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30 giugno 2016 4 30 /06 /giugno /2016 11:57

Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale

carl_schmitt.jpg

La posta in gioco intorno a una critica del liberalismo 
 

Edouard Jourdain

 

Evitare le aporie schmittiane con Proudhon

 

Proudhon, e questo molto prima di Schmitt, poneva il problema della resistenza del teologico-politico alla modernità malgrado la proclamazione del diritto umano che egli situa nel 1789 [15]: "Il grande valore delle costituzioni politiche, [...] sopratutto la separazione dei poteri, e cioè la distinzione di due nature, né più né meno, nel governo, natura legislativa e natura esecutiva, come nel Gesù Cristo, Dio, e l'uomo insieme: è sorprendente che nel fondo della nostra politica troviamo sempre la teologia" [16].

Questa denuncia della permanenza del teologico-politico si iscrive innanzitutto in una prospettiva di difesa del diritto al quale il governo può sottrarsi: "Il governo, istituito in apparenza e con una comune buona fede per servire da organo del diritto, possiede inoltre il privilegio di fare, in caso di necessità, astrazione dal diritto e di non essere diretto che dalla ragion di Stato; che così, mandatario della Giustizia, è superiore alla Giustiza; che di conseguenza, più invecchia, più, spinto dalla necessità, accumula sulla sua testa iniquità e avanza verso la sua rovina" [17].

Così lo Stato, in ciò che conserva di attributi teologico politici, rimane "un regime di dispensazioni, di eccezioni, di favoritismi, in cui la nozione del giusto e dell'ingiusto svanisce sotto il miracolo" [18].

Qui non è soltanto il diritto ad essere oltraggiato, è anche la morale che in Proudhon è in una certa misura legata a quest'ultima. Nel 1848, Proudhon fa l'esperienza dello stato d'assedio che egli critica in questi termini:"Lo stato d'assedio, è, tra altre cose, la sospensione della giustizia e delle garanzie legali, e la concentrazione di tutti i poteri nelle mani dell'autorità militare. Sospensione della giusticia e delle leggi! Ciò significa, Monsignori, sospensione della morale" [19].

Morale e politicanon sono del tutto dissociabili in Proudhon, il che lo distingue dalla tradizione machiavellica, reinvestita in parte dai marxisti, o ancora dalle teorie come quella di Derrida per cui la Giustizia di dissocia dal diritto positivo. Se la Giustizia per Proudhon non può essere realizzata nella sua totalità, ciò non toglie che le istituzioni e il diritto sono chiamati a incarnarla progressivamente. Là dove Proudhon, dunque, di distingue dalla maggior parte degli autori radicali che riprendono Schitt, è nella sua volontà di rompere con il teologico-politico, che esso sia di ordine contro-rivoluzionario o sedicente rivoluzionario nel senso in cui quest'ultimo conserva lo stesso schema assolutista. In effetti se presso gli autori in questione possiamo ritrovare una critica della trascendenza, ritroviamo raramente una critica dell'assoluto. Questo è particolarmente flagrante quando ci si occupa alla teorizzazione dell'assolutismo, con una forma che si vuole democratica, nella lettura di Spinoza fatta da Negri. In quest'ultimo, il rifiuto violento di ogni mediazione lo porta ad affermare l'"essere" o il "divino" come "produzione infinita di potenza", giustificando così l'arbitrio assoluto di una politica in cui le singolarità si fondono in una moltitudine che risulta da una negazione della pluralità. Come scrive Negri: "Il mondo è l'assoluto. Siamo schiacciati con felicità su questa pienezza, non possiamo frequentare che questa circolarità sovrabbondante di sensi e di esistenze". "Hai pietà di tutto perché tutto è a te, Signore amico della vita / Tu di cui il soffio imperituro è in ogni cosa" (Libro della saggezza, 11, 26 - 12,1) [...]. Questo è il contenuto dell'essere e della rivoluzione [20].

E' precisamente ciò che rimproverava Proudhon a Spinoza: partire da Dio, dall'assoluto, per fondare una politica il cui sostegno metafisico la predispone ad assumere una forma dispotica [21]. Questa critica dell'assoluto potrebbe avvicinare Proudhon alle tesi di Blumenberg che su questo punto è stato particolarmente virulento verso Schmitt. Anche l'assoluto, reinvestito dalla modernità in una logica immanente, si traduce politicamente nella "democrazia assoluta" che s'incarna soprattutto in un governo della moltitudine o delle masse che costituisce per Proudhon un pericolo fondamentale: Si confonde troppo spesso il governo della moltitudine, della massa (oclocrazia) con la Democrazia. Grave errore... L'oclocrazia, o governo della moltitudine, è quello che agita attraverso masse, attraverso suggestioni subitanee e collettive... Quando si sa di cosa le moltitudini sono capaci, ci si rivolge con disperazione verso l'aristocrazia o la monarchia... In Francia, sotto forme contrarie, è l'oclocrazia che, dal 1789, sotto il nome di opinione, corrente d'opinione, fa tutto il male... Questa sovranità della massa, escludendo ogni riflessione, ogni riserva, ogni discernimento, ogni discussione, è la più orribile delle tirannie" [22].

Qui senza dubbio risiede l'aporia sulla quale hanno urtato la maggior parte dei teorici di una democrazia sedicente "radicale", confondendo democrazia e governo delle masse la cui sola capacità politica è la mobilitazione e la lotta senza che sia pensato il principio di autonomia. Sono allora privilegiati gli scioperi o le manifestazioni ma molto meno le procedure di democrazia diretta come le aveva potuto sviluppare Hannan Arendt o anche Cornélius Castoriadis.

Questi due autori, che hanno sviluppato chiaramente una teoria politica antitotalitaria in rottura con il marxismo, restano in effetti sospetti agli occhi degli "schmittiani di sinistra" che li citano soltanto raramente (questo è il caso soprattutto di Castoriadis). Il fatto è che per Proudhon le nozioni di limite e di equilibrio delle forze sono concetti politici fondamentali per pensare la libertà (la qual cosa egli svilupperà soprattutto nella sua teoria del federalismo). Presso la maggior parte degli autori che riprendeono Schmitt, il conflitto e la violenza fondano il diritto senza che vi sia questione di contratto o di morale.

Questa tradizione intellettuale, scaturita al contempo dal marxismo e da un nietzschismo che ha segnato con la sua impronta la corrente filosofica detta "post-moderna", è suscettibile di incontrare Schmitt in un realismo in cui la violenza dei rapporti sociali costituisce la verità nascosta dietro le convenzioni liberali. Ora se Proudhon prende atto dei rapporti di forza e della violenza che strutturano il politico, non per questo egli non concepisce la possibilità di rompere con questa violenza non appena non la si considera come una violenza bruta ma come un fenomeno che si accompagna con le categorie del diritto, della morale e della giustizia; il che gli permette di considerare la possibilità del contratto a valle. Così, per Schmitt, l'interesse del socialismo risulta dal fatto che egli si è interessato particolarmente al problema della condivisione e della distribuzione, il che suppone che egli si pone la questione primordiale della "condivisione". Egli distingue tuttavia essenzialmente due dottrine che non hanno lo stesso valore ai suoi occhi: quella di Proudhon e quella di Marx. "Proudhon argomenta soprattutto per mezzo delle categorie del diritto e della giustizia, con un forte patos morale. E' per questo che il suo socialismo è essenzialmente una teoria della condivisione e della ripartizione" [23].

Marx, al contrario, si è attenuto a una concezione materialista della storia e dei rapporti di forza che lo hanno condotto a definire "lo sviluppo della società borghese come uno stato contradittorio di divisione" [24].

Qui il vantaggio di Marx, secondo Schmitt, è nel suo realismo che lo porta a far succedere gli stati della appropriazione, della divisione e della produzione secondo un certo ordine, mostrando così il ruolo della violenza della storia e adattandovisi, potremmo dire, a motivo del solo fatto che essa costituisce una necessità di ordine teleologico. Così Schmitt, contro il moralismo di un Proudhon, afferma che "L'appropriazione, la divisione e la produzione il cui valore e posto variano secondo i casi strutturano ogni sistema economico, giuridico e sociale sino al momento in cui, durante delle trasformazioni spesso sorprendenti, ridiventano dei fenomeni violenti" [25].

Da questo momento, il pericolo di una tale analisi consiste nel giustificare la violenza da un punto di vista teleologico in cui la finalità politica risulta ineluttabilmente da una ascesa agli estremi di cui la guerra è l'orizzonte necessario: da Lenin a Schmitt non vi è dunque che un passo se si considera che la dialettica amico-nemico deve approdare a un'egemonia dell'uno sempre minacciato dall'esistenza dell'altro [26].

Il principio leninista secondo il quale non si può fare a frittata senza rompere le uova, ripreso da Zizek, non vuol dire che la rottura dei vasi sia inevitabile: le uova rappresentano la sostanza di una frittata che è tanto più bella quanto più uova si rompono. Proudhon prende la guerra sul serio allo stesso modo del fenomeno religioso, si distingue tuttavia da Hegel a cui rimprovera di non vedere in essa né moralità né immoralità ma soltanto un fatto storico e necessario [27].

Hegel ammirava Napoleone e la sua forza di conquistatore, la vedeva come una necessità, ma il patriottismo tedesco non poteva adottare questo punto di vista. Per Proudhon, la ragione della guerra non è la ragione della necessità, e la forza non costituisce tutto il diritto. Secondo lui, all'inizio, la guerra produce il Diritto perché la guerra è giustiziera, il guerriero è dunque "sacro per la difesa del diritto, per la punizione del crimine e la protezione del debole: questa è la prima forma della giustizia nella società" [28].

Il conflitto in senso ampio, superando la dimensione militarista votata a scomparire o per lo meno a restringersi considerevolmente sotto i colpi della Giustizia, suppone la lotta tra gli uomini, il che è da una parte "inevitabile" e dall'altra "bene": "Da una parte, ciò è inevitabile. E' impossibile, infatti, che due creature, in cui la scienza e la coscienza sono progressive, ma che non procedono alla stessa velocità; che, su ogni cosa, partono da punti di vista differenti, che hanno degli interessi opposti e lavorano ad estendersi all'infinito, siano mai del tutto d'accordo. La divergenza delle idee, la contraddizione dei principi, la polemica, lo scontro delle opinioni, sono l'effetto certo della loro vicinanza. D'altra parte, ciò è un bene. E' attraverso la diversità delle opinioni e dei pareri, e attraverso l'antagonismo che essa genera, che si crea, al di sopra del mondo organico, speculativo e affettivo un nuovo mondo, il mondo delle transazioni sociali, mondo del diritto e della libertà, mondo politico, mondo morale. Ma, prima della transazione, vi è necessariamente la lotta; prima del trattato di pace, il duello, la guerra, e ciò sempre, ad ogni istante dell'esistenza" [29].

Se ben compresa la legge dell'antagonismo, il conflitto non deve più appordare a un'ascesa agli estremi che avrebbe come conseguenza la formazione di un'egemonia che avrebbe come funzione la soppressione coercitaiva di ogni conflitto. Essa deve al contrario permettere la possibilità della formazione di una ragione pubblica in cui l'equilibrio delle forze [30], che suppone la riappropriazione da parte dei cittadini della cosa pubblica e da parte dei produttori e consumatori della cosa economica (attraverso ciò che Proudhon chiama la "democrazia industriale"), procede dall'eliminazione di ogni possibilità di assolutismo.

Così la pace non è definita negativamente come un'assenza di guerra ma come la ragione della guerra trasfigurata dalla Giustizia, dando in tal modo un contenuto positivo alla legge dell'antagonismo che non può più degenerare in distruzione e in massacro: "la pace non è la fine dell'antagonismo, il che vorrebbe dire in effetti la fine del mondo, la pace è la fine del massacro, la fine del consumo improduttivo degli uomini e delle ricchezze. Tanto e più della guerra, la pace, la cui essenza è stata sinora mal compresa, deve diventare positiva, reale, formale.

La pace, dando alla legge dell'antagonismo la sua vera formula e la sua alta portata, ci fa presentire anticipatamente ciò che sarà la sua potenza organica" [31].

Questa concezione della pace permette a Proudhon di affrontare al contempo una teoria della deliberazione, del contratto, della Giustiza, 

 

 

 

 

 

Cette conception de la paix permet à Proudhon d’envisager à la fois une théorie de la délibération, du contrat, de la Justice, en d’autres termes du Droit envisagé de façon positive. Proudhon, contrairement à la plupart des radicaux de gauche qui reprennent Schmitt, conçoit la possibilité du contrat et d’une théorie de la Justice en estimant d’une part que la force ne fait pas tout le droit, que la force bien comprise suppose l’absence de son abus et par conséquence un équilibre généralisé des pouvoirs. S’il prend en compte la violence originaire qui cependant n’est pas tout, il envisage la possibilité de rompre avec elle en concevant un contrat en aval et non en amont tel qu’il peut l’être dès lors que, comme chez Hobbes, il en est réduit à l’état de mythe. En prenant conscience de leurs facultés et de l’immanence de la Justice, ce sont les êtres collectifs euxmêmes qui décident de la normalité, ainsi l’ordre social selon Proudhon est le fruit d’un constructivisme juridique qui s’oppose autant au décisionnisme

 

 

absolutiste de l’État qu’à un normativisme universaliste tout aussi transcendant. «Le droit est pour chacun la faculté d’exiger des autres le respect de la dignité humaine dans sa personne ; le devoir, l’obligation pour chacun de respecter cette dignité en autrui.»32 Droit et devoir s’inscrivent donc dans un rapport de nature égalitaire, motivés par une égalité dans l’échange qui est à la base de toutes relations. De ces rapports résultent, à partir du postulat de l’équivalence de la dignité humaine, l’équivalence des conditions de travail et l’équivalence d’accès au politique. Ainsi, « la raison collective se réduit, comme l’algèbre, par l’élimination de l’absolu, à un système de résolutions et d’équations, ce qui revient à dire qu‘il n‘y a véritablement pas, pour la société, de système. Ce n’est pas tant un système, en effet, dans le sens qu’on attache ordinairement à ce mot, qu’un ordre dans lequel tous les rapports sont des rapports d’égalité ; où il n’existe ni primauté ni obédience, ni centre de gravité ou de direction; où la seule loi est que tout se soumette à la Justice, c’est-à- dire à l’équilibre.»33 Ici Gurvitch développe la philosophie de Proudhon en affirmant qu’un renouvellement de la pensée juridique contemporaine suppose tout d’abord la démonstration que l’autonomie de l’idée de droit est détachée des principes individualistes qui «ne représentent qu’une déformation de l’essence du droit tout aussi inacceptable que la déformation unilatéralement universaliste»34.La réciprocité et les relations entre les êtres collectifs constituent ainsi

 

l’épaisseur juridique à partir de laquelle il est concevable de concevoir l’ordre social: «L’interdépendance des devoirs et des prétentions réciproques forme dans son enchevêtrement l’ordre social. C’est l’enchevêtrement des réciprocités juridiques, supposant la “réalité des autres mois”, en tant que centres des prétentions et des devoirs interdépendants, qui donne au droit en général le caractère d’un phénomène essentiellement lié à la vie sociale.»35 Pour que cette vie sociale soit rendue possible, il faut donc admettre que tout droit est dans son essence positif, et par conséquent que la force obligatoire des droits et des devoirs reposent sur des autorités établies communes (et non sur la diversité des consciences juridiques). L’exception et l’arbitraire font ainsi place à la justice et à l’autonomie dans une perspective de rupture avec le théologico-politique. Aussi le fédéralisme, politique ou économique, est toujours plus qu’un contrat, il est une institution stable qui mène une «vie juridique propre, distincte des relations entre ses membres et réglée par son propre droit autonome, le droit social de la totalité qu’elle constitue»36. Cette philosophie politique et juridique ne peut s’inscrire que dans une philosophie de l’histoire distincte de tout messianisme et de toute téléologie, de toute vision apocalyptique, révolutionnaire et contre-révolutionnaire, et dépasse la querelle des modernes et des antimodernes, car la justice reste toujours au fond de toute civilisation et de toute époque, sans cesse approfondissement d’elle-même. Aussi la révolution n’a telle pas de fin, elle réalise peu à peu la justice dont l’accomplissement total est impossible, l’homme se posant toujours plus de questions qu’il ne peut en résoudre.

 

Edouard Jourdain

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

[15] La più grande opera di Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, è interamente dedicata a questa opposizione tra Diritto umano, consacrato dalla rivoluzione francese, e diritto divino, il cui principio è meglio incarnato dalla Chiesa cattolica.

[16] Proudhon, Confessions d'un révolutionnaire, 1848; 1997, p. 176.

[17] 

17 Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l’Église, tome 1, Garnier frères, 1858, p. 385-386.

18 Ibid., p. 439-440. « Miracle » est le terme théologique que Proudhon emploie pour désigner la situation exceptionnelle.

19 Ibid., p. 442.

20 Negri, Spinoza subversif, Paris, Kimé, 1992, p. 10.

21 Sur l’interprétation marxiste de Spinoza et ses différences avec la théorie de Proudhon, voir Daniel Colson, « Lectures anarchistes de Spinoza » in Réfractions n° 2, printemps 1998, disponible sur http://refractions.plusloin.org/ spip.php?article271

 

22 Cité par Pierre Haubtmann dans Proudhon (1849-1855), Beauchesnes, 1997, p. 229.

23 Carl Schmitt, « Prendre/Partager/Paître. La question de l’ordre économique et social à partir du nomos » (1953) in La guerre civile mondiale, Ere, 2007, p. 59.

24 Ibid.

25 Ibid., p. 61. À cela il ajoute une note de bas de page venant confirmer les intuitions de Marx en insistant sur la dimension de la « prise » : « L’histoire universelle est une histoire du progrès – ou peut-être seulement de la transformation – des moyens et des méthodes de la prise : de la prise de terres des temps nomades et féodaux-agraires et des prises de mers des XVIe et XVIIe siècles, aux prises industrielles de l’époque industrielle et technique avec leur distinction entre régions développées, jusqu’aux prises de l’espace aérien du présent. Le rejet du colonialisme qui touche aujourd’hui les peuples européens est le rejet de la prise, voir à ce sujet le chapitre 24 du Capital, en particulier la seconde remarque sur ce chapitre dans laquelle Karl Marx se fait un plaisir de citer la « conversation pédagogique » de Goethe : Le maître d’école : Dis-moi, mon enfant, d’où viennent toutes ces richesses ? Tu ne peux pas te les être procurées tout seul. – L’enfant: Elles viennent de Papa. – Le maître d’école: Et lui, d’où les a-t-il? – L’enfant: De grand-papa. – Le maître d’école: Comment donc ! D’où est-ce qu’elles sont venues à grand-papa? – L’enfant: Il les a prises. » Ibid., p. 63.

26 La différence entre Lénine et Schmitt résulte toutefois de la différence que Schmitt fait entre hostis et inimicus, chose que Lénine ne fait pas en tant qu’internationaliste pour qui il n’y a pas d’ « extérieur » pour la Révolution. Toutefois ce rapprochement nous paraît légitime dès lors que l’on traite de la politique intérieure où chez Schmitt cette différenciation n’existe pas : l’État est toujours le produit d’une guerre civile et doit prévenir toute sédition afin de sauvegarder son existence.

27 Proudhon au contraire, ne dissocie jamais la question politique de la question morale dont il nous avertit qu’elle « est la plus grave de toute et la plus sublime. » (De la Justice dans la révolution et dans l’Église, tome III, p. 398).

28 Proudhon, La guerre et la paix, tome 1, Tops/Trinquier, 1861, 1998, p. 67.

29 Ibid., p. 64.

30 En cela Proudhon se pose en adversaire radical de toute dialectique hégélienne qui aboutit à une synthèse, ainsi qu’à tous ses avatars que l’on retrouve chez Marx avec la dialectique de la lutte des classes qui aboutit à la dictature du prolétariat ou chez Schmitt avec la dialectique ami-ennemi qui aboutit à la dictature de l’État : « Les termes antinomiques ne se résolvent pas plus que les pôles opposés d’une pile électrique ne se détruisent. Le problème consiste non à trouver leur fusion qui serait leur mort, mais leur équilibre, sans cesse instable, variable selon le développement de la société. » (Proudhon, Théorie de la propriété, Lacroix, 1866, p. 52).

31 Proudhon, La guerre et la paix, op.cit., tome 2, p. 167.

32 Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l’Église, op.cit., tome 1, p. 182-183.

33 Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l’Église, op.cit., tome 2, p. 392.

34 Georges Gurvitch, L’idée du droit social, extraits in Qui a peur de l’autogestion ?, 10/18, 1978, p. 122.

35 Ibid., p. 221. 36 Ibid., p. 322.

Published by Ario Libert - in Approfondimenti
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31 maggio 2016 2 31 /05 /maggio /2016 05:00

Il laboratorio popolare e i manifesti di maggio 68

Nei manuali scolastici, sulle riviste o nei numerosi libri pubblicati sugli avvenimenti, si trovano dei manifesti in cui il rosso e il nero dominano. La maggior parte sono delle serigrafie uscite dall'Atelier populaire (Laboratorio popolare) e cioè la scuola delle Belle Arti di Parigi, esse riprendono gli slogan della strada, diffondono le idee del maggio 68...

Questi manifesti sono in qualche modo i documenti che testimoniano il meglio dell'effervescenza libertaria di questo momento storico. Chi sono gli artisti che hanno realizzato questi manifesti? Come funzionava l'Atelier populaire? Quali sono le tecniche impiegate?

La Scuola delle Belle Arti, la saggia, l'addormentata è investita dagli studenti il 14 maggio 68. Per due giorni, delle assemblee generali riorganizzano la scuola che assume il nome di Atelier populaire. Contrariamente alle idee ricevute, questo periodo è caratterizzato da una reale organizzazione, necessaria alla produzione in massa di manifesti. Le prime assemblee definiscono i nuovi orientamenti dell'istituzione: riorganizzare il sistema educativo, stabilire un legame con gli scioperanti e utilizzare l'arte come uno strumento di propaganda.


 
 

Si decide di affiggere all'ingresso della scuola il seguente testo: "Lavorare nell'Atelier populaire, è sostenere concretamente il grande movimento dei lavoratori in sciopero che occupano le loro officine contro il governo gaullista anti-popolare. Mettendo tutte le sue capacità al servizio della lotta dei lavoratori, ognuno in questo Atelier lavora per essa, perché si apre attraverso la pratica al potere educatore delle masse popolari".

Il primo manifesto è una litografia intitolata: U sines - U niversités - U nion (Fabbriche, Università, Unione).

La litografia, vecchia procedura di riproduzione non permetteva tuttavia di produrre rapidamente e con un alto numero di copie dei manifesti. Durante l'asssemblea del 14 maggio, l'artista Guy de Rougemont propone di utilizzare la serigrafia. Quasi del tutto sconosciuta in Francia, questa tecnica non era considerata abbastanza nobile e precisa da numerosi artisti che preferivano la litografia o l'incisione.

In cosa consiste la serigrafia?

Il libro Atelier populaire, présenté par lui-même pubblicato da UUU nel 1968 spiega concretamente le diverse tappe allo scopo senz'altro di diffonderne la tecnica al maggior numero possibile.

Per semplificare il discorso, la serigrafia si ispira allo stencil. Consiste nel coprire le parti che non si vogliono stampare di una seta (in origine durante il magio 68 si utilizzava il nylon molto meno costoso). La seta si tende su un telaio di legno e un raschietto serve a stendere l'inchiostro che attraversa e si spande nei luoghi non otturati. I Manifesti di maggio 68 avrebbero quasi tutti utilizzato questa tecnica contraddistinta dalla sua semplicità: assenza di sfumature, mono o bicromia (la maggior parte delle volte)... impomgono un'estetica un pò ingenua alla produzione. Si hanno molti manifesti che non sono altro di fatto che del testo... il che li imparenta ai graffiti che si moltiplicano sui muri di Parigi durante questo periodo.

Molto rapidamente i laboratori producono molte migliaia di manifesti al giorno.

Come sono riusciti gli studenti a produrre così tanti manifesti?

 

L'Atelier populaire si compone di fatto di un laboratorio in cui si concepiscono i manifesti e molti altri in cui li si realizzano: laboratori di serigrafia (il più importante), di litografia, di stencil e una camera oscura.

Un'assemblea generale composta da militanti e artisti si riunisce quotidianamente. Durante quest'assemblea generale, si scelgono i progetti democraticamente dopo dibattito.

I progetti di manifesti sono generalmente fatti in comune dopo un'analisi della situazione politica e degli avvenimenti della giornata o dopo delle discussioni alle porte delle fabbriche. Due domande sono poste in genere: l'idea politica è giusta? ll manifesto tramette bene quest'idea?

Poi i progetti accettati sono realizzati dai gruppi degli Atelier che si riuniscono notte e giorno. Si sono anche costituite decine di gruppi di affissatori, a cui si devono aggiungere quelli dei comitati d'azione di quartiere e dei comitati di sciopero delle fabbriche.

Le responsabilità all'interno dei laboratori non doveva essere che provvisoria e dunque variabile a secondo della necessità. Così l'Atelier populaire divenne un'istituzione aperta e democratica che attirò più di 300 artisti e migliaia di studenti che davano una mano più o meno puntualmente.

(Foto tratte dal libro Mai 68, les mouvements étudiants en France e dans le monde, BDIC,1988)

Chi sono gli attori di questa formidabile produzione?

 

E' difficile citare dei nomi poiché la maggior parte dei manifesti non sono firmati. Questa cosa non era nello spirito dei tempi. Sventura all'artista che avesse avuto la tracotanza di firmare la sua opera. Citeremo alcuni artisti che più tardi hanno attestato la loro partecipazione in questa esperienza abbastanza unica:Gérard Fromanger, Guy de Rougemont, Julio le Parc (membro del GRAV: groupe de recherche et d'art visuel)...

Degli artisti cechi parteciperanno anch'essi a questi laboratori... essi saranno secondo, secondo Fromanger) all'origine dei manifesti che denunciarono l'invasione sovietica nell'agosto 1968.

Esiste un'estetica peculiare ai manifesti di maggio 1968?

Come abbiamo già detto, i limiti tecnici della serigrafia avevano influenzato profondamente la forma di questi manifesti.

Eppure, emerge da questa produzione concentrata in un luogo, in un tempo e da un gruppo di artisti (che discutono molto), una specie di vera e propeia unità originale.

I manifesti sono per la maggior parte delle volte testuali e manoscritti. Gli slogan, i messaggi che sono ritrascritti sono caratterizzati da una profonda spontaneità scaturita indubbiamente in parte dagli slogan scanditi per le strade. Fromanger racconta anche che gli operai, gli studenti venivano agli AG per proporre o far valutare le loro idee. I manifesti afferrano così la freschezza del movimento e diffondono rapidamente le parole d'ordine così come le tematiche: De Gaulle, i CRS e la loro violenza, la libertà, gli scioperi nelle fabbriche, ecc...

Analizzando la maggior parte dei manifesti, si constatano dunque delle ricorrenze: un'immagine che colpisce accoppiata ad un testo breve e vigoroso. Si gioca con delle forme, dei disegni semplici con colori uniformi. Il testo si trova in alto o in basso all'immagine. L'aspetto elementare della realizzazione, e l'umorismo o la ferocità degli slogan contribuiscono a dare un'impressione di forza e di efficacia dei messaggi veicolati. In tal modo i manifesti hanno svolto un ruolo nella mobilitazione e nella diffusione delle idee risolutamente libertarie di quelle settimane.

 

Quelle immagini efficaci e belle oggi pullulano non più sui muri delle nostre città ma sui siti e i blog della rete. Non dubitiamo che di qui a poco il marchandising vi ficcherà il naso con la costruzione di tazze, magliette, cartelle scolastiche per i nostri liceali alla ricerca di icone e messaggi un po' sovversivi ma non troppo!


 
 
Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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30 aprile 2016 6 30 /04 /aprile /2016 05:00

La dichiarazione anarchica di Londra (aprile 1916)


Risposta del Gruppo anarchico internazionale di Londra al Manifesto dei Sedici

 

Presto saranno due anni che si è abbattuta sull'Europa il più terribile flagello che la storia abbia registrato, senza che nessuna azione efficace sia venuta a ostacolare la sua marcia. Dimentichi delle dichiarazioni di un tempo, la maggior parte dei capi dei partiti più avanzati, compresi la maggiora parte dei dirigenti delle organizzazioni operaie, alcuni per codardia, altri per mancanza di convinzioni, altri ancora per interesse, si sono lasciati assorbire dalla propaganda patriottica, militarista e bellica, che, in ogni nazione belligerante, si è sviluppata con un'intensità che basta a spiegare la situazione e la natura del periodo che attraversiamo.

In quanto al popolo, nella sua grande maggioranza, di la cui mentalità è formata dalla Scuola, la Chiesa, il reggimento, la stampa, e cioè ignorante e credulo, sprovvisto d'iniziativa, addestrato all'obbedienza e rassegnato a subire la volontà dei padroni che egli si dà, da quella del legislatore, sino a quella del segretario del sindacato, ha, sotto la spinta dei pastori dell'alto e del basso riconciliati nella più sinistra delle esigenze, marciato senza ribellione verso il mattatoio, trascinando con la forza della sua inerzia anche i migliori che si trovavano tra loro, che evitavano la morte per fucilazione rischiando la morte sul campo della carneficina.

Tuttavia, sin dai primi giorni, sin da prima della stessa dichiarazione di guerra, gli anarchici di tutti i paesi, belligeranti o neutri, tranne qualche rara eccezione, in numero così infimo che si poteva considerarli come trascurabili, prendevano nettamente posizione contro la guerra. Sin dall'inizio, alcuni dei nostri, eroi e martiri che si conosceranno più tardi, hanno scelto di essere fucilati, piuttosto che partecipare alle uccisioni; altri scontano, nelle carceri imperialiste o repubblicane, il crimine di aver protestato e tentato di svegliare lo spirito del popolo.

Prima del 1914, gli anarchici lanciavano un manifesto che aveva raccolto l'adesione di compagni del mondo intero, e che i nostri organi nei paesi in cui ancora esistevano. Questo manifesto mostrava che la responsabilità dell'attuale tragedia incombeva su tutti i governanti senza eccezione e sui grandi capitalisti, di cui sono gli emissari, e che l'organizzazione capitalista e la base autoritaria della società sono le cause determinanti di ogni guerra. E venivano a dissipare l'equivoco creato dall'atteggiamento di alcuni "anarchici sostenitori della guerra", più rumorosi che numerosi, tanto più rumorosi in quanto, servendo la causa del più forte, il loro nemico di ieri, il nostro nemico di sempre, lo Stato, era loro permesso, a loro soltanto, di esprimersi apertamente, liberamente.

Passarono dei mesi, trascorse un anno e mezzo e questi rinnegati continuavano tranquillamente, lontano dalle trincee, a lanciare appelli all'omicidio stupido e ripugnante, quando, il mese scorso, un movimento a favore della pace cominciò a precisarsi, i più noti tra di loro giudicarono di dover compiere un atto clamoroso, al contempo allo scopo di fungere da contrappeso a questa tendenza che voleva imporre ai governanti la cessazione delle ostilità, e perché si potesse credere, e far credere, che gli anarchici si erano allineati all'idea e al fatto della guerra.

Vogliamo parlare di quella dichiarazione pubblicata a Parigi, in La Bataille del 14 marzo firmata da Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Hussein Dey, Pierre Kropotkine, A. Laisant, F. Leve, Charles Malato, Jules Moineau, A. Orfila, M. Pierrot, Paul Reclus, Richard, S. Shikawa, M. Tcherkesoff, e alla quale ha applaudito naturalmente la stampa reazionaria.

Sarebbe facile ironizzare a proposito di questi compagni di ieri, addirittura indignarci per il ruolo svolto da loro, che l'età o la loro situazione particolare, o ancora la loro residenza, pone al riparo dal flagello e che, tuttavia, con una incoscienza o una crudeltà che anche alcuni conservatori dell'ordine sociale attuale non hanno, osano scrivere, allora che da ogni parte si vede la stanchezza e l'aspirazione alla pace, osano scrivere dicevamo, che parlare di pace nel momento attuale sarebbe l'errore più disastroso che si possa commettere e che sentenziano: Con coloro che combattono, riteniamo che non può esserci questione di pace. Ora sappiamo, ed essi stessi non lo ignorano, ciò che pensano coloro che combattono. Sappiamo ciò che desiderano coloro che vanno a morire per dirla meglio; pur non nascondendoci che le cause che generano la loro debolezza, li trascineranno forse a morire senza che essi abbiano tentato il gesto che li salverebbe. Noi, lasciamo i compagni di ieri ai loro nuovi amori.

Ma ciò che vogliamo, ciò a cui teniamo essenzialmente, è protestare contro il tentativo che essi fanno, di inglobare, nell'orbita delle loro povere speculazioni neo-statiste, il movimento anarchico mondiale e la filosofia anarchica stessa; è protestare contro il loro tentativo di solidarizzare con il loro gesto, agli occhi del pubblico non illuminato, l'insieme degli anarchici rimasti fedeli a un passato  che essi non hanno alcuna ragione di negare, e che credono, più che mai, alla verità delle loro idee.

Gli anarchicinon hanno dirigenti, e cioè dei condottieri. Inoltre, ciò che abbiamo qui affermato, non è soltanto che questi sedici firmatari sono un eccezione e che noi siamo la maggioranza, il che non ha che un'importanza relativa, ma che il loro gesto e le loro affermazioni non possono in alcun modo rapportarsi alla nostra dottrina di cui essi sono, al contrario, la negazione assoluta.

Non è qui il luogo di analizzare dettagliatamente, frase per frase, questa dichiarazione, per analizzare e criticare ognuna delle sue affermazioni. D'altronde essa è nota. Cosa vi troviamo? Tutte le stupidità nazionaliste che leggiamo, da quasi due anni, in una stampa prostituta, tutte le ingenuità patriottiche di cui un tempo si facevano beffe, tutti i luoghi comuni di politica estera con i quali i governi addormentano i popoli. Eccoli denunciare un imperialismo che ora scoprono unicamente presso i loro avversari. Come se fossero a conoscenza dei segreti dei ministeri, delle cancellerie e degli stati maggiori, essi i destreggiano con le cifre d'indennità, valutano le forze militari e rifanno, essi stessi, questi ex detrattori dell'idea di patria, la carta del mondo sulla base del diritto dei popoli e del principio delle nazionalità. Poi, avendo giudicato pericoloso parlare di pace, finché nonn si è, per impiegare la formula d'uso, schiacciato il solo militarismo prussiano, essi preferiscono guardare il pericolo in faccia, lontano dalle pallottole. Se consideriamo sinteticamente, piuttosto, le idee che la loro dichiarazione esprime, constatiamo che non vi è nessuna differenza tra la tesi che vi è sostenuta e il tema abituale dei partiti dell'autorità raggruppate, in ogni nazione belligerante, in Sacra Unione. Anch'essi, questi anarchici pentiti, sono entrati nella Sacra Unione per la difesa delle famose libertà acquisite, e non trovano nulladi meglio, per salvaguardare questa pretesa libertà dei popoli di cui si fanno i campioni, che di obbligare l'individuo a farsi assassino e a farsi assassinare per conto e a beneficio dello Stato. In realtà, questa dichiarazione non è opera di anarchici. Essa fu scritta da degli statisti che si ignorano, ma da degli statisti. E conseguenza di quest'opera inutilmente opportunista, nulla differenzia più questi ex compagni dai politici, dai moralisti e dai filosofi governativi, contro i quali essi avevano dedicato tutta la vita a combattere.

Collaborare con uno Stato, con un governo, nella sua lotta, foss'anche essa stessa priva di violenza sanguinaria, contro un altro Stato, contro un altro governo, scegliere tra due modi di schiavitù, che non sono che differenti superficialmente essendo il risultato dell'adattamento dei mezzi di governo allo stato evolutivo a cui è giunto il popolo che vi è sottomesso, ecco, certo, chi non è anarchico. A maggior ragione, quando questa lotta riveste l'aspetto particolarmente ignobile della guerra. Ciò che ha sempre differenziato l'anarchico dagli altri elementi sociali dispersi nei diversi partiti politici, nelle diverse scuole filosofiche o sociologiche, è il ripudio dello Stato, centro di tutte gli strumenti di dominio, centro di tutte le tirannie; lo Stato che è, per vocazione nemico dell'individuo, per il trionfo di chi l'anarchismo ha sempre combattuto, e di cui è fatto così buon mercato nell'attuale periodo, da parte dei difensori del diritto anch'essi situati, non lo dimentichiamo, da ogni lato della frontiera. Incorporandosi ad esso, volontariamente, i firmatari della dichiarazione hanno, allo stesso tempo, rinnegato l'anarchismo.

Noi, che abbiamo coscienza di essere rimasti nella linea retta di un anarchismo la cui verità non può essere cambiata per l'avvento di questa guerra, guerra prevista da lungo tempo, e che non è che la manifestazione suprema dei mali rappresentati dallo Stato e il capitalismo, ci teniamo a desolidarizzarci da questi compagni che hanno abbandonato le loro idee, le nostre idee, in una circostanza in cui, più che mai, era necessario proclamarle alte e fermamente.

Produttori della ricchezza sociale, proletari manuali e intellettuali, uomini dalla mentalità affrancata, siamo, di fatto e per volontà, dei senza patria. D'altronde, patria non è che il nome poetico dello Stato. Non avendo nulla da difendere nemmeno delle libertà acquisite che lo Stato non saprebbe darci, ripudiamo l'ipocrita distinzione delle guerre offensive e delle guerre difensive. Non conosciamo che delle guerre fatte tra governi, tra capitalisti, a prezzo della vita, del dolore e della miseria dei loro sudditi. L'attuale guerra ne è l'esempio evidente. Finché i popoli non vorranno procedere all'instaurazione di una società libertaria e comunista, la pace non sarà che la tregua utilizzata per preparare la guerra successiva, la guerra tra popoli che è in potenza nei principi d'autorità e di proprietà. Il solo mezzo per porre fine alla guerra, di prevenire ogni guerra, è la rivoluzione espropriatrice, la guerra sociale, la sola alla quale possiamo, in quanto anarchici, dare la vita. E ciò che non hanno potuto dire i sedici alla fine della loro dichiarazione, noi lo gridiamo: Viva l'Anarchia!

 

Il Gruppo internazionale anarchico di Londra

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7 marzo 2016 1 07 /03 /marzo /2016 06:00

Lucy Parsons, la ribelle

Si ricorda troppo spesso Lucy Parsons come "moglie di" Albert Parsons, una delle vittime della repressione del caso di Haymarket Square, giustiziato l'11 novembre 1887. Ora la sua lunga vita di lotta non testimonia che la nascita di un potente movimento sociale e sindacale negli Stati Uniti. Ne fu infatti un'attrice di primo ordine, sviluppando un anarco-sindacalismo che associava anticapitalismo, antirazzismo e antisessismo.

Nascita di una militante anarchica

Lucy è nata nel 1853 nel Texas. Meticcia, secondo la sua testimonianza, di un padre indiano Creek e di una madre messicana, senza dubbio anch'essa di origini afro-americane. Orfana a tre anni, un'infanzia da schiava. Incontra Albert Parsons nel 1870, un vecchio soldato confederato pentito. Si sposano illegalmente - le leggi razziste del Texas proibiscono il matrimonio "interrazziale". Militante contro il razzismo, Albert è esposto: è minacciato di impiccagione, si prende una pallottola nella gamba. Sua moglie e lui temono per la loro vita e fuggono Waco per Chicago, nel 1873.

Una città in cui impersa la miseria, la disoccupazione e in cui, di fronte all'ascesa delle rivendicazioni sociali, si esercita una repressione poliziesca spietata. Albert diventa tipografo ma il suo coinvolgimento nell'anarchismo pacifista lo porta a essere licenziato. Lucy apre una piccola bottega di sartoria per allevare i due bambini. Insieme alla sua amica Lizzie Swank, ospita delle riunioni di lavoratrici dell'indumento. Si impegna anche politicamente contro l'esclusione: quella dei senzatetto, dei disoccupati, dei mutilati... durante il Natale del 1885, guida una manifestazione di miserabili suonando le campane delle case borghesi. Si orienta verso il socialismo rivoluzionario e redige i suoi primi articoli (Socialist, Scribner's Magazine).

The first issue of Scribner's Magazine.

Nel 1883, lei e suo marito fondano l'International Working People’s Association (IWPA), e sviluppano l'anno successivo l'anarco-sindacalismo. Si arruolano l'anno seguente nei Knights of Labor, dove lavorano al federalismo delle lotte. Organizzano delle assemblee per la giornata di otto ore e contro le condizioni degradanti del lavoro. Scrivono numerosi articoli, sopratutto su The Alarm, l'organo del IWPA (fondato da Albert nel 1884. Lucy si differenzia dalle posizioni pacifiste di suo marito. Nell'articolo "To tramps", chiama i senzatetto all'azione diretta contro i ricchi. Sviluppa l'idea, allora molto sovversiva, che la donna deve emanciparsi dalla morsa sociale di casalinga attraverso la lotta sociale.


La svolta di Haymarket Square
Il 1° maggio 1886, Lucy ha mobilitato numerose lavoratrici e guida il corteo insieme ad Albert. Ne segue una brutale repressione. Il 4 maggio, durante la giornata di protesta, una bomba esplode e la polizia ne approfitta per arrestare sette anarchici. Per solidarietà con i suoi compagni e per denunciare l'ingiustizia che li colpisce, 
Albert si consegna alla polizia. Lucy, molto sorvegliata, è interrogata ma non incolpata. La "giustizia" pensa forse che la presenza diu una donna in tribunale può discolpare tutti gli altri. Lucy organizza allora la difesa degli incriminati, con un giro di conferenze (43 nel solo mese di febbraio, in 17 Stati!), dove rivelka un talento di oratrice eccezionale. Attira delle folle immense benché i poliziotti le interdicano - quando ci riescono - l'accesso alla tribuna. Nel proclamare l'innocenza degli incolpati, afferma la legittimità delle loro idee anarchiche, che contribuisce a popolarizzare.

Il processo, per ammissione del procuratore, è politico. Albert e quattro altri anarchici vengono impiccati venerdì 11 novembre 1887 (black Friday). Lucy porta i suoi figli a vedere Albert un'ultima volta ma viene arrestata, spogliata e gettata nuda insieme ad essi in una cella glaciale. Verrà liberata dopo l'esecuzione , malgrado le contestazioni.

Questo omicidio di Stato scatenò una immensa ondata di proteste nel movimento operaio e annunciò altre tragedie (come la sparatoria di Fourmies, il 1° maggio 1891 in Francia), ma anche delle vittorie decisive successivamente.

La lotta a tutto campo

Dopo un periodo di stagnazione, la determinazione rivoluzionaria di Lucy riprende il sopravvento. La sua vita si divide tra il suo duro lavoro di sarta, i suoi due figli e una lotta sociale e sindacale instancabile. Lucy scrive una biografia su Albert e degli articoli sui giornali libertari. Nel 1892, fa uscira il breve mensile anarco-comunista Freedom.

Sollecita un sindacalismo di base, di classe e di massa. Vede in esso l'alternativa necessaria all'illusione delle elezioni e del ricorso allo Stato. Denuncia come un'illusione le concessioni di rappresentatività accordate (soprattutto ai sindacati del mattatoi) nel 1888-1889. Di ritorno dall'Inghilterra dove ha incontrato la Lega socialista, milita per la libertà d'espressione che tanto manca in America. La polizia di Chicago, che non smette di proibirle la tribuna, la ritiene "più pericolosa di mille rivoltosi".

Nel 1905, Lucy Parsons è la seconda donna ad aderire alla International Workers of the World (IWW), sindacato in cui sviluppa l'azione diretta di massa, l'autogestione, lo sciopero generale, la revocabilità dei delegati. Collabora al Liberator, un organo di stampa. La sua influenza è determinate nello sviluppo dell'anarco-sindacalismo e nell'implicazione crescente delle donne nelle lotte sociali.

I successivi dieci anni sono soprattutto dedicati alle lotte contro l'esclusione. Organizza delle marce impressionanti per i senzatetto (nel 1914 a San Francisco) e i poveri (senzatetto e disoccupati, nel 1915 a Chicago). Nel 1916, partecipa alla campagna per Tom Mooney e Warren Billings (due sindacalisti ingiustamente accusati di un attentato dinamitardo, che saranno discolpati).

Si dedica anche, msoprattutto negli anni 1920-1930, alla lotta contro le discriminazioni razziali: denuncia i linciaggi negli Stati del sud, partecipa attivamente alla campagna vittoriosa contro l'esecuzione dei ragazzi di Scottsboro (nove giovani neri ingiustamente accusati dalle autorità giudiziarie di aver stuprato due giovani donne). Questa lotta accanita contribuisce a politicizzare i militanti neri d'America e prefigura i movimenti per i diritti civili che si svilupperanno più tradi.

Divergenze tra anarchici

Gli anni novante del XIX secolo in cui Lucy Parsons, persuasa dell'imminenza di una rivoluzione, si coinvolge a fianco dei lavoratori, sono anche paradossalmente quelli che la separano poco a poco da altre figure saleinti dell'anarchismo. Lotta contro il condizionamento sociale della donna ma difende anche il matrimonio e la famiglia. Pensa l'oppressione sessista all'interno della coppia come una conseguenza dello sfruttamento economico capitalista. Secondo lei, le riflessioni degli anarchici sul libero amore, a quei tempi molto di moda negli anni 90 del XIX secolo - e soprattutto difese da Emma Goldman – sono delle riflessioni delle classi medie e la priorità deve essere la lotta di classe che condiziona tutto.

Emma Goldman, che sviluppa un femminismo più radicale, accusa Lucy Parsons di aver costruito la sua popolarità sul suo solo marito e non la ricorda nelle sue Memorie che come "una giovane mulatta" comme « une jeune mulâtre » (a young mulatto) sposata da Albert Parsons, nata in una famiglia razzista del sud. Lucy accusa, quanto a lei, Emma Goldman, senza figli, di non capire la condizione delle donne povere, per la maggior parte madri.

Le si rimprovera anche di aver aderito nel 1927 alla International Labor Defense, un movimento originatosi dal Partito comunista che milita contro il razzismo, e di collaborare con la National Association for the Advancement of Colored People, che difende l'eguaglianza tra neri e bianchi, organizzazione anch'essa emanazione dei comunisti. Lucy, che esortava già i neri nel 1886 a sbarazzarsi dei partiti politici così come delle chiese, si dichiarava anarchica e non aveva cura dei petegolezzi. Ma gli anarchici americani, ancora poco impegnati nelle lotte antirazziste, capiscono male questa prossimità di fatto con il PC. Il fossato si amplia.

La storiografia ritiene che Lucy avrebbe infine aderito al Partito comunista nel 1939, alla vigilia della guerra, delusa dalla mancanza di organizzazione e coesione degli anarchici. Per far fronte all'ascesa del fascismo e del capitalismo. Tuttavia, alla morte di Lucy Parsons, il Partito comunista saluterà la militante senza dire che fosse membro del PC… il che, vista la sua popolarità, è per lo meno strano. Ma indubbiamente questa questione non ha molta importanza per capire la figura, molto pragmatica, di Lucy Parsons che diffidava delle etichette. Per lei, contavano soltanto le lotte concrete, contro tutte le oppressioni.

Lucy continua a partecipare a delle assemblee sino al 1941 dove difende, malgrado una vista in declino sino alla cecità, la libertà di espressione.

 

Una tragica fine


Lucy muore nell'incendio della sua abitazione di Chicago, il 7 marzo 1942, all'età di 89 anni. La nostra mancanza di conoscenza della sua opera non si spiega con il suo riserbo nel parlare di sé né attraverso le incomprensioni con alcuni anarchici americani.

La colpa è soprattutto della polizia, che ha fatto sparire la totalità delle sue numerose carte e 1500 libri, sequestrati nella sua abitazione prima della sua morte. Non avendo potuto farla tacere quando era viva, non restava che cancellare la sua memoria.

Le sue spoglie riposano vicino allo Haymarket Monument a Chicago, dove un parco porta il suo nome da molti anni.

La sua lotta rimane e non morirà mai. Lucy non diceva forse, nel 1937, all'età di 84 anni: "Oh, Miseria, ho bevuto alla coppa del dolore sino alla feccia, ma rimango una ribelle!".

 

Jean, gruppo Pavillon noir

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15 febbraio 2016 1 15 /02 /febbraio /2016 06:00

Maximilien Rubel

Maximilien Rubel è morto il 28 febbraio 1996. Era un comunista libero e iconoclasta, che conosceva perfettamente i testi di Karl Marx - di cui ha curato una gran parte in quattro volumi per La Bibliothèque de La Pléiade.

Sostenitore, come Marx, della auto-emancipazione, è stato durante il corso della sua vita stravolto dalla politica antimarxista di numerosi "marxisti" (in realtà dei leninisti). Si era impegnato nel ricercare, sotto le deformazioni e falsificazioni, il pensiero originale di Marx. E' per questo che passò dei decenni a pubblicare i testi di Marx basandosi sui manoscritti originali. Rubel considerava che "In Marx, l'adesione al comunismo, è innanzitutto l'adesione alla causa dell'emancipazione dei lavoratori che si identifica con la causa umana universale" [1].

In quanto comunista, Maximilien Rubel combatteva tutte le forme di alienazione. Ciò lo portava naturalmente a combattere il regime dell'URSS, che analizzava come "un'economia che si ritrova, secondo la teoria marxiana, al primo stadio dell'accumulazione capitalista" [2]. Per un sostenitore del socialismo  e del comunismo, la condanna era doppia: da una parte perché era come tutti gli altri regimi mondiali una società in cui il potere era detenuto da una infima minoranza (al contrario dei principi della democrazia che implicano il potere al popolo stesso) e in cui regnava lo sfruttamento attraverso il salariato, da un'altra parte perché l'URSS viveva su di una mistificazione, una menzogna permanente che assimilava l'oppressione capitalista al... socislismo! Rubel scriveva così nel 1965: "Non vi è socialismo nel mondo attuale. Ciò che si chiama così, per abuso di linguaggio, non è in realtà che una nuova forma dello sfruttamento e dell'oppressione dell'uomo sull'uomo [...]; lo si dovrebbe chiamare: capitalismo di Stato" [3]. Maximilien Rubel aveva già sviluppato quest'analisi in un articolo del 1957: La Croissance du capital en URSS [Lo sviluppo del capitale in URSS), ripubblicato in Marx critique du marxisme [Marx critico del marxismo] articolo fondamentale in cui Rubel segnala che i principi di Marx hanno già condotto dei teorici marxistii a identificare il carattere capitalistico dell'URSS (Anton Pannekoek, Cornelius Castoriadis [4], Otto Rühle…).

Rubel ha così fatto parte dei comunisti che, nel corso del XX secolo, hanno semplicemente riaffermato che uno Stato capitalista e poliziesco era per forza l'opposto dei valori del movimento democratico ed egualitario come lo è il comunismo. Si ritrovava così una delle tesi del pensiero di Marx: non è il tipo di capitalismo cre crea l'alienazione e lo sfruttamento, ma il capitalismo stesso, l'organizzazione capitalista e gerarchica del lavoro e dei rapporti sociali.

Gli scritti di Rubel, soprattutto Marx critique du marxisme (raccolta edita nel 1974), sono degli appelli viventi e argomentati per l'autoemancipazione degli esseri umani, che necessita di abolire il capitalismo e le sue fondamenta (sfruttamento attraverso il salariato; culto del denaro, della competizione e della forma merce) così come di tutte le forme di dominio (e soprattutto gli Stati).

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

[1] Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot, 1974 (2000), p. 355; tr. it. Marx critico del marxismo, Cappelli, 1981).

[2] Marx critique du marxisme, p. 323.

[3] Marx critique du marxisme, p. 415.

[4] Citato con lo pseudonimo dell'epoca, Pierre Chaulieu.

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31 gennaio 2016 7 31 /01 /gennaio /2016 06:00

Il socialismo realmente inesistente

strike_gdansk_1980.img_assist_custom-300x225.jpg

I paesi in cui, in pieno XX secolo la classe operaia è chiamata a combattere per i diritti politici che durante il XIX secolo il movimento operaio ha conquistato lottanto strenuamente sotto i regimi dominati dalla borghesia, il suo Stato e il suo capitale, questi paesi hanno ancora da varcare la tappa della rivoluzione democratica, condizione sine qua non dello sviluppo di questo movimento verso la rivoluzione socialista sinonimo di abolizione del salariato e dello Stato. Questa è la premessa della dottrina che i padroni del potere politico e poliziesco nei paesi che essi hanno proclamato pretendono "applicare" richiamandosi al "socialismo scientifico".

L'azione "riformista" dei lavoratori polacchi, in lotta per i diritti che la classe operaia ha ottenuto durante il XIX secolo dai poteri borghesi, costituisce la confutazione più eclatante delle pretese "scientifiche" dei dirigenti politici dell'Est e degli ideologi al loro servizio. Essa è a immagine delle battaglie operaie del secolo scorso: operai "cartisti" in Inghilterra, operai francesi - associati ai "borghesi" - durante le Tre Gloriose, rivoluzione di febbraio 1848, movimento "riformista" degli operai tedeschi prima e dopo il regime bismarkiano. Potremmo aggiungervi il movimento operaio e contadino nella Russia zarista a partire dalle riforme agrarie, movimento di cui menscevichi e bolscevichi uniti proclamavano, in quanto fedeli discepoli di Marx, che essi costituivano una tappa democratica borghese e dunque capitalista sulla strada rivoluzionaria che portava alla fine della "preistoria umana".

Gli operai polacchi smascheravano così la demagogia e la volontà di potenza del potere. La loro azione prova che questo potere non è socialista, ma reazionario, e che la sua essenza, per parlare come Marx, è propriamente bonapartista.

L'azione operaia in Polonia e l'appoggio che essa ha ricevuto dall'insieme della popolazione, provano che l'ideologia religiosa, dispensata dalla Chiesa cattolica è meglio accolta e sostenuta dall'ideologia marxista-leninista; essa è "il sospiro della creatura oppressa, l'anima di un mondo senza cuore" (Marx), mondo diretto da un'oligarchia che si è appropriata dei poteri signorili, politici e economici. Questo regime spinge l'impostura sino a coprire con l'etichetta "socialista-scientifica" una merce avariata, di cui tutti gli ingredienti sono ripresi al modo di produzione classicamente capitalista, senza i vantaggi democratici conquistati dalle classi lavoratrici nella maggior parte dei paesi in cui regna il capitale, privato o anonimo, nazionale o multinazionale.

Questa nuova variante del "socialismo imperiale" possiede delle caratteristiche certamente originali (spiegabili con le condizioni storiche create nell'emisfero orientale dopo la seconda guerra mondiale), ma può soprattutto vantarsi di particolarità che ha saputo prendere in prestito al capitalismo occidentale nelle sue forme sia primitive sia evolute.

Realmente inesistente, il socialismo sovietico - modello imposto militarmente e poliziescamente ai paesi della zona d'influenza ottenuta nel 1945 - ha assunto la maschera di un regime che so vanta di aver superato lo stadio borghese capitalista dell'evoluzione sociale, mentre non ha nemmeno raggiunto questo stadio, il quale conformemente agli insegnamenti della teoria "classica", deve essere il prodromo di una rivoluzione chiamata a far sparire le classi sociali, dunque il salariato; il denaro, dunque il capitale; il potere politico, dunque lo Stato, dunque i conflitti tra Stati, dunque gli eserciti, la guerra, e le miserie che la specie umana sembra orgogliosa a infliggersi da sé.

 

Maximilien Rubel

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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1 gennaio 2016 5 01 /01 /gennaio /2016 06:00

Storia della corrente comunista libertaria

 

Periodo di formazione (1872-1901)

 

GIF - 8.9 ko1872: Il Congreso di Saint-Imier, dopo la scissione della Prima Internazionale, è considerato come uno degli atti fondatori del socialismo antiautoritario.

1883: A Lione, il processo dei Settanta è il primo processo spettacolare condotto contro l'anarchismo.

1893-900: Contro la socialdemocrazia, convergenza con il sistema parlamentare. Mentre il socialismo riformista, sul modello tedesco, impone il proprio modello nella Seconda Internazionale, l'anarchismo si allea con la sinistra socialista per proporre un'altra via.

1898: Una prima vittoria contro gli antisemiti. Il Caso Dreyfus vede un'ondata reazionaria in Francia, cementata dall'antisemitismo, il militarismo e il cattolicesimo. I rivoluzionari contendono la strada all'estrema destra, e infliggono loro un'umiliazione nel gennaio 1898.

Osmosi con il sindacalismo rivoluzionario (1901-1913).

 

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1906: la Carta di Amiens determina l'orientamento sindacalista rivoluzionario della CGT.

1907: il congresso anarchico internazionale cerca di chiarire le relazioni con il sindacalismo, e chiama alla creazione di federazioni anarchiche unite da un'Internazionale.

1910: Morire a Biribi! Salviamo Rousset! Il caso Aernoult-Rousset, in cui si coinvolge tutto il movimento anarchico, sindacale e socialista, pone in luce la barbarie delle colonie militari del nord Africa (Chiamati Biribi).

1911: la Rivoluzione messicana è comunista? È la domanda che agita il movimento libertario francese, e non soltanto, nel 1911-1912.

1911: Agadir, la guerra è già qui. La crisi marocchina dell'estate spinge l'Europa sulla soglia della guerra. Mentre il movimento operaio manifesta per la pace, gli anarchici minacciano chiaramente di “sabotare la mobilitazione” in caso di guerra.

1912: La CGT in sciopero generale contro la guerra. La guerra dei Balcani minaccia di incendiare tutto il continente. Mentre i socialisti organizzano un grande congresso pacifista a Basilea, anarchici e sindacalisti rivoluzionari preparano uno sciopero generale contro la guerra, il 16 dicembre 1912.

1913: Inizi di ammutinamenti nelle caserme. Il movimento operaio si oppone al progetto di allungare il servizio militare a tre anni. Dopo un'ondata di proteste tra i coscritti nel maggio 1913, il governo se la prende contro gli !antipatrioti”. Gli anarchici rimproverano allora la direzione della CGT di aver capitolato davanti alla repressione.

 

Opposizione alla guerra (1914-1918)

 

1914: Si poteva impedire la guerra? Nel luglio 1914, mentre la CGT è indebolita da due anni di repressioni e di sconfitte, il movimento operaio rivoluzionario è superato dalla rapidità degli eventi. La Federazione comunista anarchica si disgrega.

 

Perdita di influenza nel movimento operaio (1919-1934)

 

1919: I “grandi capi” della CGT sabotano la rivoluzione. Gli scioperi della metallurgia parigina, in giugno, potevano essere il preludio di una rivoluzione proletaria? evano essere il preludio di una rivoluzione proletaria? È ciò che pensano gli anarchici e sindacalisti che criticano la direzione oramai riformista della CGT.

1922: A Saint-Etienne, gli "anarco-sindacalisti" perdono la CGTU. Nel dicembre del 1921, la CGT crolla e i sindacati fondano la CGTU. Ma al suo interno, libertari e filocomunisti si oppongono sul progetto sindacale. I primi sono posti in minoranza al I congresso confederale, nel giugno 1922, a Saint-Étienne.

1926-1927: Il caso Sacco e Vanzetti. Mentre l'Unione anarchica è emarginata dal PCF, essa svolge un ruolo propulsore in una grande campagna politica per salvare due anarchici italo-americani dalla sedia elettrica.

1927: l'anarchismo tenta il rinnovamento. Il congresso dell'Unione anarchica adotta la Piattaforma organizzativa dei comunisti libertari proposta da Makhno, Archinov e i libertari russi in esilio. Ma questo sforzo di chiarificazione non basta a risolvere la crisi dell'UA.

 

Ritorno in Francia e speranze deluse (1934-1939)

 

1934-1937: gli anarchici e il Fronte popolare. Dopo aver partecipato all'unità d'azione antifascista nel 1934, l'Unione anarchica denuncia, nel Fronte popolare (PS-PCF-Partito radicale), la preparazione di una nuova unione patriottica sotto gli auspici del patto Laval-Stalin.

1936-1939: gli anarchici francesi di fronte agli errori della rivoluzione spagnola. La scelta strategica della CNT di entrare nel governo repubblicano provoca vivi dibattiti nel movimento libertario internazionale.

Alle origini della bandiera rossa e nera. Le sue origini sono molteplici, ma sembra che la bandiera rossa e nera sia stata inventata dalla CNT nel 1931, e popolarizzata nel mondo intero all'epoca della Rivoluzione spagnola.

1938: Gli anarchici, né “pro Monaco” né “anti Monaco”. Nel settembre 1938, la Germania nazista, l'Italia fascista, La Francia e il Regno Unito si accordano, a Monaco , per smembrare la Cecoslovacchia, in nome “della pace”. In Francia, contro i “difensisti” e i “pacifisti integrali”, l'Unione anarchica mantiene la sia linea pacifista rivoluzionaria.

1939: La SIA non abbandona la lotta. In sostegno ai brigatisti spagnoli, gli anarchici francesi hanno animato una struttura antifascista di massa – sino a 15.000 aderenti uomini e donne: la Solidarité internationale antifasciste (Solidarietà internazionale antifascista, SIA).

 

Guerra fredda e decolonizzazione (1945-1962)

 

1947: Lo sciopero Renault infiamma la Francia. Poiché il PCF è al governo, la CGT impedisce ogni conflitto sociale in nome della ricostruzione della patria. Un gruppo di operai rivoluzionari – anarchici, trotskisti, consiliari -riuscirà tuttavia a far fermare l'officina Renault di Billancourt, scatenando la lotta di classe nel resto del paese.

1948: Gli anarchici si uniscono di malgrado alla CGT-Forza operaia. Contro la CGT-Mosca e la CGT-Washington (Forza operaia), gli anarchici cercano di sviluppare la CNT. Poi, più ampiamente, un polo sindacalista autonomo. I loro scacchi successivi li conduce infine a unirsi alla CGT-FO, dove essi ed esse beneficano di un margine di manovra.

 

1953: la Federazione anarchica si trasforma in Federazione comunista libertaria al termine di una lunga lotta di tendenza che ha opposto i sostenitori della Sintesi ai sostenitori della Piattaforma, sostanuta da Georges Fontenis.

1954: insurrezione algerina dell'”Ognisanti rossa”. La Federazione comunista libertaria è la prima organizzazione francese, insieme a un partito trotskista, a impegnarsi a fianco degli indipendentisti. Uno dei suoi militanti, Pierre Morain sarà il primo prigioniero politico francese della guerra d'Algeria. La FCL scomparirà sotto i colpi della repressione, così come, nella stessa Algeria, il Movimento Libertario nord-africano.

1955: una scissione della FCL, i gruppi anarchici di azione rivoluzionaria (GAAR), animati da militanti come Guy Bourgeois, si impegnano essi stessi nella lotta anticolonialista. Conosceranno successivamente una originale traiettoria, molto caratterizzata dall'antimperialismo.

 

Dinamica degli “anni 68” (1968-1980)

 

1976: In seguito a un'esclusione dell'ORA, si costituisce la Union des Travailleurs communistes libertaires (Unione dei lavoratori comunisti libertari).

Mentre la prospettiva di una rivoluzione imminente si allontana, la UTCL investe la sua energia nelle sinistre sindacali eredi del Maggio 68.

 

Periodo contemporaneo (1981 ai nostri giorni)

 

1986: I coordinamenti degli scioperanti apre una nuova era. Gli anni 1986-1989 sono caratterizzati da un ritorno in forza dell'auto-organizzazione delle lotte, appoggiate soprattutto dalla sinistra CFDT, di cui la UTCL è parte notevole. Alla fine la CFDT escluderà i suoi sindacati combattivi, qualificati come “pecore nere”, che in seguito formeranno i sindacati SUD.

1991: Fondazione di Alternative libertaire. Al termine di un processo di aggregazione (dal risultato modesto), la UTCL e il Collettivo giovani libertari si auto dissolvono all'interno di una nuova struttura: Alternative libertaire, dotata di un mensile che, anch'esso, ha la sua storia peculiare.

1995: Alternative libertaire nella lotta. Il movimento del Dicembre 95 è l'occasione, per i militanti uomini e donne di AL, di spingere all'auto-organizzazione degli scioperanti e alla rottura nei confronti della confederazione CFDT.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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14 dicembre 2015 1 14 /12 /dicembre /2015 06:00

Nota biografica di Bruno Salvadori alias Antoine Gimenez

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Bruno Salvadori è nato il 14 dicembre 1910 in Italia a Chianni, in provincia di Pisa, da Giuseppe e da Anna Montagnani [1].

Suo padre lavorava nei lavori pubblici. Soldato durante la prima guerra mondiale, è senz'altro deceduto a Lione, senza che Antoine abbia cercato di rivederlo sembra.

Bruno aveva due sorelle che egli chiama Brunetta e Luciana nella sua corrispondenza. Brunetta aveva una figlia e le due sorelle sembravano vivere in Francia nel 1952 da un certo numero di anni.

A nove anni, nel 1919, abitava a Livorno con sua madre e le sue sorelle. Suo padre lavorava presso San Donà di Piave, in provincia di Venezia, alle ricostruzionidel dopohuerra. Lo raggiungono per le vacanze.

E verso l'età di 12-13 anni, nel 1922-23, che fa la conoscenza degli anarchici di Livorno durante gli scontri con le Camicie Nere. Incontrerà brevemente Malatesta e s'inizierà alle idee libertarie. Perderà sua madre, deceduta di una malattia al fegato in una data ignota (secondo un passo del manoscritto - Perdiguerra - sarebbe morta nel 1928) alla fine della sua adolescenza. Per lui sarà un trauma profondo. Risiede a Marsiglia, dove è emigrato agli inizi degli anni 30. Viene espulso dalla Francia una prima volta il 7 ottobre 1930. Sarà rimpatriato per svolgere i suoi doveri militari nella divisione di Mantova. E' titolare di un passaporto emesso il 1° settembre per la Francia, della validità di un anno, a causa di convalescenza (?) durante il suo Servizio Militare.

E' durante uno dei suoi soggiorni a Marsiglia che conoscerà Jo e Fred, con i quali inizierà una piccola carriera di ladro. Condurrà una vita di vagabondaggio sino ai sioi tentativi di entrare in Spagna; ciò è da collegarsi con le sue dichiarazioni secondo le quali fu anche contrabandiere e trafficante di pubblicazioni e libelli. Viene arrestato il 22 dicembre 1934 a Perpignan per violenze e vie di fatto e condannato il 26 dicembre 1934 a 4 mesi di prigione. Viene di nuovo arrestato a Boulou il 3 agosto 1935 e condannato a 6 mesi di prigione dal Tribunale di Ceret il 22 agosto 1935 per infrazione al decreto di espulsione. Secondo la polizia italiana che lo sorveglia strettamente, si dichiara allora disertore e antifascista. Secondo il Tribunale di Perpignan, ha otto condanne al suo attivo in quel momento. In precedenza è stata arrestato anche il 25 maggio 1935 a Barcellona mentre stava cercando di vendere il suo passaporto, il che comporterà un'apertura di fascicolo da parte della polizia politica mussoliniana in quanto elemento sovversivo.

Espulso dalla Spagna verso il Portogallo il 13 giugno 1935 da Valencia de Alcantare, avrà nel frattempo frequentato gli ambienti sovversivi di Barcellona. Viene arrestato di nuovo il 22 febbraio 1936 e si ritrova incarcerato alla prigione Modelo di Barcellona. Entra allora in relazione epistolare con Pasotti di Perpignan che organizza una rete efficace di passaggio di uomini e di propaganda, e di sostegno dei militanti imprigionati in Spagna. Scontata la pena, verrà espulso verso la Francia da Puigcerda.

 

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E' a partire da questo periodo che appare il personaggio di Antoine Gimenez, e che la polizia italiana perde definitivamente le sue tracce sotto la sua vecchia identità. Gimenez si trova a Alcarras presso Lérida, alla vigilia del pronunciamento. Lavora insieme a degli amici sulla proprietà agricola si Vallmanya. Possiede una tessera della CNT con questo nome. E' a Alcarràs che incontreà Josep Llados, 17 anni, un futuro miliziano che si ricorda di lui con il nome di Tony.

JPEG - 25.2 ko"Mi ricordo molto bene di Tony, nome non molto diffuso nella regione. Non era del villaggio. Non sapevo da dove veniva. Aveva degli amici della sua età di cui non facevo parte. Era piccolo, non troppo robusto e parlava più o meno catalano. Faceva la figura dell'intellettuale in rapporto agli altri e parlava poco. Era quel che oggi si chiama un emarginato. Un giorno, è sparito, certamente durante gli avvenimenti di luglio 1936".

Gimenez raggiunge in seguito la Colonna Durruti poi il Gruppo Internazionale che si costituisce a Pina de Ebro. Prende parte soprattutto alle battaglie di Sietamo, Farlete e perdiguera. Sembra che fu Delegato del Gruppo prima della militarizzazione. E' stata ritrovata una carta d'identità (non firmata dall'interessato) della AMRE (Agrupation Militar de la Republica Espanola) emessa a Tolosa nell'aprile del 1945, che gli attribuisce il grado di tenente di fanteria. Farà la conoscenza di Antonia Mateo-Clavel e di sua figlia Pilar a Penalba, provincia di Huesca, che diventeranno sua moglie e sua figlia.

Smobilitato nel 1938 come gli altri volontari stranieri, abiterà per un certo periodo a Barcellona sino alla retirada. Abbandona la Spagna da Port-Bou il 9 febbraio 1939. E' registrato dal Ministero dell'Interno italiano nell'agosto del 1939 con il nome di Gimenez Antoine (senza che venga fatto rapporto con Salvadori), nel campo di concentramento di Argelès sur Mer, come facente parte del gruppo di militanti libertari Libertà o Morte. All'interno di questo gruppo si organizzava la sopravvivenza e la difesa collettiva di fronte a tutti i pericoli possibili: denutrizione, ostilità dei comunisti, maltrattamenti. Giunsero sino a provocare la morte con una granata di una guardia senegalese, come forma di rappresaglia.

Nel 1939-1944, fu integrato nelle Compagnies de Travailleurs Étrangers (Compagnie dei Lavoratori Stranieri) come tanti altri rifugiati, Antoine lavora per un certo periodo sul Vallo Atlantico, nel settore di Royan, dove partecipa a dei sabotaggi e a delle azioni della Resistenza. Sembra che abbia in seguito lavorato come boscaiolo sui bordi della Vézère. E' in questo periodo che apprende della morte del suo amico del GI il tedesco Otto (che ci piacerebbe poter identificare) nella resistenza dalle parti di Limoges.

Antoine e la sua famiglia sono domiciliati a Uzerche, come l'attetsa un Ausweiss datato 1944. Antoine sarà liberato dalle Compagnie di Lavoratori Stranieri il 26 ottobre 1944. Seguono alcuni anni di vuoto nella biografia. Il nostro italiano lavora in seguito al cantieredella diga di Treignac in Corrèze che inizia nel 1948. La famiglia abiterà a Limoges almeno dal 1948 al 1951. L'opportunità di andare a vivere in seguito a Parigi o a Marsiglia gli sarà data da una proposta di lavoro nell'edilizia, che gli verrà fatta a Marsiglia.

Antoine verrà assunto dalla Société des Travaux du Midi il 2 marzo 1953 in quanto carpentiere-armatore. Vi lavorerà sino alla pensione anticipata a causa di malattia (problemi alla schiena). Non è mai tornato in Italia. Non sembra che abbia mai fatto parte di una qualsiasi organizzazione politica durante tutti gli anni del dopoguerra. Amante della letteratura, scriverà dei racconti e delle poesie che intrecciano autobiografia e invenzione.

Redigerà i sui Ricordi tra 1974 e 1976 senza documentarsi su questo periodo, fidandosi dei suoi soli ricordi. Questa scelta provocherà alcuni errori e approssimazioni nella sua narrazione, ma era il prezzo da pagare per un'opera sincera che non cerca di far quadrare le sue opinioni con la Storia scritta. Cercò di farli pubblicare, senza successo, anche nell'ambiente libertario a cui i "ricordi sensuali" sembravano dispiacere.... Da tutti i suoi scritti emergono i tratti salienti della sua personalità: un amore sconfinato per le donne trova la sua origine nella sua infanzia. E' cresciuto circondato da donne in gran parte a causa della prima guerra mondiale e del mestiere di suo padre. Antoine non parlava mai del suo genitore.

Personaggio disinteressato, vivrà spesso alla giornata senza poter dedicare grande attenzione alle questioni materiali; ci parla sempre del suo rapporto con gli Altri senza artificiosità né autosoddisfazione, anche durante le scene più intime. Ogni atto è relativo agli altri, ogni pensiero vi si riferisce, nella lotta così come nell'amore. Non era certo perfetto ma profondamente umano.

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Nel 1976, rispondendo alla curiosità politica di Viviane, sua nipote, riprende contatto con il movimento libertario frequentando il gruppo di Marsiglia della Fédération Anarchiste allora situata al 72 del boulevard Eugène Pierre. Assicurerà la sua presenza durante molte riunioni durante le quali il suo ruolo modesto di riferimento storico e di elemento moderatore si accentuerà. Il gruppo F. A. si trasferirà un po' più tardi in un locale al 3 di rue Fontaine de Caylus, nel quartiere del Panier, ai piedi dell'edificio in cui la famiglia Gimenez possedeva un modesto appartamento.

Antoine, vers 70 ans.

Tutti lo chiamavano Antoine, morirà di un cancro il 26 dicembre 1982, nel conforto dei compagni che gravitavano intorno al gruppo. Il suo decesso è registrato allo stato civile con la sua falsa identità, che deve senz'altro a Pasotti.

Possediamo fofografie di sua madre e di Antoine/Bruno di diverse epoche. Altri documenti sono stati trovati: carte amministrative francesi, poesie e testi scritti da lui, e un audiocassetta in cui per dieci minuti, Antoine/Bruno parla del suo incontro con la madre a Pina.

 

NOTE

 

[1] Salvadori Giuseppe, Alfonso, Giacomo, nato il 25 luglio 1882 a Chianni da Filippo e Bruni Eugenia, è deceduto a La Spezia il 6 marzo 1944 (menzione aggiunta nel 1948 sul registro di nascita n° 68 del 1882). Secondo il certificato di matrimonio del 1915, n° 1, il 9 agosto 1915 Giuseppe Salvadori, di professione operaio, residente a Livorno, sposa Montagnani Annina, Maria, Alfonsa, residente a Chianni, nata il 16 dicembre 1885 a Chianni, da Agostino e Cajozzi Assunta (registro di nascita del 1885 n° 117 non comprendente menzione di date/luoghi della sua morte.

Bruno Salvadori è nato il 14 dicembre 1910 a Chianni ma non è stato legittimato da Salvadori Giuseppe e Montagnani Anna che al momento del loro matrimonio nel 1915: registro di nascita n° 104 del 1910 e atto di matrimonio già citato.

Nello stesso atto di matrimonio, è annotato che Luisa Salvadori è nata da questa stessa unione il 15 settembre 1913 a Roccella Ionica (Reggio Calabria).

Salvadori Bruna è nata da questa stessa unione il 18 febbraio 1917 a Livorno, ma la nascita è stata ritrascritta nel registro di Chianni parte II, n° 1 del 1917.

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30 novembre 2015 1 30 /11 /novembre /2015 06:00

Ricordi su Nestor Makhno

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Ida Mett [1]

 

Alla vigilia della guerra, ho posto sulla carta i miei ricordi personali su Makhno così come l'ho conosciuto nel periodo di Parigi. Questi ricordi sono andati persi durante la guerra. Ora, avendo letto ciò che a questo soggetto ha scritto Volin nel suo libro sulla rivoluzione russa, mi decido a scrivere di nuovo questi brevi ricordi nell'interesse della verità storica.

Evidentemente si sarebbe dovuto conoscere Makhno durante l'epoca della sua "grandezza" laggiù, in Ucraina, per dare il suo ritratto completo. Ma in realtà, come sapere, quando si presentava sotto la sua reale luce - durante il periodo della sua gloria pan-ucraina o a Parigi in quanto emigrato povero in un paese straniero. Penso che la storia ha bisogno innanzitutto di verità, e giustamente, questa verità di un periodo della sua vita, cercherò di esporla.

All'epoca, durante la guerra civile, quando l'Ucraina era piena di leggende di ogni genere su Makno e la "makhnovishina", quando l'agenzia telegrafica "Rosta" annunciava tutti i giorni che era prigioniero dei rossi, io, giovane studentessa che sognava atti eroici e la vita in arci-libertà, immaginavo Makhno come una specie di bogatyr (eroe epico russo) - grande, forte, coraggioso, senza paura e senza calcolo - lottatore per la verità popolare. Mi ricordo anche che in Ucraina si diceva che Makno era un vecchio istruttore di scuola primaria. Ed ecco che nell'autunno 1925 giungo a Parigi e vengo a sapere che Makhno è anche lui a Parigi, e aspetto con impazienza l'occasione di vederlo. Poco tempo dopo ho avuto l'occasione di incontrarlo, era nella sua piccola camera d'albergo dove abitava con sua moglie e suo figlio. L'impressione era totalmente contraria all'immagine che mi sono fatta in precedenza: era un uomo di piccola taglia, magro, accanto a cui si poteva passare senza notarlo. Più tardi ho avuto l'occasione di incontrarlo spesso. E lui stesso e il suo ruolo nella guerra civile diventavano più comprensibili quando lo si conosceva da vicino.

Drapeau avec l'inscription « mort à tous ceux qui s'opposent à la liberté des travailleurs ! »

Avrei detto che l'essenziale del suo essere costituiva il fatto che era e rimaneva un contadino ucraino. Non era affatto un uomo incurante, al contrario, era nel profondo della sua anima un contadino economo, che conosceva perfettamente la vita di campagna e le speranze dei suoi abitanti.

Quando durante la sua prima giovinezza, divenne rivoluzionario e terrorista, esprimeva così lo spirito dominante della sua epoca e del suo ambiente - era figlio di una famiglia numerosa molto povera di un operaio agricolo. Insieme ad alcuni amici, si mise a costruire delle bombe nello stesso recipiente in cui sua madre era solita impastare. Grande fu il suo spavento quando essa vide il recipiente esplodere e saltar fuori dal grande forno. Presto, dopo questo piccolo incidente tragicomico, il giovane Makhno compì un attentato contro un funzionario della polizia locale e fu condannato a morte. Ma non aveva che diciassette anni e gli sforzi di sua madre riuscirono a mutare questa condanna in un imprigionamento a vita. Così egli rimase nella prigione di Butyrki sino alla rivoluzione del 1917.

Ora le prigioni di quest'epoca erano una specie di università rivoluzionaria. Spesso i giovani vi entravano ignorando quasi tutto delle teorie rivoluzionarie ed è in queste prigioni che essi acquisivano, dai compagni più vecchi e dagli intellettuali, delle conoscenze che mancavano loro. Anche Makhno imparò molte cose in prigione, ma avendo un carattere poco conciliante, era in perpetua lotta con le autorità penitenziarie il che gli valse di essere posto molte volte in cella di rigore e renderlo ancor più amareggiato. Mi sembra che dalla prigione di Butyrki egli abbia portato una certa dose di ostilità nei confronti degli intellettuali, verso cui manifestava anche un certo grado di gelosia. C'era in lui una vera e sana sete di sapere e una stima verso quest'ultimo. Raccontava spesso la leggenda diffusa in Ucraina su questo soggetto: sembra che una volta, ricevendo una delegazione di ferrovieri, Makhno avesse detto loro di non averne più bisogno, perché aveva intenzione di sostituire le ferrovie con dei "tatchankis" (carrette in uso in Ucraina). Guarda che delinquenti! cos'hanno inventato, si indignava.

È entrato a Butyrki nel 1908 o 1909 e verso il 1914 aveva già avuto il tempo di ascoltare molte cose e riflettere molto. Quando la guerra scoppia nel 1914, la maggior parte dei prigionieri politici di questa prigione sono diventati sostenitori della difesa nazionale; allora Makhno aveva composto da sé un volantino disfattista e l'aveva lanciato attraverso la prigione. Questo volantino cominciava con le parole: "Compagni, quando la smetterete di essere dei cretini?". Questo foglio ha avuto una certa risonanza e dei veterani della rivoluzione, come il socialista rivoluzionario Minor hanno iniziato la loro piccola inchiesta per sapere chi avesse osato redigere quell'appello. Quest'episodio mi è stato raccontato dallo stesso Makhno e confermato dal suo compagno di prigione, Piotr Arshinov.

La rivoluzione di febbraio 1917 ha aperto le porte anche a questo prigioniero che si ritrova in libertà all'età di venticinque anni. Armato di un certo bagaglio intellettuale acquisito all'università rivoluzionaria di Butyrki. Rimane molto poco a Mosca e si sbriga a tornare nel suo villaggio nativo di Guliai-Polie dove abitava tutta la sua famiglia, e presto il giovane rivoluzionario si getta nel radioso abisso dell'Ucraina rivoluzionaria.

Gode di una grande autorità tra i contadini del suo villaggio e organizza dei gruppi anarchici tra i contadini del luogo, di modo che quando più tardi cerca di scrivere una storia del movimento makhnovista, è a questi gruppi che riconosce il ruolo di iniziatore dei movimento dei partigiani e nega l'influenza su questo movimento di anarchici dall'esterno. Li chiama "artisti in tournée" e li accusa di non aver dato nulla al movimento. E se, secondo lui, il movimento aveva lo stesso un carattere anarchico, questo ruolo gli era dato personalmente da lui Makhno e dai gruppi di contadini organizzati da lui.

Makhno era un uomo onesto che desiderava il bene del popolo o fu un elemento fortuito capitato casualmente nella mischia? Credo che la sua benevolenza sociale fu sincera e fuori di dubbio. Era un politico dal talento innato e si lanciava in stratagemma che erano spesso sproporzionate con le sue conoscenze politiche limitate. Tuttavia credo che nel ruolo di vendicatore popolare egli fu perfettamente al suo posto. In quanto alla questione di sapere ciò che lui e la sua classe volevano e speravano, ciò era in effetti il punto debole del movimento makhnovista. Ma questo punto debole era comune a tutta la Russia contadina dei diversi campi. Essi volevano la libertà, la terra, ma come utilizzare queste due cose, era più difficile da stabilire. Questo stesso punto debole spiega in parte il fatto che il contadino russo non ha saputo più tardi opporsi risolutamente alla nuova servitù introdotta da Stalin.

Mi ricordo come Nestor Makhno espresse una volta in mia presenza un sogno che avrebbe voluto vedere realizzato. Era nell'autunno 1927, durante una passeggiata nel bosco di Vincennes. Il tempo era stupendo. Senza dubbio l'ambiente della campagna aveva poetizzato il suo stato d'animo e improvvisò il suo racconto sogno: Il giovane Mikhnienko (il vero nome di Makhno) ritorna nel suo villaggio natale di Guliai-Polie e comincia a lavorare la terra e condurre una vita regolare e pacifica, si risposa con una giovane del villaggio. Il suo cavallo è buono, i finimenti anche. La sera torna lentamente con sua moglie dalla fiera dove sono andati a vendere il loro raccolto. Ora stanno per portare dei regali acquistati in città. Era talmente appassionato dal suo racconto che aveva del tutto dimenticato di non essere a Guliai-Polie, ma a Parigi, che non aveva né terra né casa ne moglie. In realtà, non viveva con sua moglie in quegli anni, o più esattamente, non viveva di nuovo più, perché essi si separarono diverse volte e si rimettevano di nuovo insieme. Dio solo sa per quale ragione. Erano estranei l'uno l'altra moralmente e forse anche fisicamente. In questo periodo lei non lo amava certamente più e chissà se lo aveva mai amato. Era un'istitutrice ucraina, imparentata piuttosto con il movimento petlouriano, e non aveva nulla in comune con il movimento rivoluzionario.

Ho letto da qualche parte che Makhno divenne rivoluzionario per l'influenza di una istitutrice che dopo divenne sua moglie. È una pura invenzione. Sua moglie Galina Kouzmienko, l'aveva conosciuta quando egli era già il batko Makhno; era tentata dal ruolo di moglie dell'ataman onnipotente dell'Ucraina. Non era d'altronde l'unica donna che faceva la corte al batko. Quando era a Parigi mi raccontò che durante questo periodo della sua vita, le persone strisciavano davanti a lui e avrebbe potuto avere non importa quale donna, perché grande era la sua gloria, ma che in realtà, non aveva tempo da dedicare alla sua vita personale. Me lo raccontava per rifiutare la leggenda delle orge che sarebbero state organizzate a lui e per lui. Volin nel suo libro racconta le stesse fandonie. In realtà Makhno era un uomo vergine o piuttosto puro. In quanto ai suoi rapporti con le donne, direi che in lui si combinavano una specie di semplicità contadina e un rispetto per la donna, peculiare agli ambienti rivoluzionari russi dell'inizio del secolo. A volte si ricordava con un rimpianto sincero della sua prima moglie, una contadina del suo villaggio natio che aveva sposato dopo la sua liberazione nel 1917. Ha anche avuto un bambino da questo matrimonio, ma durante l'occupazione tedesca si nascondeva altrove e la moglie, informata da qualcuno che era stato ucciso, si sposò di nuovo. Il figlio era morto e non si sono più incontrati.

Sulla sua guancia destra Makhno aveva un'enorme cicatrice che arrivava sino alla bocca. È stata la sua seconda moglie a fargliela nel tentativo di ucciderlo mentre stava dormendo. Accadde in Polonia, e sembra che la cosa fosse in rapporto ad una storia che essa avrebbe avuto con un ufficiale petlouriano. Ignoro quale sia stata la causa immediata di questo atto. Molto spesso davanti a tutti, faceva del tutto per comprometterlo e ferirlo moralmente. Una volta in mia presenza, disse a proposito di una persona "era un vero generale, non come Nestor", volendo evidenziare il fatto che non lo considerava come tale. Eppure lei sapeva che durante la presenza di Makhno in Romania, il governo rumeno gli rese degli onori corrispondenti a questo rango.

A Parigi Galina Kouzmienko lavorava a volte come domestica a volte come cuoca e considerava che la natura l'aveva creata per una vita migliore. Nel 1926-1927 aveva scritto a Mosca chiedendo al governo di poter entrare in Russia. Per quanto ne sappia Mosca ha respinto questa richiesta. Mi sembra che successivamente viveva di nuovo maritalmente con Makhno. Non credo le abbia perdonato questa richiesta, credo piuttosto che hanno agito entrambi in virtù di una debolezza morale.

Dopo la morte di Makhno, è diventata mogli di Volin e insieme a quest'ultimo, aveva la più grande bruttura morale: entrambi hanno rubato da sotto il cuscino mortuario di Makhno il suo diario e lo hanno fatto sparire. Ora questo diario Makhno lo aveva scritto durante il periodo della sua emigrazione e vi affidava le sue opinioni suoi suoi compagni di idee e sulla loro attività: posso affermarlo, perché nel 1832 Makhno mi ha fatto sapere che avrebbe voluto avere la mia opinione su un episodio di cui ero stata testimone, ciò per verificare l'esattezza di quanto aveva scritto nel suo diario. Sembra che durante l'occupazione tedesca in Francia, Galina Kouzmienko era diventata intima con un ufficiale tedesco e poi è andata con sua figlia a Berlino dove è stata uccisa durante un bombardamento. Forse non è nemmeno vero e vive ancora da qualche parte, forse anche in Russia.

Makhno amava sua figlia appassionatamente. Non so quali fossero i loro rapporti alla fine della sua vita, ma quando sua figlia era piccola e si trovava sotto la sua sorveglianza, dava soddisfazione a tutti i suoi capricci; ma a volte, quando era nervoso la picchiava dopo di che si ritrovava a essere quasi malato all'idea stessa di aver fatto una cosa del genere. Sognava che diventasse un'intellettuale. Ho avuto occasione di vederla dopo la morte di Makhno; aveva diciasette anni e somigliava fisicamente molto a suo padre, ma non sapeva molte cose su di lui e non so se era molto curiosa di saperlo.

In quanto ai rapporti di Makhno con Volin, posso certificare che non soltanto egli non amava Volin, ma che non aveva per lui nessuna stima considerandolo un uomo senza valore e senza carattere. Mi disse molte volte che in Ucraina Volin si affrettava a fare degli inchini verso di lui e non osava esprimere un'opinione indipendente in presenza del bakto. Così nello stato maggiore makhnovista fu giustiziato un inviato dei rossi, un certo Polonski. Alcuni membri dello stato maggiore ne furono irritati. Ed ecco che viene fuori da qualche parte Volin. Gli si racconta quest'episodio, ma lui in risposta non fa che chiedere: e batko è d'accordo? Se sì non voglio nemmeno discutere la questione. Accadde che Makhno era nella camera vicina e in uno stato di semi ebbrezza. Ascoltando la conversazione  entrò nella stanza dove si trovava Volin e gli disse: allora sei d'accordo che si è fucilato un uomo senza aver domandato per quale ragione è stato giustiziato? E anche se il batko era d'accordo, non poteva ingannarsi, e se era ubriaco quando l'ha fatto fucilare, allora cosa dici? Volin non osò dire più nulla.

Per contro a Parigi, quando Makhno viveva in miseria e nell'abbandono, tutti criticava il suo passato e la sua attività in Ucraina, mentre laggiù le stesse persone non trovavano il coraggio per esprimere la loro opinione. Makhno era abbastanza intelligente per rendersene conto, e ripagava gli autori di queste critiche con un odio implacabile. D'altronde, quando gli si diceva la verità francamente sembrava offendersi, ma sono sicura che nel profondo della sua anima Makhno stimava tali persone perché era capace di una certa oggettività. Tuttavia per la mia esperienza personale avrei potuto dedurre il contrario: così mi è successo una volta di copiare a macchina le sue memorie.

Nel corso di questo lavoro ho constatato che dei dati di un interesse storico notevole sono state mischiate con di testi dei discorsi delle assemblee pronunciate durante i primi mesi della rivoluzione, che non contenevano nulla di originale e non meritavano dunque di essere citati. Chi e come erano stati registrati nel 1917 per poter essere citati testualmente? A quel tempo sono stati pronunciati discorsi simili a migliaia. Non ho evitato di dire a Makhno che benché le sue memorie siano molto interessanti, non si può in questo modo scrivere un libro, che si devono scegliere i fatti e documenti più importanti e concentrarli per poter farne un solo libro, mentre lui ne aveva già scritti due, e tuttavia non era ancora arrivato sino al movimento makhovista stesso, era ancora ai preliminari. Mi ha ascoltato attentamente, ma non ha mai seguito il mio consiglio. E' vero che non ero mai una grande diplomatica: gli ho detto - siete un grande soldato, ma non un grande scrittore. Chiedeta a qualcuno dei vostri amici, ad esempio Marie Goldsmith di concentrare le vostre memorie. Ma non soltanto non ha seguito il consiglio, ma non mi ha mai perdonato di avergli dato quest'ultimo. Può darsi tuttavia che negli ultimi anni della sua vita si sia ricordato del mio consiglio, perché accadde sfortunatamente ciò che ho previsto, il suo libro sul movimento makhnovista non è mai stato scritto. Infatti un amico francese aveva proposto a Makhno un aiuto materiale perché potesse scrivere le sue memorie, ma visto che non si prevedeva la fine di questo lavoro, l'amico aveva rinunciato al suo aiuto. Allora Makhno era obbligato a guadagnarsi da vivere e le memorie non sono state evidentemente terminate. Più tardi viveva in una miseria terribile che non lo disponeva a scrivere.

Makhno era antisemita? Non lo penso affatto. Credeva che gli Ebrei fossero un popolo capace e intelligente, forse era un po' geloso di loro, ma non aveva animosità nei suoi rapporti con gli Ebrei che conosceva. Era capace di essere amico di un Ebreo senza alcun sforzo di volontà. Quando lo si accusava di antisemitismo, ciò lo offendeva terribilmente e lo rendeva triste, perché era troppo legato nel suo passato all'ideologia internazionalista per non sentire tutta l'importanza di una tale accusa. Era fiero di aver fatto fucilare l'ataman Grigoriev e considerava che tutte le voci riguardanti i pogrom che avrebbero commesso i makhnovisti non erano che delle odiose invenzioni.

Quando mi domandavo perché un uomo come Makhno aveva di colpo durante la sua epoca una tale potenza, me lo spiegavo soprattutto con il fatto che era egli stesso 

 

 

 

me l'expliquais surtout par le fait qu'il était lui-même chair de la chair de la paysannerie ukrainienne et aussi parce qu'il était un grand acteur et devant la foule il se transformait et devenait méconnaissable. Au cours des petites réunions il ne savait pas s'expliquer, c'est-à-dire, que sa manière solennelle de s'expliquer était ridicule dans une ambiance intime. Mais il suffisait qu'il apparaisse devant un grand auditoire que l'homme devenait un grand orateur, éloquent et sûr de lui-même. Ainsi j'ai eu l'occasion de le voir à une réunion publique organisée à Paris par le club du Faubourg où l'on discutait la question de l'antisémitisme dans le mouvement makhnoviste. En l'écoutant et surtout en le voyant j'ai compris la force de transfiguration que possédait ce paysan ukrainien.

Il y avait cependant un autre trait de caractère qui expliquait sans doute son influence sur la masse, c'est son courage physique. Archinov affirmait encore à Paris, malgré qu'il lui était plutôt hostile, que sous les balles Makhno se promenait comme un autre se promène sous la pluie ; Archinov considérait ce courage comme une espèce d'anomalie psychique.

Pendant les années d'émigration Makhno était atteint d'une maladie propre aux anciens hommes illustres, qui d'habitude sont incapables de se réhabituer à la vie simple et aux conditions ordinaires. Il semblait qu'il était embêté quand personne ne parlait de lui, et il donnait des interviews aux journalistes de toutes sortes en sachant parfaitement l'hostilité de la plupart des partis et des hommes envers lui. Une fois un journaliste ukrainien quelconque l 'avait demandé à interviewer, et c'était par mon intermédiaire. Je lui ai déconseillé de donner cette interview en prévoyant que le journaliste allait défigurer tout et que lui Makhno n'aurait aucune possibilité de défendre ses droits. Mon conseil n'était évidemment pas suivi et le journaliste avait publié ce qu'il avait trouvé commode pour lui et pas du tout ce que lui a dit l'ancien batko. Makhno rageait, mais je ne pense pas que ce cas lui serait de leçon.

Aurait-il pu devenir de nouveau un petit homme inconnu? Il rêvait certainement de cela (c'est-à-dire) de devenir un simple paysan ukrainien, mais je pense qu'il était pour toujours arraché d'une pareille vie.

Je me souviens qu'un jour nous avons parlé avec lui au sujet des carrières des généraux soviétiques Boudienny et Vorochilov. Makhno avait pour eux une estime professionnelle ; il me semblait même qu'il était en quelque sorte jaloux de leur carrière. Il n'est pas exclu que dans son cerveau rôdaient, sans le vouloir, des idées qu'il aurait pu lui aussi être un général de l'armée rouge. Cependant lui-même ne me l'a jamais dit. Au contraire, durant cette conversation il me disait que s'il retournait en Russie il aurait dû commencer à apprendre l'A.B.C. de l'art militaire régulier. Il faut considérer cette conversation comme un rêve exprimé oralement. Cependant je suis sûre que s 'il retournait en Russie il n'aurait pas pu rester deux jours sans rompre et se disputer avec les gouvernants, car au fond de son âme il était honnête et n'aurait pas pu se soumettre ni aux autorités hiérarchiques ni au mensonge social.

Makhno a connu de son vivant la collectivisation en Russie, mais j'ignore ce qu'il en pensait.

Makhno avait-il vraiment une croyance en l'anarchisme dont il se réclamait comme adepte? Je ne le crois pas. Il avait plutôt une espèce de fidélité aux souvenirs de sa jeunesse, quand l'anarchisme signifiait une croyance que tout peut être changé sur la terre et que les pauvres ont droit aux rayons de soleil. Les anarchistes que Makhno connaissait en Russie pendant la révolution, il les désapprouvait aussi bien parce qu'ils lui semblaient incapables et aussi parce qu'ils venaient dans la makhnovchtchina comme théoriciens en se montrant inférieurs comme courage à ces simples paysans ukrainiens qui peuvent donner à n'importe qui la leçon de courage corporel. Chez Kropotkine il critiquait âprement son patriotisme de 1914. J'aurais pu résumer en disant qu'il sentait parfaitement le manque de coordination de la pensée anarchiste avec la réalité de la vie sociale.

Makhno était-il un ivrogne comme le décrit Voline? Je ne le crois pas. Durant trois années à Paris je ne l'ai jamais vu ivre, et je le voyais très souvent à cette époque. J'ai eu l'occasion de l'accompagner en qualité d'interprète aux repas organisés à son honneur par des anarchistes étrangers. Il s'enivrait du premier petit verre, ses yeux brillaient et il devenait éloquent, mais vraiment ivre je ne l'ai jamais vu. On m'a dit que les dernières années de sa vie il avait faim, se laissa aller et peut-être à ce moment a-t-il commencé à boire, cela ne me semble pas exclu Mais en général à son organisme malade et affaibli il suffisait quelques gouttes d'alcool pour le rendre ivre. Etant ataman il a dû boire dans la même mesure que le fait un paysan ukrainien dans la vie quotidienne.

Comme un trait négatif de son caractère j'aurais pu indiquer son extrême incrédulité et sa méfiance, quoi que je ne pourrais pas affirmer que ces traits ne sont pas un résultat pathologique de son activité militaire pendant la guerre civile. Il était capable parfois de soupçonner même ses amis les plus proches. Aussi il arrivait que dans ses relations personnelles il n'était pas capable de distinguer entre les choses importantes et les petits détails.

Savait-il se reconnaître entre ses amis et ses ennemis? Je pense que quelque part intérieurement il savait les distinguer, mais à cause de son caractère acariâtre il était capable de se disputer avec des gens lui voulaient du bien. Son journal intime après sa qui mort est tombé entre les mains de deux de ses ennemis sa femme et Voline. Malgré sa méfiance il ne pouvait tout de même pas s'attendre à une pareille catastrophe.

 

Paris, février 1948

 

 

IDA METT

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

 

1 Osservazione: Ida METT scriveva abitualmente in russo. Questo testo è stato scritto originalmente in francese.

2 In: Le Monde libertaire.

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21 ottobre 2015 3 21 /10 /ottobre /2015 05:00

L'insurrezione di Kronstadt e il destino della Rivoluzione russa

 

Anton Ciliga

La Révolution prolétarienne : revue mensuelle syndicaliste communiste

 

Introduzione

 

Lo scambio di lettere tra Trotsky e Wendelin Thomas (uno dei leader del sollevamento dei marinai tedeschi nel 1918, attualmente membro della Commissione americana d'inchiesta sui processi di Mosca) a proposito del posto da dare nella storia agli avvenimenti di Kronstadt del 1921, ha provocato un'autentica discussione internazionale. Ciò testimonia dell'importanza del problema. D'altra parte, se è più particolarmente oggi che ci si occupa di Kronstadt, non è per caso: una analogia, e anche un legame diretto, tra ciò che è accaduto a Kronstadt diciasette anni fa, e i recenti processi di Mosca, non sono molto evidenti.

Oggi assistiamo all'assassinio dei capi della Rivoluzione d'Ottobre; nel 1921, furono le masse di base di questa rivoluzione ad essere decimate.

Sarebbe possibile oggi disonorare e sopprimere i capi dell'Ottobre senza che la minima protesta si levi nel paese, se questi capi non avevano essi stessi, a colpi di cannone, obbligato i marinai di Kronstadt a tacere e così gli operai della Russia intera?

La risposta di Trotsky a Wendelin Thomas mostra che, sfortunatamente, Trotsky — che è, insieme a Stalin, il solo dei capi dell'Ottobre che sia ancora in vita tra coloro che hanno effettuato la repressione di Kronstadt — si rifiuta attualmente, ancora, a guardare il passato oggettivamente. Per di più nel suo articolo: "Beaucoup de bruit autour de Cronstadt" [Molto rumore intorno a Kronstadt], allarga ancor più il fossato tra la massa lavoratrice e lui; egli non esita, dopo aver ordinato il loro bombardamento nel 1921, a presentare oggi gli uomini di Kronstadt come "degli elementi completamente demoralizzati, degli uomini che portavano eleganti pantaloni allo sbuffo e si conciavano alla maniera dei protettori".

No non è con tali accuse, che puzzano di obitorio burocratico da cento passi, che si può portare un utile contributo agli insegnamenti da trarre dalla grande rivoluzione russa.

Per determinare l'influenza che ha avuto Kronstadt sulla sorte della Rivoluzione, si deve, evitando ogni questione personale, portare la propria attenzione su tre questioni fondamentali:

1° in quale contesto si è verificata la rivolta di Kronstadt?

2° quali erano gli scopi di questo movimento?

3° Attraverso quali mezzi gli insorti tentarono di raggiungere i loro scopi?

Le masse e la burocrazia nel 1920-21

Tutti sono ora d'accordo nel riconoscere che nel corso dell'inverno 1920-21, la Rivoluzione russa viveva un momento particolarmente critico: l'offensiva in Polonia era terminata con la sconfitta di Varsavia, nessuna rivoluzione sociale scoppiava nell'Europa occidentale, la Rivoluzione russa rimaneva isolata, la carestia e la disorganizzazione si impadronivano dell'intero paese; il pericolo della restaurazione borghese bussava alle porte della rivoluzione. In questo momento critico, le diverse classi e partiti che esistevano all'interno del campo rivoluzionario presentarono ognuno le loro soluzioni per risolvere la crisi.

Il governo sovietico e le sfere superiori del partito comunista applicarono il loro programma del rafforzamento del potere della burocrazia. L'attribuzione ai "Comitati esecutivi" dei poteri attribuiti sino ad allora ai soviet, la sostituzione della dittatura della classe con quella del partito, lo spostamento dell'autorità all'interno stesso del partito, dai suoi membri ai suoi quadri, la sostituzione al doppio potere della burocrazia e degli operai nelle fabbriche del solo potere dell'apparato, tutto ciò doveva "salvare la Rivoluzione!". È in questo momento che Bucharin pronunciò la sua arringa a favore del "bonapartismo proletario". "Limitandosi egli stesso", il proletariato avrebbe per così dire facilitati la lotta contro la contro-rivoluzione borghese.

Così si manifestava già l'enorme sufficienza, quasi messianica, della burocrazia comunista.

Il IX e il X congresso del partito comunista, così come l'intervallo di un anno che li separò, trascorsero sotto il segno di questa nuova politica. Lenin ne fu il rigido realizzatore, e Trotsky il cantore. La burocrazia preveniva la restaurazione borghese... eliminando i tratti proletari della rivoluzione.

La formazione della "Opposizione operaia" all'interno del partito, appoggiata, non soltanto dalla frazione proletaria del partito, ma anche dalla grande massa degli operai senza partito, il grande sciopero generale del proletariato di Pietrogrado poco prima della rivolta di Kronstadt, e infine questa insurrezione stessa, tutto ciò esprimeva le aspirazioni delle masse che sentivano, più o meno chiaramente, che una "terza persona" stava attentando alle sue conquiste. Il movimento dei contadini poveri di Makhno in Ucraina fu, nell'insieme, la conseguenza delle stesse resistenze. Quando si esaminano, con la prospettiva storica di cui disponiamo ora, le lotte del 1920-1921, si è colpiti nel vedere che queste masse disperse, affamate e indebolite dalla disorganizzazione economica, hanno tuttavia trovato in se stesse la forza di formulare con tanta precisione la loro posizione sociale e politica, e difenderla, allo stesso tempo, contro la burocrazia e contro la borghesia.

Il programma di Kronstadt

Per non accontentarci, come Trotsky, di semplici affermazioni, sottoponiamo ai lettori la risoluzione ch esservi da programma al movimento di Kronstadt. La riproduciamo per intero, in ragione della sua enorme importanza storica. Essa fu adottata il 28 febbraio dai marinai della corazzata "Petropavlovsk" e accettata in seguito da tutti i marinai, soldati e operai di Kronstadt.

 

"Dopo aver ascoltato il rapporto dei rappresentanti degli equipaggi inviati a Pietrogrado dalla assemblea generale dei marinai della flotta per esaminare la situazione, è stato deciso quanto segue:

1) di procedere immediatamente alla rielezione a scrutinio segreto dei soviet, dato che i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini. A questo scopo dovrà svolgersi prima una libera propaganda elettorale affinché le masse operaie e contadine possano essere onestamente informate.

2) di esigere la libertà di parola e di stampa per gli operai e per i contadini, per gli anarchici e per i socialisti di sinistra.

3) di esigere libertà di riunione per i sindacati operai e per le organizzazioni contadine.

4) di convocare entro il 10 marzo 1921 una assemblea generale degli operai, dei soldati rossi e dei marinai di Kronstadt e di Pietrogrado.

5) di rilasciare tutti i prigionieri politici socialisti e tutti gli operai e i contadini, i soldati rossi e i marinai, arrestati in occasione di diverse agitazioni popolari.

6) di eleggere una commissione incaricata di esaminare i casi di tutti i detenuti trattenuti nelle prigioni e nei campi di concentramento.

7) di abolire tutte le "sezioni politiche" [1] perché d'ora in poi nessun partito deve avere dei privilegi per la propaganda delle sue idee, né ricevere la minima sovvenzione dallo stato per tale scopo. Al loro posto, noi proponiamo che siano elette in ogni città delle commissioni di Cultura e di Educazione finanziate dallo Stato.

8) di abolire immediatamente tutti gli sbarramenti militari [2].

9) di uniformare le razioni alimentari per tutti i lavoratori, salvo per coloro che esercitano mestieri particolarmente insalubri e pericolosi.

10) di abolire tutti i reparti speciali comunisti nelle unità dell'esercito, e la guardia comunista nelle fabbriche e nelle miniere. In caso di necessità questi corpi di difesa potranno essere designati dalle compagnie nell'esercito e dagli operai nelle fabbriche.

11) di dare ai contadini la piena libertà di azione per ciò che concerne le loro terre, e il diritto di allevare il bestiame, a condizione che compiano il loro lavoro, senza l'impiego di lavoratori salariati.

12) di chiedere a tutte le unità dell'esercito e ai compagni delle scuole di cadetti [3] di solidarizzare con noi.

13) di esigere che questa risoluzione sia largamente diffusa dalla stampa.

14) di designare una commissione mobile incaricata di controllare questa diffusione.

15) Autorizzare la produzione artigianale libera purché non impegni il lavoro salariato.

Sono queste delle formule rozze, alcune anche insufficienti, ma che sono tutte impregnate dello spirito dell'Ottobre, e non vi sono calunnie al mondo che possano far dubitare del legame intimo esistente tra questa risoluzione e l'opinione che guidava gli espropriatori del 1917.

La profondità dei principi che animano questa risoluzione è mostrata dal fatto che è ancora ampiamente attuale. Si può, infatti, opporla tanto bene sia al regime di Stalin del 1938 sia a quello di Lenin del 1921. Vi è anche di più: le esigenze proprie di Trotsky contro il regime di Stalin non sono che la riproduzione, timida è vero, delle rivendicazioni di Kronstadt. D'altronde, quale altro programma, per quanto poco socialista sia, potrebbe essere opposto all’oligarchia burocratica se non quelli Kronstadt e dell’Opposizione operaia?

La parte iniziale della risoluzione mostra lo stretto legame che esisteva tra i movimenti di Pietrogrado e di Kronstadt. Il tentativo di Trotsky di opporre gli operai di Pietrogrado a quelli di Kronstadt allo scopo di consolidare la leggenda del carattere controrivoluzionario del movimento di Kronstadt urta con Trotsky stesso: nel 1921, Trotsky, infatti, perorando la necessità nella quale si era trovato Lenin di sopprimere la democrazia all'interno dei soviet e del partito, accusava le grandi masse, nel partito e al di fuori del partito, di simpatizzare con Kronstadt. Ammetteva dunque in quel momento che, sebbene gli operai di Pietrogrado e dell’Opposizione operaia non fossero giunti sino alla resistenza a mano armata, la loro simpatia almeno andava Kronstadt.

L'affermazione di Trotsky secondo la quale “l'insurrezione sarebbe stata ispirata dal desiderio di ottenere una razione privilegiata” è ancora più atroce. Così, è uno di quei privilegiati del Cremlino, per i quali le razioni erano molto superiori a quelle degli altri, che osa lanciare un simile rimprovero, e ciò a degli uomini che, nel paragrafo 9 della loro risoluzione, richiedevano esplicitamente l’uguaglianza della razione! Questo dettaglio mostra fino a che punto l’accecamento burocratico di Trotsky non ha limiti ed è disperato.

Gli articoli di Trotsky non si discostano di un solo passo dalla leggenda forgiata un tempo dal Comitato centrale del partito. Certo, Trotsky merita la stima del movimento operaio internazionale per avere rifiutato, a partire dal 1928, di continuare a partecipare alla degenerazione burocratica e alle nuove “epurazioni” destinate a privare la Rivoluzione di tutti i suoi elementi di sinistra; preferì, essere eliminato egli stesso. Merita ancora più di essere difeso contro la calunnia e gli attentati di Stalin. Ma tutto ciò non dà a Trotsky il diritto di insultare le masse lavoratrici del 1921. Al contrario! Più di chiunque altro, Trotsky avrebbe dovuto fornire una  nuova valutazione dell’iniziativa presa da Kronstadt, iniziativa di un valore storico considerevole, iniziativa presa da militanti della base al fine di lottare contro la prima "epurazione" sanguinaria intrapresa dalla burocrazia.

L’atteggiamento dei lavoratori russi durante il tragico inverno del 1920-1921 testimonia un istinto sociale profondo e un nobile eroismo animarono le classi lavoratrici della Russia, non soltanto durante l'ascesa della Rivoluzione, ma anche durante la crisi che la pose in pericolo mortale.

Né i combattenti di Kronstadt, né gli operai di Pietrogrado, né i comunisti di rango, disponevano ormai più, è vero, nel corso di quell'inverno, di tanta energia rivoluzionaria come nel 1917-1919, ma tutto ciò che c'era ancora di socialista e di rivoluzionario in questa Russia del 1921, era la base a possederlo. Opponendosi a quest'ultima, Lenin e Trotsky, d’accordo con Stalin, con Zinoviev, Kaganovitch e altri, rispondevano ai desideri e servivano gli interessi dei quadri burocratici. Gli operai lottavano allora per il socialismo di cui la burocrazia perseguiva già la liquidazione. E’ qui che risiede il fondo del problema.

Kronstadt e la N.E.P.

Si crede abbastanza comunemente che Kronstadt esigesse l’introduzione della N.E.P.; questo è un profondo errore. La risoluzione di Kronstadt si pronunciava per la difesa dei lavoratori, non soltanto contro il capitalismo burocratico di stato, ma anche contro la restaurazione del capitalismo privato. Questa restaurazione era richiesta – contrariamente chea Kronstadt – dai socialdemocratici che la combinavano con un regime di democrazia politica. E furono Lenin e Trotsky che la realizzarono in gran parte, (ma senza democrazia politica) sotto la forma della N.E.P. La risoluzione di Kronstadt sosteneva tutto il contrario poiché si dichiarava contro il salariato nell’agricoltura e l’artigianato.

Questa risoluzione, e il movimento, al quale servì da base, tendevano all’alleanza rivoluzionaria dei proletari e dei contadini lavoratori, con gli ambienti più poveri delle campagne affinché la rivoluzione si sviluppasse verso il socialismo; la N.E.P. era, al contrario, l'unione dei burocrati con gli strati superiori del villaggio contro il proletariato, era l’alleanza del capitalismo di Stato e del capitalismo privato contro il socialismo. La N.E.P. è tanto contro le rivendicazioni di Kronstadt quanto, ad esempio, il programma socialista rivoluzionario dell'abolizione del sistema di Versailles sorto dall'avanguardia del proletariato europeo è opposto all’abrogazione del trattato di Versailles così com'è stato realizzato da Hitler.

Ecco, infine, un’ultima accusa correntemente diffusa: delle iniziative come quella di Kronstadt potevano indirettamente scatenare le forze della controrivoluzione. È possibile infatti che anche ponendosi sulla base della democrazia operaia, la rivoluzione sia infine fallita, ma quel che è certo, è che essa è perita, e che è perita per la politica dei suoi dirigenti: la repressione di Kronstadt, la soppressione della democrazia operaia e sovietica da parte del X Congresso del partito comunista russo, l’eliminazione del proletariato dalla gestione dell’industria, l’introduzione della N.E.P significavano già la morte della Rivoluzione.

È precisamente alla fine della guerra civile che si produsse la divisione della società post-rivoluzionaria in due gruppi fondamentali: le masse lavoratrici e la burocrazia. Nelle sue aspirazioni socialiste e internazionaliste la rivoluzione russa fu soffocata; nelle sue tendenze nazionaliste, burocratiche, di capitalismo di Stato, essa si sviluppò e si consolidò.

È a partire da qui e su questa base che ogni anno, sempre più nettamente, l'amoralità bolscevica, così spesso citata, acquisì lo sviluppo che doveva condurre ai processi di Mosca. La logica implacabile delle cose si era manifestata: quando dei rivoluzionari, tali soltanto a parole, compiono, nei fatti, i compiti della reazione e della controrivoluzione, devono ricorrere ineluttabilmente alla menzogna, alla calunnia e alla falsificazione. Questo sistema della menzogna generalizzata è la conseguenza, non la causa, della separazione del partito bolscevico dal socialismo e dal proletariato.

Mi permetto, per corroborare quanto sopra sostenuti, di citare delle testimonianze su Kronstadt di uomini che ho incontrato nella Russia dei Soviet.

- Quelli di Kronstadt? Ebbero perfettamente ragione; sono intervenuti per difendere gli operai di Pietrogrado; si trattò di un tragico malinteso che Lenin e Trotsky, invece di intendersi con loro, sferrarono lor battaglia, mi diceva, mi diceva, nel 1932, Dch., che, nel 1921, era operaio senza partito a Pietrograd e che conobbi al confino politico di Verkhnié-Ouralsk come trotskysta.

- È una frottola che dal punto di vista sociale, nella Kronstadt del 1921 vi fosse una popolazione diversa da quella del 1917, mi diceva in prigione un altro pietrogradese, Dv., che, nel 1921, era membro della Gioventù Comunista, e fu incarcerato nel 1932 come "decista".

Ebbi anche l'occasione di conoscere uno di coloro che avevano effettivamente partecipato al sollevamento di Kronstadt. Era un vecchio meccanico della marina, comunista sin dal 1917, che aveva attivamente preso parte alla guerra civile, diretto per un certo periodo una Ceka di provincia da qualche parte sul Volga, e si trovava nel 1921 a Kronstadt in qualità di commissario politico, sulla nave da guerra "Marat" (ex "Petropavlovsk"). Quando lo vidi, nel 1930, nella prigione di Leningrado, aveva trascorso da poco otto anni alle isole Solovetski.

I mezzi di lotta

I lavoratori di Kronstadt perseguivano degli scopi rivoluzionari lottando contro i tentativi reazionari della burocrazia e servendosi di mezzi propri e onesti. Per contro, la burocrazia diffamava odiosamente il loro movimento, pretendendo che fosse diretto dal generale Kozlovski. Quelli di Kronstadt, in effetti, volevano discutere onestamente come compagni sulle questioni controverse con i rappresentanti del governo. La loro iniziativa ebbe dapprima un carattere difensivo – è per questa ragione che non occuparono per tempo Oranienbaum, sulla costa di fronte a Kronstadt.

Sin dall’inizio, i burocrati di Pietrogrado impiegarono il sistema degli ostaggi arrestando le famiglie dei marinai, soldati dell'armata rossa e operai di Kronstadt che abitavano a Pietrogrado, perché alcuni commissari di Kronstadt - di cui nessuno venne fucilato - erano stati arrestati. La detenzione degli ostaggi fu portata a conoscenza di Kronstadt tramite dei volantini lanciati da un aereo.

Nella sua risposta per radio, Kronstadt il 7 marzo dichiarò "di non voler imitare Pietrogrado perché ritiene che un atto del genere, anche effettuato in un accesso di odio disperato, è il più vigliacco da tutti i punti di vista. La storia non ha ancora conosciuto simile procedura". (Izvestia del Comitato Rivoluzionario di Kronstadt, 7 marzo 1921). Il nuovo apparato dirigente capiva molto meglio dei "ribelli" di Kronstadt il significato della lotta sociale che cominciava, la profondità dell'antagonismo di classe che li separava dai lavoratori. È in tutto ciò che risiede la tragedia di tutte le rivoluzioni nel periodo del loro declino.

Ma quando venne imposto a Kronstadt il conflitto militare, quest'ultima trovò ancora in sé la forza di formulare le parole d’ordine della "terza rivoluzione" che è da allora il programma del socialismo Russo dell'avvenire [4].

Bilancio

Ci sono delle ragioni per pensare che essendo dato il rapporto di forze del proletariato e della borghesia, del socialismo e del capitalismo esistente in Russia e in Europa all’inizio del 1921, la lotta per lo sviluppo socialista della rivoluzione russa era destinata alla sconfitta. In queste condizioni, il programma socialista delle masse non poteva vincere; bisognava aspettarsi il trionfo della controrivoluzione dichiarata o camuffata sotto l’aspetto di una degenerazione (come poi è accaduto).

Ma una simile concezione dei processi della rivoluzione russa non sminuisce affatto, nel campo dei principi, l'importanza storica del programma e degli sforzi delle masse lavoratrici. Al contrario, questo programma costituisce il punto di partenza da cui comincerà il nuovo ciclo dello sviluppo rivoluzionario e socialista. Infatti, ogni nuova rivoluzione non comincia sulla base su cui iniziò la precedente, ma partendo dal punto in cui la rivoluzione precedente ha subito una sconfitta mortale.

L’esperienza della degenerazione della rivoluzione russa pone di nuovo davanti alla coscienza del socialismo internazionale un problema sociologico estremamente importante: perché nella rivoluzione russa, come nelle altre due grandi rivoluzioni precedenti: quella inglese e francese, è dall'interno che la controrivoluzione ha trionfato nel momento in cui le forze rivoluzionarie si esaurivano, e per mezzo dello partito rivoluzionario stesso (“epurato”, è vero, dai suoi elementi di sinistra)?

Il marxismo riteneva che la rivoluzione socialista, una volta cominciata o si sarebbe assicurata uno sviluppo graduale e continuo che l’avrebbe condotta al socialismo integrale, oppure sarebbe andata incontro a una sconfitta che si sarebbe manifestata sotto forma di una restaurazione borghese.

Il complesso della rivoluzione russa pone in un modo del tutto nuovo il problema del meccanismo della rivoluzione socialista. Questa questione deve diventare primaria nella discussione internazionale. In questa discussione, il problema di Kronstadt può e deve avere un posto degno di essa.

 

Ante Ciliga

 

NOTE

 

[1] "Politotdiel": sezioni politiche del partito comunista esistenti nella maggior parte delle istituzioni di Stato.

[2] "Zagraditelnyé otriady": distaccamenti polizieschi creati ufficialmente per lottare contro l'agiotaggio, ma che in fin dei conti confiscavano tutto ciò che la popolazione affamata, operai compresi, portavano dalle campagne per il consumo personale.

[3] "Koursanty": allievi ufficiali.

[4] Un'opera d'insieme si Kronstadt, contenente dei documenti essenziali su queste giornate storiche, è stato scritto da Ida Mett. La sua pubblicazione apporterebbe, a mio parere, un contributo adeguato alla discussione internazionale che si sta attualmente sviluppando.

 

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