografia di Proudhon. Quest'ultima conteneva un frammento di una lettera indirizzata all'autore dei Contemporains da un “santo arcivescovo” e questo prelato non era altri, sembra, che Monsignor Césaire Mathieu la cui lettera sarebbe stata comunicata da Mirecourt a colui che la riguardava. Che singolare frontespizio e, per un filosofo disgustato dalla polemica, che modo bizzarro di entrare in scena! “Per Dio! Monsignore, che lavoro avete fatto qui? Voi in collaborazione di un'impresa di libelli! Voi il compare del signor de Mirecourt! Il che non farà, a Dio non piaccia, che mi dimentico di trattarvi da compare Mathieu!... Ecco dov'è arrivata la società francese, sotto una religione di carità e un regime d'ordine! Ecco le usanze che i salvatori della famiglia, i maestri della vita spirituale lavorano a darci!... Il signor de Mirecourt non è qui che un uomo di paglia... Vado dritto al nemico, la punta verso il corpo. Il signor de Mirecourt, scrittore senza cervello, non è ai miei occhi che un debitore insolvente: il vero garante, principe della Chiesa, siete voi... Nessun vescovo ora... La questione è posta tra la Giustizia secondo la Fede e la Giustizia secondo la Libertà”. Non basta nemmeno a Proudhon di aver legato un tale dibattito a questa miserabile polemica; questa schermaglia scherzosa l'ha così potentemente rapito che interromperà venti volte, all'improvviso, l'esposizione delle sue dottrine per interpellare, con la loro collaborazione, Mirecourt e il “compare Mathieu”.

Il grosso dell'affare sta nell'isolare l'uomo di Dio. Per raggiungere questo scopo, bisogna, come Auguste Comte insegna anche lui, affrontare la morale come un semplice sviluppo dell'istinto sociale, compreso in esso, costituito da esso. "L'uomo è il più socievole di tutti gli animali". Da questa socialità si deduce, come conseguenza necessaria, la subordinazione dell'individuo al gruppo, ossia la giustizia". Egli oppone dunque, in un capitolo intitolato "la trascendenza e l'immanenza", il sistema della Rivoluzione al sistema della Rivelazione. Il cristianesimo è il principale organo del secondo; a volerlo credere, il principio morale, formatore della coscienza, è di origine superiore all'uomo. È in Dio, che ne sarebbe allo stesso tempo il soggetto e il rivelatore. Qui è l'essenza della religione, e, su questo punto, la filosofia deista pensa in fondo come la Chiesa. Al contrario, dopo la teoria dell'immanenza, la giustizia ha la sua sede nell'umanità, perché è dell'umanità. La Rivoluzione, sembra, ha avuto come oggetto di esprimere questo pensiero. La conoscenza del giusto e dell'ingiusto risulta dall'esercizio di una facoltà speciale e dal giudizio che la ragione dirige in seguito sui suoi atti: di modo che, per afferrare la regola delle usanze, basta osservare "la fenomenalità giuridica a mano a mano che essa i produce nei fatti della vita sociale".

Il secondo studio è intitolato Delle persone. Proudhon condensa così il suo pensiero: "L'uomo vuole essere rispettato per se stesso e farsi rispettare egli stesso. Egli è da sé il suo protettore, il suo garante, il suo vendicatore. Non appena con il pretesto della religione o della ragion di Stato, create un principio di diritto superiore all'umanità e alla persona, presto o tardi il rispetto di questo principio farà perdere di vista il rispetto dell'uomo. Allora non avremo più né giustizia né morale; avremo un'autorità e una polizia all'ombra della quale la società, così come il viaggiatore all'ombra dell'upas si curverà".

Il cristianesimo, secondo Proudhon, pretese epurare il concetto teologico e santificare, per così dire, la divinità, disonorata dalla rivelazione precedente. Ma un Dio infinitamente santo una volta dato, su chi far ricadere la responsabilità del male? Il colpevole non poteva che essere l'uomo. La santità essenziale di Dio, espressione simbolica della società, implicava dunque la nostra degradazione originale. Infatti, ogni religione o quasi religione, qualunque sia il suo idolo o la sua prima ipotesi, nega il diritto individuale; ogni concezione religiosa o sociale che, per determinare i rapporti dell'uomo con i suoi simili, fa appello a un principio anteriore, superiore o esterno all'uomo, implica decadenza dell'umanità. Il cristianesimo non ha affatto morale. L'era cristiana è la vera era della caduta dell'uomo. Innanzitutto, il cristiano deve riconoscere la sua indegnità, umiliarsi di fronte al suo Dio; il suo primo atto è un atto di contrizione. Vergogna all'umanità! Questa è la massima del cattolicesimo, espressione più completa della rivelazione cristiana. Il cattolicesimo vi pone in penitenza, vi crocifigge, vi confonde, vi stigmatizza, vi fiordalizza, vi anatemizza. Una dottrina che violenta l'umanità non poteva eternamente possedere l'umanità. Venne la Rivoluzione. Essa liberò la morale da ogni impaccio mistico; attraverso essa si è radicalmente separata da ogni religione passata, presente e a venire. Essa apre per l'umanità una nuova era: attraverso essa la giustizia, vagamente intravista nel periodo precedente, appare nella sua purezza e la pienezza della sua idea. L'uomo, in virtù della ragione di cui è dotato, ha la facoltà di sentire la sua dignità nella persona del suo simile così come nella propria persona. La giustizia è il prodotto di questa facoltà; è il rispetto, spontaneamente provato e reciprocamente garantito, della dignità umana. Così concepita, la giustizia è adeguata alla beatitudine , principio e fine del destino dell'uomo. Il diritto è per ognuno la facoltà di esigere dagli altri il rispetto della dignità umana nella sua persona; il dovere, l'obbligo per ognuno di rispettare questa dignità negli altri. Dall'identità della ragione in tutti gli uomini e dal senso del rispetto che li porta a mantenere la loro reciproca dignità risulta l'eguaglianza davanti alla giustizia.

L'odio straripa nel terzo studio, intitolato “dei beni”. Proudhon vi accusa con una notevole violenza il cardinale Mathieu di possedere un quarto, o poco meno, della sua città episcopale e della sua diocesi; mostra la Chiesa che si accaparra un po' alla volta, attraverso basse manovre, tutta la ricchezza immobiliare, pretende di sorprenderla in flagrante delitto di furto e di  frode, denuncia le sue operazioni commerciali e le sue speculazioni di Borsa, la dipinge occupata a inveire contro i ricchi, ma per la forma, concludendo sempre, in nome della prevaricazione, della penitenza, della grazia e del regno celeste, contro i poveri. La Chiesa afferma, come necessaria e provvidenziale, l'ineguaglianza delle condizioni; fa del pauperismo un giudizio di Dio; organizza come palliativo, la carità e spinge con tutte le sue forze, attraverso la concentrazione dei beni nelle mani del clero, la massa lavoratrice, parte al comunismo conventuale, parte alla servitù o salariato feudale. Costretta tuttavia a gestire e mantenere una classe intermedia, nobiltà o borghesia, tra il clero, sia regolare quanto secolare, e il popolo, essa non ha nessuna difficoltà di attribuire a questa classe il diritto pagano di proprietà, che il partito sacerdotale difende con accanimento dal 1848. Essa mantiene e fortifica, per il bisogno del sistema, la classificazione artificiale di una nazione in proprietari, appaltatori, aggiotatori, signori e comunicandi, manomortabili, servi o salariati.

Al contrario, la Rivoluzione sostituisce la subordinazione dei servizi attraverso la reciprocità dei servizi: reciprocità dei servizi, e cioè, reciprocità nella proprietà, nel lavoro, nell'educazione, nel credito, nello scambio, nell'imposta, nel potere, nel giudizio. La Rivoluzione afferma non soltanto l'eguaglianza politica e civile, ma l'eguaglianza delle condizioni e degli averi. I suoi avversari fingono di vedere l'ineguaglianza nella natura. Ma l'ineguaglianza governa l'Oceano i cui flussi e riflussi, nelle lor medie, avvengono con la regolarità del pendolo. La foglia è uguale alla foglia, l'individuo all'individuo. Tutti gli individui di cui si compone la società sono, in principio, "dello stesso calibro"; se si manifestano alcune differenze tra di loro, esse vengono "non dal pensiero creatore che ha dato loro l'essere e la forma (singolare imprudenza del linguaggio!), ma dalle circostanze esterne sotto le quali gli individui nascono e si sviluppano. Un uomo, ad esempio, è più grande e più forte; un altro ha più ingegno o abilità. Ad ogni modo, una compensazione è indicata, un livellamento è da operarsi. Per "bilanciare le superiorità emergenti", per creare incessantemente per l'eguaglianza nuovi mezzi nelle forze sconosciute della natura e della società, "la costituzione dell'anima umana e la divisione industriale presentano delle risorse infinite". Queste risorse, l'autore si impegna di segnalarle in un capitolo intitolato "bilanci economici"; ma fallisce completamente in questo tentativo, sia che pretenda di sopprimere mediante l'eguaglianza del prodotto e del salario la vecchia distinzione dei produttori in "operai e padroni" sia che egli rovesci il sistema degli acquisti e delle vendite facendo fissare in anticipo il prezzo esatto di ogni cosa dai produttori-consumatori, sia che restauri in immaginazione la sua banca del popolo e accarezzi ancora una volta la chimera del credito gratuito.

Nel quarto studio, che tratta dello "Stato", Proudhon, dopo aver stabilito l'antipatia della coscienza umana per il potere in generale, attribuisce la successione degli Stati nella storia a tre sistemi diversi: sistema della necessità, che è quello dell'antichità pagana; sistema della provvidenza, che è quello della Chiesa; sistema della giustizia, che è quello della Rivoluzione. Secondo la Chiesa, il tempo che dobbiamo passare in questa valle di lacrime non essendo che un periodo di espiazione, la società cristiana non può essere organizzata per la libertà, la pace e la felicità; è una crociata senza fine dell'umanità contro il genio del male, in cui l'abnegazione più perfetta è, la prima legge: regime incompatibile con l'esercizio di un potere regolare, democratico, in cui ogni cittadino eserciterebbe la sua prerogativa e conserverebbe la sua libertà. Il governo cristiano poggia sulla ragione di Stato, santificata dal decreto della Provvidenza: è morale come il governo di un esercito in campagna è morale, è morale come la galera. Questo governo risiede nella stessa Chiesa, nell'episcopato il cui capo supremo è il Papa. Tra il potere spirituale e il potere temporale non vi è conciliazione possibile, non vi può essere che una subordinazione. Il principio della Chiesa, nell'ordine della libertà così come in quello degli interessi, è di negare il diritto, e cioè di non aver principi. Proudhon finisce con l'inebriarsi delle proprie collere e getta ai sacerdoti una serie di invettive: "Con la scusa di un Vangelo di pace, di fratellanza e di amore, siete per l'asservimento dei popoli, allevati alla catena, addestrati allo spionaggio, e il vostro mestiere è di tradire. Ciò che vi è in voi di onesto, di generoso, di santo, non è che un mezzo di successo in più per la vostra immorale missione, ed è per principio di coscienza che pensando di salvare le anime vi siete fatti nemici del genere umano. Somigliate alla donna adultera di cui si parla nei libri dei Proverbi e che ha perso ogni intendimento della sua impudicizia". Scende a più basse accuse nel capitolo intitolato: Corruzione della morale pubblica da parte del governo della Provvidenza e scopre infine questa formula: sospensione perpetua della giustizia e della morale per la gloria di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza dell'Impero, questo è, in ultima analisi, il sistema cristiano.

Proudhon riassume il sistema della Rivoluzione, e cioè il suo sistema, in un Piccolo catechismo politico, che egli divide in cinque istruzioni. - I. Del potere sociale considerato in se stesso. - II. Dell'appropriazione delle forze collettive e della corruzione del potere sociale. - III. Delle forme di governo e delle sue evoluzioni durante  il periodo pagano-cristiano. - IV. Costituzione del potere sociale da parte della Rivoluzione. - V. Questioni all'ordine del giorno. Non analizziamo ora quest'opera importante perché studieremo a parte, nella seconda parte della nostra opera, le principali idee di Proudhon sul potere sociale. Ci limitiamo a far osservare che, secondo il catechismo stesso, il sistema della Rivoluzione rimane ancora da fondare [17], e poniamo il più perfetto dei rivoluzionari nella sfida di delineare, dopo il vago abbozzo del pubblicista, il piano politico dello Stato futuro.

Dopo di che Proudhon tratta dell'educazione [18], e si domanda come prima cosa come la Chiesa ha plasmato, nell'uomo, la coscienza umana. Ai suoi occhi, la religione, chiunque ne sia il Dio, qualunque ne sia il dogma, si risolve in una mitologia del pensiero, divide la coscienza, di conseguenza distrugge la morale sostituendo alla nozione positiva di giustizia "una nozione surrettizia e illegittima". La religione e la giustizia sono tra di loro come le due estremità di una bilancia: quando una s'innalza, l'altra scende. Non è mai abbastanza per il perfetto tendere al possesso di Dio attraverso l'inutilità della propria vita e l'annientamento della sua volontà; egli deve provare il suo amore attraverso l'annientamento della sua giustizia propria, falso lucore, incapace di illuminarlo nel cammino della sua santità. Poiché egli è morto al mondo, deve morire alla coscienza.

Prima ancora di formare l'uomo per la società la Chiesa si propone un doppio oggetto, l'insegnamento del culto, l'adattamento allo spirito della Chiesa di tutti gli studi detti profani e, per quanto possibile, la loro soppressione. La Chiesa non tiene affatto ai caratteri; il suo scopo altamente perseguito è l'istupidimento. Proudhon presta al clero cattolico un programma di insegnamento in diciasette articoli, nel numero dei quali pone la soppressione dei corsi di filosofia e di storia, il rifiuto di istruire i poveri, la proibizione ai professori laici di dare delle lezioni private, la "proscrizione dei soggetti distinti", la censura dei librai, ecc., per conseguire questo quadruplice scopo: libertà illimitata per la Chiesa; libertà limitata per il resto della nazione; istruzione superiore per l'aristocrazia a condizione che sia la Chiesa a darla; ignoranza per la plebe. Egli spiega un po' oltre come e perché questo clero, nelle sue relazioni con le potenze della società (la Filosofia, la Scienza, il Lavoro, lo Stato) non indietreggia di fronte al tradimento e l'omicidio là dove non può riuscire attraverso l'assimilazione e l'astuzia. Gli studenti del clero sono "i nemici naturali della società e del genere umano". La Chiesa, tra vent'anni, avrà fatto della Francia svilita e domata ciò che ha fatto dell'Italia, della Spagna, dell'Irlanda, una nazione istupidita; società composta di proletari, di privilegiati e di preti, che, non producendo più né cittadini né pensatori, priva di senso morale, armata soltanto contro le libertà del mondo, finirà con il farsi gettare alla gogna della storia.

Proudhon si supera in due altri capitoli, intitolati: "L'homme au sein de la nature" et "L'homme en face de la mort". L'inventore o il rinnovatore dell'assioma: La proprietà è un furto, osa rimproverare alle religioni di far perdere all'uomo il sentimento della natura disgustandolo della terra! La causa prima di questa scissione tra la terra e l'uomo risiederebbe nel dogmatismo teologico e nelle sue interminabili antinomia. "Anteo è morto, il gigante, figlio della Terra, che ogni volta che toccava sua madre, riprendeva nuova forza; egli è stato strangolato dal Brigante" (il brigante è la Chiesa [19]). Ma il sofista raduna tutte le sue forze e dispiega tutte le risorse della sua eloquenza contro le dottrine religiose o filosofiche che lasciano all'uomo la speranza di una vita futura. Egli descrive con orribili colori i terrori cristiani dell'ultima ora: la morte di san Girolamo, di Pascal, di Racine, di Condé, di Turenne, di Fénelon, di Bossuet. Si compiace nel paragonare la morte di Gesù con quella di Danton e pone il Cristo al di sotto del settembrista, indubbiamente non per la santità, ma "per l'energia che dà all'anima l'amore, la paternità, il diritto": nessun uomo eguagliò Danton davanti alla morte. Infine, nella tesi rivoluzionaria, la vita umana raggiunge la sua pienezza quando ha soddisfatto le seguenti condizioni: 1° Amore, paternità, famiglia: estensione e perpetuazione dell'essere attraverso la generazione carnale. 2° Lavoro o generazione industriale: estensione e perpetuazione dell'essere attraverso la sua azione sulla natura. 3° Comunione sociale o Giustizia, partecipazione alla vita collettiva e al progresso dell'Umanità. Se queste condizioni sono rispettate, l'esistenza è piena: è una festa, un canto d'amore, un inno senza fine alla felicità. Un'ardente apostrofe alla morte, "sorella maggiore degli amori, sempre vergine, e sempre feconda", termina la diatriba contro l'immortalità. Proudhon ha fatto (questa figura della retorica sarà utilizzata più tardi) "un patto con la morte"; ma le promette, a dispetto di tutti questi complimenti, tanto più riconoscenza se verrà a cercarlo il più tardi possibile.

 

 

 

 

Il sesto studio, intitolato "il lavoro", contiene molte digressioni. Ecco quanto possiamo trarne. Il Cristo ha detto: "Amatevi l'un l'altro". Belle parole, ma se ne sarebbe dovuto dedurre questo corollario: "Servitevi l'un l'altro". La deduzione non è stata fatta perché il Cristo, messaggero d'amore, vittima espiatoria, non riconosceva il Diritto dell'uomo. Il lavoro era ritenuto, secondo il dogma antico, afflittivo e infamante: il cristianesimo cercherebbe di ripartirne il fardello e la vergogna? Sarebbe stato ammettere un diritto anteriore alla caduta, superiore alla redenzione. Il lavoro sollevava la domanda: il cristianesimo avrebbe effettuato una ripartizione della terra? Avrebbe fatto una legge agraria? Sarebbe stato negare la predestinazione, la provvidenza, la distinzione dei ricchi e dei poveri, infine il peccato originale. La classe lavoratrice sarà dunque sempre la classe sacrificata. Ma uno spirito nuovo agita il mondo. Come un tempo, i popoli aspirano alla libertà; le masse lavoratrici reclamano la fine dello sfruttamento egoista, la giustizia nel lavoro; come un tempo ricompaiono anche per combattere queste pretese, i privilegi antiquati, l'arbitrio delle fortune, la cattiva volontà dello Stato. Non è più la tribù ebraica con le sue due categorie di schiavi, né il patriziato romano con il suo sistema di clientele, né il feudalesimo del medioevo con la sua sapiente e teologale gerarchia: è la comunità capitalista, con concessione del principe e sovvenzione dello Stato, fondata sulle spalle del lavoratore.

A questo stato lamentevole gli economisti della Rivoluzione oppongono un programma: la terra a chi la coltiva; il mestiere a colui che l'esercita; il capitale a colui che l'impiega; il prodotto al produttore; il beneficio della forza collettiva per tutti coloro che vi concorrono e il salario modificato attraverso la partecipazione: in poche parole, la fatalità della natura domata dalla libertà dell'uomo. Come conseguire questo scopo? Dando al lavoratore due garanzie indispensabili: 1° invece di pietrificarlo in un apprendistato speciale, lo si inizierà ai principi generali e ai segreti dell'industria umana [20]: 2° si organizzeranno le funzioni del laboratorio sui principi dei gradi massonici [21]. Fuori da tutto ciò, non vi è che menzogna e verbosità. Il lavoro diventerà per il popolo una fonte di gioia infinita non appena esso lavorerà per se stesso, diventerà padrone delle proprie operazioni, la grandezza e varietà dell'opera ne elimineranno il disgusto. Un appello alla rivolta completa e corona queste considerazioni [22].

Le idee, questa è la rubrica, abbastanza vaga del settimo studio. Proudhon dichiara guerra all'assoluto. Il cardinale Mathieu, dottore in speculazioni metafisiche e trascendentali, incaricato dall'autorità divina dell'insegnamento di cose non evidenti, è un ministro dell'assoluto. Tutte i filosofi, materialisti, panteisti, idealisti, appartengono d'altronde allo stesso ministero. La Rivoluzione ci invita a lasciare il lato ontologico delle cose per non collegarci che al loro lato fenomenico. Salutiamo dunque con un trasporto di ammirazione questa eliminazione delle entità metafisiche, senza esempio nella storia, che caratterizza la nostra epoca: purificazione dalle idee religiose, teismo, panteismo, ateismo anche, cattolicesimo, protestantesimo, naturalismo, illuminismo, teofilantropia, messianismo, ecc.; purificazione dalle idee politiche: aristocrazia, borghesia, teocrazia, monarchia, democrazia, impero, suffragio universale, dualità di rappresentazione, federalismo; purificazione dalle idee economiche, ecc. Si tratta di costituire attraverso l'equazione o bilancio reciproco dei pensieri individuali la ragione collettiva che reclama con un aumento di energia la Rivoluzione, ma che il Cristo e la sua chiesa respingono allo stesso tempo con tutta la potenza della loro fede. E' questa Ragione collettiva, teorica e pratica, che da tre secoli ha cominciato a dominare il mondo. E' essa che i nostri padri, in un giorno di entusiasmo fecero salire sull'altare del Cristo e salutarono come la loro dea e regina: en dii tui, Israel! Non che questa figura rappresentasse ai loro occhi un genio, un Verbo, uno Spirito, un Dio, come quello di cui gli imperatori  e i papi si dissero gli araldi; vi è l'infinito tra la Ragione del '98 e l'Essere supremo del '94. Era l'Umanità giusta, intelligente e libera, che essi ponevano al posto del vecchio idolo. Proudhon non se ne accorge che al momento stesso in cui intona quest'inno trionfale, egli rovina con le sue proprie mani l'impalcatura dei suoi sofismi: il nuovo idolo non si eresse sulle rovine dell'assoluto se non troneggiando su quelle della giustizia, e inciampò nel sangue dopo la più mostruosa accumulazione di iniquità che abbia insozzato la storia della nazione francese.

Infine, se il governo emerso dal 2 Dicembre avesse meno coltivato l'assoluto, avrebbe, nel 1853, nominato Proudhon senatore [23]: è l'ultima parola e la conclusione del settimo studio.

Nell'ottavo studio si parla della coscienza e della libertà. Proudhon pretende dapprima di difendervi la realtà del senso morale contro "il pirronismo teologico". Secondo lui, il cristiano non crede affatto alla giustizia, e la filosofia spiritualista è su questo punto d'accordo con lui. Ogni teoria del dovere e del diritto, che implica nei suoi termini, "come principio, condizione, postulato "o ammennicolo" la nozione, anche la più depurata, di un essere metafisico è una teoria religiosa, il che significa una teoria di scetticismo e di immoralità. Ciò posto, Proudhon trae la nozione "della coscienza morale dal fenomeno della funzione", e cioè prova la realtà del senso morale attraverso il metodo psicologico, così come farebbe d'altronde non importa quale filosofo spiritualista o cristiano. Ma, a differenza del primo o del secondo, egli separa da Dio l'essere morale, perché la giustizia è "una legge necessaria della collettività umana", perché "ogni teodicea è una cancrena per la coscienza". Sia pure, rispondiamo noi, la giustizia è nell'uomo allo stato non soltanto di nozione, ma di facoltà; non si tratta non di meno di sapere chi ve l'abbia posta.

L'uomo è un assemblaggio meraviglioso di elementi sconosciuti, solidi, liquidi, gassosi, ponderabili, imponderabili, di essenze sconosciute, materia, vita, spirito, ecc. Ora, ovunque vi sia un gruppo, si produce una risultante che è la potenza del gruppo, distinta non soltanto dalle forze o potenze particolari che compongono il gruppo, ma anche dalla loro somma, e che ne esprime l'unità sintetica. Qual è nell'uomo, questa risultante? La libertà. L'uomo è libero, perché è un composto, perché la legge di ogni composto è di produrre una risultante, che è la sua potenza propria; perché, il composto umano essendo formato di corpo, di vita, di spirito suddiviso in facoltà sempre più speciali, la risultante proporzionale al numero e alla diversità dei principi costitutivi deve essere una forza emanata dalle leggi del corpo, della vita e dello spirito, precisamente ciò che chiamiamo libero arbitrio. Ma questo ragionamento è una petizione di principio, la suddivisione in facoltà sempre più speciali non implica che il libero arbitrio provenga da questa risultante proporzionale.

Proudhon conclude: "Finché la libertà fu, come la giustizia, rapportata a un soggetto divino, essa rimase così come la giustizia una nozione fantastica. Ne abbiamo fatta una realtà; facciamo di meglio anche, proviamo che questa realtà è esclusivamente umana, incompatibile con l'idea di Dio". Tuttavia, se le cose stanno così, è perché l'ordine nella creazione dipende non più da un'influenza divina, da un'azione divina, da un'anima del mondo o vita universale, elaborante unitariamente la materia che essa crea, ma delle qualità simili e contrarie degli atomi che si attirano, si assemblano, si respingono, si bilanciano, si ordinano e si subordinano in ragione delle loro qualità. Ora, questa spiegazione dell'ordine nella creazione è puramente congetturale e non spiega nulla, perché si è indotti a chiedersi dapprima se gli atomi si sono essi stessi dotati di queste qualità contrarie o similari e di queste proprietà stupefacenti, in seguito se hanno fatto, attraverso le loro forze o la loro volontà, scaturire dalle loro combinazioni l'ordine supremo.

Il terzo volume inizia con un nono studio, intitolato "Progresso e decadenza".

Chi dunque aveva capito il progresso prima di Proudhon? Nessuno [24]. Soltanto lui, infatti, ha scoperto che il progresso consiste unicamente nella "epurazione dall'assoluto". Là dove gli istinti dominano, qualunque nome si diano essi, interessi, gloria e vittoria, religione, ideale, l'esistenza politica e la vita nazionale si divideranno sempre in due periodi: ascesa e decadenza. Là, al contrario, dove la giustizia è preponderante (non si tratta, ben inteso, che della giustizia modellata da Proudhon), il progresso sarà continuo.

Fortunatamente il regno dell'assoluto volge alla fine; gli dei sono partiti. Ogni anno di virtù aggiungerà oramai al capitale sociale e alle forze produttrici, di modo che l'essere collettivo potrà godere attraverso la giustizia di una recrudescenza perpetua di salute, di bellezza, di genio e d'onore. Ogni società progredisce attraverso il lavoro, la scienza e il diritto; ogni società regredisce attraverso l'ideale. La Chiesa è la grande nemica del progresso, essendo il ministro visibile dell'ideale assoluto e invisibile. La trascendenza, ponendo Dio, e cioè la categoria dell'ideale, come soggetto, rivelatore e garante della giustizia, è approdata, attraverso il culto di questo ideale, al declino della dignità umana; attraverso la predestinazione e la grazia alla negazione dell'eguaglianza; attraverso la Provvidenza, al fatalismo della ragione di Stato; attraverso lo spiritualismo all'asservimento del lavoratore; attraverso l'odio della natura, la paura dell'inferno, la promessa del paradiso, alle miserie della vita e alle vigliaccherie della morte. Il cristianesimo non era che un idealismo, cento volte più temibile di quello degli imperatori; esso aggiornò per quindici secoli la rigenerazione sociale. Qualunque sia la religione, si tratta sempre, in nome dell'assoluto, di umiliare l'uomo, di governare attraverso la ragione di Stato e di mantenere, attraverso l'autorità del misticismo, l'ineguaglianza.

Proudhon collega a questi sviluppi principali due interminabili capitoli, dove tratta "della letteratura nei suoi rapporti  con il progresso e la decadenza delle nazioni". Il suo quadro della letteratura antica e della nostra letteratura classica è una pura digressione. Non entriamo veramente in argomento che nel momento in cui, secondo l'espressione stessa dell'autore, la Rivoluzione ci lancia in piena epopea. "Tutti quanti siamo," egli esclama, "letterati e illetterati, operai, contadini, soldati, borghesia e plebe, facciamo materia epica". Ma ecco che la letteratura, al contrario, compie di colpo un voltafaccia, "rinnega il suo oggetto, disconosce il suo principio e non smette più, dall'inizio del secolo, di combattere le due grandi forze dell'umanità: la libertà e il diritto". Chi, tra tanti scrittori nati dopo la grande lotta, ha capito il Diritto, l'Eguaglianza, il Lavoro, chi ha veramente voluto la Rivoluzione e amato il proletario? Ahimè! il loro cuore è rimasto fedele agli idoli di un tempo. Sotto l'influenza di Rousseau, filosofi, oratori, letterati, a cui era scaduto il compito di distaccare dalla causa della religione quella del diritto, non trovarono nulla di meglio da fare che di consegnare di nuovo la nazione alla fede. La controrivoluzione si realizzò nelle intelligenze. La letteratura contemporanea è in rotta completa; non ha capito nulla del movimento degli ultimi due secoli; incapace di liberare l'idea rivoluzionaria, essa si è collegata a dei tipi fuori servizio, non è servita che a glorificare la reazione e a illuminare le nostre dissolutezze. Proudhon aggiunge: avendo fatto soltanto della letteratura rivoluzionaria, ho fatto soltanto della vera letteratura; ma è pura modestia.

Dopo di che il pubblicista affronta, nel suo decimo studio, che abbraccia non meno di centocinquantacinque pagine, la questione dell'amore e del matrimonio. Egli considerava il matrimonio come "necessario, di necessità sociale", e lo voleva indissolubile; ma, contraddicendo su questo punto la democrazia moderna [25], doveva farsi perdonare la sua audacia. Otterrà questo perdono compiendo uno sforzo disperato per disonorare il matrimonio cristiano. Omettiamo di proposito di trattare diversi sviluppi odiosi: sull'unisessualità prodotta dalla sovreccitazione dell'idealismo, sulle contemplazioni erotico-teologiche dei monaci e delle religiose, sulle depravazioni del clero cattolico, sugli incesti e gli adulteri spirituali, ecc., e ci rifiutiamo  di esaminare se i gesuiti hanno da rimproverarsi le descrizioni lascive contenute in alcuni romanzi di George Sand. Ci limitiamo a evidenziare da questo caos, per quanto possibile, la trama di un ragionamento.

Proudhon insegna che "la teologia cristiana ha fatto scendere il matrimonio dall'altezza in cui l'ispirazione "politeista l'aveva posta". E', a volerlo credere, un fatto che la storia della Chiesa, le sue scritture, la sua definizione, la sua pratica e tutte le sue autorità dimostrano in tutta evidenza. Egli rimprovera al cristianesimo di aver gettato, senza alcun processo formale, la donna alla gogna che un tempo, sotto la protezione del culto pubblico, si votava all'amore libero. Lo stato medio del concubinato, "espressione esatta dell'idea cristiana", sembrava dover ottenere grazia; non se ne è fatto nulla. Il suo nome era impuro; dovette optare tra la benedizione del sacerdote e la dichiarazione d'infamia [26].

La Chiesa, pudibonda e severa, non ha voluto conservare che il sacramento. Proudhon la biasima di non preoccuparsi del contratto civile e di ignorarne le conseguenze; essa unisce dunque dei semplici "concubinari" che respingono l'intervento della società con le sue conseguenze legali. Un poco oltre, scopre che, secondo l'ideale cristiano, "il più falso che si possa concepire", il matrimonio non ha nulla in comune con l'amore; esso diventa semplicemente una funzione sociale in cui tutto è regolamentato in vista della linea di successione, dell'alleanza, degli interessi. E' soprattutto dall'instaurazione del cristianesimo che l'adulterio, uno dei più grandi crimini per gli antichi, ha perso la sua gravità e si è moltiplicato in un modo così deplorevole. Non esiste più nessuna considerazione né di rango, né di età, né di amicizia, né di morale pubblica, davanti a una dissoluzione eretta in una specie di mutualità, e di cui i rischi sono accettati dalla pubblica opinione. La risposta è semplice. Ciò che l'opinione pubblica può accettare, la Chiesa lo riprova con tutta l'energia possibile: l'indissolubilità, la santità del matrimonio non sono mai stati meglio protetti se non da essa: tutte le brecce fatte all'istituzione del matrimonio sono dirette contro il matrimonio cristiano, contro il cristianesimo stesso. Infine la religione cristiana benedice l'unione delle anime benedicendo l'unione dei corpi: basta citare quell'epistola di san Paolo agli Efesini, che raccomanda ai mariti di amare le loro donne così come il Cristo ha amato la sua Chiesa.

Nello studio successivo, posto sotto lo stesso titolo, Proudhon si calma: intraprende, infatti, dopo aver demolito il matrimonio cristiano, a edificare il matrimonio moderno. E' già tanto se egli spezza ancora una lancia contro la chiesa per rimproverarle di ammettere l'eguaglianza dei sessi e di emancipare a oltranza, per il suo proprio interesse, il sesso femminile. Egli si sforza di dimostrare, in un primo capitolo, non soltanto l'inferiorità fisica della donna, "specie di termine medio tra l'uomo e il regno animale", ma anche la sua inferiorità intellettuale e la sua inferiorità morale. Egli stabilisce in seguito, con grande sostegno di esempi, che ogni letteratura in sviluppo ha come carattere il movimento dell'idea, elemento maschile; ma che, se l'elemento femminile prende il sopravento, gli scrittori di second'ordine compaiono e segnano il punto in cui comincia la decadenza dei popoli. Egli espone infine, in un capitolo finale, la sua teoria del matrimonio.

La giustizia esiste nel soggetto umano, non soltanto  come una nozione e un rapporto, ma a titolo di sentimento, di facoltà, di funzione. Proudhon cerca, di conseguenza, un organo corrispondente alla giustizia così come il cervello corrisponde all'intelligenza, e lo trova nella dualità sessuale. Così come l'individuo è una libertà organizzata, la coppia coniugale può essere definita una giustizia organizzata: "produrre giustizia, questo è lo scopo superiore della divisione androgina". Proudhon, comparando i due sessi, scopre che, se l'uomo è alla donna per il genio e la giustizia come 27 sta a 8, la donna, a sua volta, per le grazie della forma e dello spirito, per l'amenità del carattere e la tenerezza del cuore, sta all'uomo come 27 sta a 8. Tuttavia la supremazia della bellezza, anche intellettuale e morale, non può creare una compensazione alla donna, la cui condizione resta così fatalmente subordinata: come fondare dunque il patto coniugale senza il quale la giustizia rimane senza organo e la creazione diventa assurda? Riferendoci (è Proudhon che parla) a quella frase della Genesi: faciamus ei adajtorium simile sibi. La donna è un ausilio per l'uomo perché mostrandogli l'idealità del suo essere lei diventa per lui "un principio di animazione, una grazia di forza, di prudenza, di giustizia, di coraggio, di santità, ecc." senza la quale sarebbe incapace di sostenere il fardello della vita. Lei è l'ausilio dell'uomo, innanzitutto nel lavoro, attraverso le sue cure, la sua dolce società, la sua carità vigile: è lei ad asciugare la sua fronte inondata dal sudore, che poggia sulle sue ginocchia la sua testa affaticata. Auxilium christianorum, Salas infirmorum (è Proudhon che si esprime così). Ausilio dal lato dello spirito per la sua riservatezza, la sua semplicità, la sua prudenza, per la vivacità e il fascino delle sue intuizioni: è attraverso lei che l'uomo dà la vita e realtà alle sue idee rapportandole incessantemente dall'astratto al concreto; lei è il tesoro della sua saggezza, il sigillo del suo genio: Mater divinae gratiae, Sedes sapentiae, Vas spirituale, Virgo prudentissima. Ausilio della Giustizia, lei è l'angelo di pazienza, di rassegnazione, di tolleranza, Virgo clemens, Virgo fidelis; la custode della sua fede, lo specchio della sua coscienza, la fonte delle sue devozioni. Foederis arca, Speculum justitiae, Vas insigne, devotionis. Da qualunque lato la si guardi, lei è la fortezza della sua coscienza, lo splendore della sua anima, il principio della sua felicità, la stella della sua vita, il fiore del suo essere: Turris eburnea, Domus aurea, Janua coeli, Stella matutina, Rosa mystica. L'accanito avversario del matrimonio cristiano interrompe la sua litania: "Vedete, Monsignore, è il cristianesimo, è la Chiesa, siete voi stesso che, senza volerlo, mi avete fornito la teoria del matrimonio".

Posto tutto ciò, l'unione dell'uomo e della donna non costituisce un patto sinallagmatico, quel patto che suppone i contraenti rispettivamente completi nel loro essere e relativamente equivalenti o eguali: essi formano, nel morale come nel fisico, un tutto organico le cui parti sono complementari l'uno all'altro; è una persona composta da due persone, un'anima dotata di due intelligenze e di due volontà. Il matrimonio  è così bene la legge dell'umanità che appena uniti nella Giustizia gli sposi, per quanto barbari siano per il resto, si trovano capaci di dare l'iniziazione giuridica ad altri esseri e di elevarsi ancora attraverso questa iniziazione. Così, attraverso il rapporto misterioso della forza e della bellezza, forma una prima giurisdizione: la famiglia, attraverso la comunità di coscienza che regge i suoi membri, attraverso l'identità del sangue, attraverso l'unità d'azione e di interesse, ne forma una seconda; la città ne sarà la terza. Attraverso la città, l'organismo giuridico acquisisce il suo ultimo sviluppo, cosa indicata dal terzo termine della massima repubblicana: Fratellanza.

Segue un breve catechismo del matrimonio, la cui frase finale è così concepita: - Domanda. Come mai la filosofia del diritto non ha capito per così tanto tempo il matrimonio? - Risposta. E' perché i filosofi hanno sempre cercato il diritto nella religione e che, ogni religione essendo essenzialmente idealista e erotica, l'amore nell'anima religiosa è posto al di sopra della giustizia, e il matrimonio abbassato al concubinaggio. Ma come! non ha appena sostenuto che, secondo l'ideale cristiano, il matrimonio non ha nulla in comune con l'amore? Che ragionamento coerente!

Il dodicesimo e ultimo studio, tratta della "sanzione morale". Proudhon ammette che la giustizia non sarebbe per l'uomo una legge se la pratica potesse essere guardata come indifferente. Nel sistema delle vecchie legislazioni governative, si sono distinte le diverse facoltà che concorrono alla formazione della legge. L'autorità legislatrice è A; il testo della legge: B; la ratifica o il sigillo: C; la garanzia o la sanzione penale: D. Questa fu, nel mondo antico, la drammaturgia della Legge che la Chiesa riproduce a modo suo: Dio, la Rivelazione, il Sacerdozio, l'Inferno e il Paradiso. Ma la legge possiede in sé la sua sanzione penale. L'autore pone due domande. Qual è la sanzione penale collegata alla legge? Tutto gioisce nell'uomo, nella società e nella natura, quando la giustizia viene osservata; tutto soffre e muore quando la si viola. Questa sanzione basta, in tutti i casi, alla ricompensa della virtù, all'espiazione del crimine e al raddrizzamento dell'errore? Sì. Torneremo su questo argomento.

Proudhon salda alla sua teoria della sanzione morale una fisiologia del regicidio. Egli sviluppa questa sorprendente affermazione: Sotto gli imperatori romani, il regicidio aveva come causa la rovina dello spirituale e la materializzazione della società; dopo la vittoria della Chiesa, la causa del regicidio si modifica; è, chi lo avrebbe mai creduto? la separazione dello spirituale con il temporale. Commentando queste parole del Vangelo: il mio regno non è di questo mondo, non teme di scrivere: "Giulio Cesare aveva aperto l'era del regicidio; Gesù ne fece, per così dire, un dogma: da loro comincia la responsabilità morale degli assassinati". Ciò che è sicuro e ciò di cui il nostro franco-conteese (franc-comtois) "osa rispondere", è che, la questione dello spirituale nella Rivoluzione e la sua unione al temporale essendo ufficialmente posta, l'epilessia regicida non ha più ragione di essere; non vi è ricaduta da temere da nessuna parte. La risposta sarà data, alla fine del secolo, dalle sette anarchiche. Esse si preoccuperanno molto poco della formula scoperta dopo lunghi tentennamenti da parte del loro antenato [27] così come del suo vivat finale in onore di Napoleone III e della sua dinastia [28].

Proudhon non poteva non terminare così come aveva cominciato, e cioè d'interpellare per un'ultima volta, nella sua conclusione, il cardinale Mathieu. Gli propone dunque un nuovo concordato in nove articoli, di cui il primo riunisce i due poteri, spirituale e temporale, nella sovranità francese, di cui l'ultimo sopprime l'autorità del papa e dei vescovi. Se l'arcivescovo accettasse questa nuova costituzione civile gli si affiderebbe lo "spirituale della Rivoluzione". Per celebrare questa fusione memorabile, Proudhon gli porterebbe sua moglie, di cui la Chiesa non ha benedetto il matrimonio, le sue due figlie, non ancora battezzate; tutti insieme si getterebbero ai suoi piedi, riceverebbero dalle sue mani il sacramento e reciterebbero facendosi il segno della croce: Pax et benedictio Dei omnipotentis, Patris et Filii et Spiritus Sancti et visitatio angelica descendat super nos. Questo bacio finale era la suprema ingiuria.

Questo libro strano, opera capitale di Proudhon, di tutte la più eloquente, ma di un'asprezza senza eguali, di un'ingiustizia senza limiti, straripante di fiele e di odio, fu sequestrato il 28 aprile 1858.

 

[Traduzione di Ario Libert]
 

 

NOTE

Il sesto studio, intitolato "il lavoro", contiene molte digressioni. Ecco quanto possiamo trarne. Il Cristo ha detto: "Amatevi l'un l'altro". Belle parole, ma se ne sarebbe dovuto dedurre questo corollario: "Servitevi l'un l'altro". La deduzione non è stata fatta perché il Cristo, messaggero d'amore, vittima espiatoria, non riconosceva il Diritto dell'uomo. Il lavoro era ritenuto, secondo il dogma antico, afflittivo e infamante: il cristianesimo cercherebbe di ripartirne il fardello e la vergogna? Sarebbe stato ammettere un diritto anteriore alla caduta, superiore alla redenzione. Il lavoro sollevava la domanda: il cristianesimo avrebbe effettuato una ripartizione della terra? Avrebbe fatto una legge agraria? Sarebbe stato negare la predestinazione, la provvidenza, la distinzione dei ricchi e dei poveri, infine il peccato originale. La classe lavoratrice sarà dunque sempre la classe sacrificata. Ma uno spirito nuovo agita il mondo. Come un tempo, i popoli aspirano alla libertà; le masse lavoratrici reclamano la fine dello sfruttamento egoista, la giustizia nel lavoro; come un tempo ricompaiono anche per combattere queste pretese, i privilegi antiquati, l'arbitrio delle fortune, la cattiva volontà dello Stato. Non è più la tribù ebraica con le sue due categorie di schiavi, né il patriziato romano con il suo sistema di clientele, né il feudalesimo del medioevo con la sua sapiente e teologale gerarchia: è la comunità capitalista, con concessione del principe e sovvenzione dello Stato, fondata sulle spalle del lavoratore.

A questo stato lamentevole gli economisti della Rivoluzione oppongono un programma: la terra a chi la coltiva; il mestiere a colui che l'esercita; il capitale a colui che l'impiega; il prodotto al produttore; il beneficio della forza collettiva per tutti coloro che vi concorrono e il salario modificato attraverso la partecipazione: in poche parole, la fatalità della natura domata dalla libertà dell'uomo. Come conseguire questo scopo? Dando al lavoratore due garanzie indispensabili: 1° invece di pietrificarlo in un apprendistato speciale, lo si inizierà ai principi generali e ai segreti dell'industria umana [20]: 2° si organizzeranno le funzioni del laboratorio sui principi dei gradi massonici [21]. Fuori da tutto ciò, non vi è che menzogna e verbosità. Il lavoro diventerà per il popolo una fonte di gioia infinita non appena esso lavorerà per se stesso, diventerà padrone delle proprie operazioni, la grandezza e varietà dell'opera ne elimineranno il disgusto. Un appello alla rivolta completa e corona queste considerazioni [22].

Le idee, questa è la rubrica, abbastanza vaga del settimo studio. Proudhon dichiara guerra all'assoluto. Il cardinale Mathieu, dottore in speculazioni metafisiche e trascendentali, incaricato dall'autorità divina dell'insegnamento di cose non evidenti, è un ministro dell'assoluto. Tutte i filosofi, materialisti, panteisti, idealisti, appartengono d'altronde allo stesso ministero. La Rivoluzione ci invita a lasciare il lato ontologico delle cose per non collegarci che al loro lato fenomenico. Salutiamo dunque con un trasporto di ammirazione questa eliminazione delle entità metafisiche, senza esempio nella storia, che caratterizza la nostra epoca: purificazione dalle idee religiose, teismo, panteismo, ateismo anche, cattolicesimo, protestantesimo, naturalismo, illuminismo, teofilantropia, messianismo, ecc.; purificazione dalle idee politiche: aristocrazia, borghesia, teocrazia, monarchia, democrazia, impero, suffragio universale, dualità di rappresentazione, federalismo; purificazione dalle idee economiche, ecc. Si tratta di costituire attraverso l'equazione o bilancio reciproco dei pensieri individuali la ragione collettiva che reclama con un aumento di energia la Rivoluzione, ma che il Cristo e la sua chiesa respingono allo stesso tempo con tutta la potenza della loro fede. E' questa Ragione collettiva, teorica e pratica, che da tre secoli ha cominciato a dominare il mondo. E' essa che i nostri padri, in un giorno di entusiasmo fecero salire sull'altare del Cristo e salutarono come la loro dea e regina: en dii tui, Israel! Non che questa figura rappresentasse ai loro occhi un genio, un Verbo, uno Spirito, un Dio, come quello di cui gli imperatori  e i papi si dissero gli araldi; vi è l'infinito tra la Ragione del '98 e l'Essere supremo del '94. Era l'Umanità giusta, intelligente e libera, che essi ponevano al posto del vecchio idolo. Proudhon non se ne accorge che al momento stesso in cui intona quest'inno trionfale, egli rovina con le sue proprie mani l'impalcatura dei suoi sofismi: il nuovo idolo non si eresse sulle rovine dell'assoluto se non troneggiando su quelle della giustizia, e inciampò nel sangue dopo la più mostruosa accumulazione di iniquità che abbia insozzato la storia della nazione francese.

Infine, se il governo emerso dal 2 Dicembre avesse meno coltivato l'assoluto, avrebbe, nel 1853, nominato Proudhon senatore [23]: è l'ultima parola e la conclusione del settimo studio.

Nell'ottavo studio si parla della coscienza e della libertà. Proudhon pretende dapprima di difendervi la realtà del senso morale contro "il pirronismo teologico". Secondo lui, il cristiano non crede affatto alla giustizia, e la filosofia spiritualista è su questo punto d'accordo con lui. Ogni teoria del dovere e del diritto, che implica nei suoi termini, "come principio, condizione, postulato "o ammennicolo" la nozione, anche la più depurata, di un essere metafisico è una teoria religiosa, il che significa una teoria di scetticismo e di immoralità. Ciò posto, Proudhon trae la nozione "della coscienza morale dal fenomeno della funzione", e cioè prova la realtà del senso morale attraverso il metodo psicologico, così come farebbe d'altronde non importa quale filosofo spiritualista o cristiano. Ma, a differenza del primo o del secondo, egli separa da Dio l'essere morale, perché la giustizia è "una legge necessaria della collettività umana", perché "ogni teodicea è una cancrena per la coscienza". Sia pure, rispondiamo noi, la giustizia è nell'uomo allo stato non soltanto di nozione, ma di facoltà; non si tratta non di meno di sapere chi ve l'abbia posta.

L'uomo è un assemblaggio meraviglioso di elementi sconosciuti, solidi, liquidi, gassosi, ponderabili, imponderabili, di essenze sconosciute, materia, vita, spirito, ecc. Ora, ovunque vi sia un gruppo, si produce una risultante che è la potenza del gruppo, distinta non soltanto dalle forze o potenze particolari che compongono il gruppo, ma anche dalla loro somma, e che ne esprime l'unità sintetica. Qual è nell'uomo, questa risultante? La libertà. L'uomo è libero, perché è un composto, perché la legge di ogni composto è di produrre una risultante, che è la sua potenza propria; perché, il composto umano essendo formato di corpo, di vita, di spirito suddiviso in facoltà sempre più speciali, la risultante proporzionale al numero e alla diversità dei principi costitutivi deve essere una forza emanata dalle leggi del corpo, della vita e dello spirito, precisamente ciò che chiamiamo libero arbitrio. Ma questo ragionamento è una petizione di principio, la suddivisione in facoltà sempre più speciali non implica che il libero arbitrio provenga da questa risultante proporzionale.

Proudhon conclude: "Finché la libertà fu, come la giustizia, rapportata a un soggetto divino, essa rimase così come la giustizia una nozione fantastica. Ne abbiamo fatta una realtà; facciamo di meglio anche, proviamo che questa realtà è esclusivamente umana, incompatibile con l'idea di Dio". Tuttavia, se le cose stanno così, è perché l'ordine nella creazione dipende non più da un'influenza divina, da un'azione divina, da un'anima del mondo o vita universale, elaborante unitariamente la materia che essa crea, ma delle qualità simili e contrarie degli atomi che si attirano, si assemblano, si respingono, si bilanciano, si ordinano e si subordinano in ragione delle loro qualità. Ora, questa spiegazione dell'ordine nella creazione è puramente congetturale e non spiega nulla, perché si è indotti a chiedersi dapprima se gli atomi si sono essi stessi dotati di queste qualità contrarie o similari e di queste proprietà stupefacenti, in seguito se hanno fatto, attraverso le loro forze o la loro volontà, scaturire dalle loro combinazioni l'ordine supremo.

Il terzo volume inizia con un nono studio, intitolato "Progresso e decadenza".

Chi dunque aveva capito il progresso prima di Proudhon? Nessuno [24]. Soltanto lui, infatti, ha scoperto che il progresso consiste unicamente nella "epurazione dall'assoluto". Là dove gli istinti dominano, qualunque nome si diano essi, interessi, gloria e vittoria, religione, ideale, l'esistenza politica e la vita nazionale si divideranno sempre in due periodi: ascesa e decadenza. Là, al contrario, dove la giustizia è preponderante (non si tratta, ben inteso, che della giustizia modellata da Proudhon), il progresso sarà continuo.

Fortunatamente il regno dell'assoluto volge alla fine; gli dei sono partiti. Ogni anno di virtù aggiungerà oramai al capitale sociale e alle forze produttrici, di modo che l'essere collettivo potrà godere attraverso la giustizia di una recrudescenza perpetua di salute, di bellezza, di genio e d'onore. Ogni società progredisce attraverso il lavoro, la scienza e il diritto; ogni società regredisce attraverso l'ideale. La Chiesa è la grande nemica del progresso, essendo il ministro visibile dell'ideale assoluto e invisibile. La trascendenza, ponendo Dio, e cioè la categoria dell'ideale, come soggetto, rivelatore e garante della giustizia, è approdata, attraverso il culto di questo ideale, al declino della dignità umana; attraverso la predestinazione e la grazia alla negazione dell'eguaglianza; attraverso la Provvidenza, al fatalismo della ragione di Stato; attraverso lo spiritualismo all'asservimento del lavoratore; attraverso l'odio della natura, la paura dell'inferno, la promessa del paradiso, alle miserie della vita e alle vigliaccherie della morte. Il cristianesimo non era che un idealismo, cento volte più temibile di quello degli imperatori; esso aggiornò per quindici secoli la rigenerazione sociale. Qualunque sia la religione, si tratta sempre, in nome dell'assoluto, di umiliare l'uomo, di governare attraverso la ragione di Stato e di mantenere, attraverso l'autorità del misticismo, l'ineguaglianza.

Proudhon collega a questi sviluppi principali due interminabili capitoli, dove tratta "della letteratura nei suoi rapporti  con il progresso e la decadenza delle nazioni". Il suo quadro della letteratura antica e della nostra letteratura classica è una pura digressione. Non entriamo veramente in argomento che nel momento in cui, secondo l'espressione stessa dell'autore, la Rivoluzione ci lancia in piena epopea. "Tutti quanti siamo," egli esclama, "letterati e illetterati, operai, contadini, soldati, borghesia e plebe, facciamo materia epica". Ma ecco che la letteratura, al contrario, compie di colpo un voltafaccia, "rinnega il suo oggetto, disconosce il suo principio e non smette più, dall'inizio del secolo, di combattere le due grandi forze dell'umanità: la libertà e il diritto". Chi, tra tanti scrittori nati dopo la grande lotta, ha capito il Diritto, l'Eguaglianza, il Lavoro, chi ha veramente voluto la Rivoluzione e amato il proletario? Ahimè! il loro cuore è rimasto fedele agli idoli di un tempo. Sotto l'influenza di Rousseau, filosofi, oratori, letterati, a cui era scaduto il compito di distaccare dalla causa della religione quella del diritto, non trovarono nulla di meglio da fare che di consegnare di nuovo la nazione alla fede. La controrivoluzione si realizzò nelle intelligenze. La letteratura contemporanea è in rotta completa; non ha capito nulla del movimento degli ultimi due secoli; incapace di liberare l'idea rivoluzionaria, essa si è collegata a dei tipi fuori servizio, non è servita che a glorificare la reazione e a illuminare le nostre dissolutezze. Proudhon aggiunge: avendo fatto soltanto della letteratura rivoluzionaria, ho fatto soltanto della vera letteratura; ma è pura modestia.

Dopo di che il pubblicista affronta, nel suo decimo studio, che abbraccia non meno di centocinquantacinque pagine, la questione dell'amore e del matrimonio. Egli considerava il matrimonio come "necessario, di necessità sociale", e lo voleva indissolubile; ma, contraddicendo su questo punto la democrazia moderna [25], doveva farsi perdonare la sua audacia. Otterrà questo perdono compiendo uno sforzo disperato per disonorare il matrimonio cristiano. Omettiamo di proposito di trattare diversi sviluppi odiosi: sull'unisessualità prodotta dalla sovreccitazione dell'idealismo, sulle contemplazioni erotico-teologiche dei monaci e delle religiose, sulle depravazioni del clero cattolico, sugli incesti e gli adulteri spirituali, ecc., e ci rifiutiamo  di esaminare se i gesuiti hanno da rimproverarsi le descrizioni lascive contenute in alcuni romanzi di George Sand. Ci limitiamo a evidenziare da questo caos, per quanto possibile, la trama di un ragionamento.

Proudhon insegna che "la teologia cristiana ha fatto scendere il matrimonio dall'altezza in cui l'ispirazione "politeista l'aveva posta". E', a volerlo credere, un fatto che la storia della Chiesa, le sue scritture, la sua definizione, la sua pratica e tutte le sue autorità dimostrano in tutta evidenza. Egli rimprovera al cristianesimo di aver gettato, senza alcun processo formale, la donna alla gogna che un tempo, sotto la protezione del culto pubblico, si votava all'amore libero. Lo stato medio del concubinato, "espressione esatta dell'idea cristiana", sembrava dover ottenere grazia; non se ne è fatto nulla. Il suo nome era impuro; dovette optare tra la benedizione del sacerdote e la dichiarazione d'infamia [26].

La Chiesa, pudibonda e severa, non ha voluto conservare che il sacramento. Proudhon la biasima di non preoccuparsi del contratto civile e di ignorarne le conseguenze; essa unisce dunque dei semplici "concubinari" che respingono l'intervento della società con le sue conseguenze legali. Un poco oltre, scopre che, secondo l'ideale cristiano, "il più falso che si possa concepire", il matrimonio non ha nulla in comune con l'amore; esso diventa semplicemente una funzione sociale in cui tutto è regolamentato in vista della linea di successione, dell'alleanza, degli interessi. E' soprattutto dall'instaurazione del cristianesimo che l'adulterio, uno dei più grandi crimini per gli antichi, ha perso la sua gravità e si è moltiplicato in un modo così deplorevole. Non esiste più nessuna considerazione né di rango, né di età, né di amicizia, né di morale pubblica, davanti a una dissoluzione eretta in una specie di mutualità, e di cui i rischi sono accettati dalla pubblica opinione. La risposta è semplice. Ciò che l'opinione pubblica può accettare, la Chiesa lo riprova con tutta l'energia possibile: l'indissolubilità, la santità del matrimonio non sono mai stati meglio protetti se non da essa: tutte le brecce fatte all'istituzione del matrimonio sono dirette contro il matrimonio cristiano, contro il cristianesimo stesso. Infine la religione cristiana benedice l'unione delle anime benedicendo l'unione dei corpi: basta citare quell'epistola di san Paolo agli Efesini, che raccomanda ai mariti di amare le loro donne così come il Cristo ha amato la sua Chiesa.

Nello studio successivo, posto sotto lo stesso titolo, Proudhon si calma: intraprende, infatti, dopo aver demolito il matrimonio cristiano, a edificare il matrimonio moderno. E' già tanto se egli spezza ancora una lancia contro la chiesa per rimproverarle di ammettere l'eguaglianza dei sessi e di emancipare a oltranza, per il suo proprio interesse, il sesso femminile. Egli si sforza di dimostrare, in un primo capitolo, non soltanto l'inferiorità fisica della donna, "specie di termine medio tra l'uomo e il regno animale", ma anche la sua inferiorità intellettuale e la sua inferiorità morale. Egli stabilisce in seguito, con grande sostegno di esempi, che ogni letteratura in sviluppo ha come carattere il movimento dell'idea, elemento maschile; ma che, se l'elemento femminile prende il sopravento, gli scrittori di second'ordine compaiono e segnano il punto in cui comincia la decadenza dei popoli. Egli espone infine, in un capitolo finale, la sua teoria del matrimonio.

La giustizia esiste nel soggetto umano, non soltanto  come una nozione e un rapporto, ma a titolo di sentimento, di facoltà, di funzione. Proudhon cerca, di conseguenza, un organo corrispondente alla giustizia così come il cervello corrisponde all'intelligenza, e lo trova nella dualità sessuale. Così come l'individuo è una libertà organizzata, la coppia coniugale può essere definita una giustizia organizzata: "produrre giustizia, questo è lo scopo superiore della divisione androgina". Proudhon, comparando i due sessi, scopre che, se l'uomo è alla donna per il genio e la giustizia come 27 sta a 8, la donna, a sua volta, per le grazie della forma e dello spirito, per l'amenità del carattere e la tenerezza del cuore, sta all'uomo come 27 sta a 8. Tuttavia la supremazia della bellezza, anche intellettuale e morale, non può creare una compensazione alla donna, la cui condizione resta così fatalmente subordinata: come fondare dunque il patto coniugale senza il quale la giustizia rimane senza organo e la creazione diventa assurda? Riferendoci (è Proudhon che parla) a quella frase della Genesi: faciamus ei adajtorium simile sibi. La donna è un ausilio per l'uomo perché mostrandogli l'idealità del suo essere lei diventa per lui "un principio di animazione, una grazia di forza, di prudenza, di giustizia, di coraggio, di santità, ecc." senza la quale sarebbe incapace di sostenere il fardello della vita. Lei è l'ausilio dell'uomo, innanzitutto nel lavoro, attraverso le sue cure, la sua dolce società, la sua carità vigile: è lei ad asciugare la sua fronte inondata dal sudore, che poggia sulle sue ginocchia la sua testa affaticata. Auxilium christianorum, Salas infirmorum (è Proudhon che si esprime così). Ausilio dal lato dello spirito per la sua riservatezza, la sua semplicità, la sua prudenza, per la vivacità e il fascino delle sue intuizioni: è attraverso lei che l'uomo dà la vita e realtà alle sue idee rapportandole incessantemente dall'astratto al concreto; lei è il tesoro della sua saggezza, il sigillo del suo genio: Mater divinae gratiae, Sedes sapentiae, Vas spirituale, Virgo prudentissima. Ausilio della Giustizia, lei è l'angelo di pazienza, di rassegnazione, di tolleranza, Virgo clemens, Virgo fidelis; la custode della sua fede, lo specchio della sua coscienza, la fonte delle sue devozioni. Foederis arca, Speculum justitiae, Vas insigne, devotionis. Da qualunque lato la si guardi, lei è la fortezza della sua coscienza, lo splendore della sua anima, il principio della sua felicità, la stella della sua vita, il fiore del suo essere: Turris eburnea, Domus aurea, Janua coeli, Stella matutina, Rosa mystica. L'accanito avversario del matrimonio cristiano interrompe la sua litania: "Vedete, Monsignore, è il cristianesimo, è la Chiesa, siete voi stesso che, senza volerlo, mi avete fornito la teoria del matrimonio".

Posto tutto ciò, l'unione dell'uomo e della donna non costituisce un patto sinallagmatico, quel patto che suppone i contraenti rispettivamente completi nel loro essere e relativamente equivalenti o eguali: essi formano, nel morale come nel fisico, un tutto organico le cui parti sono complementari l'uno all'altro; è una persona composta da due persone, un'anima dotata di due intelligenze e di due volontà. Il matrimonio  è così bene la legge dell'umanità che appena uniti nella Giustizia gli sposi, per quanto barbari siano per il resto, si trovano capaci di dare l'iniziazione giuridica ad altri esseri e di elevarsi ancora attraverso questa iniziazione. Così, attraverso il rapporto misterioso della forza e della bellezza, forma una prima giurisdizione: la famiglia, attraverso la comunità di coscienza che regge i suoi membri, attraverso l'identità del sangue, attraverso l'unità d'azione e di interesse, ne forma una seconda; la città ne sarà la terza. Attraverso la città, l'organismo giuridico acquisisce il suo ultimo sviluppo, cosa indicata dal terzo termine della massima repubblicana: Fratellanza.

Segue un breve catechismo del matrimonio, la cui frase finale è così concepita: - Domanda. Come mai la filosofia del diritto non ha capito per così tanto tempo il matrimonio? - Risposta. E' perché i filosofi hanno sempre cercato il diritto nella religione e che, ogni religione essendo essenzialmente idealista e erotica, l'amore nell'anima religiosa è posto al di sopra della giustizia, e il matrimonio abbassato al concubinaggio. Ma come! non ha appena sostenuto che, secondo l'ideale cristiano, il matrimonio non ha nulla in comune con l'amore? Che ragionamento coerente!

Il dodicesimo e ultimo studio, tratta della "sanzione morale". Proudhon ammette che la giustizia non sarebbe per l'uomo una legge se la pratica potesse essere guardata come indifferente. Nel sistema delle vecchie legislazioni governative, si sono distinte le diverse facoltà che concorrono alla formazione della legge. L'autorità legislatrice è A; il testo della legge: B; la ratifica o il sigillo: C; la garanzia o la sanzione penale: D. Questa fu, nel mondo antico, la drammaturgia della Legge che la Chiesa riproduce a modo suo: Dio, la Rivelazione, il Sacerdozio, l'Inferno e il Paradiso. Ma la legge possiede in sé la sua sanzione penale. L'autore pone due domande. Qual è la sanzione penale collegata alla legge? Tutto gioisce nell'uomo, nella società e nella natura, quando la giustizia viene osservata; tutto soffre e muore quando la si viola. Questa sanzione basta, in tutti i casi, alla ricompensa della virtù, all'espiazione del crimine e al raddrizzamento dell'errore? Sì. Torneremo su questo argomento.

Proudhon salda alla sua teoria della sanzione morale una fisiologia del regicidio. Egli sviluppa questa sorprendente affermazione: Sotto gli imperatori romani, il regicidio aveva come causa la rovina dello spirituale e la materializzazione della società; dopo la vittoria della Chiesa, la causa del regicidio si modifica; è, chi lo avrebbe mai creduto? la separazione dello spirituale con il temporale. Commentando queste parole del Vangelo: il mio regno non è di questo mondo, non teme di scrivere: "Giulio Cesare aveva aperto l'era del regicidio; Gesù ne fece, per così dire, un dogma: da loro comincia la responsabilità morale degli assassinati". Ciò che è sicuro e ciò di cui il nostro franco-conteese (franc-comtois) "osa rispondere", è che, la questione dello spirituale nella Rivoluzione e la sua unione al temporale essendo ufficialmente posta, l'epilessia regicida non ha più ragione di essere; non vi è ricaduta da temere da nessuna parte. La risposta sarà data, alla fine del secolo, dalle sette anarchiche. Esse si preoccuperanno molto poco della formula scoperta dopo lunghi tentennamenti da parte del loro antenato [27] così come del suo vivat finale in onore di Napoleone III e della sua dinastia [28].

Proudhon non poteva non terminare così come aveva cominciato, e cioè d'interpellare per un'ultima volta, nella sua conclusione, il cardinale Mathieu. Gli propone dunque un nuovo concordato in nove articoli, di cui il primo riunisce i due poteri, spirituale e temporale, nella sovranità francese, di cui l'ultimo sopprime l'autorità del papa e dei vescovi. Se l'arcivescovo accettasse questa nuova costituzione civile gli si affiderebbe lo "spirituale della Rivoluzione". Per celebrare questa fusione memorabile, Proudhon gli porterebbe sua moglie, di cui la Chiesa non ha benedetto il matrimonio, le sue due figlie, non ancora battezzate; tutti insieme si getterebbero ai suoi piedi, riceverebbero dalle sue mani il sacramento e reciterebbero facendosi il segno della croce: Pax et benedictio Dei omnipotentis, Patris et Filii et Spiritus Sancti et visitatio angelica descendat super nos. Questo bacio finale era la suprema ingiuria.

Questo libro strano, opera capitale di Proudhon, di tutte la più eloquente, ma di un'asprezza senza eguali, di un'ingiustizia senza limiti, straripante di fiele e di odio, fu sequestrato il 28 aprile 1858.

 

NOTE

[1] Lettera del 17 giugno 1857.
[2] Vedere la lettera del 6 giugno 1857.
[3] Lettera del 16 giugno 1857.
[4] Il che non impedirà a Proudhon di scrivere il 10 agosto a Larramat: “Forse, in virtù della mia qualità di socialista, avrei potuto meglio di un altro entrare nel Corpo legislativo e anche rendermi 'utile' ”.
[5] Lettera del 12 luglio 1857.
[6] Lettera del 10 agosto 1857.
[7] Stessa lettera.
[8] “Sì, ho prestato il giuramento civile”. (Lettera del 26 settembre 1852). “Il voto di Parigi è stato di approvazione dell'Impero”; o: “coloro che hanno prestato il giuramento lo sminuiranno con il loro parlamentarismo, oppure, per coprirsi, schiacceranno sotto i loro piedi il loro giuramento, il che è la cosa peggiore... Se la repubblica si raccomanda per qualcosa, è per la sua probità” (Lettera del 10 dicembre 1857).
[9] Lettera a Villaumé, 24 gennaio 1856.
[10] Vedi la lettera del 27 novembre 1857 a J. A. Bourges, Correspondances, t. X, p. 361.
[11] Lettera a Maurice (19 ottobre 1857).
[12] Stessa lettera.
[13] Lettera a Marc Dufraisse, 28 ottobre 1857.
[14] Vedere la lettera del 3 novembre 1857.
[15] Lettera del 4 novembre 1857.
[16] Lettera dell'8 febbraio 1858.
[17] Domanda. Come mai, dopo settant'anni, l'applicazione di queste idee ha fatto così pochi progressi? Come mai, invece dello Stato libero, identico e adeguato alla società stessa, abbiamo conservato lo Stato feudale, monarchico, imperiale, militare, dittatoriale? (t. I, p. 502).
[18] Tomo II, da pp. 1 a 138 (quinto studio).
[19] 
Proudhon comprende a meraviglia tutto ciò che gli si può rispondere su questo argomento; ha cura di ricordare che ha sempre difeso il possesso e che il possesso "non ha nulla in comune con il vecchio "diritto cainita, nato da un falso sguardo di Geova".

[20] Vedere lo sviluppo di questa idea nel tomo II, pp. 229 e seguenti.
[21] Vedere ibid., p. 23.
[22] "Il lavoratore si solleverà per il lavoro: questa questione, per lui, implica tutte le altre... Chi potrebbe trattenere l'insurrezione?... A meno di una transazione conciliante, la battaglia è inevitabile...".
[23] Tomo II, p. 411. Comparare qui, p. 210.
[24] Questa tesi è sviluppata nel capitolo I. (Critica dell'idea di progresso).
[25] T. III, p. 202.
[26] T. III, p. 308, Proudhon aveva appena detto (p. 299): "Il concubinato, che avvicina i personaggi e non li identifica; che unisce i corpi lasciando il libero arbitrio ai cuori; il concubinato, senza giustizia propria e senza ideale morale, era tutto ciò che poteva sopportare la nuova religione". Da allora, perché non le concesse affatto grazia? Perché lo forzò di optare tra la benedizione e la dichiarazione d'infamia?
[27] "Si può sempre porre un caso di regicidio tale per cui l'opinione pubblica prenda parte per l'assassino contro il principe; ma, anche in questo caso, esistono sempre delle ragioni che fanno del regicidio, dal punto di vista del diritto e della morale, un atto esorbitante, un crimine di cui il fanatismo del colpevole può soltanto attenuare l'orrore" (T. III, p. 564.).
[28] "Sire, una voce, diffusa dalla malevolenza, circola tra le masse: la monarchia, si dice, non vuole il bene del popolo; essa non vuole la giustizia... Smentite, Sire, queste insinuazioni calunniose; mostrate che volete, che potete, che sapete, e possa la Vostra Maestà vivere a lungo, la vostra dinastia sempre!" (ibid., p. 587.) Ma si deve accostare a questo hosanna il passo dello stesso trattato sulla complicità morale dello scrittore negli attentati commessi contro l'Imperatore (ibid., p. 552).

[20] Vedere lo sviluppo di questa idea nel tomo II, pp. 229 e seguenti.
[21] Vedere ibid., p. 23.
[22] "Il lavoratore si solleverà per il lavoro: questa questione, per lui, implica tutte le altre... Chi potrebbe trattenere l'insurrezione?... A meno di una transazione conciliante, la battaglia è inevitabile...".
[23] Tomo II, p. 411. Comparare qui, p. 210.
[24] Questa tesi è sviluppata nel capitolo I. (Critica dell'idea di progresso).
[25] T. III, p. 202.
[26] T. III, p. 308, Proudhon aveva appena detto (p. 299): "Il concubinato, che avvicina i personaggi e non li identifica; che unisce i corpi lasciando il libero arbitrio ai cuori; il concubinato, senza giustizia propria e senza ideale morale, era tutto ciò che poteva sopportare la nuova religione". Da allora, perché non le concesse affatto grazia? Perché lo forzò di optare tra la benedizione e la dichiarazione d'infamia?
[27] "Si può sempre porre un caso di regicidio tale per cui l'opinione pubblica prenda parte per l'assassino contro il principe; ma, anche in questo caso, esistono sempre delle ragioni che fanno del regicidio, dal punto di vista del diritto e della morale, un atto esorbitante, un crimine di cui il fanatismo del colpevole può soltanto attenuare l'orrore" (T. III, p. 564.).
[28] "Sire, una voce, diffusa dalla malevolenza, circola tra le masse: la monarchia, si dice, non vuole il bene del popolo; essa non vuole la giustizia... Smentite, Sire, queste insinuazioni calunniose; mostrate che volete, che potete, che sapete, e possa la Vostra Maestà vivere a lungo, la vostra dinastia sempre!" (ibid., p. 587.) Ma si deve accostare a questo hosanna il passo dello stesso trattato sulla complicità morale dello scrittore negli attentati commessi contro l'Imperatore (ibid., p. 552).

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28 settembre 2016 3 28 /09 /settembre /2016 05:00

La scintilla

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Gabriel Culioli

 

Maggio 68... Già vent'anni! Ah, li vedo, lo sento, quelli che, in nome di se stessi stanno per appropriarsi dei resti gloriosi del movimento: filosofi che non avevano visto nulla ma capito tutto, giornalisti che non avevano capito nulla ma visto tutto; poliziotti superati da un presente affrettato, scavarsi un passaggio nella Storia con il manganello sollevato in aria; e i qui presenti militanti, dimentichi del tempo e dei luoghi, installati ora nei salotti benestanti della società, che scrivono senza fine su una generazione che essi modellano, triturano, torturano per meglio farle sposare le forme scatologiche della loro ambizione e della loro buona coscienza...

In questo corteo funebre si troveranno, fianco a fianco per meglio abbracciare la sua spoglia, tutti quelli che sconvolgevano l'esaltazione di quel mese di maggio, il suo galloppo da cavallo pazzo, e quelli che si sfiatarono a volerlo seguire.

E infine, vi saranno quelli che amo, che conserveranno queste giornate di primavera soleggiate così come sono, senza cercare di accappararsi. Tutti quelli per cui esse resteranno il simbolo dell'assoluta libertà, uno spirito del tempo, un gusto di ciliegia, una macchia rossa su una realtà grigia... Tre lettere e due cifre, quasi una matricola e tuttavia un'apertura verso il cielo per un Icaro resuscitato...

Allora oggi, venti anni dopo, i capelli grigi e l'aspetto fiacco, mi sgolo ancora "Morte ai coglioni!" a tutti quelli che affermano, ma per il ricordo soltanto: "L'abbiamo tanto amata la rivoluzione". Evviva quelli che a piedi, a cavallo o in una (piccola) automobile, la faranno veramente la Rivoluzione. Merda ai gratta-sottigliezze che, in Francia e altrove non fanno incessantemente che annegare la fiamma della speranza lamentandosi che l'immaginazione deve abbracciare il ragionevole, che si devono uccidere i sogni che volano più in alto della realtà e far rendere l'anima all'utopia.

Di avvenire in avvenire, banda di ipocriti inamiditi nei vostri colletti duri tanto falsi quanto i vostri ricordi, la realtà raggiungerà il sogno e la si conquisterà, la Grande Sera [1]. L'alba, infine, cesserà di essere una tentazione. Anche il sole, compagni, si alza a calci in culo...

Ecco, ho scaricato la mia bile sugli inventori di generazione e i recuperatori di ogni genere. Strano preambolo per insegnarvi  come sono stato la miccia che ha scatenato l'esplosione di Maggio. Venni anni oramai, e sono il solo a conoscere la verità. Occupavo all'epoca una posizione allo stesso tempo mobile ed elevata... Ma vado troppo di fretta e brucio le tappe. Cominciamo dall'inizio e cioè dalla fine del movimento.

Il 21 giugno 1968 ebbe luogo una riunione di cui fui l'unico testimone, involontario è vero. Il futuro ministro dell'interno Marcellin aveva riunito molti informatori. Voleva sapere la verità sull'origine della rivolta, sulla scintilla che aveva incendiato la pianura, per dirla come i maoisti.

Chi non conosceva Marcellin si è perso molto. Fisicamente l'uomo era di una insignificanza rara, come molti di questi esseri dell'ombra di cui non ci si chiede a volte se non si facciano il bagno con l'impermeabile acrilico. Degli occhi semi nascosti da palpebre dagli ammortizzatori usati, una bocca molliccia prolongata da ina cicca sudicia, e soprattutto un'ossessione continua per il complotto comunista. Alla maniera delle bestie cornute, mugiva alla vista del rosso e caricava. La sua immensa ossessione del complotto ed il suo fascino per la cosa poliziesca erano bastati a rassicurare una borghesia vacillante sin nelle sue fondamenta per la rivolta di Maggio. Ma questo elemento mezzo Javert [2] fulminava: gli sfuggiva un elemento per capire la meccanica di Maggio, quell'elemento che avrebbe giustificato i suoi ditirambi collerici riguardanti il direttore d'orchestra.

Quel giorno, aveva riunito la cellula speciale che infiltrava i movimenti di estrema sinistra. I quattro ispettori coinvolti erano tutti presenti: Gardénal, che si occupava della Federazione degli Studenti Rivoluzionari [ ], tendenza "lambertista" [ ] della quarta Internazionale [ ]; Léon, dislocato presso la Gioventù Comunista Rivoluzionaria [ ], vicino alla quarta Internazionale; Schmidt, membro del Partito comunista; e Joseph incaricato della Unione delle Gioventù Comuniste marxiste-leniniste.

 

"Signori, cominciò Marcellin, dopo le mie informazioni, l'occupazione della Sorbona da parte delle forze dell'ordine è iniziata in seguito a un malinteso. L'ispettore Janvier, allora preposto al servizio di igiene della prefettura di Parigi, era stato inviato nel cortile della Sorbona, in civile. Aveva come misssione di sorvegliare il posto e di indicare se i luoghi potevano essere occupati senza incidente. Meno di dieci manifestanti e saremmo entrati, più di dieci e avremmo bloccato le uscite allo scopo di parlamentare con essi. L'ispettore doveva agitare due volte il suo fazzoletto rosso se l'operazione era realizzabile e non fare nulla se gli estremisti erano più numerosi.

"Alle ore quindici, l'ispettore agitò due volte il suo fazzoletto, poi l'agitò come un forsennato. Ritenendo che il segnale fosse chiaro, il commandante dei CRS ordinò un assalto massiccio e immediato della facoltà, e i nostri uomini si incontrarono faccia a faccia con più di cento individui armati di mazze da picconi.

"Quando gli fu chiesto di spiegare il suo gesto insensato, Janvier raccontòche un volatile aveva defecato sui suoi abiti e che aveva perciò preso il suo fazzoletto per asciugarsi. Comprendendo troppo tardi il suo errore, aveva allora cercato di porvi rimedio, attizzando così ancor più l'incendio che aveva appena acceso. Fu ovviamente retrocesso di grado. Ritrovammo le sue tracce durante la notte del 27 maggio, su una barricata. Pretendeva di trovarsi là per sgraffignare delle informazioni. Sperava di poter così riabilitarsi. Parlò di complotto, di caso, di destino crudele. Da parte mia, credo che quest'uomo fu uno dei personaggi determinanti del vasto complotto internazionale che ha provocato Maggio 68. Una pedina forse, ma che svolse il ruolo di detonatore. In effetti, come credere al caso, quando comonicia una rivoluzione mentre il presidente della Repubblica e il Primo ministro si trovano all'estero? Io accuso il comunismo internazionale e la sua strategia internazionale, accuso il SDS  [3] tedesco e la Tricontinentale [4] di averci attirato nel vespaio della Sorbona...

"Se vi ho riunito oggi, è per conoscere la vostra opinione, a voi che siete stati immersi in questo bagno putrido di lebbra e di caos, a voi ai quali rendo omaggio per il vostro senso dell'abnegazione e del sacrificio. Chi vuole la parola?".

 

Marcellin si raddrizzò e accese il suo vecchio mozzicone giallastro. Percorse il gruppetto e designò con il mento il poliziotto infiltrato presso i "lambertisti".

- Gardénal, cosa si racconta tra i vostri grandi dormitori?

Lo sbirro si grattò il cavallo dei calzoni con ostentazione. Indossava una giacca di cuoio nero e sotto nulla. Dei ciuffi di peluria sgorgavano dal collo. Spostò la sua gomma da masticare dall'altro lato della mandibola e tagliò viuolentemente l'aria con la sua mano sinistra sino a giustapporla alla sua mano destra:

- Io, signore, quel che credo, è che tutto questo è una gran cazzata. Si deve guardare piuttosto la verità in faccia. La giovinezza, voleva la rivolta. Voleva battersi. Avremmo potuto organizzare una manifestazione davanti al Palais Bourbon. E' ciò che chiedevano la FER e i gruppi Révolte: centomila giovani davantio il Parlamento. Invece di questo, i "pablisti" della Gioventù comunista rivoluzionaria hanno preferito diluire il movimento in uno sperpero piccolo borghese... E' per questo che i dirigenti della FER hanno preso le loro responsabilità e hanno domandato ai giovani di non partecipare alla notte delle barricate...".

Marcellin scosse la testa:

- Se ho ben capito, non è colpa vostra? Ne terremo conto più tardi. Ma Janvier?".

Gardénal spostò virilmente il suo congelatore genetico respirando rumorosamente:
- L'ispettore Janvier? Una cosa insignificante nella giostra della Storia. Non conosco. Andate piuttosto a vedere dalla parte dei "pabs" della JCR.

- Indicate il vostro collega, Léon, disse Marcellin. Léon, cosa dite? Ma soprattutto, cercate di parlare chiaramente, come tutti. A volte ho l'impressione di essere caduto in un agguato teso dagli estremisti. I vostri accenti e le vostre espressioni mi fanno venire i brividi alla schiena...

Léon, ispettore di seconda classe. Ventidue anni. Capelli lunghi alla Che Guevara... Voce alta e chiara...

- L'ispettore cardénal ha l'onestà di riconoscere che l'organizzazione da lui infiltrata non c'entra affatto con gli avvenimenti. Avrebbe potuto comunque evitare di andare a dormire, quella sera del 9 maggio. Avrebbe saputo molte cose rimanendo per la strada. Per quanto ne so, la JCR ha partecipato a fondo al movimento. Ognuno di voi conosce Bensaid, Krivine e compagnia. Ci hanno creduto fermamente. Ma da qui a considerarli come dei padrini... Credete veramente, signore, che basti schiacciare un bottone per fare scendere tutta la gioventù per la strada? Credete veramente che sia possibile scatevare lo sciopero generale attraverso la sola magia della manipolazione?..."

- Ma Janvier? Lo interruppe Marcellin.

- Sconosciuto al battaglione, rispose Léon. Mai sentito parlare. E anche ammettendo che l'ispettore sia stato la creazione di un vasto complotto, l'attore principale degli avvenimenti, fu per noi, la polizia!

- Non ho chiesto la vostra opinione, ma quella dell'organizzazione in cui siete infiltrato per conto dello Stato.

Léon sbuffò con irritazione:

- Lo so, signore, lo so. Mi atterrò dunque alla stretta relazione dei fatti. Il 3 maggio, avebndo saputo che gli studenti della Sorbona erano tra le nostre mani, dei liceali membri della JCR risalgono il boulevard Saint-Michel gridando "Liberate i nostri compagni!". Sono venti all'inizio, poi altri li raggiungono. Alla Sorbona, il servizio d'ordine studentesco è armato di manganelli, per difendersi contro il gruppo fascista Occident diretto dai signori Madelin, Longuet e Robert. Quando i nostri carri vogliono lasciare la Sorbona con gli studenti arrestati, è troppo tardi. La piazza è neradi folla. I veicoli sono attaccati e i nostri uomini reagiscono maldestramente. Sprangano con la durezza e la mancanza di discernimento appresi in Algeria. Il giorno seguente, tranne l'UNEF e la JCR, le organizzazioni politiche condannano l'azione degli studenti arrestati e sprangati. La solidarietà si organizza ovunque. E poi viene la notte delle barricate, dove tutto viene rovesciato... Di fronte all'ampiezza della repressione, i partiti e i sindacati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Le Grand Soir.

http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/mots_0243-6450_1989_num_19_1_1467

[2] Javert è un personaggio del romanzo di Victor Hugo "I Miserabili" e nemico del protagonista Jean Valjean e che si suiciderà quando capirà che quest'ultimo è un uomo buono.

 

[3] SDS

 

[4] Tricontinentale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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26 febbraio 2012 7 26 /02 /febbraio /2012 06:00

Dopo il superbo e terribile racconto centrato sugli avvenimenti del maggio 68 parigino di Thierry Jonquet, I ragazzi del 16..., proponiamo un racconto improntato ad un fine umorismo linguistico quasi intraducibile ma che non per questo non merita di esserlo.

 

 

Omaggio allo sbirro ignoto

 

di Maj Käffer

 

Sin dalla seconda manganellata, si era messo a parlare, parlare, parlare. Non c'era modo di fermarlo. È indubbiamente per questo che ho continuato a colpire. Non avevo davanti a me uno di quegli arrabbiati, uno di quegli sporchi studenti pieni di soldi, ma un povero tipo come me che si guadagnava il pane sgobbando.

la_lutte_continue-copia-1.jpg

Riuscì lo stesso a dirmi come era giunto a schiaffare delle iscrizioni sui muri. Era stupido da far piangere. Lavorava in una piccola tipografia e il 25 aprile aveva annaffiato la sua prima paga con degli amici. Troppo annaffiato senz'altro, perché si era risvegliato il giorno dopo sotto un portico in un quartiere sconosiuto. Aveva alzato gli occhi sulla lastra del nome della via, fissata relativamente bassa, frugando nel contempo lle sue tasche alla ricerca di una sigaretta. Lesse con sorpresa: RUE DIEU [1] e la sua mano si chiuse, non su delle cicche, ma su un pennarello. Macchinalmente, estrasse il coso dalla sua tasca e, a grandi lettere, scrisse sotto la lastra È MORTO.

la_lutte_continue.jpg

Alcuni giorni dopo, nel quartiere latino, aveva visto le numerose affissioni sui muri, le pensiline e i basamenti delle statue. Provò anche lui il bisogno di lasciare dei messaggi all'intera città. Lavorava coscienziosamente durante la giornata, ma giunta la sera, partiva per il quartiere Latino dove dava libero sfogo alla sua mania. Mi confessò di non aver mai lanciato sanpietrini e nemmeno di aver avuto voglia di farlo.

Eravamo al 13 di maggio del 1968, era quasi mezzanotte e lo avevo colpito davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, era ricaduto e il suo slogan, incompiuto, aveva assunto un senso ironico: NI DIEU , NI MAI... [2].

ni-dieu-ni-maitre.jpg

Furioso davanti a questo pietoso, quest'altro me stesso, per poco non lo uccidevo. Mi ero fermato in tempo vedendo brillare un lampo di odio nel suo sguardo. La sua bocca insanguinata mormorò: "Ci rivedremo da qui a vent'anni e...". Perse conoscenza e fuggii gettando via il manganello.

Siamo al 13 maggio del 1988, è quasi mezzanotte e sto per colpirlo davanti al 22 di rue Gay-Lussac. Il suo braccio, rotto di netto, ricade e il suo slogan rimane incompiuto...

Ma gira su se stesso. Riconosco il suo volto e il suo sguardo carico di odio. Di già, la sua mano, armata di un solido coltello, mi lacera le budella. La mia vista si annebbia; ho appena il tempo di leggere il suo graffito: CE N'EST QU'UN DEBUT; CON... [3].

ce_n-est_qu-un_debut.jpg

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

Titolo originale: "Hommage au flic inconnu".

 

NOTE

[1] La strada ha ricevuto nel 1867 al tempo della sua creazione il nome del generale Dieu (Dio), morto per le conseguenze delle sue ferite ricevute alla battaglia di Solferino del 1859. "Dio è morto", famoso aforisma contenuto nella celebre opera di Nietzsche La gaia scienza e che si ritrova anche in Così parlò Zarathustra.

[2] Ni dieu ni maître, il celebre slogan anarchico né Dio né padroni. Nel racconto il suo troncamento suona come: né Dio né maggio (mai).

[3] Forse il più celebre slogan del maggio parigino: Ce n'est qu'un début, continuons le combat [Non è che un inizio, continuiamo la lotta]. Nel racconto il troncamento di questo slogan dà come significato: Non è che un inizio, coglione...

 

Nota autobiografica dell'autore tratta dal libro:


Questo giovane (molto giovane) autore è nato il 13 maggio 19.. durante uno spostamento forzato dei suoi genitori. Atavismo obbliga, lo si vedrà in molti paesi intorno al mondo dove eserciterà alcuni mestieri, tra i quali venditore di cassette pornografiche, animatore radio, critica di film, guida turistica... I suoi studi sono caotici. Ma la scrittura lo afferra da sempre (si dice che ha saputo scivere prima di saper leggere...) e ha accumulato un numero impressionante di manoscritti tra cui un notevole Whittington, Discepolo di Stirner, ahimè sparito durante un ciclone e un eccellente Cheney, Il Puritano nero, ahimè distrutto in un incendio. Lo si sospettò un tempo di essere lo scrittore fantasma di Rika Zaraï, il che è naturalmente falso.

Il 13 maggio 1958, alzò le spalle.

Il 13 maggio 1968, era molto occupato a scrivere... sui muri.

Il 13 maggio 1988: dov'è? In capanna o ricercato dalla polizia?

 

LINK a un racconto del genere:

Thierry Jonquet, I ragazzi del 16...

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26 gennaio 2011 3 26 /01 /gennaio /2011 11:45
Un superbo racconto del 1988, tratto da un'opera collettanea in occasione del ventennale del maggio '68, da cui prossimamente tradurremo anche altri racconti interessanti come questo che presentiamo. Una storia molto amara e che a distanza di altri venti anni dal fatidico evento si rivela macabramente profetico. L'autore, vincitore di numerosi premi per la sua produzione narrativa poliziesca, definita in Francia noir, un genere di derivazione dall'americana hard boiled school, che in lui, come in molti autori francesi si manifesta in genere intriso di un graffiante sarcasmo verso la realtà sociale ed istituzionale che tendono a contestare in modo  nemmeno troppo velato. Jonquet, è morto il 9 agosto 2009. Il racconto, come il lettore avrà modo di accorgersi ad un certo punto del suo dipanamento, presenta un'ambientazione geografica molto strana, anche se quella temporale non scherza affatto, anzi, è proprio da quest'ultima che scaturisce, come il lettore avrà modo di vedere, tutta la sua carica drammatica.

 

 

I ragazzi del 16...
 


A Vergeat

jonquet-cubetto.jpg
di Thierry Jonquet

47.gifEra disteso sulla schiena ed il suo respiro- rauco, incerto, così debole che si vedeva appena la nuvoletta di umidità uscire dalle sue labbra- sollevava il petto ad intervalli irregolari. A tratti, la macchina si imballava e tossiva violentemente, senza tuttavia aprire gli occhi. Le sue vecchie mani macchiate di chiazze nerastre graffiavano allora la coperta prima di ricadere, inerti, lungo il corpo.

Stava morendo. Lo aveva annunciato agli altri, la vigilia. Era uno di quei giorni di gennaio, scuro e piatto, in cui i ragazzi si sentivano di umore scontroso ed evitavano di parlare, come se il silenzio permettesse di scacciare l'arrivo della notte.

-Compagni, aveva detto, domani, vi lascio...

Lo avevano guardato, sorpresi, prima di alzare le spalle. Gianni, François, Dietrich, Jimmy, Abdel, Vladimir, Sven ed anche i due inseparabili, Farouk e Juan, nessuno tra loro aveva prestato attenzione alle sue parole. Parlava così tanto, il Vecchio.

68retour_moutons.gifIl Vecchio: tutti avevano dimenticato il suo nome. Anche lui. A volte diceva di chiamarsi Daniel a volte Henri o Alain; non aveva alcuna importanza. E questa sera era lì, allungato in mezzo a loro, in agonia.

Gianni si dava da fare in cucina. Ne uscì con una caffettiera fumante. Distribuì delle tazze, spazzò via allo scopo il disordine che ingombrata il tavolo. Juan e Faruk avevano gli occhi incollati sulla scacchiera e spostarono il gioco con mille precauzioni; un alfiere nero cadde al suolo.  Allora,
si accese una discussione animata: Juan giurava che occupava F6 prima dell'incidente, mentre Faruk affermava che era in F4... Sven li riprese indicando loro il Vecchio che giaceva sul suo letto. Sven godeva di una grande autorità. Faruk arrossì, sconcertato, un po' vergognoso, ed abbandonò la partita.

68, 13mai1968Faruk voleva molto bene al Vecchio: conosceva un sacco di cose di cui nessuno qui aveva mai sentito parlare e provava un grande piacere a raccontare quando tutti erano riuniti la sera. L'inverno, si restava in casa, ma l'estate, quando il sole tardava a scomparire sotto la linea dell'orizzonte, i tipi del 12  e del 15 venivano a volte anche quelli del 27, con i quali, tuttavia, c'erano un mucchio di problemi...

Faruk prese il suo violino e suonò una di quelle vecchie melodie zigane che il Vecchio amava tanto. Sven cantò. La sua voce gutturale sovrastava sgraziatamente la melodia nostalgica. Gli occhi chiusi, calmo, il Vecchio sorrise.

- Me ne vado, ragazzi, sussurrò.

- Dici stupidaggini! borbottò Dietrich. Ci seppellirai tutti!

68lut continu Il Vecchio sorrise e girò la testa verso Gianni.

- Canta, disse, canta, Gianni, la canzone che ti ho insegnato...

Gianni posò la sua tazza e, aggrottando la fronte, si ricordò le parole che il Vecchio canticchiava spesso. Delle parole di cui nessuno avrebbe potuto precisare il senso.

68aff presseAvanti popolo, alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa...

-Così, Gianni, balbettò il Vecchio, così, piccolo, continua!

Bandiera rossa deve trionfar
Bandiera rossa deve trionfar...*


-E tu, François, canta anche tu! chiese il Vecchio, sollevandosi. Juan piegò un cuscino e lo mise dietro le spalle del vegliardo affinché stesse più comodo.

François si raschiò la gola ed intonò La Pelle du Gros Mine Terne**, di cui non aveva mai saputo ricordare che una sola strofa. Il Vecchio gli aveva ripetuto le parole, sino a martellargli il cranio, ma tutto ciò non significava nulla: cos'era questa storia di un obeso dall'aspetto pallido? Il "Grosso" soprannominato "Aria pallida"? Cosa faceva con la sua "Pala"? François cantò.

68aff capitalA Londres, à Paris, Budapest et Berlin,
Prenez le pouvoir, bataillons ouvrier,
Prenez votre revanche, bataillons ouvrier! ***

François cantava senza convinzione. Allondrappariggibuddappestateabberlino prendettil poterebbattaglionopperai!

I ragazzi del 16 non ci capivano niente, nemmeno Vladimir, che eppure aveva molto vagabondato. Indubbiamente, si trattava di prendere qualcosa, ma cosa potevano mai significare quelle formule lambiccate,
londrappariggibuddapestateabberlino? ilpoterebbattaglionopperai?

Un linguaggio incomprensibile da donnicciola, degli abracadabra da veggente, ecco cos'erano, le canzoni del Vecchio, sosteneva Abdel, il più giovane della banda, un giovinastro che non aveva paura di niente! Abdel non voleva bene al Vecchio. Non glielo si rimproverava, era così tanto difficile.

68-intox 050-Non ci capisci niente, Eh, Abdel? sghignazzò il Vecchio.

-No, ammise Abdel e la tua magia, mi innervosisce!

-Ma non è magia, protestò il Vecchio, si cantava questo, un tempo, per le strade, tutti insieme. Londra! Parigi! Budapest! Berlino!  Ah, sarebbe lungo da spiegare...

Vi fu un momento di silenzio. Gli occhi del vecchio brillavano di una luce strana: quella stessa che tutti avevano visto quando recitava le sue storie, alla vigilia.

Vladimir aveva una tenerezza particolare per la storia di Lanarchico - era il nome dell'eroe, nessuno conosceva il suo cognome - incontrava una studentessa una sera di primavera, e malgrado una nebbia magica che faceva piangere, Lanarchico e la sua bella si amavano tra le rovine di una città immaginaria. Faruk preferiva la storia di Sonacotra, il cattivo principe che tormentava i suoi sudditi e li rinchiudeva dentro gabbie insalubri...

68 nonburaucrC'era anche la meravigliosa avventura di Ma-ô, l'uomo giallo che incendiava la pianura con una sola scintilla. E quella di Leon, cacciato dal suo regno da un orribile despota, e che conservava un cuore puro malgrado tante atrocità... Il Vecchio non si stancava mai di raccontare. Aveva tante storie nella testa...

Erano là, i ragazzi del 16, tutti intorno a colui che stava morendo.

-Sono l'ultimo, diceva spesso.

-L'ultimo di cosa? chiedevano alcuni.

-L'ultimo del mese di Maggio... rispondeva. Sono morti tutti: è passato tanto tempo! Avevo venti anni... Ne ho centododici...

68-.jpgLo ascoltavano, inteneriti, senza cercare di lacerare il mistero delle sue parole. A volte, proferiva delle massime assurde. Quando giungeva la primavera, quando, da lontano, i ciliegi si ricoprivano di rami rosa, gridava a squarciagola: Vivere senza tempi morti, godere senza impedimenti, ho-ho-ho-chi-minh, che-che-guevara, ci-erree-esse-esse-esse! Cose senza capo e coda, degli sproloqui da nonnetto!

-È stregoneria, vi dico, brontolava Abdel, il Vecchio ci attirerà delle gran rogne!

68--sii-giovane.jpgErano tutti abituati a tali eccentricità. Gli accadeva a volte di incidere con il coltello alcune delle sue formule cabalistiche su una tavola raccolta per strada. Il Vecchio sapeva scrivere... era l'unico. Sopra il suo letto troneggiava una lastra di quercia sulla quale aveva lavorato molte ore. Juan vi si avvicinava spesso e palpava il legno secco con i polpastrelli delle dita; Juan sognava di imparare a tracciare delle parole, anche lui, malgrado le spiegazioni del Vecchio, vi era mai riuscito.

-È VIETATO VIETARE, articolava a fatica il Vecchio, staccando le sillabe per meglio farsi capire. Juan guardava, attento: il tracciato del legno, delle curve, incrostato nelle nervature della lastra di quercia, congegnato secondo un principio occulto, restava indecifrabile. No, Juan non capiva...

68--ritmi-forsennati.jpgIl Vecchio rabbrividì nella sua cuccetta. Dietrich, Vladimir e Sven si avvicinarono. Il Vecchio rantolava.
-Datemelo...
Dietrich si chinò e, frugando sotto il letto, afferrò presto un pacchetto avvolto in tela incatramata. Sciolse lo spago e liberò il contenuto: un cubetto di granito grigio che il Vecchio afferrò con pugno fermo. 
-È uno di quelli veri, ragazzi! affermò con la sua voce tremante. Un cubetto di Maggio!

68--moutons.jpgTutti lo guardavano con pietà: trascinava la pietra come una reliquia da così tanto tempo. Quando la loro piccola comunità si installava in nuove aree, il Vecchio non faceva altro che cercare di nascondere il suo cubetto dagli sguardi indiscreti. Aveva spesso spiegato ai suoi compagni che si trattava di un'arma e che la sua vita, secondo lui, il Vecchio, somigliava a quella pietra: una pietra che non sarebbe mai servita a costruire un palazzo, una chiesa, una prigione... ma una pietra che si poteva lanciare contro i propri nemici!

68--la-bellezza.jpg-Como tu, piedra pequeña come tu... salmodiava il Vecchio e Juan aveva allora male alla testa. Nella sua memoria mutilata brillava un sole fatale e le parole che pronunciava il Vecchio svegliavano in lui dei sogni incerti; Juan si lasciava cullare dall'eco di una lingua dimenticata e tuttavia così vicina.
Alle due del mattino, il Vecchio si spense stringendo il cubetto di porfido sul cuore. Sven applicò uno speccio vicino alla bocca del vegliardo per verificare che non respirava più.
-Inch Allah... mormorò Abdel, senza sapere da dove proveniva questa formula.
Dietrich sollevò la coperta sul viso del morto, e tutti andarono a dormire. Era tardi.
Il giorno seguente, alle sei, le urla delle guardie risuonarono nella baracca 16. Gli stivali chiodati colpirono con gioia il culo dei ritardatari: Abdel si prese un cazzotto in un occhio ed uscì nel freddo zoppicando.

68--ingranaggi.jpgJuan, Abdel, Sven e Dietrich e gli altri - il 16 al gran completo, tranne il Vecchio! - si tenevano ora sull'attenti, sulla grande piazza dell'appello. Uno spesso manto di neve ricopriva il suolo. La giornata cominciava male: i ragazzi del 27 erano arrivati primi, per arraffare un supplemento di zuppa, come sempre...
-Non ce n'è, brontolò François, un giorno o l'altro, bisognerà spaccargli il muso per insegnar loro a vivere!
Quando l'altoparlante troneggiante sulla torretta sbraitò i suoi ordini, si incamminarono, il piccone in spalla, la maschera a gas sollevata sopra il naso.
Sven si volse e, nel grande viale del Campo, vide la squadra sanitaria sollevare il cadavere del Vecchio su una carretta trainata da due Robot-Scavatori...
jonquet-lager.jpg


Thierry Jonquet
[Traduzione di Ario Libert]


NOTA autobiografica tratta dall'antologia citata sull'autore del racconto: 

jonquet.jpgSono nato il 9 gennaio 1954 a Parigi. 1,65m, 75 kg (dunque qualcuno di troppo). Ho incontrato i trotskisti - questi spaccacapelli in quattro! - nell'autunno del 1968. Non li ho più lasciati da allora, ma diserto molto spesso le riunioni. Ho avuto un percorso professionale caotico, cioè incoerente. Oggi, sono scrittore, sceneggiatore all'occasione. Passioni? Elsa, mia figlia, Solange, sua madre.  Ed anche le acque blu dove ballano i pesci-luna. Titoli (tra i tanti): La  Bête et la  Belle; Mygalle; Du passé faissons table rase, Mémoire en cage, Comedia.

 
*In italiano nel testo.

** L'appel du Comintern, cioè l'Appello del Comintern, la grafia riportata nel racconto si tradurrebbe come: La Pala del Grosso volto pallido.

*** A Londra, a Parigi, Budapest e Berlino,/ Prendete il potere, battaglioni operai,/ Prendete la vostra rivincita, battaglioni operai!
 
LINK all'inno presente in You Tube: L'Appel du Comintern

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  • : La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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