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30 settembre 2016 5 30 /09 /settembre /2016 05:00

Maximilien Rubel, marxista anti-bolscevico

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(Necrologia uscita sul Socialist standard di giugno 1996).

 

Risultati immagini per maximilien rubel livresMaximilien Rubel è morto alla fine di febbraio, non era semplicemente uno specialista di Marx, era anche qualcuno che ha voluto il socialismo nel vero senso di una società di proprietà comune e di controllo democratico nella quale, come Marx lo concepiva, le due grandi espressioni dell'alienazione umana, il denaro e lo Stato, sarebbero sparite.

Ha così identificato e denunciato nei suoi scritti i dirigenti della Russia capitalista di Stato e i loro ideologi così come i grandi deformatori delle idee di Marx.

Risultati immagini per maximilien rubel marx without mythLa sua ambizione, sul piano accademico, era di produrre un'edizione definitiva degli scritti di Marx purgata dalle deformazioni e commenti tendenziosi delle edizioni provenienti da Mosca e Berlino est.

A differenza di molti altri, Rubel non è stato sotto la cappa del regime capitalista di Stato in Russia. In altri termini, non è mai stato un membro o simpatizzante del partito comunista. Di fatto, egli proveniva dalla tradizione marxista della vecchia minoranza nella socialdemocrazia europea.

Risultati immagini per Maximilien RubelRubel era nato nel 1905 a Czernowitz, che faceva allora parte dell'impero austro-ungarico (e più tardi, regione della Romania, dell'impero russo e ora dell'Ucraina), ed è in Austria che incontrerà la prima volta le idee di Marx. Ricevette l'influenza di Max Adler che, prima della prima guerra mondiale, era stato di quei socialdemocratici che cercavano di completare la critica del capitalismo con una dimensione morale basata sull'imperativo "categorico" di Kant: il socialismo era qualcosa che gli operai dovevano instaurare per delle ragioni morali piuttosto che qualcosa che andavano inevitabilmente instaurare per delle ragioni economiche. Era una posizione controversa ma Rubel l'ha optata e l'ha espressa nei suoi propri scritti. Nel 1931 si è trasferito a Parigi dove ha vissuto il resto della sua vita.

Risultati immagini per Maximilien RubelRubel era l'autore di molti libri e articoli su Marx, soprattutto in francese ma alcuni in inglese. Sono tutti interessanti, anche se la loro lettura è a volte difficile. Raccomandiamo in particolar modo i testi scelti di Marx e di Engels che ha edito insieme a Tom Bottomore (Karl Marx: Selected Writing in Sociology and Social Philosophy; edito presso Penguins) e la sua biografia di Marx che egli ha scritto insieme a Margaret Manale Marx Without Myth. Ha anche contribuito a Non-Market Socialism in the 19th & 20th Centuries edito insieme a John Crump.

Risultati immagini per Marx critique du marxismeIn francese vi è la raccolta dei suoi articoli editi nel 1974 con il titolo Marx critique du marxisme (tr. it.: Marx critico del marxismo, Cappelli, 1981), Rubel argomenta sul fatto che Marx non era un marxista. In due sensi. In primo luogo, le proprie concezioni di Marx erano in conflitto con ciò che si è generalmente chiamato il "marxismo" (bolscevismo, leninismo, stalinismo, trotskysme, ecc.). Rubel ha combattuto energicamente contro "il mito della rivoluzione socialista d'Ottobre" che ha visto, non come la conquista del potere politico attraverso l'auto-attività della classe operaia, preludio al socialismo, ma come la conquista del potere politico da parte del partito bolscevico, preludio allo sviluppo del capitalismo in Russia sotto gli auspici dello Stato.

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La seconda ragione che faceva dire a Rubel che Marx non era un marxista era che Marx non aveva fondato una scuola di pensiero che si richiamava a lui, perché un corpus che si richiamava a un individuo era contrario a tutto il suo approccio e alla sua analisi. Ironicamente, benché Rubel si sia sempre rifiutato di considerarsi un marxista, i suoi scritti hanno espresso le concezioni di Marx con maggior precisione da parte di coloro che si sono detti marxisti.

Rubel ha evidenziato che sin dai suoi primi scritti socialisti della metà degli anni 40 del XIX secolo, Marx aveva considerato il denaro e lo Stato come due espressioni dell'alienazione umana, e aveva auspicato la loro sparizione come una caratteristica determinante della società libera che era l'alternativa al capitalismo.

Risultati immagini per marxisme anti-bolcheviqueMarx, ha detto Rubel, ha visto questa società senza denaro, senza patrie, senza classi come realizzabile da parte dell'auto-attività indipendente degli stessi operai, il che includerebbe la trasformazione del voto come strumento di emancipazione; in altri termini, la posizione di Marx era che lo Stato, in quanto strumento di classe posto al di sopra della società, dovrebbe essere soppresso dall'azione politica democratica. Marx non era contro la partecipazione dei socialisti alle elezioni.

Risultati immagini per maximilien rubel libriSi tratta in tutta evidenza di un'interpretazione di Marx molto vicina alla nostra. Rubel conosceva il SPGB, aveva partecipato ad alcune delle nostre riunioni, era in relazione epistolare con alcuni dei nostri membri ed era abbonato al Socialist standart. Era apparentemente affascinato dalla nostra esistenza in quanto gruppo che aveva collegato molto strettamente la concezione di Marx del socialismo e della rivoluzione socialista. Non era d'accordo con la nostra posizione di concentrarsi esclusivamente su ciò che William Morris chiamava la "formazione dei socialisti" [1], e, influenzato dall'argomento specioso del "male minore", aveva votato alle elezioni presidenziali del 1981 in Francia.

Risultati immagini per Maximilien RubelInutile dire che un anno dopo le elezioni il governo di Mitterand congelava i salari e riduceva le prestazioni sociali secondo le leggi economiche del capitalismo nelle quali i profitti e la ricerca dei profitti sono posti sopra ogni cosa. Non vi è male minore sotto il capitalismo, soltanto un grande male, il capitalismo stesso, come Rubel avrebbe dovuto sapere.

Rubel era nella tradizione di ciò che Paul Mattick ha chiamato il "marxismo anti-bolscevico" o "marxismo non leninista" e, attraverso i suoi scritti, contiunuerà a contribuire alla comprensione socialista necessaria prima che una società veramente socialista possa essere instaurata.

 

Adam Buick

 

[Traduzione di Ario Libert]

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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28 settembre 2016 3 28 /09 /settembre /2016 05:00

La scintilla

68retour_moutons.gif

Gabriel Culioli

 

Maggio 68... Già vent'anni! Ah, li vedo, lo sento, quelli che, in nome di se stessi stanno per appropriarsi dei resti gloriosi del movimento: filosofi che non avevano visto nulla ma capito tutto, giornalisti che non avevano capito nulla ma visto tutto; poliziotti superati da un presente affrettato, scavarsi un passaggio nella Storia con il manganello sollevato in aria; e i qui presenti militanti, dimentichi del tempo e dei luoghi, installati ora nei salotti benestanti della società, che scrivono senza fine su una generazione che essi modellano, triturano, torturano per meglio farle sposare le forme scatologiche della loro ambizione e della loro buona coscienza...

In questo corteo funebre si troveranno, fianco a fianco per meglio abbracciare la sua spoglia, tutti quelli che sconvolgevano l'esaltazione di quel mese di maggio, il suo galloppo da cavallo pazzo, e quelli che si sfiatarono a volerlo seguire.

E infine, vi saranno quelli che amo, che conserveranno queste giornate di primavera soleggiate così come sono, senza cercare di accappararsi. Tutti quelli per cui esse resteranno il simbolo dell'assoluta libertà, uno spirito del tempo, un gusto di ciliegia, una macchia rossa su una realtà grigia... Tre lettere e due cifre, quasi una matricola e tuttavia un'apertura verso il cielo per un Icaro resuscitato...

Allora oggi, venti anni dopo, i capelli grigi e l'aspetto fiacco, mi sgolo ancora "Morte ai coglioni!" a tutti quelli che affermano, ma per il ricordo soltanto: "L'abbiamo tanto amata la rivoluzione". Evviva quelli che a piedi, a cavallo o in una (piccola) automobile, la faranno veramente la Rivoluzione. Merda ai gratta-sottigliezze che, in Francia e altrove non fanno incessantemente che annegare la fiamma della speranza lamentandosi che l'immaginazione deve abbracciare il ragionevole, che si devono uccidere i sogni che volano più in alto della realtà e far rendere l'anima all'utopia.

Di avvenire in avvenire, banda di ipocriti inamiditi nei vostri colletti duri tanto falsi quanto i vostri ricordi, la realtà raggiungerà il sogno e la si conquisterà, la Grande Sera [1]. L'alba, infine, cesserà di essere una tentazione. Anche il sole, compagni, si alza a calci in culo...

Ecco, ho scaricato la mia bile sugli inventori di generazione e i recuperatori di ogni genere. Strano preambolo per insegnarvi  come sono stato la miccia che ha scatenato l'esplosione di Maggio. Venni anni oramai, e sono il solo a conoscere la verità. Occupavo all'epoca una posizione allo stesso tempo mobile ed elevata... Ma vado troppo di fretta e brucio le tappe. Cominciamo dall'inizio e cioè dalla fine del movimento.

Il 21 giugno 1968 ebbe luogo una riunione di cui fui l'unico testimone, involontario è vero. Il futuro ministro dell'interno Marcellin aveva riunito molti informatori. Voleva sapere la verità sull'origine della rivolta, sulla scintilla che aveva incendiato la pianura, per dirla come i maoisti.

Chi non conosceva Marcellin si è perso molto. Fisicamente l'uomo era di una insignificanza rara, come molti di questi esseri dell'ombra di cui non ci si chiede a volte se non si facciano il bagno con l'impermeabile acrilico. Degli occhi semi nascosti da palpebre dagli ammortizzatori usati, una bocca molliccia prolongata da ina cicca sudicia, e soprattutto un'ossessione continua per il complotto comunista. Alla maniera delle bestie cornute, mugiva alla vista del rosso e caricava. La sua immensa ossessione del complotto ed il suo fascino per la cosa poliziesca erano bastati a rassicurare una borghesia vacillante sin nelle sue fondamenta per la rivolta di Maggio. Ma questo elemento mezzo Javert [2] fulminava: gli sfuggiva un elemento per capire la meccanica di Maggio, quell'elemento che avrebbe giustificato i suoi ditirambi collerici riguardanti il direttore d'orchestra.

Quel giorno, aveva riunito la cellula speciale che infiltrava i movimenti di estrema sinistra. I quattro ispettori coinvolti erano tutti presenti: Gardénal, che si occupava della Federazione degli Studenti Rivoluzionari [ ], tendenza "lambertista" [ ] della quarta Internazionale [ ]; Léon, dislocato presso la Gioventù Comunista Rivoluzionaria [ ], vicino alla quarta Internazionale; Schmidt, membro del Partito comunista; e Joseph incaricato della Unione delle Gioventù Comuniste marxiste-leniniste.

 

"Signori, cominciò Marcellin, dopo le mie informazioni, l'occupazione della Sorbona da parte delle forze dell'ordine è iniziata in seguito a un malinteso. L'ispettore Janvier, allora preposto al servizio di igiene della prefettura di Parigi, era stato inviato nel cortile della Sorbona, in civile. Aveva come misssione di sorvegliare il posto e di indicare se i luoghi potevano essere occupati senza incidente. Meno di dieci manifestanti e saremmo entrati, più di dieci e avremmo bloccato le uscite allo scopo di parlamentare con essi. L'ispettore doveva agitare due volte il suo fazzoletto rosso se l'operazione era realizzabile e non fare nulla se gli estremisti erano più numerosi.

"Alle ore quindici, l'ispettore agitò due volte il suo fazzoletto, poi l'agitò come un forsennato. Ritenendo che il segnale fosse chiaro, il commandante dei CRS ordinò un assalto massiccio e immediato della facoltà, e i nostri uomini si incontrarono faccia a faccia con più di cento individui armati di mazze da picconi.

"Quando gli fu chiesto di spiegare il suo gesto insensato, Janvier raccontòche un volatile aveva defecato sui suoi abiti e che aveva perciò preso il suo fazzoletto per asciugarsi. Comprendendo troppo tardi il suo errore, aveva allora cercato di porvi rimedio, attizzando così ancor più l'incendio che aveva appena acceso. Fu ovviamente retrocesso di grado. Ritrovammo le sue tracce durante la notte del 27 maggio, su una barricata. Pretendeva di trovarsi là per sgraffignare delle informazioni. Sperava di poter così riabilitarsi. Parlò di complotto, di caso, di destino crudele. Da parte mia, credo che quest'uomo fu uno dei personaggi determinanti del vasto complotto internazionale che ha provocato Maggio 68. Una pedina forse, ma che svolse il ruolo di detonatore. In effetti, come credere al caso, quando comonicia una rivoluzione mentre il presidente della Repubblica e il Primo ministro si trovano all'estero? Io accuso il comunismo internazionale e la sua strategia internazionale, accuso il SDS  [3] tedesco e la Tricontinentale [4] di averci attirato nel vespaio della Sorbona...

"Se vi ho riunito oggi, è per conoscere la vostra opinione, a voi che siete stati immersi in questo bagno putrido di lebbra e di caos, a voi ai quali rendo omaggio per il vostro senso dell'abnegazione e del sacrificio. Chi vuole la parola?".

 

Marcellin si raddrizzò e accese il suo vecchio mozzicone giallastro. Percorse il gruppetto e designò con il mento il poliziotto infiltrato presso i "lambertisti".

- Gardénal, cosa si racconta tra i vostri grandi dormitori?

Lo sbirro si grattò il cavallo dei calzoni con ostentazione. Indossava una giacca di cuoio nero e sotto nulla. Dei ciuffi di peluria sgorgavano dal collo. Spostò la sua gomma da masticare dall'altro lato della mandibola e tagliò viuolentemente l'aria con la sua mano sinistra sino a giustapporla alla sua mano destra:

- Io, signore, quel che credo, è che tutto questo è una gran cazzata. Si deve guardare piuttosto la verità in faccia. La giovinezza, voleva la rivolta. Voleva battersi. Avremmo potuto organizzare una manifestazione davanti al Palais Bourbon. E' ciò che chiedevano la FER e i gruppi Révolte: centomila giovani davantio il Parlamento. Invece di questo, i "pablisti" della Gioventù comunista rivoluzionaria hanno preferito diluire il movimento in uno sperpero piccolo borghese... E' per questo che i dirigenti della FER hanno preso le loro responsabilità e hanno domandato ai giovani di non partecipare alla notte delle barricate...".

Marcellin scosse la testa:

- Se ho ben capito, non è colpa vostra? Ne terremo conto più tardi. Ma Janvier?".

Gardénal spostò virilmente il suo congelatore genetico respirando rumorosamente:
- L'ispettore Janvier? Una cosa insignificante nella giostra della Storia. Non conosco. Andate piuttosto a vedere dalla parte dei "pabs" della JCR.

- Indicate il vostro collega, Léon, disse Marcellin. Léon, cosa dite? Ma soprattutto, cercate di parlare chiaramente, come tutti. A volte ho l'impressione di essere caduto in un agguato teso dagli estremisti. I vostri accenti e le vostre espressioni mi fanno venire i brividi alla schiena...

Léon, ispettore di seconda classe. Ventidue anni. Capelli lunghi alla Che Guevara... Voce alta e chiara...

- L'ispettore cardénal ha l'onestà di riconoscere che l'organizzazione da lui infiltrata non c'entra affatto con gli avvenimenti. Avrebbe potuto comunque evitare di andare a dormire, quella sera del 9 maggio. Avrebbe saputo molte cose rimanendo per la strada. Per quanto ne so, la JCR ha partecipato a fondo al movimento. Ognuno di voi conosce Bensaid, Krivine e compagnia. Ci hanno creduto fermamente. Ma da qui a considerarli come dei padrini... Credete veramente, signore, che basti schiacciare un bottone per fare scendere tutta la gioventù per la strada? Credete veramente che sia possibile scatevare lo sciopero generale attraverso la sola magia della manipolazione?..."

- Ma Janvier? Lo interruppe Marcellin.

- Sconosciuto al battaglione, rispose Léon. Mai sentito parlare. E anche ammettendo che l'ispettore sia stato la creazione di un vasto complotto, l'attore principale degli avvenimenti, fu per noi, la polizia!

- Non ho chiesto la vostra opinione, ma quella dell'organizzazione in cui siete infiltrato per conto dello Stato.

Léon sbuffò con irritazione:

- Lo so, signore, lo so. Mi atterrò dunque alla stretta relazione dei fatti. Il 3 maggio, avebndo saputo che gli studenti della Sorbona erano tra le nostre mani, dei liceali membri della JCR risalgono il boulevard Saint-Michel gridando "Liberate i nostri compagni!". Sono venti all'inizio, poi altri li raggiungono. Alla Sorbona, il servizio d'ordine studentesco è armato di manganelli, per difendersi contro il gruppo fascista Occident diretto dai signori Madelin, Longuet e Robert. Quando i nostri carri vogliono lasciare la Sorbona con gli studenti arrestati, è troppo tardi. La piazza è neradi folla. I veicoli sono attaccati e i nostri uomini reagiscono maldestramente. Sprangano con la durezza e la mancanza di discernimento appresi in Algeria. Il giorno seguente, tranne l'UNEF e la JCR, le organizzazioni politiche condannano l'azione degli studenti arrestati e sprangati. La solidarietà si organizza ovunque. E poi viene la notte delle barricate, dove tutto viene rovesciato... Di fronte all'ampiezza della repressione, i partiti e i sindacati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Le Grand Soir.

http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/mots_0243-6450_1989_num_19_1_1467

[2] Javert è un personaggio del romanzo di Victor Hugo "I Miserabili" e nemico del protagonista Jean Valjean e che si suiciderà quando capirà che quest'ultimo è un uomo buono.

 

[3] SDS

 

[4] Tricontinentale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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30 giugno 2016 4 30 /06 /giugno /2016 11:57

Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale

carl_schmitt.jpg

La posta in gioco intorno a una critica del liberalismo 
 

Edouard Jourdain

 

Evitare le aporie schmittiane con Proudhon

Proudhon, e questo molto prima di Schmitt, poneva il problema della resistenza del teologico-politico alla modernità malgrado la proclamazione del diritto umano che egli situa nel 1789 [15]: "Il grande valore delle costituzioni politiche, [...] sopratutto la separazione dei poteri, e cioè la distinzione di due nature, né più né meno, nel governo, natura legislativa e natura esecutiva, come nel Gesù Cristo, Dio, e l'uomo insieme: è sorprendente che nel fondo della nostra politica troviamo sempre la teologia" [16].

Questa denuncia della permanenza del teologico-politico si iscrive innanzitutto in una prospettiva di difesa del diritto al quale il governo può sottrarsi: "Il governo, istituito in apparenza e con una comune buona fede per servire da organo del diritto, possiede inoltre il privilegio di fare, in caso di necessità, astrazione dal diritto e di non essere diretto che dalla ragion di Stato; che così, mandatario della Giustizia, è superiore alla Giustiza; che di conseguenza, più invecchia, più, spinto dalla necessità, accumula sulla sua testa iniquità e avanza verso la sua rovina" [17].

Così lo Stato, in ciò che conserva di attributi teologico politici, rimane "un regime di dispensazioni, di eccezioni, di favoritismi, in cui la nozione del giusto e dell'ingiusto svanisce sotto il miracolo" [18].

Qui non è soltanto il diritto ad essere oltraggiato, è anche la morale che in Proudhon è in una certa misura legata a quest'ultima. Nel 1848, Proudhon fa l'esperienza dello stato d'assedio che egli critica in questi termini:"Lo stato d'assedio, è, tra altre cose, la sospensione della giustizia e delle garanzie legali, e la concentrazione di tutti i poteri nelle mani dell'autorità militare. Sospensione della giustizia e delle leggi! Ciò significa, Monsignori, sospensione della morale" [19].

Morale e politica non sono del tutto dissociabili in Proudhon, il che lo distingue dalla tradizione machiavellica, reinvestita in parte dai marxisti, o ancora dalle teorie come quella di Derrida per cui la Giustizia di dissocia dal diritto positivo. Se la Giustizia per Proudhon non può essere realizzata nella sua totalità, ciò non toglie che le istituzioni e il diritto sono chiamati a incarnarla progressivamente. Là dove Proudhon, dunque, di distingue dalla maggior parte degli autori radicali che riprendono Schmitt, è nella sua volontà di rompere con il teologico-politico, che esso sia di ordine contro-rivoluzionario o sedicente rivoluzionario nel senso in cui quest'ultimo conserva lo stesso schema assolutista. In effetti se presso gli autori in questione possiamo ritrovare una critica della trascendenza, ritroviamo raramente una critica dell'assoluto. Questo è particolarmente flagrante quando ci si occupa alla teorizzazione dell'assolutismo, con una forma che si vuole democratica, nella lettura di Spinoza fatta da Negri. In quest'ultimo, il rifiuto violento di ogni mediazione lo porta ad affermare l'"essere" o il "divino" come "produzione infinita di potenza", giustificando così l'arbitrio assoluto di una politica in cui le singolarità si fondono in una moltitudine che risulta da una negazione della pluralità. Come scrive Negri: "Il mondo è l'assoluto. Siamo schiacciati con felicità su questa pienezza, non possiamo frequentare che questa circolarità sovrabbondante di sensi e di esistenze". "Hai pietà di tutto perché tutto è a te, Signore amico della vita / Tu di cui il soffio imperituro è in ogni cosa" (Libro della saggezza, 11, 26 - 12,1) [...]. Questo è il contenuto dell'essere e della rivoluzione [20].

E' precisamente ciò che rimproverava Proudhon a Spinoza: partire da Dio, dall'assoluto, per fondare una politica il cui sostegno metafisico la predispone ad assumere una forma dispotica [21]. Questa critica dell'assoluto potrebbe avvicinare Proudhon alle tesi di Blumenberg che su questo punto è stato particolarmente virulento verso Schmitt. Anche l'assoluto, reinvestito dalla modernità in una logica immanente, si traduce politicamente nella "democrazia assoluta" che s'incarna soprattutto in un governo della moltitudine o delle masse che costituisce per Proudhon un pericolo fondamentale: Si confonde troppo spesso il governo della moltitudine, della massa (oclocrazia) con la Democrazia. Grave errore... L'oclocrazia, o governo della moltitudine, è quello che agita attraverso masse, attraverso suggestioni subitanee e collettive... Quando si sa di cosa le moltitudini sono capaci, ci si rivolge con disperazione verso l'aristocrazia o la monarchia... In Francia, sotto forme contrarie, è l'oclocrazia che, dal 1789, sotto il nome di opinione, corrente d'opinione, fa tutto il male... Questa sovranità della massa, escludendo ogni riflessione, ogni riserva, ogni discernimento, ogni discussione, è la più orribile delle tirannie" [22].

Qui senza dubbio risiede l'aporia sulla quale hanno urtato la maggior parte dei teorici di una democrazia sedicente "radicale", confondendo democrazia e governo delle masse la cui sola capacità politica è la mobilitazione e la lotta senza che sia pensato il principio di autonomia. Sono allora privilegiati gli scioperi o le manifestazioni ma molto meno le procedure di democrazia diretta come le aveva potuto sviluppare Hannan Arendt o anche Cornélius Castoriadis.

Questi due autori, che hanno sviluppato chiaramente una teoria politica antitotalitaria in rottura con il marxismo, restano in effetti sospetti agli occhi degli "schmittiani di sinistra" che li citano soltanto raramente (questo è il caso soprattutto di Castoriadis). Il fatto è che per Proudhon le nozioni di limite e di equilibrio delle forze sono concetti politici fondamentali per pensare la libertà (la qual cosa egli svilupperà soprattutto nella sua teoria del federalismo). Presso la maggior parte degli autori che riprendeono Schmitt, il conflitto e la violenza fondano il diritto senza che vi sia questione di contratto o di morale.

Questa tradizione intellettuale, scaturita al contempo dal marxismo e da un nietzschismo che ha segnato con la sua impronta la corrente filosofica detta "post-moderna", è suscettibile di incontrare Schmitt in un realismo in cui la violenza dei rapporti sociali costituisce la verità nascosta dietro le convenzioni liberali. Ora se Proudhon prende atto dei rapporti di forza e della violenza che strutturano il politico, non per questo egli non concepisce la possibilità di rompere con questa violenza non appena non la si considera come una violenza bruta ma come un fenomeno che si accompagna con le categorie del diritto, della morale e della giustizia; il che gli permette di considerare la possibilità del contratto a valle. Così, per Schmitt, l'interesse del socialismo risulta dal fatto che egli si è interessato particolarmente al problema della condivisione e della distribuzione, il che suppone che egli si pone la questione primordiale della "condivisione". Egli distingue tuttavia essenzialmente due dottrine che non hanno lo stesso valore ai suoi occhi: quella di Proudhon e quella di Marx. "Proudhon argomenta soprattutto per mezzo delle categorie del diritto e della giustizia, con un forte patos morale. E' per questo che il suo socialismo è essenzialmente una teoria della condivisione e della ripartizione" [23].

Marx, al contrario, si è attenuto a una concezione materialista della storia e dei rapporti di forza che lo hanno condotto a definire "lo sviluppo della società borghese come uno stato contraddittorio di divisione" [24].

Qui il vantaggio di Marx, secondo Schmitt, è nel suo realismo che lo porta a far succedere gli stati della appropriazione, della divisione e della produzione secondo un certo ordine, mostrando così il ruolo della violenza della storia e adattandovisi, potremmo dire, a motivo del solo fatto che essa costituisce una necessità di ordine teleologico. Così Schmitt, contro il moralismo di un Proudhon, afferma che "L'appropriazione, la divisione e la produzione il cui valore e posto variano secondo i casi strutturano ogni sistema economico, giuridico e sociale sino al momento in cui, durante delle trasformazioni spesso sorprendenti, ridiventano dei fenomeni violenti" [25].

Da questo momento, il pericolo di una tale analisi consiste nel giustificare la violenza da un punto di vista teleologico in cui la finalità politica risulta ineluttabilmente da una ascesa agli estremi di cui la guerra è l'orizzonte necessario: da Lenin a Schmitt non vi è dunque che un passo se si considera che la dialettica amico-nemico deve approdare a un'egemonia dell'uno sempre minacciato dall'esistenza dell'altro [26].

Il principio leninista secondo il quale non si può fare a frittata senza rompere le uova, ripreso da Zizek, non vuol dire che la rottura dei vasi sia inevitabile: le uova rappresentano la sostanza di una frittata che è tanto più bella quanto più uova si rompono. Proudhon prende la guerra sul serio allo stesso modo del fenomeno religioso, si distingue tuttavia da Hegel a cui rimprovera di non vedere in essa né moralità né immoralità ma soltanto un fatto storico e necessario [27].

Hegel ammirava Napoleone e la sua forza di conquistatore, la vedeva come una necessità, ma il patriottismo tedesco non poteva adottare questo punto di vista. Per Proudhon, la ragione della guerra non è la ragione della necessità, e la forza non costituisce tutto il diritto. Secondo lui, all'inizio, la guerra produce il Diritto perché la guerra è giustiziera, il guerriero è dunque "sacro per la difesa del diritto, per la punizione del crimine e la protezione del debole: questa è la prima forma della giustizia nella società" [28].

Il conflitto in senso ampio, superando la dimensione militarista votata a scomparire o per lo meno a restringersi considerevolmente sotto i colpi della Giustizia, suppone la lotta tra gli uomini, il che è da una parte "inevitabile" e dall'altra "bene": "Da una parte, ciò è inevitabile. E' impossibile, infatti, che due creature, in cui la scienza e la coscienza sono progressive, ma che non procedono alla stessa velocità; che, su ogni cosa, partono da punti di vista differenti, che hanno degli interessi opposti e lavorano ad estendersi all'infinito, siano mai del tutto d'accordo. La divergenza delle idee, la contraddizione dei principi, la polemica, lo scontro delle opinioni, sono l'effetto certo della loro vicinanza. D'altra parte, ciò è un bene. E' attraverso la diversità delle opinioni e dei pareri, e attraverso l'antagonismo che essa genera, che si crea, al di sopra del mondo organico, speculativo e affettivo un nuovo mondo, il mondo delle transazioni sociali, mondo del diritto e della libertà, mondo politico, mondo morale. Ma, prima della transazione, vi è necessariamente la lotta; prima del trattato di pace, il duello, la guerra, e ciò sempre, ad ogni istante dell'esistenza" [29].

Se ben compresa la legge dell'antagonismo, il conflitto non deve più approdare a un'ascesa agli estremi che avrebbe come conseguenza la formazione di un'egemonia che avrebbe come funzione la soppressione coercitaiva di ogni conflitto. Essa deve al contrario permettere la possibilità della formazione di una ragione pubblica in cui l'equilibrio delle forze [30], che suppone la riappropriazione da parte dei cittadini della cosa pubblica e da parte dei produttori e consumatori della cosa economica (attraverso ciò che Proudhon chiama la "democrazia industriale"), procede dall'eliminazione di ogni possibilità di assolutismo.

Così la pace non è definita negativamente come un'assenza di guerra ma come la ragione della guerra trasfigurata dalla Giustizia, dando in tal modo un contenuto positivo alla legge dell'antagonismo che non può più degenerare in distruzione e in massacro: "la pace non è la fine dell'antagonismo, il che vorrebbe dire in effetti la fine del mondo, la pace è la fine del massacro, la fine del consumo improduttivo degli uomini e delle ricchezze. Tanto e più della guerra, la pace, la cui essenza è stata sinora mal compresa, deve diventare positiva, reale, formale.

La pace, dando alla legge dell'antagonismo la sua vera formula e la sua alta portata, ci fa presentire anticipatamente ciò che sarà la sua potenza organica" [31].

Questa concezione della pace permette a Proudhon di affrontare al contempo una teoria della deliberazione, del contratto, della Giustizia, in altri termini del Diritto considerato in modo positivo. Proudhon, contrariamente alla maggior parte degli estremisti di sinistra che riprendono Schmitt, concepisce la possibilità del contratto e di una teoria e di una teoria della Giustizia valutando da una parte che la forza non fa del tutto il diritto, che la forza ben compresa suppone l'assenza del suo abuso e di conseguenza un equilibrio generalizzato dei poteri. Se considera la violenza originaria che tuttavia non è tutto, considera la possibilità di rompere con essa concependo un contratto a valle e non a monte così come esserlo sin da quando, come in Hobbes, è ridotto allo stato di mito. Prendendo coscienza delle loro difficoltà e dell'immanenza della Giustizia, sono gli esseri collettivi stessi che decidono della normalità, così l'ordine sociale secondo Proudhon  è il frutto di un costruttivismo giuridico che si oppone sia al decisionismo assolutista dello Stato sia a un normativismo universalista anch'esso trascendente. "Il diritto è per ognuno la facoltà di esigere dagli altri il rispetto della dignità umana nella sua persona; il dovere, l'obbligo per ciascuno di rispettare questa dignità negli altri" [32].

Diritto e dovere si inscrivono dunque in un rapporto di natura egualitaria, motivati da un'eguaglianza nello scambio che è la base di ogni relazione. Da questi rapporti risultano, a partire dal postulato dell'equivalenza della dignità umana, l'equivalenza delle condizioni di lavoro e l'equivalenza di accesso al politico. Così, "la ragione collettiva si riduce, come l'algebra, attraverso l'eliminazione dell'assoluto, a un sistema di risoluzioni e di equazioni, il che equivale a dire che non vi è veramente, per la società, sistema. Non è tanto un sistema, infatti, nel senso che si attribuisce ordinariamente a questa parola, quanto un ordine nel quale tutti i rapporti sono dei rapporti di eguaglianza; dove non esiste né primato né obbedienza, né centro di gravità o di direzione; in cui la sola legge è che tutto si sottopone alla Giustizia, e cioè all'equilibrio" [33].

Qui Gurvitch sviluppa la filosofia di Proudhon affermando che un rinnovamento del pensiero giuridico contemporaneo suppone innanzitutto la dimostrazione che l'autonomia dell'idea di diritto è staccata dai principi individualisti che "non rappresentano che una deformazione unilateralmente universalista" [34].

La reciprocità e le relazioni tra gli esseri collettivi costituiscono così lo spessore giuridico a partire dal quale è concepibile di concepire l'ordine sociale: "L'interdipendenza dei doveri e delle reciproche pretese forma nel suo intreccio l'ordine sociale. E' l'intreccio delle reciprocità giuridiche, supponendo la "realtà degli altri io", in quanto centri delle pretese e dei doveri interdipendenti, che danno al diritto in generale il carattere di un fenomeno essenzialmente legato alla vita sociale" [35].

Affinché questa vita sociale sia resa possibile, si deve dunque ammettere che ogni diritto è nella sua essenza positivo, e di conseguenza, che la forza obbligatoria dei diritti e dei doveri poggiano su delle autorità stabilite comuni (e non sulla diversità delle coscienze giuridiche). L'eccezione e l'arbitrio fanno così posto alla giustizia e all'autonomia in una prospettiva di rottura con il teologico-politico. Così il federalismo, politico o economico, è sempre più di un contratto, è una istituzione stabile che conduce una "vita giuridica propria, distinta dalle relazioni tra i suoi membri e regolata dal suo proprio diritto autonomo, il diritto sociale della totalità da essa costituita" [36].

Questa filosofia politica e giuridica non può inscriversi che in una filosofia della storia distinta da ogni messianesimo e da ogni teleologia, da ogni visione apocalittica, rivoluzionaria e contro-rivoluzionaria, e supera la contesa dei moderni e degli antimoderni, perché la giustizia rimane sempre in fondo a ogni civiltà e ogni epoca, approfondendo incessantemente se stessa. Allo stesso modo la rivoluzione non ha fini, essa realizza a poco a poco la giustizia il cui compimento totale è impossibile, in quanto l'uomo si pone sempre sempre più questioni di quanto possa risolverne.

 

Edouard Joudain

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

[15] La più grande opera di Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, [Tr. it. parziale, Torino, Utet, 1968] è interamente dedicata a questa opposizione tra Diritto umano, consacrato dalla rivoluzione francese, e diritto divino, il cui principio è meglio incarnato dalla Chiesa cattolica.

[16] Proudhon, Confessions d'un révolutionnaire, 1848; 1997, p. 176.

[17] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo I, Garnier Frères, 1858, pp. 385-386.

[18] Ibid., pp. 439-440.

[19] Ibid. p. 442.

[20] Negri, Spinoza subversif, Paris, Kimé, 1992, p. 10.

[21] Sull'interpretazione marxista di Spinoza e le sue differenze con la teoria di Proudhon, vedere Daniel Colson, "Lectures anarchistes de Spinoza, in "Réfractions", n. 2, primavera 1998, disponibile in rete sul sito della rivista.

[22] Citato da Pierre Haubtmann in Proudhon (1849-1855), Beauchesnes, 1997, p. 229.

[23] Carl Schmitt, "Prendre/ Partager/ Paître. La question de l’ordre économique et social à partir du nomos", (1953), in: La guerre civile mondiale, Ere, 2007, p. 59.

[24] Ibid.

[25] Ibid., p. 61. A ciò egli aggiunge una nota a piè di pagina venendo a confermare le intuizioni di Marx insistendo sulla dimensione della "presa": "La storia universale è una storia del progresso - o forse soltanto della trasformazione - dei mezzi e dei metodi  della presa: della presa di terre dei tempi nomadici e feudali agrari e delle prese di mari dei secoli XVI e XVII, alle prese industriali dell'epoca industriale e tecnica con la loro distinzione tra regioni sviluppate, sino alle prese dello spazio aereo del presente. Il rigetto del colonialismo che riguarda oggi i popoli europei è il rigetto della presa, vedere a questo proposito il capitolo 24 del Capitale, in particolare la seconda osservazione su questo capitolo nel quale Karl Marx cita con piacere la "conversazione pedagogica" di Goethe:

Il maestro: Dimmi, ragazzo mio, da dove provengono queste ricchezze? Non puoi essertele procurate da solo.

- Il ragazzo: Esse provengono da Papa.

- Il maestro di scuola: E lui, da dove le ha prese?

- Il ragazzo: Dal nonno.

- Il maestro di scuola: Ma come! Da dove sono giunte a tuo nonno?

- Il ragazzo: le ha rubate" Ibid., p. 63.

[26] La differenza tra Lenin e Schmitt risulta tuttavia dalla differenza che Schmitt fa tra hostis e inimicus, cosa che Lenin non fa in quanto internazionalista per cui non vi è "esterno" per la Rivoluzione. Tuttavia questo accostamento ci sembra legittimo non appena trattiamo di politica interna dove in Schmitt questa differenza non esiste: lo Stato è sempre il prodotto di una guerra civile e deve prevenire ogni sedizione allo scopo di salvaguardare la sua esistenza.

[27] Proudhon al contrario, non disssocia mai la questione politica dalla questione morale di cui ci dice che "è la più grave di tutte e la più sublime". (De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo III, p. 398).

[28] Proudhon, La guerre et la paix, tomo 1, Tops / Trinquier, 1961, 1998, p. 67.

[29] Ibid., p. 64.

[30] In ciò Proudhon si pone come avversario radicale di ogni dialettica hegeliana che sfocia in una sintesi, così come a ogni sua metamorfosi che si ritrovano in Marx con la dialettica della lotta di classe che sfocia nella dittatura del proletariato o in Schmitt con la dialettica amico-nemico che sfocia nella dittatura dello Stato: "I termini antinomici non si risolvono allo stesso modo in cui i poli opposti di una pila elettrica non si distruggono. Il problema consiste non nel trovare la loro fusione che sarebbe la loro morte, ma il loro equilibrio, incessantemente instabile, variabile secondo lo sviluppo della società" (Proudhon, Théorie de la propriété, Lacroix, 1866, p. 52).

[31] La guerre et la paix, op. cit., tomo 2, p. 167.

[32] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo 1, pp. 182-183.

[33] Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Église, Tomo 2, p. 392.

[34] Georges Gurvitch, L'idée du droit social, estratti in Qui a peur de l'autogestion?, 10/18, 1978, p. 122.

[35] Ibid., p. 221.

[36] Ibid. p. 322.

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31 maggio 2016 2 31 /05 /maggio /2016 05:00

Il laboratorio popolare e i manifesti di maggio 68

Nei manuali scolastici, sulle riviste o nei numerosi libri pubblicati sugli avvenimenti, si trovano dei manifesti in cui il rosso e il nero dominano. La maggior parte sono delle serigrafie uscite dall'Atelier populaire (Laboratorio popolare) e cioè la scuola delle Belle Arti di Parigi, esse riprendono gli slogan della strada, diffondono le idee del maggio 68...

Questi manifesti sono in qualche modo i documenti che testimoniano il meglio dell'effervescenza libertaria di questo momento storico. Chi sono gli artisti che hanno realizzato questi manifesti? Come funzionava l'Atelier populaire? Quali sono le tecniche impiegate?

La Scuola delle Belle Arti, la saggia, l'addormentata è investita dagli studenti il 14 maggio 68. Per due giorni, delle assemblee generali riorganizzano la scuola che assume il nome di Atelier populaire. Contrariamente alle idee ricevute, questo periodo è caratterizzato da una reale organizzazione, necessaria alla produzione in massa di manifesti. Le prime assemblee definiscono i nuovi orientamenti dell'istituzione: riorganizzare il sistema educativo, stabilire un legame con gli scioperanti e utilizzare l'arte come uno strumento di propaganda.


 
 

Si decide di affiggere all'ingresso della scuola il seguente testo: "Lavorare nell'Atelier populaire, è sostenere concretamente il grande movimento dei lavoratori in sciopero che occupano le loro officine contro il governo gaullista anti-popolare. Mettendo tutte le sue capacità al servizio della lotta dei lavoratori, ognuno in questo Atelier lavora per essa, perché si apre attraverso la pratica al potere educatore delle masse popolari".

Il primo manifesto è una litografia intitolata: U sines - U niversités - U nion (Fabbriche, Università, Unione).

La litografia, vecchia procedura di riproduzione non permetteva tuttavia di produrre rapidamente e con un alto numero di copie dei manifesti. Durante l'asssemblea del 14 maggio, l'artista Guy de Rougemont propone di utilizzare la serigrafia. Quasi del tutto sconosciuta in Francia, questa tecnica non era considerata abbastanza nobile e precisa da numerosi artisti che preferivano la litografia o l'incisione.

In cosa consiste la serigrafia?

Il libro Atelier populaire, présenté par lui-même pubblicato da UUU nel 1968 spiega concretamente le diverse tappe allo scopo senz'altro di diffonderne la tecnica al maggior numero possibile.

Per semplificare il discorso, la serigrafia si ispira allo stencil. Consiste nel coprire le parti che non si vogliono stampare di una seta (in origine durante il magio 68 si utilizzava il nylon molto meno costoso). La seta si tende su un telaio di legno e un raschietto serve a stendere l'inchiostro che attraversa e si spande nei luoghi non otturati. I Manifesti di maggio 68 avrebbero quasi tutti utilizzato questa tecnica contraddistinta dalla sua semplicità: assenza di sfumature, mono o bicromia (la maggior parte delle volte)... impomgono un'estetica un pò ingenua alla produzione. Si hanno molti manifesti che non sono altro di fatto che del testo... il che li imparenta ai graffiti che si moltiplicano sui muri di Parigi durante questo periodo.

Molto rapidamente i laboratori producono molte migliaia di manifesti al giorno.

Come sono riusciti gli studenti a produrre così tanti manifesti?

 

L'Atelier populaire si compone di fatto di un laboratorio in cui si concepiscono i manifesti e molti altri in cui li si realizzano: laboratori di serigrafia (il più importante), di litografia, di stencil e una camera oscura.

Un'assemblea generale composta da militanti e artisti si riunisce quotidianamente. Durante quest'assemblea generale, si scelgono i progetti democraticamente dopo dibattito.

I progetti di manifesti sono generalmente fatti in comune dopo un'analisi della situazione politica e degli avvenimenti della giornata o dopo delle discussioni alle porte delle fabbriche. Due domande sono poste in genere: l'idea politica è giusta? ll manifesto tramette bene quest'idea?

Poi i progetti accettati sono realizzati dai gruppi degli Atelier che si riuniscono notte e giorno. Si sono anche costituite decine di gruppi di affissatori, a cui si devono aggiungere quelli dei comitati d'azione di quartiere e dei comitati di sciopero delle fabbriche.

Le responsabilità all'interno dei laboratori non doveva essere che provvisoria e dunque variabile a secondo della necessità. Così l'Atelier populaire divenne un'istituzione aperta e democratica che attirò più di 300 artisti e migliaia di studenti che davano una mano più o meno puntualmente.

(Foto tratte dal libro Mai 68, les mouvements étudiants en France e dans le monde, BDIC,1988)

Chi sono gli attori di questa formidabile produzione?

 

E' difficile citare dei nomi poiché la maggior parte dei manifesti non sono firmati. Questa cosa non era nello spirito dei tempi. Sventura all'artista che avesse avuto la tracotanza di firmare la sua opera. Citeremo alcuni artisti che più tardi hanno attestato la loro partecipazione in questa esperienza abbastanza unica:Gérard Fromanger, Guy de Rougemont, Julio le Parc (membro del GRAV: groupe de recherche et d'art visuel)...

Degli artisti cechi parteciperanno anch'essi a questi laboratori... essi saranno secondo, secondo Fromanger) all'origine dei manifesti che denunciarono l'invasione sovietica nell'agosto 1968.

Esiste un'estetica peculiare ai manifesti di maggio 1968?

Come abbiamo già detto, i limiti tecnici della serigrafia avevano influenzato profondamente la forma di questi manifesti.

Eppure, emerge da questa produzione concentrata in un luogo, in un tempo e da un gruppo di artisti (che discutono molto), una specie di vera e propeia unità originale.

I manifesti sono per la maggior parte delle volte testuali e manoscritti. Gli slogan, i messaggi che sono ritrascritti sono caratterizzati da una profonda spontaneità scaturita indubbiamente in parte dagli slogan scanditi per le strade. Fromanger racconta anche che gli operai, gli studenti venivano agli AG per proporre o far valutare le loro idee. I manifesti afferrano così la freschezza del movimento e diffondono rapidamente le parole d'ordine così come le tematiche: De Gaulle, i CRS e la loro violenza, la libertà, gli scioperi nelle fabbriche, ecc...

Analizzando la maggior parte dei manifesti, si constatano dunque delle ricorrenze: un'immagine che colpisce accoppiata ad un testo breve e vigoroso. Si gioca con delle forme, dei disegni semplici con colori uniformi. Il testo si trova in alto o in basso all'immagine. L'aspetto elementare della realizzazione, e l'umorismo o la ferocità degli slogan contribuiscono a dare un'impressione di forza e di efficacia dei messaggi veicolati. In tal modo i manifesti hanno svolto un ruolo nella mobilitazione e nella diffusione delle idee risolutamente libertarie di quelle settimane.

 

Quelle immagini efficaci e belle oggi pullulano non più sui muri delle nostre città ma sui siti e i blog della rete. Non dubitiamo che di qui a poco il marchandising vi ficcherà il naso con la costruzione di tazze, magliette, cartelle scolastiche per i nostri liceali alla ricerca di icone e messaggi un po' sovversivi ma non troppo!


 
 
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30 aprile 2016 6 30 /04 /aprile /2016 05:00

La dichiarazione anarchica di Londra (aprile 1916)


Risposta del Gruppo anarchico internazionale di Londra al Manifesto dei Sedici

 

Presto saranno due anni che si è abbattuta sull'Europa il più terribile flagello che la storia abbia registrato, senza che nessuna azione efficace sia venuta a ostacolare la sua marcia. Dimentichi delle dichiarazioni di un tempo, la maggior parte dei capi dei partiti più avanzati, compresi la maggiora parte dei dirigenti delle organizzazioni operaie, alcuni per codardia, altri per mancanza di convinzioni, altri ancora per interesse, si sono lasciati assorbire dalla propaganda patriottica, militarista e bellica, che, in ogni nazione belligerante, si è sviluppata con un'intensità che basta a spiegare la situazione e la natura del periodo che attraversiamo.

In quanto al popolo, nella sua grande maggioranza, di la cui mentalità è formata dalla Scuola, la Chiesa, il reggimento, la stampa, e cioè ignorante e credulo, sprovvisto d'iniziativa, addestrato all'obbedienza e rassegnato a subire la volontà dei padroni che egli si dà, da quella del legislatore, sino a quella del segretario del sindacato, ha, sotto la spinta dei pastori dell'alto e del basso riconciliati nella più sinistra delle esigenze, marciato senza ribellione verso il mattatoio, trascinando con la forza della sua inerzia anche i migliori che si trovavano tra loro, che evitavano la morte per fucilazione rischiando la morte sul campo della carneficina.

Tuttavia, sin dai primi giorni, sin da prima della stessa dichiarazione di guerra, gli anarchici di tutti i paesi, belligeranti o neutri, tranne qualche rara eccezione, in numero così infimo che si poteva considerarli come trascurabili, prendevano nettamente posizione contro la guerra. Sin dall'inizio, alcuni dei nostri, eroi e martiri che si conosceranno più tardi, hanno scelto di essere fucilati, piuttosto che partecipare alle uccisioni; altri scontano, nelle carceri imperialiste o repubblicane, il crimine di aver protestato e tentato di svegliare lo spirito del popolo.

Prima del 1914, gli anarchici lanciavano un manifesto che aveva raccolto l'adesione di compagni del mondo intero, e che i nostri organi nei paesi in cui ancora esistevano. Questo manifesto mostrava che la responsabilità dell'attuale tragedia incombeva su tutti i governanti senza eccezione e sui grandi capitalisti, di cui sono gli emissari, e che l'organizzazione capitalista e la base autoritaria della società sono le cause determinanti di ogni guerra. E venivano a dissipare l'equivoco creato dall'atteggiamento di alcuni "anarchici sostenitori della guerra", più rumorosi che numerosi, tanto più rumorosi in quanto, servendo la causa del più forte, il loro nemico di ieri, il nostro nemico di sempre, lo Stato, era loro permesso, a loro soltanto, di esprimersi apertamente, liberamente.

Passarono dei mesi, trascorse un anno e mezzo e questi rinnegati continuavano tranquillamente, lontano dalle trincee, a lanciare appelli all'omicidio stupido e ripugnante, quando, il mese scorso, un movimento a favore della pace cominciò a precisarsi, i più noti tra di loro giudicarono di dover compiere un atto clamoroso, al contempo allo scopo di fungere da contrappeso a questa tendenza che voleva imporre ai governanti la cessazione delle ostilità, e perché si potesse credere, e far credere, che gli anarchici si erano allineati all'idea e al fatto della guerra.

Vogliamo parlare di quella dichiarazione pubblicata a Parigi, in La Bataille del 14 marzo firmata da Christian Cornelissen, Henri Fuss, Jean Grave, Jacques Guérin, Hussein Dey, Pierre Kropotkine, A. Laisant, F. Leve, Charles Malato, Jules Moineau, A. Orfila, M. Pierrot, Paul Reclus, Richard, S. Shikawa, M. Tcherkesoff, e alla quale ha applaudito naturalmente la stampa reazionaria.

Sarebbe facile ironizzare a proposito di questi compagni di ieri, addirittura indignarci per il ruolo svolto da loro, che l'età o la loro situazione particolare, o ancora la loro residenza, pone al riparo dal flagello e che, tuttavia, con una incoscienza o una crudeltà che anche alcuni conservatori dell'ordine sociale attuale non hanno, osano scrivere, allora che da ogni parte si vede la stanchezza e l'aspirazione alla pace, osano scrivere dicevamo, che parlare di pace nel momento attuale sarebbe l'errore più disastroso che si possa commettere e che sentenziano: Con coloro che combattono, riteniamo che non può esserci questione di pace. Ora sappiamo, ed essi stessi non lo ignorano, ciò che pensano coloro che combattono. Sappiamo ciò che desiderano coloro che vanno a morire per dirla meglio; pur non nascondendoci che le cause che generano la loro debolezza, li trascineranno forse a morire senza che essi abbiano tentato il gesto che li salverebbe. Noi, lasciamo i compagni di ieri ai loro nuovi amori.

Ma ciò che vogliamo, ciò a cui teniamo essenzialmente, è protestare contro il tentativo che essi fanno, di inglobare, nell'orbita delle loro povere speculazioni neo-statiste, il movimento anarchico mondiale e la filosofia anarchica stessa; è protestare contro il loro tentativo di solidarizzare con il loro gesto, agli occhi del pubblico non illuminato, l'insieme degli anarchici rimasti fedeli a un passato  che essi non hanno alcuna ragione di negare, e che credono, più che mai, alla verità delle loro idee.

Gli anarchicinon hanno dirigenti, e cioè dei condottieri. Inoltre, ciò che abbiamo qui affermato, non è soltanto che questi sedici firmatari sono un eccezione e che noi siamo la maggioranza, il che non ha che un'importanza relativa, ma che il loro gesto e le loro affermazioni non possono in alcun modo rapportarsi alla nostra dottrina di cui essi sono, al contrario, la negazione assoluta.

Non è qui il luogo di analizzare dettagliatamente, frase per frase, questa dichiarazione, per analizzare e criticare ognuna delle sue affermazioni. D'altronde essa è nota. Cosa vi troviamo? Tutte le stupidità nazionaliste che leggiamo, da quasi due anni, in una stampa prostituta, tutte le ingenuità patriottiche di cui un tempo si facevano beffe, tutti i luoghi comuni di politica estera con i quali i governi addormentano i popoli. Eccoli denunciare un imperialismo che ora scoprono unicamente presso i loro avversari. Come se fossero a conoscenza dei segreti dei ministeri, delle cancellerie e degli stati maggiori, essi i destreggiano con le cifre d'indennità, valutano le forze militari e rifanno, essi stessi, questi ex detrattori dell'idea di patria, la carta del mondo sulla base del diritto dei popoli e del principio delle nazionalità. Poi, avendo giudicato pericoloso parlare di pace, finché nonn si è, per impiegare la formula d'uso, schiacciato il solo militarismo prussiano, essi preferiscono guardare il pericolo in faccia, lontano dalle pallottole. Se consideriamo sinteticamente, piuttosto, le idee che la loro dichiarazione esprime, constatiamo che non vi è nessuna differenza tra la tesi che vi è sostenuta e il tema abituale dei partiti dell'autorità raggruppate, in ogni nazione belligerante, in Sacra Unione. Anch'essi, questi anarchici pentiti, sono entrati nella Sacra Unione per la difesa delle famose libertà acquisite, e non trovano nulladi meglio, per salvaguardare questa pretesa libertà dei popoli di cui si fanno i campioni, che di obbligare l'individuo a farsi assassino e a farsi assassinare per conto e a beneficio dello Stato. In realtà, questa dichiarazione non è opera di anarchici. Essa fu scritta da degli statisti che si ignorano, ma da degli statisti. E conseguenza di quest'opera inutilmente opportunista, nulla differenzia più questi ex compagni dai politici, dai moralisti e dai filosofi governativi, contro i quali essi avevano dedicato tutta la vita a combattere.

Collaborare con uno Stato, con un governo, nella sua lotta, foss'anche essa stessa priva di violenza sanguinaria, contro un altro Stato, contro un altro governo, scegliere tra due modi di schiavitù, che non sono che differenti superficialmente essendo il risultato dell'adattamento dei mezzi di governo allo stato evolutivo a cui è giunto il popolo che vi è sottomesso, ecco, certo, chi non è anarchico. A maggior ragione, quando questa lotta riveste l'aspetto particolarmente ignobile della guerra. Ciò che ha sempre differenziato l'anarchico dagli altri elementi sociali dispersi nei diversi partiti politici, nelle diverse scuole filosofiche o sociologiche, è il ripudio dello Stato, centro di tutte gli strumenti di dominio, centro di tutte le tirannie; lo Stato che è, per vocazione nemico dell'individuo, per il trionfo di chi l'anarchismo ha sempre combattuto, e di cui è fatto così buon mercato nell'attuale periodo, da parte dei difensori del diritto anch'essi situati, non lo dimentichiamo, da ogni lato della frontiera. Incorporandosi ad esso, volontariamente, i firmatari della dichiarazione hanno, allo stesso tempo, rinnegato l'anarchismo.

Noi, che abbiamo coscienza di essere rimasti nella linea retta di un anarchismo la cui verità non può essere cambiata per l'avvento di questa guerra, guerra prevista da lungo tempo, e che non è che la manifestazione suprema dei mali rappresentati dallo Stato e il capitalismo, ci teniamo a desolidarizzarci da questi compagni che hanno abbandonato le loro idee, le nostre idee, in una circostanza in cui, più che mai, era necessario proclamarle alte e fermamente.

Produttori della ricchezza sociale, proletari manuali e intellettuali, uomini dalla mentalità affrancata, siamo, di fatto e per volontà, dei senza patria. D'altronde, patria non è che il nome poetico dello Stato. Non avendo nulla da difendere nemmeno delle libertà acquisite che lo Stato non saprebbe darci, ripudiamo l'ipocrita distinzione delle guerre offensive e delle guerre difensive. Non conosciamo che delle guerre fatte tra governi, tra capitalisti, a prezzo della vita, del dolore e della miseria dei loro sudditi. L'attuale guerra ne è l'esempio evidente. Finché i popoli non vorranno procedere all'instaurazione di una società libertaria e comunista, la pace non sarà che la tregua utilizzata per preparare la guerra successiva, la guerra tra popoli che è in potenza nei principi d'autorità e di proprietà. Il solo mezzo per porre fine alla guerra, di prevenire ogni guerra, è la rivoluzione espropriatrice, la guerra sociale, la sola alla quale possiamo, in quanto anarchici, dare la vita. E ciò che non hanno potuto dire i sedici alla fine della loro dichiarazione, noi lo gridiamo: Viva l'Anarchia!

 

Il Gruppo internazionale anarchico di Londra

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7 marzo 2016 1 07 /03 /marzo /2016 06:00

Lucy Parsons, la ribelle

Risultati immagini per albert parsonsSi ricorda troppo spesso Lucy Parsons come "moglie di" Albert Parsons, una delle vittime della repressione del caso di Haymarket Square, giustiziato l'11 novembre 1887. Ora la sua lunga vita di lotta non testimonia che la nascita di un potente movimento sociale e sindacale negli Stati Uniti. Ne fu infatti un'attrice di primo ordine, sviluppando un anarco-sindacalismo che associava anticapitalismo, antirazzismo e antisessismo.

Nascita di una militante anarchica

Lucy è nata nel 1853 nel Texas. Meticcia, secondo la sua testimonianza, di un padre indiano Creek e di una madre messicana, senza dubbio anch'essa di origini afro-americane. Orfana a tre anni, un'infanzia da schiava. Incontra Albert Parsons nel 1870, un vecchio soldato confederato pentito. Si sposano illegalmente - le leggi razziste del Texas proibiscono il matrimonio "interrazziale". Militante contro il razzismo, Albert è esposto: è minacciato di impiccagione, si prende una pallottola nella gamba. Sua moglie e lui temono per la loro vita e fuggono Waco per Chicago, nel 1873.

Una città in cui impersa la miseria, la disoccupazione e in cui, di fronte all'ascesa delle rivendicazioni sociali, si esercita una repressione poliziesca spietata. Albert diventa tipografo ma il suo coinvolgimento nell'anarchismo pacifista lo porta a essere licenziato. Lucy apre una piccola bottega di sartoria per allevare i due bambini. Insieme alla sua amica Lizzie Swank, ospita delle riunioni di lavoratrici dell'indumento. Si impegna anche politicamente contro l'esclusione: quella dei senzatetto, dei disoccupati, dei mutilati... durante il Natale del 1885, guida una manifestazione di miserabili suonando le campane delle case borghesi. Si orienta verso il socialismo rivoluzionario e redige i suoi primi articoli (Socialist, Scribner's Magazine).

The first issue of Scribner's Magazine.

Nel 1883, lei e suo marito fondano l'International Working People’s Association (IWPA), e sviluppano l'anno successivo l'anarco-sindacalismo. Si arruolano l'anno seguente nei Knights of Labor, dove lavorano al federalismo delle lotte. Organizzano delle assemblee per la giornata di otto ore e contro le condizioni degradanti del lavoro. Scrivono numerosi articoli, sopratutto su The Alarm, l'organo del IWPA (fondato da Albert nel 1884. Lucy si differenzia dalle posizioni pacifiste di suo marito. Nell'articolo "To tramps", chiama i senzatetto all'azione diretta contro i ricchi. Sviluppa l'idea, allora molto sovversiva, che la donna deve emanciparsi dalla morsa sociale di casalinga attraverso la lotta sociale.


La svolta di Haymarket Square
Il 1° maggio 1886, Lucy ha mobilitato numerose lavoratrici e guida il corteo insieme ad Albert. Ne segue una brutale repressione. Il 4 maggio, durante la giornata di protesta, una bomba esplode e la polizia ne approfitta per arrestare sette anarchici. Per solidarietà con i suoi compagni e per denunciare l'ingiustizia che li colpisce, 
Albert si consegna alla polizia. Lucy, molto sorvegliata, è interrogata ma non incolpata. La "giustizia" pensa forse che la presenza diu una donna in tribunale può discolpare tutti gli altri. Lucy organizza allora la difesa degli incriminati, con un giro di conferenze (43 nel solo mese di febbraio, in 17 Stati!), dove rivelka un talento di oratrice eccezionale. Attira delle folle immense benché i poliziotti le interdicano - quando ci riescono - l'accesso alla tribuna. Nel proclamare l'innocenza degli incolpati, afferma la legittimità delle loro idee anarchiche, che contribuisce a popolarizzare.

Il processo, per ammissione del procuratore, è politico. Albert e quattro altri anarchici vengono impiccati venerdì 11 novembre 1887 (black Friday). Lucy porta i suoi figli a vedere Albert un'ultima volta ma viene arrestata, spogliata e gettata nuda insieme ad essi in una cella glaciale. Verrà liberata dopo l'esecuzione , malgrado le contestazioni.

Questo omicidio di Stato scatenò una immensa ondata di proteste nel movimento operaio e annunciò altre tragedie (come la sparatoria di Fourmies, il 1° maggio 1891 in Francia), ma anche delle vittorie decisive successivamente.

La lotta a tutto campo

Dopo un periodo di stagnazione, la determinazione rivoluzionaria di Lucy riprende il sopravvento. La sua vita si divide tra il suo duro lavoro di sarta, i suoi due figli e una lotta sociale e sindacale instancabile. Lucy scrive una biografia su Albert e degli articoli sui giornali libertari. Nel 1892, fa uscira il breve mensile anarco-comunista Freedom.

Sollecita un sindacalismo di base, di classe e di massa. Vede in esso l'alternativa necessaria all'illusione delle elezioni e del ricorso allo Stato. Denuncia come un'illusione le concessioni di rappresentatività accordate (soprattutto ai sindacati del mattatoi) nel 1888-1889. Di ritorno dall'Inghilterra dove ha incontrato la Lega socialista, milita per la libertà d'espressione che tanto manca in America. La polizia di Chicago, che non smette di proibirle la tribuna, la ritiene "più pericolosa di mille rivoltosi".

Nel 1905, Lucy Parsons è la seconda donna ad aderire alla International Workers of the World (IWW), sindacato in cui sviluppa l'azione diretta di massa, l'autogestione, lo sciopero generale, la revocabilità dei delegati. Collabora al Liberator, un organo di stampa. La sua influenza è determinate nello sviluppo dell'anarco-sindacalismo e nell'implicazione crescente delle donne nelle lotte sociali.

I successivi dieci anni sono soprattutto dedicati alle lotte contro l'esclusione. Organizza delle marce impressionanti per i senzatetto (nel 1914 a San Francisco) e i poveri (senzatetto e disoccupati, nel 1915 a Chicago). Nel 1916, partecipa alla campagna per Tom Mooney e Warren Billings (due sindacalisti ingiustamente accusati di un attentato dinamitardo, che saranno discolpati).

Si dedica anche, msoprattutto negli anni 1920-1930, alla lotta contro le discriminazioni razziali: denuncia i linciaggi negli Stati del sud, partecipa attivamente alla campagna vittoriosa contro l'esecuzione dei ragazzi di Scottsboro (nove giovani neri ingiustamente accusati dalle autorità giudiziarie di aver stuprato due giovani donne). Questa lotta accanita contribuisce a politicizzare i militanti neri d'America e prefigura i movimenti per i diritti civili che si svilupperanno più tradi.

Divergenze tra anarchici

Gli anni novante del XIX secolo in cui Lucy Parsons, persuasa dell'imminenza di una rivoluzione, si coinvolge a fianco dei lavoratori, sono anche paradossalmente quelli che la separano poco a poco da altre figure saleinti dell'anarchismo. Lotta contro il condizionamento sociale della donna ma difende anche il matrimonio e la famiglia. Pensa l'oppressione sessista all'interno della coppia come una conseguenza dello sfruttamento economico capitalista. Secondo lei, le riflessioni degli anarchici sul libero amore, a quei tempi molto di moda negli anni 90 del XIX secolo - e soprattutto difese da Emma Goldman – sono delle riflessioni delle classi medie e la priorità deve essere la lotta di classe che condiziona tutto.

Emma Goldman, che sviluppa un femminismo più radicale, accusa Lucy Parsons di aver costruito la sua popolarità sul suo solo marito e non la ricorda nelle sue Memorie che come "una giovane mulatta" comme « une jeune mulâtre » (a young mulatto) sposata da Albert Parsons, nata in una famiglia razzista del sud. Lucy accusa, quanto a lei, Emma Goldman, senza figli, di non capire la condizione delle donne povere, per la maggior parte madri.

Le si rimprovera anche di aver aderito nel 1927 alla International Labor Defense, un movimento originatosi dal Partito comunista che milita contro il razzismo, e di collaborare con la National Association for the Advancement of Colored People, che difende l'eguaglianza tra neri e bianchi, organizzazione anch'essa emanazione dei comunisti. Lucy, che esortava già i neri nel 1886 a sbarazzarsi dei partiti politici così come delle chiese, si dichiarava anarchica e non aveva cura dei petegolezzi. Ma gli anarchici americani, ancora poco impegnati nelle lotte antirazziste, capiscono male questa prossimità di fatto con il PC. Il fossato si amplia.

La storiografia ritiene che Lucy avrebbe infine aderito al Partito comunista nel 1939, alla vigilia della guerra, delusa dalla mancanza di organizzazione e coesione degli anarchici. Per far fronte all'ascesa del fascismo e del capitalismo. Tuttavia, alla morte di Lucy Parsons, il Partito comunista saluterà la militante senza dire che fosse membro del PC… il che, vista la sua popolarità, è per lo meno strano. Ma indubbiamente questa questione non ha molta importanza per capire la figura, molto pragmatica, di Lucy Parsons che diffidava delle etichette. Per lei, contavano soltanto le lotte concrete, contro tutte le oppressioni.

Lucy continua a partecipare a delle assemblee sino al 1941 dove difende, malgrado una vista in declino sino alla cecità, la libertà di espressione.

 

Una tragica fine


Lucy muore nell'incendio della sua abitazione di Chicago, il 7 marzo 1942, all'età di 89 anni. La nostra mancanza di conoscenza della sua opera non si spiega con il suo riserbo nel parlare di sé né attraverso le incomprensioni con alcuni anarchici americani.

La colpa è soprattutto della polizia, che ha fatto sparire la totalità delle sue numerose carte e 1500 libri, sequestrati nella sua abitazione prima della sua morte. Non avendo potuto farla tacere quando era viva, non restava che cancellare la sua memoria.

Le sue spoglie riposano vicino allo Haymarket Monument a Chicago, dove un parco porta il suo nome da molti anni.

La sua lotta rimane e non morirà mai. Lucy non diceva forse, nel 1937, all'età di 84 anni: "Oh, Miseria, ho bevuto alla coppa del dolore sino alla feccia, ma rimango una ribelle!".

 

Jean, gruppo Pavillon noir.

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15 febbraio 2016 1 15 /02 /febbraio /2016 06:00

Maximilien Rubel

Maximilien Rubel è morto il 28 febbraio 1996. Era un comunista libero e iconoclasta, che conosceva perfettamente i testi di Karl Marx - di cui ha curato una gran parte in quattro volumi per La Bibliothèque de La Pléiade.

Sostenitore, come Marx, della auto-emancipazione, è stato durante il corso della sua vita stravolto dalla politica antimarxista di numerosi "marxisti" (in realtà dei leninisti). Si era impegnato nel ricercare, sotto le deformazioni e falsificazioni, il pensiero originale di Marx. E' per questo che passò dei decenni a pubblicare i testi di Marx basandosi sui manoscritti originali. Rubel considerava che "In Marx, l'adesione al comunismo, è innanzitutto l'adesione alla causa dell'emancipazione dei lavoratori che si identifica con la causa umana universale" [1].

In quanto comunista, Maximilien Rubel combatteva tutte le forme di alienazione. Ciò lo portava naturalmente a combattere il regime dell'URSS, che analizzava come "un'economia che si ritrova, secondo la teoria marxiana, al primo stadio dell'accumulazione capitalista" [2]. Per un sostenitore del socialismo  e del comunismo, la condanna era doppia: da una parte perché era come tutti gli altri regimi mondiali una società in cui il potere era detenuto da una infima minoranza (al contrario dei principi della democrazia che implicano il potere al popolo stesso) e in cui regnava lo sfruttamento attraverso il salariato, da un'altra parte perché l'URSS viveva su di una mistificazione, una menzogna permanente che assimilava l'oppressione capitalista al... socislismo! Rubel scriveva così nel 1965: "Non vi è socialismo nel mondo attuale. Ciò che si chiama così, per abuso di linguaggio, non è in realtà che una nuova forma dello sfruttamento e dell'oppressione dell'uomo sull'uomo [...]; lo si dovrebbe chiamare: capitalismo di Stato" [3]. Maximilien Rubel aveva già sviluppato quest'analisi in un articolo del 1957: La Croissance du capital en URSS [Lo sviluppo del capitale in URSS), ripubblicato in Marx critique du marxisme [Marx critico del marxismo] articolo fondamentale in cui Rubel segnala che i principi di Marx hanno già condotto dei teorici marxistii a identificare il carattere capitalistico dell'URSS (Anton Pannekoek, Cornelius Castoriadis [4], Otto Rühle…).

Rubel ha così fatto parte dei comunisti che, nel corso del XX secolo, hanno semplicemente riaffermato che uno Stato capitalista e poliziesco era per forza l'opposto dei valori del movimento democratico ed egualitario come lo è il comunismo. Si ritrovava così una delle tesi del pensiero di Marx: non è il tipo di capitalismo cre crea l'alienazione e lo sfruttamento, ma il capitalismo stesso, l'organizzazione capitalista e gerarchica del lavoro e dei rapporti sociali.

Gli scritti di Rubel, soprattutto Marx critique du marxisme (raccolta edita nel 1974), sono degli appelli viventi e argomentati per l'autoemancipazione degli esseri umani, che necessita di abolire il capitalismo e le sue fondamenta (sfruttamento attraverso il salariato; culto del denaro, della competizione e della forma merce) così come di tutte le forme di dominio (e soprattutto gli Stati).

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 

[1] Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot, 1974 (2000), p. 355; tr. it. Marx critico del marxismo, Cappelli, 1981).

[2] Marx critique du marxisme, p. 323.

[3] Marx critique du marxisme, p. 415.

[4] Citato con lo pseudonimo dell'epoca, Pierre Chaulieu.

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31 gennaio 2016 7 31 /01 /gennaio /2016 06:00

Il socialismo realmente inesistente

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I paesi in cui, in pieno XX secolo la classe operaia è chiamata a combattere per i diritti politici che durante il XIX secolo il movimento operaio ha conquistato lottando strenuamente sotto i regimi dominati dalla borghesia, il suo Stato e il suo capitale, questi paesi hanno ancora da varcare la tappa della rivoluzione democratica, condizione sine qua non dello sviluppo di questo movimento verso la rivoluzione socialista sinonimo di abolizione del salariato e dello Stato. Questa è la premessa della dottrina che i padroni del potere politico e poliziesco nei paesi che essi hanno proclamato pretendono "applicare" richiamandosi al "socialismo scientifico".

L'azione "riformista" dei lavoratori polacchi, in lotta per i diritti che la classe operaia ha ottenuto durante il XIX secolo dai poteri borghesi, costituisce la confutazione più eclatante delle pretese "scientifiche" dei dirigenti politici dell'Est e degli ideologi al loro servizio. Essa è a immagine delle battaglie operaie del secolo scorso: operai "cartisti" in Inghilterra, operai francesi - associati ai "borghesi" - durante le Tre Gloriose, rivoluzione di febbraio 1848, movimento "riformista" degli operai tedeschi prima e dopo il regime bismarkiano. Potremmo aggiungervi il movimento operaio e contadino nella Russia zarista a partire dalle riforme agrarie, movimento di cui menscevichi e bolscevichi uniti proclamavano, in quanto fedeli discepoli di Marx, che essi costituivano una tappa democratica borghese e dunque capitalista sulla strada rivoluzionaria che portava alla fine della "preistoria umana".

Gli operai polacchi smascheravano così la demagogia e la volontà di potenza del potere. La loro azione prova che questo potere non è socialista, ma reazionario, e che la sua essenza, per parlare come Marx, è propriamente bonapartista.

L'azione operaia in Polonia e l'appoggio che essa ha ricevuto dall'insieme della popolazione, provano che l'ideologia religiosa, dispensata dalla Chiesa cattolica è meglio accolta e sostenuta dall'ideologia marxista-leninista; essa è "il sospiro della creatura oppressa, l'anima di un mondo senza cuore" (Marx), mondo diretto da un'oligarchia che si è appropriata dei poteri signorili, politici e economici. Questo regime spinge l'impostura sino a coprire con l'etichetta "socialista-scientifica" una merce avariata, di cui tutti gli ingredienti sono ripresi al modo di produzione classicamente capitalista, senza i vantaggi democratici conquistati dalle classi lavoratrici nella maggior parte dei paesi in cui regna il capitale, privato o anonimo, nazionale o multinazionale.

Questa nuova variante del "socialismo imperiale" possiede delle caratteristiche certamente originali (spiegabili con le condizioni storiche create nell'emisfero orientale dopo la seconda guerra mondiale), ma può soprattutto vantarsi di particolarità che ha saputo prendere in prestito al capitalismo occidentale nelle sue forme sia primitive sia evolute.

Realmente inesistente, il socialismo sovietico - modello imposto militarmente e poliziescamente ai paesi della zona d'influenza ottenuta nel 1945 - ha assunto la maschera di un regime che so vanta di aver superato lo stadio borghese capitalista dell'evoluzione sociale, mentre non ha nemmeno raggiunto questo stadio, il quale conformemente agli insegnamenti della teoria "classica", deve essere il prodromo di una rivoluzione chiamata a far sparire le classi sociali, dunque il salariato; il denaro, dunque il capitale; il potere politico, dunque lo Stato, dunque i conflitti tra Stati, dunque gli eserciti, la guerra, e le miserie che la specie umana sembra orgogliosa a infliggersi da sé.

 

Maximilien Rubel

[Traduzione di Ario Libert]

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1 gennaio 2016 5 01 /01 /gennaio /2016 06:00

Storia della corrente comunista libertaria

 

Periodo di formazione (1872-1901)

 

GIF - 8.9 ko1872: Il Congreso di Saint-Imier, dopo la scissione della Prima Internazionale, è considerato come uno degli atti fondatori del socialismo antiautoritario.

1883: A Lione, il processo dei Settanta è il primo processo spettacolare condotto contro l'anarchismo.

1893-900: Contro la socialdemocrazia, convergenza con il sistema parlamentare. Mentre il socialismo riformista, sul modello tedesco, impone il proprio modello nella Seconda Internazionale, l'anarchismo si allea con la sinistra socialista per proporre un'altra via.

1898: Una prima vittoria contro gli antisemiti. Il Caso Dreyfus vede un'ondata reazionaria in Francia, cementata dall'antisemitismo, il militarismo e il cattolicesimo. I rivoluzionari contendono la strada all'estrema destra, e infliggono loro un'umiliazione nel gennaio 1898.

Osmosi con il sindacalismo rivoluzionario (1901-1913).

 

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1906: la Carta di Amiens determina l'orientamento sindacalista rivoluzionario della CGT.

1907: il congresso anarchico internazionale cerca di chiarire le relazioni con il sindacalismo, e chiama alla creazione di federazioni anarchiche unite da un'Internazionale.

1910: Morire a Biribi! Salviamo Rousset! Il caso Aernoult-Rousset, in cui si coinvolge tutto il movimento anarchico, sindacale e socialista, pone in luce la barbarie delle colonie militari del nord Africa (Chiamati Biribi).

1911: la Rivoluzione messicana è comunista? È la domanda che agita il movimento libertario francese, e non soltanto, nel 1911-1912.

1911: Agadir, la guerra è già qui. La crisi marocchina dell'estate spinge l'Europa sulla soglia della guerra. Mentre il movimento operaio manifesta per la pace, gli anarchici minacciano chiaramente di “sabotare la mobilitazione” in caso di guerra.

1912: La CGT in sciopero generale contro la guerra. La guerra dei Balcani minaccia di incendiare tutto il continente. Mentre i socialisti organizzano un grande congresso pacifista a Basilea, anarchici e sindacalisti rivoluzionari preparano uno sciopero generale contro la guerra, il 16 dicembre 1912.

1913: Inizi di ammutinamenti nelle caserme. Il movimento operaio si oppone al progetto di allungare il servizio militare a tre anni. Dopo un'ondata di proteste tra i coscritti nel maggio 1913, il governo se la prende contro gli !antipatrioti”. Gli anarchici rimproverano allora la direzione della CGT di aver capitolato davanti alla repressione.

 

Opposizione alla guerra (1914-1918)

 

1914: Si poteva impedire la guerra? Nel luglio 1914, mentre la CGT è indebolita da due anni di repressioni e di sconfitte, il movimento operaio rivoluzionario è superato dalla rapidità degli eventi. La Federazione comunista anarchica si disgrega.

 

Perdita di influenza nel movimento operaio (1919-1934)

 

1919: I “grandi capi” della CGT sabotano la rivoluzione. Gli scioperi della metallurgia parigina, in giugno, potevano essere il preludio di una rivoluzione proletaria? evano essere il preludio di una rivoluzione proletaria? È ciò che pensano gli anarchici e sindacalisti che criticano la direzione oramai riformista della CGT.

1922: A Saint-Etienne, gli "anarco-sindacalisti" perdono la CGTU. Nel dicembre del 1921, la CGT crolla e i sindacati fondano la CGTU. Ma al suo interno, libertari e filocomunisti si oppongono sul progetto sindacale. I primi sono posti in minoranza al I congresso confederale, nel giugno 1922, a Saint-Étienne.

1926-1927: Il caso Sacco e Vanzetti. Mentre l'Unione anarchica è emarginata dal PCF, essa svolge un ruolo propulsore in una grande campagna politica per salvare due anarchici italo-americani dalla sedia elettrica.

1927: l'anarchismo tenta il rinnovamento. Il congresso dell'Unione anarchica adotta la Piattaforma organizzativa dei comunisti libertari proposta da Makhno, Archinov e i libertari russi in esilio. Ma questo sforzo di chiarificazione non basta a risolvere la crisi dell'UA.

 

Ritorno in Francia e speranze deluse (1934-1939)

 

1934-1937: gli anarchici e il Fronte popolare. Dopo aver partecipato all'unità d'azione antifascista nel 1934, l'Unione anarchica denuncia, nel Fronte popolare (PS-PCF-Partito radicale), la preparazione di una nuova unione patriottica sotto gli auspici del patto Laval-Stalin.

1936-1939: gli anarchici francesi di fronte agli errori della rivoluzione spagnola. La scelta strategica della CNT di entrare nel governo repubblicano provoca vivi dibattiti nel movimento libertario internazionale.

Alle origini della bandiera rossa e nera. Le sue origini sono molteplici, ma sembra che la bandiera rossa e nera sia stata inventata dalla CNT nel 1931, e popolarizzata nel mondo intero all'epoca della Rivoluzione spagnola.

1938: Gli anarchici, né “pro Monaco” né “anti Monaco”. Nel settembre 1938, la Germania nazista, l'Italia fascista, La Francia e il Regno Unito si accordano, a Monaco , per smembrare la Cecoslovacchia, in nome “della pace”. In Francia, contro i “difensisti” e i “pacifisti integrali”, l'Unione anarchica mantiene la sia linea pacifista rivoluzionaria.

1939: La SIA non abbandona la lotta. In sostegno ai brigatisti spagnoli, gli anarchici francesi hanno animato una struttura antifascista di massa – sino a 15.000 aderenti uomini e donne: la Solidarité internationale antifasciste (Solidarietà internazionale antifascista, SIA).

 

Guerra fredda e decolonizzazione (1945-1962)

 

1947: Lo sciopero Renault infiamma la Francia. Poiché il PCF è al governo, la CGT impedisce ogni conflitto sociale in nome della ricostruzione della patria. Un gruppo di operai rivoluzionari – anarchici, trotskisti, consiliari -riuscirà tuttavia a far fermare l'officina Renault di Billancourt, scatenando la lotta di classe nel resto del paese.

1948: Gli anarchici si uniscono di malgrado alla CGT-Forza operaia. Contro la CGT-Mosca e la CGT-Washington (Forza operaia), gli anarchici cercano di sviluppare la CNT. Poi, più ampiamente, un polo sindacalista autonomo. I loro scacchi successivi li conduce infine a unirsi alla CGT-FO, dove essi ed esse beneficano di un margine di manovra.

 

1953: la Federazione anarchica si trasforma in Federazione comunista libertaria al termine di una lunga lotta di tendenza che ha opposto i sostenitori della Sintesi ai sostenitori della Piattaforma, sostanuta da Georges Fontenis.

1954: insurrezione algerina dell'”Ognisanti rossa”. La Federazione comunista libertaria è la prima organizzazione francese, insieme a un partito trotskista, a impegnarsi a fianco degli indipendentisti. Uno dei suoi militanti, Pierre Morain sarà il primo prigioniero politico francese della guerra d'Algeria. La FCL scomparirà sotto i colpi della repressione, così come, nella stessa Algeria, il Movimento Libertario nord-africano.

1955: una scissione della FCL, i gruppi anarchici di azione rivoluzionaria (GAAR), animati da militanti come Guy Bourgeois, si impegnano essi stessi nella lotta anticolonialista. Conosceranno successivamente una originale traiettoria, molto caratterizzata dall'antimperialismo.

 

Dinamica degli “anni 68” (1968-1980)

 

1976: In seguito a un'esclusione dell'ORA, si costituisce la Union des Travailleurs communistes libertaires (Unione dei lavoratori comunisti libertari).

Mentre la prospettiva di una rivoluzione imminente si allontana, la UTCL investe la sua energia nelle sinistre sindacali eredi del Maggio 68.

 

Periodo contemporaneo (1981 ai nostri giorni)

 

1986: I coordinamenti degli scioperanti apre una nuova era. Gli anni 1986-1989 sono caratterizzati da un ritorno in forza dell'auto-organizzazione delle lotte, appoggiate soprattutto dalla sinistra CFDT, di cui la UTCL è parte notevole. Alla fine la CFDT escluderà i suoi sindacati combattivi, qualificati come “pecore nere”, che in seguito formeranno i sindacati SUD.

1991: Fondazione di Alternative libertaire. Al termine di un processo di aggregazione (dal risultato modesto), la UTCL e il Collettivo giovani libertari si auto dissolvono all'interno di una nuova struttura: Alternative libertaire, dotata di un mensile che, anch'esso, ha la sua storia peculiare.

1995: Alternative libertaire nella lotta. Il movimento del Dicembre 95 è l'occasione, per i militanti uomini e donne di AL, di spingere all'auto-organizzazione degli scioperanti e alla rottura nei confronti della confederazione CFDT.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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14 dicembre 2015 1 14 /12 /dicembre /2015 06:00

Nota biografica di Bruno Salvadori alias Antoine Gimenez

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Bruno Salvadori è nato il 14 dicembre 1910 in Italia a Chianni, in provincia di Pisa, da Giuseppe e da Anna Montagnani [1].

Suo padre lavorava nei lavori pubblici. Soldato durante la prima guerra mondiale, è senz'altro deceduto a Lione, senza che Antoine abbia cercato di rivederlo sembra.

Bruno aveva due sorelle che egli chiama Brunetta e Luciana nella sua corrispondenza. Brunetta aveva una figlia e le due sorelle sembravano vivere in Francia nel 1952 da un certo numero di anni.

A nove anni, nel 1919, abitava a Livorno con sua madre e le sue sorelle. Suo padre lavorava presso San Donà di Piave, in provincia di Venezia, alle ricostruzionidel dopohuerra. Lo raggiungono per le vacanze.

E verso l'età di 12-13 anni, nel 1922-23, che fa la conoscenza degli anarchici di Livorno durante gli scontri con le Camicie Nere. Incontrerà brevemente Malatesta e s'inizierà alle idee libertarie. Perderà sua madre, deceduta di una malattia al fegato in una data ignota (secondo un passo del manoscritto - Perdiguerra - sarebbe morta nel 1928) alla fine della sua adolescenza. Per lui sarà un trauma profondo. Risiede a Marsiglia, dove è emigrato agli inizi degli anni 30. Viene espulso dalla Francia una prima volta il 7 ottobre 1930. Sarà rimpatriato per svolgere i suoi doveri militari nella divisione di Mantova. E' titolare di un passaporto emesso il 1° settembre per la Francia, della validità di un anno, a causa di convalescenza (?) durante il suo Servizio Militare.

E' durante uno dei suoi soggiorni a Marsiglia che conoscerà Jo e Fred, con i quali inizierà una piccola carriera di ladro. Condurrà una vita di vagabondaggio sino ai sioi tentativi di entrare in Spagna; ciò è da collegarsi con le sue dichiarazioni secondo le quali fu anche contrabandiere e trafficante di pubblicazioni e libelli. Viene arrestato il 22 dicembre 1934 a Perpignan per violenze e vie di fatto e condannato il 26 dicembre 1934 a 4 mesi di prigione. Viene di nuovo arrestato a Boulou il 3 agosto 1935 e condannato a 6 mesi di prigione dal Tribunale di Ceret il 22 agosto 1935 per infrazione al decreto di espulsione. Secondo la polizia italiana che lo sorveglia strettamente, si dichiara allora disertore e antifascista. Secondo il Tribunale di Perpignan, ha otto condanne al suo attivo in quel momento. In precedenza è stata arrestato anche il 25 maggio 1935 a Barcellona mentre stava cercando di vendere il suo passaporto, il che comporterà un'apertura di fascicolo da parte della polizia politica mussoliniana in quanto elemento sovversivo.

Espulso dalla Spagna verso il Portogallo il 13 giugno 1935 da Valencia de Alcantare, avrà nel frattempo frequentato gli ambienti sovversivi di Barcellona. Viene arrestato di nuovo il 22 febbraio 1936 e si ritrova incarcerato alla prigione Modelo di Barcellona. Entra allora in relazione epistolare con Pasotti di Perpignan che organizza una rete efficace di passaggio di uomini e di propaganda, e di sostegno dei militanti imprigionati in Spagna. Scontata la pena, verrà espulso verso la Francia da Puigcerda.

 

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E' a partire da questo periodo che appare il personaggio di Antoine Gimenez, e che la polizia italiana perde definitivamente le sue tracce sotto la sua vecchia identità. Gimenez si trova a Alcarras presso Lérida, alla vigilia del pronunciamento. Lavora insieme a degli amici sulla proprietà agricola si Vallmanya. Possiede una tessera della CNT con questo nome. E' a Alcarràs che incontreà Josep Llados, 17 anni, un futuro miliziano che si ricorda di lui con il nome di Tony.

JPEG - 25.2 ko"Mi ricordo molto bene di Tony, nome non molto diffuso nella regione. Non era del villaggio. Non sapevo da dove veniva. Aveva degli amici della sua età di cui non facevo parte. Era piccolo, non troppo robusto e parlava più o meno catalano. Faceva la figura dell'intellettuale in rapporto agli altri e parlava poco. Era quel che oggi si chiama un emarginato. Un giorno, è sparito, certamente durante gli avvenimenti di luglio 1936".

Gimenez raggiunge in seguito la Colonna Durruti poi il Gruppo Internazionale che si costituisce a Pina de Ebro. Prende parte soprattutto alle battaglie di Sietamo, Farlete e perdiguera. Sembra che fu Delegato del Gruppo prima della militarizzazione. E' stata ritrovata una carta d'identità (non firmata dall'interessato) della AMRE (Agrupation Militar de la Republica Espanola) emessa a Tolosa nell'aprile del 1945, che gli attribuisce il grado di tenente di fanteria. Farà la conoscenza di Antonia Mateo-Clavel e di sua figlia Pilar a Penalba, provincia di Huesca, che diventeranno sua moglie e sua figlia.

Smobilitato nel 1938 come gli altri volontari stranieri, abiterà per un certo periodo a Barcellona sino alla retirada. Abbandona la Spagna da Port-Bou il 9 febbraio 1939. E' registrato dal Ministero dell'Interno italiano nell'agosto del 1939 con il nome di Gimenez Antoine (senza che venga fatto rapporto con Salvadori), nel campo di concentramento di Argelès sur Mer, come facente parte del gruppo di militanti libertari Libertà o Morte. All'interno di questo gruppo si organizzava la sopravvivenza e la difesa collettiva di fronte a tutti i pericoli possibili: denutrizione, ostilità dei comunisti, maltrattamenti. Giunsero sino a provocare la morte con una granata di una guardia senegalese, come forma di rappresaglia.

Nel 1939-1944, fu integrato nelle Compagnies de Travailleurs Étrangers (Compagnie dei Lavoratori Stranieri) come tanti altri rifugiati, Antoine lavora per un certo periodo sul Vallo Atlantico, nel settore di Royan, dove partecipa a dei sabotaggi e a delle azioni della Resistenza. Sembra che abbia in seguito lavorato come boscaiolo sui bordi della Vézère. E' in questo periodo che apprende della morte del suo amico del GI il tedesco Otto (che ci piacerebbe poter identificare) nella resistenza dalle parti di Limoges.

Antoine e la sua famiglia sono domiciliati a Uzerche, come l'attetsa un Ausweiss datato 1944. Antoine sarà liberato dalle Compagnie di Lavoratori Stranieri il 26 ottobre 1944. Seguono alcuni anni di vuoto nella biografia. Il nostro italiano lavora in seguito al cantieredella diga di Treignac in Corrèze che inizia nel 1948. La famiglia abiterà a Limoges almeno dal 1948 al 1951. L'opportunità di andare a vivere in seguito a Parigi o a Marsiglia gli sarà data da una proposta di lavoro nell'edilizia, che gli verrà fatta a Marsiglia.

Antoine verrà assunto dalla Société des Travaux du Midi il 2 marzo 1953 in quanto carpentiere-armatore. Vi lavorerà sino alla pensione anticipata a causa di malattia (problemi alla schiena). Non è mai tornato in Italia. Non sembra che abbia mai fatto parte di una qualsiasi organizzazione politica durante tutti gli anni del dopoguerra. Amante della letteratura, scriverà dei racconti e delle poesie che intrecciano autobiografia e invenzione.

Redigerà i sui Ricordi tra 1974 e 1976 senza documentarsi su questo periodo, fidandosi dei suoi soli ricordi. Questa scelta provocherà alcuni errori e approssimazioni nella sua narrazione, ma era il prezzo da pagare per un'opera sincera che non cerca di far quadrare le sue opinioni con la Storia scritta. Cercò di farli pubblicare, senza successo, anche nell'ambiente libertario a cui i "ricordi sensuali" sembravano dispiacere.... Da tutti i suoi scritti emergono i tratti salienti della sua personalità: un amore sconfinato per le donne trova la sua origine nella sua infanzia. E' cresciuto circondato da donne in gran parte a causa della prima guerra mondiale e del mestiere di suo padre. Antoine non parlava mai del suo genitore.

Personaggio disinteressato, vivrà spesso alla giornata senza poter dedicare grande attenzione alle questioni materiali; ci parla sempre del suo rapporto con gli Altri senza artificiosità né autosoddisfazione, anche durante le scene più intime. Ogni atto è relativo agli altri, ogni pensiero vi si riferisce, nella lotta così come nell'amore. Non era certo perfetto ma profondamente umano.

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Nel 1976, rispondendo alla curiosità politica di Viviane, sua nipote, riprende contatto con il movimento libertario frequentando il gruppo di Marsiglia della Fédération Anarchiste allora situata al 72 del boulevard Eugène Pierre. Assicurerà la sua presenza durante molte riunioni durante le quali il suo ruolo modesto di riferimento storico e di elemento moderatore si accentuerà. Il gruppo F. A. si trasferirà un po' più tardi in un locale al 3 di rue Fontaine de Caylus, nel quartiere del Panier, ai piedi dell'edificio in cui la famiglia Gimenez possedeva un modesto appartamento.

Antoine, vers 70 ans.

Tutti lo chiamavano Antoine, morirà di un cancro il 26 dicembre 1982, nel conforto dei compagni che gravitavano intorno al gruppo. Il suo decesso è registrato allo stato civile con la sua falsa identità, che deve senz'altro a Pasotti.

Possediamo fofografie di sua madre e di Antoine/Bruno di diverse epoche. Altri documenti sono stati trovati: carte amministrative francesi, poesie e testi scritti da lui, e un audiocassetta in cui per dieci minuti, Antoine/Bruno parla del suo incontro con la madre a Pina.

 

NOTE

 

[1] Salvadori Giuseppe, Alfonso, Giacomo, nato il 25 luglio 1882 a Chianni da Filippo e Bruni Eugenia, è deceduto a La Spezia il 6 marzo 1944 (menzione aggiunta nel 1948 sul registro di nascita n° 68 del 1882). Secondo il certificato di matrimonio del 1915, n° 1, il 9 agosto 1915 Giuseppe Salvadori, di professione operaio, residente a Livorno, sposa Montagnani Annina, Maria, Alfonsa, residente a Chianni, nata il 16 dicembre 1885 a Chianni, da Agostino e Cajozzi Assunta (registro di nascita del 1885 n° 117 non comprendente menzione di date/luoghi della sua morte.

Bruno Salvadori è nato il 14 dicembre 1910 a Chianni ma non è stato legittimato da Salvadori Giuseppe e Montagnani Anna che al momento del loro matrimonio nel 1915: registro di nascita n° 104 del 1910 e atto di matrimonio già citato.

Nello stesso atto di matrimonio, è annotato che Luisa Salvadori è nata da questa stessa unione il 15 settembre 1913 a Roccella Ionica (Reggio Calabria).

Salvadori Bruna è nata da questa stessa unione il 18 febbraio 1917 a Livorno, ma la nascita è stata ritrascritta nel registro di Chianni parte II, n° 1 del 1917.

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