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6 giugno 2010 7 06 /06 /giugno /2010 19:28

Un argomento piuttosto raro nella rete, quello della storia dell'anarchismo in un paese così peculiare com'è appunto il Giappone. Una storia simile a quella dell'Occidente nei suoi tratti generali ma che non manca di caratteristiche che sono unicamente sue, come l'autore di questo lungo saggio, Philippe Pelletier, ha saputo mirabilmente evidenziare e narrare esemplarmente. Ne presentiamo qui la prima di due parti, sperando che il materiale iconografico, di non facile reperibilità, sia abbastanza consono allo spirito dell'ottimo lavoro.

[A. L.]

 

 

Hokusai.jpgNel 1920, un degno professore dell'Università di Tôkyô, di nome Morito, fu incarcerato per un anno ed interdetto a vita all'insegnamento per aver pubblicato uno studio su... Kropotkin [A]. Il giappone dell'era Taishô, imperialmente democratico, sapeva come regolare i conti con coloro che, senza essere anarchici, manifestavano semplicemente, come il professor Morito, della curiosità intellettuale per le loro idee. In quanto agli anarchici stessi, essi rischiavano addirittura la propria pelle, come Ôsugi Sakae e Itô Noe, la sua compagna, assassinati il 23 settembre 1923. 

Hokusai-fuji.pngAl di là della sua vita avventurosa e della sua tragica fine, Ôsugi Sakae è una figura fondamentale dell'anarchismo giapponese sconosciuto alle nostre latitudini. È per questo che ci è sembrato opportuno pubblicare questo studio che Jacques Pelletier gli dedica e di cui una prima versione, più breve, è apparsa nel numero 28 della rivista Ebisu-Etudes japonaises (primavera-estate 2002, con il titolo Ôsugi Sakae, una quintessenza dell'anarchismo in Giappone [B].

hokusai1.jpgLa versione lunga e riveduta, che qui offriamo, seguita da una preziosa bibliografia su Ôsugi Sakae, il socialismo e l'anarchismo giapponese prima del 1945, meritava di essere accolta. Essa conferma, ad ogni modo, la considerazione in cui teniamo, in generale, i lavori di Philippe Pelletier su un argomento che è probabilmente, come lo prova il testo presente, uno dei rari a padroneggiare.

Attraverso alcune recenti pubblicazioni apparse in Giappone, la figura di Ôsugi Sakae sembra essere oggetto di una riscoperta. Vi si potrà vedere, a scelta, sia una manifestazione strettamente nipponica di questa curiosa passione postmoderna e mondializzata per il revival light sia, come suggerisce arditamente Philippe Pelletier, un segno che questa parola libertaria di rottura sarebbe oramai "intelligibile" in un Giappone in cui comincerebbero ad allentarsi i legami di servitù con un sistema "in via di affondamento".

Sia quel che sia, non resta non di meno il fatto che il percorso molto singolare di Ôsugi Sakae- dall'individualismo all'anarco-sindacalismo- meriti di essere conosciuto. Che Philippe Pelletier sia dunque ringraziato e che i lettori si preparino per questo viaggio di lunga durata verso questa Terra Incognita dell'anarchismo giapponese. C'è da scommettere che, come noi, essi avranno molto da apprendere.

[A] L’aneddoto è riportato da Victor García in Museihushugi. Breve storia del movimento anarchico giapponese, Firenze, 1976.

[B] Studio pubblicato nel quadro di un ricco dossier tematico Anarchisme et mouvements libertaires au début du XXe siècle, [Anarchismo e movimenti libertari all'inizio del XX secolo], a cui collaborano anche Komatsu Ryûgi, Christine Lévy, Gilles Bieux e Jean-Jacques Tschudin.

 

  A contretemps.  

  

  Ôsugi Sakae (1885-1923). Un anarchico giapponese

 

Osugi-Sakae-e-sua-moglie-Hori-Yasuko.jpg

 
di Philippe Pelletier
  
  "Vi sono piante che inarridscono non appena fioriscono. Devono comunque fiorire per ampliare la loro vita".

Lettera inviata da Ôsugi Sakae a Ishikawa Sanshirô, Zenshû, vol. 14.

 

Associare l’anarchismo ed il Giappone costituisce a priori un doppio paradosso. Da una parte, l'anarchismo è probabilmente il più disprezzato, il più sconosciuto se non il più calunniato dei movimenti politici sia nella sua filosofia sia nella sua azione pratica. Qualche formula scioccante ed alcuni episodi scandalistici non sono in genere ricordati che a prezzo dell'oblio delle sue realizzazioni più positive, come la creazione delle Borse del lavoro in Francia, le conquiste dell'anarco-sindacalismo, le scuole libere di Francisco Ferrer o di Sébastien Faure, l'epopea della Makhnovishina (1917-1921) o l'insurrezione di Kronstadt (1921) nella Russia rivoluzionaria, le esperienze autogestionarie della Spagna del 1936.

Supporre, d'altra parte, che questo movimento articolato su un'esigenza esacerbata di libertà individuale possa svilupparsi in un paese come il Giappone, reputato per essere socio-culturalmente lontano dall'individualismo, sembra irrealistico.

Per superare questo paradosso apparente, sembra allo stesso tempo pratico e pertinente collegarsi al percorso di un anarchico giapponese abbastanza emblematico e rappresentativo, che permetta, innanzitutto, di affrontare la complessità di questa problematica. Il personaggio che si impone è Ôsugi Sakae (1885-1923). Ma perché lui e non un altro?

 

BUONE E CATTIVE RAGIONI DI UN ESEMPIO

 

Kôtoku ShûsuiCon Kôtoku Shûsui (1871-1911), uno degli eminenti fondatori del socialismo giapponese evolutosi dalla socialdemocrazia all'anarchismo, Ôsugi Sakae è probabilmente il più conosciuto degli anarchici giapponesi stessi e questo per due motivi [1].

Ito NoeIl primo riguarda la sua relazione amorosa concomitante con tre donne per un breve periodo della sua vita (1916), episodio che si concluse con un dramma spettacolare e diventato famoso, una delle sue amanti tentò di pugnalarlo [2]. Il secondo è legato alla sua tragica morte. Il 15 settembre 1923, la Kempeitai,la gendarmeria, lo assassina, insieme alla sua compagna Itô Noe (1895-1923), scrittrice e militante anarchica ed il loro nipote di sette anni, Tachibana Munekazu. I tre furono strangolati dopo essere stati severamente battuti. Per riprendere l'affermazione del saggista Komatsu Ryûji, che deplora che l'anarchismo giapponese sia soprattutto conosciuto per i suoi "affari" o i suoi "incidenti" (jiken), ciò non equivale a evidenziare ancora se non gli aspetti cupi dell'epopea anarchica [3]?

È vero che questi "affari" furono numerosi:

"Affare delle bandiere rosse" (akahata jiken, 1908);

Kanno-Sugako--1881-1911-.jpg"Affare di alto tradimento" (taigyaku jiken, 1911)- che vide l'esecuzione di Kôtoku Shûsui, di Kanno Sugako (1881-1911) e di dieci altri militanti anarchici o socialisti-;

"Affare Pak Yôl-Kaneko Fumiko » (Boku Retsu-Kaneko Fumiko jiken, 1923-1926);

"Affare della Società della ghigliottina" (Girochin-sha jiken, 1924-1926, dal nome di questo gruppo di militanti desiderosi di vendicare la morte dei loro amici Ôsugi Sakae e Itô Noe) [4];

"Affare del Partito anarco-comunista" (Musei-fukyôsantô jiken, proibizione e repressione di questo partito nel 1934-35, in parallelo con un regolamento di conti interno e mortale);

o ancora "Affare delle Gioventù rurali" (Nôsonseinen-sha jiken, repressione di un'insurrezione anarco-rurale nelle montagne di Chikuma nel 1935)...

La-Matsushima--1895.jpgMa Komatsu precisa che questa successione di avvenimenti drammatici permette soprattutto di capire il contesto storico, difficile, nel quale evolveva l'anarchismo prima del 1945. Perché quest'ultimo è caratterizzato da incessanti provocazioni poliziesche inquadrate da due leggi successive: la "legge di polizia sulla sicurezza pubblica" (Chian keisatsu hô) del 1900 e la "legge sul mantenimento dell'ordine" (Chian iji hô) del 1925. Questa seconda legge, che inasprì la prima, non è che il bastone unito alla carota tesa lo stesso anno, e cioè una legge elettorale che accorda il diritto di voto a tutti gli uomini di più di venticinque anni.

Amakasu-Masahiko--1923.jpgLa repressione è particolarmente feroce per le tendenze comuniste ed anarchiche. Tutti i nuovi partiti troppo radicali sono presto vietati, i giornali regolarmente censurati, sospesi o condannati, le riunioni pubbliche o i congressi quasi sistematicamente interrotti dalla polizia. Tra il 1925 ed il 1945, più di 75.000 persone sono arrestate e processate per infrazione alla legge sul mantenimento dell'ordine, I militanti sono imprigionati, spesso torturati, maltrattati in prigione in cui a volte muoiono. Le forze poliziesche beneficiano di un clima favorevole che le spingono a trascendere il quadro legale della loro missione. Così, per giustificare il suo crimine, Amakasu Masahiko, il capitano che comandò la spedizione punitiva contro la famiglia Ôsugi e che strangolò Sakae con le sue mani, dichiarò di aver agito "al servizio del suo paese" (kokka ni kôken suru) [5]. Senso di totale impunità, dunque, confermata da questa affermazione di un tenente dell'esercito: "Fui sorpreso nel vedere che Amakasu comparisse davanti la corte militare [per il suo crimine]. A quest'epoca, avevamo tutti l'impressione che potevamo ricevere una promozione se avessimo ucciso qualche socialista..." [6].

Esecuzione-12-anarchici--24-gennaio-1911.jpgIl percorso politico e personale di Ôsugi riassume l'evoluzione che conosce il Giappone alla fine del Meiji. Il paese passa, in mezzo secolo, da una società rurale, quasi feudale, spesso arcaica, ad una società sempre più industrializzata, cittadina, moderna. L'episodio della democrazia Taishô- che lo storico Andrew Gordon preferisce qualificare come "democrazia imperiale"- sembra apportare una boccata di ossigeno socio-politico. Ma gli succede ben presto  un tennô-militarismo fascistizzante, con la sua coorte di intellettuali stipendiati, degli "andiamo alla guerra", di bestie gallonate e le sue squadre di militari esaltati, di mafiosi, crapule fasciste come Kodama Yos-hio (1911-1984) o Sasakawa Ryô’ichi (1899-1995). Periodo plumbeo, sanguinario, bombardato e finalmente atomizzato dalla Guerra dei quindici anni (Jûgonen-sensô).

Esisterebbe un'altra ragione- indiretta quest'ultima- attestante la dimensione maggiore di Ôsugi Sakae nell'anarchismo giapponese: la sua sparizione avrebbe in qualche modo annunciato il declino del movimento al quale dedicò un'attività militante straripante. Contrassegnata dalla sua collaborazione a molte riviste, l'esuberanza di energia teorica e pratica che egli incarnò contribuì certamente ad un allargamento della rete degli individui che si impegnarono  nel movimento. Ôsugi, ad esempio, svolse un ruolo determinante nella creazione di un'organizzazione unica raggruppante tutte le tendenze socialiste, la Lega socialista del Giappone (Nihonshakaishugi dômei), fondata il 10 dicembre 1920, qui contò un migliaio di aderenti e fu dissolta il 28 maggio 1921. Contribuì alla radicalizzazione del sindacalismo operaio nato con la Società fraterna (Yûaikai), fondata nel 1912, e che, nel 1918, si trasformò nella Federazione del lavoro del Giappone (Nihon rôdô sôdômei, abbreviata in Sôdômei), raggruppante allora 30.000 membri.

Ishikawa SanshiroNegli anni che seguirono la morte di Ôsugi, l'anarchismo, compreso quello nella sua versione più specificamente anarco-sindacalista, progredì ancora. Riscaldato dall'ondata di repressione che accompagnò i tentativi di vendetta dell'assassinio di Ôsugi-Noe, e tirando il bilancio dello stallo politico dove si trovavano confinati, gli anarchici affinarono la loro strategia. Esclusi, nel 1922, dalla Sôdômei attraverso l'alleanza (provvisoria) dei socialdemocratici e del bolscevichi, essi fondarono, nel 1926, un sindacato di ispirazione libertaria- l'Unione generale libera dei sindacati operai (Zenkoku rôdô kumiai jiyû rengôkai, abreviato in Zenjiren o anche in Jiren) - che radunò, durante il suo congresso fondatore, 400 delegati e 25 sindacati totalizzando 8400 membri, numero che progredì sino a raggiungere i 15.000 membri nel 1927 [7]. Senza essere, propriamente parlando, un'organizzazione di massa, l'Unione generale libera dei sindacati operai superava lo stretto quadro di un semplice gruppuscolo. Sosteneva, in ogni caso, il confronto con i 12.500 aderenti del Consiglio dei sindacati operai del Giappone (Nihon rôdô kumiai hyôgikai), l'organizzazione sindacale creata e controllata dai bolscevichi, che nel frattempo si erano fatti escludere dalla Sôdômei, nel 1925 [8].

Kotoku-Denjiro.jpgSe, anche dopo l'assassinio, nel 1923, di Ôsugi Sakae et d’Itô Noe, una presenza anarco-sindacalista ed anarchica si afferma all'interno del movimento operaio, non di meno Ôsugi rappresenta una figura, un personaggio dell'anarchismo. Parafrasando il titolo di un celebre libro, Quintessenza del socialismo (Shakaishugi shinzui, 1903) del suo introduttore all'anarchismo, Kôtoku Shûsui, allora in una fase, marxisteggiante, si può dire che Ôsugi riassume, in effetti, in sé una quintessenza dell'anarchismo in Giappone. Una tra le altre nel mondo, arricchendo la diversità e la molteplicità degli approcci libertari. È probabile anche, se si deve credere al rialzo della sua popolarità nell'attuale Giappone, che Ôsugi sia in grado di interessare molti giapponesi d'oggi. Ne sono testimoni, ad esempio, la pubblicazione di molte opere recenti su Ôsugi come l'appassionato interesse che gli dedica un giornalista ricercatore, Kamata Satoshi, che gli ha dedicato un libro. È probabilmente perché è moderno che Ôsugi attira. In un contesto di soffocante globalizzazione mercantile e di indifferenza dei punti di riferimento ideologici, le sue opzioni politiche- critica del capitalismo liberale, ma anche critica del totalitarismo comunista-bolscevico- suonano giusto. oltre a questa dimensione, non c'è dubbio, tuttavia, che la traiettoria personale di Ôsugi, fatta d'impegno e di vitalità, affascina, così come la sua fine drammatica, quella morte che chiuse un percorso ricco, tumultuoso e difficile ma vivo riflesso di un secolo che congiunse progresso e barbarie [9].

 

IMPORTAZIONE O SPONTANEITÀ DELL’ANARCHISMO IN GIAPPONE? 

 

Osugi--A-photograph-of-the-Heimin-sha--Commoners--Society-.jpgPer la sua aspirazione alla libertà ed all'emancipazione individuale e collettiva, l'anarchismo si rivolge agli "amanti appassionati della cultura di se stessi" (Fernand Pelloutier) e riposa su un principio universalista ed una finalità universale [10]: il suo progetto societario è valevole in ogni tempo ed in ogni luogo. Detto ciò, spazi e storie non sono omogenei. Di fatto, la formulazione teorica e pratica dell'anarchismo sorge in un contesto ben particolare che caratterizza innanzitutto i paesi industrializzati dell'Europa occidentale: il sorgere del capitalismo industriale e la creazione del proletariato (nel senso ampio del termine, cioè i lavoratori manuali o intellettuali che non dispongono dei mezzi di produzione, di scambio o di riproduzione). Se aggiungo un altro aspetto: un processo già ben avanzato di laicizzazione e di secolarizzazione  della società, condizione quasi prerequisito per ogni espansione del "né Dio, né padrone" anarchico [10].

Osugi--Common_Peoples_Newspaper.jpgDetto altrimenti, se esiste in ogni società antiche premesse teoriche dell'anarchismo (Spartaco, La Boétie, forse Spinoza per quel che riguarda l'Europa), bisogna aspettare il XIX secolo per assitere alla sua elaborazione, la sua affermazione teorica e pratica (Godwin, Proudhon, Bakunin, la Prima Internazionale...). Da questo punto di vista, l'anarchismo si pone bene nel quadro generale del socialismo. Non è un caso se le sue formulazione più spinte ad un momento ed in un luogo dato corrispondono alla situazione storico-geografica particolare, esacerbata, di un paese particolare: l'Inghilterra industriale e liberale per Godwin, la Francia post rivoluzionaria e giacobina per Proudhon, il Biennio rosso e gli inizi del fascismo per gli anarchici italiani come Errico Malatesta, Luigi Fabbri o Camillo Berneri.

Il Giappone della prima metà del XX secolo si ritrova in questa configurazione? Si può ampiamente rispondere in modo affermativo. Ôsugi ha, da poco ad ogni modo, una sintesi originale in un momento in cui la società giapponese esce dal fermento dell'era Meiji prima di cadere sotto il giogo tennô-militarista. Tutte le tendenze socialiste giapponesi hanno cercato di dare un senso appropriato al loro ideale e di non essere in bilico con la loro epoca. Non hanno mancato di apportare la loro riflessione sull'evoluzione storica del Giappone e sulle possibilità di instaurazione del socialismo in questo paese [11].

Kotoku_shusui.jpgSu quest'ultimo punto, le analisi marxiste ed anarchiche divergono fondamentalmente, ricordiamolo. La prima si iscrive in uno schema storico meccanicistico, quasi determinista, non lasciando che molto poco posto alla libertà; è consegnata alle sue proprie contraddizioni generali perché sono dei paesi ancora molto rurali e molto feudali, come la Russia del 1917 o la Cina del 1949, che sono stati acquisiti al comunismo statale e non i paesi industrializzati al movimento socialista potente come la Germania o la Francia. La seconda non crede ad un movimento prestabilito della storia e non è, malgrado quanto lasciamo percepire alcuni prismi rousseauiani erronei, né ottimista né pessimista; valuta che l'umanità è capace di progresso così come di regresso, così come l'ha formulato il geografo anarchico Elisée Reclus (1830-1905) sulla scia del filosofo Giambattista Vico.

Questa concezione anarchica dà priorità all'azione diretta e volontaria, il che non implica che essa sia irragionevole, come l'hanno considerata i suoi avversari politici all'interno del movimento socialista. In Giappone, ad esempio, Sakai Toshihiko (1871-1933), Arahata Kanson (1887-1981) o Tazoe Tetsuji (1875-1908) hanno opposto alla pretesa impazienza anarchica l'efficacia, incarnata, secondo essi, dal parlamentarismo. Questa strategia gradualista e ragionevole" non ha tuttavia impedito ad un numero significativo dei suoi sostenitori di rinunciare puramente e semplicemente al socialismo, una volta aspirati dalla spirale politica [12]. Su questo punto, Ôsugi Sakae si è mostrato profetico, per lo meno lucido, quando rivolgeva queste parole molto dure agli intellettuali erettisi in avanguardia (Akamatsu, Abe, Suzuki, Kagawa...): "Quanti ne rimarranno ad essere degni di fiducia? (...). Tra questi esperti in erbe, rimangono ancora oggi dei socialisti, anche molti. Ma quando il temporale scoppierà ed il fulmine cadrà, questi uccelli non fuggiranno su di un albero o sotto un tetto, e quanti saranno? Nemmeno uno. Si potrebbe evidentemente utilizzarne qualcuno sino a quel momento. Ma questa gente, che ha una decente preveggenza, utilizzeranno gli operai piuttosto che essere essi stessi utilizzato. Mica matti!" [13].

Il movimento anarchico non fu esso stesso al riparo da certe derive, essenzialmente terroristiche. Spesso ispirate al nichilismo russo- la cui vicinanza psicologica e socio-politica è tanto più evidente che, come quest'ultimo, esse si sono verificate in una società rurale in via di modernizzazione in cui il tennô è assimilabile allo zar,- queste derive terroristiche sono state denunciate al suo interno. Una trentina d'anni dopo l'esperienza francese, che aveva visto gli anarchici impegnarsi nel movimento sindacale dopo il breve periodo degli attentati (1892-1894), il movimento giapponese conobbe una strada simile. Dopo l'"affare dell'alto tradimento" (1910-1911) e "dell'era d'inverno" (fuyu no jidai, 1910-1914), i suoi passi lo condussero da un populismo più o meno nichilistico all'anarco-sindacalismo. Questa svolta deve molto a Ôsugi Sakae, anche se le circostanze della sua morte rilanciarono, per un certo periodo, le idee di vendetta sociale.

 

VITALISMO E MONADOLOGIA IN ÔSUGI

Oishi-Seinosuke.jpgAl di là delle tappe del suo sviluppo industriale e della sua modernizzazione, il Giappone poneva all'anarchismo delle questioni specifiche in quanto all'evoluzione del sistema dei valori e all'adeguamento dei suoi principi ad una società malgrado tutto originale in rapporto alla culla europea dell'anarchismo. Ôsawa Masamichi, uno degli esegeti giapponesi di Ôsugi Sakae, evoca a questo proposito il dibattito che, nel 1907- anno che vide in Giappone la scissione tra la tendenza "parlamentarista" e quella che spingeva all'"azione diretta" (chokusetsu kôdô), - oppose due personaggi importanti: Tazoe Tetsuji, sostenitore della prima, e Ôishi Seinosuke [14], sostenitore della seconda [15].

kropotkin grTazoe insisteva sulla necessità di "creare un movimento spontaneo della nazione giapponese", relativamente indipendente dai grandi principi tracciati in Europa. Per lui, questa "spontaneità" giapponese doveva adottare il gradualismo parlamentare, il quale diventava teoricamente giustificato e praticamente indispensabile. Al contrario, Ôishi ricordava che i dirigenti giapponesi seguivano il modello dei loro omologhi occidentali (Bismarck, Rockfeller), e che il Giappone era ormai integrato nella corsa del mondo, il che induceva che il socialismo giapponese non doveva singolarizzarsi, ma applicare i principi enunciati da Bakunin e Kropotkin.

Per Ôsawa Masamichi, è Ôsugi che ha meglio ripreso questa problematica, approfondendola. Egli sottolinea a questo proposito il riorientamento che conobbe il pensiero di Ôsugi  durante la sua seconda prigionia a Chiba, per due anni, dal 1908 al 1910, per via della sua implicazione nell'"affare delle bandiere rosse" (17 maggio 1908). Come segnalerà egli stesso in seguito, Ôsugi si è allora messo a riflettere su se stesso e sul suo impegno. A ventitré anni, Ôsugi è ancora giovane, ma ha già vissuto molto. Sballottato dai frequenti spostamenti della sua famiglia, conobbe un'adolescenza ed una giovinezza turbolenti. Suo padre, militare e simpatizzante della Kokuryûkai, era un personaggio molto autoritario e un po' limitato, ma piuttosto insignificante e senza un grande ruolo nell'ambiente familiare. Nel 1902, quando Ôsugi ha circa diciotto anni, la morte precoce della madre temuta ed adorata lo colpì molto [17].

Molto presto, il giovane è attratto dalla compagnia femminile e dalle risse. È, infatti, un sentimentale che attribuisce molta importanza all'amore ed all'amicizia, tratto di carattere che non si smentirà e che gli varrà, come attesta la sua autobiografia, numerosi conoscenze e raramente anodine.

Bakunin.gifDestinato ad una carriera militare, che egli interruppe non senza coraggio, Ôsugi si trasferì a Tokyo, dove intraprese gli studi superiori. Scoprì il cristianesimo (1902), poi l'abbandonò rapidamente per interessarsi all'anarchismo (1903), grazie a Heimin-sha ed a Kôtoku. Nel settembre del 1906, sposò Hori Yasuko. Nella prigione di Chiba, Ôsugi soffre la fama ed il freddo, ma dispone di libri, ed è ciò l'essenziale. Passando lunghe ore a studiare, decide allora di andare oltre un assorbimento un po' rapido delle sue prime letture anarchiche- Kropotkin soprattutto che aveva cominciato a leggere durante la sua prima prigionia, a Sugamo, nel 1907. Si propone di approfondire le sue acquisizioni, tentando di ripensare ciò che deve esserlo. Per lui, la base indispensabile di ogni conoscenza poggia sulle scienze naturali, l'antropologia, poi la storia, discipline che impegnate a studiare la concatenazione logica tra i fatti. Egli scrive: "Più leggo e più penso, credo che la natura è qualche parte logica e la logica è completamente inscritta nella natura. Devo ammirare la natura poiché questa logica deve essere in modo simile inscritta nella società umana, che è stata sviluppata attraverso la natura" [18].

Secondo, Daniel Colson, l'idea di "natura" copre, nella filosofia anarchica, una "nozione tradizionale e corrente (...) designante la totalità di ciò che è" [19]. Non si tratta dunque della materia inerte, della semplice fisica o anche dell'ambiente, ma della "vita" nel senso di "movimento". È la stessa cosa per Bakunin: "[...] Poiché mi vedo costretto ad impiegare spesso la parola Natura, credo dover dire qui ciò che intendo con questa parola. Potrei dire che la Natura, è la somma di tutte le cose realmente esistenti. Ma ciò mi darebbe un'idea completamente morta di questa Natura, che si presenta a noi al contrario come movimento e vita [...], la combinazione universale, naturale, necessaria e reale, ma affatto predeterminata, né preconcetta, né prevista, di questa infinità di azioni e di reazioni particolari che tutte le cose realmente esistenti esercitano incessantemente le une sulla altre" [20].

Osugi--01.jpgDopo la sua prigionia a Chiba, Ôsugi Sakae redigerà diversi testi su questo tema della "vita" (sei), inseparabile, secondo lui, dall'io, dalla libertà e dall'azione. All'inizio c'è l'azione"  (Hajime ni koî ga ari), scriverà anche un po' più tardi citando la frase che Romain Rolland riprende dal Faust [21]. Esporrà l'essenziale delle sue concezioni in L'espansione della vita (Sei no kakujû), del luglio 1913. Vi si legge: "La vita può essere capita in un senso ampio ed in un senso stretto. Io, la prendo nel suo senso più stretto, come il principio della vita dell'individuo. L'essenza di questa vita non è altra cosa che l'io. E finalmente, l'io è un tipo di energia (chikara no isshu) che obbedisce alle regole dell'energia nella dinamica dell'energia. L'energia deve apparire non appena c'è movimento, azione (dôsa), perché esistenza di energia e movimento sono sinonimi: Di conseguenza, l'attività dell'energia (chikara no katsudô) è una cosa che non si può evitare. L'azione stessa è interamente nell'energia. L'azione è l'aspetto unico dell'energia. La logica necessaria della nostra vita ci ordina dunque di agire. E di svilupparci. Ciò non significa nient'altro che l'estensione nello spazio di ciò che esiste. Ma lo sviluppo della vita deve apportare anche la pienezza della vita. La pienezza giunge inoltre inevitabilmente con lo sviluppo. Di conseguenza, pienezza e sviluppo devono essere una sola e stessa cosa.  L'espansione della vita diventa dunque il dovere della nostra unica vita. Colui che soddisfa gli implacabili bisogni della sua vita è quello che agisce effettivamente di più. La logica necessaria della vita ci ordina di scartare, di distruggere tutte le cose che ostacolano l'estensione della vita. E quando giriamo la schiena a quest'ordine, la nostra vita, il nostro io, stagna si corrompe, si distrugge" [22].

Le difficoltà sopraggiungono negli urti reciproci delle vite di ognuno. Si produce allora, secondo Ôsugi, una polarizzazione della società tra oppressori ed oppressi, tra padroni e schiavi. L'umanità sembra rassegnarsi, accontentandosi di cambiare padroni. Ma la rivolta contro questo stato di cose- che, in definitiva, ostacola l'estensione di ogni vita- è portata da una minoranza. I soprassalti della storia non devono più condurre a cambiare padroni, ma all'emancipazione di tutti e di ognuno.

Coeurderoy--disegno-di-Albin.jpgÈ in questo senso che Ôsugi afferma: "Ora che la realtà del dominio ha raggiunto il suo punto più alto, l'armonia non è la bellezza. La bellezza è nel caos. L'armonia è una menzogna. Il vero è nel caos. Non possiamo ora raggiungere l'espansione della vita che attraverso la rivolta. Non è che attraverso la rivolta che possiamo creare una nuova vita, una nuova società" (Zenshû, II, p. 34). Spesso citata a proposito di Ôsugi, questa frase- "La bellezza è nel caos"- non deve essere mal interpretata. Perché, come dice Daniel Colson, "nell'utilizzazione moderna e libertaria della parola, il caos cessa di rinviare ad un'origine temporale, superata da un avvenire lineare ed orientato dal tempo. Costituisce al contario il sostrato sempre presente di tutti i possibili di cui il reale è portatore [...]. Come molti testi libertari permettono di mostrare, da Cœurderoy a Bakunin, passando per Proudhon, l'anarchia o il caos a cui si richiama l'anarchismo non è affatto sinonimo di arbitrario, quell'arbitrario che serve da fondamento illusorio a tutte le utopia, ma al contrario di necessità, una necessità sola fondatrice della libertà anarchica nella misura stessa in cui essa esprime tutta la potenza di ciò che è" [23]. Ciò che, così come lo segnala ancora Daniel Colson, ricorda un Nietzsche che spiega come il "carattere dell'insieme del mondo è da tutta l'eternità quello del caos, in ragione non dell'assenza di necessità, ma dell'assenza d'ordine" [24].

Proudhon--di-Courbet--1853.jpgAltrimenti detto, Ôsugi attinge nel negativo dell'attuale umanità ciò che può essere il positivo della società. Società ed umanità sono vita, movimento, "dinamica" (dinamikku), per prendere un termine che sarà utilizzato da Ishikawa Sanshirô (1876-1956), uno degli anarchici giapponesi che proseguira la riflessione filosofica là dove l'aveva lasciata Ôsugi Sakae. Questa dialettica di non-risoluzione delle antinomie attraverso la sintesi si oppone risolutamente alla dialettica hegeliano-marxista in tre tempi. Ricorda quella di Proudhon- che Ôsugi non ha tuttavia letto, almeno quando  ha redatto L'Espansione della vita.

Tsuji-Jun--Traduzione-di-L-unico-di-Max-Stirner.jpgIn Il Sistema delle contraddizioni economiche del 1846, quest'opera tanto criticata da Marx, Proudhon scrive anche che "l'uomo è lavoratore, cioè creatore e poeta", poiché "produce dal suo profondo, vive della sua sostanza". Durante lo stesso passaggio, Proudhon suggerisce di tornare alla monadologia di Leibniz, a condizione che quest'ultima sia liberata dall'ipoteca divina. Quest'approccio, ripreso da Gabriel Tarde alla fine del XIX secolo, poi da Gilles Deleuze o Gilbert Simondon alla fine del XX secolo, pone in primo piano l'esistenza degli esseri individuali singolari, irriducibili ad ogni determinazione esterna: le monadi, capaci di aprirsi le une alle altre, dall'interno, di compenetrarsi reciprocamente e di selezionare, tra l'infinità dei mondi possibili, quello che conviene alla loro piena realizzazione.

La monadologia non ha nulla a vedere con la giustificazione dell'individualismo contemporaneo, che non è in realtà che un egoismo assoluto. Ôsugi Sakae strizza l'occhio a Max Stirner, figura dell'individualismo anarchico ed autore di L'Unico e la sua proprietà (1844), riprendendo il suo termine Unico (yu’itsu), ma se ne differenzia nella sua implicazione socialista. Egli fonda la sua procedura sull'individuo, in sinergia con "l'aria dei tempi" in Giappone che vede per esempio l'esordio del watakushi-shôsetsu* in letteratura, ma in una prospettiva sociale e collettiva, ciò che egli chiama "l'individualismo moderno" (kindai kojinshugi). Da qui la sua critica agli stirneriani giapponesi come Tsuji Jun (1884-1944) [25].

 

 [Traduzione di Ario Libert]  

 

Note

[1] Su Kôtoku Shûsui, vedere la bibliografia in lingua occidentale [Notehelfer (1971), Crump (1983) et Pelletier (1985)].

[2] Si tratta di Kamichika Ichiko (1888-1981), figlia di un medico erborista. Scrittrice e giornalista, raggiunge il movimento femminista Seitôsha nel 1912 ed aderisce al socialismo. Imprigionata per due anni in seguito a questo fallito tentativo di assassinio- che la storia ricorda con il nome di "affare di Hayama" o "della casa del tè di Hikage"-, Kamichika Ichiko esercitò la funzione di deputato socialista dal 1953 al 1969 e prenderà parte attiva alla legge contro la prostituzione del 1954. Sposa legittima di Ôsugi dal 1906, Hori Yasuko divorzia da quest'ultimo poco dopo il dramma. Itô Noe diventa allora la terza compagna di Ôsugi. Gli darà cinque figli (quattro femmine ed un maschio- Mako, Sachiko, Ema, Ruizu, Nesutoru - di cui due morti a tenera età). Kamichika Ichiko, che, benché poco prolissa sul soggetto nelle sue memorie del 1972, si mostra molto amareggiata di fronte a Ôsugi, non assité alla cerimonia funebre che riunì tutti gli intimi di Ôsugi alla fine del 1923. In compenso, Hori Yasuko, la sua prima moglie, vi pronunciò l'elogio di suo marito, effettuando al contempo una messa a punto della loro relazione.

[3] Komatsu Ryûji (1997).

[4] La rabbia degli anarchici sarà aggravata dal fatto che il capitano di gendarmeria responsabile dell'unità che commise l'assassinio, Amakasu Masahiko (1891-1945), non scontò che tre dei dieci anni di prigione ai quali fu condannato per il suo crimine. Liberato, si farà "onore" sul fronte della Manciuria, soprattutto durante l'Incidente della Manciuria del 1931, che iniziò la Guerra dei quindici anni.

[5] Kamata Satoshi (1997), p. 459.

[6] Testimonianza di Matsushita Yoshio, tenente dell'esercito attratto dal socialismo e che darà le dimissioni dalla sua funzione, ricordato da Yamakawa Kikue (1890-1980) nelle sue memorie (1956, p. 171).

[7] John Crump (1993), p. 78, sa Komatsu Ryûji (1972), p. 84.

[8] George Beckmann e Ôkubo Genji (1969); Stephen Large (1981).

[9] Una fine che lo stesso Ôsugi preconizzò. Dopo il colpo di pugnale di Kamichika Ichiko, ricordava spesso che era già stato seriamente ferito durante una rissa tra studenti durante la sua frequenza in una scuola di cadetti, e prediceva anche che giorno sarebbe venuto, in cui sarebbe stato ucciso da un poliziotto o un gendarme. Cfr. Thomas Stanley (1982), p. 107.

[10] "Proscritto dal Partito, perché non meno rivoluzionari di Vaillant o Guesde, anche risoluto sostenitore della soppressione della proprietà individuale, siamo inoltre ciò che essi non sono, dei rivoltosi da sempre, degli uomini senza dio, senza padroni e senza patria, i nemici irreducibili di ogni dispotismo morale o materiale, individuale o collettivo, cioè delle leggi e delle dittature- compresa quella del proletariato- e gli amanti appassionati della cutura di se stessi", Fernand Pelloutier, Lettre aux anarchistes, (dicembre 1899); cfr. Jacques Julliard, Fernand Pelloutier et les origines du syndicalisme d’action directe, Paris, Seuil, Points Histoire, 1985, 300 pp.

[11] Secolarizzazione che non fu che embrionale nei paesi islamici, il che spiega ampiamente il ritardo che vi prese l'anarchismo, ad eccezione parziale dell'Iran, del Libano e della Turchia.

[12] Per una presentazione in lingua occidentale dei dibattiti che agitarono i marxisti, possiamo rapportarci a Germaine Hoston, Marxism and the crisis of development in Prewar Japan, Princeton University Press, 1986, 406 pp.; The State, identity and the national question in China and Japan, Princeton University Press, 1994, 630 pp.; Le marxisme au Japon, Actuel Marx, 2, 1987, 218 pp.

[13] Se si mettono da parte i tenkô comunisti della metà degli anni trenta, alcuni di questi militanti sono passati anche dal socialismo al tennô-militarismo ed al nazional-socialismo.

[14] Iwayuru hyôronka ni taisuru bokura no waza. Hyôron no hyôron, [Il nostro atteggiamento di fronte a queste pretese critiche. Critica delle critiche[, Zenshû, VI, pp. 36-42, apparso in Rôdô undô, 1-3, gennaio 1920.

[15] Ôishi Seinosuke (1867-1911) è nato a Shingû (Wakayama-ken) da una famiglia di ricercatori. Medico, viaggiò molto (Oregon, Singapore, Bombay) e si interressò al socialismo a partire dal 1901. Frequentò la Heimin-sha, dove incontrò Kôtoku Shûsui. Scrisse numerosi articoli. Incriminato nell'"affare dell'alto tradimento" a seguito di false accuse, fu giustiziato.

 [16] Ôsawa Masamichi: Ôsugi Sakae et les problèmes posés par l’importation de l’anarchisme, [Ôsugi Sakae ed i problemi posti dall'importazione dell'anarchismo, presto verrà edito in Itinéraire].

[17] La morte di sua madre costituisce senz'altro uno dei passaggi salienti dell'autobiografia di Ôsugi, cfr. Byron K. Marshall, 1992.

[18] Ôsugi Sakae shokan-shû, Ôsugi Sakae kenkyû-kai, éd. Tôkyô, Kaien shobô, 1974, pp. 38-39.

[19] Alla voce Natura in Daniel Colson, Petit lexique philosophique de l’anarchisme de Proudhon à Deleuze, Le Livre de poche, Paris, 2001, 386 pp.

[20] Considérations philosophiques sur le fantôme divin, le monde réel et sur l’homme [Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e sull'uomo, [1870].

 [21] Rôdô undô to rôdô bungaku, []Movimento operaio e letteratura operaia], Shinchô, 10, 1921, Zenshû, V, pp. 59-77.

[22] Zenshû, II, pp. 30-34. Ôsugi utilizza qui il termine  katsudô che significa "attività". In giapponese, "militante" si traduce con katsudôka, oppure con "attivista". Si noterà la differenza con la semantica francese.

[23] Daniel Colson, op. cit, voce Caos.

[24] Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1881-87), § 109.

[25] Soprattutto in Kindai kojinshugi no shosô [Diversi aspetti dell'individualismo moderno], Zenshû, III, o in Yu’itsu-sha [Gli Egoisti], Zenshû III, articoli apparsi in Kindai Shisô en 1912.

* watakushi-shôsetsu, o shishōsetsu, è uno stile letterario giapponese in cui i romanzi sono narrati in prima persona ed incorporano elementi autobiografici, legato al filone letterario del naturalismo e sorto durante l'era Taishō (1912-1926), (N. d. T.). 

 

LINK al post originale:

Ôsugi Sakae (1885-1923)

 

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27 aprile 2010 2 27 /04 /aprile /2010 09:17

Fransisco_Ferrer_Guardia.jpg

 Francisco Ferrer y Guardia

di  Hem Day

(Discorso pronunciato all'università di Bruxelles)

   

 Ferrer-Camus.jpg


Francisco Ferrer credeva che nessuno fosse malvagio volontariamente e che tutto il male presente nel mondo provenisse dall'ignoranza. È per questo che gli ignoranti l'hanno assassinato e l'ignoranza criminale si perpetua ancora oggi attraverso nuove ed inclassificabili inquisizioni. Di fronte ad esse tuttavia, alcune vittime, tra cui Ferrer, saranno vive per sempre.

 Albert Camus 

 

Francisco-Ferrer-I-Guardia--1906.jpg

Il pensiero e l'opera di Francisco Ferrer si presentano sotto molteplici aspetti, tutti generosi per la loro nobile ambizione e la loro strana risonanza. Gli oratori che sino ad ora mi hanno preceduto su questa tribuna come tutti coloro che mi succederanno, vi hanno detto o vi diranno con quale fervore, stimavano l'uomo, il pensatore, il razionalista, l'educatore, il massone, il radicale di cui celebriamo il centenario della nascita (1859) ed il cinquantenario dell'assassinio (1909).

Queste date ricordano a tutti coloro il cui ricordo di Francisco Ferrer rimane ancora vivo, due anniversari che si stagliano negli annali del libero pensiero. Non è dunque per noi un buon pretesto in vista di celebrare la memoria di un uomo così grande?

Francisco Ferrer stesso ce lo illustra prima di morire quando desidera che i suoi amici parlino poco di lui, allo scopo di non creare idoli, perché considera quest'ultimi come "un grande male per l'avvenire umano". Che mi sia concesso in questo giorno memorabile di lodare questa modestia, allo scopo di ridire di fronte al mondo libero, l'odioso assassinio di cui fu vittima questo precursore.


 

Ferrer.jpg 

 Quest'insegnamento, lo voleva là, in un paese in cui l'educazione rudimentale anche, si urtava contro ogni possibilità del progresso ed allo sviluppo naturale dell'individuo. Che mi sia in più possibile in nome del libero esame, esaltare l'ideale di Francisco Ferrer e di magnificare allo stesso tempo il pensiero di colui che la Chiesa cattolica romana, associata allo Stato, non esitò ad imolare indegnamente.

Che non ci si indegni, in realtà nulla è cambiato ai nostri giorni, il pensiero è sempre perseguitato, la censura usa sempre le sue prerogative in nome di una morale falsificata o sorpassata e se non fosse il timore delle rivolte spontanee, molti individui, clan o partiti non esiterebbero a ricorrere ad autentiche procedure inquisitoriali per tentare di impedire la llibera espressione del pensiero.

Nel Frattempo, un po' ovunque, si assassina sempre, si condanna a pene infamanti, si imprigiona arbitrariamente, si martirizzano coloro che vogliono enunciare liberamente il proprio ideale. Bisogna dunque restare vigile e denunciare senza tregua né riposo i crimini che sono in perpetua gestazione all'ombra degli Stati e delle cattedrali.

Escuela_Moderna.jpgSappiamo dunque, scoprire gli scopi del suo ideale che ai nostri tempi è ancora lontano, molto lontano dall'essere realizzato, perché incompreso. Ferrer mi ha spesso ripetuto, diceva il suo amico Alfred Naquet durante una conferenza che aveva dato il 3 settembre 1909 che "il tempo non rispetta le opere all'edificazione delle quali non ha contribuito. Fondando delle scuole, credeva lavorare più utilmente alla trasformazione della società che erigendo delle barricate e senza ripudiare gli eroi che si fanno uccidere su di esse, preferiva perché la riteneva più feconda, l'opera che consiste nel fare degli uomini da preparare la rivoluzione nei cervelli". Egli mirava, aggiungeva Alfred Naquet, "più in alto di un semplice cambiamento politico".

Tutto ciò concorre ad affermare che il pensiero intimo che animava l'ideale di Francisco Ferrer per l'elaborazione della sua opera non può, sotto vani pretesti, essere ignorato o passato in silenzio. Mi piacerebbe dunque ricordarvi, l'uomo che fu quest'idealista che ne esprimeva ancora l'essenziale, poco tempo prima di essere fucilato. "Precisamente, la demenza di coloro che non comprendono l'anarchia, proviene dall'impotenza in cui essi versano nel concepire una società ragionevole". 

 

 Che ci si ricordi delle critiche fatte dall'uditore generale relative alla Scuola Moderna. Che ci si ricordi in quali termini tentava- lo stolto- di accusare Ferrer di dedicare tutte le sue energie e le attività della sua vita al trionfo della rivoluzione. "Questo propagandista anarchico non sognava infantilmente che alla rivoluzione sociale" aggiunse. Supera questa volta la finzione, l'accusava di essere il vero capo degli anarchici, nichilisti e libertari spagnoli.

Ferrer--giornale.jpg 

Queste accuse per certi aspetti, hanno un fondamento, erano formulate tuttavia con delle riserve mentali e unite con tanti pregiudizi, che è indispensabile di precisarne il carattere e con ciò cogliere, qua e là, alcuni scritti dove si afferma con una volontà l'ideale che non cessava di valorizzare. Anselmo Lorenzo, che ha conosciuto molto bene Ferrer e con cui ha collaborato al gruppo "la Huelga general" ha dimostrato in uno studio che ha dedicato al suo grande amico e collaboratore come Francisco Ferrer contribuì al movimento delle rivendicazioni operaie creando con lui e qualcun altro quel giornale periodico. 

 

Ferrer--1990--Barcellona--monumento-commemorativo.jpgNella società borghese in cui viviamo, che limita ogni nobile aspirazione, che supera ogni sentimento generoso e che si sviluppa in mezzo ad un antagonismo dissolvente di interessi, pretendente di giustificarsi attraverso la formula di coloritura scientifica: la lotta per l'esistenza, Ferrer fu un uomo veramente eccezionale. 

In Ferrer il pensiero e la parola, gli atti della sua vita e l'azione per le sue idee formavano un tutto indissolubile. Chi poteva rannuvolarsi per questa franchezza, chi poteva indignarsi? Coloro che erano incapaci di apprezzare la generosità che animava quest'essere profondamente anarchico, coloro che restavano incapaci di afferrare la grandezza dell'altruismo, che straripava da questo essere, pronto ad ogni sacrificio per realizzare i suoi sogni ideali che portava in sé.

Ferrer--The-New-York-Times--1909.jpgC'è una frase che mi piace molto citare: "Dio o lo Stato NO, lo sciopero generale Sì!" Ferrer esponeva in modo molto logico tutto il valore, tutta la forza creatrice o distruttrice dello sciopero generale in opposizione alle lotte elettorali e concludeva con un'apologia dell'azione diretta cosciente invitando gli anarchici a far comprendere queste verità a tutti coloro "che credevano alla panacea del voto come se fosse l'ostia che deve portarli al paradiso". Francisco Ferrer affermava anche che "l'emancipazione completa dei lavoratori non proverrà né dalla Chiesa né dallo Stato, ma dallo sciopero generale che distruggerà li distruggerà entrambi" (1901). 

È tornato molte volte alla carica e più particolarmente in un altro studio "L'eredità sociale" in cui ha ritratto il corteo infinito dei privilegi esclusivi per denunciare l'egoismo delle classi predatrici. Di questa spoliazione favorita da una abominevole serie di cedimenti Ferrer ci dice ciò che pensa e ne conclude: "Cosa aspettiamo dunque per farla finita con questa confusione sociale e mettere in pratica l'anarchia, l'unico e vero ordine sociale suscettibile di appianare tutte le difficoltà e di produrre l'armonia universale per l'accordo manuale" (Dicembre 1901).

Ferrer--Pascoli--1959.jpg

 

Ferrer fu dunque incontestabilmente anarchico nell'accezione più ampia e più alta ed è perché fu sovversivo che si attirò l'odio di tutti coloro che sfruttavano la credulità e l'ignoranza dei popoli. È qui che si precisa  per noi tutti, liberi pensatori, i veri motivi del suo assassinio che non è soltanto un crimine clericale, ma anche e soprattutto un crimine sociale. 

 L'ideale di Ferrer, non potete più ignorarlo, si è precisato a voi tutti, quest o ideale dovete ricordarvelo che è stato quello degli scrittori e pensatori come Proudhon, Godwin, Bakunin, Reclus, Kropotkin, Malatesta, Lorenzo, Rocker e tanti altri. 

 Egli fu anarchico come fu libero pensatore, massone, pedagogo, razionalista.

 

 

Hem Day

  

 

[Traduzione di Ario Libert]

  

 

 

  Francisco Ferrer e la Scuola moderna

  

Ferrer--tumulti-in-Spagna--il-13-ottobre-1909--dopo-l-esecu.jpg


 Non è nostro compito sviluppare ora la vita di Ferrer, la sua vita e la sua opera racchiudono nelle sue pagine una documentazione di alto valore con prove irrefutabili sulle accuse per le quali fu condannato e fucilato.

È dunque soltanto la sua opera La Scuola Moderna (i suoi principi, i suoi ingranaggi) troppo poco conosciuta e sconosciuta che preferiamo delineare e far conoscere affermando che Ferrer fu il vero realizzatore di un'istruzione  e di un'educazione della gioventù che rispondendo a tutti i suoi bisogni non poteva e non può ancora permettere ai suoi detrattori: i "mercanti di misteri" di negare l'alto valore dell'idea e della concezione della sua opera. Istruire divertendosi. Quanti bambini, obbligati a recarsi a scuola, non vedono in quest'obbligo che un lavoro obbligatorio (corvée), una servitù, una vera punizione!

Ferrer-Camus--Manifesto--1959.jpg
Eppure, tutta questa gioventù che si desta, che cerca di sbocciare, non potrebbe trovare nella scuola la gioia ed il piacere in un'istruzione corrispondente a questa breve insegna: "Istruirsi divertendosi!".

Rendendo l'istruzione attraente, non ci sarebbe affatto bisogno di mobilitare le autorità per dare la caccia a coloro che preferiscono evitarla piuttosto che la detenzione.

La cosa è fattibile: Ferrer l'ha creata!

Il suo metodo era semplice, ma meditato: circondandosi di istruttori che non erano professori ma uomini che capivano l'infanzia, furono per questi bambini degli amici, dei consiglieri, dei compagni. Questa libertà ben studiata non poteva che attrarre il bambino verso il suo istruttore, senza lasciare per questo posto ad un "lassismo triviale o irrispettoso". Canti e giochi sono sinonimi di gioia e salute ed hanno un grande posto in un metodo in cui il movimento è ben accetto e la parola un bisogno normale.

Ferrer--Le_Libertaire--1909.gif 

Cosa importa ad un ragazzo da 8 a 10 anni sapere che Pipino il breve visse dal 714 al 768 o che Nelson vinse a Trafalgar nel 1805! Che Luigi XV, pedofilo, amasse le minorenni ed Enrico II avesse dei cortigiani raffinati (mignons). Ma per contro, parlando di Gutenberg e della stampa, l'attrazione del nuovo, dello sconosciuto, condurranno il bambino senza difficoltà e senza fatica a desiderare da sé di conoscere il seguito e attraverso l'immagine, con l'aiuto del cinema), le visite e le spiegazioni necessarie fornite rimarranno impresse per sempre nella mente vergine, l'opera immensa della stampa da Gutenberg sino ai nostri giorni, dai caratteri in legno alle linotipie attuali, delle stampatrici di un tempo alle rotative di oggi.

  

Ferrer--Manifestazione-a-Parigi-dopo-l-esecuzione.jpg

Hem Day

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Francisco Ferrer Y Guardia

 

LINK ad un dossier su Ferrer:
DOSSIER Ferrer, da A Rivista Anarchica

 

LINK da Internet Archive su materiale contemporaneo agli eventi narrati:


Francisco Ferrer; A Tragedy in 5 acts, 1912, Julius Tittze

 

 

The Life, Trial, and Death of Francisco Ferrer, 1911, di William Archer

  

Fransisḳo Ferrer un di fraye ertsyhung fun der yugend, 1910, di Rudolf Rocker (in Yiddish)

 

The martyrdom of Ferrer: being a true account of his life and work, 1909, di Joseph McCabe

 

The origin and ideals of the Modern school, 1913, di Francisco Ferrer (traduzione di Joseph McCabe)

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16 aprile 2010 5 16 /04 /aprile /2010 06:17

"El quico" Sabate e los "Bandoleros"  

El-Quico.jpg

La guerriglia urbana libertaria in Spagna, 1945-1963  

di Daniel Pinós

 

Questa guerra europea che iniziò in Spagna non potrà terminare senza la Spagna

Albert Camus, 1944

  

45_maquis.jpgLa guerra civile spagnola non terminò il 1° aprile 1939. Vincitori e vinti erano almeno d'accordo su questo. Soltanto una propaganda ideologica intensa che si appoggiava su tutti i mezzi di comunicazione, cercando di mascherare la realtà, poteva imporre come un'evidenza una pace sociale che non esisteva affatto. Quando il regime franchista tappezzava le strade di manifesti proclamanti "25 anni di pace", non erano in realtà passati che pochi mesi dalla caduta  degli ultimi  gueriglieri che avevano iniziato la lotta contro il franchismo nel 1936.

Quico SabatéPartendo da qui, è possibile dire che la guerriglia, rurale o urbana, dal 1939, non ha mai smesso di esistere in Spagna. Ricordiamo a proposito le lotte dei gruppi armati della Confederazione nazionale e le azioni del "Grupo Primero de Mayo" negli anni sessanta. Così come le lotte del MIL e del GARI negli anni settanta.

La guerriglia non venne mai menzionata dai media dell'epoca.

Gli uomini che l'animavano erano definiti bandoleros", assassini, rapinatori e ben altri epiteti mascheranti la realtà delle loro azioni. Epiteti inventati  dai giornalisti che facevano parte dell'ingranaggio franchista. L'unica informazione diffusa allora era quella della cattura o della morte di un guerrigliero, spesso in circostanze misteriose (tentativo di evasione, resistenza, suicidio durante il suo arresto...). La storia della guerilla è difficile da ricostruire. La maggioranza dei suoi protagonisti sono morti. La maggior parte degli uomini che parteciparono alla lotta armata libertaria furono eliminati fisicamente, durante gli scontri con la polizia o furono giustiziati. Coloro che sopravvisssero sfuggono ancora alla curiosita degli storici. I due libri di Antonio Tellez dedicati alla guerilla urbana, a Sabaté e Facerias, i personaggi più importanti di questa storia, sono le sole storie orali su quest'epoca. Questi libri sono la testimonianza di un uomo che ha condiviso la vita dei guerriglieri e che fu loro amico. Da segnalare anche  una nuova biografia di Pilar Eyre, che ha il grande merito di aver raccolto narrazioni di prima mano, degli amici, dei sopravvissuti, dei membri della famiglia di Sabaté, ma anche dei suoi nemici.

CNT_UGT_1945-2.jpgBandoleros, maquis, resistenza, guerilleros, questi termini si confondono, sono rappresentativi di una parte della storia delle lotte radicali contro il potere franchista. Cronologicamente, bisogna distinguere diversi periodi: 

1939-1944

 Piccoli gruppi armati, isolati all'interno della penisola, nelle "sierras" (in Aragona, in Andalusia, in Catalogna e in Galizia soprattutto) continuano la lotta contro i fascisti.

 Settembre 1944

Alla fine della seconda guerra mondiale, un'invasione massiccia di guerilleros ha luogo nelle valli spagnole di Aran e di Roncal. Molti di loro hanno fatto parte della resistenza in Francia. L'operazione si risolve con una sconfitta, i sopravvissuti sono obbligati a fuggire attraverso la Spagna o rientrano in Francia, tra di loro vi sono numerosi feriti. Molti guerilleros furono catturati.

Primavera 1945

Sviluppo della resistenza interna segnalata in diverse province.

 1945-1946

 gardes-civils-ducret.jpgLa prima  informazione relativa a un'azione propriamente anarchica data al 6 agosto 1945. Quel giorno, sei individui armati attaccano una succursale del "Banco de Vizcaya" a Barcellona. È la prima di una serie di azioni attribuite agli anarchici. È durante questo periodo che molti militanti libertari furono arrestati. Jaime Parés, detto "Abisino" morì a quest'epoca, il corpo crivellato dalle pallottole della polizia. Fu uno dei primi compagni di Sabaté.

Nel 1946, quando la fine del fascismo e del nazismo in Europa permetteva di credere alla fine del suo alleato il franchismo, i gruppi anarchici riapparvero. Le loro azioni avevano una finalità chiaramente propagandistica, il loro obiettivo era di riorganizzare la CNT dall'interno, fornirle dei mezzi finanziari. Durante questo periodo, molti comitati nazionali o regionali della CNT si ricostituirono per essere dissolti nel giro di qualche mese. Molti membri di questi comitati furono imprigionati ed eliminati. Il gruppo capeggiato da Marcelino Massana conta al suo interno i fratelli Francisco detto "el Quico" e José Sabaté Facerias detto "Face" e Ramon Vila detto "Caraquemada". Questi gruppi agiscono sotto la sigla MLE e sporadicamente vengono diffusi dei volantini firmati FIJL.

1947-1952

CNTUGT_MLE1945.jpgDeclino della resistenza dovuto all'intensa repressione e all'abbandono della lotta armata da parte di importanti settori dell'opposizione spagnola, del PCE soprattutto.

1947-1950

È a partire dal maggio del 1947, che i gruppi anarchici sviluppano la loro attività più grande. Essi controllano le strade a breve distanza da Barcellona. Nel 1948, il gruppo di Faceria porta a termine due rapine e si impadronisce di alcune migliaia di pesetas in una fabbrica a Barcellona.

Durante questo periodo, Ramon Villa "Caraquemada" interviene nei dintorni di Barcellona, gli si attribuiscono in questo periodo un attacco a mano armata e il collocamento di esplosivi in una fabbrica di carburi e contro l'impianto ad alta tensione di Figols-Vic.

Nel 1949, riapparivano i gruppi di azione rurale, uno di essi è diretto da Massana. Si attribuiscono loro molti attacchi a mano armata. A Barcellona, i gruppi sono raggruppati in seno al MLR. In febbraio, luglio e ottobre, diverse azioni sono condotte da costoro contro le ferrovie catalane, contro fabbriche, trasportatori di valuta e gioiellerie.

Nel 1949, "el Quico" Sabaté agisce a Barcellona. In marzo, con suo fratello José e l'aragonese Wenceslao Gîmenez Orive, decidono l'eliminazione del sinistro commissario Eduardo Quintela, specializzato nella repressione degli anarchici, nemico mortale di Sabaté. L'azione ha luogo il 2 marzo, per un imprevisto, il colpo fallisce. Manuel Pinol e José Tella, delegati agli sport del "Fronte della gioventù", due noti fascisti vengono uccisi al posto del commissario.

Il 3 giugno del 1949, Francisco Denis "Català" moriva per aver assunto una capsula di cianuro, era stato arrestato a Gironela. La maggior parte dei gruppi erano ricorsi a lui per valicare i Pirenei, "Català" era il passatore dei delegati della CNT in esilio. Questo periodo costò al movimento libertario la sparizione di 29 dei suoi membri, 11 feriti e 57 arresti.

1950-1952

badiaVilato_Estudio.jpgDurante questo periodo, la guerriglia non conobbe che sconfitte. Essi successero agli scacchi conosciuti alla fine del 1949. Carlos Cuevas e Cecilio Galdos del comitato nazionale della FAI, morirono in scontri armati. Manuel Sabaté, il più giovane dei fratelli Sabaté venne fucilato nel campo della Bota.


1952-1955

Delle basi della resistenza armata, soprattuttto localizzate in Catalogna ed in Aragona si sviluppano, esse sono composte da anarchici che fecero parte inizialmente della CNT. In un primo tempo la guerriglia presentava un carattere unitario, ciò non impedì agli anarchici dal parteciparvi. Il secondo periodo è nettamente libertario, esso comincia quando la lotta armata è abbandonata dalla maggior parte delle organizzazioni politiche. In Catalogna, gli elementi più attivi di questi gruppi erano: Marcelino Massana, José Luis Facerias, José, Manuel e Francisco Sabaté, Ramon Vila. Qualche anno prima, in Aragona, gli animatori della guerriglia avevano per nome: Rufino Carrasco e "El Tuerto de Fuencarral". La maggior parte di questi uomini avevano combattuto durante la rivoluzione spagnola nelle milizie della CNT-FAI. 

Nel marzo del 1956, Sabaté stabilisce dei contatti con Facerias, essi formano un nuovo gruppo. Si attribuisce loro l'attacco del "Banco central" e la morte di un ispettore. Il 22 dicembre di quell'anno, il gruppo si impadronisce di molte migliaia di pesetas dagli uffici dell'impresa "Cubiertas y tejados". Dopo quest'azione, Sabaté ritorna in Francia dove resterà sino al 1959.

 

1955-1960

È durante la primavera del 1955 che Francisco Sabaté si decise ad agire di nuovo. Dopo un contatto con la CNT di Tolosa, fu escluso definitivamente dall'organizzazione confederale. La CNT era contro l'idea di creare dei gruppi armati sul territorio spagnolo. Davanti a questo rifiuto, "el Quico" fondò con qualche compagno i "Grupos anarco-sindicalitas" il cui organo era "El Combate".

Il 29 aprile, Sabaté è a Barcellona, entra in relazione con qualche compagno e semina nella città migliaia di esemplari di "El Combate" in occasione del 1° maggio.

Il 28 settembre, approfittando del soggiorno di Franco a Barcellona, Sabaté è nella città, affitta un vecchio taxi a tetto aperto e spiega all'autista che va a distribuire della propaganda favorevole al regime. Il volantino redatto in catalano e in castigliano contiene il seguente testo: Popolo antifascista. Sono già molti anni che sopporti Franco e i suoi sicari. Non basta criticare questo regime corrotto, di miserie e di terrore. Le parole sono parole. È necessaria l'azione. Abbasso la tirannia! Viva l'unione del popolo spagnolo! Movimento libertario di Spagna!

1953_BadiaVilato_SIA.jpg

È durante questo periodo che sarà ucciso José Luis Facerias, vittima di un'imboscata tesa dalla polizia nel quartiere barcellonese di Verdún, il 30 agosto 1957. L'annuncio della sua morte, nei giornali spagnoli comporta alcune curiosità: José Luis Facerias godeva di una molto triste fama, essa fu il frutto dei suoi numerosi crimini. Univa allo stesso tempo una straordinaria abilità e una mancanza assoluta di scrupoli che lo spingevano a degli estremi di una ferocia inimmaginabile che egli pretendeva di giustificare per la sua condizione di difensore di una causa politica di cui era il perfetto rappresentante.

Facerias morì all'età di 37 anni.


La fine di quest'epoca avrà luogo il 5 gennaio 1960 con l'ultima avventura del Quico. Sabaté riuscì a costituire un nuovo gruppo. Era formato da 
Antonio Miracle Guittard, 29 anni, Rogelio Madrigal Torres, 27 anni e Martin Ruiz Montoya, 20 anni. Senza alcun sostegno, essi adottano il nome di MURLE. L'ultimo a unirsi al gruppo sarà Francisco Conesa Alcaraz, 38 anni. I cinque decidono di recarsi in Spagna ad organizzare un nucleo di carattere politico-militare che deve diventare l'embrione di future unità armate.

Essi attraversano la frontiera il 30 dicembre. Quello stesso giorno, la guardia civile è allertata e si concentra nella zona di passaggio. Il 3 gennaio, il gruppo è localizzato in una fattoria nel sud di Girona. Accerchiati dalla guardia civile, il gruppo non ha che una scelta: lo scontro. Conesa è ucciso, Sabaté ferito a una gamba. Nel momento in cui tentano di fuggire grazie all'oscurità, Miracle, Madrigal e Martin sono uccisi. Sabaté, dopo aver ucciso il tenente della guardia civile, si dirige verso la triplice cerchia di guardie che circondano la fattoria, ventre a terra sussurra: Non sparate, sono il tenente e così riesce a dileguarsi nella notte.

60pris_franquist.jpgSabaté riesce a giungere sino alla ferrovia, vicino a Fornells. Sale sulla locomotiva di un treno e minaccia il macchimista e il meccanico con la sua arma e ordina loro di dirigersi verso Barcellona senza fermarsi a nessuna stazione. Arrivati a Empalme, Sabaté si impadronisce di una locomotiva elettrica, sempre in compagnia del macchinista e del meccanico. Nel frattempo la sua ferita si aggrava. Prima di arrivare a Sant Celoni, salta dal treno e raggiunge una fattoria vicina. È lì che sarà individuato dalla guardia civile. Una guardia municipale messa al corrente della cosa dalle guardie civili si trova sul luogo dello scontro. È questo ufficiale che ucciderà Sabaté con il concorso di un sergente della guardia civile. Sabaté era ferito al piede e alla coscia. Il giorno dopo, la stampa spagnola scriveva: Fine di un bandolero. Erano le otto e ventisei minuti. All'incrocio delle strade Mator e San Tecla a Sant Celoni, stringendo la sua mitraglietta Thompson, giaceva morto il tristemente celebre Francisco Sabaté Llopart.

 Senza saperlo, l'informatore ufficiale rese a Quico un ultimo omaggio trattandolo come un "bandolero". Il che vuol dire in Spagna "bandito di strada", ma anche in un senso più ampio: il campione degli oppressi.

Sabaté aveva 45 anni. "Caraquemada" restava il solo sopravissuto di questa generazione di guerriglieri. È nella sua terra di Berguedà che egli condusse la maggior parte delle sue azioni. Fu nel 1963, a quasi trent'anni, a Castellnou de Bages che egli trovò la morte in una pattuglia della guardia civile, Tentò in quel momento di porre un esplosivo contro un'installazione elettrica. 

La gueriglia urbana ed i suoi obiettivi

lager-franchista-per-prigionieri-politici.jpgLe azioni condotte dai gruppi armati erano di una temerarietà senza limiti. I gruppi sapevano che per il fatto che tutte le organizzazioni ufficiali avevano abbandonato la strategia armata rendeva più difficile il loro radicamento nel popolo, ma speravano di poter dimostrare a queste organizzazioni i loro errori. La loro attività di diffusione di testi anarco-sindacalisti rimase limitata alla Catalogna. La principale difficoltà per i gruppi d'azione fu la relazione precaria stabilita con i gruppi dell'interno della penisola.

I gruppi d'azione continuavano la guerra civile, per essi non era mai cessata. La maggioranza degli oppositori dell'interno, a partire dal 1953, considerava che la lotta contro il franchismo doveva svilupparsi con i mezzi di una partecipazione la più ampia possibile della popolazione. È da notare che fu a partire del momento in cui gli Stati Uniti stabilirono delle relazioni diplomatiche con la Spagna che queste posizioni si manifestarono nell'opposizione anti-franchista.  

sia_prison-call.jpg68marseil_DegfrancSal.jpgIl principale nemico della lotta armata fu quindi la guardia civile. Il numero di guardie utilizzate per farla finita con i guerriglieri fu impressionante. Infiltrandosi negli ambienti dell'esilio, le guardie potevano informare sulla partenza dei gruppi verso la Spagna. La collaborazione della polizia francese fu egualmente molto importante. Se inizialmente, il governo francese lasciò i gruppi di guerriglieri organizzarsi sul territorio francese, indubbiamente per via della loro partecipazione attiva alla resistenza contro il nazismo, l'inizio della guerra fredda trasformò le relazioni diplomatiche tra la Francia e la Spagna. La collaborazione tra la polizia francese e spagnola si sviluppò, l'informazione riguardante il passaggio dei gruppi d'azione attraverso i Pirenei era trasmessa dalla polizia francese ai loro omologhi spagnoli.

La guardia civile, per lottare più efficacemente contro i guerriglieri, creò dei corpi anti-guerriglia. I corpi della guardia civica realizzarono diverse azioni che screditarono la guerriglia, ciò creò nella popolazione un clima di insicurezza che provocò l'isolamento dei guerriglieri anarchici. Le zone di passaggio, le uscite da Barcellona furono sempre più sorvegliate, delle pattuglie formate da numerosi uomini armati formarono intorno a Barcellona un cerchio di repressione che non permetteva più ai guerriglieri di raggiungere le loro basi, lo spostamento di materiale e ricevere rinforzi in uomini. I guerriglieri ebbero anche dei nemici importanti nella persona dei volontari, della polizia nazionale, delle guardie municipali, dei falangisti e delle loro organizzazioni.

Eppure la guerriglia tenne in scacco per moltissimo tempo le forze governative. La precarietà dei loro mezzi che li obbligava a praticare delle espropriazioni, il fatto di non poter contare sulla loro organizzazione, la CNT dell'esilio per la quale essi lottarono da ben prima del 1936, li resero vulnerabili.

caricat_franco1950.jpg

Numerose azioni condotte dai gruppi d'azione rimarranno probabilmente sconosciute per sempre, ma ciò che è certo è che il regime di terrore imposto da Franco aveva un nemico opposto direttamente ad esso.

Quando la notizia della morte del "Quico" Sabaté giunse a Barcellona, le persone si rifiutarono di ammettere la realtà di questa scomparsa. "El Quico tornerà presto a smentire questi bugiardi" commentavano i lavoratori catalani pensando a una montatura della polizia. È certo che quando Sabaté e Facerias entrarono nel mito popolare ciò provò che in un certo modo essi erano rappresentativi dell'opposizione per un gran numero di Spagnoli a un potere che voleva sottomettere l'insieme del popolo spagnolo.

Il bandolero è sempre stato mistificato in Spagna, perché incarna la lotta del debole e dell'oppresso contro il potere stabilito. È definito dall'immaginazione popolare come il ladro dei ricchi ed il difensore dei poveri. Fu il caso di Sabaté, quello di Facerias e dei loro compagni. Essi furono la personificazione del bandolero nobile che lotta sino alla morte per la libertà e contro coloro che si oppongono ad essa.

60-visitEspagn.jpgProseguiamo e proseguiremo la nostra lotta in rapporto alla Spagna, in Spagna, consideriamo che l'inerzia sia la morte dello spirito rivoluzionario. Faremo sì che la voce dell'anarchismo si faccia sentire in tutti gli angoli della Spagna così come la solidarietà con i nostri fratelli detenuti.

Questo testo datato 8 dicembre 1957, fa parte di una lettera indirizzata dai "Grupos anarco-sindicalistas" alla CNT e alla FAI in esilio, per protestare contro l'inazione di quelle organizzazioni per salvare gli anarchici imprigionati in Spagna e per denunciare la loro assenza sul terreno delle lotte nella penisola.

 

Daniel Pinós

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

QuicoSabate.jpgTomba di "El Quico".

Quico_Sabate-mural_tomba.jpg

Murales accanto alla tomba di "El Quico".



ml1963_franco.jpg

André Breton difende dei compagni condannati a morte da Franco.

 

 

LINK al post originale:

"El Quico" Sabaté et los "Bandoleros". La guérille urbaine libertaire en Espagne, 1945-1963

 

Link ad alcuni documentari concernenti "el Quico"  e la resistenza armata al franchismo:

Quico Sabate - Anarquista

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9 marzo 2010 2 09 /03 /marzo /2010 08:00
José Ester Borras e la "Rete di evasione Ponzan Vidal" 1913 - 1980
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José Ester Borras. La sua rete permise l'evasione di 1500 persone tra cui più di 700 aviatori alleati

José Ester Borras. è nato il 26 ottobre 1913 a Berga, provincia di Barcellona. Militante della  Federación Ibérica de Juventudes Libertarias, nel 1932 aderisce al sindacato dei tessili della Confederación Nacional del Trabajo (CNT) a Berga. Nel luglio del 1936 fa parte del Comitato rivoluzionario di Berga prima di arruolarsi nella colonna Tierra y Libertad. Combatte alternativamente sul fronte di Aragona, a Madrid ed in Catalogna. Nel maggio 1938 è arrestato insieme a Leal e Domingo dai comunisti che li accusano di aver ucciso un commissario della brigada. Rimane in carcere sino alla caduta del fronte.

Passato in Francia, milita immediatamente nella CNT in esilio nella regione di Tolosa. Durante l'occupazione nazista partecipa alla resistenza ed integra sin dalla sua costituzione nel luglio 194o il gruppo di evasione di Francisco
Ponzán Vidal. Questo gruppo composto unicamente da anarchici spagnoli è collegato alla rete internazionale Pat O'Leary, chiamato più tardi rete Pat-Françoise, dopo l'arresto di "Pat", il medico colonello belga Albert Guérisse.

Arrestato una prima volta a Tolosa il 30 aprile 1941, José Ester è internato al campo di Vernet da cui, alla richiesta di Francisco
Ponzán e grazie a Robert Terres ed a quelche complicità amministrativa, è liberato con dei falsi documenti. Partecipa con il gruppo all'evacuazione verso la Spagna di numerosi aviatori alleati e di membri della resistenza internazionale. Le sue attività nella resistenza gli valgono l'arresto da parte della Gestapo il 28 ottobre 1943 con la sua prima sposa Alfonsina, il suo patrigno Miguel Bueno Gil e suo cognato José Bueno Vela. Deportato al campo di concentramento di Mauthausen dove ha la matricola 64.553, fa parte del Comitato clandestino che prepara l'insurrezione e la liberazione del campo nel 1945. Sua moglie sopravviverà alla deportazione a Ravensbrück  così come suo cognato deportato anch'egli a Mauthausen. In quanto al suo patrigno, Miguel Bueno, è gasato come "irriducibile", il 18 agosto 1944, nel camion fantasma (una camera a gas mobile) diMauthausen. Al suo ritorno dalla deportazione José Ester è uno dei fondatori a Tolosa della Federation Española de Deportados e Internados Políticos (FEDIP) di cui sarà il segretario generale dal 1947 sino alla sua morte e che raggruppava tutte le tendenze politiche dell'esilio ad eccesione dei comunisti staliniani.

Durante la scissione del Movimento libertario spagnolo (MLE) in esilio, è, nel 1945, firmatario di una dichiarazione che riconosce il Comitato nazionale e letto durante il congresso svoltosi a Parigi in maggio. È alla stessa epoca segretario del gruppo CNT dell'Alto Llobregat e Cardoner in esilio, ma si dedica innanzitutto all'azione in favore dei vecchi deportati. È con la sua azione ostinata che quest'ultimi o le loro vedove otterranno una pensione dal governo tedesco. Nel 1947, José Ester è il principale istigatore della campagna in favore della liberazione dei marinai ed aviatori antifascisti spagnoli internati in URSS nel campo di Karaganda. Partecipa egualmente ai lavori della Comissione internazionale di inchiesta sull'universo concentrazionario animato da David Rousset.

Lavorando alla sezione spagnola dell'
Office de Protection des Réfugiés et Apatrides (OFPRA) [Ufficio di Protezione dei Rifugiati e Apatridi], José Ester vi partecipa per la risoluzione di numerosi casi riguardanti dei rifugiati e vecchi guerriglieri evasi clandestinamente dalla Spagna franchista. Interviene numerose volte per salvare dei militanti in Spagna o minacciati di estradizione dalla Francia in seguito alle loro azioni contro il regime franchista: è il caso in particolare del guerrigliero anarchico Marcelino Massana Bancells di cui impedirà l'estradione dalla Francia facendogli riconoscere dall'OFPRA la qualità di rifugiato politico. Allo stesso modo, attraverso la mediazione di Albert Guérisse, "Pat", che contatterà la regina Fabiola, otterrà la liberazione del suo amico Vicente Moriones Belzunegui, vecchio membro del gruppo di Francisco Ponzán che, al suo ritorno dalla deportazione, era clandestinamente partito in Spagna dove era diventato il rappresentante della CNT nel Paese Basco, poi era stato arrestato e condannato ad una pesante pena detentiva che scontava al Carcel Modelo di Madrid.

Sotto tenente delle
Forces Françaises Combattantes, Ufficiale dellaLégion d'Honneur e titolare di molte decorazioni (francesi, inglesi, americane), tra cui la King's Medal of Freedom per la sua azione nella resistenza, José Ester riceverà nel 1972 un vibrante omaggio a Tolosa da parte dei suoi compagni della FEDIP.

Partecipa a tutti i congressi della FEDIP e collabora regolarmente in diversi momenti del suo organo Hispania. Nel 1974, lascia Parigi e si installa con la sua compagna Odette nel Gard. Muore all'ospedale di Alès i 13 aprile 1980 ed è cremato a Marsiglia. I documenti pesonali di José Ester sono stati depositati nel 2.000 all'IISG [Istituto di Storia Sociale di Amsterdam] dove, nel 1998, una parte degli archivi riguardanti la campagna della FEDIP in favore degli imprigionati di Karaganda era già stata depositata.

Istituto di Storia Sociale di Amsterdam

Fonti:

- Notizia nº 549 di Cuadernos para una enciclopedia histórica del anarquismo español, aprile 1985.
- Confrontación: boletín interno de información y discusión, nº 17-18, marzo-giugno 1980.
- Hispania, nº 67, 1980.
- Antonio Tellez Solá, La red de evasión del grupo Ponzán (Barcelona, 1996), pp. 262, 264, 304, 333, 336, 338, 392.

Ringraziamo la signora Odette Kervorc'h Ester e Rolf Dupuy per la loro collaborazione.


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8 gennaio 2010 5 08 /01 /gennaio /2010 11:09
Un profilo profondo, chiaro e stimolante di un grande intelletto, quello di George Orwell, che operò soprattutto nella prima metà del XX secolo, ed in prevalenza nella sua parte soprattutto più tragica, quella dell'età del totalitarismo trionfante, è ricavato non tanto da uno studio particolare dedicato all'autore sotto forma di saggio, quanto a tre superbe recensioni dedicate ai quattro volumi di opere saggistiche edite in Francia tra il 1995 ed il 2002, al celebre giornalista, scrittore e polemista inglese.
Anche l'analisi di opere remote edite dall'editoria in generale può trasformarsi quindi in un momento di discussione critica acuta e penetrante ma soprattutto stimolante, come l'autore di esse, Charles Jacquier, ha saputo fare magistralmente. Un grande esempio di divulgazione di tematiche all'insegna della denuncia dell'autoritarismo nelle sue varie forme e dimensioni, un esempio soprattutto di difesa di un autore dalla grandissima statura morale prima ancora che intellettuale, soprattutto alla sua tenacia ed alla sua coerenza.


George Orwell o l'impossibile neutralità





George Orwell in una caricatura di Levine


[Recensione ai quattro volumi editi in Francia della raccolta di saggi, articoli, lettere  Di George Orwell, presso le Éditions Ivrea/Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances]



di Charles Jacquier


In un breve saggio stimolante [1], Jean-Claude Michéa si era meravigliato dell'assenza di una traduzione francese dei Collected Essays, Jounalism and Letters di George Orwell, quando il nostro autore era considerato un classico del nostro tempo. Al di là di uno stretto problema "tecnico", questa assenza testimoniava, secondo lui, "dell'incapacità della critica dominante (...) ad afferrare l'esatto valore dell'opera teorica di Orwell". L'autore si riproponeva dunque di studiare in se stessa questa incapacità e concludeva: "ciò che l'epoca non ammette, è che si possa essere allo stesso tempo un nemico deciso dell'oppressione totalitaria, un uomo che vuole cambiare la vita senza per questo fare del passato tabula rasa e soprattutto un amico fedele dei lavoratori e degli umili".

Da allora, sono apparsi successivamente i due primi volumi della loro traduzione che permette al pubblico francese di aver accesso direttamente a quest'opera imponente. Sfortunatamente, questa pubblicazione è lungi dall'aver avuto l'eco che meritava ed anche questo ha un significato che bisognerebbe studiare in se stesso, come ne ha uno l'invenzione di uno pseudo caso Orwell. Grazie ad un giornalista alla ricerca di scoop, una lettera privata ad un'amica è diventata la sedicente prova che Orwell avrebbe offerto spontaneamente ai Servizi segreti britannici una lista nera di scrittori sospettati di essere dei criptocomunisti (The Guardian, 11 luglio 1996). Tradotto nella lingua della nostra triste epoca, ciò diventa, dopo aver prontamente attraversato la Manica: "Orwell una spia anticomunista", "Quando Orwell denunciava al Foreign Office i 'criptocomunisti'", oppure "Brother Orwell"! [2].

Orwell--famiglia.jpgUna trasmissione di France Culture della serie stranamente chiamata "Una vita, un'opera" è venuta a completare questa campagna di calunnie, apportandovi un tocco del più bell'effetto in cui l'ignoranza e la cattiva fede rivalizzavano soltanto con il grottesco e l'ignobile... È stato risposto a questa campagna con un opuscolo intitolato George Orwell devant ses calomniateurs [George Orwell di fronte ai suoi calunniatori], Editions Ivrea/Editions de l'Encyclopédie des nuisances, 1997).

La traduzione della lettera di Orwell alla sua amica Celia Kirwan, all'origine di questa disgustosa manipolazione , permette di colpo di ridurre a nulla la pretesa prova archivistica della "delazione"... L'opuscolo si dedica in seguito a presentare ed a smontare il meccanismo di queste pretese rivelazioni. Gli attacchi contro Orwell rivelano per gli autori dell'opuscolo che la "disonestà intellettuale" dell'epoca, specie di fenomeno spontaneo illustrato dai salariati dei media che pretendono di "decostruire" la verità quando essi la fanno invece a pezzi e la rendono inudibile ed incomprensibile. Al contrario, la questione essenziale dovrebbe essere: "l'analisi che fa Orwell del totalitarismo non avrebbe qualche validità nella società mondiale in cui viviamo?".

Infine, si può anche riposizionare il caso nel suo contesto francese. Se la maggior parte dei media hanno preso il rischio, a disprezzo di ogni verosimiglianza di riprendere e amplificare le pretese rivelazioni del Guardian, non è forse perché essi si inscrivono nell'elaborazione in corso di una specie di politicamente corretto "con i colori della Francia" in cui la questione dello stalinismo occupa un posto di scelta come lo mostrano d'altronde i dibattiti ricorrenti intorno all'utilizzazione degli archivi sovietici. Se come scrive Louis Janover, "Il PC è di nuovo politicamente corretto, perché indispensabile al buon funzionamento di una macchina parlamentare che avrebbe tendenza ad incepparsi", il fatto di sminuire Orwell al rango di un delatore di bassa lega, "era un modo di mostrare che era anch'egli eguale ad altri nell'infamia" [3]. Calunnia evidente, ma voce spesso efficace allo scopo di ridurre la portata della critica sociale sempre attuale di un autore che non  ha ancora trovato il suo posto nel pubblico francese al di fuori di un riferimento frequente ed il più delle volte errato, al suo 1984...

Orwell--Homage-to-Catalogna--1a-edizione.jpgMa conviene lasciar perdere questo caso, per quanto significativo possa essere per la meteorologia intellettuale che impongono i media, per prendere un po' di aria fresca da Saggi. Il primo volume si estende su un periodo lungo, contrassegnato dall'affermazione della vocazione di scrittore di Eric Blair, nato il 25 giugno 1903 a Mitihari nel Bengala; suo padre era un funzionario all'Agenzia dell'Oppio dell'Indian Civil Service. Nel 1912, la sua famiglia si stabilirà definitivamente in Inghilterra e, nel 1917, Eric Blair entra come borsista all'Eton College. Nel 1922, Eric Blair si arruola nella polizia imperiale delle Indie in Birmania. Darà le dimissioni all'inizio del 1928 per dedicarsi a delle inchieste sulla vita dei più poveri nei quartieri diseredati di Londra, poi di Parigi. Parallelamente, pubblica i suoi primi articoli di scrittore professionale. A partire da questo momento, la biografia di Eric Blair si confonde con l'opera di George Orwell [4].

 

Orwell, BarcellonaQuando numerosi scrittori della sua generazione sono, durante gli anni trenta, affascinati dall'URSS, considarata rappresentante della "patria dei lavoratori" ed il "socialismo in costruzione", Orwell sfugge a questo tropismo  dominante e preferisce un'esperienza diretta dei problemi sociali a fianco degli emarginati e dei disoccupati, poi un'inchiesta presso i lavoratori nelle regioni industriali  in crisi del Nord dell'Inghilterra. L'adesione di Orwell al socialismo passa dunque attraverso "una specie di comunione originaria operata nell'ordine sensibile" (J.-C. Michéa) presso le classi lavoratrici e va affermandosi definitivamente con il suo impegno in Spagna. A partire dalle esperienze operaie e spagnole di Orwell, quasi contemporanee a quelle di Simone Weil, sarebbe interessante tentare una comparazione tra lo scrittore inglese e la filosofa francese. Pierre Pachet ha, inoltre, sottolineato che la "combattività virile" di Orwell gli ricordava Simone Weil [5], senza insistere sulle altre ragioni di un possibile accostamento tra queste due personalità che, entranbe, si richiamano alla cultura politica dell'estrema sinistra antistaliniana degli anni trenta.

Fine del 1936, dopo aver acquistato il manoscritto di The Road to Wigan Pier [La strada di Wigan Pier], George Orwell parte per la Spagna. Il paese è lacerato dalla guerra civile dopo il fallito tentativo di colpo di Stato fascista del 18 luglio contro la Repubblica. Il 30 dicembre, a Barcellona, si arruola nella milizia del Partido Obrero de Unification Marxista (P-O.U.M.), una formazione comunista dissidente animata dai fondatori del movimento comunista spagnolo e radicata soprattutto in Catalogna [6]. È inquadrato nel contingente dei volontari  di lingua inglese dell'Indipendent Labour Party e parte per battersi con la sua unità sul fronte di Aragona. Successivamente, scriverà che se fosse stato un po' più al dentro dei fatti, avrebbe scelto di battersi "a fianco degli anarchici". Tentato per un po' di raggiungere i volontari che si battono per la difesa di Madrid, assiste alle giornate di Barcellona del maggio 1937 in cui si affrontano gli anarchici ed il P.O.U.M., da una parte e gli stalinisti ed i loro alleati dall'altra. Nel  giugno del 1937, il P.O.U.M. è posto fuorilegge, i suoi dirigenti arrestati e, tra di loro, Andrès Nin è assassinatopoco dopo da sicari del NKVD, dopo essere stato calunniato dalla stampa stalinista che lo tratta come agente di Franco e di Hitler, riopetendo le accuse deliranti dei processi di Mosca [7]. Da parte sua, Orwell, di ritorno dal fronte, è ferito alla gola da un cecchino. È durante la sua convalescenza che apprende della messa fuorilegge del P.O.U.M. Braccato dalla polizia stalinista, riesce a raggiungere la frontiera francese con la sua compagna.

Orwell--1984--1a-edizione-americana.jpgOltre al P.O.U.M., gli stalinisti hanno di mira soprattutto gli anarchici, prima forza del movimento sociale spagnolo e l'insieme del processo rivoluzionario: "quando il potere ha cominciato a sfuggire agli anarchici per essere afferrato dai comunisti ed i socialisti di destra, il governo ha potuto rimettersi in sella, la borghesia rialzare la testa e si è visto riapparire, praticamente immutata, la vecchia divisione della società tra ricchi e poveri. Da quel momento, tutte le decisioni prese (...) hanno teso a disfare ciò che era stato fatto nei primi mesi della eivoluzione". Al suo ritorno in Inghilterra, comincia a scrivere Homage to Catalogna e si scontra con la maggioranza della sinistra inglese. Quest'ultima, in nome dell'antifascismo, si colloca dietro le politiche del Fronte popolare  nate per impulso di Stalin ed Il Komintern dal 1934-35, con una virata a 180° e l'abbandono della precedente politica di "classe contro classe", responsabile dell'avvento di Hitler al potere in Germania.

 

L'esperienza spagnola di Orwell va simultaneamente affermando il suo impegno socialista e la sua opposizione radicale allo stalinismo. Allo stesso tempo, tocca con mano  l'importanza della menzogna e della falsificaizone nella propaganda totalitaria. Durante  tutto questo periodo, Orwell si riconosce nelle correnti rivoluzionarie antistaliniste che rifiutano la socialdemocrazia e lo stalinismo, senza cadere nel bolscevismo di Trotsky, ma contrariamente alla maggior parte di essi, pone, anche prima della firma del patto nazi-sovietico, la questione della democrazia nella rivoluzione. Così, nell'agosto 1938, si augura un "movimento rivoluzionario autentico", " ma non ripudiando (...) i valori essenziali della democrazia". Proposito reiterato ed assolutizzato alcuni mesi dopo quando scrive: "Ciò che decide di ogni cosa, è la messa al bando della democrazia". Dopo la firma del patto nazi-sovietico del 23 agosto 1939, Orwell comprende che "non c'è terza via tra resistere a Hitler o capitolare davanti a lui" e condanna "gli intellettuali che affermano oggi che tra democrazia e fascismo non ci sia differenza", cioè gli stalinisti ed i loro compagni di strada obbligati ad abbandonare il discorso antifascista per giustificare in un linguaggio pseudo estremista l'alleanza di Stalin con Hitler.

In un saggio su Charles Dickens, Orwell riafferma "che bisogna essere dalla parte dell'oppresso, prendere la parte del debole contro il forte" e che, se "l'uomo della strada vive sempre nell'universo psicologico di Dickens", quasi tutti gli intellettuali "si sono allineati con una forma di totalitarismo o un'altra". Il suo ritratto di Dickens può dunque essere letto come quello di Orwell stesso quando egli scrive: "È il volto di un uomo che non smette di combatetre qualcosa ma ch esi batte alla luce del sole, senza paura, il volto di un uomo animato da una rabbia generosa- in altri termini quello di un liberale del XIX secolo, una intelligenza libera, un tipo di individuo egualmente esecrato da tutte le piccole ortodossie maleodoranti che si contendono oggi il controllo dei nostri spiriti".

Orwell-NUJ-card.JPGIl secondo volume ricopre un arco di tempo molto più breve in cui dominano quasi esclusivamente le preoccupazioni legate allo svolgimento della Seconda Guerra mondiale. Orwell si afferma per essere, nel corso delle pagine, come uno dei rari scrittori di questo periodo avente una concezione al contempo politica e morale degli avvenimenti. Rifiuta i discorsi beati ed ottimisti sul Progresso, perché, dalla guerra del 1914-1918, si sa che quest'ultimo "era alla fine sfociato sul più grande massacro della storia": "La Scienza non si era impegnata che ad inventare degli aerei da bombardamento e dei gas tossici, mentre l'Uomo civilizzato si rivelava, nell'ora del pericolo, pronto a comportarsi nel modo più atroce di qualsiasi selvaggio". Reagendo a questo trauma, numerosi scrittori soccombettero alla tentazione della forza ed al fascino per il dinamismo dei totalitarismi fascista, nazista o stalinista, tutti eminentemente moderni [8]. Lungi dal cedervi o da ignorarli, Orwell comprese che l'origine di quest'attrazione proveniva dalla "falsità della concezione edonista della vita" che aveva conquistato la quasi totalità del pensiero "progressista" occidentale e rifiutò l'opposizione di prima del 1914 tra Progresso e Reazione, illustrata da un H. G. Wells, per comprendere la natura ed i rischi dei pericoli futuri. Davanti alla catastrofe, bisognava oramai "ritrovare il corso della storia" e "riscoprire la tragedia" per bloccare la marea montante delle pulsioni emotive sulle quali si appoggiavano le dittature.

Durante questi anni cupi, le prese di posizione di Orwell sono sempre espresse in funzione di una doppia preoccupazione: una valutazione quanto più realistica possibile dei rapporti di forza che non dimentica mai i fini morali del suo impegno politico ed il sentimento eminentemente tragico di una storia recante le stigmate delle guerre mondiali e dei totalitarismi. Per il suo Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali, 1984 e molti saggi ed articoli politici, Orwell potrebbe figurare accanto agli autori di un genere letterario comparso tra le due guerre, il libro politico, che egli stesso definiva come un "lungo libello che unisce la storia e la critica politica", prima di citare come esempi i nomi di Franz Borkenau, Arthur Koestler, Arthur Rosenberg, Hermann Rauschning, Ignazio Silone e Leone Trotsky".

Orwell--carta-d-identita.jpgOrwell, preservato dalla sua nazionalità, ne fa l'esperienza in Spagna. Ritornando sul suo impegno spagnolo in uno dei testi più forti di questa raccolta, Orwell esprime la posizione che era  la sua nel 1936 e lo sarà per tutto il corso della Seconda Guerra mondiale: "Quando si pensa alla crudeltà, all'infamia, alla vanità della guerra (...) si è sempre tentati di dire: "I due campi si equivalgono per l'infamia. Rimango neutrale". Ma nella pratica, non si può restare neutrali e non vi è guerra il cui esito sia perfettamente indifferente. Quasi sempre uno dei campi incarna più o meno il progresso e l'altro la reazione". Dicendo ciò, Orwell non dimentica che il campo delle "democrazie" comprende la dittatura di Stalin e dei paesi che sottopongono le loro colonie ad un feroce sfruttamento, ma ha capito che il principio fondamentale dell'azione politica è di fare una scelta, "non tra il bene ed il male, ma tra due mali", il male minore permettendo di "lavorare alla costruzione di una società in cui la rettitudine morale sarebbe ancora possibile".

ORWELL-LA-FERME-DES-ANIMAUX.gifPoiché Orwell è innanzitutto uno scrittore, è molto spesso nelle sue critiche letterarie che egli esprime al meglio il fondo del suo pensiero sulla crisi e la tragedia del mondo moderno e l'atteggiamento più giusto e più onesto per farvi fronte, malgrado tutto. Così nel suo bel articolo su Letteratura e totalitarismo, nel suo tentativo di delimitare una delimitazione tra arte e propaganda, nei suoi giudizi sulla letteratura di lingua inglese. Come non citare la conclusione della sua recensione al Diario  di Julien Green: "Ma ciò che è simpatico in questo diario, è la fedeltà a se stesso, il rifiuto di vivere con il proprio tempo. È il diario di un uomo civile. Un mondo nuovo sta per nascere, un mondo in cui non avrà posto. È troppo chiaroveggente per lottare contro di esso; ma non fingerà di marlo. Poiché ciò è esattamente ciò che fanno tutti i giovani intellettuali di questi ultimi anni, la sincerità spettrale di questo libro è profondamente commovente. Ha il fascino dell'inutile, fascino così desueto da sembrare nuovo".

Naturalmente, succede ad Orwell di sbagliarsi nelle sue analisi, soprattutto quando ripete, all'inizio della guerra, che il suo paese non potrà resistere all'aggressione nazista che grazie ad una rivoluzione socialista. In fatto di rivoluzione, l'Inghilterra conoscerà le esperienze laburiste del dopoguerra che segenranno un cambiamento certo, senza incarnare la rottura socialista che Orwelll aveva intravisto nei primi mesi della rivoluzione spagnola. Ma di tali errori di previsione, d'altronde relativi, non costuituiscono l'essenziale! Se si dovesse scegliere una breve frase per far apprezzare e rispettare George Orwell, uomo e scrittore, conservando nel contempo per lo spirito il valore dei suoi scritti, sarebbe senz'altro nella sua trascrizione di un dialogo con Stephen Spender in cui scrive: "Ma dove vedo che le persone come noi capiscono meglio la situazione dei pretesi esperti, non è nel loro talento di predire degli eventi specifici, ma per le loro capacità di afferrare in quale specie di mondo viviamo". Afferrare in quale specie di mondo viviamo, non fingere di marlo e rimanere fedeli a se stessi, questi sono i principi essenziali che Orwell ha messo in pratica nel corso della sua vita contro i professionisti della menzogna e della calunnia...

orwell-in-tribune.jpgNel novembre del 1943, George Orwell diede le proprie dimissioni dal suo posto alla Sezione indiana del Servizio orientale della BBC che occupava dall'inizio del mese di aprile del 1941 [9]. Lo stesso mese, entra come responsabile delle pagine letterarie a Tribune, il settimanale della sinistra laburista. Vi scrive più o meno regolarmente settantun cronache intitolate "As I please" [A modo mio] sino all'aprile del 1947. Il settimanale, diretto da Aneurin Bevan, gli lasciò completamente libertà nel trattare come voleva i soggetti da lui scelti, in particolare la natura del socialismo o contro il regime stalinista quando l'alleanza con l'URSS smussa tutte le critiche.  Vi elabora anche i temi principali del suo più famoso romanzo. È infatti in una delle sue cronache letterarie che egli scrive la frase spesso citata come emblematica in 1984: "La cosa più terribile nel totalitarismo non è che commetta delle 'atrocità', ma che distrugga la nozione stessa della verità oggettiva: pretende di controllare il passato così come il futuro" (4 febbraio 1944). Nel 1947, scriverà al momento del decimo anniversario di Tribune che, anche se è lontano dall'essere perfetto, è "il solo settimanale che compia nel momento attuale un reale sforzo per essere allo stesso tempo progressista ed umano- detto altrimenti per combinare una vera politica socialista con il rispetto della libertà di espressione e di parola ed un atteggiamento civile verso la letteratura e l'arte". Orwell collabora anche al Manchester Evening News dove consegna, ogni giovedì, delle recensioni di libri, così come anche all'Observer. Scrive anche una "lettera da Londra" a Partisan Review (New York) dal gennaio 1941.

Orwell_animal_farm.jpgParallelamente, pubblica anche dei saggi sul "Il popolo inglese" il nazionalsimo, "l'immunità artistica" di Salvador Dalì, i romanzi di James Hadley Chase, ecc. Ma soprattutto, scrive Anumal Farm, la sua favola antitotalitaria alla quale pensava da molti anni. Il manoscritto è terminato nel febbraio 1944, ma non sarà pubblicato che diciotto mesi più tardi presso Secker & Warburg dopo essere stato rifiutato da diversi grandi editori inglesi per motivi manifestamente politici. Questa edizione dei Saggi contiene dunque logicamente diversi testi che sono dedicati a questo libro, in particolare due prefazioni ad Animal Farm, una all'edizione ucraina che spiega che "niente ha più contribuito a corrompere l'ideale socialista iniziale che di credere che l'Unione sovietica fosse un paese socialista"; l'altra, rimasta inedita sino al 1995, sulla censura contro la quale si era urtata il suo manoscritto e dove si interrogava su questo fatto: "l'attuale generalizzazione di modi di pensare fascisti non deve essere attribuita in una certa misura all'"antifascismo" di questi dieci ultimi anni ed all'assenza di scrupoli che l'ha caratterizzato?"

Alla lettura di questi scritti, non si può che essere colpiti dalla lucidità e dall'onestà serena con le quali George Orwell giudica degli avvenimenti del suo tempo. È non soltanto uno degli analisti e dei testimoni più sicuri dei drammi degli anni trenta e quaranta, ma anche un critico sempre attuale delle traversie più inquietanti delle società moderne (nichilismo, distruzione della morale comune, corruzione del linguaggio, ecc.) al di là anche del fallimento delle società che si pretendono socialiste di cui è stato, totalmente isolato e a controcorrente, uno dei critici più eminenti.

Lasciamolo concludere sulla responsabilità degli intellettuali in un passaggio tipico del suo stile: "So che gli intellettuali inglesi hanno ogni genere di motivo per la loro viltà e disonestà ed non ignoro nessuno degli argomenti con l'aiuto dei quali si giustificano. Ma che ci risparmino almeno almeno i loro inetti distici sulla difesa della libertà contro il fascismo. Parlare di libertà non ha senso che a condizione che sia la libertà di dire alle persone ciò che non hanno voglia di sentire. Le persone ordinarie condividono ancora vagamente quest'idea ed agiscono di conseguenza. Nel nostro paese (...), sono i liberali che hanno paura della libertà e gli intellettuali che sono pronti a tutte le ingiurie contro il pensiero".

Con questo ultimo tomo dei Saggi di George Orwell termina un'impresa editoriale che era iniziata nel 1995 sotto l'egida di due coraggiose piccole case editrici [10]. Ricoprenti gli ultimi anni di vita dello scrittore inglese, questo periodo vede la pubblicazione nell'agosto del 1945, dopo diciotto mesi di contrattempi e di rifiuti, di La fattoria degli animali che incontra un grande successo e permette al suo autore di essere libero, per la prima volta nella sua vita, da preoccupazioni finanziarie. Dall'anno successivo, inizia a lavorare alla redazione di 1984, continuando una collaborazione episodica con la stampa inglese ed americana, pubblicando soprattutto una cronaca in Tribune, il settimanale della sinistra laburista sino all'aprile 1947. È a partire da questo anno che la sua salute peggiora: uno specialista diagnostica una tubercolosi, malattia che lo stroncherà il 21 gennaio 1950.

Durante questi anni, Orwell si dedica innanzitutto alla redazione di 1984 che apparirà nel giugno del 1949, ma, nonostante le devastazioni della malattia, non rinuncia per questo a scrivere articoli, resoconti, saggi, così come corrispondenza con i suoi conoscenti. Vi ritroviamo i temi salienti della sua opera. Innanzitutto una concezione esigente della letteratura che lo porta ad una critica senza concessione degli scrittori e dei libri notevoli del suo tempo, ma anche a confrontarsi con dei classsici come Swift o Tolstoj. Prova un profondo orrore davanti alal corruzione del linguaggio, soprattutto a causa delle abitudini del pensiero totalitario. Allo scopo di opporvisi sottolinea: "Per esprimersi in una lingua chiara e vigorosa, bisogna pensare senza timore e colui che pensa senza timore non può essere politicamente ortodosso".

Il suo rifiuto del compiacimento degli intellettualiper tutte le forme di totalitarismo si accompagna logicamente con una lucidità- eccezionale per il suo tempo- sull'URSS di Stalin che egli considera come l'antitesi assoluta di un socialismo autentico. Infine, intraprende una critica radicale della sottocultura di massa (sport, industria del tempo libero). Se i primi temi sono presenti in ogni tappa della sua opera, l'ultimo assume per noi una particolare acutezza perché annuncia con alcuni decenni di anticipo l'orrore mercantile e la decerebrazione mediatica in cui siamno quotidianamente immersi. Così, in un testo sui "luoghi di divertimento", egli sottolinea che "l'uomo non rimane umano soltanto se dedica nella propria vita un ampio spazio alla semplicità, mentre la maggior parte delle invenzioni moderne [...] tendono ad indebolire la sua coscienza, a smussare la sua curiosità e, in senso generale, a farlo regredire verso l'animalità".

Ciò che caratterizza innanzitutto Orwell, è il rifiuto, allo stesso tempo etico e politico, di seguire la strada degli intellettuali sottomessi ai potenti di ogni genere per rimenere verso e contro tutto un eretico: "Nessuna pia banalità [...] non cambia nulla al fatto che uno spirito venduto sia uno spirito venduto".

 

Charles Jacquier



Fondazione Andreu Nin

 

 

George Orwell, Essais, articles, lettres, Volume I (1920-1940), Volume II (1940-1943)
Paris, Éditions Ivrea/Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances, 1995 & 1996
Georges Orwell ou l'impossible neutralité,  Commentaire, n° 83, automne 1998, p. 857-860 (Éditions Plon).

George ORWELL, Essais, Articles, Lettres, vol. III (1943-1945),
Paris,Éditions Ivrea/Éditions de l’Encyclopédie des nuisances,1998, 544 p.
Compte-rendu des Essais III, Bulletin de liaison des etudes sur les mouvements revolutionnaires, 2e annee, n° 2, avril 1999

George Orwell, ESSAIS, ARTICLES, LETTRES, Volume IV (1945-1950)
Paris, Éditions Ivrea-Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances, 2001, 646 p.
Compte rendu des Essais vol. IV, Le RIRe (Reseau d'Informations aux Rferafractaires), n° 45, mai-juin 2002
[Le RIRe BP 2402 13215 Marseille Cedex 02].

 


[Traduzione di Ario Libert]


 

Note

(1) Jean-Claude Michéa, Orwell, anarchiste tory, Castelnau-le-Lez, Climats, 1995.

(2) Libération, 15 luglio 1996; Le Monde, 13 luglio 1996; L’Histoire, ottobre 1996. Orwell aveva rosposto in anticipo a tali considerazioni quando scriveva: "non amo le risatine sprezzanti, le calunnie, le frasi che si ripetono a pappagallo e l'adulazione servile che vige nel mondo letterario inglese- e forse anche nel vostro" (Essais, II, p. 288).


(3) Louis Janover, Nuit et brouillard du révisionnisme, Editions Paris-Méditerranée, 1997, p. 37-38.

(4) Bernard Crick, Georges Orwell. Une vie, Balland, 1982.

(5) La Quinzaine littéraire, n° 697, 15-31 luglio 1996, p. 15. 

(6) Victor Alba, Histoire du P.O.U.M., Champ libre, 1975. 

(7) Cfr. il documentario spagnolo di Ricardo Beles, Opération Nikolaï,  ed anche Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, "L’ombre portée du NKVD en Espagne", in Aa. Vv., Le Livre noir du communisme, Robert Laffont, 1997, p. 365-386.

(8) Cfr., Peter Reichel, La Fascination du nazisme, Editions Odile Jacob, coll. Opus, 1996.

(9) En 1997, le stesse edizioni hanno pubblicato un'eccellente opuscolo George Orwell devant ses calomniateurs. Quelques observations, replicando ad una campagna mediatica mirante a farlo passare per una spia ed un delatore.

(10) Segnaliamo che gli stessi hanno anche pubblicato la traduzione del più importante libro di Gunther Anders, L’Obsolescence de l’homme (Sur l’âme à l’époque de la deuxième révolution industrielle),  tr. it.: L'uomo è antiquato, Boringhieri, Torino, 2003.
 
 
LINK al post originale:

George Orwell ou l'impossible neutralité

LINK all'articolo incriminato apparso sul Guardian
Blair's babe. Did love turn Orwell into a government stooge? 

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10 novembre 2009 2 10 /11 /novembre /2009 06:00
Sorella mia, mio capitano

I ricordi  di Mika Etchebéhère,
capo delle brigade del POUM durante la guerra di Spagna.

Edouard Waintrop

Nell'indice biografico della sua notevole Histoire de l'Internationale communiste [Storia dell'Internazionale comunista], [1], Pierre Broué scrive alla parola Etchebéhère: "Hipolito (1901-1936), nato in Argentina da genitori baschi francesi. Membro del PC, escluso nel 1925. Va in Europa nel 1930, scrive sull'ascesa del nazismo in Masses e si lega al gruppo Que faire? È in Spagna sin dal luglio 1936 e combatte nella colonna motorizzata del POUM. È ucciso a Sigüenza in agosto". Nulla su Mika, sua moglie, che gli successe alla testa di questa stessa colonna del POUM e scrisse un bel libro, Ma Guerre d'Espagne à moi [La mia guerra di Spagna].

Mika era una donna poco ordinaria. Con suo marito, abbandonò l'America del Sud e vide a Berlino una sinistra devastata dalle sue divisioni lasciare il campo ai nazisti. Non appena l'incendio scoppia in Spagna, parte a Madrid insieme ad "Hippo". Si uniscono al Partito operaio di unificazione marxista, il POUM, una formazione antistalinista nata dalla fusione di un gruppo di comunisti oppositori e dell'organizzazione trotskista spagnola, diretta da un Andrea Nin in rottura con Trotsky. Partono per il fronte con una banda di uomini coraggiosi che vogliono combattere il fascismo e difendere la rivoluzione.

Mika racconta tutto ciò e soprattutto quanto accade giorno per giorno sul campo di battaglia e nella testa dei combattenti. Lo fa con un notevole senso del dettaglio ed una tranquilla soggettività che fa a meno delle grandi proclamazioni bellicose e vuote. Descrive anche con un amore palpabile e disperato la fine del suo compagno, la subitaneità dell'avvenimento: "È morto, non abbiamo più un capo...", dice uno. "Povera donna! Tieni, prendi questo fazzoletto macchiato di sangue. L'ho raccolto dalle sue labbra", dice un'altra.

Sono i combattimenti e l'atteggiamento di Mika che faranno di lei, senza che lo rivendichi, senza nemmeno che lo voglia, il capo naturale, con il grado di capitano, di questa squadra di duri, un anarchico marsigliese e dell'estremadura, dei ragazzi e dei vecchi, dei contadini e degli operai. Ha guadagnato la stima di tutti diventando una donna d'acciaio. Bisogno intendersi su questo termine. Essere una donna d'acciaio, per Mika, non è nascondere i propri sentimenti, la sua compassione, è soltanto non cedere ad alcune pulsioni sessuali.

Ciò non le impedisce di rimanere attenta alla miseria che si accumula sui due lati della mitragliatrice. Di ascoltare chi si lamenta che si sono raccolti dei "ragazzi non importa come" e che li si sono inviati senza dare loro alcuna spiegazione a farsi sparare in testa su un fronte sperduto. Di accorgersi anche che le forze sono ineguali tra le milizie di sinistra mal equipaggiate, mal comandate, mal sostenute dalle "democrazie", e le forse fasciste superarmate e sostenute con vigore dai fascisti italiani e dai nazisti.

Quando, nell'ottobre-novembre 1936, le armi sovietiche arrivano in Spagna, migliaia di giovani tra i più valorosi e più capaci sono già morti. Per di più, nessuno si fa illusioni su ciò che i Sovietici esigeranno in cambio di questo aiuto. Sin dall'autunno, dei giovani comunisti hanno rifiutato di combattere accanto alla colonna del POUM, qualificata come contro-rivoluzionaria. Non è ancora nulla rispetto a quanto si sta preparando. I POUMisti, accanitamente ostili alle purghe di Mosca, saranno presto il bersaglio di assassinii e di persecuzioni.

Ma non è ancora del tutto mezzanotte nel secolo. Mika è con la sua colonna nel fango che sommerge il fronte. E pensa meno a questa fine inelluttabile che a sostenere il morale dei suoi uomini, preparando loro una cioccolata calda, distribuendo loro dei picatostes, quelle fette di pane tostato condito nell'olio e cosparse di zucchero o di sciroppo contro la tosse. Può anche sollevare loro il morale quando intuisce che non ce la fanno più. È la loro madre e loro sorella. Quando il combattimento è diventato impossibile in Spagna, Mika Etchebéhère è tornata in Francia. Durante la guerra, è ripartita per un periodo in Argentina, prima di tornare in Francia a fare della radio alle Nazioni unite e scrivere dei fascicoli per Air France. È morta agli inizi degli anni 90.


[1] Histoire de l'Internationale communiste 1919-1943, [Storia dell'Internazionale comunista], Paris, Fayard.

© Libération
 


LINK pertinenti all'argomento:

Mika Etchebéhère, La mia guerra di Spagna

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23 ottobre 2009 5 23 /10 /ottobre /2009 09:55


Arthur Lehning 1899-2000



Il 1° gennaio 2000  Arthur Lehning ci ha lasciati, due mesi dopo aver festeggiato i suoi 100 anni. ARTHUR LEHNING è nato il 23 ottobre 1899 a Utrecht, Olanda, da genitori tedeschi. Studia economia a Rotterdam e storia a Berlino.

 

Alla fine della Prima Guerra mondiale si avvicina agli ambienti antimilitaristi e soprattutto ai libertari. Dopo aver soggiornato a Parigi e a Vienna, risiede ad Amsterdam e, tra il 1927 ed il 1929, pubblica la rivista i10 che annoverà tra i suoi collaboratori alcuni degli intellettuali più originali dell'epoca e molti militanti consiliaristi e libertari: Le Corbusier, Walter Gropius, Vassily Kandinski, Piet Mondrian, Upton Sinclair, Walter Benjamin, Ernst Bloch, ma anche Max Netlau, Otto Rühle, Henriette Roland-Holst, Alexandre Berkman e Alexander Shapiro.

Molto attivo negli ambienti anarco-sindacalisti (soprattutto all'interno della FAUD tedesca, con Rudolf Rocker e Augustin Souchy, così come del NAS e del NSV olandesi, prima e dopo il 1923), sarà dal 1932 al 1935, segretario dell'AIT.

Fondata a Berlino nel 1922, qiest'ultima aveva come scopo di radunare le organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie ed anarco-sindacaliste che si sentivano estranee sia alla internazionale riformista dominata dai socialisti ed all'ISR creata dai bolscevichi. Nell'ottobre del 1936 lo ritroviamo in Spagna.

Nel 1935, partecipa alla fondazione dell'Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis [Istituto Internazionale di Storia Sociale] di Amsterdam, con Posthumus, De Lieme, Nettlau e Nikolaevskij, destinato ad accogliere l'enorme biblioteca di Max Nettlau e che in seguito si aprirà a quelle di numerosi altri militanti ed organizzazioni del movimento operaio, in un'epoca in cui l'instaurazione dei fascismi o delle dittature rendevano impossibile la conservazione delle fonti per la storia degli sfruttati.

Citiamo come esempio la Biblioteca di Lucien Descaves sulla Comune di Parigi, gli archivi del Bund sul movimento operario ebraico in Lituania, Polonia e Russia. del Partito socialdemocratico e del Partito socialrivoluzionario russo, sino all'acquisizione temporanea degli archivi della CNT spagnola che bisogna porre al riparo dopo la vittoria dei franchisti.

Tra il 1939 ed il 1947, dopo aver tentato di trovare un impiego su una parte delle collezioni dell'Istituto, ne diresse la sezione inglese ad Oxford, con la collaborazione di George Douglas Howard Cole.

Su richiesta dello Stato indonesiano di nuovo indipendente, organizza nel 1952 una biblioteca per l'Università di Djakarta e per il ministero indonesiano degli Affari esteri.

Ritornato ad Amsterdam, si dedica all'edizione delle opere complete di Mikail Bakunin (gli Archivi Bakunin) il cui primo volume uscirà nel 1961, poi alla direzione dell'Istituto di Storia Sociale.

Nel 1999, il PC. Hooft-prijs, il più importante premio letterario in Olanda, gli è stato attribuito per l'insieme della sua opera, che concerneva sia la storia del movimento anarchico ed anarcosindacalista e dei suoi teorici, soprattutto Bakunin, sia la critica del bolscevismo e del modello sovietico.


GIANNI CARROZZA (Revue Itinéraire)

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


Sue opere in italiano:


Bakunin e gli altri, Edizioni Zero in Condotta, Milano, 2002.

L'anarcosindacalismo: scritti scelti, BFS, Pisa, 1994.

Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, L'Antistato, Cesena, 1973.

Bakunin e la formazione dell'Internazionale in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1970.




LINK al post originale:
Arthur Lehning 1899-2000

 

LINK a un saggio di Thom Holterman  tradotto dalla rivista A:

Attualità di Arthur Lehning

 

LINK al saggio originale di Thom Holterman tratto dalla rivista Réfractions:

Actualité d'Arthur Lening

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8 settembre 2009 2 08 /09 /settembre /2009 21:28




Germaine Berton, onorata dai surrealisti



di Fabrice Magnone,


da: "Le Libertaire (1917-1956), Autopsia di un organo anarchico".

 

 


Solito libro interessante ancora inedito in Italia.

Il 22 gennaio 1923, l'anarchica Germaine Berton aveva sparato su marius Plateau, tesoriere della Ligue d'Action Française. Il suo gesto, celebrato dai surrealisti [1], aveva egualmente fatto una molto viva impressione sul giovane Philippe Daudet, figlio dello scrittore filo monarchico Léon Daudet. Egli prese contatto con la redazione del Libertaire senza rivelare la sua vera identità. Gli anarchici non hanno in effetti l'abitudine di richiedere i documenti a coloro che vengono verso di loro soprattutto quando si tratta di giovani esaltati che minacciano di passare ai fatti. Philippe Daudet, che allora aveva quattordici anni ma che sembrava dimostrarne di più, avrebbe in effetti confiessato dei progetti di attentati all'amministratore del Libertario Georges Vidal.


Il giovane appena fuggito di casa va a far visita il 24 novembre 1923 a Le Flaouter, un libraio anarchico di Havre che serve da informatore alla polizia. Allarmato dalle dichiarazioni infiammate di Philippe, si sbriga ad allertare i servizi della Sicurezza Generale che inviano una decina di agenti per arrestarlo. Suicidio o eccesso poliziesco, si constata la morte di Philippe Daudet nel taxi incaricato di condurlo al commissariato. Apprendendo la notizia, gli animatori del Libertaire che si trovavano in possesso di una lettera del giovane Philippe a sua madre scelsero di pubblicarla. Approfittando dell'occasione per effettuare una tiratura di 30 mila copie.


La sua morte in condizioni mal chiarite fece credere a Léon Daudet che suo figlio era vittima di un complotto anarco-repubblicano. Mentre l'Action Française denuncia "L'Antifrancia, ausiliare della sanguinaria anarchia", il primo numero del Libertaire quotidiano titola: "La spiegazione del suicidio: Philippe Daudet voleva uccidere suo padre!" [2]. Un processo viene intentato tra l'Action Française e Le Libertaire che approfitta di questa pubblicità insperata. La tiratura del terzo numero raggiunge infatti le 54 mila copie".


L'articolo di Vidal, "La tragica morte di Philippe Daudet", apparso in Le Libertaire del 2 dicembre 1923, suscita una lettera collettiva di undici surrealisti, che scrivono: "Non facciamo parte del vostro ambiente, il che non ci impedisce di ammirare il coraggio di cui fate prova. Siamo con tutto il cuore con Germaine Berton e Philippe Daudet; sapiamo dare il giusto valore ad ogni atto di rivolta" [3].


Germaine Berton compie un tentativo di suicidio: scrive alla madre di Philippe Daudet: "Se Philippe è morto per causa mia, oggi mi uccido per lui" [4].


Aragon, che ha probabilmente celebrato con degli anarchici la la liberazione di Germaine Breton, li fustiga ormai perché giudica che essi non apprezzano un suicidio che non serve  la loro causa. E aggiunge: "Non mi lasciano nient'altro da fare che a prosternarmi di fronte a questa donna ammirevole in tutto che è la più grandesfida che io conosca alla schiavitù, la più bella protesta inalzata di fronte al mondo contro una menzogna orribile della felicità" [5]. Di fatto, i surrealisti celebreranno Germaine Berton come la prima anti-eroina surrealista, quella che per Breton incarna "la Rivoluzione e l'amore" [6].


I membri del gruppo surrealista intorno a Germaine Berton, da: La Revolution Surrealiste, n°1, dicembre 1924.


[Traduzione di Ario Libert]


NOTE

[1]
La Révolution surréaliste, n°1, dicembre 1924.

[2]
  Le Libertaire, n°254, 4 dicembre 1923.

[3]
Lettera apparsa in Le Libertaire.

[4]
Jean Maitron, Dictionnaire biographique, voce: "Germaine Berton".

[5]
"Germaine Berton", La Révolution surréaliste No. 1 (1° dicembre 1924).

[6] I membri del gruppo surrealista intorno a Germaine Berton, La Révolution surréaliste, n° 1, dicembre 1924.



LINK al post originale:

Germaine Berton, honorée par les surréalistes

 

 


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16 luglio 2009 4 16 /07 /luglio /2009 08:20






Maurice Joyeux (1910-1991)


Non c'è momento più bello, di una barricata. È il simbolo degli Uomini liberi di fronte a coloro che vogliono opprimerli.


Maurice Joyeux nel 1947

L'assolutismo storico, malgrado i suoi trionfi, non ha mai smesso di urtarsi con un'esigenza invincibile della natura di cui il Mediterraneo, in cui l'intelligenza è sorella della dura luce, custodisce il segreto. I pensieri in rivolta, quelli della Comune o il sindacalismo rivoluzionario, non hanno smesso di gridare questa esigenza di fronte al nichilismo borghese come a quello del socialismo cesareo. Il pensiero autoritario, con il favore di tre guerre e grazie  alla distruzione fisica di un'elite di rivoltati, ha sommerso questa tradizione libertaria. Ma questa povera vittoria  è provvisoria, la lotta dura ancora.


Albert Camus, l'uomo in rivolta


 

È in occasione  della manifestazione contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, il 23 agosto del 1927, che Maurice Joyeux incontra il movimento libertario. Due militanti lo sottraggono dalla carica della Guardia repubblicana. Li segue sino a rue Pait, a Belleville alla sede dell'Unione anarchica rivoluzionaria di cui Louis Coin faceva parte. Aveva allora diciasette anni.

 

Di quest'epoca parla così oggi: "Il mio spirito era stato nutrito da una lettura che era in parte rivoluzionaria. Avevo nella mia famiglia sentito parlare di una grande parola che era il socialismo. Avevo uno spirito romantico, pensavo che bisognava salvare il mondo, fare la rivoluzione. Non avevo ancora un'opinione ben precisa di quel che dovevano essere le strutture di una società senza classi, sono rimasto così per mesi interi cercando in me quale poteva essere la traduzione pratica di questi pensieri che mi assediavano. Tuttavia avevo un sentimento profondo. Ero sulla soglia anche di decisioni che avrebbero fatto di me un militante anarchico. Volevo che gli uomini fossero eguali in tutto, così come avevo sentito parlare nei movimenti operai".

 


 


Maurice joyeux è nato il 19 gennaio 1910 da una famiglia di operai relativamente benestanti.

 

Militante socialista, suo padre era segretario del deputato di Levallois, Jean Bon,. Sua madre, una brava donnina energica e meravigliosa si occupava di tintoria, ma era anche segretaria di Cochon, il fondatore della Fédération des locataire [Federazione degli inquilini] che, di notte, aiutava ad abbandonare furtivamente l'alloggio coloro che non potevano pagare. Questa solidarietà, questa lotta quotidiana della piccola gente hanno sicuramente segnato l'infanzia di Joyeux e determinato il suo atteggiamento successivo.

 

Suo padre verrà ucciso nella battaglia della Marne e sua madre, Rosine, si risposerà con Alfred Liron, anch'egli militante socialista. È questi che lo formerà, orientandolo verso i movimenti operai, gli darà il suo spirito di indipendenza.

 

Più tardi, nei suoi libri, Joyeux assumerà lo pseudonimo di Liron ogni volta che farà intervenire il suo personaggio. Guidato da Liron, a nove anni, Joyeux partecipa per la prima volta ad una manifestazione. Si tratta della commemorazione, nel 1919, dell'assassinio di Jaurès.

 

Quando ha quatordici anni, la sua famiglia lascia Parigi e si trasferisce a Deauville. È apprendista fabbro. È la sua prima esperienza nel mondo del lavoro. È anche la sua prima rivolta.

 

Rompe una costola al suo padrone che voleva picchiarlo. È condannato ad una multa di 1000 franchi. Questa volta, così come anche in seguito, Rosine paga il conto. È un avvenimento importante nella vita di Joyeux perché per la prima volta, vittima di un'ingiustizia, misura la debolezza delle istituzioni di fronte al potere.

 

Dopo Brest, Rouen, farà ritorno a Parigi.

 


Sin da quest'epoca, prende la decisione di non dipendere più da qualcuno.


A diciotto anni, per liberarsi il più rapidamente possibile dagli obblighi militari anticipa la sua chiamata alle armi. In Marocco, dove deve fare i suoi diciotto mesi, la sua ribellione contro i soprusi stupidi e gratuiti lo conducono in prigione.

 

Se ne farà tre anni e verrà tradotto due volte davanti al Consiglio di guerra.

 

Non è che l'inizio. In tutto Joyeux resterà per dieci anni in prigione. Vi rientra infatti nel 1933, a Fresnes, per aver partecipato ad una manifestazione organizzata da immigrati polacchi. Questa avventura sarà alla base del suo romanzo Le consulat Polonais [Il consolato polacco].

 

Ritorna in prigione, a Montluc, vicino a Lione, questa volta per non aver risposto alla ingiunzione di mobilitazione. Organizza una rivolta (1941), quest'ultima riesce ma è catturato e condannato a venti anni di reclusione.

 

Nel suo secondo romanzo, Mutinerie a Montluc [Rivolta a Montluc] leggiamo: "Quando è continuità piuttosto che rottura, la detenzione diventa un elemento costruttivo di un tutto che chiamiamo vita... La detenzione consolida le certezze".

 

È in prigione, in quelle prigioni che Jules vallès definiva come le grandi università Popolari, che Joyeux scopre e studia Proudhon, Bakunin, Marx, Kropotkin, Stirner, Malatesta, Reclus che completeranno la sua conoscenza della letteratura popolare e sociale (Hugo, Zola, London, ecc.).

 

Sarà libraio. Afferma inoltre: "Nel corso della mia esistenza e nelle prigioni in cui mi sono trovato, ho sempre fatto il necessario per conservare la mia dignità, sono sempre stato tanto lontano quanto tranquillo nel difenderla, però mai troppo lontano dal continuare a difenderla".

 

Quando nel 1932, durante la grande crisi economica, è tra le migliaia di disoccupati parigini, conosce gli asili notturni, la zuppa popolare, la canzone di strada, è la ricerca della dignità, alleata alla rivolta ed al senso della solidarietà che lo spinge ad aderire al Comitato dei disoccupati.


È l'inzio della sua azione sindacale. Incontra tutte le componenti del movimento operaio: comunisti, trotskisti, pacifisti, libertari.


Partecipa al Congresso antifascista di Pleyel nel 1933, a quello di Huygens nel 1934 dopo aver aderito alla CGT-U. È sempre più attaccato al movimento sindacale, all'unità sindacale ma nient'affatto all'unità politica: "L'unità politica, è per molti impossibile, per me non è augurabile e poi sono indifferente a quest'unità politica", dirà.


Sin dal 1936, Joyeux aderisce all'Unione anarchica. Dopo la scissione del 1947 aderisce alla CGT-Force ouvrière. Le sue idee sull'anarchismo e l'anarco-sindacalismo sono sviluppate in Autogestion, gestion directe, gestion ouvrière [1]


Nel 1945, uscito di prigione, Joyeux si dà per obiettivo la ricostruzione della Fédération anarchiste. Lo farà con Vincey, i fratelli Lapeyre ed una militante che diventerà anche la sua compagna Suzy Chevet.


La federazione anarchica si struttura, si dà i mezzi di propaganda. Dei gruppi si creano come quello del XVIII, il gruppo Louise Michel a cui appartengono sempre Joyeux e che fu anche opera di Suzy. I militanti si impegnano nelle organizzazioni sindacali,nelle organizzazioni umanitarie: Lega dei diritti dell'Uomo, Libero pensiero. Un settimanale "Le Libertaire", sarà sostituito da "Le Monde Libertaire", giornale della Federazione anarchica. La libreria diventata troppo piccola, si trasferire a rue Amelot. E infine, la Federazione adatta i suoi mezzi di lotta alle nuove tecnologie ed è la creazione di Radio libertaire con tutte l edifficoltà ben note. Incredulo, Jpyeux parteciperà tuttavia con emozione alla prima emissione nel settembre del 1981.


Dell'organizzazione Joyeux dice: " La strategia di un gruppo rivoluzionario consiste nel preservare l'organizzazione perché è essa che compie il patto del messaggio rivoluzionario che certi uomini avevano formulato piùù o meno tanto tempo fa. È quel che fa la Federazione anarchica da trent'anni e deve continuare a fare, per testimoniare innanzitutto, proporre in seguito, quando il vecchio mondo andrà in frantumi. Ecco quale deve essere la strategia di un gruppo rivoluzionario perché il tempo porta tutto via... Essere presenti, ecco la tattica che ogni movimento rivoluzionario, l'organizzazione anarchica in particolare, deve seguire", (tratto da: Ce que je crois, 1984).


Maurice joyeux ha, inoltre, dedicato un opuscolo alla storia della Federazione anarchica: "L'Idra di Lerna", apparsa presso le Editions di Monde Libertaire, nel 1967. Parallelamente alla lotta per il mantenimento dell'organizzazione, Joyeux ha sempre denunciato gli allineamenti dei rivoluzionari, in nome del realismo, alle concezioni economiche dell'avversario.


In L'Anarchie et la societé moderne, del 1969, egli scrive: "Prima ancora di determinare il mezzo per instaurare una società diversa, prima  ancora di definire il profilo di questa società senza classi, è essenziale determinarne la struttura di base, senza che le lotte sono improduttive e le costruzioni teoriche sogni fumosi. La rivoluzione è innanzitutto la soppressione dell'ineguaglianza economica perché soltanto questa soppressione condiziona la trasformazione di una società millenaria. Tutti coloro che ammettono l'ineguaglianza, qualunque sia il vocabolario o la fraseologia impiegata, non sono che dei riformatori all'interno del sistema di cui essi vogliono conservare l'essenziale". E poco dopo afferma anche: "Una delle ragioni dello scacco dei tentativi socialisti di questi ultimi cinquanta anni, è stato giustamente il sacrificio che si è preteso a diverse generazioni per riacchiappare l'economia mondiale. A questo stadio il progresso diventa nefasto e si ritorna a quel gigantismo economico che creò le piramidi sul corpo di centomila schiavi. Anche se una progressione socialmente equilibrata può sembrare troppo lenta, essa ha il vantaggio, da una parte di sollevare un'intera popolazione al livello delle sue possibilità globali e d'altra questa progressione in linea impedisce la formazione di isole di regressione, che alla fine diventano degli impedimenti all'evoluzione perché producono delle discordie e suscitano delle lotte in seno ad una comunità di cui costituiscono il freno. L'esempio cecoslovacco è ricco di insegnamenti in proposito".


Non facendo più soltanto riferimento ai grandi vecchi (Proudhon, Bakunin, Reclus, Kropotkin), Maurice Joyeux affrema la necessità per il movimento libertario di inscriversi nell'evoluzione delle situazioni contemporanee. Detto altrimenti, al livello dei principi non cambiare nulla a livello dei mezzi adattarsi, assumere le evoluzioni del pensiero.


Joyeux dice: "La cosa da condannarsi maggiormente, e non sono sicuro che gli anarchici ne siano esenti, è di voler costantemente far seguire le proprie orme in quelle di coloro che ci hanno preceduto".

 


Jaqueline Lamant

Le Magazine libertaire




[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Maurice Joyeux (1910-1991)


LINK interno al presente blog attinenti all'argomento:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS, da: "Le Monde Libertaire", 1966.


Da google video:
li
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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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25 giugno 2009 4 25 /06 /giugno /2009 17:45

Daniel Guerin


guerin-pivert-1939.jpgDaniel Guérin, nato il 19 maggio 1904, scomparso il 14 aprile 1988. Proveniente da una famiglia borghese liberale e dreyfusarda, si diploma in scienze politiche ed esordisce con delle opere letterarie giovanili e lavora come libraio in Siria dal 1927 al 1929.

Durante un viaggio in Indocina, nel 1930, dove scopre la realtà coloniale, approfitta della traversata per divorare un numero impressionante di testi politici che vanno da Proudhon a Marx passando per Sorel.

La sua frequentazione dei giovani operai di periferia spinge il giovane Daniel Guérin a gettare il saio alle ortiche. Rompe con il suo ambiente borghese e prende domicilio a Belleville, diventa correttore e si milita nel sindacalismo rivoluzionario partecipando al gruppo Révolution Prolétarienne [Rivoluzione Proletaria] animato da Pierre Monatte.

guerin-fascisme-et-grand-capital1936-200pix.jpgNel 1933, Daniel Guérin percorse in bicicletta, la Germania hitleriana. Ne riporta un documento attualissimo sull'ascesa del nazismo che viene pubblicato in Le Populaire della SFIO e sarà edito in volume con i titoli La Peste brune [La Peste bruna] e Fascisme et grand capital [Fascismo e gran capitale], 1936. Daniel Guérin vi analizza l'origine del fascismo, delle sue truppe e la mistica che le anima, la sua tattica offensiva rispetto a quella, troppo legalitaria, del movimento operaio; il ruolo dei plebei che vi aderiscono, la sua azione antioperaia e la sua politica economica (un'economia di guerra in tempo di pace). Egli si riferisce soprattutto ai casi dell'Italia e della Germania.

guerin-revolution-manquee.jpgGuérin cerca anche di dissipare le illusioni anticapitalistiche conservate dal fascismo stesso, mostrando che la sua azione, molto prima della presa del potere, giova soprattutto il capitale economico e finanziario. In queste condizioni, gli sembrava che l'antifascismo era illusorio e fragile, che si limiti alla difensiva e non si riproponga di abbattere il capitalismo stesso.

Nei ranghi della SFIO, Daniel Guérin, già antistalinista viscerale, raggiunge le fila del socialismo rivoluzionario della tendenza di Sinistra Rivoluzionaria (Gauche Révolutionnaire) animata da Marceau Pivert.

Cofondatore degli Alberghi della gioventù, Daniel Guérin è egualmente un membro attivo del movimento delle occupazioni di fabbrica durante il Fronte popolare in quanto responsabile inter-sindacale in periferia. È anche uno degli elementi più radicali della corrente della Sinistra Rivoluzionaria e uno di quelli che non si lamentano, oltre misura, dalla sua esclusione. Si impegna, allora, nella creazione di un'autentico partito rivoluzionario, il nuovo Partito operaio e contadino (P.S.O.P), che difenderà delle posizioni disfattiste rivoluzionarie durante la seconda guerra mondiale e sparirà poco dopo.

guerin_anziano.jpgNel 1937, a seguito dell'appello alla solidarietà della Spagna rivoluzionaria, Daniel Guérin è scandalizzato dalla politica del non intervento del governo Blum. Con alcuni compagni raggruppati intorno a Maurice Jacquier, apporta, con tutte le sue forze, un sostegno politico e materiale alla CNT, alla FAI ed al POUM, opponendosi nel contempo alle sinistre manovre degli sbirri di Stalin.

 Nel 1939, Daniel Guérin è incaricato di creare, a Oslo un segretariato internazionale del Fronte operaio internazionale contro la guerra, raccogliendo tutte le correnti socialiste di sinistra che si oppongono  per via dell'internazionalismo proletario alla guerra inter-imperialista.

guerin_luxemburg-copia-1.jpgÈ tratto in arresto dai Tedeschi nell'aprile 1940 come internato civile. Gravemente malato, è liberato nel 1942. Dal 1943 al 1945, Daniel Guérin coopera, in Francia con il movimento trotskista nella clandestinità, cercando di mantenere una posizione internazionalista lontana dallo sciovinismo imperante, moltiplicando gli appelli ai lavoratori tedeschi nelle fila dell'esercito di occupazione (attività militante pericolosa tanto più che i libri di Daniel Guerin sul fascismo fanno parte della famosa lista Otto).

Nel 1946, Daniel Guérin si stabilisce negli Stati Uniti dove è attivo accanto  al movimento operaio e dei Neri americani. Ne è espulso nel 1949, nel quadro della caccia alle streghe del maccartismo e rientra in Francia. Studia le opere complete di Bakunin quando, nel 1956 scoppia la rivoluzione dei Consigli operai ungheresi contro il capitalismo di Stato e il dominio dell'URSS.

 L'unione di questi due eventi lo rende per sempre refrattario ad ogni socialismo autoritario, sia esso giacobino, marxista, leninista o trotskista.

Daniel Guérin si dedica a smontare l'idolo Lenin per la strategia del quale provava, sino allora, una grande ammirazione. Ne critica i concetti militari, denuncia la nozione adulterata di dittatura del proletariato preferendole quella di costrizione rivoluzionaria. Riscopre l'apporto di Rosa Luxemburg nella sua lotta contro l'ultra-centralismo e di sostituzionismo leninisti, giungendo sino ad intravedere dei collegamenti con la spontaneità rivoluzionaria cara agli libertari.

Guerin-Daniel-Ni-Dieu-Ni-Maitre.jpgQuesta svolta lo porta a scrivere, nel 1965, il suo celebre testo L'Anarchisme (ristampato e molte volte tradotto, stampato in 100.000 esemplari) e la sua colossale Anthologie de l'anarchisme: ni Dieux ni Maître, il che introduce rapidamente un qui pro quo nei nostri ambienti: Daniel Guerin non è ancora un anarchico nel senso stretto ideologico, anche se, sul piano personale, fa prova di uno spirito libertario senza tabù.

Con i suoi testi, vuole fare conoscere l'apporto originale della corrente anarchica e vi riuscì inoltre, perché il libricino fu la prima lettura di numerosi libertari. Ma, il suo scopo è, innanzitutto, di riformare l'insieme del movimento rivoluzionario (ciò che egli considera tale), di liberarlo dai binari autoritari, giacobini, marxisti-leninisti senza per questo farlo oscillare ulteriormente verso l'ideologia socialdemocratica, oggi liberale borghese, in cui galleggiano tanti ex militanti degli anni 70.

guerin-bourgeois-et-bras-nus.jpgPer molti anni, Daniel Guérin si impegna totalmente nel sostegno ai militanti algerini. Partecipa al Comitato France-Maghreb, firma il Manifesto dei 121 contro la tortura e per la l'insubordianzione (1960) e non accetta mai le lotte fratricide tra FLN e MNA. Si impegna come internazionalista come parte interessata alla lotta e non come portaborse al servizio del movimento.

Il 1962 lo vede per un po' di tempo al PSU, da cui si allontana ritenendolo troppo socialdemocratico. Più tardi, non esiterà a denunciare, sempre senza tabù, le tendenze socialdemocratiche e autoritarie di Marx (cfr. La Rue, 1983).

guerin-marxisme_libertaire.jpgAffermerà egualmente la sua ammirazione per l'apporto filosofico degli anarchici individualisti come Émile Armand o Zo d'Axa nella loro contestazione concreta dei valori morali dell'epoca. Daniel Guerin fu, anche, un fine conoscitore dell'opera di Proudhon.

Maggio 68, questo secondo orgasmo della storia che egli ha la fortuna di vivere dopo il Fronte popolare, lo getta nella mischia. Lo si vede a 64 anni alla Sorbona a fianco dei libertari della rivista "Noir et Rouge" e del "Mouvement du 22 Mars".

guerin_barka.jpegNel 1969, è co-fondatore del Mouvement communiste libertaire (che riunisce elementi usciti dalla FCL, dall'UGAC, dalla JAC) e chiarisce le sue posizioni in un testo di cui riconoscerà l'ambiguità del titolo: "Pour un marxisme libertaire".

 La fusione mancata nel 1971 (di cui egli è uno degli artefici della piattaforma), tra l'Organisation Révolutionnaire Anarchiste ed il Mouvement communiste libertaire, lo scoraggia. Parteciperà successivamente all'OCL, all'ORA (da cui si allontanerà nel periodo autonomo) per raggiungere nel 1980, attraverso l'operaismo, l'UTCL nella quale milita sino alla morte.

Durante questi anni, Daniel Guerin è impegnato totalmente nel Comitato per la verità nell'affare Ben Barka, nel Comitato Vietnam nazionale, nel Comitato di lotta antimilitarista, partecipando anche nella comissione Diritti e libertà nell'istituzione militare della Lega dei diritti dell'uomo, intorno a Noguères e anche di "ufficiali progressisti" (pensando che le posizioni di obiezione, insubordinazione e le attività di comitati di soldati siano delle lotte complementari e non contraddittorie).

Dopo la catastrofe del tunnel di Chèzy (8 morti), partecipa attivamente al Rassemblement national per la verità sugli incidenti nell'esercito.

 

 

D.G.


[Traduzione di Ario Libert]


LINK:
Daniel Guerin 1904-1988

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